La lotta di classe dopo la lotta di classe - Luciano Gallino

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La lotta di classe dopo la lotta di classe - Luciano Gallino

  1. 1. Gallino, L. (2012), La lotta di classe dopo la lotta di classe, Roma-Bari: Laterza. La disamina delle diverse forme di rappresentanza e lotta sindacale, attuate ed implementate dai lavoratori nei diversi contesti occupazionali, necessita di un’analisi dell’oggetto propulsore sottostante alla determinazione delle stesse unità sindacali: la classe sociale. Inoltre, al fine di attualizzare la trattazione, sarà altresì opportuno focalizzare l’attenzione sulle trasformazioni che, soprattutto nell’ambito della società contemporanea, hanno stravolto, ampliandolo, il concetto di “gruppo sociale”, determinandone tuttavia un’irreversibile metamorfosi che, seppur connotandosi come innovativa, in alcuni casi non ha condotto a risultati ugualmente rivoluzionari. Si registra una tendenza, diffusa soprattutto tra manager e leader politici, a considerare superata ed obsoleta la canonica identificazione degli operai - ossia dei lavoratori dipendenti generalmente intesi - come classe sociale, retaggio, questo, del periodo della rivoluzione industriale (Gallino, 2012). Appare indispensabile interrogarsi sull’effettivo perdurare dell’esistenza delle classi sociali - in relazione alle quali sono state analizzate e descritte le società sin dalla metà dell’Ottocento - alla luce dei mutamenti verificatisi e delle caratteristiche progressivamente affermatesi nel contesto sociale contemporaneo. Taluni sostengono la scomparsa delle classi sociali in virtù della constatazione dell’assenza di manifestazioni di massa che possano attribuirsi ad uno specifico aggregato di individui. Analogamente, sarebbe lecito affermare che non esistono più partiti caratterizzantesi per un peso elettorale sostenuto e che, in quanto a statuto e programma, si rifacciano chiaramente all’idea di classe sociale. Tale concezione sostiene, rafforzandola, la tesi dell’ormai sfumato concetto di classe sociale e delle relative forme di lotta sindacale. Allo stesso tempo, una classe sociale non esiste e sussiste solo in quanto capace di innescare azioni collettive - espressioni di un conflitto - o perché stendardo di un partito. Una classe sociale ha ragion d’essere a prescindere dalle formazioni politiche che ne attestano l’esistenza, nonché dalla percezione e dalla concezione che gli individui hanno di essa: «far parte di una classe sociale significa 1
  2. 2. appartenere, volenti o nolenti, ad una comunità di destino, e subire tutte le conseguenze di tale appartenenza» (Gallino, 2012, p. 4). Inoltre, al fine di definire in maniera completa ed esaustiva il concetto di classe, occorre includere in esso anche la possibilità per chi vi appartiene di poter intervenire nella determinazione del proprio percorso di vita, avendo la facoltà di modificarne la direzione assunta in origine. La tesi dell’avvenuta perdita di pregnanza del costrutto sociale in analisi viene altresì surrogata dall’attivarsi di un processo di omologazione dei consumi e dello stile di vita della classe operaia e delle classi medie, pur permanendo la classica distinzione tra consumo di massa concreto e tangibile e fattori riferibili ai processi lavorativi quali: qualità del lavoro, possibilità di crescita professionale, probabilità di ascesa dal punto di vista della carriera. In tale ottica, dunque, le differenze di classe continuano a esistere e persistere. Questione altresì spinosa è quella della sempre progressiva evaporazione dei confini circoscriventi le classi e che sanciscono l’appartenenza di un soggetto ad uno piuttosto che ad un altro aggregato sociale. Il confine tra classe operaia - lavoratrice e classe media appare talora sfumato. È possibile definire la classe operaia o lavoratrice come «l’insieme degli individui che con la loro forza lavoro, erogata alle dipendenze di qualcuno, assicurano la produzione delle merci e del capitale, mentre rientrano nella classe media coloro che assicurano la circolazione delle une (ad esempio con il trasporto e il commercio) e dell’altro (ad esempio con il credito)» (Gallino, 2012, p. 7). Quelle che in passato venivano classificate come piccola e media borghesia, per differenziarla rispetto all’alta borghesia costituita da imprenditori, redditieri, proprietari terrieri e alti dirigenti aziendali e della pubblica amministrazione. L’epoca contemporanea si caratterizza per il mancato avvio di un processo di sviluppo e formazione di una o più classi che si connotino per alto grado di determinazione oggettiva e per capacità di agire come soggetto autonomo e indipendente ai fini di una modifica del proprio destino. Facendo riferimento ad una distinzione di marxiana memoria, è possibile affermare che, pertanto, manca il passaggio dalla classe in sé alla classe per sé, ponendo in questa evoluzione «il passaggio della classe dallo stato di mera categoria oggettiva allo stato di soggetto consapevole e quindi capace di intraprendere un’azione politica unitaria» (Gallino, 2012, p. 8). 2
  3. 3. In quest’ottica, il concetto di “lotta di classe” assume nuove sfumature di significato e può riferirsi a due situazioni tra loro opposte. Coloro che non hanno raggiunto un alto grado di soddisfazione nei riguardi del proprio percorso di vita e delle vicende che ne scandiscono le tappe principali vedono nella mobilitazione uno strumento atto a raggiungere un possibile miglioramento dell’originaria condizione esistenziale, mediante l’attuazione di processi di collaborazione collettiva tra individui che condividono lo stesso destino. Coloro che invece sono soddisfatti della direzione assunta dal proprio destino, si impegnano a difenderla e preservarla nel timore che questa possa essere invertita - e quindi compromessa - da variabili di contesto difformemente prevedibili. La lotta di classe si configura altresì come strumento multiforme e dalle molteplici valenze, pur essendo diretta, nella maggior parte dei casi, alla difesa e al miglioramento della posizione sociale dell’individuo che decide di attuarla. Il concetto in analisi si caratterizza per aspetti sia concreti e visibili, sia astratti e subliminali. Ingloba componenti economiche: il reddito, la ricchezza, il capitale; componenti politiche: le leggi, la possibilità di intervenire nella loro determinazione, le norme che regolano la vita sociale generalmente intesa. La “lotta” può anche essere “culturale” quando, ad esempio, i soggetti intendono evidenziare i meriti attribuibili alla posizione sociale occupata, descrivendo negativamente la posizione sociale di altri. Al fine di analizzare le caratteristiche proprie della lotta di classe nella sua accezione contemporanea, occorre far riferimento a un preciso periodo storico durante il quale si è attivato un peculiare processo di mobilitazione che le ha conferito le caratteristiche tuttora riscontrabili. A partire dal 1980, ha avuto inizio in molti paesi, tra i quali Stati Uniti, Regno Unito, Francia, Italia, Germania, un fenomeno da molti definito come “contro-rivoluzione”. Tale processo si riferisce alla mobilitazione ad opera delle classi dominanti che, appunto, hanno avviato una lotta di classe dall’alto, finalizzata al recupero del potere progressivamente perso, attraverso l’implementazione di specifiche e mirate strategie: contenimento dei salari reali; reintroduzione di condizioni di lavoro più rigide nelle fabbriche e negli uffici; incremento della quota dei profitti sul Pil in precedenza erosa dagli aumenti salariali, dagli investimenti, dalle imposte del periodo compreso tra la fine della Seconda Guerra Mondiale e gli anni Ottanta. 3
  4. 4. Si è pertanto verificata un’inversione di tendenza in termini di direzione assunta dalla lotta di classe stessa: questa, prima condotta dal basso ai fini di un miglioramento delle condizioni del soggetto agente, viene soppiantata da una lotta innescata dall’alto per recuperare i privilegi, i profitti e il potere. In definitiva, è possibile affermare che la caratteristica principale della lotta di classe nel contesto contemporaneo è collocabile nel fatto che «la classe di quelli che da diversi punti di vista sono da considerare i vincitori [...] sta conducendo una tenace lotta di classe contro la classe dei perdenti» (Gallino, 2012, p. 12). Tale forma di lotta vede come protagoniste le classi dominanti dei diversi paesi, costituite da proprietari di grandi patrimoni, top manager, politici di primo piano, grandi proprietari terrieri. Nell’ambito italiano, la proprietà immobiliare, sostituendo quella del latifondo, rappresenta una componente di peso della classe dominante, definibile come “classe capitalistica transnazionale” e non dissimile, in quanto a composizione, da quella che dominava il settore economico americano, tedesco o inglese agli inizi del Novecento. Tale classe dominante globale, presente in tutti i paesi del mondo, seppur in modo differenziato in quanto a dimensioni e peso, ha come principale obiettivo quello di contenere o contrastare lo sviluppo delle classi medie e operaie, al fine di evitare che esse possano intaccare il suo potere decisionale nei riguardi del capitale, in termini di: scelta delle merci da produrre, determinazione dei prezzi, selezione dei mezzi di produzione, nel caso di un’impresa industriale; modalità di creazione del denaro per mezzo del denaro, nel caso di una società finanziaria. In tale processo, si colloca una serie di strumenti strategici e operativi atti a condurre un’efficace lotta di classe: la circolazione dei top manager da un’impresa all’altra, i convegni, i sistemi di comunicazione, gli strumenti di elaborazione ideologica (Gallino, 2012). Diversi sono i modi in cui la lotta di classe viene condotta a livello globale. Le leggi, ad esempio, costituiscono un efficace canale atto a rafforzare la posizione e preservare gli interessi della classe dominante, nonché contrastare l’eventuale emergere e la possibile pretesa di riconoscimento dei diritti da parte della classe media e operaia. Ed ancora, l’espulsione dalla terra dei contadini, ritenuti improduttivi ed incapaci di applicare le moderne tecnologie al settore agricolo, soprattutto nei contesti africano, americano e asiatico, rappresenta un’altra forma di lotta di classe nella misura in cui le 4
  5. 5. grandi corporations, specializzate nella produzione di alimenti e nel loro commercio, acquistano o affittano enormi superfici per cifre irrisorie. Inoltre, quella che mira ad attaccare i sindacati si configura come una particolare forma di lotta di classe, da tempo registrabile anche nel contesto italiano. Nel trentennio del dopoguerra, i sindacati hanno influito in modo significativo nel processo di modifica della distribuzione dei redditi a favore dei lavoratori dipendenti e di estensione dei diritti dei lavoratori. Per tali ragioni, i governi di centro-destra, e anche di centro-sinistra, hanno attaccato i sindacati in Europa a partire dagli anni Ottanta, cercando di indebolire il loro potere e la loro rappresentatività. In ambito europeo, come conseguenza del persistere di tale condizione, si registra una progressiva diminuzione delle iscrizioni ai sindacati, soprattutto nell’industria e nei servizi. In Italia è stata attuata una campagna contro i sindacati ad opera di gruppi politici di centro-destra che tendono a definirli come retrogradi ed obsoleti, non più adatti ai modelli industriali ed ai servizi moderni. Un pesante attacco legislativo al sindacato è stato implementato mediante un articolo inserito nel decreto sulla manovra economica risalente al settembre 2011, con il quale si perviene ad uno svuotamento dei contratti nazionali collettivi di lavoro ed alla vanificazione dello Statuto dei Lavoratori del 1970, per il fatto che qualsiasi disposizione legislativa può essere derogata se il sindacato più rappresentativo a livello territoriale si accorda con l’azienda (Gallino, 2012). In virtù dell’insegnamento marxiano, occorre considerare la funzione legittimante dell’ideologia, intesa come stile di pensiero, come modo di conoscere e di affrontare la realtà e di interpretarla, caratteristici di una classe sociale o di un’epoca. Il ruolo assunto dal fattore ideologico è senza dubbio primario, pur nella sua non esclusività d’influenza legata al potenziale di condizionamento proprio di altri fattori, quale, ad esempio, la competitività. Questa è interpretabile sia come lotta della classe dominante contro i lavoratori, sia come fattore che concorre ad alimentare diverse forme di conflitto interno alle classi. Le imprese occidentali, spostando le attività di produzione in paesi nell’ambito dei quali il costo del lavoro risulta minimo, al fine di accrescere il rendimento derivante dai capitali e i profitti, nonché per poter vendere i prodotti nei paesi d’origine a prezzi 5
  6. 6. contenuti, hanno estromesso dal mercato la concorrenza costituita dalle aziende che non hanno optato per le delocalizzazioni. Inoltre, un atteggiamento eccessivamente competitivo determina un’opposizione tra coloro che, ad esempio, provenendo da contesti di povertà e degrado, sono disposti ad accettare retribuzioni irrisorie, e coloro che, in seguito all’assunzione della tipologia di lavoratori in questione, perdono il lavoro. In particolare, uno degli effetti più vistosi derivanti dall’implementazione di pratiche di delocalizzazione da parte delle aziende, nonché dall’assunzione di un atteggiamento competitivo come lotta di classe, è collocabile nel progressivo diffondersi - nei sistemi economici avanzati - di condizioni di lavoro e di modalità produttive tipiche dell’economia informale. Processo, questo, definito come “meridionalizzazione” o “terzomondizzazione” del Nord. A partire dai primi anni Ottanta, alcuni sociologi hanno iniziato a sostenere secondo cui le classi sociali sono state interessate da un processo di perdita di rilevanza in relazione all’inesistenza - nel contesto sociale contemporaneo - di «un ambito di disuguaglianza sovraordinato ad altri a cui riportare le disuguaglianze specifiche tra gruppi» (Gallino, 2012, p. 149). Tale constatazione trova conferma nel progressivo decremento di rilevanza sociale del lavoro generalmente inteso, fenomeno che, tuttavia, intacca principalmente i lavoratori dei paesi sviluppati dell’Europa occidentale, dove, accanto al lavoro dipendente tradizionale, si sono sviluppate nuove tipologie lavorative come, ad esempio, il volontariato e numerose forme di lavoro flessibile. È quindi opportuno focalizzarsi sulle diverse declinazioni assunte dalla pratica lavorativa nel contesto contemporaneo in termini di proliferazione di forme di lavoro atipico e/o flessibile. Con l’espressione “economia informale” ci si riferisce «all’attività economica svolta al di fuori di qualsiasi legge che regoli le attività produttive, in assenza di diritti e di protezione sociale, in condizioni fisiche o ambientali spesso mediocri o pessime» (Gallino, 2012, p. 65). Nello specifico, l’aggettivo “informale”, riferendosi a situazioni in cui non esiste o è carente un quadro giuridico finalizzato alla determinazione dei confini entro i quali è applicabile la definizione di “occupato”, si discosta da “irregolare” che, di contro, si attribuisce a contesti produttivi nell’ambito dei quali il tale quadro esiste, ma il lavoro viene svolto al di fuori di esso. 6
  7. 7. Occorre precisare che l’Organizzazione internazionale del lavoro (Ilo) colloca all’interno dell’economia informale - in riferimento all’Europa ed agli Stati Uniti - anche il lavoro atipico e quindi regolato da contratti di differente tipologia rispetto a quelli tradizionali a tempo indeterminato, a causa della progressiva evaporazione di diritti e protezione per il lavoratore. In quest’ottica, la delocalizzazione ha contribuito notevolmente alla proliferazione di forme di occupazione informale, congiuntamente alla nascita di una nuova classe di lavoratori globali. In essa si collocano quei lavoratori che sono recentemente entrati alle dipendenze delle imprese transnazionali e nazionali sorte sia nei paesi emergenti sia in quelli già industrializzati. La determinazione della classe in analisi ha caratterizzato il fenomeno della globalizzazione fin dalla sua fase aurorale, nei primi anni Ottanta. All’interno del gruppo sociale in analisi, si registra altresì un’ulteriore partizione interna che ha dato origine a evidenti disuguaglianze tra gli stessi lavoratori globali. Nello specifico, ci si riferisce alla discrasia esistente tra lavoratori a bassa qualificazione e quelli specializzati, con qualificazione elevata e altamente professionale. Tali divisioni interne sono riscontrabili anche nell’ambito dei paesi sviluppati, in virtù del fatto che anche in essi sono presenti i nuovi salariati. Configurandosi come tramite e veicolo del processo di trasformazione della classe in sé in classe per sé, i sindacati, avendo subito un depotenziamento della canonica funzione di baluardo della classe operaia, appaiono fortemente indeboliti sia in ambito europeo sia in quello nazionale. La crisi dei sindacati, parallelamente alla perdita di pregnanza che ha interessato la rappresentanza sindacale, si connota come estesa e globale (Gallino, 2012). Nello specifico, il fattore che in maniera predominante ha favorito l’innescarsi del processo di erosione del sindacato generalmente inteso è collocabile nel potente attacco di cui esso è stato oggetto da parte di governi conservatori a partire dagli ultimi anni Settanta. A ciò, deve necessariamente aggiungersi la progressiva contrazione dei settori manifatturiero e minerario, roccaforti del movimento sindacale. Tale affermazione trova conferma nella diminuzione della quota degli iscritti che, tuttavia, nel caso italiano non appare essere particolarmente significativa, pur essendosi attestato un disincremento di circa un quarto dei soggetti attivi in appena quindici anni: gli iscritti in attività (esclusi quindi i pensionati, gli autonomi e i disoccupati) erano il 44% nel 1995, e solo il 33% nel 2009. Di 7
  8. 8. conseguenza, a una diminuzione del numero degli iscritti corrisponde una minor forza contrattuale. Un altro fattore di indebolimento è costituito dagli effetti derivanti dal sistema economico mondiale - quasi integralmente capitalistico - in termini di incapacità di produzione di posti di lavoro atti ad assicurare un’occupazione a tutti coloro che ne fanno richiesta: si è attestata una situazione di eccedenza della forza lavoro rispetto all’utilizzo che le imprese riescono a farne. Siffatto scenario determina una radicale debolezza del sindacato (Gallino, 2012). Nel contesto contemporaneo, i soggetti in cerca di occupazione, pur di trovare o conservare un posto di lavoro, son disposti a rinunciare alla protezione sindacale ed ai connessi diritti lavorativi, costringendo il sindacato ad operare in un contesto di concreta difficoltà strutturale, connotato, appunto, da una sovrabbondanza di forza lavoro. È necessario riconoscere che i sindacati non si sono dimostrati particolarmente solerti nell’implementare strategie operative finalizzate alla riduzione dei conflitti interni alla classe dei lavoratori globali. Nello specifico, ci si riferisce alla mancanza di interventi proattivi diretti a far aumentare i salari e incrementare i diritti nei paesi emergenti, così da impedire che gli stessi bassi salari e scarsi diritti potessero essere adoperati come fattore di giustificazione del progressivo peggioramento delle retribuzioni e dell’erosione dei diritti dei lavoratori verificatisi anche nei paesi sviluppati. Va tuttavia ricordato che, soprattutto nei settori dell’industria mineraria, del tessile e dell’abbigliamento, alcuni sindacati americani e italiani hanno ottenuto migliori condizioni lavorative per le sussidiarie di imprese americane operanti in India. Pertanto, pur esistendo una confederazione europea dei sindacati, ed anche una mondiale, tuttavia la presenza delle forze sindacali dei paesi sviluppati come attori capaci di promuovere interventi a favore dei lavoratori dei paesi emergenti, in termini di richiesta di un miglioramento delle condizioni lavorative, è stata discontinua ed evanescente. Congiuntamente al depotenziamento della capacità d’intervento dei sindacati, nell’ambito della situazione socio-politica contemporanea, si registra un progressivo indebolimento della funzione di rappresentanza degli interessi dei lavoratori storicamente attribuita ai partiti. 8
  9. 9. A partire dal 2008, la Confederazione internazionale dei Sindacati - che annovera 150 milioni di aderenti compresi gli iscritti a Cgil, Cisl e Uil - promuove la Giornata Mondiale del lavoro dignitoso, espressione coniata dall’Organizzazione internazionale del lavoro per indicare l’attività lavorativa che assicura a chi la svolge alcune specifiche sicurezze: un salario sufficiente, tutele sindacali, possibilità di sviluppo professionale. In linea con tale definizione, è opportuno analizzare la relazione intercorrente tra le nuove forme di lavoro atipico, il concetto di flessibilità e quello di dignità. Nello specifico, il lavoro flessibile si configura come conseguenza della flessibilità del movimento del capitale connesse alla fase attuale della finanziarizzazione e della smaterializzazione della moneta. A fronte dell’estrema flessibilità del capitale, è necessario che il lavoro si adegui ai ritmi propri della produzione capitalistica. In quest’ottica, le occupazioni atipiche costituiscono uno strumento atto a conseguire un alto grado di flessibilità del lavoro come espressione della necessità della repentina circolazione del capitale e di creazione di impieghi, appunto, flessibili. Il lavoro a tempo indeterminato implica cavillose procedure burocratiche di licenziamento e, più in generale, probabili conflitti sindacali e sociali. Al contrario, il moltiplicarsi di contratti di breve durata, sebbene regolari, e di attività lavorative svolte solo su chiamata, determina il superamento del problema, conferendo al datore di lavoro maggiore potere decisionale e discrezionale. Nel conteso italiano, a partire dagli anni Novanta, i governi si sono attivamente adoperati nell’introdurre numerose tipologie di lavori flessibili con i relativi contratti atipici: ci si riferisce al cosiddetto “pacchetto Treu”, la legge che, congiuntamente ad altri provvedimenti, e risalente al 1997, ha introdotto il lavoro in affitto; ed al decreto attuativo della legge 30, del settembre 2003, che, combinandosi con le leggi precedenti, ha condotto ad oltre 45 il numero di contratti atipici. Pertanto, l’intera scena del mondo del lavoro è stata stravolta a partire dalle fondamenta, con lo scopo precipuo di rendere i movimenti del lavoro il più possibile somiglianti a quelli propri del capitale in circolazione a livello globale. In quest’ottica, per la maggior parte dei lavoratori il concetto di “flessibilità” assume connotazioni prettamente negative, essendo automaticamente associato a contratti di breve durata, con la connessa idea di un reddito incerto e dell’impossibilità 9
  10. 10. di costituirsi un percorso professionale: la caratteristica che accomuna la maggior parte dei lavoratori flessibili è costituita dal loro essere precari. Una delle conseguenze scaturenti dall’assunzione da parte della pratica lavorativa della proprietà in analisi, appunto quella della flessibilità, è collocabile nella dissoluzione dei legami sociali e delle relazioni tra lavoratori che, in situazioni di stabilità e omogeneità, rendono la catena produttiva più solida e meno vulnerabile a eventuali attacchi esterni o interni. Infatti, quando in un’azienda si trovano a lavorare gli stessi soggetti per un periodo di tempo piuttosto lungo, turnover fisiologico a parte, è molto più probabile che questi sviluppino forme di cooperazione e di mutuo soccorso, scoprano di avere interessi comuni, maturino un alto grado di coesione sociale, potenzialità, queste, quasi del tutto assenti in ambiti lavorativi frammentati, segmentati e caratterizzati da un continuo mutamento dei dipendenti in essi operanti. Pertanto, le occupazioni flessibili concorrono oltremodo alla frammentazione delle classi lavoratrici e delle loro forme associative, nonché al presentarsi di una duplice condizione per i lavoratori: di impossibilità di ascesa nella scala occupazionale, da un lato, e di rischio di discesa nella piramide sociale, dall’altro. Infine, risulta utile, ai fini dell’analisi delle conseguenze sociali della precarietà lavorativa qui condotta, considerare un altro elemento di criticità: il trasferimento della proprietà “precario” anche ad altre sfere della vita degli individui. In particolare, con tale affermazione, si intende evidenziare l’influenza che le disuguaglianze proprie del contesto lavorativo risultano avere rispetto ad altre forme di ineguaglianza: il tipo di lavoro svolto, alla luce del sistema strutturale occupazionale stabilitosi, determina sempre maggiormente il delinearsi delle prospettive future degli individui. AUGUSTO COCORULLO - UNIVERSITÀ DEGLI STUDI DI NAPOLI “FEDERICO II” - DIPARTIMENTO DI SCIENZE SOCIALI - DOTTORATO DI RICERCA IN SCIENZE SOCIALI E STATISTICHE - XXIX CICLO 10

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