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IL SECOLO DI COSTANZO (E DI ARNALDO).                                   Redazione 25 marzo 2005Se scarsa di elementi concr...
(FAPPANI pag. 34). In questo senso la scelta di fondare un piccolo cenobio e unachiesa proprio in Conche, non appare come ...
Leremitismo dunque costituì una novità religiosa sotto numerosi aspetti: in primoluogo si presentava in contrasto con una ...
e lOriente, mentre Venezia si avviava ad essere il porto più importante delMediterraneo. Si affermò inoltre una nuova clas...
nella sfera dell’altro. Ne conseguì la rottura tra Gregorio VII e Enrico IV. (…) Lacoerenza e l’audacia con cui Gregorio V...
forte conflittualità sociale e politica dell’epoca: le grandi e potenti istituzioniecclesiali: il papato stesso, l’impero ...
soggetta alla corte regia, cioè sottratta all’autorità comitale; di avere all’interno delcontado un territorio autonomo, p...
Organizzazione della città e del territorio.Sicuramente, come si evince dagli Statuti di Brescia, fin dal 1233 la città er...
“La città (di Brescia), è risaputo, ebbe ab antiquo il suo territorio, il territoriumcivitatis, che fu indicato con il nom...
monastero del Monte Ursino (1053). Durante il regno di Enrico III (…), i monasteribresciani godettero i favori del sovrano...
parte del popolo sarebbe in direzione di una forte opposizione antimperiale cheagiva, anche se con fatica” (SDB         57...
vittima di un ben vasto movimento di opinione e schieramento di forze nell’ambitodella Chiesa. Forse, piuttosto che una co...
la salda e lunga alleanza fra i cittadini e il clero delle città di Brescia e Milano nellaguerra decennale contro Como, la...
lateranense del 1139, il vescovo Manfredi e “viri religiosi” bresciani accusaronoArnaldo, il quale fu deposto dalla carica...
perfezione e si spronano”. (FRUGONI pagg. 80 e 81) Da un punto di vista più laicoperò, non si può non sottolineare che Arn...
condanneranno a livello locale e nazionale la dottrina di Arnaldo all’oblio e la suapersona alla morte. “Un’esperienza rel...
AA.VV., Economia e società rurale – Incontri di storia bresciana 3, Grafo, BS 1995P.Guerrini, Il Monastero di S.Faustino M...
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Il secolo di Costanzo e di Arnaldo - appunti

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Il secolo di Costanzo e di Arnaldo - appunti

  1. 1. IL SECOLO DI COSTANZO (E DI ARNALDO). Redazione 25 marzo 2005Se scarsa di elementi concreti e chiari appare la biografie e la personalità diCostanzo, l’eremita fondatore di Conche di Nave, acquisterà un diverso valore ilricostruire il “secolo” che a sua esperienza ascetica attraversò, cercando il piùpossibile di contestualizzarla nelle realtà e nelle tensione che percorsero questoperiodo, vero e proprio “cuore” del Medioevo. Bisogna sottolineare fin d’ora che purnon avendo elementi storicamente certi della sua adesione ad alcuna parte religiosao sociale, l’elemento che appare plausibile è la sua adesione al proprio tempo, lanon astoricità dell’esperienza di Costanzo, concetto che verrà declinato nel presentecapitolo, ma anche nelle successive parti dedicate alle prime esperienze delcenobio navense. Le tensioni, che meglio descriveremo in seguito, testimoniano diuna realtà locale in piena lotta di potere, minata da tensioni pauperistiche eantigerarchiche, che sfoceranno a volte nel miglioramento di alcune storture delsistema politico-sociale, in altre nell’eresia vera e propria. E’ difficile’ infatti, nonleggere in controluce all’esperienza di Costanzo, il pressochè coevo percorso diArnaldo da Brescia, colto predicatore a Brescia, all’estero e infine a Roma, dove,intrecciandosi le sue istanze con quelle delle locali lotte comunali, ebbe la peggio evenne impiccato come eretico, il suo corpo bruciato e disperso nel Tevere.Limiti cronologici ed elementi essenziali.Come accennavamo sopra, gli elementi certi della vita di Costanzo sono scarsi.Presumibilmente un nobile bresciano (ma francese di Etampes secondo un’altra“leggenda”) che, “si diceva” fosse imparentato con la celebre contessa Matilde diCanossa che fu per anni anche Signora di Mantova. Conte o tantomeno vassallodotato di beni e circondato di onori, prestante e ardimentoso, ancora adolescenteaveva seguito la carriera militare. (FAPPANI pag. 22). Secondo un’altra fonte anticaaveva combattuto come soldato ai tempi dello “scisma” di Conone e si sarebbe poiconvertito e ritirato alla vita eremitica, presumibilmente non totalmente solitaria, maforse, come anche si usava all’epoca, con alcuni compagni o familiari. Le leggendesu S.Costanzo sono abbastanza fumose e contraddittorie e tendono a confondereelementi presi dalle storie di altri “santi guerrieri” dell’epoca, essenzialmente quelladi “S.Glisente, S.Obizio, S.Fermo e altri, tutti passati alla regola eremitica”
  2. 2. (FAPPANI pag. 34). In questo senso la scelta di fondare un piccolo cenobio e unachiesa proprio in Conche, non appare come una scelta anacoretica vera e propria,infatti “quello di Conche era un sentiero frequentatissimo che collegavano la Valledel Garza con Lumezzane e la media Valletrompia. Si sa come dovendo andare apiedi o con cavalcature modeste, la gente preferisse allora sentieri più diritti anchese impervi, evitando fondovalle acquitrinosi ed insicuri. Il lavoro manuale dava imezzi per il sostentamento mentre l’eremita diventa un personaggio circonfuso dimeraviglioso e di leggenda, a volte mago. L’eremita vive infatti in perfetta sintoniacon gli uomini del suo tempo e i loro bisogni. La vicinanza degli eremi ai luoghi ditransito e ai centri urbani sarebbe una conferma del parallelismo fra lo sviluppo dellavita eremitica e quello della vita sociale, economica, culturale” (FAPPANI pag. 37).L’esperienza certamente povera di Costanzo era in consonanza con le idee che sistavano progressivamente diffondendo nelle città di tutta l’Europa cristiana: “almodello della «vita apostolica primitiva» in comunità di beni, condizione assolutadella socialità di vita, si viene sostituendo l’ideale evangelico della povertà assoluta:«seguire poveri il Cristo povero» che sarà il modello degli ordini mendicanti”(FAPPANI pag. 39). Bisogna però sottolineare “la vicinanza degli eremi a centri benabitati, a luoghi di grande traffico e a larghe vallate. Dunque leremita sarebbe ilprodotto di una vita urbana e di una popolazione agiata e nello stesso tempolincarnazione di un bisogno di fuga da una civiltà che gli stava stretta, e di unbisogno di tranquillità tanto più desiderata quanto più veniva meno. Questo distaccodal mondo non implicava però forme di misantropia da parte di colui che si ritirava, ilquale spesso si rapportava con la gente circostante, principalmente per le esigenzeprimarie di sussistenza che lo inducevano allo scambio di prodotti da lui stessocoltivati. Leremita diventava così una figura molto familiare attorno alla quale furonocostruite nel tempo numerose leggende. Paradossalmente sarebbe lautosufficienzadei cenobi che farebbe pensare ad una separazione dal mondo, non certo leremita,che scegliendo questo tipo di distacco come regola di vita, non rifiuta, ma cerca lalotta con il diavolo, impersonato dalle varie tentazioni della vita.
  3. 3. Leremitismo dunque costituì una novità religiosa sotto numerosi aspetti: in primoluogo si presentava in contrasto con una situazione religiosa legata strettamentealle forme ecclesiastiche tradizionali, favorite nei secoli IX e X dalla politicacarolingia e ottoniana, connessa a sua volta alla «stabilitas» della Chiesa e incontrasto con quelle forme di vita indipendenti che da essa si svincolavano; insecondo luogo non implicava il rigore gerarchico e l«oboedientia» allabate, tipicidelle strutture religiose cenobitiche saldamente organizzate. La maggior parte deglistudiosi che tentarono di approfondire il discorso su questo fenomeno ritenneroopportuno però parlarne senza fare generalizzazioni, ma prendendo inconsiderazione i casi particolari nei quali si manifestò; ecco perché Jean Leclercritenne preferibile parlare, anziche di eremitismo di eremiti come rappresentanti distorie e di mondi individuali che non ci vietano peraltro dindividuare granditendenze o direttive comuni”. (STEFANONI pagg. 1 e2)Una data che appare abbastanza certa in questa esperienza è la consacrazionedella chiesa da parte del Vescovo di Brescia Arimanno, deposto nel 1116: la dataprecisa della costruzione della chiesa dovrebbe situarsi (secondo il Fappani) tra il1110 e il 1116.Gli estremi biografici più probabili per definire storicamente l’esperienza terrena diArnaldo appaiono essere il ventennio 1060-1080 per la data di nascita, il 1150 circaper la sua morte (si veda il testo di Fappani, in varie parti, per una discussione piùcomplessiva su queste date).Il secolo di Costanzo, tra Roma e Brescia.“Lanno Mille costituì forse il punto di partenza di una serie di rinnovamenti e di unasocietà che cominciava man mano a cambiare. Dopo le numerose scorrerie dipagani, che caratterizzarono letà precedente, alla fine del X secolo si registrò inEuropa un lento, ma progressivo, incremento demografico, dovuto ai miglioramentidelle coltivazioni, allabbondanza dei prodotti e ad unalimentazione più ricca. Icommerci dei prodotti sovrabbondanti si fecero sempre più frequenti, nonostante leabbondanti esazioni di imposte e dei dazi, dovuti al proliferare delle signorieterritoriali, così la pianura Padana divenne il punto centrale di raccordo tra lEuropa
  4. 4. e lOriente, mentre Venezia si avviava ad essere il porto più importante delMediterraneo. Si affermò inoltre una nuova classe sociale, costituita da mercanti eartigiani, che arricchendosi, cercavano di affiancarsi ai vecchi ceti nobiliari ormaiincapaci di operare qualsiasi tipo di promozione sociale.Laltra faccia della medaglia fu però linserimento della vita mondana nella Chiesa enella sua gerarchia; questo causò una decadenza morale non indifferente e ildiffondersi di un malcostume generale che colpì principalmente il clero, favorendo ilconcubinato e la simonìa (compra-vendita di cariche ecclesiastiche) o altre scelte divita ormai discordanti dalletica evangelica. Di conseguenza si verificò una fortereazione, dettata da un bisogno di riforma, che riconducesse la Chiesa alla povertàe alla vita delle prime comunità cristiane; i maggiori esponenti di tale rinnovamentoappartennero ai movimenti religiosi studiati nella loro dinamica e nel loro sviluppodal Grundmann, che nella sua opera non ha dimenticato l’importanza del mondofemminile, come forza attiva, in questo vasto rinnovamento religioso”. (STEFANONIpag. 15)In un’ottica più europea potremmo dire, con le parole di G. Tabacco, che “ilproblema di fondo delle strutture ecclesiastiche stava nella moltiplicazione stessadelle chiese, le quali ricoprivano in rete sempre più densa tutta l’area latino-germanica e riuscivano di controllo difficile di fronte agli appetiti che i beni e i redditiconnessi a ciascuna di esse suscitavano nei vari gradi della società, coinvolgendoanche coloro – re e vescovi – che avrebbero dovuto controllare l’intero ordinamento.(TABACCO – MERLO pag. 283). Tale situazione si esacerbò ulteriormente nellacosiddetta «lotta per le investiture»: “la simbiosi politico ecclesiastica che ilmovimento riformatore romano di Pier Damiani combatteva come offesa allalibertas ecclesiae, veniva dunque respinta nella forma tradizionale dellasupremazia regia e imperiale ma riaffermata di fatto nella graduale costruzione diuna supremazia papale non meno fluida e ambivalente. (…) Gregorio VII (1073-1085) sviluppò definitivamente questa ambivalenza politico sacerdotale del papatoe (…) tanto più grave fu la decisione papale di proibire espressamente ogniinvestitura regia, anche gratuita, dei vescovati: lo scopo era di impedire per semprescelte dettate da ragioni non religiose, ma gli effetti del divieto si prospettavanocome dirompenti per tutti i regni della cristianità, fondati sullo stretto connubio tra ilpotere regio e l’episcopato e su interferenze codificate e reciproche dell’un potere
  5. 5. nella sfera dell’altro. Ne conseguì la rottura tra Gregorio VII e Enrico IV. (…) Lacoerenza e l’audacia con cui Gregorio VII combattè l’intervento imperiale nelfunzionamento dell’episcopato (…) ebbe un’importanza decisiva nell’orientare ilcattolicesimo verso una soluzione monarchico-papale e nel costringere, perreazione polemica, le aristocrazie politiche di tradizione militare o cittadina ainterpretare la propria funzione civile in modo più autonomo rispetto all’organismoecclesiastico, continuando nei secoli a convivere con esso, ma in modo piùarticolato. (…) Ad una soluzione si giunse nel concordato stipulato nel 1122 aWorms (Franconia renana) (…) in cui fu stabilito che i vescovi e gli abati delleabbazie imperiali fossero eletti nel rispetto dei canoni – dunque secondo i principi dilibertà delle comunità monastiche, o per l’elezione vescovile del clero locale conaccessione puramente formale del popolo -, con la precisazione che nel regnoteutonico (…) l’elezione dovesse avvenire in presenza del re o dei suoirappresentanti i quali, nel caso di discordia tra gli elettori, potessero confortarel’opera del metropolita e dei vescovi della provincia ecclesiastica a cui la diocesiapparteneva, nell’orientare gli elettori verso un’elezione concorde. Il re doveva poiconcedere all’eletto (…) le “regalie” pertinenti alla sua chiesa (…) e il vescovo siimpegnava simbolicamente ad adempiere verso il re i doveri connessi con lefunzioni temporali. (…). Dopo alcune incertezze, nei decenni successivi alconcordato di Worms la concessione regia delle regalie a vescovi e abati finì peressere interpretata nell’impero, soprattutto nei regni di Germania e di Borgogna,come un’investitura feudale: un’investitura avente come corrispettivo l’omaggio e ilgiuramento di fedeltà, e avente come oggetto la potenza temporale del prelato. (…)Parallelamente il beneficio vassallatico per i miles manifestò assai presto latendenza a divenire ereditario e finì con l’essere considerato come una parte delpatrimonio del vassallo (…) Il processo di patrimonializzazione del beneficio – ofeudo – fu lento, e ancora al principio del secolo XI c’erano gravi contrasti,particolarmente in Lombardia tra seniores e milites. (…) (TABACCO – MERLOpagg. 294-299 passim)Ricostruire brevemente il clima storico del periodo di S.Costanzo, anche solo per ilterritorio bresciano, si presenta, purtroppo, come un’impresa titanica: la scarsità difonti documentarie, spesso irrimediabilmente perdute, permette solo qualchericostruzione spesso affidata a documenti posteriori e non sempre storicamentecerti. L’aspetto che sembra però emergere chiaramente anche a livello locale è la
  6. 6. forte conflittualità sociale e politica dell’epoca: le grandi e potenti istituzioniecclesiali: il papato stesso, l’impero e gerarchicamente tutti poteri da esso derivativengono a scontrarsi per questioni di supremazia e, un terzo elemento, fa sentire lasua presenza, la protoborghesia comunale, che comincia a chiedere, sempre più agran voce, concessioni e riconoscimenti da entrambi i suddetti storici “poteri forti”.Era la cosiddetta “rivolta dei valvassori” (1035), antefatto delle lotte che porterannoalla creazione dei liberi Comuni, circa un secolo dopo. “Questa rivolta, o forsemeglio rivoluzione, (…) apparve ai contemporanei come una sorprendente novità,anzi una sorprendente confusione (“inaudita confusio”), sotto la forma di un rifiuto diobbedienza generale e organizzato, di tutti i sottoposti, nobili minori e popolo, versoi loro superiori. Che non è dir poco”. (SDB pag. 569). Tale atto era percepitoall’epoca come un sovvertimento dell’ordine costituito, che secondo alcune letture,era di origine pressochè divina e pertanto, chi ad esso attentava, era vicino aposizioni ereticali.Queste posizioni così contrapposte erano frutto dello scontro tra vari poteri a cui erasoggetto il territorio del nord-Italia: dominio dell’imperatore tedesco sul Regnod’Italia, che era diretto in quanto sovranità, il suo potere indiretto tramite il signore(detto “dominio utile” e a Brescia esercitato dal Conte di nomina regia fin dai tempilongobardi), il potere spirituale ed economico del vescovo e infine, come giàaccennato, le crescenti spinte municipalistiche. Da tali sovrapposizioni nascerannonei secoli varie situazioni di crisi determinati dalla diversa e variabile nel tempoimportanza delle diverse componenti, soprattutto in chiave economica. Fin dalmedioevo più antico, infatti, “il binomio vescovo-città è uno degli aspetti più originalidel mondo politico italiano; tuttavia il vescovo, anche quando riceve dal sovranograndi concessioni di poteri, non è il capo della città, anche se la sua preminenza inqualità di protettore della stessa gli viene riconosciuta dal sovrano e dal popolo. Ilpotere centrale, anzi, si avvarrà del vescovo per contenere la potenza dei signorilaici, ma al potere vescovile opporrà spesso quello dei grandi monasteri di dirittoimperiale e l’interferenza nelle elezioni dei vescovi. In un certo senso dunque è ilvescovo a rappresentare la città e non il conte, anche se il potere di quest’ultimoteoricamente si estende a tutto il territorio comprendendo anche la città.E l’organismo cittadino continuava a godere di particolari diritti e privilegi; lacaratteristica della città infatti era di essere pubblica, demaniale, direttamente
  7. 7. soggetta alla corte regia, cioè sottratta all’autorità comitale; di avere all’interno delcontado un territorio autonomo, proprio, individuato dalla cerchia delle mura e in unaprecisa zona all’intorno, il “pomario”, cioè il suburbio (…). Le funzioni dellagiurisdizione pubblica cadono a poco a poco nelle mani del vescovo, a danno deiconti, i legittimi titolari di esse. (ARNALDO pag. 88)Ad ogni modo, secondo il Valentini, “Brescia fin dall’undecimo secolo si reggeva arepubblica”. (VALENTINI pag. 17) Forse fu proprio una ripercussione di questerivendicazioni autonomistiche e della loro crescente valenza, che spinse il vescovodi Brescia Olderico nel 1038 a concedere a 160 vicini (della zona suburbana diBrescia), liberi homines Brixiam habitantes ma nell’interesse di tutti i bresciani e deiloro eredi, l’uso indisturbato dei monti Degno e Castenedolo per il pascolo, il tagliodella legna ed altri bisogni dei cittadini (vd. SDB pag. 569 e 1032). La naturagiuridica dello status di vicini è di origine teutonica: secondo la tradizionegermanica, infatti, la comunità dei vicini appare come una associazione necessariaper l’uso dei “vicinalia” cioè delle terre pubbliche comuni” (ARNALDO pag. 100 e101)Questa scelta spinse il vescovo a stringere i rapporti con l’imperatore per risolverela contesa con i liberi homines, per evitare di perdere il suo potere contrattuale. Perinciso questa giurisdizione vescovile sarà sancita anche dal potere imperiale:nell’Archivio Storico Comunale di Brescia si conserva in copia “un diploma diCorrado II datato 15 luglio 1037, con il quale viene concesso al vescovo Olderico ildistrictus, cioè la giurisdizione distrettuale sulla città di Brescia ed il suo territoriocircostante per la profondità di cinque miglia: “monasteria, abbatias, curtes, plebesvel scriptiones et precepta, nominatim montem de Castenedulo et montem Dignumcum suo circuito in integrum, portas civitatis, tam intus quam foris in circuitu perquinque millialorum spatia, ambas insuper ripas fluminem Olei videlicet et Melle, abeis sciliet locis ex quibus ipsa surgunt usque dum eadem fluvium intrant”. Con taleatto, anche se gravato da alcuni dubbi di autenticità (vd. ARNALDO pagg. 93 e 94per la discussione puntuale di questo aspetto), si diede inizio ad una vicenda storicain cui le esigenze del Vescovo si mescolano e sovrappongono a quelle dellamunicipalità, in contrapposizione, ovviamente, al potere imperiale.
  8. 8. Organizzazione della città e del territorio.Sicuramente, come si evince dagli Statuti di Brescia, fin dal 1233 la città era divisain quattro quartieri: S.Giovanni, S.Faustino, S.Stefano, Castello sul Cidneo eS.Alessandro. A questi quattro quartieri interni (che saranno in seguito detti“Quadre”) corrispondevano le quadre esterne descritte già nello Statuto del XIIIsecolo.E’ possibile che questa organizzazione fosse ancora precedente, anche se non conuna divisione identica a quella sopra descritta; infatti nello statuto del 1293, nelcapitolo titolato De Usanciis, cioè sulle norme legali consuetudinarie, si dice chesono a longo tempore promulgate, cioè di antica data. Una cerchia di terrenocircondava all’epoca la città di Brescia e da essa direttamente dipendeva: questiterreni erano definiti “Chiusure” e erano controllati da custodi ad hoc, cosa cheaccedeva, peraltro, anche per il Monte Maddalena. Ovviamente questa particolarecondizione era funzionale alla sicurezza e all’economia della città: i nobili chegovernavano la città avevano grossi possedimenti anche nelle Chiusure e in questomodo la città si garantiva la tranquillità, anche ricorrendo ad esenzioni fiscali edonazioni straordinarie. Il Comune controllava inoltre direttamente acque, ponti,strade e acquedotti delle Chiusure e le fosse intorno alla cerchia muraria del centro.(VALENTINI pagg. 51 e 76) In questa suddivisione, due “quadre” si avvicinavano alterritorio di Nave, la quarta quadra delle Chiusure di S.Faustino che “da est andavadalla strada di S.Donino fino al Garza e fino in Campagnola” (toponimo moltodiffuso, ma che potrebbe qui coincidere con Campagnola di Concesio), e la “quartaquadra delle Chiusure di S.Stefano” che andava “a S.Maria Maddalena verso ilmonte fino al Garza e fino a Lambarago e fino al Monte Denno”, che quindi arriva aNave dal territorio dell’attuale Mompiano. La quadra a cui apparteneva invece ilMonastero e il territorio di Conche era autonoma dalla città e aveva come comune“capofila” proprio Nave; si estendeva da Caino a Concesio e di fatto erasovrapponibile all’antica giurisdizione territoriale della Pieve della Mitria, da cui sisarebbe staccata in tempi più recenti la Pieve di Concesio; in questo territorio eracompreso però anche il Comune di Lumezzane. Forse non è una casualità il fattoche molti eremi siano sorti nella cerchia di cime che fanno da spartiacque tra icomuni più importanti della Quadra: Concesio, Nave e Lumezzane (sugli eremi dellazona limitrofa a Conche si veda oltre, in questo volume il cap. ……).
  9. 9. “La città (di Brescia), è risaputo, ebbe ab antiquo il suo territorio, il territoriumcivitatis, che fu indicato con il nome di suburbio per la sua posizione sub urbe. Ilsuburbio costituì un organismo in se stesso finito, separato dal contado ecomprendente le sue terre e i suoi beni comuni. Beni comuni che spettavano allacittà per un diritto di natura pubblica, perché la concessione è una limitazione chel’autorità regia stabilisce ed impone all’esercizio normale e giuridico del propriopotere, che non può esplicarsi che nel campo del diritto pubblico. (…) La messa acoltura di una quantità di terre sempre maggiori dovuta all’aumento demografico,particolarmente sensibile nell’ambiente urbano costrinse a lavorare le terre comunie talvolta anche quelle pubbliche, superando i confini della città e del suburbio.Anche le sempre più numerose donazioni alla chiesa cittadina e ai monasteri dioratori e cappelle, e quindi di terre per il loro sostentamento, furono i fattori cheestesero l’autorità della cattedrale, e quindi del vescovo su nuove terre, sulle qualinon mancò l’imposizione di una decima, che, per la situazione dei territori ai quali siapplicava, fu detta decima novalium”. (ARNALDO pagg. 94 e 95) Mhp eccetera QUI!!!!!In questo modo “veniva formandosi in Brescia quella volontà di autogoverno che èpremessa indispensabile della formazione degli istituti comunali” (SDB pag. 572) e,contemporaneamente, dalla metà del Mille si assistette alla nascita di esigenze dirinnovamento religioso, che pur essendo a volte abbastanza eterogenee vennerogeneralmente raccolte sotto il nome di Pataria; il cui epicentro era MiIano e questonon poteva essere un aspetto indifferente per le città lombarde, Brescia compresa.Intanto l’ingerenza imperiale, che in genere si manifestava nella scelta dipersonaggi di formazione culturale o lingua germanica per i ruoli di maggiorprestigio sociale e politico, aveva fatto eleggere ad abate di Leno, Richerio “sicurosostegno per la politica imperiale in Lombardia”. (…) Lo stesso che chiese poiall’imperatore Enrico III conferma e protezione per i beni che aveva donati al
  10. 10. monastero del Monte Ursino (1053). Durante il regno di Enrico III (…), i monasteribresciani godettero i favori del sovrano. I monasteri di Leno e di Monte Ursino, e ilcenobio femminile di S.Giulia ottennero privilegi e conferme da Enrico III, il qualenella sua azione politica era portato ad appoggiarsi soprattutto ai monasteri, che eglitendeva a rendere liberi – sotto l’alto patronato regio – da ogni soggezione versosignori laici o anche (talvolta) ecclesiastici. Morto nel 1054 il vescovo Oderico I (…)l’ingerenza imperiale ebbe modo di affermarsi ancora nettamente nella chiesabresciana. Con il vescovo Adelmanno (1055- 1061) le forze riformatrici bresciane silegarono sempre più alla Sede Apostolica, determinando la violenta reazione degliambienti conservatori. L’applicazione dei decreti sinodali contro i chierici simoniaci econcubinari (…) destò la reazione violenta di coloro che erano stati colpiti e (…) inun tumulto il vescovo fu percosso e gravemente ferito. (…) L’episodio, irritandol’opinione pubblica diede incremento al movimento patarinico non solo a Brescia,ma ancor più a Cremona, a Piacenza, a Milano e in altre città, spingendo i fedeliall’astenersi dal partecipare alle funzioni celebrate da chierici concubinari”. (SDBpag. 1032 ). Verso la fine del 1086 e l’inizio dell’anno seguente Enrico IV feceeleggere alla cattedra episcopale di Brescia un nuovo vescovo di sua fiducia,Oberto soprannominato Baltrico, forse ancora un germanico. Ma questa volta glielementi riformatori locali (chierici e laici, soprattutto dei ceti popolari) sostenuti dallacontessa Matilde che da Mantova dirigeva le fila del partito “gregoriano”, riuscironoa eleggere un altro vescovo, fedele a Roma, Arimanno, originario della diocesibresciana (probabilmente di Gavardo, come dice il cronista Landolfo Iuniore (…)che era stato eletto soltanto dal clero e dal popolo, senza intervento imperiale (SDBpag. 1039 e FRUGONI pag. 5). Le molte iniziative che, in questi anni, simanifestano e si attuano nella diocesi bresciana con un vivace spirito dirinnovamento religioso avevano – in genere – carattere e origine monastici,specialmente cluniacensi. Nel periodo più infuocato della lotta tra papato e impero(verso la fine del 1100) a Brescia sulla parte riformatrice o patarinica, che si vedevarappresentata nella figura del pontefice Gregorio VII, prevalse quella scismaticalegata all’imperatore, come del resto successe anche a Milano. Il vescovo“imperiale”, “Oberto Baldrico usurpò per un decennio la sede di Brescia a unvescovo Arimanno, eletto canonicamente, cioè senza ingerenza imperiale a clero epopulo tantum, sebbene col conforto della contessa Matilde, alunna del papaAlessandro II, uno dei più attivi promotori della pataria milanese (…). L’elezione da
  11. 11. parte del popolo sarebbe in direzione di una forte opposizione antimperiale cheagiva, anche se con fatica” (SDB 578 e 580). Durante il vescovato di ObertoBaldrico, il vescovo legittimo, Arimanno, fuori Brescia, non rimase inoperoso, macollaborò con la diplomazia papale in importanti missioni a Milano e in altri luoghi.Quando poi fu riammesso alla sede vescovile, si dedicò alla riforma delle istituzionireligiose bresciane e al restauro del Duomo vecchio, la sede vescovile”. Oltre allaconsacrazione della chiesa in Conche di Nave favorì la nascita del monastero diS.Pietro in Oliveto (1095-1096) e quello di S.Giovanni de Fora (verso l’attuale ViaMilano, 1096-1100 circa). “Sostenuto dalla contessa Matilde, egli aveva un po’ereditato la funzione di Anselmo II da Baggio come guida del partito «romano»nell’Italia settentrionale, e come lui aveva ricevuto il titolo di vicario pontificio per laLombardia”. (…) La situazione di contrasto fra Oberto e Arimanno non era tuttaviaancora risolta: “sebbene si fosse stabilito nel palazzo vescovile, Arimanno non erariuscito ancora a spuntarla non solo nei riguardi del suo antagonista, maprobabilmente (…) anche nei confronti del clero della cattedrale; e faceva oraaffidamento appunto sui canonici regolari di San Pietro in Oliveto per trionfare nellalotta contro i simoniaci e gli scismatici”.“Rispetto della giurisdizione pontificia, sostegno della riforma canonicale in sensostretto con l’esercizio della povertà individuale da parte dei canonici, favore per losviluppo del nuovo monachesimo riformato e per le esperienze anacoretiche e lefondazioni di origine eremitica: sembrano queste le direttive della politicariformatrice di Arimanno … e rivelano un ideale religioso centrato particolarmentesulla vita claustrale intesa soprattutto come realizzazione del consiglio evangelicodella povertà. (…) E del pontefice Arimanno condivideva anche la politica tendentea trovare ogni possibilità di conciliazione tra le forze e le esigenze dei riformatori equelle dei tradizionalisti e filoimperiali nelle diocesi dell’Italia centrosettentrionale.Arimanno fu deposto nel 1116 (…) per una reazione di carattere municipalistico (daparte dei milanesi …) e probabilmente anche di carattere antiromano. Ma erasoprattutto una opposizione contro la politica del papa, la quale appariva – al tempostesso – estremista sul piano spirituale e compromissoria su quello tattico eistituzionale; opposizione diffusa nel sinodo lateranense del 6 marzo, sotto l’incubodella discesa di Enrico V in Italia, per imporre a Pasquale II non solo la condannadel privilegium redatto cinque anni avanti in riconoscimento dei diritti sovrani diinvestitura, ma anche la scomunica dell’imperatore. Come Grosolano, Arimanno era
  12. 12. vittima di un ben vasto movimento di opinione e schieramento di forze nell’ambitodella Chiesa. Forse, piuttosto che una condanna vera e propria il suo dovetteessere un ritiro forzato, determinato da varie pressioni dopo tanti e così travagliatianni di episcopato”. (SDB pag. 1046)Nel frattempo però il potere imperiale si impegnava a contrastare con fierezza ilrinato predominio vescovile: “Brescia dove esisteva una specie di condominio tra ilvescovo- signore e i liberi homines – vassalli, dovette passare momenti assai criticinel 1111 quando, (…) parve che stessero per finire nel nulla tutte le infeudazionifatte a favore dei vescovi da parte di Carlo Magno in poi, e con esse tutte lesubinfeudazioni fatte dai vescovi a favore di terzi; e anche dopo la morte dellacontessa Matilde (…) molti signori e alcuni comuni sbocciati all’ombra dell’autoritàdei vescovi” rimasero allo sbaraglio, “rimasti senza signore certo (…)” (SDB pag.584) .“Le forze riformatrici dovevano ormai arroccarsi nei monasteri (…), mentre dopo lamorte di Adelmanno, sulla cattedra episcopale si succedevano per circa untrentennio vescovi imperiali e scismatici (…) con alterne fasi di questa lotta trapresuli filo imperiali o filo vescovili (…). Un’importante bolla papale (di Gregorio VII edatata 1078) per Leno riconosce (…) vari diritti senza fare alcuna menzionedell’autorità regia o di quella vescovile, e quindi senza riconoscerne i superiori dirittinei campi rispettivi (…): questo provvedimento si inquadrava molto bene nellapolitica seguita dal pontefice in quegli anni di massima tensione nei riguardi delsovrano e dell’episcopato lombardo, politica che faceva leva soprattutto sui centrimonastici e che tendeva a sviluppare e ad estendere le strutture politico-amministrative ed ecclesiastiche basate sull’immunità e sull’esenzione” (SDB pagg.1035-1038). A questa regola non sfuggirà nemmeno il monastero di Conche: perdecisione del suo fondatore, esso sarà posto direttamente sotto la tutela papale e anulla varranno i tentativi dei vescovi di Brescia (soprattutto nei primi periodi dellasua esistenza) per poterne ottenere il controllo e i frutti economici. In questo modo ilmonastero fondato da S.Costanzo veniva equiparato ai più importanti monasteribresciani di formazione più o meno recente: S.Giulia, l’Abbazia di Leno e altri.Questo clima, sebbene, come si è potuto capire dai rapidi cenni, particolarmenteturbolento, si era mantenuto su un livello di lotta abbastanza controllata, ma “dopo
  13. 13. la salda e lunga alleanza fra i cittadini e il clero delle città di Brescia e Milano nellaguerra decennale contro Como, la discesa di Corrado di Svevia in Italia determinò –a quanto pare – una grave frattura tra la chiesa bresciana e quella milanese.Nell’estate 1132, il pontefice Innocenzo III, tornato dalla Francia,si fermò per circadue mesi a Brescia (dal 26 luglio 1132 al primo settembre), dopo aver visitato altreimportanti città piemontesi e lombarde (…) al fine di ottenere il riconoscimento diuna regione che gli rimaneva ostile, soprattutto per l’ostinata opposizione di Milano.Il Vescovo di Brescia, Villano, con ogni probabilità esponente degli ambienti cittadini– laici ed ecclesiastici – nei quali era più vivo lo spirito municipalistico fu deposto acausa della sua adesione allo scisma dell’obbedienza all’antipapa Anacleto. Inoccasione di questa sua sosta in città, Innocenzo III fu prodigo di privilegi per imonasteri bresciana di Santa Eufemia, San Faustino e Santa Giulia e per i cenobi diLeno e di Monte Ursino: le bolle (…) mantenevano inalterati i rapporti giuridici fra ilvescovo e le fondazioni monastiche della sua diocesi”. (SDB pag. 1044) In questomodo Innocenzo portò al potere il partito filo-imperiale sostenuto dal nuovo vescovoManfredi. In questi anni il conflitto tra il Vescovo e i monasteri raggiunse livelli moltoaccessi, in particolare con quello di Leno: “lotta nella quale il vescovo Villano e ilComune furono alleati nel perseguire quella politica di espansione nel contado incontrapposizione con l’invadenza dei monasteri stessi, che negavano al vescovo lagiurisdizione spirituale con gli annessi vantaggi economici sulle chiese minori esulle pievi, mentre al Comune contrastavano il godimento dei diritti signorili sucastelli, corti e terre del contado”. (ARNALDO pag. 82)La burrasca arnaldiana a Brescia e oltre.Nel secolo XII, “in un tempo i cui si mutavano le strutture della società e la Chiesapareva sempre più irrigidita nelle sue istituzioni così simili a quelle che i nuovi ceticombattevano, il Vangelo apparve a molti la nuova e vera Chiesa, ed essi se nesentirono spontaneamente sacerdoti: o desiderosi di affiancare in quel loro fervorereligioso la Chiesa tradizionale, nella certezza di esserne la milizia apostolica (…) osospinti verso l’eresia” (FRUGONI pag. 161)“La predicazione di Arnaldo e la sua attività agitatoria contro il vescovo brescianoManfredi e l’alto clero a lui legato dovettero svolgersi in questi anni che neseguirono l’insediamento (secondo quarto del secolo XII). Nel Concilio ecumenico
  14. 14. lateranense del 1139, il vescovo Manfredi e “viri religiosi” bresciani accusaronoArnaldo, il quale fu deposto dalla carica abbaziale ed ebbe ordine di sospendere lapredicazione e di lasciare l’Italia. Gli anni che seguirono furono agitati in Brescia dalotte e da violenze; (…) la città fu probabilmente uno dei centri del movimentoarnaldista che fu anche detto dei “poveri lombardi”, e certo era covo di eretici catari.(…) L’intensa attività del pontefice a favore di chiese e monasteri, e della stessacattedrale, era la sanzione altissima di una vasta opera di restaurazione e diespansione delle istituzioni ecclesiastiche, che il vescovo Manfredi condussesempre con grande zelo. (…) Indubbiamente la Chiesa bresciana attraversava unperiodo di ricostruzione e di riordinamento, con le inevitabili conseguenze diirrigidimenti gerarchici e di aumento del fiscalismo: motivi che dovettero essere escaalla rivolta arnaldista e forse a questi furono anche un po’ la reazione”. (SDB pag1049)Arnaldo (inizio sec. XII – 1155) era un monaco e la sua predicazione locale avevaspinto alcuni gruppi a ribellarsi al clero, in particolare ove esso era di costumi nonintegerrimi; accusato di essere un sedizioso, come accennato sopra, nella sua cittàdi Brescia, ripara a Parigi, presso il suo maestro, il celebre Abelardo. In seguito,quando Abelardo si rifugiò a Cluny, Arnaldo rimane a Parigi, dove raccoglie unacerchia di scolari. Ma considerato scismatico, si ottiene dal re “cattolicissimo” diespellerlo dalla Francia, nella segreta speranza di ridurlo al silenzio in un qualsiasimonastero. Dopo questa parentesi francese lo troviamo in Svizzera, a Zurigo. SanBernardo, il principale accusatore di Arnaldo, “non lo presenta come il tipo deltribuno popolare, tutto istinto e passione, trascinatore di folle, fanatizzante”, cioè lasua immagine bresciana era ben diversa da quella della sua ultima esperienzaromana, ma inizialmente “l’aspetto di Arnaldo è quello innanzitutto di uno che chiedemoltissimo a se stesso. Uomo districte vite; animato quindi da un ideale ascetico, dilotta contro ogni tentazione mondana per purificare nell’austerità rigorosa, nellamortificazione della carne, se stesso e, degnamente, gli altri”. (FRUGONI pag. 24)La sua dottrina lo avvicina certamente alle idee patariniche, che all’epoca eranomolto diffuse in Lombardia e in particolare a Milano (condanna dei ministri dellachiesa corrotti, negazione del potere carismatico dei sacerdoti indegni, rifiuto deisacramenti, confessione reciproca tra fedeli), ma la sua posizione volta al ritorno diuna pratica apostolica lo spingono verso una nuova Chiesa, “Chiesa dei figli diCristo che, pervasi da un soffio di sacerdotalità nuova, austeramente ricercano la
  15. 15. perfezione e si spronano”. (FRUGONI pagg. 80 e 81) Da un punto di vista più laicoperò, non si può non sottolineare che Arnaldo si era formato in una cultura legata “auna tipica civiltà comunale, nella quale civiltà proprio la struttura feudaleecclesiastica fu avversata dalle forze nuove cittadine”. (FRUGONI pag. 118). E’proprio in questo clima, caratterizzato dalla tensione verso una religione più pura espirituale da un punto di vista dottrinale, ma altresì sganciata dai vari interessi di tipoeconomico, che le idee riformatrici di Arnaldo e dei patarini si legano in manierastretta alle esigenze della nascente classe comunale e genereranno, come abbiamodescritto nella parte iniziale di questo capitolo, conflittualità a vari livelli, con picchianche molto accesi. In un accenno del pregevole libro di Arsenio Frugoni (pag. 118)si sottolinea come gli storici abbiano nel passato avvicinato alcuni caratteridell’esperienza di Arnaldo a quella degli Umiliati. Non sfuggirà ai lettori più attenti,come si evidenzierà nei prossimi capitoli, che lo stesso Ordine avrà una partesignificativa nel periodo iniziale della vita del monastero di Conche e altrove saràanche molto vicino anche all’esperienza, poi condannata come eretica, dei “poveriLombardi”. E’ proprio nello stretto guado tra tensioni ereticali ed esigenze di riformaortodossa della chiesa, che le esperienze di nuovi ordini, anche laicali come gliUmiliati, e le vite povere e devote di Costanzo e di Arnaldo lette in controluce l’unarispetto all’altra, possono rivelare il vero spirito di un’epoca stretta tra esigenzeinnovatrici e necessità di ordine e di controllo, sociale e religioso.Nel 1148, nel pieno della burrasca arnaldiana e quando ormai la vita di Costanzovolgeva al termine, il papa Eugenio III fu presente al Concilio di Cremona, e si fermòa Brescia dal luglio al settembre. Da qui partì la lettera ammonitrice nei confrontidella rivoluzionaria predicazione di Arnaldo per il clero romano, ma con ladeposizione del vescovo di Brescia Villano, lo stretto rapporto tra il Vescovo eComune di Brescia doveva essersi rotto: ora il nuovo vescovo Manfredi sipresentava decisamente ligio alla Chiesa Romana, nella persona di un ponteficeche non si mostrava niente affatto disposto a fare concessioni all’orgogliomunicipale delle sedi vescovili. A Milano fu raggiunto un accordo tra la superstite aladel movimento patarinico e i ceti dirigenti del primo Comune. Anche a Brescia,forse, avvenne un simile connubio, in quanto gli elementi patarinici, delusi dal finaleinsuccesso del loro esponente Arimanno, dovettero accordarsi con il ceto dirigentecomunale, irritato inoltre dalla deposizione di Villano e dalla nuova politicafiloromana di Manfredi (…)”. (SDB pagg. 1049 e 1050) Sono questi i tratti che
  16. 16. condanneranno a livello locale e nazionale la dottrina di Arnaldo all’oblio e la suapersona alla morte. “Un’esperienza religiosa dunque questa di Arnaldo e deiLombardi, fioriti, dal movimento evangelico, in una regione da tempo vibrante dimotivi antiecclesiastici e che aveva conosciuto realtà di riforme e vittorie dopo veralotta, una volontà religiosa che poteva sollecitare ceti che, contro le istituzioni feudaliecclesiastiche, si impegnavano per loro istanze sociali e politiche. Onde la violenzadella negazione della Chiesa mondana, fissata dallo stesso ricordo del martirio delmaestro. Poi l’Arnaldismo scomparirà adagio adagio, come setta operante. Rimarràil nome, quasi per inerzia, nei documenti imperiali e pontifici di proscrizione dellaeresia e in qualche trattato contro gli eretici”. (FRUGONI pag.168) Varievicissitudini, a tratti anche alterne accompagneranno anche la storia dell’eremo diConche che tuttora però si rivela, con un po’ di fatica fisica o mentale, a chi ancoradesidera ritrovare lo spirito di tempi così lontani e insieme così vicini alla nostracomplessa epoca moderna.BIBLIOGRAFIA utilizzata:Storia di Brescia, Treccani degli Alfieri, Banca S.Paolo di BS, 1961 (SDB)A. Fappani, Conche e il suo santo, Nave, 1987 (FAPPANI)A.Frugoni, Arnaldo da Brescia nelle fonti del secolo XII, Einaudi, Torino,1989(FRUGONI)G. Tabacco - G.G.Merlo, La civiltà europea nella storia mondiale, Medioevo, IlMulino, Bologna, 1981 (TABACCO-MERLO)AA.VV., Arnaldo da Brescia e il suo tempo, Grafo, Brescia, 1991 (ARNALDO)G.Valentini, Gli statuti di Brescia, Fratelli Visentini, Venezia, 1898(VALENTINI)E. Stefanoni, TESI DI LAUREA…….. (STEFANONI)BIBLIOGRAFIA consultata, ma non utilizzata:G. Vezzoli, Serle e la sua gente, Vannini, Brescia, 1979
  17. 17. AA.VV., Economia e società rurale – Incontri di storia bresciana 3, Grafo, BS 1995P.Guerrini, Il Monastero di S.Faustino Maggiore, in Memorie storiche II, BresciaE. Barbieri-E. Cau (a cura di), Le carte del monastero di San Pietro in monte diSerle, Fondaz. Civiltà Bresciana, BS, 2000 e relativo sito internet

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