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Culture politiche e partiti d'identità sociale alla ricerca di una intesa costituzionale: il caso della carta italiana del 1948

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Di Paolo Pombeni. Pubblicato in “Studi e ricerche di storia contemporanea”, rivista pubblicata dall'Istituto bergamasco per la storia della Resistenza e dell'età contemporanea. Saggio prodotto in occasione del convegno “La Costituzione della Repubblica italiana. Le radici, il cammino”, svoltosi a Bergamo il 28 e 29 ottobre 2005.

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Culture politiche e partiti d'identità sociale alla ricerca di una intesa costituzionale: il caso della carta italiana del 1948

  1. 1. Culture politiche e partiti didentità sociale alla ricerca di una intesa costituzionale: il caso della carta italiana del 1948 di Paolo PombeniRelazione presentata al convegno “La Costituzione della Repubblica italiana. Le radici, ilcammino” svoltosi a Bergamo il 28 e 29 ottobre 2005.Pubblicata in “Studi e ricerche di storia contemporanea”, 2007 – Fasc. 68 – pp. 39 - 54 Che cosa sta alla base dell’elaborazione di una Carta Costituzionale? La domanda potrebbesembrare molto banale, ma spero di dimostrare che non lo è affatto. Certo non si vuole qui negareche i primi elementi da prendere in considerazione siano le filosofie politiche (intese in senso lato) ele dottrine giuridiche. Tuttavia chi volesse fermarsi a questi livelli perderebbe di vista, almeno nelcaso delle costituzioni del Novecento, altri elementi costitutivi importanti che quasi sempre hannotrovato incarnazione in quelle forme politiche particolari che sono i partiti cosiddetti “di massa”. Especifico subito che parlando in questi termini non ci si riferisce necessariamente alle lorodimensioni, ma piuttosto ad una nuova declinazione della classica distinzione che Tocquevillepropose agli inizi dell’Ottocento fra “grandi” e “piccoli” partiti1. Come è noto, i “grandi partiti” erano quelli che proponevano ciò che più tardi Weberavrebbe definito come una Weltanschauung, mentre i “piccoli partiti” erano quelli che perseguivanosolo limitati obiettivi contingenti; tutto questo a prescindere dalle dimensioni “quantitative” del loroseguito. Da questo punto di vista praticamente tutti i partiti che entrarono in gioco nellaelaborazione della nostra carta costituzionale, o, più in generale, nella dialettica politica seguita alcrollo del fascismo, erano dei “grandi partiti”. Alcuni però univano alla proposizione di unafilosofia politica più o meno elaborata quella di modelli di cultura sociale: è in questo sommarsi diaspetti che risiede la peculiarità del caso italiano, per cui ho proposto nel titolo del mio contributoche si discutesse del rapporto fra culture politiche e partiti di identità sociale. La tradizione italiana era da questo punto di vista piuttosto forte. Se è vero che unadimensione di questo tipo era mancata al liberalismo italiano, considerato in tutte le sue diverseanime, essa era stata ben presente sia nel movimento socialista (in cui includerei per i fini delpresente saggio la parte mazziniano-repubblicana) sia in quello cattolico2. Proprio per contrastare laforza di questi due movimenti rispetto al “partito costituzionale” per antomasia, cioè al partitoliberale, il fascismo si era organizzato come un “partito di stato”, cioè come una formazione checombinava il sostegno alla struttura statuale con l’elaborazione di appartenenze sociali e diidentificazioni culturali proprie dei partiti che considerava avversari3. Bisogna tener conto in maniera appropriata di questa peculiarità per capire come fosse poistato facile introdurre nel sistema costituzionale italiano quel modello di organizzazione dellapolitica basato sulla forma partito moderna. Solo il liberalismo italiano non aveva colto questadimensione. Oggi, pubblicati anche i diari di Croce4 e disponibili ormai memorialistica e documentiprovenienti da quel settore politico5, è piuttosto facile vedere quanto la classe dirigente diformazione liberale fosse incapace di cogliere quel compito di elaborazione di una cultura nazionaletale da appagare la domanda di identità che sorgeva negli italiani reduci dal ventennio. Basterà qui citare a testimonianza il famoso diverbio fra Parri e Croce alla Consulta, quandoil presidente del consiglio azionista si era espresso per negare l’esistenza di una democrazia primadel fascismo suscitando lo sdegno del filosofo napoletano. Nel suo famoso intervento alla Consultadel 26 ottobre 1945 Ferruccio Parri aveva affermato: “Quello che vi deve interessare di fronte aquesta situazione di incertezza e che più vi deve stare a cuore è quella che io chiamo la causademocratica. Tenete presente: da noi la democrazia è praticamente appena agli inizi. Io non so, non1 Su questo punto si veda, G. QUAGLIARIELLO, La politica senza partiti. Ostrogorski e l’organizzazione dellapolitica tra ‘800 e ‘900, Laterza, Bari, 1993.2 Cfr. P. POMBENI (a cura di), All’origine della forma partito contemporanea. Emilia Romagna 1876-1892: un caso disudio, Il Mulino, Bologna, 1984.3 P. POMBENI, Demagogia e tirannide. Uno studio sulla forma partito del fascismo, Il Mulino, Bologna, 1984.4 B. CROCE, Taccuini di guerra1943-1945,, Adelphi, Milano, 2004.5 XXI Secolo 1
  2. 2. credo che si possano definire regimi democratici quelli che avevamo prima del fascismo...(interruzioni, scambio di apostrofi, commenti, rumori). Non vorrei offendere con queste mie parolequei regimi (commenti, interruzioni, rumori). Mi rincresce che la mia definizione sia male accetta.Intendevo dire questo: democratico ha un significato preciso, direi tecnico. Quelli erano regimi chepossiamo definire e ritenere liberali (Interruzioni, commenti, grida di: Viva Orlando! Vivissimi eprolungati applausi allindirizzo dellon. Orlando, grida di: Viva Vittorio Veneto!)”6. Al di là della vivacissima reazione che abbiamo riportato nelle parole dello stenografo e cheda sola testimonia della presenza in una parte non piccola degli uomini che sedevano alla Consultadi una diversa lettura della storia patria (sono qui significative tanto le invocazioni a VittorioEmanuele Orlando, non si sa se come costituzionalista liberale o come presidente della vittoria,quanto quelle a Vittorio Veneto), si terrà nel debito conto la confutazione che Croce condusse nellastessa aula pochi giorni dopo difendendo il carattere democratico e libero dellesperienza dellItaliapre-fascista (e non si dimentichi che Croce aveva esercitato parte del suo magistero di oppositoreproprio con il suo lavoro di storico). Disse Croce che lasserzione di Parri destava in lui “non tantoscandalo, quanto stupore” , poiché egli trovava che lasserzione sulla mancanza di governidemocratici prima del fascismo “urta in flagrante contrasto col fatto che lItalia, dal 1860 al 1922, èstato uno dei paesi più democratici dEuropa, e che il suo svolgimento fu una non interrotta e spessoaccelerata ascesa alla democrazia”. Ovviamente per il filosofo napoletano il rapporto di questademocrazia col liberalismo non costituiva un problema. “Democrazia senza dubbio liberale, comeogni verace democrazia, perché se il liberalismo senza democrazia langue privo di materia e distimolo, la democrazia a sua volta, senza losservanza del sistema e del metodo liberale, si pervertee si corrompe ed apre la via alle dittature e ai dispotismi”7. Già in quel caso si sarebbe potuto vedere la difficoltà in entrambi di cogliere l’esigenza dielaborare una proposta di cultura costituzionale, convinti gli azionisti che tutto si riducesse ad unproblema di forme di governo (per giunta interpretate in maniera piuttosto rozza) e certi vecchiliberali che la questione potesse essere risolta dal riferimento ad uno standard costituzionaleeuropeo rispetto al quale il nostro paese nella fase pre-fascista non si sarebbe collocato in cattivaposizione. In realtà, invece, alla base della questione costituzionale si sarebbe posta, in manierarelativamente inattesa, la questione della cittadinanza. Non meravigli il fatto che io declino inquesto modo un complesso di problemi. Per la verità il tema era già stato posto dal fascismo, che asua volta lo aveva ereditato dall’immediato dopoguerra. Gli studiosi di storia politica conoscono la famosa frase con cui il premier inglese DavidLloyd George descrisse il compito del suo governo per la gestione del dopoguerra: creare un paese“a misura degli eroi”8. Il dovere di ripagare da parte dello stato il sacrificio notevole che si erachiesto ai cittadini con una lunga guerra era sentito come inevitabile. Questo dovere si traducevaperò nella crescita di una serie di incombenze dello stato rispetto a quanto i cittadini potevano“pretendere” dalla mano pubblica. Anche in questo caso non si trattava di una novità assoluta,poiché già Santi Romano nella sua famosa prolusione pisana del 1909 (quella sulla crisi dello statomoderno), aveva denunciato l’atteggiamento da creditori avidi che i cittadini avevano ormai quandopensavano allo stato9. Tuttavia il servizio prestato nella guerra aveva acuito questa mentalità e resopsicologicamente più legittimata quella domanda. Il fascismo rispose ad essa, circoscrivendo però la cittadinanza nell’ambito della fedeltà edella identificazione del cittadino con l’ideologia governativa dominante. Ottenuta questa, alle“fedeli camicie nere” lo stato si impegnava a dare il massimo possibile, sia in termini di prelazionee di riserve nella distribuzione dei benefici pubblici disponibili, sia in termini di disponibilità diassistenza e di tutela in tutti i settori della vita. Così cambiava però il concetto di cittadinanza, che veniva legato non soltanto ad unanecessaria identificazione del cittadino col portatore dichiarato di una ideologia politica garantitadallo stato (“la tessera del pane”), ma anche ad una forma di organizzazione del potere che fosse ingrado di rendere operative quelle premesse. E’ vero infatti che il fascismo non riuscì ad avviare e6 Cfr. F. PARRI, Scritti Politici 1915-1971, a cura di E. COLLETTI et al., Feltrinelli, Milano, 1976, pp. 192-193.7 Cfr. S. SETTA, Croce, il liberalismo e l’Italia postfascista, Bonacci, Roma, 1979, pp. 106-107.8 Cfr. M. FREEDEN, Partiti ed ideologie nella Gran Bretagna postbellica, in F. GRASSI ORSINI e G.QUAGLIARIELLO (a cura di), Il partito politico dalla Grande Guerra al fascismo, Il Mulino, Bologna, 1996, pp. 147-156.9 Cfr. S. ROMANO, Lo Stato moderno e la sua crisi, Giuffré, Milano, 1969 2
  3. 3. men che meno a realizzare una riforma della Costituzione formale che recepisse e sistemasse questostato di cose10, ma è altrettanto vero che operò per via di leggi ordinarie una completaristrutturazione dello spazio pubblico rendendola, almeno sulla carta, omogenea e funzionale aquesta nuova dimensione della cittadinanza11. Non si può prescindere da questa dimensione “totalitaria” che aveva preso la vita politica sesi vuole comprendere il clima entro cui operò la nostra fase costituente. L’idea di una Costituzioneche fosse destinata semplicemente a disegnare la struttura dei poteri dello stato e a fissare itradizionali diritti fondamentali dei cittadini appariva ormai obsoleta. Del resto già la Costituzionedella repubblica di Weimar, non a caso ampiamente richiamata nei dibattiti della nostra fasecostituente, aveva superato quello stadio12. Non si deve dimenticare che una parte non piccola dei quadri dei partiti emersi dallaResistenza si era di fatto formata nel clima del dibattito giuridico-politico attorno alla questionedella opportunità o meno di formalizzare una “Costituzione fascista”. A questo si erano aggiunti gliechi della discussione suscitata dalla Costituzione sovietica del 1936 ed i vari dibattiti sulla riformadello stato moderno che si erano avuti fra le due guerre, specialmente in Francia e in Germania. Intermini di “cultura politica” si aveva dunque a disposizione un retroterra quanto mai favorevole aduna fase costituente. Naturalmente questo non copriva “tutta” la questione che poteva essere ricompresa intermini semantici dal ricorso a questo termine-concetto. Per costituente non si intendeva infattisemplicemente una assemblea specializzata incaricata di scrivere una nuova Carta fondamentale,ma ci si riferiva soprattutto ad una precisa icona che poteva assumere due significati: la conclusionevittoriosa di una rivoluzione, il crollo più o meno inglorioso di un regime. Entrambi meritano unariflessione, sebbene il primo sia più facilmente intuibile13. La costituente come frutto del passaggio rivoluzionario dall’antico al nuovo regime eraquanto sembrava insegnare la storia delle gloriose rivoluzioni americana e soprattutto francese; inparte minore quella della rivoluzione bolscevica, dove per la verità il mito costituente era statopiuttosto marginale (essendo appartenuto alla rivoluzione “borghese” di febbraio). In questadirezione inclinavano i leader socialisti e soprattutto Pietro Nenni. Pochi hanno però osservato cheil leader romagnolo si fermava lì e che la sua capacità di costruire una strategia costituzionale insenso proprio fu molto ridotta, nonostante la promozione che il suo ministero fece della cosiddettaCommissione Forti, il cui contributo alla preparazione del retroterra costituente fu notevole, almenoper quel che riguarda il ceto politico e quello dei giuristi14. Era però ben presente, sia pure con minore presa a livello di pubblica opinione, anche laseconda corrente, a cui diede voce, come è noto, Nitti, addirittura nel suo intervento sul progettogenerale nel marzo del 1946, quando affermò che solo gli stati vinti cambiavano le loro cartecostituzionali15. Le due correnti si affrontarono con una certa forza all’interno della campagna elettorale perla costituente che, come si ebbe occasione di rilevare ormai quasi trent’anni fa in una ricercacoordinata dal prof. Roberto Ruffilli16, fu più incentrata sul problema di affermare o di negare che sifosse sulle porte di un cambio di sistema rivoluzionario, che non sull’obiettivo di proporre fondatidibattiti sulle materie di rilevanza costituzionale.10 Sul tema della “Costituzione fascista nel dibattito degli anni Trenta e Quaranta”, cfr. M. FIORAVANTI, Dottrinadello stato persona e dottrine della costituzione. Costantino Mortati e la tradizione giuspubblicistica italiana, in P.GROSSI e M. GALIZIA (a cura di), Il pensiero giuridico di Costantino Mortati, Giuffré, Milano, 1990, pp. 45-185;Costituzione, Amministrazione, Trasformazioni dello stato, in A. SCHIAMONE (a cura di), Stato e cultura giuridica inItalia dall’Unità alla Repubblica, Laterza, Bari-Roma, 1990, pp. 3-88. Gli studi di Fioravanti, inclusi quelli citati, sonoripresi nel suo volume, La scienza del diritto pubblico. Dottrine dello stato e della costituzione tra Otto e Novecento,Milano, Giuffré, 2001.11 Su questo mi permetto di rinviare ancora a P. POMBENI, Demagogia e tirannide, cit.12 Cfr. S. BASILE, La cultura politico-istituzionale e le esperienze “tedesche”, in U. DE SIERVO (a cura di), Sceltedella Costituente e cultura giuridica, Il Mulino, Bologna, 1980, pp. 45-116.13 Cfr. P. POMBENI, La costituente. Un problema storico-politico, Il Mulino, Bologna, 199514 Cfr. La fondazione della repubblica. Dalla Costituzione provvisoria all’Assemblea Costituente, Il Mulino, Bologna,1979.15 “Dopo le grandi guerre, cambiare le costituzioni è nei tempi nostri destino dei popoli vinti”. Intervento del 8 marzo1946, in, Atti dell’Assemblea Costituente. Discussioni in Aula, Tipografia della Camera, Roma, 1946, p. 1910 (perl’intero interevento pp. 1910-1920).16 P. POMBENI, Questione istituzionale e battaglia per il potere nella campagna per le elezioni del 2 giugno1946, in R. RUFFILLI (a cura di), Costituente e lotta politica, Vallecchi, Firenze, 1978, pp. 3-45. 3
  4. 4. Così i partiti di sinistra sottolinearono soprattutto temi “classisti”, o insistettero su riformeche non potevano certo entrare nella Costituzione (come per esempio la riforma agraria), laDemocrazia Cristiana si impegnò sui tradizionali temi del cattolicesimo militante (difesa dellafamiglia, dei ceti medi, dei diritti della chiesa), mentre i partiti della galassia laico-liberalepuntarono più che altro sul monito di non affidarsi a classi dirigenti che non avessero l’esperienza eil prestigio per gestire la difficile situazione. Naturalmente qui semplifichiamo in poche battutecampagne che furono lunghe, con molti interventi e in cui, di conseguenza, si possono rinveniremolte tematiche. E’ però necessario richiamare quello che era il cuore delle argomentazioni, e checostituiva, in certa misura, il messaggio identitario che si voleva trasmettere, mentre gli argomentisui singoli punti dovevano suonare più come materia per la parte più colta e avvertita dell’elettorato.Non si dimentichi poi che la campagna per la costituente venne combattuta in simbiosi con quellaper la scelta istituzionale fra monarchia e repubblica, sicché anche questo fatto contribuì ad oscurareil discorso sulla riorganizzazione dello stato e del sistema dei diritti e doveri del cittadino a favoredi un certo manicheismo che faceva coincidere il bene e il male con le due alternative proposte,oppure che, come nel caso della parte maggioritaria della Dc17, con un “agnosticismo” verso quellescelte che era anch’esso una opzione ideologico-identitaria. I partiti ebbero dunque in questo un ruolo centrale, poiché essi si presentavano ormai come iportatori ed i depositari del senso dello stato. Anche qui qualcuno potrebbe stupirsi di questadefinizione, ricordando le polemiche suscitate dall’allontanamento degli uomini nominati dallaResistenza dai ruoli tradizionali delle articolazioni dello stato (questure e prefetture), a favore di unreinsediamento del personale “di carriera”. Però questo fatto, per importante che fosse, non potevacancellare un altro fatto, e cioè che a chiamare la nazione alla Resistenza ed a dirigerla erano stati ipartiti, che lo avevano fatto nel quasi totale disfacimento della capacità operativa dello stato nellasua accezione tradizionale, a partire dalla pessima prova fornita dal regio esercito nella drammaticasituazione dell’otto settembre18. Si può dimostrare la rilevanza di tutto questo con un parallelo con la situazione francese,dove pure vi fu un conflitto fra lo stato inteso come sistema tradizionale di apparati e le forze dellaResistenza spontanea (nello specifico solo parzialmente legata ai partiti, al contrario d quantoavveniva in Italia). In questo caso però lo stato aveva dalla sua la legittimazione della primaResistenza sotto la guida di De Gaulle e l’attiva partecipazione di una quota delle sue strutture allelotte di liberazione, vuoi dall’esterno (con un regolare esercito francese costituito nell’esiliobritannico e nei territori coloniali), vuoi nello stesso interno (e il fatto che il federatore dellaResistenza francese, Jean Moulin, fosse un prefetto della III Repubblica, vuol pur dire qualcosa)19. Forti dunque di questa legittimazione, i partiti del CLN avevano titolo a discutere se ci sitrovasse o meno di fronte ad una “rivoluzione” o quanto meno alla necessità di fondare un regimetotalmente nuovo rispetto al passato. Come vedremo la soluzione che verrà data al problema non ècosì univoca come forse si è ritenuto in passato. Prima di procedere su questa via dobbiamo peròinterrogarci su quale era il tipo di partiti che avrebbe dovuto animare la fase costituente. Ho già premesso che l’ingombrante esempio del PNF aveva attirato l’attenzione di tutti sullaforza che rivestiva un canale di mediazione e di inserzione nella cittadinanza di ampie masse diindividui, canale che potesse usare come strumento “pedagogico” non già il ricorso alla istruzionenel senso tradizionale e formale del termine (che era poi la via su cui aveva scommesso di fatto ilcostituzionalismo liberale), bensì che potesse far ricorso alla “socialità” come elemento dicostruzione delle identità politiche. In sintesi possiamo dire che il fascismo aveva superato la tradizionale idea liberale, cheaveva trovato il suo culmine soprattutto nell’esperienza della Terza Repubblica Francese, secondola quale era l’istruzione pubblica gratuita controllata dallo stato che avrebbe omogeneizzato il paeseattraverso l’inserzione in una cittadinanza fondata sulla condivisione di un certo sistema culturale17 Su questo punto, come è noto, vi furono invece delle differenze da parte di alcuni leader come Giuseppe Dossetti cheoptò decisamente per la scelta repubblicana: cfr. P. POMBENI, Il gruppo dossettiano e la fondazione della democraziaitaliana (1938-1948), Il Mulino, Bologna, 1979.18 Cfr. P. POMBENI, L’8 settembre e le aporie della storia. Fra crisi di regime, nodi che vengono al pettine e debolezzeumane, in A. MELLONI (a cura di), Ottosettembre 1943. le storie e le storiografie, Diabasis, Reggio Emilia, 2005, pp.293-314.19 Cfr. sulla parte di DeGaulle nella Resistenza, G. QUAGLIARIELLO, De Gaulle e il gollismo, Il Mulino, Bologna,2003 (con ampia bibliografia); su Moulin e la resistenza, DANIEL CORDIER, Jean Moulin. la République descatacombes, Gallimard, Paris, 1999. 4
  5. 5. che era al contempo un veicolo di valori e di identità. Pur ritenendo qualche elemento di questadottrina (la scuola, controllata dallo stato, come veicolo di disciplinamento sociale mantenevaintatta la sua importanza), il fascismo aveva piuttosto puntato su una socializzazione che avvenisseattraverso il partito e le organizzazioni sociali ad esso collegate, che potevano trasmettere“consenso” attraverso lo strumento stesso della “sociabilità”20 La Resistenza aveva da questo punto di vista rilanciato, almeno al Nord e in alcune zone delCentro Italia, l’importanza delle reti sociali, la capacità di creare “cultura condivisa” (nel sensoantropologico del termine, ovviamente) che era connessa alla condivisione di esperienze e alloscambio di riflessioni su di esse. Ciò è valido non solo per una certa capacità di rapporto fra le forzecombattenti e il loro retroterra, ma per altri fenomeni che riguardano addirittura quella che, con unaespressione infelice, viene chiamata la “zona grigia” del periodo 1943-45. Si pensi, solo per farel’esempio più clamoroso, alla ripresa di leadership sociale delle strutture della chiesa cattolica o alrisorgere di altri sistemi di notabilato che supplivano alla latitanza delle normali forme di governo. I grandi partiti di massa ripresero dunque queste fila, che del resto essi avevano giàutilizzato in parte nella prima fase del Novecento, riproponendosi come agenzie non solo diintervento politico, ma di socialità nel senso più ampio del termine21. A questo punto però essiavevano bisogno di giustificare la fase costituente come una realizzazione, almeno parziale, diquella Weltanschauung che formava l’identità politica alla base della loro capacità di esercitarefunzioni istituzionali, cioè di imporre obbligazioni politiche sui loro membri e di non esseresemplici centrali di elaborazione ideologica e di attività politico-rappresentative. Da questa esigenza nacque quel fenomeno che è stato usualmente descritto come ilconvergere nella nostra Carta Costituzionale di tre filoni, quello liberale, quello cattolico e quellosocialcomunista. In realtà non si tratta che parzialmente della convergenza, che pure vi fu, di culturepolitiche le quali avevano trovato durante la crisi degli anni Trenta e Quaranta un terreno di intesanell’antifascismo, ma soprattutto nella riscoperta dell’umanesimo come reazione tanto al versantepositivista quanto a quello idealista della cultura dominante. Questo fatto contiene anche ilreciproco riconoscimento della legittima esistenza di mileu sociali diversi, la cui capacità di trovarecanali politici istituzionalizzati andava riconosciuta e favorita. Tradotta sul piano costituente si trattava di una esigenza al tempo stesso fondamentale equasi impossibile da riversare in una “forma politica”. Personalmente rimango ancora dell’idea, chemi feci trent’anni fa quando mi avviai a questa professione, che fu il genio politico del gruppodossettiano a trovare il bandolo della matassa e che questo avvenne perché quei giovani cattoliciavevano alcune caratteristiche capaci di avviarli quasi automaticamente a quel traguardo storico22. In prima istanza essi erano assai sensibili al problema della storia come fonte diinterpretazione del senso ultimo della vita, non solo individuale, ma anche associata. Era certo unsentimento che li avvicinava a chi aveva una formazione marxista (e non a caso Maritain avevasubodorato in quella corrente filosofica una eresia cristiana!), ma però li allontanava da essi unaesigenza, propria della sinistra cristiana, di non far chiudere quella interpretazione nel quadro dellaortodossia cattolica allora corrente, perché ne sarebbe nata una deriva semplicemente antimoderna.Perciò essi potevano a maggior buon diritto insistere sul lato “drammatico” e su quello “ambiguo”di ogni ricorso alla interpretazione storica. E’ questo un aspetto che è stato, a mio giudizio, poco valutato. Come sappiamo oggi anchedalla pubblicazione di documentazione coeva23, le Gerarchie Vaticane non avevano rinunciato aduna certa lettura trionfalistica della crisi in atto, secondo la quale tutto riportava, nello schema presoa prestito dall’apologetica ecclesiastica dell’Ottocento, all’avverarsi delle profezie sulla catastrofe acui l’umanità sarebbe andata incontro abbandonando il faro della religione. La corrente che si20 Sulle peculiarità del PNF si vedano gli studi di EMILIO GENTILE, sintetizzati (in parte) nel volume, La via italianaal totalitarismo. Il partito e lo stato nel regime fascista, NIS, Roma, 1995. Alcune mie considerazioni sull’inserzione diquesto modello nel storia costituzionale dell’Occidente nel mio saggio, La forma partito del fascismo e del nazismo, inK.D. BRACHER e L. VALIANI (a cura di) Fascismo e nazionalsocialismo, Il Mulino, Bologna, 1986, pp. 219-264.21 Cfr. M. RIDOLFI, Interessi passioni. Storia dei partiti politici italiani tra l’Europa e il mediterraneo, BrunoMondatori, Milano, 1999.22 Cfr. P. POMBENI, Il gruppo dossettiano, cit. Sono ora tornato sull’argomento, collocandolo nel contesto delcomplessivo contributo dei cattolici alla Costituente nel saggio, Cattolici e Costituente, per il volume speciale dellaFondazione della Camera dei Deputati dedicato al 60° della Costituente (in corso di stampa presso gli Editori Laterza).23 M. BOCCI, Oltre lo Stato liberale. Ipotesi su politica e società nel dibattito cattolico fra fascismo e democrazia,Bulzoni, Roma, 1999; G. SALE, Dalla monarchia alla repubblica 1943-1946. Santa Sede, cattolici italiani ereferendum, Jaca Book, Milano, 2003. 5
  6. 6. riconobbe nella leadership di Dossetti invece, tendeva ad inquadrare gli accadimenti nonsemplicemente nella frattura fra religione e società, ma nel travaglio assai più complesso del mondomoderno, che doveva rifondare il suo sistema comunitario dopo la rottura, peraltro inevitabile, deglischemi di “antico regime”24. In secondo luogo i giovani intellettuali cattolici sentivano il dramma della esclusione dellaloro corrente dalla grande rivoluzione moderna, quella fra fine settecento ed inizio ottocento.Potremmo discutere quanto in ciò giocassero talune reminiscenze del romanticismo cattolico,quanto il trauma di ciò che veniva allora definito come l’apostasia della classe operaia, quantol’orgoglio che essi avevano ritrovato nella Resistenza di poter essere protagonisti di una svolta difronte al crollo di tanta “sapienza” che li aveva irrisi come esponenti di una mera sopravvivenzastorica. Sta di fatto che essi riuscirono a trasformare queste pulsioni nella teorizzazione dellapossibile rifondazione del sistema costituzionale a partire da un diverso concetto del soggettopolitico (ora definito non più individuo, ma persona: però si tratta di un puro nominalismo25) e da undiverso concetto dei compiti della sfera pubblica, non più fatta coincidere semplicemente colvecchio “stato-persona”, ma allargato, almeno in prospettiva, al riconoscimento dell’esistenza dicomunità sociali con rilevanza giuridica. Così nella prima parte della nostra Carta si sarebbe disegnato un quadro che facevacoincidere la registrazione presunta di una rivoluzione (data dal fatto che si riteneva di averecambiato il “registro” del costituzionalismo liberale ottocentesco) con la sua inserzione nel quadrodi una certa continuità col pensiero politico-giuridico uscito dalla crisi del primo novecento, cherimaneva profondamente “liberale”, anche se in Europa non lo si avvertiva (mentre era evidente nelmondo anglosassone). Ora si potrebbe discutere su che cosa noi dobbiamo intendere come “liberalismo”, sepuramente il sistema di tutela della libertà di possedere e della libertà di “intraprendere”, se ilsistema della tutela dei diritti dell’uomo e del cittadino, se una combinazione di questi due, se ilsistema costituzionale rappresentativo o qualcos’altro. Storici e studiosi di politica si affannano dadecenni lungo queste strade senza trovare una risposta del tutto soddisfacente. Da un lato infatti sifatica a individuare un archetipo di stato liberale “puro”, in quanto già dalla fine dell’Ottocento sierano avute in tutta Europa forme più o meno vaste di intervento dei pubblici poteri come forze di“governo” se non di “alterazione” dei mercati (e questo anche escludendo le esperienze dipianificazione e centralizzazione delle decisioni economiche assunte durante le guerre). Dall’altro leforme di declinazione dei grandi modelli che avevano connotato l’esperienza storica del liberalismoottocentesco erano state piuttosto varie e sia il sistema costituzionale di organizzazione dello spaziopubblico, sia il quadro del sistema dei diritti e delle garanzie di libertà appariva piuttosto variegato. Se tuttavia noi volessimo correttamente interrogarci sulle evoluzioni che avevano interessatoi quattro maggiori paesi europei, cioè Gran Bretagna, Francia, Germania ed Italia, che avevanoindubbiamente avuto esperienze in vario modo orientate al modello della “modernità politica” nellaquale noi possiamo ragionevolmente ricomprendere almeno una scelta esplicita per il liberalismo,vedremmo facilmente che i modelli evolutivi perseguiti nel secondo dopoguerra rimangonofondamentalmente nel solco della tradizione politica precedente, sebbene venissero promossi daforze che non solo non si richiamavano al liberalismo, ma che affermavano di volerlo quantomeno“superare”. Di fatto, non esistevano reali modelli alternativi, ma solo diverse sistemazionigerarchiche dei valori liberali e diversi modi di declinarne il vocabolario. Questo problema è per lostorico cruciale, in quanto attualmente noi viviamo ancora all’interno di un mito che accreditainvece l’esistenza di una pluralità di modelli organizzativi dello spazio pubblico, tanti quante eranole componenti politico-partitiche allora in campo, cioè la “socialista” (comunista), la cattolica e laliberale. Sembra invece a me che uno solo fosse il modello costituzionale di base, che era appuntoquello espresso dal costituzionalismo a base rappresentativa coniugato con la prospettiva dellapriorità da assegnare alla tutela generalizzata di “diritti fondamentali”. Questo modello poteva poivenire variamente modificato dalle aggregazioni che si contendevano l’arena politica, ma nessuna24 Ho avuto modo di tornare su questa visione “apocalittica” (in senso tecnico: come disvelamento del senso ultimodella storia) in Giuseppe Dossetti nel mio saggio, Giuseppe Dossetti consigliere comunale. Una riconsiderazione, in, G.DOSSETTI, Due Anni a Palazzo D’Accursio. Discorsi a Bologna 1956-1958, a cura di Roberto Villa, Aliberti, ReggioEmilia, 2004, pp. III-XLI.25 P. POMBENI, Individuo/Persona nella costituzione italiana. Il contributo del dossettismo, in “Parole Chiave”, 1996,n. 10/11, pp. 197-218. 6
  7. 7. di esse aveva veramente la forza e la capacità di trasformarlo in profondità. L’unica alternativa realepresente sul terreno sarebbe stato un regime sul modello sovietico, che contemporaneamenteaboliva il problema del potere “rappresentativo” (il partito unico non rappresentava una “società”,che per definizione non esisteva, ma un’“idea” a cui si riconosceva il diritto di plasmare una societàfutura) e il problema della tutela dei diritti dell’uomo (solo il “nuovo soggetto politico” potevaavere diritti, in quanto il resto era al più una impropria sopravvivenza di un passato che tardava ascomparire). Questa alternativa non era però realmente disponibile neppure per i partiti comunistioccidentali, e specialmente per il Pci, che non potevano certo tagliare i loro legami con le radicidell’esperienza politica in cui erano coinvolti e che dunque cercarono disperatamente (e talora inmaniera quasi patetica) di elaborare una versione “liberale” dell’ideologia leninista. Le due tematiche essenziali che si trovarono di fronte coloro che dovevano restaurare isistemi costituzionali dell’Europa del secondo dopoguerra, e dunque anche i costituenti italiani,possono indubbiamente essere individuate nella questione dei diritti e nel problema del “potere didirezione” in materia economica, ma anche in senso più generale in tema di strutturazione dellasfera sociale, da parte della sfera pubblica (che si estendeva fino al problema chiave del diritto diproprietà pubblica, o meglio statale su almeno una parte dei settori chiave della produzione).Tuttavia non si tratta dei due soli ambiti in cui vedremo articolarsi l’evoluzione istituzionale rispettoai precedenti dello stato liberale prima maniera. Un problema a parte sarà costituito dovunque dalfattore della “formazione culturale”, un delicato settore che l’ideologia liberale classica avrebbevoluto come libero da qualsiasi forma di ingerenza del potere pubblico (lo stato doveva essere“laico”) e che invece, non di rado, con la stessa benedizione delle forze più dichiaratamente liberali,veniva ora riservato all’intervento diretto e non solo di regolamentazione dei governi. L’operazione era più che ardita e avrebbe dovuto fare perno sul riconoscimento della nuova“forma partito” come snodo del sistema di legittimazione costituzionale. Come abbiamo già avuto modo di accennare, ciò ebbe una sua radice già nell’ambito dlmovimento resistenziale. Grazie a questo fenomeno la resistenza poteva certo vantare con unaqualche ragione il merito di essere uno dei pochi soggetti che avevano colmato la frattura dilegittimazione fra appartenenza privata e sfera pubblica, o, per dirla con parole più crude, frasubculture sociali e stato. La resistenza aveva rotto il presupposto del vecchio sistema politicoprefascista secondo cui lo “stato” (ovvero: la riorganizzazione dello spazio politico indotta dalcostituzionalismo liberale) inglobava nel suo seno le appartenenze politico-culturali permarginalizzarle come “affare privato”. Essa aveva al contrario posto alla sua base il meccanismoinverso: le formazioni subculturali prodotte dalla società si fanno parte attiva nella costruzione delnuovo spazio politico in maniera da pretendere di stare in esso in forma riconosciuta come valori“pubblici”. Così facendo la Resistenza aveva indubbiamente prodotto qualcosa di nuovo. Il problema èse questa fosse una “nuova democrazia” od una nuova via alla democrazia. Con la stessa ingenuità di Ferruccio Parri, una parte cospicua di quel movimento politicoritenne vera la prima affermazione. Con ciò si pretese di affermare che ora, grazie a quelmovimento, si era portato a compimento lingresso delle masse nello stato, non più attraverso lacoartazione uniformizzante della dittatura fascista (perché anchessa aveva reclamato questosuccesso!), ma nel pluralismo, in modo da dare riconoscimento alle varie “storie interne” del paese.Per questo la componente più radicale della Resistenza sostenne che per la prima volta vi sarebbestata ora democrazia, in quanto democrazia e garanzia del pluralismo socio-politico erano duecomponenti inscindibili26. Tuttavia a questa constatazione non si può mancare di aggiungerne unaltra. Poteva questomeccanismo essere autosufficiente al punto di eliminare i due pilastri storici del governodemocratico, il “government by discussion” e la separazione dei poteri? La frettolosa risposta chemolti tendono a dare con una valorizzazione acritica della permanenza dei vecchi moduliorganizzativi del costituzionalismo classico allinterno della seconda parte della nostra Costituzionerepubblicana non mi pare del tutto convincente.26 Questo discorso avrebbe avuto un notevole sviluppo alla costituente, soprattutto per opera della sinistrademocristiana. Nella Costituzione passò a mio giudizio in misura più limitata di quanto normalmente non si creda,mentre continuò ad essere un caposlado nella proposta politica dei “dossettiani” (e nella stessa teoria politica diGiuseppe Rossetti). Su questo punto mi permetto di rinviare ad un mio saggio, Persona/individuo nella costituzioneitaliana. Il contributo del gruppo dossettiano, cit. 7
  8. 8. Il soddisfacimento di quelle condizioni, che noi ancora oggi consideriamo valide(quantomeno perché non sono state messe in circolazione alternative più attraenti), non può essererealizzato in modo meccanico. Non basta cioè che il sistema costituzionale preveda un parlamento,una certa articolazione dei poteri pubblici, un meccanismo partecipato di formazione della decisionepolitica. Occorre che questi sistemi siano da un lato costituiti come reali valori in sé e dallaltroarticolati in modo da consentire al popolo il controllo sulla loro gestione. Solo così essi realizzanoquella inclusione attiva del popolo a cui faceva riferimento Gramsci. Ora mi domando se non sarebbe opportuno investigare quanto la sacralizzazionedellesperienza resistenziale come forma di democrazia in sé abbia concorso allindebolimento diquella componente “istituzionale” della forma democratica che ho descritto sopra. Quando i costituenti si trovarono ad affrontare un nodo del sistema politico quale quello delgoverno, toccarono con mano il ginepraio in cui ci si trovava a vivere. Mentre infatti un certo tassodi consenso sulla ridefinizione dellindirizzo politico a cui doveva rispondere la rinnovatademocrazia italiana fu trovato grazie ad una discussione, anche piuttosto animata, fra le variecomponenti27, sul problema della forma di governo si registrò quella che a me sembra una sorta diresa ben mascherata alle aporie della storia. Disse Meuccio Ruini, riassumendo la discussione attorno alla presentazione del progettogenerale di Costituzione, che in teoria due modelli di governo democratico erano sulla piazza: ilmodello statunitense, dove il governo è espressione diretta del paese, che però lo controlla da vicinocon un frequente ricorso alle urne; il modello inglese, dove il governo è espressione dellamaggioranza parlamentare, ma è controllato da una opposizione con cui deve “discutere”costantemente non in senso accademico, ma per una verifica obbligata del suo tasso dirappresentatività in senso forte, in vista di una sempre possibile sostituzione. Nessuno di questi duemodelli era disponibile per lItalia, notò Ruini con un certo rammarico: allintroduzione del primo siopponevano gli spettri aleggianti di Napoleone e Mussolini, alladozione del secondo lassenza di unmeccanismo bipolare che permettesse di organizzare maggioranze reali ed opposizioni alternative. Non restava che accettare quello che venne definito come un “governo di direttorio”, cioè unsistema in cui convivevano più capi, una coalizione le cui parti era destinate quasi ontologicamentea non fondersi mai e per di più a scambiarsi confusamente i ruoli tanto nel gioco politico chenellappello al paese. Poiché di fatto tutti i poteri sarebbero derivati dallazione di queste partiistituzionalizzate, ma anche autonome, i meccanismi dei controlli, della limitazione e dellaseparazione dei poteri sarebbero rimasti affidati più al conflitto ed alla separazione fra le partipolitiche in causa che non alla competizione istituzionale fra i ruoli esercitati dai diversi poteri. Era quello che si chiamava lo “stato dei partiti”, tanto detestato dai critici tardo liberalidelletà di Weimar, ma che ora tornava in auge, vuoi in forma piuttosto consapevole come nelpensiero di Mortati, vuoi in maniera del tutto inconsapevole. I difensori di questo modello non erano ingenui e si rendevano conto, almeno nei casimigliori, del problema che esso poteva porre per la “democrazia”, in quanto inevitabilmente i partitientravano in concorrenza tanto con la rappresentanza (che cosa esprimeva il parlamento che essinon avessero già detto?), quanto con il governo (poteva questo agire sfuggendo al loro controllo?).Tuttavia ritennero di rispondere che la questione non poteva porsi in quanto proprio il partito collasua stessa vita istituzionale veniva a costituire una forma superiore di democrazia, che avrebbe poiconosciuto un effetto moltiplicatore nelle relazioni interpartitiche. Il partito di militanza, quello che sembrava il modello ormai consacrato dagli stessi eventidella lotta antifascista, si supponeva fornisse un momento di democrazia infinitamente superiorerispetto al semplice meccanismo della partecipazione elettorale (che comunque rimanevadisponibile, sia pure sotto le bandiere del partito): nel suo ambito si esercitava una sorta didemocrazia diretta su scala ridotta, in cui ciascuno poteva, attraverso linfinita catena dei rapporti dipartito, far giungere la sua voce, la sua opinione, la sua forza, fino al cuore del motore politico. Questa superiorità del partito di militanza come nuovo “custode della Costituzione” fuespressamente rivendicata nellambito dei lavori della costituente e recepita di fatto agevolmente dauna società-civile che nella democrazia dei partiti vedeva una garanzia di preservazione per laricchezza delle sue articolazioni ed una assicurazione contro la sfida ai patrimoni di consenso checiascuna di queste componenti sociali, più o meno piccole, aveva accumulato.27 Mi permetto qui di riassumere alcune tesi che ho elaborato con maggiore ampiezza ed analiticità nel mio, Lacostituente. Un problema storico-politico, cit. 8
  9. 9. Il problema che con questo si poneva non riguardava però solo la verifica della realtà e dellarealizzabilità di questo modello di nuova “democrazia semi-diretta”, anche se si tratta di unaquestione tutt’altro che secondaria. Il nodo principale da sciogliere restava, nonostante tutto, quellodella congruità di questo nuovo strumento a garantire, anche nei momenti di normalità (e dunquesenza le accelerazioni inevitabili nei momenti di crisi storica), il sistema di checks and balancesinterno alla distribuzione del potere e quello delle garanzie di controllo esterno ad esso. Laffidare ai partiti il compito di gestire, attraverso la loro competizione, i pesi e contrappesiche impediscono al sistema di degenerare nella autoreferenzialità del potere era una scelta moltodifficile. Non si può forse far colpa ai costituenti di non aver visto, in una fase in cui i conflittierano molto acuti e le divisioni sembravano iscritte nel loro stesso codice genetico, che inprospettiva soggetti istituzionali organizzati sul modello dei corpi chiusi avrebbero potuto optareper la coabitazione in una sorta di confederazione di tipo feudale. Poteri che sono astrattamente in competizione fra loro, ma che sono posti nelle mani disoggetti unificati dallestrazione da uno stesso “ceto” politico, non possono dare origine ad una“separazione”: era un fatto che gli studiosi avevano già rilevato per altre epoche storiche, e che si èdimostrato vero anche per la nuova esperienza di cui stiamo parlando. Il controllo dallesterno, affidato al meccanismo elettorale, si è poi rivelato non praticabile. Ilsistema delle fedeltà di partito ha imposto, almeno come logica tendenziale, che lelettore valutassenon la gestione della politica, ma il persistere o meno della sua condizione di appartenenza ad unacerta sub-cultura politica. In sostanza lelettore votava per riaffermare o negare la "sua" identità, nonper giudicare loperato di una classe dirigente. Per quanto sembri paradossale, nel modello che ho chiamato, per intenderci, della“democrazia semi-diretta” la responsabilità di ogni azione è collettiva, in quanto tutti hannopartecipato (almeno in teoria) alla sua costruzione. Come potrà dunque il cittadino elettore votarecontro lazione di un partito che essendo il suo lo ha visto compartecipe e corresponsabile dellemodalità di formazione di quellazione? Il singolo può fare una battaglia politica allinterno del suopartito, per modificarne la leadership o i comportamenti, ma gli riuscirà molto difficile portarequesta lotta all’esterno . E’ in questo modo che però il sistema favorisce limmobilismo e blocca ilcontrollo sulla gestione del potere. Tuttavia questa complessità non venne percepita né nell’immediato della lottacostituzionale, né per lungo tempo a venire. Per strano che oggi possa sembrare non venne subitopercepito che l’origine e la radice della stabilizzazione costituzionale postbellica era da collocarsi inquella dinamica che vedeva il suo perno nei partiti politici come partiti ad un tempo diWeltanschauung e di raccolta del consenso delle subculture sociali. Questa “rivoluzione” non fu nell’immediato riconosciuta, mancando ad essa queiriconoscimenti materiali che le varie parti in campo avevano promesso ai loro militanti. Da un latoera difficile dire che si era compiuta una rivoluzione, se i partiti dei rivoluzionari erano stati buttatifuori dal governo. Dall’altro era difficile affermare che si era realizzato lo stato cristiano, se laChiesa non aveva ottenuto quei riconoscimenti assoluti a cui aspiravano i suoi vertici. Difficileanche proporre che si era salvata la tradizione del costituzionalismo laico-liberale se si era persaquella caratteristica di apparente neutralità della sfera pubblica su cui aveva da sempre investito inItalia questa corrente ideale. Ho già scritto in altra sede che appena approvata la nostra Costituzione finì per trovarsisenza padri né madri. La costruzione di una “identità costituzionale” o, per usare un termine direcente divenuto usuale, di un Verfassungspatriotismus, arriverà piuttosto tardi nel nostro sistema. La scelta per le “identità politiche” a base partitica, pur fuse nel patto costituente, presenteràalternativamente difficoltà e vantaggi. Per i primi ricorderò il complicato avvio del centro-sinistrafra la fine degli anni Cinquanta e l’inizio degli anni Sessanta; per i secondi, più o meno un decenniodopo, il successo nella lotta all’eversione terrorista (che fu, al di là della rimozione subita nellamemoria collettiva, una sfida realmente pericolosa). L’eredità di questa impostazione è ovviamente complessa, soprattutto nel momento in cuisono giunti ad esaurimento i partiti organizzati come forme istituzionalizzate di reali identitàseparate presenti nelle culture sociali, mentre per i loro esecutori testamentari rimane a disposizionein certa misura quel retroterra costituzionale a puntello di residue posizioni di potere.Non è però compito dello storico addentrarsi in questi terreni. 9

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