Una giornata di_lavoro

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Racconto breve

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Una giornata di_lavoro

  1. 1. Cesare Pietrucci emise un sospiro che aveva un retrogusto rantolato, mentre infilava lachiave nel cruscotto dell’auto. Non aveva un’auto aziendale, ed era già tanto se riusciva astrappare a quegli spilorci i rimborsi spese della benzina; già ottenere i rimborsi deimiseri pasti da fast–food o da bar era un miraggio. Questo era lo svantaggio più evidentenel suo campo di attività, il rappresentante per una piccola compagnia di telefonia; nonosava lamentarsi, tuttavia, dal momento che questa attività gli permetteva di trovare iltempo, raggruppando rimasugli, angoli e morsi in capo alle giornate, per occuparsi dellasua vera attività professionale. La sua piccola azienda a conduzione familiare non stavaandando affatto bene, in tutta onestà. Ed è da qui che sorgeva il suo sospiro, quelrumore di fondo di un rantolo soffocato e mai espresso che poteva significare solo unacosa: insoddisfazione.La sveglia aveva suonato sulla stessa, implacabile posizione delle lancette, come se inmezzo a quegli ingranaggi di plastica e metallo sottostesse un ordine cosmicoprecostituito, un codice segreto, figlio di una formula antichissima che avrebbe potutocambiare la storia dell’umanità. Invece, ogni mattina strillava dal suo comodino conpretese da Ikea già usurato e difettato dopo una paio di anni di non-vita accanto al suoletto orientaleggiante, e ogni giorno puntualmente non accadeva niente, perché era luistesso che non faceva niente, se non correre avanti e indietro su quella Citroen che era ametà strada fra una monovolume e una station wagon. L’aveva scelta di un azzurroceruleo, confidando che il design dinamico ma pastello gli conferissero nel complesso unaspetto svecchiato, mentre rincorreva, macinando chilometri e clienti, quella giovinezzasolo sfiorata per tutta la sua vita. L’esteriorità frivola della sua auto cozzava come unpugno nello stomaco con il suo aspetto; alto, dai tratti marcatamente mediterranei, icapelli di un nero di seppia lucido e contrastato solo in punti sporadici dalla canutezza,gli occhi di un blu molto scuro, quasi nero, indefiniti; una presenza autorevole,imponente, resa ancora più altezzosa dal completo giacca e cravatta blu scuro, concamicia bianca, che aveva scelto quella mattina, impiegando, come al solito, più tempo ascegliere il completo giusto che a radersi e a lavarsi. Era importante apparire nel giustospirito, in base al tipo di giornata da affrontare e alle persone con cui avrebbe dovutointeragire; ogni evento, ogni gesto aveva il sapore della lotta, della sfida, una battagliacontro la sorte, il prossimo, i propri limiti. Un buon venditore deve saper apparireaffidabile, ma non remissivo; autorevole, ma mai e poi mai un pessimista. Pessimista èsinonimo di perdente, e il venditore che osava lamentarsi del destino avverso nonavrebbe più venduto uno spillo, alimentando quel circolo di mediocrità e sfortunaconcatenati fra loro come rotelle di un meccanismo ingegnoso e perverso.Quella giornata si presentava particolarmente impegnativa, come già aveva avuto mododi constatare nel suo primo approccio con la quotidianità. Nel suo bilocale affittato ad unprezzaccio da un suo compaesano, non poteva fare due passi consecutivi in qualsivogliadirezione senza rischiare di inciampare o calpestare uno dei tanti scatoloni ammucchiatied oggetti sparsi sul pavimento e sulle stuoie norvegesi secondo lo pseudo-ordine di chivive da solo e non ha alcun criterio a cui aggrapparsi per l’organizzazione dello spazio, senon la totale noncuranza dello stesso, in una chiave di lettura della propriasopravvivenza ridotta ai minimi termini evolutivi.Il giro da compiere era di quelli snervanti, non solo per il tipo di percorso – una strada diprovincia lenta e tortuosa che si districava, ramificandosi, attraverso piccoli borghi 1
  2. 2. abitati appoggiati su sprazzi di pianura e troppo piccoli per contenere le auto chesarebbero aumentate di anno in anno, e stretti passaggi collinari da mal d’auto – maanche per la tipologia di visite da fare. La crisi economica mordeva ai polpacci, e i suoiclienti si facevano sempre più esigenti e incontentabili man mano che passavano i giorni,i mesi, e si susseguivano le stagioni per lui sempre uguali, da come poteva percepirledall’interno del micro-clima sintetico e plastificato di aria condizionata del suo abitacolo,mentre correva avanti e indietro su quello spicchio di Toscana che molti avrebberoconsiderato da cartolina. Certo, non poteva rimproverare se stesso, se gli era capitato diintraprendere il suo piccolo giro d’affari in una congiunzione astro-socio-economica cosìcomplessa e irta di ostacoli; l’unica cosa a cui riusciva a pensare durante la giornata eraarrivare a sera con i suoi obiettivi raggiunti, e la sera, a quello che avrebbe dovuto fare ilgiorno successivo, mentre quel ponte così instabile, sospeso nel vuoto, che collegava ledue giornate, si rendeva sempre più insignificante ai suoi occhi, dato che ben poco dellasua struttura temporale veniva utilizzato per riposare, e ancora meno era dedicato allacoltivazione e al rimpolpo degli affetti.Certo, qualche distrazione se la concedeva, di tanto in tanto. Niente e nessuno potevabattere le serate fuori e le notti brave in discoteca; lì si che si sentiva veramente bene,tutte quelle luci intermittenti e mai adeguate lo facevano letteralmente evadere verso unanuova dimensione, dove era il martellare incessante del suo ritmo senza scopo a renderloqualcuno. C’era solo una cosa che non poteva sopportare, persino in quella terra dinessuno di cui si proclamava signore e padrone: c’erano quegli schifosi ubriaconi efinocchi che si divertivano, sempre con maggiore frequenza man mano che ilsintetizzatore divorava minuti e super-alcolici, a strusciarsi contro il suo didietrosfruttando il pretesto e l’occasione dell’affollamento in pista, e palpando disgustosamentee voracemente le sue chiappe e affondando le loro luride dita nella sua schiena. Erasempre stato molto geloso del suo corpo, come di qualunque altra cosa di sua proprietà,e gli procurava un fastidio indicibile l’ipotesi che il suo territorio privato venisse violatoda quelle manacce zozze e voluttuose. Eppure anche a lui piaceva toccare, palpare,assaggiare… Corpi di tutt’altra conformazione. Il suo ego virile non poteva accettare diessere violato, seppur con la flebile protezione del vestiario, da mani e dita di qualcunoche si mette al suo pari.Così, era nata da questa paura, l’esigenza di salire sui cubi e sulle pedane. In definitiva,era nato tutto da quello, la sensazione inebriante della folla sotto di sé e l’aria darespirare a pieni polmoni intorno a sé, dentro di sé, donandogli un potere fantascientificosul resto della scena. Era il suo spettacolo, e nessuno glielo avrebbe rovinato. Da lassùpoteva dare le paghe ai ventenni galvanizzati e rintronati da troppa tv e troppe canne chearrivavano in pista e non avevano energie sufficienti neppure per deambulare da unpiede all’altro, figurarsi poi coordinare il movimento dei piedi con quello, piùscenografico, di ipotetiche braccia. Eppure erano loro, tutti lì, i suoi amici. I suoi amicitestosteronici come ricordava la sua foto sovrapposta alle loro movenze esagerate e goffedi quando era lui, sul banco di prova. Aveva bisogno di loro, perché era grazie a loro seriusciva a sentirsi ancora vivo.Mise in moto aspettando che si spegnesse la spia luminosa di avviamento del motorediesel, per iniziare il suo cammino in retromarcia, facendo slittare le gomme giàconsumate sulla ghiaia. ‘Prima passo a sentire cosa ha fatto quello scassamaroni del 2
  3. 3. Puccio, va’! Mi pianterà una grana immensa per quel cavolo di batteria che mi avevaordinato… Ma che pretende, dico io?! Quella sottospecie di cellulare scadente che siritrova meriterebbe di finire nel secchio dell’immondizia diretto come un fuso, e lui sipreoccupa che la batteria gli allenta! Magari tirasse definitivamente le cuoia, quel relitto!Almeno potrei rifornirlo io personalmente…’, pensava il Pietrucci mentre tentava discrollarsi di dosso gli ultimi rimasugli di una notte agitata, correndo lungo le strade dicampagna di una Toscana insolitamente malinconica, quell’autunno. Le occhiaie scavatecome solchi nei campi dei contadini che non si arrendevano al consumismo post-industrializzazione sarebbero rimaste, proprio come rimanevano le tracce dellecoltivazioni precedenti e reiterate sui campi strappati alle braccia dei contadini perposarvi un avveniristico centro commerciale o magari un parcheggio a pagamento.Intorno a quel loculo ambulante riempito di musica dance e puzzo di sigaretta stantio eimpregnato nel tessuto di tappezzeria, solo il silenzio della provincia di primo mattino,dove la ressa sulle strade per raggiungere il luogo di lavoro, non inizia mai veramente,ma procede a singhiozzo, e il traffico si spalma su una fetta di mattinata abbastanzaampia, che va dalle 7:30/8:00, orario di entrata delle fabbriche e delle piccole imprese,alle 9:30, orario di apertura di negozi e piccoli supermercati con clientela fissa e ordiniciclici. Non c’erano mai veri ingorghi, di quelli che Cesare aveva sperimentato a Milano,ad esempio, durante una delle sue molte peregrinazioni lavorative, in cerca di quell’ideavincente che gli permettesse di sbarcare il lunario e sentirsi finalmente qualcuno.Ai lati della strada a due corsie, una angusta provinciale dall’asfalto costellato di bozzi ebuche, alberi troppo stanchi, foglie ingiallite, che creavano un tappeto multicolore eirregolare ai piedi dei giganti della campagna, mentre la corrente estemporanea raccoltaal passaggio di ogni autovettura, provvedeva a sollevare e trasportare le singole subunitàdel tappeto naturale, per poi depositarle di nuovo a terra, in una nuova posizionerelativa, secondo la teoria del caos, o così parve realizzare, in un guizzo di illuminazionenaturalistica, il Pietrucci, al passaggio dell’auto che precedeva la sua e che lo stavafacendo innervosire già da alcuni chilometri, poiché non riusciva proprio a sorpassarla, eil suo conducente schiacciava il pedale dell’acceleratore come se stesse camminando suuno strato di uova e dovesse stare attento a non romperle. Gli imbranati al volante lofacevano innervosire in modo indicibile, e alternava così gli insulti verbali a teatrali gesticon le braccia e ampie boccate di tabacco trattato, aspirato dal filtro della sua Marlboro,una delle prime, quella mattina, di una lunga serie, secondo una perenne astinenzaspasmodica, per la quale non avrebbe saputo dire dove finiva l’assuefazione fisiologicaalla nicotina, e dove iniziava la tediosa abitudine di tenere la sigaretta in bocca o fra ledita, retaggio del senso di mitismo adolescenziale. Si reputava comunque fortunato avivere lì: il paesaggio intorno a lui, lastricato di dolci colline dalla pendenza mai arcigna,disseminate qua e là di piccoli borghi di matrice medievale, arroccati, oppure stralci diun dopoguerra essenziale e austero, pur tuttavia pieno di speranza, con i suoi centriabitati smaniosi di recuperare spazio al disordine o ad una natura troppo inselvatichita,allargandosi e stendendo le loro braccia indolenzite giù, attraverso la piana della valle.Il bar del Puccio si trovava in uno spiazzo decisamente fuori mano, e questo contribuivain modo determinate a rallentare la sua tabella di marcia di quel giorno; ma quella visitaera necessaria, se voleva avere una flebile speranza di mantenere la rete di contatti cosìfaticosamente costruita in una vita di lavoro di relazione, scambi di favori, clientelismi, 3
  4. 4. fiducia conquistata a suon di sconti, affari redditizi i cui presupposti non venivano maichiariti fino in fondo. I suoi clienti stavano decisamente meglio se non indagavano daquale ciclo produttivo provenisse la merce. Così come era meglio non chiedere comefacesse la piccola compagnia telefonica per la quale prestava la sua enorme esperienzacome venditore e consulente, ad ottenere allacci ADSL a prezzi così ribassati rispetto allaconcorrenza di prima fascia, alle grandi compagnie che bombardano di spot televisivi lepiù vaste fasce di target di mercato.Parcheggiò sul lastricato sconnesso, e lui era già lì, posizionato sullo stipite della portad’ingresso del bar, residuato della struttura concepita in pieni anni ’70, quando i barservivano come concentramento di idee, fermenti politici e culturali, oppure, come moltoprobabilmente era accaduto per quel locale nello specifico, come ripari sicuri, tappezzatid’alcolici, contro il tedio offerto da una quotidianità semplice e ciclica. L’insegnaluminosa al neon, in alto a sinistra, proponeva un vacuo ricordo di uno splendoresempre inseguito ma mai raggiunto appieno, e proprio come l’attività che era chiamata arappresentare, vivacchiava cercando di abbarbicarsi ad ogni impulso elettrico possibile,raschiando il fondo del barile di un impianto che non era mai stato a norma di legge.“Accidenti, ce ne hai messo di tempo, eh Pietru’!? Se tardavi un altro po’ mi trovavidecomposto!”, esordì il Puccio, sfoggiando il suo ghigno d’annata, sbilanciato da un lato,collaudato ormai da anni di querelles dietro al bancone, cercando di farsi rispettare e distrappare ai suoi esimi clienti ogni millino, o più recentemente, ogni euro che glidovevano. Aveva scoperto che era più facile ottenere quello che doveva, utilizzando ilsorriso, e quelle battutacce che punzecchiavano il destinatario, colpendolo nell’orgoglio.Con l’astuzia di un’ironia intelligente era riuscito a farsi rispettare, in un ambiente fattodi tute di lavoro luride di grasso e olio, guance imporporate dalla grappa e squallidestoria di corna da classe operaia, cosicchè, la sua clientela sapeva in modo trasparentequello che lui aveva da offrire, e non mancava più di pagare il conto. L’andatura incerta eclaudicante per i troppi giorni trascorsi nella stessa posizione, e la schiena indebolita dadue vertebre in fase di slittamento l’una sull’altra e almeno trenta chili in più, i riccioliselvaggi, radi e unti di chi non è abituato ad usare prodotti da bagno specifici per la curadi una calvizie subdolamente occultata dal volume occupato dalla forma dellacapigliatura, un volume vacuo, al di sotto del quale giaceva solo aria, frapposta al cuoiocapelluto. Osservava il mondo attraverso i suoi occhietti azzurri molto chiari, quasisbiaditi dal tempo, ma tutt’altro che vuoti; attenti ad ogni movimento, guizzavano da unlato all’altro della forma schiacciata dell’occhio per cogliere in fallo chiunque, perqualsiasi sciocchezza. Non aveva mai amato farsi prendere in castagna. Cesare ebbe unmomentaneo moto di repulsione al livello dello stomaco, quando lo vide comparire nellasua salopette da lavoro di jeans e la sua maglietta di cotone bianca già chiazzata disudore sotto le ascelle.Cesare detestava il suo modo di fare ironia; e quella mattina già alterata dalladabbenaggine dell’italiano medio sul nastro d’asfalto, riusciva male a sopportare labattuta introduttiva del suo cliente ormai decennale, gli arrivò dritta allo stomaco come ilrollio estenuante di una barca in balia dell’onda lunga. “Dai, su! Poche storie, che ho iminuti contati! Non posso mica permettermi di bivaccare sulla soglia come te, a mirare ilpasso per ore, sai! Dai su, dimmi qual è il problema con quella dannata batteria!” Siaccorse troppo tardi, quando ormai la frase era completamente uscita fuori dalla sua 4
  5. 5. bocca come un nastro trasportatore che accompagna, inesorabile, il proprio carico versoil macero, di aver usato il tono sbagliato. ‘Questo è un lavoro di relazione, porca miseria!Idiota, quando imparerai a lasciare i tuoi scoglionamenti fuori dal tuo dannato cervello,quando sei con un cliente??’ Lo sguardo interrogativo di Puccio, nel frattempo sollevatosidallo stipite, completò il giudizio implacabile. Ora doveva sfuggire alla condanna. Sospirò,inalando per un interminabile tempo di un respiro, l’odore profumato di pioggia, legnobagnato e tubo di scarico di autovetture in quell’autunno toscano troppo umido,rimpiangendo per un attimo, ma solo per un attimo, gli anni della sua gioventù nella suaPuglia, quando credeva che bastasse una tessera di partito per spaccare il mondo. A queitempi era proprio una testa calda, uno di quelli con cui dovevi stare attento non solo acosa dicevi, ma anche al tono, perché una battuta innocente detta con troppadisinvoltura o ironia beffarda poteva costare un bel battuto da parte sua e del suo clan diinvasati del fascio. Mussolini era il suo idolo personale, e si riteneva uno di quei giovani,ferventi intellettuali del post-sessantotto che potevano vantarsi una conoscenza morbosa,quasi diretta e sicuramente non scolastica del Dux. Credeva fermamente nella forza enell’imposizione del più forte come solo ordine sociale in grado di garantire quietepubblica e disciplina. Tutto quello che rimaneva ora, a distanza di vent’anni, di quelleconvinzioni giovanili così strenue, era il piglio autorevole di chi vive la vita consapevoleche niente è impossibile e che tutto può cambiare nel giro di un istante.“Dai su… fai vedere al papi cosa ha fatto la pupetta mia!”, aggiunse con una dolcezza diplastica, per evitare repliche dal suo interlocutore. Dedicò la successiva mezz’ora a farcomprendere al Puccio che non poteva pretendere di utilizzare il suo cellulare, giàprovato da una certa anzianità, come jolly risolutore delle situazioni pratiche piùimprobabili, e aspettarsi che un comune mortale di pezzo di ricambio non originale,continui a svolgere il suo compito senza risentirne. Lui lo guardava inebetito, annuendomeccanicamente e intercalando di tanto in tanto con domande poco pertinenti con latecnica alla base del suo problema, e molto più pertinenti con l’ingombro economico cheun intervento di consulenza del genere, di primo mattino, gli sarebbe gravato.Cesare armeggiò per qualche minuto con il cellulare del Puccio, più che altro giocando atogliere e rimettere la batteria per cercare di depistarlo; la sua psicologia spicciola e i suoitrucchi da venditore nomade arabo che ne sa una più del diavolo sembrarono funzionarequando il Puccio cominciò a buttare di nuovo l’occhio aldilà del fornitore infingardo, perscorgere qualsivoglia movimento sospetto proveniente dalla strada o dal parcheggiosituato dall’altro lato, questo semideserto, un contrappunto di silenzio rispetto al via vaiquasi regolare di auto dal rumore troppo intenso per scorrere lungo il nastro d’asfalto aduna velocità regolamentare. Tutti sembravano in ritardo, perennemente, o in fuga; comeuna condizione fondante del loro essere, una maledizione della natura matrigna verso chistarnazza e non riesce a volare.Lo liquidò infine con un rapido “ora devo proprio scappare, scusami!”, promettendoaltresì un intervento immediato nel caso la batteria nuova avesse dovuto procurargli altriproblemini. Così chiamava gli impedimenti logicamente prevedibili dati dallo smercio eutilizzo di pezzi, materiali e accessori non originali, per lo più made in China, con cuisperava da alcuni anni di rimediare un tenore di vita all’altezza delle sue aspettative, chenon sarebbero mai state comunque pienamente soddisfatte, in ragione della sua smaniacongenita di avere sempre per le mani qualcosa di nuovo. Il Puccio non capì, ma non 5
  6. 6. importava, perché almeno era stato considerato; quell’intervento gli aveva fatto perderepiù di mezz’ora ma alla fine ne era valsa la pena, perché il Puccio poteva essere unpiantagrane, il famigerato gatto attaccato ai santissimi, e farlo sentire un cliente diriguardo era una tattica di vitale importanza.La strada scivolava via di nuovo veloce; era ripartito con una manovra di nervi, facendorotolare una miriade di piccoli asteroidi chiari sotto le sue gomme da strada, e sotto losguardo perplesso e leggermente diffidente del Puccio, che con un laconico “bah” eraritornato a vegetare, appoggiando le sue membra flaccide allo stipite della portad’ingresso del suo locale.Cesare amava il preciso momento in cui il motore prendeva giri e cominciava a farscivolare ogni cosa che si trovasse al di fuori di quel nido meccanico sempre piùvelocemente accanto e tutto intorno a lui. La sua auto era il suo mondo, il piccolo centrodel suo universo personale, fatto di cose sfreccianti, in movimento. Non era più lui che simuoveva, ma gli alberi di varie forme che sembravano sfiorarlo con le loro mani adunche,le case dalle persiane sempre chiuse, con le loro forme sempre uguali, il nastro d’asfaltosotto le ruote, i suoi piedi dall’attrito ridotto. Così creava l’illusione quotidiana di potermodificare il mondo intorno a lui, allontanandosi sempre più dalla tragica realtà dei fatti:era il mondo a modificare lui, erodendolo con il suo strusciarsi vischioso.‘E’ il turno del mio amico Rino!’, pensò, mentre rimontava l’apparecchiatura degliauricolari del suo cellulare, altro momento catartico in cui si preparava ad affrontarequalsiasi notizia, a fiutare qualsiasi affare buono solamente dal tono di voce del suointerlocutore invisibile. Rino era un povero diavolo che di mestiere faceva l’assicuratore.‘Dio solo sa come diavolo farà a permettersi tutti quei viaggi e quel Porche Caienne dimerda che si ritrova vendendo polizze sugli infortuni e RC Auto agli operai e ai poveridiavoli come lui!’, bofonchiò con se stesso, mentre gli sbuffi di insofferenza verso lastrada accidentata e tortuosa scandivano i suoi pensieri ad alta voce. La sua clientelaaveva le estrazioni sociali e professionali più disparate, e questo non gli dispiaceva,perché gli permetteva di estendere potenzialmente all’infinito il suo raggio d’azione, e divariare gli articoli del suo repertorio in base alle richieste dei settori più in espansione sulmomento, o meglio, quelli meno in crisi.La giornata proseguì senza scosse, la routine scandita dalle svariate pause-caffè e dallapausa pranzo che di solito si dilatava fino alle 15:00, minuto più, minuto meno. Queiquattro o cinque locali che gli permettevano di rallentare il mondo fino a far congiungereil suo moto con quello degli altri esseri viventi e dare l’impressione di qualcosa disincronizzato erano avamposti di rumori familiari di piatti, bicchieri, musica commercialee profumi di pane riscaldato e formaggio filante, mentre le risate isteriche dei suoicompagni di prigionia soffocavano il rumore del pane troppo croccante fra la suamandibola. Una tipa aveva tentato un approccio, quel giorno. O meglio, aveva azionato letipiche contromisure seduttive femminili, che avrebbero permesso al Pietrucci di illudersidi poter fare la prima mossa con relativo margine di successo, sempre dipendente dacome avrebbe giocato le sue carte, comunque. Era accaduto quando si era avvicinato albancone per chiedere il caffè e il conto; lei si trovava a un paio di metri, e lo aveva subitoadocchiato, da quando aveva effettuato l’ordinazione del caffè corretto al Baileyssollevando con autorevolezza il braccio destro. Lo aveva guardato, poi aveva abbassato lo 6
  7. 7. sguardo velocemente, ma continuava a fissarlo grazie allo specchio di fronte a loro,sistemato in maniera strategica sulla parete dal lato del bancone del locale, in modo dapermettere ai clienti di guardarsi in faccia tramite il vetro riflettente, sfumando visi edespressioni di un colore leggermente ambrato. Lui se n’era accorto immediatamente,guizzando con l’occhio esperto di chi di manovre del genere ne ha viste parecchie, versola donna sui quaranta, ma aveva fatto finta di niente. Erano più di vent’anni cherimediava appuntamenti in giro per i luoghi dove marcava il suo territorio, e non avevapiù le energie per ripetere il solito balletto, la pantomima triviale in cui entrambi ipartecipanti al gioco sanno che l’altro sta bluffando, fingendo di aver avuto l’apparizionedell’incarnazione dell’amore scesa in Terra, di interessarsi alla vita dell’altro come fossela propria che ancora non hanno conosciuto, quando in realtà l’unico obiettivo, il chiodofisso che guida ogni gesto o frase accuratamente scelta, è rimediare una scopata. Pergiunta, quella non lo intrigava per niente; perciò, si era limitato ad accennare un sorrisoin risposta alle occhiate fugaci e voraci di lei, bere rapidamente il caffè quasi in un solosorso, e pagare il conto senza chiedere cosa avesse preso lei.Anche con Rino l’aveva sfangata a suo vantaggio: aveva bisogno di cartucce nuove per lestampanti e un paio di toner per quel marchingegno che a momenti gli faceva pure ilcaffè – o qualcos’altro – ma che lui non avrebbe mai imparato ad usare. Tutta roba nonoriginale, ovviamente; quei cinesi ci sapevano fare proprio, con la contraffazione, dovevaammetterlo, nonostante non potesse sopportare la loro vista e tantomeno quel loro odoredi olio rancido, e i prezzi erano veramente fuori da ogni ipotesi di competizione, per iprodotti occidentali.La sua attività procedeva abbastanza bene, tutto sommato. Gli sembrava sempre più diessere un trapezista costretto alle manovre più al limite, per poter sopravvivere; lui vivevadi quell’applauso che viene subito dopo la presa finale, in un numero da circo che nonaveva più fine. Era come una droga, era drogato delle imprese che si possono compierecon il denaro, con la visibilità, si sentiva il lottatore più accanito e la pecorella piùsperduta e impaurita, riuscendo a cambiare umore e atteggiamento più velocemente diquanto il trapezista fosse in grado di roteare sul proprio asse d’equilibrio orizzontale percompiere il salto mortale triplo. Era nel giro, ormai, e non si poteva scendere – a meno dischiantarsi per terra, ovviamente – e non ci sarebbe stata la confortante presenza dellarete sotto di lui, ad accoglierlo.Il pomeriggio si presentava fiacco. Neppure una telefonata da mezz’ora ed erano già le15:30. Abbandonò le sue attività di social networking su internet, dove bazzicavacercando la prossima pollastrella da castigare, consapevole in ultima analisi del fatto chesarebbe stata lei a castigare lui, ad usarlo, a tenere le redini del gioco, e non viceversa,come amava illudersi da qualche anno a questa parte. Era appena uscito dall’internetcaffè quando squillò il cellulare, facendolo trasalire e svegliandolo di colpo dalla suaindolenza spruzzata di lussuria.Un pigro e sospirato “Pronto?”, strascicato quasi quanto i suoi piedi sul marciapiedemalmesso, lo introdusse come un biglietto da visita al suo prossimo cliente, sintetico maefficace, nel dipingerlo con imbarazzante veridicità. “Salve, Cesare.”, risuonò dalminuscolo altoparlante la voce all’altro capo dell’etere. Era piatta, quasi atonica – tantoche poteva benissimo trattarsi di un messaggio registrato – pensò velocemente Cesare 7
  8. 8. mentre aguzzava le orecchie e il suo viso si raggrinziva in una smorfia di eccessivaattenzione e concentrazione.“Chi parla?”“Sono un tuo… cliente.”, rispose la voce, scandendo in particolare l’ultima parola.“Ok, bene…. Quale cliente? Sai, io sento un sacco di persone al giorno…”“Oh, sì… sei un uomo molto impegnato, un vero manager!” Il tono si era lievementeinnalzato, prendendo la piega dell’ironia, ma il suo retrogusto suonava tutt’altro chespiritoso. Cesare finse di non coglierne l’inquietudine sottesa alla cordialità. Dovevadecidere velocemente, e finì per propendere per l’evasività, cercando di prendere tempo inattesa di capire che diavolo volesse questo tipo. L’esperienza gli aveva insegnato adrizzare le orecchie e sollevare il ponte levatoio anche e soprattutto avendo a che fare conclienti o potenziali tali. Mai prostrarsi, mai abbassare la guardia. Il cliente ha sempreragione, ma solo finchè il castello non è sotto assedio.“Senti, non riesco a sentirti bene, amico… Come hai detto che ti chiami?”“Non l’ho detto.”“Ah, certo. Allora, cosa..”“Passa da me, più tardi. Ho un affare da proporti. La mia officina è sulla statale 17,proprio in fondo, prima di imboccare l’autostrada. La riconoscerai dall’insegna.”Il ‘click’ che seguì segnò la fine della conversazione. E decretò definitivamente chi fossedei due a tenere le redini del gioco. L’officina sulla statale 17… Certo che quel tizio nongli diceva niente, non ci era mai stato lì. Non era mai stato suo cliente, eppure aveva ilsuo numero di cellulare, quello per del lavoro, quantomeno. Dopotutto, sarebbe bastatopiombare alla sua maledetta officina e interrogarlo di persona.La telefonata lo aveva messo in agitazione e l’adrenalina era sufficiente per rimetterlo inmoto, come un motore ingolfato che ha bisogno della scintilla della giusta potenza.Il pomeriggio scorse via scivolando senza sobbalzi, fra una telefonata e l’altra, chearrivarono a stralci man mano che si avvicendavano chilometri e viali alberati, zoneindustriali e micette a cui rivolgere occhiate fameliche, un paio di giri a vuoto, chetuttavia non riuscirono a destabilizzare il suo chiodo fisso. Non c’era perdita di tempoche potesse smuoverlo dalla curiosità mista a inquietudine che aveva evocato in luiquella telefonata. Un affare, una voce senza nome e senza tono, un’officina, un affare.Doveva andare, immediatamente. I pensieri si susseguivano rapidi come fotogrammi diuno di quei vecchi film, in cui le immagini non procedono fluide, ma a scatti, come se laprecedente desse una spintarella alla successiva per forzarla a mostrarsi in pubblico,piena di pudore per il suo significato tutt’altro che immediato, quasi imbarazzata di sestessa. I suoi collegamenti mentali lo imbarazzavano e allo stesso modo lo spingevanoverso una nuova meta, assetato com’era di un evento per cui valesse la pena di alzarsi lamattina da quel letto solitario e di affrontare ancora una nuova giornata. Non era unaquestione di soldi, o meglio, non solo. Certo, i dindi facevano sempre comodo e per di piùavevano lo strano potere di non essere mai abbastanza, come una moltiplicazioneall’incontrario. Non erano mai abbastanza per uno come lui, che non avrebbe mai saputorispondere ad una domanda diretta su cosa volesse davvero comprare, come avrebbespeso quei soldi, di qualunque somma si trattasse. Fosse solo anche dieci euro, per luiera una questione esistenziale decidere dove bruciarli, e per questo i suoi acquisti oinvestimenti finivano per risultare impulsivi almeno quanto il gesto, ripetuto all’infinito,di estrarre una paglia e accendersela. 8
  9. 9. Cesare Pietrucci arrivò rallentando gradualmente presso il piccolo stradello scosceso diacciottolato che era già iniziato il tramonto. Il resto del pomeriggio era volato via quasisenza farsene accorgere, e d’un tratto si risentì con se stesso per permettere alle giornatedi scivolargli via così dalle dita come piccoli granelli di sabbia, tutti uguali, stessa forma,dimensioni e colore, senza nessun valore particolare, se non quello di rimanertiappiccicati addosso nel modo più fastidioso e opprimente, infilandosi in ogni pertugio fralo strato più esterno di vestiario e quello che avvolge la maschera quotidiana, creandoattriti, irritazioni, disagio goffo.Il misterioso interlocutore aveva ragione; c’era un’insegna colorata che campeggiava infondo allo stradello e si poteva vedere fin dalla strada principale, costeggiata da campiincolti, betulle e rifiuti sparsi ai due lati della carreggiata. L’insegna recitava “OfficinaMarconi”, balzando fuori dal fondo giallo nel suo rosso scarlatto, banale quasi quanto ladenominazione sociale dell’attività – il titolare non doveva brillare per immaginazione –pensava il Pietrucci mentre svoltava bruscamente a sinistra, immettendosi lungo ilviottolo in discesa, e accompagnando la manovra con un ghigno obliquo e irriverente.L’edificio era un capannone grigio e anonimo che spezzava con il suo pesante volume abase quadrangolare l’andamento morbido e orizzontale della pianura circostante, fatta disterpaglie, humus e cespugli sempreverdi. Si era sollevato già da alcuni minuti un ventopungente, annunciatore della stagione invernale imminente, che contribuì a scompigliarei pochi capelli mai in ordine dell’uomo, appena sceso dalla sua auto, fedele compagnaanche in quell’avventura, che non lo avrebbe mai tradito, una via di fuga efficiente e unrifugio sicuro da qualsiasi emergenza.Il capannone era aperto, il grande e pesante cancello di metallo spalancato, e invitava adentrare e dare un’occhiata. ‘Non mi pare tanto sveglio, il telefonatore pazzo! Così gli entraanche Gesù con tutti gli apostoli!’ pensava Cesare quasi ad alta voce, mentre entravanell’ambiente di lavoro spazioso e cercava con lo sguardo un segno di vita. C’era qualcosadi insolito, nell’immobilità da museo di quel posto, ma sulle prime non diede moltaimportanza alla cosa. Quell’atmosfera d’altri tempi lo stava già risucchiando nel vortice dicuriosità e di morbosa aspettativa per la pregustazione di un nuovo affarepotenzialmente redditizio, una chance di sbarcare finalmente il lunario e smetterla di fareil trapezista con i pochi spiccioli che gli passavano mensilmente sotto al naso. Regnavaun silenzio da assenza di gravità, e persino i pochi oggetti visibili, immersi in buona partenella semioscurità del crepuscolo che filtrava attraverso le finestrelle sbarrate, poste inalto, inaccessibili. Lo avvolse una claustrofobia paralizzante, che lo spiazzò. Tuttavia, nonpoteva smettere di camminare, focalizzando il suo sguardo sulle sagome dei macchinarifermi, di cui non avrebbe saputo dire la funzione.Un ronzio da alta tensione imperversò improvvisamente nello stanzone, facendolotrasalire. Eppure, non aveva spinto nessun interruttore o leva di alcun genere vagamentesomigliante a quella di un circuito elettrico. Il cuore gli rimbalzava dentro al petto conritmo incalzante, noncurante della sua ricerca spasmodica di mantenere un’espressioneindifferentemente pacata. Gli occhi diventavano due fessure luccicanti di paura dietro lelenti circolari dei suoi occhiali usurati, mentre il ronzio di sangue eccessivo si mescolavanei padiglioni auricolari a quello nella stanza, rendendo quasi impossibile distinguerlinettamente. La botta di adrenalina improvvisa lo risvegliò come dal tepore infido di unsonno per la mente. Ma era troppo tardi. I suoi sensi si erano svegliati in ritardo, assopiti 9
  10. 10. dalla superfluità evolutiva di un istinto di sopravvivenza vigile. E si ritrovò schiavo, senzaaver mai saputo cosa fosse la libertà.Cesare Pietrucci non poteva muoversi. Fu quell’unico pensiero ad accompagnare il suorisveglio da un sonno senza sogni che, per quanto era in grado di discernere, potevaessere durato un attimo, come molti anni. La sua mente era svuotata, e per unconsiderevole periodo di tempo non riusciva che a concepire quell’unica, imbarazzanteverità: aveva perso il controllo del suo corpo, e non sapeva quale santo ringraziare di ciò.‘Che diavolo succede? Mi hanno legato? Mi hanno immobilizzato? Ah, non possomuovermi, questo è sicuro! Ma dove sono? Non possono avermi portato molto lontanodall’officina… Oppure sì… Cazzo, non ricordo un accidente! Ma qui non c’è nessuno!Figlio di puttana… mi hai teso una trappola, eh?! Maledetto ragnaccio… e io sono finitonella tua tela!’ I pensieri negativi e le imprecazioni si susseguivano senza che potesseromodificare la sua attuale situazione.“Dove sei? Fatti vedere, vigliacco!!”, gridò sbavando, mentre si divincolava nel buio, nonpotendo distinguere le varie parti del suo corpo. Cominciò ad ansimare. L’aria stentava araggiungere i polmoni, il clima era asfissiante. Il suo corpo era come intossicato da ungas invisibile e inodore, tanto era indebolito. Cesare, che prima di quel momento nonaveva mai sperimentato la sensazione di totalizzante frustrazione generata dall’impotenzafisica, si convinse alla fine a fare il minor numero di tentativi possibile di muovere il suocorpo per non incrementare la probabilità di comprometterlo definitivamente.L’ambiente era un luogo chiuso, questo era certo. Cesare non sentiva l’aria scivolare sulsuo viso. Ma del resto, non riusciva neppure a percepire le singole parti del suo corpoattaccate le une alle altre. No, non era possibile… Non aveva neppure sentito la sua voce,eppure era certo di aver gridato, pochi attimi prima.Percepì ad un tratto un calore improvviso che gradualmente gli stava infiammando ilvolto, solo il volto. Eppure ancora non riusciva a vedere niente, e il tempo passava e sisentiva sempre più come una piccola barca malandata alla deriva in un mare di cui nonavrebbe mai compreso le correnti e l’andrivieni delle tempeste. Si sentiva spazzato,sconvolto da quel vento che non aveva direzione, né scopo, quella mano invisibile che lostava trascinando sempre più alla deriva da se stesso, pur rimanendo immobile. Fuallora che accadde qualcosa. Se ci fosse stato altro spettatore, quella notte, ad assistereall’evento, oltre a Cesare Pietrucci e al suo aguzzino, avrebbe visto gli occhi delprigioniero lampeggiare nel buio del capannone, per poi venire a sua volta abbagliatodalla luce improvvisa, che illuminò a giorno l’ambiente, rendendogli di nuovo unaparvenza di attività umana.Lui comparve, come teletrasportato lì assolutamente per caso da un universo parallelo,facendo capolino da dietro il tornio, che giaceva pigro e indifferente all’angolo superioresinistro del capannone, soddisfatto di aver portato a termine lo scopo della sua esistenzaanche per quella giornata. Il suo aspetto era assolutamente comune, addiritturamediocre, nella sua tuta blu da lavoro sporca di grasso e olio e sudicio da asfalto, icapelli ingrassati quasi quanto i motori, tirati indietro quasi per mimetizzare i riccioli nerie invadenti, nel tentativo di domarli attraverso un semplice gesto ripetuto talmente tantevolte durante la giornata da assumere le proporzioni di un vero e proprio tic nervoso, alasciare scoperto un viso scarno e pallido, che presagiva un fisico emaciato,apparentemente inoffensivo. I suoi occhi emanavano una luce sinistra e opaca e pareva 10
  11. 11. che schizzassero letteralmente fuori dalle orbite incavate e incorniciate fra un bel paio diocchiaie marcate, come disegnate da un fumettista noir.Cesare Pietrucci non lo vide arrivare, non poteva vedere. I suoi sensi erano ormai statiintorpiditi, anestetizzati. L’intenso calore sul volto era infatti magicamente svanito.“E’ inutile, non ti puoi muovere. Non dovresti sprecare i rimasugli delle tue facoltàmentali cercando di liberarti o di insultarmi. Fossi in te le utilizzerei per qualcosa dipiù… costruttivo.”Cesare sentì partire l’impulso di parlare, di mandare quell’ombra di cui non poteva udirei movimenti nel posto per il quale di solito riservava un biglietto di prima classesolamente per i clienti che non pagavano e per i molti automobilisti che non seguivano lesue personali regole della strada. Ma si sentiva come un pesce rosso che annaspavavistosamente dalla sua boccia trasparente, un prigioniero che non può vedere le suesbarre, vittima di un ragazzino viziato che ha finalmente ottenuto il suo sollazzotemporaneo, che avrebbe poi lasciato morire, nella più assoluta indifferenza enoncuranza, appena avesse ricevuto un giocattolo più stimolante.La sua bocca si muoveva su e giù, seguendo i movimenti dei suoi muscoli dellamandibola, eppure non udiva alcun suono, parola, rantolo. I suoi occhi si spalancaronoin un’espressione di atroce, improvvisa consapevolezza. Il pesce rosso che acquisisceautocoscienza e comprende che la sua vita non ha altro scopo se non il diletto di altriesseri viventi. E’ un giocattolo, nient’altro che un simulacro di quello che prima era unessere senziente.“Bravo. Dalla tua espressione noto che hai seguito il mio suggerimento. E hai capito. Manon sei neanche lontano anni luce dalla verità, non ne sfiori che la superficie. Ovvero cheora sei in mano mia e posso fare di te quello che voglio. Nessuno ci disturberà. Saràgrandioso.”La sua voce non aveva inflessioni, ma Cesare non lo sentì, non seppe ricollegare quellavoce alla telefonata di quel pomeriggio. La vista lo stava abbandonando di nuovo,annebbiandosi e creando macchie di Rorschach con quella ormai faticava a definire larealtà circostante, mentre il pensiero cosciente scivolava sempre più verso l’oblio.L’uomo accompagnò il suo gesto con un ghigno di soddisfazione asimmetrico, cheattraversava il viso sottile e ceruleo come una cicatrice che disturba la vista e fadistogliere lo sguardo. Era un sorriso sintetico, meccanico, proprio come la leva azionatadal suo gesto semplice come l’acqua, sorgente di un meccanismo che, come una cascata,trasformava l’energia e la faceva piombare al suolo. Quell’energia che erodeva la roccia ela plasmava, ma che si abbatteva infine sulla terra con un boato assordante, con lapotenza che avrebbe schiacciato qualunque creatura si fosse avventurata sotto di essa.Aveva richiesto molto tempo elaborare il piano. Soprattutto, aveva dedicato anni allostudio dei potenziali collaboratori, un’attenta e accurata selezione che lo aveva reso unprofondo conoscitore, suo malgrado, della mente umana, dei tipi di persone piùdisparate. Non era un assassino, no. I serial killer agiscono per esistere, sono spinti aduscire dall’ombra di una mera sopravvivenza dall’esigenza spasmodica di rispondere allaloro natura, che, in quanto biologica, è per definizione istintiva. Per questo gli assassiniseriali saranno sempre una mossa in svantaggio, sempre un passo indietro, per quantointelligenti, rispetto al colpo di pistola che segna l’inizio della corsa contro le strutturesociali. Il loro agire è istintivo, la loro ragione offuscata dal bisogno di cibarsi delle loroprede. Lui non era spinto dagli stessi bisogni, ergo, non avrebbe commesso gli stessi 11
  12. 12. errori. Non lo avrebbero mai raggiunto. Non avrebbero neppure saputo chi fosse,intuendo solo vagamente dell’esistenza di un’entità che cambia le regole del gioco.Avrebbe aspettato il momento opportuno, paziente, lasciando che lo sfiorassero con laloro dozzinale metodica, con le loro procedure, e poi sarebbe volato via mentre le loroenergie si affievolivano sempre più, ma senza rimanere invischiato in quella loroburocrazia del vivere, che li faceva correre avanti e indietro come macchine. E semacchine si sentivano, senza libertà di pensiero, allora macchine li avrebbe aiutati adiventare.Non era stato uno scherzo procurarsi la tossina, quella minuscola molecola biochimicache, alle giuste concentrazioni, era in grado di ridurre un uomo alla mera perpetuazionedelle più semplici funzioni vitali. La corteccia cerebrale di Cesare Pietrucci era come sefosse stata asportata, inerte, incapace di rispondere alle invocazioni di soccorso delprigioniero che ormai la portava con sé come si porta un giubbotto quando fa caldo e nonsai come trasportarlo senza che diventi un peso inutile, un impiccio che contribuisce soloa rendere più impacciati i movimenti. Lo avvolgeva come un caldo conforto di uncappotto di lana, il desiderio di morire, e altrettanto stretta lo avvolgeva la morsa del suoaguzzino che gli negava quest’ultimo, legittimo diritto.Aveva aspettato, acquattandosi fra i cespugli che circondano il parcheggio del centro diricerca di farmacologia dell’università, lasciandosi permeare dai rumori della notte, daglischiamazzi provenienti dalle auto coi finestrini abbassati, e i synt-drums della musicahouse in sottofondo che accompagnava gli urli barbarici, preannunciatori della parentesidi liberazione di una notte in discoteca. Dalle abitazioni del circondario residenzialeprovenivano a pacchetti temporali i rumori delle stoviglie, il chiacchiericcio o inalternativa le grida durante l’ora variabile di cena, che talvolta lo distraevano. Avevaosservato paziente il fremere delle attività di laboratorio, come un formicaio alrallentatore, che andavano avanti di solito fino ad abbondantemente dopo l’ora di cena,perché si sa che i ricercatori non sottostanno agli orari lavorativi dei comuni mortali epossono permettersi di essere flessibili, o di sentirsi schiavi della loro passione. Nella suamente rimaneva impresso il suo obiettivo come un marchio di fabbrica, indicatoredell’utilità di uno strumento. I suoi occhi rimanevano immobili, fissando quelle personeprovenienti da un mondo a cui lui non avrebbe mai potuto accedere, perché la suagenialità sarebbe rimasta oscura, e non catechizzata. Questa nuova neurotossina,scoperta in una varietà di anemone marina situata a grandi profondità dell’oceanoindiano, stava destando l’interesse del mondo accademico, e l’università di Firenze,ospitando il biologo marino che l’aveva di fatto reperita e fatta estrarre in quantitàsufficienti da poterla studiare, aveva miracolosamente ottenuto il nulla osta europeo per itest preliminari e per la ricerca di base, far west estremo della farmacologia, dove èpossibile trovare tutto e di più nel campo delle interazioni fra porzioni di una molecola epotenziali target farmacologici. Non c’era da biasimare quei ricercatori, se fare le orepiccole in laboratorio era diventata la prassi. Solo che con il loro stacanovismo stavanorendendo molto meno ampia la sua feritoia temporale di azione per trafugare la molecola.La fortuna sta a zero, se non hai la mente pronta per effettuare i giusti collegamenti, persfruttare l’onda e cogliere un’occasione che altre persone non saprebbero vedere. Quellaera l’occasione, quello era lo strumento di collegamento dei suoi studi, il pezzo mancantedel puzzle. Una molecola di natura biochimica in grado di bloccare l’impulso nervoso 12
  13. 13. selettivamente. Il gruppo di ricerca la stava testando in associazione con un anticorpomonoclonale specifico per legarsi solo con alcuni tipi di cellule cerebrali, quelle dellacorteccia.Penetrò nell’edificio attraverso il parcheggio seminterrato che era già notte fonda e lafrequenza delle automobili si era notevolmente ridotta, giù in strada, e le case eranosufficientemente lontane, da non invitare guardoni e perdigiorno in cerca di qualchescoop notturno fuori dall’ordinario. Nessuno avrebbe fatto caso a lui che tentava diidentificare, alla luce di una torcia elettrica, il nome della proteina sulle eppendorfineconservate a 4°C, pronte per essere utilizzate l’indomani per nuovi test, o cercava dileggere sui protocolli il procedimento e le concentrazioni, rimettendo con cura i foglisparsi sul banco da lavoro nelle stesse posizioni in cui li aveva trovatiL’uomo, che indossava la sua tuta da lavoro con disinvoltura, accingendosi ad iniziare lasua vera giornata di lavoro, si incamminò sogghignando a testa bassa verso il Pietrucci,quel fagotto inerme destinato ad un compito preciso, come tutti gli altri, i molti altri, chesarebbero venuti dopo di lui. Lo aveva scelto con cura. Lui doveva saperlo, quanto tempoe fatica gli erano costati, doveva se non altro provare a fargli capire la grandezza del suopiano.“Ti ho osservato, per molto tempo. Intento com’eri a correre di qua e di là per sbrigare ituoi miseri affarucoli da piccolo uomo di mondo. Un mondo in cui ti senti il padrone, checonosci come le tue tasche. Finchè non fai qualche chilometro in più del solito, fino aduna officina fuori mano, giusto?”Se avesse potuto pensare, Cesare sarebbe giunto alla conclusione che l’attivitàdell’officina fosse una copertura per il suo disegno malato, un luogo seminascosto eisolato, senza vicinato, in cui poter disporre dei suoi giocattoli indisturbato. Invece, silimitò a sbattere le palpebre, con le pupille dilatate, un moto involontario dettato dal piùpuro istinto di conservazione, lo sguardo assente, e un rivolo di saliva che, scendendolentamente dal lato destro della bocca serrata in uno spasmo di contrattura, si stava giàseccando, portandolo inesorabilmente sempre più vicino all’abbrutimento dei malati.Questo lo avrebbe ucciso: sapere che il suo corpo era una carcassa senza libertà,incapace di pensare, persino di togliersi la vita. Dover dipendere dalla volontà e dalladisponibilità di qualcun altro gli avrebbe dato il colpo di grazia psicologico, per questo sirinchiuse nell’assenza, nello sgabuzzino della catatonia, mettendosi in trappola per nonrendersi consapevole della condizione misera in cui era finito.L’uomo azionò la leva del montacarichi su cui aveva sistemato la sedia del Pietrucci esollevò il suo corpo, fino a portarlo all’altezza di un gancio di ferro appeso al soffitto ecollegato ad una carrucola, come nella migliore tradizione della macellazione dei manzi edei vitelli, più che di quella meccanica. I loro corpi senza vita che adesso servivano aduno scopo diverso, spezzettandosi per divenire energia chimica spendibile da altriorganismi, organismi a loro superiori nella scala evolutiva, organismi che grazie aquell’energia potevano portare avanti la conquista del mondo, la sua trasformazione,l’uccisione di altri manzi e vitelli, e così via, nel cerchio senza inizio né fine. Unamacchina a ciclo continuo, in grado di produrre energia trasformandola, senza attingerea carburanti provenienti da combustibili fossili, senza bisogno di elettricità, ma solo diuna forma organica di energia rinnovabile, a cui avrebbe attinto prelevando le sue pedinedirettamente dal loro flipper. 13
  14. 14. Il corpo inerme, ma ancora in vita di Cesare Pietrucci venne sistemato, grazie all’azionedella carrucola, alla fonte del sistema. L’uomo in tuta da lavoro provvide personalmentead incastrare manualmente le singole parti del corpo nei punti-chiave che avrebberopermesso al meccanismo di azionarsi e produrre un risultato. Le nozioni di anatomia cheaveva assorbito, prendendo parte alle lezioni del corso universitario alla facoltà dimedicina di Firenze si stavano rivelando molto utili, come previsto. Nessuno lo avevanotato, camuffato da studente trasandato, uno dei tanti che ancora non avevanoafferrato il concetto di professionalità, silenzioso quanto bastava per non attirarel’attenzione, ma non oscuro al punto da insospettire o inquietare le masse, sotto la suafelpa nera con cappuccio perennemente alzato, il suo viso pallido semioscuratodall’indumento e provvisto solo di una penna e un blocco per gli appunti, su cuiannotava qualsiasi concetto, imparando a schematizzare e a fare schizzi e modelliestemporanei. Per la prima volta nella sua vita avvertiva che la cultura aveva un sensoper lui, che tutto il sapere sparso nel mondo non veniva disperso senza collegamento, masi indirizzava in un unico punto, denso di informazioni, per poi diramarsi, in un canaledi energia pulsante, verso il suo scopo.La macchina era quasi ultimata, il lavoro di molti anni. Quando gli altri ragazzinipensavano a truccare il motorino o a rimediare una pomiciata il sabato sera, lui se nestava rintanato nel garage, provando combinazioni, scoprendo nuovi e potenziati utilizziper i materiali conosciuti, il metallo, il vetro, i microchip e le schede hardware del suoprimo PC. Poi c’era stato il periodo di apprendistato presso un meccanico di provincia, el’investimento in quel capannone. Era stata una mossa azzardata prelevare ogni giornopiccole percentuali dell’incasso per dare quel rinforzino al suo magro stipendio,necessario per ottenere il finanziamento dalla banca. Era talmente orgoglioso della suacreazione, che avrebbe voluto uscire in strada e gridarlo al mondo, partecipare aiconcorsi scientifici, pubblicare le sue scoperte. Come i suoi studi sulla conduzionedell’elettricità attraverso un corpo organico ancora in vita, effettuati sui topi e sul suogatto, che un giorno sparì senza fare più ritorno a casa, con grande dolore di sua madre,ormai rassegnata ad un mondo affettivo auto costruito e retorico.L’ingrediente segreto della sua macchina era sistemato. Il Pietrucci non era più unapersona, non esisteva più l’uomo, non esisteva più la vita pensante. Il suo corpo ora siintegrava perfettamente con le parti meccaniche del sistema creato dall’uomo in tuta dalavoro, ma era ancora vitale, come un albero non ancora abbattuto, che percepiscel’ambiente intorno a sè e i cambiamenti dentro di sé ma non ne è cosciente. Le sue radicierano cavi elettrici, solo che queste radici si inserivano nel suo corpo e non servivano aprocurargli linfa vitale. Nelle sue vene e arterie i componenti del suo sangue simescolavano tramite con altre sostanze organiche esogene, che servivano agli scopi piùdiversi, a mantenere il suo tono muscolare, a idratarlo e nutrirlo, oltre ad una flebospeciale che iniettava costantemente piccole concentrazioni della tossina paralizzante.Senza quell’ingrediente unico tutta la brillante invenzione sarebbe andata a farsibenedire, e l’uomo in tuta da lavoro lo sapeva. ‘Dovrò trovare un sistema per fare a menodi quella tossina. Quando tutti i candidati saranno in posizione, non potrò produrla inquantità necessaria per rendere tutti… Predisposti a lavorare per me’ pensava, mentre siaccingeva a sistemare gli ultimi aghi e cannule al corpo di Cesare Pietrucci. I cavi elettricisi inserivano nella carne violentandola, mentre la sua umanità veniva ulteriormenteviolentata dalla posizione innaturale della sua fisicità, le gambe incrociate a formare unricciolo fra il pube e le ginocchia, tanto flessibili nella loro inerzia da spingere quasi a 14
  15. 15. poterle intrecciare fra loro a formare un nodo. Le ossa e le articolazioni sembravano nonavere più la loro biologica consistenza, mentre gli occhi rimanevano imbalsamati in unaposizione di perpetuo terrore, spalancati, immobili, come se la visione di qualcosa disconvolgente fosse stata l’ultima immagine che il cervello della piccola formica fosse statoin grado di processare.“Ecco, ci siamo… quasi… devo assicurarmi che questi trasformatori facciano il lorodovere. Fra poco sei pronto, amico mio. Mi stai aiutando a creare qualcosa di grande. Earriveranno altri come te, a darti una mano, stai tranquillo.” Gli parlava come se potesseavere un contraddittorio, come si parla ad un neonato o a un animale domestico. Loaveva reso un oggetto, una pedina senza volontà, eppure sembrava cercare il suoconsenso, la sua complicità. Si arrabbiò con se stesso per il momento di fragilità, chenon si confà per niente ad un uomo di successo, e lo scacciò con un grugnito daguerriero d’altri tempi, mentre si issava di nuovo in posizione eretta, sgoggiolando perledi sudore dal viso e dalla fronte per la tensione e il calore che cresceva a mano a manoche veniva utilizzata l’energia elettrica nella stanza, che seppur spaziosa, cominciava avenire influenzata dalla fervida attività umana al suo interno. La sua eccitazione erapalpabile quasi quanto la sua crescente erezione. Sì, quello era il vero sballo – altro chetutte quelle troie in calore solo per correre dietro a chi può comprare loro l’osso piùgrande – quella era la vera soddisfazione, il vero possesso. Quelle cagnette alla primaoccasione ti mollano dopo averti spennato e sanno pensare solo ai loro passatempi idioti.Ma l’opera che stava completando non lo avrebbe mai lasciato, non lo avrebbe maitradito, o deluso. Era perfetta. E questo lo eccitava e lo riempiva di orgoglio. Passò inrassegna come un apparecchio a raggi X il sistema per un’ultima volta, scorrendo ognisnodo, ogni congiunzione e fase con i suoi occhi all’infuori, indice di uno squilibrioormonale, presumibilmente di origine tiroidea. In questo modo, concentrandosi suidettagli, si fece passare l’erezione. Non era ancora l’ora. Prima c’era altro lavoro da fare. Ilsuo prossimo, secondo candidato richiedeva attenzione immediata. Non era stato difficileprocurasi il numero di cellulare del piccolo faccendiere di provincia – l’allocco aveva unsacco di conoscenze nella sua zona d’influenza e trovare una conoscenza comune erastato un passo rapido, considerando il passaparola che si attiva nei piccoli borghi inqueste circostanze – ma con questo qua doveva stare più attento. L’assessore ai lavoripubblici avrebbe adottato sicuramente delle precauzioni, e avvicinarlo per osservare lesue abitudini e infine attirarlo nella sua tela avrebbe richiesto tutta la sua prontezza dispirito e d’intelletto. Una sfida che lo stimolava. Sentendo di nuovo gonfiarsi il cavallo deipantaloni anche da sotto l’ampia tuta da lavoro, decise di cambiare ariaimmediatamente, per darsi una calmata. Era essenziale non fare passi avventati,dopotutto, e assecondare troppo gli istinti non avrebbe giovato a quel proposito.Era tutto a posto; l’energia elettrica prodotta dal corpo umano in vita avrebbe fluitoattraverso il circuito in uscita insieme agli schemi mentali e all’attività neuronale -sottoforma di neurotrasmettitori e altre molecole-messaggero a varie concentrazioni -della corteccia, assoggettata agli impulsi prettamente esterni al corpo. Da quei sarebberopassati attraverso i trasformatori coassiali di impulso, convertendo in vari passaggisempre più dettagliati, l’energia elettrica e chimica in singole immagini a campo otticotridimensionale, che attraverso un calcolatore ad algoritmi probabilistici, sarebberoinfine state collegate fra loro e trasmesse su uno schermo digitale ad alta definizione.Leggere la mente, come i singoli pensieri si formano, prendono consistenza per dareorigine ad un’intenzione, ad una scelta, collegandosi l’uno all’altro. E da lì il sogno, il vero 15
  16. 16. orgasmo: riuscire ad imbrigliare tutta quella potenziale energia creativa, finalmenteliberata dalla ragnatela della mediocrità intellettuale, delle paure che fanno in modo diincatenare gli uomini con le loro stesse mani, e utilizzarla come un nucleo propulsore.Riuscire ad imbrigliare il potere della mente era come imbrigliare l’energia dell’atomo;avrebbe aperto nuove prospettive, nuovi traguardi. Era impensabile tenere per sé tuttoquesto… Magari le persone giuste, altamente selezionate, avrebbero capito.‘Col tempo non potranno non vedere la genialità di quello che faccio’, pensava mentre sisfilava lentamente la tuta blu scuro da meccanico, in un angolo del suo capannoneadibito a spogliatoio e separato dall’area lavoro da un acquario in prefabbricato eplexiglass. Si tirò sopra la testa il cappuccio nero della felpa che puzzava di fumo e dipioggia male asciugata, e si avviò verso il cancello, fermandosi giusto per qualche istanteper spegnere l’interruttore di corrente. Presto non avrebbe più pagato una sola bolletta inpiù ai quei fottuti porci rimpinzati di soldi e passera e cocaina. Si voltò verso la suacreazione che ormai non poteva più distinguere – sapeva che gli occhi vitrei e abbagliantidi Cesare Pietrucci lo stavano osservando dall’oscurità del capannone, mimetizzati fra iltornio e la pompa idraulica, fra l’area montaggio e la sala software. Il pensiero gli fececorrere un brivido lungo la schiena, andando a finire nel basso ventre.Ma non sapeva che quegli occhi lo avevano messo a fuoco, e lo avrebbero attesonell’oscurità, pronti a sfruttare il primo passo falso. Erano occhi che non sarebbero statipiù gli stessi, occhi di una persona diversa, occhi di chi aveva assaggiato una nuovaforma di energia.L’uomo rientrò alla base a notte fonda. Era contrariato, come si poteva intuire dai suoimovimenti d’impulso, esagerati. Aveva sbattuto il cancello dell’officina facendolo serrarecon un rombante frastuono, fradicio. La serata non si era messa bene, e ci si era messapure la pioggia a rendere tutto più complicato. Con la pioggia è più difficile tenered’occhio i movimenti di qualcuno; gli ombrelli, le corse improvvise verso l’auto o unriparo, la calca ancora più ingombrante del solito negli stessi posti.L’uomo che aveva pedinato non aveva mai mangiato la foglia, tranquillo nella sua routineda uomo fatto, sicuro di sé, incline al comando e a vedere realizzati i suoi bisognirapidamente. Sì, lui era la nuova cavia perfetta per il suo esperimento, ne era sempre piùconvinto, osservando i suoi movimenti, il suo modo di fare.Ma preso com’era dal suo lavoro, dall’intensità del momento, dalla concentrazioneportata dalla consapevolezza magnetica di stare per compiere un processo irreversibile,l’uomo nell’ombra non si era accorto che a sua volta, qualcuno aveva tenuto d’occhio isuoi passi, aspettando il momento giusto per fare la sua mossa.Cesare Pietrucci aveva seguito la tracce dei suoi spasmi, fino a cavalcare le onde delleconvulsioni e recuperare e imbrigliare quell’ultimo barlume di lucidità, fino al controllodei suoi pensieri e dei suoi movimenti. Qualcosa lo aveva ridotto ai minimi termini, comepoteva constatare dalla sua ridotta motilità e dalla scarsa capacità di raccogliere ipensieri; ci mise un po’ a recuperare almeno una parte delle facoltà umane. Nonconservava ricordi veri e propri delle sue ultime ore, ma era certo di avere avutoun’esperienza. Se avesse creduto in una qualsiasi forma di fede, quasi certamenteavrebbe concluso di aver incontrato Dio o un suo messaggero. 16
  17. 17. Invece, si affidava alla nebbia di quelle immagini sfuocate che gli parlavano in una linguaa lui incomprensibile di oggetti mai visti, e di una voce che funzionava in lui comeun’ancora per la realtà. La sua voce gli penetrava nel cervello come un martellopneumatico, costringendolo a fare i conti con una contraddizione: era stato morto,eppure aveva interagito con qualcuno. Non era stato semplicemente drogato, non avevale percezioni alterate, ma solo l’eco della loro assenza momentanea; probabilmente erastato avvelenato, ma qualcosa era andato storto, e lui aveva ritrovato lentamente lastrada di casa, fino ad accorgersi dei cavi e degli aghi che penetravano la sua carne,violentando la sua volontà. A poco a poco, in quelle ore di ritrovata libertà nel paradossodell’assoggettamento, aveva imparato a controllare la macchina entro la quale era statoimmobilizzato, e ora si muoveva all’interno di quel nuovo spazio inesplorato, euforico perle sue nuove capacità di controllo di se stesso e del mondo circostante.“Sono all’interno di un ambiente artificiale, costruito dall’uomo.. Sì, mi ricordo queldannato capannone… Era un’officina, se non sbaglio. Ricordo di essere entrato equalcuno mi ha immobilizzato! Quel maledetto che mi ha telefonato!! Un attimo… Macosa succede? Non mi sto muovendo, non posso.. Sono immobilizzato, eppure sento ilmio corpo muoversi comunque! E cosa sono queste luci intermittenti intorno a me?! Equesto ronzio…”I congegni intorno a lui e dentro di lui avevano cominciato a rispondere ai suoi pensieri,alla rabbia e alla curiosità di conoscere la verità, non arrendendosi all’apatia e allacatatonia di un destino imposto da qualcun altro. Con il solo chiodo fisso della speranzanella mente aveva sfruttato ogni secondo per perfezionare e sviluppare le sue capacità inmodo da avere il controllo sufficiente per innescare una reazione e sfuggire al suoaguzzino. E ora era pronto per accoglierlo, e sfidarlo.L’uomo nell’ombra aveva trovato la sua officina in ordine, come l’aveva lasciata; maoffuscato dal suo orgoglio non aveva notato quel ronzio, possibile solo se la sua creazionesi fosse attivata da sola, in sua assenza. Se l’avesse fatto, avrebbe riflettuto poi sul fattoche non era la macchina, nella sua parte meccanica ed elettronica, ad avere volontàpropria, ma la coscienza, che aveva trovato un motivo per combattere, per essere dinuovo orgogliosa a sua volta.Lo stava aspettando, come era stato atteso, nell’ombra, e nella finta innocuità. OraCesare Pietrucci era l’uomo nell’ombra, ed era pronto ad attuare la sua vendetta,aggrappandosi a quell’istinto di sopravvivenza che per anni aveva ignorato, perfinomaledetto, per non lasciare che lo guidasse verso il vero rischio, le vere puntate cheghiacciano il sangue nelle vene e fanno sudare freddo. Ora quel gelo si era impadronitodel suo corpo e della sua mente costringendolo a rapidi calcoli sulle sue probabilità disuccesso.L’uomo fradicio di pioggia non aspettò di ricomporsi o asciugarsi, e non accese la luce; sidiresse al trotto verso la sua creazione, alla ricerca di un nuovo motivo per passareattraverso anche quella notte, impregnata di pioggia sporca e di sudore, di smog e olioper motori e attesa snervante. Cesare Pietrucci pensò di corrugare la fronte – i suoimuscoli facciali non risposero all’impulso nervoso – in compenso, la plancia grigio chiaroa cui il suo corpo era collegato tramite i cavi che entravano e uscivano dalla sua colonnavertebrale si accese, vibrando di nuova vita.L’uomo nell’ombra ebbe un sussulto. 17
  18. 18. “Oh che diavolo!” Esclamò con voce strozzata, mentre lo spasmo meccanico dato dallasorpresa lo faceva arrestare di colpo, e metteva in tensione tutti i muscoli dei suoi arti egli facevano digrignare i denti.Prima di realizzare di essere caduto in trappola, la macchina si era già ribellataplatealmente al suo padrone, rinnegando i vincoli di assoggettamento e i limiti allafisiologia imposti dalla volontà di un altro uomo. La macchina non era più schiava di unamente, ma era la chiave per la libertà di un’altra mente.Un cavo elettrico in attesa del suo utilizzatore senza volontà schioccò fugacemente sulpavimento, sullo stile di una frusta mossa da un domatore di leoni, che impartisce il suoordine in un linguaggio privato fra due esseri viventi, che con duro lavoro hannoimparato a fidarsi l’uno dell’altro.La frusta cibernetica lo allacciò all’altezza del basso torace, facendogli mancare il respiroall’improvviso e rompendogli due costole all’istante. Il suo colorito si faceva già bianco-bluastro mentre veniva sollevato a qualche metro da terra e scaraventato contro i fusti didiluente e attivatore agli UV che si trovavano in fondo alla parete ovest del capannone,provocando un fracasso di metallo ridondante.L’uomo non capiva, ma non si lasciò sopraffare al primo colpo. La sua furia, alimentatadalla sua ambizione distorta ed iperbolica, aveva incrementato esponenzialmente anchele sue prestazioni fisiche e la resistenza al dolore, tanto da risultarne come anestetizzato.L’uomo si rialzò scuotendo la testa animatamente, come in un copione di unasceneggiatura, mentre si faceva leva con la mano sinistra e con la destra cercava didiagnosticare al tatto l’entità del danno subito a causa di quel primo attacco. La smorfiadi dolore che seguì fu altrettanto plateale. Decise in quel momento che non avrebbe fattola figura dello scemo, nonostante non riuscisse a capire cosa fosse andato storto, operché la sua macchina si stesse azionando autonomamente contro di lui.Nel frattempo, Cesare Pietrucci aveva preso il controllo di una seconda parte del suonuovo corpo e si apprestava a sferrare un secondo colpo, quello finale.L’imperativo categorico era liberarsi del suo oppressore, di colui che gli aveva dato unanuova forma, privandolo della sostanza. Ci stava prendendo gusto. Una voce non deltutto nuova risuonava dentro di lui come liberata dall’ovatta, mentre assaporava ilretrogusto metallico, di piombo, della vendetta.C’era quasi, era vicino il momento in cui tutti i conti sarebbero tornati, e i pezzi sistematial loro posto, nonostante niente fosse più lo stesso, fuori e dentro.La morsa avvolgente e fredda stava già premendo contro la faringe dell’uomo, che avvertìnitidamente l’odore di gomma semibruciata proveniente dal suo collo ormai raggrinzito,ripiegato nella carne sudicia e bluastra. Lo avvertì poco prima di perdere i sensi, mentreCesare Pietrucci terminava il suo lavoro. Ma alla fine di quella lunga giornata nonsarebbe tornato al suo appartamento. Aveva una nuova casa e un nuovo lavoro, adesso. 18
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