Forum Cinque domande sulla storiografia della emigrazione a Emilio Franzina ed Ercole Sori

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A cura di Amoreno Martellini. Pubblicato in "Storia e problemi contemporanei", n. 34, sett.2003, rivista dell'Istituto regionale per la storia del movimento di liberazione nelle Marche - Ancona.

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Forum Cinque domande sulla storiografia della emigrazione a Emilio Franzina ed Ercole Sori

  1. 1. 15ForumCinque domande sulla storiografia della emigrazionea Emilio Franzina ed Ercole Soria cura di Amoreno Martellini I nomi di Emilio Franzina e di Ercole Sori sono stati e sono tuttora dei puntidi riferimento indiscussi per coloro che si occupano di storia della emigrazione,non soltanto in Italia. Il loro approccio alla materia è profondamente diverso:tanto attento il primo a una lettura di storia sociale, quanto padrone il secondodei rigorosi strumenti di indagine della storia economica e della demografia sto-rica. Ma i risultati raggiunti dalla loro ricerca hanno contribuito in eguale misu-ra alla comprensione di alcune importanti pagine della storia d’Italia. Entrambiiniziarono a dedicarsi a questo campo di indagine negli anni settanta e alla finedi quel decennio uscirono due volumi che ancora oggi costituiscono dei testibase per l’argomento: Franzina diede alle stampe La grande emigrazione (Mar-silio, Venezia 1976), Sori pubblicò per i tipi del Mulino L’emigrazione italianadall’Unità alla seconda guerra mondiale (Bologna 1979). Insieme a pochi altritesti dedicati al tema, questi due volumi segnarono la nascita di un interessescientifico per la storia dell’emigrazione e diedero il via a un filone di studi sto-rici tuttora vivo e fecondo. Dunque questa è un’occasione per ripercorrere ilcammino della storiografia sulla emigrazione in questi ultimi trent’anni, nontanto per tracciare un bilancio scientifico dei risultati raggiunti, quanto piuttostoper capire i mutamenti avvenuti nella storiografia di settore e nei suoi rapporticon l’ambiente accademico-scientifico della storiografia contemporaneistica econ la società italiana tout court.1. Una storiografia “a rate” Partiamo da lontano per capire il rapporto tra storia dell’emigrazione estoria contemporanea. A partire dagli anni settanta e almeno per tutto il decenniosuccessivo il fenomeno migratorio è entrato a far parte del bagaglio dello stu-dioso della storia d’Italia, ma non per intero. Forse il primo “riconoscimentoufficiale” a questo campo di indagine è venuto dagli Annali della Storia d’ItaliaEinaudi, in uno dei quali Franco Bonelli (dunque, uno storico dell’economia)segnalava l’importanza dei flussi migratori, in virtù delle rimesse in denaro chegiungevano nel nostro paese e che attivavano una serie di meccanismi virtuosi«Storia e problemi contemporanei», n. 34, settembre 2003
  2. 2. 16 Amoreno Martelliniche davano ossigeno al bilancio dello Stato. Forse in quella occasione molti stu-diosi si accorsero per la prima volta dell’importanza dell’emigrazione nella sto-ria d’Italia. In altri casi furono gli storici della politica ad evidenziare la rile-vanza della emigrazione politica e, in particolare, dell’esilio antifascista; oppu-re furono i meridionalisti a far comprendere quanto fosse compenetrata la storiadell’emigrazione con quella delle regioni del Sud d’Italia. Intanto importantisintesi della storia d’Italia che videro la luce tra gli anni settanta e gli anni ottantacontinuavano a dedicare al fenomeno migratorio spazi limitati e approcci moltoparziali (Candeloro, Aquarone, Carocci, solo per fare alcuni nomi). Nel com-plesso sembra quasi che non si tenesse conto dei risultati che nel frattempo glistorici che allora si occupavano di emigrazione stavano ottenendo. La stessacosa non è avvenuta per altri settori della storia contemporanea (la storia delfascismo, dei partiti politici, della Chiesa, o quant’altro) che entrarono nellastoria d’Italia quasi di diritto e non “a rate”, ma in base al quadro complessivoricostruito e suggerito dagli storici che se ne erano occupati. A cosa fu dovutaquesta sorta di “stato di minorità” della storiografia sulla emigrazione in Italia? FRANZINA - Sebbene da varie parti si osservi, e Matteo Sanfilippo lo ha an-che poi documentato, che in realtà l’emigrazione dall’Italia ha continuato a ri-prodursi sino a non molto tempo fa e per quanto ancor oggi esistano molti in-dubbi esempi di mobilità legati a nuovi mestieri o a nuove situazioni (trasfertisti,tecnici, studenti in Erasmus, neolaureati e dottori di ricerca presso Universitàstraniere e via dicendo), è un fatto che la fine di quello che è stato chiamato “ilgrande esodo” italiano – penso a un libro recente di Ludovico Incisa di Came-rana – coincide più o meno con l’avvio della stagione di studi sul tema in cui,all’inizio degli anni settanta del secolo passato, ci trovammo a muovere i primipassi,come ricercatori, e in numero relativamente ridotto, sia io che alcuni stu-diosi di nuova generazione, tutti attratti dal fascino di una questione e di un pro-cesso appena conclusisi o comunque esauriti, ma che avevano attraversato e “se-gnato” per intero la storia d’Italia dall’Unità in avanti. In altre parole, e un po’ce lo avevano suggerito nel corso della decade 1960 gli interventi mirati di sto-rici come De Felice, Saitta e Manzotti, sembrava giunto il momento di ripensarein forma appropriata al ruolo e al posto delle migrazioni, specialmente di massa,nell’evoluzione del nostro paese e in genere dell’Occidente sviluppato nell’arcoalmeno degli ultimi cent’anni. Di qui la baldanza e quel certo entusiasmo chesegnarono il debutto, ma sarebbe meglio dire la ripresa pensando a un filone sot-terraneo tutto sommato mai disseccatosi (da Gioacchino Volpe a Grazia Dore),di un tipo d’indagine che cominciò per qualcuno (per me senz’altro) abbastanza“a tentoni” e con lo sguardo per lo più rivolto all’esterno, ossia alle storiografieo americane o di altri paesi europei (dall’Inghilterra alla Svezia) molto più avan-ti del nostro nell’elaborazione di modelli e nella realizzazione di ricerche nonconvenzionali (penso fra gli altri a un contributo periodizzante di Frank Thiest-lewhaite). È ben vero che né allora né poi, per molto tempo, la nostra contem-
  3. 3. Cinque domande sulla storiografia della emigrazione 17poraneistica, per non parlare dei nostri manuali scolastici, fece mai mostra d’in-teressarsi granché alla cosa – diversamente da quanto accadde, come fai notare,per altri argomenti – se non includendola nel novero dei fatti meritevoli di men-zioni sporadiche, deprecatorie o rituali, ma tale “stato di minorità”, come puregiustamente lo chiamate, non è difficile da spiegarsi. Qualora si pensi alla nettaprevalenza nella nostra cultura postbellica dell’interesse per la storia politica o,se si preferisce, degli approcci etico politici al passato, alla perdurante influenzadel pensiero crociano e, insomma, alla continuità, fra gli intellettuali di casa no-stra, di un atteggiamento mentale medio indifferente se non anche, di fondo,piuttosto “ostile” alle vicissitudini delle classi popolari, c’è ben poco da stupirsi. Certo: tra il 1945 e i primi anni sessanta, complici il magistero postumo diGramsci e le stesse provocazioni di Rosario Romeo, una temperie diversa avevafavorito l’incedere e il consolidarsi di molte attenzioni verso il mondo subalternoe in particolare (ma lungo una linea pericolosamente incline al “populismo” pro-gressista), verso i contadini intesi all’antica come plebi rurali o tutt’al più comemasse destinate a una politicizzazione e a una sindacalizzazione quasi salvifiche,ma un po’ coatte. Nel momento però in cui i contadini dimettevano questi pannie si trasformavano in emigranti venivano lasciati al proprio destino di esuli “nonpolitici” e di soggetti come minimo esterni o estranei alla “vera” storia nazionale. Il vecchio pregiudizio del mondo dei colti nei confronti dell’emigrazione,certificato da cent’anni di approcci letterari endemici e di assai più clamorosisilenzi, poteva anche dipendere dal fatto che difficilmente la figura dell’emi-grante, sottratta all’interpretazione nazionalista, si sarebbe potuta prestare in séa quel trattamento che invece amavano riservargli scrittori, giornalisti e divul-gatori e che infatti fu l’unico ad affermarsi costantemente da noi (con strascichidurevoli ancor oggi): emblema del ritardo, della miseria e delle ingiustizie di unpaese arrivato tardi alla modernità e privato di connotazioni positive sue proprie(intraprendenza, dinamismo, e così via). Tutto questo si rifletteva e continuò alungo a riflettersi nella soluzione sbrigativa del compianto e della ulterioreemarginazione adottata dagli storici “generalisti”: gli emigranti, tolto il versantemelodrammatico e/o recriminatorio, non costituivano materia degna d’interesseeffettivo e la loro vicenda, percepita come “insieme di vicissitudini”, meno chemai rappresentava un possibile terreno di sperimentazione per tecniche d’inda-gine nuove e per incontri interdisciplinari che viceversa il convergere sull’argo-mento di tanti saperi specialistici (storia economica, storia sociale, demografiastorica, storia delle culture o tradizioni popolari) avrebbe fatto presagire e quasicomportato di diritto. Insomma, rispondendo al quesito in poche parole, lo stato di minorità dellastoriografia di settore fu dovuto alla malintesa nozione di minorità (o di margi-nalità residuale) collegata all’oggetto di studio e cioè al fatto che esso a primavista mal si prestava ad essere inserito nel quadro delle conoscenze correnti,tut-te dominate, quale più quale meno, da una logica “di vertice”. Nella storia po-litica intesa come storia del potere e nell’involucro rigido dello stato/nazione,
  4. 4. 18 Amoreno Martellinilo spazio riservato all’emigrazione e agli emigranti, un fatto e dei protagonisti(o delle “vittime), che parevano sottrarsi per definizione a quegli ambiti, nonpoteva che essere minimo. SORI - Mi pare che ci si chieda di fare il punto sullo stato della storiografiaattorno alla metà degli anni settanta, quando io (un po’ dopo) ed Emilio (un po’prima) iniziavamo il nostro lavoro sulla storia dell’emigrazione italianaall’estero. La questione non è semplice e la risposta non è breve. Per quanto mi riguarda, non posso dire che si partisse dall’anno zero, poi-ché il mio libro fu costruito esclusivamente su fonti secondarie, cioè sia su ana-lisi coeve del fenomeno, sia su contributi storiografici degli anni sessanta e set-tanta. Quanto a questi ultimi, una loro classificazione aiuterà a capire i limiti checaratterizzavano allora lo stato degli studi. Prevaleva nettamente il filone stori-co-politico, dunque un approccio “controversistico”1 che assumeva il temadell’espatrio come laboratorio, finanche come pretesto per occuparsi sostan-zialmente d’altro: il dibattito tra le varie culture politiche dell’Italia post-unita-ria, il loro scontro e incontro. Dunque si trattava di lavori che erano espressionedelle culture storiografiche cattoliche2, laico-liberali3 e marxiste4, le quali cer-cavano di reinterpretare sul terreno della questione emigratoria la competizionetra i soggetti politici guida della storia dell’Italia unita: Destra storica, Sinistrastorica, giolittismo, Chiesa e movimento cattolico, movimento operaio, meri-dionalismo liberale5, nazionalismo, fascismo. Era dunque, in larga parte, una storia dei riflessi politici e culturali chel’emigrazione aveva avuto sul sistema politico italiano e molto poco una storia 1 La migliore e più completa espressione di questo approccio è il volume di F. Manzotti, Lapolemica sull’emigrazione nell’Italia unita, Dante Alighieri, Città di Castello 1962. 2 Ad esempio, G. Dore, La democrazia italiana e l’emigrazione in America, Morcelliana,Brescia 1964, nella collana di storia contemporanea diretta da Gabriele De Rosa, oppure il fasci-colo monografico di «Studi emigrazione», 1968, n. 11-12 dedicato a La società italiana di frontealle prime migrazioni di massa. Il contributo di mons. Scalabrini e dei suoi primi collaboratorialla tutela degli emigranti. 3 Possiamo collocare a cavallo tra area laico-liberale e area socialista il numero monograficode «Il Ponte», nov./dic. 1974, titolato Emigrazione, cento anni, 26 milioni. Meno collocabile trale “parrocchie” storiografiche è Renzo De Felice, che si era brevemente ma solidamente occupatodi storia dell’emigrazione italiana tra gli anni ’60 e gli anni ’70 (R. De Felice, L’emigrazione egli emigranti nell’ultimo secolo, in «Terzo programma», 1964, n. 3; Id., Alcuni temi per la storiadell’emigrazione italiana, in «Affari sociali internazionali», 1973, n. 3). 4 Ad esempio, A. Rosada, Giacinto Menotti Serrati nell’emigrazione (1899-1911), EditoriRiuniti, Roma 1972; Id., Emigranti e socialisti feltrini nel primo decennio del Novecento, in «Stu-di storici», 1964, n. 4; E. Ragionieri, Italiani all’estero ed emigrazione di lavoratori italiani: untema di storia del movimento operaio, in «Belfagor», 1962, XVII. 5 L’approccio meridionalista al problema dell’emigrazione all’estero venne ripreso e rinno-vato principalmente in due lavori di F. Barbagallo, Lavoro ed esodo nel Sud, 1861-1971, Guida,Napoli 1973 e F.P. Cerase, Sotto il dominio dei borghesi. Sottosviluppo ed emigrazione nell’Italiameridionale, 1860-1910, Carucci, Assisi-Roma 1975.
  5. 5. Cinque domande sulla storiografia della emigrazione 19del fenomeno emigratorio. Un sottoinsieme di questa produzione mostrava giàmaggiore sensibilità al fenomeno in sé. Si tratta dell’approccio che potremmodefinire “L’Italia fuori d’Italia”6, di cui il filone più interessante sembra esserestato quello degli studi di americanistica7. In quasi tutti questi lavori dominava il tema delle politiche emigratorie deigoverni post-unitari, tema di per sé poco consistente, dal momento che governi elegislazione fecero ben poco per incidere su quantità, qualità, epoca, provenienza,destinazione e conseguenze dei flussi di espatrio. Dato che disciplinare una fugaè pressoché impossibile, le concrete politiche emigratorie italiane tutt’al più silimitarono ad accompagnare e assecondare la grande ondata di espatri, regolan-done alcuni effetti “interni” e “collaterali”. Per converso, in questa storiografiaera praticamente assente una storia economica del fenomeno, cioè un’analisi delruolo dell’emigrazione nello sviluppo economico italiano, se si eccettua una bre-vissima ma illuminante incursione del solito Franco Bonelli8, un innovatore diprofessione tale proprio perché privo di casacca ideologica. Assente o errata erala quantificazione del fenomeno. Il meritorio fascicolo monografico della rivista«Il Ponte» si apriva con questa affermazione: «Dall’Unità d’Italia non meno diventisei milioni d’italiani hanno abbandonato definitivamente il nostro paese»9,confondendo così il numero di espatri (oltre 25 milioni) con l’emigrazione netta(una decina di milioni). Assente il quadro economico e politico internazionale, inparticolare quella “economia atlantica” che guidò la grande emigrazione europeaintercontinentale, quadro entro il quale si svolse l’onda emigratoria italiana. As-sente o quasi la strumentazione analitica che altri settori delle scienze sociali, oltreall’economia, erano già in grado di offrire allo storico che si occupasse di movi-menti migratori (sociologia, antropologia, demografia, vari settori della storia 6 È il titolo del saggio che Robert Paris consegna alla Storia d’Italia, vol. 4*. Dall’Unità aoggi, Einaudi, Torino 1975, pp. 509-818, di cui soltanto 95 dedicate all’emigrazione. Si noti,tuttavia, come l’opera einaudiana, che ha consacrato il rinnovamento degli studi storici italiani,dedichi al tema dell’emigrazione soltanto attenzioni residuali, enclaves all’interno di tematicheprevalentemente culturali, come quella sviluppata da Paris (l’immagine, la presenza e l’influssodell’Italia all’estero), o politiche, come nel saggio di Ragionieri sulla storia politica e sociale. 7 Cfr. Gli italiani negli Stati Uniti. L’emigrazione e l’opera degli italiani negli Stati Unitid’America, Atti del III Symposium degli studi Americani, Firenze, 27-29 maggio 1969, Univer-sità degli Studi di Firenze, Istituto di Studi Americani, Firenze 1972; A. M. Martellone, Una “lit-tle Italy” nell’Atene d’America. La comunità italiana di Boston dal 1880 al 1920, Guida, Napoli1973. Più divulgative appaiono opere come A.F. Rolle, Gli emigrati vittoriosi, Mondadori, Mila-no 1968 o E. Amfitheatrof, I figli di Colombo. Storia degli italiani d’America, Mursia, Milano1973. 8 Cfr. i cenni al ruolo determinante che le rimesse degli emigrati ebbero nel superamentodella crisi finanziaria e monetaria del 1907 (F. Bonelli, La crisi del 1907. Una tappa nello svilup-po industriale in Italia, Fondazione Einaudi, Torino 1971), poi sviluppati più compiutamente inId., Il capitalismo italiano. Linee generali d’interpretazione, in Storia d’Italia. Annali, 1. Dal feu-dalesimo al capitalismo, a cura di C. Vivanti, Einaudi, Torino 1978. 9 E. Enriques Agnoletti, Un secolo di storia, ventisei milioni, in «Il Ponte», nov.-dic. 1974,p. 1219.
  6. 6. 20 Amoreno Martellinisociale come storia della salute, dell’alfabetismo, della condizione femminile). Difficile dire che cosa avesse rallentato o stimolato gli studi sulla storiadell’emigrazione italiana dopo il grande scossone politico-culturale del ’68, so-prattutto presso una nuova leva di giovani ricercatori “politicizzati”. La storio-grafia marxista, in forte sviluppo dopo il ’68, sembrava disinteressata per prin-cipio, considerando l’emigrante un soggetto sociale e politico inerte o, peggio,rinunciatario, “escapista”, a meno che non si trattasse di un militante esule po-litico. Alla provocazione di Giorgio Spini del 197010, comunque tutta internaalla visione storico-politica, Ernesto Ragionieri, nel suo monumentale saggiosulla storia politica e sociale [!] dell’Italia unita, dava una risposta tutto somma-to insufficiente e di stampo tradizionale11. Uno stimolo, implicito nel concreto svolgersi del fenomeno emigratorio ita-liano, è probabilmente rintracciabile nell’arresto dei flussi di espatrio all’esterodopo il 1973 (crisi economica internazionale da shock petrolifero). L’emigrazio-ne italiana, con saldi tra espatri e rimpatri positivi, sembrava aver concluso il suociclo secolare e dunque rendeva opportuno un bilancio storico “tombale”. Mipare interessante segnalare una curiosa coincidenza temporale che riassume benegli umori di metà anni settanta, epoca di transizione storiografica caratterizzatada un mix di elementi tradizionali e innovativi. Nel 1976, infatti, escono ben trelavori sulla storia dell’emigrazione veneta, nei quali i tre principali approcci po-litico-culturali si confrontano sulla grande incognita della provincia “bianca” ita-liana e del suo lento e anomalo ingresso nella modernità. Emilio Franzina pone ri-paro alla latitanza della storiografia marxista, ma con una forte innovazione te-matica e metodologica12. Antonio Lazzarini abbandona il tradizionale filonedell’impegno sociale e religioso dei cattolici entro l’emigrazione all’estero, periniettare forti dosi di storia economica e sociale nella ricostruzione e interpreta-zione dell’emigrazione dalla montagna veneta13. Angelo Filipuzzi, in modo più 10 Spini scrive: «Fra poco avremo una completa monografia sulle vicende del movimentooperaio nell’ultimo comunello del nostro paese e non ne avremo ancora nessuna sulle vicende deimilioni di lavoratori italiani, che andarono a finire in America, da Brooklyn a San Francisco»; G.Spini, Gli studi di storia americana, in La storiografia italiana negli ultimi vent’anni, vol. II,Marzorati, Milano 1970, p. 1348. 11 E. Ragionieri, La storia politica e sociale, in Storia d’Italia, vol. 4***, Dall’Unità a oggi,Einaudi, Torino 1976. 12 E. Franzina, La grande emigrazione. L’esodo dei rurali dal Veneto durante il secolo XIX,Marsilio, Venezia 1976. 13 A. Lazzarini, L’emigrazione temporanea della montagna veneta nel secondo Ottocento,in «Ricerche di storia sociale e religiosa», 1976, n. 10. Lazzarini svilupperà poi questo ambito distudi con La grande emigrazione dal Polesine a fine Ottocento, in Il movimento cattolico italianotra la fine dell’800 e i primi anni del ’900. Il congresso di Ferrara del 1899, Ferrara 1977 e so-prattutto, come sistemazione definitiva, con Campagne venete ed emigrazione di massa (1866-1900), Istituto per le ricerche di storia sociale e di storia religiosa, Vicenza 1981. Quest’ultimolavoro può essere considerato una sorta di “risposta” cattolica al volume di Franzina, risposta ade-guata al più elevato livello di aggiornamento metodologico raggiunto dagli studi.
  7. 7. Cinque domande sulla storiografia della emigrazione 21tradizionale, riprende il filone “controversistico” e ripercorre la polemica sullastampa veneta, rieditando, implicitamente, un’utile documentazione di base14. All’anno di svolta 1976 seguono, a ruota, gli “anni mirabili” 1978-79, chevedono una massiccia produzione documentaria e storiografica su un secolo diemigrazione italiana all’estero, produzione diseguale per novità metodologica,condivisione disciplinare, temi affrontati15. Si tratta di volumi collettanei e do-cumentari che, comunque, danno il senso di una accelerazione dell’interesse edegli studi. Per quanto riguarda il mio contributo, dovevo gli stimoli ad occuparmi diemigrazione a due circostanze. La prima era la sollecitazione editoriale de IlMulino, un editore da tempo impegnato su un vasto fronte di opere ispirateall’integrazione tra storia e scienze sociali, sollecitazione arrivata tramite unamico e collega sociologo, Massimo Paci. La seconda mi derivava dalla parte-cipazione alla redazione della rivista «Quaderni storici» e dalla frequentazioneassidua del suo fondatore, Alberto Caracciolo. «I quaderni», in quegli anni, era-no il portabandiera del rinnovamento degli studi di storia economica e sociale,propugnando, in particolare, la sintesi tra sfera economica e sfera sociale com-piuta dalla scuola francese delle «Annales». Allora mi parve che l’emigrazionefosse un terreno privilegiato per esplorare l’area di intersezione fenomenologi-ca e analitica tra economia e società.2. La rendita del terreno Si ha l’impressione che oggi la storia della emigrazione stia vivendo unaesperienza capovolta rispetto a quella che l’ha caratterizzata dagli anni settan-ta in avanti. Fino a pochi anni fa, infatti, essa viveva in una nicchia piuttostolimitata di interessi e non suscitava, se non sporadicamente, l’attenzione né de-gli storici né dei mezzi mass mediatici. Oggi, al contrario, assistiamo a opera-zioni editoriali in grande stile riguardanti la storia della emigrazione a cui par-tecipano storici provenienti da altri settori della ricerca e che suscitano l’inte-resse di giornali e televisioni, arrivando in qualche caso, al grande pubblico. 14 A. Filipuzzi, Il dibattito sull’emigrazione. Polemiche nazionali e stampa veneta (1861-1914), Le Monnier, Firenze 1976. 15 Cfr. G. Rosoli (a cura di), Un secolo di emigrazione italiana,1876-1976, Centro studi emi-grazione, Roma 1978; J.B. Duroselle - E. Serra (a cura di), L’emigrazione italiana in Francia pri-ma del 1914, Angeli, Milano 1978; R. De Felice (a cura di), Emigrazione italiana nelle Americhee in Australia, Angeli, Milano 1979; F. Assante (a cura di), Il movimento migratorio italiano dall’Unità nazionale ai giorni no-stri, 2 voll., Libr. Droz, Genève 1978; A. Dell’Orefice (a cura di), Tendenza dell’emigrazioneitaliana: ieri, oggi, Libr. Droz, Genève 1978; Z. Ciuffoletti - M. Degl’Innocenti (a cura di),L’emigrazione nella storia d’Italia, 1868/1975. Storia e documenti, 2 voll., Vallecchi, Firenze1978.
  8. 8. 22 Amoreno MartelliniAl tempo stesso, però, mentre fino a qualche anno addietro c’era il coraggio daparte degli storici di settore di esplorare nuove frontiere della storia della emi-grazione, con risultati molte volte di grande interesse e spessore scientifico,oggi sembrano sempre più rari i contributi veramente originali, sia sotto il pro-filo del metodo di indagine, sia per le fonti utilizzate, sia per quel che riguardai risultati raggiunti. Il che porterebbe a concludere che la storia della emigrazione sia divenutaun terreno a rendita calante, proprio nel momento in cui le condizioni storichedella società e della economia nel nostro paese (e non solo) potrebbero favoriree sostenere lo sviluppo pieno di questo settore storiografico. Si tratta di un’impressione condivisibile e con qualche fondamento ogget-tivo? FRANZINA - Sul fatto che oggi l’emigrazione sia diventata nel terreno del-la grande e della spicciola divulgazione un qualche cosa che “tira”, ovvero cheattrae folti stuoli di giornalisti, d’operatori culturali e anche di storici prove-nienti da altri settori della ricerca, non ci piove. È, questa, una circostanza sot-to gli occhi di tutti e dipende da congiunture precise di mercato (un mercatonon solo editoriale o dei mass media ma ancora una volta, soprattutto “politi-co” in forza di bisogni presenti di identità, di sicurezza, di “memoria”, moltoravvivati dal contatto con altre culture e con altre esperienze indotte dallo sta-bilizzarsi in Italia dell’immigrazione straniera). Ciò potrebbe avere anche pro-dotto, fra i suoi effetti collaterali, il progressivo venir meno di quel rigore e diquell’originalità nei metodi d’indagine che tu ipotizzi e che indubbiamente pervent’anni avevano contraddistinto una parte almeno della produzione storio-grafica “di nicchia” sull’emigrazione. Quanto alla “rendita calante” delle ricer-che proprio nel momento di maggior fortuna per il tema di studio c’è da direche questo momento è tale in virtù dei fattori che si sono appena elencati (mo-de, bisogni, obiettivi politici del presente e così via) e molto meno a causa diuna presa d’atto da parte della comunità degli storici che a mio parere continuanella sostanza a latitare. D’altro canto non vorrei indulgere del tutto al pessi-mismo e ci terrei a ricordare come da noi continui a farsi sentire, almeno qua elà, il forte impulso tradizionalmente fornito dagli storici dell’emigrazione adinnovare tecniche o a individuare terreni nuovi d’indagine e di confronto cheprima o poi verranno (e talvolta già sono) fatti propri dai loro colleghi: quelloche successe allo studio, che so, dell’epistolografia contadina, delle scrittureautobiografiche e private o popolari, delle questioni di genere, del patronage, evia dicendo, con un’anticipazione evidente d’interessamento fra quelli e unsuccessivo convergere di costoro, bene o male ancora si verifica anche se, bi-sogna ammettere, da qualche anno in qua pare aumentato il rischio della ripeti-tività e della standardizzazione. Detta di nuovo in poche parole, l’impressione a cui ti riferisci sembra con-divisibile solo in parte, ma possiede un suo fondamento oggettivo ed è facil-
  9. 9. Cinque domande sulla storiografia della emigrazione 23mente rilevabile nella massa delle pubblicazioni e dei contributi attuali (la cuicrescita negli ultimi anni è stata del resto pressoché esponenziale), dove riescepiù difficile che in passato imbattersi in lavori capaci di candidarsi a modelloper ricerche d’altro genere oppure in grado di documentare l’alto grado di adat-tabilità del tema emigratorio alle sfide dell’analisi comparata, interdisciplinaree via dicendo (faccio solo l’esempio di un libro recente di Simone Cinotto sucibo ed etnicità nelle comunità italoamericane). SORI - Pare anche a me che la ormai fitta schiera di storici dell’emigrazioneitaliana stia lavorando a rendimenti decrescenti. Se è lecito proseguire la meta-fora agronomica del terreno, si può dire che nel corso degli ultimi due decenniesso è stato intensamente lavorato, sfruttato, senza adeguate pratiche di ricosti-tuzione della fertilità, come tenerlo a maggese o irrorarlo con forti concimazio-ni. C’è la sensazione che quasi tutto sia stato detto e che gli studi incrementalisiano approfondimenti su minuzie, su dettagli, se non addirittura ripetizioni dianalisi già fatte. Viene voglia di ripetere, in forma modificata, la provocazionedi Spini: «Fra poco avremo una completa monografia sulle vicende dell’emi-grazione all’estero nell’ultimo comunello del nostro paese», provocazione chesi riferiva originariamente agli studi sulla storia del movimento operaio. Forsetra i due campi di studio esiste un cordone ombelicale e negli ultimi anni stiamoassistendo ad un’invasione di campo, nella storia dell’emigrazione, da partedella folta compagine di storici in fuga dalla storia politica contemporanea, daisuoi “poderi” più dissodati negli anni ’60 e ’70 e ormai isteriliti: partiti politici,sindacato, questione meridionale, questione femminile, fascismo. Ma c’è un altro aspetto. Ho già espresso tempo fa la mia perplessità circala tendenza alla professionalizzazione della figura di storico dell’emigrazione.Definirsi “storico dell’emigrazione”, cioè del pezzo di società che si dislocanello spazio (regionale, nazionale, internazionale: non fa molta differenza), pre-supporrebbe che esista, dialetticamente, uno storico della società che sta ferma,stanziale. Basta enunciare questa antinomia per rendere evidente il rischio di in-correre nel ridicolo. Credo che per fare buona storia dell’emigrazione (cioè di un luogo socialeà part entière) occorra combinare uno o più di questi tre elementi: un proble-ma storiograficamente rilevante da risolvere; una qualche strumentazione di-sciplinare (anche più d’una); una fonte inedita e perspicua. Altrimenti la socie-tà migrante si presenta all’osservatore come una totalità così complessa che,senza quella combinazione di elementi, il rischio di descriverla, anziché di in-terpretarla, si fa elevatissimo. Magari di descriverla con un tasso di luoghi co-muni molto più elevato che in altri oggetti d’indagine storiografica, poichél’emigrazione è un formidabile attrattore di retorica. Avevo già segnalato che,alla fine degli anni ’80, i contributi italiani più originali alla storia dell’emigra-zione provenivano da autori e profili scientifici estranei al “giro” degli storicidell’emigrazione: un antropologo storicizzante (o storico antropologizzan-
  10. 10. 24 Amoreno Martellinite…)16 e uno storico economico dell’età moderna17, entrambi con forti simpa-tie per la demografia storica. Malgrado il profluvio di lavori prodotti nell’ultimo ventennio, nessuno si èperitato di raccogliere il suggerimento di Maria Rosaria Ostuni del 198218,quando segnalava l’importanza di studiare le carte del Commissariato generaledell’emigrazione, cioè dell’organo statale centrale che tra il 1901 e il 1927 si èoccupato intensivamente di emigrazione italiana all’estero19. Con il risultatoche, nella recente e monumentale “enciclopedia” storica dell’emigrazione ita-liana, è ancora la stessa Ostuni a riferire dell’opera del Commissariato, ma incinque smilze paginette20. Su queste annotazioni critiche il lettore dovrebbe calcolare una certa quan-tità di “tara”, cioè di sovrappeso di diffidenza cui va naturalmente incontro il“pioniere” quando vede il suo territorio affollato da molti nuovi venuti. Devoanche dire che non dispongo di un quadro aggiornato e completo della ormaivastissima produzione che si è accumulata durante l’ultimo ventennio. Di storiadell’emigrazione ho cessato di occuparmi da tempo, salvo periodiche rivisita-zioni imposte da quella rete di relazioni accademiche ed editoriali che insegueper lungo tempo chi ha scritto cose che hanno avuto una certa divulgazione.3. La valigia di cartone e l’uso pubblico della storia Insisto su questo argomento. Alla fine degli anni settanta, quando sonousciti i vostri primi studi sulla storia della emigrazione, l’Italia usciva da unastoria secolare di espatri e iniziava a trasformarsi in paese di accoglienza dilavoratori stranieri. Ma è soltanto negli ultimi due decenni che quelle che allo-ra erano le avanguardie di nuovi flussi migratori sono divenute talmente mas-sicce da cambiare l’aspetto e la vita di interi quartieri di grandi città e di pic- 16 P. P. Viazzo, Comunità alpine. Ambiente, popolazione, struttura sociale nelle Alpi dalXVI secolo a oggi, Il Mulino, Bologna 1990. 17 R. Merzario, Il capitalismo nelle montagne. Strategie famigliari nella prima fase di indu-strializzazione nel Comasco, Il Mulino, Bologna 1989. Merzario ha successivamente sviluppatoil tema delle società migratorie nella tarda età moderna in Adamocrazia. Famiglie di emigranti inuna regione alpina (Svizzera italiana, XVIII secolo), Il Mulino, Bologna 2000. 18 M.R. Ostuni, Momenti di “contrastata vita” del Commissariato generale dell’emigrazio-ne (1901-1927), in B. Bezza (a cura di), Gli italiani fuori d’Italia. Gli emigrati italiani nei movi-menti operai dei paesi d’adozione (1880-1940), Angeli, Milano 1983. 19 A parte le leggi regolatrici fondamentali del 1888 e 1901, che si occupavano sostanzial-mente di questioni “connesse” con l’emigrazione, se si vuole dare qualche sostanza al tema dellapolitica migratoria dello stato italiano, che ho già definito tema di per sé scarsamente consistente,si dovrebbe esaminare proprio l’azione del Commissariato. 20 M. R. Ostuni, Leggi e politiche di governo nell’Italia liberale e fascista, in P. Bevilacqua- A. De Clementi - E. Franzina (a cura di), Storia dell’emigrazione italiana: partenze, Donzelli,Roma 2001.
  11. 11. Cinque domande sulla storiografia della emigrazione 25coli paesi di provincia. Da allora in avanti la storia dell’emigrazione ha semprecorso il rischio di assumere una valenza falsamente pedagogica che ricordasseagli italiani il loro passato di emigranti, per aiutarli ad accogliere in manierasolidale i lavoratori stranieri. Ciò ha dato vita a una saga del “come eravamo”che è entrata nei giornali, nelle televisioni e perfino nei programmi scolastici,consegnando però, di fatto, la storia della emigrazione nelle mani di divulga-tori di ogni tipo che raramente andavano al di là delle buone intenzioni, ripro-ponendo un bagaglio di luoghi comuni sull’argomento (di cui la valigia di car-tone rappresenta forse il simbolo), di cui la storiografia aveva già fatto piazzapulita. Questo fatto ha cambiato il modo dello storico di raccontare l’emigrazionedegli italiani? Rispetto a trenta anni fa occuparsi di storia dell’emigrazione haun significato diverso dal punto di vista non tanto scientifico, quanto piuttostosociale e politico? FRANZINA - Sulla valigia di cartone e sull’uso pubblico della storia, comehai colto assai bene, c’è da lamentare il pericolo che le mode contingenti e i fa-cili parallelismi di una lettura falsamente pedagogica della emigrazione (nostra)e della immigrazione (altrui) determinino regressioni affatto negative verso laripresa di luoghi comuni interpretativi che ritenevamo superati da tempo.Senz’altro rispetto a trent’anni fa le spinte ad occuparsi di certi argomenti sonomutate e rispondono ad esigenze di tipo nuovo anche se sarebbe scorretto cre-dere che allora vi fosse una preminenza spiccata delle sole preoccupazioni d’or-dine scientifico. Nel mio caso, per andare un po’ sul personale, ricordo di averanticipato, nel 1975, su una rivista di storia militante e per ragioni se si vuole dimilitanza anche politica, quel libro su la grande emigrazione del 1976 che citavitroppo elogiativamente in premessa: la rivista, diretta da Stefano Merli, era«Classe» e non ho mai dimenticato le discussioni redazionali attraverso cui pas-sò l’edizione del saggio breve a cui mi riferisco (Appunti in margine al proble-ma storico dell’emigrazione) e le non poche obiezioni che allora gli venneromosse da più parti per motivi appunto “politici” (ad esempio da un MassimoCacciari ancora alquanto operaista). D’altro canto, sempre proseguendo sulla li-nea vagamente autobiografica del ricordo, devo segnalare che festosa e amiche-vole, anche se poco interessata ai risvolti scientifici ed euristici dell’esperimen-to, fu già nel 1979 l’accoglienza fatta dalla critica e dal pubblico a un altro miolibricino comparso presso Feltrinelli, Merica! Merica!, nel quale proponevo lostudio delle lettere degli emigranti del secolo XIX come fonte privilegiata permeglio mettere a fuoco la storia degli esodi rurali di massa. Il successo non soloeditoriale, ma già anche massmediatico, della piccola impresa (e quindi la suastessa durata nel tempo) risultava più legato sin da allora al tipo di racconto chevi si realizzava e molto meno al tipo di proposta che implicava (una “edizionecritica” di fonti popolari scritte). Tale successo, e non lo dico per banale narci-sismo, fu davvero grande, ma un mio caro amico e collega, ironizzando, avreb-
  12. 12. 26 Amoreno Martellinibe osservato più tardi che esso dipendeva dal fatto non secondario che Merica!Merica! non lo avevo scritto io, ma i contadini autori delle lettere dall’Americaantologizzate nel volume. Riepilogando dunque: occuparsi oggi di storia dell’emigrazione ha certo undiverso significato dal punto di vista politico e sociale perché rispetto a trent’an-ni fa il fenomeno ha cessato di esistere mentre alcuni suoi esiti sono ancora (eassai più) incombenti (dal “voto agli italiani all’estero” alle politiche di lobby,in importanti paesi come gli Usa, dei gruppi etnici derivati) e mentre l’esperien-za immigratoria ritma e condiziona persino la lotta politica in Italia. Di conse-guenza sono cambiati i modi di raccontare l’antica emigrazione e quella “valen-za falsamente pedagogica” che tende a equiparare, per motivi magari nobili, inostri vecchi emigranti e i nuovi immigrati da noi potrebbe influire pesante-mente sulle formule narrative prescelte. Tuttavia è più facile che ciò avvenga insede di divulgazione giornalistica (si pensi al boom di vendite de L’orda di Gia-nantonio Stella) che non presso gli storici, affezionati a (e schiavi di) una ma-niera poco brillante di esprimersi. SORI - Rileggere il passato in funzione dei problemi e degli interessi dioggi è lecito. Serve allo storico per selezionare gli oggetti d’indagine. Serve allettore di storia per aumentare lo spessore della propria coscienza. Di certonon serve per risolvere problemi politico-sociali (la storia è maestra di vita inuno solo dei suoi settori: la storia dei terremoti….), né per fare della buona pe-dagogia. Detto in chiaro, mi pare perdente associare il revival di studi sulla storiadell’emigrazione italiana al fine pedagogico di sopire gli umori etnofobi e raz-zisti che percorrono l’Italia d’oggi, diventata paese d’immigrazione. L’adagio:«siamo stati un popolo di emigranti, dunque dobbiamo essere comprensivi e ac-coglienti verso gli extracomunitari immigrati» non funziona. Non credo chenelle Vandee leghiste questo sia un argomento spendibile e persuasivo. Anzi, sipuò pensare che questa benevola associazione di idee possa essere addiritturarovesciata. Proprio perché siamo stati paese di emigrazione e di emigrati (anchedal Mezzogiorno verso il Triangolo), oggi registriamo un tasso di etnofobia e diatteggiamenti discriminatori più alto rispetto alla media europea. I neo-promos-si nella scala della stratificazione etno-sociale (l’animosità, nel secondo dopo-guerra, degli italo-statunitensi verso la popolazione nera) o nella gerarchia dellosviluppo economico (il recente status dell’Italia come paese prospero) non sonoforse i più ostili verso chi quella promozione ha consentito occupando il gradinopiù basso della scala? Il secondo uso sociale che sembra insito nel recente fiorire di interessi,studi e iniziative verso il passato emigratorio italiano mi sembra più concreto,anche se ugualmente non condivisibile. È indubbio che molte delle iniziativein pentola (musei nazionali o regionali dell’emigrazione) o già realizzate (idue volumi della Storia dell’emigrazione italiana: Partenze e Arrivi, Donzelli,
  13. 13. Cinque domande sulla storiografia della emigrazione 27Roma 2001 e 2002) hanno trovato orecchie sensibili in ambito politico, colle-gandosi alla recente concessione del voto alle comunità italiane all’estero21.4. L’unione fa … la storia Fino ad ora abbiamo guardato a quello che c’è intorno alla storiadell’emigrazione. Per concludere due domande brevi per guardarci dentro. C’èun aspetto che sembra caratterizzare in senso positivo il lavoro degli studiosiche si occupano di questo argomento: la collaborazione con gli storici di altripaesi e la necessaria comparazione con i risultati scientifici ottenuti nei paesiche hanno accolto i nostri emigranti. Dal vostro punto di osservazione si trattadi una collaborazione che continua a dare frutti o ha già esaurito la sua spinta?E poi, ci sono risultati interessanti recentemente ottenuti all’estero che possanoaiutarci a capire qualcosa di più del nostro paese? FRANZINA - La risposta alla domanda sull’“unione che fa ... la storia” è pertroppi versi facile e scontata. Per definizione, e lo ricordavo già qui sopra, glistorici dell’emigrazione sono costretti a guardare con assiduità e attenzione airisultati della ricerca conseguiti all’estero e non solo in quei paesi dove essi ven-gono seguendo e inseguendo gli emigranti oggetto dei loro studi. La bilateralitàed anzi la multilateralità delle analisi, da questo punto di vista, è d’obbligo ecandida lo storico dell’emigrazione ad occupare spazi difficili forse da gestire,ma oltremodo stimolanti come quello della storia comparata. Certo, molto spes-so prevale ancora, da noi, una impostazione delle indagini tutta incentrata suipunti di vista nazionali italiani e su ciò che precede l’atto della partenza mentrerimangono in ombra gli aspetti del processo immigratorio all’estero (e di quelloanche dei rimpatri dall’estero) che quasi per delega si lascia in mano ai colleghistranieri. Tuttavia è un fatto che a tale divisione di compiti, canonica sino atrent’anni fa, si sono man mano sovrapposte col tempo delle forme attive di col-laborazione fra studiosi italiani e studiosi di ogni parte del mondo che a mio av-viso resistono e persistono. E non solo per via di quel fatto che scherzosamenteproprio Ercole Sori ebbe una volta a segnalare (in un colloquio peraltro priva-to): «chi studia l’emigrazione è come colui che risponde ai bandi della Marinamilitare: arruolati e girerai il mondo». Più che in altri settori, infatti, è normaleche si sia instaurata qui, dico fra gli storici dell’emigrazione, la pratica degli 21 L’iniziativa trae origine da una apposita legge, promossa dall’allora ministro per gli Affariregionali Agazio Loiero. La legge finanziava un Comitato nazionale “Italia nel mondo”, instituitopresso il ministero per i Beni e le attività culturali, comitato all’interno del quale un ruolo propul-sivo è stato svolto dal gruppo di storici che fa capo all’Imes (Istituto meridionale di storia e scien-ze sociali), al quale è legato l’editore Donzelli.
  14. 14. 28 Amoreno Martelliniscambi (e dei convegni “a rendere”) con un’accentuata mobilità e con frequentispostamenti da un punto all’altro della terra per ovvie ragioni di ricerca. Quantoai risultati ottenuti all’estero va da sé che ne esistono parecchi di interessanti pernoi sia che giungano, come un libro recente di Donna Gabaccia, alla portata deipiù in virtù di tempestive traduzioni e sia che rimangano, nelle lingue originalio in inglese, apparentemente confinati nell’ambito o nel circuito delle letture deisoli specialisti (Hoerder, Baily, Devoto e altri). Sebbene non goda neanch’essa,a casa sua, di eccessiva fortuna, la produzione storiografica relativa all’immi-grazione italiana (e non solo italiana) in Francia e in Europa, in Usa, nelle Ame-riche ecc., reca spesso importanti contributi all’approfondimento delle nostreconoscenze sulle trasformazioni dei gruppi immigratori e dei loro retaggi attra-verso il tempo e attraverso le generazioni stimolando una sana competizione fraricercatori molti dei quali – anche tra gli italiani, penso ad esempio agli studi distoria politica di Stefano Luconi sugli Usa – non è che siano “in bilico” quantosi trovano consapevolmente “a cavallo” di due (o più) storie e di due (o più) sto-riografie nazionali con quel che di positivo ne consegue. Anche qui in molta sintesi: ebbene sì, la collaborazione tra studiosi di di-versi paesi sopravvive e dà buoni frutti, l’unico limite che vi si possa riscontra-re concerne semmai il fatto che di volta in volta la storia dell’immigrazione ita-liana, fatte poche eccezioni, sembra essere scritta all’estero, in assoluta preva-lenza, da discendenti di italiani. Ma numerosi sono i vantaggi che se ne ricava-no come potrebbe dimostrare ad esempio la produzione recente della citataGabaccia. SORI - Per dare qualche contenuto all’idea di unione, insita nella domanda,si possono richiamare alcuni esempi di proficua collaborazione nel lavoro sto-riografico sull’emigrazione. Si sono innanzi tutto moltiplicate le occasioni diincontro tra storici dell’emigrazione e storici dell’immigrazione: convegni in-ternazionali, periodi di insegnamento all’estero, partecipazioni a riviste di set-tore straniere con articoli o con adesioni a comitati scientifici. Da questo puntodi vista mi sembra che la ormai remota (1960) sollecitazione di Thistlethwaite,che invitava gli studiosi di storia delle migrazioni intercontinentali a superare la«cortina d’acqua salata», sia stata in qualche modo raccolta, anche se con diffi-coltà e ritardi. Oggi disponiamo di approcci alla storia dei movimenti migratoriche hanno abbandonato gran parte del punto di vista americanocentrico, euro-centrico, italocentrico. Il carattere bilaterale del fenomeno e dei suoi effetti (par-tenze/arrivi/rimpatri; push/pull; identità culturali ibride; comunità transnazio-nali gemellate; ecc.) ha oggi maggior agio di entrare come presupposto meto-dologico nelle ricerche22. 22 Un esempio di questo bilateralismo è il lavoro, tra sociologia e storia, di R. Scartezzini -R. Guidi - A.M. Zaccaria, Tra due mondi. L’avventura americana tra i migranti italiani di finesecolo. Un approccio analitico, Angeli, Milano 1994.
  15. 15. Cinque domande sulla storiografia della emigrazione 29 C’è stata un’altra unione che ha fatto progredire sensibilmente gli studi distoria dell’emigrazione, quella “epocale” tra gli storici contemporanei, sedicen-ti esclusivisti del campo di studi, e gli storici dell’età moderna. Oggi le variesintesi sulla storia delle migrazioni internazionali non iniziano più con l’Otto-cento inoltrato o, per l’Italia, con il fatidico 1876, anno in cui inizia la rilevazio-ne statistica del fenomeno23. Questa estensione dell’arco cronologico ha con-sentito approcci dove più esplicito è il taglio problematico e comparativo, comenel caso dei movimenti migratori che originano dalla montagna24, e più saldo ilcontinuum tra migrazioni interne e migrazioni internazionali. La disposizionedegli storici a spingere lo sguardo indietro nel tempo è recente, ma non recen-tissima, con alcune significative indicazioni che risalgono al periodo compresotra la fine degli anni ’80 e i primi anni ’9025. La terza unione proficua è la più imprevedibile, la meno programmabile. Èl’unione, come si diceva più sopra, tra un problema storiografico rilevante, unostrumentario disciplinare ben oliato e una fonte originale e perspicua. Per prati-cità esemplificativa, vorrei indicare un recente lavoro che unisce tutti e tre gliingredienti, impastandoli con quel legante fondamentale che è l’intelligenza delricercatore alle prese con un ricchissimo e variegato insieme di fonti estere. Al-ludo al libro di Simone Cinotto, Una famiglia che mangia insieme. Cibo ed et-nicità nella comunità italoamericana di New York, 1920-1940, Otto ed., Torino2001, che mostra al meglio che cosa si possa ricavare da un quesito storiografi-co chiaramente enunciato, da un approccio metodologico largamente debitoredella più aggiornata antropologia culturale e da un serio vaglio della vasta do-cumentazione disponibile. 23 Il XVIII secolo è ormai quasi sempre presente in lavori come K.J. Bade, L’Europa inmovimento. Le migrazioni dal Settecento a oggi, Laterza, Roma-Bari 2000; P. Corti, Storia del-le migrazioni internazionali, Laterza, Roma-Bari 2003; E. Sori (a cura di), Le Marche fuori dal-le Marche. Migrazioni interne ed emigrazione all’estero tra XVIII e XX secolo, Quaderni di«Proposte e ricerche», Ostra Vetere 1998 (4 tomi); G. Pizzorusso, I movimenti migratori in Ita-lia in antico regime, in Bevilacqua - De Clementi - Franzina, Storia dell’emigrazione italiana,cit. 24 Cfr. D. Albera - P. Corti (a cura di), La montagna mediterranea: una fabbrica d’uomini?Mobilità e migrazioni in una prospettiva comparata (secoli XV-XX), Gribaudo, Torino 2000 (Attidi un convegno del 1998). 25 Migrazioni attraverso le Alpi occidentali. Relazioni tra Piemonte, Provenza e Delfinatodal Medioevo ai nostri giorni, Regione Piemonte, Torino 1988 (Atti di un convegno del 1984);Le migrazioni internazionali dal Medioevo all’età contemporanea. Il caso italiano, in «Bollettinodi demografia storica», Sides, 1990, n. 12 (Atti di un seminario del 1990); Les migrations interneset medium-distance en Europe, 1500-1900, (Atti della I Conférence européenne de la Commisioninternational de démographie historique, Colloque de Santiago de Compostela, 1993).
  16. 16. 30 Amoreno Martellini5. In prospettiva In corrispondenza a quanto sta avvenendo negli altri settori della storio-grafia, anche la più recente ricerca storica sulla emigrazione ha iniziato ad oc-cuparsi in maniera sempre più attenta e massiccia del secondo dopoguerra. Neemergono sicuramente quadri molto suggestivi sulla vita italiana degli anniquaranta e cinquanta. Una delle storiche lacune della storia della emigrazione,pertanto, sembra essere stata colmata (o meglio, sembra si stia lavorando percolmarla). Sono emerse, a vostro avviso, altre prospettive di ricerca originali eimportanti in questi ultimi anni, lavori che affrontano il fenomeno migratorioin modo tale da spingere la ricerca verso terreni nuovi? FRANZINA - È vero, finalmente si sta assistendo a un fenomeno di coerentee sistematico interessamento ai problemi dell’ultima fase dell’emigrazione ita-liana, quella postbellica tra gli anni ’40 e il 1973 e dintorni. Naturalmente il fe-nomeno è fisiologico e in prospettiva storica non poteva far altro che conseguiredal distanziamento maturato nei tempi necessari ad ottenere quel minimo di-stacco dai fatti di cui la tranquillità psicologica del ricercatore, anche di quellopiù impegnato e politicamente motivato, sovente ha bisogno. Ricerche originaliin materia si cominciano in effetti a delineare e non di rado coinvolgono assie-me studiosi italiani e stranieri (penso ad es. a un numero monografico di «Studiemigrazione» e a un libro edito da poco a Parigi sull’emigrazione in Francia dal1945 in poi) anche se le prospettive d’indagine più originali, al di là del supera-mento di certe lacune strettamente “cronologiche”, mi pare si stiano producen-do sul terreno delle analisi dedicate al “transnazionalismo” degli emigranti,sempre che la parola non nasconda ovvietà persino banali e da sempre cono-sciute, e a quei casi, in continua crescita, che innovano e modificano la naturae lo studio dei rapporti bilaterali fra i paesi (villaggi, province,regioni) di origi-ne e i loro “doppi” all’estero. Non solo più, quindi, le «due Roseto», secondo iltitolo di una importante monografia di Carla Bianco (1974) né più solo le «cop-pie emigratorie» evocate poi dal geografo Pierre George, ma le numerose loca-lità o zone interessate dall’emigrazione e dall’immigrazione che fanno assistereoggi a un uso diverso del cosiddetto “ritorno” e che stimolano interessanti ri-flessioni sul multiculturalismo, sull’etnicità e sulle identità acquisite (penso ailavori usciti in Australia di Loretta V. Baldassar, ma anche a vari saggisull’esperienza italo canadese o a quelli che si occupano dell’ultima ondata im-migratoria dall’Italia nell’Argentina di Peron). Anche qui in breve: la fine della storia, per le nostre discipline e per la ma-teria di cui trattiamo, non è ancora arrivata e la ricerca può anzi traguardare tran-quillamente a nuovi obiettivi o, se si preferisce, può (meglio, deve) conformarsiall’incedere del tempo nei luoghi e fra le popolazioni che in un modo o in unaltro hanno preso parte al grande turn over emigratorio degli ultimi due secoli.Una complicazione indubbia, in tale sforzo prevedibile e un po’ anche auspica-
  17. 17. Cinque domande sulla storiografia della emigrazione 31to, sarà costituita dal proliferare di lavori e lavoretti d’ogni tipo riguardanti in-vece la “fisiologia” dei fatti immigratori odierni con lo spazio che spesso essifanno a una molto precaria storicizzazione di fenomeni in corso che sociologi,antropologi ed economisti bastano e avanzano a trattare. La storia, compresa quella dell’emigrazione, vale la pena che sia conosciu-ta e conosciuta bene, ma non è purtroppo un antidoto né tanto meno, come si sa,una “maestra”, indiscussa o indiscutibile, di vita. SORI - Concordo sull’opportunità di estendere, con metodo storiografico enon antologico o giornalistico, l’osservazione al secondo dopoguerra, periodofino ad ora attribuito alla competenza scientifica di sociologi, politologi e de-mografi. Non ho competenza su questo pezzo di storia italiana e pertanto nonso dare ulteriori suggerimenti. Per quanto riguarda l’indicazione di prospettive di ricerca interessanti eoriginali emerse, a mio avviso, in questi ultimi anni, non andrò molto lontanodal mio tradizionale settore di studi, la storia economica. Ho avuto modo, recen-temente, di esaminare i lavori di alcuni economisti “storicizzanti” di scuola an-glosassone (Stati Uniti, Irlanda, Gran Bretagna) che studiano le migrazioni in-ternazionali (intercontinentali, soprattutto) in una prospettiva globale. Questistudi cercano di chiarire il funzionamento del mercato internazionale del lavoroe il ruolo che il fattore “lavoro migrante” ha ricoperto, tra Ottocento e Novecen-to, nello sviluppo e nell’estinzione dei processi di globalizzazione e convergen-za economica (diffusione internazionale dello sviluppo; diminuzione dei divarieconomici tra paesi)26. È evidente, in questi lavori, la dimensione attualistica delproblema storiografico affrontato, nonché le opportunità che si aprono ad unapiù stretta integrazione delle scienze sociali, in particolare tra storia economicaed economia applicata, con i suoi sofisticati strumenti analitici quantitativi. Misembra, ad esempio, che questi studi risolvano definitivamente vecchie querel-les su chi prevalga tra push factors e pull factors, oppure segnalino che, ancheper le grandi migrazioni internazionali, si possa dubitare di una sedicente “finedella storia”. Chi si occupa di storia dell’emigrazione dovrebbe conoscere que-sti studi, anche per evitare un dialogo tra sordi come quello verificatosi tra sto-rici “puri” ed economisti storici al Congresso internazionale di Storia economi-ca di Buenos Aires del 2002, nella sessione dedicata alla razionalità delle poli-tiche migratorie. 26 Cfr. T. J. Hatton - J. G. Williamson, The Age of Mass Migration. Causes and EconomicImpact, Oxford U.P., New York-Oxford 1998; K.H. O’Rourke - J.G. Wiliamson, Globalizationand History. The Evolution of a Nineteenth-Century Atlantic Economy, The Mit Press, Cambrid-ge (Mass.)-London 1999; H. James, The End of Globalization. Lessons from the Great Depres-sion, Harvard U.P., Cambridge (Mass.)-London 2001; T.J. Hatton e J.G. Williamson (eds), Mi-gration and International Labor Market, 1850-1939, Routledge, London-New York 1994.

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