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  1. 1. Introduzione.Un ritorno al futuro «Il federalismo è la teorica della libertà, l’unica possibil teorica della libertà». Carlo Cattaneo (1851)Questo è un libro controcorrente, che si distacca dal coro.Anzi, costituisce senz’ombra di dubbio una nota stonata.È dedicato infatti alle matrici ideologiche del progettopolitico della Lega Nord. In sostanza, ai padri nobili, aimaestri del pensiero, ai punti di riferimento del progettopolitico leghista, là dove affondano le radici teoriche dellaLega. Per coglierne lo spirito di fondo, il lettore dovrebbeprovare a rimuovere il pregiudizio – operazione per la veritàsempre assai difficile – e cancellare la galleria di personaggi,soprattutto minori, che gli vengono in mente pensando allaLega. Sì, perché questo libro si colloca su un altro piano; suun piano politico, eminentemente teorico e dottrinario. Escardina un consolidato cliché, un paradigma interpretativodi comodo – con il quale è sin troppo facile leggere le vicendedel Carroccio, relegando le sue pulsioni nei bassifondi dellebettole della Padania – e anche molto ideologico, quelloche vedrebbe nella Lega il movimento costruito all’insegnadell’incultura o, peggio, dell’anticultura, segnato in profon-dità da forti venature anti-intellettualistiche. Il fenomeno Lega è forse – nel quadro della storia deipartiti politici in Italia – quello più indagato e raccontato,pressoché sin da subito, vale a dire sin dai primi passi delmovimento e dalle conseguenti prime affermazioni elettorali
  2. 2. 8 LE rADICI DEL FEDErALISMosul finire degli anni ottanta. Ci hanno pensato sociologi,politologi e giornalisti. A seguito delle vicende giudiziariedella scorsa primavera, che hanno visto coinvolti i verticidel partito, le pubblicazioni dedicate alla Lega hanno subìtoun’accelerazione repentina. E hanno tutte severamentecensurato la deriva – per la verità molto italiana – di clien-telismo, corruzione, familismo amorale, uso distorto difondi pubblici, che ha portato alle indagini. una derivache contraddiceva nella sua essenza il volto severo, austeroe rigoroso, dei modelli comportamentali leghisti orientatialla correttezza, al rigore e alla lealtà; orientati a marcare ladifferenza dagli altri partiti, quelli «romani». La reazione – questa sì assai poco italiana – alla crisigiudiziaria di primavera è stata forte e subitanea. Nel bre-ve volgere di quarantott’ore, l’allora segretario federale efondatore del movimento, umberto Bossi, ha rassegnatoinfatti le proprie dimissioni. Cosa davvero rara in un paesedove le dimissioni si minacciano spesso, ma non si dannomai. E non sarà certo l’azione maldestra di qualche suoesponente a cancellare la funzione storica del partito. Cheè quella di aver introdotto nel dibattito pubblico, sin dallafine degli anni ottanta, il tema del federalismo – primarelegato in ponderosi studi scientifici di carattere giuridi-co e istituzionale, politologico e dottrinario – e di averlomesso al centro dell’agenda politica, per una migliore or-ganizzazione funzionale dell’amministrazione dello Stato euna maggiore compattezza sociale, insieme alla Questionesettentrionale di cui quella stessa istanza di federalizzazioneera espressione diretta. Questo è un libro controcorrente proprio perché non siconcentra su quelle cronache giudiziarie e sui loro risvoltipolitici interni, sulle responsabilità dei singoli o sulle spe-culazioni giornalistiche. Si occupa di indagare altro. Cercapiuttosto di esplorarne le radici ideologiche per tentare di
  3. 3. INTroDuzIoNE. uN rITorNo AL FuTuro 9fornire delle ragionevoli risposte alla longevità del fenomenopolitico e tentare di capirlo sino in fondo. Dopo appena un paio di mesi, la Lega ha cambiato il se-gretario federale, affidandosi alla figura, alla credibilità e allacapacità politica di roberto Maroni. E ha cambiato marcia,rilanciando il progetto verso la completa rappresentanza – etutela – degli interessi del grande Nord, espressione concretadella Questione settentrionale, nel quadro di una nuovaEuropa da costruire, l’Europa federale dei popoli. Questolibro dimostra – tra l’altro – che tale è il vero progetto dellaLega delle origini, frutto dell’intreccio e dell’articolazionedel pensiero politico di alcuni significativi autori, da Sal-vadori a Chanoux, da rougemont a Miglio. un progettoaggiornato, riveduto e corretto all’insegna di una sorta dipartita doppia, da un lato contro il rinnovato centralismoromano, dall’altro contro le eurocrazie di Bruxelles, con iloro poteri burocratici, tecnocratici, finanziari e lobbistici.ritorno al futuro. Al di là dei cavalieri che ne incarnano l’ideale, la Legasupererà anche questa crisi perché i partiti – secondo ilparadigma di Stein rokkan1 – nascono e sono prodottidalle fratture. Sul cleavage tra Stato e Chiesa è nata la De-mocrazia cristiana e su quello fra capitale e lavoro è natoil Partito comunista. La Lega nasce sulla frattura dellosviluppo strutturale duale fra Nord e Sud, che è il cleava-ge più profondo e più duraturo nella storia del Paese. Sitratta di una frattura che – a livello politico e istituzionale– nessuna iniziativa, e se ne potrebbero elencare tante, èmai riuscita a ridurre. Questa persistenza ha una sua precisa spiegazione: lastruttura duale è stata sempre vista da Sud, dalla Questionemeridionale. Mai da Nord. E tuttavia chi vuole governarequesto paese deve fare i conti con il Nord, che significa: deveconfrontarsi con la Questione settentrionale. una questione
  4. 4. 10 LE rADICI DEL FEDErALISMoche rappresenta una costante nella storia della repubblicadall’immediato secondo dopoguerra – quando già si parlava,sulle pagine del settimanale Il Cisalpino, del Nord comedi una «vacca da mungere» – sino ai nostri giorni. unaquestione che è oggi più viva che mai, in considerazionedel fatto che vi sono tre regioni – Piemonte, Lombardia eVeneto – che coprono circa due terzi del prodotto internolordo e che ogni anno staccano un assegno di circa sessantamiliardi di euro di trasferimenti a beneficio del resto delpaese, come ha dimostrato Luca ricolfi nel suo Sacco delNord 2. L’ha sostenuto di recente – sul Corriere della Sera – ancheAngelo Panebianco: Dopo centocinquanta anni di unità, il fallimento è evidente: la grande questione italiana, la Questione meridionale, non ha mai trovato soluzione. La frattura Nord/Sud è più viva e forte che mai e, con essa, la distanza che separa certe regioni del Sud dal Nord Italia. Con la differenza che, un tempo, la speranza di venirne a capo mobilitava intelligenze, cervelli. oggi non più.Questa riflessione – tra l’altro – rivela un’amara verità: lecelebrazioni del 150° della nascita dello Stato unitario, chehanno animato il dibattito lo scorso anno, nella sostanzasono state una grande occasione perduta. Si sarebbero in-fatti potute configurare e imporre come una responsabilepolifonia critica sulle grandi aporie della storia nazionale;al contrario, per via dei timori che venissero strumentaliz-zate ad arte, si sono sviluppate in un’atmosfera ovattata,coperta dal candido mantello del politicamente corretto.Immaturità democratica: solo una democrazia matura hail coraggio di guardare criticamente dentro se stessa. Maciò non è avvenuto.
  5. 5. INTroDuzIoNE. uN rITorNo AL FuTuro 11 Lo spazio politico, dunque, per l’affermazione di un par-tito territoriale qual è la Lega c’è. E di fronte alla persistenzadella frattura tra Nord e Sud è facile prevedere un futuro perla Lega, ben al di là dei conflitti interni, dei personalismi edei fluttuanti consensi elettorali. La crisi economica internazionale, con i suoi risvoltipolitici e istituzionali anche sul piano interno, dimostrache sin dagli anni Novanta la Lega ha avuto un approcciocorretto – per quanto poco ascoltato, quando non sbef-feggiato nel dibattito pubblico – ai problemi del nostrotempo. Le analisi di allora sulla crisi e sulla fine delloStato, sulla debolezza dell’Europa comunitaria, sui rischiconnessi ai processi di globalizzazione in atto, sui problemiderivanti dall’adozione di una moneta unica senza unabanca di emissione, si stanno progressivamente rivelandonei fatti corrette. Nell’età della globalizzazione lo Stato vede radicalmenteerosi i suoi elementi costitutivi di fondo, esclusa la dimen-sione territoriale. Il cittadino è divenuto un semplice con-sumatore; la sovranità – intesa quale prerogativa esclusivadegli Stati – viene erosa dalle organizzazioni sovranazionalicome l’unione Europea, dai movimenti di opinione, dalterrorismo e dalla finanza internazionale. L’attuale crisieconomica lo dimostra. Il territorio – unica dimensionedell’ordine politico sopravvissuta alla crisi della globaliz-zazione – si sta oggi imponendo come il nuovo soggettodella politica. Gianfranco Miglio aveva intuito che l’organizzazionedelle società, dopo il crollo delle ideologie e delle agenziedi socializzazione primaria e secondaria, si stava avviandoverso il primato delle funzioni (dal punto di vista economi-co-produttivo e neocorporativo: vale a dire degli interessiaggregati). Proprio tali funzioni esigono un’organizzazioneterritoriale diversa da quella sinora concepita; un’organiz-
  6. 6. 12 LE rADICI DEL FEDErALISMozazione che vada oltre la dimensione regionale e si collochiin una dimensione macroregionale. Il cupio dissolvi dello Stato nazionale – con la sua identitàpolitica e la sua classe politica, le sue norme fondamentali,la sua architettura istituzionale consolidata – viene supera-to in forza del paradigma glocal imposto dal presente. Latutela delle diversità territoriali è necessaria per garantirealle comunità volontarie un’azione autonoma nel contestointernazionale. Non bisogna insomma difendersi dalla glo-balizzazione e chiudersi a riccio per sopravvivere. Bisognapiuttosto aggredirla con determinazione, liberandosi daivincoli oppressivi dello Stato nazionale. Come sostiene il segretario federale del Carroccio, ro-berto Maroni, il simbolo della Lega, oggi, è il più vecchiotra quelli che appaiono sulle schede elettorali. Questo librosi distacca dal coro perché rende merito di quelle analisi.E, soprattutto, mette a fuoco un paesaggio di padri nobilidel leghismo che gli conferiscono radici assai robuste, benoltre la contingenza storica della persistenza della strutturaduale del paese o dei risvolti dei processi di globalizzazioneche enfatizzano la dimensione locale della politica. Il fenomeno Lega è stato sinora studiato e raccontato dagiornalisti o da sociologi, per loro impostazione insensibilialle elaborazioni teoriche e dottrinarie. Giornalisti e socio-logi che non sono tra le fonti del presente lavoro di ricercaperché non hanno mai indagato – neppure rapidamentee di passaggio – attorno a questi padri nobili. E tuttaviaproprio la longevità del fenomeno Lega si spiega anche conun paesaggio di padri nobili – ai quali è dedicato questolibro – che in pochi conoscono. L’inizio dell’avventura politica della Lega si svolge neicorridoi dell’università di Pavia, quando l’allora giovane– e, per la verità, un po’ svogliato – studente in medicinaumberto Bossi s’imbatte occasionalmente nella figura di
  7. 7. INTroDuzIoNE. uN rITorNo AL FuTuro 13Bruno Salvadori, esponente dell’union Valdôtaine. ProprioSalvadori convincerà Bossi che il federalismo è la stradamigliore, da seguire. Come si vedrà, la sua figura si staglia autorevole: egli nonfu il semplice militante autonomista intento a fare proselitialla vigilia delle prime elezioni per l’europarlamento. Salva-dori – tutt’altro che sprovveduto dal punto di vista teoricoe dottrinario – fu, piuttosto, un politico molto consapevoledel fatto suo, autore di un percorso del tutto originale, malogico e coerente, nelle pieghe del federalismo integralee personalista. Dietro Bruno Salvadori c’è un pensatoredi assoluto rilievo quale Emile Chanoux, l’ineguagliatoautore, nel 1944, di Federalismo e autonomie, uscito pochimesi prima della sua tragica scomparsa. E dietro Chanouxc’è tutto l’ambiente del federalismo personalista e integraleraccolto attorno alla rivista L’Ordre Nouveau nel corso deglianni Trenta in Francia: Denis de rougemont e AlexandreMarc primi tra tutti. Ma anche, più defilato perché piùgiovane e più «giurista», attento ai diritti delle minoranze,Guy héraud. Ambiente che la Lega – movimento allo statonascente – intercetta, attraverso i legami e le relazioni conl’autonomismo valdostano. Dopo la frequentazione di Bruno Salvadori, i contatti deifondatori del movimento con rougemont e héraud sonotutt’altro che episodici e sporadici. rougemont orienta ileghisti delle origini nella lettura e nell’approfondimento dialcuni temi del federalismo personalista e integrale. héraud,che aveva contatti organici con gli ambienti dell’unionValdôtaine, osserva con estrema attenzione la genesi e l’af-fermazione del movimento, intuendone la grande novità.Questi contatti conferiscono indubbia sostanza al leghismo,che in quegli anni intercetta anche la figura di Gianfran-co Miglio, preside della facoltà di Scienze politiche dellaCattolica di Milano, scienziato della politica, storico del
  8. 8. 14 LE rADICI DEL FEDErALISMopensiero e delle istituzioni appena messo a riposo. Nascenteleghismo che pure comincia a costruire il mito – siamo neiprimi anni Novanta – di Carlo Cattaneo, per abbracciareuna ricostruzione alternativa del processo di nation build-ing nell’età del risorgimento. Nella sostanza per porsicome movimento orgogliosamente «diverso» anche rispettoall’autorappresentazione nazionale – qual è la storia patria –recuperando il grande vinto del risorgimento: per ricordarepoliticamente verso dove si sarebbe potuto orientare e comesarebbe potuto andare il processo di unificazione nazionale,ma come – nei fatti – non andò. Proprio questa posizione e l’idea stessa di un federalismoarticolato sulle comunità volontarie territoriali comportanouna rilettura attenta della vicenda risorgimentale; attenta,soprattutto, ai risvolti perdenti (oltre a Cattaneo, ancheFerrari e Minghetti, per esempio). Si tratta di una riletturache si contrappone alla versione oleografica ufficiale per lasemplice ragione che l’idea stessa della comunità nazionaleposta alla base della costruzione dello Stato è profondamentediversa. Perché diversa è la percezione della socialità. Se daun lato infatti vi è una comunità nazionale che si vuole – o,meglio, si vorrebbe – compatta e coesa dalle Alpi alla Sicilia,per effetto dell’azione coercitiva, violenta e omologante,negatrice delle differenze, dello Stato, dall’altro vi sono lecomunità volontarie territoriali, con i loro modelli di cul-tura e di comportamento, le loro aggregazioni di interessieconomici e produttivi, le loro storie e le loro tradizioniciviche fortemente differenziate. Per tale ragione, un approccio federalista alla «questio-ne» italiana implica necessariamente una rivisitazione delprocesso risorgimentale e delle sue correnti ideologiche. Lapercezione e l’idea dell’identità politica nazionale caratte-rizzata da un aggregato di comunità volontarie territorialiautonome di uomini liberi si collocano su un altro piano
  9. 9. INTroDuzIoNE. uN rITorNo AL FuTuro 15rispetto alla costruzione artificiale e forzata – attraverso iprocessi di nation building – di un’identità politica nazio-nale fortemente ideologica e ideologizzata perché fondatasull’unità e indivisibilità della repubblica e dunque unitariae omogenea, demagogicamente contrapposta al pluralismoe alla diversità. Che rappresentano, al contrario, una grandericchezza e una straordinaria risorsa. Il federalismo è infatti,anzitutto, un costume interiore, cioè una passione umanache si traduce in modelli di cultura e di comportamentoderivanti dalle tradizioni civiche – che sono atteggiamentivirtuosi dal punto di vista etico e civile – e basati sullalibertà individuale. È lo stesso Miglio – nelle pagine di un polemico pamphlet,pubblicato all’indomani della rottura con il leader del Car-roccio – a ricostruire la dinamica del suo incontro con Bossi.Nel suo saggio «Vocazione e destino dei Lombardi», apparsosul finire del 1989 quale introduzione a un volume dedicatoalla Lombardia moderna, Miglio aveva infatti sostenuto eargomentato il deficit cronico di leadership politica dellaterra lombarda, che non ha mai fornito al paese uomini diStato. La curiosità di vedere se Bossi – intento a costruire lasua leadership carismatica – fosse l’eccezione che confermala regola lo indusse a organizzare l’incontro. Fu abbastanzafacile e si adoperò in prima persona la moglie del professore.L’incontro fatale avvenne il 17 maggio 1990. Scrive Miglio: Il colloquio durò circa due ore e mezzo e fu molto cordiale. In seguito a un giro di orizzonte assai particolareggiato, sco- primmo di avere vedute abbastanza coincidenti sui principali temi della politica italiana: soprattutto feci notare al mio ospite le due convinzioni fondamentali sulle quali convergevamo: che il regime partitocratico doveva essere rovesciato e che alle istituzioni della Prima repubblica doveva essere sostituita un’autentica costituzione federale3.
  10. 10. 16 LE rADICI DEL FEDErALISMoIl perché è presto detto, e qui Miglio si lascia andare aun’intima confessione: Gli confidai che quando ero molto giovane (e militavo nel movimento clandestino dei federalisti cattolici) sognavo di diventare cittadino di una «repubblica cisalpina». Aggiunsi che però consideravo storicamente improponibile la creazione di un piccolo Stato sovrano: all’antico ideale dell’«indipen- denza» bisognava sostituire il modello più moderno di una integrazione «federale», basata tuttavia sulla libera determi- nazione delle popolazioni e su un consenso continuamente ricostituito4.Salvadori e Chanoux, rougemont e héraud, Miglio e Cat-taneo: gli autori sono proposti in questa sequenza – nonmeramente cronologica – perché essa è storicamente fedelealla strutturazione e alla crescita del movimento leghista, trala fine degli anni Settanta e i primi anni Novanta. Nessunpartito presente in Parlamento può vantare un paesaggio dipadri nobili così ricco e articolato: c’è chi se n’è dovuto sba-razzare, dei padri nobili, per avviare profonde metamorfosiideologiche; c’è chi ha provato a individuarne qualcuno manon è mai riuscito a tenere insieme la «pancia» del partitocoagulandola su quegli ideali. Anzi, ha suscitato la perplessitàe l’ironia di analisti e commentatori. L’attuale rigonfiamento a dismisura della crisi della po-litica – per effetto di una mancanza di idee e di principivasta e capillare, che abbraccia tutti i partiti – determina unpreoccupante vuoto rappresentativo e ricade, pertanto, sulleistituzioni, determinando la disintegrazione del contestonell’ambito del quale la classe politica agisce. È il collasso della classe politica. A tal proposito,Ernesto Galli della Loggia ha osservato sul Corriere del-la Sera:
  11. 11. INTroDuzIoNE. uN rITorNo AL FuTuro 17 Chi oggi inizia a far politica in Italia non ha più alcun ri- ferimento storico-ideologico forte, non può ricollegarsi ad alcun valore; in senso proprio non sa più a nome di quale Paese parla, anche perché ben raramente ne conosce la storia e perfino la lingua; l’Italia che gli viene in mente può essere al massimo quella del Made in Italy. Per una ragione o per l’altra, poi, tutto l’orizzonte simbolico ma anche pratico sul cui sfondo è nata e vissuta la repubblica gli si presenta in pezzi. La politica, i partiti, l’antifascismo, l’intervento pubblico, il Welfare, la mobilità sociale, il lavoro hanno perduto qualunque capacità mobilitante, non rappresentano più quelle rassicuranti (e plausibili) linee d’azione che rappresentavano un tempo: andrebbero ripensate da cima a fondo ma nessuno lo fa5.Gli scandali regionali più recenti e gli ingenti sprechi dirisorse dimostrati hanno indotto più di un commentatoread auspicare una repentina marcia indietro dei processi didecentramento, quando forse tutto ciò è potuto avveniresolo per le stravaganti e contraddittorie modalità di appli-cazione della regionalizzazione, soprattutto a partire dallafine degli anni Novanta. Anche perché i processi di decen-tramento – se attuati con razionalità e serietà – implicanouna dimensione di «prossimità» politica e amministrativa chefavorisce e promuove il senso di responsabilità della classepolitica e le prerogative di controllo da parte dei cittadini.Due principi – responsabilità e controllo – ormai non piùeludibili nella gestione della cosa pubblica. Malgrado gli scandali nazionali e anche quelli interni almovimento, malgrado i vent’anni di storia della Secondarepubblica sulla quale si chiuderà presto – quando nonfosse già avvenuto – il sipario ne abbiano eroso la forzaintrinseca, il termine-concetto federalismo non è inflazio-nato più di tanto. Nei fatti, anche per come vanno le cosecon un assetto burocratico e accentratore, conserva ancora
  12. 12. 18 LE rADICI DEL FEDErALISMouna sua significativa capacità di sollecitare lo slancio idealee di accendere la passione civile; conserva ancora una suaefficacia di mobilitazione politica, soprattutto – ma nonsolo – nell’ambito dei militanti e dei simpatizzanti, deglielettori della Lega, per un domani migliore. un domani incui le differenze tra chi gestisce virtuosamente le risorse echi le spreca vengano infine stabilite con precisione in unascala di valori di merito. Il federalismo conserva ancora tutta la sua forza evocativaanche per la presenza dei padri nobili ai quali è dedicatoquesto libro. Padri nobili che possono essere suddivisi – co-me forse già s’è intuito e come sicuramente emergerà nellalettura delle pagine che seguono – in due grandi filoni, chesono anche le due parti ideali da cui è composto questolibro: da un lato vi sono gli esponenti del federalismo in-tegrale, come Chanoux e rougemont, e dall’altro vi sonogli esponenti di un modello di federalismo eminentementenordista, strutturato sulle tradizioni civiche – à la Putnam6,per intenderci – come Miglio e Cattaneo. Indubbiamente non basta dire che i contatti con Salva-dori, rougemont e héraud vi furono quando il movimentosi trovava allo stato nascente. Tracce della presenza di questodoppio filone di federalismo sono riscontrabili ed emergonocon chiarezza nei primi libri scritti da umberto Bossi incollaborazione con il giornalista Daniele Vimercati all’iniziodegli anni Novanta. In effetti, il progetto scientifico di questolibro è nato proprio rileggendo quei testi. Per esempio, nelvolume forse più teorico scritto a quattro mani, La rivoluzio-ne7, ma anche in Vento dal Nord 8, è evidente l’impostazionepersonalista della parte firmata da Bossi e quella nordista,fondata sulle tradizioni civiche, della parte firmata da Vi-mercati. Lo stesso Vimercati, nel suo libro I lombardi allanuova crociata9, si sofferma – ancorché rapidamente – sullesuggestioni e sui risvolti teorici del federalismo integrale nel
  13. 13. INTroDuzIoNE. uN rITorNo AL FuTuro 19capitolo dedicato al sogno autonomista delle origini. Cosìcome un fugace cenno – che non viene poi approfondito –alle radici teorico-politiche della Lega, in chiave nordista,c’è nelle prime pagine del Vento della Padania10 di GuidoPassalacqua. Vimercati e Passalacqua parlano di Bossi comedi colui che ha avuto l’intuizione e si è impadronito di unampio «materiale» storico e culturale, linguistico e istituzio-nale, traducendolo in un progetto politico del tutto nuovo. Forse è più appropriato sostenere – in sede scientifica– che il progetto politico della Lega è in qualche modoespressione diretta di due tradizioni di pensiero che si in-trecciano, si contaminano e si alimentano a vicenda: ilfederalismo personalista e integrale con il federalismo delletradizioni civiche del Nord. E il certificato dello «stato difamiglia», vale a dire il passaggio dai padri nobili ai figlioperanti nell’arena della politica, trova il suo riscontro nellemetamorfosi del progetto politico della Lega. I cambi dirotta, cioè i mutamenti del percorso che va dall’indipendenzaalla secessione, dalla devolution al federalismo fiscale, dallamacroregione del Nord all’euroregione, dall’autonomiaall’autogoverno, dalla responsabilità alle tradizioni civiche,rispondono alle sollecitazioni del pensiero politico dei padrinobili e al fecondo intreccio tra quelle due tradizioni dottri-nali. E se la modernità – nel dispiegarsi del suo ciclo storicodal Cinquecento sino al Novecento – ha esibito una leggefondamentale è quella che richiede il continuo e tempestivoadattamento al mutamento, pena l’esclusione dalla storia. In questo lavoro non si fa riferimento, se non occasional-mente e di passaggio, ai risvolti dei rapporti di questi scrittoripolitici – molti ancora in vita quando il leghismo mosse iprimi passi – con la politica praticata e con il movimentopadanista. Qui si offre semplicemente una ricostruzionedel pensiero politico di questi autori, che hanno incisocosì in profondità nel fenomeno del leghismo; autori con
  14. 14. 20 LE rADICI DEL FEDErALISMoi quali i fondatori hanno avuto rapporti diretti o indiretti.E con i quali gli studiosi non hanno mai fatto i conti.Perciò le varie storie o analisi politologiche del fenomenoLega – anche le più pregevoli – risultano in qualche modomonche e lacunose. Dei capitoli che seguono, solo quelli dedicati a Cattaneoe a Miglio sono stati già parzialmente pubblicati11, ma quisono presentati in una versione riveduta, corretta e arricchita. ovviamente, in questo percorso, alcuni amici – lettoriattenti dell’esito delle mie ricerche e dei miei interventi – mihanno sostenuto, incoraggiato e criticamente commentato.La responsabilità, come sempre in questi casi, è solo di chiscrive. Ma ringrazio sinceramente, e in rigoroso ordinealfabetico, questi miei interlocutori privilegiati: SabinoAcquaviva, Etienne Andrione, Alessandro Campi, FedericaEpis, Luciano Fasano, Claudio Kaufmann, Nicola Maranesi,roberto Marraccini, Alberto Martinelli, Leo Miglio, NicolaPasini, Luigi robuschi, Francesco Tuccari. Questo libro è dedicato a Elisabetta, sublime nella suadolcezza.Note 1 S. rokkan, Cittadini, elezioni, partiti, Il Mulino, Bologna,1984; S. rokkan, Stato, nazione e democrazia in Europa, Il Mu-lino, Bologna, 2002. 2 L. ricolfi, Il sacco del Nord. Saggio sulla giustizia territoriale,Guerini e Associati, Milano, 2010. 3 G. Miglio, Io, Bossi e la Lega. Diario segreto dei miei quattroanni sul Carroccio, Mondadori, Milano, 1994, p. 15. 4 Ivi, p. 16. 5 E. Galli della Loggia, «Molte spese, pochi valori», Il Corrieredella Sera, 25 settembre 2012.

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