ALFIO MAGGIOLINI, CRISTINA SAOTTINI                                                             Comportamento antisociale ...
medico-psicopedagogici distrettuali, che avevano introdotto psichiatri e psicologi come consulenti negliIstituti di osserv...
(Moffitt, 2003), valutando il rapporto tra fattori ambientali e genetici, tra problemi di sviluppo infantile eantisocialit...
sconti qualcosa, ma se la pena è troppo pesante, si perde completamente…” (p. 415). Il terapeuta “espone ilproprio punto d...
perchè manca il soggetto che la possa soggettivare, allora un intervento psicoterapeutico efficace può essererivolto all’a...
Il caso di Matteo    Vediamo ora le possibilità di una prospettiva di intervento orientata psicoanaliticamente, effettuata...
mamma è una donna che ha fatto tanti sacrifici - dice - mio fratello si ricorda di quando io ero piccolo e nonavevamo nean...
In questa perdita di efficacia degli aspetti (inconsciamente) comunicativi dell’agito antisociale è,ovviamente, ancora una...
inappropriato, con comportamenti disadattativi di tipo gregario e quindi con un aumento del suo senso diincompetenza e di ...
assenza di una capacità riflessiva o di riconoscere un certo sentimento) e nemmeno narcisistico nel senso discarsa empatia...
sociale, che rimanda all’adolescente un’interpretazione delle sue esigenze evolutive (questo è il significatodel transfert...
Eissler K.R. (1958) Notes on problems of technique in the psychoanalytic treatement of adolescent. Withsome remarks on per...
Lipsey M.W. (1995) What do we learn from 400 research studies on the effectiveness of treatement withjuvenile delinquents,...
Spear L.P. (2000) The adolescent brain and age-related behavioral manifestations. Neuroscience andBiobehavioral Reviews, 2...
Upcoming SlideShare
Loading in …5
×

Maggiolini, Saottini - Comportamento antisociale e nascita dell'identità sociale

3,342 views

Published on

0 Comments
0 Likes
Statistics
Notes
  • Be the first to comment

  • Be the first to like this

No Downloads
Views
Total views
3,342
On SlideShare
0
From Embeds
0
Number of Embeds
1,596
Actions
Shares
0
Downloads
22
Comments
0
Likes
0
Embeds 0
No embeds

No notes for slide

Maggiolini, Saottini - Comportamento antisociale e nascita dell'identità sociale

  1. 1. ALFIO MAGGIOLINI, CRISTINA SAOTTINI Comportamento antisociale e nascita dell’identità sociale E’ possibile un trattamento psicoanalitico del comportamento antisociale in adolescenza? In questo lavoro vorremmo discutere del trattamento psicoanalitico del comportamento antisociale degliadolescenti, mostrando non solo l’utilità di una comprensione psicodinamica dell’antisocialità, ma anche lapossibilità di un intervento psicoanaliticamente orientato. La questione è complessa perché da una parte gli orientamenti più recenti nella letteratura sull’efficaciadegli interventi psicoterapeutici in questo ambito tendono a negare l’utilità di una prospettiva psicoanalitica;d’altra parte, il trattamento degli adolescenti antisociali ha da sempre costituito una sfida per la psicoanalisistessa. Eissler (1953), per esempio, ha ritenuto che nel trattamento della delinquenza e degli adolescenti latecnica dovesse essere modificata in tutti i suoi aspetti essenziali e non solo attraverso l’introduzione diparametri (deviazioni) momentanei. Più recentemente, Kernberg (1997) ha sottolineato le grandi difficoltà altrattamento di adolescenti con personalità antisociale, non solo per le difficoltà ad elaborare la dimensionediffidente e persecutoria del transfert con gli adolescenti che presentano un narcisismo maligno, ma anchemanifestando un grande scetticismo sul trattamento di adolescenti con un tipo di antisocialità psicopatica, perl’impossibilità di avviare una relazione terapeutica, soprattutto a causa di una loro strutturale incapacità acostruire un legame. Ultimamente, nel volume a cura di Person, Cooper, Gabbard (2005) Psicoanalisi.Teoria, clinica, ricerca, si ribadisce che le principali controindicazioni per la psicoanalisi riguardano ildisturbo antisociale di personalità, accanto al disturbo ossessivo-compulsivo. La difficoltà a trattare psicoanaliticamente gli adolescenti antisociali sembra essere l’espressione di unaparallela e più generale difficoltà a trattare gli adolescenti e la loro tendenza ad agire, almeno all’interno diun setting classico. Sempre Eissler (1958), per esempio, nella discussione sul setting psicoanalitico hasostenuto che con gli adolescenti l’analista non si può basare su un’unica tecnica, ma deve utilizzare diversetecniche poiché l’adolescente (tranne i casi in cui vi sia già una stabilizzazione della struttura) sta ancoradefinendo il proprio “stile” di patologia e solo ad una patologia “nevrotica” sarebbe applicabile il settingclassico. Sottolineando la difficoltà del lavoro psicoanalitico con i preadolescenti e gli adolescenti, ancheRedl (1966) auspicava una “terapia d’ambiente”, ritenendo che spesso con gli adolescenti l’intervento in unsetting “pressurizzato” è inadatto e proponendo in alternativa il “colloquio sullo spazio vitale”, un interventoclinico che si colloca ai margini delle istituzioni in cui crescono gli adolescenti e che si propone di favorire lo“sfruttamento clinico” degli eventi della vita, fornendo una specie di “pronto soccorso” emotivo immediatoagli adolescenti, in una prospettiva esplicitamente evolutiva (p. 58). Anche Blos (1979), d’altra parte, hasostenuto la rilevanza di un’attività di consultazione per l’adolescenza vicina ai luoghi di manifestazione deldisagio, prevalentemente orientata all’aiuto nella risoluzione di problemi e particolarmente indicata nei casiin cui il disagio si manifesta in forme “agite”, che coinvolgono l’ambiente, più che interiorizzate ed espresseattraverso la produzione di sintomi strutturati e stabili nel tempo. Secondo Blos, lo scopo principale di questointervento è di sostenere l’Io nell’affrontare i conflitti, aiutandolo a rimettere in moto il processo evolutivobloccato. La nascita della psicoanalisi dell’adolescenza in Italia Non è un caso che in particolare in Italia la psicoanalisi dell’adolescenza, con le innovazioni tecniche chehanno cercato di rispondere alle resistenze dell’adolescente ad aderire ad un setting classico sia nata proprioall’interno degli interventi con gli adolescenti antisociali sottoposti a procedimenti penali, ormai più dicinquant’anni fa. Novelletto ricorda nella prefazione di un suo libro (1986) che il primo nucleo diprofessionisti che in Italia negli anni 60 sentì l’esigenza di una specifica competenza di psicologia,psicopatologia e psicoterapia dell’adolescenza furono proprio i consulenti che lavoravano nei Gabinetti
  2. 2. medico-psicopedagogici distrettuali, che avevano introdotto psichiatri e psicologi come consulenti negliIstituti di osservazione e nelle Case di rieducazione per i minori delinquenti. Anche Senise (nella prefazioneal libro sulla psicoterapia breve di individuazione, Aliprandi, Pelanda, Senise, 1990), ricorda come il metododella psicoterapia breve di individuazione sia nato nel lavoro con gli adolescenti sottoposti a procedimentipenali. Racconta i primi interventi nel 1952 e poi l’istituzione con una legge del 1956 dei Servizi sociali emedico-psico-pedagogici per i minorenni imputati di reato e soggetti ad interventi amministrativi contro ildisadattamento minorile, sostenendo esplicitamente che fu proprio questa pratica a portarlo ad introdurre lemodificazioni nella tecnica psicoanalitica per il trattamento degli adolescenti nella direzione dellapsicoterapia breve di individuazione. In realtà, l’attenzione agli adolescenti difficili o traviati, con problemi di comportamento, fa parte dellastoria originaria della psicoanalisi, a partire da autori classici come Aichorn (1951), Bernfeld (…) e Zulliger(…). In questi casi, tuttavia, si riteneva che la psicoanalisi potesse essere soprattutto un ottimo strumento dicomprensione del significato di un gesto deviante, lasciando poi il campo d’intervento ad operatori sociali eeducativi. Zulliger per esempio usava il termine di pedoanalisi, per indicare un intervento educativoorientato in senso psicoanalitico. Il problema del rapporto tra prospettiva sociale, educativa e psicologica o psicoanalitica nell’ambitodell’intervento con gli adolescenti antisociali, in particolare quelli sottoposti a procedimenti penali, non èsolo una questione tecnica e teorica, ma ha importanti risvolti professionali e istituzionali. Novelletto (1986)racconta il dibattito culturale e professionale negli anni Sessanta tra gli psicologi ad orientamentopsicoanalitico e i sostenitori di un orientamento sociologico, che alla fine uscì vittorioso, portando il grupponazionale di circa cento psicologi e psicoanalisti progressivamente a disperdersi, lasciando spazio all’internodelle istituzioni penali minorili ad operatori socioeducativi. Malgrado ciò nei servizi per la giustizia minoriledi Milano dal 1950 hanno lavorato psicoanalisti come Senise, Giaconia e Roi che hanno dato ai serviziun’impronta psicoanalica che hanno sempre mantenuto. La prospettiva antipsichiatrica degli anni Sessantaaveva portato a sottolineare la dimensione sociale alla genesi dell’antisocialità e quella educativa orieducativa nel trattamento, in contrapposizione ad una visione psicopatologica. E’ solo in anni recenti, noveanni fa, che il Ministero della giustizia ha inserito gli psicologi dipendenti, in affiancamento ai consulenti,anche se in numero notevolmente inferiore rispetto ad altre figure professionali, educatori e assistenti sociali. Il riconoscimento dei problemi psicologici alla base della delinquenza minorile è ancora scarso in ambitoistituzionale e scientifico e in particolare l’utilità di un approccio psicoanalitico all’antisocialità minoriletrova sempre meno sostenitori nella letteratura internazionale, soprattutto a favore di approcci cognitivo-comportamentali. A circa cinquanta anni di distanza da quelle prime esperienze, quindi, siamo ancoracostretti a chiederci se la psicoanalisi possa aiutare a capire gli adolescenti antisociali e i loro comportamenti,se vi possa essere un trattamento psicoanalitico in questo campo e quale sia la sua efficacia. Teorie dello sviluppo dell’antisocialità La comprensione dei fattori psicologici che concorrono a determinare uno sviluppo antisociale inadolescenza, anche se non ha raggiunto una sufficiente organicità, si sta tuttavia muovendo versoun’integrazione tra risultati di ricerca e teorie anche di diverso orientamento (Lahey, Moffitt, Caspi, 2003).E’ ormai riconosciuta l’importanza della combinazione di una predisposizione individuale, basata suspecifici tratti di temperamento, come problemi di autostima o emotività negativa, difficoltà di controllo einsensibilità (Lahey, Waldman, 2003) con negative interazioni educative, nell’infanzia, che trasformano lepredisposizioni in problemi di comportamento (Snyder, Reid, Patterson, 2003), anche attraverso lacostruzione di sistemi di aspettative nelle relazioni interpersonali (Dodge, Lochmann, Laird, 2001). Questisistemi di rappresentazione di Sé e dell’altro o modelli relazionali acquistano, comunque, una particolareimportanza nel momento della ridefinizione di sé in adolescenza e della costruzione dell’identità sociale(Moffitt, 2003). Poiché l’adolescente utilizza il comportamento antisociale come un modo per costruire lapropria identità sociale, nella comprensione del comportamento delinquenziale è importante considerare isuoi desideri, valori e modi di interpretare le relazioni. La messa in atto vera e propria del comportamentodipende dalle motivazioni e dai sistemi di valori individuali (l’ideale) in relazione alle opportunità delcontesto territoriale, in funzione di scopi (Wikstrom, Sampson, 2003), che sono in connessione con i compitievolutivi adolescenziali (Maggiolini, 2002; Maggiolini, Pietropolli Charmet, 2004). Negli ultimi anni che si è avviata in modo più sistematico la ricerca sul rapporto tra psicopatologia ecomportamento delinquenziale, dimostrando la necessità di una distinzione tra adolescenti trasgressivi(adolescence-limited) e tendenza antisociale di carattere più patologico e persistente (life-course persistent)
  3. 3. (Moffitt, 2003), valutando il rapporto tra fattori ambientali e genetici, tra problemi di sviluppo infantile eantisocialità adolescenziale (Loeber et al., 1998) e distinguendo meglio diversi tratti di personalità nelquadro della personalità antisociale (Hare, 1993). Le ricerche sul rapporto tra psicopatologia ecomportamento delinquenziale sono solo agli inizi, ma i dati attuali dimostrano una forte presenza di ragazzicon disturbi psicopatologici nel sistema penale minorile, un dato che vale anche e a maggior ragione per glistranieri e i nomadi, mostrando che alternative troppo schematiche tra disagio socioeconomico e disagiopsicopatologico non descrivono in modo adeguato la complessità della realtà (Vermeiren, Jespers, Moffitt,2006). Antisocialità e sviluppo del Sé Novelletto (1986) racconta come abbia sempre cercato di sottrarsi ad una spiegazione sociologicadell’antisocialità in adolescenza, concependo il reato come espressione di una fantasia di recuperomaturativo, equivalente ad una sorta di “delirio maturativo”, una concezione evidentemente molto lontana dauna visione sociologica. In questa prospettiva vicina alla concezione di Winnicott della tendenza antisociale,un reato è un’azione simbolica, che ha lo scopo di superare un blocco maturativi, la manifestazione di unaspetto del Sé che non riesce ad esprimersi in altro modo. E’ sorprendente l’affinità di questa concezione con quella di Senise (1990). In entrambi i casi l’accento èposto sul concetto di Sé come un particolare oggetto interno, che si costruisce progressivamente e che inadolescenza si rende progressivamente consapevole. Il concetto di individuazione, avvicinabile a quello dipersonnation (Racamier, 1963), e a quello di soggettivazione (Cahn, 1998) descrive il processo che consentela costituzione soggettiva dell’identità. E’ difficile capire bene le distinzioni tra i diversi concetti chedescrivono questo processo. Da una parte infatti si può ritenere che sia l’Io a costruire rappresentazioni di Sécome oggetto, in modo quindi sostanzialmente riflessivo e consapevole. Dall’altra tuttavia è possibilepensare che vi sia anche un modo preriflessivo di costruzione del Sé in adolescenza, come mostrano tral’altro le trasformazioni dei riti iniziatici (Maggiolini, 2002). Vi sarebbe quindi una coscienza primaria, ocoscienza affettiva, prima di una coscienza riflessiva (Panksepp, 2004; Damasio, 2003). In queste concezioni, l’accento non è posto quindi su un problema di controllo pulsionale e nemmeno suun problema relazionale, ma sulla mancanza di un senso di Sé in quanto adolescente, che si costituisca comecontenitore di senso per il comportamento. L’antisocialità in questa prospettiva è un blocco nell’acquisizionedi un’identità sociale, che da un punto di vista psicologico può essere intesa come acquisizione di un senso diSé dotato di valore. Molti romanzi per adolescenti descrivono questo passaggio, per esempio attraverso lascoperta di un tesoro, che dà un nuovo valore al soggetto, che molte volte è legato ad un ritrovamento diun’eredità familiare, un processo che Blos ha descritto attraverso un’analisi della dinamica identificatoriadell’adolescente con il genitore dello stesso sesso. Il caso di Gerardo Come si determina la mancanza di questa coscienza primaria di un Sé dotato di valore in quantoadolescente? In che modo la mancanza dello sviluppo di un senso di Sé dotato di valore sociale può esserealla base del comportamento antisociale? Il caso di Gerardo illustrato da Senise (Aliprandi, Pelanda, Senise, 1990) illustra in modo esemplare ilmodo di intendere il comportamento delinquenziale in una prospettiva di psicoanalisi del Sé. Gerardo ha 17anni ed è in custodia cautelare per omicidio di una vicina di casa che aveva cercato di rapinare per avere isoldi per comperare il motorino. Dopo aver rubato trecentomila lire ad una zia, un giorno Gerardo prende uncoltello, due sacchi di plastica e va dalla vicina, si fa aprire con una scusa e chiede che gli consegni il denaro,ma quando la donna urla, preso dal panico, la accoltella, in uno stato di assenza di consapevolezza, senza chevi sia una condizione psicotica. Colpisce nella trascrizione del colloquio peritale di Senise con Gerardo, lo stile particolarmente attivonella conduzione del colloquio, in cui Senise spesso è molto diretto nelle domande, formulando ipotesi, dicui chiede immediata conferma all’adolescente: “Secondo me, siccome tu in quel momento hai perso la testa,è come se non potessi ricordare le emozioni che provavi, mentre il fatto, la scena te la ricordi bene. Secondote, era più la paura o il coraggio?” (p. 412). Diversi interventi hanno un carattere di chiarificazione “Perognuno di noi la vita incomincia al momento in cui nasciamo e ogni cosa, ogni cosa è legata all’altra… ètutta una catena. Se noi riusciamo a trovare quali sono i punti di questa catena dove è successo qualcosa percui hai dovuto crescere con una maschera, magari ti riuscirà più facile ritrovarti e sapere che cosa veramentevuoi tu oggi” (p. 413). Non esita a prendere posizione di fronte ai genitori. Al padre, che dice che lui stessodarebbe al figlio cent’anni di prigione, risponde: “E’ molto giovane, ha tutta la vita davanti… è bene che
  4. 4. sconti qualcosa, ma se la pena è troppo pesante, si perde completamente…” (p. 415). Il terapeuta “espone ilproprio punto di viste relativamente il suo futuro (comunità, psicoterapia) ed evidenzia le conseguenzenegative che potrebbero derivare sia da una protratta permanenza in carcere sia da un ritorno prematuro infamiglia” (p. 423). Il reato sarebbe da ascrivere in una diagnosi descrittiva ad un discontrollo episodico, con incapacità diintendere e volere nel quadro di un disturbo di personalità, caratterizzato da immaturità etico-affettiva. Lacontraddizione tra l’emotività piatta, che caratterizza Gerardo, e la violenza dell’impulso nel delitto, si spiegada un punto di vista psicodinamico con un falso Sé con cicatrici autistiche. Nell’interpretazione di Senise, il conflitto tra vero Sé e falso Sé ha un innesto specifico nellariorganizzazione del Sé adolescenziale. Il modo in cui Senise descrive l’importanza che ha la scoperta delmotorino per Gerardo, passione che è alla base della motivazione alla rapina, è assimilabile a quello difantasia di recupero maturativo di Novelletto: “Gerardo scopre che usando un motorino provava qualcosa dicompletamente nuovo per lui; si sentiva contento, erano i soli momenti in cui si sentiva ‘se stesso’” (p. 428).Per la prima volta prova un sentimento molto simile all’amore e da allora il motorino diventa un’ossessione,una passione che sarà alla base di quello che può per certi aspetti essere considerato l’equivalente di undelitto passionale. E’ particolarmente evidente che la comparsa di un oggetto di desiderio è contemporaneaalla nascita di un nuovo soggetto, l’adolescente. Sono le sensazioni che ha provato nel suo nuovo Sé, cheappassionano l’adolescente, più che il possesso dell’oggetto in sé. Queste sensazioni sono imperiose, siimpadroniscono del soggetto come impulsi non soggettivati, cioè non assegnati ad un soggetto, che possiamointendere come una prospettiva. Questo punto è espresso in modo chiaro in un passaggio della valutazione di Gerardo, durante lasomministrazione del test di Rorschach. Dopo un protocollo particolarmente povero, l’esaminatore, MariaTeresa Aliprandi, lo invita nell’inchiesta a riguardare le tavole con questo suggerimento: “Ora tu sei unragazzo che appare molto attento, molto cauto, a maggior ragione dopo tutto quello che ti è successo…, madentro di te io faccio la fantasia che ci sia da qualche parte un Gerardo piccolo e spaventato… Prova ametterti nei panni di un bambino per esempio di quattro o cinque anni… Il Gerardo corazzato, ascoltandoquesto invito, ha pure ascoltato la voce dell’altro Gerardo che è nascosto dentro di lui e ha detto: “I coloriscuri non mi piacciono… Nella prima tavola forse, si può vedere la faccia di un alieno (?) come quello delfilm di fantascienza Terminator e un bambino potrebbe avere paura, perché vi vedrebbe un mostro!” (p.421). In questo passaggio che il soggetto ricompare, mentre assume una prospettiva. Il riconoscimento diemozioni, l’apertura a dare senso all’incontro con l’altro, sono in funzione di come l’Io si rappresenta in unruolo affettivo: se in quanto adolescente Gerardo non può esprimere un giudizio, come bambino è in grado disimbolizzare, di esprimersi come soggetto. Questo passaggio dimostra che qui non è in gioco lo sviluppo diuna capacità, ma il blocco nell’assunzione di una prospettiva. Gerardo è in grado di sentire come bambino,ma non ha un Sé che faccia da contenitore per le proprie emozioni da adolescente, che dia loro senso. Inquesta concezione il Sé non è una funzione sintetica generale, un senso di continuità dei propri vissuti edesperienze, ma è una prospettiva che coincide con un ruolo affettivo che può essere parziale.Nell’interpretazione di Senise la mancata soggettivazione di un’emozione, per esempio della paura, sarebbel’effetto nel caso di Gerardo della costruzione di un falso Sé infantile, che non avrebbe consentitol’apprensione soggettiva delle emozioni. Psicodinamica del reato e possibilità di trattamento E’ evidente in questo caso l’importanza di una prospettiva psicodinamica per l’interpretazione delcomportamento antisociale. A questo punto si pone il problema di come una competenza psicoanalitica possaessere utile per il trattamento. Come ricorda Novelletto, infatti, mentre il punto di vista psichiatrico giuridico mira soprattuttoall’imputabilità, quello psicodinamico mira alla trattabilità, che un concetto come quello di fantasia direcupero maturativo sembra garantire. Il dibattito culturale degli anni 70 che aveva fatto prevalereun’impostazione sociologica contrapposta ad una psicodinamica aveva di conseguenza ridotto lo spazio ditrattabilità. Negli anni 70, più in generale, il pessimismo sugli interventi sull’antisocialità era in effettidiffuso. Un articolo famoso di Masterson (1974), per esempio, a partire da accurate metaanalisi su diversitipi di interventi sull’antisocialità era arrivato alla conclusione che ogni tipo di intervento fossesostanzialmente inefficace nel ridurre le recidive. La prospettiva proposta da Novelletto e Senise suggerisceinvece che se l’atto delinquenziale è espressione simbolica di un’esigenza evolutiva bloccata e inesprimibile,
  5. 5. perchè manca il soggetto che la possa soggettivare, allora un intervento psicoterapeutico efficace può essererivolto all’attivazione di questa funzione soggettiva e a produrre lo sblocco evolutivo. Il problema è come sia possibile aiutare l’adolescente a superare questo blocco evolutivo. In un modo chepuò apparire paradossale, nella prospettiva di Senise e Novelletto, il processo di soggettivazione che supera ilblocco evolutivo sarebbe attivato non tanto attraverso lo sviluppo di una funzione riflessiva volta adaumentare l’autoconsapevolezza, ma attraverso un intervento che assegna un ruolo centrale al rapporto conl’ambiente. Questa prospettiva implica che la costruzione del Sé in adolescenza è in primo luogo unafunzione della relazione dell’adolescente con l’ambiente di sviluppo, come se il Sé si costruisse nellarelazione di rispecchiamento con il contesto più che attraverso una riflessione o rispecchiamento nel mondointerno dell’adolescente, un processo che Jeammet descrive attraverso l’idea dell’uso soggettivodell’ambiente (Jeammet, 1992) Secondo Aliprandi, Pelanda e Senise (1990, p. 74) la psicoanalisi classica è inadatta, soprattutto per ilfatto che occorre evitare di non concentrare il transfert dell’adolescente sull’analista, in un momento in cui iltransfert è rivolto a tutti gli oggetti, come espressione di un processo di revisione e risimbolizzazione. Ilcambiamento avviene attraverso nuovi investimenti di senso nelle relazioni tra il soggetto e i suoi oggetti, Leindicazioni di intervento possono essere molteplici proprio perché all’adolescente la realtà esterna offreopportunità di nuovi investimenti: trattamenti psicoterapeutici, pedagogici, psicopedagogici, farmacologici,scelta o cambiamento di scuola, attività extrascolastiche, attività sportive, ridefinizione degli spazi familiari,allontanamento dal nucleo familiare. L’importanza dell’ambiente terapeutico è sottolineata anche da Novelletto, Biondo e Monniello (2000),per i quali nel comportamento antisociale l’adolescente si rende conto di non avere qualcosa che gli serve perlo sviluppo e cerca un ambiente di soccorso alternativo a quello naturale, anche attraverso un comportamentodi sfida. In una prospettiva psicoanalitica questa funzione ambientale non si riduce ad un interventoeducativo comportamentale perché l’ambiente non svolge solo con funzioni, ma fornisce rappresentazioni,come luogo che il soggetto può riempire di significati (Maggiolini, 2006; Novelletto, Biondo e Monniello,2000, p. 118). L’importanza dell’intervento sul contesto è sottolineata anche da altri orientamenti non psicoanalitici,come quello multisistemico - MTS - (Henggeler et al., 1998), che è ispirato alla logica dell’ecologia sociale eche utilizza soprattutto tecniche cognitivo-comportamentali, ma che è stato sperimentato anche in istituzionipsicoanalitiche (come da Baruch a Londra). Un principio importante che è a fondamento di questo modello èche sia la valutazione del comportamento antisociale sia l’intervento debbano essere condotti all’interno delcontesto di sviluppo (scuola, casa, quartiere di residenza). Si tratta di interventi psicoterapeutici, condotti daoperatori che svolgono in realtà una funzione di supporto educativo nei confronti della famiglia e dellascuola oltre che del minore. In questa prospettive, tuttavia, l’intervento è più orientato alla modificazione delcomportamento che alla sua interpretazione in relazione alla costruzione del Sé.
  6. 6. Il caso di Matteo Vediamo ora le possibilità di una prospettiva di intervento orientata psicoanaliticamente, effettuata inparallelo sul mondo interno e sull’ambiente di sviluppo. Matteo ha 17 anni quando è accusato e imputato per rapina e lesioni personali e sottoposto a misurecautelari, prima nel Centro di prima accoglienza del carcere minorile e poi in permanenza a casa. Ha dueprecedenti imputazioni a piede libero, quando aveva 16 anni, per ricettazione e furto aggravato. Molto piùavanti nel corso dei colloqui racconterà di altre numerose imprese di furti anche in appartamenti, a cui hapartecipato in gruppo. Ha fatto uso di cocaina per qualche mese, ma ha smesso da un anno. Non si trattaquindi per Matteo della messa in atto di un comportamento trasgressivo occasionale, ma di comportamentitrasgressivi ripetuti, espressione di una tendenza antisociale più stabile. Matteo è segnalato dall’assistente sociale dell’Ufficio di servizio sociale della giustizia minorile. Icolloqui sono inizialmente richiesti dal giudice, prima del processo, per poter formulare una sentenza chetenga conto del sua situazione personale e psicologica. Questo obiettivo è esplicitato a Matteo, sottolineandol’importanza del suo punto di vista alla base della valutazione che il giudice emetterà con il provvedimentodel Tribunale. Matteo ha l’aspetto di un bravo ragazzo, è vestito con attenzione, e ha uno sguardo interrogativo,accentuato dal suo tenere gli occhi un po’ sbarrati, come fanno i bambini quando vogliono affermare che“non l’hanno fatto apposta”. Nei colloqui parla in modo pacato e gentile, è visibilmente molto emozionato,ma non appare né spavaldo né reattivo, sembra piuttosto interessato e incuriosito, anche se in modo un pococompiacente. Non ha difficoltà ad ammettere il reato, anche se sostiene di non sapere perché lo ha fatto. Insieme a dueamici tornando dalla discoteca si era fermato ad un autogrill; qui aveva impugnato un coltellino e, insiemeagli altri, aveva aggredito e picchiato un ragazzo, rubandogli il portafoglio: l’avevano fatto perché si eranoaccorti di non avere più denaro per pagare il pedaggio autostradale e non gli sembrava ci fossero alternativeal furto. Non ricorda che cosa avesse provato, mentre aggrediva quello sconosciuto: afferma che, in fondo avrebbeanche potuto chiedergli i soldi in prestito. Non crede che questo ragazzo si sia spaventato e contrariamentead ogni evidenza afferma che era ben chiaro che loro non avevano intenzione di fargli male… forseavrebbero potuto ferirlo... forse…. Ricorda bene, invece, il panico che gli era preso, quando si era accorto dinon avere il denaro per l’autostrada, forse aveva anche bevuto, non capiva più niente... nemmeno gli altri...bisognava uscire da quella situazione… Non parla degli altri reati di cui è stato accusato in precedenza e quando gli si chiede che cosa siasuccesso sembra faticare a ricordare... sì ha rubato un motorino, ma era solo per usarlo un po’ in giro e poi havenduto dei pezzi di ricambio che gli aveva dato un amico, ma come poteva sapere che fossero rubati… Nongli sembra che gli sia capitato altre volte di essere violento… forse qualche volta ha fatto a botte in discoteca,quando altri guardavano insistentemente la sua ragazza. L’analisi della situazione familiare mostra che Matteo è nato da una relazione “clandestina”: sua madre esuo padre erano entrambi sposati con figli, adesso più che trentenni. In seguito alla gravidanza di Matteo, lamadre si era separata dal marito, morto poco prima che Matteo commettesse questo reato. Il marito dellamadre dopo la separazione aveva disconosciuto il bambino che, intorno ai sette anni era stato riconosciutodal padre naturale, il quale però non aveva mai lasciato la propria famiglia, con la quale continuava aconvivere, anche se vedeva quasi quotidianamente Matteo e la mamma e aveva trascorso con loro anchebrevi periodi di vacanza. Matteo dice di non andare d’accordo con lui, in modo ostentato lo chiama “quel signore”. dice che viene atrovarli perché è “l’amante di mia madre”. Non conosce l’altra famiglia del padre, pensa che loro sappianodella sua esistenza, ma non ne è sicuro. Non ne ha mai parlato con il padre e nemmeno con sua madre. Diquesto argomento non marginale nessuno parla. La madre sostiene che nel paese in cui vivono nessuno sadella complicata situazione familiare, ha infatti lasciato il paese in cui viveva precedentemente, distantepoche decine di chilometri, perché lì tutti erano al corrente; qui i vicini, dice, credono che il padre lavorilontano. Matteo, anche in questo caso sembra non sapere cosa pensare, né sa descrivere cosa provava in questasituazione: se ne è accorto tardi, vedendo che i padri dei suoi amici la notte dormivano sempre a casa. Nonne ha mai parlato con gli amici, cercava di fare finta di niente, come gli altri della famiglia. In generale l’areadella sua nascita, delle sue appartenenze familiari, sembra circondata da un “divieto”, esplicito ed implicito,divieto a pensare, a parlare, ad elaborare i confini reali e mentali del suo essere un figliocontemporaneamente troppo esposto e troppo nascosto. Ha parole di grande stima per sua madre: “Mia
  7. 7. mamma è una donna che ha fatto tanti sacrifici - dice - mio fratello si ricorda di quando io ero piccolo e nonavevamo neanche i soldi per mangiare…” ma dice che è troppo ansiosa, che lo controlla troppo e che non lolascia respirare. Ha lasciato la scuola dopo la terza media, dopo un tentativo fallito di corso professionale. Lavora comeidraulico e gli piace molto. Fino a poco tempo fa giocava a calcio con successo… era molto bravo e parecchiosservatori di squadre di provincia lo tenevano d’occhio, ma poi ha smesso, non sa nemmeno lui perché,improvvisamente, gli è passata la voglia. Il calcio è una passione di tutta la famiglia e sia il padre sia lamadre lo seguivano nelle trasferte. Il padre, è una persona molto chiusa che nel corso del colloquio con il figlio e la compagna si mantiene indisparte, silenzioso e intimidito, sembra animarsi solo al tema del calcio. Con un certo stupore da parte miadice quasi piangendo: Io chiedo solo una cosa: ‘Matteo fammi sognare!’ Certo questa espressione tipica delmondo calcistico sembra racchiudere aree di significato sconosciute agli stessi protagonisti, che rimandanoalla collocazione che Matteo ha avuto nell’universo di significazione emotiva di coloro che lo hannogenerato e che non è stato investito da riflessione. Matteo di sé racconta di essere stato un bambino timido. “Mi chiamavano michetta perché ero buonocome un pezzo di pane, ero spaventato dall’aggressività degli altri, tante volte subivo per non dovercontrastare.” C’è un ricordo infantile che lo accompagna. Ricorda che, insieme ad un’altra bambina, passavai pomeriggi a casa di una signora che faceva loro da balia. Un giorno questa signora aveva dato a entrambiun pezzo di cioccolato avariato, ma mentre la bambina si era rifiutata di mangiarlo, lui lo aveva finito pernon dispiacerle, perché non riusciva a dire di no, era poi stato malissimo e ancora ricorda il sapore“vomitevole, nauseante” di quel cioccolato. Questo racconto colpisce per la disperazione impotente che Matteo manifesta, inconsapevolmente.Sembra delineare il suo tema traumatico infantile: il suo sentirsi costretto a mandare giù tutto quello che gliveniva dato, anche quello che non gli piaceva, senza fare domande, fingendo fossero cose buone. Senza poterusare il proprio pensiero e la propria curiosità, che avrebbero messo in discussione una costruzione familiarefondata sul segreto e sul silenzio e quindi messo in pericolo la sua stessa sopravvivenza emotiva. Secondo Fonagy, la capacità di concepire i propri contenuti mentali e quelli dell’oggetto è un prerequisitofondamentale per costruire normali relazioni oggettuali. Se il bambino non può accedere a difese psichichecomplesse, ricorre a una delle strategie difensive primitive infantili: l’evitamento o la distruttività patologica.Percepire l’oggetto ad un tempo come fragile e pericoloso pone dei limiti alla capacità del bambino diinternalizzare un atteggiamento riflessivo e intenzionale e quindi ricorre al Sé fisico e preriflessivo, incapacedi pensare aldilà della propria esperienza, poiché non può ricorrere ad un sé riflessivo. Nel caso di Matteo, i primi colloqui, che avevano attivato in lui il desiderio di ricevere aiuto, produconoun effetto destabilizzante su tutto l’assetto familiare, che risponde nel modo consueto: cerca di ritirarel’interesse e l’investimento, nel silenzio e nell’annullamento del senso degli eventi. Matteo diventa allora improvvisamente molto discontinuo nella frequenza, salta gli appuntamenti, anchequelli con l’assistente sociale. La madre collude e forse promuove le sue assenze, e le giustifica, è lei chetelefona dicendo che non può venire perché deve lavorare o perché ha il raffreddore o per qualche altrabanalità, in cui sembra voler ribadire che Matteo è un bravo ragazzo lavoratore e forse un po’ cagionevole disalute. Anche la madre ha un modo di comunicare molto gentile e molto composto e uno stile e uncomportamento in cui sembra voler mantenere un formale riconoscimento delle regole, che di fatto vengonodisattese. Anche per quanto riguarda i reati la madre tende a banalizzarli: Matteo è tanto buono e certo nonpotevano immaginare queste conseguenze, sottovalutando sia la gravità dei gesti ma soprattutto ignorando lavalenza comunicativa che questi avevano. E’ contenta della misura della permanenza a casa che la rassicurae le permette di controllare cosa il figlio faccia. “Fino a quattordici anni era un bambino meraviglioso, uncoccolone, ma dopo avere avuto il motorino si è trasformato, era sempre fuori, non mi ascoltava più siribellava. Adesso - dice la signora - è tornato ad essere il Matteo di una volta!” Manifesta insofferenza perl’intervento della giustizia in una questione che in fondo dice - è una ragazzata che si può risolvere infamiglia! Se nel momento della carcerazione avevano percepito la gravità della situazione giuridica e personale diMatteo, ora sembra prevalere la banalizzazione e la normalizzazione, in cui tutto il fracasso che il reato diMatteo aveva suscitato, sembra nuovamente ridotto al silenzio. Solo le pressioni del Servizio Sociale cheinsistono perché Matteo e i genitori si presentino al servizio per verificare l’ipotesi di una messa alla prova,ed arrivare al processo con progetto costruito, ricordando alla famiglia che c’è un procedimento penale inatto, sembrano dare un richiamo alla realtà in una situazione che tenderebbe a denegarla.
  8. 8. In questa perdita di efficacia degli aspetti (inconsciamente) comunicativi dell’agito antisociale è,ovviamente, ancora una volta Matteo che dà un giro di vite, facendosi sorprendere in un orario in cui avrebbedovuto essere in casa, su un motorino truccato insieme ad un amico. Non risponde allo stop della polizia,fugge e, fermato si oppone al fermo con violenza, accumulando così una serie di reati di rilevanza penale. L’impossibilità da parte della famiglia di essere punto di riferimento normativo e la sottovalutazione delledifficoltà comportamentali di Matteo, che non sembrano trovare uno spazio sufficiente di riflessione, porta ilServizio Sociale d’accordo con il giudice a chiedere l’ammissione in comunità, che Matteo accetta non senzaambivalenza. Nel frattempo continueranno i colloqui con lo psicologo. In comunità Matteo dopo un iniziale interesse, motivato soprattutto dall’eccitazione di ritrovarsi in ungruppo di veri ragazzacci, inizia a sentirsi molto a disagio. Non gli piace in particolare il responsabile che èuna persona diretta e anticonformista, che instaura rapporti con gli utenti molto centrati sul suo carisma.Matteo si angoscia per la mancanza di definizioni gerarchiche precise all’interno della comunità. Dice diaver visto il responsabile bere con gli utenti fino ad ubriacarsi. Questo lo manda in panico. Questo padre, cheai suoi occhi non ottempera ad una funzione paterna ordinante, ma si comporta in maniera adolescenziale eimprevedibile, gli scatena un’aggressività che questa volta può esprimere a parole. Nei colloqui si fa strada la sua rabbia per questo padre inattendibile, chiedendo dopo qualche mese ditornare a casa, richiesta accettata dal giudice. Questi eventi sembrano tutti agiti che, a partire dalla rapina cheli ha scatenati richiedono di essere compresi sia nelle cause che li hanno scatenati sia nel loro valore dicomunicazione. Anne Alvarez (1997) e con lei Jeammet (1997) affermano che in adolescenza la violenza è una risposta aduna minaccia all’identità. Se nel corso dell’infanzia, Matteo aveva partecipato del segreto di famiglia, seppura prezzo di una rinuncia ad una parte della sua capacità di comprendere quanto accadeva dentro di sé, ènell’adolescenza che il bisogno di definire la propria identità personale e sociale diventa pressante eineludibile e richiede una profonda rivisitazione dei legami e della loro pensabilità. E’ noto che una relazione carente o distorta con la figura paterna ostacola durante l’adolescenza lacostruzione dell’identità di genere. In questo caso la minaccia all’identità, che si traduce nell’angoscia di nonpoter pagare il pedaggio al casello e che lo porta alla rapina, è la minaccia di essere smascherato comequalcuno che occupa abusivamente un ruolo non autorizzato, che rappresenta l’assenza di un padresimbolico, di cui ci si può fidare, che sostiene le capacità e garantisce la Legge. La dimensione di bisogno edi mancanza riconduce ad un universo di dipendenza materna che appare troppo regressivante e quindi è algruppo che può rivolgersi e al sostegno solidale della legge dei pari e di un modello maschile caricaturale incui violenza e virilità si confondono senza integrazione tra aggressività e identità maschile. Contemporaneamente Matteo attraverso i suoi agiti disordinati sembra richiedere la chiamata in campo diun padre latitante. I reati sembrerebbero essere gesti inconsapevolmente provocatori, una “sfida all’ordinedegli adulti” un ordine che ha risvolti ipocriti e fondati sul silenzio in cui egli stesso è stato esposto al“disordine” e alla scarsa attendibilità degli adulti che non gli permettono di fare riferimento su uno stabilesenso di valori interiorizzati e socialmente riconosciuti. In questo periodo i colloqui sono continuati, insieme al lavoro con l’assistente sociale in preparazione alprocesso. I genitori sono a loro volta preoccupati e chiedono di poter parlare delle loro difficoltà educative. Iltribunale e l’assistente sociale forzano alla relazione dicendo: noi ci occupiamo di te! consentono un incontrocon la regola sociale che ha valenze prescrittive e regolative e si trascrive a livello simbolico come una presain carico. L’agire rappresenta la mancanza di una capacità di elaborazione e non traduce solo gli aspettiimpulsivi del carattere, bensì l’incapacità di cogliere e verbalizzare le proprie esigenze, che sono invecesopraffatte dal panico. L’assenza del padre, non solo come figura genericamente affettiva, ma come oggettodi identificazione, che in adolescenza assume le caratteristiche di identità sociale. Questi due aspetti potrebbero portare a due direzioni terapeutiche diverse La difficoltà a gestirel’impulsività difficoltà a contenere il pensiero rispetto al’’agire potrebbe portare a proporsi come obiettivoterapeutico lo sviluppo di queste funzioni. Se la riattivazione dei processi mentali è considerata ilmeccanismo primario dell’azione terapeutica, non è sempre possibile che questa avvenga per via riflessivacentrata sullo scambio di parola. Psicoterapia. In principio Matteo aveva cercato di tutelarsi da eventuali rischi di messa in atto di comportamentiinadeguati, attraverso un ritirarsi in famiglia, limitando le sue uscite, anche in ragione dell’ansia che questesuscitavano nella madre e del conseguente controllo che essa esercitava su di lui. Si è ripresentata quindi una situazione tipica nella vita relazionale ed emotiva di Matteo, in cui leesperienze evolutive adolescenziali diventavano elementi di rischio, che doveva essere evitato in un ritornoad un legame di interdipendenza ansiosa con la madre. Da questo legame Matteo poi sfuggiva in modo
  9. 9. inappropriato, con comportamenti disadattativi di tipo gregario e quindi con un aumento del suo senso diincompetenza e di incapacità a divenire adulto. Durante questo periodo la maggiore presenza del padre, molto sostenuto dai colloqui con la dottoressaGiaconia, ha permesso un’elaborazione diversa di questa situazione. Matteo ha potuto riflettere sulle sue modalità di funzionamento e sulle sue fragilità che gli rendevano, peresempio, quasi impossibile iscriversi alla scuola guida, (che mi sembra ben rappresentare simbolicamenteuno spazio di valore di tipo paterno, dal quale temeva di non essere accettato, di non potere avere accesso). Il maggiore coinvolgimento paterno sta anche aprendo la strada ad una possibilità di parlare del passato edei troppo silenzi che lo hanno caratterizzato. La relazione al Giudice sottolineava come nel corso dei colloqui Matteo avesse manifestatoun’evoluzione da un iniziale desiderio di distanziarsi dalla riflessione sul suo comportamento e sulle ragioniaffettive che lo motivavano, (…ho capito che ho sbagliato, adesso la mia vita è diversa, non c’è più motivodi parlarne e di preoccuparsi…) verso una maggiore e più coinvolta capacità di riflessione su di sé. Sul piano del sostegno alla coppia genitoriale si è potuto elaborare, attraverso colloqui con una collega delservizio, la dottoressa Giaconia come l’elemento centrale del disturbo familiare, che si traduceva in disturbodel comportamento di Matteo, consistesse nella mancata elaborazione dell’atipicità della coppia. Per quelloche riguarda la coppia, questa mancata elaborazione portava ad una conflittualità aperta e a un ritiro dallafunzione genitoriale da parte del padre, che è persona con difficoltà ad affrontare ed elaborare i conflitti sulpiano affettivo. Questo ritiro tendeva ad essere colmato da un iperinvestimento di tipo ansioso e controllanteda parte della madre e rendeva la sua presenza nella vita del figlio più intrusiva che protettiva. Per quanto riguarda Matteo, egli oscillava con la madre tra alleanza compiacente e conflittualità mentrecon il padre era evitante e in apparenza indifferente. La situazione di “non pensato e non detto” familiare glidava un senso di instabilità emotiva e di estraneità rispetto ai valori sociali e alla visione di sé dentro ilprocesso di integrazione che la crescita comporta. La conflittualità, inespressa e inelaborata, si esprimeva attraverso azioni delinquenziali che avevano lafunzione di protesta e ribellione, seppur spostata su un diverso ambito, alla mancanza di spazio di pensiero equindi di chiarezza comunicativa all’interno della famiglia. Nel corso della terapia i genitori hanno avuto il coraggio di parlare chiaramente dell’atipica situazionefamiliare e dell’impossibilità che il padre aveva nel separarsi dalla famiglia precedente, anche se era moltolegato a Matteo e a sua madre. Il padre non ha tentato di giustificare in modo artificiale o moralistico la suadifficoltà, ma ha accettato di parlarne come di un proprio limite. Questo ha permesso a Matteo di deidealizzare la figura di un padre ipotetico e di modificare la percezionedella figura del padre reale, liberandola dagli aspetti persecutori che la situazione permetteva. Matteo haquindi progressivamente potuto accedere alle sue vere difficoltà adolescenziali, ai propri limiti e alle proprierisorse. Il clima familiare è nettamente migliorato: la madre è meno rivendicante nei confronti del padre e quindimeno controllante nei confronti di Matteo, in quanto si sente meno genitore unico. Il rapporto tra Matteo e ilpadre ha quindi trovato uno spazio comunicativo più ampio e affettuoso.Ne è testimonianza la ripresadell’attività calcistica, interesse condiviso da tutti i membri della famiglia, che Matteo aveva interrotto perinconsapevole protesta, perché sembrava rappresentare l’unico legame che aveva con il padre e l’unicoaspetto per il quale si sentiva da lui valorizzato. In questo momento il legame si è sviluppato in altre e più affettuose forme e, quindi, Matteo si senteaccettato a prescindere dalle sue scelte professionali. Per contro il padre apprezza l’impegno lavorativo delfiglio, nei cui confronti ha raggiunto un investimento affettivo depurato da valenze narcisistiche. Riteniamo che gli interventi messi in atto abbiano condotto tutti i membri della famiglia, in particolareMatteo, ad una maggiore consapevolezza e capacità di fare scelte in maniera autonoma e responsabile. Tra i tratti di personalità di Matteo non vi sono atteggiamenti narcisistici arroganti, né la freddezzarelazionale ed emotiva che caratterizza alcuni adolescenti antisociali. Più che grandioso o freddo, Matteoappare impulsivo, con una scarsa capacità empatia, e le sue azioni violente appaiono soprattutto di caratterereattivo, in un cortocircuito che si ripete tra paura e reazione violenta. La partita che si gioca è se il padre proposto in sostituzione (una volta accertato il bisogno di padre) siaaffidabile o invece impulsivo e narcisista. O si sta a casa con la madre, ma dopo un certo punto non è piùpossibile, o si entra nel gruppo o si entra nel sociale. L’impulsività di Matteo, tuttavia, non pare un tratto dicarattere generale, né la manifestazione di un’intenzione inconscia, per esempio l’invidia verso gli altriragazzi. Nel caso del reato, è evidente che Matteo diventa violento quando non sa come uscire da unasituazione che gli appare senza via d’uscita, un ostacolo insormontabile. Non è un problema cognitivo (come
  10. 10. assenza di una capacità riflessiva o di riconoscere un certo sentimento) e nemmeno narcisistico nel senso discarsa empatia. Non è neanche un eccesso di aggressività, ma semmai una mancanza di una capacità diessere attivo e di trovare soluzioni ad un problema. E’ evidente che a Matteo manca la possibilità di pensarsiall’interno di una relazione sociale in cui i propri bisogni possano essere espressi, sulla base di una incapacitàanche nelle relazioni primarie a chiedere in modo legittimo, sia alla madre, abbandonata, sia al padre che glichiede, ma al quale non è consentito chiedere. Il deficit di simbolizzazione è espressione di una chiusura almondo sociale visto come negativo, sullo sfondo di un deficit di riconoscimento paterno. Manca a Matteouno sguardo valorizzante del padre. Nel caso del calcio è evidente che la valorizzazione è una richiesta,espressione di un bisogno del padre e non il sostegno allo sviluppo del figlio: assenza di simbolizzazione deipropri bisogni, non come incapacità di provare o riconoscere le emozioni, ma come assenza di un contenitorelegittimo come posizione relazionale. Conclusioni In questo quadro ci si può chiedere quali possano essere gli obiettivi specifici dell’intervento. Controllodell’impulsività? Disvelamento di intenzioni inconsce? Aumento della capacità di riconoscere le proprieemozioni? Disimpasto dal gruppo e dalle sue dinamiche? L’obiettivo di cambiamento, che deriva dall’analisipsicologica della dinamica del reato, in realtà, è che Matteo impari a chiedere quando si trova in difficoltà e atener conto delle conseguenze delle sue scelte. E’ importante sottolineare che questi obiettivi sono in sintoniacon la rappresentazione soggettiva di Matteo, con la sua descrizione di sé, delle sue relazioni e degli eventi.Questo punto è cruciale per il problema dell’alleanza terapeutica, che è particolarmente delicato con i ragazziantisociali, soprattutto in un contesto prescrittivo come quello del sistema penale minorile. Porre per esempiocome obiettivi l’imparare a controllarsi, a tener conto di più dei sentimenti degli altri o a riconoscere leproprie emozioni non sarebbe adeguato, se la questione riguarda le capacità di legame sociale (chiedere inmodo legittimo e render conto delle proprie azioni). Il raggiungimento di obiettivi come questi, cheriguardano il Sé in relazione con l’altro, d’altra parte, non può non coinvolgere, oltre ad un cambiamentonella rappresentazione di sé di Matteo, anche una trasformazione nella rappresentazione che i genitori hannodi lui o che gli è rimandata dall’ambiente, anche dalla stessa consultazione, nella relazione sia con lopsicologo sia con l’intervento nel suo insieme dei Servizi della giustizia (punizione, controllo,legittimazione, supporto, ecc.). L’inserimento in comunità, oltre ad una funzione di controllo del comportamento assume quindi un sensosimbolico e affettivo più ampio, che per Matteo più che in relazione all’allontanamento dalla madre, vainterpretato sullo sfondo del confronto con una funzione sociale paterna, la stessa che la madre tolleravaquando diceva che il figlio doveva stare presso di lei. La scoperta di un padre inattendibile da parte di Matteoche in qualche modo denuncia è accolta e rielaborata dagli operatori, contribuendo ad aprire nuovi aspettidella relazione di Matteo con i genitori. Più che di un intervento interpretativo si tratta di un intervento di simbolizzazione o risimbolizzazione,intesi come un cambiamento della rappresentazione affettiva del Sé in relazione all’oggetto, che consentauna ripresa dello sviluppo. Questo orientamento colloca l’intervento psicologico con i minori sottoposti aprocedimenti penali in una prospettiva di psicoterapia evolutiva, in cui il cambiamento è visto come ripresadello sviluppo e non come cura. Nel caso di Gerardo, Senise non mette l’accento su un conflitto inconsciocon la figura materna alla base del reato di omicidio della vicina, ma sul senso di Sé agente, percepito apartire dall’uso del motorino, che non trova altre possibilità di espressione (fantasia di recupero maturativo).L’obiettivo dell’intervento non coincide quindi con la maggiore consapevolezza di un proprio impulso osentimento, o con l’acquisizione di una maggiore capacità di controllo, ma con l’aiuto allo sviluppo di questosenso di Sé agente, che si è manifestato alla coscienza nelle sensazioni derivanti dall’uso del motorino. La capacità di sentirsi soggetto delle proprie intenzioni, un senso psicologico di agency, è la base delsenso di responsabilità del proprio comportamento. Lo sviluppo di questo senso soggettivo di autonomia delSé non avviene solo come effetto dello sviluppo di una capacità di insight, ma come risultato della messa allaprova della propria capacità di impegno nella relazione con gli altri. In questo caso, la richiesta di assunzionedi responsabilità per le conseguenze delle proprie azioni da parte del contesto sociale è strettamente legataall’aiuto allo sviluppo della capacità di agency e di impegno.Un intervento integrato, multimodale, sul mondo interno ed esterno, sulll’adolescente e sul suo contesto disviluppo, non significa affiancare una psicoterapia individuale a una familiare a un controllo educativo edeventualmente ad un intervento farmacologico. Significa invece che i diversi interventi (psicologico, sociale,educativo e penale) sono inseriti in un senso complessivo in relazione alle esigenze di sviluppodell’adolescente o fantasia di recupero maturativo. L’intervento è inevitabilmente un rispecchiamento
  11. 11. sociale, che rimanda all’adolescente un’interpretazione delle sue esigenze evolutive (questo è il significatodel transfert e controtransfert in questa situazione, tener conto del significato simbolico della relazione).Nell’intervento multimodale, come proposto per esempio da Bleiberg (2001), l’integrazione significaaffiancamento, per esempio di una terapia familiare a una terapia individuale, con supporto farmacologico edeventualmente una terapia cognitiva breve su obiettivi specifici e un supporto educativo. Un’integrazioneforte implica invece ritenere che l’intervento istituzionale non possa non avere un senso simbolico e non siasolo un intervento educativo o assistenziale o punitivo. Se in una prospettiva psicoanalitica è importante un intervento che cerca di dare senso al comportamentoantisociale, non solo collocandolo nella relazione con il contesto, ma soprattutto interpretandolo in rapportoai bisogni evolutivi, svelandone la fantasia di recupero maturativo implicita nel reato (Novelletto, 1986),nella pratica è possibile distinguere due orientamenti: da una parte la convinzione dell’importanza di unintervento integrato in cui è importante l’offerta di un ambiente che abbia funzioni terapeutiche, con lasottolineatura dell’importanza di un transfert istituzionale, che riduca il transfert personale, dall’altra l’ideache il lavoro terapeutico possa svolgersi nel setting più tradizionale, contenuto nel contesto ambientale. I programmi d’intervento più efficaci sono multimodali e integrati (progetti che agiscono sul minore e suisuoi diversi contesti e che combinano strategie psicologiche e educative), soprattutto orientati a riconoscereun senso soggettivo al comportamento antisociale e a sostenere l’acquisizione di responsabilità delcomportamento, favorendo la costruzione dell’identità dell’adolescente e il suo inserimento sociale. Bibliografia Aichorn A. (1951) Gioventù disadattata. Roma: Città nuova, 1978. Seconda conferenza: Analisi di unsintomo, pp. 23-45. Aliprandi M., Pelanda E., Senise T., (1990), Psicoterapia breve di individuazione. La metodologia diTommaso Senise nella consultazione con l’adolescente. Feltrinelli, Milano. Alvarez A. (1997) Chi esercita quali violenze, tecniche diverse per diversi tipi di violenza. Atti delconvegno Le vittime e gli autori della violenza, Torino. Andrews D.A., Zinger R.D:, Hoge R.D., Bonta J., Gendreau P., Cullen F.T. (1990) Does correctionaltreatment work? A clinically relevant and psychologically informed meta-analysis. Criminology, 28:369-404 Bleiberg E. (2001) Treating personality disorders in children and adolescents. A relational approach.The Guilford Press: New York. Blos P. (1979), L’adolescenza come fase di transizione, Armando, Roma 1988. Blos P. Il ruolo del padre originario nello sviluppo adolescenziale maschile. In Greenspan S. I., PollockG. H. (1991) (a cura di) Adolescenza. Roma: Borla, 1997, pp. 11-27. Boesky, L.M. (2002). Juvenile Offenders with Mental Health Disorders: Who are They and What Do WeDo With Them? American Correctional Association. Bush J. (1995) Teaching self-risk management to violent offenders, in McGuire J. (ed.) (1995) Whatworks: reducing reoffending. Guidelines from research and practice. John Wiley and Sons. Chichester. Cahn R. (1998) L’adolescente nella psicoanalisi. L’avventura della soggettivazione Borla, Roma, 2000. Cahn R. (2002) La fine del divano? Roma, Borla, 2004. Connor D.F. (2002) Aggression and antisocial behavior in children and adolescents. Research andtreatement. New York: Guilford Press. Cummings E.M., Davies P.T., Campbell S.B. (2000) Developmental psychopathology and family process.New York: The Guilford Press. Damasio A. (2003) Alla ricerca di Spinoza. Milano: Adelphi, 2003. Day A., Howells K., Rickwood D. (2004) Trends & issues in crime and criminal justice. Current trendsin the rehabilitation of juvenile offenders, 284. De Leo G. (1998) Psicologia della responsabilità. Laterza, Bari. Dodge K.A., Lochmann J.E., Laird R.D. (2001) La distinzione tra credenze che legittimano l’aggressivitàe l’elaborazione deviante dei sognali sociali, in Bacchini D., Valerio P. (a cura di) Giovani a rischio.Interventi possibili in realtà impossibili. F. Angeli: Milano. Dowden and Andrews (1999) What Works in young offender treatment: a meta analysis. Forum oncorrectional research, Correctional services of Canada. Edelman, Tononi, (2000) Un universo di coscienza. Torino: Einaudi. Eissler K.R. (1953) The effect of the structure of the Ego on psychoanalytic technique. J. Amer.Psychoanl. Assn, 1, 104-143. tr it. in Genovese C. (1988) (a cura di) Setting e processo psicoanalitico.Milano: Raffaello Cortina.
  12. 12. Eissler K.R. (1958) Notes on problems of technique in the psychoanalytic treatement of adolescent. Withsome remarks on perversion. Psychoanlal. St. Child, 13, 223-254. Emler N., Reicher S. (1995) Adolescenti e devianza. Il Mulino, Bologna, 2000. Erikson E. (1968) Gioventù e crisi d’identità. Roma: Armando, 1974, pp. 15-51. Farrington, D. (1995) The Development of Offending and Antisocial Behaviour from Childhood: KeyFindings from the Cambridge Study in Delinquent Development. Journal of Child Psychology andPsychiatry, 360. Fonagy P., Target M. (1996) Una prospettiva psicoanalitica contemporanea: la terapia psicodinamicaevolutiva. In Hibbs E.D., Jensen P.S. (eds.) (1996) Interventi psicoterapici e psicosociali nell’infanzia enell’adolescenza. Approcci e strategie per la pratica clinica. Roma: Magi, 2002. Fonagy P., Target M. (2003) Psychoanalytic theories. Perspectives from developmental psychopathology.London: Whurr Publishers. Fonagy P., Target M.(2001) Attaccamento e funzione riflessiva. Raffaello Cortina Editore, Milano. Fonagy P., Target M., Cottrell D., Phillips J., Kurtz Z. (2002) What works for whom? A critical review oftreatments for children and adolescents. New York: Guilford press. Forth A.E., Mailloux D.L. (2000) Psychopathy in youth: what do we know?, in Gacono C.B. (ed.)(2000)The clinical and forensic assessment of psychopathy. Lawrence Erlbaum Associates, NJ. Hillsdale. Freud A. (1958) Adolescenza. In Anna Freud Opere 1945-1964, Torino: Boringhieri, Vol. 2, 1979, pp.625-648. Freud A. (1966) L’adolescenza come disturbo evolutivo. In Opere, Vol. 3, Torino: Boringhieri, pp. 997-1006. Freud S. (1901) Frammenti di un’analisi d’isteria (Caso clinico di Dora). In Opere 1900-1905, vol. IV,Torino: Boringhieri, 1970, pp. 299-402. Freud S. (1905), Tre saggi sulla teoria sessuale. Le trasformazioni della pubertà, in Opere 1900-1905, vol.IV, Torino: Boringhieri, 1970, pp. 514-534. Gendreau, P., & Andrews, D.A., (1990). Tertiary prevention: What the meta-analysis of the offendertreatment literature tells us about “what works”. Canadian Journal of Criminology, 32, 173-184. Giedd JN, Blumenthal J, Jeffries NO, Castellanos FX, Liu H, Zijdenbos A, Paus T, Evans AC, RapoportJL (1999) Brain development during childhood and adolescence: a longitudinal MRI study. NatureNeuroscience 2(10):861-863. (jgiedd@mail.nih.gov) Gordon Heather L., Baird Abigail A., End Alison (2004) Functional Differences Among Those High andLow on a Trait Measure of Psychopathy. Biol. Psychiatry, 56: 516–521. Greenspan S.I. (1997) Psicoterapia e sviluppo psicologico. Il Mulino: Bologna, 1999 Hare R., Hart S., Harpur T. (1991) Psychopathy and the DSM-IV criteria for antisocial personalitydisorder. Journal of Abnormal Psychology, 100, pp. 520-508. Hare R.D. (1993) Without conscience. The Guilford Press, New York. Henggeler S.W., Schenwald S.K., Borduin C. M., Rowland M.D., Cunningham P.B. (1998) Multisystemictreatment of antisocial behavior in children and adolescents. The Guilford Press: New York. Hollin, C.R. (1995) The Meaning and Implications of ‘Programme Integrity’,in McGuire, J. (Ed.) WhatWorks: Reducing Reoffending. Guidelines from Research and Practice (pp33–4). Chichester, Wiley. Hynes C. A. Baird A. A., Grafton Scott T. (2005) Differential role of the orbital frontal lobe in emotionalversus cognitive perspective-taking Neuropsychologia (in press). Jeammet P. (1992) Psicopatologia dell’adolescenza. Borla, Roma. Jeammet P. (1997) Violence à l’adolescence, Adolescence, 30. Kammarer P. (2000) Adolescents dans la violence. Gallimard: Paris. Kernberg O. (1997) La diagnosi delle patologie narcisistiche in adolescenza. In Pissacroia M. (1997)Trattato di psicopatologia dell’adolescenza Piccin, Padova. Kernberg O. (1999) Psicodinamica e gestione psicoterapeutica dei transfert paranoide, psicopatico enarcisistico. Adolescenza, 10. Lahey B.B., Moffitt T.E., Caspi A. (2003) (eds) Causes of conduct disorders and juvenile delinquency.New York: The Guilford press. Lahey, Waldman, (2003) A developmental propensity model of the origins of conduct problems duringchildhood and adolescence, in Lahey B.B., Moffitt T.E., Caspi A. (2003), cit. Latessa E. J. (1999) What Works and What Doesn’t in Reducing Recidivism:The Principles of Effective Intervention. Center for Criminal Justice Research, www.uc.edu/criminaljustice.
  13. 13. Lipsey M.W. (1995) What do we learn from 400 research studies on the effectiveness of treatement withjuvenile delinquents, in McGuire J. (ed.) (1995) What works: reducing reoffending. Guidelines fromresearch and practice. John Wiley and Sons. Chichester. Loeber R., Farrington D.P., Stouthamer- Loeber M., Van Kammen W.B. (1998) Antisocial Behavior andmental health problems. Explanatory factors in childhood and adolescence. London: Lawrence ErlbaumAssociates. Maggiolini A. (2002) Adolescenti delinquenti. L’intervento psicologico nei Servizi della Giustiziaminorile. Milano: Franco Angeli. Maggiolini A. (2002) Iniziare l’adolescenza. In Centro italiano di psicologia analitica (a cura di) L’inizio.Milano: R. Cortina Editore, vol. 2, pp. 227-248. Maggiolini A. (2006) Il setting isituionale e la psicoterapia evolutiva. Adolescenza e Psicoanalisi, 1. Maggiolini A., Pietropolli Charmet G. (2000) Il colloquio con l’adolescente. In Trentini G. (a cura di)Oltre l’intervista. Il colloquio nei contesti sociali. Isedi, Torino. Maggiolini A., Pietropolli Charmet G. (2004) (a cura di) Manuale di psicologia dell’adolescenza: compitie conflitti. F. Angeli, Milano Maggiolini A., Riva E. (1998) Adolescenti trasgressivi. Il significato delle azioni devianti e le rispostedegli adulti, F. Angeli, Milano. Maggiolini A., Trionfi C. (2003) La valutazione dei minori sottoposti a procedimento penale, CentroGiustizia Minorile, Cooperativa Minotauro, Milano. Mahron R. et al. (1980) Delinquenza minorile, Borla, Roma. Martinson R. (1974) What works? Questions and answers about prison reform. The public interest, 10,22-54. Maxwell G. (2003) Achieving effective outcomes in youth justice: implications of new research forprinciples, policy and practice. Crime and Justice Research Centre, Victoria University of Wellington. McGuire J. (ed.) (1995) What works: reducing reoffending. Guidelines from research and practice. JohnWiley and Sons. Chichester. Meltzer D., Harris M. (1981) Psicopatologia dell’adolescenza, Borla, Roma, Moffitt A. (2003), Life-course persistent and adlescent-limited antisocial behavior: a 10-year researchreview and a research agenda, in Lahey B.B., Moffitt T.E., Caspi A. (2003) cit. Novelletto A. (1986) Psichiatria psicoanalitica dell’adolescenza. Roma: Borla Novelletto A., Biondo D., Monniello G. (2000) L’adolescente violento. Riconoscere e prevenirel’evoluzione criminale. F. Angeli, Milano. Offer D. Lo sviluppo adolescenziale: una prospettiva normativa. Offer D. Lo sviluppo adolescenziale: unaprospettiva normativa. In S. Greespan, G. Pollock (a cura di) Adolescenza. Borla, 1997, pp. 207-226. Panksepp J. (2004) Affective consciousness: Core emotional feelings in animals and humans.Consciousness and Cognition. Pelanda E. (1995) (a cura di), Modelli di sviluppo in psicoanalisi, Cortina, Milano Person E.S., Cooper A., Gabbard G.O. (2005) Psicoanalisi. Teoria, clinica, ricerca. Raffaello Cortina:Milano Pietropolli Charmet G. (2000), Adolescente e psicologo, Angeli, Milano. Pietropolli Charmet G., Maggiolini A. (1995) “La simbolizzazione affettiva nel modello di F. Fornari”, inPelanda E. (a cura di) Modelli di sviluppo in psicoanalisi, Raffaello Cortina, Milano. Redl F. (1966), Il trattamento psicologico del bambino. Boringhieri, Torino 1977. Redondo Illescas S., Sánchez-Meca J., Genovés G. V. (2001), Treatment of offenders and recidivism;assessment of the effectiveness of programmes applied in Europe. Psychology in Spain Vol. 5. No 1, 47-62. Rice M. E., Harris G. T. (1997) The Treatment of mentally disordered offenders. Psychology, PublicPolicy and Law, Vol. 3, No. 1,126-183 . Richard F., Wainrib S. (2006) La subjectivation. Paris: Dunod. Roth A., Fonagy P. (1996) Psicoterapia e prove d’efficacia. Quale terapia per quale paziente. Il pensieroscientifico editore, Roma Rutter M., Giller H., Hagell A. (1998) Antisocial behavior by young people. Cambridge University Press. Senise T. (1990) La rappresentazione del Sé e i processi dei separazione/individuazione nell’adolescente.In Aliprandi M., Pelanda, E., Senise T. Psicoterapia breve di individuazione. Milano: Feltrinelli, pp. 31-45. Snyder J., Reid J., Patterson G., (2003) A social learning model of child and adolescent antisocialbehavior, in Lahey B.B., Moffitt T.E., Caspi A. (2003) cit.
  14. 14. Spear L.P. (2000) The adolescent brain and age-related behavioral manifestations. Neuroscience andBiobehavioral Reviews, 24 417– 463. Vermeiren R. (2003) Psychopathology and delinquency in adolescents: a descriptive and developmentalperspective. Clin. Psychol. Rev., 23: 277-318. Vermeiren R., Jespers I., Moffitt T. (2006) Mental Health Problems in Juvenile Justice Populations. ChildAdolesc-Psychiatic Clin. N. Am., 15, 333-351. Vreugdenihl C., Doreleijers T., Wermeiren R., Wouters L., Wim Van Den Brink (2004) PsychiatricDisorders in a Represantative Sample of Incarcerated Boys in The Netherlands. J. Am. Acad. Child. Adolesc.Psychiatry, 43. Wasserman G., McReynolds L., Lucas C., Fisher P., Santos L. (2002) The voice DISC-IV WithIncarcerated Male Youths: Prevalence of Disorder, J. Am. Acad. Child. Adolesc. Psychiatry Wikstrom P.H., Sampson R.J. (2003) Social mechanisms of community influences on crime andpathways in criminality, in Lahey B.B., Moffitt T.E., Caspi A. (2003) cit. Williams B. (1996) Counselling in criminal justice, Open University Press. Winnicott D.W. () La delinquenza come sintomo di speranza. In Feinstein S.C., Giovacchini P.L.Psichiatria dell’adolescente. Roma, Armando, 1989, pp. 137-144.

×