L'abbandono di rifiuti e il littering

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www.docgreen.it - un libro curato dal Dott. Agronomo Giorgio Ghiringhelli su come contrastare il fenomeno dei rifiuti gettati impropriamente via su suolo privato e pubblico: inquinamento ambientale, degrado e danno estetico

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L'abbandono di rifiuti e il littering

  1. 1. FREEBOOK AMBIENTE Biblioteca gratuita on line di Giorgio Ghiringhelli L’abbandono di rifiuti e il littering Strumenti per conoscere il fenomeno e contrastarlo Prefazione di Lorenzo Pinna
  2. 2. FREEBOOK AMBIENTE Biblioteca gratuita on line di Giorgio Ghiringhelli L’abbandono di rifiuti e il littering Strumenti per conoscere il fenomeno e contrastarlo Prefazione di Lorenzo Pinna
  3. 3. Giorgio Ghiringhelli L’ abbandono di rifiuti e il littering Strumenti per conoscere il fenomeno e contrastarlo Edizioni Ambiente srl www.edizioniambiente.it coordinamento redazionale: Anna Satolli progetto grafico: GrafCo3 Milano impaginazione: Roberto Gurdo copertina: © Jonas Tirabosco/www.igsu.ch © 2012, Edizioni Ambiente via Natale Battaglia 10, 20127 Milano tel. 02.45487277, fax 02.45487333 Tutti i diritti riservati. Nessuna parte di questo libro può essere riprodotta o trasmessa in qualsiasi forma o con qualsiasi mezzo, elettronico o meccanico, comprese fotocopieregistrazioni o qualsiasi supporto senza il permesso scritto dell’editore. ISBN 978-88-6627-091-1 Finito di stampare nel mese di dicembre 2012 presso Global Print – Gorgonzola (Milano) Stampato in Italia – Printed in Italy Questo libro è stampato su carta riciclata 100% I siti di Edizioni Ambiente www.edizioniambiente.it www.nextville.it www.reteambiente.it www.freebook.edizioniambiente.it Seguici anche su: Facebook.com/EdizioniAmbiente Twitter.com/EdAmbiente
  4. 4. SOMMARIO Premessa di Lorenzo Pinna 12 Prefazione di Walter Ganapini 15 Introduzione 17 1. cosa si abbandona 32 2. dove e quanto si abbandona 38 3. chi abbandona 40 4. perché si abbandona 43 5. l’abbandono di rifiuti ingombranti 50 6. l’abbandono di rifiuti organizzato 52 7. che danni causa l’abbandono di rifiuti 54
  5. 5. 8. che impatto ambientale causa l’abbandono di rifiuti 55 effetti nocivi legati all’ esposizione ai rifiuti 62 i mozziconi di sigaretta 64 marine littering 67 i danni diretti alla fauna causati dall’ bbandono di rifiuti a 68 9. quanto costa l’abbandono di rifiuti 69 stima dei costi dell’abbandono in provincia di varese 74 costi di pulizia per frazioni di rifiuti generati dal littering in svizzera 77 costo del littering nel regno unito 80 costo del littering in scozia 80 costo del littering negli usa 81 prima stima dei costi del littering in italia 82 10. come affrontare il tema dell’abbandono di rifiuti e del littering 84
  6. 6. 11. quali norme contro l’abbandono di rifiuti e il littering 88 le sanzioni contro l’abbandono 89 soggetti competenti nel pattugliamento del territorio 94 Guardie ecologiche volontarie 94 Corpo forestale 96 I guardiaparco 97 Polizia locale 97 Arma dei Carabinieri 98 12. iniziative contro il littering e l’abbandono di rifiuti 100 ecospiaggia: la raccolta differenziata (non va) in vacanza, ministero dell’ambiente 100 , campagna “spiagge libere” ministero dell’ambiente 101 “puliamo il mondo” legambiente , 102 clean up the med 103 sos plastica 103 ma il mare non vale una cicca?, marevivo 104 “i rifiuti che abbandoni prima o poi ritornano” 105 giornata del verde pulito, regione lombardia 105
  7. 7. convenzione tra la provincia di pavia e il corpo forestale dello stato 106 aliga day, sardegna pulita 106 “puliamo la calabria” 107 “la cicca non è chic” 108 campagna contro i mozziconi di sigaretta a ferrara 109 bando “strade pulite” della provincia di varese 109 progetto “ricircola” , sila varese 110 “busto si rifiuta” , agesp busto arsizio 111 campagne di comunicazione igsu 111 un codice di comportamento contro il littering, Unione delle città svizzere 113 giornate insubriche del verde pulito, gruppo di lavoro della regio insubrica 115 “operazione territorio pulito” canton ticino , 116 le iniziative dell’ ufam 117 attività dell’acsi contro il littering 118 keep britain tidy 118 keep america beautiful’ s great american cleanup 119
  8. 8. nsw government litter prevention program (keep australia beautiful) 120 “singapore litter free” campaign 122 soho dichiara guerra alle cannucce 124 norme antifumo 125 azioni specifiche di controllo del territorio 126 Bologna: le Guardie ecologiche diventano i “vigili” dei rifiuti 126 A Salerno ronde contro chi sporca 126 Contro l’abbandono dei rifiuti entrano in azione gli ispettori ambientali 127 Abbandono di rifiuti: multe durante il passaggio a raccolta domiciliare dei rifiuti 128 Lamezia Terme: prime multe dopo ordinanza su abbandono di rifiuti 128 Appostamenti in borghese contro l’abbandono dei rifiuti 129 Milano. Butta mozzicone di sigaretta a terra: 450 euro di multa 129 Abbandoni i rifiuti? Il sindaco te li riporta a casa 129 nuove “apps” contro incuria e degrado 130 Applicazioni negli Usa 131 Apps in altri paesi del mondo 132 Decorourbano 132 Rifiuti ingombranti abbandonati: il progetto “RAEEporter” 133 Uso del crime mapping: l’esperienza della Provincia di Milano 133 PULIamo: la app che aiuta a tenere pulita la città 136 iniziative di prevenzione a monte del fenomeno 138 Riduzione delle buste di plastica (shopper) 138 La pubblicità anonima o condominiale 139
  9. 9. Le gomme da masticare 140 Il programma “Rifiuti Zero” 1 41 ottimizzazione dei sistemi di igiene ambientale 142 Il sistema integrato porta a porta per ridurre l’abbandono di rifiuti 142 Gestione dei cestini stradali 145 i cartelli di divieto dell’abbandono di rifiuti 148 13. un progetto integrato contro l’abbandono: “insubria pulizia sconfinata” 149 la “mappa dell’abbandono” 152 le iniziative operative per contrastare l’abbandono 156 Il tavolo tecnico contro l’abbandono 156 Comunicazione contro l’abbandono 157 Educazione ambientale 158 Coordinamento attività di Polizia provinciale e GEV 160 conclusioni 161 bibliografia 164 ringraziamenti 170
  10. 10. La PuBBLicazione è ProMoSSa da: ARS ambiente Srl Analisi, Ricerche e Servizi per l’Ambiente Via Carlo Noé, 45 21013 Gallarate (VA) www.arsambiente.it TerrAria Srl Strumenti informatici e progetti per l’ambiente e il territorio via Melchiorre Gioia, 132 20125 Milano www.terraria.com
  11. 11. premessa La storia dell’umanità è spesso raccontata attraverso le mirabili opere realizzate dalla volontà e dall’ingegno umano, trascurando però i problemi che l’uomo ha dovuto affrontare nel suo cammino millenario. Tra questi uno dei più sottovalutati è sicuramente quello dei rifiuti. Nella preistoria i cacciatori e raccoglitori nomadi producevano già rifiuti ma ciò non era di fatto un problema, poiché spostandosi continuamente non c’era tempo perché questi si accumulassero. Le prime difficoltà sono sorte invece con il passaggio delle civiltà da nomadi a stanziali: nei primi villaggi e città, gli uomini risiedevano in grandi concentrazioni producendo volumi consistenti di rifiuti. Per millenni il sistema di disfarsi di questi rifiuti è stato di gettarli semplicemente per strada o nei fossi, lanciandoli dalle finestre, facendo sì che si accumulassero in prossimità di case e botteghe. Questi rifiuti erano esclusivamente di natura organica e quindi erano causa di sviluppo di epidemie e di cattivi odori, tanto che un puzzo costante permeava tutti gli ambienti. Le civiltà del passato hanno provato a più riprese a rimediare al problema dei rifiuti, prima tra tutte l’antica Roma che ha realizzato una grande rete di acquedotti con lo scopo di approvvigionare la città di grandi quantità di acqua pulita per allontanare rifiuti e liquami dall’urbe. Nel Medioevo e nel Rinascimento centinaia di leggi, editti e regolamenti tentavano di impedire l’accumulo di rifiuti nelle pubbliche vie. Solo alla fine del Settecento, grazie alla Rivoluzione industriale e alla crescita delle conoscenze scientifiche e tecnologiche, l’uomo riuscì a bonificare le città creando efficienti sistemi idrici e introducendo i primi rudimentali sistemi di nettezza urbana. L’idea base rimaneva comunque quella di allontanare i rifiuti portandoli nelle campagne e lasciando quindi alla natura il compito di “smaltirli”, compito sempre più gravoso e ambientalmente insostenibile a causa del loro continuo aumento. Questa crescita dei rifiuti, divenuta esponenziale nel corso del Novecento, è stata causata dall’effetto congiunto dell’incremento
  12. 12. demografico, dall’aumento del tenore di vita e dei consumi e dall’introduzione di nuovi materiali sintetici e pericolosi, caratterizzati dal non essere biodegradabili. Per questo negli ultimi decenni del Novecento sono stati attivati sistemi di gestione dei rifiuti basati sulla raccolta differenziata e sul loro trattamento al fine di un corretto riuso, recupero e riciclaggio, trasformando i rifiuti in nuove materie prime e beni di consumo. I rifiuti, da materiali da allontanare e dimenticare, si trasformano in risorse preziose, grazie anche all’impegno dei cittadini che sono un anello fondamentale del sistema di gestione perché ad essi è deputato l’importante compito di dividere i rifiuti secondo le regole della raccolta differenziata. Quanto descritto rende incomprensibile come nelle moderne metropoli si possa ancora compiere l’arcaico gesto del getto dei rifiuti a terra, che oggi si chiama littering, lordando piazze e vie o parchi come nel Medioevo. Sembra che questo gesto, la cui origine profonda richiede raffinate analisi psicologiche e sociologiche, sia insito nella natura umana e nel suo istinto, quasi da sembrare parte del suo patrimonio genetico. Il littering a mio avviso rappresenta inoltre una cartina di tornasole del degrado urbano e della presenza delle autorità nel presidio del territorio, ben spiegata dalla broken windows theory (“teoria delle finestre rotte”): se in un quartiere viene rotta una finestra, e non viene riparata, è molto probabile che ben presto altre finestre vengano rotte, dando così inizio a una spirale distruttiva. Allo stesso modo lasciare che vengano gettati i rifiuti per strada rappresenta una forma di trasgressione e di degrado che, se trascurata, genera sicuramente fenomeni di emulazione. Per sconfiggere questa spirale negativa occorre partire dal “buon esempio”, attivando iniziative che facciano percepire ai cittadini l’importanza dell’ambiente e il suo valore per la qualità della vita. È proprio da questo dato che è partito il lavoro di Giorgio Ghiringhelli che ha analizzato il fenomeno del littering e dell’abbandono dei rifiuti sia dal punto di vista “macro”, analizzandone dimensione, importanza, danni derivanti, sia “micro” concentrandosi quindi sulle abitudini 13
  13. 13. del singolo, arrivando a tracciare un possibile percorso in cui la coscienza civica e l’educazione ambientale sono il perno di iniziative e progetti concreti per prevenire e contrastarne il fenomeno. Lorenzo Pinna Giornalista, autore televisivo e divulgatore scientifico 14
  14. 14. prefazione Due branche della neo-disciplina Rifiutologia mi hanno sempre attratto: la Archeo/Paleo-Rifiutologia e la Psico-Rifiutologia (neologismo, credo, coniato in questa occasione). Le ricerche afferenti alla prima branca, da quelle sulle civiltà cavernicole delle Canarie per arrivare alle palafitticole/terramaricole anche in Pianura Padana, da quelle sul Testaccio a Roma fino alle indagini sui pozzi per rigetti esterni alle mura urbane di epoca medievale, certificano l’attitudine delle comunità umane a espellere dallo spazio domestico e dal villaggio/aggregato urbano i residui delle proprie attività di produzione e consumo, i propri rifiuti. La seconda branca investiga i meccanismi di rimozione/occultamento, sostanzialmente simili a quelli belluini per quanto attiene la relazione tra animali e le loro deiezioni, che sottendono l’attitudine “espulsiva” sopra richiamata. Colpisce che, nel secondo decennio del primo secolo del terzo millennio d.C., una persona esperta e competente come Giorgio Ghiringhelli debba riprendere il ragionamento relativo alle due branche citate per fare il punto su come prevenire, ancor prima che rimediarne gli effetti negativi sull’ambiente, il fenomeno dell’abbandono o littering di rifiuti/merci a fine ciclo-vita in un ambito territoriale evoluto e organizzato come quello lombardo-elvetico, subito sotto e subito sopra la catena alpina, una delle aree più ricche e acculturate del Pianeta. Se in questo ambito il problema si propone ancora, e con forza, ai giorni nostri, allora il “gettare” trae origine in segmenti profondi del nostro essere “uomini” ancor prima che nella nostra sedimentazione culturale e normativa. Sappiamo che le persone, di norma, anche nell’età contemporanea non adottano spontaneamente letture olistiche/sistemiche del reale né amano ragionare di ciò che è loro lontano nello spazio e nel tempo: è così che si è potuto arrivare a sconvolgere il clima del Pianeta, adottando stili di vita e consumo che, se generalizzati a scala globale, genererebbero un fabbisogno di risorse che neppure tre Terre riuscirebbero a soddisfare.
  15. 15. Ancora, è così che il littering di rifiuti plastici ha portato a generare immensi aggregati di quei materiali persistenti negli oceani, interferendo gravemente anche con le catene trofiche dell’ittiofauna e con la biodiversità marina in generale. Il testo di Ghiringhelli fa il punto sul fenomeno, analizza le buone pratiche sin qui sperimentate per contenerlo e, sempre più, prevenirlo, rendendolo anzitutto “tracciabile” e, dunque, controllabile. È per questo, al di là della stima e dell’amicizia verso l’autore, che sento di doverne consigliare la lettura. Walter Ganapini Membro onorario, Comitato scientifico, Agenzia europea dell’ambiente 16
  16. 16. introduzione È universalmente assodato che il valore dei beni è garantito dal rapporto fra la loro disponibilità e il desiderio dei soggetti-consumatori di beneficiarne. Dalla notte dei tempi il valore di un bene è dato dal capitale naturale e dal lavoro umano incorporato in esso, ma soprattutto dalla sua scarsità relativa. Buona parte degli oggetti acquistabili contiene parti (imballaggi, contenitori ecc.) che da intonse, belle, attraenti, divengono inutili, lerce, maleodoranti. Una scatola di fagioli o un contenitore in plastica di aranciata dapprima è pulito, colorato, vergine, sterile; dopo l’uso la scatola e la plastica passano a uno status di sporco, insalubre, inutilizzabile. Se questi oggetti venissero riutilizzati dovrebbero essere lavati, puliti e poi pronti per un altro uso, ma nella maggioranza dei casi questi contenitori entreranno nel sacco o nel bidone della raccolta dei rifiuti. Questo concetto è addirittura amplificato quando i singoli “oggetti-rifiuti” vengono a trovarsi insieme nei contenitori per la raccolta (differenziata o no), tant’è che “nel destinarli alla pattumiera, ne consacriamo invece, per così dire, l’intrinseca sporcizia; nel bidone della spazzatura avviene un rimescolamento di tutti i nostri scarti, che rende sporco ciascuno degli oggetti conferiti, indipendentemente dal grado di pulizia che lo caratterizzava poco prima, rendendo la nostra immondizia, seppur differenziata, qualcosa di inaccettabile, di immondo” (Viale, 1996). Gli scarti volontariamente o involontariamente inutilizzabili provocano un danno e un ingombro finché rimangono negli spazi territoriali privati e per questo dobbiamo sbarazzarcene appena possiamo. Ne è dimostrazione il fatto, per esempio, che quando il sacco o il bidone della raccolta differenziata posizionato in strada appena fuori dalla nostra proprietà per essere raccolto dal servizio di igiene urbana – e quindi eliminato dalla percezione dei nostri sensi –, per motivi vari non viene raccolto dagli addetti, esso torna a creare stress e preoccupazione portando talvolta gli individui a gesti inconsulti come l’abbandono illegale del rifiuto in territori prossimi o meno prossimi (altra strada o i boschi) il più possibile lontani dal suo spazio privato.
  17. 17. Questo comportamento si configura come “l’allontanamento compulsivo del rifiuto”. In questo senso bene e rifiuto, produzione e consumo, sono due facce spesso intercambiabili della stessa medaglia, due aspetti speculari la cui differenziazione diviene frequentemente così blanda da portare confusione negli attori sociali per la sua perversa ambiguità. Lo scarto tra bene e rifiuto non può che essere ricercato attraverso motivazioni di ordine individuale (psicologico) e collettivo (sociale), ma deve anche inserirsi nelle teorie e pratiche della società consumistica. Diversi studiosi hanno definito la società consumistica come la “civiltà dello spreco” (Viale, 1996), il “consumo istantaneo del bene”, ragionamento che troviamo efficacemente condensato in Baudrillard che afferma che “i beni dovrebbero soddisfare nell’immediato e la soddisfazione dovrebbe cessare immediatamente, non appena esaurito il tempo necessario al consumo” (Baudrillard, 1976). Il paradosso del benerifiuto è parte rilevante della nostra società delle contraddizioni. Il rifiuto, lo scarto, si configura porzione allogena, assumendo status di non-riconosciuto, di oggetto incontrollabile e irriconoscibile che deve essere eliminato il più rapidamente possibile. Nel rapporto con le scorie si articolano processi spesso schizofrenici di cesura tra pulito e sporco, sterile e contaminato, dentro e fuori, e l’innata tensione a controllare se stessi, la nostra natura e il corpo. La produzione su larga scala di manufatti che hanno valore e durata sempre più effimera, l’acquisto compulsivo, l’accelerazione tecnologica, la propaganda e la corsa infinita verso l’ultimo modello, concorrono a portare verso l’obsolescenza rapida dei beni, generando problemi di enorme portata e di difficile controllo da parte degli stessi fautori, il genere umano. Una merce ben progettata, ben fabbricata, che continua a lungo a svolgere la propria funzione, è quanto di più indesiderabile si possa immaginare per il venditore. Da qui lo sviluppo di una vera scienza dell’inefficienza, della pericolosità, dell’inaffidabilità, della rapida obsolescenza, cioè di tutti quei caratteri che portano il consumatore a buttare via in breve tempo una merce per sostituirla con altre che tengano in moto la grande macchina della produzione, delle vendite, dei profitti (Nebbia, 1990). 18
  18. 18. Gli oggetti che non contribuiscono alla valorizzazione del capitale sono inutili e da eliminare rapidamente, e questo processo diviene così una costante infinita, con l’accumulazione di grandi quantità di scarti (Osti, 2002). Rifiuti che, nonostante le sempre più innovative tecnologie di smaltimento e riciclaggio, sono e saranno pressoché incontrollabili da parte dei loro creatori e dai loro consumatori. Gli scarti e la sovrapproduzione sono un problema economico e gestionale per le industrie e per le istituzioni pubbliche. Smaltire rifiuti significa pertanto sottoporli a un trattamento che permetta loro di confondersi con gli elementi costitutivi delle nostra immagine del mondo, affidando al fuoco (incenerimento), alla costosa ma utile tecnologia (riciclaggio), alla natura (compostaggio ma anche il deposito finale, la discarica controllata) la loro eliminazione o mutazione (Viale, 1996). La natura è costretta ad accogliere anche i rifiuti non biodegradabili e spesso insalubri delle discariche legali e di quelle illegali; tra queste ultime primeggia l’illegal waste dumping, ovvero l’abbandono improprio di rifiuti nelle aree isolate urbane e nei boschi. La massa dei rifiuti che ci circonda, non è altro che la manifestazione di uno scarto crescente tra ciò che produciamo e ciò che consumiamo. La dimensione produttiva è divenuta semplicemente un supporto al meccanismo di generazione di insoddisfazione dell’individuo. Piuttosto che di civiltà del consumo, quella attuale può essere definita una “civiltà dello spreco”, una “civiltà dei rifiuti”. Il gesto del “buttar via” ha radici e ragioni antropologiche e psicologiche profonde, è un autentico rito di purificazione, attraverso cui l’uomo si rigenera, abbandonando le scorie di se stesso. La società postmoderna si è impossessata di questa fisiologica attitudine umana, che oggi si svolge con ritmi via via crescenti, a causa del fatto che l’insicurezza e la precarietà delle condizioni attuali spingono l’uomo a una continua verifica della sua identità. Tale accelerazione, però, produce una quantità di “residui” a ritmi divenuti insostenibili per l’ecosistema, che non è più in grado di assimilarli come in passato (Baudrillard, 1976). Il problema dell’enorme produzione di rifiuti non può essere semplicemente risolto con adeguate tecnologie di smaltimento, 19
  19. 19. la questione è anche e soprattutto di natura culturale e strutturale. Ogni detentore di una merce non si preoccupa del rifiuto che essa creerà una volta che passa a un altro possessore, anzi cercherà di trasferire la maggior parte dei rifiuti a essa collegati. È evidente che la soluzione della questione dei rifiuti passa per quella che nel contesto attuale è ancor meno di un’utopia e cioè la fine del capitalismo-consumismorifiutismo e l’avvento di una nuova sensibilità personale e sociale che riconsideri la posizione dell’uomo nel mondo. La natura non produce rifiuti o meglio i suoi scarti sono inseriti nelle catene alimentari e nei cicli biogeochimici costituendo in ogni passaggio nutrimento o substrato per qualche forma di vita. Per molto tempo l’umanità, sia quella che abitava in città, sia quella che era rimasta a coltivare i campi, non ha sentito la necessità di separare i rifiuti secondo la loro provenienza o in base al materiale di cui erano composti. Se non si sapeva più cosa farsene, si pensava solo a sbarazzarsene, cioè allontanarli da sé, dalla propria abitazione, magari limitandosi a gettarseli alle spalle senza grandi precauzioni. Questo era possibile perché i rifiuti umani erano del tutto simili per qualità e composizione, e non concentrati in un unico luogo (città o discarica che sia), a quelli naturali. Il gesto con cui l’uomo primitivo si tirava dietro la schiena, abbandonandoli lungo il cammino, le ossa degli animali di cui si era nutrito e i noccioli dei frutti appena mangiati, è ancora oggi iscritto nel nostro codice genetico. Se invece c’era qualcosa da recuperare, quell’oggetto veniva rimpiegato per la stessa o per un’altra funzione, con esempi, tanto lungimiranti quanto paradossali, come le descrizioni che Goethe ci ha lasciato nel suo “viaggio in Italia” dove ha raccontato, quasi con ammirazione, il lavoro dei rigattieri che portavano i rifiuti, preziose sostanze fertilizzanti, nei rigogliosi giardini periurbani. Questa abitudine ha accompagnato l’uomo fino alla rivoluzione industriale e i rifiuti sono diventati onnipresenti nel panorama delle città occidentali, con l’eccezione dell’antichità classica romanica quando molte città furono dotate di una rete fognaria (Viale, 2007), fino a costituire la così detta “città pestilenziale” (Pinna, 2011) dove rifiuti e liquami, 20
  20. 20. con il loro carico microbico, erano causa di epidemie e di malsane condizioni di vita. I rifiuti sono, fin dalla notte dei tempi, lo specchio della società che li ha prodotti ovvero un’immagine privata di illusioni, come Victor Hugo aveva scoperto e narrato ne I Miserabili: “La fogna è la coscienza della città [...]. Ogni cosa ha la sua forma vera, o almeno definitiva, poiché il mucchio di spazzature ha in suo favore di non esser bugiardo. Vi si trova [...] il cartone e le cordicelle, l’interno come l’esterno, […]. Tutte le lordure della civiltà, una volta fuori uso, cadono in questa fossa di verità alla quale mette capo l’immenso sdrucciolìo sociale, e, pur inghiottite, si mettono in mostra [...]”. Quest’immagine già allora era piena delle contraddizioni sociali e del tema dello spreco, argomenti che saranno di attualità solo cent’anni più tardi. Un altro tema ricorrente insieme a lordure e malattie è quello dell’odore, del tanfo pestilenziale e mefitico che accompagna il viaggio dell’uomo nei secoli, un silenzioso indicatore dello stato delle città di cui ci viene data una vivida descrizione nel romanzo Il profumo (Patrick Suskind, 1985). A partire dal XIII secolo, cioè dalla crescita demografica delle città, quasi tutti i comuni dell’Italia centro-settentrionale promulgarono leggi e regolamenti nel tentativo iniziale di arginare l’accumularsi dei rifiuti nelle vie urbane (Pinna, 2011) e successivamente di aree più vaste, andando anche a regolamentare altri fenomeni come il lancio di rifiuti dalle finestre e lo sputare per terra. Fino al XVIII secolo comunque le maggiori battaglie ingegneristiche sono state giocate nella gestione dei rifiuti liquidi e liquami derivanti dai sistemi fognari che potevano essere allontanati dalle aree urbane attraverso opere idrauliche mirabili che hanno interessato le principali città europee. Dal secolo successivo si affaccerà il problema dei rifiuti solidi urbani ancorché ancora prevalentemente composti di materiali “naturali” (resti di cibo, stracci, legno e carta). Il loro accumulo nelle strade cittadine ha causato l’avvio dei primi rudimentali sistemi di igiene urbana in cui Londra e Parigi fanno, come spesso è accaduto nella storia, da apripista delle rivoluzioni tecnologiche: a Parigi con la prima ordinanza 21
  21. 21. 22
  22. 22.  Fumetto vincitore dell’“Antilittering comic contest” del 2011 organizzato dall’IGSU. 23
  23. 23. del 1884 che obbligava tutte le case e le botteghe a dotarsi di bidoni metallici con coperchio per la raccolta rifiuti e a Londra con il Pubblic Health Act del 1875 che obbligava i cittadini a usare il dustbean (secchio dell’immondizia inglese), due atti che causano il definitivo declino del getto dei rifiuti per strada. I rifiuti, dopo essere stati raccolti con sistemi rudimentali di igiene urbana basati ancora sulla forza umana e animale, erano comunque destinati a essere portati nei territori immediatamente limitrofi alle città per costituire delle discariche de facto (che oggi chiameremmo discariche incontrollate). In Italia occorrerà aspettare il 1941 per avere una legge che codificava l’allontanamento dei rifiuti solidi urbani dalle città (legge 20 marzo 1941, n. 366), ma già alla fine dell’Ottocento i comuni, con una gestione in economia o attraverso le prime “aziende municipalizzate”, avevano creato dei primi sistemi rudimentali di nettezza urbana, poco efficienti e lontani da un sistema integrato e industriale necessario per affrontare e risolvere il problema. In questo quadro il gesto di buttare i rifiuti fuori dal finestrino della propria auto o gettare una cartaccia per terra mentre si passeggia rappresentano un ritorno al passato che mal si inserisce nello stile di vita urbano e “igienico” che partendo dall’Ottocento si è definitivamente affermato, almeno nelle nazioni più evolute, nel Novecento causando la definitiva scomparsa della “città pestilenziale”. La contropartita di questa vittoria dell’uomo sul sudiciume è stato l’arrivo imprevisto, con la rivoluzione industriale, delle sostanze chimiche e dei materiali sintetici, cioè sostanze e composti non biodegradabili (per esempio la “plastica”) che quindi la natura non assimila e non può inserire nei propri cicli e catene alimentari. Queste nuove sostanze insieme alla concentrazione sempre maggiore della popolazione e delle sue attività produttive in aree ristrette e altamente urbanizzate, e l’avvio di sistemi di consumo crescente e basati sull’usa e getta (direttamente derivanti dall’aumento del tenore di vita, dalle innovazioni tecnologiche e dalla riduzione del costo dei beni e delle merci), sono il motivo per cui la gestione dei rifiuti è diventato uno dei temi ambientali più rilevanti già nella prima metà del XX secolo. 24
  24. 24. Italo Calvino nelle Città invisibili del 1972 aveva descritto la città dei consumi (ma anche dell’estraniazione dell’uomo da se stesso), spinta al parossismo e per questo sommersa dai rifiuti. In questa città anche il gesto di allontanare i rifiuti (gettarli alle spalle come faceva l’uomo primitivo) non è possibile perché il mondo è stretto e perché, come nella realtà, allontanare i rifiuti dalla propria comunità vuol dire confliggere con le esigenze delle altre comunità limitrofe. Per avere una norma moderna che passi dal concetto di “allontana e dimentica” a quello della “gestione rifiuti” occorre aspettare il 1982, quando l’Italia recepisce le direttive comunitarie emesse nel corso degli anni Settanta (Dpr 10 settembre 1982, n. 915), con il quale incarica le regioni di redigere Piani di gestione rifiuti volti a definire le linee guida per la gestione rifiuti e favorire le condizioni per la realizzazione della rete impiantistica necessaria (discariche, inceneritori e impianti di compostaggio). A questo seguirà il “Decreto Rochi” (Dm 5 febbraio 1997, n. 22) che permetterà di introdurre il concetto di “gestione integrata” basato innanzi tutto su una scala di priorità (le 4 R: riduzione, riuso, riciclo e recupero) e lasciando allo smaltimento finale in discarica il ruolo marginale destinato a ciò che non può subire alcun diverso destino. La legge troverà attuazione operativa facendo perno sulla raccolta differenziata, sul Catalogo europeo rifiuti per identificare univocamente i rifiuti, sulla responsabilità del produttore, mediante la creazione del sistema dei consorzi di filiera (CONAI), sul concetto di “chi inquina paga”. La quantità di rifiuti urbani (e industriali) che le norme sono chiamate a regolamentare sono impressionanti e fino alla crisi economica recente in continua ascesa in quasi tutti i paesi europei. I complessi problemi legati alla gestione dei rifiuti, l’insieme delle politiche volte a gestire l’intero processo dei rifiuti dalla loro produzione fino alla loro sorte finale, comprendendo quindi la raccolta, il trasporto, il riciclaggio e lo smaltimento, non devono far dimenticare che l’igiene urbana è un’attività carica di implicazioni, oltre che economiche e ambientali, di natura psicologica, sociale e politica. In questo quadro risulta centrale il ruolo del cittadino-utente del servizio, in quanto il sistema di 25
  25. 25. gestione dei rifiuti urbani si basa ubiquitariamente sulla raccolta differenziata, dove ciascuno è responsabile della corretta suddivisione dei rifiuti in base alle caratteristiche e al destino a essi assegnato, collaborando quindi con il sistema pubblico che si occupa della loro raccolta. La gestione rifiuti è quindi una silloge dei rapporti tra l’individuo e la società (Viale, 1996). I rifiuti sono tutto quanto risulta di scarto o avanzo alle più svariate attività umane. La Comunità europea, con la direttiva 2008/98/Ce, recepita in Italia dal Testo Unico Ambientale, li definisce “come qualsiasi sostanza od oggetto di cui il detentore si disfi o abbia l’intenzione o l’obbligo di disfarsi”. L’atto di “disfarsi” va inteso indipendentemente dal fatto che il bene possa potenzialmente essere oggetto di riutilizzo, diretto o previo intervento manipolativo. I rifiuti vengono classificati, in base all’origine: in rifiuti urbani e rifiuti speciali e, in base alle loro caratteristiche di pericolosità, in rifiuti pericolosi e rifiuti non pericolosi. Il piccolo rifiuto buttato in modo improprio (litter), nell’età moderna, è per eccellenza il mozzicone di sigaretta; oltre ai mozziconi, i litter più comuni sono i chewing gum, bottiglie e lattine, confezioni di bevande, pezzi di carta e di vetro, scatole vuote di sigarette, sacchetti, avanzi di cibo, confezioni di alimenti e piccoli imballaggi in genere. L’abbandono rifiuti (illegal waste dumping) si configura come un illecito volontario compiuto da soggetti intenzionati a disfarsi dei rifiuti in modo illegale disperdendoli nell’ambiente in luoghi non predisposti ad accoglierli (generando così il fenomeno delle discariche abusive). Questo fenomeno comporta che vengono abbandonati quantitativi ingenti di rifiuti, urbani o speciali, pericolosi e non, soprattutto in aree periferiche e naturali (BAFU, 2011). Il fenomeno genericamente denominato “abbandono abusivo di rifiuti”, può essere più precisamente definito e suddiviso in tre tipologie specifiche (Dlgs 152/2006): • abbandono: accumuli di rifiuti in aree pubbliche o private, costituiti da beni, oggetti che sono in un evidente “stato di abbandono”, ovvero lasciati con incuria e al degrado; 26
  26. 26. • deposito incontrollato: abbandono di rifiuti perpetuato dallo stesso soggetto nel medesimo luogo senza autorizzazione; • discarica abusiva: permanenza dei rifiuti in un luogo che viene utilizzato per continui scarichi, anche intervallati nel tempo, di rifiuti di diversa natura o provenienza. A questi fenomeni si somma quello più aspecifico del littering, ovvero l’incivile abitudine di gettare piccoli rifiuti laddove capita senza curarsi dell’ambiente, come per esempio cartacce, gomme da masticare e mozziconi di sigaretta, o ancora quella di non raccogliere gli escrementi degli animali da compagnia. Questo fenomeno si è amplificato con l’avvento di nuove abitudini alimentari, che aumentano l’impiego di materiali e manufatti usa e getta (G. Ghiringhelli, 2008). Il littering – dall’inglese to litter: ricoprire di rifiuti – è quindi un malcostume che vede i rifiuti gettati o abbandonati con noncuranza nelle aree pubbliche invece che negli appositi bidoni o cestini dell’immondizia (Johannes Heeb, 2004). Per littering si intende l’inquinamento di strade, piazze, parchi o mezzi di trasporto pubblici causato gettando intenzionalmente o lasciando cadere rifiuti e abbandonandoli. Anche se in termini assoluti le quantità di rifiuti lasciate sul suolo sono relativamente ridotte, la maggioranza della popolazione percepisce il fenomeno come fastidioso. Il littering compromette la qualità di vita e il senso di sicurezza negli spazi pubblici, genera costi elevati per i servizi di pulizia e nuoce all’immagine delle località. Le cause della crescente mole di rifiuti abbandonati sono molteplici. Sempre più persone trascorrono la pausa pranzo sul posto di lavoro o di formazione e mangiano per strada. La conseguenza quasi inevitabile di queste nuove abitudini di consumo, abbinate a un’accresciuta utilizzazione degli spazi pubblici, è la presenza di una quantità maggiore di rifiuti abbandonati all’aperto. Un’altra tendenza accentuatasi negli ultimi anni è il boom della diffusione di giornali gratuiti e della pubblicità condominiale, che spesso vengono subito gettati o abbandonati da qualche parte durante il tragitto. Infine, gettare sconsideratamente mozziconi di sigarette è un fenomeno noto praticamente da sempre, che negli ultimi anni è 27
  27. 27. tuttavia aumentato ulteriormente, probabilmente a seguito del divieto di fumo nei locali pubblici introdotto in molti paesi. Il littering può essere intenzionale (abbandono di rifiuti nel suolo) oppure effettuato senza una volontà attiva (in modo accidentale o non volontario) come accade quando vengono gettati rifiuti dai finestrini delle auto o quando si getta a terra un mozzicone di sigaretta o una gomma da masticare. I rifiuti gettati sconsideratamente sul suolo pubblico sono oggi un problema sociale che si riflette negativamente sulla qualità della vita, sull’andamento dei costi di pulizia e sull’immagine di città e comuni cui si aggiunge il littering dalle automobili che interessa alcuni tratti di strade urbane ed extra urbane, un fenomeno diffuso che comporta l’accumulo di rifiuti in aree difficilmente ripulibili (BAFU, 2011). Il littering viene considerato come: “qualcosa nel posto sbagliato”, “uno spreco di risorse o di materiale”, “dannoso per l’ambiente”, “sottratto al riciclaggio”, “potenziale portatore di malattie e fonte di disagio”, “risultato di una società consumistica e materialistica”, “atto incivile” (Keep America Beautiful Inc., 2009). E ancora come qualcosa di “pericoloso”, “offensivo”, “non igienico”, “durevole nel tempo”, ma anche “abbastanza accettabile” come nel caso di alcuni graffiti (NSW, 2010). Secondo recenti studi i soggetti responsabili del littering causano ciò perché: “non credono che l’oggetto buttato sia un rifiuto”, “una insufficiente pressione sociale”, “non trovano a portata di mano il cestino/bidone”, “cestini/bidoni già pieni di rifiuti”, “una pressoché reale assenza di sanzioni”, “ribellione sociale”, “mancanza di conoscenze sugli effetti ambientali del littering”, “presenza di altri rifiuti abbandonati”, “mancanza di informazione”. Nonostante questa percezione di “cosa sbagliata” i cittadini intervistati ritengono che il fenomeno è tollerabile in quanto la responsabilità della pulizia ricade su altri (Keep America Beautiful Inc., 2009) e perché vengono pagate tasse e tariffe per finanziare i servizi di igiene ambientale. Il pregiudizio ambientale determinato da tali comportamenti si traduce in danno economico poiché pone a carico della collettività un costo 28
  28. 28. del servizio di pulizia tanto maggiore quanto più ampio e complesso diviene il processo produttivo destinato a rimuoverne le conseguenze. Tra i servizi afferenti l’igiene ambientale che risentono in modo più rilevante delle esternalità negative, quello riguardante la pulizia delle strade e delle aree pubbliche è sicuramente il più vulnerabile (G. Ghiringhelli, 2010). La gestione del littering e il risanamento delle discariche abusive comporta quindi costi supplementari rispetto alla normale gestione dei rifiuti urbani e dell’igiene urbana. L’entità di questi extra costi non è nota analiticamente e finora non sono state effettuate nemmeno stime approssimative, in quanto tali costi vengono ricompresi in costi generali di igiene urbana e ripianati attingendo alle casse comunali e quindi direttamente alle tasche dei cittadini attraverso le imposizioni fiscali. Il littering genera quindi costi supplementari diretti e indiretti, di cui si fanno carico per lo più i comuni e gli enti che gestiscono i trasporti (BAFU, 2011). Al riguardo occorre anche considerare che negli ultimi anni, come diretta conseguenza del miglioramento del tenore economico della società italiana e della maggiore disponibilità di tempo libero, si va sempre più affermando l’esigenza di assicurare all’ambiente urbano (ed extraurbano) una maggiore vivibilità. Comunemente, tale esigenza viene percepita non solo in relazione e come conseguenza delle bellezze naturali e della ricchezza degli elementi architettonici e di arredamento presenti nella città, ma anche dello stato di pulizia e di decoro del centro storico e di tutti i luoghi (anche periferici) in cui si realizzano momenti di aggregazione per anziani, famiglie e giovani, per finalità culturali, ludiche, sportive o religiose. L’apparente entropia delle dinamiche socioambientali che si verificano in ciascuna area non esclude però che vi siano tratti fermi e comuni ai vari campioni di umanità interagenti nel medesimo comprensorio comunale. Per tutti, infatti, esiste la necessità esistenziale di rapportarsi quotidianamente ad alcune certezze: la propria scuola, il proprio bar, il proprio negozio. Per tutti esiste l’interiore bisogno di “appartenenza” e l’esigenza di sentirsi curati dalle istituzioni prescelte per governare la città. L’incremento del fenomeno del littering, l’accresciuta attenzione dei cittadini al decoro dei luoghi 29
  29. 29. di vita o soggiorno e la necessità di ottimizzare la gestione delle risorse pubbliche, può rendere il tema della gestione di questi extra costi di pulizia delle aree pubbliche tutt’altro che marginale (Fondazione ANCI Ricerche, 2010). I rifiuti gettati nell’ambiente, oltre a comportate diversi danni di natura ambientale in senso lato (danno estetico, danno civico ecc.) provocano, per le loro caratteristiche chimiche, biologiche e tossicologiche, danni anche alla qualità dei suoli o delle acque e in ultima analisi alla qualità della vita e alla salute umana. Ai fini della protezione dell’ambiente e della salute sono quindi particolarmente importanti le norme che regolano la gestione dei rifiuti, in tutte le fasi del loro ciclo di vita: dalla produzione e immissione nell’ambiente, alla raccolta, al trasporto, al trattamento e allo smaltimento finale. Ognuna di queste fasi è regolata da un apparato normativo cogente; per esempio, tra le norme che ne regolano la produzione e immissione nell’ambiente, si ricorda la raccolta differenziata; in fase di smaltimento finale, la legislazione prevede pene di vario tipo per scoraggiare lo smaltimento indiscriminato dei rifiuti nell’ambiente. Ad oggi è difficile quantificare l’impatto sulla salute umana che possono avere i rifiuti nelle varie fasi della gestione del loro ciclo di vita. Gli studi epidemiologici sinora condotti non permettono una chiara individuazione di pericoli né tantomeno una stima del rischio (APAT, 2001). L’abbandono dei rifiuti è un serio e purtroppo diffuso problema, in grado di compromettere la qualità dell’ambiente che ci circonda e, più nello specifico, del suolo e delle acque. Esso incide, come abbiamo visto, negativamente sul decoro dei luoghi e del paesaggio che ne risulta interessato, si ripercuote considerevolmente sui costi della pulizia urbana ed è di norma indice di un degrado ambientale e culturale. Per queste ragioni, il problema deve essere affrontato in modo attivo e continuo dalle amministrazioni preposte, e ciò sia in termini preventivi, mediante lo strumento dell’informazione verso la cittadinanza, che repressivi tramite l’applicazione delle sanzioni che l’ordinamento prevede per il rispetto dei divieti previsti. Occorre quindi ancora una volta un “approccio integrato”, in cui i diversi stakeholders (enti ai diversi 30
  30. 30. livelli, cittadini e aziende, associazioni ambientaliste, scuole, organi di polizia e controllo del territorio, solo per citarne alcuni) possano venire coinvolti per ciascun ambito di competenza per affrontare il problema in modo corale, coordinato agendo sulle diverse leve possibili (educazione/informazione, controllo/repressione e coordinamento delle azioni di controllo e pulizia del territorio) massimizzando l’efficacia e l’efficienza delle sempre più scarse risorse disponibili. Tutti questi sforzi appaiono paradossali se si pensa che dovrebbe essere e basterebbe il senso civico a limitare le persone nei comportamenti che possono recare disturbo. Ma l’educazione civica non si può imporre, la si insegna con l’esempio, la si impara a scuola, viene imposta dal buon senso e dalle elementari regole della convivenza civile, regole talmente limpide e di patrimonio comune che diviene addirittura assurdo vederle scritte su di un cartello (The Indipendent, 2008), come “divieto di abbandono rifiuti”. 31
  31. 31. 1. cosa si abbandona Ogni tipologia di bene o rifiuto può potenzialmente essere oggetto di abbandono, e per questo è difficile classificare ed elencare compiutamente tutte le tipologie di rifiuti che è possibile rinvenire nell’ambiente. Inoltre occorre considerare che le tipologie di rifiuti cambiano nel tempo col modificarsi delle abitudini di consumo e con la disponibilità di nuovi materiali. Con litter si intendono tutti quei piccoli o medio-piccoli rifiuti gettati illegalmente in spazi pubblici o privati. I più comuni sono i chewing gum, le bottiglie e le lattine, le confezioni di bevande, i pezzi di carta e di vetro, le scatole vuote di sigarette, i sacchetti, gli avanzi di cibo, le confezioni di alimenti e i piccoli imballaggi in genere. Nel 2003 l’Università di Basilea ha condotto in 5 città e 16 piazze ad alta frequentazione un’indagine sulla tipologia di rifiuti oggetto di abbandono. Questo studio è stato correlato alla situazione dell’Unione Europea mediante un’altra indagine condotta nel medesimo periodo dall’Università di Vienna in 5 città europee e in 20 piazze. Il confronto tra le due indagini non è semplice, poiché gli obiettivi sono differenti: lo studio di Basilea (SB) suddivide il litter in cluster relativi agli autori del littering, mentre l’indagine di Vienna (SV) suddivide il littering in tipologie merceologiche di rifiuti. Le frazioni dello studio di Vienna sono state trasposte nelle 5 frazioni impiegate dallo Studio di Basilea. La differenza è data dalle categorie di rifiuti considerate, che nel caso dello studio di Basilea sono ridotte a 6: imballi bevande, take-away, giornali e pubblicità, shopper, altro, rifiuti domestici. La quantità di rifiuti (oggetti di littering) è avvenuta in pezzi e non in peso (Heeo, 2003). I risultati dello studio di Basilea sono i seguenti: • il 52% del littering corrisponde a scarti di alimenti da passeggio (packaging di bevande e prodotti take-away), quasi il 24% sono giornali e materiale stampato; • il 30% dei rifiuti è stato abbandonato al suolo (littering), mentre il 70% è stato conferito correttamente nei cestini;
  32. 32. • il littering delle piazze è avvenuto nonostante la disponibilità di sistemi di raccolta; • la percentuale di littering è in relazione al tipo di piazza; • non si sono riscontrati rifiuti domestici o ingombranti. I risultati dello studio di Vienna mostrano come: • certe tipologie di littering molto sgradite e discusse dai cittadini, quali le deiezioni di animali e le gomme da masticare, costituiscano una frazione minoritaria del littering; • il 93% del littering è fatto da oggetti di dimensione inferiori a 15 cm; • la frazione di imballaggi era tra il 5% e il 18%; • il littering è avvenuto nonostante una disponibilità sufficiente di sistemi di raccolta. La composizione del littering è estremamente variabile in entrambe le ricerche: • la percentuale maggiore di scarti è dovuta al consumo di alimenti all’aperto, pari a circa il 50% del litter, di cui la maggioranza è costituita da prodotti take-away; • la quota (alta) di giornali e cartacei dello SB non viene confermata dallo SV. Le tipologie di rifiuti oggetto di littering sono state classificate e riportate in molti studi, ma una classificazione più dettagliata dei rifiuti potenzialmente oggetto di abbandono viene fornita da uno studio effettuato negli Usa (Keep America Beautiful Inc., 2009). È possibile trarre informazioni indirette sulla composizione dei rifiuti gettati in strada anche attraverso un’indagine merceologica del materiale di risulta dei servizi di pulizia del suolo pubblico. I risultati riportano (ATIA, 2004): • rifiuti ricorrenti (carte, cartoni e lattine), dovuti essenzialmente all’indisciplina degli utenti, che fanno pulizia e gettano i rifiuti in strada; tali rifiuti si accumulano nelle strade in determinate ore del giorno e quasi sempre in punti ben precisi (scuole, uffici, luoghi di ritrovo ecc.); 33
  33. 33. tabella 1.1 classificazione dei rifiuti oggetto di abbandono Materiale Carta Vetro Vari Tipologia di rifiuto Materiale Tipologia di rifiuto Sacchetti di carta Plastica Bottiglie Carta da ufficio Flaconi Giornali e inserti Sacchi e sacchetti Riviste e libri Film e pellicole Volantini e cartoline Contenitori per cibo Imballaggi Imballaggi Tovaglioli di carta Altri Altri Metalli Lattine Bottiglie Barattoli Vasi Posate Altri Alluminio Rifiuti pericolosi Altri Detriti stradali Inerti Materiale da demolizione Tessili Terra Mozziconi Organico Scarti di cibo Altri Scarti verdi Fonte: Keep America Beautiful Inc., 2009. • rifiuti casuali (pacchetti vuoti di sigarette e fiammiferi, biglietti, escrementi di animali); • rifiuti eccezionali, intendendo come tali tutti quei materiali, in genere abbastanza voluminosi, che l’utente sporadicamente abbandona sulla strada. Sono stati fatti poi specifici approfondimenti su particolari tipologie di rifiuto, come il caso dei contenitori per bevande o gli imballaggi in genere, al fine di consentire una valutazione più appropriata dell’origine stessa del fenomeno (Keep America Beautiful Inc., 2009). Gli studi effettuati in Irlanda consolidano i dati già illustrati (figura 1.1). 34
  34. 34. figura 1.1 esempio di composizione del littering suddiviso per macro categorie Scarti di pasti 30,81% Packaging 14,56% Carta 4,00% Varie 0,92% Rif. pericolosi 0,72% Plastica 0,47% Rifiuti inerti 0,46% Mozziconi di sigaretta 48,06% Fonte: TES Consulting Engineers, 2005. Gli studi più datati sul littering, che risalgono alla fine degli anni Sessanta e all’inizio degli anni Settanta, riportavano già la sua composizione media riferita alle zone residenziali e commerciali, evidenziando come la percentuale dei rifiuti abbandonati corrispondesse per il 50% alla carta, per il 20% agli imballaggi in carta, per il 12% alle lattine per bevande e per il rimanente alle bottiglie di vetro rotte (R.N. Clark, 1972). L’assenza della plastica e il fatto che i mozziconi di sigaretta, sicuramente presenti, non fossero stati censiti, ci informano sia sulla diversa composizione dei rifiuti sia sulla differente sensibilità dei rilevatori del fenomeno. 35
  35. 35. Una prima distinzione tra le diverse tipologie di rifiuti è tra i rifiuti organici e quelli non organici. La caratteristica dei rifiuti organici è che sono biodegradabili. La biodegradabilità è la proprietà di sostanze organiche e di altri composti sintetici di essere decomposti dai microorganismi, garantendo il naturale equilibrio ecologico. Purtroppo non tutte le sostanze sono biodegradabili (o lo sono solo in tempi lunghissimi), per esempio la plastica, e rimangono immutate in natura contribuendo all’inquinamento del terreno. I prodotti biodegradabili, invece, se lasciati nell’ambiente possono essere metabolizzati e quindi eliminati, sebbene i tempi di questo processo possano essere estremamente lunghi (APAT, 2006). I tempi di decomposizione segnalati in tabella 1.2 per i vari tipi di rifiuto sono puramente indicativi e dipendono fortemente dalle condi- tabella 1.2 tempi medi di degradazione di alcuni rifiuti Prodotto Tempi di Composizione organica degradazione Fazzoletti di carta 3 mesi Cellulosa 3 mesi Cellulosa e tabacco Sigarette senza filtro Torsolo di mela 6 mesi Acqua, zucchero, cellulosa < 1 anno Legno e zolfo Fiammiferi Cerini > 1 anno Stelo con stearina o paraffina Sigarette con filtro 2 anni Acetato di cellulosa Bucce di banana > 2 anni Acqua, zucchero, cellulosa Giornali 10 anni Cellulosa Lattine per bibite Da 10 a 100 anni Alluminio Accendino 100 anni Plastica e metallo Bottiglie di plastica Da 100 a 1.000 anni Polietilene e policloruro di vinile Sacchetto di plastica Da 100 a 1.000 anni Polietilene Polistirolo 1.000 anni Stirolo polimerizzato Carta telefonica 1.000 anni Polietilene e plastica Vetro 4.000 anni Sabbia silicea e soda Fonte: ACR, 2009. 36
  36. 36. figura 1.2 rifiuti abbandonati per tipologia 160 140 44% 120 100 80 60 40 20 15% 16% 12% 8% 2% 3% 0 Urbani da civili abitazioni/domestici Speciali non pericolosi da costruzione/demolizione Ingrombranti da civili abitazioni Pericolosi (eternit, vernici ecc.) Speciali non pericolosi da attività industriali Speciali non pericolosi da manutenzione di orti e giardini RAEE Fonte: Provincia di Varese, 2011; www.provincia.va.it. zioni ambientali in cui avvengono e dai fattori che la causano. Infatti, la degradazione può essere influenzata dall’azione del sole, dell’acqua, degli esseri viventi, dei batteri, dei funghi ecc. (ACR, 2009). Per quanto riguarda invece la tipologia di rifiuti oggetto di abbandono possiamo riportare i dati del sistema web-GIS “Pulizia Sconfinata”, attraverso il quale sono state raccolte le segnalazioni di abbandono in Provincia di Varese e a ciascuna di esse è stato abbinata una specifica descrizione delle tipologie di rifiuti abbandonati (Provincia di Varese, 2011). Sono i rifiuti urbani domestici a essere i più frequentemente abbandonati (44%), seguiti da macerie e inerti da attività edile (15%), ingombranti da abitazioni civili (12%) e pericolosi (16%), che, rispetto agli urbani, richiedono una procedura più onerosa per essere smaltiti a norma di legge. 37
  37. 37. 2. dOvE E quANTO sI ABBANdONA Ogni luogo urbano o periferico, privato o pubblico può subire l’abbandono di rifiuti. Una prima suddivisione delle aree di interesse del fenomeno dell’abbandono dei rifiuti può essere categorizzata identificando aree urbane ed extra urbane. In Irlanda è stata effettuata analiticamente questa valutazione con risultati interessanti (TES Consulting Engineers, 2005). In studi qualitativi sono state classificate le aree prevalentemente oggetto del fenomeno del littering (NSW, 2010), ovvero: • aree prossimali a siti residenziali (bordi delle strade, piazze, vicoli, o aree private non custodite ecc.); • spiagge e aree lungo corsi d’acqua; • aree industriali; • posteggi per le automobili; • zone prossimali a centri commerciali; • parchi pubblici; • autostrade; • strade secondarie; • aree rurali nei dintorni delle città. Il piccolo rifiuto buttato in modo improprio per eccellenza è il mozzicone di sigaretta. Studi presentati dalla British American Tobacco nel 2001 quantificano a 7,2 miliardi le sigarette abbandonate lungo le strade e le campagne australiane, fino al 50% del littering totale (Warne, 2005). Per capire l’entità del fenomeno dal punto di vista quali-quantitativo e della sua localizzazione prevalente si veda la figura 2.1, nella quale è illustrata la quantità media di rifiuti da littering su una superficie di 1.000 m2 (NSW, 2010). Negli Usa gli studi più recenti stimano che sulle nation’s roardway vengono abbandonati ogni anno oltre 51,2 miliardi di rifiuti. Di questi, il 91% ha una dimensione inferiore ai 10 cm mentre il 9% ha una dimensione superiore. Per quanto riguarda la composizione dei rifiuti
  38. 38. figura 2.1 volume e numero di rifiuti medi abbandonati in diverse aree 30 Zona industriale 25 Autostrada Volume (l.) 20 Posteggio 15 Spiaggia 10 5 Zona residenziale Mercato Centro commerciale Parco 0 20 40 60 80 100 120 140 160 Numero oggetti Fonte: NSW, 2010. si evidenzia come i resti generati dai fumatori (in primis i mozziconi di sigaretta) siano il 37,7% dei rifiuti oggetto di abbandono, seguiti da carta e imballaggi (Keep America Beautiful Inc., 2009). I metodi di quantificazione sono comunque complessi e in larga parte empirici, soprattutto quando devono definire il grado o livello di intensità del fenomeno su una data area o tratto di strada. La maggior parte degli studi si basa sull’esame di aree campione e l’esecuzione di rilievi puntuali al fine di determinare le quantità e le tipologie dei materiali (Keep America Beautiful Inc., 2009). Uno studio più completo effettuato in Irlanda nel 2005 a cura del Governo cerca di correlare differenti luoghi fisici o luoghi di comportamento tipici del fenomeno dell’abbandono cercando di determinarne anche il peso relativo (TES Consulting Engineers, 2005). 39
  39. 39. 3. chi abbandona Nell’anno 2002 Keep Britain Tidy, un’associazione ambientalista promotrice di campagne antilittering, ha commissionato una ricerca di mercato sul rapporto degli adolescenti con il littering (Nelson, 2004). Questa inchiesta andava di pari passo con una campagna contro il littering diretta ai giovani. I focus group e le interviste in profondità effettuate a ragazzi tra i 13 e i 16 anni avevano l’obiettivo di conoscere il loro comportamento nei confronti dell’abbandono dei rifiuti e nel ricercare la presenza di attitudini comuni alla fascia d’età. Il lavoro offre una serie di spunti su cui ragionare, inoltre mostra il mondo dalla prospettiva dei minorenni. Gli adolescenti classificano rifiuti come carte, sacchetti delle patatine, bottiglie di plastica meno impattanti rispetto ad altri oggetti; sono quindi più propensi a gettare per strada questi prodotti insieme a lattine, carte di caramelle, pezzi di carta, gomme da masticare. A differenza degli adulti, i ragazzini non hanno problemi ad ammettere che buttano rifiuti per strada, soprattutto quando sono in gruppo e non in presenza di persone di età maggiore. Lo fanno per pigrizia, perché ci sono pochi cestini dell’immondizia o perché questi ultimi sono sporchi o pieni. Questi comportamenti sono pressoché comuni a tutti gli adolescenti per residenza urbana o rurale. L’istituzione scolastica fornisce una serie di stimoli educativi e civili che portano il giovane ragazzo a una mentalità favorevole all’ambiente, tuttavia queste convinzioni diventano più fragili nel momento in cui l’adolescente si trova tra i suoi coetanei. Il littering può essere comparato ad altre forme di ribellione giovanile come il fumare o il bere alcolici, che gli adolescenti non considerano come troppo dannose. La campagna di Keep Britain Tidy del 2002 non riscosse molto successo e per questo l’anno successivo vennero rivisti il suo indirizzo e le sue modalità d’impostazione. Una delle ragioni degli scarsi risultati ottenuti fu l’approccio “da adulto a giovane” con cui la campagna venne condotta, considerata dagli adolescenti come troppo condiscendente e paternalista.
  40. 40. Il dipartimento texano dei trasporti ha commissionato negli anni dei sondaggi sull’impatto delle campagne anti-littering “Don’t Mess with Texas” e sul rapporto dei cittadini nei confronti del littering (Texas State, 2009). Nell’ultima ricerca risalente al 2009 sono stati interessati 1.255 cittadini con età maggiore di 16 anni, rappresentativi dell’intero stato del Texas. Per contattare questa popolazione si è utilizzato lo strumento telefonico e internet. Nel lavoro sono stati classificati recent litterers coloro che hanno buttato rifiuti per terra negli ultimi tre mesi, mentre gli individui che hanno gettato oggetti in modo illecito nell’ultimo mese sono gli active litterers. Le prime informazioni certificano la conoscenza da parte degli intervistati della campagna statale “Don’t Mess with Texas” e dei suoi contenuti: rispettivamente il 95% e l’82% delle persone risponde in modo affermativo. In comparazione con lo stesso sondaggio effettuato nel 2007, il numero dei recent litterers è sceso dal 43% al 31%. I texani che si qualificano active litterers sono il 42% della popolazione intervistata; il 54% di loro dichiara di aver gettato rifiuti mentre era in auto. Quasi il 70% della rilevazione ammette il littering almeno una volta nella propria vita, mentre il 30% ha “accidentalmente” abbandonato rifiuti in maniera impropria. Anche se può sembrare una contraddizione, più di un terzo degli active litterers suggerisce l’inasprimento delle leggi e delle sanzioni contro chi pratica il littering. Secondo uno studio effettuato sempre dal dipartimento texano dei trasporti (Texas State, 2009), il 62% dei fumatori dichiara che quando è in auto getta mozziconi di sigaretta e altri piccoli rifiuti dal finestrino della propria automobile; per questo comportamento i fumatori vengono chiamati tobacco litterers. Il comportamento illustrato permette di comprendere come le abitudini legate a un particolare gesto quotidiano (in questo caso il gettare a terra il mozzicone della sigaretta) si rifletta sul comportamento dell’individuo anche in altri contesti, per cui il gesto di buttare dei rifiuti per terra rientra nella quotidianità e nella familiarità. Sulle strade statunitensi è stato effettuato uno studio per identificare 41
  41. 41. le macro categorie di utenti responsabili del fenomeno dell’abbandono. È emerso quindi che il 76% del littering è operato da pedoni (22,8%) e automobilisti (52,8%) (figura 3.1; Keep America Beautiful Inc., 2009). Uno studio negli Usa ha dimostrato che gli uomini hanno una propensione all’abbandono due volte superiore rispetto alle donne, che i giovani hanno una propensione al littering due volte superiore alle persone di oltre trent’anni e addirittura tre volte superiore a chi ha più di 50 anni (R.N. Clark, 1972). figura 3.1 origine aggregata deL Littering SuLLe Strade StataLi in uSa Contenitori vari 1,50% Perdite da veicoli 16,40% Sconos ciuti 4,1 0% Detriti 2,30% Spiaggia Pedoni 22,80% Centro commerciale Fonte: Keep America Beautiful Inc., 2009. 42 Automobilisti 52,80%
  42. 42. 4. perché si abbandona Sono stati effettuati studi quantitativi sulla propensione al littering in diverse situazioni, partendo dalla teoria deduttiva che le norme sociali influiscono sul comportamento dei soggetti. Differenziando le norme sociali di tipo ingiuntivo (ciò che una cultura approva o disapprova sono esempi di normative impositive) e le norme descrittive (sono normative che suggeriscono il comportamento appropriato che molti soggetti seguono in un determinato momento imitando altri individui), il risultato degli studi afferma che: • le norme descrittive favoriscono comportamenti pro-sociali solo in ambienti puliti; • attivando norme di tipo descrittivo, il littering non diminuisce se ci sono altri rifiuti per terra. In uno spazio controllato con l’aumentare dei rifiuti cresce la propensione dell’individuo al littering e diminuisce il tempo di latenza con cui il soggetto butta il rifiuto illecitamente. Tuttavia attivando nei soggetti osservati norme ingiuntive, l’attenzione si sposta da un comportamento antisociale a pro-sociale. Infatti i soggetti che sono stati esposti a una maggiore coscientizzazione antilittering tendono a sporcare meno in ambienti puliti, mentre gettano più rifiuti dov’è già sporco. L’individuo che pratica il littering di solito sporca meno in un ambiente pulito (Cialdini R., 1990). In generale da questi lavori di psicologia sociale si evidenzia l’importanza di attivare norme che influenzino il comportamento umano, ma perché poi questo tipo di norme ottengano reale efficacia l’individuo deve considerarle importanti e interiorizzarle. Spesso le norme sociali di tipo ingiuntivo/impositivo appaiono più efficaci nel modificare il comportamento delle collettività verso l’antilittering. Altri studiosi (Sibley, 2003) focalizzano la propria attenzione allo specifico littering che avviene vicino ai cestini stradali gettacarta. Il loro studio è stato volto a dimostrare l’efficacia di differenti tipi di messaggio e l’attivazione di diverse tipologie di norme persuasive. In
  43. 43. particolare si vuole individuare quale classe di norma – sociale ingiuntiva, sociale descrittiva o personale – abbia un maggiore effetto nella percezione dei comportamenti di littering o antilittering. La norma personale o interiorizzante differisce da quelle sociali perché essa si basa sul concetto di sé e su valori prettamente individuali. In questo studio quantitativo sono state incrociate quattro norme (sociali ingiuntive vs. sociali descrittive vs. personali vs. controllo) per due tipologie di attivazioni (implicite vs. esplicite) che giudicano socialmente una persona nell’atto dell’abbandonare un rifiuto in un luogo pubblico (modello 4X2). Il disegno di ricerca prevede il posizionamento di cestini dell’immondizia recanti i seguenti messaggi con attivazione esplicita: • norma sociale ingiuntiva: “Questo è quello che dovrebbe essere fatto qui!”; • norma sociale descrittiva: “Mantieni la città pulita”; • norma personale: “Lasci i tuoi rifiuti in giro?”; • controllo: nessun messaggio applicato al cestino. I cestini con attivazione implicita non contengono scritte ma disegni che simboleggiano i messaggi riferiti alle norme qui sopra riportate. I risultati ottenuti da un campione casuale di 315 cittadini della città di Eindhoven (in Olanda) mostrano che l’attivazione di tipo esplicito (messaggi/slogan sui cestini gettacarta) è più efficace rispetto a quella implicita (simboli sui cestini gettacarta). Gli effetti delle varie tipologie di norma non sono rilevantissime nei confronti dell’atteggiamento del campione di cittadini osservato, anche se il dato interessante è che la norma sociale ingiuntiva pare la più efficace nel giudizio dei cittadini. In seconda battuta risulta influente le norma personale e, dopo il “controllo”, appare l’incisività inferiore della norma descrittiva. Nel lavoro rimane aperta la questione se gli effetti dell’attivazione di forti norme esplicite siano generalizzabili per discentivare il littering. Altri studi hanno affinato l’effetto di norme esplicite nei confronti di quelle implicite secondo l’età: 44
  44. 44. • oltre a praticare un basso littering, le persone oltre i 40 anni sono più influenzabili da norme esplicite (per esempio messaggi testuali); • individui tra i 20 e i 40 anni risultano anch’essi sensibili all’attivazione di norme esplicite; • le persone più giovani sono maggiormente propense al littering rispetto alle altre fasce d’età, inoltre non paiono influenzabili ad alcun tipo di attivazione normativa. Alcuni ricercatori (Sibley, 2003) propongono un modello a due stadi comportamentali di chi pratica il littering in luoghi pubblici: attivo e passivo. La differenziazione tra il comportamento attivo (per esempio, qualcuno che lascia cadere il rifiuto al suolo e continua a tranquillamente camminare) e quello passivo (per esempio, qualcuno che abbandona rifiuti sulla panchina dove è seduto e non lo rimuove quando se ne va) è influenzata dall’intervallo di tempo tra il momento in cui la spazzatura è abbandonata nell’ambiente e la mancata rimozione del rifiuto quando si lascia il territorio. I risultati hanno suggerito che l’inquinamento passivo è più resistente al cambiamento, cioè si tratta di un comportamento più difficile da modificare di quello attivo. L’effetto di attivare e posizionare nell’ambiente messaggi e avvisi prosociali volti alla pulizia ha ridotto in modo significativo la sporcizia da sigarette del 17% (20% di riduzione nel comportamento attivo, aumento del 6% di quello passivo) e la sporcizia da altre fonti del 19% (0% di cambio nel comportamento attivo in quanto i livelli di partenza erano già minimi, riduzione del 25% di quello passivo). Precedenti analisi di psicologia sociale affermano l’importanza degli incentivi per dissuadere il littering da parte degli individui e il costo di queste pratiche sostenuto dalle amministrazioni locali e statali. Risulta quindi più economico agire su comportamenti pro-ambiente e antilittering investendo sull’educazione della società. Dal punto di vista qualitativo è possibile elencare le principali ragioni che portano un individuo a gettare i rifiuti nell’ambiente: • non ci sono cestini nelle vicinanze; 45
  45. 45. • imitazione del comportamento di amici; • non voglio i rifiuti nella mia auto e quindi li getto dal finestrino; • mi cadono accidentalmente piccoli rifiuti; • vedo dei rifiuti o zone sudice e quindi mi sembra naturale gettare i rifiuti. Una classificazione delle motivazioni effettuata e ordinata secondo la rilevanza del fenomeno alla base della motivazione del littering riporta le seguenti risultanze (Keep America Beautiful Inc., 2009): • temperature ambientale; • orario; • disponibilità e distanza di cestini o luoghi predisposti per ricevere rifiuti; • quantità di sporcizia e rifiuti presenti; • aspetto fisico dell’area; • presenza di cartelli contro l’abbandono rifiuti; • presenza di persone; • tempo atmosferico; • tipo di area (rurale, urbana, sub-urbana ecc.); • tipo di luogo (centro cittadino, fast food ecc.). La dimostrazione che la distanza da cestini e altre strutture previste per accogliere i rifiuti sia un elemento discriminante per la scelta se gettare i rifiuti emerge da osservazioni e studi specifici sul tema (figura 4.1). Le differenti motivazioni possono poi essere categorizzate e alcuni studi sono riusciti a fornire una valutazione semi-quantitativa che permette di raccogliere informazioni legate all’età e al contesto sociale: • persone sotto i 15 anni difficilmente sporcano con i rifiuti; • individui sotto i 25 anni gettano rifiuti più facilmente quando sono in gruppo; • individui sopra i 25 anni sporcano più facilmente quando sono soli; • persone tra i 15 e 24 anni hanno una maggiore disposizione a gettare rifiuti rispetto agli adulti; 46
  46. 46. figura 4.1 origine aggregata del littering sulle strade statali in usa 35% Propensione al littering 30% 25% 20% 15% 10% 5% 0% 0 10 20 30 40 50 60 70 80 Distanza cestino in metri Fonte: Keep America Beautiful Inc., 2009. • il littering è influenzato dal contesto sociale; • donne e uomini gettano rifiuti in quasi eguale maniera, con una leggera maggioranza da parte del genere maschile. Altre ragioni per cui l’individuo elimina un rifiuto in modo improprio sono: • per azione deliberata e precisa (a volte il rifiuto viene posizionato in un luogo specifico e prescelto); • molti danno un differente significato alla tipologia del rifiuto; • la presenza di altri rifiuti abbandonati provoca comportamenti di imitazione della devianza sociale. Il questionario “Rifiuti al loro posto – Provincia di Varese” del 2007 somministrato ai comuni dell’omonima provincia (cui hanno risposto 79 comuni su 141) ha evidenziato molte analogie rispetto ai dati rilevati dall’analisi della documentazione empirica dei media appena affrontata (G. Ghiringhelli, 2008). 47
  47. 47. Le cause dell’abbandono dei rifiuti nel territorio sono elencate in ordine di importanza: • inciviltà/mancanza di senso civico o educazione; • difficoltà a individuare i colpevoli dell’abbandono; • elevato costo di smaltimento per alcune tipologie di rifiuto; • scarsa conoscenza delle modalità o dell’orario di apertura dell’isola ecologica comunale; • migrazione di rifiuti da altri comuni; • lavoro nero; • aree private incustodite e isolate; • difficoltà ad applicare sanzioni adeguate e mancanza di controllo; • alta densità turistica specialmente nel fine settimana e d’estate; • presenza di cittadini extra comunitari e nomadi. Innanzitutto ricompare la necessità di ristrutturare/ampliare le informazioni sulla raccolta differenziata, il problema dello smaltimento oneroso di alcune tipologie di materiale come l’eternit, la volontà di incrementare le sanzioni e la frustrazione nella difficoltà di individuare i colpevoli delle infrazioni. Il questionario ai comuni ripetuto nel 2012 all’interno del progetto “Insubria Pulizia Sconfinata” (Terraria Srl, 2012) attraverso un sistema on-line ha fornito le risposte a due domande. La prima domanda chiede di indicare le possibili cause del fenomeno di abbandono riscontrate nel proprio territorio. Complessivamente sono state indicate 217 preferenze (era possibile segnare da 1 a 3 preferenze). Come mostra la figura 4.2, le principali cause del fenomeno sono da ricondurre alla mancanza di senso civico o educazione di cittadini e imprese/ imprenditori (24%), all’incuria e alla scarsa sensibilità sociale (18%), alla mancanza di rispetto delle regole (15%) e all’abitudine di gettare i rifiuti (pacchetti di sigarette ecc.) dal finestrino. Per l’11% dei casi la motivazione è anche da ricercarsi nella scarsa visibilità delle aree preposte al conferimento dei rifiuti. La seconda domanda ha come oggetto gli elementi che favoriscono i fenomeni di abbandono nel proprio territorio. Complessivamente sono 48
  48. 48. figura 4.2 risposte dei comuni al questionario del progetto “insubria pulizia sconfinata” 30% 24% 25% 18% 20% 15% 15% 15% 11% 10% 6% 5% 2% 1% 1% 2% 0,5% 0,5% 0% Incuria e scarsa sensibilità sociale Scarsa conoscenza delle modalità o dell’orario di apertura dell’isola ecologica o ecocentro comunale Mancanza di rispetto delle regole Migrazione di rifiuti da altri comuni non dotati di isola ecologica o ecocentro comunale Cittadini extra-comunitari e nomadi che ignorano le regole di gestione dei rifiuti Vandalismo Abitudine a gettare i rifiuti (pacchetti di sigarette ecc.) dal finestrino Aree private incustodite Aree parzialmente illuminate/mancanza di illuminazione Non comprensibili e quindi non note Aree isolate/scarsamente visibili Altro Fonte: Terraria Srl, “Insubria Pulizia Sconfinata”, 2012. state indicate 67 preferenze; l’elemento principale che favorisce il fenomeno è il traffico transfrontaliero tra la Svizzera e l’Italia, indicato nel 51% dei casi; a seguire, con il 30% delle preferenze, il lavoro nero in edilizia e nella manutenzione del verde e, con il 10%, l’insufficiente orario di apertura dell’isola ecologica/ecocentro comunale. 49
  49. 49. 5. l’abbandono di rifiuti ingombranti L’illegal waste dumping è l’abbandono abusivo di rifiuti di mediagrande dimensione nel territorio. Rispetto al litter la differenza si quantifica sulla grandezza del rifiuto e – nella maggioranza dei casi – rispetto al luogo di deposito. Riesce facile comprendere che grandi quantitativi di materiale vengano più facilmente abbandonati in luoghi dove lo spazio sia maggiore e i controlli minori (aree rurali, boschi, periferie ecc.). L’illegal waste dumping varia dai piccoli sacchetti di spazzatura nella realtà urbana a grandi quantità di rifiuti vari (ingombranti – materassi, lavatrici, mobili ecc. – inerti e macerie, pneumatici, bidoni, lastre di amianto ecc.) lasciate nei boschi o in altre aree isolate. Il Department of Environment and Conservation, Sustainability Programs Division del Governo del New South Wales australiano ha effettuato nel 2003 una ricerca di tipo qualitativo e quantitativo sui comportamenti e gli atteggiamenti nei confronti dell’abbandono di rifiuti (Department of Environment and Climate Change NSW, 2008). Si tratta di uno dei pochi, ma importanti, lavori specifici nel campo dell’illegal waste dumping. Cercando una comprensione razionale delle motivazioni dell’agire (verstehen: esame partecipativo e interpretativo di un fenomeno sociale), il disegno della ricerca interessa abitanti di case multifamiliari residenti nello stato. La fase qualitativa è consistita nella realizzazione di 10 focus group, mentre quella quantitativa si è basata su 600 interviste, coinvolgendo in entrambi i casi campioni di persone. I risultati hanno offerto i seguenti dati: • in generale gli abitanti non considerano una questione prioritaria l’abbandono di rifiuti; • diversi intervistati riconoscono che la pratica dell’abbandono di rifiuti nei dintorni delle loro abitazioni avviene, ma non credono sia totalmente illegale; • lo smaltimento illegale di scarti è, a volte, una facile scelta perché: – è vista come norma sociale (intesa come una consuetudine);
  50. 50. – non vengono effettivamente applicate pene pecuniarie; – le amministrazioni pubbliche locali provvedono puntualmente ad asportare i rifiuti abbandonati; • anche se il dumping può essere percepito come sbagliato, esso non è considerato una devianza sociale al pari di altre attività illegali; • il fatto che le autorità sembrino quasi accettare la situazione (rimuovendo il problema, non imponendo multe, non allertando gli abitanti) rinforza la leggerezza di percezione della questione da parte dei cittadini; • non esistono consistenti correlazioni tra gli atteggiamenti e i comportamenti dei cittadini. 51
  51. 51. 6. l’abbandono di rifiuti organizzato “Ecomafia” è un neologismo coniato da Legambiente che indica quei settori della criminalità organizzata che hanno scelto il traffico e lo smaltimento illecito dei rifiuti, l’abusivismo edilizio e le attività di escavazione come nuovo grande business in cui stanno acquistando sempre maggiore peso anche i traffici clandestini di opere d’arte rubate e di animali esotici. Dal 1994 l’Osservatorio nazionale ambiente e legalità di Legambiente svolge attività di ricerca, analisi e denuncia del fenomeno in collaborazione con tutte le forze dell’ordine (Arma dei Carabinieri, Corpo forestale dello Stato e delle Regioni a statuto speciale, Capitanerie di porto, Guardia di finanza, Polizia di Stato, Direzione investigativa antimafia), con l’istituto di ricerche Cresme (per quanto riguarda il capitolo relativo all’abusivismo edilizio), con i magistrati impegnati nella lotta alla criminalità ambientale e gli avvocati dei Centri di azione giuridica di Legambiente (Legambiente, 2012). Sono passati oltre dieci anni dalla prima ordinanza di custodia cautelare emessa per traffico illegale di rifiuti nel nostro paese. Era il 13 febbraio del 2002 e a farla scattare fu l’operazione Greenland, coordinata dalla Procura della Repubblica di Spoleto e condotta dal Comando tutela ambiente dell’Arma dei Carabinieri. Oggi, le inchieste sviluppate grazie al delitto di “attività organizzate per il traffico illecito di rifiuti” (art. 260 del Dlgs 152/2006, ex art. 53 bis del “Decreto Ronchi”) sono diventate 191 e le ordinanze di custodia cautelare 1.199, quasi una ogni tre giorni. Le procure che hanno indagato sono diventate 85, nelle inchieste hanno operato tutte le forze dell’ordine, dal Corpo forestale dello Stato alla Guardia di finanza, dalla Polizia di Stato alla Direzione investigativa antimafia fino alle Capitanerie di porto e all’Agenzia delle dogane. Numeri e risultati importanti, che hanno consentito di svelare scenari inediti e di “fotografare” un fenomeno, quello dei traffici illegali nel nostro paese e su scala internazionale (22 gli stati esteri coinvolti), che rappresenta un’autentica minaccia per l’ambiente, la salute dei cittadini, l’economia. Basti pensare al fatto che le aziende coinvolte nelle indagini sono state ben 666, con 3.348
  52. 52. persone denunciate. E che in un solo anno, il 2010, sono state sequestrate oltre 2 milioni di tonnellate di rifiuti speciali e pericolosi gestiti illegalmente. Si tratta della punta, relativa ad appena 12 inchieste su 30, di una vera e propria “montagna di veleni”. I numeri diventano ancora più impressionanti estendendo la rilevazione agli ultimi dieci anni: in 89 indagini su 191, cioè meno della metà di quelle effettuate, le forze dell’ordine hanno sequestrato più di 13 milioni e 100 mila tonnellate di rifiuti: una strada di 1.123.512 tir, lunga più di 7 mila chilometri, (l’intera rete autostradale italiana ne misura 7.120). Da capogiro anche il volume di affari stimato da Legambiente: 3,3 miliardi di euro nel solo 2010 e ben 43 miliardi negli ultimi dieci anni. Sono 39 i clan mafiosi, censiti fino a oggi nei rapporti Ecomafia di Legambiente, scoperti in attività nel ciclo illegale dei rifiuti. I risultati investigativi raggiunti in tutte queste inchieste hanno messo in luce il dietro le quinte della gestione illecita degli scarti, un fenomeno che si dipana senza soluzione di continuità su tutto il territorio nazionale, e oltre confine, scalzando il luogo comune secondo cui interesserebbe solo il Sud. Di certo, le regioni del Sud hanno il primato della presenza capillare delle mafie tradizionali e molte indagini hanno mostrato l’egemonia diretta dei clan nel traffico dei rifiuti (Legambiente, 2011). 53
  53. 53. 7. che danni causa l’abbandono di rifiuti I problemi causati dal comportamento incivile di alcuni cittadini che abbandonano i rifiuti nell’ambiente sono di ordine igienico-sanitario oltre che ambientale ed evidentemente anche economico. I costi per recuperare i rifiuti abbandonati o per bonificare le discariche abusive vanno, infatti, a sommarsi a quelli relativi alla normale attività di raccolta e smaltimento di rifiuti e ricadono sulla collettività. A ciò va poi aggiunto il danno ingenerato dal degrado estetico delle strade e del territorio in genere, particolarmente rilevante in paesi, come l’Italia e la Svizzera, che fanno del turismo e della bellezza del suo territorio un elemento chiave del futuro sviluppo economico (G. Ghiringhelli, 2008). È possibile riassumere i danni causati dal fenomeno dell’abbandono e dal littering in queste categorie sintetiche: • ambientale diretto (per esempio l’inquinamento del suolo o l’uccisione di qualche animale che si ciba dei rifiuti abbandonati); • ambientale indiretto (per esempio causato dalla trasformazione dei rifiuti nell’ambiente); • sanitario (per il pericolo di sviluppo di infezioni legate alle condizioni igieniche delle aree soggette ad abbandono rifiuti); • estetico; • culturale, in quanto l’abitudine a gettare i rifiuti riduce la sensibilità dei cittadini nel rispetto dell’ambiente e della cosa pubblica in genere; • sicurezza (per esempio i mozziconi di sigaretta gettati nell’ambiente possono essere causa di incendi, possono otturare i tombini stradali e provocare allagamenti); • economico diretto, per i costi di rimozione e pulizia dei luoghi; • economico indiretto, per i problemi di immagine e gli investimenti necessari per il controllo e prevenzione del fenomeno.
  54. 54. 8. che impatto ambientale causa l’abbandono di rifiuti Da alcuni decenni, nei paesi industrializzati, le politiche sanitarie centrali e locali si vanno indirizzando con sempre maggior forza sul controllo dei determinanti non sanitari della salute (fattori genetici, stili di vita, condizioni di vita e di lavoro, contesto generale socio-economico, culturale e ambientale ecc.); nel nostro paese, già da molto tempo, tali politiche hanno tenuto in grande considerazione i problemi connessi alla produzione e allo smaltimento dei rifiuti. Nelle varie fasi della gestione dei rifiuti possono verificarsi fenomeni di rilascio nell’ambiente di sostanze chimiche sia in aria, che in suolo, che nell’acqua, oltre che di contaminazione microbiologica, con potenziali effetti dannosi sulla salute. Ai fini della protezione dell’ambiente e della salute sono quindi particolarmente importanti le norme che regolano la gestione dei rifiuti, in tutte le fasi del loro ciclo di vita: dalla produzione e immissione nell’ambiente, alla raccolta, trasporto, trattamento e smaltimento finale. Ognuna di queste fasi è regolata da un apparato normativo cogente; per esempio, tra le norme che ne regolano la produzione e immissione nell’ambiente, si ricorda la raccolta differenziata; in fase di smaltimento finale, la legislazione prevede pene di vario tipo per scoraggiare lo smaltimento indiscriminato dei rifiuti nell’ambiente. I rifiuti gettati nell’ambiente, oltre a comportate diversi danni di natura ambientale in senso lato (danno estetico, danno civico ecc.) causano, per le loro caratteristiche chimiche, biologiche e tossicologiche, danni anche sulla qualità dei suoli o delle acque e in ultima analisi sulla qualità della vita e sulla salute umana. Ne derivano, a vari livelli, ingenti costi economici diretti e indiretti. Ad oggi è difficile quantificare l’impatto sulla salute umana che possono avere i rifiuti, nelle varie fasi di gestione del loro ciclo di vita. Gli studi epidemiologici sinora condotti non permettono una chiara individuazione di pericoli né tantomeno una stima del rischio, per esempio, per le popolazioni residenti in prossimità di impianti di trattamen-
  55. 55. to/smaltimento dei rifiuti (discariche o inceneritori), per la difficoltà di raccogliere dati consistenti, statisticamente validi che tengano conto da un lato dell’esposizione della popolazione e dall’altro degli effetti sulla salute. Nel caso delle discariche e dei processi di trattamento e smaltimento dei rifiuti, l’accertamento della qualità e intensità dell’esposizione e la registrazione di effetti biologici è molto difficile, poiché i rifiuti sono spesso miscele complesse di composti chimici, agenti fisici e biologici, la cui tossicità potenziale può variare nel tempo e con il mezzo di trasporto. Le caratteristiche tossicologiche di un dato xenobiotico (termine con cui si definisce qualsiasi sostanza estranea alla normale nutrizione dell’organismo e al suo normale metabolismo) possono inoltre variare a seconda delle vie di esposizione, come l’inalazione, l’ingestione attraverso il cibo o l’acqua potabile, il contatto cutaneo. Per le ragioni esposte e anche a causa dei limitati studi condotti, non è possibile ad oggi quantificare puntualmente il “peso” che il trattamento/smaltimento dei rifiuti ha sullo stato di contaminazione dei comparti ambientali, e conseguentemente il relativo impatto sulla salute umana. Se è difficile individuare il rapporto causa effetto rifiuti-salute per ciò che riguarda i più comuni processi di trattamento e smaltimento, è, ad oggi, quasi impossibile valutare gli effetti del fenomeno del littering sull’ambiente, in termini di inquinamento, e sulla salute. Poiché non sono disponibili pubblicazioni specifiche sull’effetto di tutte le tipologie di rifiuti gettati nell’ambiente per le diverse condizioni in cui questi vengono a trovarsi (presenza di acqua, incendi ecc.), nel testo è utile trarre informazioni e dati tecnici e scientifici dalle condizioni controllate, come lo smaltimento in discarica o l’incenerimento, in cui vengono gestiti gli stessi rifiuti che sono oggetto di abbandono. L’inquinamento è un’alterazione dell’ambiente, naturale o antropico, e può essere di origine sia antropica sia naturale. Esso produce disagi temporanei, patologie o danni permanenti per la vita in una data area, e può porre la zona in disequilibrio con i cicli naturali esistenti. L’alterazione può essere di svariata origine, chimica o fisica. È quindi 56
  56. 56. inquinamento tutto ciò che è nocivo per la vita o altera in maniera significativa le caratteristiche fisico-chimiche dell’acqua, del suolo o dell’aria, tale da cambiare la salute, la struttura e l’abbondanza delle associazioni dei viventi o dei flussi di energia, soprattutto in merito a ciò che non viene compensato da una reazione naturale o antropica adeguata che ne annulli gli effetti negativi totali. Tutto può essere inquinante, a seconda delle dosi e dei modi. In teoria tutte le attività e l’ambiente costruito dall’uomo costituiscono inquinamento dell’ambiente naturale, in quanto interagiscono con lo stesso, mutandone la sua conformazione originaria. La definizione di inquinamento dipende dal contesto, ovvero dal sistema naturale preso in considerazione e dal tipo di alterazioni introdotte (Odum, 1966). L’inquinamento del suolo è l’alterazione della composizione chimica naturale del suolo a causa dell’azione dell’uomo. Tra le fonti di inquinamento del suolo, sopra citate, i rifiuti hanno un peso notevole, soprattutto per le diverse sostanze inquinanti che possono contenere (metalli, diossine, materiali radioattivi, ceneri, scorie industriali di vario tipo ecc.). La discarica, essendo a tutti gli effetti un reattore dove materiali in fase liquida, solida e gassosa, reagiscono dando luogo a emissioni liquide (percolato) e gassose (biogas), rappresenta l’ambiente più studiato e più simile alla condizione dei rifiuti abbandonati nell’ambiente (Cossu, 2005). Nella discarica (ma in generale potremmo dire nel caso di rifiuti interrati) avvengono processi di varia natura (Cossu, 2005): • processi fisici: per esempio la compattazione progressiva dei rifiuti; • processi chimico-fisici: evaporazione dell’umidità e dilavamento dei rifiuti, con produzione di percolato; • processi biologici: decomposizione e mineralizzazione della sostanza organica. Nelle prime settimane di collocazione dei rifiuti si ha un sufficiente grado di ossigenazione e la decomposizione è di tipo aerobico, successivamente è di tipo anaerobico. Gli impatti ambientali che si originano dalle discariche (o dall’inter57
  57. 57. figura 8.1 ScheMa deLLe eMiSSioni di una diScarica ACQUA (pioggia, infiltrazioni ecc.) RIFIUTI RIFIUTI GAS (CH4, CO2, CFC) GAS (aria) PERCOLATO BARRIERE Emissioni incontrollate verso l’ambiente Fonte: Cossu, 2005. ramento dei rifiuti) possono essere suddivisi per comparto ambientale interessato (aria, acqua, suolo) e per andamento dell’intensità in funzione della distanza dalla fonte. Accanto a impatti di vasta scala, legati al fatto che le discariche sono tra i più importanti produttori di gas a effetto serra (metano e anidride carbonica) e che nelle discariche vengono ancora emessi (dai manufatti di scarto che li contengono) i clorofluorocarburi (CFC) messi al bando nella produzione industriale a causa del problema del buco dell’ozono, si hanno numerosi impatti di piccola scala, i cui effetti si risentono nel raggio di qualche chilometro. È stato stimato che per l’interramento dei rifiuti il fattore di emissione di composti organici volatili (COV) sia di 7.000 g/tonnellata di rifiuti urbani (RU), che comporta una emissione complessiva di COV pari a 424,3 migliaia di tonnellate. Quindi il 14,4% del totale dei COV emessi nelle varie attività umane proviene dall’interramento dei RU (APAT, 2001). 58
  58. 58. La quantità di percolato che si produce in una discarica è legata alle disponibilità idriche (pioggia, infiltrazioni), al tipo di compattazione dei rifiuti, alle caratteristiche della superficie di copertura e infine alla permeabilità della discarica e del suolo. L’evolversi delle trasformazioni biologiche causa una variabilità temporale delle caratteristiche di composizione del percolato. Tali caratteristiche dipendono principalmente dalla natura del rifiuto stoccato, dalle quantità di percolato e dall’età della discarica. I principali inquinanti che possono essere contenuti nel percolato sono: • sostanze organiche COD (chemical oxygen demand), BOD (biochemical oxygen demand); • nutrienti (azoto, fosforo); • metalli pesanti. Le discariche di rifiuti solidi urbani sono sorgenti significative di metano (CH4) e diossido di carbonio (CO2). In aggiunta a questi due gas sono prodotte anche minori quantità di composti organici non metanici, tra i quali alcuni composti organici volatili reattivi e pericolosi. Il metano e l’anidride carbonica sono i costituenti principali del “biogas” (LFG, landfill gas) e sono prodotti durante la decomposizione anaerobica della sostanza organica e delle proteine presenti nei rifiuti smaltiti in discarica che vengono inizialmente trasformati in zuccheri, poi principalmente in acido acetico e, infine, in CH4 e CO2. Oggi non è raro imbattersi in vecchie discariche incontrollate, di cui si è persa memoria, gestite e chiuse prima dell’entrata in vigore dei rispettivi regolamenti regionali (in Lombardia il riferimento era la Lr 94/1980), e della normativa di riferimento statale (Dpr 915/1982 e Dcim del 27.07.1984). Le modalità di chiusura non prevedevano specifiche tipologie di presidi sanitario e ambientali, ma semplicemente la posa di uno strato di terreno di coltura. Si tenga inoltre in considerazione che prima degli anni Ottanta non esisteva il concetto di raccolta differenziata e la maggior parte dei comuni, per far fronte alle esigenza di smaltimento dei rifiuti prodotti nell’ambito del proprio territo59
  59. 59. rio, erano dotati del cosiddetto “cavo” dove venivano conferite tutte le tipologie di rifiuti (urbani, assimilati, speciali-pericolosi e non). In ultimo erano in uso le pratiche di conferire i rifiuti sul greto dei fiumi in attesa che le piene li allontanassero, oppure di incenerirli senza curarsi minimamente della produzione di diossine, di idrocarburi policiclici aromatici (IPA) e di altre sostanze altamente tossiche, e, pratica purtroppo ancora attuale, quella di depositarli su fondi abbandonati, sia demaniali che statali (Cossu, 2005). Come nel caso dei rifiuti gettati sul terreno o gli accumuli abusivi (discariche illegali) sono state prese a riferimento e modello le analisi e i dati ottenuti da studi sulle discariche controllate, per la combustione dei rifiuti si farà riferimento ai dati ottenuti dagli impianti di incenerimento controllato (APAT, 2001), tenendo presente che i rifiuti bruciati in modo incontrollato, quindi a bassa temperatura e in condizioni di ossigeno non stechiometrico, possono certamente produrre livelli puntuali di inquinanti per unità di rifiuti combusta di ordini di grandezza superiori a quelli degli impianti di incenerimento, dotati di sistemi di filtrazione e abbattimento specifici. Per lo smaltimento dei rifiuti urbani in impianti di incenerimento, gli inquinanti più comunemente emessi in atmosfera sono: ossidi di carbonio, di azoto e di zolfo, IPA, acido cloridrico (HCl), idrocarburi alifatici e aromatici a basso peso molecolare. Un altro problema di emissioni in atmosfera potenzialmente connesse con l’incenerimento dei RU è quello delle policlorodibenzodiossine e policlorodibenzo-furani (PCDD e PCDF). L’emissione di PCDD e PCDF (genericamente denominate diossine) è strettamente correlabile al tipo di tecnologia adottata per gli impianti di abbattimento (per nuove tecnologie si intende il doppio sistema di abbattimento, sia per i gas che per le polveri; per vecchia tecnologia si intende un unico sistema di abbattimento costituito essenzialmente da cicloni o camera di calma) (APAT, 2001), e questo permette di sostenere che la combustione incontrollata dei rifiuti causa elevate produzioni di emissioni di tali sostanze. Nell’incenerimento dei RU si ha sempre produzione di acido cloridrico, data la presenza di tanti prodotti contenenti cloro, a cominciare 60
  60. 60. con gli alimenti salati. Anche il PVC presente nei RU per lo 0,7-1% del totale produce nell’incenerimento acido cloridrico. Tra gli inquinanti emessi da un inceneritore di RU, tuttavia, quelli che destano maggiore preoccupazione, dato il fattore di emissione e soprattutto la loro tossicità, sono il piombo (Pb), il cadmio (Cd), il mercurio (Hg) e gli idrocarburi policiclici aromatici. Da un rapporto dell’Organizzazione mondiale della sanità (OMS) sull’emissione di metalli pesanti e IPA dagli inceneritori di RU risulta che gli inceneritori tradizionali di RU possono avere un impatto significativo sulla qualità dell’aria, così come sulla velocità di deposizione di Cd e Pb sul suolo. Viene stimato che il Cd abbia una velocità di deposizione al suolo di 0,5-2 μg/m2 al giorno, il Pb di 40 μg/ m2 al giorno, l’Hg di <1-1 μg/ m2 al giorno (APAT, 2001). La contaminazione biologica, ovvero legata alla presenza di microorganismi potenzialmente patogeni, è un aspetto distintivo dei rifiuti urbani per l’elevato contenuto di sostanza organica che favorisce il loro sviluppo e dei rifiuti sanitari che sono potenzialmente infetti. Al fine di avere dei dati di raffronto per una valutazione dei potenziali rischi igienico sanitari dell’esposizione della popolazione al rischio biologico/sanitario si è fatto riferimento a uno studio sull’emissione di bioaerosol condotto dall’ISS (Istituto superiore di sanità) presso un impianto di compostaggio. Nello studio è stato analizzato il bioaerosol emesso presso un impianto di trattamento di rifiuti urbani, allo scopo di conoscere i livelli di esposizione ai microrganismi, con particolare riguardo a quelli che possono essere potenzialmente infettivi o allergeni. In particolare si illustrano i dati raccolti nella camera di selezione dove si trovano i rifiuti freschi prima dell’avvio al vero e proprio processo di compostaggio (APAT, 2001). In quasi tutti i campionamenti è stata riscontrata una concentrazione abbastanza elevata di microrganismi indicatori di contaminazione fecale (coliformi fecali e soprattutto streptococchi fecali), mentre in nessun campione è stata rilevata la presenza di Escherichia coli. Per quanto riguarda la concentrazione di stafilococchi, si può osservare che essa si mantiene piuttosto costante in quasi tutti i campionamenti eseguiti; in due soltanto 61
  61. 61. è stata riscontrata la presenza di colonie di stafilococchi con alone, le quali, sottoposte alle successive prove di identificazione, sono risultate non essere colonie di Staphylococcus aureus. Riguardo alle concentrazioni dei microrganismi appartenenti ai generi Pseudomonas, Vibrio e Aeromonas, si può osservare che la loro presenza si mantiene costante in quasi tutti i campionamenti; in alcuni prelievi l’Aeromonas spp risulta addirittura assente (in circa il 40% dei campioni). Sul genere Vibrio è stata eseguita l’enumerazione in base alla diversa pigmentazione delle colonie, gialle e verdi, per poter già operare all’interno del genere uno screening iniziale tra specie opportuniste, specie patogene e potenzialmente tali (APAT, 2001). Effetti nocivi legati all’esposizione ai rifiuti La presenza sempre più diffusa di impianti di smaltimento e trattamento di rifiuti autorizzati e controllati ma, molto spesso, anche di siti di discarica di rifiuti abusivi o illegali (dai cumuli di prodotti di scarto delle industrie ai bidoni abbandonati in cave o affondati in specchi d’acqua) causa allarmi e preoccupazioni per l’incremento dei rischi per la salute delle popolazioni residenti in prossimità di tali luoghi. Per questo motivo nel 1992 l’Agency for Toxic Substances and Disease Registry degli Stati Uniti (ATSDR) ha definito sulla base delle risultanze di numerose indagini sanitarie e valutazioni tossicologiche un elenco di sette gruppi di condizioni patologiche (APAT, 2001) che dovrebbero essere monitorate prioritariamente per: • la valutazione di potenziali rischi alla salute delle persone che vivono in prossimità di tali siti; • la definizione di programmi e attività di ricerca applicata alla salute umana tenendo conto delle sostanze a rischio identificate in tali siti. La lista di sette PHCs (priority health conditions) comprende: • malformazioni congenite ed esiti riproduttivi negativi; • tumori; • disturbi immunologici; 62

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