Ferrara accornero

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Ferrara accornero

  1. 1. NUOVE REGOLE PER IL LAVORO CHE CAMBIA?di Lorenzo Gaeta*Sommario: 1. Alcuni “miti d’oggi”. Il mito della fine del (diritto del) lavoro. – 2. Il mito delmercato globale. – 3. I miti della creatività e della partecipazione. – 4. Il mito dellaprofessionalità. – 5. Il mito dell’autosufficienza e dell’indipendenza. – 6. Il mito dellaflessibilità. – 7. Il mito del libero contratto. – 8. Il mito del rapporto a termine. – 9. Il mito del“posto non fisso”. – 10. Il mito dell’autodeterminazione. – 11. Una soluzione allaframmentazione sul versante individuale: le tutele modulate. – 12. Una soluzione allaframmentazione sul versante collettivo: il web (l’ultimo mito?).1. Alcuni “miti d’oggi”. Il mito della fine del (diritto del) lavoroNello scontato richiamo a Roland Barthes, questo contributo vuole passare brevemente inrassegna alcune affermazioni, ormai acquisite, sullo sviluppo attuale e futuro del diritto dellavoro, che però raffigurano con ogni probabilità altrettanti “miti”. Quello di partenza è,naturalmente, il più forte, quasi definitivo.Evidentemente, le ricorrenze millenarie sollecitano di per sé angosce, timori epreoccupazioni; varie sette “chiliastiche” predicano la distruzione, la fine, la morte diqualcosa. Ciò è accaduto anche nel nostro piccolo campo del lavoro e delle relazionigiuridiche destinate a disciplinarlo. La fine del lavoro, almeno così come lo conosciamo, èstata predetta con grande autorevolezza, e di conseguenza, sull’onda della progressivascomparsa del punto tradizionale di riferimento del diritto del lavoro, sono iniziate varie evariegate riflessioni critiche sulla progressiva scomparsa della stessa disciplina che ormaiper più di un secolo si è incaricata di apprestare tutele a soggetti – si dice – ora sempremeno presenti nell’universo delle relazioni produttive e – si continua a dire – sempre menobisognosi delle suddette attenzioni.Tutte queste preoccupazioni vanno lette con un briciolo di saggezza. Anzi, a voler esserescanzonati, potrebbe dirsi che la nostra materia pare invece attraversare una fase disviluppo ipertrofico, se guardiamo ai concorsi universitari degli ultimi tempi, dovel’accademia giuslavoristica si sta riproducendo a ritmi mai visti prima, ed è quindi ben lungidal morire.Ragionando più seriamente, c’è da preoccuparsi poco anche della pretesa fine del lavoro,e perciò, di riflesso, del diritto del lavoro (ma se è per questo, è stata decretata anche lafine della storia, quindi non è proprio il caso di nutrire timori eccessivi). In realtà, sta forsefinendo o esaurendosi (ed è tutto da discutere) “un” diritto del lavoro, quello legato pernascita e per tradizione culturale all’industria manifatturiera. Ma di diritti del lavoro – intesicome apparati giuridici demandati a regolare il fenomeno del lavoro – ne sono finiti tanti,nel corso dei secoli; non ragioniamo da miopi, come se quello industriale sia l’unico dirittodel lavoro possibile. Dobbiamo solo ringraziare la sorte di averci fatto vivere in unmomento di passaggio, quindi particolarmente intenso e fecondo, nel quale declina(probabilmente) un diritto del lavoro e (probabilmente) ne sta nascendo un altro,postmoderno, postindustriale, o come altro lo vogliamo definire con espressioni attentesolo a far intuire che si tratta di una cosa che viene dopo un’altra. Dobbiamo, cioè, esserenoi a governare questa sfida di cambiamento della nostra materia, che deve mutare abito,
  2. 2. 2. Il mito del mercato globaleIl postmoderno, non solo nel mondo del lavoro, è contrassegnato dalla parabola dellaframmentazione. Nel nostro universo, esso si regge su alcuni slogan, vere e proprie paroled’ordine: ad esempio, piccolo, agile, snello, flessibile, e si potrebbe continuare. Laconclusione è nel senso che davvero il mercato finisce col cambiare il lavoro, da un latoproprio nella scia di questa diffusa spinta alla frammentazione, dall’altro sotto l’influenzasempre più pressante e talvolta assolutamente perversa dei processi di globalizzazione:perciò – ha detto Aris Accornero – il mercato appare “minaccioso”. Il tema meriterebbe diessere approfondito. In realtà, lo spauracchio dell’innovazione tecnologica sembracompletamente, e finalmente, svanito: si è visto che questa, tutto sommato, non hadistrutto posti di lavoro, spesso anzi ne ha creati. Una riedizione “elettronica” del luddismonon c’è stata, e sarebbe risultata assolutamente ingiustificata. Ora lo spettro si riaffaccia,sotto le vesti, appunto, del mercato flessibile e globalizzato, e stavolta contro di esso siappuntano gli strali – ora verbali ora più contundenti – dei contestatori post-Seattle. Ildiscorso, almeno questa volta, potrebbe risultare leggermente diverso, forse perchéinduce cambiamenti all’interno dell’elemento umano, che sono percepiti come unaminaccia non per il fatto in sé di comportare un cambiamento, ma perché il cambiamentonon è partecipato, bensì appare imposto dall’alto, in ossequio a ragioni vaghe eimperscrutabili. Il discorso coinvolge quello della reale volontà della persona implicatanella trasformazione del rapporto di lavoro stabile, nonché quello della cosiddetta cadutadell’aspirazione al posto fisso: ci si ritornerà a tempo debito.3. I miti della creatività e della partecipazioneLa nuova prestazione di lavoro di questi ennesimi “tempi moderni” sarebbecontrassegnata – lo si è detto ripetutamente – da contenuti più creativi e partecipativi, maper converso più veloci e frenetici (con un’immagine molto bella e provocatoria, si èparlato di recente di contenuti più “femminili”, che può stare a significare, appunto,maggiore creatività e fantasia, ma che può avere anche un altro non dimenticatosignificato negativo: ovvero, più precario, più “mezzo lavoro”). Davanti a queste affermazioni, viene però da chiedersi se, e quanto, ci sia ancora di“alienazione”, in senso giuridico e no, in questa nuova prestazione di lavoro. La creatività,la responsabilizzazione, la partecipazione del lavoratore continuano a collocarsi sempredietro una struttura, questa sì, rimasta tetragona, forse perché è quella che giustificadavvero i rapporti tra chi detiene il capitale e chi lavora: cioè, il dipendente lavora per altri,sotto la direzione di altri, ed il prodotto del suo lavoro è destinato ad altri. In una parola, ilrapporto datore-lavoratore non pare granché cambiato, e non c’è rivoluzione tecnologica oideologica che tenga. Da questo punto di vista, anzi, le strutture giuridiche (e non solo)della subordinazione reggono benissimo senza alcun bisogno di maquillage di sorta. DaBarassi in poi (meglio sarebbe dire da Sinzheimer in poi), esse continuanoindefettibilmente a raffigurare tecnicamente la sottoposizione ad altri. Perciò, di nuovo c’èsolo il mutamento delle modalità esterne (le strutture di potere si sono solo fatte piùraffinate, se si vuol dire “qualcosa di sinistra”): la sostanza della subordinazione è peròrimasta inalterata. La stessa sbandierata maggiore “partecipazione” del lavoratore è
  3. 3. D’altronde, un paese nel quale ogni giorno muoiono quattro persone a seguito di infortunisul lavoro pare il giusto scenario per rappresentazioni di questo tipo: e non era affattoquesto il senso dell’elogio della velocità tessuto da Italo Calvino. Dov’è, allora, quellasocietà dell’ozio creativo, quell’Eden delle “nuove” relazioni di lavoro promessoci daqualche sociologo forse troppo ottimista, se i ritmi “giusto in tempo” sono più stressanti delpassato? Che guadagno c’è stato, non foss’altro in termini di tranquillità esistenziale, nelpassare dal posto pubblico (magari parassitario) al confucianesimo del lavoro a “qualitàtotale” (che, tra l’altro, oblitera un valore fondamentale, quello del conflitto, tipico dellanostra mentalità kantiano-hegeliana di contrasti dialettici)?4. Il mito della professionalità Da tempo si sostiene che il “nuovo” rapporto di lavoro derivante dai mutamenti dellestrutture sociali e produttive sarebbe connotato da una maggiore professionalità.L’affermazione va molto ridimensionata, solo a riflettere sulla circostanza che l’aumentataflessibilità, e quindi la maggiore spinta al mutamento stesso del lavoro, comportano perforza di cose che il singolo lavoratore si fermi per sempre minor tempo in una singolamansione, passando poi subito ad un’altra. Ciò non lascia il tempo necessario peracquisire un “mestiere” dignitoso, e la cosa è quanto di più lontano possa esserci dallariappropriazione della tecnica, il cui spossessamento è stato uno dei più vistosi effetti dellarivoluzione industriale. Semplicemente, non si ha più la possibilità (o la si ha sempremeno) di permanere in un lavoro fino ad impadronirsene “professionalmente”.Naturalmente, quella che ci sta davanti agli occhi è una realtà nella quale ci sono molti piùlavori che in passato, là dove per converso i vecchi lavori tendono a scomparire: è fintroppo ovvio notare che è sempre stato così (anche se la recente visione di unipertecnologico fuoristrada con la scritta “spazzacamino” mi ha fatto ritornare alla menteun mestiere che pensavo ormai relegato ai ricordi di Mary Poppins). Ma proprio la tantosbandierata professionalità rischia di diminuire a vista d’occhio, anche nei mestieri dipunta, quelli più creativi e pieni di knowledge: il “nuovo” lavoratore saprà pure fare tantecose, ma le saprà fare tutte così così.5. Il mito dell’autosufficienza e dell’indipendenzaA questo punto, va però introdotto un discorso che rischia di passare per arcaico, ma cheè invece il punto centrale della nostra disciplina: quello dei diritti del lavoro. In effetti, iltema della flessibilità rischia fortemente di far passare in secondo piano ogniconsiderazione sul ruolo che nel nostro sistema normativo rivestono le tutele, facendoscemare quella “cultura delle garanzie” di cui è innervato il diritto del lavoro industriale (sucui, anzi, è addirittura nato lo “spirito” di questa materia). Il “nuovo” lavoratoreautosufficiente e indipendente non avrebbe, per ciò stesso, bisogno di tutele pubblicistichepiovute dall’alto. Sul punto va fatta chiarezza: non si tratta, qui, di patrocinare la garanziaad oltranza di un posto di lavoro, o, peggio ancora, di privilegi acquisiti, spesso di tipo“corporativo”: questa è, piuttosto, la parte deteriore, la degenerazione, del sistema delletutele. Si tratta, invece, di partire da un dato fin troppo scontato e semplice, che però
  4. 4. 6. Il mito della flessibilitàIn realtà, è forte l’impressione che sul capo della persona-cittadino-lavoratore si svolganovorticosi cambiamenti a vari livelli: di mercato, di concorrenza, di globalizzazione, distrutture e articolazioni societarie, e via dicendo; cambiamenti dei quali egli non è, e nonpuò essere, protagonista consapevole, ma solo – quando va bene – spettatore passivo;cambiamenti sui quali egli non può minimamente intervenire, né tanto meno che puòpensare di modificare. Perciò, ogni ricaduta dei predetti mutamenti sul rapporto di lavoro(almeno di chi è già occupato) può dirsi molto più subita che partecipata. Se flessibilitàvuol dire libertà per l’impresa o per l’amministrazione di licenziare, ridurre l’orario o laretribuzione, ridistribuire i tempi, trasferire, “esternalizzare” a terzi o ad “atipici”, allora haprobabilmente ragione Luciano Gallino quando afferma che “flessibilità”, in coerenza coldizionario della lingua italiana, indica la disponibilità a flettersi e a piegarsi, configurandoperciò “la richiesta di non opporsi alle decisioni di un’impresa anche quando essepromettono, al caso, un peggioramento della qualità del lavoro, o del livello salariale, odella qualità della vita di colui o colei che si flette oppur si piega”.7. Il mito del libero contratto Piuttosto, la nuova strutturazione dei rapporti di lavoro nell’era postindustriale ci spinge aproporre qualche riflessione di ordine (ancora) più generale. La ricostruzione di Mainedelle rivoluzioni borghesi come momento che segna il passaggio dallo status (di servo) alcontratto (stipulato dal libero cittadino) è notissima fino al punto di essere diventataun’acquisizione ormai scontata. Proprio di recente, comunque, Spiros Simitis vi ritornavacon la consueta lucidità, notando come il frutto (o la causa, a seconda dei punti di vista)principale delle rivoluzioni borghesi, ovvero l’industrializzazione, con la conseguentegiuridificazione delle relazioni di lavoro che essa ha comportato, mano a mano finisce conl’invertire le premesse incontestabili dell’ordinamento liberale: invece di affermare lasovranità (formale, beninteso) delle parti, restaura la supremazia di regole imposte dalloStato. In questo modo, si assiste ad un’inversione dei termini del ragionamento classico diMaine: ovvero, si assiste ad un ritorno graduale dal contratto allo status. È, ovviamente, unnuovo status, del tutto diverso da quello ancien regime, ma è pur sempre lacristallizzazione dei rapporti (di lavoro) in un involucro, per molti versi rassicurante, diinderogabili regole statali. Ora, però, pare di assistere, quasi stessimo osservando un pendolo, ad una nuovaoscillazione nella direzione del passaggio dallo status (appunto, quello “statale” e“garantito” di lavoratore subordinato a tempo pieno e indeterminato) al contratto,liberamente concluso da un soggetto che autonomamente si pone sul mercato. Questoennesimo passaggio rischia, però, di descrivere stavolta una mistificazione. Lo sianticipava e lo si ribadirà in seguito. Per ora, è interessante far riferimento ad un esempioparadigmatico, non a caso relativo ad uno scenario molto new economy: quello deltelelavoro. Partito come promessa di liberazione del lavoratore subordinato e salutato dastudiosi fin troppo ottimisti come panacea per i mali del lavoro di fine secolo, il telelavorosta miseramente fallendo come prospettiva di inquadramento giuridico di una (nuova)fattispecie: i tentativi di disciplinarlo nel settore privato con lo strumento della
  5. 5. Con il risultato che fin troppo spesso tali soggetti saranno autonomi solo a parole, oaddirittura lo saranno per la presenza occasionali di indici discretivi pensati in tempi(molto) passati, ma in effetti incarneranno in pieno la figura del soggetto dipendente; soloche tutti, a cominciare dai lavoratori stessi, saranno convinti di essere autonomi, ancheperché la tecnologia ammanta la prestazione di un’aura di professionalità tale da farsembrare sconveniente al soggetto stesso ogni paragone con i “classici” dipendenti. Loscenario è da fine secolo (XIX, naturalmente), quando i lavoratori a domicilio eranoconvinti, anche solo psicologicamente, di essere autonomi per il solo fatto di lavorare acasa propria. E la stessa riscoperta del libero contratto rischia di ripetere molto unoscenario di cent’anni fa, quando la tutela antinfortunistica dei dipendenti veniva esclusaperché niente del genere era stato previsto nel contratto.8. Il mito del rapporto a termineUn altro punto verso il quale sono rivolti gli strali dei “flessibilizzatori” è quello dellastruttura potenzialmente a tempo indeterminato del rapporto di lavoro tipico, cheprovocherebbe una troppo rigida stabilità del medesimo rapporto. L’indeterminatezzatemporale del contratto di lavoro costituisce – com’è noto – un’acquisizione piuttostorecente del nostro sistema giuridico: essa, infatti, è assolutamente estranea alla mentalitàdel nostro codice del 1865, che se da un lato è preindustriale (e quindi attento adescrivere le poche realtà esistenti di poveri “giornalieri”), dall’altro lato è napoleonico, eprima ancora giacobino (e quindi ideologicamente animato dal principio illuministico deldivieto del lavoro schiavistico). Ma in realtà, l’indeterminatezza temporale del contratto dilavoro non significa ovviamente per ciò stesso stabilità: è, infatti, sempre possibilerecedere liberamente dal contratto (siamo, a quel punto, ancora nell’ideologia dacontratto). Il passaggio dalla indeterminatezza alla potenziale immodificabilità (o difficilemodificabilità) definitiva del vincolo lavorativo – che in questo senso è, appunto, un vero eproprio passaggio dal contratto allo status – avviene, come si sa (e sempre per intuibiliragioni di consenso), prima durante il giolittismo per i soli impiegati pubblici,successivamente durante il fascismo per tutti gli impiegati, e infine per tutti: ma siamo giànegli anni ’60. Non è quindi un bersaglio serio quello della struttura astrattamente “a vita”del rapporto di lavoro (anche perché essa poteva pure essere assicurata tacitamente, enon necessariamente dalla legge).9. Il mito del “posto non fisso”Continuiamo, comunque, a procedere coi piedi di piombo, anche a rischio di sembrarequalche volta anacronistici. In effetti, come dimostrano recenti indagini, l’erosione delrapporto di lavoro stabile è ancora molto lontana dal cagionare la loro estinzione. Sedavvero ancora il 90% dei rapporti di lavoro è del tipo “classico”, è forse troppo presto perparlare di mutamenti epocali, e perciò la morte annunciata del diritto del lavoro dovràancora aspettare un bel po’ prima di realizzarsi. Ha quindi assolutamente ragione chi hanotato come si tratti di una preoccupazione culturale più che reale.
  6. 6. Ma poi, in fondo, è davvero cosa opportuna scardinare definitivamente questa mentalità(ovviamente, laddove non sconfini nel parassitismo), quando l’unica alternativa offerta inluogo di un posto sicuro e intoccabile è una serie di occupazioni disparate, diversificate,“precarie”, e sempre eterodirette, più veloci, più stressanti, più destrutturate e senzaaspettative? Non è una gran prospettiva, in fin dei conti, passare dal possibile (ma nonsempre tale) ergastolo del “lavoro a vita” al (quasi sicuro) inferno di una “vita di lavori”! Etutto per rispondere a imperativi ancora una volta esterni alla persona del lavoratore (oalmeno sentiti come tali): oggi la risposta alla globalizzazione, come ieri l’ingresso inEuropa, o l’altro ieri la ripresa economica.10. Il mito dell’autodeterminazioneIl nodo fondamentale è uno, ed è davvero la scoperta dell’acqua calda: verificare, cioè, seun cambiamento è voluto veramente dal soggetto (che potrebbe aver piacere oconvenienza reale, ad esempio, a lavorare a tempo parziale) o se invece si tratta di unmutamento indotto. Basta riandare ancora all’esempio del telelavoro, con la sua spessofasulla (auto)determinazione della non subordinazione del soggetto; e il paradigma èovviamente generalizzabile. È inutile continuare a dire che il trend va nella direzione diprestazioni più qualificate, più responsabili, più autodeterminate: quando questo succededavvero, allora l’ordinamento giuridico, e le persone che vi sono coinvolte (chi lo applica,chi lo studia e chi lo “subisce”), reagiranno immediatamente espellendo questo oggettospurio dal proprio ambito, qualificandolo autonomo e facendo perciò cessarel’applicazione di tutte le garanzie (quelle reali, non quelle da “portoghesi”) che vi sonoinsite per storia e per cultura. Si torna appunto a realizzare un nuovo, ennesimo,passaggio dallo status al contratto. E lo si realizza con un autentico gioco di prestigiogiuridico, grazie al quale scompare la tutela, che è corrispettivo della sottoposizione adaltri, mentre questa (quasi sempre) resta tranquillamente.11. Una soluzione alla frammentazione sul versante individuale: le tutele modulateQuali possono essere i rimedi escogitabili per una situazione del genere? Come suggeritoormai da più parti, una strada potrebbe essere quella di attribuire una base di diritti“leggera e universale” al cittadino-lavoratore, cioè a tutti a prescindere dalla qualificazione“tecnica” del rapporto, accordando poi caso per caso tutele differenziate, non rigide, con ipiù diversi strumenti: la legge, la contrattazione collettiva, quella individuale. Cosa può farein proposito il diritto del lavoro, chiamato qui a dare veramente prova della sua rinnovatavitalità? Come già detto, esso deve dare una mano, da un lato, in termini di garanzia dellalibertà di scelta del “tipo”, e dall’altro, soprattutto, deve sdrammatizzare tale operazione,predisponendo appunto quella regolamentazione a maglie larghe che è la sola a potersuperare ogni residua ingessatura. Non è anacronistico aver timore del ritorno al contratto(d’opera) e conseguentemente è ingeneroso stigmatizzare quei (residui) giuslavoristi chevi oppongono qualche resistenza (fermo restando, per inciso, che anche enfatizzando ladimensione contrattuale all’interno del rapporto di lavoro subordinato si ottengono risultatinon dissimili, nel senso del depotenziamento delle garanzie). Anacronistica è, piuttosto, la
  7. 7. 12. Una soluzione alla frammentazione sul versante collettivo: il web (l’ultimo mito?) Rimane da riflettere sulle fonti da cui far scaturire le tutele differenziate destinate acompletare ed affinare la base di diritti eguale per tutti. La soluzione migliore appare quelladi una interazione e di una collaborazione “leggera” tra fonti normative e fonti collettive.Non si tratta della (forse impossibile) unificazione tra ordinamento statale e ordinamentointersindacale, ma della semplice ricerca di un punto di incontro almeno sul punto dellagaranzia delle tutele. L’“autonomia collettiva” di memoria sinzheimeriana va inveceriaffermata, sostenuta e sviluppata in tutto il suo valore antagonistico e propositivo. Ma – cisi potrebbe chiedere ora con preoccupazione ora con speranza – c’è spazio per ilsindacato e per i prodotti “normativi” della sua attività nel futuro del lavoro?Indubbiamente, la frammentazione rompe proprio quell’unità e quella concentrazione sucui il sindacato si è storicamente fondato. Non dimentichiamo, però, che i collegamentinon sono solo materiali. Il tanto decantato web, la “rete” elettronica globale, ci insegna chepossono svilupparsi nuove aggregazioni e nuove solidarietà, non più fisiche ma virtuali.Dovremo cominciare a ragionare su queste (sempre che superiamo l’idea che il web nonrappresenti anch’esso un mito, forse il più colossale degli ultimi tempi).

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