Frammenti di modernità riflessiva: parole chiave (Paola di Nicola)

786 views

Published on

Università degli Studi di Salerno - 5 novembre 2009
Frammenti di modernità riflessiva: parole chiave
Paola di Nicola
Università degli Studi di Verona

Published in: Education, Technology, Design
0 Comments
0 Likes
Statistics
Notes
  • Be the first to comment

  • Be the first to like this

No Downloads
Views
Total views
786
On SlideShare
0
From Embeds
0
Number of Embeds
80
Actions
Shares
0
Downloads
2
Comments
0
Likes
0
Embeds 0
No embeds

No notes for slide

Frammenti di modernità riflessiva: parole chiave (Paola di Nicola)

  1. 1. Università degli Studi di Salerno 5 novembre 2009 Frammenti di modernità riflessiva: parole chiave Paola di Nicola Università degli Studi di Verona
  2. 2. Preambolo nuovo lessico nel sociale <ul><li>Vi sono parole che circolano nella società contemporanea </li></ul><ul><li>apparentemente lemmi isolati </li></ul><ul><li>ma in realtà trama ed ordito di un nuovo discorso sulla modernità, che riallaccia e connette in forme nuove le relazioni tra individuo e individuo, tra individuo e società, tra istituzioni e società </li></ul>
  3. 3. <ul><li>affiorano nuove utopie che a partire da una critica degli effetti voluti e non voluti della modernità, consentono di delineare </li></ul><ul><li>tendenze e derive di una società – la nostra – che una volta esaurito tutto il suo potenziale innovativo e generativo di nuove forme sociali </li></ul><ul><li>è alla ricerca affannosa di soluzioni per problemi ai quali è sempre più difficile riuscire a dare una risposta, rimanendo all’interno del pensiero e della logica dominanti </li></ul>
  4. 4. <ul><li>le nuove utopie non sono un progetto conchiuso, articolato e connesso: </li></ul><ul><li>sono un insieme di frammenti di un pensiero riflessivo e critico che </li></ul><ul><li>ripercorre i topoi salienti e costitutivi della modernità </li></ul><ul><li>mettendone in evidenza limiti, contraddizioni, parzialità, effetti perversi </li></ul>
  5. 5. <ul><li>in quanto frammenti di discorso </li></ul><ul><li>le nuove parole non sono esplicitamente e chiaramente connesse </li></ul><ul><li>eppure </li></ul><ul><li>tutte convergono verso </li></ul><ul><li>nuove e diverse utopie </li></ul><ul><li>all’interno di nuovi e diversi paradigmi </li></ul>
  6. 6. <ul><li>nel tentativo di enucleare gli elementi costitutivi del nuovo discorso sulla modernità </li></ul><ul><li>la logica della contrapposizione consente di evidenziare luci ed ombre di un modello di sviluppo - quello occidentale – </li></ul><ul><li>che attualmente sembra abbia imboccato una tendenza involutiva </li></ul><ul><li>come l’aumento di guerre, violenze e povertà sembra confermare </li></ul>
  7. 7. <ul><li>in tale sforzo di chiarimento teso a mettere in evidenza connessioni e legami a volte latenti, il concetto di </li></ul><ul><li>relazione di cura </li></ul><ul><li>costituisce quel filo conduttore che consente di mettere in evidenza ciò che nel nostro modello di sviluppo è stato lentamente e progressivamente </li></ul><ul><li>compresso, espunto, messo in latenza </li></ul>
  8. 8. <ul><li>ma ciò che è stato dimenticato, se non esplicitamente esorcizzato, ha creato molte delle condizioni che oggi stanno erodendo la stabilità dei nostri sistemi sociali: la dimensione </li></ul><ul><li>essenzialmente ed esistenzialmente relazionale </li></ul><ul><li>dell’esperienza umana e della vita sociale </li></ul>
  9. 9. La dimensione latente della cura <ul><li>si definisce la cura come quella dimensione di vita che rinvia a pratiche sociali (azioni intenzionali) e forme comunicative caratterizzate da </li></ul><ul><li>accudimento, sollecitudine, preoccupazione, protezione, attenzione, rassicurazione </li></ul><ul><li>di e per qualcuno </li></ul><ul><li>la cura è un’attività squisitamente relazionale che trova il suo archetipo simbolico e materiale </li></ul><ul><li>nella relazione madre-figlio </li></ul>
  10. 10. <ul><li>relazione in cui le possibilità e probabilità di vita del bambino dipendono </li></ul><ul><li>– sin dal momento del concepimento – </li></ul><ul><li>dal suo essere </li></ul><ul><li>oggetto di cura </li></ul><ul><li>da parte della madre </li></ul>
  11. 11. <ul><li>relazione di cura che rende possibile la vita biologica, affettiva, intellettiva del bambino e come tale elemento costitutivo del suo essere ed esserci nel mondo </li></ul><ul><li>relazione di dipendenza e legame sociale che tutti gli uomini sperimentano, indipendentemente dal sesso, in quanto tutti sono nati di e da donna </li></ul>
  12. 12. <ul><li>eppure tale relazione costitutiva dell’esistenza umana, è stata oggetto di una regolare e sistematica azione di rimozione sociale: </li></ul><ul><li>confinata nel privato, ha assunto il tono ed il significato di una sostanziale privazione , di un dis-valore , di una mancanza che si sono riverberati anche sul soggetto sociale che della cura è il simbolo oltre che la depositaria: la donna </li></ul>
  13. 13. <ul><li>introdurre, nell’analisi critica di alcuni dei processi sociali costitutivi della modernità, tale dimensione compressa e rimossa consentirà di trovare </li></ul><ul><li>un filo conduttore che lega fatti, processi e dinamiche apparentemente distanti, sconnessi e slegati </li></ul><ul><li>ma che fanno parte di un nuovo discorso sulle tendenze evolutive della società contemporanea </li></ul>
  14. 14. Cura vs prestazione <ul><li>in quanto pratica relazionale (di apertura all’altro e di accettazione della dipendenza) </li></ul><ul><li>la cura si contrappone alla prestazione </li></ul><ul><li>a quella pratica comportamentale totalmente centrata sull’IO, su un attore sociale il cui successo e la cui realizzazione sono sempre il risultato di un confronto/competizione con l’altro </li></ul>
  15. 15. <ul><li>alla logica della dipendenza si sostituisce la logica della competizione </li></ul><ul><li>all’accettazione del legame si sostituisce l’accettazione del conflitto e della primazia come condizione normale ed auspicabile nelle relazioni interpersonali </li></ul>
  16. 16. <ul><li>la vita affettiva e relazionale, la cura dei legami sociali diventano pastoie, impedimenti per una realizzazione personale che si realizza nei territori del consumo e del successo economico </li></ul><ul><li>la desertificazione del sociale, tuttavia, produce un bisogno crescente di legami, di radicamento, di connessione che né esperti né farmaci, né sostanze che generano dipendenza possono soddisfare </li></ul>
  17. 17. <ul><li>la desertificazione del sociale non solo introduce elementi di imbarbarimento delle relazioni interpersonali </li></ul><ul><li>ma genera un forte senso di </li></ul><ul><li>solitudine e isolamento </li></ul><ul><li>che alimenta, a sua volta, il sempre più diffuso senso di </li></ul><ul><li>incertezza, insicurezza e vulnerabilità sociale </li></ul>
  18. 18. Etica della cura vs utilitarismo <ul><li>riconoscere come componente essenziale ed esistenziale della condizione umana </li></ul><ul><li>l’esperienza della dipendenza, del legame sociale, della cura </li></ul><ul><li>apre ad un’etica della responsabilità che concepisce il sociale come uno spazio di interdipendenze, di legami, di connessioni reciproche e interpersonali, al cui interno la ‘vita di mio fratello’ molto dipende da ciò che io faccio o mi astengo dal fare </li></ul>
  19. 19. <ul><li>l’etica della cura si contrappone ad un’etica utilitaristica, competitiva e individualizzante, che massimizza il mero interesse individuale a scapito </li></ul><ul><li>dell’ interesse collettivo </li></ul><ul><li>tramonta il concetto di bene comune (che rimanda al concetto di equità), sostituito dal più moderno concetto di benessere individuale, misurato dall’accesso al consumo </li></ul>
  20. 20. <ul><li>si delegittima il concetto di ‘sociale’ come rete di interdipendenza protettiva e si diventa cittadini in quanto consumatori, non per appartenenza ad una comunità politica </li></ul><ul><li>il welfare state viene messo da parte come modello di società desiderabile e verso cui tendere, come progetto di una società sempre più inclusiva, fondata su un’etica della responsabilità di natura relazionale </li></ul>
  21. 21. <ul><li>la distanza tra ricchi e poveri </li></ul><ul><li>sia a livello inter che intra nazionale </li></ul><ul><li>cresce </li></ul><ul><li>alimentando livelli sempre più elevati e insostenibili di vulnerabilità sociale </li></ul><ul><li>violenza e povertà si saldano strettamente, in un circuito di reciproca auto-alimentazione </li></ul>
  22. 22. Riconoscimento vs individualizzazione <ul><li>riconoscere come componente essenziale ed esistenziale della condizione umana l’esperienza della dipendenza, del legame sociale, dell’essere stato e dell’essere ancora oggetto di cura, significa riconoscere che tutti i processi sociali di individualizzazione, di costruzione dell’identità, di autoaffermazione sono intrinsecamente relazionali </li></ul>
  23. 23. <ul><li>l’Io acquista coscienza di sé, si individualizza, si autoafferma </li></ul><ul><li>nella dialettica ego-alter </li></ul><ul><li>in quanto è solo la presenza di un alter come riflesso del sé ( fusione ) e differenza da sé ( separazione ) che crea fiducia in sé stessi ed autonomia: </li></ul><ul><li>la fiducia in sé stessi costituisce il trampolino di lancio per l’autoaffermazione </li></ul>
  24. 24. <ul><li>l’autoaffermazione è tale solo se è socialmente riconosciuta dagli altri, l’autoaffermazione alimenta </li></ul><ul><li>la fiducia in sé stessi </li></ul><ul><li>l’individualizzazione non è un mero processo di potenziamento e affermazione della capacità-abilità individuali </li></ul><ul><li>è un riconoscimento di tale potenziamento e affermazione da parte di altri </li></ul>
  25. 25. <ul><li>l’esaltazione dell’individualizzazione come processo di autorealizzazione personale misurato da successo economico e supremazia fomenta nuove e sempre più ampie aree di disprezzo sociale </li></ul><ul><li>in cui si muovono vecchi e nuovi attori sociali (poveri, immigrati, emarginati, esclusi, minoranze discriminate) che aprono il fronte del riconoscimento della dignità della loro vita e dei loro contesti di appartenenza </li></ul>
  26. 26. <ul><li>lotte per il riconoscimento che non si possono vincere con la mera inclusione nel mercato del consumo e delle merci </li></ul><ul><li>perché le risorse stanno diminuendo </li></ul><ul><li>perché le richieste di riconoscimento riguardano non solo gli aspetti economici, ma anche quelli dei diritti, delle diversità culturali e della dignità della persona </li></ul>
  27. 27. <ul><li>lotte per il riconoscimento che, tuttavia, non si possono eludere </li></ul><ul><li>pena la rinascita di fondamentalismi religiosi, etnici e culturali </li></ul><ul><li>che alla logica comunicativa del riconoscimento sostituiscono </li></ul><ul><li>la logica violenta della sopraffazione </li></ul>
  28. 28. Dono vs denaro <ul><li>riconoscere come componente essenziale ed esistenziale della condizione umana l’esperienza della dipendenza, del legame, della cura, significa riconoscere che nel sociale beni e servizi non circolano solo per mezzo del denaro, che le relazioni sociali non sono rette e regolate solo in base al principio dello scambio economico e della reciprocità strumentale </li></ul>
  29. 29. <ul><li>anche le società avanzate </li></ul><ul><li>inglobano sfere sociali al cui interno la circolazione di beni e servizi </li></ul><ul><li>non segue la regola degli scambi di equivalenti, possibili </li></ul><ul><li>tramite il mezzo simbolico di scambio per eccellenza: </li></ul><ul><li>il denaro </li></ul>
  30. 30. <ul><li>il denaro libera l’uomo dalla necessità di dovere soddisfare un bisogno ‘chiedendo’ ad un altro e confidando nella sua disponibilità </li></ul><ul><li>il denaro libera dai vincoli di dipendenza </li></ul><ul><li>il dono rende possibile lo scambio solo creando legami : </li></ul><ul><li>legando donatore e donatario in un vincolo di dipendenza reciproca che si regge sul principio del debito </li></ul>
  31. 31. <ul><li>con la modernità, la sfera di circolazione del dono è stata paurosamente compressa da un mercato ed un’economia, che </li></ul><ul><li>mentre hanno ampliato la rosa dei bisogni che possono essere soddisfatti tramite l’acquisto di beni e servizi </li></ul><ul><li>hanno altresì avuto la pretesa di diventare paradigmi di riferimento per l’azione individuale e collettiva </li></ul>
  32. 32. <ul><li>razionalità strumentale da una parte, produttività e ricchezza dall’altra </li></ul><ul><li>sono diventati parametri rispetto ai quali misurare e valutare </li></ul><ul><li>la performance sociale degli attori </li></ul><ul><li>la capacità delle istituzioni di mediare e connettere azione individuale e azione collettiva </li></ul><ul><li>il livello di sviluppo di una società, di una collettività </li></ul>
  33. 33. <ul><li>reddito pro-capite e PIL </li></ul><ul><li>sono diventati i due parametri di riferimento in base ai quali si fa il rating della qualità della vita di una collettività </li></ul><ul><li>ponendo individui e società lungo un continuum che va </li></ul><ul><li>dal minore al maggiore livello di sviluppo </li></ul>
  34. 34. <ul><li>in nome della produttività e della razionalità strumentale ai paesi in via di sviluppo </li></ul><ul><li>– definiti tali rispetto al nostro modello! – </li></ul><ul><li>sono stati imposti dei livelli di crescita che, indifferenti alle altre forme di razionalità e di circolazione di beni e servizi, stanno creando un gap sempre più grande in termini di ricchezza (individuale e collettiva) ed in termini di opportunità di vita tra paesi ricchi e paesi poveri </li></ul>
  35. 35. <ul><li>gap che alimenta non solo la grande trasmigrazione di uomini e donne, ma anche la spirale delle guerre, delle violenze, dei fondamentalismi </li></ul>
  36. 36. <ul><li>recuperare la dimensione del dono </li></ul><ul><li>non significa tornare ad un’economia del baratto e della sopravvivenza </li></ul><ul><li>significa riconoscere che il livello di sviluppo di una nazione non si misura solo dalla sua ricchezza materiale, ma anche da quanto di questa ricchezza sia stata ridistribuita a livello sociale </li></ul>
  37. 37. <ul><li>redistribuzione che crea le condizioni per una ‘buona vita’ per un numero sempre più elevato di persone </li></ul><ul><li>redistribuzione che crea i presupposti per una più equa distribuzione delle opportunità di vita </li></ul><ul><li>che è sempre causa ed effetto di pace e benessere </li></ul>
  38. 38. Capitale sociale vs individualismo privatistico <ul><li>riconoscere come componente essenziale ed esistenziale della condizione umana l’esperienza della dipendenza, del legame sociale, della cura, ha ridato vigore a tutte quelle voci critiche che hanno sottolineato la parzialità del </li></ul><ul><li>‘ ragionare’ olistico o individualistico </li></ul>
  39. 39. <ul><li>tali ‘voci’ hanno messo in evidenza che nell’analisi dei meccanismi che sono alla base dell’integrazione sociale e sistemica vi è qualcosa che non può essere ricondotto solo </li></ul><ul><li>alla conformità ai ruoli (per quanto riguarda il comportamento dell’attore sociale) </li></ul><ul><li>e alla differenziazione funzionale, per quanto riguarda il funzionamento delle istituzioni </li></ul>
  40. 40. <ul><li>questo ‘qualcosa’ in anni recenti è stato ricondotto entro il campo semantico del concetto di capitale sociale </li></ul><ul><li>il capitale sociale è una risorsa a disposizione di individui ed istituzioni che si ‘produce’ attraverso relazioni sociali </li></ul><ul><li>è il risultato di specifiche configurazioni relazionali che producono esternalità positive per il soggetto e per le istituzioni </li></ul>
  41. 41. <ul><li>si dà capitale sociale </li></ul><ul><li>-laddove e quando l’esternalità positiva è contemporaneamente sia individuale che collettiva </li></ul><ul><li>- laddove e quando l’interesse individuale rafforza quello collettivo e viceversa </li></ul><ul><li>Il capitale sociale ha bisogno, come condizione per la sua produzione, di relazioni fiduciare, attive sia nella sfera privata interpersonale che nello spazio interistituzionale </li></ul>
  42. 42. <ul><li>il capitale sociale in quanto bene relazionale </li></ul><ul><li>è un antidoto contro l’individualismo privatistico </li></ul><ul><li>che ha eroso gli spazi della società civile </li></ul><ul><li>E ha ridotto lo spazio dell’ agorà, come luogo di discussione e dibattito di problemi personali e privati che possono ambire a qualche soluzione solo una volta che siano stati condivisi, discussi e quindi generalizzati </li></ul>
  43. 43. <ul><li>il capitale sociale </li></ul><ul><li>come dinamica relazionale che riconnette e riattiva legami sociali </li></ul><ul><li>contrasta gli effetti di un individualismo privatistico che non solo ha determinato la caduta dell’uomo pubblico </li></ul><ul><li>ma ha anche desertificato gli spazi di interscambio comunicativo, lasciando l’uomo da solo a fronteggiare le sfide e i problemi della società globale </li></ul>
  44. 44. <ul><li>l’ampliamento della sfera privata porta inevitabilmente ad un arretramento della politica </li></ul><ul><li>(intesa come gestione del bene comune) </li></ul><ul><li>il cui spazio viene occupato da un mercato che detta norme a tutte le sfere sociali: </li></ul><ul><li>competizione, privatizzazione, produttività e de-regolazione diventano le nuove parole d’ordine che – si dice - faranno uscire dalla crisi il nostro modello di sviluppo </li></ul>
  45. 45. Emozioni vs competenze cognitive <ul><li>riconoscere come componente essenziale ed esistenziale della condizione umana l’esperienza della dipendenza, del legame sociale, della cura ha portato, infine, ad una rivalutazione della componente affettiva ed emotiva dell’azione umana, contro la componente eminentemente cognitiva </li></ul>
  46. 46. <ul><li>si riscopre la centralità delle emozioni, del coinvolgimento </li></ul><ul><li>la tensione al dispendio contro la parsimonia nel legame affettivo ed emotivo con gli altri e le cose </li></ul><ul><li>la centralità della conoscenza di senso comune come esito di pratiche comunicative che ridimensionano il ruolo della conoscenza tecnico-scientifica come mezzi per il controllo della natura interna ed esterna </li></ul>
  47. 47. <ul><li>non si assiste ovviamente ad una demonizzazione del sapere tecnico-scientifico in nome di un irrazionalismo di stampo arcaico </li></ul><ul><li>ma solo ad una sua delimitazione entro confini precisi e delimitati </li></ul><ul><li>con la consapevolezza che le nuove sfide etiche di una società che ha trasformato in immanenti tutti i principi di legittimazione e di autorità, non possono essere raccolte solo dalla scienza </li></ul>
  48. 48. <ul><li>si riscopre la distinzione </li></ul><ul><li>tra giusto e vero </li></ul><ul><li>tra verità ed opinione </li></ul><ul><li>tra buono e corretto </li></ul><ul><li>tra conoscenza e interesse: </li></ul><ul><li>concetti che rinviano a dimensioni conoscitive che non possono essere ricondotte tutte all’interno del paradigma della sciente positive </li></ul>
  49. 49. Verso nuovi paradigmi <ul><li>La crescente attenzione alle dinamiche relazionali è stata resa possibile dall’assunzione di nuovi e diversi paradigmi conoscitivi, dall’emerge di approcci conoscitivi che si pongono al di là della dialettica </li></ul><ul><li>individualismo-olismo metodologico </li></ul>
  50. 50. <ul><li>Il riferimento va </li></ul><ul><li>all’approccio relazionale che fa della relazione sociale l’elemento costitutivo del reale e strumento di analisi </li></ul><ul><li>al paradigma di rete (analisi strutturale) che vede e legge la società come rete e vede gli attori sociali inseriti in strutture di rapporti e le dinamiche sociali come esito di particolari configurazioni relazionali </li></ul>
  51. 51. <ul><li>ma esiste anche quello che viene definito un </li></ul><ul><li>terzo paradigma </li></ul><ul><li>una prospettiva critica di analisi degli effetti perversi della modernità e della generalizzazione da essa compiuta della razionalità strumentale, dell’interesse e dell’utilitarismo </li></ul><ul><li>che si apre a nuove e diverse utopie </li></ul>
  52. 52. <ul><li>il recupero del dono come strumento di scambio e di connessione tra individui legati da vincoli reciproci di debito diventa il lessico di un nuovo mondo </li></ul><ul><li>diventa il punto di partenza del </li></ul><ul><li>Movimento antiutilitarista nelle scienze sociali </li></ul><ul><li>(che non a caso sceglie come acronimo MAUSS) </li></ul>
  53. 53. <ul><li>i nuovi utopisti ritengono </li></ul><ul><li>che siano possibili altri modelli di sviluppo, diversi da quello capitalistico-industriale occidentale </li></ul><ul><li>che sia necessario recuperare una dimensione etica all’economia e riabilitare la politica come sfera del bene comune per promuovere nuovi e diversi processi di inclusione sociale, di promozione di migliori opportunità di vita per quote crescenti di popolazione mondiale </li></ul>
  54. 54. <ul><li>i nuovi utopisti ritengono che sia necessario dare ai singoli Paesi reali possibilità di autodeterminazione </li></ul><ul><li>riducendo le povertà estreme e le disuguaglianze </li></ul><ul><li>– veramente immorali – </li></ul><ul><li>che sono fertile terreno di coltura di guerre, terrorismo, violenza e fondamentalismi </li></ul>
  55. 55. Verso nuove utopie <ul><li>sono nuove utopie che tentano di caratterizzare in termini diversi quel breve suffisso che sempre più frequentemente si unisce alla parola modernità: </li></ul><ul><li>post </li></ul>
  56. 56. <ul><li>un post che vuole guardare oltre la semplice radicalizzazione dei processi della modernità </li></ul><ul><li>forte della consapevolezza della necessità di introdurre alcuni cambiamenti di rotta </li></ul><ul><li>in un modello di sviluppo incapace di fronteggiare la sfida dell’ambiente, della riduzione delle risorse, della crescita della povertà e delle guerre </li></ul>
  57. 57. <ul><li>la rivisitazione critica di alcuni dei topoi forti della modernità </li></ul><ul><li>suggerisce che si è vicini al tramonto di una società </li></ul><ul><li>al fallimento di una passata utopia che aveva sognato di potere coniugare uguaglianza ed equità </li></ul><ul><li>benessere collettivo e benessere individuale </li></ul><ul><li>solidarietà e competizione </li></ul>
  58. 58. <ul><li>ma tale rivisitazione suggerisce altresì che un altro mondo è possibile </li></ul><ul><li>che le linee di sviluppo non sono ineluttabili </li></ul><ul><li>sino a quando ci saranno uomini e donne ancora capaci di </li></ul><ul><li>apprendere dai propri errori </li></ul><ul><li>e dotati della forza di </li></ul><ul><li>ragionare riflessivamente </li></ul>

×