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Ma come misurare costi e benefici? Per il Paese ricevente, esiste certamente un beneficio diretto in termini diaumento del...
Figura 1: Studenti iscritti in Università estere                                                                          ...
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Tabella 10: Laureati stranieri in Italia                                         (valori assoluti e percentuali)          ...
Come si diceva, le politiche di gestione del brain drain sono molto varie. È dunque utile cercare di riportarlesecondo una...
dei Paesi di origine. Limitandosi all’analisi più dettagliata del VAARP, questo programma assistito oltre10,000 individui ...
residenza permanente è concessa con maggiore facilità ai laureati stranieri nelle università ceche e che hannotrovato già ...
3.4.2 Incentivi economici genericiIn questo caso, i Paesi offrono ai lavoratori stranieri incentivi generici per facilitar...
superamento delle categorie di brain drain o brain gain e stabilisce come nel mondo contemporaneo ifenomeni migratori che ...
Tra le esperienze più rilevanti, si riportano di seguito le esperienze di alcuni Paesi africani e della Colombia(Tejada Gu...
3.6.3      Favorire il ritorno con la creazione di nuovi distretti industriali: i casi di Cina e IndiaInfine, un tipo part...
Figura 3: La diaspora dei lavoratori ad alta qualifica cinesi e indiani4. LE POLITICHE IN ITALIACome ampiamente documentat...
Figura 4: Quota di ricercatori con opere più citate che lavorano all’estero (per Paese di origine)                        ...
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Realtà italiana, esperienze internazionali e una proposta per l'Italia - Una ricerca di Alessandro Rosina e Paolo Balduzzi per l'associazione Italents

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  1. 1. DAL BRAIN DRAIN ALLA CIRCOLAZIONE DEI TALENTI: REALTÀ ITALIANA ED ESPERIENZE INTERNAZIONALI Associazione ITalents www.italents.org Rapporto steso da: Paolo Balduzzi Università Cattolica del Sacro Cuore di Milano IEF e CIFREL Largo Gemelli, 1 – 20123 Milano Telefono: 02.7234.3214 Fax: 02.7234.2781 e-mail: paolo.balduzzi@unicatt.it AbstractIl fenomeno del brain drain, inizialmente considerato solo come negativo, è stato più recentemente studiatoanche considerandone i possibili effetti positivi. Da un alto, i Paesi avanzati concorrono sempre di più percoltivare e attrarre i talenti migliori, il cui valore è considerato uno degli elementi chiave dello sviluppo delleeconomie avanzate. Dall’altro, i Paesi in via di sviluppo, verificato il fallimento delle tradizionali politiche ditrattenimento dei talenti, puntano su nuove politiche che favoriscono la circolazione del proprio capitaleumano. Tuttavia, indipendentemente da come si guardi al fenomeno, il nostro Paese appare in forte difficoltà.In questo contributo viene descritta la realtà italiana del brain drain, partendo dalla letteratura scientifica eprendendo in esame alcuni dati nazionali e internazionali. Inoltre, vengono prese in esame alcune esperienzeinternazionali e nazionali di politiche per la gestione della fuga dei talenti. Il rapporto si conclude con unaserie di osservazioni critiche su come dovrebbe articolarsi l’azione dei policy maker per favorire una mobilitàinternazionale virtuosa da parte dei migliori talenti italiani.Parole chiave: Brain drain - Degiovanimento – Squilibri generazionali----------------------------------------Paolo BALDUZZIRicercatore in Scienza delle finanze presso l’Università Cattolica del Sacro Cuore di Milano. Si occupa dipolitical economy, federalismo fiscale e finanza locale, pensioni, disuguaglianza intergenerazionale.Coordina il sito di informazione www.degiovanimento.com e il blog http://degiovanimento.blogspot.com.
  2. 2. INTRODUZIONEL’attenzione pubblica nei confronti del brain drain è aumentata considerevolmente negli ultimi anni. Ilfenomeno, inizialmente considerato come sicuramente negativo, è ora più attentamente valutato comepotenzialmente positivo sia, come ovvio, per i Paesi di destinazione, sia per gli stessi Paesi di origine deiflussi migratori.In linea di principio, le migrazioni di lavoratori non sono necessariamente un male. Il nostro Paese, nel corsodegli anni, è stato interessato da ondate di migrazioni verso l’estero che, con intensità e forme diverse neltempo, hanno portato molti lavoratori italiani a costituire piccole e grandi comunità in sud America, negliStati Uniti, in quasi tutti i Paesi europei e mondiali.La volontà di realizzare appieno le proprie capacità, acquisite con l’esperienza o con lo studio, e, anche piùsemplicemente, la necessità di trovare un lavoro sono forze positive dal punto di vista individuale. È la spintaal miglioramento, alla crescita, delle volte al riscatto, che permette e ha permesso di migliorare le condizionidi vita di molti lavoratori. Tuttavia, questa risposta individuale al bisogno di miglioramento si può scontrarecon un indebolimento collettivo quando i fenomeni migratori privano un Paese di risorse utili al resto dellapopolazione. È questo il caso della cosiddetta “fuga dei cervelli”. Si consideri per esempio un Paesetradizionalmente caratterizzato da scarsa istruzione terziaria: il fatto che molti tra i pochi laureatipreferiscano portare altrove le proprie capacità costituirebbe un ulteriore indebolimento del capitale umanodel Paese stesso. In un mondo in cui la capacità di innovare e di tenersi aggiornati risultano fondamentali percompetere, vincere e crescere, perdere una quota dei lavoratori che più contribuirebbero a vincere questacompetizione risulta un indubbio impoverimento per quel Paese.Il Paese a cui si fa riferimento non è certamente un Paese ipotetico ma, come probabilmente già si intuisce, èl’Italia. I numeri raccontano di un Paese ancora poco istruito, ulteriormente impoverito dalla migrazione diforza lavoro qualificata e incapace di attrarne di nuova da altri Paesi. Un quadro certamente cupo, dipinto atinte ancora più fosche dalle cronache periodiche e da divulgazioni, che, seppur aneddotiche e nonscientifiche, raccontano le storie di chi ha deciso di abbandonare l’Italia.È indubbio che la politica debba impegnarsi a cercare soluzioni e a dare risposte. È però doveroso che questerisposte non siano basate sulla pubblica percezione del problema ma su analisi quantitative e precise delfenomeno.Questo rapporto ha l’obiettivo di fornire qualche spunto ai policy maker che vogliano ragionare in manieranon ideologica sul tema della fuga dei cervelli. Si tratta solo di un primo tassello, perché i dati a disposizionesono ancora pochi. Tuttavia, questo lavoro mette insieme in forma ragionata e critica i più importanti datifinora raccolti sul fenomeno e presenta un quadro delle più importanti esperienze straniere e italiane inmateria.Più precisamente, il presente lavora si articola come segue. Nella prima sezione, si definiscono il concetto dibrain drain e dei suoi effetti positivi e negativi, presentando come la letteratura scientifica ha affrontato laquestione nel tempo. Nella seconda sezione, si illustra invece la situazione italiana, attraverso l’esposizionedei dati e delle informazioni più rilevanti sulla mobilità di lavoratori qualificati e studenti. Si chiarisconoinoltre quali siano i maggiori problemi per i ricercatori per quanto riguarda le fonti di questi dati. Nellesezioni terza e quarta si presentano e commentano rispettivamente alcune delle maggiori esperienzeinternazionali e italiane per la gestione del brain drain; in particolare, per il caso italiano si commentanoesperienze a livello nazionale, regionale e universitario. Infine, la sezione quinta conclude, proponendoalcuni elementi critici di riflessione che si spera possano essere utili ai policy maker nazionali einternazionali.1. LA VALUTAZIONE DEL BRAIN DRAIN NELLA LETTERATURA SCIENTIFICAL’attenzione pubblica nei confronti del brain drain, fenomeno noto in Italia come “fuga di cervelli” o come“fuga dei talenti”, è cresciuta molto negli ultimi anni, anche se con un ritardo dovuto alla scarsità dei dati adisposizione. Inizialmente il fenomeno era visto come sicuramente negativo (il termine drain e fuga sono 1
  3. 3. molto espliciti da questo punto di vista): questa visione tradizionale, che pure sopravvive tra molticommentatori, valutava infatti i movimenti migratori dei laureati verso l’estero come una sicura perdita delPaese di origine e non considerava la possibilità che questi individui tornassero in futuro. Più recentemente,questo approccio è stato messo in discussione e si è cominciato a valutare gli effetti benefici delle migrazionidi cervelli. Dapprima si sono studiati gli eventuali benefici che queste possono creare anche nel Paese diorigine (per esempio, attraverso il reddito trasferito sotto forma di rimessa). Di seguito, la ricerca ha ancheconsiderato la possibilità di flussi migratori di ritorno. In altre parole, si è passati da un approccio alfenomeno in termini di “fuga” a un approccio basato sulla “circolazione”.Parlare di brain drain e dei suoi effetti, negativi o positivi che siano, ha senso però quando possono esserestabilite (con una robusta teoria) e verificate (in via empirica e non solo aneddotica) una serie di relazionicausali.Innanzitutto, che esista e sia misurabile un beneficio economico diretto che un talento sottrae al proprioPaese quando emigra e che apporta invece al nuovo Paese di residenza; per esempio, un lavoratore cheemigra porta con sé della base imponibile, vale a dire il reddito prodotto, che viene persa dal Paese dipartenza. Inoltre, è necessario stabilire che esista e sia misurabile anche un eventuale beneficio indirettocreato dal fenomeno migratorio; è il caso per esempio delle esternalità positive collegate all’afflusso dimaggiore e migliore capitale umano (stranieri laureati). È necessario inoltre verificare che esistano e che sipossano misurare i costi diretti di questa emigrazione; ci si riferisce in questo caso non tanto alla perdita dibeneficio economico quanto, per esempio, al cosiddetto “costo fiscale” dell’emigrazione, nella forma dispesa pubblica che uno Stato sostiene per formare i propri laureati e i cui ritorni invece sono incamerati da unaltro Stato. Infine, non si possono escludere i benefici per uno Stato derivanti proprio dall’emigrazione deitalenti: è il caso, non certo secondario nemmeno per un paese come l’Italia, delle rimesse.Oltre all’esigenza di questi dati, esistono altri tipi di problemi, legati a eventuali confronti internazionali.Quando si volesse infatti confrontare tra loro Paesi diversi, si dovrebbero utilizzare misure standard per levariabili di riferimento indicate sopra, identiche o perlomeno molto simili. Come lamentato però da piùstudiosi (si veda, per esempio, Dumont e Lamaître, 2004), perfino la definizione stessa di “emigrazione” puòvariare da Paese a Paese, rendendo i confronti poco informativi. Al contrario, se si limitasse l’analisi a unsolo Paese, esisterebbe ovviamente più libertà nella scelta degli indicatori e nella definizione delle variabili.Tuttavia, le misure ottenute non direbbero nulla riguardo alla posizione di quel Paese nel panoramainternazionale.È necessario dunque, a questo punto, riassumere sia la letteratura in materia, per approfondire tutti gli aspetticritici collegati alla misurazione del fenomeno, sia presentare le fonti dei dati utilizzati nelle ricerche, perevidenziarne soprattutto le mancanze e i limiti.Come anticipato, la letteratura scientifica in materia (che peraltro interessa diverse discipline) trova ancoraparecchia difficoltà a definire una misura univoca del fenomeno. In generale, però, è possibile trovare uncerto consenso sull’esistenza delle seguenti relazioni di costo e beneficio conseguenti all’emigrazione deitalenti.I benefici diretti per i Paesi di destinazione. Docquier e Rapoport (2009) suggeriscono che il brain drainpuò influenzare il tasso di crescita della produzione, tanto nel Paese di destinazione quanto in quello diorigine, attraverso cinque canali: produttività totale dei fattori, accumulazione di capitale umano, abilità eproduttività media della forza lavoro più istruita, qualità delle istituzioni, e rimesse. L’evidenza empiricamostra che produzione, accumulazione di capitale e perfino occupazione sono generalmente positivamentecorrelate con il livello di immigrazione totale di un Paese, e che questi benefici aumentano all’aumentaredella migrazione qualificata, mentre gli effetti dell’immigrazione, anche qualificata, sulla produttività totaledei fattori sono incerti (Bertoli et al., 2009). Inoltre, poiché l’aumento della produzione va di pari passo conl’aumento del reddito, il Paese di destinazione potrà contare anche su benefici fiscali collegatiall’ampliamento della base imponibile. Tuttavia, isolare il contributo dell’immigrazione e quantificarlo non èsempre possibile e agevole. Una misura alternativa dei benefici, seppure necessariamente limitata a specificiambiti di applicazione, è quella proposta da I-com (2011), che ha provato quantificare il valore dei brevettiregistrati dai migliori venti scienziati italiani residenti all’estero. Per quanto innovativa e interessante, questa 2
  4. 4. misura non considera il fatto che la registrazione dei brevetti è spesso opera di ricercatori che lavorano inteam e con attrezzature adeguate. Se questi ricercatori fossero rimasti in Italia, non è dimostrabile cheavrebbero creato lo stesso valore.I costi. Un laureato è uno studente che ha frequentato per almeno tre anni una università. Anche se il laureatoha partecipato in qualche modo ai costi per la propria istruzione, la percentuale di copertura dei costi,specialmente nelle università statali, è estremamente limitata. Una misura “minima” del costo fiscale delbrain drain è quindi ottenibile in termini di spesa pubblica dedicata all’istruzione dei laureati che poi hannolasciato il Paese. Una misura “massima” invece potrebbe considerare l’intero costo per l’istruzione (dallaprimaria alla terziaria) del laureato che lascia il Paese.I benefici per il Paese di origine. I lavoratori emigrati all’estero tendono a trasferire al Paese di origine (omeglio, alle loro famiglie nel Paese d’origine) parte dei propri guadagni. È stata questa considerazione cheha fatto concludere alla letteratura tradizionale che la circolazione dei cervelli, soprattutto nei Paesi piùpoveri, potrebbe avere benefici per gli stessi Paesi di origine. Uno studente laureato in un Paese povero e chedecida di lavorare in patria potrebbe e non essere in grado di guadagnare quanto guadagnerebbe all’estero. Ineffetti, è proprio per questo motivo che i laureati migliori se ne vanno. Il ritorno in patria di parte del redditoprodotto all’estero ripaga o addirittura più che compensa il Paese di origine per il costo fiscale sostenuto perl’istruzione del laureato espatriato. La letteratura più recente (Stark, Helmenstein e Prskawetz, 1997; Beine,Docquier e Rapoport, 2001; Bertoli e Brücker, 2008) ha inoltre evidenziato come proprio le prospettive diemigrazione siano positivamente correlate con l’aumento di capitale umano nel Paese di origine, con tutti ibenefici che ciò può portare. L’idea è che, anticipando possibili guadagni più elevati all’estero in caso diemigrazione, un numero maggiore di cittadini nel Paese di origine sarà intenzionato a investire in istruzionerispetto al caso in cui invece questa prospettiva non esiste (cosiddetto brain effect). Certamente, in caso dieffettiva emigrazione il beneficio tenderà a scomparire (drain effect); ciononostante, spesso ilcomportamento migratorio “effettivo” risulta inferiore a quello “desiderato”; inoltre, una quota di emigrantipotrebbe ritornare nel Paese di origine dopo un certo periodo di anni, portando con sé esperienze e tecnologie(fenomeno dell’adozione; Docquier e Rapoport, 2009). Ragionando su tutti questi elementi si arriva a unaconsiderazione fondamentale: come per ogni fattore di produzione, è bene che il capitale umano vengaallocato dove più elevati sono i suoi rendimenti o dove maggiori sono le possibilità che questi rendimenti sirealizzino. È quindi opportuno creare le condizioni perché questo capitale umano trovi conveniente tornarenel Paese di origine, o perlomeno creare dei network per far circolare le doti di conoscenza acquisite. AncoraDocquier e Rapoport (2009) ritengono che proprio la circolazione dei talenti abbia contributo all’apertura ealla modernizzazione di Paesi come Cina e India.Le esternalità positive e negative. Tra le esternalità positive per i Paesi di destinazione si considerano,solitamente, quelle legate alla presenza di una società mediamente più istruita nei Paesi di destinazione; per iPaesi di origine, invece, le esternalità positive fanno riferimento alla capacità dei migranti e dei residenti dicreare reti per la circolazione di idee, good practices e, come appena ricordato, tecnologie. Questacircolazione vale naturalmente sia per i principi dell’economia (importanza della competizione, delcommercio internazionale, etc.) sia per quelli della politica (importanza della partecipazione, del voto,dell’informazione libera, etc.), portando miglioramenti al funzionamento di istituzioni quali il mercato e lademocrazia. Tra le esternalità negative, e ciò riguarda invece i soli Paesi di origine, si inseriscono invecequelle legate all’impoverimento dell’offerta di lavoro, in particolare quando è basso il grado di sostituibilitàtra lavoratori di abilità e livelli di istruzione diversi (Bhagwati e Hamada, 1974; Piketty, 1997). Piùrecentemente, è stato anche proposto di considerare esternalità negative quelle legate al cosiddetto“degiovanimento”1 della società: questo fenomeno ha infatti, tra le sue conseguenze, un rallentamento dellacrescita economica e un aumento della corruzione2. Tutti questi benefici (o danni) collegati a esternalità nonsi possono dunque escludere; ovviamente, sono però ben difficilmente quantificabili. Un metodo per tenerein dovuta considerazione questi aspetti potrebbe essere quello di individuare opportune proxy per ogniesternalità individuata. Al momento, però, la letteratura non ha ancora trovato una proposta convincente.1 www.degiovanimento.com.2 Sul punto si vedano, per esempio, Balduzzi e Rosina (2010, 2011a, 2011b) o altri contributi suwww.degiovanimento.com. 3
  5. 5. Oppure, si possono ignorare questi aspetti, sapendo però che in questo modo si perderebbe parte dellacomprensione del fenomeno.A proposito della difficoltà dei confronti internazionali e di trovare degli standard di misurazione delfenomeno largamente accettati, Dumont e Lamaître (2004), come anticipato, rilevano che in alcuni Paesivengono classificati come immigrati tutti coloro che sono nati all’estero, mentre altri Paesi si concentranosolo su coloro che hanno mantenuto la nazionalità straniera. Inoltre, gli stessi autori lamentano come lebanche dati nazionali tendano a raccogliere maggiori informazioni su chi immigra nel Paese ma a perderevelocemente traccia dei propri espatriati all’estero. Per quanto concerne il caso italiano, questo significa chea meno di informazioni precise che solo l’AIRE (Anagrafe degli Italiani Residenti all’Estero) potrebbefornire, è necessario raccogliere i dati degli emigrati italiani direttamente dalle statistiche straniere, facendobene attenzione a concentrarsi sui soli residenti italiani all’estero nati in Italia. Inoltre, vale la pena diricordarlo, l’AIRE fornisce informazione solo sugli immigrati che sono registrati presso l’Agenzia stessa.Docquier e Rapoport (2009), invece, riassumono l’evoluzione delle misure di brain drain utilizzate e deisuccessivi miglioramenti. Un primo set di misure (Carrington e Detragiache, 1998; Docquier, Lowell eMarfouk, 2009) è basato sui dati dei censimenti 1990 e 2000 riguardanti le emigrazioni internazionali versoPaesi OCSE per livelli di istruzione. I maggiori problemi di queste misure riguardano il fatto che sono basatisulla popolazione con più di 25 anni, che utilizzano una definizione molto ampia di istruzione terziaria e chenon comprendono informazioni sull’occupazione degli emigrati. Ciò significa che questi indicatori nonpermettono di tenere conto del fatto che alcuni emigrati si siano formati già nel Paese di destinazione(annullando ciò che abbiamo chiamato costo fiscale del brain drain), che non si possa adeguatamentedistinguere tra laureati e detentori di titoli più elevati di studio e che, infine, non si sappia esattamente quantoquesti talenti abbiano reso, in termini di reddito prodotto, nei Paesi di destinazione. In linea di principio, èinfatti possibile che un laureato, pur emigrando, non sia poi in grado nemmeno all’estero di ottenererendimenti elevati dal proprio investimento in capitale umano3. La misura proposta in questi contributi èl’”highly skilled expatriation rate” (HSER), il tasso di emigrazione degli individui altamente qualificati, cioèla quota di individui, all’interno della popolazione con elevata istruzione, che è emigrata.Per ovviare al problema del controllo del country of training, Beine, Docquier e Rapoport (2007) hannousato dataset in cui approssimano questa variabile con l’età di emigrazione, distinguendone tre: 12, 18 e 22.Questa correzione, seppur coi limiti che può avere tale approssimazione, permette di valutare dove èavvenuta la formazione degli emigrati. Se la differenza tra tasso di emigrazione alle diverse età è elevato, ciòsignifica che molti individui si saranno formati nei Paesi di destinazione e che, dunque, non c’è costo fiscalediretto del brain drain.Ancora Docquier e Rapoport (2009) introducono infine una correzione che migliora l’informazionecontenuta nell’indicatore precedente, vale a dire l’età precisa di ingresso nel Paese di destinazione. Anche inquesto caso, l’età è considerata una proxy del luogo di conseguimento di diversi livelli di istruzione.Le banche dati utilizzati generalmente nelle ricerche, e potenzialmente molto utili, sono riassunte nellatabella 1. I dati utilizzati per i confronti internazionali sono solitamente riconducibili ai censimenti nazionalieffettuati ogni dieci anni. Nel corso del tempo alcuni standard di rilevamento sono stati uniformati.Ciononostante, la bassa frequenza dei censimenti rende l’analisi, seppur indiretta, dei flussi praticamenteimpossibile. Ci si può comunque attendere un aggiornamento dei data set esistenti proprio a seguito dellerilevazioni di questo decennio. È questo il caso dei database di derivazione OCSE, variamente integrati,corretti e utilizzati, come mostrato poco sopra, nella quasi totalità della letteratura scientifica.Si tornerà invece più sotto sulle criticità delle fonti nazionali3 Quest’ultimo fenomeno è noto come brain waste. 4
  6. 6. Tabella 1: Fonti informativeFonte Contenuto e limitiOCSE Dati internazionali di stock, relativi ai censimenti decennali, su immigrazioni per età e titolo di studio. Il migliore per i confronti internazionali ma con pochi anni a disposizioneEUROSTAT Dati internazionali, relativi a spesa per istruzione e caratteristiche degli emigrati. Il migliore per quanto riguarda la ricchezza delle informazioni contenuteISTAT Dati sulle emigrazioni annuali relativi all’Italia, per titolo di studio. Dati di non immediata accessibilità dal sitoAIRE Dati relativi ai residenti italiani all’estero. Dati solo parzialmente accessibili pubblicamenteMIUR Dati su studenti e laureati in ItaliaALMALAUREA Dati sulla situazione occupazionale dei laureati italiani a uno, tre e cinque anni dal termine degli studi. Contiene informazioni sul luogo di occupazioneCARITAS/MIGRANTES Dati derivati da AIRE, rielaborati con questionari in aree geografiche specifiche2. LA SITUAZIONE IN ITALIAIn questa sezione, si presentano alcuni dati, frutto di contributi precedenti o di elaborazioni su fontistatistiche ufficiali, che entrano nel dettaglio della realtà italiana. Innanzitutto si discute criticamente questestesse fonti, evidenziando in particolare le loro lacune e le possibilità di miglioramento. Dopodiché, siintroducono alcune misure di brain drain per quantificare il fenomeno in Italia e per operare alcuni confrontiinternazionali. Come evidenziato sopra, però, questo non basta. Il brain drain in sé non è né positivo nénegativo: è dunque importante anche quantificare costi e benefici che queste emigrazioni comportano. Infine,si presentano alcuni dati sulla mobilità degli studenti italiani e sui flussi di studenti stranieri nelle universitàitaliane.2.1 Le fonti: cosa c’è e cosa mancaCome già evidenziato in precedenza, la letteratura lamenta ancora oggi della mancanza di fonti informativecomplete e confrontabili. Ciononostante, nell’ultimo decennio si sono succeduti diversi tentativi dimigliorare e integrare i database a disposizione. Si cercherà quindi di caratterizzare il fenomeno del braindrain per il nostro Paese utilizzando tutte le fonti a disposizione e presentando in maniera critica i risultatidella letteratura. Ovviamente, non si tratterà di numeri totalmente nuovi a chi conosce la materia. Il presentecontributo consiste comunque nel fare ordine tra le misure disponibili e, soprattutto, nell’approccio critico alloro utilizzo e nell’utilizzo di questi limiti per formulare richieste di integrazione dei database.Le fonti più importanti, almeno dal punto di vista teorico, sono sicuramente l’AIRE e l’ISTAT. L’AIREfornisce la fotografia dei residenti italiani all’estero. Tuttavia, i dati dell’AIRE riguardano esclusivamente gliItaliani residenti all’estero che volontariamente si sono iscritti e hanno fornito informazioni. Questo aspettonon è per nulla secondario: diverse ricerche4 hanno infatti evidenziato come esistano discrepanzequantitativamente molto rilevanti tra la banca dati dell’AIRE e altri database. L’incompletezza el’incongruenza dei dati rischiano di fornire una fotografia quantomeno incompleta, se non addirittura errata,4 Ghio (2010), per esempio, insiste sulle discrepanze tra dati Eurostat e AIRE per quanto concerne gli Italiani residentiin Belgio. La scrittrice Claudia Cucchiarato (“Vivo altrove”, Bruno Mondadori, 2010), inoltre, ha condotto unesperimento sui residenti all’estero per “La Repubblica”. Dei 25.000 volontari che hanno risposto, meno del 46%risulta iscritto all’AIRE (http://www.repubblica.it/economia/2010/10/22/news/cucchiarato-8316581/). 5
  7. 7. del fenomeno in esame. Inoltre, i dati accessibili pubblicamente sono molto limitati e non riportano alcuneinformazioni circa il grado di istruzione dei residenti italiani all’estero o del motivo della loro emigrazionené tantomeno del lavoro svolto o del reddito percepito. È chiaro, alla luce di quanto evidenziato sopra, chequesti dati sono necessari per valutare eventuali costi e benefici del brain drain del nostro Paese.Qualche informazione in più è fornita invece dalle ricerche Caritas/Migrantes, che integrano i dati AIRE conquestionari ad hoc limitati ad alcune specifiche aree geografiche (nel 2010, Canada, Francia, Regno Unito,Romania e Spagna). Per quanto più completi, questi dati risentono dunque ancora di una certa limitatezzageografica. Ulteriori informazioni sui titoli di studio all’estero sono ricavabili anche dal database “DaVinci”che, in modo molto macchinoso, fornisce la “geografia” dei 3000 ricercatori che sono iscritti al database.I dati sui trasferimenti di residenza dell’ISTAT, invece, danno conto delle variazioni annuali delleemigrazioni dall’Italia. Anche in questo caso, però, i dati non sono regolarmente e coerentemente raccolti.Per esempio, i dati relativi all’emigrazione per titolo di studio sono disponibili solo per il 2008 e non per glianni precedenti. Inoltre, questi numeri sono stranamente disponibili nei documenti ufficiali ma non nelletabelle messe a disposizione sul sito della stessa ISTAT.Benché poco chiaro, il sito del MIUR fornisce interessanti informazioni sul numero e sulla provenienza deglistudenti stranieri in Italia, nonché sul numero dei laureati. Le informazioni sembrano in questo casosufficienti ad analisi quantitative del fenomeno (anche se il sito non sempre appare facilmente accessibile e idati sono stati affinati solo negli ultimi anni). Informazioni qualitative importanti, e non disponibili,dovrebbero riguardare il futuro lavorativo di questi laureati stranieri. Se, per esempio, studiassero in Italia etornassero a lavorare in patria, si profilerebbe per il nostro Paese un “costo economico” identico a quello diuno studente italiano laureato che andasse a lavorare all’estero.La meritoria iniziativa di Almalaurea ha portato alla costruzione di un database che, per quanto ancoraincompleto, riguarda ormai la maggioranza delle università pubbliche italiane. L’indagine riporta dati sullasituazione occupazionale dei laureati italiani a uno, tre e cinque anni dal termine degli studi, coninformazioni sul luogo di occupazione. Purtroppo, la disponibilità della documentazione raccolta per tipo dicorso e anni dalla laurea può variare da un anno di indagine allaltro e dunque i confronti non sono semprepossibili. Inoltre, e cosa più grave dal punto di vista della ricerca, il database on line non fornisceinformazioni sulla situazione occupazionale all’estero dei laureati italiani, benché i rapporti annuali diAlmalaurea riportino dati dettagliati.Riassumendo, sarebbe necessario poter avere a disposizione dati grezzi, tanto di flusso quanto di stock, cheriportino numeri relativi al titolo di studio di chi lascia, di chi viene e di chi torna in Italia, il Paese in cuiquesto titolo è stato acquisito, il tipo di lavoro e il livello di reddito percepito dagli Italiani laureati cherisiedono all’estero. Questi dati, insieme a quelli invece già disponibili e accessibili sul livello della spesa diistruzione in Italia, potranno infine permettere una ragionevole misura della circolazione dei talenti italiani.Infine, ulteriori informazioni qualitative interessanti potrebbero essere raccolte da ricerche campionarie chefacciano emergere i motivi specifici dell’espatrio. Da questo punto di vista, i pochi tentativi realizzati (sivedano, per esempio, Monteleone e Torrisi, 2010, per i soli docenti universitari), evidenziano come causeprincipali la volontà di aderire a sistemi economici più produttivi, più meritocratici, con meno burocrazia epiù stimolanti. Ovviamente, non va nemmeno ignorata la principale causa economica, vale a dire la ricerca diun wage premium soddisfacente e adeguato per il proprio titolo di studio (OECD, 2011). Tuttavia, è evidenteche anche in questi contributi soffrono del limite di inadeguatezza della scelta del campione rappresentativo,fintantoché non si avranno informazioni sufficienti e complete sulla “popolazione” di riferimento. Nellemore di queste informazioni, si passa ora a presentare altri indicatori di brain drain proposti finora dallaletteratura5.5 Il recente progetto “Global Science Project” del Politecnico di Milano mostre tuttavia le migliori premesse per laformazione di un database che comprenda informazione sui talenti italiani e di altri 16 Paesi residenti all’estero nellearre scientifiche di chimica, biologia, scienza dei materiali e ambiente. 6
  8. 8. 2.2 Il brain drain in ItaliaUna prima valutazione del fenomeno, sia dal punto di vista quantitativo sia dal punto di vista qualitativo, èfornita da Becker, Ichino e Peri (2003). Nel loro lavoro, viene utilizzato un campione dei dati messi a 6disposizione dall’AIRE, per “concessione” del Ministero dell’Interno . Come evidenziato sopra, si tratta diinformazioni che riguardano gli italiani residenti all’estero e registrati presso l’agenzia. Le informazionipotrebbero dunque essere incomplete. Le misure di brain drain proposte dagli autori si basano sulla quantitàdi capitale umano del Paese, con l’idea che questo sia una determinante del reddito nazionale (e della suacrescita nel tempo): se il brain drain influisce negativamente sul capitale umano del nostro Paese, alloradobbiamo attenderci conseguenze negative anche sul reddito, misurato dal PIL, del Paese stesso. Piùprecisamente, il capitale umano è misurato o in termini di anni di scolarizzazione o in termini di titolo distudio. Per entrambi gli indici, il paper conferma una perdita di capitale umano da parte dell’Italia a partiredagli anni ’90.Per avere qualche informazione più precisa, però, è bene definire quanti sono gli Italiani residenti all’estero.Da questo punto di vista, sono i numeri forniti dall’AIRE e dalla Fondazione Migrantes (che integra la bancadati AIRE con indagini specifiche per alcuni Paesi7) a fornire i dati più completi. Nel 2008 il numero totalidegli Italiani residenti all’estero era di 3.734.428, mentre nel 2009 era di 3.915.767. Si tratta però dei soliresidenti iscritti all’AIRE: il dato dunque è probabilmente da rivedere in eccesso. Ai fini delle valutazionisulla fuga dei cervelli, è bene inoltre sottolineare che poco meno del 60% di questi residenti è effettivamenteemigrata, mentre i restanti sono cittadini italiani già nati all’estero. Questo dato è molto importante nelladefinizione del “costo” eventuale della fuga. Inoltre, questi dati non dicono nulla sul dove gli eventualilaureati hanno acquisito il titolo di studio. Infine, ogni anno sono circa 17.500 gli studenti universitari che sirecano all’estero all’interno del programma i scambio Erasmus. Questi numeri sono abbastanza coerenti coni dati dei censimenti 2001 raccolti dall’OCSE e che quantificano in 2.430.339 lo stock di Italiani residentiall’estero e maggiori di 15 anni. La Tabella 2 raccoglie questi dati e li confronta con le caratteristiche degliimmigrati in alcuni Paesi OCSE. Tabella 2: Immigrati ed Emigrati, per titolo di studio (2001) Istruzione Istruzione Istruzione terziaria secondaria primaria Paese Livello % Livello % Livello % Immigrati 246.554 12,2 677.013 33,5 1.097.367 54,3 Italia Emigrati 300.631 13,0 619.946 26,8 1.395.714 60,3 Immigrati 1.013.636 18,1 1.523.254 27.2 3.068.909 54,8 Francia Emigrati 348.432 36,4 313.538 32,8 294.700 30,8 Immigrati 1.970.870 15,3 5.294.297 41,1 4.534.288 35,2 Germania Emigrati 865.255 30,4 1.201.040 42,1 783.364 27,5 Immigrati 1.373.513 30,5 968.214 21,5 1.603.182 35,6 Gran Bretagna Emigrati 1.265.863 41,2 1.006.180 32,8 798.421 26,0 Spagna Immigrati 404.836 21,8 423.407 22,8 1.028.804 55,4 Emigrati 137.708 18,7 204.284 27,8 392.793 53,5 Immigrati 8.216.282 25,9 10.881.022 34,3 12.625.793 39,8 Stati Uniti Emigrati 390.244 49,9 220.869 28,3 170.665 21,8 Fonte: elaborazioni su Dumont e Lamaître (2004), dati OECD (2001; 2009a), Beltrame (2007). Nota: alcune percentuali non sommano a 100 per incompletezza dei dati (titolo di studio sconosciuto).Come si può facilmente notare, l’Italia è l’unica Paese tra quelli riportati in cui il saldo tra laureati residentiall’estero e immigrati laureati residenti in Italia è negativo. Tuttavia, quanto confronto che pure è istruttivo,non permette una valutazione completa del fenomeno, per il quale servirebbero dati aggiornati e soprattutto6 La banca dati completa dell’AIRE non è infatti pubblicamente disponibile on line.7 Fondazione Migrantes (anni vari). 7
  9. 9. informazioni sui flussi annuali. In attesa dei dati dei censimenti 2011, l’AIRE potrebbe però gia oggi fornireinformazioni sul numero di Italiani all’estero per titolo di studio. Al contrario, tra le informazionipubblicamente accessibili (dal 2005), l’AIRE si limita a fornire la distribuzione dei residenti all’estero perfasce decennali di età (estremi esclusi), che riportiamo nella tabella 3. Tabella 3: Italiani residenti all’estero, per fasce d’età Fasce d’età/Anno 2005 2006 2007 2008 2009 2010 < 17 553.823 576.510 594.784 625.493 655.122 659.935 18-24 289.410 297.603 304.757 325.997 340.545 350.405 25-34 519.319 525.034 535.678 562.264 578.869 590.177 35-44 576.709 578.070 592.864 623.075 640.513 657.004 45-54 487.632 487.803 504.761 538.885 562.804 585.318 55-64 441.157 437.434 446.181 470.137 487.121 507.399 65-74 363.700 358.696 363.129 375.793 381.118 387.504 >75 288.706 286.658 307.223 331.970 349.640 377.493 Totale 3.520.809 3.547.808 3.649.377 3.853.614 3.995.732 4.115.235 Fonte: elaborazione su dati AIREÈ opportuno poi chiedersi anche dove questi italiani laureati e residenti all’estero abbiano effettivamenteconseguito il proprio titolo di studio. Qualche informazione aggiuntiva è fornita dall’ISTAT, a partire dal2008. In quell’anno, infatti, sono emigrati (o meglio, hanno trasferito la loro residenza all’estero) 39.536italiani, tra cui 6.552 laureati, vale a dire quasi il 17% del totale. Nel 2009, invece, sono emigrati 39.024italiani, tra cui 5.839 laureati, vale a dire il 15% del totale. Tra il 2008 e il 2009, dunque, sono diminuite siale emigrazioni sia, nel particolare, l’esodo dei laureati italiani verso l’estero, rispettivamente dell’1,3% e del10,9%. Le tabelle 4 e 5 riportano le principali destinazioni rispettivamente del totale degli emigrati e dei solilaureati italiani. Tabella 4: La destinazioni degli emigrati italiani Destinazione Totale, 2008 Totale, 2009 Livello % Livello % Germania 6.185 15,6 6.281 16,1 Gran Bretagna 5.528 14,0 5.042 12,9 Svizzera 4.262 10,8 4.196 10,8 Francia 3.135 7,9 3.248 8,3 Spagna 2.924 7,4 2.890 7,4 Stati Uniti 2.591 6,6 2.345 6,0 Altri Paesi 14.911 37,7 15.022 38,5 Totale 39.536 100 39.024 100 Fonte: ISTAT ed elaborazioni su dati ISTATLe tabelle riportano solo i primi sei Paesi di destinazione, che però rappresentano per entrambi gli anni il60% circa degli emigrati e che corrispondono, salvo poche variazioni nell’ordine, ai primi sei Paesi didestinazione per i laureati. Presentano inoltre la quota di laureati emigrata: nel 2008 circa un quinto di chi èemigrato in Francia, Gran Bretagna o Stati Uniti era laureato, mentre l’incidenza era più vicina al 10% perSpagna e Germania; nel 2009, invece, sempre il 20% circa di chi è emigrato negli stati Uniti era laureato,mentre le percentuali calano al 15% circa per chi è emigrato in Francia e Gran Bretagna. Perdono quindi unpo’ di appeal le tradizionali destinazioni dei laureati italiani. 8
  10. 10. Tabella 5: La destinazioni dei laureati italiani Laureati emigrati, Laureati emigrati, % emigrati laureati 2008 2009 sul totale emigrati Livello % Livello % 2008 2009 Germania 685 10,5 580 9,9 11,1 9,2 Gran 1.094 16,7 820 14,0 19,8 16,3 Bretagna Svizzera 663 10,1 631 10,8 15,6 15,0 Francia 570 8,7 499 8,5 18,2 15,4 Spagna 396 6,0 414 7,1 13,5 14,3 Stati Uniti 545 8,3 451 7,7 21,0 19,2 Altri Paesi 2.599 60,3 2.444 58,0 Totale 6.552 100,0 5.839 100 16,6 15,0 Fonte: ISTAT ed elaborazioni su dati ISTATUna misura grezza ma molto utilizzata in letteratura, come più sopra anticipato, è l’highly skilledexpatriation rate (il tasso di emigrazione degli individui altamente qualificati, cioè la quota di individui,all’interno della popolazione con elevata istruzione, che è emigrata; HSER). Le elaborazioni più recenti per ilcalcolo di questo indice sono raccolte da Beine et al (2006). In Italia, questo valore è sceso dall’11,2% del1990 al 10,0% del 2000. Questo significa che per ogni 100 studenti italiani che ottengono una laurea, dieci diloro lavorano allestero. La situazione in altri Paesi è molto varia, come evidenziato in Tabella 6: nel 2000,questo rapporto era del 3,4% in Francia e del 4,3% in Spagna, ma ben oltre il 15% in Gran Bretagna. Tabella 6: Misure di brain drain (1): il tasso di emigrazione dei laureati HSER 1990 2000 Italia 11,2 10,0 Francia 2,7 3,4 Germania 5,7 5,2 Grecia 14,2 12,0 Spagna 3,8 4,3 Gran Bretagna 17,9 16,7 Stati Uniti 0,5 0,5 Fonte: Beine at al. (2006)Come anticipato, però, l’HSER non fornisce alcuna informazione né sui benefici apportati dai laureatiemigrati né sui loro costi. Inoltre, non tiene nemmeno conto del reale luogo dove la qualificazione è stataconseguita (se in Italia o già all’estero). È evidente che se la differenza tra tasso di emigrazione alle diverseetà è elevato, il costo fiscale diretto del brain drain è meno elevato di quanto atteso. La tabella 7 presentaquindi informazioni sull’HSER corretto per età di trasferimento, utilizzata come variabile proxy del luogo diconseguimento del titolo di studio. In Italia, nel 2000, il rapporto tra HSER a 22 anni e HSER non correttoera di circa il 60%, così come in Germania. In Francia, Gran Bretagna e Spagna il rapporto cresce invece aoltre il 70%. Questo significa che, in realtà, il 40% circa dei laureati italiani all’estero si era formata già oltrei confini nazionali, segno probabilmente che per il nostro Paese i ricongiungimenti famigliari sono ancora unimportante fattore di emigrazione. 9
  11. 11. Tabella 7: Misure di brain drain (2): il tasso di emigrazione dei laureati, per età HSER a 12 HSER a 18 HSER a 22 1990 2000 1990 2000 1990 2000 Italia 9,1 8,2 7,8 7,1 6,7 6,1 Francia 2,3 2,9 2,1 2,6 1,9 2,4 Germania 4,5 4,3 3,9 3,8 3,3 3,2 Grecia 12,2 10,4 10,8 9,3 9,4 8,3 Spagna 3,2 3,7 2,9 3,4 2,6 3,1 Gran Bretagna 15,2 14,3 14,0 13,0 12,6 11,7 Stati Uniti 0,4 0,4 0,4 0,4 0,4 0,3 Fonte: Beine at al. (2006)Un altro problema dell’HSER è che considera solo i flussi in uscita. È dunque utile ricorrere all’highlyskilled exchange rate (tasso di scambio di individui con elevato grado di istruzione, HSXR), che è il rapportotra flussi in entrata e flussi in uscita della popolazione altamente qualificata. Come illustrato in tabella 8,questo rapporto è del -1,2% in Italia, del 2,8% in Francia, del 2,2% in Germania, del 2,9% in Spagna, del1,1% nel Regno Unito, e quasi del 20% in USA (Beltrame, 2007, su dati OCSE). Ciò suggerisce chel’eccezionalità dell’Italia, rispetto agli altri Paesi, non risiede nella sua incapacità di trattenere le persone piùistruite quanto nell’incapacità di attrarne altre. Tabella 8: Misure di brain drain (3): il tasso di scambio dei laureati HSXR, 2005 Italia -1,2 Francia 2,8 Germania 2,2 Spagna 2,9 Gran Bretagna 1,1 Stati Uniti 19,9 Fonte: Beltrame (2007)Come mai in Italia dunque sono più i talenti che emigrano di quelli che arrivano? Si tratta, probabilmente, diuna risposta strettamente collegata alle prospettive occupazionali ed economiche. Secondo Almalaurea(2011), infatti, a un anno dalla laurea ha un lavoro stabile il 48% dei laureati italiani occupati all’estero, 14punti percentuali in più rispetto al complesso dei laureati specialistici italiani occupati in patria. Questo datosconta certamente un effetto selezione: spesso che si sposta ha già un posto di lavoro che lo aspetta. Inoltre lostesso dato andrebbe depurato anche dal numero di studenti stranieri che si sono laureati in Italia e chetornano in patria. Da notare però che anche le retribuzioni medie mensili sono superiori a quelle deglioccupati in Italia: dopo un anno, circa 1.600 euro contro poco più di 1.000 euro, mentre dopo cinque anni ladifferenza è quasi di oltre il 50%: poco più di 2.000 euro contro soli 1.300 euro (livelli non molto diversi aquelli di cinque anni prima; Almalaurea, 2008). In questo caso, tuttavia, andrebbero valutati anche altrielementi, quali il costo della vita o la copertura previdenziale e sanitaria.2.3 Costi e benefici dell’emigrazione qualificataMisurare quanti talenti lasciano un Paese, quanti ne arrivano o quanti ne tornano fornisce però solo unafotografia parziale del fenomeno. Senza una valorizzazione dei costi e dei benefici della circolazione deitalenti, è perlomeno incauto asserire che un determinato Paese si stia impoverendo o arricchendo in base aipropri HSER e HSXR. 10
  12. 12. Ma come misurare costi e benefici? Per il Paese ricevente, esiste certamente un beneficio diretto in termini diaumento della base imponibile, cioè del reddito, e della produttività. Purtroppo, dare un valore a questifenomeni è impossibile se non si hanno informazioni sull’occupazione dei laureati stranieri. Come anticipato,un originale tentativo di quantificazione dei benefici è stato realizzato da I-com (2011), che ha stimato ilvalore generato, in termini di valore di brevetti registrati, dai venti migliori scienziati italiani residentiall’estero. I settori considerati sono quelli della chimica, dell’informatica e comunicazione e dellafarmaceutica. I numeri riportati sono comunque impressionanti; fatte determinate ipotesi sul valore deisingoli brevetti e dei tassi di sconto, il rapporto stima un valore attuale dell’attività di questi scienziati in 861milioni di euro o, in altri termini, una perdita per scienziato di 63 milioni. In realtà, se questo tentativo ha ilmerito di trovare una buona proxy per misurare il beneficio diretto di un cervello residente all’estero, trascurail fatto che un ricercatore, come anche altri fattori di produzione, riesce a rendere quando è inserito in unambiente complementare e stimolante per le proprie capacità. Questi venti top scientists non avrebberonecessariamente reso lo stesso valore in Italia; anzi: proprio per questo motivo, invece, lasciare la libertà aimigliori scienziati di muoversi ma stabilire poi delle reti e collegamenti con gli stessi permetterebbero unacircolazione maggiore e diffusa dei risultati e della ricerca, così come dei benefici collegati.Anche per i Paesi di origine, però, esiste un beneficio economico diretto dalla “fuga dei cervelli”: si trattadelle rimesse che questi lavoratori inviano ai famigliari rimasti in patria. In Italia, tuttavia, questa voce haormai perso l’importanza quantitativa che aveva una volta. Pur essendo l’Italia inclusa tra “top 10 remittancerecipients” dei paesi OCSE a maggior reddito nel 20108, l’incidenza delle rimesse sul PIL è ormaitrascurabile. Già nel 2000, infatti, le rimesse costituivano solo lo 0,03% del PIL (lo 0,17% secondo le stimeOCSE9), un valore di poco inferiore rispetto a quello della Francia (0,043%) e di poco superiore rispetto aquello degli Stati Uniti (0,024%). È quindi possibile affermare che , in effetti, l’emigrazione dei talentiitaliani non porti alcun beneficio economico diretto al Paese.Infine, per quanto riguarda i costi, l’approccio più semplice e intuitivo suggerisce di moltiplicare il numerodi laureati italiani che hanno lasciato il Paese per il costo sostenuto dal Paese di origine per la loro istruzione.Secondo l’OCSE (OECD, 2009a), la spesa annuale per studente universitario in Italia nel 2009 è stata di8.700 dollari (pari a circa 6.500 euro). Moltiplicando questa cifra per 6.552, il numero di laureati italiani chenel 2008 hanno trasferito la propria residenza all’estero, si potrebbe concludere che nel 2008 l’Italia hasupportato un costo diretto del brain drain di circa 170 milioni di euro, pari al costo di ogni laureato perquattro anni di istruzione universitaria. Il risultato, seppure logico e immediato, va comunque preso con ledovute precauzioni. Innanzitutto, non si sa se questi laureati provengono effettivamente da universitàpubbliche o da università private (nel qual caso, la loro partecipazione al costo dell’università diminuirebbeil costo per il paese); inoltre, non è dato conoscere per quanti anni hanno in effetti studiato (corso di laureatriennale o magistrale).2.4 Lo scambio di studentiUna forma particolare di brain drain riguarda anche la mobilità degli studenti. I dati dell’OCSE, riportatinella figura 1, dimostrano che l’aumento degli studenti iscritti a università estere è stato costante a partire dal1975 ma è esploso negli ultimi quindici anni (OECD, 2007). Due terzi degli studenti stranieri iscritti inuniversità dei Paesi OCSE provengono da Paesi esterni all’OCSE stessa (in particolare Cina e India); inEuropa, le mete preferite sono Francia, Germania e Gran Bretagna; fuori dall’Europa, le mete più ambitesono Stati Uniti e Australia (OECD, 2009).8 http://siteresources.worldbank.org/INTPROSPECTS/Resources/334934-1199807908806/HI-OECD.pdf9 Tani (2006). 11
  13. 13. Figura 1: Studenti iscritti in Università estere Fonte: OECD (2007)Il fenomeno è considerato positivo, sia per i Paesi di origine che per quelli di destinazione. Un tentativo diquantificare i guadagni relativi a scambiare studenti con l’estero è stato realizzato da Vision (2011). Lostudio valuta approssimativamente in 20.000 euro l’anno il contributo dello studente straniero in Italia,misurato sulla base del pagamento delle tasse universitarie, dei consumi effettuati nella città dove risiede(affitto, tempo libero, vitto, etc), al netto di eventuali borse di studio e del costo pubblico per la suaistruzione. OECD (2001), invece, riporta alcune stime riferite ad altre specifiche università (vedi figura 2). Figura 2: Costi e benefici annuali (in USD) di ospitare studenti stranieri Fonte: OECD (2001)Al di là delle cifra precise, che sono necessariamente soggette a forti approssimazioni e limiti di valutazione,ciò che rileva è però l’individuazione degli aspetti positivi di ospitare studenti stranieri per il Paese didestinazione, di quelli positivi per il Paese di origine (individui esposti a culture e tecnologie diverse, migliorcomprensione della lingua straniera) e infine di quelli negativi per il Paese di origine (sostanzialmente, laprobabilità che lo studente poi rimanga costantemente all’estero). 12
  14. 14. Tuttavia, alcuni indicatori sul nostro Paese sembrano far prevalere gli aspetti negativi per quanto riguarda lamobilità degli studenti italiani. Dati OCSE (OECD, 2001) mostrano come gli studenti italiani che studianonegli Stati Uniti siano tra quelli più propensi a restare a lavorare all’estero anche dopo avere completato glistudi (oltre il 50%); non solo, sono anche tra gli studenti che effettivamente vi restano (circa il 40%).Quanti sono invece gli studenti stranieri in Italia? Nel 2004/2005, su 1.820.221 studenti iscritti a Universitàitaliane, 38.298 erano stranieri (il 2,1% del totale). Per quanto riguarda i soli iscritti al primo anno(immatricolati), su un totale di 331.893 studenti, gli stranieri erano 8.758 (il 2,6%). Tre anni dopo (annoaccademico 2007/2008), su 1.809.192 studenti iscritti a Università italiane, ben 51.803 erano stranieri (il2,9% del totale). Per quanti riguarda i soli immatricolati, su un totale di 307.426 studenti, gli stranieri erano11.500 (il 3,7%). La tabella 9 presenta i dettagli di queste cifre per provenienza geografica (continente) deglistudenti stranieri. Tabella 9: Studenti stranieri in Italia. Distribuzione per area di provenienza Iscritti Provenienza 2004/2005 2007/2008 Africa 9,7 11,1 Asia 10,1 15,3 Europa 72,1 64,7 Nord America 1,7 1,6 Oceania 0,1 0,1 Sud America 6,3 7,2 Totale 100,0 100,0 Elaborazioni su dati MIUR -URST/AFAM- Ufficio di statisticaL’Italia accoglie sempre più studenti extraeuropei, in particolare quelli provenienti da Cina, Nord Africa, edEuropa dell’Est. Come mostrato dall’OCSE (OECD, 2011), però, il trend in crescita è ancora lontanissimodal raggiungere il livello di altri Paesi: meno del 2% degli studenti che studiano all’estero sceglie l’Italiacome meta, mentre gli Stati Uniti accolgono il 20% di questi studenti, la Gran Bretagna il 12% e la Francial’8%. Oltre alla lingua di insegnamento, che nella maggior parte dei casi è l’italiano, anche il costo elevatodelle spese di vitto e alloggio e la mancanza di una politica uniforme in materia costituiscono i maggiorielementi di freno.All’aumento degli iscritti in Italia è corrisposto un aumento (quasi un raddoppio) dei laureati stranieri inItalia tra il 2004 e il 2009 (tabella 10). Curiosamente, le proporzioni degli studenti stranieri per provenienzasono rimaste costanti nel tempo, e il loro valore assoluto è quasi raddoppiato per quanto riguarda gli studentiprovenienti dall’Africa e dal resto d’Europa, mentre è addirittura triplicato per quanto riguarda gli studentiasiatici. In totale, i laureati stranieri erano l’1,3% del totale nel 2004 e il 2,3% nel 2009. Il tasso di crescitadegli studenti stranieri laureati in Italia nel periodo 2004-2005 è ancora più apprezzabile se si pensa che nel1999 il loro valore era di 1.583 su 139.109 (l’1,1%, come nel 2004).La ragione di questo incremento, sia per quanto riguarda il numero di studenti sia per quanto riguarda ilnumero di laureati, è probabilmente individuabile in fattori geopolitici sovra-nazionali (per esempio, lemaggiori difficoltà di accesso negli Stati Uniti dopo l’11 settembre 2001 o la sempre maggiore aperturaall’occidente di Paesi come la Cina). Inoltre, alcune Università italiane hanno deciso di dedicare proprio aglistudenti stranieri specifiche politiche di accoglienza e sostengono (si veda la sezione 4). 13
  15. 15. Tabella 10: Laureati stranieri in Italia (valori assoluti e percentuali) Provenienza 2004 (VA) 2009 (VA) 2004 (%) 2009 (%) Africa 313 611 9,0 9,0 Asia 383 1.001 11,0 14,8 Europa 2.482 4.519 71,1 66,9 Nord America 63 139 1,8 2,1 Oceania 6 8 0,2 0,1 Sud America 242 475 6,9 7,0 Totale 3.489 6.753 100,0 100,0 Italiani residenti all’estero 198 326 Totale Laureati in Italia 268.821 292.810 Elaborazioni su dati MIUR -URST/AFAM- Ufficio di statistica3. COME GESTIRE IL BRAIN DRAIN: ESPERIENZE INTERNAZIONALI A CONFRONTOLo sviluppo economico di un Paese è indubbiamente influenzato dai flussi migratori che lo riguardano(Beine, Docquier e Rapoport, 2001; Cohen e Soto, 2006). Questi flussi possono avere conseguenze sianegative sia positive tanto per il Paese di origine dei flussi quanto per quelli di destinazione. Si tratta diconseguenze complesse e i cui effetti si sentono anche nel lungo periodo. Dal punto di vista della gestionedel brain drain ciò ha importanti ripercussioni, perché significa che la gestione e la valutazione delfenomeno non possono limitarsi ai soli effetti negativi di breve periodo (impoverimento del capitale umanonel Paese di origine) o a quelli positivi di medio-lungo periodo (eventuali rimesse dall’estero).La capacità di alcuni Paesi di attrarre più talenti rispetto ad altri Paesi o di convincere i propri talenti aritornare dipende certamente da una serie di fattori legati alla cultura, alla lingua e alla storia di questenazioni. Tuttavia, essa dipende anche dalle specifiche politiche adottate dai singoli contesti nazionali. Inquesta sezione si propone una classificazione delle politiche adottate a livello internazionali per gestire ilfenomeno del brain drain e si forniscono anche numerosi esempi di applicazione di queste politiche. Lamaggior parte di queste politiche riguarda la gestione dei lavoratori, anche se ma in maniera sempre piùconsistente l’attenzione dei policy maker si è spostata alla mobilità internazionale degli studenti. Tabella 11: Come attrarre talenti - Disincentivi alla residenza1. Politiche coercitive di rientro - Incentivi al rientro - Programmi RQN - Favorire la residenza temporanea - Favorire la residenza permanente2. Politiche migratorie - Favorire esigenze contingenti del mercato del lavoro - Favorire l’accumulazione di capitale umano3. Politiche limitative di trattenimento - Esenzioni fiscali4. Politiche incentivanti di attrazione - Incentivi economici generici - Altri incentivi5. Accordi bilaterali - Diaspora network6. Politiche pro-attive di circolazione - Incentivi economici e politici - Favorire il ritorno con la creazione di nuovi distretti industriali 14
  16. 16. Come si diceva, le politiche di gestione del brain drain sono molto varie. È dunque utile cercare di riportarlesecondo una classificazione che aiuti a distinguerne i tratti essenziali, vale a dire la tipologia degli strumentiscelti e i soggetti responsabili della loro implementazione a attuazione10. La tabella 11 riporta nella colonnadi sinistra la macroclassificazione di queste politiche e nella colonna di destra alcuni programmi specificiadottati, che saranno poi presentati con maggior dettaglio nel seguito di questa sezione.3.1 Politiche coercitive di rientroDal punto di vista dei Paesi di destinazione, il mezzo più tradizionale per la gestione dei flussi migratori èquello delle politiche di rientro. Si tratta di politiche unilaterali o bilaterali (attraverso accordi con il Paese diorigine) per il rimpatrio dei migranti dopo un determinato periodo di tempo. In realtà, questo tipo di politichesi applica soprattutto agli immigrati a più basse qualifiche (per il fatto che ricoprono posti di lavoro più arischio) o ai richiedenti asilo. Ciononostante, il diffondersi di conflitti bellici (anche su suolo europeo) e laglobalità della crisi internazionale hanno avuto effetti anche sulle occupazione a più elevata qualifica.È quindi utile conoscere perlomeno i tratti salienti e caratterizzanti di queste politiche, che si possono cosìclassificare (IOM, 2004).Politiche di ritorno forzato: politiche coercitive adottate conto la volontà dei migranti e che riguardano perla stragrande maggioranza dei casi migrazioni illegali e individui non registrati nelle statistiche ufficiali.Politiche di ritorno volontario: basate su decisioni assunte liberalmente e volontariamente dagli individui acui sono rivolte; per loro stessa natura, poiché cioè l’impegno finanziario e organizzativo dello Stato inquesti casi è minimo se non addirittura assente, difficilmente le statistiche si concentrano su questa tipologiadi rientri.Politiche di ritorno volontario assistito: includono la possibilità di assistenza finanziaria e altreagevolazioni che facilitino il rientro nel Paese di origine; si tratta delle politiche maggiormente diffuse: sonoconsiderate più economiche ed efficaci rispetto alle politiche di rientro obbligato, sono solitamente associatea forme di informazione e assistenza nel periodo che precede il rientro, vengono spesso co-gestite daorganizzazioni internazionali e funzionano meglio quando derivano da accordi bilaterali tra i diversi Paesi.Limitatamente a questo terzo tipo di politiche, che sono quelle più interessanti, possiamo ulteriormentedistinguere tre tipologie di interventi.3.1.1 Rendere più difficoltosa la residenzaIn alcuni Stati è sono previsti forti disincentivi finanziari che colpiscono gli immigrati che si trattengonotroppo a lungo sul proprio territorio. In Messico o in Spagna, per esempio, aumentano le trattenute suglistipendi, sia a carico del lavoratore che del datore di lavoro.3.1.2 Rendere più profittevoli i rientriPoiché spesso i rientri in patria sono sfavoriti dalla mancanza di prospettive economiche, alcune iniziativeinternazionali hanno avuto come oggetto dei piani di finanziamento per start-up o di educazioneprofessionale. È il caso per esempio del VARRP (Voluntary Assisted Return and Reintegration Programme)in Gran Bretagna, dedicato ai lavoratori della comunità cingalese, dei programmi Développement localmigrations e Co-développement migration,in Francia a favore di lavoratori regolari e irregolari provenientida Senegal, Mali e Romania che vogliono aprire un’attività d’impresa nel Paese di origine, o infine degliaccordi bilaterali tra Olanda e Marocco, Tunisia e Turchia. In generale, si tratta di programmi poco efficientie che devono gran parte dell’eventuale successo alla disponibilità e alle condizione economiche e di sviluppo10 L’elenco proposto differisce dalla classificazione tradizionale delle sei R (Return, Restriction, Recruitment,Reparation, Resourcing, Retention) utilizzata invece da altri autori, come per esempio Wickramasekara (2002), inquanto si è deciso di porre l’enfasi su elementi diversi di queste politiche, più specifici per il caso dei lavoratoriqualificati. 15
  17. 17. dei Paesi di origine. Limitandosi all’analisi più dettagliata del VAARP, questo programma assistito oltre10,000 individui dalla sua creazione nel 1999. Uno degli strumenti utilizzati dal VARRP è il ReintegrationFund che fornisce in media ad ogni lavoratore che torna in Sri Lanka circa 1.000 sterline, da utilizzare siacome puro sostegno al reddito sia come mezzo per acquisire capitale fisico (ad esempio, attrezzature perl’attività d’impresa) o umano (istruzione). Secondo le prime statistiche (Naik, Koehler e Laczko, 2008), lamaggior parte di questi fondi ha reso possibile la nascita di attività di pesca e di comunicazione. Tuttavia,esse sono spesso criticate perché non garantiscono sufficientemente gli emigrati assistiti sul piano umanitarioe della sicurezza una volta tornati in patria.Un’altra politica di questo tipo ma con un taglio diverso prevede la possibilità di trasferire interamente icontributi pensionistici pagati nel Paese di destinazione al Pese di origine. Esperimenti di questo tipo sonostati proposti in Francia e Germania nel corso degli anni ’80. In quei casi, le politiche non sono apparsesufficienti e non hanno avuto un impatto significativo sui tassi di ritorno in patria. Al contrario, la possibilitàdi trasferire questi contributi ha favorito la residenza nei paesi di destinazione fino all’accumulo di elevaticontributi previdenziali.3.1.3 Programmi di tipo RQN (Return of Qualified Nationals)Infine, alcuni programmi di rientro assistito sono stati specificatamente realizzati proprio a favore deilavoratori più qualificati. Nei paesi europei (IOM, 2004), si tratta di programmi dedicati ai lavoratori diBosnia-Erzegovina (Irlanda, Norvegia) o afgani (Austria, Finlandia). L’assistenza in questo caso va dagliaiuti finanziari e organizzativi per il rientro al Paese di origine, spesso accompagnati da impegni formalidegli stessi lavoratori a essere parte attiva nel processo di ricostruzione del proprio Paese, al finanziamentoagevolato per l’attività d’impresa nel Paese di origine.In generale, questo tipo di politiche ha un effetto molto incerto sui flussi migratori; non costituiscono dunquelo strumento migliore per gestire un fenomeno complesso come quello delle migrazione dei talenti.3.2 Politiche migratorie selettiveOltre a forzare i rientri, i Paesi di destinazione possono cercare di selezionare i flussi migratori verso i propriterritori attraverso politiche migratorie opportunamente disegnate. Non è possibile affermare che lo scopoprincipale delle politiche migratorie sia quello di selezionare i lavoratori maggiormente qualificati: lo scopo,l’obiettivo e la portata di questo tipo di provvedimenti va ovviamente ben oltre (IOM, 2005). Tuttavia, èanche evidente come all’interno di queste politiche si possano trovare vari metodi per rendere più semplicegli ingressi proprio alle forze lavoro più qualificate. Le tipologie specifiche di queste politiche possonoessere anche molto diverse (Bertoli et al, 2009; Naik, Koehler e Laczko, 2008; OECD, 2002): alcuni Paesiper esempio puntano sulla facilità di ottenimento della residenza permanente; altri Paesi, invece, tendonomaggiormente a favorire la concessione di una residenza temporanea. Ancora, alcuni Paesi selezionano iflussi migratori in base a esigenze contingenti del mercato del lavoro; altri, al contrario, focalizzano lapropria attenzione sulla possibilità di maggiore integrazione di lungo periodo e quindi sul arricchimento piùgenerico di capitale umano del Paese.3.2.1 Favorire la residenza temporaneaIn USA la selezione dell’immigrazione qualificata attraverso la concessione di un visto (H1B), legato alleesigenze lavorative contingenti. Il visto deve essere richiesto anche dal datore di lavoro. In Giappone(OECD, 2008) viene semplificata la procedure per ottenere la residenza temporanea se i lavori qualificatidecidono di trasferirsi in aree ritenuti strategiche.3.2.2 Favorire la residenza permanenteIn Paesi come Australia, Canada e Nuova Zelanda è relativamente incentivata la richiesta di residenzapermanente (si veda sotto per maggiori dettagli), rispetto a quella temporanea, in modo tale da stabilirelegami di lungo periodo tra immigrati e popolazione locale. Nella Repubblica Ceca (OPECD, 2008), la 16
  18. 18. residenza permanente è concessa con maggiore facilità ai laureati stranieri nelle università ceche e che hannotrovato già un lavoro.3.2.3 Favorire esigenze contingenti del mercato del lavoroCome riportato da Naik, Koehler e Laczko (2008), i settori più influenzati da scarsità di offerta, in moltiPaesi dell’OCSE, riguardano la cura delle persone. In Gran Bretagna, Irlanda, Stati Uniti, Canada eAustralia, per esempio si è osservata una tendenza ad “importare” medici dall’estero; in Nuova Zelanda,invece, sono sempre più numerosi gli insegnati che provengono dall’estero. In particolare, come benillustrato anche in Bertoli et al. (2009), in Australia viene adottato un sistema molto selettivo, convalutazione precisa delle capacità e delle qualifiche del lavoratore che chiede di essere ammesso, anche sullabase delle esigenze del sistema produttivo locale. Vengono inoltre favoriti i lavoratori più giovani, al di sottodei 45 anni di età e il riconoscimento delle qualifiche avviene prima dell’ammissione.3.2.4 Favorire l’accumulazione di capitale umanoIn Canada e Nuova Zelanda (Tanner, 2005) il meccanismo di selezione è simile a quello australiano, ma conimportanti differenze dal punto di vista delle riconoscimento delle qualifiche, il che ha creato qualcheproblema di mismatching nel passato. Inoltre, la residenza e concessa secondo un sistema a punti con criteriche possono variare nel tempo e volti talvolta a enfatizzare prospettive occupazionali di breve periodo, legatealle esigenze specifiche del mercato del lavoro, e talvolta invece a favorire di prospettive di integrazionesociale e culturale di lungo periodo. I criteri per la concessione dei punti riguardano sia le qualifiche ottenutedai lavoratori, sia l’esperienza accumulata sia, infine, caratteristiche personali (ad esempio, la conoscenzadella lingua).3.3 Politiche limitative di trattenimentoDal punto di vista dei Paesi di origine, la risposta tradizionale alla fuga dei cervelli è stata quella della difesa.Wickramasekara (2002) fornisce alcune condizioni essenziali affinché politiche che limitano la possibilità dimobilità verso l’estero abbiano successo. Queste condizioni possono essere viste anche come obiettivipolitici per quegli Stati di origine che vogliano, appunto, limitare il drenaggio di capitale umano verso altriPaesi.Innanzitutto, il contesto economico dovrebbe prevedere una rapida crescita, così da fornire adeguateaspettative di remunerazione per i lavoratori ad alta qualificazione che decidono di non emigrare. Inoltre,appaiono fondamentali investimenti in tecnologie di comunicazione, che rendono meno necessario iltrasferimento fisico connesso al trasferimento di conoscenze e tecnologie.Si tratta di un approccio considerato ormai superato, inefficiente e soprattutto inefficace.3.4 Politiche incentivanti di attrazioneUn ulteriore canale che hanno i Paesi di destinazione per selezionare i flussi migratori è quello delle politichefiscali incentivanti per determinati tipi di lavoratori o per determinate qualifiche.3.4.1 Esenzioni fiscaliDumont e Lamaître (2004) illustrano alcuni casi di esenzioni fiscali studiate per attrarre lavoratori qualificati.In Australia, per esempio, sono previste esenzioni fiscali per quattro anni ai residenti temporanei, cheabbiano continuato a produrre reddito all’estero; in Canada, le esenzioni fiscali variano a seconda delloprovincia di residenza e del settore d’impiego: in Danimarca, sono previsti sconti fiscali di durata triennaleper lavoratori stranieri residenti in Danimarca e con un salario superiore a un determinato livello. Infine, inFrancia si applicano deduzioni fiscali specifiche ai lavoratori stranieri. Queste deduzioni, peraltro, siapplicano anche ai lavoratori francesi espatriati per più di dieci anni che tornano in patria. 17
  19. 19. 3.4.2 Incentivi economici genericiIn questo caso, i Paesi offrono ai lavoratori stranieri incentivi generici per facilitare il loro trasferimento nelloStato (OECD, 2008). In Austria, il programma “brainpower” prevede il rimborso delle spese di viaggiosostenute per i colloqui di lavoro, finanziamenti alla ricerca e aiuti finanziari per il trasferimento nel Paese.In Canada, il programma “Canada Research Chairs Programme” prevede finanziamenti per la creazione diposizioni all’interno delle università a favore dei migliori ricercatori stranieri; questi finanziamento sonotuttavia concessi alle università, che operano poi la selezione dei candidati, e non direttamente ai candidatistessi.Un esperienza particolare è quella norvegese delle “Quota Scheme Scholarships”, che offre borse di studio astudenti provenienti dagli stati dell’Europa dell’est e dell’sia centrale. La particolarità di questi finanziamentiè che devono essere parzialmente rimborsati se questi studenti non tornano a risiedere nel loro Paese diorigine.Infine, in Paesi come la Svizzera bastano i salari elevati per attrarre i lavoratori qualificati.3.4.3 Altri incentiviGli incentivi offerti ai lavoratori stranieri non si limitano solo ad incentivi economici. In Corea, per esempio,insieme alle borse di studio per studenti stranieri sono previsti corsi di lingua gratuiti (OECD, 2008). InOlanda, invece, per i lavoratori qualificati le procedure burocratiche per l’ottenimento del permesso diresidenza è garantito in due settimane e il permesso di residenza è applicato automaticamente anche aifamigliari del lavoratore.3.5 Accordi bilateraliFino a questo punto le politiche di gestione del brain drain che abbiamo analizzato venivano intraprese daisingoli Paesi, fossero essi di origine dei flussi o di destinazione. Recentemente si è però tentato di realizzareaccordi bilaterali tra i diversi Paesi, con la finalità o di limitare il drenaggio di capitale umano o di limitare idanni creati d questo drenaggio.Tuttavia, come ben documentato da Naik, Koehler e Laczko (2008), queste politiche sono state generalmenteun fallimento, sostanzialmente per l’incapacità di realizzare schemi che fossero implementabili. In altreparole, questi accordi bilaterali non sono mai stati in grado di fornire incentivi sufficienti affinché venisserorispettati contemporaneamente dai Paesi di origine, da quelli di destinazione e, naturalmente, dai lavoratoriinteressati.Per esempio, la Gran Bretagna ha siglato nel corso dei primi anni 2000 dei “Code of Practice” per impedireal servizio sanitario nazionale (NHS) di assumere personale direttamente in diversi Paesi in via di sviluppo;ciononostante, l’effetto sui flussi migratori è stato sostanzialmente nullo: i lavoratori nel settore sanitariohanno continuato a entrare in Gran Bretagna attraverso diversi canali. In alternativa, alcuni Paesi membrihanno proposto che all’interno del Commonwealth fossero previste compensazioni per il capitale umanosottratto dagli altri Paesi. Semplicemente, queste proposte sono state ignorate da Gran Bretagna, Australia eCanada, principali Paesi di destinazione, sulla base della difficoltà di definire il valore e il tipo di questecompensazioni. Infine, Paesi di destinazione e Paesi di origine hanno provato a istituire “gemellaggi”,prevedendo scambi temporanei di personale: è il caso, per esempio, dei medici geriatri in Egitto e GranBretagna. Il problema di questo tipo di politiche è che non limitano affatto la possibilità che i flussi migratoridai Paesi di origine siano monodirezionali. In altre parole, non garantiscono che i lavoratori emigrati torninoin maniera permanente in patria.3.6 Politiche di circolazioneLe più recenti e interessanti politiche per la gestione del brain drain partono dall’idea che sempre piùaccettata che favorire la mobilità dei lavoratori qualificati favorisca la creazione, la diffusione el’arricchimento di conoscenza e capitale umano. Lo schema interpretativo di riferimento propone il 18
  20. 20. superamento delle categorie di brain drain o brain gain e stabilisce come nel mondo contemporaneo ifenomeni migratori che riguardano le persone fisiche debbano considerarsi solo un aspetto della possibilità diutilizzare il capitale umano collegato a questo capitale fisico. I fattori che hanno permesso questo nuovoapproccio sono da ricercarsi nella sempre maggiore integrazione tra Paesi diversi, nella relativa maggiorefacilità di spostamento rispetto al passato e nella crescente disponibilità dei lavoratori qualificati a cambiarelavoro e a cercare costantemente migliori opportunità nel corso della vita lavorativa (Daugeliene eMarcinkeviciene, 2009).Nello specifico, questo tipo di politiche possono essere molto varie e comprendono, per esempio, sial’istituzione di reti tra lavoratori all’estero sia l’offerta di incentivi al rientro. Si tratta per lo più di politicherealizzate da Paesi di origine o co-gestite e organizzate da organizzazioni internazionali (UNESCO, 2007).Certamente le potenzialità di politiche di circolazione sono molto elevate. Il contributo dei lavoratori chesono emigrati sul Paese di origine possono essere numerosi ed un elenco, non esaustivo, potrebbecomprendere: la capacità di replicare in patria le tecnologie, le tecniche di lavoro e le capacità acquisiteall’estero; la creazione di nuove imprese; la possibilità di cooperazione scientifico e tecnologica, ancheattraverso la creazione di comunità “virtuali”; la possibilità di creare nuovi posti di lavoro; l’abilitànell’attrarre investimenti; e così via.Purtroppo i dati a disposizione sono molto scarsi se non addirittura inesistenti, poiché difficilmente i Paesiche implementano programmi di rientro hanno strumenti di controllo dei flussi in entrate e uscita dei propriresidenti (Wickramasekara, 2002). Inoltre, al momento la positiva valutazione dei risultati derivanti daqueste politiche risente del fatto che spesso questi programmi sono veicolati come messaggi politici, congrande enfasi su risultati non sempre dimostrabili.Nel resto di questa sezione si riportano alcune esperienze, sviluppate negli ultimi trent’anni ma sempre piùperfezionate fino agli anni recenti, di politiche orientate al rientro dei talenti espatriati e si cercherà, perquanto possibile, di valutarne l’impatto.3.6.1 Diaspora networksIl punto di partenza per realizzare una qualunque politica di circolazione dei lavoratori ad alta qualifica è lacapacità di stabilire legami tra i Paese di origine e i propri talenti emigrati. Per fare questo, alcuni Paesihanno sviluppato politiche di collegamento (networks) tra i propri scienziati sparsi nel mondo (diaspora),con l’intento di promuovere la circolazione dei risultati e delle tecniche invece che la circolazione dellepersone fisiche, di influenzare e di implementare politiche pubbliche con l’aiuto degli stessi emigrati, diincentivare la partecipazione diretta allo sviluppo di nuovo capitale umano in patria e di diffondereinformazioni sulle possibilità e opportunità di lavoro.Il potenziale di questi networks è generalmente considerato molto elevato, soprattutto alla luce del fatto chele nuove tecnologie di comunicazione ne rendono il funzionamento meno costoso rispetto al passato.Ovviamente, maggiore sarà la dimensione della diaspora e maggiore saranno le potenzialità della creazionedelle reti.In genere, si ritiene che il successo di questo tipo di politiche sia legato sostanzialmente a tre fattori (Naik,Koehler e Laczko (2008)): i lavoratori che sono espatriati devono essere occupati in settori che permettonoun’adeguata accumulazioni di capitale, sia finanziario che sociale; il trasferimento di questo capitale verso ilPaese di origine deve essere poco costoso; il Paese di origine deve essere in grado di saper sfruttare questotipo di flussi. Nel caso specifico dei lavoratori qualificati, il primo tipo di fattore dovrebbe esserenormalmente soddisfatto; inoltre, in molti settori le moderne tecnologie di comunicazione permettono iltrasferimento di risorse (anche il know how) facilmente trasferibile. Resta ovviamente al singolo Paese diorigine, al suo grado di sviluppo e alla sua lungimiranza sociale e politica l’onere di dimostrare di essere ingrado di gestire questi flussi. Infine, ed è la ragione per qui la creazioni di reti viene inserita in questo gruppodi politiche, mettere in contatto scienziati dello stesso Paese sparsi in tutto il mondo non dovrebbero esserevisto come mera alternativa alla circolazione fisica degli stessi (Tejada Guerrero e Bolay (2005)), bensì comepassaggio per facilitare e incentivare proprio la circolazione, sia dal Paese di origine che verso lo stesso. 19
  21. 21. Tra le esperienze più rilevanti, si riportano di seguito le esperienze di alcuni Paesi africani e della Colombia(Tejada Guerrero e Bolay (2005); Naik, Koehler e Laczko (2008)).The South African Network of Skills Abroad (SANSA), Migration for Development in Africa (MIDA),Transfer of Knowledge Through Expatriate Nationals (TOKTEN). SANSA è un programma che è statoutilizzato in Sudafrica per mettere in contatto professionisti sudafricani residenti all’estero (in particolarenegli Stati Uniti) con lavoratori nel Paese di origine, utilizzando principalmente internet e e-learnig. MIDA èun programma dell’International Organization for Migration (IOM) che aggiunge al trasferimento dicapitale sociale attraverso le nuove moderne tecnologie anche la previsione di periodi di residenza nei Paesidi origine da parte di professionisti emigrati (per esempio, nel caso dell’addestramento di medici in Ghana).TOKTEN, infine, è un programma delle Nazioni Unite che promuove il ricorso ad emigrati come consulentiper un breve periodo all’interno di imprese nel Paese di origine.The Thai Reverse Brain Drain project, Thailandia. L’esperienza thailandese incoraggia lo scambio trascienziati ma soprattutto la consulenza degli emigrati e la loro circolazione, anche per brevi periodi, tra Paesedestinatario e Paese di origine.Caldas Network of Colombian Scientists and Engineers Abroad, Colombia: creato nel 1992 su iniziativadegli stessi scienziati, ricercatori e studenti colombiani all’estero, è stato una delle prime iniziative per lacreazione di reti ed è arrivato a contare circa 1000 iscritti residenti in 25 Paesi diversi. Il sistema prevedevalo scambio di risultati scientifici e tecnologie che potessero favorire gli stessi iscritti e gli scienziaticolombiani residenti nel Paese di origine. Si tratta di una delle prime e più rilevanti esperienze in questocampo, anche se ha perso importanza negli ultimi anni, soprattutto a causa della mancanza di risorse.3.6.2 Incentivi economici e politiciMoltissimi Paesi hanno sviluppato politiche per rendere profittevole il ritorno in patria dei propri lavoratoriemigrati, come per esempio l’introduzione di incentivi economici (esenzioni fiscali o aiuti finanziari) opolitici (aiuti burocratici per la concessione di cittadinanza ai famigliari).La forma di questi incentivi, dunque, è molo variabile. In Albania sono stati sviluppati alcuni programmi (peresempio, AlbStudent, NGO Mjaft! e the Soros Foundation) per favorire il ritorno di cittadini che hannosvolto il proprio percorso di studi all’estero. Tuttavia, questi programmi furono criticati sotto vari aspetti.Innanzitutto, le condizioni economiche in patria non rendevano comunque appetibile il ritorno; inoltre, questititoli di studio ottenuti all’estero non venivano sempre riconosciuti e alcuni settori come quello universitariomantenevano anche nei confronti di questi lavoratori qualificati un elevato grado di chiusura. Infine, questeschemi hanno sollevato obiezioni di equità per il fatto che sembravano favorire i laureati in universitàstraniere rispetto ai laureati in università nazionali.Altre esperienze sono raccolte in OECD (2008)11. Tra queste vale la pena di ricordare i finanziamenti erogatiin Austria ai giovani ricercatori che abbiano risieduto nel Paese per almeno tre degli ultimi dieci anni primadella fruizione del finanziamento per andare a svolgere un progetto di ricerca all’estero; in Belgio è inveceprevisto un finanziamento biennale per i ricercatori che hanno lavorato all’estero per almeno due anni e chevogliono tornare in patria; in Olanda, infine, vengono offerti finanziamenti biennali ai migliori studenti chehanno completato il dottorato in Olanda e che desiderano specializzarsi ulteriormente all’estero.Naturalmente, tra gli incentivi più importanti legati alla circolazione dei talenti non si può dimenticare ilprocesso di armonizzazione dei titoli di studio a livello europeo, né tutte le note iniziative dedicate allacircolazione degli studenti11 Si veda anche Giannoccolo (2006). 20
  22. 22. 3.6.3 Favorire il ritorno con la creazione di nuovi distretti industriali: i casi di Cina e IndiaInfine, un tipo particolare di politiche per incentivare il ritorno dei lavoratori qualificati residenti all’esteroprevede che lo Stato di origine, o anche le imprese private lì operanti, si facciano carico di andare a ricercarenei Paesi già sviluppati i propri connazionali che, emigrati da studenti, possono contare ormai su almeno undecennio di esperienza all’estero. Si tratta di programmi sviluppati già partire dagli anni ’80, ma di cui molticontinuano anche recentemente. Il settore di maggiore applicazione è quello della ricerca e dell’innovazionee, proprio per la natura del settore, la priorità degli incentivi non è tanto quella del rientro sic et simpliciterquanto quello della circolazione di queste persone che spesso, durante l’anno, possono spostarsi diverse voltetra il paese natio e il Paese di destinazione. Due casi esemplari, di seguito riportati, sono quelli dellaprovincia cinese di Taiwan e di numerosi distretti industriali indiani.La provincia cinese di Taiwan: come illustrato da Saxenian (2005), a Taiwan, a partire dagli anni ’70 e ‘80,il brain drain aveva assunto dimensioni ragguardevoli, tant’è che circa l’80% degli studenti di questaprovincia che emigravano negli Stati Uniti non faceva ritorno in patria e restava invece a lavorare sia nelleuniversità che nel settore industriale privato. L’iniziativa politica, in quel caso, fu particolarmente articolata.Innanzitutto, si cercarono di ricontattare i connazionali che lavorano già negli Stati Uniti (in particolare, nellaSilicon Valley) e, anche grazie alle loro consulenze, si decise di cambiare modello produttivo, adottandoinnanzitutto un approccio più orientato al mercato, facilitando la sviluppo di aziende venture capital, einvestendo in ricerca e istruzione. La reazione degli emigrati fu duplice: da un lato, molti taiwanesi deciserodi tornare e di stabilirsi in patria, stabilendo essi stessi nuove aziende (si ricorda il caso esemplare deldistretto industriale di Hsinchu); dall’altro molti decisero di continuare a lavorare in entrambi Paesi,favorendo ulteriormente la circolazione di talenti, tecnologie e informazione.Il caso indiano: il caso indiano, e in particolare quello del distretto di Bangalore (ma casi analoghi sipossono trovare nelle città di Hyderabad e Bombay) è esemplare nell’illustrare le potenzialità che lacircolazione dei talenti può avere per il Paese di origine (Tejada Guerrero e Bolay (2005)). I migliori laureatidelle università indiane che sono emigrati, in particolare coloro che sono specializzati nello sviluppo ditecnologie di informazione e comunicazione (IT) e che lavorano negli Stati Uniti, sono ritenuti fondamentaliper la capacità di attrarre investimenti, per l’abilità di favorire le esportazioni, nonché per lo sviluppo deisistemi educativi e sanitari, e così via. Secondo alcune stime, è stta proprio l’attività di questi lavoratoriindiani residenti all’estero a portare circa un terzo di tutti gli investimenti stranieri in India nel 1991.L’ambiente in cui queste politiche si sono rivelate un successo deve però essere tenuto in considerazione. Sitrattava infatti, in entrambi i casi, di economie in forte crescita e quindi più adatte ad accogliere capitaleumano qualificato e a promuovere nuova attività economica. Non sempre è possibile, o è stato possibile,reintegrare i propri lavoratori emigrati all’interno del Paese di origine. Alla luce di questi fallimenti, o anchenell’impossibilità di replicare politiche di successo come quella Taiwanese, diversi Paesi hanno sviluppatopolitiche alternative che comunque puntano alla valorizzazione del capitale umano nazionale emigratoresidente all’estero.Come detto sopra, importante per massa che hanno nel mondo. Per avere un’idea della rilevanza di questofenomeno, limitatamente ai due Paesi più popolosi, vale dire Cina e India, si riporta in Figura 3 un graficorecentemente pubblicato da The Economist12.12 Weaving the world together, The Economist, 19/11/2011. 21
  23. 23. Figura 3: La diaspora dei lavoratori ad alta qualifica cinesi e indiani4. LE POLITICHE IN ITALIACome ampiamente documentato, l’Italia è un Paese sviluppato che si trova però nella posizione di essere unPaese di origine nel fenomeno del brain drain e non un Paese di destinazione. L’esperienza italiana nelcampo delle politiche dedicate alla circolazione, al rientro o alla selezione dei lavoratori ad alta qualifica nonè delle più soddisfacenti. Si tratta, nella maggior parte dei casi, di interventi poco articolati, spesso presisenza una logica strutturale e di lungo periodo. Soprattutto, si tratta di esperimenti che non sono statiadeguatamente monitorati e che dunque non hanno potuto fornire elementi per valutare le potenzialità e lecriticità delle scelte adottate.Innanzitutto, in Italia, al momento, non esiste una vera e propria politica migratoria selettiva13. Esiste ineffetti un sistema a quote, basato sulle esigenze specifiche del mercato del lavoro, ma questa scelta appareinsufficiente per gestire la complessità e la potenzialità dei flussi migratori verso il nostro Paese. Quel che èpeggio, non sembra esistere un sistema produttivo in grado di sostenere una tale politica. Se le condizionieconomiche dei giovani laureati italiani sono tali per cui una quota di questi decide di lasciare il Paese,sembra difficile che ciò renda appetibile l’ingresso di forza lavoro qualificata da altri Paesi.Quando le politiche migratorie non sono adeguatamente disegnate, e questo è il caso anche del nostro Paese,può anche emergere il fenomeno del cosiddetto brain waste: i lavoratori qualificati stranieri che arrivano inun Paese non trovano lavori in grado di valorizzare il proprio capitale umano e vengono occupati in lavoriche non richiedono il loro preparazione. È il caso, documentato da Chaloff (2005), proprio del nostro Paese:circa un quarto degli immigrati in Italia all’interno della quota “lavoratori domestici” possiede una laureaconseguita nel Paese di origine.Per quanto riguarda le politiche di rientro e quelle di attrazione, l’Italia ha tradizionalmente puntato alsettore universitario e della ricerca. In effetti, il nostro Paese è tra quelli che presentano un numero piùelevato di ricercatori rinomati che lavorano all’estero, così come mostrato in figura 4.13 Tra le proposte di riforma in questa direzione, segnaliamo il disegno di legge 120/2008 “Norme per l’ingresso,l’accesso al lavoro e l’integrazione dei cittadini stranieri” (Livi Bacci e altri). 22
  24. 24. Figura 4: Quota di ricercatori con opere più citate che lavorano all’estero (per Paese di origine) Fonte: OECD (2009b)Per questo motivo, a partire dal 2001 (esperienza rinnovata fino al 2008) il Governo ha dedicato alcunerisorse al finanziamento del ritorno (o del trasferimento) di ricercatori residenti all’estero (Morano Foadi eFoadi, 2003). Il programma non è rivolto ai soli ricercatori italiani ma a tutti i ricercatori che risiedono dalalmeno tre anni all’esterno dell’Italia. A queste persone viene offerto un contratto temporaneo (da due aquattro anni) e ricevono uno stipendio co-finanziato dalle università e dal Ministero, il che rende i salariofferti particolarmente generosi. Tuttavia, questa politica è stata criticata sotto vari aspetti. Da un lato, moltiricercatori italiani all’estero, per non parlare degli stranieri, non erano a conoscenza dell’iniziativa; dall’altro,i contratti temporanei e la poca trasparenza del meccanismo concorsuale italiano per l’ottenimento di unaposizione permanente all’interno dell’università italiana hanno fatto sì che molti dei ricercatori tornatiabbiano dovuto poi cercare una nuova occupazione all’estero.Un intervento più recente (legge 238/2010, cosiddetta “Controesodo”) prevede incentivi fiscali per il rientrodei lavoratori in Italia. Anche in questo caso, gli incentivi sono rivolti a tutti i lavoratori europei, quindi nonsolo agli Italiani, che non hanno risieduto in Italia negli ultimi anni. La novità è che questa legge non èlimitata ai ricercatori universitari e anzi prevede incentivi proprio per i lavoratori nel settore privato, sianoessi lavoratori dipendenti o imprenditori che vogliono stabilire attività d’impresa in Italia. Si tratta di unalegge molto recente e quindi dagli effetti non ancora valutabili. È evidente però che appare quanto mainecessario che il legislatore si doti un nucleo per la valutazione di questi interventi.Più varia e fantasiosa invece l’attività di Università e Regioni italiane per favorire la mobilità dei talenti. Sitratta, in questo caso, di interventi rivolti alla formazione e quindi dedicata alla mobilità degli studenti.Nel 2008, Regione Sardegna e Università di Cagliari hanno indetto una selezione finalizzata alla stipula didue contratti per attività di ricerca della durata di due ciascuno, con possibilità di rinnovo, a favore di docentie di giovani ricercatori ed esperti sardi impegnati all’estero da almeno un triennio in attività di ricerca. Icontratti sono esplicitamente finanziati con risorse della Regione Sardegna (legge regionale n. 3 del 2008),devono prevedere lo svolgimento di un programma di ricerca concordato con i Dipartimenti presso i quali siintende svolgere l’attività. 23

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