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il crocevia 
di Alexandra Petrova 
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conoscenza delle lingue ci s...
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della traduzione ogni giorno. Qualsiasi traduzione non 
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Non siamo arrivati alla guerra, ma il dottore si è dovuto 
scusare spiegando a un anziano impiegato di qualche 
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Un giorno un apocrifo diventerà centrale e un canone 
perderà importanza per poi, frammentandosi e mi-schiandosi, 
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Times Literary Supplement e ha scritto il saggio L’im-migrazione 
come procedimento artistico, una volta si è 
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SOMMARIO 
di Alexandra Petrova 
di Sandro Teti 
di Laura Peretti 
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di Angela Barbanente 
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Proprietà editoriale 
Teti S.r.l. 
Direzione, Redazione 
Amministrazione 
Piazza di Sant’Egidio, 9 
Roma 00153 
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Questo è stato un anno difficilissimo – se non tragi-co 
– per i lavoratori e l’economia de...
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leggere luoghi, mentali e fisici 
di Laura Peretti 
Provando a immaginare un mondo migliore, mi pre-figuro 
alle volte...
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sore al territorio, trasforma in progetti concreti il piano 
paesaggistico e ci racconta la sua esperienza in Puglia. ...
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paesaggio, costituzione, degrado 
di Salvatore Settis 
«Una quercia che cade fa molto rumore; ma una gran-de 
foresta ...
paesaggi e periferia 
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vede dalla finestra una rapina dovrebbe allora ben guar-darsi 
dal chiamare la polizia? 
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Paesaggio e spazi periferici 
di Angela Barbanente 
Le periferie, in queste note, sono intese non solo in sen-so 
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inducendo a interrogarsi sulla possibilità di costruire per-corsi 
diversi da quelli delineati dai modelli di crescita...
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La fase attuale è assai delicata: occorre difendere...
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come opportunità, valorizzandola dentro una concezio-ne ...
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territorio globale 
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Che significa per noi “periferia” – Quando parliamo 
di “periferia” ci riferia...
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e le attività dei gruppi sociali che detengono il potere –; 
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nel periodo intercorrente tra il momento dell’acquisto e 
quello della vendita. Un economista classico direbbe che 
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ma li integra e avvolge. Questo concetto è un qualcosa 
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dalla borgata alla nebulosa 
di Giovanni Caudo 
La periferia, intesa come condizione geografica, punto 
distante da un...
la città infinita / centri e periferie 
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Ma a questa periferia se ne è aggiunta una di diver-sa 
consistenza. La città ...
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spazio pubblico e periferia 
di Paola Di Biagi 
Leggere le periferie – «Lebbra», «immensa malattia», 
«flora parassita...
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Il Calendario è una rivista di cultura fondata nel 1945. Questo numero (il 757) tratta delle periferie: non solo urbane ma anche mentali, sociali ed economiche. Questo numero comprende l'articolo di Barbara Meo-Evoli: "Venezuela, 3 milioni di case in sei anni", un'intervista al ministro per la Trasformazione rivoluzionaria di Caracas, Francisco “Farruco” Sesto.
L’obiettivo della “Missione Casa” descritta nell'articolo è quella di costruire migliaia di abitazioni per le classi disagiate e ristrutturare i quartieri popolari venezuelani. Con il 50 per cento della popolazione che vive in case precarie costruite dagli stessi abitanti, il Venezuela ha molta strada da percorrere per permettere una vita dignitosa a tutti i suoi cittadini. Con questo chiaro obiettivo il governo socialista di Hugo Chávez ha creato nel 2011 un piano nazionale di edilizia popolare con lo slogan: “Missione Abitazione: il diritto di vivere davvero”.

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Il Calendario del Popolo - Periferie fisiche periferie mentali

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  2. 2. 1 il crocevia di Alexandra Petrova È difficile non essere d’accordo con čechov: «Senza la conoscenza delle lingue ci si sente come senza passapor-to ». Ma l’attuale fase del multilinguismo improvviso, che ricorda la biblica divisione delle lingue, non sembra tanto rosea: le persone hanno smesso di capirsi. Si è sco-perto che per lo stesso concetto si possono usare parole completamente diverse. E si è scoperto anche che se per un concetto c’è una parola in una lingua, può non esiste-re in un’altra, perché è il concetto stesso a mancare. La differenza fra le culture non sta solo nelle parole, ma nell’idea del mondo che riflettono. Tuttavia an-che due persone che parlano la stessa lingua possono avere una memoria diversa e quindi avere difficoltà di comunicazione. J.M. Lotman parla di qualsiasi comunicazione come della traduzione del testo dalla lingua del mio “Io” alla lingua del tuo “Tu”. La traduzione è possibile perché, nonostante la non coincidenza, i codici “dell’Io e del Tu” formano delle moltitudini incrociate. Avete mai fatto caso all’enorme quantità di libri recenti che in un modo o in un altro parlano di traduzione? Il linguaggio dei gesti, Cosa dice il nostro corpo, La lin-gua del cinema, Capire il proprio cane, i dizionari felini: ebbene sì, ormai sappiamo che anche la flora parla, e in un futuro vicino probabilmente avremo vocabolari dal “fiordalisiano” e dal “camomilliano” all’umano. “L’Io”, come fosse un’isola, è circondato dalle altre isole e terreferme del “Tu”, “Voi”, “Loro”, che parlano lingue estranee, a volte allettanti, ma difficilmente compren-sibili. La vita isolana, seppur romantica, è poco sana e porta alla circolarità, all’impoverimento mentale e alla stagnazione. Non a caso il declino dell’economia di alcu-ni paesi è legato alla loro chiusura politica e al divieto di attraversare i confini.
  3. 3. 2 Torre Vecchia, Roma 2010
  4. 4. 3 Siamo costretti a intraprendere il pericoloso viaggio della traduzione ogni giorno. Qualsiasi traduzione non meccanica, però, stimola in noi il potenziale creativo, e più lontana è una certa lingua o cultura dalla nostra, più forte e fertile può essere l’apprendimento di questa lin-gua e la sua traduzione nella nostra. Se “l’Io” rappresenta una specie di centro del mondo, “Tu”, “Voi” e “Loro” ne sono la periferia. Il confine fra noi è fatto anche di lingue e di codici culturali. Il confine del nostro essere fisico è la pelle. Ci difende e allo stesso tempo rappresenta un trasmettitore del mondo esterno. La lingua e la traduzione possono essere paragonate a un confine simile, ma esclusivamente mentale. Stanno dentro e fuori di noi. Sono quello che diamo e quello che, trasformato dagli altri, assorbiamo. Se un abitante del Medioevo inglese venisse trasportato nelle strade dell’Iowa, sarebbe costretto a adattarsi non solo alla lingua inglese moderna, ma anche al linguaggio dei semafori e a mille piccoli dettagli quotidiani, per noi insignificanti. Immaginiamolo al supermercato o in ban-ca. Probabilmente a ognuno di noi è capitato di diventare almeno una volta un abitante del genere, quando ci sia-mo trovati in un Paese o in un posto straniero, con codici diversi dai nostri. Immaginiamo di ritrovarci nel Medioevo o, senza torna-re così indietro, nell’Ottocento. Pur conoscendo la storia, inciamperemmo subito, già dovendo chiamare qualcuno. Fino a poco tempo fa esistevano dei titoli rituali, basati ri-gorosamente sul rango sociale e sull’origine. Nella Russia zarista il funzionario di quarto rango doveva essere chia-mato diversamente da quello dell’ottavo, e ancora più diversamente da quello del quattordicesimo. L’archiman-drita, il vescovo e il parroco non venivano chiamati nel-lo stesso modo. Per rivolgersi a un conte o a un principe bisognava usare una formula diversa da quella usata per il semplice nobile. Gli stessi russi ormai non avvertono nes-suna differenza, le sottili sfumature sociali sono sparite col tempo e hanno quindi bisogno di precisazioni, che sono una specie di traduzione. Ma come tradurre realtà simili in altre lingue, dove queste gradazioni non esistevano? L’incomprensione dei codici porta a errori grossolani, a svarioni e a gaffe. Può portare perfino a uno scandalo o alla guerra. Anni fa – ero da poco arrivata in Israele e lavoravo come segretaria in uno studio medico – ho dovuto trascrivere i risultati delle analisi di un paziente. Studiavo l’ebraico all’università e cercavo di parlarlo il più possibile. Ma ascoltavo anche le mie figlie piccole e i loro amici. Nel re-ferto ho scritto: «La merda del paziente è nella norma».
  5. 5. 4 Non siamo arrivati alla guerra, ma il dottore si è dovuto scusare spiegando a un anziano impiegato di qualche ministero che ero una nuova immigrata, ola hadasha. I sinonimi non sono sempre intercambiabili. Quanti errori grossolani sono stati ammessi nelle tra-duzioni della letteratura classica e di quella cosiddetta sacra! Un traduttore o uno scrivano stanco o semplice-mente ignorante si è sbagliato sulla pergamena, e l’er-rore è arrivato fino ai giorni nostri sui libri e sul web, deformando la nostra comprensione, anche se poi ci adattiamo perfettamente all’oscurità del testo, innestan-dolo nella nostra cultura. Al punto che l’esistenza senza questo errore, che insieme alle altre traduzioni è diven-tato parte del nostro contesto, sembra impensabile: «È più facile che un cammello passi per la cruna di un ago che un ricco entri nel regno dei cieli», si legge nel vangelo secondo Marco. Sembra però che il traduttore abbia con-fuso gamla (cammello) e gamta (fune). Una sola lettera in aramaico e una sola in greco: kamelos e kamilos. Cer-tamente una fune non può passare nella cruna di un ago, ma se ci provasse un cammello, lo incontreremmo nel mondo di una fiaba e non della logica quotidiana. Invece abbiamo tutti accettato questa frase, che fra l’altro è una delle più citate. Circa 100 errori simili sono stati pubbli-cati nell’Enciclopedia degli errori della bibbia (2003) da Walter-Jörg Langbein, che conosce l’ebraico antico, l’aramaico, il greco e il latino. E se fossero simili anche le nostre traduzioni mentali di altre visioni o luoghi lontani da noi? Chi decide cosa en-trerà nel canone e cosa sarà lasciato all’apocrifo?
  6. 6. 5 Un giorno un apocrifo diventerà centrale e un canone perderà importanza per poi, frammentandosi e mi-schiandosi, dividersi e polarizzarsi di nuovo. Lasciando quasi 20 anni fa la Russia, distanziandomi dal nostro egocentrismo culturale, quindi da una specie di provincialismo, sono scappata in una piccola e strana cit-tà, considerata, come si sa, la capitale del mondo, rispet-to alla quale tutti gli altri punti dello spazio geografico culturale possono essere visti come province. «Così dice il Signore Dio: Questa è Gerusalemme! Io l’avevo collo-cata in mezzo alle genti e circondata di paesi stranieri». Nel XIII secolo sulle mappe del mondo disegnate in Europa, al centro del cerchio che rappresenta le terre conosciute se ne vede un altro, piccolo ma vivido come il sole: Gerusalemme. Nelle mappe del XVI secolo, Ge-rusalemme, come il cuore di un fiore, è circondata dai Torre Vecchia, Roma 2010 petali dell’Europa, dell’Asia e dell’Africa. E anche se il centro del mondo cristiano si è spostato rispetto a quello ebraico, di un chilometro a Ovest, Gerusalemme non ha ancora ceduto la sua posizione. Il paradosso, però, sta nel fatto che Gerusalemme è una provincia nel senso originario della parola, che veniva usata per indicare esattamente il territorio conquistato dagli antichi romani e comandato dal governatore roma-no. Colonia Aeliae Capitolina fu il nuovo nome datole dall’imperatore Publio Elio Adriano, che aveva costruito sulle sue rovine, lasciate dai conquistatori, una città più adatta ai suoi gusti: le strade dritte, il castro, il palazzo pretoriale e una statua che lo ritraeva a cavallo, al posto del Secondo Tempio. A quei tempi esisteva già qualche Adrianopoli, il cambiamento del nome era una proce-dura di routine. Ma i giudei ingrati si impuntarono e fu necessario adottare un’altra tradizione: la distruzione totale, la cancellazione senza tracce. Dopo questo evento Gerusalemme passò in altre mani. A causa di questa du-plicità la città, che è diventata la capitale non solo celeste ma anche amministrativa di un Paese risuscitato dopo 2.000 anni, si trasforma di continuo da terra promessa a luogo accessibile e all’improvviso anche banale, lontano e periferico. Per la maggior parte della popolazione Ge-rusalemme rimane una provincia, spostata dal punto di vista della patria fisica, non storica. Si può abitare qui, ammirando la vista dal Monte di Sion o da quello degli Ulivi, ma guadagnarsi da vivere restan-do legati al nostro Paese di origine, vendendo il caffè brasiliano o pubblicando una rivista russa. Sul piano dell’eternità (terrestre) Gerusalemme è un cardine, su quello contemporaneo è una città polverosa del Medio Oriente, che si affanna a rincorrere i ritmi dell’America e dell’Etiopia, della Russia e del Libano o dell’Egitto. Ogni persona qui ha un doppio o triplo fondo. Al tempo stesso periferia e centro, questa città si ribella contro sé stessa. Le sue lingue si dispiegano nello spazio confuso dell’intraducibilità: a volte trovano la strada centrale del dialogo, ma poi deviano e riprendono a ignorarsi l’un l’altra. Proprio qui si accentua l’instabilità delle incrolla-bili tradizioni: due Golgota, due luoghi dell’Assunzione di Maria, due luoghi dell’Ultima Cena. Questo non è un imbroglio, non è una profanazione, ma uno spazio uni-co dell’unione della Gerusalemme Celeste e della Geru-salemme Terrestre, dove il motore dell’idea accesa una volta gira come un perpetuum mobile. A Gerusalemme inevitabilmente nasce la curiosità verso Roma, che un tempo ha segnato il suo destino. A Roma però trovi la
  7. 7. 6 Times Literary Supplement e ha scritto il saggio L’im-migrazione come procedimento artistico, una volta si è definito un Homo Duplex. Un immigrato, originario del Nord Africa, ha detto di sé e di chi è come lui: «Siamo gli uomini della duplice assenza». Bisogna fare uno sforzo enorme per rimanere sull’asticella dell’Homo Duplex: anche se è psicologicamente sdoppiato, è sempre meglio che essere un uomo della duplice assenza. Gli scienziati dicono che entro il 2040 un miliardo di persone lascerà il luogo d’origine per motivi economici, politici o climatici. Grazie alla tecnica ci sentiamo dap-pertutto a casa già adesso. Ma forse i rifugiati, pur aven-do il cellulare, non si sentono a casa in nessun luogo. La persona che vive in un crocevia culturale può avere tutte e due le sensazioni. Ha la ricchezza di due o più mondi e a volte ha la sensazione di non averne nessuno. A volte gli è più facile rispondere alla domanda “dove sono?” che a “chi sono?”. Ogni giorno si spegne qualche dialetto o lingua, ma allo stesso tempo nascono lingue nuove. Quelle dei gruppi chiusi, le lingue artificiali, le lingue fantastiche. A volte le lingue morte o moribonde risuscitano, com’è capitato all’ebraico e forse capiterà allo yiddish. Il traduttore che ha dovuto far “parlare” i bancomat del Vaticano in latino aveva sicuramente un buon senso dell’umorismo. La coesistenza fra varie lingue e culture rimarrà sempre una cosa attuale, e sempre ci sarà bisogno di persone che armoniosamente o drammaticamente vivono al crocevia delle tradizioni, nell’intersezione del proprio centro e della periferia dell’altro, come Filone di Alessandria, che ha tradotto non solo le unità linguistiche ma un organi-smo intellettuale, come nei secoli grazie a Roma sono state “tradotte” Gerusalemme e Atene. Gli antichi romani, che s’intendevano di spostamenti, per indicare il concetto di traduzione usavano la parola traducere, che letteralmente significa trasportare, ma più spesso usavano vertere, che vuol dire girare, volgere. Questa capacità di assimilazione ha creato un’esplosione culturale, le cui schegge girano ancora nel campo della nostra memoria collettiva. Proprio loro hanno permesso a Borges – che ha letto la Divina Commedia in un tram di Buenos Aires mentre andava al lavoro, prima nella traduzione di Chaucer e Longfellow e poi nella versione originale – di scrivere nel saggio Il mio primo incontro con Dante: «Si dice che tutte le strade portino a Roma; sarebbe meglio dire che Roma è senza confine e che, sot-to qualsiasi latitudine, siamo a Roma». Bufalotta, Roma 2011 stessa Gerusalemme, solo tradotta e adattata, come una volta erano adattati i culti di Iside, Serapide o Mitra, nei templi in cui si può scendere ancora oggi, abituandosi al buio dei secoli nascosti. Roma ha ingoiato Gerusalemme come un vincitore cannibale mangia la carne del nemico, per sentirsi più potente dopo aver digerito la sua forza. Arrivata a Roma da poco, un giorno ho detto a una vec-chietta devota al culto di san Pietro, mai uscita dalla sua città, che in Israele ero stata nel luogo dove Pietro aveva rinnegato Gesù. «Incredibile!», ha esclamato. «Anche da voi lo conoscono?» Possibile che quella signora, pur ignorante, ma che come minimo tutte le domeniche an-dava in chiesa, avesse dimenticato la provenienza dell’a-postolo? Forse l’aveva semplicemente adottato, come un orfanello scalzo del Sud, trasformandolo in figlio pro-prio, così familiare da potergli toccare i piedi anche ogni giorno. Roma è un altro centro che ha perso e al tempo stesso conservato la sua centralità, anche se nel tentativo di riprodurla a volte ha raggiunto l’eccellenza artistica, a volte è caduta nel ridicolo. Quel centro, un tempo temuto dagli altri popoli, mischiandosi con Gerusalemme otten-ne un doppio potere, imponendo la sua volontà urbi et orbi e difendendo la sua unica verità, congelata nel co-dice. La ribellione delle province cattoliche rimpicciolì il suo centro, creando ai suoi margini centri nuovi. La scelta dei protestanti di tradurre la bibbia non dal latino ma direttamente dall’ebraico e dal greco si basò senz’altro su una decisione politica. Il loro coraggio nello sconfiggere il vecchio padre troppo autoritario è ancora più ammire-vole se consideriamo che la chiesa cattolica romana non incoraggiava le traduzioni della vulgata, e che in un cer-to periodo per leggere la traduzione bisognava chiedere il permesso all’Inquisizione. L’influenza esplosiva della traduzione fatta da William Tyndall nella lingua e per la chiesa inglese fu tale che presto l’autore finì dietro le sbar-re. Lì continuò il suo lavoro sulla traduzione del vecchio testamento, finché non fu messo al rogo come eretico. Le persone che nascono, si trovano o si mettono al croce-via delle culture hanno un ruolo speciale. E non solo gli eroi come Tyndall, gli avventurieri come Casanova e Ca-gliostro o gli scrittori bilingui, ma anche i semplici osser-vatori dell’altra realtà, che trasmettono alla propria lingua e cultura nuovi geni e che, grazie alla convivenza fra due realtà, versano concetti nuovi nella propria cultura. È un destino a volte duro, soprattutto quando non è lega-to alla nascita. Zinovij Zinik, uno scrittore russo-inglese che abita da più di 30 anni a Londra, collabora con The
  8. 8. 7 SOMMARIO di Alexandra Petrova di Sandro Teti di Laura Peretti di Salvatore Settis di Angela Barbanente di Edoardo Salzano di Laura Peretti di Giovanni Caudo di Paola Di Biagi di Giulia Fortunato di Daniel Modigliani di G. Biondillo (e M. Monina) di K. Bermann e I.C. Marinaro di Francesco Marullo di A. Cecchini e V. Talu di Barbara Meo Evoli di Monica A.G. Scanu di Sara Basso di R. Vecchi e M. Mancini di Ludovico Ciferri di Cesare Moreno di Armando Punzo di Fulvio Rizzo di Cristiana Martinelli di Sebastiano Costanzo di Aanchal Anand di Flora Albarano 1 9 10 12 14 18 22 26 28 32 35 38 42 46 48 52 56 60 66 70 75 80 82 84 85 86 88 90 Il crocevia Editoriale Leggere luoghi, mentali e fisici Paesaggio, Costituzione, degrado Paesaggio e spazi periferici Territorio globale Scrivere a margine del centro - intervista a Eduardo Souto de Moura Dalla borgata alla nebulosa Spazio pubblico e periferia Il nuovo centro (commerciale) Il tempo della metropoli Passeggiando in tangenziale Segregazione / Dezingarizzazione Strategie dell’incerto Contro la sparizione della città Venezuela: 3 milioni di case in 6 anni - intervista a “Farruco” Sesto Da Super Barrio Gòmez a Guerriglia Gardening Da casa dormitorio all’housing sociale Le mille voci residuali delle favelas Tokio e gli anziani di centro città Maestri di strada Il teatro apre il carcere Libertà provvisoria Immagini di periferia Fotografie Cinque motivi per ringraziare l’Urss Recensioni Elenco Sostenitori / Librerie Novità in libreria
  9. 9. 8 Proprietà editoriale Teti S.r.l. Direzione, Redazione Amministrazione Piazza di Sant’Egidio, 9 Roma 00153 C.F. / P. IVA 06449211009 Tel.: 06.58179056 06.58334070 Fax: 06.233236789 info@calendariodelpopolo.it info@sandrotetieditore.it www.calendariodelpopolo.it www.sandrotetieditore.it ISSN: 0393-374 Distribuzione: JOO Distribuzione Stampa: Tipografia Facciotti Prezzo: € 9,00 Rivista Periodica Registrata presso il tribunale di Milano n.159 del 9/7/1948 N. ROC 22386 Modalità pagamento: Bollettino Postale Versamento su c.c.p. n. 1005911076 intestato a Teti s.r.l. BONIFICO BANCARIO CC intestato a Teti s.r.l. Codice IBAN: IT81Z0100503214000000015958 Direttore Responsabile Sandro Teti Art Director Laura Peretti Curatrice Laura Peretti Coordinatore editoriale Paolo Bianchi Redazione Antonella Evangelista Chiara Mazzetti Franz Gustincich Impaginazione Chiara Mazzetti Consulente Photoeditor Cristiana Martinelli Ufficio Stampa Federica La Rosa Katrine Melis Ufficio Abbonamenti Teresa Colistra Blog e Social Network Tommaso Sabatini Archivio Digitale Piero Beldì Comitato dei Garanti Zhores Alferov Piero Beldì Sergio Bellucci Luciano Canfora Franco Cardini Luciana Castellina Dario Coletti Guido Fanti Franco Ferrarotti Carlo Ghezzi Margherita Hack Emilio Isgrò Milly Moratti Diego Novelli Piergiorgio Odifreddi Mauro Olivi Leoluca Orlando Moni Ovadia Valentino Parlato Piercarlo Ravasio Guido Rossi Sergio Serafini Nichi Vendola Direttori Giulio Trevisani dal 1945 al 1969 Carlo Salinari dal 1969 al 1977 Franco della Peruta dal 1977 al 2010 in copertina Sebastiano Costanzo Bufalotta, Roma 2010 Fotografie Sebastiano Costanzo Ringraziamenti Angela Barbanente Giulia Fortunato Monica Scanu Marisa Minoletti Emiliano Chiusa Stiamo lavorando alla creazione di un archivio fotografico, filmico e cartaceo de Il Calendario del Popolo. Cerchiamo vecchie Cerchiamo fotografie, anche vecchie non fotografie professionali, – anche volantini, non professionali appelli, annunci – volantini, e manifesti appelli, riguardanti annunci la e manifesti rivista o le riguardanti edizioni de la Il rivista Calendario, o le edizioni la Teti de Editore Il Calendario, ed eventi la a cui Teti hanno Editore partecipato ed eventi (a feste cui hanno de l’Unità, partecipato banchetti, (feste convegni, de l’Unità, eccetera). banchetti, convegni ecc.). Cerchiamo anche vecchi volumi delle Edizioni del Calendario. Metteremo poi a disposizione, anche attraverso Internet, tutti questi materiali, che costituiscono la memoria storica del Calendario. Inoltre, se avete vecchi numeri de Il Ca­lendario e soprattutto degli Almanacchi, vi preghiamo di mettervi in contatto con la redazione, poiché stiamo ricostruendo l’archivio della rivista. Periodico associato all’Unione Stampa Periodica Italiana Il Calendario del Popolo è socio del Coordinamento Riviste Italiane di Cultura Cari abbonati, abbonati e cari lettori, stiamo cercando di contattarvi tutti telefonicamente, ma abbiamo difficoltà a reperire i vostri contatti. Comunicateceli per favore ai numeri 06.58334070 - 06.58179056, al fax 06.233236789 oppure via e-mail a: info@sandrotetieditore.it stampa@sandrotetieditore.it
  10. 10. 9 editoriale di Sandro Teti Questo è stato un anno difficilissimo – se non tragi-co – per i lavoratori e l’economia del Paese. La crisi ha colpito duramente anche il settore dell’editoria e in particolare le riviste: molte sono state costrette a chiudere definitivamente, altre sono riuscite a so-pravvivere solo passando a una versione elettronica, rinunciando all’edizione cartacea. Il Calendario del Popolo, anche grazie ai suoi abbo-nati, è riuscito a resistere e continua a essere stam-pato su carta. La versione elettronica comporterebbe un notevole risparmio per l’editore, ma non vogliamo e non pos-siamo sottrarre ai nostri lettori il piacere e l’abitudine di sfogliare una rivista che viene da molti anche col-lezionata. Questo è il penultimo numero del 2012, l’ultimo sarà costretto quindi a slittare all’inizio dell’anno entrante; siamo in ritardo e ce ne scusiamo, facciamo tutto il possibile per continuare le pubblicazioni ma le diffi-coltà sono tante. Come promesso, confermiamo che in futuro la parte non monografica della rivista sarà molto ampia – in questo numero è ridotta esclusivamente per la grande abbondanza di materiali raccolti dalla curatrice Laura Peretti. Non abbiamo voluto sacrificare l’argomento di questo Calendario, poiché non solo è importante e delicato ma soprattutto è di grande attualità. Si tratta del tema delle Periferie: non solo urbane, ma anche mentali, sociali, economiche; l’argomento è molto più vasto di ciò che il vocabolo “periferia” su-scita nell’immaginario collettivo. L’approccio interdisciplinare con cui viene affrontato l’argomento apre al lettore nuovi orizzonti e nuove interpretazioni. Il dibattito sulla riforma delle perife-rie, che da molti anni coinvolge architetti, urbanisti, psicologi, economisti, giornalisti e sociologi, trova in queste pagine un importante momento di riflessione. Dalle nostre periferie alle grandi periferie del mondo, attraverso studi, interviste ed esperienze viene foto-grafata una realtà che, pur riguardando da vicino la maggioranza della popolazione, spesso viene margi-nalizzata anche da chi la vive, lasciando spazio alle speculazioni economiche e sociali. Le elezioni primarie del centrosinistra hanno dimo-strato come la partecipazione può riavvicinare le persone alla politica. Partecipazione che, allo stesso modo, è una premessa indispensabile a buone prati-che di gestione del territorio, poiché esso è un bene comune di primaria importanza. Capire quali sono le reali dinamiche che sottostanno ai fenomeni urbani è infatti fondamentale non solo per gli specialisti del settore ma per ogni singolo cittadino. Le pagine de l’altro Calendario, pur ridotte, ospitano la rubrica di recensioni librarie e un articolo a firma della studiosa indiana Aanchal Anand. La Anand, che non è comunista e lavora presso la Scuola di stu-di internazionali di Washington, dedica il suo scritto all’Unione Sovietica e riporta cinque incontrovertibili motivazioni per cui l’umanità dovrebbe essere grata a quel grande Paese.
  11. 11. 10 leggere luoghi, mentali e fisici di Laura Peretti Provando a immaginare un mondo migliore, mi pre-figuro alle volte che questo avvenga in luoghi che co-nosco. Ricordo molti luoghi della mia infanzia, un’età in cui ho avuto la fortuna di annusare i profumi della campagna, di correre con la bicicletta in sentieri aperti fra gli alberi e di incontrare qualche animale sconosciu-to nella terra e fra i cespugli. Da grande, poi, ho vissuto in diversi paesi e città, ma quell’esperienza di vivere a margine di una città che cresceva e di scoprire il mondo attraverso la geografia ancora leggibile di un luogo, di riconoscere “posti” particolari, fossero essi un angolo di casa, un albero, una collina o una strada, è un im-printing di cui ho perseguito le tracce come sinonimo di autenticità e felicità. L’atlante geografico-emotivo della mia infanzia è un modus vivendi da cui non riesco a prescindere quando, come architetto, devo pensare a ciò che quel luogo diverrà – poiché l’architettura opera una trasformazione di un sito e può perciò anche detur-parlo per sempre – e, per mia colpa, qualche bambino dopo di me potrebbe non trovare più traccia alcuna di quell’unicità che quella geografia ascriveva a quel luogo. Sebbene il parametro esperenziale sia soggettivo, è pur vero che persino buona parte della filosofia ha dibattuto per secoli sulla verità della percezione come fonte di un sistema di pensiero: senza questa pretesa, ma dovendo parlare di quel terreno di mezzo che mi appare essere la periferia, non posso che far riferimento a una ricerca di identità, che è sempre più essenziale laddove le nostre città e il nostro paesaggio offrono costantemente pano-rami poco edificanti e soprattutto chiedono con urgen-za di definire strategie e visioni che possano aiutarci a chiarire che fare del nostro ambiente circostante, natu-rale e urbano, vasto o ristretto che sia. è così che questo numero de Il Calendario del Popolo si è composto cercando di ascoltare molte voci, senza pretendere la coerenza di tutto il coro, ma soprattutto per comprendere le molte dimensioni e ambiti di rife-rimento che la periferia coinvolge: da subito ci è parso che periferia non sia solo un modo del territorio, ma an-che specularmente un modo di pensare noi stessi come Enrico Mitrovich, olio, acrilici e pastelli su tela Rotatoria dell’Albera (o del Villaggio del Sole) cittadini e abitanti di questa terra. Le periferie mentali perciò non riguardano solo quei brani di racconto che stanno ai lati della vita attiva – la prigione, la malattia, la vecchiaia o l’emarginazione sociale in generale – ma hanno anche a che fare con l’energia di una specifica regione informe e poco definita in cui sorgono fermenti, nascono nuove forme di comportamento nella società e, quasi in contraddizione con la loro apparente minori-tà e marginalità – assieme a quelle fisiche – divengono luoghi centrali e protagonisti degli sviluppi futuri. Raggi di periferia in piena città – con cui si chiude il numero, è cioè il telaio di riferimento, un tema che vie-ne sviluppato nei testi-testimonianza di Cesare Moreno (Maestri di Strada) Armando Punzo, Fulvio Rizzo (l’e-sperienza del teatro in carcere), Roberto Vecchi e Mar-tina Mancini (le favelas brasiliane) e Ludovico Ciferri (Tokio e gli anziani di centro città) – con cui si chiude il numero, è la tela di riferimento che ribalta la prospet-tiva negativa con cui si guarda normalmente alla peri-feria. Testimonianze che dimostrano che laddove più forte è l’esigenza di centralità della persona tanto più si addensano le reali “riqualificazioni” e avvengono vitali spostamenti di prospettiva anche nello spazio fisico. Il testo con cui inizia questo numero del Calendario, Il crocevia, della poetessa russa Alexandra Petrova, intro-duce il tema della lingua delle periferie: ibrido per eccel-lenza, l’essere senza passaporto, corrisponde a colui che non sa parlare le lingue. Spesso la traduzione non è pos-sibile, manca l’omologazione dei concetti e questo parla-re diversamente corrisponde esattamente a quel terreno ambiguo che è il teatro della rappresentazione: non più campagna, non ancora città, la periferia resta sospesa al crocevia di un’identità a mezzo cammino, ricca tuttavia di uno spazio creativo che è la sua fondamentale risorsa. Nella sezione paesaggi e periferia, Salvatore Settis ci introduce a una concezione culturalmente ampia di paesaggio e ne appunta il valore di bene comune, sot-tolineando come dal locale al nazionale niente debba essere considerato periferia. Angela Barbanente, asses-
  12. 12. 11 sore al territorio, trasforma in progetti concreti il piano paesaggistico e ci racconta la sua esperienza in Puglia. La sezione la città infinita/centri e periferie tenta di inquadrare il fenomeno di una città che si allarga inde-finitamente senza limiti, in cui la dinamica centro-pe-riferia è sempre meno chiara e sufficiente a spiegarne i contorni. Edoardo Salzano, urbanista, ne fa una sin-tesi completa, dalla questione della rendita fondiaria alla globalizzazione, e ci fa intravedere come non sia la distanza dal centro il problema principale. Un po’ di-versamente la pensa Eduardo Souto de Moura, archi-tetto premio Pritziker, che di questo rapporto mette a fuoco l’invariata qualità attraverso i secoli: è da qui che bisogna ripartire per una nuova modernità dopo le teorie che hanno spinto alla separazione delle parti, specializzandone alcune a scapito di altre. Giovanni Caudo ci descrive, dati alla mano, la relatività del con-cetto di periferia: oggi la Roma delle borgate è divenuta una nebulosa le cui direttrici di espansione travalicano persino i confini regionali, mentre Paola Di Biagi vede lo spazio pubblico come un riscatto possibile delle no-stre periferie-dormitorio. Sempre all’interno della dia-lettica centro-periferia, avvengono strani ribaltamenti: Giulia Fortunato ci racconta l’evoluzione di un centro commerciale americano che ritorna alla città e viene ristrutturato separando le parti del grande contenitore indifferenziato fino a farlo divenire un insieme di edifi-ci aperti su una strada, elemento generatore per eccel-lenza del tessuto urbano; Daniel Modigliani affronta il tema della mobilità e del tempo di ognuno di noi dentro allo spazio modificato della metropoli, raccontandoci anche la Roma che ha provato a immaginare nel 2008 con il nuovo piano regolatore. è il racconto di un grande camminatore ad aprire la sezione riguardante le strade e i vuoti della periferia, quello dello scrittore-architetto Gianni Biondillo che, con Michele Molina, ha descritto il paesaggio lungo la tangenziale milanese con la curiosità dell’esploratore di un nuovo mondo: intorno a questa arteria di grande scorrimento emerge la periferia in ebollizione, nella sua espressione più viscerale e brutale, ma anche la poeti-cità di frammenti di campagna casualmente rimasti al loro posto. A dare un nome appropriato all’apparente segregazio-ne di alcune aree della città ci pensano Karen Bermann e Isabella Clough Marinaro, anche loro abituate a sco-prire luoghi e a cercarne le logiche insediative: la lunga frequentazione con la comunità Rom ha loro permesso di spiegare il rapporto che intercorre fra la segregazione di aree urbane e l’emarginazione di alcune fasce socia-li; il testo di Francesco Marullo puntualizza poi come queste dinamiche legate agli spazi vuoti non siano ca-suali ma piuttosto frutto di un pianificato procedere del capitalismo che si riserva sacche di rendita potenziale all’interno dei contesti urbani. Arnaldo Cecchini e Va-lentina Talu, constatato l’autoisolamento e la localizza-zione sempre meno individuabile dei quartieri-fortino dei ricchi più ricchi, propongono strategie per ridare potere a fasce di cittadinanza emarginate dall’urbani-stica recente, per evitare la progressiva sparizione delle città e della loro vita urbana. Nella sezione la casa per tutti/abitar partecipando, ospitiamo l’intervista a Francisco “Farruco” Sesto, Mi-nistro per “la trasformazione rivoluzionaria di Caracas”, che descrive come il governo venezuelano sta affron-tando la crescita selvaggia attraverso la “missione abi-tazione”. Questo programma è stato peraltro premiato nell’ultima Biennale di Architettura a Venezia. Monica Scanu ci racconta di quella ribellione civile che assu-me forme inconsuete e creative di tutela del territorio: Super Barrio, un moderno e molteplice Robin Hood difensore dei cittadini messicani minacciati di espro-prio e il movimento di occupazione verde di Guerriglia Gardening, sono sfaccettature della stessa volontà di partecipazione riappropriazione popolare della città. Sara Basso, infine, descrive i punti salienti della lunga e composita storia dell’edilizia popolare, dall’evoluzione teorica alle buone pratiche di housing sociale odierne.
  13. 13. 12 paesaggio, costituzione, degrado di Salvatore Settis «Una quercia che cade fa molto rumore; ma una gran-de foresta cresce in silenzio». Questo proverbio cinese descrive bene lo scenario italiano che stiamo attraver-sando. Guardiamo increduli il crescente degrado delle nostre città e del nostro paesaggio, e ci sdegnamo ogni giorno per il cinismo dei (pochi) colpevoli, per l’indiffe-renza dei (molti) spettatori, per le alleanze e compro-missioni di fatto fra chi devasta i nostri orizzonti di vita e amministratori pubblici di ogni livello e di ogni par-tito. Se manifestiamo la nostra indignazione, veniamo spesso accolti da commenti infastiditi, accusati di inuti-le pessimismo, invitati a rassegnarci e a pensare ad al-tro. È vero il contrario: «sa indignarsi solo chi è capace di speranza» (Seneca). Ma se talora abbiamo la trista impressione d’esser rimasti soli a difendere i valori del paesaggio e della Costituzione, è perché non sappiamo ascoltare l’inarrestabile fruscio della foresta che cresce. Il nostro sdegno è assai più condiviso e diffuso di quel che crediamo, anzi ogni nuovo delitto contro ambien-te e paesaggio spinge altri cittadini a prender coscienza dell’abisso entro il quale stiamo rotolando. Il rapporto fra la dimensione nazionale e quella locale è sotto que-sto aspetto assolutamente essenziale: in una nazione che merita questo nome, nulla è periferia; ogni cittadi-no, ogni comune, ogni paesaggio deve essere degno di rappresentare l’insieme del Paese. Il degrado a cui assistiamo non riguarda solo la forma del paesaggio o dell’ambiente, gli inquinamenti, i veleni, le sofferenze che ne nascono e ci affliggono. Riguarda un complessivo declino della società italiana, della vita politica, delle regole del vivere comune. Riguarda la corruzione diffusa, l’uso disinvolto delle leggi, l’enorme evasione fiscale tollerata – cioè autorizzata – da governi d’ogni segno, il ruolo delle mafie nella vita pubblica e nell’economia. Riguarda la manipolazione delle notizie e la monetizzazione d’ogni valore, gli slogan perversi sui “giacimenti di petrolio” dell’Italia, sul nostro patrimo-nio visto come un serbatoio da svuotarsi in fretta per far cassa, senza nulla lasciare alle generazioni future. Riguarda la bassa sicurezza sui luoghi di lavoro, la crisi della sanità, le differenze sempre più marcate da Regio-ne a Regione che violano l’egual diritto alla salute di tutti i cittadini (art. 32 Cost.). Ma questo vastissimo orizzon-te di crisi non è una buona ragione per rinunciare a un discorso specifico sull’ambiente e sul paesaggio. Anzi, è oggi più che mai necessario parlare di paesaggio, perché il paesaggio è «un entre deux fra la sfera dell’individuo e la sfera della vita collettiva» (M. Quaini), e dunque rappresenta una straordinaria cartina di tornasole, un test per intendere come il cittadino vive sé stesso in rela-zione all’ambiente che lo circonda e alla comunità in cui vive. Quale importanza annette alla propria salute fisica e mentale, quale ruolo assegna alla storia, alla cultura, all’identità dei propri luoghi e del Paese, in qual modo interpreta la gerarchia fra l’immediato vantaggio del singolo e il pubblico interesse della collettività, fra i tem-pi corti degli affaristi senza scrupoli e la lungimiranza della Costituzione. Se è in grado di comprendere che i danni al paesaggio ci colpiscono tutti, come cittadinanza ma anche come individui: uno per uno. Oggi è più che mai necessario fare mente locale. Gli ita-liani hanno già cominciato, e la foresta di chi ha a cuore il paesaggio e il tema dei beni pubblici cresce senza rumo-re: lo provano le firme (un milione e 400 mila) raccolte dal Forum italiano dei movimenti per l’acqua per un referendum che ha avuto poi un travolgente successo. Ci sono da anni le grandi associazioni (per citare solo le maggiori, Italia Nostra e il FAI, Legambiente e il WWF). Ma queste associazioni nazionali funzionano ancor me-glio a livello locale. Spesso i nuovi iscritti – e/o i più im-pegnati – trovano nella propria città, nei propri spazi di vita una forte motivazione, l’impulso a scendere in pri-ma linea. Non sempre vedono tutte le implicazioni sto-riche, giuridiche, politiche a livello nazionale, ma sanno indignarsi davanti a edifici storici svuotati e svenduti, a spiagge cementificate, a parcheggi sotto sant’Ambrogio o nel cuore del Pincio. È di moda bollare queste sensibi-lità con l’acronimo NIMBY (not in my backyard): pro-testare contro le nefandezze che vediamo sarebbe prova di meschinità, ma non è così. Il cittadino che per caso
  14. 14. paesaggi e periferia 13 vede dalla finestra una rapina dovrebbe allora ben guar-darsi dal chiamare la polizia? È vero l’opposto: partire dalla propria diretta esperien-za, per quanto limitata e occasionale, può e deve esse-re il primo passo per una più vasta presa di coscienza. Facendo mente locale, si può ben giungere a una con-siderazione più globale dei problemi. Ci sono oggi in Italia moltissimi altri esempi che mostrano come dal microcosmo di un problema locale possa nascere, gra-zie all’associazionismo, alle discussioni, al confronto di cittadini fra loro, all’uso accorto della comunicazione via Web, l’acuta coscienza che il paesaggio è il grande malato d’Italia. Perciò questi comitati sorgono ogni giorno in ogni cantuccio d’Italia: sul traballante scena-rio italiano del 2012 sono un fatto nuovo molto impor-tante perché capillare, ramificato, massiccio. Perché è la prova lampante della distanza crescente fra i pochi che gestiscono il territorio tra menzogne e furbizie e la mol-titudine dei cittadini che non ne possono più. Insomma, è necessario, anzi urgente, sviluppare una rete di mille conoscenze locali di disastri e di problemi, costruendo una rete nazionale, che vincerà la sua battaglia se saprà far leva sull’azione civica come iniziativa volontaria, gratuita, una sorta di legittima difesa di sé stessi fatta in nome del bene comune. Non è impossibile, e lo mostra in Italia la diffusione e l’efficacia del volontariato, per esempio in occasione di calamità naturali. «L’attività del vivere e del conoscere uno spazio è un tipo speciale di attività cognitiva», anzi è al centro stes-so delle attività della mente. «Il processo di adattamen-to tra un individuo, un gruppo e un luogo» genera una forma di «territorialità umana» che «ha a che fare con la sopravvivenza, sociale e culturale oltre che fisica, con l’apprendimento e la cognizione» (La Cecla). Ma c’è una ragione in più per far leva sulla conoscenza locale par-lando di paesaggio. È una ragione molto importante: la nostra salute, del corpo e della mente. Ci sono infatti cose che non solo è utile sapere, ma è necessario non tenere per sé: chiunque si accorga di un pernicioso in-quinamento, per esempio di un fiume che passa in città o di una discarica nei prati dietro casa, non può limitarsi a organizzare il proprio trasloco – ammesso che possa permetterselo – ma ha il dovere di avvertire i concitta-dini e le autorità che possono intervenire e rimediare. La lotta all’inquinamento ambientale fa parte ormai di una sensibilità molto diffusa, perciò chi pratica cinica-mente il business dell’inquinamento deve far di tutto per nasconderlo – così è accaduto con i rifiuti tossici nel mare della Maddalena. Ma dovremmo essere molto più consapevoli che l’invasione di scorie velenose e illecite nelle nostre campagne e nelle nostre città si accompa-gna spessissimo a speculazioni edilizie ai danni (anche) del paesaggio e dell’ambiente urbano. Salute del corpo, salute della mente: se riusciamo a cogliere il rischio che le devastazioni del paesaggio e dell’ambiente comportano per ciascuno di noi, oggi e nelle generazioni future, la nostra percezione, anche se inizialmente isolata e locale, potrà tradursi in impegno collettivo per la legittima difesa di noi stessi, cioè del pubblico interesse contro il cinismo di pochi profittatori. La nostra Costituzione offre il più alto quadro di riferi-mento, poiché essa tutela «il paesaggio e il patrimonio storico artistico della Nazione», e cioè prescrive un iden-tico livello di tutela, con identici criteri, in tutto il Paese. Se non vogliamo un drammatico affievolirsi del nostro orizzonte dei diritti, facciamo mente locale, orientando il nostro impegno sullo spirito della Costituzione. estratto da: Paesaggio Costituzione Cemento. La battaglia per l’ambiente contro il degrado civile, Torino, Einaudi 2010, edizione tascabile Torino, Einaudi 2012.
  15. 15. 14 Paesaggio e spazi periferici di Angela Barbanente Le periferie, in queste note, sono intese non solo in sen-so geografico ma anche in una prospettiva multidimen-sionale, quali spazi che possono essere definiti di volta in volta in modo diverso, in rapporto alle dinamiche economiche e sociali dominanti: spazi della marginalità, dell’abbandono, della disattenzione, della disfunzionali-tà. Le periferie sono qui intese non solo con riferimento alla città o alle sue parti ma al più vasto territorio; non solo come entità materiale, ma come condizione men-tale. Riconoscere un ambito territoriale come periferico significa misurarne la distanza che lo separa dai centri che propagano valori e norme dominanti della società. In quest’accezione, la periferia è un luogo – non importa se geograficamente collocato nel cuore di una città o di una regione o in posizione decentrata – che è percepito (e percepisce sé stesso) come dissonante rispetto a que-sti valori e norme. Le periferie si fondano su relazioni di dominanza/dipendenza fra una parte centrale e parti da questa lontane, che sono perimetrate in base al re-ciproco legame di subordinazione, non solo economica ma anche culturale. Possono essere definiti periferie del territorio contemporaneo i nuclei antichi delle città in-teressati da processi di abbandono e degrado, quartieri di edilizia pubblica non più collocati nella parte estrema del territorio urbanizzato, borghi storici rurali occupati temporaneamente da migranti stagionali impiegati in agricoltura. Possono invece essere indicate come spazi periferici vaste aree considerate inutili, marginali, non funzionali, poiché l’unico criterio di giudizio è basato su indicatori economici e non vi è coscienza della ricchezza di biodiversità, di patrimonio culturale, di bellezza che le connota, neppure in chi in quelle aree vive e lavora. Le regioni del Sud fanno parte di un’unica grande re-gione, il Mezzogiorno, considerata dapprima periferia d’Italia e oggi periferia d’Europa. Noi pugliesi, in parti-colare, sappiamo bene cosa significa tentare di colmare la distanza che separa una regione periferica in ritardo di sviluppo da un centro sviluppato, perché tale tenta-tivo ha caratterizzato l’intero percorso di moderniz-zazione accelerata compiuto dalla Puglia nel secondo Bufalotta, Roma 2011 dopoguerra. Un percorso accompagnato da processi di urbanizzazione e sfruttamento di risorse senza prece-denti, che ha pervaso profondamente e capillarmente territori e società. Nel tentativo, rivelatosi poi vano, di colmare i divari tra gli indici di ricchezza che lo separa-vano dal Centro-Nord d’Italia, nel corso della sua storia recente, il Mezzogiorno ha inseguito traguardi di cresci-ta economica fondati su interventi di origine esogena, ha promosso o più spesso subito i limiti di un modello di sviluppo eterodiretto e statocentrico, ha assistito con senso di impotenza o con complicità alla cancellazione di patrimoni di conoscenze, esperienze e capacità locali e all’omologazione e all’appiattimento delle proprie cul-ture materiali e immateriali. L’irruzione della modernità di fronte alla debolezza dei presidi culturali e istituzionali ha largamente manca-to di fondersi, o anche solo intrecciarsi con tradizioni, istituti e mentalità di tipo collettivo nell’uso del territo-rio. Per ragioni storiche, economiche e socio-culturali che non è possibile approfondire in queste note, al Sud più che altrove l’individualismo nell’uso delle risorse è emerso in tutta la sua forza di agente sociale senza re-gole e senza limiti. La debolezza strutturale, peraltro, ha teso a rafforzare la legittimazione politica e sociale di risposte private (spesso illegali) a problemi collettivi. Ne sono dimostrazione l’abusivismo edilizio, le prassi derogatorie, la difficoltà di darsi e di seguire regole con-divise e di adeguare quelle obsolete alle nuove domande sociali, l’elevato tasso di contenzioso. Ne consegue che la difesa dei beni comuni da distruzione, abbandono, spre-co, ignoranza è avvertita anche da prospettive per molti aspetti differenti, come presupposto essenziale per pro-muovere uno sviluppo sostenibile e durevole. Il piano paesaggistico in Puglia – In Puglia, forse più che altrove, si è però diffusa la consapevolezza delle pro-messe deluse e dei guasti prodotti da una crescita senza progresso e dagli orizzonti precari, fondata sulle politiche delle grandi opere e dell’industrializzazione per poli pro-mosse dall’Intervento straordinario per il Mezzogiorno,
  16. 16. 15 inducendo a interrogarsi sulla possibilità di costruire per-corsi diversi da quelli delineati dai modelli di crescita e modernizzazione di carattere esogeno a lungo inseguiti. La stessa sorpresa suscitata, nel 2005, dall’elezione di Nichi Vendola a presidente della Giunta di una regione mai guidata dalla sinistra, rivela quanto fuorviante possa essere la reductio ad unum delle sfaccettate realtà e dina-miche del Mezzogiorno e in particolare della Puglia. Apre la speranza alla possibilità di non considerare la propria perifericità – fatta di arretratezze, ritardi, inseguimento di irraggiungibili modelli di sviluppo e di vita – come uno stato di fatto, come una condizione irremovibile. Quel che è importante è assumere consapevolezza che anche la pe-riferia è una costruzione sociale, che quindi può essere rimossa e trasformata in altro, purché la consapevolezza dei diversi valori che si celano in queste parti di città e di territori sia fatta propria da chi vi abita. La presa di distanza dal cosiddetto “paradigma emulati-vo”, ossia dall’accettazione del modello di sviluppo domi-nante quale inevitabile itinerario di crescita, è certamente favorita da alcune realtà di fatto: fra tutte, le devastanti conseguenze dell’intreccio di cattivo uso dei beni naturali, delle specifiche rappresentazioni del benessere individua-le e sociale e dei costi sempre più insostenibili dei “mira-coli della crescita”. Non solo nei ristretti circoli dell’acca-demia, ma anche nel dibattito pubblico, si afferma l’idea che nel Sud occorra ripensare lo sviluppo, tutelando le voci che esprimono una critica nei riguardi di alcuni limiti del nostro modo di vivere, così condizionato dalla centra-lità del Nord-Ovest del mondo, e promuovere una solida cultura civica, fondata sulla difesa dei beni comuni. In una regione che comprende ben tre aree dichiarate a elevato rischio di crisi ambientale, Taranto, Brindisi e Manfredonia, il governo è chiamato a una coraggiosa assunzione di responsabilità nei confronti del futuro dei propri territori nel momento in cui «la questione ecolo-gica mette in discussione la razionalità formale, calcola-trice, “individualista”, che sta al cuore della modernità», mostrando i limiti di un modello di sviluppo a lungo rincorso o subito. Alcuni fattori che tante analisi econo-miche meridionaliste individuavano quali indicatori di “ritardo di sviluppo” possono ora essere colti come van-taggi. Alcune parti di territorio considerate inutili, non funzionali, difficilmente accessibili, emarginate dai pro-cessi insediativi di lunga durata, possono diventare de-gne di attenzione proprio perché escluse dai tumultuosi e omologanti cambiamenti indotti dalla modernizzazio-ne accelerata. Le aree escluse dall’industrializzazione per poli o dei distretti, caratterizzate da più deboli ritmi di urbanizzazione, emarginate dall’espansione dell’agri-coltura intensiva e del suo carico inquinante, mostrano oggi paesaggi che affascinano, proprio per la distanza che li separa dalle forme insediative dominanti negli scorsi decenni e che attraggono popolazioni capaci di paesaggi e periferia
  17. 17. 16 apprezzarne i valori e l’elevata qualità della vita che of-frono. La fase attuale è assai delicata: occorre difendere questi paesaggi dalle promesse di qualche immediato ri-storo economico e diffondere la consapevolezza dell’im-portanza del valore della loro esistenza per il benessere collettivo. Per queste ragioni tanti sforzi sono stati dedi-cati dal governo regionale all’elaborazione di un nuovo piano paesaggistico, volto innanzi tutto a far penetrare nella comunità regionale l’idea che il paesaggio è il pa-trimonio (fisico, sociale e culturale) più consistente che sia stato costruito dalle genti che hanno abitato e per-corso il nostro Paese nei tempi lunghi della storia. Un patrimonio che va conservato e valorizzato per accresce-re il benessere collettivo piuttosto che distrutto, com’è accaduto negli ultimi decenni, in nome di un’astratta e illusoria crescita economica di breve termine. Lo sviluppo locale autosostenibile, prospettato dal nuo-vo piano, mira a sottrarre il futuro della comunità re-gionale all’inesorabile destino al quale la condanna il paradigma degli squilibri regionali, con tutto il peso di impronta ecologica e di centralizzazione dei sistemi di comando tecnico, finanziario e politico che esso com-porta nell’era della globalizzazione. L’enfasi è sull’auto-sostenibilità, per mettere in luce quanto consistente sia la ricchezza del patrimonio regionale se si sposta lo sguardo dagli indicatori e sottesi valori economico-fi-nanziari, ai beni comuni, e quante potenzialità di svilup-po siano dischiuse dalla conservazione, valorizzazione e riqualificazione di questi ultimi. Le difficoltà che si frappongono alla realizzazione di tale visione, non sono certo sottovalutate. Si è consapevoli, anche se non è facile, che in una realtà del Mezzogiorno dove povertà e disoccupazione tendono a giustificare il Torre Vecchia, Roma 2011 dominio dell’economia su ogni altro sistema di valori, la distruzione di beni comuni (come il paesaggio, la valuta-zione dei benefici e dei costi sociali) va operata anche in termini di sottrazione di valori non economici, incom-mensurabili e di perdita di ulteriori future opportunità, oggi inimmaginabili. Non è facile indirizzare verso il lungo termine della responsabilità intergenerazionale le prospettive di sviluppo, in un contesto nel quale la crisi economica rende precari gli orizzonti di brevissimo ter-mine di imprese, famiglie, individui e il discorso pub-blico è dominato “dall’incubo del contabile” di Keynes, opportunamente richiamato da Settis per sostenere l’importanza di battere sul terreno dei valori la tendenza a privilegiare l’economia e il denaro su ogni altro valore civile, culturale e sociale. Proprio per queste ragioni, il Piano paesaggistico territoriale regionale (PPTR) attri-buisce cruciale importanza a processi e strumenti per la costruzione sociale del piano e del paesaggio. Ed è per questo che lo scenario strategico, nella sua articolazio-ne in azioni, progetti e politiche, fornisce così ricche in-dicazioni per la creazione di nuove economie e sistemi produttivi a base locale e per l’integrazione fra politiche di tutela del paesaggio e politiche urbane, di sviluppo rurale, di mobilità e trasporto, energetiche, di sostegno alle attività produttive e alla promozione del turismo. È in questo modo che si cerca di re-orientare i grandi e mi-nuti interessi in gioco verso la riqualificazione della città e dei territori, il potenziamento della mobilità dolce, la diffusione di modelli distribuiti e integrati di produzio-ne energetica, la valorizzazione culturale e naturalistica delle aree interne, la multifunzionalità dell’agricoltura. Non si tratta di dare impulso “dall’alto”, in modo un po’ illuministico e un po’ pedagogico, a una nuova prospet-tiva di sviluppo: il nuovo piano paesaggistico intercetta una serie di processi attivati “dal basso”, differenti per origine, motivazione, finalità, che presentano elementi comuni e rafforzano la messa in opera del piano. Sono diversi i luoghi che in Puglia, negli anni recenti, da spazi considerati inutili, non funzionali, difficilmente ac-cessibili ed emarginati stanno trasformando la propria condizione di perifericità grazie alla crescita di consa-pevolezza locale dell’elevato valore del proprio patrimo-nio naturale, culturale e paesaggistico: dall’alta Murgia all’appennino dauno, da piane olivetate a solchi carsici di lame e gravine, zone umide, borghi e centri storici “mi-nori”. Non si tratta di ridistribuire centralità proponen-do saperi e pratiche “tradizionali” a un turismo di massa che, peraltro, forse mai privilegerebbe questi contesti rispetto a quelli offerti dai media e dal marketing territo-
  18. 18. 17 riale. L’inattualità di questi luoghi può essere riaffermata come opportunità, valorizzandola dentro una concezio-ne allargata del concetto di risorsa, che vi includa anche quelle non suscettibili di sfruttamento economico. Un caso interessante in questa prospettiva riguarda l’area rurale dei Paduli, un paesaggio pianeggiante di 5.500 ettari racchiuso tra undici centri urbani del basso Salento, oggi dominato dai grandiosi uliveti che alla fine dell’Ottocento sostituirono il bosco di querce. L’area ha subito un processo di progressiva marginalizzazione anche a seguito degli ispessimenti degli assi viari che la lambiscono e della forte attrattività esercitata dai centri urbani e dalle zone costiere. Dalla scomparsa del bosco alla sua sostituzione con colture prevalentemente arbo-ree, l’area è stata progressivamente “dimenticata”, an-che perché soggetta ad allagamenti e poco adatta all’e-dificazione. L’attività agricola, che aveva svolto per un paio di secoli un ruolo importante nella conservazione del paesaggio e della biodiversità (con la costruzione di muretti a secco per delimitare le proprietà, “pagghiare” per il ricovero degli attrezzi agricoli, canali per l’irriga-zione, masserie per la conduzione dei fondi), di fronte a un’agricoltura sempre più competitiva, ha subito un processo di lento, inesorabile declino. Quegli stessi caratteri naturali, economici e sociali, che sino a un recente passato facevano includere questo ter-ritorio fra le “aree depresse”, lo hanno reso attraente per chi ha provato a immaginare diversi scenari di sviluppo, fondati sulla conoscenza e tutela del patrimonio ambien-tale e culturale. È questo il caso delle attività avviate nel 2003 con il Laboratorio urbano aperto (LUA) nell’area dei Paduli per riannodare, attraverso la partecipazione attiva della comunità locale aperta ad apporti esterni, i fili di un dialogo interrotto fra natura e storia dei luoghi e attribuirvi nuovi significati in relazione alle specifiche qualità ambientali, paesaggistiche, culturali, nella pro-spettiva di uno sviluppo fondato proprio sulla tutela e valorizzazione di tali qualità. Queste attività sono state incluse, nel 2007, fra i progetti Pilota del PPTR: la Re-gione le ha colte quali opportunità per indicare ad altri territori tracce di lavoro mirate a mobilitare le comuni-tà insediate nell’attribuzione di nuovi significati a parti del paesaggio regionale, per contrastarne la marginali-tà e delineare per esse nuovi orizzonti di possibilità. In questo caso, tali orizzonti si fondano sulla salvaguardia ambientale e la promozione di una multifunzionalità in agricoltura che renda le aree rurali produttrici di servizi ambientali, culturali, enogastronomici, ricreativi, ga-rantendo la conservazione della biodiversità del territo-rio e la vitalità socio-economica indispensabile perché le comunità insediate possano prendersene cura.
  19. 19. 18 territorio globale di Edoardo Salzano Che significa per noi “periferia” – Quando parliamo di “periferia” ci riferiamo generalmente a una situazio-ne – a una città o a una sua parte – che giudichiamo o raccontiamo in termini negativi. Mi domando: che cosa rende negativa una situazione periferica? La parola ci suggerirebbe che la negatività deriva dalla distanza dal centro, e forse è questo concetto rigidamente geome-trico che prevale nel pensiero corrente. Ma ragiono da urbanista, quindi ho una visione complessa dello spazio, perché sono realtà complesse sia il territorio in sé sia la città (l’habitat dell’uomo). Mi viene subito in mente che esistono in molte città, europee e non, quartieri fisica-mente distanti dal centro ma bellissimi, dove abitare è gradevole; parti di città dotate di verde, di servizi e spazi comuni e pubblici, ben collegate alle altre aree urbane – quindi anche al centro – da comodi, veloci e frequenti vettori come la bicicletta, il tram e il treno. Le socialde-mocrazie Centro e Nord europee sono state maestre nel progettare, realizzare e far vivere quartieri così. Non è perciò la distanza dal centro che rende la peri-fericità un problema. È invece una situazione fisica di marginalità cui è collegata una situazione economica e sociale di povertà, disagio, carenza e rischio. Quando ragioniamo di periferie in Italia e in Europa, ci riferiamo a un particolare tipo di situazioni urbane, a quartieri realizzati da un’attività urbanistica ed edilizia finalizzata alla mera valorizzazione economica di aree ac-caparrate da spregiudicate società immobiliari. Aree de-stinate a ospitare famiglie e persone espulse dai quartieri centrali, perché dotate di redditi insufficienti ad acquisi-re la proprietà o l’uso delle abitazioni, o richiamate nella città dalla miseria delle campagne. Oppure ci riferiamo a insediamenti realizzati con finalità positive – fornire situazioni abitative di buona qualità a prezzi contenuti, grazie all’intervento pubblico, a determinate categorie di abitanti – ma non completati nelle loro dotazioni essen-ziali – scuole, verde, trasporti ecc. –; oppure a insedia-menti non gestiti con sufficiente attenzione alle esigenze dei destinatari, o ancora abbandonati senza la necessaria manutenzione delle parti comuni e di quelle private. Bufalotta, Roma 2011 In termini più generali possiamo dire che le periferie sono i luoghi dell’habitat dell’uomo in cui gli abitanti soffrono un disagio derivante dall’assenza, più o meno estesa e pronunciata, delle condizioni che rendono la “città” un luogo nel quale abitare è piacevole, comodo e servito di tutto ciò che da una città è possibile ottenere. Se vediamo le periferie alla luce di questa definizione è facile comprendere qual è oggi la nuova dimensione della questione. Ci rendiamo conto che il concetto di “periferia” copre molte più situazioni di quelle che si po-tevano immaginare 30 o 50 anni fa. E ci rendiamo conto delle sue cause. Le periferie nella città globale – Sollevando lo sguardo da una limitata visione eurocentrica, abbiamo imparato che esistono immani “periferie” nei paesi che una volta si chiamavano “sottosviluppati” e poi, in un impeto di buo-ne intenzioni, sono stati definiti “in via di sviluppo”: gli slums, le favelas e le baraccopoli, dove è racchiusa parte consistente, spesso maggioritaria, dei grandi agglomera-ti dei paesi del Sud del mondo. Poi ci siamo accorti che i Sud del mondo erano anche nelle nostre città: il colo-nialismo dei decenni ruggenti dell’espansione capitalisti-ca – che aveva provocato gli slums e le favelas nei paesi dell’Africa, del Sudamerica e dell’Asia – aveva causato un’incontenibile migrazione dal Terzo al Primo mondo; le “coree” e le “borgate” provocate dai conflitti interni dei nostri sistemi urbani si erano diffuse ed estese. Abbiamo compreso che l’habitat dell’uomo non poteva essere valutato prescindendo dal carattere globale che aveva assunto. Appariva sempre più come una realtà composta da tre grandi insiemi, legati tra loro come nel-le società feudali il castello, la residenza del signore, è legata alla casupola o al villaggio dove risiedono i suoi servi, i “servi della gleba”. Un’analisi convincente è quel-la che hanno effettuato studiosi come Saskia Sassen e Mike Davis. Dai loro lavori emergono due condizioni estreme: da un lato “l’infrastruttura globale” – cioè l’in-sieme delle reti tecnologiche, dei luoghi eccellenti, delle attrezzature di livello mondiale che garantiscono la vita
  20. 20. 19 e le attività dei gruppi sociali che detengono il potere –; dall’altro gli slums, i luoghi destinati a ospitare i flussi dei popoli e dei gruppi sociali a cui la miseria ha tolto la possibilità di risiedere nei luoghi d’origine, riducendoli così a mera forza lavoro disponibile, idonei perciò a es-sere utilizzati nei luoghi dove è più opportuno sfruttarne il basso costo. Tra “l’infrastruttura globale” e il “pianeta degli slums”, tra l’insediamento del “signore” e quello del “servo”, si colloca un terzo e intermedio strato sociale – una terza condizione urbana. È costituito da quell’insieme di ceti e gruppi che appartengono alla “cultura dei padroni”, che sono indotti a condividerne l’ideologia e i valori, che aspirano a sedersi al desk dove si decide e, soprattutto, a condividere i livelli di remunerazioni e i benefici conces-si agli abitanti del “primo strato”. Il loro destino oscilla tra il timore di essere gettati tra i poveri da una delle cri-si ricorrenti, e la speranza di essere promossi ottenendo un avanzamento di carriera o vincendo qualche premio alla ruota della fortuna. Di fatto, essi costituiscono per i gruppi dominanti un tessuto sociale di protezione dal-la moltitudine dei deboli e degli sfruttati, e da una loro possibile insorgenza. In relazione agli anni più recenti, quelli della crisi inizia-ta nel 2008, l’aumento generale della povertà – dovuto al crescente dislivello tra redditi alti e redditi bassi, alla riduzione del welfare e alla privatizzazione dei servizi pubblici – tende a spostare verso il basso quote rilevanti dello strato intermedio, o comunque ad accrescere gli elementi di disagio che ne caratterizza l’esistenza. La globalizzazione, insomma, tende ad aumentare il peso della periferia – se a questa diamo il significato propo-sto all’inizio –; le varie parti dell’habitat dell’uomo sono sempre più interconnesse, ma al loro interno aumenta-no le situazioni di disagio. La finanziarizzazione dell’economia e il trionfo della rendita – Nel mondo anglosassone si è coniato il termi-ne gentrification – adoperato per la prima volta in rela-zione alle trasformazioni sociali che avvenivano a Lon-dra negli anni Sessanta – per indicare l’appropriazione, da parte dei proprietari stessi dei terreni, del maggior valore derivante dall’utilizzazione urbana di un’area, provocando così l’aumento dei prezzi d’uso e la conse-guente espulsione degli abitanti verso aree economica-mente più marginali. Questo fenomeno si è intensificato ed esteso negli ultimi decenni. La crescente espansione urbana rende centrali le vecchie periferie, dove il degra-do – fisico e sociale – costituisce l’occasione, o il prete-sto, per operazioni di “riqualificazione”, “risanamento” e “ristrutturazione”. A seguito di tali interventi, le aree “riqualificate” sono trasformate in quartieri dove il mi-glioramento dell’habitat si traduce in prezzi d’acquisto e d’uso più elevati, costringendo gli abitanti originari a spostarsi verso periferie più lontane. Ciò è ampiamente successo in Italia, grazie all’introduzione – negli anni Ot-tanta – di strumenti che consentivano la ristrutturazio-ne urbanistica promossa e gestita da privati senza ade-guati controlli a priori della pubblica amministrazione, anche in deroga agli strumenti ordinari dell’urbanistica. Abbiamo assistito al dilagare dell’edificazione sul ter-ritorio e – soprattutto in Italia – è divampato un feno-meno denominato sprawl che indica, a seconda delle lingue e delle interpretazioni, il consumo di suolo, la diffusione urbana e la città diffusa. Benché, a causa della mancanza di criteri generalizzati di analisi, non ci siano ancora dati inequivocabili, è certo che il motore dello sprawl è costituito da un radicale mutamento della fi-nalità dell’edificazione. Una volta il processo di edificazione era regolato dalla pianificazione urbanistica sulla base di ragionevoli sti-me del fabbisogno di abitazioni e di altri usi antropici del suolo; negli ultimi decenni, invece, l’utilizzazione edilizia del territorio è stata finalizzata alla mera “valo-rizzazione” economica delle proprietà fondiarie: si tratta di un processo correlato alla finanziarizzazione dell’eco-nomia capitalistica. Il sistema economico si è sempre più disancorato dalla produzione di beni reali, si è rivolto invece all’aumento di valore derivante dalle più alte quotazioni raggiunte da un determinato bene – un titolo finanziario o un’area – la città infinita / centri e periferie
  21. 21. 20
  22. 22. 21 nel periodo intercorrente tra il momento dell’acquisto e quello della vendita. Un economista classico direbbe che l’interesse del capitalista dal profitto si è spostato alla rendita. Sulla rendita, sugli effetti che essa esercita sulla città e sul suo ruolo di “produttrice di periferie” occorre soffermarsi. La finanziarizzazione dell’economia aiutò la rendita urbana ad accrescere il suo peso nell’insie-me del sistema economico. L’appropriazione privata di rendite – finanziarie e immobiliari – divenne la compo-nente preponderante dei guadagni ottenuti dai gestori del capitale, intrecciandosi strettamente al profitto. Del resto, il peso del salario poteva essere via via ridotto dall’innovazione tecnologica. Nella medesima fase della nostra storia è avvenuto un altro fenomeno: l’appiattimento della politica sull’eco-nomia. Questo ha consentito ai gestori del capitale di ottenere dagli amministratori un aiuto considerevole, derivante dalla loro possibilità di promuovere o permet-tere la sistematica espansione del territorio. Il valore di scambio delle aree passava dalle utilizzazioni legate alle caratteristiche proprie dei suoli a quella urbana ed edi-lizia. Attraverso le politiche urbane gli amministratori infedeli hanno insomma servito i poteri forti dell’eco-nomia, spalmando su aree sempre più vaste la rendita immobiliare. Le conseguenze sono sotto i nostri occhi. Si è manifesta-ta una grande euforia immobiliare, che ha stimolato la produzione edilizia e alimentato la domanda, determi-nando così un balzo in avanti della valorizzazione del-la rendita. Il cambiamento è stato enorme, non solo in termini quantitativi. È cambiato radicalmente il ruolo della città nei confronti dell’economia. La città è diven-tata sempre di più una macchina, costruita nei secoli e pagata ancora oggi dalla collettività, usata per accre-scere le ricchezze private. La pianificazione urbanistica e territoriale è stata smantellata, poiché considerata un impaccio al libero esplicarsi della legge del massimo sfruttamento delle potenzialità economiche (della ren-dita) del territorio. Il territorio è stato devastato da un consumo di suolo impressionante, risorse essenziali di naturalità sono sta-te sottratte ai cicli vitali della biosfera, le aree malamente rese edificabili sono aumentate a dismisura. Si è forma-ta una nuova periferia con la quale domani bisognerà fare i conti. la città infinita / centri e periferie Veduta del quartiere Corviale, Roma 2010
  23. 23. 22 scrivere A margine del centro - intervista a Eduardo Souto de Moura di Laura Peretti Eduardo Souto de Moura è un architetto portoghese, di-venuto importante e famoso a livello internazionale per la sua straordinaria capacità di inserire armonicamente l’architettura moderna in contesti molto delicati, sia na-turalistici che storici. In totale controtendenza rispetto alla figura dell’architetto archistar e all’architettura grif-fata, sostiene l’anonimato dell’architettura ritenendo sia una qualità essenziale per costruire la città contempora-nea. Riceve nel 2011, a soli 59 anni, il premo Pritziker, massimo riconoscimento alla carriera di un architetto. Con Alvaro Siza – portoghese anch’egli, suo maestro e amico e a sua volta premio Pritziker nel 1992 – Eduardo Souto de Moura ha dato un contributo essenziale alla storia dell’architettura contemporanea nel ripensare l’e-dificio in rapporto al sito e al luogo di appartenenza, mi-surando e calibrando sempre l’intervento architettonico alle preesistenze, «di qualsiasi tipo esse siano, buone o cattive, tutto questo è un materiale con cui dobbiamo confrontarci e al quale dobbiamo rispondere». D: Credo che un tema importante per le nostre perife-rie sia quello del vuoto e delle reti: fra questi due ambi-ti c’è ancora una partita molto aperta. In realtà tra il vuoto e la strada – intesa come generatore di periferia – non esiste ancora un modello innovativo di svilup-po di nuove urbanità. Paesaggio periferico, paesaggio residuale e paesaggio vero e proprio sono sempre su-bordinati a un’idea di città che si è sviluppata in tempi molto diversi da quelli attuali… Secondo il tuo punto di vista, esiste una progettualità differente che si può svi-luppare su questo tema oppure la città storica è sempre il modello di riferimento? R: Per prima cosa non sono un’urbanista, sono un ar-chitetto. So che ci sono teorie diverse su questi temi, ma continuo a credere che il problema delle periferie dipenda ancora da dov’è il centro, perlomeno nelle città occidentali. Possiamo vedere la storia urbana come un processo si-gnificativo: la città romana era organizzata attorno al foro e quella greca attorno all’agorà, ciò che era costruito alla loro periferia era architettura transitoria. Il Medioe-vo consolida la città romana e la chiude dentro mura più spesse: fuori restavano la vita del ceto sociale più povero e nuclei di monasteri e chiese. Lentamente ogni punto periferico della città diventa un centro che in seguito si sviluppa attraverso un’evoluzione radiale, che diviene pienamente cosciente nel Barocco. Nel XIX secolo, le manzanas1 raccolgono e organizzano la vita produttiva di chi viene da fuori città e costruisce una sorta di città nuova: è la periferia che diventa centro, una vera e pro-pria rivoluzione. I problemi divengono seri quando arriva il fenomeno della metropoli con il suo tempo frenetico, i suoi flus-si incontrollati di genti e le grandi speculazioni urbane al seguito. Il suolo inedificato intorno o dentro alla cit-tà acquisisce un valore economico altissimo solo per la sua posizione. Non c’è più controllo e non c’è mai tempo sufficiente: la città avanza, rispondendo più alla specu-lazione economico-edilizia che ai reali bisogni e “l’urbs” non è più riconducibile a un’unità, piuttosto è divenuta un fenomeno che dobbiamo cercare di controllare. Che fare di fronte alla mancanza di controllo? Mi pare evidente, anche se posso sembrare un po’ con-servatore, che la gente preferisce abitare nel centro stori-co piuttosto che nella periferia moderna, perché lì c’è più qualità. Quindi, il problema per noi architetti è quello di trasformare le periferie in “centri storici”, o meglio, or-ganizzare la periferia con la stessa qualità e attenzione che riserviamo al centro. Per parte loro, i politici devono decidere che il palazzo dei congressi non si fa nel centro ma in periferia, attorno diverrà perciò logico costruire una bella piazza, edifici importanti e strutture di servizio, e questo può far sì che la periferia cominci a cambiare… Ciò che mi pare più necessario è capire profondamente le qualità della città storica e riprodurre il meccanismo per trovare queste identità. Riprodurre la città storica non significa copiarne le forme – che sarebbe ridicolo – ma ricercarne l’identità al di là dei formalismi e degli stili. È un problema di gerarchia ma anche di volontà politica e se questo non accade è perché al potere e alla specula-
  24. 24. 23 zione fa molto comodo mantenere un campo aperto che si espande a macchia d’olio, un territorio informe di cui può disporre senza limiti e senza regole troppo restrit-tive. Il nostro compito è quindi di aumentare la qualità delle aree periferiche portandole al pari dei centri stori-ci; non è facile, ma si deve fare questo sforzo economico e politico, e noi architetti dobbiamo dare il meglio delle nostre capacità, perché nessun altro può farlo al nostro posto. Frammenti isolati, che a volte divengono ghetti, pos-sono successivamente divenire città: a New York, per esempio, la parte industriale del porto, prima abbando-nata, è stata adesso trasformata in un centro culturale importante con musei, giardini, hotel ecc. Quelli che un tempo erano frammenti urbani isolati hanno trovato ora un’identità che non avevano mai avuto in preceden-za: la periferia diviene città, appunto. Ciò è ben visibile anche a Città del Messico – una metropoli che è un con-glomerato di piccole città assorbite in un grande organi-smo, città che però hanno conservato la loro identità o che ne hanno acquisita una nuova grazie alla differente dimensione – dove il passaggio dal centro alla periferia è ragionato e graduale. Pensi di stare fuori dalla città e invece arrivi in un altro centro a 20 km dal centro stori-co, l’identità delle parti, che hanno tutto per essere au-tosufficienti, resiste e quindi non hai mai la sensazione di essere in un suburbio o in “qualcosa” che dipende da altro. D: La parola periferia in greco vuol dire “regione” e questo mi pare ponga l’accento sull’identità della ge-ografia, del paesaggio. Se la periferia ha ancora una chance importante è forse quella di caratterizzare brani di territorio ancora aperto con elementi speci-fici, in cui possa riconoscersi e che rispettino l’identità e il carattere dei luoghi. Riguardo a questo tema, che, Le Corbusier, il razionalista moderno per eccellenza, aveva intuito nella nuova città di Chandigarh in India, tu e Siza avete sempre avuto un approccio di grande umiltà e rispetto. Un atteggiamento molto diverso da quello praticato in Italia, dove il “positivo” del costruito è sempre calato sul “negativo” del vuoto da costruire e dove la progettazione è molto più autoreferenziale e non desume le proprie leggi dai luoghi in cui si insedia, non rispettandone i caratteri specifici. R: Credo che questo dipenda da diversi fattori: per pri-ma cosa, noi portoghesi non abbiamo conosciuto il disa-stro della guerra, abbiamo avuto invece una rivoluzione pacifica e, inoltre, abbiamo cominciato dopo gli altri. Facciamo gli stessi errori, ma qualcosa si è fatto anche un po’ meglio, per esempio non abbiamo riproposto di nuovo la periferia come la specializzazione di una sola funzione – i quartieri dormitorio per intenderci. Quando Siza cominciò il progetto di Evora2 subito dopo la rivoluzione – lavorandoci per oltre 25 anni – si pre-occupò di produrre una struttura urbana con un centro storico, un acquedotto, una grande piazza. Le case sono il fabbisogno maggiore da soddisfare, ma l’impianto non viola la topografia e il paesaggio: le case e le strade si adattano alla natura del terreno e raccolgono le pree-sistenze (i mulini, le case coloniche ecc.) ricollocandole in un nuovo testo, una nuova identità appunto. Il punto di partenza è non pensare che la periferia sia una cosa peggiorativa e secondaria e questo è anche e soprattutto un problema culturale. Negli ultimi anni del XX secolo si è capito che non si deve più fare ideologia: non c’è più questo “manicheismo” del buono/cattivo. All’indeboli-mento o al relativismo dell’ideologia, hanno contribu-ito filosofi, architetti, artisti e cineasti, questo viene da un’attenzione alla periferia come a una fonte di nuove proposte. Lavoriamo con quello che c’è: non prendiamo sempre e solo il marmo per fare un edificio o la seta per fare un vestito, ma facciamo lavorare un’arte povera. Questa concezione viene dalla lezione moderna di es-senzialità – riduzione degli elementi che i grandi maestri hanno praticato – e si deve al fatto che sempre più spes-so esiste una cultura periferica alimentata da nuovi fer-menti: il jazz, per esempio, nasce nelle periferie, gli artisti vanno ad abitare fuori dalle città e lentamente i paesi più periferici divengono portatori di nuova modernità. D: In realtà, la periferia è il luogo del futuro. Questo accade perché c’è un’urgenza, una necessità, che spinge non solo i bisogni reali ma anche le nuove visioni del mondo: il bisogno di identità e rappresentazione. R: Giusto, perché la periferia vuole divenire centro. An-che se lo hanno fatto prima gli artisti, noi come archi-tetti abbiamo quasi l’obbligo di partecipare. Continua-re a trasformare la periferia in un centro è, infatti, una sorta di missione culturale alla ricerca di nuova identità, succede spesso però che tutto questo si trasformi in una moda, una tendenza, come è avvenuto a Barcellona. D. C’è una parola molto utilizzata, anzi direi inflazio-nata: “riqualificazione”. A me non piace perché è un concetto molto generico e non si sa se questa strategia conduca realmente da qualche parte, tuttavia periferia e riqualificazione vanno quasi di pari passo. la città infinita / centri e periferie
  25. 25. 24 R: Sono d’accordo. Spesso riqualificare significa “utiliz-zare un disegno superficiale”, un involucro esterno per ricostruire un nuovo aspetto. Non voglio trasferire il linguaggio capitalista tipico della classe dominante sulla periferia; intendo dire che quello che fa la società capi-talista è trasformare il proletario in piccolo borghese, il piccolo borghese in borghese. Il problema è scoprire le qualità della stessa periferia perché lì ci sono altri valori. Mi spiego meglio: non farei mai una chiesa come una cattedrale, diventerebbe subito ridicola… nella riqualifi-cazione questo accade spesso. D: Da ciò che hai detto emerge che il rapporto fra le parti della città è un tema cruciale, perché momenti storici diversi fissano nello spazio urbano reale stili e figure diverse; quindi, alla fine, la città presente è an-che il rapporto che il nostro tempo ha con il passato e il futuro. R: Infatti il problema è che queste periferie – dai paesi nordici, all’Italia, a tutto il Mediterraneo – si sono co-struite secondo lo stile del movimento moderno, che era molto pragmatico, perché la struttura costruttiva a domino era veloce e si pensava ancora che la carta di Atene3 fosse la bibbia. Ci si prefigurava che la città sarebbe stata così: un bloc-co A, un blocco B e in mezzo tre alberi, con la gente sui terrazzi che giocava a box, come nei disegni di Le Corbu-sier; un prototipo anche antropologico che non esisteva veramente e che era piuttosto un’utopia. In seguito si è capito che la città moderna è piena di erro-ri perché ha creato una discontinuità con la città storica. Io difendo l’architettura moderna, ma confesso che la città moderna da sola mi mette un po’ d’ansia! Guarda per esempio Brasilia: c’è solo la periferia e non c’è il centro… La città è costruita come un insieme di mi-crocosmi autosufficienti, senza tensione, perché non c’è un vero centro: o Lucio Costa l’ha ideata troppo estesa o Niemeyer4 l’ha fatta troppo piccola. Penso che questa idea di inventare la città del futuro sia un po’ ridicola, perché in fondo la società è cambiata poco: le case, le istituzioni, i materiali e il sistema costruttivo, ma l’idea stessa di città è quasi sempre la griglia, il centro, più o meno deformato, quasi tutto il repertorio proviene dalla Grecia e da Roma; non c’è quindi molto di più da in-ventare. Va fatto, invece, lo sforzo di scoprire un’altra città e di trasformare l’idea che abbiamo della periferia, non considerandola come una cosa fatta ad arte, ma il suo contrario, scoprendo qualcosa che oggi può essere la fonte da cui sorge un’altra cultura. In questo senso è molto importante quello che ha fatto Jacques Derrida, un filosofo: nell'affermare che la meta-fisica è finita, (e non è una sua scoperta) rafforza questo concetto e lo afferma scrivendo nei margini. E in realtà si rivelano più importanti le note sul tema che il tema stesso, su cui si è dibattuto durante i secoli, cioè le note (glosse) di approssimazione allo studio. Derrida co-struisce questo sistema di frammentare, di scrivere nei margini in Glas – un libro che confesso di non aver letto completamente – dove si percepisce che il tema non è la questione principale ma solo il punto di partenza; dopo, si sviluppa un dialogo sul tema, che è il vero nuovo li- Bufalotta, Roma 2010
  26. 26. 25 bro. È un testo quindi che non prescinde dai precedenti ma li integra e avvolge. Questo concetto è un qualcosa può essere trasferito anche alla città: una buona città è fatta di sommatorie d’identità che stanno insieme, dove la continuità è identità nelle differenze; in fondo è un sistema di convivenza, di sopravvivenza: e da qui, dalla riscrittura, da una cultura del margine, forse si può cer-care di raccontare una nuova città. 1 Quartieri che successivamente si sono sviluppati come isolati urbani; 2 Una zona di ampliamento molto grande, quasi un raddoppio della città storica di Evora in Por-togallo; 3 La Carta di Atene è un documento prodotto a seguito del quarto CIAM (Congresso internazionale di architettura mondiale). Il documento tenta di fissare, in 95 punti, i principi fondamentali della città contempo-ranea ed è riconosciuta come un documento fondativo del Movimento Moderno e della sua visione dell’Urba-nistica; 4 Brasiliano, Oscar Niemeyer è uno dei più noti ar-chitetti a livello internazionale. Ha lavorato con l’urbanista Lucio Costa alla progettazione e realizzazione di Brasilia.
  27. 27. 26 dalla borgata alla nebulosa di Giovanni Caudo La periferia, intesa come condizione geografica, punto distante da un centro, non può più essere l’argomento dal quale partire. Il corpo della città, fatto di lamiere, baracche, sentieri sterrati e marrane, era più sempli-ce da spiegare guardandolo dal centro: ci restituiva una geografia degli opposti, che per questo era di per sé chiara. C’era il fronte della città che avanzava per frammenti ed eruzioni, ferite che si aprivano nel suo-lo di una campagna romana ancora integra. Negli anni Cinquanta c’erano i tuguri e le coree, la cui inconsisten-za fisica è stata riscattata dalle storie neorealiste che ne hanno consolidato l’immagine, tanto che ancora oggi si possono attraversare e guardare. Così Pasolini poteva invitare il turista o il cittadino borghese a prendere un autobus per spostarsi dal centro verso i margini della città. Poi, le borgate abusive: lottizzate da imprendito-ri “mascherati” dietro nomi di società che vendevano i lotti da edificare incassando il plusvalore e lasciando agli sventurati il compito di effettuare l’abuso: «Sorto il Paese, è nato con esso il problema umano di rendere la vita possibile agli abitanti della nuova borgata. Il Co-mune è sollecitato da ogni parte all’esecuzione di tutte le opere necessarie che mancano completamente: non esistono né strade, né fogne, né luce, né scuole, niente […]». Sono almeno novecentomila i vani ormai ex abu-sivi dove ancora oggi il comune insegue le sollecitazioni degli abitanti che ora, riuniti in consorzi per l’attuazione delle opere di urbanizzazione, sono diventati operatori e protagonisti nella costruzione della città. L’emergenza abitativa e le lotte per il caro affitti diede-ro avvio a Roma, alla fine degli anni Sessanta, alla rea-lizzazione del più grande piano di edilizia economica e popolare (PEEP) del Paese,(tre volte quello della città di Milano). Complessivamente erano previsti alloggi per una popolazione pari a quella dell’allora Regione Um-bria: 711.909 stanze su 5.200 ettari, ridotte a 674 mila dal Ministero in fase di approvazione. Tra il 1965 e il 1987 (anni d’oro per l’edilizia pubblica a Roma) furo-no realizzati 452.436 vani in 83 diversi interventi, dal più piccolo, poco più di venti vani, al più grande di ol-tre 37 mila vani. Il secondo PEEP fu approvato nell’a-prile del 1985, dopo che del primo era ormai scaduta anche la proroga di due anni sui diciotto della durata regolamentare prevista. Di dimensioni più ridotte, cir-ca 2.400 ettari per 200 mila stanze, il secondo PEEP si differenzia dal primo soprattutto per la filosofia proget-tuale: non più grandi interventi edilizi caratterizzati da una forte impronta modernista nelle soluzioni architet-toniche, bensì modelli morfologici e tipologici più vicini alla città tradizionale. Nello stesso tempo però, il nuovo piano si fa carico di dotare di servizi le parti di città, per lo più abusive, che costituivano la periferia romana. Per questo motivo la localizzazione dei nuovi quartieri è adiacente agli insediamenti abusivi e i servizi previ-sti dal piano risultano sovradimensionati rispetto agli abitanti insediati, in modo da compensarne la carenza nelle borgate adiacenti. La città pubblica e le borgate, queste sono state e per molti sono ancora la periferia romana. Ma bisogna te-nere in conto che oggi il fronte della città si è spezzato, che non esiste più come limite fisico esterno che avan-za verso la campagna: oggi l’attraversa dall’interno, evidenziandone il groviglio di frammenti in cui essa è esplosa. Il fronte si insinua nelle discontinuità di questa geografia interrotta, confondendo i concetti di centro e di periferia. La periferia è allora anche al centro, ad esempio a Roma lungo il Tevere, o negli edifici abban-donati, nei terrains vagues, negli interstizi e in tutti quei luoghi che ci restituiscono la porosità della città e nei quali nuove opportunità e spazi di vita per migranti si possono determinare. La periferia è nella compres-sione diffusa delle forme dell’abitare, determinata da un mercato immobiliare sempre più squilibrato cui corrispondono esperienze di resistenza creativa, gene-ralmente assenti nelle rappresentazioni comuni. La pe-riferia è infine iscritta sul corpo dei soggetti che abitano la dimensione urbana, nei termini di una condizione di rischio generalizzato. È così che traiettorie differenti hanno consolidato il corpo dell’ultima città.
  28. 28. la città infinita / centri e periferie 27 Ma a questa periferia se ne è aggiunta una di diver-sa consistenza. La città di Roma è oggi il centro di un territorio/città che ormai travalica non solo il confine comunale e provinciale ma, in alcune direttrici, anche quello regionale. Si sta componendo una nuova figura del territorio romano, alimentata dagli spostamenti re-sidenziali, dai flussi pendolari, e dalle “infrastrutture” tipiche dei territori dell’urbanizzazione diffusa. Tra il 2003 e il 2010 gli incrementi di popolazione dei comuni, uguali o superiori al 5%, disegnano un territorio vasto attorno alla città di Roma che interessa quasi tut-ti i comuni della provincia e che tracima non solo nelle altre province, ma anche verso i comuni di altre regioni, ad esempio quelli della provincia di Terni. Guardando nella sua complessità questo insieme di relazioni demo-grafiche emerge un insediamento territoriale piuttosto significativo, la “nebulosa residenziale romana”, che si colloca tra la città di Roma e le altre provincie. Se si guardano i dati sul pendolarismo, si trovano strette re-lazioni di dipendenza con le aree di Terni e de L’Aquila, che vanno ben oltre le relazioni tradizionali con i comu-ni contermini al polo romano. Uno degli indicatori più significativi è quello dei trasferimenti di residenza. Nel periodo 2003-2010 il totale degli emigrati dal comune di Roma verso quelli della provincia ammonta a 162 mila persone. I flussi in uscita si orientano in prevalenza verso Fiumicino, Guidonia, Pomezia, Anzio, Cerveteri, Ladispoli, Monterotondo, ma nella graduatoria dei pri-mi trenta comuni compaiono anche alcuni comuni che si collocano su direttrici meno tradizionali. Sono i co-muni di Fiano Romano, Anguillara Sabazia, Bracciano, San Cesareo, Riano, Capena, Labico, Rignano Falminio che segnalano come ormai il processo di diffusione re-sidenziale in uscita da Roma interessi la cintura dei co-muni esterna a quella tradizionale dei Castelli e dell’area costiera. Sono i comuni nella direttrice verso Orte, verso Bracciano e quelli verso San Cesareo, che definiscono le nuove direttrici di espansione residenziale dell’area ro-mana. La rilevanza che hanno i fenomeni di diffusione territoriale è testimoniata dalla presenza nella classifica dei primi cento comuni italiani per crescita demografi-ca di ben undici comuni della provincia di Roma, con Fiano Romano e Capena che sono tra i primi venti, con percentuali di crescita annua nel periodo 2006-2009 superiori al 20%. La strutturazione della nebulosa residenziale romana è al momento affidata alla casualità delle scelte dei singoli attori, della popolazione che si sposta o delle imprese che si localizzano dove è possibile; procede, in breve, in assenza di politiche consapevoli ed è affidata allo “spontaneismo del territorio” e dei singoli. Una moda-lità di formazione che rischia di produrre inefficienze, costi aggiuntivi e squilibri che peseranno sulle possibi-lità di sviluppo del nostro territorio e dei suoi abitan-ti. Ma ancora prima di queste considerazioni, come si abitano oggi questi territori? A quale idea di utenti me-tropolitani si riferisce (o propone) l’offerta dei servizi che danno corpo a queste centralità del commercio e dell’entertainment? A quali elementi simbolici ricorre la comunicazione di questi servizi per svolgere un ruolo di surrogato di quelli “veri”, tradizionalmente indivi-duati con il centro storico? Siamo sicuri che questi con-tenitori sono solo luoghi di destinazione per il consumo o assolvono in modo non previsto a funzioni di servizio, anche di tipo sociale? La “periferia” oggi ha la consistenza delle luci, dei mar-mi e dei timpani di un Outlet unico, in molti casi, luogo “centrale” in quella nebulosa di case che è abitata anche dagli espulsi da Roma. E se poi in uno di questi luoghi ci trovi un festival di musica che si chiama Urban mu-sic dove si esibiscono delle band del territorio, il ribal-tamento di significato, come di quello di luogo, è tanto profondo che rischia di passare inosservato.
  29. 29. 28 spazio pubblico e periferia di Paola Di Biagi Leggere le periferie – «Lebbra», «immensa malattia», «flora parassitaria», «immondezzaio», «pattumiera della città», «sordida anticamera», «inondazione», «oceano», «patchwork», «foresta»: con queste e altre metafore ur-banisti e architetti, tra i quali Le Corbusier, Tafuri e Porto-ghesi, hanno nominato la periferia fin dai primi decenni e lungo tutto il secolo scorso, dichiarando così i propri timori per un suo incontrollato allargamento e rivelando anche in questo modo un imbarazzo verso quella città che in parte contribuiranno a costruire. Le difficoltà nel definire in modo diretto e preciso il mul-tiforme spazio periferico hanno portato a descriverlo non solo attraverso metafore, ma anche a indicarlo per negazione: la periferia non è più campagna ma non è ancora città; o a parlarne come di un luogo dell’assenza: di storia, di regole, di significato, di qualità, di identità; o come di un luogo della perdita: qui la città perde l’arti-colazione degli spazi aperti e del suolo, perde lo storico rapporto tra tipo edilizio e forma urbana, la coerenza dei tessuti, la chiarezza del passaggio tra funzioni e regole di-verse, perde il suo limite e la sua forma. In queste descri-zioni la periferia risulta una “linea d’ombra”, qualcosa che sta al di là, della ferrovia, del fiume, dell’autostrada; una “soffitta” dove, a partire dallo sviluppo della città moderna, si è depositato in modo confuso ciò che la città ha via via scartato ed espulso; un “magazzino” di progetti e idee che si sono accostate senza mai consolidarsi per di-venire pervasive; un “posto di frontiera” tra città e cam-pagna, senza radici ma nemmeno prospettive. Cosicché lo stesso termine “periferia”, con la densità di significati negativi che ha accumulato su di sé e sulla “città nuova”, è trasformato in aggettivo per indicare una condizione più che rappresentare un luogo fisico. La periferia è dive-nuta un punto di vista. Sguardi esclusivamente critici sulle periferie hanno pro-dotto nel tempo uno strato opaco di pre-giudizi vaghi e ridotti, uno strato che ha impedito non solo di vederne e leggerne con attenzione i diversificati caratteri e le poten-zialità ma anche di alimentare le aspirazioni al cambia-mento di consistenti parti della città (e della società) con-temporanea. «La periferia è la città del nostro tempo» ci ricorda Giancarlo De Carlo; una semplice affermazione che dovrebbe farci «pensare alla costruzione del proget-to in aree periferiche in maniera subordinata alla com-prensione del funzionamento di queste parti di città» e suggerirci quanto sia importante «imparare a “leggere” le periferie». Imparare a leggere il “palinsesto” periferico significa an-che svolgere e stratificare operazioni diverse e puntuali; la descrizione dello spazio fisico non può prescindere dall’a-scolto dello spazio sociale e nemmeno dalla rilettura del-lo spazio delle idee. Descrivere, ascoltare e rileggere aiuta a esplorare la superficie dello spazio periferico e a elabo-rarne una più profonda conoscenza, necessaria premessa alla sua trasformazione. Evitando di schiacciare un piano di lettura sull’altro, diventa più facile riconoscere i diversi processi che han-no portato alla formazione di consistenti parti urbane e distinguere storie differenti. Quando al contrario i piani sono stati confusi, l’accelerazione di giudizi critici sullo spazio fisico e sociale della periferia che ne è derivata si è deduttivamente riflessa anche su quei programmi di ricerca che hanno indirettamente contribuito a dare forma a quello stesso spazio; riflessi che hanno prodot-to una sorta di delegittimazione di idee significative per la definizione della modernità nelle nostre aree discipli-nari, una modernità che ha inseguito un fondamentale obiettivo: il diffuso miglioramento delle condizioni di abitabilità delle città europee. Tra i diversi e stratificati segni che compongono lo spazio urbano contemporaneo, quelli lasciati nella città nuova, in espansione da idee di città e di spazio abitabile elabo-rate e sperimentate nel Novecento – seppure resi opachi da cattive interpretazioni – appaiono ancora oggi densi di significati da rileggere e reinterpretare anche attraverso il progetto. Periferia e città pubblica – Pazienti letture aiutano a ve-dere uno spazio periferico composito, articolato da mor-fologie fisiche e sociali differenti, da luoghi con diverse

Il Calendario è una rivista di cultura fondata nel 1945. Questo numero (il 757) tratta delle periferie: non solo urbane ma anche mentali, sociali ed economiche. Questo numero comprende l'articolo di Barbara Meo-Evoli: "Venezuela, 3 milioni di case in sei anni", un'intervista al ministro per la Trasformazione rivoluzionaria di Caracas, Francisco “Farruco” Sesto. L’obiettivo della “Missione Casa” descritta nell'articolo è quella di costruire migliaia di abitazioni per le classi disagiate e ristrutturare i quartieri popolari venezuelani. Con il 50 per cento della popolazione che vive in case precarie costruite dagli stessi abitanti, il Venezuela ha molta strada da percorrere per permettere una vita dignitosa a tutti i suoi cittadini. Con questo chiaro obiettivo il governo socialista di Hugo Chávez ha creato nel 2011 un piano nazionale di edilizia popolare con lo slogan: “Missione Abitazione: il diritto di vivere davvero”.

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