Jurij trifonov. la casa sul lungofiume

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La casa sul lungofiume.

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Jurij trifonov. la casa sul lungofiume

  1. 1. Jurij Trifonov. La casa sul lungofiume.Titolo originale:Dom na nabere¬znojTraduzione di Vilma CostantiniPrefazione di Lucetta NegarvilleBiblioteca di narrativaCopyrightM. Dru¬zba NarodovCopyrightEditori Riuniti di Sisifo srlRomaIII edizione: giugno 1997Editori Riuniti**********La casa sul lungofiume è un grande palazzo di Mosca, "tozzo,informe", che splende "di mille finestre". Vi abitano i privilegiati,gli esponenti di quella società della quale il protagonista Glebov -intellettuale "senza qualità" che aspira al successo e alla carriera- è finalmente riuscito a entrare a far parte. Adolescente di moltesperanze, è ora un uomo "pelato, grosso", che ha raggiunto i suoitraguardi a prezzo di alcune viltà e di un comportamentocostantemente amorfo e opportunista. Fra passato e presente, fra lamacerazione del disincanto, la fatica di esistere e lo sgretolarsidella storia, Trifonov dà vita e forza narrativa a unanalisi delconformismo così perfetta e dura - e al tempo stesso sfumata,sottile, malinconicamente disposta a comprendere - da laurearloromanziere di gran razza, tra i pochi di questi ultimi decenni.Jurij Valentinovi¬c Trifonov (1925-1981) iniziò lavorando comemeccanico e come redattore in un giornale di fabbrica. Figlio di unbolscevico vittima dei lager staliniani, porterà per tutta la vita ildolore cocente di questa perdita. Tra le sue opere pubblicate dagliEditori Riuniti ricordiamo Unaltra vita (1978), Il vecchio (1979),Il tempo e il luogo (1983), La sparizione (1988).**********Prefazione La società russa post-sovietica degli anni novanta ha messo incantina gli scrittori degli anni sessanta, i ¬sestidesjatniki chedurante il primo disgelo chru¬s¬cëviano avevano raccontato il paese ase stesso, dando testimonianza della massa di orrori che si eranoabbattuti sulla Russia durante il periodo dello stalinismo, e unasperanza per un futuro finalmente più giusto. Ora il paese più letteraturicentrico del mondo, forse giustamente,ha voluto normalizzarsi anche in questo. La letteratura non ha piùquella funzione di "coscienza critica" della società che aveva avutoa partire dallinizio del XIX secolo, ma è diventata uno dei tantimezzi di espressione, non certo il più importante, sintomo dellapreferenza per i generi più "leggeri" del poliziesco, del rosa,dellerotico, o per una greve pseudo-religiosità misticheggiante oanche, finalmente, per una raffinata sperimentazione.
  2. 2. Jurij Trifonov, considerato dieci anni fa il maggiore scrittoresovietico, il cronista dellintellighentsija urbana (quasi unannalista, un letopisets medievale) secondo una calzante definizionedi Jurij Lotman, è ormai obsoleto per una Russia che vuole rimuovereun passato durissimo, pagato a troppo caro prezzo ma in realtàimpossibile da cancellare dalla memoria collettiva. E proprio la memoria, uno dei temi più cari a Trifonov, la memoriadel passato che tiene insieme i fili della storia di un popolo equella di un individuo, sta al centro di questo romanzo, il più notoe più emblematico dello scrittore. La casa sul lungofiume, il palazzo sulla Bersenjevskajanabere¬znaja abitato da funzionari medio-alti del partito e delgoverno, ritorna spesso nei libri di Trifonov come punto diriferimento, simbolo del terrore, o meglio della sorda, intima paurae angoscia che più del terrore sono per lo scrittore il trattocaratteristico della vita russa sotto Stalin; fantasma di un passatodrammatico, ma anche tana e rifugio dellinfanzia, dellepoca felicein cui tutta la famiglia viveva unita e le stanze impersonali delpalazzone erano riscaldate dagli oggetti più cari e profumate daibiscotti alla cannella della nonna. E proprio limmagine della casa sul lungofiume ad aprire ilromanzo La sparizione, lultimo capitolo di quel lungo continuumautobiografico che sono tutte le opere di Trifonov. A sparire lì èlei, la casa con i suoi abitanti, è lei a ritrovarsi ridotta a una"nave senza alberi e senza timone", possente bastione di qualcosa diindifendibile, destinato alla rovina. Di lì a qualche anno sarebbesparita anche la struttura sociale di cui quella casa era simbolo edelle cause di questa scomparsa, di questo destino di morte, Trifonovè stato uno dei più acuti e preveggenti analisti. In questo romanzo, tutto costruito con la tecnica del flashback, lacasa viene descritta nel pieno del suo fulgore, negli anni trenta,salda roccaforte, oggetto di invidia e desiderio da parte di coloroche non vi abitano e che vi vengono ammessi qualche volta solo dopoaver passato il filtro severo di un portiere-poliziotto. Allinternodella casa un microcosmo della Russia staliniana, dai comunisti dellavecchia guardia onesti, cristallini, un po maniacali, fieri del loropassato duro e glorioso, ai funzionari degli anni trenta, freddi evendicativi, pronti a difendere con le unghie e coi denti i loroprivilegi, inflessibili come il padre di Levka ¬sulepnikov che fadeportare dal quartiere una famiglia di piccoli malavitosi che gliaveva infastidito il figlio. Il libro è scritto in terza persona, ma ogni tanto Trifonovinterviene in prima persona a riconoscersi tra gli abitanti di quellacasa-destino da cui è stato cacciato nel 1937, dopo larresto delpadre che morirà in campo di concentramento. La scena della partenzadella famiglia Trifonov dalla casa, con il portiere che non li salutaneanche e la nonna che finge uno straziante ottimismo, basta da solaa suggellare il clima dellepoca. Nel secondo atto, poiché il romanzo può anche essere visto come unapièce con antefatto e tre atti, lazione si sposta nel dopoguerra,nel 1947, quando i vecchi compagni di scuola, Vadim Glebov, ilprotagonista, Lev ¬sulepnikov, larrogante figlio dellaltofunzionario, odiato amato e invidiato dai compagni, Sonja la dolceragazza che fa della compassione indiscriminata verso tutti la suaragione di vita, e gli altri, si ritrovano ormai alluniversità, dopoaver vissuto lesperienza fondamentale della guerra in un clima dientusiasmo e di rinascita in cui tutto sembra possibile e la vitatorna a pulsare piena di promesse. Ma poco dopo, allinizio degli anni cinquanta, gli ultimi diStalin, il clima di sospetto, di delazione, di piccolo orrorequotidiano torna a imporsi con prepotenza e a coinvolgere i vari
  3. 3. personaggi. In particolare il protagonista, Vadim Glebov,luomo-nessuno a cui ognuno attribuisce una diversa valenza, che purfidanzato della dolce Sonja, tradirà il professor Gan¬cuk, padredella ragazza e relatore della sua tesi di laurea, rifiutandosi didifenderlo dalle assurde e meschine accuse di alcuni piccoliburocrati universitari arrivisti e intriganti che di lì a pocoverranno spazzati via dal nuovo clima chru¬s¬cëviano. Da quel momentole vite dei ragazzi, presi nel vortice di una grande forzacentrifuga, si separano per sempre. Glebov cerca di rimuovere iltradimento, il passato che torna però spesso ad affacciarsi inbrevissimi scorci, come la scena del professor Gan¬cuk inpasticceria, o quella di Sonja, ormai inerte e malata di mente in uncaffè di Riga, provocando fitte lancinanti nella spessa corazza chesi è fabbricato per sopravvivere. Negli anni settanta, che sono quelli dellantefatto e della stesuradel romanzo, la casa è stata adibita a teatro di varietà, Glebov èuno scrittore e saggista accademico, ben inserito nella nomenclaturache gli concede privilegi e viaggi allestero, Lev ¬sulepnikov ilborioso e fortunato figlio della casa sul lungofiume dei tempi doroè ridotto a un ubriacone declassato ora facchino, ora guardiano di unvecchio crematorio in disuso in cui è sepolta Sonja, custode della"morte morta". Il vecchio professor Gan¬cuk, riabilitato, titolare diuna pensione speciale, vive solo a 86 anni in un nuovo quartiere diMosca, si rifiuta di ricordare il passato di cui un tempo era andatofiero e trova rifugio e consolazione nei serials televisivi. Solo la madre di Lev ¬sulepnikov, vecchia aristocratica russaintelligente e sdegnosa, sembra aver conservato la sua lucidità: "ilnostro sangue è il più resistente - dice - abbiamo sopportato ditutto" e non si degna di essere troppo gentile col vecchio compagnodel figlio che tenta invece di ingraziarsela. Trifonov non è un moralista, si limita a constatare che a vinceresono gli uomini-nessuno, quelli che si adattano alle circostanze eche per sopravvivere tentano di soffocare i rimorsi, di rimuovere ilpassato, di non ricordare, proprio come adesso sembra voler faretutta la società russa. Lucetta Negarville Nessuno di quei ragazzi è ancora vivo: chi è scomparso in guerra,chi è morto di malattia. Alcuni sono svaniti nel nulla, altri si sonocompletamente trasformati, e, se incontrassero, per qualchesortilegio, coloro che sono scomparsi con indosso i loro giubbotti difustagno e le scarpe di tela con la suola di gomma non saprebbero diche parlare. Temo che sarebbero tanto ciechi da non accorgersineppure di aver incontrato se stessi. Al diavolo loro e la lorocecità! Il loro tempo è prezioso: prendono aerei, navigano, corrono arotta di collo, arraffano a destra e a manca, vanno sempre piùlontano, sempre più in fretta, giorno dopo giorno, anno dopo anno; lerive cambiano, le montagne arretrano, i boschi si diradano e sispogliano, il cielo si oscura, incalza il freddo, bisognaaffrettarsi, affrettarsi, e non si ha più la forza di guardareindietro a ciò che è rimasto fermo e sospeso come una nubeallorizzonte. In una di quelle insopportabili giornate afose dellagosto del 1972- era lestate in cui Mosca soffocava sotto una densa caligine e aGlebov era toccato, manco a farlo apposta, di restare molti giorni incittà, in attesa del trasloco in una casa della cooperativa - Glebovaveva fatto una corsa al negozio di mobili in un nuovo quartiere acasa del diavolo, accanto al mercato Koptevskij; fu là che successeuna strana storia. Incontrò un amico che non vedeva da un sacco di
  4. 4. tempo. Si era dimenticato come si chiamava. Era andato in quel postoper un tavolo. Gli avevano detto che si poteva prendere un beltavolo, non si sapeva bene dove, era un mistero, ma una cosa eracerta: era un pezzo dantiquariato, con dei medaglioni, che andavagiusto bene per le sedie di mogano, acquistate lanno prima da Marinaper la casa nuova. Gli avevano detto che nel negozio vicino almercato Koptevskij lavorava un certo Efim, che sapeva dove trovare iltavolo. Glebov cera andato dopo pranzo, con una canicola rovente;aveva lasciato la macchina allombra e si era incamminato verso ilnegozio. Sul marciapiedi davanti allingresso, dove, tra stracci ecarta da imballaggio, giacevano sparsi, armadi, sofà e altrecianfrusaglie tirate a lustro, appena scaricate o in attesa di esserecaricate, dove gironzolavano malinconici acquirenti, tassisti eometti trasandati, pronti a tutto per quattro soldi, Glebov chiesedove potesse trovare Efim. Nel cortile di dietro, gli fu risposto.Glebov attraversò il negozio; laria era irrespirabile per il caldo elodore di vernice, e uscì per una porta stretta nel cortilecompletamente vuoto. Un operaio sonnecchiava, accovacciato nella pocaombra vicino al muro. - E lei Efim? - gli chiese Glebov. Loperaio sollevò gli occhi intorpiditi, lo guardò severamente esporse appena in avanti con fare sprezzante la fossetta che aveva sulmento, il che doveva significare: no. Dalla fossetta e da qualchealtro particolare impercettibile, Glebov allimprovviso si accorseche quel tizio, tramortito dal caldo e dallarsura, quel misero"portatore" di mobili era un suo vecchio amico. Lo capì non con gliocchi, ma con qualcosa daltro, come un colpo dentro. Ma il terribileera che, pur sapendo bene chi fosse, aveva completamente dimenticatoil suo nome! Perciò se ne stava in silenzio, dondolandosi sui suoisandali scricchiolanti e guardava loperaio, cercando nella memoriacon tutte le sue forze. Una vita intera lo investì di colpo. Ma ilnome? Era un nome furbetto, divertente. E nello stesso tempoinfantile. Unico nel suo genere. Lanonimo amico si mise di nuovo asonnecchiare, il berretto calato sul naso, la testa allindietro e labocca spalancata. Glebov, turbato, si allontanò, urtò qua e là, cercando Efim, poiattraversò la porta di dietro, entrò nel negozio e domandò di nuovo:di Efim non cera traccia, gli consigliarono di aspettare, ma Glebovnon aveva tempo per aspettare e, bestemmiando mentalmente,maledicendo la gente che parla a vanvera, tornò nel cortile, nellacanicola, dove lo aveva stupito e confuso ¬sulepa. Ma certo: ¬sulepa!Levka ¬sulepnikov! Una volta aveva sentito dire che ¬sulepa erascomparso, era finito male, come era arrivato fin qua? Al negozio dimobili? Voleva mettersi a parlare con lui amichevolmente, come unvecchio compagno, chiedergli tra laltro di Efim. - Lev... - disse Glebov senza molta convinzione e si avvicinòalluomo che stava seduto nello stesso posto di prima, allombra,nella stessa posizione, accovacciato; adesso però non sonnecchiava,ma osservava qualcuno che si muoveva in fondo al cortile, bagnandouna sigaretta con le labbra. Più forte e con più coraggio aggiunse: - ¬sulepa! Luomo guardò di nuovo Glebov torpidamente e voltò la testa. Certo,era Levka ¬sulepnikov, soltanto molto vecchio, sgualcito e corrosodalla vita, con baffi grigi da ubriaco, diverso da quello di unavolta, ma forse in una cosa rimasto uguale, in quella arrogante esciocca insolenza di prima. Dargli del denaro per una sbornia? Glebovtoccò con le dita la tasca dei pantaloni cercando a tasto dei soldi.Poteva dargli tre o quattro rubli, senza problemi. Se glieli avessechiesti. Ma luomo non gli rivolgeva la minima attenzione e Glebovera perplesso e pensava che forse si era sbagliato e quel tipo nonera affatto ¬sulepnikov. Ma in quel momento stesso, arrabbiato, convoce aspra, con brutale familiarità, come era abituato a rivolgersi
  5. 5. al personale di servizio, gli chiese: - Non mi riconosci, eh? Levk! ¬sulepnikov sputò il mozzicone, si alzò, senza guardare Glebov, esi avviò barcollando in fondo al cortile dove stavano scaricando uncamion. Glebov, spiacevolmente colpito, si trascinò fuori, perstrada. Lo aveva colpito non tanto laspetto di Levka ¬sulepa o lamiseria del suo stato, ma il fatto che Levka non aveva volutoriconoscerlo. Levka non aveva nessun motivo di essere offeso conGlebov. Non era colpa di Glebov, né della gente, ma dei tempi. E coni tempi non te la puoi prendere. Di nuovo, allimprovviso: qualcosadi remoto, di povero, di sciocco, ecco la casa sul lungofiume, icortili pieni di neve, le lampade elettriche sui fili, le risse suimucchi di neve addosso al muro di mattoni. ¬sulepa era fatto di tantecose, e si sfaldava pezzo per pezzo, e ogni pezzo era diversodallaltro, ma forse là, in mezzo alla neve, addosso al muro dimattoni, quando si battevano a sangue, fino a gridare ansimando: "Miarrendo!", e poi nella tiepida casa enorme bevevano felici il tèdalle tazzine fini, forse, allora, erano autentici. Ma, chissà, comesi può dirlo? In tempi diversi lautenticità appare diversa. A dire il vero, Glebov odiava quei tempi, perché erano la suainfanzia. E la sera, quando ne parlò a Marina, era agitato e nervoso, nonperché aveva incontrato un amico che non aveva voluto riconoscerlo,ma perché gli toccava avere a che fare con individui irresponsabilicome Efim, che promettevano mari e monti per poi dimenticarsene oinfischiarsene, e intanto il tavolo antico con i medaglioni erasparito in mani altrui. Andarono a passare la notte nella dacia. Viregnava langoscia: i suoceri non dormivano, nonostante lora tarda:Margo¬sa era andata via la mattina sulla moto di Tolma¬cev, non avevatelefonato per tutta la giornata e soltanto alle nove aveva fattosapere che si trovava sulla prospettiva Vernadskij, nello studio diun artista. Aveva detto di non preoccuparsi, Tolma¬cev lavrebberiportata non oltre mezzanotte. Glebov si infuriò: - Con la moto? Di notte? Perché non avete detto a quellidiota dinon fare pazzie, di tornare subito, immediatamente...? - Il suocero ela suocera, come due vecchi comici da commedia, borbottarono qualcosadi assurdo e a sproposito. - Io volevo innaffiare per bene, Vadim Leksany¬c, ma lacqualhanno chiusa... Bisogna porre la questione allamministrazione... Glebov fece un gesto con la mano e si diresse verso lo studio, alprimo piano. Lafa non si era attenuata, neanche a sera inoltrata. Latiepida siccità del fogliame penetrava dal giardino oscuro. Glebovprese una medicina e si sdraiò sul divano senza spogliarsi, pensandoche quel giorno stesso, se tutto andava bene e la figlia tornavaviva, doveva finalmente parlarle di Tolma¬cev. Aprirle gli occhi suquella nullità. Alle dodici e mezza si sentì lo scoppiettio di unamoto, poi un brusio di voci in basso. Glebov udì con sollievo lavocetta sonora della figlia. Subito, miracolosamente, sitranquillizzò, e gli passò la voglia di parlare con la figlia. Sipreparò il letto sul divano, tanto sapeva che la moglie si sarebbemessa a chiacchierare con Margo¬sa fino a notte fonda. Invece si precipitarono tutte e due nello studio, senza tantecerimonie: la luce non era ancora spenta, Glebov era in mutande conun piede sul tappetino davanti al divano, laltro sul divano, e sitagliava le unghie dei piedi con un paio di forbicine. Pallida in viso, la moglie disse con voce lamentevole: - Sai, si sposa con Tolma¬cev. - Cosa dici! - fece Glebov, come spaventato, sebbene in realtà nonlo fosse, ma laspetto di Marina era disperato. - E quando? - Tra dodici giorni, quando lui sarà tornato dal suo viaggio dilavoro, - disse Margo¬sa, pronunciando in fretta e furia le parole,per dare risalto al carattere perentorio e ineluttabile di ciò che
  6. 6. doveva accadere. Per di più, sorrideva: il piccolo viso infantile conle guance un po pienotte, il nasino, gli occhietti, piccolibottoncini neri come quelli della madre, tutto risplendeva, brillava,cieco e felice. Margo¬sa si slanciò verso il padre e lo baciò. Glebovsentì odore di vino. Si infilò frettolosamente sotto il lenzuolo. Eraspiacevole che sua figlia, ormai adulta, lo vedesse in mutande, edera ancor più spiacevole che non ne fosse affatto turbata, anzisembrava che non avesse affatto notato laspetto indecente del padre.Del resto in quel momento non si accorgeva di niente. Unostraordinario infantilismo in tutto. E questa scioccherella volevacominciare a vivere per conto suo, con un marito. O piuttosto, con unlazzarone. Glebov domandò: - Da quale viaggio di lavoro? Perché, Tolma¬cev lavora da qualcheparte? - Certo che lavora. E commesso in una libreria. - In una libreria? Commesso? - Per lo stupore, Glebov cacciò fuorile braccia da sotto il lenzuolo. Cosera quella novità? una truffa? -E perché lo sento dire adesso, per la prima volta? Ci avevi fattocredere che era un pittore, ci hai mostrato dei quadretti, deicandelieri, dei ferri da stiro, o che so io... - No, ce lha detto dove lavora. Lha detto, lha detto, - confermòMarina, amante della verità. - Ma non si tratta di questo... - Mammina, quanto vi amo, tutti e due! - esclamò Margo¬sa, baciandola madre e ridendo. - Papà, oggi sei pallido. Come ti senti? - E dovè il tuo fidanzato in questo momento? - Paparino, ti prego, non pensare a niente, non preoccuparti! - Margo¬sa, rispondi: dove pensate di andare a vivere? Commesso in un negozio. Non poteva esserci niente di più assurdo.Da tanto tempo non vedeva occhi così devoti e felici, né sentivarisate così spensierate. Margo¬sa disse, ridendo: - Ma è così importante? - Tuo padre e io vogliamo sapere... - Ah, volete sapere? Siete assaliti dalla curiosità? - Di nuovo unarisata. - E se dicessi, qui... non va bene? Non siete daccordo? - Andrai con lautobus? Ti alzerai alle cinque di mattina? - Ma, mamma, sono particolari insignificanti... Allimprovviso scomparvero tutte e due. Glebov porse lorecchioalle svolazzanti voci femminili che provenivano dal basso, alle qualisi aggiungeva il sordo parlottio dei suoceri. Glebov avevalangoscioso presentimento che qualcosa sarebbe mutato e decise diprendere un sonnifero per addormentarsi prima. Ad un tratto ebbe unpensiero rasserenante: "Forse non succederà niente di terribile. Masì, che tutto vada come deve andare. Come sempre. Fra un anno sisepareranno, e buonanotte". E si mise a pensare ad altro. Verso luna di notte squillò il telefono. Glebov avvertì neldormiveglia la rabbia che lo afferrava, laccelerazione del battitocardiaco. Schizzò fuori dal divano con giovanile agilità e con unrapido balzo raggiunse lapparecchio posato sul tavolo: doveva farein tempo a prendere il ricevitore prima che Margo¬sa prendesse quellodel telefono di sotto, per dare una lezione a quel maleducato! Eraconvinto che fosse Tolma¬cev. Ma era una voce sconosciuta, quasi sgangherata, da teppista. - Salve, Dunja, buon anno... Non mi riconosci? Eh? - gracchiò ilteppista. - Prima mi riconosce, e adesso non mi riconosce. Stronzo...Ma che ore sono? Luna passata, accidenti, a questora i bambini sonoa nanna. Gli intellettuali no, invece... Discutono, discutono... Sonoqui con un tizio... Ti ricordi che bei coltellini finlandesi cheavevo? - Sì, mi ricordo - disse Glebov e se ne ricordava davvero: icoltellini erano cinque, tutti di misura diversa. Il più piccolo eracome una sigaretta. Levka li portava a scuola e se ne vantava. Eportava anche una pistola dacciaio lucente con limpugnatura dosso,
  7. 7. che sembrava vera. Nello studio entrò Marina e chiese con sguardo spaventato: - Chi è?- Glebov ammiccò, agitò la mano: niente, niente. Chissà perché, eracontento che ¬sulepnikov avesse telefonato. - Bene, dormi tranquillo, vecchio compagno... Scusami del disturbo...Ho cercato per tre ore il tuo numero allufficio informazioni. Senti,oggi, quando ti sei avvicinato, non volevo riconoscerti. A che cavolomi serve, ho pensato. Mi facevi proprio schifo. No, cerca di capire,Vadºka, per Dio! Dico sul serio: mi facevi terribilmente schifo. - Perché dici così? - domandò Glebov sbadigliando. - Che cavolo ne so. Non mi hai fatto niente di male. Certo, tu seidottore, direttore, che ne so, porca merda, non mi interessa. Non mene frega niente. Io sono di unaltra parrocchia. Ma poi sono tornatodal lavoro, mi sono messo a fare le mie cose e ho pensato: perché mela sono presa con Vadºka Gleby¬c? Sarà venuto per qualche carabattolache gli serviva? Magari, unaltra volta che viene, non mi trova più...In un posto, più di un paio danni non riesco a stare... "O signore! - pensò Glebov. - Sempre uguale..." - Lev, telefonami domani, per favore. - No, domani non ti telefono. O oggi o niente, cosa sei, unministro? Telefonami domani! Chi ti credi di essere? Niente domani.Sei impazzito, Glebov, a parlarmi in questo modo! Ti si è girata lalingua? Tre ore ho cercato il tuo numero, sono qui con un tizio... Edel corpo diplomatico, uno in gamba... Attraverso lufficioinformazioni del Mid (1)... Vadºka, te la ricordi la mia mamma? Glebov disse che se la ricordava e voleva aggiungere che anche delpadre di Levka si ricordava, cioè del patrigno. O meglio ancora, deisuoi due patrigni. Ma il ricevitore emise un tintinnio, e sisentirono subito dei brevi segnali sonori. Marina guardava con crescente spavento. - Che sciocchezza. E quel tipo che ho trovato oggi al negozio dimobili... - Glebov era in piedi, scalzo, accanto allo scrittoio eguardava pensieroso lapparecchio telefonico.- Però è proprio un belcretino... E poi, perché mi ha telefonato? Quasi un quarto di secolo prima, quando Vadim Aleksandrovi¬c Glebovnon era ancora pelato, grosso, con le poppe da donna, le coscegrasse, il pancione e le spalle cadenti che lo costringevano a farsicucire i vestiti dal sarto e a non comprarli già confezionati, perchédi giacca portava il 52 e di pantaloni a malapena entrava nel 56, e avolte prendeva addirittura il 58; quando in bocca ancora non aveva iponti di sopra e di sotto, i medici non rilevavano cambiamenti nelsuo cardiogramma, segni di insufficienza cardiaca e un principio distenocardia; quando ancora non era tormentato al mattino dai brucioridi stomaco, dalle vertigini, da un senso di spossatezza generale;quando il suo fegato lavorava normalmente ed egli poteva mangiarecibi grassi, burro non troppo fresco, poteva bere vino e vodka finchévoleva, senza temerne le conseguenze, non sapeva che cosa significail dolore alle reni provocato dagli sforzi, dal freddo e Dio sa daquale altra cosa; quando non aveva paura di attraversare a nuoto laMoscova nel punto più largo, poteva giocare quattro ore a pallavolosenza riprendere fiato; quando era veloce di gambe, ossuto, con icapelli lunghi e gli occhiali rotondi che lo facevano somigliare a unpopulista del secolo scorso; quandera spesso senza soldi, lavoravacome facchino alla stazione o come spaccalegna nei cortiletti lungola Moscova; quando faceva la fame, cera pericolo che si ammalasse ditubercolosi, e allora lo mandarono in Crimea e tutto passò; quandoerano ancora vivi il padre, la zia Polja e la nonna, e tutti stavanonella piccola casupola sul lungofiume, al primo piano, dove abitavanoaltre sei famiglie e in cucina cerano otto tavoli; quando glipiaceva cantare le canzoni con le ragazze, e non lo chiamavano VadimAleksandrovi¬c, ma Gleby¬c e Sfilatino; quando, nelle crisi di
  8. 8. insonnia, aveva appena cominciato a immaginare, nella dolorosaimpotenza della giovinezza, tutto quello che poi gli sarebbe capitatosenza dargli gioia perché gli avrebbe richiesto un tale dispendio dienergie e quelle rinunce che si chiamano vita; a quei tempi, quasi unquarto di secolo fa, cera un certo professor Gan¬cuk, cera Sonja,cerano Anton e Levka ¬sulepnikov, soprannominato ¬sulepa, tutti isuoi vicini di casa, cerano varie altre persone scomparse un poalla volta, e cera lui, diverso da ora e sparuto come un passero. DiMarina, nessuna traccia. Marina deve essere sulla veranda, allombra delle betulle, chescrive su dei fogli di carta tesi come tamburi su barattoli di vetroe fissati con del filo al collo del recipiente, con calligrafiainfantile, "Uva spina 72", "Fragola 72". Anton non è più tra i vivi,e neanche Sonja. Del professor Gan¬cuk non si sa nulla, probabilmenteanche lui è morto, e, se anche vive, è come se non ci fosse più.Levka ¬sulepnikov è seduto nel cortile di un negozio di mobili, conla schiena appoggiata alla parete, allombra, con una sigaretta trale labbra e sonnecchia: gli stessi sogni, le stanze spaziose daglialti soffitti, gli enormi paralumi arancione degli anni trenta... E come a teatro: atto primo, atto secondo, atto terzo... attodiciottesimo. Ogni volta il personaggio appare un po diverso. Ma trauna scena e laltra passano anni, decenni. Allistituto - attosecondo - ¬sulepnikov comparve solo al terzo anno, allimprovvisoaffiorò dalloblio in modo così naturale e lieve, come può accaderesoltanto nella prima metà della vita, quando sembra che ogni cosaavvenga così come viene immaginata. La storia con Gan¬cuk e tutti glialtri invece occupò il quarto e linizio del quinto atto.Incredibilmente presto ¬sulepnikov ne divenne lattore principale.Era comprensibile, del resto: dietro le quinte cera il patrigno,dotato di possibilità gigantesche. Erano in pochi a saperlo, ma losapevano certamente Glebov e Sonja, per i quali Levka ¬sulepnikov erarimasto sempre il buon vecchio ¬sulepa. Lo consideravano un individuomolto abile e capace, che avrebbe fatto una rapida e fortunatacarriera: nel comitato, nelle riunioni, dovunque, le ragazze migliorile agganciava lui. Ma in realtà egli era una rapa, una mediocrissimarapa. Non se ne accorsero subito, allinizio irritava molti. Unavolta si avvicinò nel corridoio un robusto giovanotto di Charºkov, dicognome Smyga, e disse: "Glebov, dicono che stai a scuola con questo¬zuljatnikov?". Glebov disse: "Sì, però non storpiare il nome e nonfare troppo lo spiritoso". "Bene, il nome non glielo rovineremo, mail grugno sì, - ribatté Smyga. - Di a ¬zuljabºev che la smetta dicorrere dietro alle ragazze del nostro gruppo. O saran botte." Alcuni giorni dopo Smyga comparve nellaula con il viso gonfio,come se avesse avuto un ascesso. Levka raccontava, con una certameraviglia: "Questo elefante mi è caduto addosso al gabinetto e hacominciato a gridare: "Ti avevamo avvertito, bestione, e tu non cihai dato retta!". Pazzia furiosa; lho abbattuto con due colpi disambo (2). Ha spaccato il cesso con la zucca". Glebov non glicredette, sapendo che Levka era un gran bugiardo, ma poi scoprì chela tazza del cesso era davvero rotta, e allora credette non solo allacrudele umiliazione di Smyga, ma anche a tutte le altre cosefantastiche che ¬sulepnikov gli aveva raccontato della propria vita.Che, per esempio, durante la guerra, aveva frequentato unafantomatica scuola segreta in cui si insegnava a sparare, a lanciarei coltelli, a uccidere a mani nude, oltre alle lingue straniere, eche aveva compiuto missioni segrete nelle retrovie tedesche, ma chepoi lo avevano smobilitato perché gli si era aperta unulcera allostomaco. Sulla veridicità di questo racconto si poteva nutrirequalche dubbio, perché il tedesco ¬sulepnikov lo conosceva poco,lanciava i coltelli mediocremente ed era chiassoso, sfacciato,mentiva su ogni sciocchezza, il che non corrispondeva allimmagineche egli voleva dare di sé. Glebov decise che sicuramente Levka
  9. 9. doveva aver studiato in una scuola segreta (organizzata dalpatrigno), che si proponeva di diventare un altro colonnelloLaw-rence, ma per qualche ragione il progetto era andato in fumo. ESmyga, che aveva litigato a morte con Levka, diventò poi il suo piùfedele cavalier servente; questo lanno dopo, quando il patrignoregalò a Levka una Bmw che aveva preso al nemico. Levka arrivòallistituto su una carretta color ciliegia, vecchia e pidocchiosa: ipoveri studenti non solo provarono invidia, ma persero addirittura ildono della parola. Da allora Smyga andava sempre in giro appresso aLevka, gli correva dietro per i negozi e gli faceva conoscere leragazze che conosceva. Nei confronti di Levka ¬sulepnikov in quegli anni - era alloraallapice del suo destino, così lambiccato e capriccioso - potevanoesserci solo due atteggiamenti: servirlo come uno schiavo oinvidiarlo con odio. Glebov, il più vecchio amico di Levka, non fumai suo schiavo, nemmeno nelle classi inferiori, quando è tantodiffusa la piaggeria dei ragazzi deboli e poveri verso quelli piùforti e ricchi; e, quando fu allistituto, non volle trasformarsi nelsuo luogotenente, sebbene ne fosse tentato. Intorno a ¬sulepnikov siformavano compagnie vaganti, turbinava una vita particolare: ville dicampagna, automobili, teatro, sport. In quegli anni venne fuorilhockey su ghiaccio con disco, o, come allora veniva chiamato,l"hockey canadese", o più semplicemente, "canada". Lentusiasmo perlhockey era di gran moda, persino raffinato. Allo stadio andavanosignore in persiano e uomini in castoro. ¬sulepnikov si portavadietro certe gran celebrità della squadra dellaeronautica. SiccomeGlebov non aveva voglia neppure di sfiorare questa vita affascinante,ma che gli appariva piuttosto illusoria e nello stesso tempo rozza, epoiché lo stesso Levka non era poi tanto attaccato alle leggidellamicizia, Glebov si teneva in disparte: non si trattava solo diamor proprio nel non voler essere lultima ruota del carro, ma di unasua innata riservatezza, che si rivelava talvolta senza motivo,istintivamente. ¬sulepnikov proponeva, dallalto della sualiberalità: "Gleby¬c, è richiesta la tua presenza!". Questo volevadire che qualcuna delle ragazze di Levka aveva notato Glebov o neaveva sentito parlare - niente di strano, le ragazze, secondounespressione di allora, "gli mettevano gli occhi addosso" - edesiderava conoscerlo, o forse Levka raccontava balle, non ceranessuna "richiesta", voleva soltanto iniziare lamico alle gioieterrene. Levka era un compagnone, insisteva. Glebov si sottraeva.Inventava delle scuse. Il pretesto era Sonja: Sonja lo aspettava,aveva preso accordi con Sonja, Sonja era malata. In realtà, agiva unsegreto meccanismo di autodifesa, sorprendentemente, poiché a queltempo nessuno avrebbe potuto immaginare le catastrofi imminenti. Eraqualcosa da cui Glebov non poteva liberarsi, qualcosa che loaccompagnava tormentosamente per tutti quegli anni, a cominciare daiprimi, unoffesa che lo tormentava nel profondo... E non gli riuscì di dominarla, né di averne la meglio. Come unamalattia cronica: a volte si aggravava, a volte in apparenza svaniva,ma a volte faceva così male che non aveva la forza di sopportarlo.Perché, per esempio, Levka aveva questo e quello, per lui era tuttofacile, gli bastava tendere la mano, come se gli fosse statoassegnato un destino speciale? A Glebov, invece, toccava guadagnarsiogni cosa faticosamente, curvare la schiena, tendere le vene, lapelle, così che poi, quando riusciva a ottenere qualcosa, le vene sirompevano, la pelle si raggrinziva. Questo tormento - questo, diciamo, soffrire di disuguaglianza - eracominciato in tempi remoti, in quinta o in sesta elementare, quando¬sulepa era venuto ad abitare nel palazzone sul lungofiume. Glebovviveva, dalla nascita, in una casetta a due piani. E a fianco diquellenorme palazzo dalle mille finestre, quasi unintera città oaddirittura un intero stato, dietro i cortiletti, oltre la chiesa,
  10. 10. dietro i cumuli di rifiuti che crescevano come funghi su un ceppo,stava una casa un po sbilenca, con il tetto sfondato qua e là, conquattro mezze colonne sulla facciata, conosciuta tra gli abitantidella zona come "casa Derjuginskij". Anche il vicolo in cui sitrovava questa sgangherata bellezza si chiamava Derjuginskij. Lagrigia mole del palazzone sovrastava il vicolo, al mattino coprivasubito il sole, di sera faceva volar via voci di radio, musica digrammofoni. Là, nei piani più vicini al cielo, si conduceva una vitache sembrava completamente diversa da quella dei piani bassi, nellamediocrità, coperta da una tinta gialla di tradizione secolare. Eccola disuguaglianza! Alcuni non se ne accorgevano, altri se nefregavano, altri lo ritenevano giusto e legittimo, Glebov findallinfanzia si portava un bruciore nellanima: un misto di invidiae di qualche altro oscuro sentimento. Il padre lavorava come chimico,in una vecchia fabbrica di dolci, la madre faceva lavoretti saltuario, per lo più, non faceva niente. Non aveva istruzione. A voltecuciva, a volte andava in qualche ufficio, a volte faceva la cassierain un cinema. Questo lavoro al cinema - un locale di terzordine, inuno dei vicoli lungo la Moscova - era diventato oggetto di non pocoorgoglio per Glebov e lo premiava come un grandissimo privilegio:poteva vedere qualunque film senza pagare. E nelle ore diurne, quandocerano pochi spettatori, poteva persino portarsi un compagno emagari anche due. Naturalmente, se la madre era di buon umore. Questo privilegio era la base del potere di Glebov in classe. Se neserviva con parsimonia e intelligenza: invitava i ragazzi alla cuicompagnia era interessato o dai quali si aspettava qualcosa incambio, nutriva altri di promesse prima di offrire loro il beneficio,altri invece, le canaglie, li privava per sempre dei suoi favori. Lacosa andò avanti così per un pezzo, e il potere di Glebov - non ilpotere, ma, diciamo così, lautorità - rimase saldo finché non spuntòLevka ¬sulepa. Levka si era trasferito nel palazzone da qualche zonadella periferia o forse addirittura da unaltra città. Fece subitoimpressione per i suoi calzoni di pelle. I primi giorni si tennesulle sue, guardando in giro sonnacchioso e sprezzante con i suoiocchi azzurrini; non attaccava discorso con nessuno e stava seduto inun banco accanto a una ragazzina. Durante le lezioni facevascricchiolare in maniera insopportabile i suoi calzoni. Decisero didargli una lezione, o meglio di umiliarlo. O, meglio ancora, didisonorarlo. Cera una punizione chiamata "oh-oh-oh!": portavano lavittima designata nel cortile di dietro, gli si ammucchiavano addossoe, al grido di "oh-oh-oh!", gli strappavano via i calzoni.Progettarono di riservare questo trattamento al novizio. Sarebbestata una delizia: levargli i meravigliosi calzoni scricchiolanti evederlo saltellare e piagnucolare mentre le ragazze, avvertite inprecedenza, avrebbero assistito alla scena dalla finestra. Glebovincitava con calore a far giustizia di ¬sulepa, che non gli piaceva -in genere non gli piacevano quelli che abitavano nel palazzone - ma,allultimo momento, decise di non prendervi parte. Forse sivergognava un po. Osservò la scena dalla porta che dava sulla scalaposteriore. Dopo le lezioni invitarono Levka nel cortile di dietro. Erano incinque: Orso, Sjava, Manjunja e altri due. Circondarono Levka, simisero a discutere di qualcosa, poi, ad un tratto, Orso, che era ilpiù forte della classe, lo afferrò per il collo e, con uno strappo,lo rovesciò sul dorso. Al grido di "oh-oh-oh!" gli altri gli sibuttarono addosso. Levka resisteva, tirava calci, ma gli altri, allafine, lo tennero stretto, lo avvinghiarono, e uno gli si sedette sulpetto, ma, ad un tratto, echeggiò uno scoppio, come se fossescoppiato un pneumatico. Tutti e cinque si scansarono. Levka si alzòin piedi. I pantaloni di pelle erano ancora al loro posto: Levkateneva in mano una pistola. Sparò unaltra volta, in aria. Si sentìodore di fumo e ci fu un attimo di terrore. Glebov si sentì piegare
  11. 11. le ginocchia. Orso gli si precipitò addosso con gli occhi sbarrati ecorse di sopra, saltando i gradini. Risultò poi che quella di ¬sulepnikov era una pistola giocattolostraniera, molto bella, con delle speciali cartucce che riproducevanoil rumore dei colpi di una pistola vera. ¬sulepnikov uscì da questastoria a testa alta, da eroe; gli aggressori invece furono coperti diinfamia e in seguito fecero tutto il possibile per rappacificarsi efare amicizia con il possessore di quella meravigliosa pistola. Conunarma simile si poteva diventare i dominatori di tutti i cortilidel lungofiume. A Glebov fu più facile che agli altri stringereamicizia con ¬sulepa. Egli infatti non aveva preso parteallaggressione. ¬sulepnikov non manifestò nessuno spirito divendetta, anzi forse era contento che adesso lo adulassero e fosserodisposti a dargli interi patrimoni in cambio di un tiro con lapistola. Ma la faccenda non era finita lì. Allimprovviso comparve ildirettore con il bidello e un poliziotto e si mise a gridare che ibanditi dovevano essere puniti. Il direttore era fuori di sé: gridavacome non era mai accaduto, pallido, le guance tremanti, sembravainesorabile. Il bidello disse che si trattava di unazione disabotaggio. Il poliziotto stava seduto in silenzio, ma la suapresenza causava disagio a tutti. Il direttore pretendeva che si facessero i nomi dei banditi.¬sulepnikov non voleva. Disse che non aveva notato chi fossero; glisi erano ammucchiati addosso e poi se lerano data a gambe. Ildirettore venne altre due volte, senza il poliziotto. Si chiamavaBorsover e sembrava quasi che avesse questo strano nome per via delleborse sotto gli occhi. Aveva una lunga faccia bianca, gonfisemicerchi bianchi sotto gli occhi. Era nervoso, non riusciva a stareseduto tranquillo, come tutti gli insegnanti, e per tutto il tempoandava su e giù, di corsa, davanti alla lavagna, come un invasato.Nessuno aveva simpatia per il capocorso, che avevano soprannominatoTromba, ma il direttore faceva pena. Aveva unaria depressa. "Amici miei, vi chiedo un atto di coraggio... Coraggio non nelnascondere, ma nel dire..." La faccia bianca e la voce spezzata nonparlavano affatto di coraggio. Nonostante tutta la compassione per il vecchio malato, la classetaceva. Anche ¬sulepa taceva. Raccontò poi che il padre lo avevacastigato: lo aveva chiuso nel bagno tutta la sera, e nel bagno cerabuio, e cerano gli scarafaggi. Pretendeva che rivelasse i nomi, ma¬sulepa non denunciò nessuno. Così Levka ¬sulepnikov, colui che avevano deciso di svergognaredavanti a tutti, divenne un eroe. E fu probabilmente da quel momento,dai calzoni di pelle, dalla pistola giocattolo e dalla sua condottaeroica - una ragazza addirittura compose dei versi in onore di¬sulepa - che ebbe origine quel peso terribile in fondo allanima...Perché un individuo solo non deve avere tutto. Perché, allora, sidoveva ribellare anche la natura, quello che è chiamato destino. Inseguito, Levka ¬sulepnikov avrebbe sentito questa "protesta deldestino", questi denti di drago sulla propria povera pelle, ma certoallora, nel dormiveglia dellinfanzia, nessuno avrebbe potuto pensareche una volta o laltra si sarebbe rovesciato tutto quanto. E soloGlebov sentiva qualcosa, che ancora non poteva definire conesattezza, qualcosa di inquietante, come le voci sorde della realtàche si insinuano nel sogno. No, linvidia non è affatto quel basso,vile sentimento che sembra. Linvidia è una parte della natura che siribella, un segnale che le anime sensibili devono cogliere. Ma noncè infelicità maggiore di quella delle persone colpite dallinvidia.E non cera infelicità più deleteria di quella che toccò a Glebov nelmomento di quello che sembrava il suo trionfo. Al cinema, al di là del ponte, davano il vecchio Lespressoazzurro. Avventure cruente, sparatorie, delitti. Ai film di questotipo tutti si entusiasmavano, fantasticando di esserne coinvolti, ma,
  12. 12. chissà perché, ai ragazzi erano vietati. Glebov ce lo accompagnò lamadre. Il film risultò naturalmente straordinariamente bello. Perunora e mezza Glebov, seduto sulla sedia pieghevole, tremò, comeavesse la febbre. Sintende che dovette vedere il film più di unavolta. Erano i giorni del suo incontrastato dominio. Non cera altravia se non attraverso di lui, Glebov, per poter sperare di vederequel filmone mondiale e incomparabile: in due parole raccontava di untreno che portava i rossi ed era assalito dai bianchi, che facevanopiazza pulita di donne, vecchi e bambini, ma poi i rossi avevano lameglio. Cerano sparatorie e duelli corpo a corpo sulle piattaforme,sui tetti e sotto le ruote dei vagoni a tutta velocità. Il pubblico,imbecille, non andava a vedere questo film, e la saletta nelle orediurne era vuota. Glebov scelse un paio dei più meritevoli, ponderò a lungo quellascelta, annunciò la decisione dopo la lezione, quindi, attraversatodi corsa il ponte, si precipitarono tutti e tre allo spettacolo. Suamadre ne poteva lasciar entrare anche quattro o cinque. Ma Glebov nonsi sbilanciava. Non cera motivo di aver fretta. Avrebbe voluto cheanche ¬sulepa lo pregasse, mendicasse come gli altri, ma quello nonmostrava alcun interesse. Una volta disse con aria sprezzante: "Malavrò visto cento volte!". Era certamente una fandonia. Durante le lezioni, Glebov sideliziava nella cernita dei postulanti: uno gli offriva una serie difrancobolli di colonie francesi con laggiunta di uno spruzzatore,Manjunja promise di portarlo alle corse con suo padre; cerano altreproposte, e cerano anche delle minacce. Una ragazza gli scrisse unbigliettino in cui gli prometteva di baciarlo, se lavesse portata alcinema. Glebov fu turbato dal biglietto. Non aveva mai ricevutobigliettini da una ragazza e non era stato mai baciato. La ragazza sichiamava Dina, di cognome Kalmykova. Dina Kalmykova, soprannominataParalume. Era grassoccia, molto colorita, con gli occhi e le ciglianere, non molto bella. Glebov non le aveva mai rivolto la minimaattenzione. Ma gli rimase impressa per tutta la vita. Ricevuto il bigliettino, Glebov ebbe un attimo di vero spavento.Aveva paura di muoversi e ancor più di voltarsi a guardare: Dinastava seduta due banchi dietro di lui. Per prima cosa fece ilbiglietto in mille pezzi. Si mise a riflettere febbrilmente a comedoveva comportarsi. Avrebbe certamente potuto dirle: "Sì, ti possoportare al cinema, ma non è obbligatorio baciarsi". Ma questo sarebbesuonato per lei come unoffesa. Era già così grassoccia, una veramontagna di grasso, benché corresse veloce e alle lezioni dieducazione fisica superasse le altre ragazze. Sapeva andare moltobene sulla trave e si arrampicava discretamente sulla fune. Avevadegli enormi calzoncini color amaranto a volant che qualcuno avevadefinito un "paralume", e così era venuto fuori il soprannome:Paralume. Se il bigliettino lo avesse mandato Sveta Kirillova o, peresempio, Sonja Gan¬cuk, Glebov si sarebbe turbato assai di più. Svetagli sembrava bella, aveva un portamento altero, era flessuosa,sottile, con le trecce color mogano e laria di chi sa un importantesegreto, sconosciuto agli altri; Sonja Gan¬cuk invece attraeva Glebovnon per la bellezza, ma per qualcosaltro. Forse per il fatto che ilpadre, il professor Gan¬cuk, era un eroe della guerra civile e nelsuo studio, dove una volta Sonja lo aveva fatto entrare di nascosto,erano appesi alla parete pugnali, fucili e una scimitarra turca. Ah,se Sveta o Sonja gli avessero promesso di baciarlo! Ma Dina Paralumelo aveva confuso. Durante la ricreazione, cogliendo un momento in cui Dina era solavicino alla finestra, con le spalle appoggiate al davanzale, gliocchi al soffitto, e il sorriso sulle labbra, le si avvicinò e disseborbottando: "Se vuoi, si può andare oggi. Vengono Tricheco eChimius...". Dopo un momento di silenzio, aggiunse: "Se ti va,naturalmente...".
  13. 13. "Sì" disse Dina continuando a sorridere e a guardare il soffitto. "Però non perdere tempo, altrimenti faremo tardi. Alle due e mezza.Vestiti subito e andiamo di corsa. Va bene?" Parlava seccamente,senza nessuna allusione sentimentale. Durante la proiezione, Dina gli sussurrò allorecchio: "Io vado acasa!". Glebov si meravigliò. Le principali sparatorie de Lespressoazzurro dovevano ancora arrivare, ed egli si preparava a guardarleper la decima volta. Dina spiegò in un sussurro che le faceva male lapancia. Si alzò ed uscì dalla sala. Glebov, dopo averci pensato su,la seguì. Non era del tutto chiaro perché usciva con lei, e perciò sisentivano entrambi imbarazzati e non dicevano niente. Dina camminavarapidamente, quasi di corsa, e Glebov le camminava accanto con lostesso passo. In silenzio percorsero velocemente il vicolo eduscirono sul lungofiume Kanava. Sotto il ponte lacqua era nera,fumante di vapore. A tratti sul fiume scivolavano ancora blocchi dighiaccio; era aprile, un po caldo e un po freddo, chi ci capisce,ma Glebov batteva i denti e tremava tutto. Adesso desiderava tantoche Dina lo baciasse. Ma non sapeva come ricordarglielo. Almeno nonsarebbe stato inutile piantare a metà! E poi era andata proprio bene:Tricheco e Chimius erano rimasti al cinema. In quattro non ne sarebbeuscito niente. Guardò di profilo Dina Paralume, la sua guancia rosso acceso, ilnaso allinsù, i riccioli neri che spuntavano da sotto il berretto dasciatore; osservò come ansimava per la camminata veloce, le suegrosse labbra dischiuse; quella vista gli era gradevole, perchésentiva che Dina Paralume, anche se grassa e non molto bella, era inquel momento in suo potere. E lei stessa aveva acconsentito a questo!Il cuore gli batteva. Stringeva i pugni. Ad un tratto Dina prese acamminare più lentamente. Anche Glebov rallentò il passo. Passaronoaccanto a un vecchio caseggiato di tre piani, che però non era casasua. Abitava sulla Poljanka. Dina aprì il pesante portone dingresso,entrò, senza guardarsi attorno, e dietro di lei entrò Glebov. Salì dicorsa le scale senza fermarsi né al primo piano, né al secondo, né alterzo, e lui dietro. Dal pianerottolo del terzo piano partivaunaltra rampa di scale, stretta e ripida, e Dina vi salì. AncheGlebov salì. Davanti allingresso della soffitta cera un piccolospazio, buio e maleodorante. Dina si voltò verso di lui ansimando, e disse: "Ecco fatto!". "Che cosa?" chiese lui, ansante. "Puoi baciarmi." "Perché dovrei? Sì, certo, me lhai promesso..." "Cretino!" disse Dina. Erano in piedi, in silenzio, e il loro respiro si faceva a poco apoco più calmo. Dina non voleva andar via e ancora una volta disse abassa voce: "Oh, che cretino...". Glebov decise fermamente di aspettare finché non avesse ricevutoquanto gli era stato promesso. Trascorsero tre o quattro minuti diassoluto silenzio e di immobilità, poi da dietro la porta dellasoffitta risuonò un disperato miagolio, si sentì un rapido frusciare.Si misero a ridere. Allimprovviso Dina accostò il suo grasso visocaldo, ed egli si sentì sfiorare le labbra, per un attimo appena, daqualcosa di umido e sfuggente, e questo fu il primo bacio della suavita. Niente di particolarmente piacevole, si era solo tolto ilpensiero. Corsero giù per le scale e subito, allingresso, sisepararono: lei doveva svoltare a destra, sulla Poljanka, Glebovattraversò il ponte di corsa. Uno o due giorni dopo, quando Glebov era al culmine della suapotenza, ci fu un tracollo. ¬sulepnikov invitò i ragazzi a casa suadopo la scuola. Nel palazzone Glebov cera già stato: da Tricheco, alnono piano, dove da una finestra si spalancava una gran vista sulponte di Crimea, gli alberi del parco, e destate si vedeva la grande
  14. 14. ruota girare; oppure da Chimius, che abitava al piano di sotto nellastessa scala e aveva stabilito con Tricheco un "sistema dicomunicazione di corda e bandierine"; oppure ancora da Sonja Gan¬cuko da Anton, nel piccolo appartamento al pianterreno, dove Antonabitava insieme alla madre, Anna Georgievna. Tra tutti gli inquilinidel palazzo gli piaceva veramente Anton Ov¬cinnikov. Glebov ritenevaAnton semplicemente un genio. Ed erano in molti a pensarlo. Anton eraun musicista appassionato di Verdi, e sapeva cantare tutta lAida amemoria, dalla prima allultima parola; inoltre era un pittore, ilmigliore della scuola, dipingeva ad acquarello in manierameravigliosa monumenti storici o disegnava a inchiostro di chinaprofili di musicisti; per di più scriveva romanzi fantastici dispeleologia e archeologia, ma si interessava anche di paleontologia,oceanografia, geografia e in parte di mineralogia. Di Anton loattraeva non solo la genialità, ma anche la modestia, la mancanza diboria e di presunzione, a differenza degli altri inquilini delpalazzo, in ognuno dei quali cera qualche traccia di arroganza,detestabile agli occhi di Glebov. Anton viveva poveramente, in unlocale solo, dal mobilio banale, e non aveva stivaletti tedeschi,maglioni finlandesi, meravigliosi coltellini dal fodero di cuoio enon si portava a scuola panini al prosciutto o al formaggio finementeavvoltolati nella carta velina che profumavano tutta la classe. Glebov non andava molto volentieri a casa dei ragazzi che abitavanonel palazzone; o piuttosto ci andava con grande circospezione, perchéi portieri lo guardavano sempre sospettosi e gli chiedevano: "Da chivai?". Bisognava dire da chi si andava, il numero dellappartamento,a volte il portiere citofonava per accertare se realmente aspettavanoil tal dei tali. Era spiacevole stare in piedi ad aspettare chefinisse di accertarsi. Il portiere, mentre parlava, lo scrutava conuno sguardo tagliente e incorruttibile, come temendo che Glebovsgattaiolasse nellascensore senza permesso, e Glebov si sentiva unmalfattore colto sul fatto. E non si poteva mai sapere che cosaavrebbero risposto dallappartamento: Tricheco aveva una domesticasorda, che non riusciva né a capire né a spiegare niente; da Chimiusinvece andava a rispondere spesso la nonna, una vecchietta terribileche sorvegliava a vista il nipote. Una volta disse al portiere cheGlebov non poteva salire, perché Chimius non aveva fatto i compiti.Solo quando andava da Anton, Glebov non subiva il tormentodellinterrogatorio: il suo appartamento era al pianterreno e ilportiere, con una stretta sorveglianza, si limitava a controllare cheGlebov suonasse proprio lì e che gli aprissero. Glebov aveva notatoche anche i ragazzi che abitavano nel palazzo avevano timore deiportieri e cercavano di sgusciar loro davanti il più rapidamentepossibile. Ma Levka ¬sulepnikov, sebbene vi abitasse da poco, si comportavadiversamente. Quella volta, al suo passaggio, il portiere, unocchialuto scuro in volto e con le guance penzolanti, lo salutò perprimo con un cenno del capo e accennò persino ad alzarsi dal grandetavolo sul quale era poggiato il telefono, ma ¬sulepa passò oltre,senza rivolgergli la minima attenzione. Si stiparono in cinquenellascensore. Il portiere tentò di fermarli, ma quasi timidamente,con una risatina: "Ma, giovanotti, e se restate bloccati tra un pianoe laltro?". Levka rispose seccamente: "Non fa niente! Corriamoquesto rischio?". Tutti naturalmente gridarono: "Sì! Proviamo!Saggiamo il limite di portata!". La faccia occhialuta, quandolascensore partì, aveva unespressione terrorizzata. Nellappartamento, che colpì Glebov con le sue dimensionigigantesche - i corridoi e le sale facevano pensare a un museo -continuarono a scherzare, a far baccano. Si tolsero gli stivali e silasciarono scivolare sul parquet tirato a cera, cadendo e urtandosiluno con laltro, risero forte, con allegria. Ad un tratto da unaporta bianca con i vetri smerigliati uscì una vecchia con una
  15. 15. sigaretta in bocca e disse: "Che diavolerie state facendo? Smettetelaimmediatamente! Rimettetevi le scarpe e andate subito nella stanzadei bambini". Levka ubbidì, borbottando. Gli chiesero se era suamadre. Disse che era Agnessa. Insegnava francese alla zia e faceva laspia alla madre. "Una volta o laltra lavveleno con larsenico o laviolento." Scoppiarono tutti a ridere, ma nello stesso tempo rimaseromeravigliati. Che modo di parlare! A nessuno sarebbe venuto in mentedi pronunciare quella parola, di cui conoscevano tutti ilsignificato, sebbene dicessero le sconcezze più indecenti senza ilminimo scrupolo. Levka invece laveva pronunciata, riferendola a sestesso e alla vecchia con la sigaretta, in modo naturale, a cuorleggero. E quanto più distintamente Glebov coglieva le particolariqualità di Levka ¬sulepnikov, tanto più si concretava quel qualcosadi bruciante, quel peso che poi sarebbe diventato piombo. ¬sulepnikov era così abituato fin da quegli anni spensierati apronunciare quella parola, come una vuota minaccia o come uno scherzoinnocente, che la ripeté poi spesso, anche quando era già grande egrosso, allistituto. Se si arrabbiava con una professoressa, lainsultava così: "Se non mi dà la sufficienza, la violento". Fu nella camera dei bambini, arredata con uninsolita mobilia dibambù, con tappeti sul pavimento, ruote di bicicletta e guantoni daboxe appesi alle pareti, un enorme globo di vetro che ruotava, quandodentro si accendeva la lampadina, e un antico cannocchiale, montatosu un treppiede per agevolare losservazione (Levka disse che la serasi poteva passare ottimamente il tempo, ispezionando le finestredallaltra parte del cortile), fu lì, in quella camera, che fudemolito il fragile potere di Glebov. Nessuno però se ne accorse,tranne Glebov stesso. Levka portò un proiettore, stese un lenzuolosulla parete e proiettò il film Lespresso azzurro. Lapparecchiocrepitava, la vecchia pellicola si rompeva, le didascalie ballavanoed erano illeggibili, tuttavia ci fu un generale entusiasmo, mentreGlebov allimprovviso si sentì profondamente offeso. Pensava: perchédiavolo un individuo deve avere tutto, ma proprio tutto? E persinoquellunica cosa che appartiene ad un altro, quellunica cosa di cuisi può vantare o servirsi, gliela tolgono e la dànno a lui, che hagià tutto. Poi a poco a poco si abituò. Ci si abitua a tutto, persinoa un carico troppo gravoso: gli obesi si portano addosso trenta chilidi peso superfluo e ce la fanno. Glebov si abituò al palazzone, che oscurava il vicolo, si abituò aisuoi portoni, ai portieri, al fatto che lo costringevano a prendereil tè, mentre Alina Fëdorovna, la madre di Levka ¬sulepa, ficcava laforchettina in un pezzo di torta e la scostava, dicendo: "Per me nonè fresca", e la torta veniva portata via. Quando questo accadde perla prima volta, Glebov rimase colpito. Come poteva non essere frescala torta? Gli sembrava unassurdità. A casa sua la torta comparivararamente, ne facevano una alla svelta, quando era il compleanno diqualcuno, e a nessuno passava per la testa di dichiarare se erafresca o no. La torta era sempre fresca, splendidamente fresca,soprattutto quella sfarzosa con i fiori rosa di crema. Glebov si abituò anche al proprio appartamento, quando vi ritornavadopo le visite al palazzone. I primi tempi provava una certamalinconia, quando vedeva sorgere allimprovviso, come da un canto,la sua casupola sbilenca con le stuccature grigiastre, quando salivala scala buia, dove bisognava fare attenzione perché cerano deigradini rotti; quando si avvicinava alla porta, costellata, come unavecchia coperta piena di toppe, di una quantità di targhette, dicartellini e di campanelli; quando affondava nellodore composito, dipetrolio, della sua casa, dove sempre la biancheria bolliva nellatinozza e qualcuno cuoceva i cavoli; quando si lavava le mani inquella che era stata una stanza da bagno, divenuta angusta per letavole che coprivano la vasca in cui nessuno si lavava o faceva ilbucato, e sulle tavole cerano i catini e le bacinelle dei vari
  16. 16. inquilini; quando molte altre cose vedeva, sentiva, notava, tornandodalla casa di Levka ¬sulepnikov o di qualcun altro del palazzone, maun po alla volta tutto questo si smussò, si ammorbidì e alla finenon ferì più. Una volta, rientrato da una visita, mentre Glebov descrivevaeccitato il lampadario nella sala da pranzo di ¬sulepnikov e ilcorridoio in cui si poteva andare in bicicletta, e i meravigliosidolci per il tè - non lo avevano colpito i dolci in sé, ma ledimensioni della scatola - e la madre e la nonna chiedevano curioseora di questo ora di quello, il padre allimprovviso, strizzandoglilocchio, gli disse: "Ma scusate, vorreste forse abitare in quellacasa?". "E perché no? - disse la madre. - Vorrei avere un corridoio tuttomio." "Senza rumore di casseruole" disse nonna Nila, afflitta da unacoinquilina che abitava nella stanza dirimpetto che arrivava tardidal lavoro e cominciava, alle undici di sera, a rimestare tra camerae cucina, con le casseruole che tintinnavano una contro laltra.Nonna Nila dormiva su un cassone, vicino alla porta, cosicchélandirivieni della vicina e il tintinnio delle stoviglie lasvegliavano. Il padre guardò la madre e la nonna con stizza. "Che devo dirvi? Galline pezzate, femmine rintronate..." I suoi scherzi erano così, del tutto innocenti. Avevasoprannominato anche sua madre "gallina pezzata". Le donne facevanofinta di arrabbiarsi, gli si scagliavano contro agitando le mani - lamadre non si era mai arrabbiata sul serio contro di lui - ed eglidava una gomitata a Glebov, strizzandogli locchio. "Eh, Dimy¬c, senti che chiocce... Che oche giulive... ma è maipossibile che non capiate che si vive più liberi senza un corridoio?E poi, che musica il tintinnio delle stoviglie! Io nemmeno permilleduecento rubli me ne andrei in quella casa..." Nonostante che avesse sempre un atteggiamento scherzoso espensierato e si burlasse della madre, della nonna e della zia Polja,sorella della madre, prendendole in giro e spaventandole a tal puntoche era a volte difficile capire se facesse sul serio o no - Glebovlo capì solo da adulto - il padre non era affatto un buontemponespensierato. Quella era la facciata, era la commedia domestica.Invece, in fondo alla natura paterna, il perno intorno a cui tuttoruotava era una qualità possente: la prudenza. Ciò che egli dicevaridendo, come una battuta "Ragazzi miei, seguite la regola del tram,non sporgetevi dai finestrini!", non era solo una battuta di spirito.Era saggezza nascosta, che egli cercava di trasfondere un po allavolta, timidamente, quasi senza volerlo. Ma perché non sporgersi?Sembrava ritenerla una regola valida in sé. Forse lo soffocava, comeunangina pectoris, unantica paura non sopita. Era un po piùanziano della madre, sembrava un vecchio, un vecchio crespo eincanutito, sebbene avesse appena cinquantanni. Ma erano staticinquantanni di lotte, di avversità, di fatiche improbe. La sua erala famiglia molto povera di un contabile della fabbrica Duks. Ilfratello, lo zio Nikolaj, era stato aviatore, uno dei primi pilotirussi caduti nella guerra contro i tedeschi. In famiglia ne eranofieri. Non avevano altro di cui essere fieri. Il ritratto dello zioNikolaj, con la divisa del ginnasio, era appeso nel posto piùvisibile. E, nellamicizia sempre più stretta con Levka ¬sulepnikov(non si capiva perché Levka avesse un debole per Glebov, lo invitavaa casa, gli regalava i libri che non lo interessavano, quindipraticamente tutti, e cera il sospetto che li sottraesse allabiblioteca del padre, perché in alcuni vi era stampato il ritratto diun uomo con un martello, i raggi del sole e la scritta "Ex librisAV¬s"), persino in quellamicizia di ragazzi, il padre vedeva deipericoli e ammoniva di "non sporgersi". Consigliò Glebov difrequentare meno quella casa, di non intensificare lamicizia con
  17. 17. Levka, perché "gli ¬sulepnikov hanno una loro linea di vita, tu latua, e non si possono fare mescolanze". A lui, chissà perché,sembrava che prima o poi Glebov sarebbe venuto certamente a noia aLevka ¬sulepnikov, o, peggio ancora, ai suoi genitori, e da questofatto sarebbero sorte delle contrarietà. Da parte sua, Glebovpresentiva questa eventualità; non avrebbe voluto frequentare ilpalazzo e tuttavia ci andava ogni volta che lo chiamavano, e ciandava persino senza essere invitato. Tutto in quella casa era attraente, inconsueto: quantochiacchieravano con Anton, quanti libri gli mostrava Sonja Gan¬cuk,prendendoli dalla biblioteca del padre, di quante meraviglie sivantava ¬sulepa! A casa sua tutto era risaputo, per filo e per segno,era meschinità, noia. Il padre non diceva niente direttamente, ma faceva capirealludendo, scherzando. Glebov non voleva che si parlasse di Levka. "Perché dici così? Che cosa non ti va di ¬sulepa?" Eppure quello che a Glebov non andava di Levka, quello che destavain lui un senso di avversione, di peso, era sconosciuto al padre. Ilpadre faceva altre congetture, evitava le spiegazioni oppure se neusciva con spiritosaggini del tipo: "Vedi, in linea di principio ionon ce lho con il tuo Levka, o ¬sulepa, come lo chiami tu. Aproposito, ti consiglio di lasciare stare questo nomignolo. Chiamalosemplicemente Lev... Il fatto è che è un gran maleducato. Peresempio, non dice grazie, quando si alza dal tavolo dopo il tè". Era una sciocchezza, si capisce: il padre faceva lo spiritoso.Levka non gli andava per altri motivi più sostanziali. Ma quandoLevka veniva a trovarlo a casa, il padre era gentile e persino moltoaffabile, come con un adulto e lo chiamava con tono serio Lev, senzai soliti diminutivi, cosa che faceva ridere Glebov. Per di più inpresenza di Levka il padre si mostrava eccessivamente loquace,chiacchierava di argomenti diversi, raccontava frottole e facevasmargiassate. Glebov ne era disgustato. Una volta, a proposito dello zio Nikolaj, dichiarò che era stato ilprimo aviatore ad abbattere in una sola volta tre aerei, tra i qualiquello del famoso asso tedesco conte von Schwerin, che era rimastomiracolosamente incolume, aveva ripreso a volare, e aveva dichiaratoche sognava di scontrarsi con quel russo e di vendicarsi. Lavevanopubblicato su tutti i giornali. Glebov stava a sentire e non ne poteva più. Il padre disse:"Neppure tu lo sai. Non te lho mai detto". E Levka ¬sulepnikov disse: "Una volta lei ha detto che avevaabbattuto due aeroplani". "Io? Non può essere! Non ho mai detto che erano due. Non sarebbe unrecord. Due non è un record. Ne ha abbattuti tre in una solavolta..." Unaltra volta il padre raccontò che durante la guerra civile avevaprestato servizio nel Caucaso sotto il comando del compagno Kirov(che avesse prestato servizio da qualche parte nel Caucaso era vero)e che era stato in Persia con un reparto di cavalleria e aveva vistogli adoratori del fuoco. Levka ¬sulepnikov allora cominciò a direballe sul conto di suo padre che a Tiflis avrebbe ucciso con le suemani un fachiro. Il padre di Glebov disse che nellIndia del nordaveva visto un fachiro che faceva crescere con gli occhi una piantamagica (non era mai stato di sicuro nellIndia del nord). Levka disseche suo padre aveva acciuffato una banda di fachiri, che erano statiimprigionati in un sotterraneo e dovevano poi essere fucilati comespie degli inglesi, ma quando la mattina dopo andarono nelsotterraneo, non trovarono che cinque ranocchi. E i fachiri eranoproprio cinque. "Dovevano fucilare i ranocchi" disse il padre. "E lo fecero, - disse Levka. - Ma sa quanto è difficile sparare airanocchi? E poi, in un sotterraneo..."
  18. 18. Il padre rideva, minacciandolo maliziosamente con il dito. "Vedo che ti piace fantasticare, Lev! E una bella cosa, mi piace.A parte gli scherzi, però, io li ho visti davvero i fachiri vivi...La prima volta nellIndia del nord, come ho già detto, e la secondavolta qui da noi, a Mosca, sul viale Strastnoj..." Avevano qualcosa in comune, il padre e Levka ¬sulepnikov. Perciòchiacchieravano così fitto, damore e daccordo. A Glebov nonpiaceva. Le fandonie lo esasperavano. Non tanto per il fatto che ilpadre diceva balle, ma perché pensava una cosa e ne diceva unaltra.Disse al padre, una volta: "E sì che Levka non ti piace. Perché ti comporti in quel modo? Queisorrisi, quelle storie... Sembra il tuo principale...". E allora il padre se lebbe a male. Non si arrabbiava quasi mai,non gridava quasi mai, ma allora sbottò: "Moccioso! Mi fa ilpredicozzo, piccolo impudente! - gli piaceva lespressione "piccoloimpudente". - Io sorrido e racconto qualcosa solo perché sono unapersona educata. E certo, voi siete abituati ai Levka! Dimka! Ehi!Tu! Frescone! Che incredibile faccia tosta, fare il predicozzo a suopadre!". Era così furente che andò a lamentarsi con la madre e con la nonnaNila, e anche le due donne se la presero con Glebov. Ma di seraGlebov sentì bisbigliare dietro il paravento: "E tu che frottole vairaccontando davanti a quel bellimbusto...". "E un impudente! Fa le ramanzine a suo padre!" "Ma tu non strisciargli davanti in quel modo..." "Stupidi! Non capiscono niente!" Poi, a mente fredda, dopo qualche giorno, il padre gli spiegò concalma: "A proposito, quanto a quello che mi dicevi... che trattavo iltuo Levka come una personalità importante... sai, lhai imbroccata! Edavvero una personalità importante, non dico lui, Levka, ma suopadre, anche se non so niente di preciso... Perché tutto è cosìconfuso, complicato...". E venne subito la conferma: proprio una cosa complicata. Ad untratto ci fu la storia di zio Volodja, il marito di zia Polja. Subitopensarono: forse potrebbe appoggiarlo il padre di Levka ¬sulepnikov?Zio Volodja e zia Polja abitavano alla Jakimanka, ma venivano atrovare i Glebov quasi tutti i giorni, soprattutto zia Polja. Lamadre e la nonna le erano affezionate. Era considerata la più belladi casa, la più dotata, e aveva un bel lavoro: faceva la modellistain una fabbrica di giocattoli. Zio Volodja era compositoretipografico. Aveva avuto delle noie, lo avevano accusato quasi disabotaggio. Zia Polja piangeva: "Pensa un po, sabotatore il mioVovka! Sabota se stesso, più che altro...". A se stesso facevadavvero del male, perché era un ubriacone. Il padre di Glebov losgridava sempre. La madre e la nonna a volte compiangevano zia Polja,a volte se la pigliavano con lei: "La colpa è tua, stupida, sei tuche lo hai viziato. Perché gli compri da bere?". "E meglio in casache per la strada, con chi capita", si giustificava zia Polja. Nonna Nila e la madre sostenevano che era per quello, per il vino,che cerano state quelle noie, ma zia Polja non era daccordo: "Lohanno rovinato gli altri. E un uomo fatto così!". Ed era davvero unuomo molto buono, senza malizia. Ma Glebov già allora indovinò cheproprio queste anime candide sono la rovina di chi sta loro intorno:zia Polja piangeva, nonna Nila soffriva, la mamma non pensava adaltro e il padre bestemmiava. In primavera volevano comprare a Glebovla bicicletta, ma la mamma gli disse: "Adesso non ci sono soldi,bisogna aiutare Polina". E a un tratto pensarono al padre di Levka... Prima avevano cercato di allontanare Glebov da Levka, minacciatocol dito: stai alla larga da loro, non ti impicciare, e adessopensavano di chiedere aiuto a Levka. Perché tutti erano stati colpitidalla storia dei By¬ckovy.
  19. 19. I By¬ckovy, unallegra famigliola, viveva nello stesso appartamentodei Glebov come se fossero i padroni. Erano temuti da tutti, davanosulla voce a tutti e facevano quel che volevano. Invadevano la cucinaverso sera e non lasciavano entrare nessuno. Roba da correre allapolizia. Il vecchio By¬ckov, Semën Gervasievi¬c, metteva il pellame abagno in un liquido puzzolente. Cuciva in casa gli stivali, i piùcari e alla moda, e più spesso non li cuciva lui, ma li dava a unlavorante; si limitava a ricevere i clienti e il pellame. Quanti strilli per quella cucina chiusa di notte! La vicina chearrivava tardi la sera dava in escandescenze più di tutti. Anche lamadre di Glebov si infuriava. Prima di tutto il puzzo, poi labuso. Talvolta la mamma stava per sbottare: "Vi faccio vedere io!... Conquale diritto!". Il vecchio Semën Gervasievi¬c borbottava a voce bassa: bu-bu-bu. Ilpadre di Glebov si trascinava malvolentieri in corridoio, perchétutti i By¬ckovy si rovesciavano fuori della "sala" - chissà perchéchiamavano "sala" la grande stanza dove vivevano in sei - e ilbu-bu-bu diventava generale, assordante. Come una tempesta, con tuonie scrosci di pioggia. Ma i principali farabutti erano Minºka eTaranºka. Taranºka aveva dieci anni e frequentava la terza, Minºkainvece ne aveva quindici e non andava a scuola per niente, perchéaveva ripetuto due volte la quinta, era stato espulso, aveva fattolapprendista da qualche parte, poi aveva smesso. Si occupava difaccende poco chiare, passava tutto il giorno al biliardo e forse eraentrato in un giro di ladri. Minºka By¬ckov era il piccolo zar di vicolo Derjuginskij edintorni. E non era uno zar buono. Avevano paura di scontrarsi conlui, perché sapevano che non andava in giro a mani vuote. Spesso accorreva a scuola alla fine delle lezioni e si metteva afare linterrogatorio. "Chi è stato a picchiare Taras ieri sera? Chi lha graffiato per lescale? Tu, vigliacco?" E già sapeva chi era stato, perché Taranºka si lamentavacontinuamente e raccontava un mucchio di storie. Evitavano di toccarequello scrofoloso di Taranºka, ma cerano anche i male informati, chenon sapevano di Minºka: Taranºka faceva larrogante, e così gliappioppavano a cuor leggero uno schiaffo o un nocchino sullacapoccia, senza immaginare le terribili conseguenze. Minºka inscenavain cortile, presso il muro di mattoni, dove trascinava le suevittime, un crudele processo sommario. "Come hai potuto, figlio dun cane, prendertela con mio fratello?Ti sei stufato di campare?" Jurka Orso, latleta che non aveva paura nemmeno di quelli delladecima, fu umiliato e pestato davanti a tutti: Minºka gli torse unbraccio dietro la schiena, quello strillava dal dolore, ma Minºkatorse ancora più forte, fino a farlo cadere in ginocchio. Poi gliordinò: "Ripeti: perdonami, Taras Alekseevi¬c, per averti offeso...Non lo farò più!". E Taranºka, quel piccolo dritto dalle sopracciglia rossicce,assisteva alla scena e rideva. Orso soffriva al di sopra delle sueforze, gemeva, digrignava i denti e scuoteva la testa, non volevaparlare, ma By¬ckov lo sopraffece. Taranºka gli si accostò e gliavvicinò i piedi al viso. Minºka lo premeva, sempre più forte. "Ed ora ripeti, vigliacco, hai sentito? Altrimenti ti spezzo ilbraccio!" Orso balbettò in maniera appena percettibile: "Perdonami, TarasAlekseevi¬c..." e tutto il resto. Nessuno prese le sue difese: incortile non cerano ragazzi grandi, e come avrebbero potuto farcela ipiù piccoli? Anche Glebov aveva un po paura di Minºka By¬ckov, manon come gli altri, Minºka del resto era suo coinquilino. A volte glichiedeva qualcosa, a volte gliela dava lui stesso. Talvolta Glebovsinorgogliva: tutti avevano paura di attraversare il vicolo
  20. 20. Derjuginskij dove cera Minºka By¬ckov con la sua banda e lui no, nonaveva paura. Poteva camminare per il vicolo anche di sera tardi,persino di notte, nessuno lo molestava. Glebov sentiva fortementequesto suo privilegio ed avvertiva persino, con una certa vergogna,senza neppure ammetterlo a se stesso, che nei momenti difficiliavrebbe potuto diventare un secondo Taranºka, o quasi. Minºka sarebbeintervenuto in sua difesa! A chi toccava le avrebbe suonate. Ma Glebov non si lamentò mai di nessuno con Minºka. In genere nonsi serviva di tutti i vantaggi che gli venivano dallessere suovicino. Perché, oltre la segreta soddisfazione, cera nascosto nelprofondo qualcosa di assolutamente diverso: una paura cheagghiacciava lanima. Una paura che nessuno aveva mai provato. Perchénessuno come Glebov conosceva e sentiva tutti quei By¬ckov chefacevano impallidire sua madre e costringevano la nonna a farsi ilsegno della croce. La mamma ripeteva: "Per lamor di Dio, non timettere mai con Minºka, né con Taranºka...". Ma come poteva non stabilire dei rapporti, dal momento che lorostessi prendevano liniziativa? Avevano una sorella, Vera, unaragazza di sedici anni. Lavorava in fabbrica. Sembrava una donnafatta, ma forse appariva così a Glebov, tutta rotonda, con il pettoprominente, le scarpe scricchiolanti e sempre un forte odore di acquadi colonia. Taranºka una volta tirò Glebov in corridoio e cominciò aimportunarlo: "Vuoi che ti faccia vedere Vera nuda? Dammi venticopechi!". Glebov non voleva, naturalmente. Non aveva nessuna intenzione diguardare Vera nuda. Il solo pensiero gli procurava una spiacevoleinquietudine. E poi dove prendere venti copechi? Rubarli alla madre ochiederli a nonna Nila? Ma Taranºka non gli dava pace e gli mettevapaura con il cane: i By¬ckovy avevano un grosso cane nero chiamatoAbdul che era considerato proprietà di Minºka. Abdul conosceva beneGlebov, tuttavia se glielo avessero aizzato contro, non si sa comesarebbe andata a finire. Andarono in bagno, tolsero il catino dalle tavole, vi misero unosgabello e Glebov si arrampicò. Al di sopra cera una finestrella chedava sulla "sala" coperta da una tenda. Taranºka scostò la tenda eGlebov vide Vera che si lavava in una tinozza in mezzo alla stanza.Vera, a quanto pare, non provava alcun imbarazzo di fronte aTaranºka. Glebov vide tutto... Poi Taranºka gli si incollò come una zecca: fuori subito i venticopechi! Erano tutti così: dammi, dammi subito! A volte succedeva chela mamma rientrasse in camera tutta sconvolta, come in preda alpanico: "Aleutina vuole di nuovo la macchina da cucire... Che cosa ledico?". Aleutina era la madre di Minºka, di Taranºka e di Vera, la mogliedel vecchio By¬ckov. Alla madre di Glebov non andava affatto diprestare la macchina da cucire. Ora trovava una scusa, ora unaltra,giocava dastuzia, ma laltra la spuntava ugualmente. Non ceraalcuna possibilità di affrancarsi dai By¬ckovy. Ma la loro potenza finì in questo modo. Una volta corsero al vicoloDerjuginskij Anton e Levka, non si sa per quale motivo, ma nonandavano da Glebov. Forse volevano passare dal vicolo per andare allungofiume Kanava, cera un passaggio attraverso i cortili. IBy¬ckovy li notarono e subito mandarono Taranºka a fare degli stupididiscorsi: "Ehi, giovanotto, vuoi che te le suoni?". Un vero invito auna rissa. I due non si misero certo a discutere con Taranºka, loscostarono, ma a quel punto tutta la banda dei By¬ckovy si riversòfuori del portone, era come in un copione; la baruffa era nellaria,qualcuno sguinzagliò Abdul, ma sembra che il cane non abbia morsonessuno, ci fu solo una gran paura e un vestito strappato. Levka nonse la prese, ma per Anton ogni straccio che possedeva era prezioso.Il giorno dopo venne a casa dei Glebov un uomo con un lungo cappotto
  21. 21. di pelle, che bussò subito alla "sala". Abdul ululò forte. Il vecchio Semën Gervasievi¬c, Aleutina e Taranºka erano in casa.Ci fu qualche rumore, si sentì parlare, Aleutina gridava, il caneabbaiava con voce acuta (Glebov non lo lasciarono uscire dalla camerae tutta la famiglia decise di non uscire in corridoio, stavano lìseduti, in ascolto), poi si sentirono tre colpi di pistola. Abdul,dissero poi, si ficcò sotto il divano e non ne uscì mai più. Glebov era deluso: lo considerava un cane terribile e coraggioso, einvece si era comportato come un vigliacco. Del cane dispiacque ancheai By¬ckovy, e specialmente ad Aleutina e Taranºka, chesinghiozzarono. Nella casa invece furono contenti. Dopo la morte diAbdul, quasi allimprovviso le cose cominciarono ad andar male pertutti i By¬ckovy, e tutto crollò. Minºka fu arrestato per furto, ilvecchio Semën Gervasievi¬c cadde in mezzo al cortile e fu portatoallospedale, e in breve tempo tutti gli altri By¬ckovy scomparveronon si sa dove, come se li avesse spazzati via il vento. E nella"sala" divisa in due con un tramezzo e tappezzata a nuovo sitrasferirono i tranquilli Pomra¬cinskie, marito, moglie ed unaragazza, Ljuba. Correvano per il corridoio senza farsi notare, comesorci, e parlavano tra di loro sempre a bassa voce. Io mi ricordo tutte queste stupidaggini infantili, quello che siperdeva e si trovava, quanto soffrivo a causa sua quando non mivoleva aspettare e andava a scuola con un altro, e poi mi ricordoquando spostarono la casa con la farmacia, e che in cortile cerasempre aria umida, odore di fiume, e lodore si sentiva anche nellestanze, specialmente in quella grande di mio padre, e, quando passavail tram sul ponte, si sentiva anche da lontano lo sferragliare e ilcigolio delle ruote. Mi ricordo: fare dun fiato la scala lateraledel ponte; scontrarsi la sera sotto larco con la banda del vicoloche tornava dal cinema di corsa, come un branco di coyotes; andareloro incontro, stringendo i pugni, impietriti dalla paura. Tutta linfanzia era avviluppata nella nube purpurea della vanità. Oh, quegli sforzi, la bramosia di una gloria momentanea! Il mondoera piccolo, gli uomini erano quattro, o cinque: Anton, Chimius,Tricheco, forse anche Sonja e Levka e, certamente, il buffo Jarik. Ein questo cosmo gorgogliava la nostra brama: dimostrare. Tenero,succoso, vermiglio frutto dellinfanzia. Tutto era nuovo, senzaparagoni. Per la prima volta nella vita corsi al fiume, durante laricreazione, sullasfalto inondato di sole. Per la prima volta nellavita indovinai che la primavera era semplicemente il vento che facevasentire freddo e battere i denti. Un uomo magro e incurvato, con ungiubbotto corto e un grande berretto da donna color mattone,camminava svelto sul marciapiedi e chiacchierava tra sé e sé. Unaterribile preoccupazione divorava quelle guance scavate, gli occhiinfossati. Dopo aver letto di sfuggita il nome della nostra scuola,si fermò allimprovviso e si mise a gridare: "Non può essere! Non puòesistere una cosa simile! Mi sentite?". Non gridava rivolto a noi,piccolo gruppetto sparuto, addossato al parapetto del lungofiume, maa qualcun altro invisibile, che bruciava con il suo sguardo dodio:"Scuola media SENO. Ma quale SENO? Cosa significa questa assurdità?Dio mio, si rendono conto di quello che fanno?". E lanciò ancora qualche altra espressione di rabbia, con gli occhiscintillanti. A un tratto si arrampicò con un balzo sulla striscia digranito del parapetto e cominciò a camminare con gran facilità comese si trattasse di un marciapiedi. Noi restammo stupefatti, leragazze urlarono dallo spavento. Luomo con il berretto allora siaccorse di noi e, fermatosi un momento, ci disse dallalto: "Poveribambini!". Dopo di che fece ancora alcuni metri con la sua andatura lunatica,saltò giù e si allontanò velocemente in direzione del ponte sullaMoscova. Per la prima volta in vita mia avevo visto un pazzo. Eravamo
  22. 22. rimasti tutti colpiti da quelluomo. Quando fu a ragionevoledistanza, cominciammo a ridere selvaggiamente. Chimius si avvicinòalla barriera di granito e vi si arrampicò aiutandosi con le mani.Noi vedevamo che aveva paura, che non ce la faceva ad alzarsi, etuttavia egli fu il primo a issarsi sul muretto e, con le mani alzatee il viso rattrappito dalla sofferenza, a gridare: "Poveri bambini!"per poi lasciarsi cadere come un sacco sul marciapiedi. Noi ridevamo.Ma ecco Anton Ov¬cinnikov, mortalmente pallido, mordendosi le labbra,si avvicinò con passo sicuro al muretto ed anche lui ci salì sopra,si alzò in piedi, allargò le braccia come un funambolo... Noi sapevamo che Anton aveva i piedi piatti, era miope, andavasoggetto ad attacchi di epilessia, ma nessuno lo fermò. La pazziaaveva contagiato tutti. Risultò che camminare e persino correre sulparapetto era incredibilmente facile. Dopo Anton si arrampicò ilgrosso e pesante Zorik, detto Tricheco, ed anche lui strisciò sulgranito, senza alzare le suole, ingobbito come una scimmia, ma quandosaltò giù sullasfalto le sue gambe cedettero ed egli cadde inginocchio. Poi mi arrampicai io, e infine Jarik. Non era poi così difficile. Prima di tutto non bisognava pensarci,né guardare in basso, sul viottolo di pietra dellargine. Lurlospaventoso di Nikfed ci strappò a quello strano sogno. Probabilmentequellurlo salvò Jarik, il più maldestro e indifeso di noi: non ce lafaceva a correre né a lottare, né a prendere parte alle "scaramucce"che avvenivano nel cortile posteriore della scuola, dove si faceva apugni "al primo sangue". Jarik era rosso di capelli, aveva la pellebianca ed era tutto molle, come un giocattolo di gomma. Facevapensare a un uccello che non sa volare. Lo picchiavano quelli dellealtre classi, che non riuscivano a picchiare nessuno. Era una predaallettante: così grosso e così smidollato. Una volta le prese da unodella terza. Il fatto era che Jarik non poteva colpire nessuno, ledita non gli si stringevano a pugno, e perciò lui non facevaresistenza, quando gli si gettavano addosso, persino i piccolini. Noidifendevamo sempre Jarik, ingaggiavamo battaglie per lui, perchéJarik apparteneva alla nostra classe e chi alzava le mani su di luioffendeva noi tutti. Se qualcuno gridava: "Stanno picchiando Jarik!",noi volavamo a rotta di collo al primo piano o al secondo, insoffitta, nella palestra o in cortile, là dove qualche vigliacco sistava sfogando contro il nostro Jarik, come se fosse cosa sua: lotrascinava in un angolo o si faceva portare a cavalluccio,caracollandogli in groppa. Ma allora, sul lungofiume, quando egli siavvicinò al muretto e con aria disperata slanciò i suoi lunghitrampoli incurvati ai ginocchi, noi lo guardammo con gioiosointeresse, aspettandoci uno spettacolo divertente. E pensare chepoteva cadere in acqua e affogare. Cominciò allora il collaudo della volontà. Dopo che quasi tuttiquelli della nostra compagnia ebbero imparato non solo a camminare,ma persino a correre sul parapetto, escluso un ragazzo chestrascicava una gamba, esonerato dalla ginnastica, Anton inventò unaseconda prova: attraversare il vicolo Derjuginskij di sera. Era ilposto più malfamato dellisola e, forse, di tutto lOltremoscova. Vierano annidati i tipi meno raccomandabili: i banditi, per i quali noncera nulla di sacro, spergiuri e predoni di pacifiche carovane dimercanti, filibustieri ed avventurieri, bande di pirati, come quelladi capitan Silver, il corsaro dalla gamba sola. Ogni ragazzo chepassava di là veniva derubato: a uno prendevano dieci copechi, a unaltro quindici, a un altro ancora toglievano le mostrine o ilcoltello da tasca. I genitori proibivano di passarci. "Ma se quei banditi fossero capitati nei nostri cortili!..." Anton si allenava al ju-jitsu. Lallenamento consisteva in questo:dalla mattina alla sera, negli intervalli, durante le lezioni, acasa, mentre leggeva o ascoltava la musica alla radio, colpivaqualcosa di duro con il taglio della mano destra. La mano doveva
  23. 23. diventare come ferro. Lui diceva "corazzarsi la mano". E, come tuttociò che faceva Anton, grazie alla sua tenacia sovrumana e alla suaautodisciplina limpresa procedeva con successo. Dopo un paio di mesila mano si era ornata di una dura callosità. Nessuno di noi avrebbeavuto tanta pazienza. E quando spuntarono dal portone e ci sipararono davanti, sbarrandoci la strada, e un certo Minºka, dettoToro (una volta frequentava la nostra scuola, era un ragazzone e giàgli spuntava la barba), domandò: "Siete di queste parti? Andate daVadºka?", Anton rispose seccamente: "No!". Anton e Levka qualchevolta facevano una capatina da Glebov. Lo consideravano unoabbastanza in gamba, senza troppa grinta. La maggior parte deiragazzi della nostra classe avevano, naturalmente, molta grinta.Quella volta Anton rispose seccamente "no!", ben sapendo che, seavesse detto "sì", non ci avrebbero toccato. Vadºka e Toro vivevanonello stesso appartamento. Se noi avessimo gridato "Ehi! Sfilatino!"(Vadºka Glebov era chiamato Sfilatino), e lui si fosse affacciatoalla finestra, poteva anche non scapparci la rissa. Ma Anton aveva escogitato tutto ciò per collaudare la nostravolontà e noi non dovevamo rendere più facile la prova. Levka¬sulepnikov non aveva nemmeno preso la sua pistola giocattolo. Ilpovero Anton Ov¬cinnikov non aveva certo laria delleroe nédellatleta (in seguito, dopo quella baruffa, nei cortili corseroleggende su di lui), era tarchiato, basso, uno dei meno sviluppatidella classe, ma portava i calzoni corti anche nel periodo piùfreddo, per temprare il suo fisico, e questo gli dava un aspettoinfantile. Chi non lo conosceva non lo prendeva sul serio. Per di piùportava gli occhiali, quando andava al cinema o faceva unapasseggiata in campagna. Quella volta, nel vicolo, pare che avessegli occhiali. Per questo, quando cominciarono a molestarci, facendo auno lo sgambetto, dando un buffetto a un altro, tentando di toglieread Anton gli occhiali dal naso, fu come se a un tratto fossescoppiata una bomba: Anton dette un colpo di taglio alladdomedellaggressore e lo fece cadere. Ne colpì un altro, che cadde. Sislanciò su di un terzo... cadevano quasi istantaneamente, senza ungrido, senza reagire, quasi per proprio desiderio, come clown benaddestrati nellarena del circo... Furono momenti favolosi... Poi cele dettero di santa ragione... E poi ancora quel cane... Anton stetteun mese a casa con la testa fasciata... Ma, con tutto ciò, eravamostraordinariamente contenti. Di che cosa eravamo contenti? Eraqualcosa di strano, di inspiegabile. Andavamo a trovare Anton nel suobuio appartamento al pianterreno, dove non cera sole, dove allepareti, accanto ai ritratti dei compositori, erano appesi i suoiacquarelli, giallini e azzurri, dove un giovane rapato a zero, con lestellette sulle mostrine, ci guardava da una foto, in una grossacornice di legno, poggiata sul pianoforte (era il padre di Anton,morto in Asia minore, ucciso dai controrivoluzionari), dove la radioera sempre accesa, dove, in un recondito cassetto della scrivania,cera un mucchio di grossi quaderni da 55 copechi, con le paginericoperte di scrittura minuta, dove nel bagno frusciavano tra igiornali gli scarafaggi (in quella scala cerano scarafaggi in tuttigli appartamenti), dove mangiavamo in cucina patate fredde, cosparsedi sale, che accompagnavamo con ottimo pane nero, tagliato a spessefette, dove chiacchieravamo, lavoravamo di fantasia, ricordavamo,sognavamo ed eravamo contenti di chissacché, come scemi... E di nuovo venne fuori il discorso di zio Volodja: si poteva dargliun aiuto attraverso il padre di ¬sulepnikov? Sembrava che fosse unuomo influente. La mamma intavolò il discorso. Il padre non era deltutto convinto. "Non bisogna importunare la gente, - diceva, moltoinnervosito. - Per ¬sulepnikov è una cosa di poco conto, èimbarazzante chiederglielo." La mamma diceva: "Volodja non ti è maipiaciuto. Ma è mio parente. E mi dispiace per Polina, per i bambini.
  24. 24. No, io pregherò assolutamente Lev di parlarne con suo padre". "Io tiproibisco di farlo!", gridò il padre una volta. Difficilmente la madre entrava in discussione con il padre, ma disolito faceva di testa sua. Una sera venne Levka ¬sulepa (Glebov loaiutava in algebra, ma veniva anche così per passare il tempo),presero il tè con le ciambelle, a Levka piaceva prendere il tè daGlebov, perché a casa sua non compravano le ciambelle. La madre diGlebov a un tratto si mise a parlare di zio Volodja, che bisognavaconoscere qualcuno che potesse aiutarlo, perché si trattava di unequivoco. Levka fu subito daccordo: "Va bene, parlerò con papà". Lamamma gli diede un bigliettino con il cognome. Lo aveva già scrittoprima. Glebov avvertì quasi fisicamente la tensione e la contrazionedel padre, che stava rimescolando lo zucchero nel bicchiere: a untratto il movimento della mano, il tintinnio del cucchiaino eranocessati, ed egli era rimasto immobile, con la testa china. La madreinvece sorrideva, gli occhi le brillavano e, quando le fu vicina,Glebov sentì odore di vino. Neanche a lui era piaciuto moltolintervento della madre perché ¬sulepa era pur sempre un suocompagno e, se cera qualcosa da chiedergli, spettava a lui, aGlebov. Quando Levka uscì, il padre aggredì la mamma rimproverandola: "Nonti vergogni? Tu sei ubriaca! Hai parlato come unubriaca!". La mamma,naturalmente, disse che non era vero, che lei non era ubriaca e chela smettesse di dire sciocchezze. Non era affatto ubriaca, avevabevuto appena un goccetto per farsi coraggio. Il padre si eraaccalorato, gridava che lui non ne voleva rispondere, che declinavaogni responsabilità, anche se non si capiva in che cosa consistesseil pericolo. In genere gli piaceva fare fosche previsioni. Glebovraramente aveva visto suo padre così agitato. Batté persino il pugnosul tavolo e farfugliò di rabbia: "Io faccio tutto per voi! In ognimomento! e voi... che il diavolo vi porti! Cervelli di gallina!".Solo più tardi Glebov comprese che il padre era spaventato a morte.Era una sua caratteristica: era arrabbiato sul serio, ma per qualcosadi completamente diverso da ciò che diceva a voce alta. La veraragione bisognava indovinarla, e risultava piuttosto difficile, avolte impossibile. Ma allora, quando sgridò la mamma per ilbicchierino bevuto in fretta in una cantina alla Poljanka, il motivoera chiaro: si era parlato di zio Volodja. Eppure lo avevacategoricamente proibito! E la mamma non gli aveva dato retta. Soltanto alla fine, rilassandosi, dopo aver gridato, disse come perinciso: "Per quanto riguarda Volodºka, poi, è una stupida faccenda...Che cosa vai cicalando, stupida che sei?". La madre scoppiò apiangere. Il padre si rattristò, se ne andò da qualche parte,sbattendo la porta. Nonna Nila disse a Glebov con calma: "Dim, cerca di ricordarglieloa Levka. La questione è che, chiasso o non chiasso, paura o nonpaura, bisogna aiutarlo...". Nonna Nila sapeva sempre dire qualcosa di semplice, di sereno,anche se intorno a lei sragionavano o gridavano spropositi. Glebovvoleva bene a questa vecchietta, raggomitolata su se stessa, con lacrocchia grigia ben stretta sulla nuca, con il piccolo visogiallastro, che sfaccendava per casa ininterrottamente, dalla mattinaalla sera, si dava da fare, andava e veniva strisciando i piedi. Edera la sola, gli sembrava, che qualche volta lo capisse. Una volta, in una giornata di gelo, Glebov stava in camera di Levka¬sulepa a giocare a scacchi, e a un tratto entrò il padre di Levka.Cera anche un altro ragazzo, facevano un torneo a tre. Glebov avevavisto rare volte, tre o quattro in tutto, ¬sulepnikov padre. Levkadiceva che papà lavorava ventiquattrore su ventiquattro e dormivapersino sul lavoro. Levka lo chiamava papà, sebbene fosse ilpatrigno: il padre vero, che aveva uno strano cognome doppio, eramorto o forse era misteriosamente scomparso dalla sua vita.
  25. 25. Prochorov-Plunge! Così si chiamava il padre vero di Levka. Per questouna ventina di anni più tardi Levka riprese il suo vero cognome:Prochorov. Senza Plunge. Ma questo accadde molto più tardi, inunaltra vita. Tra il cognome ¬sulepnikov e il riesumatoProchorov-Plunge (si parla sempre di nomi, non di persone), ci fu unterzo cognome, un terzo padre, qualcosa come Fivejskij o Flavickij.Con i padri di Levka cera da confondersi. La madre invece era semprela stessa, ed era una donna rara! Levka diceva che era di originenobile e che lui, tra laltro, era un discendente dei principiBarjatinske. Alina Fëdorovna era alta, abbronzata, parlava in tono severo, avevalo sguardo altero. A Glebov sembrava che fosse la persona piùimportante della famiglia e che Levka avesse più paura di lei che delpadre. Una via di mezzo tra lantica boiarda Morozova e la Dama diPicche. ¬sulepnikov, il patrigno di Levka, era invece una figurainsignificante, con gli occhi sporgenti, piccolo di statura; parlavaa bassa voce, e Glebov era colpito dal suo assoluto pallore. Nonaveva mai visto un viso così sbiadito e immobile. Il patrigno diLevka portava una camicia grigia, tenuta alla vita da una sottilecintura caucasica con decorazioni dargento, un paio di calzoni asbuffo e gli stivali. Quando entrò nella stanza di Levka, si soffermòa guardare la partita a scacchi e domandò: "Glebov Vadim devi esseretu, vero?". Glebov fece cenno di sì. "Vieni un attimo con me." Glebov esitava. Non voleva interrompere la partita: stava vincendo,aveva due cavalli in più. "Finito! Non valida!" gridò subito Levka, e mescolò le pedine. Glebov, depresso, seguì il patrigno nello studio, riflettendo acome fosse astuto e ingiusto ¬sulepa. Non riusciva a immaginare checosa avrebbe sentito là dentro. "Siediti!" Glebov si sedette in una poltrona di pelle rosso scuro, cosìmorbida, che subito gli sembrò di sprofondare in un abisso, ebbe unpo di paura, ma subito si riprese, trovando una posizione comoda etranquilla. Il patrigno di Levka disse: "Lev mi ha dato il bigliettodi tua madre riguardo a... - si mise gli occhiali e lesse: -Burmistrov Vladimir Grigorºevi¬c. E un vostro parente? Bene,cercherò di informarmi della sua faccenda, se sarà possibile. Se nonsarà possibile, vi prego di scusarmi. Ma ho anchio una cosa dachiederti, Vadim!". ¬sulepnikov stava seduto dietro unenorme scrivania; era piccolo,abbattuto, con le spalle cadenti e tracciava qualcosa su di unfoglio. "Dimmi, Vadim, chi è stato listigatore dellaggressione a miofiglio Lev nel cortile della scuola?" Glebov rimase allibito. Non si sarebbe mai aspettato una taledomanda. Gli pareva che quella storia fosse ormai dimenticata da unpezzo, erano trascorsi vari mesi! Anche lui era stato uno degliistigatori, sebbene allultimo minuto avesse deciso di non prenderviparte. Ma qualcuno poteva averlo raccontato. Subito gli venne questopensiero e ne fu un po spaventato. Vedendo che Glebov era rimastoturbato e taceva, ¬sulepnikov disse severamente: "Non è una cosa daniente, non è una sciocchezza: cè stata unaggressione ai danni dimio figlio. E stata opera di un gruppo, ma devono esserci statidegli istigatori, degli organizzatori. Chi sono?". Glebov borbottò che non lo sapeva. Non si sentiva a suo agio. A talpunto che qualcosa cominciò a gemere e a fargli male in fondo allostomaco. Il patrigno di ¬sulepa non somigliava a un uomo malvagio,non gridava, non sbraitava, ma nella sua voce bassa e nello sguardoluminoso di quegli occhi sporgenti cera qualcosa che metteva adisagio Glebov che gli sedeva di fronte, in una morbida poltrona.

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