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Psicologia ambientale ed ecopsicologia

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Un breve elaborato sulla psicologia ambientale ed in particolare sull'ecopsicologia

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Psicologia ambientale ed ecopsicologia

  1. 1. Psicologia Ambientale ed Ecopsicologia
  2. 2. INDICE
  3. 3. INTRODUZIONE…..………………………………………………………………..….5 Capitolo 1: ECOPSICOLOGIA E BIOFILIA 1. 1 Storia dell’ecopsicologia……………………..…………………………………….7 1.2 Teorie biofiliche………………………...….……………………………………….8 Capitolo 2: TEORIE E COSTRUTTI ECOPSICOLOGICI 2. 1 Epistemologia ecopsicologica…………………..……..………………….....……12 2. 2 Processo evolutivo per l’ecopsicologia…….....………...……………...……...….14 2. 3 Recupero del senso di appartenenza………………………………………..……..15 2. 4 Il femminile……………………………………………………………………….16 2. 5 La prossimità……………………………………………………………………...17 CONCLUSIONE…………………………………………………………………….....19 RIFERIMENTI BIBLIOGRAFICI…………………………………………………..…21 4
  4. 4. INTRODUZIONE Viviamo in un epoca storica caratterizzata da enormi dicotomie. Da un lato, mai si erano raggiunti livelli scientifico-tecnologici così elevati, dall’altro, mai il nostro ambiente e la nostra civiltà hanno sperimentato rischi così imponenti. Latouche (Latouche, 2007) descrive la sesta estinzione di massa riferendosi all’attuale periodo storico, caratterizzato da una molteplicità di specie vegetali ed animali in via di estinzione ed iniziato quando l’uomo ha cominciato con le sue attività a modificare in maniera significativa la biosfera (tra le tante ci si può riferire alle questioni relative alle polveri sottili, alle piogge acide, ai gas serra, allo scioglimento dei ghiacci, alla deforestazione, alla desertificazione, all’acidificazione dei terreni, all’inquinamento delle terre e delle acque, all’aumento di eventi estremi ed infine alla perdita di biodiversità solo per citarne alcune). Si parla di “antropocene” riferendosi al fatto che in questo periodo storico tra tutti gli esseri della Terra l’uomo è indiscusso protagonista, nel bene e nel male, del destino della stessa, e, per la prima volta nella sua esistenza, le stesse condizioni del pianeta sono state modificate da una specie che lo abita: l’essere umano per l’appunto (Lynas, 2008). Ormai da molto tempo si sente parlare di apocalisse ambientale e del fatto che dalla rivoluzione industriale ad oggi abbiamo danneggiato il pianeta come mai era accaduto nei precedenti quattro miliardi e mezzo di anni dalla nascita dello stesso (Dalla Casa, 2011). Mai come oggi, d’altro canto, aumentano i casi di malessere psicologico che colpiscono una fetta via via crescente di popolazione mondiale. Stress, ansia, 5
  5. 5. depressione, disturbi mentali anche più gravi, sono in continuo aumento (Barbiero e Berto, 2018). Può esserci una correlazione tra lo stato di malessere fisico del pianeta e quello di malessere psicologico dell’essere umano? La psicologia ambientale è una branca della psicologia relativamente recente che analizza quali relazioni intercorrono tra l’ambiente che ci circonda e la nostra condizione psicofisica (Baroni, 2008). L’ecopsicologia approfondisce questa analisi inglobando all’interno della loro teoretica questioni fisiche, chimiche, biologiche, antropologiche, sociali, psicologiche ed anche spirituali. Tra i costrutti fondamentali di questo approccio vi è l’”inconscio ecologico”, un’istanza che lega indissolubilmente la psiche degli esseri umani con la biosfera attraverso la “biofilia” o amore per la natura (Macy e Young Brown, 1998; Danon, 2006). Il presente lavoro prende in esame la storia, la teoria ed i costrutti principali dell’approccio ecopsicologico, riportandone le principali conclusioni e le suggestioni per un miglioramento delle condizioni del pianeta e degli esseri che lo popolano. 6
  6. 6. CAPITOLO 1: ECOPSICOLOGIA E BIOFILIA 3. 1 Storia dell’ecopsicologia A metà degli anni Settanta del secolo scorso il chimico britannico James Lovelock e la biologa americana Lynn Margulis tramite una ricerca congiunta cercarono di spiegare perché la temperatura della superficie terrestre fosse relativamente stabile da quasi quattro miliardi di anni, tanto da permettere grazie a ciò la costante presenza sul pianeta di acqua allo stato liquido (Lovelock e Margulis, 1975). La conclusione dello studio portò gli scienziati a fornire la seguente risposta alla domanda di partenza: la biosfera e le sue matrici (atmosfera, terre emerse, acque) sono un unico sistema autoregolantesi, fondamentale in quanto svolge un ruolo attivo nel mantenere le condizioni che garantiscono la vita sul pianeta attraverso l’impatto degli organismi viventi sulla chimica dell’atmosfera stessa. Nello stesso paese dove viveva Lovelock, casualmente, viveva anche il famoso scrittore britannico (nobel per la letteratura nel 1983) William Golding. Lovelock e Golding erano amici e durante una delle loro passeggiate all’aria aperta lo scrittore suggerì al chimico di chiamare in onore della dea greca della Terra “Gaia” l’ipotesi di ricerca (Barbiero e Berto, 2018). Il termine ecopsicologia nasce “ufficialmente” nel 1989 da un gruppo di accademici dell’università di Berkeley in California (Mary Gomes, Robert Greenway e Elan Shapiro) in seno alla discussione relativa a come la psicologia potesse dare un contributo alla crisi ecologica. Anche lo storico Theodore Roszak, professore della California State University entra a far parte di questo gruppo e nel 1992 pubblica “The Voice of the Earth”, il primo libro ufficiale sull’ecopsicologia, e che verrà seguito nel 7
  7. 7. 1995 dalla raccolta di saggi “Ecopsychology” la quale, per la prima volta, spiega l’ecopsicologia al grande pubblico. Nel 1997 il fisico austriaco Fritjof Capra cita Roszak e l’ecopsicologia nel suo libro “La rete della vita”, best seller mondiale, tradotto in Italiano nel 1997. In Italia il tema dell’ecopsicologia viene dibattuto per la prima volta ufficialmente nel luglio 1999 in un convegno organizzato dalla psicologa Marcella Danon e dalla terapeuta Nives Riva col patrocinio del comune a Riomaggiore, in provincia de La Spezia (Danon, 2006). Il movimento ecopsicologico ingloba diverse istanze, spaziando dall’etica degli ambientalisti, alla conoscenza degli ecologi alla sensibilità degli psicologi, secondo Danon “per un approccio terapeutico in grado di ridefinire il concetto di salute in un contesto che include anche l’ambiente e per una politica ambientalista più efficace, con solide basi filosofiche” (Danon, 2006, p. 25). 1.2 Teorie biofiliche Tra i diversi studiosi che a metà degli anni Novanta del secolo scorso iniziarono a studiare il concetto di “ambienti rigenerativi” (restorative environments), anche in connessione con l’ipotesi della “biofilia”, l’amore degli esseri umani nei confronti della natura, utilizzata per la prima volta dal biologo americano Edward Wilson (Wilson, 1984), e più in generale il rapporto tra esseri umani e ambiente, si possono citare Stephen Kaplan e Roger Ulrich (Barbiero e Berto, 2018). Secondo l’Attention Restoration Theory (“A.R.T.”) di Kaplan (Kaplan, 1995), l’esposizione alla natura favorisce negli esseri umani la rigenerazione dell’attenzione cosiddetta “diretta”. Kaplan, definisce diretta l’attenzione quando è volontariamente indirizzata verso informazioni che si ritengono significative, mentre quella cosiddetta “indiretta” è quella guidata dal contesto senza richiesta di particolare sforzo cognitivo. 8
  8. 8. La fatica mentale, ossia, la difficoltà via via crescente di mantenere la concentrazione verso un compito, avrebbe risvolti negativi anche dai punti di vista umorale, comportamentale e finanche fisiologico (minori risorse cognitive per affrontare un compito sono causa di stress). Per ripristinare la capacità attentiva al fine di ottenere un buon funzionamento quotidiano, l’essere umano, secondo Kaplan può esporsi ai cosiddetti ambienti rigenerativi che, stimolando l’utilizzo dell’attenzione indiretta, e non richiedendo quello dell’attenzione diretta, permettono la rigenerazione di quest’ultima. Componente fondamentale del processo rigenerativo è la fascination (fascinazione). La fascinazione è una caratteristica ambientale secondo cui ci sono alcune cose più di altre che attraggono involontariamente la nostra attenzione (quella indiretta, quindi) e molte di esse appartengono alla sfera naturale. Kaplan suggerisce che stando a contatto con la natura gli elementi che vi appartengono (un tramonto, i giochi di luce, le piante, gli animali) catturano facilmente l’attenzione indiretta facendo nel frattempo riposare e rigenerare quella diretta (Barbiero e Berto, 2018). Kaplan aggiunge alla sua teoria che i contesti naturali sono estremamente rigenerativi se posseggono tre caratteristiche fondamentali: il fatto che conferiscano a chi vi si immerge la sensazione di prendere le distanze dalla routine quotidiana, l’estensione (l’ambiente deve essere abbastanza grande da permettere di poterlo scoprire ed esplorare) ed infine la compatibilità con le caratteristiche dell’individuo, ossia il fatto che sia interessante per le caratteristiche della persona (Barbiero e Berto, 2018). Secondo la Stress Recovery Theory (“S.R.T.”) di Ulrich (Ulrich, 1979) invece l’esposizione alla natura è un modo di far fronte al costante stress psicofisico che quotidianamente assilla le persone. E’ una teoria che parte dallo stesso presupposto della A.R.T. ma che si sviluppa “in parallelo” ad essa. Le due sono per certi versi due lati di una stessa medaglia perché in qualche modo si completano. La S.R.T. non si focalizza sull’aspetto della rigenerazione dell’attenzione di tipo diretto, bensì sul fatto che la nostra specie (e così le nostre strutture cerebrali e gli organi di senso, in 9
  9. 9. particolare la vista), si è evoluta attraverso l’interpretazione e l’interazione con un certo tipo di ambiente (quello totalmente naturale, per il novantacinque per cento del tempo in cui siamo fino ad oggi esistiti). Gli esseri umani sarebbero pertanto “predisposti a prestare attenzione e rispondere positivamente a certe caratteristiche tipiche dell’ambiente naturale” per dirla con Ulrich, tanto che le emozioni correlate alla natura sono universali (prescindono dalla cultura d’appartenenza), immediate (non entra in gioco la sfera cognitiva) ed innate, cioè ereditate dalle generazioni che ci hanno preceduto (Barbiero e Berto, 2018, pp. 144-145). Secondo Ulrich, alcune delle caratteristiche degli ambienti naturali quali la complessità, la spaziosità, la presenza di acqua e di vegetazione innescherebbero una preferenza innata degli esseri umani rispetto ad ambienti costruiti, favorendo così emozioni e sentimenti positivi, i quali, a loro volta, sono alla base del buon funzionamento di processi mentali quali l’attenzione, la memoria, il ragionamento e il comportamento. La R.S.T. si focalizza sul recupero emozionale e fisiologico, e sul fatto che numerosi studi hanno supportato la relazione diretta tra la preferenza di un posto e la sua rigeneratività. In pratica all’aumentare dell’una aumenta anche l’altra (Barbiero e Berto, 2018). Quando l’individuo non è in grado di affrontare una data situazione inizia infatti a sperimentare stress. Oltre un certo livello lo stress è considerato dannoso dal punto di vista psicofisico (mentre un livello minimo di stress è considerato fondamentale per svolgere compiti o attività che richiedano un certo impegno). L’aspetto fisiologico dello stress coinvolge il sistema cardiovascolare, muscoloscheletrico e neuroendocrino, e si esplicita con l’aumento della tensione muscolare e della pressione sanguigna, della sudorazione, del battito cardiaco, dell’adrenalina (ormone che “prepara alla lotta”) e del cortisolo (ormone che “tiene in allerta”) la diminuzione della funzionalità gastrointestinale e della melatonina (ormone “del sonno”). Dal punto di vista psicologico, invece, tipiche emozioni e sentimenti correlati allo stress sono la paura, la 10
  10. 10. rabbia, la tristezza. I comportamenti caratteristici delle situazioni di stress sono infine l’isolamento, la dipendenza da sostanze, e l’intolleranza alle frustrazioni (Barbiero e Berto, 2018). Esperimenti svolti in contesti naturali e non, hanno dimostrato che indicatori fisiologici quali la conduttanza della pelle, la velocità del flusso sanguigno, la risposta cardiaca (tutti legati alla reazione del sistema nervoso parasimpatico), come anche la componente affettiva, migliorano in ambienti naturali o provvisti di riferimenti alla natura (Hartig, Evans, Jamner, Davis, e Garling, 2003 e Ulrich 1979). 11
  11. 11. CAPITOLO 2: TEORIA E COSTRUTTI ECOPSICOLOGICI 2. 1 Epistemologia ecopsicologica L’ecopsicologia, volendola inquadrare in un contesto epistemologico, si pone come “quarta forza” assieme alla psicologia dinamica, a quella umanistica ed a quella transpersonale. Così come la prima muove la sua teoria enfatizzando la storia individuale della persona, la seconda il contesto e la terza alla spiritualità, l’ecopsicologia si fonda sulla naturale spinta dell’individuo a relazionarsi con la biosfera e la natura in genere (Danon, 2006). Procedendo da un’analisi tipica della branca cosiddetta dinamica della psicologia, il tema ambientale potrebbe venire indagato in relazione al rapporto tra l’aspetto razionale e quello irrazionale della psiche umana. Il padre della psicoanalisi, Freud, sosteneva che la parte conscia della psiche è in stretta correlazione con la parte inconscia, e che qualsiasi conflitto tra le due sarebbe sfociato in tensioni psicofisiche finché le istanze delle due parti non si fossero allineate. L’inconscio, secondo Freud, si fonda su impulsi, emozioni, convinzioni, che la mente razionale non conosce e che, tuttavia, delineano il perimetro all’interno del quale poi sarà consentito agire alla parte razionale, pena la nevrosi, quando non anche la psicosi. Muovendo da queste basi, il maggiore discepolo di Freud, Jung, fondatore della psicologia analitica, va oltre, istituendo il concetto di archetipo. Freud asseriva che tutto ciò che la parte inconscia ingloba, deriva da quanto accaduto in tenera età, a partire dalla nascita, e viene determinato dall’educazione, dal contesto familiare prima e sociale poi, in sostanza, dalle esperienze passate (Lis, Stella e Zavattini, 1999). 12
  12. 12. L’archetipo, invece, contempla impulsi, emozioni, convinzioni, che provengono da ancora prima della nostra venuta al mondo. Gli archetipi sono descrivibili come le caratteristiche genetiche della nostra specie umana, ossia, sono tipiche di tutte le civiltà e popolazioni che ci hanno preceduto, ben al di là delle vicissitudini familiari anche se sono intangibili a differenza dei geni. Una specie di inconscio caratteristico della nostra specie umana che chiunque condivide a qualsiasi latitudine e a prescindere dalle condizioni familiari o o sociali, gli archetipi sono immagini inconsce che ognuno porta con sé e condivide con tutti gli altri consimili, come ad esempio il fatto di avere dieci dita o di sognare. Naturalmente gli archetipi non escludono, ma semmai precedono, quanto va a formarsi all’interno dell’inconscio dal momento in cui veniamo al mondo. L’ecopsicologia annovera il concetto di “inconscio ecologico”. Questa parte inconscia, insita in ogni individuo, in pratica, contiene tutte le istanze personali legate alla biosfera, la casa dalla quale veniamo e nella quale viviamo. In pratica, così come condividiamo a livello culturale e sociale (inconsciamente) degli archetipi con i nostri consimili, dovremmo condividere delle pulsioni e degli atteggiamenti reconditi che ci legano all’ambiente. Atteggiamenti ed idee razionali in relazione con l’ambiente che non rispecchino le istanze dell’inconscio ambientale di ognuno di noi portano a sofferenza psicofisica tanto quanto conflitti tra inconscio e conscio così come Freud e Jung affermavano (Danon, 2006). Non sembra dunque casuale che in questo periodo storico, caratterizzato da un crescente e diffuso degrado ambientale, vi sia una crescente sofferenza psicofisica. La condizione ambientale risuona negativamente all’interno del nostro inconscio ecologico, l’istanza inconscia legata alla natura che ci accomuna ad essa. Tale distonia tra questo particolare aspetto dell’inconscio e la nostra parte conscia è motivo di sofferenza per le persone. Soffriamo perché sentiamo di non comportarci rispetto all’ambiente (e quindi anche rispetto al nostro inconscio ecologico) come dovremmo. Nel momento in cui iniziamo ad adottare un approccio e dei comportamenti 13
  13. 13. ecologici, il nostro inconscio ecologico e la nostra parte conscia si riallineano, in tal modo facendo diminuire il conflitto interiore che si era precedentemente formato. 2. 2 Processo evolutivo per l’ecopsicologia La teoria ecopsicologica sostiene che l’uomo sia inconsciamente legato all’ambiente e che allo stesso tempo l’ambiente sia legato agli uomini perché gli stessi rappresenterebbero una specie di sistema nervoso (in quanto specie vivente maggiormente sviluppata tra tutte quelle esistenti) della biosfera stessa. Il fisico statunitense Peter Russel nel 1993 ha coniato il concetto di “cervello globale”, riferendosi al fatto che già a quell’epoca il nostro pianeta per il tramite della nostra specie stesse diventando per così dire cosciente di se stesso, come mai prima, grazie al processo di sviluppo nel mondo della comunicazione e dell’informazione. Negli anni Settanta del Novecento, come spiegato precedentemente, James Lovelock aveva pubblicato lo studio denominato “Ipotesi Gaia”, nel quale definiva il nostro pianeta come un organismo vivente autoregolantesi (Danon, 2006). Lovelock nella prefazione del suo studio scrive che “il clima e l’ambiente superficiale della Terra sono regolati dalle piante, dagli animali e dai microrganismi che vivono su di essa; e, nel suo insieme, il pianeta si comporta non come una sfera inanimata di rocce e terreno, sostenuta dai processi accidentali ed automatici della geologia, come da lungo tempo affermato dalle scienze della Terra tradizionali, ma piuttosto come un sovraorganismo biologico (un corpo planetario) in grado di autoregolarsi”. Nel suo studio, l’autore descrive ed illustra le osservazioni che lo portano a definire il nostro pianeta (“Gaia”) intelligente ( Danon, 2006, pp. 96-98). In un’epoca come quella attuale in cui mai siamo stati così connessi l’uno con l’altro, la coscienza globale dell’uomo è densa, diffusa e capillare. Inoltre negli ultimi 14
  14. 14. quarant’anni la questione ambientale ha progressivamente preso piede diventando uno dei temi più conosciuti e discussi ovunque nel mondo. L’aumento della quantità e della qualità delle informazioni sul tema, e la velocità con la quale queste si propagano, rendono i nostri tempi piuttosto interessanti per chi ha a cuore la natura. Il genere umano sta diventando dunque il sistema nervoso del sovraorganismo “Terra”, asseriscono alcuni sostenitori dell’”Ipotesi Gaia”. Per dirla con Russel, “la mente globale sta prendendo coscienza del proprio corpo” (Danon, 2006, p. 100). 2. 3 Recupero del senso di appartenenza Il paradigma ecopsicologico ridimensiona i conflitti che ognuno individualmente vive con familiari ed altre persone perché, in ultima analisi, a monte, ancor prima che il conflitto freudiano o quello junghiano, è quello ecologico a prevalere su tutti gli altri. Non che essi non siano importanti, ma nella scala valoriale lo sono meno. Per dirla con Hillman, allievo di Jung: “esiste un motivo per cui la mia persona, che è unica ed irripetibile, è al mondo, e che esistano cose alle quali mi devo dedicare al di là del quotidiano e che al quotidiano conferiscono la loro ragion d’essere; la sensazione che il mondo, in qualche modo, vuole che io esista, la sensazione che ciascuno è responsabile di fronte ad un’immagine innata, i cui contorni va riempendo con la propria biografia” (da Hillman, 1997, citato in Danon, 2006, p. 58). Avere un conflitto con la propria sorella è, pertanto, meno significativo per la risoluzione dei conflitti interiori, che averlo con l’ambiente. Questo perché primariamente siamo parte del pianeta, e, solo in seconda battuta, siamo parte della specie umana (e da ultimo infine, parte della nostra famiglia). Per attenuare il conflitto determinato dall’esistenza dell’inconscio ecologico, il 15
  15. 15. senso di appartenenza alla biosfera si può sviluppare in svariati modi. Si può operare a livello cognitivo, a livello emotivo e a livello fisico. Il primo è collegato all’uso della mente in senso stretto, e si può stimolare raccogliendo informazioni, accrescendo la propria conoscenza rispetto alla tematica ambientale sia dal punto di vista scientifico che letterario o artistico. Il secondo invece è legato alle pratiche meditative in mezzo alla natura, alla contemplazione di un paesaggio, a ciò che fluisce spontaneamente in noi durante una passeggiata in campagna o in un bosco. Il terzo invece ha a che fare con il corpo ed i sensi ed è quindi ancora più pratico rispetto ai primi due. I profumi, i colori, la consistenza, il gusto, i rumori che percepiamo ci stimolano e riportano a contatto con l’ambiente dal quale proveniamo e verso il quale siamo spontaneamente attratti, nonostante ciò non sia così notorio ai più, ormai (Danon, 2006). 2. 4 Il femminile Quali sono i motivi che hanno portato la lunga evoluzione della nostra specie a farci allontanare dalla natura? La donna, per certi versi, è ontologicamente più vicina ed affine alla Terra in quanto, come essa, è progenitrice ed orientata all’accoglienza. Numerosi rituali di civiltà tradizionali tuttora celebrano il momento in cui la donna raggiunge la maturità sessuale, ovvero quando inizia la prima mestruazione, per sottolineare l’importanza del mistero dell’esistenza e del risveglio del corpo in sintonia coi cicli naturali (Danon, 2006). La dicotomia maschile/femminile, sia chiaro, non significa che il maschile sia connotato da aspetti negativi e il femminile da aspetti positivi. Sia in natura, e quindi anche all’interno della nostra specie, al maschile fanno capo alcune caratteristiche ed al femminile altre, quali ad esempio la ricezione, l’empatia, la comprensione, la creatività 16
  16. 16. e la sensibilità solo per citarne alcune. Entrambi gli aspetti (maschile e femminile) sono necessarie sia a livello biosferico che per la nostra specie. Il dramma della nostra epoca a livello ambientale e anche sociale è che il modello culturale dominante, quello cosiddetto occidentale, ha relegato in secondo piano la dimensione femminile a favore di quella maschile, pur avendo fatto passi in avanti negli ultimi secoli rispetto a prima. Tuttavia, il fatto di considerare meno rilevanti le caratteristiche riconducibili al femminile ha determinato un modello culturale improntato sulla forza, l’azione, il pensiero, la competizione, a scapito di aspetti quali l’amore, l’emozione, l’intuizione, la cooperazione (Danon, 2006). Questo paradigma è dannoso sia per la donna che è stata per molto tempo relegata a ruolo ancillare in qualsiasi contesto sociale (famiglia, lavoro, istituzioni), ma anche per l’uomo perché le caratteristiche femminili sopra citate sono insite e presenti in ogni uomo (così come quelle maschili sono presenti in ogni donna). In tal modo l’uomo che silenzia gli aspetti femminili del suo animo si pone in contrasto con il suo inconscio, creando così tensioni tra come è e come dovrebbe essere secondo il suo inconscio ecologico. Una civiltà dominata dagli aspetti del maschile, allo stesso modo, intratterrà con l’ambiente un tipo di relazione dominante ed aggressiva, piuttosto che porsi allo stesso livello della natura (essendo l’uomo solo una delle tante specie tra le viventi e non presenti nella biosfera), evitando di sfruttarla ed adeguandosi alla sue esigenze (Danon, 2006). 2. 5 La prossimità Parafrasando Latouche (Latouche, 2007) si potrebbe sostenere che a causa della globalizzazione ormai il pensiero dominante (quello liberista) è diventato un sistema valoriale che connota ormai le ideologie di quasi tutte le parti del pianeta. 17
  17. 17. Nuovamente, ciò può essere collegato al conflitto psicologico che si svolge all’interno di ognuno di noi. La repressione di alcuni aspetti (tipicamente quelli riconducibili al femminile) in favore di altri (quelli più tipici della dimensione maschile) portano ad una omologazione della nostra psiche che si riflette in un modello unico che domina e si sta via via diffondendo in tutto il pianeta, quello globalizzato appunto. La non accettazione di alcune istanze a livello interiore, infatti, si traduce nella difficoltà ad accettare le diversità che invece sono indice di tolleranza e comprensione (ancora, caratteristiche più propriamente femminili). Il particolare, la prossimità, la piccola scala, la tradizione, verranno automaticamente rifiutate a favore della globalità, della grande scala, della modernità (Danon, 2006). 18
  18. 18. CONCLUSIONE Non è facile diffondere una cultura della sostenibilità che sia capace di catalizzare un significativo cambiamento nelle prassi delle persone tale da riallineare la qualità dell’ambiente a quella che esisteva prima dell’avvento della rivoluzione industriale. Pare tuttavia fondamentale porre l’accento sull’aspetto psicologico quale asse portante dal quale partire per cambiare tutto il resto. L’economia, la finanza, la scienza e la tecnica non sono che meri strumenti inventati dall’uomo e di per sé non sono giusti o sbagliati. Come sempre è il loro utilizzo che può essere positivo o negativo. E allora partendo dall’aspetto psicologico, dal quale tutto scaturisce nella nostra specie umana, andando ad indagare gli aspetti più remoti dello stesso si potrebbe forse trovare la chiave di volta per risolvere la cosiddetta questione ambientale, oltre che quella psicologica che affligge sempre più persone nel pianeta. Oltre all’inconscio freudiano e agli archetipi junghiani, che uniscono rispettivamente la mente razionale a quella irrazionale individuale e collettiva, esiste probabilmente anche un inconscio ambientale che ci lega alla biosfera. Come dicotomie tra la parte conscia e quella inconscia, personale o collettiva, recano danni alla salute mentale, allo stesso modo il trovarsi in un pianeta sofferente non può che renderci sofferenti. Sta a noi capirlo e, una volta compreso, agire semplicemente per farci stare meglio facendo al contempo star meglio la biosfera. Quando il numero di persone appartenenti ad una minoranza più consapevole per poter cambiare anche le convinzioni della maggioranza meno consapevole sarà sufficiente, allora tutta l’umanità inizierà ad agire in maniera consona rispetto all’ambiente il quale, di contro, ci ricambierà facendoci stare meglio mentalmente oltre 19
  19. 19. che fisicamente. 20
  20. 20. RIFERIMENTI BIBLIOGRAFICI Barbiero, G., e Berto, R. (2018). Introduzione alla biofilia – La relazione con la Natura tra genetica e psicologia. Carocci Editore. Baroni, M. R. (2008). Psicologia ambientale. Il Mulino. Dalla Casa, G. (2011). L’ecologia profonda – Lineamenti per una nuova visione del mondo. Mimesis. Danon, M. (2006). Ecopsicologia – Crescita personale e coscienza ambientale. Milano: Urra. Hartig, T., Evans, G. W., Jamner, L. D., Davis, D. S. e Garling, T. (2003) “Tracking Restoration in Natural and Urban Field Settings” Journal of Environmental Psychology, 23, 109-123. Hillman, J. (1997). Il codice dell’anima. Adelphi. Milano. Kaplan, S. (1995). “The Restorative Benefits of Nature: Toward an Integrative Framework” Journal of Environmental Psychology, 15, 169-182. Latouche, S. (2007). La scommessa della decrescita. Serie Bianca Feltrinelli. Lis, A., Stella, S. e Zavattini, G. C. (1999) Manuale di psicologia dinamica. Il Mulino. Lovelock, J. E., e Margulis, L. (1975). “The Atmosphere as Circulatory System of the Biosphere: the Gaia Hypothesis” CoEvolution Quarterly, 6, 31-40. Lynas, M. (2008). Sei gradi - La sconvolgente verità sul riscaldamento globale. Fazi Editore. Macy, J. R. e Young Brown, M. (1998). Coming Back to Life: Practices to Reconnect Our Lives, Our World. New Society Publishers. Ulrich, S. R. (1979). “Visual Landscapes and Psychological Wellbeing” Landscape 21
  21. 21. Research, 4, 17-23. Wilson, E. O. (1984). Biophilia. Harvard University Press. 22

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