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Franco Giori - Fattori Terapeutici Nei Giovani Adulti

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Franco Giori - Fattori Terapeutici Nei Giovani Adulti

  1. 1. Fattori di trasformazione nel lavoro clinico con giovani adultiFranco GioriQuando ho scelto il tema e il titolo di questa relazione l’ho fatto un po’ di getto, contento di averel’occasione per ripensare alcuni aspetti e risultati raggiunti nel mio lavoro clinico di questi anni congiovani adulti; mi sono poi subito accorto che l’argomento comprende quasi tutto lo scibile dellavoro clinico: la ricerca qualitativa, gli strumenti di verifica del cambiamento, i risultati ma ancheil processo terapeutico, il cambiamento atteso e realizzato, dove e come avviene il processo ditrasformazione, attorno al sintomo, alla struttura, alle funzioni dell’io, al sé etc. Fattori multipli,combinazioni complesse e imprevedibili.Ho scelto così necessariamente, in questo breve spazio, di limitarmi ad un punto focale per mesignificativo e ricavato anche dal ripensamento di alcune situazioni cliniche vissute negli ultimitempi. Non vi porto dunque dati di ricerca dunque ma riflessioni legate alla mia esperienza,considerando il cambiamento avvenuto nello scorcio di una seduta o come esito finale dei colloqui,sulla base della mia percezione in parallelo ad una analoga risposta positiva del paziente, sia essastata esplicita o implicita. Per certi aspetti le cose che dico hanno valore trasversale per tutte le età,ma io le ho pensate in riferimento a giovani dai 20 ai 30 anni e al loro contesto di vita.Un primo un fattore terapeutico di carattere generale (che vedo come una sorta di condizionepreliminare) sta a mio avviso nell’equilibrio dinamico, nella sintonia evolutiva fra domanda erisposta: saper cioè modulare tempi modi e confini dell’aiuto possibile. Penso a valutazioni etecnica capaci di muoversi con l’evolvere degli eventi; dobbiamo in qualche modo essere in gradodi smentirci strada facendo. Fattore terapeutico cruciale, ben colto dal paziente, sta dunque nellanostra capacità di modulare un setting non sulla base di attese di cambiamento prestabilito ma sullabase del nostro essere in contatto dinamico con la situazione del momento, con un movimentocontinuo fra la percezione dei bisogni del cliente e le nostre attitudini e capacità di dare una rispostautilizzabile in quel contesto clinico.Dialogo continuo dunque con la persona che abbiamo di fronte e la situazione contingente, conciò che siamo e che proviamo in quel momento, (e questo il paziente lo sente anche al di là dellenostre intenzioni). Dialogo attraversato auspicabilmente da un contatto empatico che sicuramentecostituisce un valore terapeutico di base; è anche vero tuttavia che l’empatia non è un dato scontato,qualcosa di programmabile: (penso in tal senso ai lavori di Bolognini che superano per certi aspettilo stesso concetto in Kohut).Ma il dialogo continuo dentro di noi non è solo con ciò che sentiamo ma anche con i contenutidella nostra formazione: fattore terapeutico credo sita proprio nella disponibilità di utilizzare e
  2. 2. integrare paradigmi e modelli da noi interiorizzati adattandoli, spesso solo ad un livello preconscio,al contesto clinico del momento. (Ritengo questa una preziosa risorsa individuale ma anche risorsadell’equipe e risorsa anche di un Centro Clinico).Ricordiamo le slide di Maggiolini di questa mattina che fanno riferimento al paradigma evolutivoe quello psicoanalitico/relazionale: non si tratta di contrapposizione ma di unadistinzione/integrazione: siamo fra l’aiuto in direzione di una possibile mentalizzazione, versocontenuti rappresentabili in modo nuovo e più funzionale allo sblocco evolutivo e l’attenzione allarelazione, al contenitore relazionale quando in primo piano stanno emozioni eccessive o bloccateche rendono difficili o impossibili pensieri e parole.Il concetto di evolutivo è da valorizzare in questo senso non solo in relazione ai passaggi della vitain corso dei nostri clienti, ma anche come possibili passaggi fra polarità tecniche distinte macopresenti.Proprio questo è il punto focale che intendo portare alla vostra attenzione: immaginate un’assecon la prevalenza da un lato di interventi che mirano a promuovere insight su contenutiinterpretativi dall’altro lato fattori terapeutici più a valenza relazionale; a volte diamo cioè piùvalore al contenuto, a volte più al contenitore. Gabbard distingue a questo proposito interventiespressivi/interpretativi da quelli supportivi; altri hanno distinto i fattori specifici da quelliaspecifici. A me pare utile questa distinzione grossolana che tuttavia trovo efficace: da unamaggiore attenzione ai contenuti del problema, ad una sua più chiara rappresentazione, avendo benpresente obiettivi evolutivi e contesto di vita, a una maggiore attenzione alle emozioni dell’incontroe gli ostacoli emozionali che bloccano la possibilità di un pensiero comunicabile e condivisibile. Ilnostro ruolo a seconda del contesto clinico scorre ed evolve assumendo di volta in volta accenti etonalità diverse lungo quest’asse che possiamo anche immaginare come in un rapportofigura/sfondo. Penso in altri termini a un registro emozionale presimbolico, (potremmo dire anchepsicofisico-sensoriale) che richiama una funzione materna (ti accolgo e comprendo per ciò che sei),e un registro simbolico- rappresentazionale che richiama più una funzione paterna (ti vedo epenso per ciò che potresti essere); in questo secondo caso siamo più sintonizzati con la capacitàriflessiva del pz per un aiuto a potersi separare dal noto. Il cambiamento a mio avviso avvieneattraverso una alternanza dinamica fra questi due poli: il poter essere capiti per come si è insiemealla fiducia condivisa per come si potrebbe diventare.(Il passato che è presente insieme al futuro cheè presente). I movimenti possono avvenire nella stessa seduta o in periodi più ampi; a volte i duemomenti sono così intrecciati da essere quasi inseparabili.Ora Proviamo ad applicare questo punto focale all’età del giovane adulto…
  3. 3. Come si declinano e si integrano i poli dell’asse se li applichiamo al periodo di vita che va dai 20ai 30 anni? Che succede a questa età? Qual è la scena circostanziale? Siamo in contatto qui non piùcon l’età dell’ambivalenza e delle sperimentazioni adolescenziali: si esce dal romanzod’avventura per entrare nel romanzo di formazione Ci sentiamo a volte coautori della storiache il giovane adulto sta provando a scrivere e noi siamo in qualche modo terapeuti-accompagnatori nel quadro di questa costruzione decisiva: dalle sperimentazioni vitali si passainfatti alle decisioni vitali: siamo ancora fra vecchi e nuovi oggetti ma ad un altro livello, daiprocessi di individuazione labili e mobili a un processo di soggettivazione che obbliga in qualchemodo a scegliere un progetto di vita, un proprio personale modo di essere nel mondo. Chi haqualche esperienza con il lavoro clinico a questa età conosce certi passaggi , certi snodi delicati ecruciali che lo attraversano. Pensiamo al ragazzo che è in bilico fra inserirsi nel lavoro familiare opartire per un lavoro in Nuova Zelanda con la possibilità di rimanerci. Pensiamo al fascino dellapartenza per l’Erasmus ma anche ai drammoni che ne derivano per il rischio che la coppia amorosanon regga e che tutto finisca. Non sono cose da poco e nei colloqui siamo spesso testimoni di questimomenti forti.Ci troviamo ad affrontare una grande variabilità di situazioni cliniche nella durata dell’aiuto maanche in relazione ad un possibile o probabile incontro con i genitori, quasi sempre presentilavorando con infanzia e adolescenza, mai o quasi nell’età età adulta; nel nostro caso c’è di tutto…Incontriamo infatti giovani di 25/30 anni già autonomi e paganti di tasca propria, con i genitori chenon vediamo mai; in altri casi venti/venticinquenni ancora post adolescenti con genitori ben presentisulla scena della consultazione/terapia; a volte addirittura unica presenza quando il figlio, almenoin un primo momento, rifiuta il colloquio.Vi porto solo un flash clinico, fra i tanti possibili, di una situazione intermedia: un solo colloquioavuto con i genitori di una giovane di 24 anni, a terapia in corso, ha permesso ai genitori stessi didare un senso della crisi universitaria della figlia in quel momento; la ragazza stava infattiscoprendo una nuova libertà emozionale con nuove esperienze cruciali per la sua maturazione maincompatibili con l’essere la perfettina di prima, la coatta del trenta. Non sentendosi capace di farcapire ai suoi il senso di quel rallentamento negli esami avevamo concordato questo aiuto parallelodavvero utilissimo per ridurre le pressioni familiari e anche salvare la loro fiducia nel mio aiuto. Inaltri casi è utile e opportuno che sia un collega dell’equìpe a vedere i genitori.A questa variabilità di situazioni cliniche corrisponde anche grande variabilità di fattoriterapeutici; a questo proposito riprendo ora quel che dicevo a proposito dei fattori ditrasformazione con il riferimento a quell’asse di cui parlavo con da una parte la prevalenza di fattorilegati a una riflessività condivisa dall’altra a fattori emozionali.
  4. 4. A volte otteniamo cambiamento attraverso un allargamento dell’area dei significati a partire daicontenuti del racconto; in primo piano sta qui il momento riflessivo condiviso attorno a un mododiverso di affrontare il problema, un nodo conflittuale o decisionale; anche con giovani adulti inquesti casi siamo vicini alla tecnica dell’analisi del sé in adolescenza, tecnica avviata da Senise neiprimi anni ottanta fino ai successivi sviluppi e contributi di Charmet.A volte siamo invece inevitabilmente spostati a prestare più attenzione ai movimenti relazionalinel corso della seduta, quando fattori emozionali presenti nell’incontro assumono importanzacentrale e, a volte con il senno di poi, anche prezioso valore terapeutico:Vi porto tre flash clinici riferiti proprio a casi di questo tipo, quando in primo piano sta ilcontatto con le forti emozioni presenti nella relazione: il momento riflessivo è presente ma inun secondo piano o in un momento successivo; qui il cambiamento sta soprattutto nel riuscire afavorire l’espressione di emozioni bloccate, impresentabili, o a contenerle quando allagano il camporelazionale; in alcuni casi è davvero importante anche saper tollerare e modulare i tempi per ildisvelamento di segreti traumatici (penso a due casi di abuso, uno comunicatomi dopo alcunesettimane, l’altro dopo mesi, il tempo necessario).Vi porto un paio di esempi clinici:Emozione in primo piano: dolore e pianto:Dopo un anno e mezzo di chiusura a casa dopo la maturità,con ribaltamento notte e giorno,Michele accetta di uscire dal suo bunker e di conoscermi; altissima la temperatura emotiva delcolloquio per entrambi… Per parecchi incontri potrò solo accogliere il suo pianto silenzioso dandogrande valore al coraggio dell’essere riuscito ad uscire e a fidarsi di potermi conoscere ; accettatuttavia dalle mie parole solo vaghi riferimenti alla somma delle vicende traumatiche che l’avevanoportato a rinchiudersi (e che io in quel momento conosco nella versione dei suoi genitori incontratia lungo); come mi spingo un po’ oltre nei contenuti, attorno al senso storico del suo dolore, miferma, mi fa capire che è troppo; dopo una decina di colloqui sarà in grado di fidarsi passando damonosillabi al racconto, finalmente il suo racconto.Emozione in primo piano: rabbia:Antonio è un ventitreenne che vive solo con la madre: il livello di conflittualità e di esasperazionefra i due è molto alto, sempre al limite della violenza o del distacco traumatico: ripensando aquesto caso, il fattore terapeutico essenziale credo sia stato per quasi un anno l’esser riuscito areggere e contenere nella prima parte del colloquio la rabbia del ragazzo verso la madre (solodopo essersi sfogato bestemmiando in giro per lo studio e picchiando manate sul tavolo si calmavaed era poi possibile riflettere sugli episodi, sulla parte che faceva lui nell’esasperare la madre;dunque rendergli comprensibile il meccanismo della controdipendenza e riflettere su come poter
  5. 5. cambiare quella modalità di sfida: fattore terapeutico cruciale in primo piano a mio avviso non icontenuti ma il contenitore relazionale: una funzione materna (comprensione e accoglimentorabbia),insieme a una funzione paterna: non aver avuto troppa paura ma anche avergli dato unlimite… “abbassa la voce c’è altra gente di là”…); sullo sfondo io avevo poi bene in mente il suodesiderio di frequentare un corso di percussioni, buona alternativa ai rischi di percussionidomestiche e insieme anche la condivisione di una prospettiva di miglioramento delle condizionilavorative.Qui vediamo dunque tre piani presenti con accenti diversi: il contenimento dell’emozione edella impulsività, una possibile crescita della riflessione sul sé e una attenzione comunque anche larealtà esterna, alle aspirazioni del giovane e al suo contesto di vita; (in questo senso un aiuto anchealla madre è risultato essenziale per il buon esito del caso).Vi porto ora o un ultimo esempio clinico significativo per mostrarvi una situazione intermedianella quale vedo presenti a pari livello i due fattori terapeutici che ho posto come punto focale dellamia relazione.Siamo in un contesto di consultazione: sto conducendo un colloquio con un padre moltoarrabbiato e svalutante nei confronti del figlio: “Non lo sopporto più -dice- pensa alla sua musicae ai vestiti che vuol lui e che costano, della scuola non gliene frega niente e se dico qualcosa mirisponde…mentre io mi faccio un culo così per mandare avanti la famiglia”.In quell’atmosfera il figlio rifiuta il colloquio; per di più in quei giorni il padre sta cercando diproibirgli le uscite amicali e “musicali” e la sfida non può che proseguire. Otterrò dei risultati conquesto padre (nel senso di una sua maggiore disponibilità a capire il figlio e a parlargli con untono diverso) solo dopo aver dedicato un colloquio alla sua storia, al suo essere venuto a Milanoda ragazzo per sfuggire a una situazione di povertà e disagio familiare alla ricerca di un futuromigliore. Il sentirsi capito nella sua storia, nei suoi valori etici (responsabilità, impegno e spirito disacrifici) permetterà poi a questo padre di ritornare sulle vicende del figlio con uno stato d’animodiverso e in un clima di disponibilità, con una nuova capacità di comprendere che quel radicalecontrasto di atteggiamenti verso la vita era legato a situazioni di età, di tempi culturali e socialidavvero lontanissimi fra loro; suo figlio dunque probabilmente non intendeva offenderlo ma solodifendere i suoi spazi e i suoi interessi vitali. L’entrare in contatto autentico con questo padre,attraversato anche da quel po’ di commozione che ho provato al suo racconto (e che lui ha notato)ha permesso poi di ripensare il suo ruolo paterno in modo più costruttivo e riavviare una relazionepiù funzionale alla crescita del figlio.
  6. 6. Dunque, per concludere, anche quando siamo più sui contenuti, sulle rappresentazioni e isignificati (penso a tanti casi meno impegnativi di questi, con giovani magari molto in crisi maanche ricchi di risorse) il coinvolgimento emozionale può essere cruciale: la stessa cosa detta in unmodo non passa; se cambi tono, ti accalori e usi un esempio o la metafora giusta la stessaosservazione tocca e passa in quanto probabilmente lì sei riuscito a costruire una risposta che èpassata attraverso le tue emozioni; si tratta tuttavia di situazioni, come dicevo, pocoprogrammabili…E questo è il fascino e il dramma del nostro lavoro, un po’ come nell’amore… le cose nonfunzionano a comando.

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