1 Agire Per Lo Sviluppo

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Per una storia dello sviluppo locale in Italia: dagli operatori di comunità degli anni '50 alle piattaforme territoriali

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1 Agire Per Lo Sviluppo

  1. 1. Agire per lo sviluppo Sergio Remi Trentino Sviluppo Master Sviluppo Territoriale, Rovereto 2009
  2. 2. Un percorso per definire l’identità professionale dell’agente di sviluppo <ul><li>La lunga deriva dell’agire per lo sviluppo locale </li></ul><ul><li>La dimensione locale e territoriale dello sviluppo italiano </li></ul><ul><li>L’impatto della globalizzazione sulle dinamiche di sviluppo locale </li></ul>
  3. 3. La lunga deriva dell’agire per lo sviluppo <ul><li>In Italia, l’attenzione allo sviluppo locale nasce nei primi anni ’50 su tre radici culturalmente importanti : </li></ul><ul><li>la prima è quella di alcuni organismi di stampo anglosassone che nell’immediato dopoguerra si occuparono della ricostruzione, introducendo in Italia la cultura dello sviluppo sociale locale; </li></ul><ul><li>la seconda è quella comunitaria, rappresentata in Italia dalle esperienze e dall’impegno sociale di Adriano Olivetti e dal suo “ movimento di comunità”; </li></ul><ul><li>la terza è quella della cultura cattolica che si occupò di Mezzogiorno e Riforma Agraria. </li></ul><ul><li>In termini molto schematici possiamo dire che, in Italia, dal dopoguerra ad oggi, l’agire per lo sviluppo locale ha attraversato diverse fasi: </li></ul><ul><li>gli operatori di comunità degli anni 50 (il piano Marshall ed i fondi UNRRA Casas per la ricostruzione, l’esperienza di Adriano Olivetti e il comutarismo italiano, il dibattito interno alla Svimez, il progetto Pastore per le aree interne del Mezzogiorno, il piano INA Casa, ecc.); </li></ul><ul><li>l’industrializzazione del Paese e il predominio della cultura della programmazione dall’alto; </li></ul><ul><li>la “riscoperta” del carattere molecolare dello sviluppo italiano alla fine degli anni 70 (il ruolo del Censis, gli studi sui distretti produttivi, la terza Italia, l’industrializzazione senza fratture ecc.); </li></ul><ul><li>le azioni della Comunità Europea nell’ambito dei PIM e successivamente delle altre azioni a supporto dello sviluppo locale: Leader ecc. (nascita della figura dell’agente di sviluppo); </li></ul><ul><li>la stagione dei patti territoriali e della programmazione negoziata; </li></ul><ul><li>lo sviluppo locale tra economia dei luoghi ed economia dei flussi (dal localismo al globalismo). </li></ul>
  4. 4. La sociologia americana <ul><li>I primi interventi di community development condotti a livello nazionale dall’immediato dopoguerra sono di importazione americana e fanno riferimento alla prima esperienza di azione di comunità che troviamo nel new deal americano: l’esperienza della Tennesee Valley Authority . </li></ul><ul><li>Erano gli anni immediatamente successivi alla grande crisi del 29 quando Roosvelt varò un piano basato su un’ipotesi di piena occupazione e di intervento dello Stato a sostegno della stessa. Venne scelta la valle del Tennessee come area laboratorio, entro la quale iniziare un intervento a favore dello sviluppo locale. </li></ul><ul><li>I fondamenti teorici dei primi interventi di sviluppo locale realizzati in Italia rimandano quindi alla sociologia americana, ed in particolare alla Scuola di Chicago e alla sua metodologia di indagine: la ricerca partecipata . </li></ul><ul><li>La metodologia di ricerca della scuola di Chicago che venne importata in Italia dal Sociologo Alessandro Pizzorno alla fine degli anni ‘40. </li></ul><ul><li>La più consistente esperienza di azione di comunità in Italia nacque nel 1945, era l’immediato dopoguerra e l’Italia doveva essere ricostruita attraverso gli aiuti internazionali: il Piano Marshall, i fondi Unrra casas e gli interventi dell’OCSE che sostennero la ricostruzione e l’azione degli Enti di sviluppo agricolo . All’interno di questo quadro, l’azione di comunità prese origine dall’esigenza di intervenire soprattutto nelle aree a deficit di sviluppo come il Mezzogiorno d’Italia. </li></ul>
  5. 5. Adriano Olivetti e il “movimento di comunità” <ul><li>La vera e propria origine dello sviluppo locale e del comunitarismo italiano è rappresentata dall’esperienza di Adriano Olivetti. </li></ul><ul><li>Nel 1948 Adriano Olivetti diede vita a Torino al “ Movimento di Comunità ” . Il Movimento che assunse, negli anni Cinquanta, una notevole importanza e diffusione nel campo della cultura economica, sociale e politica. Consenti la nascita del primo governo di centro-sinistra. </li></ul><ul><li>Sorretto dallo sviluppo della propria azienda e dagli ideali comunitari, Olivetti raggruppò intorno a sé un numero enorme di intellettuali provenienti dai più differenti campi disciplinari, inseguendo il progetto di una sintesi creativa tra cultura tecnico-scientifica e cultura umanistica. Si deve in buona parte ad l’Olivetti, lo sviluppo in Italia di discipline e tecniche come l’urbanistica, il design, il marketing, la pubblicità. </li></ul><ul><li>Alla Olivetti hanno lavorato in tanti, sociologi, architetti, scrittori, scienziati della politica e dell’organizzazione industriale, psicologi del lavoro: Paolo Volponi, Luciano Gallino, Giorgio Fuà, Fortini, Lodovico Quaroni, Bruno Zevi, Furio Colombo, Tiziano Terzani, Franco Ferrarotti. </li></ul><ul><li>Quella di Adriano Olivetti, fu un’esperienza unica nel capitalismo italiano . Il suo pensiero voleva coniugare lo sviluppo industriale e l’affermazione dei diritti umani attraverso la democrazia partecipativa dentro e fuori la fabbrica. </li></ul><ul><li>Si trattava di modernizzare il territorio, trasformando i contadini “con gli zoccoli” in operai della meccanica e dell’elettronica, di trasformare i paesi del Canavese e della Valle d’Aosta da un insieme di cascine a insediamenti di qualità urbana </li></ul><ul><li>La fabbrica divenne il motore di sviluppo del territorio avvalendosi dei contributi della sociologia, dell’urbanistica. Attorno alla fabbrica di Ivrea, e successivamente a quella di Pozzuoli, Olivetti istituisce un sistema di servizi sociali e inizia la progettazione di edifici di abitazione, mense, biblioteche e asili per i dipendenti, secondo i più moderni canoni dell’architettura razionalista del tempo. </li></ul>
  6. 6. Adriano Olivetti e l’Unrra-Casas <ul><li>Olivetti è tra i primi a cogliere l’importanza di un impegno nel Mezzogiorno e ad attuare programmi di sviluppo secondo modelli dedotti dal ’New Deal’ rooseveltiano. </li></ul><ul><li>Olivetti, coinvolto all’interno dell’ Unrra-Casas in qualità di membro della prima giunta, fornisce un importante contributo all’affinamento delle metodologie della pianificazione introducendo le scienze sociali nella disciplina urbanistica. Contribuisce alla realizzazione del CEPAS scuola di assistenti sociali che accompagnarono il processo di ricostruzione. </li></ul><ul><li>L’Unrra-Casas (Ente che gestiva i fondi del Piano Marshall) viene costituito nel 1946 con il compito di gestire gli aiuti internazionali per la ricostruzione. Grazie all’intervento dell’Unraa.Casas i l Sud è oggetto di grande interesse. Etnografi e sociologi, insieme ad architetti e urbanisti, formano un gruppo di studio diretto da sociologo americano Frederick Friedmann. E’ all’interno di queste esperienze che fanno il loro tirocinio di assistenti sociali personaggi come Giuseppe De Rita , Ubaldo Scassellati, Giovanni Mottura che successivamente avrebbero fatto la storia dello sviluppo locale in Italia. </li></ul><ul><li>L’Unrra-Casas avvia esperimenti finalizzati alla realizzazione di quartieri organizzati sul modello di piccole comunità, aggregati attorno a un centro sociale, spesso costruiti in regioni e centri minori dell’Italia meridionale e insulare onde contrastarne l’arretratezza economica e sociale e la crescente tendenza allo spopolamento. </li></ul><ul><li>Tra le migliaia di interventi edilizi dell'Unrra-Casas si distingue il villaggio La Martella a Matera (1951-54) con il piano urbanistico di Matera realizzato da Piccinato e del borgo progettato da Quaroni . </li></ul><ul><li>In questa stagione sul Mezzogiorno, anche grazie all’iniziativa di Olivetti, si concentra una forte attenzione da parte artisti, tecnici ed intellettuali. I viaggi di Ernesto De Martino in Lucania nel 1952 rappresentano uno dei momenti di un interesse che si muove tra l’attenzione al “popolo” propria del neorealismo italiano . </li></ul><ul><li>Ed è proprio la ricerca sociale, non accademica, che dà contributi fondamentali alla conoscenza delle metamorfosi della società italiana in quel periodo. Basti ricordare i contributi di Rocco Scotellaro, Carlo Levi, Danilo Montaldi , e tanti altri. Si studiano così i contadini, le comunità locali, gli emigranti meridionali e veneti, gli immigrati nelle grandi città industriali. </li></ul><ul><li>Sono rimaste famose (ogni tanto le ritrasmettono in TV) i documentari inchiesta di Liliana Cavani, Mario Soldati, Ugo Zatterin, Ugo Gregoretti, Luigi Comencini, Nanni Loy. </li></ul>
  7. 7. Il comunitarismo negli anni ‘50 <ul><li>Nell’immediato dopoguerra, attorno ai temi dello sviluppo del Mezzogiorno, si sviluppo un forte movimento per le scienze sociali . Vi confluirono esperienze quali quelle promosse direttamente o indirettamente da Adriano Olivetti e da suoi collaboratori come Franco Ferrarotti , insieme ad una parte dei sociologi e antropologi statunitensi come Friedman, Peck, Banfield (familismo amorale) venuti in Italia in quegli anni e a molti ricercatori provenienti dal Nord guidati da una forte tensione riformista. </li></ul><ul><li>Tutta l’Italia, non solo il Mezzogiorno, come afferma C. Mazzoleni , è in quel periodo « un laboratorio di esperimenti sociali e di ricerche sullo sviluppo comunitario» (C. Mazzoleni, Un laboratorio di sviluppo comunitario: il centro per la piena occupazione di Danilo Dolci a Partitico,1997). </li></ul><ul><li>Si inseriscono in questo filone i Centri di cultura Popolare; il CEMEA, Centro di Esercitazione ai Metodi dell’Educazione Attiva; l’IRFED, l’Istituto francese per la preparazione di specialisti per le aree arretrate; l’Umanitaria di Milano; l’esperienza di Nomadelfia a Fossoli, l’esperienza del Gruppo del Mulino (in quattro comuni del Polesine), l’esperienza di Alberto Mortara (nel Canavese, promossa da Olivetti). </li></ul><ul><li>La sociologia, (ma anche l’urbanistica e la pedagogia), in quel periodo è concepita come scienza dello sviluppo, secondo la concezione che la variabile strategica dello sviluppo endogeno non è economica, ma principalmente sociale e culturale. </li></ul><ul><li>La connessione tra animazione e sviluppo sociale, attuata con una metodologia innovativa della ricerca- azione e dell’inchiesta sociale per la preparazione di programmi di sviluppo, si collegava al processo d'affermazione dell'animazione sociale concepita come una metodologia qualitativa per l'analisi di specifici contesti locali. </li></ul><ul><li>Nel Mezzogiorno per studiare i problemi sociali si ritrovarono ricercatori operanti presso il Centro di specializzazione e ricerche economico-agrarie per il Mezzogiorno di Portici , diretto da Manlio Rossi Doria , presso il Centro studi della rivista &quot;Nord e Sud &quot;, presso la Svimez. </li></ul><ul><li>Ma anche una fitta rete nazionale di centri sociali o comunitari e nuclei di dibattito, di pressione e di controllo dell'intervento pubblico, come quello di Danilo Dolci a Trappeto, o il laboratorio catanese di Sylos Labini, presso la Facoltà di Economia o le diverse iniziative sorte nel Mezzogiorno, promosse dall' Unione nazionale per la lotta contro l'analfabetismo (Unla), attraverso i vari Centri di cultura popolare, e soprattutto dal Centro per l'educazione professionale di assistenza sociale (Cepas) e dall'OCSE </li></ul>
  8. 8. Il CEPAS e gli operatori di comunità <ul><li>Nel 1946 nasce a Roma il CEPAS (Centro educazione assistenti sociali) finanziato con i fondi americani UNRRA destinati alla ricostruzione post bellica alla cui realizzazione contribuirono personaggi come Adriano Olivetti, Paolo Volponi, Manlio Rossi Doria. </li></ul><ul><li>Il Cepas è stato luogo di appoggio per quei sociologi e antropologhi americani che negli anni ’50 sono venuti a studiare le comunità contadine del Mezzogiono e ha svolto un ruolo importante nel catalizzare il ruolo di agenzie internazionali come l’ Agenzia Europea della produttività e l’OCSE che realizzo il “ progetto Sardegna ” o le prime inchieste/intervento sui Sassi di Matera. </li></ul><ul><li>In collaborazione con l'Unrra-Casas e il patrocinio dell'Unesco, il Cepas aveva anche promosso il Programma pilota per l'Abruzzo , una tra le esperienze più significative di sviluppo di comunità iniziata nel 1958. Esso coinvolgeva tredici comuni, nei quali, con una collaborazione tra assistenti sociali, insegnanti, tecnici agrari e altri esperti, si era cercato di sviluppare la coscienza democratica affrontando il problema del rapporto tra l'iniziativa dal basso e la pianificazione . </li></ul><ul><li>Il Cepas - scuola pioniera nella promozione di esperienze di lavoro di comunità –è stato il luogo di formazione degli operatori di comunità che negli anni ’50 e ’60 hanno accompagnato il processo di transizione delle aree rurali del Mezzogiorno. </li></ul><ul><li>Il Cepas fu fondato dal filosofo Guido Calogero e diretto da Angela Zucconi , curava anche la redazione della rivista Centro Sociale . </li></ul><ul><li>La storia del Cepas e degli operatori d comunità è raccontata nel libro di Goffredo Fofi “ Strana Gente. 1960 . Un diario tra Sud e Nord, Donzelli, Roma 1993. </li></ul>
  9. 9. Manlio Rossi Doria e la scuola di Portici <ul><li>L’esperienza del Gruppo di Portici, guidato da Manlio Rossi Doria , ha origine in un convegno che si svolse a Bari alla fine del ’46 in cui venne lanciato il tema della “ Questione Meridionale ” </li></ul><ul><li>A Manlio Rossi Doria si devono le prime ricerche di sociologia rurale condotte in Italia e l’approccio delle teorie di sviluppo legate alle specificità e alle differenze territoriali : ( le famose aree dell’osso e della polpa). </li></ul><ul><li>Il gruppo di portici avvio alcuni “ studi di comunità ” come supporto alla riforma agraria. La ricerca era finalizzata all’azione. </li></ul><ul><li>Il gruppo si proponeva come punto di collegamento fra la comunità territoriale e gli operatori politici che avevano il compito di prendere le decisioni di intervento. </li></ul><ul><li>Dopo aver sperimentato la difficoltà dei rapporti con i politici, poco disposti ad accettare consigli che comportassero alti costi politici e finanziari, il Gruppo intraprese la strada della sensibilizzazione dei soggetti sociali, delle popolazioni locali, lavorando in collaborazione con il CEPAS. </li></ul><ul><li>Nel ’60 il Gruppo diede vita al Centro di specializzazione e ricerche economico-agrarie per il Mezzogiorno. </li></ul><ul><li>Nonostante il Gruppo, per volontà di Rossi Doria, abbia sempre mantenuto un certo distacco da meccanismi di appartenenza politica, fu travolto dalla contestazione del ’68 e nel ’70 termino gran parte della sua attività sociologica. </li></ul>
  10. 10. La rivista “Terza generazione” <ul><li>«Terza Generazione», rivista che visse soltanto dall'agosto del 1953 al settembre 1954, nacque per iniziativa di un gruppo di giovani cattolici capitanati da Felice Balbo . Tra i fondatori troviamo Ubaldo Scassellati; Gianni Baget Bozzo, Agostino Paci. </li></ul><ul><li>Scontenti dell'impostazione tecnocratica che stava caratterizzando le iniziative riformiste avviate negli anni cinquanta dalla Dc, diedero vita a piccoli progetti di sviluppo di comunità nel tentativo di cercare nuove strade per favorire lo sviluppo economico, sociale e culturale del paese. </li></ul><ul><li>La rivista cessò le sue pubblicazioni dopo un anno, ma il gruppo che l'aveva animata continuò a compiere ricerche cui fecero seguito iniziative economiche e sociali: interventi si svolsero a Isera (con il roveretano Quirino Paris ), a Coreno Ausonio (Frosinone) e a Labaro (nella periferia di Roma). </li></ul><ul><li>Questo tipo d'iniziative, dopo lo scioglimento del gruppo, vennero poste all'attenzione del Segretariato nazionale della gioventù , una delle principali organizzazioni giovanili del mondo cattolico, voluto da Alcide Degasperi . </li></ul><ul><li>Il Segretariato si interessò a queste nuove problematiche e promosse, insieme ad alcuni animatori di «Terza generazione», progetti di community development nella zona di Grassano - paese della Lucania immortalato da Carlo Levi in &quot;Cristo si è fermato a Eboli&quot;, nella zona di Isernia, in provincia di Campobasso e in quella di  Sedilo, in provincia di Oristano. </li></ul><ul><li>L’aspetto più interessante della rivista non appare tanto il suo significato politico all’interno del panorama democristiano, ma quello del tentativo di realizzare una conoscenza sociologica approfondita dell’Italia come base per un progetto politico di ampia portata , posto in termini dialettici rispetto al programma del partito (Tassani 1988). </li></ul><ul><li>Il loro tentativo di cercare nuove strade per permettere un reale sviluppo economico e sociale del Paese venne fatto proprio dai dirigenti del piano Ina-Casa che, per rispondere a queste istanze, diedero vita ad un ente che svolgesse, tramite l'azione di assistenti sociali, un lavoro sociale a carattere comunitario nei nuovi quartieri periferici che l'Ina-Casa andava creando in tutta Italia. </li></ul>
  11. 11. Danilo Dolci e il Centro di piena occupazione <ul><li>Il Centro per la piena occupazione realizzato da Danilo Dolci a Partinico, nella Sicilia occidentale, è stata una delle più significative esperienze di “sviluppo di comunità” avviate in Italia nel dopoguerra. </li></ul><ul><li>Laboratorio di sperimentazione fondato sulla ricerca di uno sviluppo socio-economico in una prospettiva endogena di auto-organizzazione della società locale, contrapponendosi alle politiche per il Mezzogiorno costruite su un processo accelerato di industrializzazione e sull'idea di una crescita per “poli” (Svimez). </li></ul><ul><li>Dolci era un sociologo triestino che dopo aver vissuto la resistenza e l’esperienza di Nomadelfia di don Zeno Saltini si trasferi a Partinico, dove promosse lotte nonviolente contro la mafia e il sottosviluppo, per i diritti ed il lavoro. </li></ul><ul><li>La figura e l'opera di Dolci polarizzano l'opinione pubblica: mentre si moltiplicano gli attestati di stima e solidarietà, in Italia e all'estero (anche da personalità come Norberto Bobbio, Carlo Levi, Ignazio Silone, Aldous Huxley, Jean Piaget, Bertrand Russell ed Erich Fromm) </li></ul>
  12. 12. L’istituzionalizzazione dell’azione di comunità <ul><li>L’intervento nel mezzogiorno fu condizionato negli anni ‘50 da due approcci contrapposti: </li></ul><ul><li>il primo, più “ movimentista” , è legato alla scuola dello sviluppo di comunità che nasce dall'esperienza di Adriano Olivetti: nella fase post-bellica il Mezzogiorno è quel luogo dove inizia l'applicazione del &quot;comunitarismo&quot;, dell'idea di sviluppo come sviluppo di comunità. </li></ul><ul><li>il secondo, più “ istituzionale” , è stato quello centralista fordista, quando si pensò che lo sviluppo del Sud fosse legato direttamente alla grande impresa e all'industrialismo. </li></ul><ul><li>Le due culture convissero, anche se in maniera conflittuale, per un certo periodo, grazie alla mediazione del solidarismo cattolico tipico dell’ala più riformista della DC del tempo, che si occupò di Mezzogiono e riforma agraria lungo una linea che parte dalle ricerche di Ambrico e Ardigò per i nuovi borghi agricoli materani, passa per un impegno di Sebregondi alla SVIMEZ , e approda al collegamento con “ Economie et Humanisme ” di Padre Lebret , convinto assertore dello sviluppo locale come processo di autocoscienza e autopropulsione delle comunità locali. </li></ul><ul><li>Nei fatti la matrice cattolica dello sviluppo locale fu l’unica che tentò la strada dell’” istituzionalizzazione ”. Non si accontentò di fare movimentismo socio culturale, ma cerco di connettere la tematica dello sviluppo locale con più ampie politiche di sviluppo, allora a quasi esclusiva responsabilità pubblica. </li></ul><ul><li>Le connessioni tra movimentismo socioculturale “dal basso” e intervento dello Stato “dall’alto” a supporto dello sviluppo, furono ricercate all’interno di diverse politiche centrali che negli anni ’50 e ’60 hanno accompagnato il processo di modernizzazione del Mezzogiorno e del Paese </li></ul><ul><li>Il ruolo di analisi e programmazione della SVIMEZ , </li></ul><ul><li>la politica del “fattore umano” che il Ministro Giulio Pastore porto avanti dal 1958 al 1966 </li></ul><ul><li>il progetto Fanfani INA Casa </li></ul><ul><li>La riforma Agraria , i consorzi di bonifica, la promozione della cooperazione agricola. </li></ul>
  13. 13. Lo Svimez <ul><li>Su questa linea di dialogo con le varie esperienze comunitarie “dal basso”, ma attenti ad uno sviluppo locale di matrice economicista orientamento dall’alto, si muoveranno, (almeno in parte) le iniziative della SVIMEZ (ente per lo Sviluppo del Mezzogiorno) di Pasquale Saraceno . </li></ul><ul><li>Allo Svimez si incontreranno (scontreranno) i diversi approcci alla programmazione economica, intesa da alcuni ( Saraceno ) come pianificazione dall’alto dall’approccio fortemente economicista e da altri ( Rossi Doria, Ceriani Sebregondi ) come processo riformatore dal basso, dall’approccio sostanzialmente socio-culturale </li></ul><ul><li>Alessandro Molinari Direttore dello SVIMEZ cercherà di conciliare le spinte dal basso con quelle dall’alto proponendo l’istituzione di Comitati di piano , sull’esempio dei piani socio-economici olandesi in cui si persegue una programmazione partecipata . Si dovrà però scontrare con le varie realtà locali clientelari di influenza politica, religiosa, mafiosa, o ancora con una forte volontà di dirigismo dall’alto. </li></ul><ul><li>Allo Svimez si devono le prime analisi di individuazione statistico-quantitativa di zone omogenee, che interesserà tutto il territorio italiano. Un approccio che riconosce - seppur da un punto meramente quantitativo - le differenze e specificità territoriali e locali. </li></ul><ul><li>Dentro questo discorso, un ruolo centrale è stato rappresentato dal dibattito intorno allo Schema di sviluppo della occupazione e del reddito del decennio 1955-1964, più noto come Schema Vanoni , svoltosi a metà degli anni Cinquanta, che ha offerto un contributo fondamentale nel ridefinire le linee della politica economica del governo e porre le premesse per l’avvio della stagione delle politiche economiche keynesiane, dell’intervento pubblico e della programmazione. </li></ul><ul><li>Allo Svimez prevale, comunque, una cultura di carattere economicista e centralista, solo in parte temperata da Sebregondi che dirige la sezione sociologica e prende a lavorare con se Giuseppe de Rita che aveva fatto il suo tirocinio come assistente sociale in alcuni insediamenti Unraa dell’Abruzzo e della Lucchesia. </li></ul>
  14. 14. Giorgio Ceriani Sebregondi e la sezione sociologica dello Svimez <ul><li>La concezione della cultura di Sebregondi era riassunta in un piccolo slogan che amava molto: “ cultura è realtà” ; (nel ’55 l’intellettuale era uno che non stava nella realtà: era uno che leggeva e scriveva libri). </li></ul><ul><li>Questo rapporto fra cultura e realtà in Sebregondi era molto forte. Veniva, del resto,da tutto il gruppo dei cattolici di sinistra che, non a caso, ruotavano attorno a una rivista degli anni 50, diretta da Mario Motta e da Alberto Moravia , intitolata appunto “ Cultura e realtà ”, in cui si giocava su questa “e” con o senza l’accento. </li></ul><ul><li>A quell’epoca, tutti coloro che si occupavano di cultura dello sviluppo erano prevalentemente o totalmente per una logica economicista. Sebregondi, invece, pensava che lo sviluppo avesse principalmente radici sociali e culturali. </li></ul><ul><li>Fu quindi questa duplice esperienza di Sebregondi - da un lato il “bisogno di realtà” e dell’altro la convinzione che il vero sviluppo non fosse solo economico - alla base della sezione sociologica della Svimez dove sviluppa un atteggiamento critico, sempre più consapevole all’economicismo ed al tecnicismo della pianificazione. </li></ul><ul><li>Come Olivetti matura una forte attenzione al pensiero di filosofi cattolici come Jacques Maritain e Emmanuel Monier e al regionalismo. Ma a differenza di Olivetti innesta queste suggestioni sul pensiero politico della sinistra democristiana e in particolare di Sturzo (anzichè, come Olivetti, sul federalismo di Cattaneo e Gobetti e sulla tradizione socialista). </li></ul><ul><li>Nel momento in cui, nell’impostazione predominante dello SVIMEZ, si realizza il passaggio dalla ipotesi della preindustrializzazione a quella della industrializzazione diretta, si apre all’interno dello stesso Istituto una strategia alternativa incentrata sull’idea di una “ politica di trasformazione socio-culturale locale” (Sebregondi e De Rita 1960) </li></ul>
  15. 15. Giulio Pastore ed il programma ASEM <ul><li>Le riflessioni sulla dimensione sociale dello sviluppo economico ed i rischi di “modernizzazione senza sviluppo” caratterizzarono parte del dibattito di quegli anni. </li></ul><ul><li>E’ in questo contesto che nel ’59 l’allora ministro per il Mezzogiorno Giulio Pastore diede avvio alla “ politica del fattore umano ”, con la collaborazione di De Rita e Scassellati , finalizzato a definire un programma di attività sociali ed educative nel Mezzogiorno (ASEM). Da questa esperienza nacque, successivamente il FORMEZ. </li></ul><ul><li>Il Programma ASEM dal 59 al 62 lavorò su quattro temi: i giovani, gli enti di assistenza pubblica,l’educazione sanitaria, l’educazione permanente degli adulti e la lotta all’analfabetismo condotta anche con gli allora moderni mezzi televisivi (la famosa trasmissione “Non è mai troppo tardi” condotta dal maestro Manzi dal ’59 al 68). </li></ul><ul><li>Anche su questa esperienza influirono i modelli anglosassoni della Open University in Inghilterra e della City University of New York </li></ul><ul><li>Il programma che occupo 150 operatori di comunità in tutto il Mezzogiorno. </li></ul>
  16. 16. Il “Piano Fanfani” per le case popolari: l’esperienza dell’ INA CASA <ul><li>Il Piano INA Casa, sviluppato dal 1949 fino al 1963 fa riferimento a quel volontarismo di ispirazione keynesiana e cristiana che contraddistingueva le riflessioni di Amintore Fanfani e del resto del gruppo dossettiano negli anni del dopoguerra. </li></ul><ul><li>A pochi anni dalla conclusione della Seconda Guerra Mondiale e a poco più di un mese dall’insediamento del Governo De Gasperi , con questa iniziativa il Ministro intende soprattutto affrontare il problema della disoccupazione attraverso lo sviluppo del settore edilizio , riconosciuto come strumento in grado di promuovere la rinascita dell’Italia del dopoguerra </li></ul><ul><li>A pieno regime la «grandiosa macchina per l’abitazione», come Giuseppe Samonà definì l’INA Casa, realizza settimanalmente 2.800 alloggi, permettendo di assegnare ogni sette giorni la casa a circa 560 famiglie italiane. All’esaurimento del piano, in quattordici anni, saranno costruiti quasi 2.000.000 di vani corrispondenti a oltre 350.000 alloggi. Gli interventi INA Casa furono realizzati in quasi tutti i comuni italiani, </li></ul><ul><li>I migliori architetti dell’epoca parteciperano ai progetti da Mario Ridolfi a Michele Valori , da Carlo Aymonino , a Franco Albini , dallo studio B.B.P.R . a Castiglioni , da Ignazio Gardella o Daneri , a Figini e Pollini o Ettore Sottsass . </li></ul><ul><li>Il piano casa Fanfani era nato per fare essenzialmente dei singoli edifici, ma molto rapidamente ci si rese conto della necessità di intervenire sulla progettazione integrata di interi quartieri, accompagnando il processo di inurbamento di ampie fasce di popolazione rurale. </li></ul>
  17. 17. Egss: Ente Gestione Servizio Sociale case per lavoratori <ul><li>L’istituzione nel 1954 presso l’INA Casa dell’Ente gestione Servizio sociale Case per lavoratori , che programmerà a livello locale la dotazione di centri sociali e la presenza di assistenti sociali nei quartieri, mostra l’intenzione di « aiutare una collettività a trasformarsi progressivamente in comunità », favorendo «la progressiva formazione di vincoli di comunanza e di solidarietà». </li></ul><ul><li>All’origine dell’istituzione del Servizio sociale si colloca la convinzione dei dirigenti centrali dell’INA Casa che l’organizzazione urbanistica, dei quartieri richieda una vita collettiva: un obiettivo che trae fondamento e legittimazione dall’idea stessa di comunità. Il progetto politico di Adriano Olivetti e le teorie di Lewis Mumford (città giardino, new towns inglesi) sembrano trovare una prima, provvisoria, occasione di applicazione nel nostro Paese proprio con la realizzazione i quartieri dell’INA Casa. </li></ul><ul><li>Scopo dell’EGSS era “accompagnare” il processo di inurbamento che caratterizzo la fase di industrializzazione del Paese. Furono aperti più di 100 centri sociali in quartieri da oltre 200 famiglie assegnatarie in città di tutto il Paese. Questo significo la mobilitazione di 300 assistenti sociali . </li></ul><ul><li>A coordinare l’azione degli assistenti sociali furono chiamati i giovani del gruppo aggregatosi intorno alla rivista «Terza Generazione» che avrebbero ricoperto ruoli chiave nell'ente: Renzo Caligara , responsabile dell'addestramento del personale, e Ubaldo Scassellati , responsabile per la ricerca sociale. Nell’esperienza dell’Ina Casa di Bologna troviamo anche sociologi come Achille Ardigò. </li></ul><ul><li>Compito degli assistenti sociali era abituare le famiglie, in gran parte provenienti da contesti rurali, all’uso degli appartamenti e alla convivenza tra più famiglie. Era loro compito anche determinare, in base alla tipologia delle famiglie assegnatarie, il tipo ed il livello dei servizi: scuole, asili, biblioteche, negozi, centri di educazione e alfabetizzazione popolare, ambulatori, consultori, centri sportivi e culturali, ecc. e quindi contribuire, in base alla domanda sociale, alla progettazione urbanistica dei quartieri. Da queste esperienze nascono le pratiche di progettazione urbanistica e architettonica partecipata, portate avanti successivamente da architetti come Giancarlo De Carlo </li></ul><ul><li>Nell’ambito dell’attività dell’EGSS sono state realizzate le prime vere indagini di sociologia urbana applicata condotte in Italia. </li></ul>
  18. 18. I Centri Sociali INA Casa
  19. 19. Arredo tipo per un Alloggio INA CASA – Cucina: Progetto di Vittorio Gregotti presentato alla X TRIENNALE DI MILANO
  20. 20. La crisi del comunitarismo italiano <ul><li>Queste e tante altre &quot;minoranze attive&quot; svolsero la loro opera tra la fine della guerra e tutti gli anni cinquanta, nel periodo più acuto della guerra fredda, quando lo scontro tra il Pci da un lato e la Dc e la Chiesa dall'altro raggiungeva i punti culminanti. </li></ul><ul><li>In questo contesto esse erano quindi destinate a scontare un forte isolamento e la loro speranza di incidere profondamente sul sistema politico e amministrativo partendo &quot;dal basso&quot;, dalla dimensione comunitaria, dovette scontrarsi con forti resistenze. </li></ul><ul><li>Infatti la classe dirigente del paese non fece proprie le istanze di queste “minoranza attive” basate sulla consapevolezza dei profondi squilibri che la crescita economica stava portando nel paese. </li></ul><ul><li>L'improvvisa crescita economica italiana avvenne infatti &quot;in ordine sparso&quot;, senza una guida né un indirizzo preciso, con conseguenze note: il processo di crescita industriale e l'arretratezza delle aree agricole spopolarono le montagne e le campagne, provocarono impetuose ondate migratorie, causarono la caotica crescita delle periferie urbane, aumentando notevolmente il divario tra l'Italia settentrionale e quella meridionale. </li></ul><ul><li>Nei fatti questi primi interventi di azione comunitaria fallirono, per un semplice motivo: che la comunità a cui quegli interventi si rivolgevano, si dissolse. Negli anni ‘60 le comunità rurali del Mezzogiorno furono svuotate dai processi di emigrazione verso la grande industria di Milano e di Torino. </li></ul><ul><li>La modernizzazione, promossa dall’OCSE e dagli Enti di Sviluppo agricolo attraverso la riforma agraria e l’alfabetizzazione fu un messaggio debole rispetto alla forza e alla potenza del modello di industrializzazione del Nord. </li></ul><ul><li>A fronte dell’impetuoso sviluppo delle aree forti del Paese, le risorse, gli investimenti i progetti finirono per essere dirottati a sostenere in maniera concentrata i pochi poli territoriali che costituivano il motore dello sviluppo italiano in quegli anni. Si privilegiò una strategia di sostegno alla grande impresa del Nord e di uno sviluppo dello stesso mezzogiorno basato sui “poli industriali”. </li></ul><ul><li>Inizia in questo periodo la crisi del comunitarismo italiano che vide la fine del progetto Olivetti e dell’intervento nelle aree interne . In questo quadro socioeconomico agli operatori di comunità non rimase altro che assumere un ruolo di “compensazione” degli squilibri che si venivano a creare nelle comunità locali. (crocerossine dello sviluppo locale) </li></ul>
  21. 21. La diaspora degli operatori di Comunità: Verso l’alto <ul><li>Inizia quindi la diaspora degli operatori di comunità che, per capire gli approcci culturali allo sviluppo locale in Italia, va esaminata anche attraverso le microstorie dei protagonisti. </li></ul><ul><li>Vi fu un percorso che andò verso l’alto : qui basta citare due nomi Scasselati e Volponi (consulente di Olivetti), che ne racconta la storia ne “ Le mosche del capitale”. </li></ul><ul><li>Fu una diaspora che sostanzialmente segui il flusso della industrializzazione del Paese e incominciò a interrogarsi sull’organizzazione del personale nelle fabbriche, a produrre sociologia come ricerca e scienza applicata. </li></ul><ul><li>Da tale diaspora nasce l’esperienza della Fondazione Agnelli diretta nei primi anni da Ubaldo Scassellati che si occupò di formazione manageriale e sociale nell’ambito del “ Progetto Valletta ” e della “ Commissione Pirelli ” che costituirono i primi tentativi di aprire Confindustria e l’ establishment industriale ai temi del decentramento industriale, del rapporto con il sindacato, del farsi classe dirigente responsabile dello sviluppo del Paese . </li></ul><ul><li>Alla base di questa diaspora c’era ancora il concetto olivettiano di “ capitalismo temperato ” ma non fu nei fatti un processo forte ed identitario come ai tempi di Olivetti. Nel senso che la FIAT non era l’Olivetti. </li></ul><ul><li>Comincia anche un percorso di istituzionalizzazione della ricerca sociale , a cui può essere ricondotta anche la nascita della facoltà di sociologia di Trento nel ‘65. </li></ul>
  22. 22. La diaspora degli operatori di comunità: Verso il Centro <ul><li>La seconda diaspora fu quella verso il centro . Qui basta citare il nome di Giuseppe De Rita che terminata l’esperienza di comunità (come assistente sociale negli insediamenti Unrra) andò, con Sebregondi a lavorare alla SVIMEZ e, all’inizio degli anni ’60 fondò il CENSIS con Martinoli (anche lui consulente di Olivetti). Questa diaspora, pur prendendo atto del dissolvimento della comunità, continuo ad indagare il vitalismo dei sistemi locali italiani . </li></ul><ul><li>Nasce il modello di ricerca del CENSIS , dei localismi dei distretti produttivi, delle tante Italie. In sostanza il modello, che a partire dagli anni ’60 è riuscito a inserire i temi dello sviluppo locale nelle istituzioni, promovendo in tal modo non solo un filone di studi, ma anche un modello di sviluppo che, di li a poco, si sarebbe rivelato decisivo per la crescita del paese. </li></ul><ul><li>E’ infatti da questo approccio e da questo filone che nel tempo si sviluppano infatti le politiche sui distretti industriali e gli stessi patti territoriali (promossi da De Rita durante la sua presidenza al CNEL all’inizio degli anni ’90). Cioè quelle politiche di sviluppo, che a partire dagli anni 80 non interverranno più tanto sulla incentivazione della singola impresa, quanto sul sistema territoriale complessivo ed in particolare sulle relazione funzionali tra i soggetti che operano a livello locale. </li></ul>
  23. 23. La Diaspora degli operatori di Comunità: Verso il basso <ul><li>La terza diaspora fu verso il basso e si divise in due componenti: </li></ul><ul><li>la prima componente quella del cattolicesimo radicale può essere incarnata da Danilo Dolci e ruota sul concetto di “empatia” con la comunità locale. Ciò con un atteggiamento di totale identificazione con la comunità locale. Danilo Dolci decise di radicarsi nella comunità in estinzione. E’ stato fino alla morte Partinico dove lavorava con i giovani delle scuole. </li></ul><ul><li>la seconda fu quella della radicalizzazione politica che si orientò verso posizioni di sinistra antagonista che poi confluirono nel grande alveo politico e culturale del 68. Qui troviamo i fondatori dei Quaderni Rossi , la rivista dell’operaismo italiano che fu alla base dei conflitti torinesi dal 67 in poi. Questi operatori, come Giovanni Mottura (che faceva l’operatore a Partinico con Danilo Doci) o Raniero Panzieri , scelsero di andare verso i luoghi della modernizzazione, ma dall’altra sponda, facendo i consulenti della classe operaia e non del capitalismo. </li></ul><ul><li>Possono essere ricondotte in questi due filoni di attenzione ai “soggetti semplici” tutte le esperienze successive di inchiesta operaia e di indagine sociale e territoriale fondate sulla storia orale . Le indagini nella grande fabbrica, ma anche le storie di immigrazione e le inchieste di antropologia culturale nelle comunità locali realizzate da Ernesto De Martino o Nuto Revelli. </li></ul><ul><li>Questo stesso approccio porterà ad analisi più ricche e articolate delle problematiche territoriali dello sviluppo che, partendo dall'analisi del lavoro a domicilio e del decentramento produttivo (che proprio nella rivista Inchiesta trovano la principale sede di confronto), affrontano il ruolo della piccola impresa e delle istituzioni locali per lo sviluppo economico. </li></ul><ul><li>Il gruppo di giovani economisti che nel corso degli anni Settanta si forma a Modena, dà contributi innovativi in questo senso e il lavoro di Sebastiano Brusco diventa un punto di riferimento per l'analisi delle nuove forme di organizzazione produttiva nell'epoca della crisi della produzione di massa. La minuziosa indagine empirica e la continua attenzione alle caratteristiche socio-economiche del contesto e al ruolo delle istituzioni sono l'aspetto caratterizzante. </li></ul>
  24. 24. La stagione programmazione dall’alto <ul><li>Mentre le attività di sviluppo sociale confluirono, in buona parte, nel grande alveo politico culturale del ’68, nella seconda metà degli anni ’60 a prevalere fu la programmazione dall’alto e lo sviluppo per poli industriali. </li></ul><ul><li>Nella fase di industrializzazione del Paese il governo italiano lanciò (1969) un progetto ambizioso di sviluppo che assunse il nome di Progetto 80 e che fu coordinato da Giorgio Ruffolo segretario generale della programmazione al Ministero del bilancio. </li></ul><ul><li>Si tratto della prima grande esperienza di programmazione economica e urbanistica integrata che operò comunque in maniera centralizzata, senza coinvolgere i soggetti economici e politici delle aree. </li></ul><ul><li>Il progetto ’80 è stato il tentativo illuministico della politica di fare programmazione in grande, secondo principi di razionalità economica, ma in modo del tutto autonomo rispetto alla realtà sociale. </li></ul><ul><li>I temi di fondo del P/80 erano principalmente due: </li></ul><ul><ul><li>il bisogno di riequilibrio territoriale e industriale fra le aree del paese, soprattutto sotto il profilo dello sviluppo urbano policentrico; </li></ul></ul><ul><ul><li>i requisiti di base per distribuire un effetto urbano a tutta la popolazione del paese e quindi i grandi temi dell’infrastrutturazione del Paese </li></ul></ul><ul><li>Il progetto ’80 prevedeva ad esempio di costruire una città ogni 100.000 abitanti nel Mezzogiorno. </li></ul>
  25. 25. Il Progetto ’80 Sistemi metropolitani e infrastrutturali
  26. 26. La “scoperta” del carattere molecolare dello sviluppo italiano <ul><li>Per sentire parlare ancora di sviluppo locale dobbiamo aspettare la fine degli anni ’70 e l’inizio degli anni ‘80 con la “scoperta” che lo sviluppo dell’economia nazionale è connesso alla dimensione locale, alla piccola dimensione di territorio e di impresa </li></ul><ul><li>L’attenzione degli economisti fu attratta in particolare dalla necessità di spiegare l’apparente paradosso della combinazione piccola impresa ed efficienza economica perché essa “turbava” l’ipotesi teorica delle economie di scala. </li></ul><ul><li>Si comincia a capire che l’economia diffusa della piccola e media impresa (e non la grande impresa) è il vero motore dello sviluppo nazionale. </li></ul><ul><li>Distretti industriali, sistemi produttivi locali, aree sistema, diventano oggetto di indagine, studio e di politiche economiche e sociali. </li></ul><ul><li>Questa riscoperta la dobbiamo al Censis di De Rita e a tutto il filone degli studi sui distretti industriali fatti da studiosi come Giacomo Becattini , Sebastiano Brusco , Giorgio Fuà , Arnaldo Bagnasco , Gioacchino Garofoli , Enzo Rullani , Carlo Trigilia. </li></ul>
  27. 27. Il Censis <ul><li>Il Censis nasce nel 1964 per iniziativa di alcune persone uscite dall’esperienza dello Svimez (De Rita, Longo, Martinoli) e legate alla cultura di Sebregondi. </li></ul><ul><li>A partire dalle riflessioni di Sebregondi, De Rita, matura la consapevolezza di una crisi profonda della sociologia dello sviluppo e dell’economicismo a cui il Censis risponde richiamando l’attenzione proprio sui fattori non economici dello sviluppo e rilanciando ad alti livelli lo studio dei localismi e dell’azione dei soggetti locali. </li></ul><ul><li>Altra caratteristica del Censis è stata quella di rilanciale l’esercizio dell ’interpretazione sociale spesso attraverso l’uso evocativo di parole come: sommerso (71), molecolare (80), proliferazione e ricentraggio (87), società sotto sforzo (92), rottura dell’invaso borghese e neoborghesia (93) poliarchia (94), società densa (94), spacchettamento (95), Stato funzione e Stato soggetto (96), Autonomie funzionali (96) borghigianesimo (03). </li></ul><ul><li>“ Le radici culturali del Censis non affondano nella scelta di una teoria, né in quella di un metodo. Semmai si potrebbe parlare di una forte dose di passione, non priva di venature ideologiche, per la “ cultura dello sviluppo ”, dovendosi però assumere questo termine nell’accezione, datata quanto si vuole ma precisa, che esso aveva verso la metà degli anni 50 nel lessico economico e sociologico ” (Tratto da 1964-2004 - I 40 anni di Censis) </li></ul><ul><li>La cifra stilistica del Censis rimanda alla pratica “ dell’interpretare accompagnando ”, attraverso la rappresentazione del soggetto e del suo contesto. </li></ul>
  28. 28. Il filone degli studi sui distretti industriali <ul><li>E’ a partire dagli anni 70 che un ristretto numero di economisti italiani, tra i quali i maestri sono stati Giorgio Fuà e Giacomo Becattini , cercando di attirare l’attenzione sullo sviluppo spontaneo - lontano dai grandi centri urbani dell’industrializzazione – dei distretti e dei sistemi territoriali di piccole e medie imprese, ubicati nelle province: veri motori di quei settori della moda, dell’arredo-casa, dell’alimentare e della meccanica specializzata ( Made in Italy ) che sono finiti col diventare l’asse portante dell’economia del nostro paese. </li></ul><ul><li>Alla base di questo sviluppo vennero individuati degli elementi peculiari (intreccio di caratteri economici e sociali che caratterizza un territorio dove il tessuto produttivo è formato da piccole imprese specializzate) e per lo studio di questa particolare realtà Becattini utilizzò il concetto di distretto industriale già elaborato da Marshall. </li></ul><ul><li>Tra gli anni ’70 ed i primi anni ‘80 abbiamo le prime ricerche di Sebastiano Brusco sul lavoro a domicilio (1973) e sul decentramentro produttivo (1975), lo studio di Becattini sull’industrializzazione leggera in toscana (1975), le Tre Italie di Bagnasco (1977), lo studio su ristrutturazione industriale e territorio di Garofoli (1978) l’Industrializzazione senza fratture di Fuà (1983) </li></ul><ul><li>L’analisi del territorio in questi anni ricomincia a tornare al centro di studiosi che operano nei diversi campi dell’economia, della sociologia, dell’urbanistica. Negli anni ’70 vengono pubblicate riviste come Archivio di studi urbani e regionali (1972-1981) e Quaderni del territorio (1976-1979) come ambiti di riflessione interdisciplinari sulle scienze regionali. </li></ul><ul><li>Negli anni successivi i temi dei distretti, del decentramento produttivo, della crisi del modello fordista taylorista sono posti al centro degli studi di economisti ( Becattini, Rullani,Garofoli, Brusco, Paba, Sabel ), sociologi economici ( Bagnasco, Trigilia, Pyke ) sociologi dello sviluppo ( Saxenian, Lazerson ) geografi economici ( Dematteis, Amin ),studiosi di strategia ( Porter ) studiosi di sistemi complessi ( Lane ). Ognuno seguendo il proprio approccio disciplinare ha approfondito il tema dei distretti nei suoi molteplici aspetti, producendo una vastissima letteratura. </li></ul>
  29. 29. Le politiche per i distretti, le PMI e l’autoimprenditorialità <ul><li>A partire dagli anni ’90 anche le Istituzioni cominciano ad accorgersi del carattere molecolare dello sviluppo italiano e si avvia un percorso di riconoscimento legislativo delle realtà distrettuali. </li></ul><ul><li>I primi atti normativi sono: </li></ul><ul><li>La Legge n.317 del 5/10//91 – &quot;Interventi per lo sviluppo delle piccole e medie imprese“ </li></ul><ul><li>Il D.M. 21/04/93 fissa, come stabilito dalla Legge del '91, i parametri per l’ individuazione dei distretti industriali. </li></ul><ul><li>A questi primi atti ne seguiranno altri, sia a livello nazionale sia regionale. L’intervento pubblico si concentra sulla identificazione delle realtà distrettuali attraverso l'esame delle mappe tracciate nel tempo da esperti e istituti di ricerca (Istat in primo luogo) e sulla definizione di politiche di sostegno. </li></ul><ul><li>Sono anni in cui si avverte una versione di tendenza, anche con il varo di leggi e politiche a sostegno dello sviluppo locale. </li></ul><ul><li>Già nell’86 viene vara la Legge 44 (De Vito) che finanzia e sostiene iniziative di creazione di piccole imprese da parte dei giovani nelle aree svantaggiate. </li></ul><ul><li>Pochi anni dopo viene varato il Prestito d’Onore orientato a finanziare il lavoro autonomo, a cui per la prima volta si da cittadinanza formale come mezzo per creare sviluppo e occupazione. </li></ul><ul><li>All’inizio degli anni ‘90 la Commissione Europea, in collaborazione con la Società per l’imprenditorialità giovanile diretta da Carlo Borgomeo (che lavorò al Censis con De Rita) , lancia, con il supporto metodologico dell’AASTER di Aldo Bonomi , il progetto Missioni di Sviluppo finalizzato ad animare, nelle aree a sviluppo difficile, comportamenti e pratiche orientate all’autoimprenditorialità e allo sviluppo locale. </li></ul>
  30. 30. Caratteristiche dei distretti industriali
  31. 31. Le discriminanti del modello di sviluppo italiano <ul><li>Si comincia a parlare di competitività territoriale, più che di competitività aziendale. </li></ul><ul><li>Ci si comincia a rendere conto che la competitività dello sviluppo italiano è garantita principalmente da tre fattori, da tre discriminanti dello sviluppo: </li></ul><ul><li>da una diffusissima cultura dell’ autoimprenditorialità , dal coinvolgimento di milioni di piccoli e piccolissimi imprenditori (artigiani o terziari, emersi o sommersi, di nicchia avanzata o di copertura di comparti tradizionali) </li></ul><ul><li>dalla forza dei localismi produttivi e dei distretti industriali il cui vero motore è stata la coesione sociale, l’ identità, che queste realtà hanno saputo, magari in modo un po’ campanilistico, esprimere </li></ul><ul><li>ed infine da una fortissima capacità di fare concertazione e coalizione tra le parti (imprese, sindaci, banca locale, associazioni di categoria, camere di commercio, centri servizi). </li></ul>
  32. 32. I distretti industriali All'interno dei distretti industriali si trova il 25% della popolazione italiana ed il 31% delle municipalità. I distretti contribuiscono al 46% del totale dell'export nazionale. In essi lavorano il 44% degli occupati nei settori manifatturieri italiani (60% nel solo Nord Est) Il peso occupazionale dei distretti sul totale nazionale vede per il tessile abbigliamento il 63%; per il mobile il 58%; per la meccanica il 49%; e per la carta il 41%. L'ISTAT ne riconosce circa 200 66% al Nord lungo tutto l’asse pedemontano che passa da Biella, Varese, Como, Lecco, Bergamo, Brescia fino al Vicentino e alla Marca Trevigiana 24% al Centro lungo l’asse della via Emilia per proseguire lungo la dorsale adriatica fino in Puglia 10% al Sud con una distribuzione dei distretti a macchia di leopardo
  33. 33. Distretti industriali: Definizioni <ul><li>Cluster secondo Porter (1998) “sono una concentrazione di imprese, in un ambito territoriale definito, interconnesse tra loro (fornitori specializzati, fornitori di servizi, imprese in industrie correlate,istituzioni,ecc.) che si trovano in alcuni casi in competizione e in altri a cooperare” </li></ul><ul><li>Distretti industriali secondo Beccattini (1991) “sono un entità socio-territoriale caratterizzata da una comunità di persone e da un insieme di imprese (prevalentemente piccole) che si trovano ad interagire in un contesto territoriale e storico determinato” </li></ul><ul><li>Vi è da sottolineare come Beccattini ponga l'accento sul concetto di comunità di persone . Secondo Beccattini il nostro è un capitalismo in cui le imprese sono principalmente delle “ storie di vita ” e come tali vanno analizzate. </li></ul><ul><li>Concetto ripreso da Rullani che nell'analizzare l'evoluzione post fordista dell'economia italiana parla di una evoluzione del capitalismo molecolare verso un capitalismo personale ”. (riprenderemo questi concetti in seguito) </li></ul>
  34. 34. Le politiche comunitarie: I PIM e la nascita della figura professionale dell’agente di sviluppo <ul><li>All’inizio degli anni ’80 la stessa Unione europea individua nei fattori territoriali un meccanismo autopropulsivo di sviluppo. E’ in questa fase che la già considerevole mole di studi sullo sviluppo locale tova riscontro per la prima volta in orientamenti comunitari di politica economica. </li></ul><ul><li>Accade precisamente con i Progetti Integrati mediterranei (PIM). Originati da una logica di sussidiarietà allorché la Spagna entra nell’Unione Europea. L’approccio è quello dello sviluppo integrato delle aree rurali, in cui ricomporre i diversi segmenti dell’agricoltura, dell’artigianato, del turismo in una logica di sviluppo integrato. </li></ul><ul><li>La figura professionale dell’agente di sviluppo del territorio – figura evolutiva dell’operatore di comunità – nasce in coincidenza con questi progetti e trova una prima definizione professionale nell’ambito del Rapporto Berrocal . </li></ul>
  35. 35. Le politiche comunitarie di sviluppo rurale <ul><li>Fino alla fine degli anni ‘80, la Comunità Europea ha affrontato lo sviluppo delle aree rurali attraverso una Politica Agricola orientata a rafforzare la produttività delle aziende e, soprattutto, orientata al sostegno del reddito degli agricoltori. </li></ul><ul><li>Dopo il 1988, la Commissione ha riconosciuto la necessità di accompagnare la riforma della PAC con una più ampia ed incisiva politica di sviluppo del contesto rurale,una politica, cioè, di intervento complessivo sui diversi aspetti dell’economia dei territori rurali. </li></ul><ul><li>Il segnale della mutata direzione politica è avvertito, oltre che dalla Riforma Mac Sharry, che pose fine a trent’anni di protezionismo agricolo, anche dalla unificazione dei Fondi di intervento comunitari (regionale, sociale e di orientamento agricolo) in un unico Fondo (Fondo strutturale) finalizzato al perseguimento di obiettivi di riequilibrio territoriale. Questo approccio si è concretizzato con la Riforma dei Fondi Strutturali del 1988, si è rafforzato con la nuova Riforma del 1993 (Regolamento CEE n. 2081/93) e si trasformerà con la nuova proposta del 1998 (Agenda 2000). </li></ul><ul><li>E’ in questo contesto che si sviluppano le politiche di sviluppo rurale ispirate ad un approccio territoriale più che agricolo, quali i programmi Leader . </li></ul>
  36. 36. L’evoluzione delle politiche comunitarie <ul><li>Anche le politiche comunitarie orientate alla “coesione sociale” possono a grandi linee essere storicizzate: </li></ul><ul><li>la prima fase delle prime politiche comunitarie è quella che ha caratterizzato dagli interventi rivolti al sociale , si trattava di politiche in particolar modo orientate alle poverta materiali e agli aspetti di marginalità e squilibrio rispetto alle dinamiche di sviluppo centrale (è la stagione delle politiche di sovvenzione ai prodotti agricoli e di lotta all’esclusione) </li></ul><ul><li>troviamo poi la fase della territorializzazione delle politiche di sviluppo comunitario: cioè la presa d’atto che le politiche sociali sarebbero risultate sostanzialmente inefficaci se i soggetti beneficiari delle politiche non fossero stati consideranti “dentro” il loro naturale contesto territoriale. Si sviluppa quindi gradualmente una tendenza di interesse verso le aree a sviluppo difficile. Le politiche si orientano verso una molteplicità di interventi in cui lo scopo non è più solo quello di fornire assistenza, ma è quello di tonificare la cultura generale dello sviluppo di un’area. E’ la fase dei Progetti Integrati Mediterranei (e successivamente dei Leader), interventi attraverso i quali vengono rese esplicite le esigenze di investimento nell’infrastrutturazione culturale e materiale di un territorio. </li></ul><ul><li>la fase del sostegno alla piccola e media impresa : successivamente operando attraverso interventi di sviluppo territoriale, risultò che tale sviluppo non poteva prescindere dal ruolo giocato dalle imprese, presenti su questi territori, quindi la PMI. Anzi opportunamente sostenuta l’impresa poteva rappresentare il soggetto motore delle dinamiche sociali di un territorio (nasce la task-force piccole e medie imprese) </li></ul><ul><li>la fase di sostegno all’innovazione : si fa strada la consapevolezza che l’impresa come agente di sviluppo ha bisogno di una adeguata cultura dell’innovazione che gli consenta un processo di verticalizzazione orientato al competere. In questa fase si avviano i grandi progetti di infrastrutturazione delle telecomunicazioni nelle aree a sviluppo difficile, quali ad esempio il programma STAR e il programma Telematique. Con il ruolo centrale dei poli scientifici e tecnologici. </li></ul>
  37. 37. Le politiche di coesione <ul><li>Il disegno europeistico delineato dal trattato di Maastricht e reso esplicito dall’allora Presidente della Commissione J. Delors prevede: </li></ul><ul><li>da un lato la necessità di muoversi su una politica di convergenza macroeconomica ; </li></ul><ul><li>dall’altro muoversi su delle politiche di coesione che rendano più saldi i sistemi di convivenza collettiva (le politiche dell’occupazione, dello sviluppo locale,ecc). </li></ul><ul><li>Si tratta di un binomio (politiche di convergenza e politiche di coesione) che è andato perdendo sinergia, tanto che l’unificazione europea, nel dibattito politico italiano, ha camminato solo con la gamba delle convergenze macroeconomiche (monetaria e finanziaria). </li></ul><ul><li>I contenuti del Libro Bianco di Delors su “Crescita, competitività e occupazione” della Commissione Europea (1993) sono ripresi e riconfermati da Agenda 2000 che cerca sostanzialmente di superare questo contrasto tra obiettivi di convergenza ed obiettivi di coesione. </li></ul>
  38. 38. La chiusura della Cassa per il Mezzogiorno e i Patti territoriali <ul><li>L’idea del “ Patto territoriale ”, come strumento per promuovere lo sviluppo socio-economico a livello locale, nasce in Italia agli inizi degli anni ‘90. </li></ul><ul><li>Lo strumento del Patto Territoriale fu ideato dal C.N.E.L. ( Consiglio Nazionale dell’Economia del Lavoro ) nel periodo di presidenza De Rita, con la collaborazione dell’AASTER di Bonomi. </li></ul><ul><li>I Patti territoriali si propongono come strumento per lo sviluppo del Mezzogiorno (aree Obiettivo 1), nel momento in cui l’esperienza assistenzialista e centralista dell’intervento straordinario venne chiusa definitivamente insieme alla Cassa per il Mezzogiorno. (Decreto Andreatta 1992) </li></ul><ul><li>Alla base dell’idea del patto territoriale vi è la presa d’atto del fallimento delle grandi politiche di industrializzazione del Sud Italia ed il tentativo di valorizzare il ruolo degli attori dello sviluppo locale (piccole imprese, amministrazioni locali, associazionismo economico e sociale, banche locali, ecc.) secondo un approccio bottom up, valorizzando il ruolo della concertazione. ( fare comunità artificiale a fronte del potenziamento della comunità naturale ) </li></ul>
  39. 39. Gli attori del patto territoriale <ul><li>L’idea del patto territoriale nasce dall’osservazione delle dinamiche di sviluppo delle realtà distrettuali rese possibili da patto informale (spontaneo e non scritto) che vedeva il ruolo fondamentale di 5 attori del territorio: </li></ul><ul><li>1) il primo attore sono gli imprenditori , che si sono impegnati a fare degli investimenti produttivi: e qui ha svolto un ruolo determinante la microimpresa che ha fornito il supporto alla creazione delle reti di subfornitura estremamente flessibili, in grado di adeguare il sistema alle esigenze del mercato; </li></ul><ul><li>2) il secondo attore sono stati gli amministratori locali (il sindaco “imprenditore” della crescita economica del proprio territorio) che si sono impegnati a velocizzare le procedure autorizzative: a fornire gli spazi e le reti necessarie allo sviluppo della piccola e media impresa; </li></ul><ul><li>3) il terzo attore è la banca locale , che si è impegnata a finanziare lo sviluppo locale. In un rapporto di conoscenza diretta e di fiducia tra il Direttore della Banca e gli imprenditori del distretto. Fattore che facilitava l’accesso al credito da parte delle piccole imprese; </li></ul><ul><li>4) il quarto attore sono le Associazioni di rappresentanza che hanno accompagnato il tessuto delle piccole imprese rispetto alla gestione di impresa, dalla tenuta dei libri contabili fino alla promozione delle relazioni di scambio tra le imprese (i consorzi per i servizi, l’export, ecc.); </li></ul><ul><li>5) nelle situazioni più strutturate c’era poi un quinto attore, solitamente la Camera di Commercio o l’Agenzia di sviluppo che si poneva come soggetto organizzatore dell’economia locale, assolvendo ad alcune funzioni di modernizzazione, che potevano essere l’organizzazione del sistema della formazione, l’esplorazione dei mercati esteri, l’organizzazione delle fiere, alcune funzioni di servizio o di promozione, particolarmente pregiate. </li></ul>
  40. 40. Il Territorio come fattore di produzione <ul><li>L’altro elemento alla base della concezione dei patti territoriali è il territorio come fattore di produzione . </li></ul><ul><li>Il nostro è un capitalismo “molecolare”, familiare, ma è anche un capitalismo “di territorio”. Nei distretti industriali è il territorio che si fa “fabbrica ”. </li></ul><ul><li>Il territorio è un importante fattore di produzione, alla stessa stregua del capitale e del lavoro, è l’ambiente strategico dove la piccola impresa seleziona le risorse che le servono per competere. </li></ul><ul><li>Per lo sviluppo dell’economie distrettuali è fondamentale: </li></ul><ul><li>L’efficienza delle infrastrutture di trasporto : le strade possono essere considerate i nastri trasportatori delle merci, che collegano le varie fasi del ciclo produttivo diffuso sul territorio </li></ul><ul><li>L’efficienza della logistica (i porti, gli interporti, gli aeroporti, le fiere,) che collegano il sistema produttivo locale con i mercati internazionali </li></ul><ul><li>L’efficienza del sistema finanziario , che accompagna il processo di finanziarizzazione delle imprese e i progetti di infrastrutturazione del territorio </li></ul><ul><li>L’efficienza del sistema dei “saperi”: la ricerca, il design, l’assistenza sul mercato, l’innovazione, il marketig, la formazione sono tutte funzioni che aziende di piccole dimensioni come le nostre devono acquisire all’esterno; </li></ul><ul><li>L’efficienza della pubblica amministrazione , sia intesa come macchina amministrativo burocratica, per tutto ciò che concerne i permessi, le autorizzazioni, le normative, i vincoli ambientali, gli incentivi, ma anche per ciò che concerne strategie di accompagnamento dei sistemi produttivi locali sui mercati internazionali. </li></ul><ul><li>La competitività dei sistemi produttivi locali è data collaborazione di diversi attori. Il Patto territoriale è finalizzato a incrementare i livello di collaborazione . Il PATTO TERRITORIALE è come se fosse il Consiglio di Amministrazione del territorio “fabbrica” </li></ul>
  41. 41. L’istituzionalizzazione dei Patti Territoriali <ul><li>L’esperienza del CNEL di promozione dei Patti Territoriali fu un’esperienza di carattere politico e culturale , nel senso che non esisteva alcuna legge di incentivazione e finanziamento dei Patti Territoriali. Nonostante questo fu un’ esperienza di grande successo ed in tutto il Mezzogiorno furono avviati numerosi patti territoriali. </li></ul><ul><li>Il successo dell’iniziativa del CNEL portò alla istituzionalizzazione dei patti territoriali con due principali atti legislativi: </li></ul><ul><li>La Delibera CIPE ( Comitato Interministeriale per la Programmazione economica ) del 21 marzo ’97 che inserisce i Patti Territoriali tra gli strumenti nazionali della programmazione negoziata; </li></ul><ul><li>La Delibera CIPE 26 del 25 luglio 2003 che ha disposto la regionalizzazione dei Patti Territoriali </li></ul><ul><li>L’esperienza italiana dei Patti territoriali fu presa a modello per l’istituzione dei “ Patti europei per l’occupazione ”. In tale ambito l’Unione Europea, ha fornito assistenza tecnica e finanziamenti a 80 Patti europei (di cui 10 italiani) </li></ul>I patti territoriali gestiti a livello nazionale
  42. 42. Dal locale al globale <ul><li>Nell’evoluzione delle analisi degli ultimi anni si sono introdotte alcune sensibili modificazioni nell’apparato concettuale tipico dei distretti e dei sistemi locali: </li></ul><ul><li>· la categoria della gerarchizzazione con la nascita ed il consolidamento delle imprese leaders </li></ul><ul><li>· la categoria delle “reti lunghe”, la cosiddetta deterritorializzazione del distretto </li></ul><ul><li>· la definizione e individuazione dei “metadistretti”, nei quali si inserisce come fattore distintivo non solo la produzione manifatturiera, ma soprattutto la produzione di conoscenza . </li></ul><ul><li>( Questi sono temi che verranno sviluppati in successive lezioni) </li></ul>
  43. 44. La crisi del modello distrettuale <ul><li>Sull’efficienza delle economie distrettuali e della piccola impresa è in corso un dibattito che riguarda sostanzialmente la capacità di queste realtà di stare all’interno dei processi di globalizzazione e della nuova economia. </li></ul><ul><li>Queste trasformazioni portano oggi molti analisti a parlare della fine delle economie locali, delle economie distrettuali, a fronte della crescita di un’economia che è ormai fatta di flussi ( flussi finanziari, di informazione, di merci, di persone). </li></ul><ul><li>Secondo questi analisti, se i mercati e le relazioni produttive sono ormai globalizzati, non hanno più senso quelle che erano le risorse tipiche delle economie distrettuali: </li></ul><ul><li>non hanno più senso i rapporti di contiguità tra le imprese, non è più necessario che committenti e subfornitori siano vicini. Per questioni economiche può essere conveniente trovare i fornitori all’altro capo del mondo, in paesi con un minor costo del lavoro. </li></ul><ul><li>non ha più senso il “sapere contestuale, adattivo, imitativo” che caratterizza l’operatività della piccola impresa, ma assumono rilevanza processi più complessi di innovazione e produzione di conoscenza. </li></ul><ul><li>non hanno più senso i saperi condivisi sul territorio, oggi i saperi codificati che servono alla produzione, sono in gran parte formalizzati e facilmente trasferibili a distanza. </li></ul><ul><li>non hanno più senso le relazioni fiduciarie di vicinato , la conoscenza diretta è stata sostituita con un complesso sistema di garanzie fatta di standard, certificazioni di qualità di prodotto e di processo, rating , sistemi di controllo a distanza. </li></ul><ul><li>Quello che ha senso, secondo questi analisti, è la capacità delle singole imprese di posizionarsi in cicli produttivi e di mercato di livello internazionale, di inserirsi nella rete di connessioni informatiche, di conoscere i codici di scambio internazionali, di certificarsi, ecc. </li></ul>
  44. 45. Il rapporto luoghi - flussi <ul><li>Il tema strategico su cui stanno lavorando gli analisti di questi processi è come sviluppare logiche e strategie da geocomunità territoriale (o geocommunity company), modelli coalizionali che vanno al di là dei modelli coalizionali a cui siamo abituati di livello distrettuale e locale e che riguardano la competitività internazionale di vaste piattaforme territoriali e produttive . </li></ul><ul><li>Oggi la competività è determinata da funzioni territoriali pregiate che presidiano I flussi e che estendono la loro influenza su vaste piattaforme territoriali , che vanno ben oltre i confini dei sistemi locali. </li></ul><ul><li>Sempre più si vanno affermando strategie e modelli coalizionali di area vasta volti ad attrezzare il territorio di queste funzioni strategiche: le grandi infrastrutture tra cui spiccano i corridoi europei, i poli logistici, gli hub aeroportuali, i grandi poli fieristici, le reti tra università e poli scientifici, gli stessi processi di aggregazione tra banche o tra le multiutilities , i grandi eventi culturali e la competizione tra città, si potrebbe continuare…. </li></ul><ul><li>Oggi il territorio è tutto un grande risiko in cui gli attori giocano per riposizionare il proprio ruolo geo economico in relazione ai meccanismi della competizione globale. (capitalismo delle reti) </li></ul><ul><li>E’ osservando i processi economici e territoriali si vede come, questi modelli coalizionali di area vasta, si stanno lentamente delineando su diversi territori . </li></ul>
  45. 46. Dai sistemi locali alle piattaforme produttive territoriali
  46. 47. Le piattaforme territoriali nell’impostazione del MITT Un approccio “istituzionale” al tema delle piattaforme territoriali lo troviamo nei lavori del MITT (Ministero per le Infrastrutture e Trasporti) che partendo dallo sviluppo dei grandi corridoi europei ha fatto convenzioni con le Regioni e le Province Autonome per avviare processi concertativi di area vasta capaci di mettere in rete i distretti, le medie imprese, i poli urbani, le università, le autonomie funzionali. In sostanza per riposizionare questi territori nei processi di competitivi e di coesione europea attraverso una programmazione di area vasta riguardante l’utilizzo dei fondi strutturali 2007 - 2013
  47. 48. Il territorio rete multistrato <ul><li>L’immagine del territorio proposta dal MITT è fatta di diversi strati che si sovrappongono, e che sono attraversati da molteplici flussi che li connettono alle reti di scambio esterne. </li></ul><ul><li>i territori identitari, I sistemi locali che rappresentano anche i possibili territori della coesione; </li></ul><ul><li>i territori della competitività , dove si combinano le logiche delle imprese e quelle delle dotazioni di risorse locali; </li></ul><ul><li>i territori snodo , attraverso cui i flussi più significativi atterrano localmente e al tempo stesso risalgono per immettersi nelle grandi reti globali; </li></ul><ul><li>i grandi territori comunitari , ovvero i sistemi macroregionali che sono riconoscibili come articolazioni dello spazio geoeconomico e geopolitico europeo e mediterraneo. </li></ul><ul><li>Gli strati sono tenuti insieme da fasci di connessione . Questi sono costituiti da una combinazione efficace delle diverse reti di flusso che devono garantire non solo la facilità delle comunicazioni di beni e persone , ma anche un’ agevole propagazione delle conoscenze che rappresentano il vero valore aggiunto dell’economia contemporanea, nonché lo scambio dei capitali, delle innovazioni tecnologiche, delle idee e delle immagini </li></ul>
  48. 49. I sistemi locali letti attraverso la categoria dei flussi <ul><li>Il tema dello sviluppo locale oggi si gioca nel rapporto tra LUOGHI e FLUSSI. </li></ul><ul><li>L'economia dei flussi connette le economie dei luoghi. A mutare è il ruolo economico del territorio e la sua capacità attrattiva: nel senso che l ’economia dei flussi premia le differenze, e dunque le varietà locali, che sono in grado di portare un valore aggiunto alle reti globali. </li></ul><ul><li>Quello che conta nella nuova economia è l’offerta che il territorio è in grado di proporre in termini di conoscenze, reti, e qualità ambientale . </li></ul><ul><li>Il territorio letto attraverso la categoria dei flussi evidenzia: </li></ul><ul><li>luoghi dove i flussi producono il vuoto e luoghi in cui i flussi producono congestione ; </li></ul><ul><li>luoghi capaci di generare autonomamente flussi e luoghi che subiscono flussi generati altrove ; </li></ul><ul><li>luoghi in cui i flussi si alimentano di identità locale e “non luoghi” o “iperluoghi” privi di identità. </li></ul>
  49. 50. Sincretismo <ul><li>Fare sviluppo locale significa la capacità di fare sintesi tra opposti : </li></ul><ul><li>memoria – dissolvenza : la storia dello sviluppo locale è una storia di sconfitte e marginalità rispetto alle varie contingenza del presente, ma è anche una storia di esperienze “carsiche” che, proprio grazie ad un forte legame con la realtà, ha accompagnato e continuerà ad accompagnare lo sviluppo del Paese. </li></ul><ul><li>Statualità – municipalità : che rimanda al rapporto tra grandi apparati e sistemi locali, ai complessi processi di decentramento, sussidiarietà, federalismo. Al rapporto tra “stato soggetto” e “stato funzione”. Alla trasformazione dei sistemi di welfare. </li></ul><ul><li>Grande impresa – capitalismo molecolare : che rimanda al rapporto fordismo – postfordismo, ai processi di decentramento produttivo a scala locale e globale, al rapporto con i big players del capitalismo delle reti, alle trasformazioni del lavoro, alla capacità di stare dentro economia della conoscenza. </li></ul><ul><li>Comunità naturali – comunità artificiali : che rimanda ai processi di anomia e spaesamento rispetto alla modernizzazione e alla formazione di nuove comunità virtuali e semantiche. Alla capacità di costruire artificialmente reti di relazione tra una molteplicità di soggetti e linguaggi diversi sulla base di nuovi significati, bisogni e interessi. </li></ul><ul><li>Locale – Globale : che rimanda al rapporto tra luoghi e flussi. Alla capacità di fare “rete corta” di territorio per fare “rete lunga” di globalizzazione. Alla capacità di comprendere e governare i processi di modernizzazione. </li></ul><ul><li>Radicamento – sradicamento : che rimanda alla dimensione del territorio e della coesione sociale rispetto alla volatilità dei flussi della globalizzazione. Alla capacità di sviluppare competenze distintive che consentano a locale di stare nel globale. </li></ul>
  50. 51. L’agente di sviluppo: alcune coordinate <ul><li>LA COLLOCAZIONE ED IL RUOLO PROFESSIONALE : </li></ul><ul><li>Figura di interfaccia tra la domanda sociale e l’offerta istituzionale </li></ul><ul><li>GLI STRUMENTI: </li></ul><ul><li>La ricerca- azione </li></ul><ul><li>L’animazione territoriale </li></ul><ul><li>La concertazione locale </li></ul><ul><li>L’assistenza alla progettazione </li></ul><ul><li>LE COMPETENZE: </li></ul><ul><li>La conoscenza del territorio, degli attori dello sviluppo e delle reti di relazione </li></ul><ul><li>L’uso degli strumenti </li></ul><ul><li>L’ attenzione ai processi di modernizzazione </li></ul><ul><li>ALCUNI PROCESSI DA TENERE SOTTO OSSERVAZIONE: </li></ul><ul><li>Le trasformazioni nei livelli di coesione locale (sociale, economica, istituzionale) </li></ul><ul><li>Le trasformazioni indotte dai processi di globalizzazione (territorio, imprese, lavoro) </li></ul><ul><li>Le trasformazioni del lavoro e dei sistemi di welfare </li></ul><ul><li>Lo sviluppo delle pratiche di concertazione e le loro ricadute sull’agire amministrativo </li></ul>

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