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Israele Democrazia?

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Analisi delle differenze civili degli abitanti israeliani di religione musulmana

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Israele Democrazia?

  1. 1. CULTURE E CONFLITTI NELL'AREA MEDITERRANEA La discriminazione degli arabi in Israele Indice: Prefazione……………………………………………………………………………………………………………………………………………………............2 1.1 Analisi delle differenze……………………………………………………………………………………………….3 1.2 Gli arabi in Israele……………………………………………………………………………………………………………………………………………….6 1.3 Cenni storici: Nascita e costruzione della minoranza: 1948-1966……………………………………………………………………….7 1.4 Mobilità sociale” e “cambiamento sociale”: le reazioni dei palestinesi………………………………………………………………8 1.5 I palestinesi in Israele e l’accordo di Oslo: 1988-1998…………………………………………………………………………………………9 1.6 Politica attuale………………………………………………………………………………………………………………………………………………….10 1.7 Intervista……………………………………………………………………………………………………………………………………………………….…11 Conclusioni…………………………………………………………………………………………………………………………………………………………….12 Bibliografia…………………………………………………………………………………………………………………………………………………………….13 Relazione di Francesco Sardu. Pagina 1
  2. 2. Prefazione Israele è riconosciuta da varie ONGi1 come l'unica democrazia del Vicino Oriente e come lo Stato più avanzato in termini di diritti civili e politici, di libertà d'espressione e di economia di mercato. Nonostante Israele abbia elezioni politiche, un sistema parlamentare e un sistema giuridico in cui i diritti politici sono protetti, non è costituita su base territoriale come la maggior parte delle democrazie "occidentali", ma, piuttosto, sulla base razziale/religiosa; inoltre Israele non possiede alcuna costituzione nazionale. Secondo la definizione talmudica2, Israele «appartiene» a quelle persone che le autorità definiscono appunto «israeliane», indipendentemente da dove vivono. Di conseguenza ai suoi cittadini non ebrei, la condizione è considerata inferiore. Sin dall’inizio del secolo, i leader del movimento sionista hanno negato che gli arabi della Palestina costituissero un gruppo nazionale che abbia diritti in essa. In quel clima culturale, l’imperialismo era la teoria e il colonialismo era la pratica che trasformava i territori considerati inutili e disabitati in nuove versioni della società metropolitana europea. “Il sionismo si unì in pratica con quegli aspetti della cultura occidentale che rendevano normale per gli europei considerare inferiori, marginali o irrilevanti le popolazioni locali. Le energie di fondo del sionismo si basavano sulla negazione di una presenza, sull’assenza funzionale di un popolo indigeno in Palestina” 3. Le nuove istituzioni vennero create escludendone deliberatamente i nativi, dopo la nascita dello Stato d’Israele, le sue leggi furono progettate in modo che i palestinesi restassero sempre nel loro “non-luogo”, gli ebrei al loro posto e così via. Con la creazione dello stato di Israele, definito stato degli ebrei, la politica di rifiuto di vedere gli arabi come gruppo nazionale divenne istituzionalizzata, considerandoli come delle minoranze religiose. Lo Stato ha concesso le libertà di pratiche religiose e alla lingua araba lo status di lingua ufficiale, sebbene l’ebraico sia la lingua dello Stato, però ha negato loro ogni rapporto con la storia, la tradizione, la cultura e l’identità palestinese. 1 Organizzazioni non governative. 2 Insegnamento, studio, discussione dalla radice ebraica. 3 (Rouhana & Bar-Tal2, 1998; Kimmerling & Migdal, 1993; E. W. Said, 1992). Relazione di Francesco Sardu. Pagina 2
  3. 3. “Il non riconoscimento o misconoscimento può danneggiare, può essere una forma di oppressione che imprigiona una persona in un modo di vivere fittizio. La creazione dello Stato d’Israele, ha fatto sì che la società palestinese in Israele si sviluppasse in modo anomalo. I palestinesi in Israele, comunque, non sono stati passivi agli eventi che li hanno coinvolti, ma hanno reagito ed interagito con essi” 4. Il 31 luglio 1985, quando una piccola minoranza di ebrei cittadini d'Israele contestò questo concetto, il Knesset, approvò a stragrande maggioranza una legge costituzionale che stabilì un veto di eleggibilità ai partiti che si opponessero al principio dello «stato israeliano», o cercassero di modificarlo per via democratica. Paradossalmente, questo vuol dire che se i membri di una tribù peruviana si convertissero al giudaismo (Alcuni anni fa scoppiò il caso dei peruviani convertiti al giudaismo), sarebbero definiti e considerati come ebrei, ottenendo pertanto immediatamente diritto alla cittadinanza israeliana e a sistemarsi in circa il 70% delle terre occupate del West Bank, e nel 92% dell'area vera e propria d'Israele, destinate all'uso dei cittadini ebrei. A tutti i non ebrei, e quindi non soltanto ai palestinesi, è proibito usufruire di queste terre. Secondo la legge dello Stato d'Israele è da considerarsi «ebreo» chi ha avuto una madre, una nonna, una bisnonna e una trisavola ebrea, di religione ebraica, oppure perché si è convertito al giudaismo da un'altra religione, secondo i criteri riconosciuti e accettati come legittimi dalle autorità d'Israele. Chi si sia convertito dal giudaismo a un'altra religione non è più considerato «ebreo». Una democrazia liberale esiste laddove a tutti i cittadini all'interno del suo territorio siano riconosciuti uguali diritti per garanzia costituzionale. In questo modo Israele, uno stato che distingue in gruppi i suoi abitanti mette in atto barriere strutturali e discriminazioni contro le sue minoranze. 1.1 Analisi delle differenze Per i primi 20 anni dalla sua esistenza, i palestinesi non avevano la cittadinanza in Israele ma erano governati militarmente in "stato di emergenza". I "cittadini" palestinesi di Israele costituiscono oltre il 20% della popolazione e ancora oggi gli vengono preclusi gli stessi diritti di cittadinanza della popolazione ebraica. Per quanto riguarda la partecipazione politica, le leggi israeliane discriminano palesemente gli israeliani non ebrei con restrizioni alle condizioni di cittadinanza. Un esempio è la "Basic Law, the Knesset, section 7" approvata dalla Knesset5 il 15 maggio 2002. Questa legge autorizza il comitato centrale delle elezioni a vietare a individui e a partiti politici di candidarsi per la Knesset nel caso che: a) respingano l'identità di Israele come "stato ebraico e democratico" b) sostengano la lotta armata di uno stato nemico di Israele o di un'organizzazione terroristica. La Legge poi richiede ai candidati di fare una dichiarazione formale coerente con queste clausole. Devono dichiarare "Giuro lealtà allo stato di Israele e di astenermi da azioni contrarie ai principi della sezione 7ª della Basic Law”. 4 Edward W. Said (1992), The Question of Palestine. 5 Parlamento israeliano Relazione di Francesco Sardu. Pagina 3
  4. 4. Un altro esempio è la Legge sui matrimoni. Questa legge stabilisce che non saranno riconosciuti dallo stato di Israele i matrimoni fra palestinesi israeliani e palestinesi che vivono nei territori occupati. Simili restrizioni al matrimonio non si applicano agli ebrei israeliani. Nello specifico, il 14 Maggio 2006, la Corte Suprema ha deciso di non annullare la Legge sulla nazionalità e sulle modalità d'entrata in Israele del 2003 (decreto temporaneo). Hanno sostenuto la decisione sei giudici, guidati dal giudice Mishael Heshin, mentre cinque si sono opposti, guidati dal giudice Aharon Barak. I cinque oppositori della legge avevano sottolineato la necessità di un annullamento della stessa, in quanto palesemente in violazione del diritto all'eguaglianza e del diritto a condurre una vita familiare in Israele. Lo Knesset aveva emanato la legge nel 2003, adottando la risoluzione del governo 1813, che vietava l'acquisizione di qualsiasi status in Israele per i coniugi della Cisgiordania e della Striscia di Gaza, vietandone inoltre la richiesta di cittadinanza. La nuova legge si riferisce esplicitamente all'identità etnica dell'individuo, danneggiando i diritti garantiti di alcuni cittadini su basi etniche o nazionali. Questa legge presuppone una chiara violazione dei diritti dei cittadini arabi palestinesi di Israele. Vieta il ricongiungimento familiare per gli Israeliani, in particolare palestinesi-israeliani, che sposano palestinesi della Cisgiordania e della Striscia di Gaza. Per questo, la legge, in totale armonia con la politica ufficiale di Stato, obbliga la separazione delle famiglie arabe palestinesi. Dall'introduzione della legge nel 2003, migliaia di famiglie sono state forzate ad abitare illegalmente in Israele o a separarsi l'una dall'altra. Coloro che sostengono la legge usano la sicurezza come argomento di legittimazione. Evidenziano che proibendo ai cittadini della Cisgiordania e della Striscia di Gaza l'acquisizione di uno status legale con il ricongiungimento familiare, si aiuta a prevenire la partecipazione in attività che possano nuocere la sicurezza di Israele. Questa è stata inoltre la spiegazione data dal procuratore generale in risposta all'appello presentato nel luglio del 2003 alla Corte Suprema Israeliana per l'annullamento della legge. Israele viola in questa maniera la Dichiarazione Universale dei Diritti dell'Uomo. L'art. 16 della dichiarazione dice, "Uomini e donne in età adatta hanno il diritto di sposarsi e di fondare una famiglia, senza alcuna limitazione di razza, cittadinanza o religione" e "La famiglia è il nucleo naturale e fondamentale della società e ha diritto ad essere protetta dalla società e dallo Stato". La Commissione dei Diritti Umani delle Nazioni Unite e dell'Unione Europea hanno richiesto la revoca di tale legge, in quanto costituisce una palese violazione dei diritti fondamentali dei cittadini arabi in accordo con la legislazione internazionale in materia di diritti umani. Comunque, la maggioranza che ha legiferato ha ignorato le motivazioni reali che si celano dietro l'emanazione della legge, ovvero quelle demografiche - che significano il rafforzamento e la preservazione di una maggioranza ebraica nello stato e la diminuzione drastica del numero di cittadini arabi palestinesi all'interno dello stato stesso. Il 14 Aprile 2005, l'ex primo ministro, Ariel Sharon, ha detto con riguardo alla legge: "Non c'è motivo di nascondersi dietro ragioni di sicurezza, c'è il bisogno di realizzare lo stato ebraico". Poiché lo stato di Israele originariamente non fu concepito come stato democratico, ma al contrario come stato che avrebbe dovuto servire gli interessi delle popolazioni ebraiche in qualunque parte del mondo. La Legge dell'Ingresso del 1952 aveva apparentemente la funzione di regolare l'accesso al paese ma, senza specificare tra «ebrei» e «non ebrei», recitava che «chi non è in possesso di un visto o di un certificato d'immigrazione sarà immediatamente deportato e non potrà più chiedere il rilascio dei visto». La definizione di chi ha le qualifiche per ottenere il visto d'immigrazione si trova nella parallela Legge del Relazione di Francesco Sardu. Pagina 4
  5. 5. Ritorno: dove sono menzionati solo “gli ebrei”. Infatti, la clausola della deportazione degli «stranieri» è applicabile solo ai «non ebrei». Il Ministero dell'Interno non ha l'autorità d'impedire a un ebreo, anche se ha precedenti penali e costituisce un pericolo per la società, di esercitare il suo diritto a stabilirsi in Israele. Solo un cittadino straniero non ebreo ha bisogno del permesso, ma agli ebrei che giungono da altre nazioni vengono subito concessi tutti i diritti e i privilegi previsti per i cittadini d'Israele: il «certificato d'immigrazione» conferisce automaticamente la cittadinanza, il diritto di votare e di essere eletti. I «non ebrei» debbono risiedere molti anni in Israele prima di ottenere la cittadinanza, possono essere espulsi dall'oggi al domani e debbono ufficialmente rinunciare alla loro cittadinanza originaria. La discriminazione più plateale è quella che appare nei documenti d'identità che tutti sono tenuti a portare con sé e ad esibire in qualsiasi momento. Sotto la dicitura 'nazionalità' figurano le seguenti categorie: 'ebreo', 'arabo', 'druso', 'circasso', 'samarita', 'caraita' o 'straniero'. Dal documento d'identità i funzionari dello Stato sanno subito a quale categoria appartiene la persona. Malgrado innumerevoli pressioni, il Ministero dell'Interno si è sempre rifiutato di accettare la dicitura 'nazionalità israeliana'. Inoltre la cittadinanza può essere revocata anche per motivi apparentemente “estranei”, è il caso dei ragazzi israeliani colpevoli di atti nazisti6. Il ministro dell'Interno israeliano, Meir Sheerit, ha infatti chiesto che agli otto sospetti sia revocata la cittadinanza. In nessun paese al mondo fondato sullo Stato di Diritto, verrebbe in mente di sanzionare l’adesione al nazismo revocando la cittadinanza. Questo pare sia possibile in Israele. Israele si considera infatti un «Jewish State», uno Stato Ebraico. Secondo la definizione ufficiale Israele «appartiene» solo a quelle persone che le autorità israeliane definiscono ebrei, indipendentemente da dove essi vivono. Per cui, un arabo nato e cresciuto in Israele, gode di molti meno diritti di un ebreo che sia nato, cresciuto e viva in qualsiasi parte del mondo. Un’altra legge, del 1986 che può far discutere riguarda la chiamata al servizio militare. Non sembra discriminatoria perché usa l'espressione «giovani di leva arruolati» come termine universale e riferibile a tutti i cittadini d'Israele. In realtà contiene un semplice marchingegno che ne fa una delle leggi più discriminatorie, un vero e proprio pilastro dell'apartheid: è la figura dell'enumerator7. Nella legge si fa uso del termine «autorizzato», il che implicitamente lascia all'enumerator la facoltà di chiamare, o di non chiamare alle armi, i giovani in età di leva. Quelli che non ricevono la chiamata sono automaticamente esentati dal servizio militare. E’ semplicissimo: quelli che dai documenti d’identità risultano appartenenti al «settore arabo» non vengono chiamati. La legge israeliana prevede la possibilità di esenzione al servizio militare per gli arabi; a parte i drusi che dal 1972 hanno richiesto di svolgere il servizio di leva. Ma se per caso un arabo-israeliano volesse intraprendere una carriera nelle armi, questo gli verrebbe impedito dal meccanismo di questa legge, in particolare dalla figura dell’enumenator. Svolgere o meno il servizio di leva, non ha conseguenze solo nella carriera militare, ma soprattutto in quella civile. Esistono sostanziali differenze di trattamento per chi ha prestato servizio militare e chi no. Per esempio sin dall’iscrizione all’università, il punteggio di ammissione viene incrementato per il 40% per chi ha svolto servizio nell’IDF8. 6 Notizia pubblicata sul quotidiano ebraico Ha'aretz, (8 settembre 2007). 7 Individuo autorizzato a convocare le giovani leve per il servizio militare. 8 Le forze di difesa israeliane. Relazione di Francesco Sardu. Pagina 5
  6. 6. 1.2 Gli arabi in Israele Quando si parla di arabi in Israele ci si riferisce ai palestinesi che sono rimasti in Israele dopo il 1948 e che sono diventati cittadini israeliani. Questo gruppo è stato chiamato con tanti nomi, carichi di significati politici, che cambiano a seconda delle parte che lo prende in considerazione: arabi israeliani, arabi d’Israele, gli arabi in Israele, arabi dell’Interno, arabi del ’48 ecc. Ci sono oggi circa un milione di arabi palestinesi tra i 6 milioni di cittadini israeliani. La maggior parte dei palestinesi in Israele sono musulmani e ne costituiscono l’86% (compresi i drusi), poi ci sono i cristiani (14%). A livello ufficiale l’autorità israeliana ha discriminato i palestinesi definendoli con termini come “non ebrei”. Gli arabi in Israele, nonostante il loro isolamento fino al 1966, sono stati sempre influenzati da eventi regionali ed internazionali. Ma sin dall'inizio questi arabi israeliani furono discriminati in molti modi. Per confiscare le loro proprietà Israele varò la "Legge dei proprietari assenti": questa legge si applica ai palestinesi che non sono in Israele e trasferisce tutti i diritti di proprietà delle loro terre e case all'organizzazione "Custodian of Absentees"9. Nel contempo i palestinesi che erano rimasti in Israele ma che erano fuggiti dai loro villaggi furono dichiarati "Assenti presenti" e i loro averi furono pure affidati a "Custodian of Absentees". Successivamente il governo israeliano decise che "Custodian of Absentees" doveva trasferire tutte le proprietà in suo possesso alle autorità israeliane. Oggi lo stato di Israele, con il fondo nazionale ebraico (JNF)10, possiede circa il 93 % di tutto il territorio nazionale israeliano. Negli anni successivi alla nascita dello stato, Israele ha "venduto" al JNF grandi estensioni di terreno per renderne impossibile la restituzione ai palestinesi. Oggi per gli arabi israeliani è praticamente impossibile ottenere un fondo o una casa in diritto di superficie o un terreno agricolo in affitto. Quando nelle città vengono costruiti nuovi quartieri abitativi, i candidati all'acquisto devono sottoporsi a un esame: si esamina se per i vicini i candidati sono "socialmente compatibili". Questi esami vengono effettuati da ditte private, sono a carico dei candidati e i risultati vengono comunicati solo alle autorità e non c'è diritto di ricorso. 9 fiduciario degli assenti 10 Jewish National Fund Relazione di Francesco Sardu. Pagina 6
  7. 7. il Parlamento israeliano ha approvato in prima lettura una legge che autorizza la vendita delle terre demaniali solo agli ebrei. Israele in questo modo ferisce una volta di più la democrazia, all’insegna della discriminazione e dell’Apartheid. La legge, sostenuta dalla destra israeliana, partito nazionalista e religioso National Union, Kadima e Likud, vieta l’assegnazione delle terre del JNF ai cittadini non ebrei. Secondo le regole del JNF, ai non ebrei si proibisce ufficialmente di lavorare le terre amministrate dalla Israel Land Authority. Inoltre è severamente proibito agli ebrei subaffittare anche una parte delle loro terre agli arabi, persino per tempi brevissimi e chi lo fa incorre in pesantissime multe. Al contrario, non c'è nessuna proibizione se si tratta di non ebrei che affittano le loro terre ad altri ebrei. 1.3 Cenni storici: Nascita e costruzione della minoranza: 1948-1966 Nel 1948, anno della creazione dello Stato d’Israele, Nabka11 per i palestinesi, ne rimasero in Israele poco più di 150 mila, dopo che più di 700 mila scapparono all’estero e circa 400 villaggi furono cancellati dalla carta geografica. I palestinesi rimasti in Israele, che si trovarono ad essere una minoranza e non più la maggioranza, rappresentando poco più del 10 per cento dell’intera popolazione. Il fatto che questi palestinesi fossero rimasti nei loro villaggi e nel loro paese, non significava che la loro vita procedesse normalmente. Infatti, la società araba palestinese in Israele si è trovata isolata e disorientata, e l’apparente stabilità di questa società era ingannevole: Una percentuale consistente della sua popolazione (dal 20 al 50 per cento) era infatti costituita da profughi interni, anche se non apparivano ufficialmente tali. Inoltre, alcune migliaia di giovani che non scelsero invece la via dell’esilio vennero fatti prigionieri durante la guerra e questo privò la popolazione araba di una quota rilevante del suo potenziale produttivo. La distruzione dei villaggi e il trasferimento dei palestinesi al di fuori del paese è continuata anche dopo la creazione dello Stato d’Israele, sancita il 15 maggio 1948. Il sentimento di disorientamento e debolezza della società palestinese in Israele fu aggravato anche dal fatto di essere stata isolata, sia all’interno che all’esterno. La maggioranza della sua leadership si trovava all’estero. I centri sociali, culturali, economici e politici furono distrutti, come è successo ad Haifa, Jaffa, oppure si trovavano fuori dai confini dello Stato d’Israele, come Gerusalemme e Nablus. Vi fu anche un isolamento dai grandi centri culturali e politici arabi, come il Cairo e Beirut. L’isolamento dal resto del popolo palestinese e dal mondo arabo è durato fino al 1967, quando si riunificarono, sotto occupazione, con i palestinesi della Cisgiordania e di Gaza, e tramite loro con il mondo arabo. Nell’autunno del 1948, sulla base delle Leggi d’Emergenza del mandato britannico sulla Palestina del 1937 e 1945, venne esercitato un duro governo militare sugli arabi in Israele. In questo regime dal 1948 fino al 1966, gli arabi vennero segregati in tre zone principali: la Galilea, il Triangolo, che passò ad Israele dalla Giordania; dopo l’armistizio del 1949, e il deserto del Negev. 11 Catastrofe per i palestinesi. Relazione di Francesco Sardu. Pagina 7
  8. 8. Oltre a questi, poche migliaia di palestinesi vivevano in quartieri separati dentro le città divenute ebraiche. Utilizzando le leggi d’emergenza, i militari israeliani proibivano ai palestinesi di lasciare le abitazioni senza un particolare permesso concesso da loro. Questa politica ha dislocato i palestinesi e gli ha proibito di comunicare tra di loro, spezzandone l’unità. Questa “tattica della segmentazione” può essere assimilata “al sistema del divide et impera ampiamente adottato dalle potenze coloniali all’inizio del secolo e ancora usato da molti Stati per controllare le loro popolazioni. Le autorità israeliane cercarono insomma di impedire l’emergere di un’identità nazionale palestinese. Oltre ad essere isolati dal resto del mondo e divisi in tre zone separate, gli arabi in Israele erano anche separati dalla società ebraica perché il governo militare non dava loro i permessi di spostamento dentro le città ebraiche. Il cambiamento sociale più importante in questo periodo, che si consolida nei successivi decenni è la trasformazione dei palestinesi da felahin12 a semplici lavoratori salariati. Questo processo di proletarizzazione è dovuto soprattutto alla massiccia confisca delle terre arabe. Per togliere agli arabi le loro terre, “lo stato ebraico si è dotato di un arsenale di testi che “legalizzano” la confisca delle terre dei cittadini arabi. Questo “arsenale” di testi è costituito da 34 leggi civili, approvate dal parlamento, che hanno portato alla confisca di circa un milione e duecentocinquantamila dunam 13, di terra fertile, fino al 1960. Per esempio, più della 40% delle terre arabe venne confiscato con la Legge sulla Proprietà Assente del 1950. La confisca venne vista come un mezzo per neutralizzare uno degli strumenti principali volti a minare il diritto all’esistenza d’Israele: la rivendicazione del possesso delle terre da parte degli arabi. Nel 1966 fu abolito il governo militare; tuttavia, fino ad oggi, sono ancora in vigore le leggi di emergenza, che possono essere applicate (e spesso lo sono) sugli arabi in qualsiasi momento. 1.4 Mobilità sociale” e “cambiamento sociale”: le reazioni dei palestinesi Si possono classificare due modalità di reazione da parte dei palestinesi verso la nuova realtà creata dallo Stato. La prima modalità è costituita da vari tentativi individuali, la seconda da tentativi collettivi. Reazione individuale o “mobilità sociale” Il primo tipo di questa modalità è rappresentato dai tentativi di lasciare il proprio gruppo d’appartenenza (palestinese) e passare al gruppo dominante (la maggioranza ebraica). Questo processo poteva verificarsi tramite la possibilità di sposarsi con donne ebree, iscriversi al Partito di Mapam, o il trasferimento in città, come Tel-Aviv, per assimilarsi con l’identità dell’israeliano. Il secondo tipo era costituito dalla partecipazione nell’attività politica tramite la costituzione delle Liste Arabe, per l’elezioni del Knesset, legate ai partiti sionisti, specialmente il Mapai che era al governo. Reazioni collettive o “cambiamento sociale” Israele ha voluto che gli arabi, “rinunciassero a qualsiasi identità nazionale, e a qualsiasi forma di appartenenza a una collettività unita e compatta, infatti il primo decennio di Israele fu caratterizzato da un “vuoto politico” per gli arabi. 12 contadini. 13 Il dunam è una misura di superficie ottomana che corrisponde a una decina di ettari. Relazione di Francesco Sardu. Pagina 8
  9. 9. Per questo la possibilità di organizzarsi, per i palestinesi, fu molto difficile ma, nonostante ciò, vi furono alcuni tipi di attività collettiva. Il primo, era caratterizzato dalla affermazione della propria identità culturale e nazionale, mettendo in rilievo la diversità rispetto alla cultura dominante, chiedendo così la separazione e l’indipendenza. Il secondo movimento, al-Ard14, nato da intellettuali nazionalisti che avevano lasciato il Fronte Popolare, considerava gli arabi di Israele parte integrante del popolo palestinese disperso. L’autorità reagì tempestivamente contro il gruppo, che venne dichiarato illegale dalla Corte Suprema israeliana; e i dirigenti del gruppo, vennero segregati e confinati in città lontane. Le vicende di questo gruppo dimostrarono l’impossibilità per i non-ebrei di raggiungere la parità di diritti all’interno di Israele. Il secondo tipo di attività collettiva era caratterizzato da organizzazioni politiche che chiedevano una distribuzione equa delle risorse, basandosi su valori universali come la democrazia , la giustizia e l’uguaglianza. Queste organizzazioni erano rappresentate dal Partito Comunista Israeliano (Rakah) e da leaders legati ai partiti sionisti. Comunque anche se i palestinesi potevano votare i propri partiti di rappresentanza, non potevano imporre cambiamenti politici che l’autorità gli riservava. All’inizio degli anni settanta, l’OLP ottenne il riconoscimento internazionale come legittimo ed unico rappresentante del popolo palestinese. Questa nuova classe dirigente, sviluppò un approccio molto più attivo, rispetto al passato, caratterizzato essenzialmente dalla fondazione di vari comitati ed associazioni popolari e organizzando manifestazione di massa, proteste e campagne per ottenere i propri diritti. Queste associazioni si impegnavano a contrastare la politica del governo israeliano che le discriminava a tutti i livelli: cominciando da quello dell’istruzione, della sanità, dai servizi pubblici, ai finanziamenti per i comuni arabi, nella agricoltura e nell’industria. Particolarmente, lo Stato ignorava le esigenze di sviluppo e di espansione delle aree arabe e, anzi, aveva riservato loro dei progetti e piani che ne impedivano lo sviluppo e ne assicuravano il controllo. In questo periodo aumentò la forza del Rakah (con il Fronte Democratico per la Pace e l’Ugualianza) tra gli arabi, e ottenne circa la metà dei loro voti alle elezioni del 1977, portando così cinque membri al Parlamento. In questi anni, il Rakah divenne il portavoce delle proteste arabe” e “rappresentò per gli arabi la prima organizzazione di massa più vicina alle loro aspirazioni di indipendenza. Ma, comunque, il Rakah, nel suo programma, non riuscì ad andare oltre le proteste per l’uguaglianza e i diritti civili per gli arabi, e non vide che il problema della minoranza derivava dalla natura dello Stato come “uno stato per gli ebrei”. Comunque, dalla metà degli anni ’80 in poi, le rivendicazioni arabe stavano assumendo sempre più una dimensione nazionale, così all’inizio degli anni ’90, la minoranza araba in Israele non appariva più sottomessa e traumatizzata come nei decenni precedenti, ma non era neppure diventata una forza rivoluzionaria come molti ebrei temevano . 1.5 I palestinesi in Israele e l’accordo di Oslo: 1988-1998 14 al-Ard (la Terra) Relazione di Francesco Sardu. Pagina 9
  10. 10. Nel 1988 fu proclamata la “Dichiarazione d’Indipendenza” dello stato palestinese, da parte dell’OLP, e questo trovò consenso e appoggio anche da parte dei palestinesi in Israele. Ma con questa Dichiarazione i palestinesi di Israele cominciarono ad essere tagliati fuori da una possibile risoluzione della questione palestinese, in quanto l’OLP, con questo dichiarazione, riconosceva Israele nei suoi confini del 1967. L’atteggiamento dell’OLP, è stato interpretato, dalla gente comune, anche come un invito a votare direttamente i partiti sionisti, come quello laburista. Così, l’OLP legittimava il sionismo, tramite l’appoggio ai partiti sionisti, e questo comportava la rottura dell’ostacolo principale, quello nazionalista, che impediva l’integrazione degli arabi in Israele. Per i palestinesi in Israele, così, non ci fu più una contraddizione tra l’appartenenza palestinese e la possibilità di un integrazione nello Stato Ebraico; anzi, questo poteva essere favorevole alla causa palestinese. A questo punto, per l’OLP, i palestinesi in Israele diventano una parte importante nel processo di pace, non come palestinesi ma come israeliani. In occasione dell’elezione del 1992, infatti, “i partiti sionisti ottennero la maggioranza dei voti degli arabi (il 53%), cosa che non era successa dal 1973. In questi anni, il governo laburista, appoggiato dai parlamentari arabi (dal 1992 fino al 1996), confermò la presenza di una politica di discriminazione e di trascuratezza nei confronti degli arabi decidendo di parificare i finanziamenti arabi a quelli ebraici nei consigli comunali nel giro di qualche anno; ma questa decisione non mai applicata. In questo periodo sembrava prospettarsi una nuova politica verso gli arabi a favore di un’integrazione nella società israeliana . Queste speranze non durarono a lungo e lo confermarono le elezioni del 1996, a causa degli argomenti trattati nella campagna elettorale, centrati sull’identità dello Stato e la sua natura ebraica. Si aprì uno scontro fra i due poli politici, rappresentati dal Likud e dal Partito Laburista. La destra israeliana, rappresentata dal Likud, concentrò il suo discorso elettorale sul bisogno di proteggere l’identità ebraica dello stato, costantemente minacciata dal piano di soluzione portato avanti dalla sinistra. Da parte sua, la Sinistra si dimostrò debole di fronte alla Destra, dai risultati delle elezioni era chiaro che i cittadini ebrei avevano preso una posizione contraria all’integrazione degli arabi nello Stato: il cittadino ebraico rifiuta la trasformazione degli arabi come parte integrante del sistema israeliano, inoltre rifiuta di rinunciare alla natura ebraica dello Stato, e di dare alla minoranza araba uno status e diritti collettivi. Così, la maggioranza ebraica decise di lasciare solo la possibilità di integrazione individuale ristretta per gli arabi, rifiutando l’idea di una loro integrazione come gruppo specifico che può avere dei diritti collettivi. 1.6 Politica attuale Le ultime elezioni legislative del 28 marzo 2006 sono risultate nella seguente distribuzione dei seggi: Kadima 29, Partito laburista 19, Likud 12, Shas 12, Israel Our Home 11, Unione nazionale 9, Partito dei pensionati 7, United Torah Judaism 6, Meretz 5, partiti arabi 10. La nuova coalizione di governo guidata dal primo ministro Ehud Olmert comprende quattro partiti (Kadima, Laburisti, Shas e il Partito dei pensionati) i quali occupano insieme 67 seggi nella Knesset. Partiti politici: Forte del retaggio lasciato dal suo fondatore Ariel Sharon, il partito Kadima è emerso quale nuovo principale soggetto del panorama politico. Kadima si basa sull’idea che la sopravvivenza di Israele sul lungo periodo dipende dal fatto di salvaguardare la maggioranza ebraica del paese e impedire che gli arabi palestinesi possano in futuro diventare maggioritari. Nonostante il risultato alquanto modesto del Partito Relazione di Francesco Sardu. Pagina 10
  11. 11. laburista, i partiti di centrosinistra dispongono attualmente di una maggioranza inequivocabile. Indebolito in seguito al distacco di Kadima, il partito del Likud ha perso la sua tradizionale forza. Il quarto maggiore partito, Shas, è un partito ultraortodosso con un forte orientamento etnico sefardita. Israel Our Home, partito di estrema destra con un elettorato che si colloca in gran parte tra gli immigranti di lingua russa, propone una politica apertamente razzista di pulizia etnica e l’espulsione degli arabi israeliani. La recente politica ha portato nuovi casi di violazione dei diritti umani, attraverso procedure o misure discriminatorie attuate nei confronti degli arabo-israeliani. L’ultima si riferisce alla violazione del diritto di libertà di movimento. Lungo le strade che percorrono Israele sono stati moltiplicati i check point di controllo. Inoltre esistono due tipi di targhe d'auto, immediatamente riconoscibili dal colore, giallo e azzurro: uno per i cittadini israeliani ebrei, e l'altro per i cittadini israeliani arabi. Questo vuol dire che gli israeliani “ebrei” potranno percorrere le strade in maniera del tutto libera. Mentre per gli israeliani “arabi” vi saranno maggiori controlli, per ragioni di sicurezza, in alcuni casi gli sarà vietato di percorrere alcune strade. 1.7 Intervista a Jawad Khalil, studente arabo-israeliano: Ti sei mai sentito discriminato nel tuo paese? Oggi, sicuramente sento meno certe differenze rispetto alle generazioni precedenti. Sono musulmano, ma anche pienamente israeliano. Io non andrei mai ad abitare nella striscia di Gaza, la mia nazione è Israele. Nella tua città esistono dei ghetti per i non ebrei? Vivo a Nazaret, la città che io sappia, non ha dei ghetti. Esistono anche degli edifici dove arabi ed ebrei vivono insieme. Esistono delle differenze tra le scuole per gli arabi e quelle per gli ebrei? Da quanto ho visto, la differenza più sostanziale riguardano i maggiori finanziamenti che hanno le scuola per gli ebrei. Per quanto riguarda l’università, esistono delle discriminazioni? Prima di tutto per potersi iscrivere all’università occorre superare un punteggio. Se hai prestato servizio militare diventa quasi automatico l’accesso. Io ho scelto di studiare medicina, in Israele l’80% dei posti è riservato a chi ha svolto il servizio militare. Inoltre quando mi sono iscritto mi è stato consigliato di omettere il fatto che fossi arabo. Esistono alcuni tipi di riconoscimenti che vi vengono dati come minoranza? Non penso che risultiamo come una minoranza, ovvero, siamo identificati nei documenti di identità in base alla religione o etnia ma poi secondo lo stato siamo prima di tutto israeliani. Relazione di Francesco Sardu. Pagina 11
  12. 12. Sai cos’è il Jewish National Fund, e che attraverso questo meccanismo diventa impossibile l’acquisto di terra da parte degli arabo-israeliani in Israele? No E’ vero che esistono maggiori controlli per i cittadini israeliani “arabi” rispetto a quelli “ebrei”? Si questo è verissimo, i controlli per gli arabi sono sempre più frequenti rispetto agli ebrei. Una esperienza personale che posso raccontare riguarda l’embargo in aeroporto. Ogni volta che parto da Israele, durante il check-in, le forze dell’ordine dispongono due file; da una parte gli arabi, dall’altra gli ebrei. Nonostante tutti siano israeliani. Conclusioni La sfida, che oggi Israele deve affrontare, è quella di attuare una politica di normalizzazione rispetto ai suoi cittadini palestinesi, a pari passo con i tentativi di normalizzazione, in atto, con i paesi arabi. Questa esigenza diventa ancora più pressante, e imbarazzante per lo Stato, dal momento che i palestinesi in Israele, “saranno tra il 21 e 26% nel 2025, raddoppiando di conseguenza la loro presenza alla Knesset (14 sono arabi di cui 10 eletti nelle liste arabe nel 2007), a causa della loro crescita demografica, della loro concentrazione geografica nel nord di Israele dove, dal 36% attuale sono destinati a diventare maggioranza quando Israele avrà cent’anni- e dello sviluppo della loro coscienza nazionale” . In sintesi, il problema principale della relazione tra il gruppo dei palestinesi in Israele, e lo Stato di Israele, deriva dal fatto che quest’ultimo è definito come “stato degli ebrei”, e in quanto tale, la minoranza non fa parte di esso. Di conseguenza, la politica adottata dallo Stato di Israele, nei confronti degli arabi, è caratterizzata essenzialmente dalla negazione della loro identità collettiva. Comunque trasformare Israele in una democrazia liberale non sarebbe un compito impossibile, ma comporterebbe, come ha scritto Raef Zreik, il mettere in discussione gli aggrovigliati vincoli politici e istituzionali dell'Agenzia Ebraica e del Fondo Nazionale Ebraico e, in qualche misura, la stessa legge ebraica del ritorno. Far diventare Israele uno stato per tutti i suoi cittadini metterebbe fine sia alla "grande esclusione" dei cittadini palestinesi dalla vita politica e civile in Israele, interrompendo la discriminazione strutturale contro di loro. In questo processo Israele diventerebbe uno stato "normale"dove il fondamento dello Stato è un patto che va al di là della sfera amministrativa o politica. Questa politica di discriminazione razziale è descritta in modo accurato da due giornalisti, D. Vidal e J. Algazy, (1999): “Diciassette sono le leggi che contengono discriminazioni verso i cittadini arabi recensite da un rapporto delle Nazione Unite. Questo documento cita in particolare la Legge del ritorno, che concede automaticamente agli ebrei la cittadinanza israeliana, da qualunque parte del mondo essi provengano, mentre i cittadini arabi, quando sposano dei non israeliani, si vedono rifiutare la richiesta di riunificazione familiare, quando non vengono addirittura minacciati di espulsione dal paese. La legge che governa il sistema scolastico e che stabilisce come obiettivo fra gli altri quello della promozione della cultura sionista. Lo stato israeliano, poi, continua a non riconoscere una sessantina di Relazione di Francesco Sardu. Pagina 12
  13. 13. agglomerati palestinesi, col pretesto che i loro abitanti mancano dei più elementari servizi pubblici. E i dirigenti del partito laburista, come quello del Likud, confessano che per cinquant’anni la popolazione araba è stata discriminata sul piano dei servizi publici: in effetti i fondi elargiti alle città arabe sono scandalosamente inferiori a quelli assegnati alle città “ebraiche”. La discriminazione razziale contro gli arabi cittadini in Israele, è dunque, su vari livelli: economici, sociali, culturali ed umani. Un ebreo occidentale guadagnava, nel 199715, due volte più di un arabo (e 1,6 volte più di un sefardita). La cosa più chiara della politica israeliana nei confronti degli arabi è che lo stato ignora le esigenze per lo sviluppo della società araba e non prende ancora in considerazione la loro presenza. Bibliografia: I palestinesi: la genesi di un popolo. La Nuova Italia Editrice, Firenze. Kirchler, E., Zani. B., 1989 La potenza di Israele, rivista bimestrale n.3/2005, divisione L’Espresso. Storia ebraica e giudaismo: il peso di tre millenni, Israel Shahak , Centro Librario Sodalitium, Verrua Savoia, 1997. The Arabs in Israel: Towards a Palestinian Minority Identification. Università di Padova: Centro di Studi di Formazione sui Diritti dell’ Uomo e dei Popoli. (testo non pubblicato). Tesi di Laurea: “La minoranza araba palestinese in Israele”, Majid Kana’na, anno accademico 1998-1999. Siti Internet: www.disinformazione.it/definizioneisraele.htm www.studiperlapace.it www.tradizione.biz/politica/sionismo/ce-uno-stato-al-mondo-che.htm www.workersadvicecenter.org www.zmag.org/Italy/abunimah-versolapartheid.htm 15 Cfr. il Rapporto annuale: giugno 1997- luglio 1998. Associazione dei Diritti del Cittadino in Israele. Relazione di Francesco Sardu. Pagina 13
  14. 14. Relazione di Francesco Sardu. Pagina 14
  15. 15. i

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