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ISTITUTO COMPRENSIVO “MORO- PASCOLI”
CASAGIOVE (CE)
Il mondo degli oggetti
dimenticati
Progetto “Lettura e scrittura creat...
Lettere...oggetti dimenticati, sottovalutati, spesso ritenuti
insignificanti... ma le parole incise su di esse lasciano il...
L’emozione di un ricordo
La vecchia soffitta era in uno stato
pietoso, quel giorno.
I mobili erano rovesciati a terra e
co...
Arrivarono nella grande sala dei signori Boot, i genitori della festeggiata, una
giovane amica della sorella, che Giulia a...
Nicola la invitò ad un altro ballo e poi ad un altro ancora e ancora. la serata volò
via. Era l’inizio di un amore straord...
Una lettera d’amore
Laura si commosse quando la lesse. Era una
lettera del fidanzato, inviata dalla
Germania. In quel peri...
Tu come stai? Ti ricordi quando eravamo a Napoli e ti avevo giurato che sarei
stato sempre accanto a te? Purtroppo non pos...
Da una foto ad una storia surreale
Un giorno, tornando da scuola, decisi di
andare a trovare mia nonna. Stetti l’ intero
p...
crescere, allora decise di portarla in un orfanotrofio e come potrai capire furono i
nostri familiari ad adottarla e così ...
Oggetti con una storia... ogni
momento è buono per ricordare...
Napoli, 01-04-2000
Salve, io sono Paola, sono divorziata d...
genitori e mostrai il vestito a mia madre che ne fu disgustata. Secondo lei i veri
vestiti erano i suoi: pantaloni a zampa...
Una foto dimenticata
In una fredda domenica d’inverno io e mia sorella Leila ci svegliammo guardando i
fiocchi di neve che...
La via dell’amore
L’amore è nell’aria, spesso ci circonda, ma a
volte è racchiuso in dei pezzi di carta
insignificante, sp...
Trovò delle buste contenenti delle lettere di carta ingiallita, un po’ ammuffita, ma il
contenuto non era vecchio nemmeno ...
delle lettere capiva che il suo amato era ancora vivo, ma poi subentrava la paura e la
sofferenza. Anche lei soffriva insi...
La penna stilografica
Oggi, venerdì 27 Maggio, pomeriggio di una
giornata bellissima, i raggi di sole penetrano
dalla fine...
La forza dei ricordi
Mentre frugavo nei cassetti di mia nonna, vidi una scatola di colore rosa pallido e
aprendola trovai ...
Le perle dell’amore
Era una domenica del 1943, tutto era
buio ad Auschwitz.
Il cielo, come al solito, era scuro e
grosse n...
Era arrivato il momento, toccava fare la mia parte, con tutto il coraggio che avevo in
corpo scesi le scale di quell’enorm...
A quelle parole il mio cuore sembrò essersi spento, lui non era cambiato davvero, aveva
usato di nuovo la violenza contro ...
“ No, no assolutamente! Raccontami tutto. Mi interessa tantissimo. Tutto di te mi
interessa” gli dissi tranquillamente. Se...
Un biglietto abbandonato
Oggi è una giornata veramente faticosa, perché la
prof di tedesco ha assegnato molti compiti e ci...
Sogni di sposa
Mi chiamo Ichigo Momomiya ed ho quasi sedici
anni. Non so molto di me, della mia storia né dei
miei genitor...
- Dai, Leo, ma non dovevi...”
Mi porse un bellissimo pacchetto e quando lo aprii trovai una meravigliosa collana di
perle....
Quella sera ci lasciammo così, come due ragazzi che avevano appena cominciato ad
abbattere i muri che si erano costruiti d...
Sappi che tu non sei una ragazza come tutte le altre. Tu sei Ichigo Momomiya,
principessa dell’Impero giapponese. Forse ad...
Le chiavi
Un giorno d’estate molto soleggiato io e Jack
andammo in campagna a casa del nonno.
Una volta arrivati ricevetti...
giorno tanto desiderato, il 7 Agosto, quando finalmente potetti scendere dal letto . Il
mio primo pensiero fu di esplorare...
Un legame speciale
Giovedì , 5 Febbraio
Caro diario,
sono passati già due giorni ma ora ho finalmente deciso di raccontart...
Un video pieno di ricordi
Era in 4 Marzo del 2007, una
giornata di pioggia. All’ uscita da
scuola la pioggia divenne sempr...
-Aly? Mi chiamo Alyson- disse un po’ irritata. Nessuno l’aveva mai chiamata così, in
modo confidenziale.
- Ti posso chiama...
A queste parole si fece tutta rossa e non riuscì a rispondere nulla. Dopo aver preso
giacca e borsa uscirono, mentre lui l...
Lettere dal fronte
Voglio raccontarvi di come ho trovato una
vecchia lettera di un mio antenato. Era un
giorno come tutti ...
nei campi militari, parlavano dei soldati che scherzavano e suonavano allegre canzoni,
ma poi tutto cambiò. La guerra lamp...
L’abito da sposa
Mi chiamo Ella Edwards, sono una ragazza
forte e testarda e quando voglio posso
cacciar fuori il lato più...
Sperai vivamente che mia madre non mi avrebbe costretto ad invitarlo alla mia
festa.
La sera stessa decisi di andare con l...
sposa ed era bellissimo. Certo la cosa era ridicola, una diciottenne con un abito da
sposa in mano. Anche se non era né il...
Un vecchio giocattolo
Era un giorno d’ estate , quando, Carol che era una
signora ricca e raffinata, salita in soffitta pe...
bambola e vede che muove le labbra come se si volesse lamentare . Baby Carol inizia
a parlare e dice “-Ho fame, ho fame”. ...
Parte II
“Cappuccetto Rosso corre ancora”
Cos’è il silenzio? Credo che la sua definizione sul dizionario sia “ assenza di ...
Una persona nuova
L’immagine riflessa nel grande specchio della mia
camera mostra una persona che non sono io. Le
occhiaie...
negli occhi, ho tanta paura. In un attimo di silenzio alzo lo sguardo, giusto in tempo per
vedere la sua mano partire dall...
Basta un secondo per dimenticare
uno schiaffo ma non basta una
vita per dimenticare una parola
13, questo è il numero degl...
Furono molte le persone che mi chiesero che cosa fosse successo, ma io rispondevo
sempre allo stesso modo :”sono andata a ...
“Oh, scusami, non ti avevo visto”, gli dissi imbarazzata.
“no, non preoccuparti”, rispose lui timidamente.
Dopo essere and...
Trascorsero due settimane da quel giorno, non potevamo né chiamarci né inviare
messaggi perché mio padre non mi permetteva...
Dalla parte delle donne
“Mi chiamo Janet, ho ventiquattro anni. Qualche anno
fa ho subito delle violenze da parte del mio ...
E la ragazza:
“Sì, credo di sì. Un giorno il mio compagno tornato da lavoro non mi trovò a casa. Ero
uscita a fare una pas...
Il coraggio di cambiare
Sono in camera mia, seduta sul letto sfatto. La
libreria è rovesciata a terra e i libri sono sul
p...
Il mondo degli oggetti dimenticati
Il mondo degli oggetti dimenticati
Il mondo degli oggetti dimenticati
Il mondo degli oggetti dimenticati
Il mondo degli oggetti dimenticati
Il mondo degli oggetti dimenticati
Il mondo degli oggetti dimenticati
Il mondo degli oggetti dimenticati
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Il mondo degli oggetti dimenticati

  1. 1. ISTITUTO COMPRENSIVO “MORO- PASCOLI” CASAGIOVE (CE) Il mondo degli oggetti dimenticati Progetto “Lettura e scrittura creativa” Prof.ssa Gravante Savina Anno scolastico 2014-2015
  2. 2. Lettere...oggetti dimenticati, sottovalutati, spesso ritenuti insignificanti... ma le parole incise su di esse lasciano il segno, hanno un valore inestimabile, hanno la capacità di rimarginare ferite, di suscitare profonde emozioni. A volte ci fanno riflettere, ma soprattutto fanno rinascere in noi la speranza, le illusioni nella vita, nell’amore... (riflessione tratta da uno dei racconti degli alunni)
  3. 3. L’emozione di un ricordo La vecchia soffitta era in uno stato pietoso, quel giorno. I mobili erano rovesciati a terra e con essi anche i centrini di pizzo e le tazze da tè. Il lampadario emanava una luce fioca, quasi inutile per quella soffitta così buia. Le sedie erano rovesciate a terra, alcune di loro completamente rotte. Tutta colpa del terremoto della sera precedente. Giulia entrò nella stanza e quasi le venne da piangere. Era la stanza a cui teneva di più, anche se era la più vecchia. Anzi, forse era proprio questo il motivo. Iniziò a raccogliere i cocci delle tazze e i vetri rotti delle bottiglie con le sue mani bianche, ormai deboli per la vecchiaia. Cercò di alzare i mobili da terra e, dietro al divano color mogano, trovò un grande baule di cui non ricordava nemmeno l’esistenza. Si sedette sul divano e prima di aprirlo si fermò un attimo. Provava una leggera emozione, le piacevano le sorprese e si era lasciata travolgere dall’impulso irrefrenabile della curiosità. L’aprì. Davanti ai suoi occhi apparve un vestito. Dapprima non lo riconobbe, anche se il pizzo blu e la cintura di perle le dicevano qualcosa. Poi ricordò. Quello era il vestito che aveva indossato la sera che conobbe Nicola, l’uomo che aveva sposato e con il quale aveva condiviso la sua vita fino a pochi anni prima, quando era volato via, lasciandola sola. Gli occhioni neri le si inumidirono, guardando quel vestito un po’ consumato dal tempo. Ricordava come se fosse stato quella sera. La sorella le aveva proposto di andare con lei a quella festa. Giulia non aveva esitato neanche un minuto perché amava le feste, i balli, la gente. Ci mise tempo per prepararsi. Si strinse il vestito e la cintura intorno alla vita, indossò i guanti immacolati e si bagnò il collo con una goccia di profumo rubato alla madre. Era una giovane diciottenne, a quei tempi.
  4. 4. Arrivarono nella grande sala dei signori Boot, i genitori della festeggiata, una giovane amica della sorella, che Giulia a malapena conosceva. Ricordò l’emozione e la grande contentezza che le riempivano il cuore in quel momento. Iniziarono a danzare e i pretendenti di Giulia erano sempre di più, tutti affascinati dalla sua grande bellezza ed eleganza. La serata procedeva tranquillamente, quando Giulia incontrò gli occhi azzurri di Nicola. Il ragazzo la guardava, seduto su un divanetto. L’aria assorta in chissà quale pensiero, ma gli occhi fissi sulla ragazza. Giulia rimase un attimo immobile, lusingata e affascinata dalle attenzioni del giovane. Iniziò un lungo gioco di sguardi, che era l’unico modo per poter comunicare, a quei tempi. Si ricordò della musica di sottofondo e degli odori che riempivano la stanza. Ed ora, se chiudeva gli occhi, riusciva ancora a sentirli. Ricordò che il gioco di sguardi era continuato per parecchio, fino a quando Nicola si alzò. Il cuore fece un balzo e le gambe iniziarono a tremare. Nella sua testa comparvero due opzioni: scappare o restare immobile, come se non stesse accadendo nulla. La decisione era da prendere molto velocemente, perché il ragazzo si stava avvicinando. Spostò lo sguardo sulla sorella, che sedeva insieme ad alcune compagne e non sembrava curarla più di tanto. Pensò di star perdendo solo tempo, perché Nicola era quasi arrivato da lei. Voleva scappare. Alzarsi e correre via, l’emozione era troppo forte. Le gambe, però, erano paralizzate e, prima che potesse fare uno sforzo e cercare di alzarsi, il ragazzo era già da lei. Si ritrovarono faccia a faccia e quando l’orchestra iniziò a suonare le prime note della canzone, Nicola porse la sua mano a Giulia. La sua bocca non emise alcun suono, sorrideva. Ma i suoi occhi parlavano. Giulia rispose con un sorriso impacciato, imbarazzato, ma non volle rifiutare l’invito del giovane. Era un’occasione così importante per lei, era la prima volta che si innamorava. Beh, forse dire “innamorata” era una parola grossa, ma quel giovane dall’aspetto così nobile la affascinava. E così posò la sua mano su quella di Nicola, si alzò e insieme si tuffarono nelle danze. Benché fosse emozionatissima, Giulia non risultò impacciata. I due giovano ballarono con disinvoltura sulle note di quella canzone che a Giulia piaceva tanto: Montecarlo. Gli occhi di Giulia luccicavano di gioia e i due ballavano così bene che guadagnarono il centro della sala. Quando la musica finì Giulia fece un profondo inchino al suo cavaliere, sorridendo spontaneamente. Era felicissima.
  5. 5. Nicola la invitò ad un altro ballo e poi ad un altro ancora e ancora. la serata volò via. Era l’inizio di un amore straordinario che sarebbe durato tanti anni. Giulia sentì una lacrima scendere lungo la guancia. La mente era completamente immersa nei ricordi. Ad un certo punto però il rumore di una porta che si chiudeva la riscosse dai suoi pensieri. Una voce urlò: ”Mamma! Sono tornata! La voce era accompagnata da gridolini di bambini, tutte voci familiari per Giulia. Era sua figlia che, dovendo lavorare il pomeriggio, era passata per lasciare Gabriele e Sara alla loro nonna. “ Nonna! Nonna! Dove sei?” urlarono i bambini. “Arrivo” disse Giulia , asciugandosi frettolosamente le lacrime e richiudendo il vestito nel baule. Poi si avviò verso la porta e per un attimo si voltò indietro. Un ultimo sguardo al vestito che le aveva fatto rivivere una grande emozione. Un vestito dimenticato, ma che aveva significato tantissimo per lei.
  6. 6. Una lettera d’amore Laura si commosse quando la lesse. Era una lettera del fidanzato, inviata dalla Germania. In quel periodo era da poco scoppiata la seconda guerra mondiale e il fidanzato di Laura, Robert, era una spia inviata dagli americani. Lei era italiana, lui americano, non potevano stare insiemi italiani e americani in quei tempi di terrore, ma l’unica cosa che importava loro era l’amore, fino a quando lui per lavoro non dovette trasferirsi in Germania. Era diventato una spia. Lei fu distrutta dalla notizia ma continuò ad essere felice perché lui le inviava delle lettere, delle lettere d’amore, per tenerla su di morale anche se lei continuava a soffrire per la sua mancanza, soprattutto dopo aver scoperto che in lei stava nascendo una nuova vita, il frutto del loro amore. La sua sofferenza però aumento anche a causa di un’altra cosa che senza saperlo le avrebbe rovinato la vita : il nazismo in Italia. Le leggi razziali stavano per abbattersi anche sugli ebrei italiani, che avevano sempre vissuto in maniera serena e pacificamente con tutti. Anche Laura apparteneva ad una famiglia piuttosto agiata, ma ormai la ricchezza non aveva più valore. Quando la situazione divenne pericolosa ella si nascose e riuscì a sopravvivere fuggendo in Svizzera, dove visse fino alla fine delle guerra. Quando tornò la sua casa era tutta a soqquadro. l’aveva fatta ristrutturare ma c’era una stanza che era rimasta proprio come allora. Fino a quella sera si era rifiutata di entrarvi ma ormai sentiva che era giunto il momento. Non aveva saputo più niente di Robert, non sapeva se era morto, non sapeva se era vivo, non sapeva se lui l’aveva dimenticata. Con coraggio entrò in quella stanza fantasma e tra tanti vecchi bauli trovò una lettera che non aveva letto. Erano fuggiti così in fretta che non le avevano dato neanche il tempo di prenderla. Era ancora leggibile. C’era scritto: Berlino, 16 Giugno 1946 Cara Laura, mi manchi. Non riesco più a stare qui dentro, soffro troppo. È un inferno.
  7. 7. Tu come stai? Ti ricordi quando eravamo a Napoli e ti avevo giurato che sarei stato sempre accanto a te? Purtroppo non posso tenere fede a quel giuramento.... almeno per ora. Forse la mia copertura è saltata, i tedeschi sono diffidenti e non credo parlino ancora bene nei miei confronti; l’altro ieri siamo andati in missione: abbiamo affrontato gli americani. Io ero incerto se sparare o no perché tra loro c’era la persona che mi aveva mandato a Berlino. Per un attimo ho provato il desiderio di ucciderlo per quello che mi aveva fatto, distruggendo tutti i miei sogni nel giro di poco tempo, portandomi lontano da te e mettendo in pericolo il nostro futuro. Poi, però, non ho sparato. Io non ho mai ucciso un uomo e mai lo farò. I miei “ compagni”, i nazisti, hanno ucciso così tante persone che non puoi neanche immaginare. Erano dei mostri. Spietati. Io non li sopporto. Fanno del male anche ai bambini. Sono inclini alla violenza e all’odio. Spesso mi chiedo com’è possibile che un uomo pensi di avere il diritto di togliere la vita ad un altro uomo? Perché credono di essere superiori? La vita è un dono prezioso e noi dobbiamo rispettarla sempre, prendercene cura... Spero che non abbiano intercettato la mia lettera, anzi, le mie lettere, anche perché io le mandavo ad una persona antinazista. Queste lettere sono il mio unico conforto in questo mondo di caos e di disperazione. Spero di poterti rivedere un giorno. Spero di poter ritornare ad essere felice con te in un mondo di pace. Robert. Ormai lei era diventata anziana, era diventata nonna e viveva in casa con la figlia. Questa lettera la sconvolse. Ripensò, quindi, a tutti i bei momenti passati con lui e soprattutto pensava al fatto che nonostante tanta sofferenza lui aveva combattuto per una cosa giusta, per quell’idea di libertà in cui aveva sempre creduto ciecamente e in nome della quale aveva dato pure la vita. Un ideale che pure gli era costato caro, impedendogli di stare vicino alle due persone a cui teneva di più, la sua dolce Laura e la bambina che stava portando in grembo e che avrebbe cresciuto da sola, nella più completa solitudine. Da quel giorno anche la vita di Laura cambiò, iniziò ad impegnarsi per la libertà. Fondò associazioni, partecipava a conferenze, ad incontri e dibattiti con le scuole; voleva dare un messaggio a tutti, soprattutto ai ragazzi: spiegare cosa significa “lottare per essere liberi”, proprio come aveva fatto il suo Robert.
  8. 8. Da una foto ad una storia surreale Un giorno, tornando da scuola, decisi di andare a trovare mia nonna. Stetti l’ intero pomeriggio da lei: l’ aiutai a lavare i panni, a cucinare e a pulire la casa. Io decisi di pulire la camera da letto e mentre pulivo i cassetti vidi un foglio giallastro e leggermente rovinato. lo tirai e mi ritrovai con una fotografia in bianco e nero, che rappresentava una bambina con un vestito molto vaporoso, con una collana piena di brillanti e delle scarpette con un fiocchetto molto semplice. Era appoggiata ad un enorme specchio con una cornice in rilevo raffigurante fasce di foglie e frutti di ogni dimensione. Non riuscivo a capire chi fosse quella bambina, ma soprattutto perché fosse vestita così , sembrava una principessa. Tutto questo mi incuriosì troppo e decisi di chiedere tutto a mia nonna. Quando le mostrai la foto, mi sorrise e iniziò a raccontarmi tutta la storia della bambina: – Questa era la tua zia , sai ?!?!-, mi disse e io mi stupii molto e le chiesi:-Sul serio?-. – Te lo assicuro - ,mi rispose e così continuò a raccontare. -Si chiamava Clara ed era russa- disse, - Era molto gentile con tutti sia da piccola, sia da grande e tutto il popolo la amava-. Mi salì la curiosità e le chiesi: - Nonna perché era vestita così? Sembrava una principessa-, - Forse perché lo era ?!?!-. Rimasi per 2 minuti senza dire niente e poi dissi:- Nonna, ma sei sicura di quello che dici?!?! L’ impero che ricordo in Russia di quel periodo è l’ unico e grande Impero Russo-. – Infatti suo padre fu quello che, purtroppo , dovette andarsene per via delle continue rivolte che fecero i cittadini e i comunisti e la povera Clara dovette scappare insieme a tutta la famiglia qui in Italia, ma il padre e la madre furono sparati da due cittadini che li seguirono e li volevano vedere morti-, mi raccontò la nonna. Rimasi molto colpita da tutto ciò, che mi stava dicendo mia nonna e non decisi di parlare , proprio per farle finire il suo racconto e capire cosa c’ entrasse la principessa russa con la mia famiglia. Continuò a raccontarmi e disse:- Clara non sapeva dove andare e soprattutto cosa fare , perché era ancora molto piccola. Ormai con lei era rimasta solo la cameriera della mamma che non poteva pensare anche a lei, perché aveva già 3 figli piccoli da
  9. 9. crescere, allora decise di portarla in un orfanotrofio e come potrai capire furono i nostri familiari ad adottarla e così rimase con noi per tutto il tempo, ma…-. Ad un tratto suonò il telefono ; era la mamma che mi avvisava che tra qualche minuto, mi sarebbe venuta a prendere . dissi, allora, alla nonna:- Ti prego nonna, dillo tu a mamma che mi deve venire a prendere più tardi. Non voglio andare a casa adesso! Voglio sentire la fine della storia! -. Riuscì a convincere mamma e quindi rimasi fino all’ ora di cena , però dovevo prima finire i compiti e poi avrei saputo il continuo della magnifica storia di Clara. Non ero abbastanza concentrata , perché non riuscivo a pensare ad altro e quindi li feci tutti velocemente e penso di averli fatti male, ma non mi interessava; volevo sapere la fine della storia. Andai di là e dissi alla nonna :- Nonna ho finito , ora finisci di raccontare la storia-.- Va bene- mi rispose e ricominciò a raccontare. – Ti stavo dicendo , ma quando compii 18 anni le dicemmo tutta la verità delle sue vere origini e lo stesso giorno decise di prendere un aereo e di tornare in Russia. Purtroppo non tornò più da quel viaggio e dopo 20 anni , scoprimmo che quando arrivò lì nessuno la ospitò , neanche il più misero degli alberghi e fu costretta a vivere in una piccola casetta, isolata dal resto della città di Mosca. Un giorno, non ce la fece più e decise di tornare in Italia, ma con l’ aereo non poteva , perché aveva perso tutti i soldi. Decise , allora , di tornare a piedi e ovviamente non ce la fece ad arrivare qui in Italia, anche se le mancava davvero poco, perché si trovava in Austria quando morì-. – E avete scoperto perché è morta?-, dissi e lei mi rispose:- Non ce lo hanno detto, ma noi pensiamo che non abbia affrontato bene il freddo della Russia e quindi si ammalò e non riuscì a guarire e non riuscì a superare il confine-. Questa storia mi ha colpito così tanto che mi promisi che appena avrei avuto figli, gliel’ avrei raccontata e loro ai loro figli , in modo che tutti la potessero conoscere , almeno in famiglia. Sono diventata, però ,una giornalista e quindi decisi di scriverla e di pubblicarla: il titolo.. Un destino incredibile!
  10. 10. Oggetti con una storia... ogni momento è buono per ricordare... Napoli, 01-04-2000 Salve, io sono Paola, sono divorziata da quattro anni, ho tre figli e vivo a Napoli in un condominio di dodici piani, con dei vicini abbastanza detestabili. Voglio raccontarvi l’episodio che ha cambiato radicalmente il corso della mia vita. Era lunedì mattina, i miei figli erano a scuola e i miei vicini puntualmente a litigare. Nella casa accanto alla mia vivono due signori anziani, gli Smith. Il tempo prometteva una giornata di sole, ma passeggiare a Napoli centro con tutto lo smog possibile e immaginabile non è perfetto, se uno ha lo scopo di vivere almeno cento anni. Tra schiamazzi e urla, decisi di andare nella soffitta all‘ ultimo piano; aprii la porta e un grosso cumulo di polvere mi fece starnutire. Avevo voglia di sistemare il vecchio baule regalatomi dai miei nonni. Aprendo il baule scorsi con la coda dell’occhio un topo con una zampetta mozzata, con la coda tutta storzellata. Mi ricordava tanto il mio piccolo e vecchio Occhio Pocchio, un cagnolino con caratteristiche diverse dagli altri piccoli della cucciolata di nonna Livia. Occhio Pocchio era un piccolo pastore tedesco, mi piaceva tanto giocare con lui in spiaggia nelle lunghe giornate d’estate. Mio nonno Ciro mi portò poi a casa sua ma mentre scendevamo dalla macchina, il cagnolino iniziò ad inseguire un gatto e non tornò più. Lo aspettai tutto il pomeriggio e, quando il sole stava per tramontare, il nonno mi portò in casa con gli occhi gonfi di lacrime. Al solo pensiero di Occhio Pocchio piango tuttora. Le lacrime fanno posare il mio sguardo su un vecchio abito... Mi ricordai all’istante di quel giorno. Era il 15-5 del 1971, mi svegliai alle sette della giornata più importante della mia vita. I venti anni devono essere indimenticabili. Alle 9.00 ero già a passeggiare per Caserta, città piena di turisti negli anni ’70. Mi trovavo in Via Mazzini quando fui attratta da un vestito rosso con alcune striature nere sulla spalla destra. Sotto il manichino vidi delle stupende scarpe nere con dei tacchi a spillo. Mi innamorai all’istante di quel vestito e lo comprai subito con i miei risparmi. Corsi a casa con l’auto nuova regalatami dai miei
  11. 11. genitori e mostrai il vestito a mia madre che ne fu disgustata. Secondo lei i veri vestiti erano i suoi: pantaloni a zampa d’elefante, magliette giallo fluo, parrucche afro... Insistette per farmi indossare i suoi vestiti ma non ci fu verso... indossai il mio abito. Quella sera incontrai gli amici e conobbi Luca, Luca Visalbi. Mi colpirono i suoi capelli biondi, gli occhi azzurri, le labbra carnose. Dopo qualche giorno io e luca eravamo felici insieme.... Uscita dal passato, guardo in direzione di un telo bianco, con tantissimi ricami rosa; prendo il telo e trovo la foto del mio matrimonio. Quanto tempo è passato, me ne rendo conto solo ora, guardando il mio giovanissimo volto sorridente e il mio corpo sottile nel semplicissimo vestito bianco a mezze maniche, con un lungo velo trasparente e un lungo strascico, elegante e allo stesso tempo molto fresco, visto che era Giugno, l’otto Giugno. Ricordo il posto bellissimo, immerso nella natura e la torta bianca con i due sposini vestiti esattamente come noi, con almeno cinque piani. Nella foto riconosco i miei genitori, i miei zii, i loro figli e altri parenti di cui non ricordo il nome. Dopo poco nacque la mia prima figlia, Amy e, quando Amy aveva otto anni, nacquero due gemelli, Paul e Benny. Purtroppo , il tempo cambia le cose e le persone e io e Luca divorziammo. Di colpo mi giro e mi trovo dietro i miei tre figli che iniziano a girare e a frugare ovunque. poi si avvicinano, mi abbracciano e mi chiedono di andare tutti e quattro la domenica successiva nella casa al lago del mio ex marito. Non posso dire no, hanno preso tutti e tre bei voti al primo quadrimestre. Torniamo a casa e chiamo luca per dirgli che accettavo l’invito di domenica. Passano i giorni, dopo la messa domenicale partiamo per il lago, ma prima prendo la foto del matrimonio. Appena arrivati, i bambini corrono verso il padre, che mi guarda con degli occhi che mai mi avevano guardato in quel modo. Lui mi si avvicina, come se volesse abbracciarmi, intanto io premo la foto nella tasca, la stringo e poi gliela mostro. Incrocio di nuovo i suoi occhi azzurri che sembrano dirmi dove sei stata tutto questo tempo? La stessa frase che mi aveva detto il giorno in cui ci siamo fidanzati. Capisco all’istante che i suoi sentimenti per me ci sono ancora. Haway 25/06/ 2000 Come sottofondo musica nuziale, come abito costume da bagno, come cattedrale il mare: matrimonio perfetto. Una nuova foto viene scattata, messa sul comò del salone e forse un giorno chissà, tornerà in soffitta, pronta a raccontare una nuova storia.
  12. 12. Una foto dimenticata In una fredda domenica d’inverno io e mia sorella Leila ci svegliammo guardando i fiocchi di neve che sfioravano la nostra finestra . Il cielo era grigio e la temperatura era sotto lo zero , scendemmo dal letto ci infilammo le ciabatte e scendemmo al primo piano, per bere una tazza di cioccolata calda davanti al camino . Dopo aver fatto colazione salimmo in camera nostra per vestirci , io vidi un piccolo raggio di sole che oltrepassava le nuvole e si rifletteva nella nostra stanza indicando la libreria piena di libri d’ogni sorta che mio padre aveva sistemato momentaneamente nelle nostra stanza. Mi avvicinai e fui attratta da un libro dalla copertina rosso bordeaux che sembrava piuttosto antico. Lo presi e iniziai a sfogliarlo quando vidi una foto in bianco e nero in cui c’erano due giovani fidanzati che si abbracciavano e dissi:-Guarda Leila ! Una foto di due innamorati !-.Leila molto stupita disse : -Oh che bella !Ma chi sono?-. -Non ne ho idea , ora non abbiamo tempo , finiamo di vestirci e andiamo a casa dei nonni a mangiare , sennò facciamo tardi-. -Ok Sharon, sbrighiamoci!-.Quando finimmo di parlare ci affrettammo a vestirci ed infilammo la foto nella borsa .Salimmo in macchina e facemmo vedere la foto ai nostri genitori , loro però non riuscirono a dirci esattamente chi fossero i due giovani . Durante il viaggio per arrivare a casa dei nostri nonni , io e Leila riflettemmo molto su chi potessero essere , ma senza risultati . Poi girai la foto e c’era scritto:-Il nostro amore non finirà mai!-.Alla fine della lettera c’era una firma molto familiare , con l’aiuto di mia mamma riuscii a capire che i due ragazzi , indovinate un po’?Erano i miei nonni!!! Non ci potevo credere , non vedevo l’ora di arrivare e l’ansia saliva , ero molto curiosa, anche Leila lo era . Quando arrivammo Leila corse subito a citofonare , e finalmente salimmo . Salutammo i nonni , mangiammo tutti insieme e dopo aver ingerito l’ultimo boccone della buonissima pasta che nonna aveva fatto apposta per noi , sfilai dalla borsa la foto e l’appoggiai sul tavolo . Nonno prese la foto , si mise gli occhiali e disse:-Leila , Sharon di chi è questa foto?-La nonna intervenne dicendo:-Caro , questi due giovani siamo noi!!-.La nonna e il nonno si guardarono con gli occhi “a cuoricino” . Leila, molto curiosa, chiese ai nonni se ci potevano raccontare la storia di quella foto. Il nonno tossì ed iniziò a raccontare: ”Allora, era una domenica come questa, faceva freddo ed era arrivato il giorno che sarei dovuto partire per la Germania per lavorare lì. Vostra nonna mi accompagnò alla stazione ed io non sapevo quando sarei tornato in Italia. Ci salutammo velocemente perché il treno stava partendo. Durante tutti quei mesi di lontananza, mesi che sembravano anni, ci scrivemmo tante lettere d’amore, una al giorno o quasi. Dopo ben due anni, finalmente ritornai a casa e quando io e vostra nonna ci incontrammo, decidemmo di farci fare una fotografia per ricordare quel momento di grande felicità. Come vedete non ci siamo lasciati mai più. Anzi, siamo più uniti che mai, abbiamo una bella famiglia con due figlie e due nipotine bellissime di cui andiamo fieri,” Corsi ad abbracciarlo, mi aveva regalato un’emozione infinita.
  13. 13. La via dell’amore L’amore è nell’aria, spesso ci circonda, ma a volte è racchiuso in dei pezzi di carta insignificante, spesso conservati in posti umidi, polverosi. Piccoli pezzi di carta, che però racchiudono i ricordi principali del nostro passato. Era un uomo maturo, Francesco, sulla cinquantina, gentile e ironico; appariva esteriormente una persona serena, ma in un angolo del suo cuore aveva una cicatrice enorme, che nessuno mai sarebbe riuscito a rimarginare. Aveva alle sua spalle una storia che gli aveva fatto smettere di credere nella cosa più bella della vita: l’amore. Lui aveva visto nascere la donna che da quel momento gli avrebbe cambiato la vita nello stesso momento in cui vide morire la donna che aveva già rivoluzionato la sua, di vita. Gli dissero tutti che era stato un parto complicato ma lui nel suo profondo pensava solo che lei ormai era morta. L’unica ragione che permetteva di dar scorrere il corso della vita di Francesco era Clara, una bambina così ingenua, piccola, fragile... Quando Francesco fece la scoperta che fu in grado di rimarginare le sue ferite Clara era già una donna forte e in grado di saper badare a se stessa. Il cielo era aperto con una luce immensa, gli alberi che circondavano la casa risplendevano con il loro verde; Francesco era alla ricerca della sua vecchia canna da pesca perché stava per trascorrere una vacanza al lago con la figlia. Cercò in tutta la casa senza successo fino a che gli venne in mente di andare a rovistare in soffitta per riuscire nel suo intento. La soffitta di quella casa era particolare perché nascondeva vari segreti dei quali solo alcuni furono svelati. Francesco cercò la sua canna da pesca ovunque, nei bauli, negli armadi, finchè si girò e al buio, con quel po’ di luce che penetrava dalla finestra vide una valigia. Non era nascosta, era messa in un posto visibile, come se il proprietario avesse dimenticato di rimetterla a posto. Curioso, ma allo stesso tempo sospetto, Francesco decise di aprirla per vedere cosa contenesse.
  14. 14. Trovò delle buste contenenti delle lettere di carta ingiallita, un po’ ammuffita, ma il contenuto non era vecchio nemmeno di un anno. Racchiudevano al loro interno parole che nemmeno a sentirle cento volte avrebbero annoiato. Gli scrittori erano Alessandro e la sua amata Sofia , i genitori di Francesco. Alessandro era un acceso interventista, aveva partecipato direttamente alla prima guerra mondiale e durante le lunghe giornate in trincea scrivendo lunghe lettere alla sua amata. Lo stesso faceva Sofia con tutta la sua paura dato che poteva perdere l’amore della sua vita. Desiderava solo avere sue notizie. Ogni volta che riceveva lettere dal fronte il suo cuore batteva fortissimo, a volte rischiava di strappare la carta per la fretta di aprire la busta. Annotava minuziosamente i giorni in cui non riceveva notizie e quanto tempo era passato dalla partenza. Una lettera colpì profondamente Francesco; al suo interno il padre aveva espresso tutto l’amore per Sofia, l’amore per la vita, l’unione spirituale tra i due, la nostalgia di rivedersi e i giorni che sembravano eterni... questi sentimenti erano più forti della voglia di combattere valorosamente. Quando aveva saputo che la moglie era incinta le aveva subito scritto che non era riuscito a trattenere le lacrime, aveva pianto di felicità, e che non vedeva l’ora che finisse quella terribile guerra per vivere la sua vita assieme alla donna che amava. Francesco aveva gli occhi che brillavano per la commozione; quelle lettere avevano colpito profondamente il suo animo e iniziò ad immaginare il momento in cui suo padre ritornò finalmente a casa, un momento intenso, colmo d’amore, con tanta voglia di vedersi, di abbracciarsi... All’interno delle lettere era descritta anche la dura vita che quel povero uomo doveva trascorrere nelle trincee; con i suoi occhi aveva visto i suoi compagni morire ad uno ad uno, la sua anima era come congelata perché temeva di soffrire se si fosse affezionato troppo alle persone nel vedere il loro dolore. Preferiva pensare a sopravvivere aspettando il giorno del ritorno. Le trincee erano delle cave, delle fosse nella terra dove i soldati combattevano, dormivano, insomma trascorrevano la loro vita. Era riuscito a sopravvivere, era riuscito ad evitare più volte il fuoco nemico, ma la sua esistenza non era felice.... - La vita è difficile qui- scriveva alla sua Sofia- si ha sempre paura di morire, di trovarsi faccia a faccia con nemico. Si vive col sangue raggelato, patendo la fame; molti soldati cedono anche per le condizioni dure da sopportare. In ogni lettera di Alessandro venivano descritte queste situazioni e questo suscitava in Sofia emozioni contrastanti. Una felicità amara. Era felice perché con l’arrivare
  15. 15. delle lettere capiva che il suo amato era ancora vivo, ma poi subentrava la paura e la sofferenza. Anche lei soffriva insieme a lui. L’alba e il tramonto sembravano distanti anni, i giorni non passavano mai, per non parlare dei mesi... All’improvviso Francesco sente Clara che lo chiama: “ Papà”- squillò la voce armoniosa della fanciulla. “dimmi Clara”- riuscì a rispondere il padre ancora visibilmente commosso. “Hai trovato la canna da pesca?” “no, ma sta tranquilla, ora scendo”- la rassicurò lui. “Va bene”. Francesco prese le lettere, ne infilò un paio nella tasca della giacca, posò le altre nell’armadio e scese. Abbracciò la figlia e insieme si sedettero sul divano. Quel giorno non andarono più a pesca. Francesco volle condividere con lei quel turbine di emozioni che aveva provato e raccontarle la bellissima storia della sua famiglia. Lettere...oggetti dimenticati, sottovalutati, spesso ritenuti insignificanti... ma le parole incise su di esse lasciano il segno, hanno un valore inestimabile, hanno la capacità di rimarginare ferite, di suscitare profonde emozioni. A volte ci fanno riflettere, ma soprattutto fanno rinascere in noi la speranza, le illusioni nella vita, nell’amore... La via dell’amore è qualcosa di infinito, è l’unica strada da percorrere nel corso della vita, altrimenti nulla ha senso. Spesso ci sono delle curve, che però si possono superare, anche quando la vita ci allontana. Star lontani da una persona non vuol dire che la si ami di meno. A volte questo te la fa amare ancora di più.
  16. 16. La penna stilografica Oggi, venerdì 27 Maggio, pomeriggio di una giornata bellissima, i raggi di sole penetrano dalla finestra e illuminano il mio bellissimo studio. Sto preparando il mio prossimo racconto e fra un po’ dovranno arrivare i miei colleghi per concludere un vecchio affare. All’improvviso ho sentito un rumore e mi sono avvicinata alla finestra: era solo il rumore di un clackson. Mi allontano dalla finestra e mi accorgo che il cassetto della scrivania che avevo appena preso dalla casa di mio padre era aperto; mi sono avvicinata e ho rovistato tra tutte le mie cartacce e ho trovato una bellissima penna stilografica. Rossa, molto sottile, ma non scriveva molto bene.... forse stava lì dentro da troppo tempo. Ah, chi lo sa a chi è appartenuta e quali storie ha scritto... Io sono sempre stata curiosa sin da quando ero bambina, decido di scoprire di chi fosse quella penna e perché era lì. Sempre in quel cassetto ho visto una pila di blocchi di carta che forse erano stati scritti proprio da quella penna, così li prendo e li metto sul mio tavolo di vetro , pronta a leggerli tutti. erano proprio dei bei racconti, scritti sotto forma di diario, o forse era un diario vero, quello di mio padre. Non sapevo che mio padre vedeva così la vita , piena di sogni, speranze e idee da condividere. Mio padre era un medico che adorava il suo lavoro. Una pagina in particolare parlava della sua vita da medico . La pagina iniziava cosi “ superato ancora una volta “. Questa frase mi ha colpito , è molto bella e mi fa molto riflettere sulla sensibilità di mio padre . La pagina parlava del giorno 2 Ottobre , quando mio padre ha assistito ad un intervento di chirurgia ad un signore malato di cuore. La pagina di diario parlava delle sue sofferenze , e del fatto che non riuscì a salvarlo ; e si chiedeva spesso quale fosse stato il suo sbaglio. La pagina di diario proseguiva con delle specie di disegni professionali del corpo umano , cuori spezzati .... .La pagina era molto significativa, quasi commovente e finiva anche con una bellissima frase: “La vita è amore, coglila ; la vita è speranza, apprezzala; la vita è vita, amala”. Riguardando altre pagine ho visto anche quello che pensava mio padre della nostra famiglia; soprattutto scriveva molto di me: oltre al mio carattere insopportabile lui diceva che sarei stata una persona importante dal punto di vista personale e lavorativo. All’improvviso suonò il citofono; ”Oddio !” Erano i miei colleghi, allora posai il diario e mi misi subito vicino alla mia scrivania polverosa facendo vedere che stavo lavorando sull’ultima pratica. Saliti, io e i miei colleghi ci mettemmo a lavoro e inventammo un nuovo racconto da leggere per tutti i bambini del mondo.
  17. 17. La forza dei ricordi Mentre frugavo nei cassetti di mia nonna, vidi una scatola di colore rosa pallido e aprendola trovai un album, che risaliva al 1949. Tra tutte quelle foto fui colpita da una in particolare, in bianco e nero, con delle sfumature marroncine e molto rovinata. In secondo piano, sullo sfondo, si intravede il golfo di Napoli, in primo piano mia nonna e mio nonno che si baciano nel giorno del loro matrimonio. Mia nonna aveva vent’anni, mio nonno ventiquattro, erano così giovani, eppure così innamorati. Mio nonno era un uomo molto saggio, si chiamava Pasquale ed era innamoratissimo di mia nonna Maria, una donna molto bella e intelligente. Si erano conosciuti durante la guerra, lui era un partigiano, lei una maestra, e subito si erano piaciuti. Hanno affrontato momenti difficili, come la fame e la miseria e hanno combattuto insieme, per essere felici, fino al glorioso arrivo degli americani. Immersa in questi pensieri continuavo a sistemare la biancheria intima nella mia nuova casa, una casa antica e di famiglia, piena di ricordi e di affetti. A quel punto entrò mio marito, prese la foto del nostro matrimonio e la mise a confronto con quella trovata nel cassetto, la guardò per alcuni secondi, poi disse: -tua nonna era davvero una bella donna, e tu le assomigli molto, non solo fisicamente, ma anche caratterialmente. Sono molto fiera di assomigliare a mia nonna, una grande donna di cultura. Nonna mi ha raccontato tante volte la storia d’amore tra lei e il nonno, pur essendo molto anziana e avendo l’ Alzheimer, non si è mai stancata di raccontare questa storia. Mia nonna era nata in una famiglia contadina e raccontava, a me e a mio fratello che, per andare a scuola doveva percorrere circa tre chilometri a piedi oppure rubava la bicicletta di suo padre e quando tornava a casa, lui la scopriva e le faceva una ramanzina, con tanto di schiaffi. Ma l’amore per la cultura era più forte, era disposta a fare qualunque sacrificio. Era un giorno come tanti, e lei era andata a comprare un tozzo di pane quando sentì il suono dell’allarme che avvisava prima del bombardamento, la strada era piena di gente che fuggiva, ma lei non sapeva che fare. Mio nonno la vide, sola e spaesata, e la salvò, prendendola per mano e portandola in un nascondiglio sotterraneo di Napoli. Così si conobbero. Il loro fu amore a prima vista. Il nonno le mandava molte lettere perché non potevano vedersi tutti i giorni. Dal loro amore è nata mia madre. Sono molto fiera di avere avuto accanto a me persone così forti; mi hanno insegnato molto. Se sono diventata la persona che sono oggi devo anche dire grazie a loro per i valori che mi hanno trasmesso.
  18. 18. Le perle dell’amore Era una domenica del 1943, tutto era buio ad Auschwitz. Il cielo, come al solito, era scuro e grosse nuvole grigie circondavano la nostra vita. Mi chiamo Emily, sono una ragazza di origine ebraica e per la società non conto nulla per loro le persone come noi, le persone di questa razza, non devono vivere. Sono stata strappata dai miei genitori, dalla mia casa, dalla mia camera, da tutto quello che una ragazza di diciassette anni potesse desiderare e mi ritrovo qui, su un treno, ignara del mio destino, di ciò che accadrà nella mia vita. Con gli occhi pieni di lacrime guardo fuori dal finestrino, tutto scorre velocemente, così la nostra vita. Non sai se domani sopravviverai, non sai nulla, se costretta a vivere giorno per giorno, con la speranza che un domani tutto questo possa finire, che ritorni la pace e che questa guerra sia solo un brutto incubo, solo qualcosa da dimenticare e non rivivere più. Immersa nei miei pensieri, non mi accorsi che il treno si era fermato e la gente in fila indiana e con la testa bassa scendeva accompagnata da un gruppo di soldati tedeschi. Una volta scesa vidi una cosa bruttissima, una cosa che non avrei mai voluto vedere: su quel treno si aprirono due porte, chi scendeva dalla parte sinistra era salvo, ma chi scendeva da destra si ritrovava alla morte e non poteva più tornare indietro. Non so chi fu a decidere il mio destino, ma per fortuna ero salva, e mi stavo dirigendo, insieme a due uomini dall’aspetto indifferente a ciò che stava accadendo, in una grande casa, nella casa in cui avrei vissuto almeno una parte della mia vita, in cui avrei ricevuto tante botte, nel caso mi fossi comportata male. Con grande coraggio entrai, avevo troppa paura, paura per la mia vita, per le persone che avrei potuto trovare, per tutto. Da una delle cameriere della casa venni portata in una stanzina piccola, contenente solo un letto, una coperta e una finestra; quella sarebbe stata la mia stanza! Mi tolsi il grosso pigiama a righe blu e bianco e indossai la divisa che mi era stata data, una gonna ampia, di colore verde, che ricopriva tutte le mie gambe, e una camicia vecchia, che probabilmente era stata usata anche dalle cameriere precedenti. Indossai degli scarponi e legai da una parte i miei lunghi capelli castani con un fermaglio ornato da fiorellini bianchi.; quello era il fermaglio di mia madre, me lo aveva donato prima della mia partenza, affinché potessi ricordarla per sempre.
  19. 19. Era arrivato il momento, toccava fare la mia parte, con tutto il coraggio che avevo in corpo scesi le scale di quell’enorme casa in cerca della cucina, ma rimasi immobile a guardare le sue pareti, decorate da disegni, quadri, da colori antichi ma spettacolari, assomigliava tanto alla mia vecchia casa, mi mancava così tanto. Sbadata com’ero, andai a sbattere contro qualcosa, o meglio qualcuno, alzai la testa e incontrai due occhi grandi, due occhi azzurri che mi guardavano con disprezzo. Davanti a me c’era lui, David Ridolf, figlio del generale Robert Ridolf, e da quel momento la persona che avrei dovuto servire per il resto dei miei giorni. Il suo sguardo era freddo, agghiacciato, i suoi capelli erano biondi come i raggi del sole che si intravedevano raramente nel cielo, la sua voce era indifferente a tutto, non tradiva alcuna emozione, mi intimoriva, mi metteva paura. Ma forse un po’ dovevo fargli pena, lo capii dal suo comportamento, da come mi ordinò di andare via da quel luogo, che non potevo stare lì, che il mio unico posto era la cucina. Da quel giorno per molto tempi non gli parlai più, lo vedevo di sfuggita, magari quando servivo la cena o quando gli sistemavo dei vestiti. Era strano il modo in cui mi trattava, anzi il modo in cui non mi trattava: picchiava tutte, maltrattava tutte, tranne me. Anche se non avevo provato le sue botte, le sue violenze, io lo sentivo, sentivo come soffrivano quelle donne, come piangevano, e non capivo perché non lo facesse anche con me... io ero come loro: un puntino in mezzo all’infinito. Le mie domande trovarono risposta un mese dopo, quando dopo mille sguardi, mille parole di troppo eravamo lì nell’immenso salone e non so come successe ma lui mi baciò proprio mentre mi stava rimproverando per aver fatto cadere un secchio d’acqua. Non so cosa scatenò quel bacio ma in quel momento tutto intorno a noi si annullò, non mi interessava se era tedesco, se era mio nemico, quel bacio rimarrà sempre nel mio cuore. Da quel momento i nostri rapporti cambiarono, anche il suo atteggiamento iniziò a migliorare, sembrava che quell’odiosa maschera che si portava dietro fosse sparita, sembrava un’altra persona. Cercava di convincere suo padre a smettere di fare del male, di dar vita ad un mondo fatto di pace, ma suo padre non ne voleva sapere, continuava ad uccidere. Una grigia mattina camminavo per le strade desolate di Auschwitsz e vidi una donna in lacrime, seduta accanto ad un corpo esile, piccolo, sdraiato a terra sulle strade umide e con un ginocchio ricoperto di sangue. Mi fermai accanto loro e rivolgendomi alla donna le chiesi: “signora, cosa è successo?”. Singhiozzando mi rispose: “ l’hanno picchiato, i tedeschi, sono stati i tedeschi, il figlio del generale Ridolf!”
  20. 20. A quelle parole il mio cuore sembrò essersi spento, lui non era cambiato davvero, aveva usato di nuovo la violenza contro di noi... Come avevo potuto pensare che uno come lui potesse cambiare per una come me? Mi ero solamente illusa. Cercando di non pensarci aiutai quel bambino e la sua mamma, cercai di medicarlo, di ricordare gli insegnamenti di mio padre, che era un buon medico. Dopo quello che aveva fatto non volevo parlargli più, non volevo aver niente a che fare con lui; infatti non gli parlai per tutta la giornata, mi vergognavo di me stessa per essermi fatta convincere da uno come lui. Passavano i giorni ed io non riuscivo ad abituarmi alla sua assenza, in poco tempo era diventato davvero importante per me. Non so cosa lo spinse a farlo, non so neanche perché lo fece ma un giorno, non ricordo con precisione la data... lì il tempo sembra davvero non passare mai , mi si avvicinò e mi disse: “ So che non vuoi ascoltarmi, so che adesso non valgo nulla per te, ma ti prego lasciami spiegare, sei l’unica persona che è stata in grado di cambiarmi, lo so ho sbagliato a fare del male a quel bambino ma ora ho capito il mio errore e non lo commetterò un’altra volta. oggi voglio donarti una cosa, una cosa a me molto cara, la collana di mia madre.”. Non riuscivo a crederci, mi aveva donato una cosa molto importante per lui: era una splendida collana sottile, con delle perle bianche ed al centro un grande ciondolo argenteo a forma di cuore. Era bellissima e adesso brillava attorno al mio collo. “Vorrei che tu mi raccontassi la storia di questa collana, ho tutto il tempo che vuoi”, gli dissi. Al sentir pronunciare queste parole i suoi occhi si illuminarono e iniziò a raccontarmi la storia di quel piccolo ma prezioso gioiello. “Questa collana è molto importante per me, e adesso voglio che lo diventi anche per te. Mi è stata regalata da mia madre, voleva che la regalassi alla ragazza che mi avrebbe fatto battere il cuore. Ecco perché oggi voglio darla a te perché mi hai fatto capire cosa è importante e cosa no, perché mi hai fatto capire che il potere e i soldi non valgono nulla se vengono usati per fare del male e non del bene, perché mi hai fatto capire cos’è l’amore. Mia madre sarebbe stata molto contenta della mia scelta, me l’ha consegnata prima di morire e per tanto tempo l’ha custodita in un cassetto della mia camera, nessuno sapeva della sua esistenza. Le era stata regalata da suo padre quando aveva appena quindici anni; suo padre era l’uomo più importante della sua vita, con lui aveva un rapporto unico, speciale...vuoi che continui o forse non ti interessa? Magari non vuoi saperne niente...”
  21. 21. “ No, no assolutamente! Raccontami tutto. Mi interessa tantissimo. Tutto di te mi interessa” gli dissi tranquillamente. Sembrava diverso, così fragile, così dolce. “ D’accordo, allora, mio nonno era l’unica persona in grado di capirla e la proteggeva da tutto e tutti. Aveva acquistato la collana durante un suo soggiorno a Roma, prima della guerra in un negozio antico in cui c’erano tantissime collane tutte diverse e preziosissime. lui scelse la più bella , la più fine, per regalarla alla figlia, la persona più importante della sua vita, l’unica cosa bella che le fosse rimasta dopo la morte prematura della moglie, l’unica gioia in una vita piena di tristezza e sofferenza. Questa è la motivazione per cui voglio darla a te, perché per me sei diventata speciale in così poco tempo e in un momento così difficile. Questa guerra ci sta facendo diventare tutti delle bestie dimenticando che invece siamo esseri umani.” Mentre ascoltavo il suo discorso lo guardavo negli occhi e in quel preciso istante ho capito che persona era, si era tolto finalmente la maschera mostrandomi la sua vera umanità. E questo aspetto mi piaceva. Conoscendolo, una cosa ho capito, che l’amore non guarda le diversità, il colore della pelle, le diverse radici da cui proveniamo. L’amore agisce e basta. E non aspetta altro che essere vissuto.
  22. 22. Un biglietto abbandonato Oggi è una giornata veramente faticosa, perché la prof di tedesco ha assegnato molti compiti e ci sono tante parole che non conosco, ma mi ricordo che mio nonno aveva un dizionario, allora decisi di andare a chiedere a mia madre dove fosse. “E’ sullo scaffale in alto a destra, nella libreria che si trova nello studio” La stanza era piccola ma molto accogliente, c’erano libri ovunque! C’era una piccola finestra che faceva entrare nella stanza un po’ di luce , le tende di un bellissimo rosa antico, fatte in seta. Mamma prese uno sgabello e mentre stava prendendo il dizionario, perse l’equilibrio. Così il dizionario cadde ed insieme a lui anche un biglietto . Il biglietto era ingiallito e un po’ consumato dal tempo, ero incuriosita, così decisi di aprirlo. Notai una calligrafia bellissima , mi sedetti sulla poltrona e accesi la lampada. “14/02/1899 mio carissimo amore è da un bel po’ di tempo che non ci vediamo né sentiamo. Comunque ti volevo dire che mi manchi da morire e non vedo l’ ora di rivederti. Ho pensato tanto a noi due e mi mancavano i tuoi baci, le tue carezze, il tuo sorriso, il tuo sguardo, le tue battute molto divertenti insomma mi manca un po’ tutto, ti volevo dire anche che amo anche i tuoi difetti. Senza di te mi sento come se la mia vita non avesse senso, mi ricordo anche quell’ episodio in cui ci siamo visti per la prima volta: stavamo al mare io mi allontanai dalla spiaggia e andai sugli scogli, poi arrivasti tu e i nostri sguardi si incrociarono. Era amore a prima vista e io feci di tutto per conoscerti, tesoro mio, e da quel momento non ci separammo più.” Uff! il foglio è sbiadito…era solo a metà. Ah dimenticavo che dovevo finire di fare i compiti di Tedesco, ma è stato molto divertente leggerlo, e ho scoperto che era stata mia nonna a scriverlo al nonno. E’ stata la giornata più bella che ci possa mai essere però ora devo scendere prima che mia madre mi urli che non ho finito ancora i compiti quindi ora mi conviene posare e tutto e studiare.
  23. 23. Sogni di sposa Mi chiamo Ichigo Momomiya ed ho quasi sedici anni. Non so molto di me, della mia storia né dei miei genitori; si chiamavano Shintoro Momomiya e Caterina, neanche il suo cognome ricordo. Quello che so di me è che mi sono trovata l’estate di dieci anni fa sdraiata su un pavimento duro e freddo di un orfanotrofio. La signora che lo dirigeva era sempre molto gentile con me, bastava che il mio nome venisse pronunciato e i suoi occhi si illuminavano di tenerezza; quando le chiedevo il perché mi rispondeva che le ricordavo tantissimo una persona che le stava molto a cuore, ma non ha mai voluto dirmi chi fosse. Io ero per metà giapponese e per metà italiana. Nell’orfanotrofio avevo conosciuto tantissimi ragazzi, con loro mi trovavo bene, eravamo tutti accumunati dal desiderio di sapere qualcosa in più sui nostri genitori. Alcune volte salivo su in camera e, osservandomi allo specchio, provavo a immaginare in cosa assomigliassi ai miei genitori; ero abbastanza alta, circa 1,70m , avevo i capelli lunghi, rossi e mossi, gli occhi colore cioccolata e le labbra rosse e carnose. Di giapponese non avevo niente e questo mi spingeva a non ricordare nulla di mio padre. Una settimana prima del mio sedicesimo compleanno, chiesi alla signora Elyson se potevamo organizzare una festicciola. Lei mi sembrava quasi commossa, mi comprò un bel vestito di seta, di color azzurro cielo, addobbò l’orfanotrofio per l’occasione, con tanti striscioni e fiori colorati. Avevo legato due ciocche di capelli dietro la testa con un fermaglio rosa antico. Mi ero leggermente truccata, un leggero velo di fondotinta, un po’ di ombretto color cielo, mascara, un tocco di fard ad illuminare le guance e rossetto rosso. Uscii dalla stanza ed entrai nella sala, dove tutti i miei amici corsero ad abbracciarmi e a farmi gli auguri. Vidi il mio miglior amico Leonardo, per tutto semplicemente Leo; correre verso di me. Mi prese in braccio e cominciò a farmi girare: - “ Tani auguri, sedicenne!”- - Grazie, Leo, davvero- - Tieni, è una cosa per te, spero ti piaccia!-
  24. 24. - Dai, Leo, ma non dovevi...” Mi porse un bellissimo pacchetto e quando lo aprii trovai una meravigliosa collana di perle. Subito ringraziai e lo abbracciai. All’improvviso sentii bussare alla porta, la signora Elyson entrò, seguita da un ragazzo biondo con gli occhi azzurri, alto. -Ragazzi, lui è un nuovo arrivato- -molto piacere, mi chiamo Ryan Shorogane, vengo dall’America. Il nuovo ragazzo strinse la mano a tutti poi, quando si accorse che era la mia festa di compleanno, sorrise. -E’ la tua festa?- -Veramente sì, compio sedici anni, ma sono qui da quando ne avevo solo cinque.- e abbasso la testa per evitare di piangere, perché si sa, ricordare il passato fa male.... -Mi dispiace, io ho perso i genitori a otto anni; sono nove anni che passo da un orfanotrofio all’altro e adesso sono qua. -Mi dispiace- risposi io confusamente, cercando di nascondere l’imbarazzo. Scrollò le spalle. gli porsi la mano. -Io mi chiamo Ichigo, tu Ryan, giusto?- -Sì, è bello il tuo nome, significa fragola.- -Anche il tuo è molto bello- -Grazie, comunque, auguri.- Sorrisi in risposta. Alla fine della festa lo invitai a salire in camera per conoscerlo meglio, dopotutto avevamo delle cose in comune. Salimmo e ci sedemmo accanto alla scrivania, così da poter parlare tranquillamente. -Allora, Ichigo, perché non mi racconti qualcosa di te?- mi chiese visibilmente curioso. -Guarda che non c’è niente da dire su di me, la mia vita non è molto interessante, e poi non mi piace molto parlarne.- risposi io leggermente seccata. - E chi ti ha detto che devi parlare della tua vita? Raccontami cosa ti piace, ad esempio- mi tranquillizzò lui dolcemente. - Mi piacciono i fiori, la musica, le opere d’arte, mi piacciono le opere d’arte, mi piacciono le culture diverse e spero un giorno di poter visitare il mondo. E poi mi piace leggere, scrivere ed amo i vestiti da sposa. - Tutti i vestiti da sposa?- - Certo, credo che ogni uomo aspetti la sua sposa. E invece a te cosa piace?- provai a chiedere. - Mi piace conoscere, imparare. Mi piace fare sport. Spesso amo stare da solo perché da soli si pensa meglio. Amo la vita più di ogni altra cosa-
  25. 25. Quella sera ci lasciammo così, come due ragazzi che avevano appena cominciato ad abbattere i muri che si erano costruiti da una vita. Col tempo avevo capito che avevo sempre aspettato una persona come Ryan. Lui mi completava, era la metà perfetta di me. Dopo quella chiacchierata avevamo cominciato a conoscerci, le prime uscite dall’orfanotrofio, il primo bacio. Era successo in un parco pieno di fiori, seduti sul bordo di una fontana. Lui mi aveva dichiarato il suo amore, mi aveva detto che da quando mi aveva conosciuta aveva ripreso a vivere. Ci siamo detti che ci amavamo e poi ci siamo baciati. Ho sentito mille fuochi d’artificio esplodermi nella testa, ho sentito la vita vera scorrermi nelle vene. Poi accadde una cosa che non mi sarei mai aspettata il giorno del mio diciottesimo compleanno.... Avevamo appena fatto una passeggiata e, accanto ad un lago, mi aveva chiesto se volevo diventare sua moglie, in modo da poter vivere liberamente il nostro grande amore. Io, pur essendo molto giovane, avevo accettato felice. Dopotutto nell’orfanotrofio non volevo più starci, quel posto sapeva troppo di tristezza. Bussammo alla porta della signora Elyson e, mano nella mano, entrammo. - Ditemi ragazzi- lei ci fece entrare sorridendo come al solito. - - Ecco, io- iniziai- c’è una cosa molto importante di cui vogliamo parlare con te. - Noi vorremo...-continuò Ryan-... vorremo sposarci. La signora Elyson si alzò in piedi e i suoi occhi si riempirono di lacrime. - La mia bambina è diventata grande-sussurrò lei. La vidi frugare in un grande armadio e prendere un baule. Si sedette di fronte a noi e aprì il baule: c’era una foto, una lettera e un abito da sposa. - I tuoi genitori mi hanno detto di darteli quando saresti stata abbastanza grande- disse e sul suo volto si leggeva la profonda commozione. Presi la foto e scoppiai a piangere. - Tu li conoscevi?- le domandai, mentre lei mi accarezzava i capelli. - Certo che li conoscevo, piccola mia, tua madre era mia sorella- Sentii un groppo alla gola e le lacrime bagnarmi il viso. - Perché non me lo hai mai detto?-la scansai, mentre sentivo Ryan stringermi. - Perché tu eri troppo piccola e non ne avevo il coraggio. Puoi leggerla se vuoi.- disse porgendomi la lettera. La presi e cominciai a leggere. “Grande amore di mamma e papà, credo che adesso tu sia già grande, magari stai per sposarti.
  26. 26. Sappi che tu non sei una ragazza come tutte le altre. Tu sei Ichigo Momomiya, principessa dell’Impero giapponese. Forse adesso odierai questo titolo, perché è stata la ragione delle sofferenze mie e di tuo padre. Ma io sono sicura, piccola mia, che saprai portarlo con onore. Ti amo piccola mia. Con amore, la tua mamma Caterina Piemontesi” Ora mi sto sposando con questo vestito ampio e bellissimo ritrovato nel baule, mi sto avviando verso una vita felice, una vita che per me avrebbero voluto i miei genitori. Il giorno delle nozze , indossando l’abito da sposa della mia mamma l’ho sentita vicina come non mai e sono stata finalmente felice.
  27. 27. Le chiavi Un giorno d’estate molto soleggiato io e Jack andammo in campagna a casa del nonno. Una volta arrivati ricevetti la splendida notizia: mi aveva fatto un regalo: una collana con una chiave a forma di cuore; invece a Jack un braccialetto con i teschi come piace a lui. Da quel giorno ne sono molto affezionata, non me la tolgo mai, neanche quando dormo. Ritornai a casa del nonno in autunno con tutta la mia famiglia. Mi divertii un mondo buttandomi nelle foglie o cercando posti misteriosi da scoprire; fu così che trovai in un cassetto della scrivania dello studio del nonno una chiave che aveva la forma uguale alla mia. Andai dal nonno e gliela feci vedere. Lui mi disse che la mia l ‘aveva comprata dal signor Matteo, quello che aveva il negozio di collane. Quella chiave mi fece mettere subito all’opera. Controllai in tutta la casa se ci fosse uno scaffale chiuso che non si poteva aprire che corrispondesse a quella chiave. Ne trovai due ma non si aprivano con la chiave in mio possesso. Ad un tratto sento la voce del nonno che mi dice: “Noemy, vieni su, dai, sei stata tutto il giorno alle prese con quella chiave!”. A dire la verità mi ero proprio dimenticata che dovevo andare al laghetto con Jack e il nonno. Allora dissi: “ Nonno, arrivo.”. Scesi velocemente le scale e su una porta del muro coperta a malapena da un quadro trovai una fessura che mi incuriosì. Mi fermai un attimo a guardarla, mi ricordava qualcosa… ma dovetti scendere. Andammo al laghetto per tutto il pomeriggio; erano le sette e mezza quando io e il nonno tornammo a casa. Di corsa vado a vedere il quadro, lo tolgo dalla parete e nella fessura inserisco la chiave e… come per magia…si apre una porta e si intravede un lungo corridoio. Visto che era ormai ora di cena, tolsi la chiave, la porta si chiuse , rimisi il quadro a posto e andai a mangiare. Il giorno dopo subito corsi ad aprire la porta ma ancor prima di arrivare inciampai e rotolai fin giù lungo tutta la rampa di scale. I miei genitori e il nonno accorsero ed io piangendo tenevo la mano sulla gamba, dovetti andare all’ospedale dove mi fecero una radiografia. Avevo una distorsione alla caviglia che mi costrinse a rimanere a riposo a letto per giorni. Intanto io pensavo al passaggio segreto a dove mi avrebbe portato, a cosa avrei potuto trovare... aspettai con pazienza di guarire e organizzavo quello che avrei dovuto fare. Quello era il mio segreto più importante. Aspettare stava diventando sempre più noioso ma giunse il
  28. 28. giorno tanto desiderato, il 7 Agosto, quando finalmente potetti scendere dal letto . Il mio primo pensiero fu di esplorare il mio angolo segreto. Ero organizzatissima, avevo zaino con dentro panini, una bottiglia d’acqua, una torcia. Dissi con una scusa che ero stata invitata a pranzo da Cristin, la nostra vicina, ed intrapresi il mio cammino. Più mi addentravo nel passaggio segreto, più esso diventava buio, allora presi la torcia per farmi luce e mi ritrovai nello scantinato; vidi davanti a me un baule, grande , di legno pesante, che mi incuriosì moltissimo. Provai ad inserire l’altra chiave e si aprì. Al suo interno c’era un peluche, una foto e un vestitino. Ma chi sarà la persona della fotografia? E quel peluche era proprio di quella bambina ritratta? Presi tutte quelle cose e tornai indietro correndo dritta al nonno. Mi raccontò che quella era mia zia , morta a due anni per un problema al cuore. Rimasi sconvolta da questa notizia. Nessuno me ne aveva mai parlato. Nel baule avevo trovato anche una scatola con dentro un anello molto bello. Era della nonna. Era accompagnato da un biglietto ed era indirizzato a me. C’ era scritto: “Piccola Noemy, nonna ti vuole tanto bene, ti lascio questo anello, simbolo della nostra famiglia. Me lo ha regalato la mia nonnina quando ero poco più di una bambina e adesso io lo dono a te. Conservalo gelosamente. Sei il mio angelo. Mi ricordi tantissimo la mia piccola Anna, che è volata in cielo. Con affetto, la tua nonna.” Mentre leggevo pensavo che sarebbe stato bello poter rivedere mia nonna una sola volta ridere, il suo volto sorridente era molto bello. Il nonno mi raggiunse nello scantinato e mi mostrò tutto. Lì c’era proprio il paradiso della nonna, tutti i suoi vestiti di quando era giovane i ricordi di una vita. Lì c’era lo spirito della nonna.
  29. 29. Un legame speciale Giovedì , 5 Febbraio Caro diario, sono passati già due giorni ma ora ho finalmente deciso di raccontarti una piccola avventura che ho vissuto due giorni fa... Sono felice per questa esperienza perché ho ritrovato degli oggetti appartenuti ai miei genitori, che purtroppo ho perso quando avevo tre anni. Martedì scorso ho deciso di andare a fare un giro nella mia vecchia casa, ormai lasciata piena di ragnatele e polvere. Con un po’ di esitazione entrai e mi diressi verso il salone. Era buoi lì dentro, con le finestre chiuse e le pesanti tende tirate ed io decisi di farmi luce con il cellulare. In un angolo della stanza vidi degli scatoloni, dei libri sugli scaffali e una piccola scatola che attirò subito la mia attenzione. Ero molto curiosa e decisi di aprirla, mi avvicinai e girai la chiave... era piena di lettere, libri e tante altre cose e, in fondo a tutto, una foto bellissima dei miei genitori il giorno del loro matrimonio. La guardai attentamente non riuscendo a distogliere lo sguardo, poi la misi nella mia borsa, felice della mia scoperta. Dopo aver rivisto ogni angolo della mia casa ... della mia passata vita, nonostante i ricordi siano fin troppo sbiaditi dal tempo o forse ero troppo piccola perché le cose rimanessero impresse nella mia memoria, ritornai a casa di mia zia, la donna che si era presa cura di me e con cui vivevo. Eravamo a tavola quando le feci vedere la foto e tra le lacrime ci abbracciammo. Penso che l’emozione che ho provato guardando quella foto sia unica; rivedere i volti dei miei genitori dopo la loro morte mi ha reso felicissima. Ora la foto è in camera mia, vicino al mio letto, così da poterla vedere quando voglio e, se ne ho voglia, posso parlare con loro e confidare i miei pensieri e le mie paure. So che mi ascolteranno e guideranno ogni mio passo. A domani, Hazel P.S. Anche adesso sto guardando quella foto e non riesco a trattenere le lacrime, ma sarò forte, so che mi proteggeranno e, anche se mi mancano, li sento qui vicino a me.
  30. 30. Un video pieno di ricordi Era in 4 Marzo del 2007, una giornata di pioggia. All’ uscita da scuola la pioggia divenne sempre più forte, si sentiva scrosciare sulla strada e sulle automobili in transito. Come al solito aveva dimenticato l’ombrello, per cui decise di correre a casa con i libri in mano. Ma proprio dopo aver girato l’angolo si scontra contro qualcuno e cado a terra facendo scivolare sull’asfalto tutti i fogli e i suoi libri. Era un ragazzo. -scusa, non ti avevo visto...- disse lui imbarazzato. -oh.... ehm, non fa nulla, scusami tu... stavo correndo e... -ma no, io dovevo fermarmi; ora ti aiuto.- la aiutò a sollevarsi ed a raccogliere le sue cose sparpagliate a terra. - Grazie, comunque piacere, mi chiamo Alyson, e tu sei?- fece cenno di presentarsi. - Piacere, Harry.... -non riuscì ad aggiungere altro, ma intanto dentro di sé pensava “ è’ stupenda, che bel sorriso che ha”- beh, adesso vado, spero di rincontrarti- - mi farebbe piacere, se vuoi ti do il mio numero- disse sfrontatamente lei -oh, sì, magari- -Bene, ecco a te.... ci vediamo, ciao! Tornata a casa si lavo e si sistemo per il pranzo ma la mente ritorna sempre al ragazzo incontrato poco prima. Il desiderio di mandare un messaggio è fortissimo ma cerca non fare il primo passo. In quel momento un trillo del telefonino. C’è posta per te... sta dicendo. Sì, è arrivato un messaggio di Harry. “cosa fai?” “ mi preparo per il pranzo” “se ti fa piacere ti contatto dopo i compiti” “ per me va più che bene” “allora a dopo” Posò il cellulare e dopo pranzo, verso le 15,30, Alyson iniziò a studiare letteratura immergendosi negli studi fino alle 18:00, si buttò sul letto, stanchissima. Dopo una bella doccia calda decise di contattare lei Harry -Hey, Harry -Ciao Alyson, che mi dici? -Oh, niente di che, ho passato tutta la giornata a studiare e sono esausta!- -Mi dispiace, Aly-
  31. 31. -Aly? Mi chiamo Alyson- disse un po’ irritata. Nessuno l’aveva mai chiamata così, in modo confidenziale. - Ti posso chiamare Aly? Ti prego. -chiese lui con un filo di voce. -mhhhh... va bene, ci sentiamo più tardi. È ora di cena e decise di preparare una fetta di carne con patatine fritte, e di mangiarle davanti alla tv. Ore 21,30. Infilò il pigiama prendendo anche un plaid morbido e caldo. -Non so cosa fare, mi annoio- pensava Alyson, poi le venne un’idea: guardare un film con una scodella di popcorn. Passò alla scelta del film, prese in mano la pila di CD e notò subito un disco senza nome e la curiosità la assalì- Preparò i popcorn, inserendo il cd nel lettore dvd. Subito partì una canzone che lei conosceva molto bene, l’aveva sentita canticchiare tante volte alla sua mamma. Subito dopo apparve sullo schermo un’immagine dei suoi genitori: il video è pieno di foto e ricordi. Una in particolare di loro due sotto l’ombrello. Il viso di Alyson si riempì di lacrime ma erano lacrime di felicità. Sono le otto ed Alyson non è ancora andata a scuola, la sera prima è andata a letto tardissimo per vedere tutto il video. Si prepara e senza fare colazione e corre a scuola. Passa le sei ore scolastiche a pensare a quelle foto, quindi, finite le lezioni, all’uscita da scuola si mette da parte seduta su una panchina, finché non vede un’ombra di fronte a lei, alza la testa e vede Harry. Le chiese come mai fosse lì da sola e si propose di accompagnarla a casa. Accettò volentieri; iniziarono a parlare di tutto e lei gli confidò che aveva avuto una giornata strana. Si sentiva a suo agio a parlare con lui, come se lo conoscesse da sempre. Poi lui le chiese di uscire. Un appuntamento! Fantastico! Si misero d’accordo per andare a mangiare una pizza verso le 19,15. Arrivata a casa , preparò un panino e lo mangiò, mettendosi subito a studiare finché i pensieri non la riportarono da lui. “sono stanca, ma ho voglia di uscire con Harry, mi ricorda la storia di mamma e papà”. Scelgo con cura i vestiti, un abitino non troppo lungo, diciamo moderno, un cardigan e delle ballerine. Decido di non legare i capelli e di truccarmi in modo leggero. Una volta pronta, aspetto Harry, sentì il suono del campanello e guardò l’ora. È in perfetto orario..., penso felice. Aprì la porta e lo vide, con i suoi ricci e gli occhi verdi, un pantalone nero con maglia bianca e giacca sopra. Sorridendo lo strinse in un abbraccio. - Aly, sei stupenda- le disse dolcemente.
  32. 32. A queste parole si fece tutta rossa e non riuscì a rispondere nulla. Dopo aver preso giacca e borsa uscirono, mentre lui la prese per mano. Arrivarono in un ristorantino semplice ed accogliente, si sedettero a tavola pensando a cosa ordinare. Sorridevano entrambi. Ordinarono delle pizze e intanto iniziarono a parlare. -Allora, io ti piaccio?- chiese lui prendendola alla sprovvista. -Ehm- rispose lei arrossendo- ti trovo un ragazzo fantastico. -Anche tu lo sei- rispose sorridendo ancora. Alla fine della cena decisero di fare un giro al parco e prendere un gelato. - Volevo chiederti una cosa...- sussurrò lui all’orecchio stringendo più forte la sua mano.- tu mi piaci e... Ma finì la frase baciandola con dolcezza. Lei si abbandonò a quel bacio inaspettato. - Scusa non dovevo, sono stato troppo precipitoso.... i-io...- balbettò lui . - No, tranquillo, mi è piaciuto- lo rassicurò Ridendo ripresero a camminare. Ripensò alla foto dei suoi genitori, anche loro a passeggio d’inverno proprio come stava succedendo a lei. - Spero di poter uscire di nuovo con te, magari non come amici- disse lui abbassando lo sguardo, imbarazzato. Appoggiò la testa sulla sua spalla e le sembrò di essere su una nuvola. Lui la riaccompagnò a casa e sulla soglia della porta si chinò a baciarla sfiorandole le labbra. Si salutarono così, dandosi appuntamento all’indomani. Nella testa di Alyson una tempesta di emozioni, un fluire di pensieri scorreva ininterrottamente e, immersa in queste dolci sensazioni si addormentò felice.
  33. 33. Lettere dal fronte Voglio raccontarvi di come ho trovato una vecchia lettera di un mio antenato. Era un giorno come tutti gli altri quando mi resi conto che una trave di legno del mio pavimento era più alzata delle altre, la staccai e trovai una busta con dentro delle lettere. Presi una delle prime e la lessi: ottobre 1915 “Cara Carla, non vedo l’ora di tornare a casa ad abbracciarti fortissimo. Forse questa guerra durerà ancora a lungo, spero di no, perché voglio tornare presto a casa da te. Antonio si è fatto grande? Dovrebbe avere più o meno tre anni. Ho tante cose da dirti ma forse non te le potrò dire. Vorrei raccontarti le mie giornate, la paura, la sofferenza delle lunghe marce, gli spostamenti delle truppe, la fame. Ora sono in sul fronte del Carso, la gente qui ci hanno accolto bene, ma la guerra sulle montagne è dura. Il freddo, la neve sono insopportabili. A volte sento i piedi ghiacciati e cerco di riscaldarli in ogni modo. anche il pane spesso diventa così duro che non riusciamo a tagliarlo col coltello. Di notte, poi, gli assalti dei nemici e le bombe e il suono delle mitragliatrici ci lascia tutti con il fiato sospeso fino alle prime luci del mattino. Non ho mai sentito prima d’ora un bisogno così forte di scriverti e di raccontarti la mia vita. “ Antonio Dopo quel ritrovamento decisi di cercare un po’ di informazioni su questo mio antenato, uno zio di mia madre, che avevo sentito varie volte nominare come uomo di grande coraggio e amore per la patria. Andai dritto da mia madre, che mi parlò un po’ di lui: era un giovane ufficiale, un ufficiale di complemento al tempo della guerra, ed era partito come volontario sul fronte austriaco come tanti altri giovani della sua età. Aveva ventidue anni, era sposato ed aveva un figliolo. All’inizio aveva creduto che la guerra fosse una cosa buona, che fosse necessaria per completare l’unificazione dell’Italia. Credeva che fosse dovere di ognuno combattere per il valore della Patria e l’indipendenza dallo straniero. All’inizio le sue lettere erano piene di racconti di scene di vita quotidiana
  34. 34. nei campi militari, parlavano dei soldati che scherzavano e suonavano allegre canzoni, ma poi tutto cambiò. La guerra lampo era diventata una logorante guerra di posizione. I soldati dovevano scavare lunghe trincee e nascondersi dal fuoco nemico, ma la cosa più terribile erano le nuove armi chimiche, che uccidevano tanti soldati asfissiandoli. Ad una ad una le lettere mi mostravano la mostruosità di un conflitto senza fine, fatto di attese e di giorni che durano un’eternità seguiti da istanti di puro terrore, dove potevi trovarti accanto a cadaveri di compagni o feriti gravissimi da aiutare. Quelle lettere erano piene di sofferenza e rimangono una chiara testimonianza del fatto che la guerra sia sempre causa di dolore. Capii che alla fine non esistono vincitori e vinti. La guerra miete vittime da entrambe le parti. Anche il mio antenato non tornò più a casa, rimase lì tra quelle montagne, riconosciuto solo tramite la targhetta che aveva al collo e la foto di famiglia che portava sempre con sé.
  35. 35. L’abito da sposa Mi chiamo Ella Edwards, sono una ragazza forte e testarda e quando voglio posso cacciar fuori il lato più brutto della mia personalità. Oggi, 16 luglio, sto per sposarmi con la persona che mi ama da anni; indosso un abito bianco panna, stretto sui fianchi, che si allarga all’altezza del ginocchio. Ho aspettato una vita per indossarlo, eppure mi sento triste e felice nello stesso tempo. Questo vestito che mi riempie di gioia fa riaffiorare nella mia mente tanti ricordi. Dentro me stessa sento che sto per commettere un enorme sbaglio. Mentre mi preparo, mi guardo allo specchio e vedo una persona cresciuta e maturata, forse so di chi è il merito, di una persona conosciuta anni e anni fa. Ero molto giovane quando lo vidi per la prima volta; io e mia madre ci eravamo appena trasferite in un’altra città per andare a vivere con il suo nuovo compagno e il mio nuovo fratellastro, un tipo scorbutico, estremamene antipatico. Si chiamava Leo, il suo aspetto era quello di un principe, con grandi occhi azzurri, di un azzurro scuro, quasi blu. Quando sorrideva metteva in evidenza il suo piercing al labbro inferiore. Peccato, però, che di principe avesse solo l’aspetto. Era un ragazzo a cui importava poco di innamorarsi, l’amore per lui non contava. Usava le ragazze solo per gioco, per divertimento. Anche io, appena diciottenne, non avevo intenzione di innamorarmi, stavo bene da sola anche quando ero con gli altri. Trascorrevo intere giornate sul letto con un paio di cuffie nelle orecchie, sperando che quel rompiscatole non venisse a disturbarmi, come era solito fare. lo faceva per tormentarmi un po’, poi mi diceva che quando mi arrabbiavo per lui ero “ tremendamente bella”. Era Agosto, un pomeriggio assolato e afoso, la vigilia del mio compleanno, ed io lo trascorrevo nel solito modo, sdraiata accanto all’enorme piscina, mi sentivo quasi una star di Hollywood, con un’unica eccezione: avevo i compiti da fare! Ma preferivo rimanere lì un altro po’. Trascorse così buona parte del pomeriggio, quando vidi in lontananza il mio fratellastro scendere dalla macchina con una ragazza, probabilmente la sua fidanzata di turno. Li vidi venire verso di me: - Ciao gnometta, come vedo hai una vita molto entusiasmante. - Ti odio- furono le uniche parole che uscirono dalla mia bocca. Il fastidio che provavo per lui era così grande che in certi momenti avrei voluto picchiarlo.
  36. 36. Sperai vivamente che mia madre non mi avrebbe costretto ad invitarlo alla mia festa. La sera stessa decisi di andare con lei in un atelier per comprare un vestito da mettere per l’occasione la sera successiva. Dopo varie prove decisi di indossare un abito rosso, corto fino al ginocchio, scollato dietro la schiena; non aveva molti particolari, ma era stupendo così. Quando uscii dal camerino con quel vestito addosso trovai Leo seduto sulle poltrone con gli occhi incollati su di me. Non capivo cosa avesse tanto da guardare. Quella sua espressione da bravo ragazzo mi dava fastidio in una maniera esagerata. Rientrai in camerino per cambiarmi e in quello stesso momento entrò Leo. Il ragazzo mi baciò con prepotenza, provai ad allontanarlo e quando finalmente ci riuscii gli schiaffi non mancarono. Fino all’ora di cena non riuscii a non pensare a quel bacio...era stato così tremendamente orrendo. Odiavo ogni genere di bacio, non ero una ragazza a cui piacciono tutte queste smancerie e non capivo perché un ragazzo e una ragazza dovessero per forza baciarsi per essere una coppia vera e proprio. Spesso in quei baci dati tanto per sembrare più grandi non c’è amore, quindi diventano solo una presa in giro, uno stupido gioco. La mattina del mio compleanno non ebbi tempo né voglia di pensare alla mia festa, non c’era molto da festeggiare. Avrei preferito rimanere una nanetta di otto anni. A quell’età non hai problemi, non devi soffrire per amore, non devo preoccuparti di come vestirti o truccarti, devi essere semplicemente te stessa. Purtroppo, però, non si può tornare indietro, anzi il tempo passa troppo velocemente. Arrivata l’ora della festa, andai in camera, mi misi davanti allo specchio e indossai l’abito rosso tanto desiderato, misi un paio di scarpe con tacchi alti con strass. Diciamo che non ero un fenomeno a camminare con 12 cm in più di altezza, ma vista la mia bassa statura poteva andare benissimo anche così. La festa si sarebbe svolta a casa nostra, in giardino, con lo sfondo della piscina illuminata. Leo era tremendamente bello, così bello da essere anche inquietante. Arrivò il momento di aprire qualche regalo; a parte gioielli e gingilli vari non ci fu nulla che mi entusiasmò più di tanto. Passammo l’intera serata a ballare e divertirci. Mancava ancora un regalo, quello di Leo. Mi portò in una stanzetta all’ultimo piano di quella grande casa; c’erano vestiti e gioielli un po’ ovunque, tutte cose molto belle. -beh, visto che non ho potuto farti un regalo, scegli tu, se non trovi nulla vuol dire che sei un caso disperato-affermò il fratellino. Passai circa venti minuti lì dentro ad osservare ogni singolo vestito. Vidi un abito in un angolo e mi avvicinai: era un abito da
  37. 37. sposa ed era bellissimo. Certo la cosa era ridicola, una diciottenne con un abito da sposa in mano. Anche se non era né il momento né l’occasione giusta, decisi di prendere quell’abito. Dopo quel momento mi ritrovai a confidarmi con quello che avrebbe dovuto essere solo il mio fratellastro, ma che stava diventando una presenza davvero importante nella mia vita. Raccontai a lui le mie paure, i miei problemi. A dire la verità non so perché lo feci; quel Leo che stava lì ad ascoltarmi non era il ragazzo superficiale che avevo conosciuto prima. Stava cambiando, ed io con lui. Finimmo con l’innamorarci e niente fu più come prima. per me è stata una delle persone più importanti della mia vita, la prima persona che ho amato sul serio. Purtroppo le cose non sono andate secondo le aspettative e ci lasciammo dopo quattro anni. Ho conosciuto un nuovo ragazzo, uno di quelli che potrebbero regalarti anche la luna , se tu la chiedessi, ora ho 27 anni e , nonostante stia per sposarmi, non ho mai dimenticato il mio primo amore. Ho deciso di indossare il vestito che mi regalò il giorno del mio diciottesimo compleanno per portare all’altare con me un pezzo di lui.
  38. 38. Un vecchio giocattolo Era un giorno d’ estate , quando, Carol che era una signora ricca e raffinata, salita in soffitta per sistemare, trova un giocattolo, che ha tutta l’aria di essere molto antico. Questo giocattolo racconta la storia di Carol. Carol era una bambina molto povera soprattutto nei suoi primi anni di vita. Purtroppo a causa della povertà della sua famiglia Carol non si poteva permettere molti giocattoli e lei di questo era dispiaciuta ma si doveva accontentare. Al suo sesto compleanno Carol riceve una cosa che lei pur desiderando tanto non poteva avere , cioè una bambola con guance paffute e rosee, occhi azzurri e capelli biondi raccolti in due adorabili trecce. Carol appena appena ricevuta diventa felicissima, i suoi occhi sprizzano gioia, era talmente tanta la sua contentezza, che lasciò tutto quello che stava facendo per precipitarsi a giocare con la sua amata bambola. Carol si accorse che era tardi e così posò la bambola e si recò in camera sua e si mette a dormire. La mattina del giorno seguente, Carol, salì di nuovo in soffitta riprendendo la sua bambola e continuando a frugare nel suo passato. Da piccola, Carol passava molto tempo con la sua bambola e la adorava talmente tanto, che non solo le diede il suo stesso nome ma le scrisse anche un cartellino con scritto il suo indirizzo e il suo nome. Carol immaginò che Baby Carol, diventata grande, avrebbe intrapreso i suoi viaggi per il mondo, sarebbe andata a New York con un aereo di lusso e si sarebbe fermata nel più grande negozio della città e lì avrebbe comprato vestiti di marca, borse firmate… Poi con una fantastica limousine si sarebbe recata a Hollywood, per tentare di inventare il Carolhollywood di cui sarebbe diventata la star, successivamente avrebbe preso il treno e se ne sarebbe andata a Berlino a visitare lo zoo dove sarebbe stata mangiata da una tigre che la avrebbe risputata perché sapeva troppo di imbottitura. Ad un certo punto sarebbe andata a Bruxelles con l’intenzione di inventare una ricetta speciale con oi famosi cavoletti. Il suo ultimo viaggio fu a Madrid , prendendo un pullman come quelli di Londra, finì sul set di una fiction famosa dove incontrò i protagonisti e si fece fare un autografo .Così si conclusero le sue avventure da esploratrice. Pensate che tutti questi viaggi si sono svolti nella camera di Carol e gli attori famose erano solo altri coetanei di Baby Carol, ovvero altre bambole. Ad un certo punto Carol sente una voce, qualcuno che le parla, si gira ma non vede nessuno, così riporta il suo sguardo verso la
  39. 39. bambola e vede che muove le labbra come se si volesse lamentare . Baby Carol inizia a parlare e dice “-Ho fame, ho fame”. Carol per un momento rimane a bocca aperta, non ci poteva credere che la sua amata bambola parlava. Baby Carol continuò a parlare “- Tu, Carol, la mia padroncina, mi hai abbandonata, perché lo hai fatto? Non ti piacevo più?” Carol dopo aver superato il momento si shock le rispose e disse “ No, no io ti voglio bene e te ne ho sempre voluto, mai avrei sognato di lasciarti. Tu sei stata molto importante per me. A questo punto erano entrambe con le lacrime agli occhi e Carol portò la bambola al petto e le disse “-Non ti lascerò mai più, staremo sempre insieme come ai vecchi tempi “. E così scesero dalla soffitta come una mamma e una figlia che si vogliono un mondo di bene. E così non si separarono mai più.
  40. 40. Parte II “Cappuccetto Rosso corre ancora” Cos’è il silenzio? Credo che la sua definizione sul dizionario sia “ assenza di rumore”. E’ strano il silenzio. Perché a volte lo ricerchi, perché a volte ti rilassa. Però a volte ti distrugge, a volte ti uccide, il silenzio. Si accumula dentro di te, ti attraversa lo stomaco e si ferma al cuore. E poi devi cacciarlo fuori, in qualche modo. Prima lo fai con le lacrime, poi devi assolutamente farlo con le parole.
  41. 41. Una persona nuova L’immagine riflessa nel grande specchio della mia camera mostra una persona che non sono io. Le occhiaie, il viso livido e un occhio gonfio. I capelli arruffati, la bocca troppo rossa , le cicatrici. Mi scende una lacrima. La sento che parte dall’occhio, scende e mi riga la guancia, poi si ferma all’angolo della bocca. Eccone un’ altra che scende molto più velocemente e cade sul pavimento , scomparendo nel buio in cui la camera è avvolta. Cos’è la solitudine? È restare semplicemente soli, o anche essere circondati da decine e decine di persone, ma sentirsi non capiti, soli ugualmente? Devo confessare che ultimamente ci penso spesso. Le lacrime continuano a cadere, i lividi e le ferite bruciano, fanno male. Ma più di tutto, fanno male le parole. “Stupida, grassa , incapace” “Non sei buona a nulla, vergognati!” “Non ti meriti nulla, sei solo un’ingrata!” Le frasi, le parole, mi stordiscono. Mi compaiono davanti e mi sento colpevole di tutto. Ad un certo punto la porta sbatte, distogliendomi dai miei pensieri e facendomi ritornare alla realtà. Mi asciugo le lacrime più in fretta possibile, se mi vede piangere mi ammazza. Gli da fastidio. A lui da fastidio tutto. Gli da fastidio persino la mia presenza. Mi alzo dal letto e mi affaccio al corridoio. Lo vedo. È appoggiato al tavolino dell’ingresso, con la testa china. Inizia a camminare a tentoni, barcolla rischiando di inciampare. Ha bevuto. Mi viene incontro, mi butta le braccia al collo. Lo trascino con fatica in camera da letto e lo faccio stendere. Inizia a mormorare frasi senza senso. Se ne sta lì, mezzo ubriaco, con gli occhi pieni di sangue, sdraiato sul letto. Mi fa pena. Preparo subito del caffè e , dopo averlo bevuto, si addormenta. Mi rifugio in cucina e inizio a preparare la cena. Dopo circa un’ ora Salvatore arriva in cucina reclamando la sua cena. Ci sediamo e iniziamo a mangiare. Durante la cena mi fa delle domande. Rispondo a monosillabi, ormai ho paura di intrattenere qualsiasi tipo di conversazione con lui. “ Dove sei stata stamattina?” mi chiede all’improvviso. “Sono uscita” rispondo, sempre con gli occhi bassi. “Con chi ?” chiede con voce minacciosa. “Con Luca, mio fratello. Mi ha accompagnato a fare la spesa…” Smette di mangiare. Mi guarda con occhi lucidi, da pazzo. Posa con grande rumore le posate sul tavolo e si alza in piedi. Sono terrorizzata. All’improvviso rovescia il piatto a terra , facendolo rompere in mille pezzi. Inizia ad urlare. Mi dice che non è possibile, non devo assolutamente permettermi di uscire senza il suo permesso. Le urla si fanno sempre più forti, dalla sua bocca escono parole che feriscono. Non riesco a guardarlo
  42. 42. negli occhi, ho tanta paura. In un attimo di silenzio alzo lo sguardo, giusto in tempo per vedere la sua mano partire dall’ alto e scendere verso di me. Lo schiaffo colpisce in piena faccia, con una violenza impressionante, mi stordisce, mi fa cadere dalla sedia su cui sono seduta. Mi ritrovo a terra, l’orecchio mi sanguina, la vista inizia ad annebbiarsi. Lo sento che esce dalla porta, chissà dove va. Rimango per qualche secondo immobile. Poi mi alzo lentamente. Mi fa male tutto. Mi butto sul divano e piango. Piango come non ho mai pianto in vita mia . Piango fino allo sfinimento. Poi alzo lo sguardo . Nello specchio c’è di nuovo quella ragazza di ventisei anni, che convive da un anno con un uomo che credeva diverso da quello che poi si è rivelato. Ragiono, penso… e mi chiedo come abbia potuto permettere ad un uomo di ridurmi così. È stato un anno incredibilmente difficile. Un anno di umiliazioni. Un anno di lividi, cicatrici. Un anno di ”prima o poi lo denuncio”, un anno di “ questa volta non lo tiro fuori dai guai”. E invece… puntualmente, lo tiro fuori dal suo labirinto di errori, cattiverie, di alcool. Me la prendo con me stessa. Credevo davvero che sarei riuscita a cambiarlo? Mi rendevo conto del tipo di persona con la quale avevo a che fare? Non ce la faccio più. Basta. Basta insulti, minacce, basta vivere qui dentro. Basta bugie. “Cosa hai fatto sulla guancia?” “Niente… sono inciampata” “Cos’è quel livido sul braccio?” “Ieri sono urtata” “Cosa hai sul collo?” “Niente, solo un graffio” E invece no. Molto più di una caduta, molto più di un graffio. Mi alzo. Non so cosa mi sia preso, dove abbia trovato tutto questo coraggio. Corro. Vado a casa di mia sorella Maria. Mi apre subito, mi vede stravolta. Entro… e racconto tutto. Mi ascolta spaventata. È la prima volta che mi apro con qualcuno. È furiosa, scandalizzata. Mi consola, mi dice che da oggi in poi le cose cambieranno. Mi trascina dalla polizia, anche se all’inizio oppongo resistenza. Avevo paura che, dopo averlo trattenuto per un po’, sarebbe uscito e avrebbe fatto di peggio. Invece non è stato così. Ormai sono tre anni che l’incubo è finito. Il processo è stato lungo, ma abbiamo vinto. I lividi sono scomparsi, a eccezione di qualche cicatrice. Anche se… per le parole non c’è cura e, nonostante sia tutto finito, non riuscirò mai a dimenticarle
  43. 43. Basta un secondo per dimenticare uno schiaffo ma non basta una vita per dimenticare una parola 13, questo è il numero degli anni che avevo quando ho iniziato a vedere la vita in modo diverso. 13, questo è il numero degli anni che avevo quando mi hanno derubato di tutti i miei sogni 13, questo è il numero degli anni che avevo quando il mondo mi è crollato addosso. Tredici è un numero molto lontano; adesso sono qui a scrivere dopo tanto tempo, con tanto coraggio, su queste pagine bianche la mia storia. Ero solo una bambina quando sentii che il mio cuore si stava macchiando di violenza e i miei sogni si stavano allontanando pian piano da me, ma allo stesso tempo non volevo ricordare. I ricordi acuivano le mie sofferenze perché mi fidavo troppo di quella persona. Frequentavo la terza media, la mia era una personalità timida ed un po’ introversa, non avevo molte amiche; le uniche persone importanti della mia vita erano mia madre e mio padre. La sera del 17 Gennaio 1977 ero sola con mio padre a casa, mia madre era al lavoro; quello fu uno dei giorni peggiori, perché mio padre era stato licenziato. Ero in camera mia a leggere un libro, quando sentii la porta sbattere: era mio padre. Quella fu la prima volta che lo vidi in quelle condizioni, era ubriaco e sembrava aver perso la ragione. Per la prima volta la sua mano su di me mi fece paura, il suo tocco mi terrorizzava e ancor più quello che stava per fare. Non mi sarei mai aspettata una reazione del genere da parte sua, le sue mani stringevano violentemente i miei polsi, cercavo in tutti i modi di ribellarmi, ma appena provai a difendermi mi colpì violentemente all’occhio. Questo fu l’inizio della fine ma allo stesso modo la fine dell’inizio. Quando tornò mia madre mi trovò seduta dietro al letto della mia camera, ero sconvolta ma nei miei occhi non traspariva alcuna emozione mentre la mia mente non faceva che ripensare a quella scena. Mia madre non sapeva che fare; quella fu una settimana di silenzio. Nessuno di noi tre osava nominare quello che era accaduto quel giorno.
  44. 44. Furono molte le persone che mi chiesero che cosa fosse successo, ma io rispondevo sempre allo stesso modo :”sono andata a sbattere contro il mobile”; ovviamente era una bugia per non mettere in cattiva luce mio padre, anche perché speravo che quell’episodio non si sarebbe ripetuto. Ero solo una bambina, ero stata ingenua a pensare che quella sarebbe stata la prima e l’ultima volta. Un sei. Bastò solo un sei per scatenare di nuovo tutto, questa volta non furono solo pugni, calci, graffi...bastarono solo poche parole per distruggere la mia autostima, delle parole forti come “ non vali niente “ , “crei solo problemi”, “sei solo una spesa in più per la famiglia”... Tutto questo solo per un semplice sei, un sei al compito di matematica. Ci furono molte altre scuse per mettermi le mani addosso, per rovinare il mio essere, già così tenero e fragile. A volte preferivo la violenza fisica perché prima o poi i lividi alle braccia o le ferite sul corpo vanno via, ma quelle maledette parole restavano scolpite nel mio cuore. La mia unica consolazione era di passare molte ore nella mia camera a scrivere dato che mio.... quell’uomo mi proibiva di uscire, di avere una vita sociale. A sedici anni avevo il sogno di diventare una scrittrice; avevo capito Che la scrittura era un modo per sfogarsi, per esprimere se stessi, la carta sapeva capirti meglio di una persona, su quel foglio bianco potevi scrivere qualunque cosa, tanto non ti avrebbe giudicato. Di certo non mi aspettavo che dopo due anni la mia vita sarebbe cambiata radicalmente; mi bastarono solo due secondi per capire chi era l’amore della mia vita. Era un giorno insignificante come tanti, andai a scuola e venni a sapere dalla mia professoressa di italiano, una donna in gamba, che credeva nei valori, l’unica persona che mi appoggiava e credeva nel mio talento per la scrittura, che ci sarebbe stato un convegno tenuto da una nota scrittrice italiana, che aveva pubblicato un libro sulla violenza sulle donne. Naturalmente mio padre non voleva che io partecipassi, e quella fu la prima volta che scappai di casa, uscendo dalla finestra, visto che abitavamo al piano terra e mi diressi a piedi nella biblioteca della città. Mi immedesimai molto nelle parole della scrittrice, capii veramente quanto la mia realtà fosse crudele, rimasi affascinata dalla tematica di quel libro e deciso di comprarlo, mi diressi verso lo scaffale e, mentre stavo per prenderlo sfiorai una mano: accanto a me c’era un ragazzo sulla ventina d’anni, attraverso i suoi occhi versi e il suo sguardo profondo capii che non era una persona qualunque. quando mi sfiorò sentii le farfalle nello stomaco.
  45. 45. “Oh, scusami, non ti avevo visto”, gli dissi imbarazzata. “no, non preoccuparti”, rispose lui timidamente. Dopo essere andati a pagare il libro uscimmo insieme dalla biblioteca e lui subito mi invitò a prendere un gelato per conoscerci meglio, ma non accettai perché avevo paura di tornare a casa e che mio padre mi scoprisse, quindi lo lasciai lì e tornai in fretta a casa. Quella notte la passai in bianco a pensare a lui e a se ci fosse rimasto male per il mio rifiuto. Dopo tre giorni lo vidi fuori scuola con uno sguardo molto attento, come se stesse cercando qualcuno; feci finta di non vederlo perché non volevo affezionarmi a quel ragazzo, dato che sapevo bene che mio padre non mi avrebbe mai permesso di avere una relazione. I miei tentativi di nascondermi fallirono perché mi venne incontro e mi chiese: “ perché cerchi di evitarmi?” “non sai neanche il mio nome, non mi conosci nemmeno, perché mi stai cercando” Lui rispose imbarazzato dicendomi :” perché non riesco a non pensarti e dal tuo sguardo ho capito che c’è qualcosa in te. Mi interessi, mi interessa la tua vita, la tua storia. Vorrei conoscerti davvero” A quelle parole mi imbarazzai perché nessuno fino ad allora mi aveva detto che ero importante, il mio stato emotivo era così forte che scappai via senza pensare alle conseguenze. Passarono tre settimane, il mio pensiero prima di andare a dormire ricadeva su di lui, temevo che a quel punto mi avesse dimenticata, dato il mio atteggiamento. Un giorno mio padre e mia madre uscirono per tutta la giornata perché dovevano andare a visitare una zia che stava male. Ci furono vari ripensamenti ma alla fine decisi di andarlo a cercare, nonostante non lo conoscessi bene. Decisi di andare al parco, il luogo dove di solito mi schiarivo le idee, dato che ne avevo tante che si intrecciavano nella mia testa e mi tormentavano continuamente e proprio mentre il mio sguardo vagava lo vidi seduto da solo su una panchina a leggere un libro. “Hey, ciao! volevo chiederti scusa per l’altra volta, non sono abituata a questo tipo di situazioni e non sapevo come reagire...”, dissi tutto d’un fiato. “Che ne dici di ricominciare daccapo? Piacere, mi chiamo Federico, ma puoi chiamarmi Fede.”. “Piacere Chiara”.
  46. 46. Trascorsero due settimane da quel giorno, non potevamo né chiamarci né inviare messaggi perché mio padre non mi permetteva di avere un telefono, ma lui veniva ogni giorno fuori la mia scuola e, anche se per poco tempo, potevamo stare insieme. Era il 10 Giugno, mio padre tornò da lavoro e siccome mia madre assisteva la zia toccava a me cucinare. Ma la cena che avevo preparato non fu di suo gradimento e come un fulmine si avventò su di me riempiendomi di botte, ma anche di insulti. Per questo mi chiusi in camera e mentre stavo piangendo ripensando a quanto facesse schifo la mia vita, sentii qualcosa colpire la finestra, mi affacciai e vidi Fede. Lo feci entrare dalla finestra cercando invano di nascondere le lacrime, ma lui se ne accorse. Inizialmente tentai di nascondere il vero motivo per il quale stavo piangendo ma, dopo vari tentativi da parte sua, gli raccontai tutto, decisi di fidarmi. “ Adesso ti racconto la mia storia...”. Come immaginavo, cercò subito di convincermi a denunciarlo, ma era pur sempre mio padre, non potevo farlo, però alla fine compresi che quella era l’unica cosa sensata da fare. Lo feci quella sera stessa. Mi aiutò a raccogliere le mie cose silenziosamente, uscimmo dalla finestra e ci avviammo verso la caserma dei carabinieri. Quella notte in caserma c’erano solo due carabinieri; dopo due ore interminabili in cui dovetti raccontare ogni episodio doloroso della mia storia, finalmente libera di vivere la mia vita salii sulla moto di Fede e ci dirigemmo verso la sua casa, dove mi avrebbe ospitato. Eravamo entrambi maggiorenni avevamo tanti sogni e speranze nel domani. quello fu uno dei momenti più significativi della mia vita, quando mi sentii completamente libera da tutte le violenze che avevo dovuto subire per anni. Uno dei miei primi pensieri, però, andò a mia madre, che contattai telefonicamente raccontandole tutto. Non faceva che scusarsi per non essermi stata accanto quando doveva. Non ritornò mai più in quella casa e andò a vivere da una sua amica. Oggi sono una donna sposata, vivo con l’unico uomo che ho amato e ho due fantastiche figlie. Mi rivolgo ai miei lettori e a tutte quelle ragazze rinchiuse in se stesse. Se avete qualcosa da dire: ditelo. Se avete qualcosa da raccontare: raccontatelo. Vi invito a non aver paura, a confidarvi, a non tenere tutto dentro. E ricordate: la donna è uscita dalla costola dell’uomo, non dai piedi per essere calpestata, non dalla testa per essere superiore, ma dal fianco per essere alla pari, da sotto il braccio per essere protetta, dal lato del cuore per essere amata.
  47. 47. Dalla parte delle donne “Mi chiamo Janet, ho ventiquattro anni. Qualche anno fa ho subito delle violenze da parte del mio ex- compagno. Ho subito delle violenze fisiche che hanno lasciato un segno nella mia mente, ma la violenza più dolorosa è stata quella psicologica, che non lascia segni sul corpo, ma nell’ anima” Disse la ragazza alla psicologa, che le chiese: “Quando è cominciato tutto questo, e in che modo?” La ragazza rispose: “Ero appena maggiorenne, andammo ad una festa di diciott’ anni, quel giorno indossavo un vestito a tubino rosso, scollato sulla schiena, il decolté era ben in vista. Era corto, arrivava sopra il ginocchio” Mentre la psicologa annotava, alla ragazza cadeva qualche lacrima. “Pensavo che fosse un normale attacco di gelosia, invece fu proprio da quel momento che le cose andarono peggiorando diventando insostenibili” La psicologa disse: “Dopo ciò, quali erano le tue preoccupazioni, le tue paure?” Janet rispose: “Ero stanca, sfinita, volevo ribellarmi, ma non ce la feci, a tal punto che pensai al suicidio, ma ci ripensai perché capii che la vita è un dono di Dio, è una cosa bellissima e anche se mi sembrava che tutto e tutti erano contro di me, c’era sempre qualcuno disposto ad aiutarmi. Allora chiesi consigli a mia madre, una donna fantastica, che mi sostiene ogni momento, e mi disse di denunciarlo, cosa che io non avrei mai fatto, a causa delle mie paure e della mia insicurezza.” La psicologa disse: “Riesce a raccontarmi un altro episodio?”
  48. 48. E la ragazza: “Sì, credo di sì. Un giorno il mio compagno tornato da lavoro non mi trovò a casa. Ero uscita a fare una passeggiata con le mie amiche, e a furia di parlare non mi resi conto che si era fatto tardi. Lui mi chiamò , ma non sentii lo squillo. Tornai a casa alle 13:30 , e lui mi aggredì. Mi sbatté contro il muro , poi mi diede dei pugni in faccia e dopo uscì di casa. Non si ritirò quella sera, andò in qualche bar frequentato da delinquenti con i suoi amici. Il mattino dopo, pur mettendo strati e strati di fondotinta e correttore, l’ ematoma si vedeva. Per giustificarmi mi inventai che ero caduta dalle scale con la faccia a terra e che in questo modo mi ero procurata un ematoma. La psicologa disse: “Quando hai deciso di denunciarlo, e ora hai un fidanzato o hai paura di averlo??” “Lo denunciai per violenza. Ora ho un nuovo ragazzo che mi rispetta e mi accetta per quello che sono, da pochi giorni mi ha chiesto di sposarlo e sono felicissima, perché mi sento come Cenerentola che prima viene maltrattata dalle sue sorellastre e dalla sua matrigna, e poi trova il suo principe azzurro, e io l’ ho trovato “ “Si sente più sicura e soddisfatta di averne parlato con qualcuno??” “Si, vi voglio ringraziare dottoressa Philips ma voglio ringraziare tutto il centro ”Nastro Rosa”….grazie mille…mi scusi io ora sono più sicura, dovrò fare altre sedute?” “Se lei ha bisogno di aiuto venga se non vorrà venire sarà perché si sente più sicura….io sono a vostra disposizione…e le consiglio di aiutare altre donne raccontando la vostra storia, una storia finita bene e che può dare speranza a tutte le donne che hanno subito una violenza.” “D’ accordo penso che sia una bellissima idea” .
  49. 49. Il coraggio di cambiare Sono in camera mia, seduta sul letto sfatto. La libreria è rovesciata a terra e i libri sono sul pavimento. I miei quaderni sono irrecuperabili, macchiati dall’inchiostro di una vecchia penna nera. La poltrona è a terra, i cuscini sono completamente rotti e con essi anche dei miei vestiti. Sembra che qui, poco tempo fa , sia successo qualcosa di terribile. E infatti è così. Poco tempo fa, verso le 8:00, qualcuno ha bussato con violenza alla porta di casa. Eravamo tutti seduti intorno al tavolo della cucina. Il papà fumava e l’odore della sigaretta accesa aveva impregnato i nostri vestiti. La mamma aveva delle occhiaie profonde, come succedeva spesso in quell’ ultimo periodo, lo sguardo fisso nel vuoto e un’espressione afflitta sul suo volto scarno. All’udire quel suono, la mamma si riscosse. Guardò mio padre con gli occhi spalancati, con un’espressione interrogativa. -Aprite, polizia!- aveva urlato un vocione .Papà era scattato in piedi. - Aprite, o butto giù la porta!- le voci diventavano sempre più forti. La mamma era corsa a spostare la credenza e ad aprire una piccola porticina che si trovava dietro di essa, della quale non conoscevo l’esistenza. -Veloce, veloce- sussurrava, spingendo mio padre all’interno della piccola botola. I colpi alla porta si facevano sempre più forti, i poliziotti stavano evidentemente perdendo la pazienza. La mamma mi guardò spaventata, dopo aver spostato la credenza, e mi fece segno di andare in camera mia. Ubbidii rapidamente, mentre i poliziotti iniziavano a dare manganellate sulla porta. Mamma aprì. Non capii immediatamente ciò che volevano. Sentivo pronunciare in continuazione il nome e il cognome di mio padre, mentre mia madre continuava a insistere dicendo che no , non era in casa, era uscito poco tempo prima. Poi i poliziotti avevano incominciato a cercare in tutto l’appartamento, mettendo in subbuglio anche camera mia. Se ci ripenso i brividi mi percorrono la schiena. Ho paura. Sento i singhiozzi nella camera accanto. Da quando ci siamo trasferiti qui a Napoli, tutto è cambiato. Mio padre non è mai stato un uomo calmo. Mi ricordo che era abbastanza irascibile anche quando ero una bambina. Ma l’ho sempre amato e lui ha sempre amato me. Dopo pochi giorni dal nostro trasferimento mio padre è stato coinvolto in diversi avvenimenti.

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