La Costituzione del '48 nel dibattito politico della Repubblica italiana

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Di Pietro Scoppola. Pubblicato in “Storia e memoria”, rivista pubblicata dall'Istituto ligure per la storia della Resistenza e dell'età contemporanea e prodotto per il convegno:"Radici e vitalità della Costituzione", svoltosi a Genova il 23 aprile 2005.

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La Costituzione del '48 nel dibattito politico della Repubblica italiana

  1. 1. La Costituzione del 48 nel dibattito politico della Repubblica italiana di Pietro Scoppola Intervento al convegno Radici e vitalità della Costituzione svoltosi a Genova il 23 aprile 2005. Pubblicato in “Storia e memoria”, 2005 – Vol. 14 – Fasc. 2 – pp. 137 - 148 Quest’anno il 25 aprile cade all’indomani della prima approvazione da parte delParlamento di una radicale modifica della nostra Costituzione che mette in discussione la suaoriginaria fisionomia. La quasi totalità dei costituzionalisti italiani si è schierata in difesa dellaCostituzione. Ma non solo il diritto ma anche la storia (e gli storici) sono chiamati in causa, sesi vuole dare a questo dibattito sulla Costituzione tutto lo spessore culturale che merita. Il titolo chiama in causa radici e vitalità. Le radici sono la fonte e la ragione della vitalità;ma non penso di riandare in questo intervento alle radici storiche della Costituzione, alleculture politiche che l’hanno ispirata, tema questo già ampiamente esplorato. Ricordo appena ilconvegno che nel 1975, nel trentesimo anniversario, la regione Toscana promosse sulla base diuna imponente ricerca su Il sistema delle autonomie: rapporti fra Stato e società civile, i cuirisultati sono raccolti in ben quindici volumi1: la ricerca era centrata sul tema delle autonomie,ma ebbe il respiro di una ricognizione approfondita sulle radici culturali della Costituzione. Alconvegno parteciparono studiosi di ogni formazione in un clima di feconda collaborazione(consentitemi di ricordare il contributo di Roberto Ruffilli)2. Mi sembra più interessante, oggi, di fronte alla minaccia che incombe sulla nostraCostituzione, interrogarci sulle radici nel senso del radicamento della Costituzione nella vitadella Repubblica, nella cultura e nell’animo popolare, perché la sua vitalità anche a questo èlegata. Lo stravolgimento del nostro assetto costituzionale proposto nella riforma sarebbe statoforse impossibile se nel profondo della coscienza popolare fosse radicato quel patriottismodella Costituzione nel quale si esprime oggi nei paesi democratici più maturi il senso stessodella cittadinanza. Perché la Costituzione non è diventata elemento vissuto, motivo di appartenenza, perchéha radici ancora deboli nel Paese? Le ricerche sin qui effettuate concordano nel sottolineare il notevole coinvolgimentopopolare nella nascita della Repubblica e invece lo scarso coinvolgimento rispetto al dibattitocostituzionale. La nascita della Repubblica per via di referendum fu indubbiamente sentita. Si pensi soloche le donne italiane con il loro primo voto furono chiamate a giudicare il re3. Rimase in ombra, il lavoro dellAssemblea costituente. La più immediata spiegazione di questa caduta di interesse è nella riservatezza in cui ilavori della Commissione e delle sottocommissioni si svolsero. Un grande storico del dirittoFrancesco Calasso nobilitò questa mancanza di passione popolare come "raccoglimentosilenzioso" 4. Ma presto tornò sul tema con una più concreta annotazione: linteresse degli italiani per la costruzione di questa casa nella quale dovranno abitare perqualche secolo coi loro figli e i figli dei figli, è molto modesto: ha bisogno di essere ridestato etenuto sveglio; ha bisogno soprattutto di essere educato5. Una educazione - come vedremo - necessaria e mancata. La nuova costituzione entra in vigore il 1° gennaio 1948 quasi in sordina: la cerimonia sisvolge in ritardo sullorario fissato e in assenza del Capo provvisorio dello Stato De Nicola chenon vuole lasciare la sede di palazzo Giustiniani dove ha svolto sin lì le sue funzioni. Eravamo alla vigilia della prova elettorale del 18 aprile 1948: è evidente che il baricentrodella politica italiana era altrove; era già nato il Fronte popolare e si annunciava uno scontrofra i partiti nel quale si sarebbero giocati i destini del paese.
  2. 2. Mario Isnenghi nella conclusione dei volumi dai lui curati su I luoghi della memoria conriferimento allesito del voto del 2 giugno osserva: "Fascismo e antifascismo, comunismo eanticomunismo, i simboli del rosso e del bianco, lamericanismo e lantiamericanismo,appaiono nel dopoguerra ben più capaci di concettualizzare gli schieramenti e di orientare lepassioni collettive"6 rispetto alla nuova identità collettiva repubblicana e democratica7.L’osservazione è ancora più valida per le elezioni del 18 aprile 1948. Di fatto i partiti hanno svolto un ruolo per certi aspetti contraddittorio: mentrecontribuivano da un lato a rifondare sul piano giuridico formale, nel testo costituzionale, unaconvivenza e una cittadinanza democratica, ne limitavano, dallaltro, le possibilità diespressione in quanto diventavano essi stessi il fattore dominante di integrazione, creandoidentità collettive divise e conflittuali. Ha giocato indubbiamente una necessità storica: solo i partiti e in particolare i grandipartiti popolari potevano gestire la realtà nuova della società di massa creata dal fascismo. Mail riconoscimento di una necessità storica non può precludere la visione critica delleconseguenze. E non si può tacere una responsabilità della cultura e proprio di quel filone culturale cheaveva dato un forte contributo alla Resistenza: nel primo decennio il giudizio sulla Costituzionefu fortemente condizionato dal sentimento della Resistenza tradita espresso dalla culturaazionista. Già nellottobre del 46 uno dei più significativi esponenti dellazionismo, PieroCalamandrei, denunciava l’emergere di uno spirito di desistenza. La frattura si accentua con la crisi del maggio 1947 che pone fine ai governi di unitàantifascista. Paolo Emilio Taviani nel suo bel libro Politica a memoria d’uomo sottolinea che “Ilmotivo di fondo che spezzò l’unità della Resistenza fu la politica estera. Soltanto edesclusivamente la politica estera”…… in ragione della scelta filosovietica del PCI8. Dopo quella frattura le interpretazioni della Resistenza si differenziano; riemergono lediverse motivazioni che l’avevano ispirata: lotta per un radicale rinnovamento sociale da unlato, guerra di liberazione patriottica dall’altro. Ma da nessuna parte politica viene negato il rapporto fra Resistenza e Costituzione; anchese il conflitto politico coinvolge profondamente la Costituzione stessa. La polemica delle sinistre contro i governi centristi viene condotta in nome dellaCostituzione, la Costituzione si radica nella coscienza popolare. La maggioranza degasperiana svolge anch’essa un ruolo che consolida negli ambienticattolici il rispetto della costituzione: l’anticomunismo degasperiano ha radici democratiche;c’è un anticomunismo democratico, troppo a lungo dimenticato o trascurato, che si sviluppa inun quadro parlamentare e costituzionale e che di fatto condizionerà e favorirà lo stesso sviluppodemocratico del comunismo italiano; De Gasperi rifiuterà sempre, come è noto, l’idea di unfronte anticomunista aperto alle destre. Ma c’è per altro verso un ritardo nella attuazione della Costituzione, un ostruzionismo dimaggioranza nella sua attuazione. Il clima politico e culturale si sviluppa con ritardo rispetto al quadro politico. Il grande discorso di Giovanni Gronchi in Parlamento del 25 aprile 1955 per il decimoanniversario della liberazione (cui seguirà poco dopo la sua elezione a Presidente dellaRepubblica), segna in qualche modo una svolta rispetto alle lacerazioni degli anni precedenti inquanto fa della attuazione della Costituzione un impegno per il parlamento e avvia la nuovafase del disgelo costituzionale che ha nella creazione della Corte costituzionale il suo primo esignificativo momento. Ma nello stesso anno nel volume laterziano Dieci anni dopo riemerge ancora con forza ilsentimento della resistenza tradita: Leo Valiani, accosta polemicamente le due date del 22dicembre 1947, in cui con lapprovazione della Costituzione era stato tracciato "il disegnoideale di un nuovo stato veramente democratico", e del 7 febbraio 1948, in cui con un decretolegislativo firmato da Togliatti era stata chiusa la fase dellepurazione, sicché "la restaurazionedel vecchio stato….. poteva dirsi ultimata"9.
  3. 3. Nello stesso volume, Piero Calamandrei riassumeva nella famosa immagine delloscambio fra una rivoluzione mancata e una rivoluzione promessa il significato delcompromesso costituzionale in una relazione dal titolo La Costituzione e le leggi per attuarla,il cui vero titolo, come egli avvertiva, avrebbe dovuto essere "come si fa a disfare unacostituzione"10. Ma va subito ricordato che Alessandro Galante Garrone, ripubblicando lo scrittoquarantanni dopo e ricostruendone la genesi11, ha sottolineato una significativa coincidenza:pochi mesi dopo la stesura di quel testo di fronte alla prima sentenza della appena nata Cortecostituzionale - la sentenza del 13 giugno 1956 - che aveva cancellato larticolo 113 della leggefascista di Pubblica sicurezza Calamandrei aveva scritto un articolo dal titolo per se stessosignificativo, La costituzione si è mossa12, nel quale affermava: "I cittadini sentiranno che laCostituzione non è soltanto una carta scritta, che la Repubblica non è stata una beffa"13. Ma resta tuttavia vero che il primo decennio di vita repubblicana fu culturalmentecondizionato da quella pesante ipoteca del negativo giudizio azionista. Certo questo non favorìquella educazione alla democrazia auspicata dagli esponenti di quella stessa cultura e non soloda essi. Come è noto, nella Commissione alleata di controllo, istituita l11 novembre 1943, unasottocommissione sotto la direzione del pedagogista americano Carleton Washburne affrontò iltema della rieducazione del popolo italiano alla democrazia. Ma bisognerà aspettare il 1958 pervedere introdotta nella scuole da Aldo Moro, ministro della istruzione, uneducazione civicanella scuola, che resterà peraltro del tutto marginale nella vita scolastica. Insomma in quei primi anni di vita democratica, leredità della Resistenza e il riferimentostesso alla Costituzione è inevitabilmente lacerato nel contesto di un aspro conflitto politico.Solo con un filo sottile la Resistenza unisce ancora gli opposti schieramenti della politicaitaliana; il filo è quello del nesso, sia pure diversamente interpretato e definito, fra Resistenza eCostituzione repubblicana che si riassume nella formula della Repubblica e della Costituzionenate dallantifascismo e dalla Resistenza. È un filo esile ma importante, perché contribuisce a mantenere lo scontro politico neglianni della guerra fredda in un comune spazio costituzionale. Il filo si rafforzerà negli anniSessanta, dopo le note vicende che vedono Genova insorgere contro l’autorizzazione concessadal governo Tambroni ai missini di tenere nella città il loro congresso e poi negli anni delcentro sinistra. Lantifascismo tornerà ad essere più nettamente la base comune del cosiddettoarco costituzionale. Non a caso sono questi gli anni di un grande sviluppo degli studi sulla Resistenza adopera di una rete sempre più vasta di istituti storici e sulla base della acquisizione di nuovefonti. La visione si fa più articolata rispetto a quei primi giudizi formulati dagli stessiprotagonisti. Gli studi sul fascismo hanno messo in evidenza la realtà e l’estensione delconsenso al regime ed hanno contribuito indirettamente al superamento della logorantepolemica sul tradimento della Resistenza: si è compreso cioè che la democrazia italiana hadovuto fare i conti con una pesante eredità. Ma una frattura più profonda torna presto a manifestarsi proprio negli anni del confrontofra DC e PCI, e poi della solidarietà nazionale. Si affaccia sul piano degli studi storici lacosiddetta tesi della continuità. Si torna a sottolineare che la lotta di liberazione non avevasegnato una rottura profonda nella storia italiana sul terreno del potere economico e degliapparati dello Stato: uno dei maggiori storici della Resistenza, Guido Quazza, offre una sintesidi questi orientamenti nel volume Resistenza e storia dItalia14 . Si riprende in sostanza la polemica sulla Resistenza tradita ma la si colloca in una visionedi lungo periodo. Obiettivo polemico di questa storiografia è proprio il Partito comunista, alquale viene attribuita la responsabilità di aver svolto una funzione frenante sulla spintainnovativa allo scopo, poi smentito dalla evoluzione dei fatti, di stare al governo. I motispontanei di base manifestatisi prima, durante e dopo la Resistenza assumono il carattere di unfilo conduttore alternativo, e diventano quasi un ideale punto di riferimento per unainterpretazione nuova della storia del paese15.
  4. 4. In questo quadro il rapporto fra Resistenza e Costituzione repubblicana diventa"lappropriazione della guerra partigiana - come ha scritto Guido Quazza - da parte delcompromesso fornito dalla Costituzione della Repubblica"16; in opposizione a ciò si tendeva aricuperare il vissuto della Resistenza soprattutto come esperienza di lotta armata; la bandapartigiana diventava - è ancora unespressione di Quazza - un "microcosmo di democraziadiretta". Questi orientamenti trovano ascolto nel circuito ristretto della protesta giovanile. Purnel loro esasperato unilateralismo, questi orientamenti storiografici hanno contribuito adampliare il quadro delle ricerche; si è passati da una visione dominata dagli aspetti puramentepolitici ad una visione più attenta alla realtà sociale. Ma non hanno certo contribuito a formarenelle nuove generazioni quel patriottismo della costituzione di cui si diceva. Il volume di Claudio Pavone, Una guerra civile. Saggio storico sulla moralità dellaResistenza, (Torino, Bollati Boringhieri, 1991) chiude una stagione di studi con unopera digrande respiro che ha aperto peraltro la nota polemica sulla guerra civile. Molti protagonistidella Resistenza hanno reagito negando alla Resistenza il carattere di una guerra civile: da NutoRevelli, a Paolo Emilio Taviani a Ermanno Gorrieri a Sergio Cotta a Guido Quazza per noncitare che alcuni nomi17. E, in effetti, si può considerare un governo italiano quello di Salò, nato allombra e pervolontà delloccupante tedesco come tutti i governi collaborazionisti nellEuropa occupata dainazisti? Nel libro di Pavone fortemente segnato da un orgoglio della Resistenza, il ricorso allacategoria della guerra civile si spiega proprio allinterno della impostazione generale dellopera:una visione dal basso, dal punto di vista delle motivazioni e dei sentimenti degli uomini chehanno vissuto quella esperienza. Accettando questo punto di vista un altro protagonista dellaResistenza, Vittorio Foa, ha notato: "L obiettivo della ricostruzione della identità nazionaleperduta conferma la tesi della Resistenza come guerra civile. […] Noi dovevamo combattere ilfascismo fra di noi, fra gli italiani, e poi anche dentro di noi"18. Ma quello di Pavone è ormai un fiore nel deserto e la polemica che suscita una polemicadi altri tempi…. Giustamente Filippo Focardi, nel volume appena uscito La guerra della memoria. LaResistenza nel dibattito politico italiano del 1945 a oggi, indica proprio nella iniziativa di Craxialla metà degli anni Ottanta l’elemento che apre una nuova stagione di polemiche e di dibattiti.“Al richiamo di per sé ineccepibile della necessità di distinguere fra antifascismo e democrazia(il comunismo in quanto antifascista non poteva definirsi ipso facto democratico) siaccompagnarono critiche a noti episodi della Resistenza di cui erano stati protagonistipartigiani comunisti”, quali l’attentato di via Rasella o l’uccisione di Giovanni Gentile. Si apre la polemica sul triangolo della morte con un chiaro intento politico: delegittimareil PCI nel momento stesso in cui subiva la profonda evoluzione legata al venir menodell’Unione sovietica. Il crollo del muro di Berlino e poi dell Unione sovietica hanno ha aperto anche per lItaliauna nuova fase politica. Si è aperta una transizione che è stata giudicata infinita19. Incombe sulPaese il sentimento di una crisi di identità e di una minaccia alla sua stessa unità. In questo contesto si colloca e si sviluppa quella che definirei l’ondata revisionista. La storiografia revisionista, nell’opera dei suoi due più significativi esponenti, Renzo DeFelice e Ernesto Galli della Logia ha in sostanza retrodatato le ragioni di crisi del sistemapolitico italiano negli anni Novanta al momento stesso fondativo della Repubblica,contribuendo a mettere per così dire sotto processo, con ampia risonanza nellopinionepubblica, la stessa Costituzione repubblicana. Come è noto due sono i motivi centrali in questo revisionismo: il primo è quello dellalunga zona grigia di indifferenza e passività fra le due posizioni minoritarie in lotta crudele fraloro, quella dei resistenti e quella di coloro che si batterono per la Repubblica di Salò; ilsecondo è quello della crisi della nazione, quale si era faticosamente venuta formando neglianni del Risorgimento e dellItalia unita, nella tragedia dell8 settembre, che diventa la datasimbolo della morte della patria. È evidente che se è fondata limmagine di un paese immersonella zona grigia, se la Resistenza è un fatto sostanzialmente marginale, allora l8 settembre e
  5. 5. non più il 25 aprile diventa lelemento centrale di tutta la vicenda20; la Costituzione non ha piùun riferimento forte nella Resistenza; non ha daltra parte un fondamento in una tradizionenazionale italiana travolta dalle vicende belliche21; la Costituzione perde rilievo storico e tornaad essere tutto e solo un compromesso fra i partiti. Così tutto ledificio della Repubblica restaprivo di fondamento e la Costituzione perciò destinata ad essere archiviata con il superamentodi quel quadro storico e con la scomparsa di quei soggetti politici. Penso vi sia una dipendenza del revisionismo degli anni Novanta da quelle tesi dellacontinuità proposte negli anni Settanta, di cui si è detto, che accentuavano il carattere elitariodella Resistenza contrapponendola alla maggioranza passiva e attendista della popolazione. Ilrapporto fra Resistenza e Costituzione anche in quelle tesi, come si è viso, veniva spezzato. Nella nuova storiografia revisionista quella visione della Resistenza, elitaria ed avulsadalla realtà profonda del paese, viene ricuperata e rovesciata in senso opposto, nel senso cioèdella sua irrilevanza. Lo stesso Claudio Pavone, che della tesi della continuità era stato uno dei più autorevoliinterpreti, nella prefazione ad una raccolta dei suoi saggi, ha riconosciuto che la tesi della continuità dello Stato da stimolo critico verso lassetto repubblicano uscitodalla Resistenza rischia di trasformarsi o in un rassegnato riconoscimento della fatalità dellecose, o in condanna della Repubblica in quanto tale (paradossale capovolgimento in chiavemoderata della vecchia tesi della Resistenza tradita), o in una critica radicale della Resistenzastessa che quella Repubblica aveva partorito, o ancora in una frettolosa rivalutazione del regimefascista di cui finalmente i fatti dimostrerebbero la positiva realtà profonda22. Gli effetti del revisionismo su piano politico sono pesanti; la svalutazione dellaCostituzione è uno degli effetti più gravi. Proprio qui a Genova la Costituzione è pesantementeviolata in occasione del G8 del luglio 2001. Ma in definitiva sul piano culturale il revisionismodegli anni Novanta ha suscitato una reazione che ha contribuito a rinsaldare il radicamentodella Costituzione nella coscienza popolare. L’immagine della zona grigia è apparsa subito riduttiva e inaccettabile: la popolazioneitaliana nel suo insieme non fu inerte e indifferente di fronte ai mille drammi umani provocatidall8 settembre: i soldati allo sbando furono accolti e rivestiti con panni civili per aiutarli asfuggire ai tedeschi e a raggiungere le loro famiglie; inglesi e americani in fuga dai campi diprigionia furono ospitati e nascosti a rischio della vita; molti ebrei furono salvati dallasolidarietà popolare. Proprio gli sbandati, come lo stesso Parri ebbe a sottolineare, offrono le prime leve allaresistenza Il rifiuto della chiamata alle armi da parte della Repubblica sociale coinvolge, circa il40 per cento dei giovani (e delle loro famiglie) e non è certo un fatto passivo. È stata ricuperata, anche per merito del presidente Ciampi, la complessa realtà dellaresistenza dei militari, rimasta in ombra nelle storiografia di sinistra: erano classificati ibadogliani. Sono stati ricuperati alla resistenza gli ufficiali e i soldati che resistono nei lagerper fedeltà al giuramento al re23: si tratta di una realtà anche quantitativamente imponente (circa600.000 sono i resistenti nei lager) che coinvolge famiglie ed amici rimasti in patria. Lo stesso De Felice pone in luce che gli italiani dei territori occupati dai tedeschi sono inlarghissima maggioranza orientati in senso antifascista e antitedesco, hanno fatto cioè unascelta, la scelta giusta, anche se non la traducono nel prendere le armi. Il ruolo della presenza cattolica intuito da Chabod era stato poi confinato negli spazidell’attendismo. La Chiesa non prende parte attiva, ma il suo messaggio è alternativo a quellofascista e si pone piuttosto come elemento di salvaguardia di valori fondamentali di convivenzache la guerra civile aveva travolto. Proprio questa capacità della Chiesa di porsi al di sopradelle parti rappresenta una premessa essenziale di una ricostruzione democratica fondata persua natura sul senso forte del rispetto della persona umana a prescindere da idee e da sceltepolitiche. Il rifiuto della violenza e laccentuarsi della volontà di pace non sono sentimenti grigi, enon saranno di fatto irrilevanti per un opera di ricostruzione della convivenza civile.
  6. 6. In sostanza il prendere le armi da una parte o dallaltra non si può considerare l’unicaforma di partecipazione e di coinvolgimento. La tenace volontà di sopravvivenza che finiscecon il prevalere in molti è pur sempre una grande risorsa vitale per il futuro di un popolostremato sul piano materiale e morale da una guerra perduta e dalla presenza di due eserciti inguerra fra loro, divisi da un fronte che spazza da sud a nord tutto il paese: combattere ognigiorno per vivere e sopravvivere è cosa ben diversa da una inerzia passiva se si tiene contodelle difficili condizioni di vita, del crescente disagio economico, dellimpegno eccezionale cuianche milioni di donne sono state chiamate. Il rifiuto della violenza e laccentuarsi della volontà di pace non sono sentimenti grigi, enon saranno di fatto irrilevanti per unopera di ricostruzione della convivenza civile. Insomma il fenomeno della lotta armata, che conserva tutto il suo valore, non può essereisolato dalle innumerevoli forme di resistenza civile di cui il paese fu teatro24. L’idea stessa della patria non muore ma si trasforma: "Luso della parola patria - osservalAga Rossi - era molto diffuso fra i partigiani e non aveva quel significato desueto e quasidisdicevole assunto più tardi"25. È su queste premesse che si può tornare al tema del significato storico della Costituzione:essa ha dato forma giuridica e ha consacrato sentimenti speranze radicate nel popolo che neldramma della guerra si erano sviluppate. Dunque la Costituzione non è un semplice compromesso fra i partiti, ma la risposta aduna domanda profonda di un popolo che usciva dalla tragedia della guerra. Ma nell’immediato il revisionismo ha offerto argomenti a quelle forze politiche nonlegate alla costituzione repubblicana che aspiravano a togliersi di dosso i vincoli da essaimposti e a immaginare perciò un nuovo inizio, una seconda repubblica del tutto svincolatadalla prima. In questo contesto si colloca quella significativa riscossa in difesa della Costituzione cheha visto, come è noto, in prima fila il monaco Giuseppe Dossetti. Ma attenzione a non confondere queste iniziative in difesa della Costituzione con uncieco conservatorismo costituzionale. L’esempio offerto proprio da Giuseppe Dossetti, maggiore protagonista del movimentoper la difesa della costituzione, è assai significativo. Proprio dieci anni prima della data in cuicon la lettera al sindaco di Bologna diede avvio al suddetto movimento, Dossetti avevarilasciato a Leopoldo Elia e a me una lunga intervista che solo due anni fa abbiamo potutopubblicare26. Ebbene in quelle intervista le critiche di Dossetti alla costituzione soprattutto sulpunto della debolezza del potere esecutivo sono esplicite e taglienti sino a ricordare le ipotesi,allora formulate, di un sistema presidenziale. Dunque Dossetti era consapevole della necessitàdi una riforma costituzionale, ma di una riforma che doveva muoversi in linea di continuitàrispetto ai valori di fondo della costituzione. Invece il clima politico in cui il processo di riforma si avvia dieci anni dopo lo spinge aduna brusca impennata in difesa di quei valori di fondo che vede minacciati, lo spinge ad unarivendicazione forte del nesso che la Costituzione ha con il quadro storico in cui è nata e,scavalcando perfino il tema del nesso Resistenza Costituzione, lo porta a porre in luce il nessopiù profondo e di portata epocale fra la Costituzione e l’evento della seconda guerra mondiale.Con la profondità di una riflessione che trova alimento in una intensa esperienza religiosa,Giuseppe Dossetti, in una conferenza del 16 settembre 1994, formula la famosa immagine: Alcuni pensano che la Costituzione sia un fiore pungente nato quasi per caso da un aridoterreno di sbandamenti postbellici e da risentimenti faziosi volti al passato. […] In realtà laCostituzione italiana è nata ed è stata ispirata - come e più daltre pochissime costituzioni - daun grande fatto globale, cioè dai sei anni della seconda guerra mondiale. Questo fattoemergente della storia del XX secolo va considerato rispetto alla Costituzione, in tutte le suecomponenti oggettive e al di là di ogni contrapposizione di soggetti, di parti, di schieramenti,come un evento enorme del quale nessun uomo che oggi vive o anche solo che nasca oggi, puòo potrà attenuare le dimensioni, qualunque idea se ne faccia e con qualunque animo lo scruti.
  7. 7. Ma se queste sono le radici storiche della Costituzione allora essa nei suoi valori fondantiè sottratta ad ogni contingenza politica. La sostanza della Costituzione non è disponibile pernessuna maggioranza politica. Dunque le conclusioni dell’ampio dibattito che ho richiamato in alcuni suoi passaggiessenziali ci permettono di dire che vi sono le condizioni oggi per una larga condivisione, cheha avuto un sorta di riconoscimento da parte dello stesso Presidente della Repubblica, sul mododi intendere il nesso storico fra Resistenza e Costituzione: la vitalità della Costituzione escerafforzata da questo dibattito. La scelta di difendere la Costituzione, nell’eventuale referendum confermativo delledevastanti modifiche ad essa apportate, non è un scelta politica di parte ma scelta di fedeltà allanostra storia.
  8. 8. 1 Il sistema delle autonomie. Ricerca promossa dal Consiglio regionale della Toscana in occasione del XXX della Repubblica e della Costituzione, Bologna, Il Mulino 1979-1981, 15 voll. Di particolare interesse risultano i due volumi a cura di Roberto Ruffilli, Cultura politica e partiti nelletà della Costituente, vol. I: Larea liberal democratica. Il mondo cattolico e la Democrazia cristiana, vol II: Larea socialista. Il Partito comunista italiano, (1979); nonché i volumi: LItalia negli ultimi trentanni. Rassegna critica degli studi, (1978), e Il sistema delle autonomie: rapporti tra stato e società civile. Atti del Convegno sulla ricerca promossa dal Consiglio regionale della Toscana in occasione del XXX della Repubblica e della Costituzione (1981). 2 Cfr. per questa tesi: G. Quazza, Resistenza e storia dItalia, Milano, Feltrinelli, 1976; C. Pavone, La continuità dello Stato. Istituzioni e uomini, in Italia 1945-48. Le origini della Repubblica, Torino, Giappichelli, 1974, pp. 137-289. Dello stesso autore: Ancora sulla continuità, in Scritti storici in memoria di E. Piscitelli, Padova, Antenore, 1982. I saggi di Pavone sul tema della continuità sono ora raccolti nel volume: C. Pavone, Alle origini della Repubblica. Scritti sul fascismo, antifascismo e continuità dello Stato, Torino, Bollati Boringhieri, 1995. 3 Cfr. A. Rossi Doria, Le donne sulla scena politica, in Storia dell Italia repubblicana, Torino, Einaudi, vol. 1., pp.776-846; vedi anche il volume: Presidenza del Consiglio dei ministri, Commissione nazionale per le pari opportunità tra uomo e donna, Alle origini della Repubblica. Donne e Costituente, di M. Addis Saba, M. De Leo, F. Taricone, Dipartimento per linformazione e leditoria, 1996. 4 F. Calasso, Prolegomeni alla costituente, in "Il Mondo", Firenze 6 luglio 1946, ora in F. Calasso, Cronache politiche di uno storico, Firenze, La Nuova Italia, 1975, p. 158-159. 5 La costituente criptogenetica, in "Il Mondo", Firenze, 17 agosto 1946, ora in Cronache, cit., pp.173-175. 6 I Luoghi della memoria. Strutture ed eventi dellItalia unita, Roma-Bari, Laterza, 1997, p. 556-557. 7 Alle stesse conclusioni giunge la riflessione di Nicola Tranfaglia: "La storia del novecento sembra, almeno per lItalia, aver seppellito definitivamente il mito dei Savoia o di loro possibili sostituti. Tuttavia tarda a nascere anche un forte mito repubblicano, paragonabile a quello che si è affermato in Francia, ma questo sembra dipendere soprattutto dal clima di aspra contrapposizione ideologica che caratterizza la guerra fredda, di cui lItalia risente più di altri paesi", N. Tranfaglia, La Repubblica, in I luoghi della memoria. Personaggi e date dell Italia unita, Roma-Bari, Laterza, 1997, p. 318.8 P.E. Taviani, Politica a memoria d’uomo, Bologna, Il Mulino, 2002, pp. 119-120. 9 L. Valiani, Il problema politico della nazione italiana, in Dieci anni dopo 1945-1955. Saggi sulla vita democratica italiana, Bari, Laterza, 1955, p. 86. 10 Il giudizio era stato già espresso dal Calamandrei nei Cenni introduttivi sulla Costituente e sui suoi lavori, in Commentario sistematico alla Costituzione italiana, diretto da P. Calamandrei e A. Levi, Firenze, 1950, vol. I, p. XXXV, ma fu ripreso nel saggio La Costituzione e le leggi per attuarla, in Dieci anni dopo 1945-1955. Saggi sulla vita democratica italiana, Bari, Laterza, 1955, p. 211. 11 P. Calamandrei, Questa nostra Costituzione, Introduzione di Alessandro Galante Garrone, Milano, Bompiani, 1995.12 In "La Stampa", 16 giugno 1956.13 Calamandrei, Questa nostra Costituzione, cit. p. XXIV. 14 G. Quazza, Resistenza e storia dItalia, Milano, Feltrinelli, 1976. 15 Uno degli esempi più noti e discussi di questa impostazione è offerto dallopera di R. Del Carria, Proletari senza rivoluzione, Roma, Savelli, 1975-77, 5 voll. 16 G. Quazza, Passato e presente nelle intepretazioni della Resistenza, in Passato e presente della Resistenza, Roma, Presidenza del Consiglio dei ministri, s. d. 17 Si veda in proposito Passato e presente della Resistenza, cit. Di particolare interesse la risposta di Pavone alle critiche mosse al suo titolo (pp. 111 e ss., 131 e ss). 18 V. Foa, Il cavallo e la torre. Riflessioni su una vita, Torino, Einaudi, 1991, pp. 138. 19 G. De Rosa, La transizione infinita. Diario politico 1990-1996, Roma-Bari, Laterza, 1997. 20 Indubbiamente una riflessione approfondita e critica sull8 settembre è necessaria purché essa superi le semplificazioni polemiche. Si veda in proposito la ricostruzione di E. Aga Rossi,Una nazione allo sbando. Larmistizio dell 8 settembre 1943, Bologna, Il Mulino, 1993. 21 In maniera articolata e documentata questa tesi è presente anche nellultima parte, dedicata appunto al periodo della Repubblica dellopera assai pregevole, di E. Gentile, La grande Italia. Ascesa e declino del mito della nazione nel ventesimo secolo, Milano, Mondadori, 1997. 22 C. Pavone, Alle origini della Repubblica. Scritti su fascismo, antifascismo e continuità dello Stato, Torino, Bollati Boringhieri, 1995, p. XV.
  9. 9. 23 V. E. Giuntella, Gli italiani nei campi di concentramento nazisti, in Trent anni di storia politica italiana, Torino, ERI, 1967. 24 Sul tema della Resistenza civile o non armata ha insistito Antonio Parisella del quale si veda ora Sopravvivere liberi. Riflessioni sulla storia della resistenza a cinquant anni dalla liberazione, Roma, Gangemi, 1997. 25 E. Aga Rossi, Una nazione allo sbando, cit.26 A colloquio con Dossetti e Lazzati. Intervista di Leopoldo Elia e Pietro Scoppola, Bologna, Il Mulino,2003.

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