Licia troisi la ragazza drago 02 l'albero di idhunn
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    Licia troisi la ragazza drago 02 l'albero di idhunn Licia troisi la ragazza drago 02 l'albero di idhunn Document Transcript

    • LICIA TROISI La ragazza dragoII – Lalbero di Idhunn 2009
    • A mia zia Adele,che ha dato linfa e consistenza allemie fantasie
    • Prologo LAlbero del Mondo gemeva. Eltanin ne udiva il lamen-to straziante. Lo percepiva nella carne, prima ancora chenelle orecchie, e se ne sentiva dilaniato. Perché lui era an-cora una creatura di Draconia e uno dei Guardiani dellAl-bero del Mondo, e niente avrebbe potuto fargli dimenticarele sue origini. Nemmeno il tradimento che aveva compiuto.Nemmeno la lunga notte trascorsa, durante la quale avevalottato contro i suoi simili, i draghi, al fianco delle viverne. Avevano combattuto tutta la notte e il giorno seguente.Si erano scontrati a ogni angolo di strada, gli incendi aveva-no divorato case e cadaveri, e lui non si era risparmiato.Aveva affondato gli artigli nella carne dei fratelli, avevasoppresso ogni pietà e aveva guidato i suoi contro i vecchiamici. Ma per quanto si battessero con coraggio, per quantosi accanissero sul nemico incuranti delle ferite, le vivernenon erano riuscite a prevalere. Al tramonto risultava eviden-te che la sortita non era andata a buon fine. Avevano inflittoterribili perdite al nemico, ma la città era ancora saldamen-te in mano ai draghi. Ed era stato allora che Eltanin avevaspiegato a Nidhoggr come sferrare lultimo attacco, quellodecisivo.
    • «LAlbero del Mondo sta al centro di unarea scoperta,una specie di tempio» aveva detto al suo nuovo signore.«Oltre ai Guardiani, che comunque saranno impegnati acombattere, cè una barriera che lo protegge. Si può oltre-passare spalmandosi di linfa, ma brucerà.» La linfa dellAlbero del Mondo… Laveva consegnata aNidhoggr. Il signore delle viverne aveva ghignato con ferocia. «Èun dolore che sopporterò con piacere.» Ed ecco, laveva fatto. Nidhoggr era andato fino allAl-bero del Mondo, e ora lo stava distruggendo. Eltanin si voltò, corse verso larena obbedendo a unistinto primordiale; era pur stato un Guardiano per moltianni. Nidhoggr era là, le squame fumanti per il contatto conla linfa. Le sue zanne scavavano la terra e ne estraevano leradici dellAlbero del Mondo, tranciandole, divorandole. Lalinfa si spandeva a terra come sangue, lucente e preziosa,mentre lAlbero era scosso da orrendi singulti, gli ultimispasmi di un essere agonizzante. Eltanin percepì lorrore di quanto stava accadendo,sentì il cuore tremare e le zampe implorarlo di accorrere, disalvare quel che restava dellAlbero. Le foglie in cima allachioma già cominciavano ad appassire, stingendo in ungiallo malato e cadendo al suolo. Ma si controllò. "È quello che hai voluto, quello che hai scelto. Sapeviche doveva accadere. Hai scelto le viverne perché credi nel-
    • le loro ragioni, e perché loro credono in te. Allora guarda,guarda e gioisci. Fa tutto parte del piano." I Draghi della Guardia accorsero. Alcuni feriti, le ar-mature sporche di sangue nero – sangue di viverna – o ros-so, il loro stesso sangue. Thuban, Rastaban, lorrore negliocchi. Nidhoggr rideva, le zanne grondanti linfa vitale dellAl-bero del Mondo. Ruggì al cielo, un ruggito di trionfo. «Cosafarete, adesso, eh? Cosa farete adesso che lAlbero è morto?È solo questione di tempo, e le viverne torneranno a domi-nare la Terra. Il tempo dei draghi è finito!» Spalancò le ali, nere, immense, e spiccò il volo con unsolo, possente battito. «Ritirata!» urlò trionfante. «Torneremo» ripetè poi,guardando verso il basso. «Torneremo e saremo decine dimigliaia. E allora Draconia sarà solo un pallido ricordo.» Volò via, seguito da uno stormo di viverne. Eltanin loseguì con i suoi. Era ancora stordito, incapace di credereche limpossibile fosse davvero accaduto. LAlbero del Mon-do era morto. Gettò un ultimo sguardo verso terra, là dovelAlbero si dissanguava lentamente, le foglie che cadevano auna a una, la corteccia che avvizziva. Non riusciva più nep-pure a vedere i frutti. Ma lei, lei la vide. Assieme ai Guar-diani, in ginocchio sullerba rorida di linfa, disperata. Dovette percepire il suo sguardo, perché girò la testa elo fissò. Eltanin non scorse né odio né rimprovero in quellosguardo. Cera piuttosto dolore, e una supplica. In un istante
    • gli sembrò di capire: labisso in cui era scivolato, labominiodi cui si era reso partecipe, la follia che laveva dominato inquei mesi che aveva trascorso inebriato di sangue e potere.Ma più di tutto, lannientò il pensiero che lesse in quellosguardo: "Quello che hai fatto può essere perdonato, perchétu sei e sempre resterai uno di noi. " Eltanin dovette chiudere gli occhi e soffocare con forzail desiderio cocente di tornare indietro, di abbandonare tuttoe cancellare ciò che era stato. Ma aveva fatto una scelta,una scelta da cui non cera ritorno, e lAlbero morente, lànellarena, lo dimostrava fin troppo chiaramente. Si volse e seguì i suoi nuovi compagni. No, non cera ri-torno possibile.
    • 1 Vita da Clown La platea del circo era gremita. Dentro il grande tendonea strisce blu e gialle ogni ordine di file era occupato: fami-glie, soprattutto, e tanti bambini che mangiavano popcorn alburro e zucchero filato. Lodore dolce riempiva la pista. So-fia guardò il pubblico da dietro le quinte, attraverso un sottilespiraglio. Si sentiva la faccia immobilizzata dalla biacca cheMartina aveva steso senza risparmiarsi. Quando si era guar-data allo specchio, aveva stentato a riconoscersi. Per altro,
    • nonostante il largo sorriso disegnato con il rossetto, avevaunespressione tristissima. Si alzò sollevandosi i pantaloni con le mani: di un bluelettrico, larghissimi, la vita circondata da un ampio cerchiodi plastica, erano tenuti su da un paio di bretelle rosse e bian-che. Le scarpe erano di almeno due misure più grandi dellasua, e soprattutto lunghissime. Ci incespicava a ogni passo. «È proprio necessario?» chiese in un ultimo impeto diribellione. «Sì» fu la spietata risposta di Martina. Sofia sentì una mano poggiarsi sulla sua spalla.«Pronta?» Era Lidja, nello splendore dellabito di scena: un body divelluto viola e un tutù di impalpabile chiffon. Si era appenaesibita nel suo numero di acrobazia con i drappi, ed era stataperfetta, come al solito. Il pubblico si era spellato le mani da-gli applausi. «No» fu onesta Sofia. «Neppure un po.» Lidja assunse unespressione seria. «Quanto la failunga… Entri in scena, porti le torte e te ne vai. Fine. Rapidoe indolore.» «Niente è indolore quando a farlo sono io.» Lamica le diede un buffetto. «Piantala adesso. Fallo ebasta. E comunque sarai bravissima.» Uno scroscio di applausi costrinse Sofia a guardare dinuovo fuori. Minimo, il banditore nano, era entrato in pista.E questo significava che tra poco sarebbe toccato a lei.
    • "Ma perché sono dovuta venire qua?" si chiese con di-sperazione, ed era almeno la centesima volta che si ponevaquella domanda da quando aveva messo piede al circo. «E ora, il duo CicoByo!» annunciò Minimo. Carlo e Martina, in arte Cico e Byo, le passarono accan-to. Martina le fece locchiolino. «In gamba, okay?» le sussurrò. Era linizio del numero, e Sofia sentì che la testa le gira-va. Guardò i clown: Martina si esibiva come giocoliere con ibirilli, ma quando li lanciava a Carlo, lui non ne prendevaneppure uno. Ogni volta che un birillo gli finiva sul petto, loguardava perplesso cadere a terra, e i bambini ridevano comepazzi. Sofia distolse lo sguardo. Ripassò mentalmente la suaparte. Prima di tutto doveva afferrare il carrello con le torte,poi doveva raggiungere il centro della pista spingendolo finoa Carlo e Martina. Alla fine doveva voltarsi e andare via.Cinque passi in tutto. Non era difficile. "Cinque passi, molliil carrello e vai. Fine." Vide Martina e Carlo girati verso di lei, in attesa che ar-rivasse, e il pubblico in silenzio. Deglutì. "Okay, vado!" Si spinse attraverso le quinte. Qualche ragazzo fece untimido applauso, ma la maggior parte del pubblico rimase aguardarla muta. Lei immaginò come la vedevano: un tristis-simo clown che camminava e basta, niente di molto diverten-te. Fece un passo. Due passi. Avanzare con quelle scarpe era
    • difficilissimo. Erano lunghe come quelle di Pippo, forse an-che di più, e si piegavano ogni volta che alzava il piede daterra. E quando lo riappoggiava, sollevavano nubi di segatu-ra. "Stai andando alla grande, Sofia" si disse. "Tra pocosarà finita." Tre passi. "Rapido e indolore. Hai visto? È facile." Quattro pas… E lì accadde. Al quarto passo i suoi pie-doni si allacciarono tra loro, sbilanciandola e facendola cade-re in avanti. Fu come in un film dellorrore. Il tempo rallentò, e Sofiaebbe modo di sentire che il suo sederone finiva allinsù, men-tre la sua faccia affondava nelle torte. Vi fu un gigantescoSPLAT… Poi solo silenzio. Un attimo che durò uneternità.Dopodiché qualcuno del pubblico cominciò a ridere, e la ri-sata contagiò gli altri come una scintilla in un bosco si tra-sforma in un incendio, mentre Sofia rischiava di soffocare inuna torta alla panna grande quanto lei. Finalmente sentì che qualcuno lafferrava per i pantalonie la tirava su a forza. Tra panna e frammenti di pan di spagnache le colavano sugli occhi, riuscì a distinguere la faccettafurba di Martina. Cercò di dire qualcosa, ma un frammentodi torta le andò di traverso, e cominciò a tossire. Il pubblicopensò a un nuovo sketch e si sganasciò dal ridere. Sofia scappò via tossendo, a tutta la velocità che le scar-pe le permettevano, seguita da applausi e risa sempre più for-
    • ti. Attraversò le quinte a testa bassa, sfuggendo alle facce deicompagni del circo che la guardavano sorridendo. Colse unpaio di: «Cavoli, hai davvero la stoffa!» e «È stato un suc-cessone!». Si infilò nel camerino, sbatté la porta alle sue spalle e siaccasciò davanti allo specchio. Era finita. Se Dio voleva, erafinita. Intravide il riflesso della propria faccia, e si trovò piùtriste e ridicola che mai. Aveva unenorme voglia di piange-re, ma si trattenne. Perché qualche mese prima aveva giuratoa se stessa che avrebbe smesso di essere debole, di farsi mal-trattare da tutti. E allora fu la rabbia ad avere la meglio: ver-so Lidja, verso Alma, che del circo era proprietaria, e versotutte le persone che ci lavoravano. Ma soprattutto verso ilprofessore, che un bel giorno aveva preso armi e bagagli e senera andato, mollandola lì in mezzo a sconosciuti. E lei nonaveva alcuna intenzione di perdonarlo.
    • 2 Come fù che Sofia si ritrovò al circo Allinizio Sofia aveva pensato che si trattasse di una pu-nizione per la sua incapacità. In fin dei conti, da quel primoscontro con Nidhoggr, nove mesi prima, non era riuscita acombinare niente di buono. Certo, avevano trovato il primofrutto – uno dei cinque oggetti magici che avrebbero potutoridare vita allAlbero del Mondo – ma si trattava, appunto,solo del primo. Ne rimanevano ancora quattro da ritrovare, edel secondo non cera traccia.
    • Era questo il compito di Lidja e Sofia, che erano Draco-niane e ospitavano ciascuna lo spirito di uno dei Draghi dellaGuardia, che in passato avevano avuto lincarico di protegge-re lAlbero. Per quanto si fossero sforzate, però, fino a quelmomento non cera stato nulla da fare. Dove fosse il fruttorestava un mistero. Il professor Schlafen del resto laveva detto subito. Gliocchialetti tondi sul naso affilato, il volto serio incorniciatodalla corta barba candida, e quella sua aria irresistibile dagentleman dellOttocento, aveva sentenziato: «Abbiamo vin-to una battaglia, ma la guerra purtroppo è ancora aperta. Cisono due cose da fare immediatamente: trovare un altro Dor-miente e cercare un nuovo frutto.» Eh sì, perché di Draconiani in giro ce nerano ancora tre,e ciascuno di loro al momento era con ogni probabilità unDormiente, una persona qualsiasi ignara di ospitare in senolo spirito di un drago. Trovare gli altri tre e metterli al cor-rente della situazione era compito del professore, ma solo Li-dja e Sofia potevano recuperare i frutti dellAlbero del Mon-do. Solo loro erano in grado di percepirne la presenza. Ed entrambe si erano messe al lavoro, subito, anche seSofia aveva solo voglia di ponderare con tranquillità quantoera successo in quelle ultime settimane. Sì, era una Draco-niana – addirittura il capo dei Draconiani, ma a questo prefe-riva non pensare – e aveva un compito da svolgere. Ma ave-va anche quattordici anni, non aveva diritto a un po di pace?
    • In ogni caso, si era data da fare. Ore e ore passate vicinoalla Gemma, la reliquia dellAlbero del Mondo, per sfruttarneal meglio i poteri; e poi allenamenti e studio sui libri della bi-blioteca del professore. Tutto inutile. La situazione si era sbloccata quando Lidja aveva decisodi fare un ultimo viaggio con il suo circo, prima di abbando-narlo definitivamente e andare a vivere con il professorSchlafen e Sofia. Era un passo inevitabile: dovevano aiutarsilun laltra nella ricerca dei frutti, e stare fisicamente vicineera il modo migliore per farlo. Benevento sarebbe stata lameta di quellultimo viaggio assieme alla sua gente. In quei mesi il professore aveva lavorato alacrementeper cercare di identificare un altro Draconiano, ma limpresasi era dimostrata più complessa del previsto. «Per trovare te ho impiegato molti anni, lo sai» diceva aSofia. «È normale che sia complicato.» «Ma Lidja lhai trovata abbastanza facilmente…» «È stato un caso fortunato.» Sofia invidiava il professore. Contrariamente a lei, sem-brava animato da una fiducia illimitata nelle proprie capacitàe nella propria missione. Fiducia per altro ben riposta, vistoche una sera si era presentato a cena tutto sorridente. «Credo di essere sulla buona strada per la nostra ricercadel terzo Draconiano.» Sofia era rimasta con il cucchiaio fermo a mezzaria. «Ma è fantastico!»
    • «Vedi, se ti impegni i risultati alla fine arrivano» avevareplicato Schlafen compiaciuto. Poi aveva sorbito tranquillamente la sua zuppa di porci-ni. Li avevano raccolti Thomas e Sofia nel pomeriggio. Sofianon usciva molto: del resto Nidhoggr e i suoi scagnozzi pote-vano sempre essere nei paraggi. Ogni tanto, però, andava apasseggiare nel bosco con Thomas, il maggiordomo del pro-fessore che, come il suo padrone, sembrava uscito da un qua-dro dellOttocento, con quella pelata corredata di folti baset-toni dordinanza. Tuttavia, a dispetto dellaria severa e com-passata, era una persona gioviale e socievole, e aveva frater-nizzato molto con Sofia, a cui piaceva andare in giro per iboschi assieme a lui. «Ebbene?» aveva chiesto la ragazzina al professore. «Credo sia in Ungheria.» Un universo di immagini si era aperto in lei. Un viaggioallestero! A Budapest! Le guance le si erano fatte rosse perleccitazione. «E quando partiamo?» Il professore era apparso sorpreso. «Pensavo di partirelunedì prossimo.» Davanti ai suoi occhi luccicanti, si erasentito in dovere di aggiungere: «Io. Io partirò.» Sofia aveva sentito le spalle abbassarsi di colpo. Comesarebbe "partirò"? «Mi stai dicendo che io non vengo?» «Be… no, in effetti no.» «E perché?» «Preferisco che tu resti assieme a Lidja.»
    • «Ma anche Lidja parte!» Nei secondi di silenzio che erano seguiti, Sofia avevaavuto tutto il tempo di comprendere lamara verità. Sarebbepartita anche lei, ma con il circo, non verso Budapest e lemeraviglie dellEst Europa. «Voi due dovete stare assieme» aveva insistito il profes-sore. «Innanzitutto perché in caso di attacco nemico potretedifendervi meglio, e poi perché dovete collaborare per la ri-cerca del frutto. Sofia, è assolutamente indispensabile trovar-lo il prima possibile.» «Ma io qui sono al sicuro! Voglio dire, cè la barrieradella Gemma che ci protegge, meglio di così… E comunquesono diventata più forte, e…» Il professore laveva interrotta sollevando una mano.«Ognuno ha il suo compito. Io devo cercare i tuoi simili, tudevi trovare i frutti.» «È una punizione? E perché non trovo il secondofrutto?» Il professore si era intenerito. «Ma no, assolutamente!Come può venirti in mente una cosa simile? Ti ho già spie-gato…» «E allora non capisco. Prof, questa è casa mia, qui cisono la Gemma e il frutto di Rastaban, perché devo andarecon il circo in un posto che non conosco? Poi tra qualchegiorno è Natale, e io volevo passarlo qua, assieme a te.»
    • «Ci sarà Lidja con te, e la gente del circo. Sarà diverten-te, vedrai. Non posso rimandare il viaggio, Sofia, è tassativoche parta il prima possibile.» «Sì, ma lì sarò davvero senza protezione» aveva obietta-to lei alla fine. Ecco, contro quello non cera scusa che reg-gesse. Invece lui aveva sorriso. «Ti sbagli.» E per il momentonon aveva voluto aggiungere altro. Lindomani, quando Lidja era venuta a trovarli, il pro-fessore aveva raggiunto le due ragazze in biblioteca. Avevaposato sul tavolo due ciondoli, uno verde e uno rosa. Sem-bravano pendagli qualsiasi, di quelli che si vendono alle fiereper pochi euro; erano assicurati a un paio di laccetti di cuoiostretti da semplici nodi, e avevano tutta lapparenza di duepietre dure di forma irregolare. «Cosa sono?» aveva chiesto Sofia. «Due talismani. Li ha fatti Thomas. Abbiamo letto inantichi tomi come realizzarli. Non avete idea di quanti tenta-tivi siano andati a vuoto prima di riuscire a costruire questi.Abbiamo infuso in ciascuno una goccia della Gemma, cri-stallizzata attraverso un processo lungo e complesso. Tenete-li sempre nascosti sotto i vestiti. Se un Assoggettato o unodei tirapiedi di Nidhoggr li vedesse, potrebbe riconoscervi.Vi proteggeranno fuori da qui; sono in grado di annullarecompletamente la vostra aura di Draconiane. Quando li in-dosserete, sarete ragazze qualsiasi.»
    • Sofia aveva contemplato a lungo il suo ciondolo, stu-pendosi di non sentirne provenire alcuna magia; non percepi-va il senso di benessere e tranquillità che in genere la Gem-ma le comunicava. «Sembra proprio una qualunque pietra.» «Già, non è fantastico?» Il professore era eccitato comeun bambino. «Funziona anche quando usiamo i nostri poteri?» avevachiesto Lidja. «Soltanto se praticate magie di basso livello. Ad esem-pio, vi copre completamente quando si tratta di cercare ilfrutto, che sarà lunica attività che vi terrà impegnate a Bene-vento.» Solo a udire quel nome, Sofia aveva sentito i brividiscenderle giù per la schiena. Domani. Lindomani sarebbepartita. Aveva passato la notte quasi insonne. La valigia era giàpronta sul letto. Laveva preparata assieme a Thomas. Daitempi dellorfanotrofio, il suo guardaroba si era molto arric-chito, ma aveva pensato lo stesso di portare solo tute, ma-glioni e jeans. «Lei è una ragazza così carina… Perché non porta an-che uno di questi vestiti?» aveva suggerito Thomas, indican-do alcuni degli abiti che Sofia amava di più. Cera anchequello che il professore le aveva regalato per il suo com-pleanno, una settimana prima. Che regalo meraviglioso sa-rebbe stato poter andare in Ungheria con lui! Non era maistata allestero. E invece le toccava andare a… Benevento.
    • Sofia aveva sospirato. «Non penso proprio che avrò oc-casione di metterlo. Vado in un circo, non a una serata digala.» Thomas aveva ugualmente tirato fuori labito dallarma-dio. «Non si sa mai. E comunque, fossi in lei, non sottovalu-terei Benevento.» Sofia aveva scrollato le spalle. «Non ne ho mai sentitoparlare. Voglio dire, tutti si vantano di aver visitato cittàcome Firenze, Venezia, ma nessuno dice mai: "Sono stato aBenevento, è fantastica!"» «E invece è un posto… magico. Lo sa che secondo laleggenda tutte le streghe del mondo si riunivano lì?» avevareplicato Thomas, sorridendo. «E cè persino una chiesa de-dicata a Santa Sofia.» «Comunque ci vado con il circo, non penso che avròtempo per fare la turista.» «Il tempo per girare un po una città nuova si trova sem-pre» aveva obiettato il maggiordomo. Poi, con gesti sicuri,aveva piegato perfettamente il vestito e lo aveva messo invaligia. Alma era venuta a prenderla lindomani. Sofia sapevache era lei a guidare il circo, e che era lunica parente di Lid-ja ancora in vita. Era una sua lontana zia, o qualcosa del ge-nere: non aveva mai capito chiaramente il grado di parentela,ma di certo tra loro esisteva un rapporto molto profondo. Erastata lei a discutere del futuro di Lidja con il professore.
    • Era una vecchia rinsecchita, ma dallaria gioviale e fur-ba. La pelle cotta dal sole, aveva lunghi capelli bianchi striatidi grigio, decorati da treccine, monete e amuleti vari. Indos-sava un corpetto nero di velluto, stretto su una camicia rossaa maniche larghe, e una gonna di un verde brillante. Avevaun paio di denti doro che esibiva di continuo, perché sorride-va spesso, un sorriso aperto e sincero, e fumava senza sosta. Quella prima volta, Sofia era rimasta stupita: si era im-maginata che tutte le signore di una certa età dovessero esse-re sobrie e vestite di nero, come le vecchiette che ogni tantovenivano a portare i vestiti usati allorfanotrofio. «Sai, lei è ancora piuttosto legata alle nostre origini. Piùdi me» aveva spiegato Lidja. «Perché, di dove siete?» «Siamo rom, zingari.» Sofia non ci aveva mai pensato, eppure era abbastanzaovvio che lo fosse. Però non assomigliava per nulla agli zin-gari di cui aveva sentito parlare. Non le sembrava possibileche Lidja o Alma andassero in giro a rubare o a rapire i bam-bini. Forse quelle storie non erano poi così vere. Sofia teneva la valigia con due mani. Si sentiva un pocome quando il professore era andato a prenderla allorfano-trofio per adottarla. Solo che quel giorno lasciava una vitamonotona e grama per andare in un posto favoloso dove fi-nalmente avrebbe trovato una famiglia. Adesso, invece, la-sciava un posto fantastico dove cera la persona cui voleva
    • più bene al mondo per andare in un luogo strano di cui sape-va ben poco. Aveva salutato il professore baciandolo sulle guance.Lui laveva abbracciata con forza. «Vedrai che ti piacerà. Eda Budapest ti porterò qualcosa» le aveva sussurrato in unorecchio. Poi Sofia si era avviata verso Alma, che lattendeva conla solita sigaretta in bocca e Lidja al fianco. «Benvenuta tra noi» laveva salutata mostrando i dentidoro. Lei aveva sospirato, ma non aveva detto nulla. Il suo viaggio con il circo era iniziato lì, ed era finito unmese dopo a faccia in giù in una torta gigante.
    • 3 Incubi e icontri Doveva essere il tramonto. Intorno a lei tutto era di unviola cupo. Anche il cielo era della stessa sfumatura, comese qualcuno avesse passato una mano di vernice ovunque,uniformando i colori. Tuttavia, nonostante non fosse buio, Sofia non riuscivaa scorgere nessun particolare di quel paesaggio. Sì, sentivache cerano dei palazzi, e in qualche modo li vedeva, masenza individuarli bene. Ai suoi occhi erano anonimi paral-
    • lelepipedi allineati uno di fianco allaltro come tessere di undomino gigantesco. I suoi passi risuonavano sul selciato. Un rumore seccoe distinto che si ripeteva in mille echi nello spazio circostan-te. "Rumore di zoccoli" si trovò a pensare. Lei però indos-sava il solito paio di scarpe da ginnastica, quelle azzurreche le piacevano tanto. Mentre avanzava, cercava di cogliere qualche dettagliodi quel paesaggio surreale, ma non ci riusciva. Poi avvertì qualcosa sotto i piedi. Una sorda vibrazioneche le salì su per la schiena, fino alle orecchie, dove si tra-dusse in una specie di cupo brontolio. Lo riconosceva, ma non sapeva definirlo. Sapeva solodi aver paura, una paura folle. "Sta arrivando!" pensò con angoscia. La strada parve muoversi. Lo sentì sotto le scarpe daginnastica, prima di riuscire a distinguere il movimento si-nuoso dellimpiantito, il contorcersi lento di qualcosa sottodi lei. La strada si innalzò, come scossa da onde, prima lenta-mente, poi in modo sempre più convulso. Sofia cadde a terra, ma quando le sue mani incontraro-no il suolo, non sentì sotto le palme la ruvida consistenzadellasfalto, piuttosto toccò delle squame, fredde e viscide. Si guardò intorno con orrore: la strada semplicementenon cera più. Al suo posto, limmenso corpo di una specie di
    • serpente che si contorceva furioso. Dovette aggrapparsi condisperazione alle squame per non cadere. Urlò, ma la suabocca non aveva voce. Due tagli rossi si aprirono nei fianchi dellenorme ser-pe, e pian piano ne emersero gigantesche ali membranose.Artigli lunghi e affilati si aggrapparono agli anonimi palaz-zi, producendo uno stridio insopportabile. Poi il mostro si girò, e prima ancora di vederlo Sofiaseppe chi era. Laveva saputo fin dal primo momento in cuisi era ritrovata in quel luogo assurdo, fin dalla prima vibra-zione sotto i suoi piedi. Lui. Leterno nemico, il traditore, ilmale: Nidhoggr. La sua testa era immensa, imponente, i suoi occhi rossiaccesi di una crudeltà senza pari, da cui si sentì annientata.Percepì grosse lacrime di terrore scenderle lungo le guance,e pensò che lunica salvezza era la fuga. Ma dove andare?Dove scappare? Non cera altro che lui, ovunque. «E così è sempre stato» disse una voce terribile, rim-bombante. «E se davvero sei tanto folle da credere di essereriuscito a sfuggirmi solo perché hai vinto una misera batta-glia, ti sbagli di grosso. Io e te siamo legati per leternità, elo sai. Io e te siamo destinati a questo, e presto ci incontre-remo di nuovo.» La sua bocca si aprì, le sue fauci erano rosse di sanguee il calore del suo fiato era insostenibile. Sofia provò ancora a gridare, inutilmente, perché quel-la bocca gigantesca si chiuse su di lei, mentre zanne affilate
    • come coltelli schioccavano sulle sue ossa. Solo allora unurlo, inumano e terribile, proruppe dalla sua gola. Sofia si tirò su di scatto e recuperò tutte le percezioni.Sentì improvvisamente freddo, avvertì il pigiama incollato alcorpo. Intorno a lei, una penombra diffusa. Mattina. Vide lecoperte, il tubo al neon sul soffitto, le tendine tirate vicino alfinestrino, lambiente rassicurante della roulotte dove vivevada quasi un mese. E Lidja. «Tutto a posto?» Lamica sembrava preoccupata. Sofia si prese un po di tempo per rispondere. «Sì, pensodi sì. È stato solo un incubo.» «Ti ho sentito urlare, e allora…» Scese una cortina di imbarazzo. Sofia era ancora arrabbiata. Cercava accuratamente dinon ricordare la figuraccia della sera prima, e quello che neera seguito. Non riusciva a crederci: Lidja era entrata tutta sorridentenel camerino e le aveva persino fatto i complimenti. Ma percosa? Per leleganza del tuffo nella torta? Ah, ma gliele aveva cantate, eccome. Forse anche trop-po. In ogni caso, ora non aveva voglia di fare la pace, e Lid-ja sembrava irritata anche più di lei. «Muoviti, zia Alma ha preparato lhalvava.»
    • Sofia si lavò in quattro e quattrotto. Si faceva colazionetutti insieme nella pista del circo, attorno a una tavolata chemontavano la mattina, a pranzo e a cena. La cosa in sé non ledispiaceva: durante i pasti tirava sempre unaria spensierata,e poi quella gente era davvero simpatica. Cera Marcus, il do-matore, un omaccione grande e grosso che sembrava uscitoda uno di quei manifesti storici del circo. Sarebbe stato per-fetto come banditore. E invece si dedicava a Orsola, lelefan-te, con il quale Sofia si era resa protagonista di unaltra stori-ca figuraccia il giorno in cui aveva conosciuto Lidja. Il pro-fessore aveva insistito perché facesse una foto con lelefante,e lei, come al solito, aveva trovato il modo di rendersi ridico-la, finendo a gambe allaria mentre cercava di salire in grop-pa allanimale. Marcus e Orsola erano un po come padre efiglia. Lui e lelefante si intendevano a meraviglia: Sofiaavrebbe giurato che si lanciassero accorati sguardi damore. «Marcus vuole più bene a Orsola che a qualsiasi essereumano» diceva Lidja. E lui controbatteva: «Gli animali non tradiscono, sonoingenui come bambini e non fanno mai del male per il purogusto di farlo: perché non dovrei preferirli agli esseriumani?» E poi cerano Ettore e Mario, gemelli, acrobati e gioco-lieri. Ogni volta che facevano il numero con i birilli infuoca-ti, Sofia si sentiva male. Perché le fiamme lambivano i lorocorpi, passavano così vicino che sarebbe bastato il più picco-
    • lo errore per prendere fuoco. Ma la loro fiducia nelle propriecapacità era sconfinata, e del resto non sbagliavano mai. E poi cera Minimo – il cui vero nome nessuno conosce-va – il nano che faceva il banditore; e Becca, lacrobata eque-stre, inseparabile da Dana, la sua puledra; e ancora Carlo eMartina, e Sara, che a seconda della serata si esibiva comedonna cannone o come donna barbuta. Un universo a parte,strano, pieno di allegria. Ma non quella mattina. Quella mat-tina, Sofia lo sapeva, sarebbero tutti partiti in quarta a ricor-darle là sera prima, e ricordare era proprio quello che volevaevitare. «Allora, impressioni su ieri sera?» esordì Martina. Sofia scrollò le spalle e provò ad affondare la faccia nel-la tazza del latte, mentre il sapore dolce delìhalvava le riem-piva la bocca. «Dai, è stato fantastico, no? Non avevo mai sentito lagente ridere tanto» osservò Carlo. Tutte le teste annuironoconvinte. «Lasciala stare» intervenne secca Lidja. «È così scemache non si è nemmeno accorta di aver fatto un gran numero.» «Se a te sembra che rendersi ridicoli davanti a tutti siaun gran numero…» ribatté Sofia stringendo le dita sulla taz-za. «È quello che fanno Martina e Carlo tutte le sere.» Intorno a loro il silenzio si fece gelido. Sofia rimase spiazzata. «Non era quello che intendevodire» replicò, lanciando uno sguardo disperato a Martina.
    • «Invece è esattamente quello che hai detto. Ammettiloche è la nostra vita che non ti piace» la aggredì Lidja. «Ragazze, avanti, non mi pare il caso» provò a interve-nire Minimo. «La stai girando come ti pare» insistette Sofia. «Che ne dici di andare ad allenarci?» propose sorridenteCarlo. Si beccò unocchiataccia da parte di Martina. «No!» scoppiò Sofia scattando in piedi. «Non mi voglioallenare! Non fa per me, non mi piace, ma perché non lo ca-pite? Sono già goffa di mio, e con quel costume lo sono an-cora di più. Non sono divertente come voi, sono solo pateti-ca!» Scappò via e corse alla roulotte. Il tempo di prendere ilcappotto e poi si avviò fuori dal campo. Aveva bisogno di ri-flettere, e di stare da sola. Si diresse verso il centro, a piedi. Era parecchia strada,ma il freddo e la fatica laiutavano a schiarirsi le idee. Mentrecamminava, pian piano la rabbia stemperava. Si lasciò pren-dere dalla città. Le piacevano quei palazzi, perché nasconde-vano delle sorprese. Quando meno te laspettavi, tra un mat-tone e laltro, nel bel mezzo di una colata di cemento, spunta-va fuori un capitello romano, un pezzo di tomba, un bassori-lievo. La cosa laveva stupita fin da subito. Lidea che le ve-stigia di un antico passato, magari preziose, venissero usatecome laterizi laveva quasi scandalizzata. Poi si era detta cheera semplicemente la vita che si imponeva sulla morte; quel-lo che era rovina, pietra morta, allimprovviso serviva per
    • nuovi aspetti. Era una cosa rassicurante, a pensarci bene. An-che quando si è finito il proprio compito, si può essere utiliancora in tanti altri modi. Ma il punto che le piaceva di più di Benevento era na-scosto, segreto. E le piaceva proprio per questo: perché eraun luogo difficile da raggiungere e poco frequentato. Attraversò corso Garibaldi fino al vicoletto che cono-sceva bene. Bastava imboccarlo, e il rumore del traffico si at-tenuava. Si finiva in unaltra dimensione, solitaria e pacifica. Un paio di svolte, e si ritrovò davanti a un muro rosso. Ilcancello era appena accostato, come sempre. Sofia rallentò ilpasso ed entrò adagio, come se si stesse inoltrando in un ter-ritorio sacro. E in un certo senso lo era: il suo posto segreto,un posto dove poter finalmente godere di un po di tranquilli-tà e di solitudine. Era un giardino, si chiamava Hortus Conclusus, unnome latino di cui neppure conosceva il significato. Un mi-nuscolo parco, chiuso tra le mura dei palazzi circostanti,dove crescevano platani e ippocastani. Persino bambù e pa-piri. E, come sorprese tra alberi e arbusti, cerano delle scul-ture. Un cavallo – le zampe lunghe e sottili, il volto doro –in cima a un muro. Un enorme disco di bronzo, piantato interra come fosse precipitato dallo spazio, con in cima una te-sta scarna dalla quale colava acqua che finiva in un catino.Un uomo dalle braccia lunghissime. Un cappello strano, al-lungato. Erano figure sognanti, sottili, che sembravano spun-tare allimprovviso da terra, come visioni. E questo a Sofia
    • piaceva. Era un giardino incantato. Appena ci entravi, il ru-more della città rimaneva chiuso fuori. Cera spazio solo peril dolce chioccolare dellacqua che colava dalle varie fontane. Sofia respirò a pieni polmoni. Si sentiva già un pochinomeglio. Fece un breve giro, come sempre. Passo passo si appro-priava di quel luogo e si assicurava che non ci fosse nessuno. Andò vicino al fontanile di pietra. Era una bassa vasca,piena di ninfee e piante acquatiche. Sulla superficie naviga-vano le pulci dacqua. Si fermò a guardarle, piccoli e tenacivogatori. In fin dei conti erano equilibristi come Lidja: comefacevano a restare a galla sulle loro zampine sottili? Lidja. Lidja aveva esagerato, ecco, e se ne sarebbe resaconto. Però… però forse aveva esagerato anche lei. Solo unpo. Okay, abbastanza. Ma era esasperata. Le mancava la suacasa, e le mancava il professore. Sotto il pelo dellacqua, i pesci rossi nuotavano pigri,zigzagando tra le alghe. Sofia prese coraggio e tirò fuori labusta da sotto il cappotto. Laveva ricevuta due giorni prima.Aveva riconosciuto subito la calligrafia: elegante, curata,svolazzante. Il cuore le aveva fatto un balzo nel petto. Per Sofia… Solo per lei. Rigirò la busta tra le mani, ne contemplò la carta prezio-sa e il timbro. Veniva da lontano, da quel luogo che avrebbetanto voluto visitare: Budapest.
    • Da quando stava al circo, era la prima lettera che riceve-va dal professore, e laveva attesa a lungo. Le mancava, lemancava terribilmente. Dentro cera anche una cartolina. Era la splendida im-magine di una città di notte: davanti, un fiume scorreva lisciocome lolio; dietro, una cattedrale illuminata da migliaia diluci. Sofia sentì una stretta al cuore. La lettera era piegata in quattro, scritta su unelegantecarta velina che scrocchiava mentre la si apriva. La lesse perlennesima volta. Cara Sofia, spero davvero che tu abbia perdonato la mia scelta.Sono ancora convinto di quello che ho fatto, e ancora di piùsono certo che ormai avrai avuto modo di ambientarti al cir-co e di capire che posto fantastico sia. Sofia sospirò. A quanto pareva il prof la sopravvalutava. La ricerca procede, sebbene assai meno speditamentedi quanto credessi. Se anche fossi venuta con me, nonavremmo avuto tempo per stare assieme. Non faccio altroche vagare per biblioteche, battendo la città a palmo a pal-mo alla ricerca di un fantasma. Di lui so solo che è un ra-gazzo poco più grande di te; per il resto, buio pesto.
    • Sofia aveva provato un vago senso di delusione quandoaveva saputo che il terzo Draconiano era un ragazzo. Avevasperato si trattasse di unaltra ragazza. Sarebbero state un beltrio, assieme, un po come le Mermaid Melody, a parte il fat-to che lei non sapeva cantare e non era certo così graziosa. Ha lasciato tracce ovunque, lungo il suo cammino, maciascuna conduce a un vicolo cieco. Sai, comincio ad esserealquanto irritato da questa situazione. In ogni caso, non de-mordo. E non demordere neppure tu. So perfettamente quan-to ora ti senti frustrata, e so che tendi a colpevolizzarti per-ché non riesci a trovare il frutto. Non farlo. Ti confesserò una cosa: ti ho mandato da Lidja ancheper questo. Hai bisogno di cambiare aria, Sofia. Il lago, lasua atmosfera malinconica, e la mia casa… stavi appassen-do. Lì per te non cera altro che la missione, a partire dallatua cameretta, che tanto è simile a Draconia. Hai bisogno disvagarti, di godere un po della tua età. Ho pensato che ilcirco fosse il posto ideale, e sono sicuro che ti stai diverten-do. Sofia alzò gli occhi dalla lettera. La commuoveva ilpensiero che il professore aveva avuto per lei, ed era cosìcontenta di quellaffetto, di sapere che si preoccupava per ilsuo bene… Ma non era di svago che aveva bisogno. Piutto-sto della sua presenza, della vicinanza dellunica persona chepotesse chiamare "famiglia".
    • Perché questo le era sempre mancato in tutti queglianni: una famiglia. Sono certo che tu e Lidja state continuando a cercare,ma non sforzatevi troppo. Sì, la guerra è ancora tutta dacombattere, e il tempo ci rema contro, ma non vi angustiate.Occorre anche godersi la vita. Se siete stanche e abbattute,è più difficile far uso dei vostri poteri. Questo è tutto. Aspet-to con ansia la tua risposta. Spediscila pure allindirizzo cheti ho scritto. Ti voglio bene. Il tuo prof Sofia avvertì un groppo in gola. Mai come in quel mo-mento sentiva la mancanza di casa. Sì, proprio quel postoche il professore considerava triste e opprimente era casasua, e rispecchiava perfettamente il suo modo di essere e disentire. Era per questo che aveva fatto quella scenata, la mat-tina. Per nostalgia, e solitudine. Si alzò. Non sarebbe stato facile, ma doveva tornare escusarsi. Si rendeva conto di aver fatto una ben misera figu-ra. Ma su una cosa sarebbe stata irremovibile: basta con iclown! Fece per avviarsi, quando udì un rumore lontano. Non era né il chioccolio dellacqua né lo stormire dellefronde, e per questo la colpì. Era qualcosa di diverso, di rit-mico e secco. Zoccoli.
    • Il suo cuore perse un colpo. Ricordò in un istante lincu-bo della notte prima, ed ebbe una paura pazzesca, la stessache aveva provato nel sonno. La mano corse distinto al cion-dolo, là, sotto il maglione. Lo strinse convulsamente. "Se è il nemico, cosa faccio?" Il neo sulla sua fronte si mise subito a pulsare, e un ca-lore familiare lavvolse: era Thuban, il drago il cui spirito al-bergava in lei. Dallultima battaglia si era allenata duramente,e adesso era in grado di richiamare a comando i poteri deldrago. Aveva persino imparato a evocare le ali, ali di carne eossa, con le quali volare. Le sentì premere sulle sue spalle.Era pronta a combattere, se necessario. Il rumore si fece più vicino. Sofia si nascose dietro unarbusto e con il cuore in gola si sporse. Il rumore cessò. Isuoi occhi scrutarono lombra tuttintorno finché la videro.Una figura nera, accucciata. Era accoccolata proprio sottolenorme disco di bronzo. Vicino a lei, piccioni intenti a bec-care da terra. Sofia pensò immediatamente a Nida, uno dei due sca-gnozzi di Nidhoggr, la bellissima ragazza bionda contro laquale aveva dovuto combattere mesi prima. Era lei? Avanzò appena appena, giusto per capire. Doveva sape-re se Nidhoggr era lì, se aveva spedito qualcuno sulle suetracce. Alla luce che filtrava tra le fronde, vide una crocchia dicapelli bianchi e il corpo tozzo di una vecchia. Si tranquilliz-zò tirando un grosso sospiro di sollievo.
    • «Ti ho sentito, sai?» disse la figura. Sofia smise di respirare. «So che sei lì, non aver paura, non mordo.» Sofia strinse di nuovo le dita sul ciondolo sotto la ma-glia. Certo, non era Nida, ma se si fosse trattato comunque diun nemico? «Anche i piccioni hanno bisogno di mangiare, propriocome noi» aggiunse la vecchia. Aveva una voce calma, rassi-curante. Si mise a tubare, piano piano, e i piccioni le si avvi-cinarono fiduciosi. "Non farebbero così se si trattasse di unemanazione diNidhoggr" pensò Sofia. Si fece avanti, stretta nel cappotto. La vecchia era com-pletamente vestita di nero: una gonna di panno, un maglion-cino liso, calze pesanti. Ai piedi, zoccoli. Una nonnetta, nullapiù. «Ecco, vedi che non mordo?» ripetè la vecchia, poi leporse un tozzo di pane. «Vuoi aiutarmi?» Sofia si avvicinò titubante. Prese il tozzo di pane seccoe si accoccolò anche lei. I piccioni accorsero immediatamen-te. «Non pensavo ci fosse qualcuno» disse, tanto per fareconversazione. «Non è un posto molto frequentato» replicò la vecchiacon un sorriso. «Mi piace per questo.» «Anche a me» aggiunse Sofia.
    • «È il giardino di una chiesa» riprese la vecchia «di unconvento, per la precisione. Forse per questo è un luogo cosìtranquillo.» Sofia osservava la lotta dei piccioni per il pane. Si senti-va vagamente a disagio, ma non avrebbe saputo dire il per-ché. Eppure, istintivamente, percepiva di potersi fidare diquella donna. «Abita qui da molto?» le chiese. Lei parve rabbuiarsi un istante. «Da tanto, tanto tempo»rispose con una nota di dolore nella voce. Poi indicò qualco-sa. Sul muro rosso dallaltro lato della piazzola in cui si tro-vavano, cera una scultura. Una specie di cappello sulla cuisommità si incrociavano due rami pieni di spine. «Io ero quiquando cerano loro.» «Loro chi?» La vecchia tacque, confusa. «Loro» insistette poi. «Anche tu in qualche modo seiqui fin da quei tempi e prima ancora, vero?» Sofia avvertì un lungo brivido percorrerle le membra.«Chi sei?» La vecchina sorrise. «Io le sento le persone speciali, e tusei speciale. Come lei.» «Lei chi?» chiese Sofia. «Lei» mormorò la vecchia, incerta. «Lei» ripetè con do-lore. Sofia continuò a guardarla, ma ora sembrava riassorbitadai suoi piccioni. Dopo un po si tirò su.
    • «Io vengo spesso qui. E tu?» «Tutti i giorni, se posso» rispose Sofia. «Allora magari ci rivedremo. Lo spero, almeno» disse lavecchia. Quindi prese la scalinata che era alle sue spalle, e ilrumore degli zoccoli si spense pian piano. Sofia rimase attonita al centro della piazzola. Poi i pic-cioni si alzarono in volo, e fu come se lincantesimo si fosserotto. Chi era quella donna? E dovera finita? Si precipitò giù per le scale. I suoi passi si bloccaronopoco dopo davanti a una grata. Chiusa. Appoggiò le manisulle sbarre. Aveva sognato?
    • 4 Un ragazzo misterioso «Dove cavolo eri sparita?» laccolse Lidja sgarbatamen-te, quando Sofia rientrò al circo. «Avevo bisogno di stare sola» replicò lei mettendo ilmuso. «Ci hai fatto preoccupare, senza contare che stamattinaavevamo programmato di studiare. Ti ricordo che questannoabbiamo gli esami, e se non li passiamo il prof sarà in guai
    • grossi. Con quelli che studiano a casa la commissione non èmai tenera. E poi ti sei dimenticata del frutto? Avremmo an-che una missione da portare a termine.» Lidja la stava letteralmente aggredendo. Sofia si preparò a rispondere per le rime, quando lamicacambiò improvvisamente tono. «E in ogni caso scusa» disse,distogliendo lo sguardo. Sofia rimase sconcertata. Non se laspettava proprio: Lidja era orgogliosa, e tendeva a pensare di avere sem-pre ragione. «Ho esagerato, non ti dovevo punzecchiare» aggiunseinvece sottovoce. «Ma anche tu hai esagerato con quella sto-ria dei clown.» «Un po» ammise Sofia. «Dispiace anche a me» si co-strinse a dire. «Scusami.» Lidja la fissò per qualche istante. «Lo so che ti mancacasa tua» disse seria. «Non credere che non capisca come tisenti.» «Invece non puoi capire» replicò Sofia. «La villa delprofessore è quello che ho desiderato in tutti questi anni, unavera casa, e lho persa così presto!» «Non lhai persa. Tra poco il tour del circo finirà, e tu ciritornerai. Io, invece, perderò per sempre la mia famiglia.» Sofia non ci aveva mai riflettuto: quelli erano gli ultimimesi di Lidja al circo. Quando la decisione era stata presa,sembrava che lei non ci avesse dato peso più di tanto. Avevacontinuato la sua vita di sempre, ostentando la solita sicurez-
    • za. Aveva fatto solo una richiesta: stare con la sua genteunultima volta. «Nella mia vita cè sempre stato solo il circo» disse Lid-ja piano. «Da quando mia nonna è morta, queste personesono state la mia famiglia. E zia Alma… zia Alma è stata lamadre che non ho mai avuto. Mi ha cresciuto e mi ha inse-gnato tutto quello che so, della vita e dellarte circense. Mi hadifeso contro tutto e tutti, mi ha reso quel che sono.» Si prese una pausa, e Sofia ebbe limpressione che cer-casse di cacciare indietro le lacrime. «Lei e gli altri del circo non ci saranno più tutti i giorni»proseguì Lidja, e stavolta la sua voce tremava un po. «Quan-do mi sveglierò non li vedrò, e non ci saranno quando misentirò sola, o soltanto triste. E mi mancheranno tanto. Per-ciò non azzardarti a dire che non capisco.» Sofia labbracciò con tutta la forza che aveva. Improvvi-samente la sentiva così vicina, così simile a sé. Per una volta,Lidja era debole come lei, una debolezza dolce, che glielarendeva ancora più cara. «Scusami, sono stata doppiamentescema.» Avvertì le mani di Lidja accarezzarle la schiena, e la suafaccia nascondersi sulla sua spalla. Poi si allontanò da lei ra-pidamente. «Forza, abbiamo un sacco di cose da fare» dissesbrigativa, ed era tornata quella di prima: forte, sicura, deci-sa. «Pranzo, e poi ci mettiamo al lavoro! Con lo studio e conil frutto.»
    • Una cosa Sofia la ottenne: basta con i clown. Lidja levenne addirittura in soccorso. «Lei non si sente a suo agio a farlo, quindi meglio noncostringerla» disse davanti a Carlo e Martina, costernati. «Ma è brava!» insistette Martina. «Non lo metto in dubbio, anzi la penso come te, maadesso non ne ha voglia. Non tutti sono fatti per il palco. Ma-gari più in là le andrà di riprovare.» "Manco morta" pensò Sofia, tuttavia annuì. Meglio farebuon viso a cattivo gioco. «Almeno le torte in scena ce le porti?» Sofia inorridì. Era già pronta a urlare un bel no, ma Lid-ja la prevenne: «Lo farà senza trucco. Le darò uno dei mieivestiti.» «Uno castigato» aggiunse subito Sofia. «E basta conquelle scarpe orribili. Lo faccio solo se non esiste neppure lapiù remota possibilità che io venga in contatto con quelle tor-te.» Martina e Carlo annuirono tristemente. Sofia aveva vin-to su tutta la linea. Prima dello spettacolo la misero al botteghino. Era unacosa che aveva già fatto altre volte. Prendi i soldi, stacchi ilbiglietto, sorridi. Decisamente meglio che tuffarsi a testa ingiù nel pan di spagna. E poi tutto sommato le piaceva starelì. Guardare tutti quegli sconosciuti la distraeva. Si sofferma-va su ciascun volto, cercando di indovinare le vite che na-scondevano.
    • Un paio di persone anziane con un bambino al seguito:due nonni e il nipote, con ogni probabilità. Una coppia giovane, magari in cerca di una serata diver-sa. E poi bambini ovunque, come era normale che fosse: infila per la famigerata foto con Orsola, oppure vicino al chio-sco dello zucchero filato. Bambini piangenti, sorridenti, chefacevano i capricci, che stavano buoni buoni al fianco dei ge-nitori. Famiglie. Sofia le guardava con un misto di dolore e curiosità.Chissà comera vivere in una famiglia. Avere una mammache ti rimbocca le coperte la sera, che ti dà il bacio della buo-nanotte. Pensò a sua mamma, di cui il professore non parlavamai. Ogni volta che provava a fargli qualche domanda al ri-guardo, diventava evasivo e cambiava argomento. Non leaveva neppure detto se fosse viva o morta; eppure lui dovevasaperlo. Aveva conosciuto suo padre, e si era fatto scappareche sua madre non era una Draconiana. Doveva per forzaavere qualche informazione su di lei. "Se fosse stata viva mi avrebbe cercata, sarebbe venutaa prendermi in orfanotrofio. Una mamma fa così" si disse. «Ehi!» Sofia si riscosse. Era così immersa nei propri pensieriche si era dimenticata della fila al botteghino.
    • «Mi scusi» disse senza alzare la testa, mettendo le manisul carnet di biglietti. «Quanti ha detto che ne vuole?» E sol-levò gli occhi. Rimase di sasso. Non era un adulto. Era un ragazzo. Un ragazzo che do-veva avere sì e no un anno più di lei. Aveva i capelli ricci,ma non quellorribile crespo che si ritrovava lei e che trasfor-mava la sua testa in un groviglio inestricabile di paglia rossa.No, i suoi ricci erano ampi, vaporosi, sembravano disegnatiin volute dalla mano di uno scultore. Aveva occhi scurissimi,e un accenno di efelidi intorno al naso. Era magro, alto per lasua età, e Sofia pensò che era la cosa più bella che avessemai visto. Non avrebbe saputo dire esattamente perché, male toglieva il fiato. Era così… così perfetto, e aveva unariacosì matura e sofferta… E gli occhi… pozzi neri che laveva-no inghiottita in un istante, senza via di scampo. «Un biglietto» disse lui. Sofia tornò sulla terra. Il ragazzo la guardò con lariascocciata di chi ha a che fare con una stupida. «Sì, io… scusa… non…» «Me lo dai o no?» Cera voluto un solo istante perché quegli occhi si riem-pissero di una collera cupa, venata di cattiveria. Sembravanoancora più scuri, quasi neri. Ed erano anche più belli. Sofia guardò il carnet: le dita non riuscivano a separare ifogli, tremavano. Il carnet cadde a terra. «Dannazione… Unattimo…»
    • Scivolò giù dalla sedia e si mise a frugare a terra. «Arrivo!» urlò. Quando riemerse, il ragazzo era scom-parso. Si guardò intorno disperata, con un senso di sperdi-mento totale. Finiva così? "Certo che finisce così, perché sei una stupida!" le disseuna voce nella sua mente. «Tre, grazie.» Sofia guardò lacquirente. Un padre con un bambino sul-le spalle e una graziosa signora appesa al braccio. Ci mise unistante a staccare i tre biglietti. "Perché adesso funzionate, maledette dita?" Il botteghino chiuse un quarto dora più tardi. Sofia sisentiva stranamente imbambolata. Il ragazzo dagli occhi scu-ri le era rimasto nel cuore. Ma appena pensava alla figura daidiota che aveva fatto con lui, stava male. Scuoteva la testaper cercare di cancellare quel ricordo imbarazzante. Neppuresapere che a breve avrebbe dovuto calcare la pista riusciva adistrarla. Ovunque guardasse, cerano quegli occhi. Sentivauna strana sensazione allo stomaco, come la sera precedente,prima di uscire sulla pista, ma non centrava nulla con lesibi-zione che laspettava di lì a poco. No, il centro di tutto, la ra-gione di quella confusione era il tipo a cui non aveva saputovendere il biglietto. Poi udì delle voci concitate. Marcus. Marcus non grida-va mai. Gli bastava sfoderare appena il suo vocione baritona-le, e la gente si faceva piccola piccola. Stavolta invece avevadovuto alzare il tono. «Dove stai sgattaiolando?» diceva.
    • «Io non sto sgattaiolando da nessuna parte!» Sofia sentì un colpo al cuore. Quella era la sua voce. Leaveva detto solo due parole, ma la riconosceva. Corse versolingresso. Era lui. «Ah, no? E che ci facevi sotto il tendone, mezzo dentroe mezzo fuori?» «Non valete il prezzo del biglietto» ribatté il ragazzocon un ghigno, ficcandosi le mani in tasca. Ogni cosa intorno perse consistenza e si sciolse in unmagma di colori indistinti. Lui era al centro della scena. Pan-taloni militari, una camicia a quadretti bianchi e blu, una T-shirt lisa e stinta. Vicino al petto cera un minuscolo buco.Ogni particolare di quellimmagine si stampò a fuoco nellamente di Sofia. Il ragazzo la vide. La indicò. «E comunque è colpa sua,i soldi ce li avevo.» Sofia tornò in sé. Marcus la guardava, il ragazzo avevatirato fuori dalla tasca degli spiccioli che ora teneva nel pal-mo della mano. «È lei che non mi ha voluto dare il biglietto, prenditelacon lei.» Marcus lo guardò dubbioso, poi si voltò verso Sofia.«Cosè questa storia?» Lei aveva la gola completamente secca. Dovera finita lasua voce? «Io… ecco… non…»
    • Il ragazzo la fissava con unaria di superiorità assoluta.Giustificatissima, pensò Sofia, data la patetica figura cheaveva fatto con lui pochi minuti prima. «No, è che… sì, ha ragione… mi era caduto il carnet,poi ero un po distratta e…» Il resto finì in un borbottio indi-stinto. Marcus si grattò la testa. «Sofia, non ci sto capendoniente.» «È stata colpa mia, ha ragione» capitolò lei. «Che ti dicevo?» esclamò il ragazzo, assumendo unariastrafottente che Sofia amò da subito. Marcus lo fissò, poi il suo sguardo si posò su Sofia, eancora sul ragazzo. «Ce li hai o no i soldi?» disse infine. Lui sbuffò, tirò di nuovo fuori la mano che si era infilatoin tasca e fece vedere i soldi del biglietto. Glieli porse. «Con-tento?» Marcus lo guardò torvo. «Non ci provare mai più.» «In un posto dove mi danno del ladro non ci torno dicerto» replicò il ragazzo, lanciando a Sofia uno sguardo as-sassino. Lei rimase stordita. "Di qualcosa, una cosa qualunque." «Mi… mi dispiace.» Il ragazzo scrollò le spalle, indifferente. «Allora, questobiglietto?» «Subito» disse lei, scattando come una molla. Il carnetrimasto se lera messo in tasca. Lo tirò fuori con difficoltà, elui glielo strappò di mano.
    • «Faccio io, grazie» aggiunse scocciato. Prese il bigliet-to, poi con malagrazia le rimise il carnet in mano. Sofia lo seguì con lo sguardo finché non scomparve ol-tre lingresso. Il cuore riprese a batterle, e tirò un profondo respiro,come fosse stata a lungo sottacqua e adesso le mancasse la-ria. «Ma ancora qua sei?» la riscosse Lidja, su di giri comesempre prima dellinizio dello spettacolo. «Dai, che ti devivestire!» Lei era già in tenuta da lavoro, bellissima come sempre. Sofia, ancora intontita, si lasciò trascinare via. Fu solonel camerino che se ne rese conto. Lui era entrato, lui era se-duto sugli spalti. Lui lavrebbe vista in tutù, con tutti i rotoli-ni di grasso in bella mostra. «No!» Lidja quasi si spaventò a quel grido. «No, cosa?» escla-mò. «Oggi non posso esibirmi» disse Sofia saltando giù dal-la sedia. «Sto… male. Di pancia. Mal di pancia.» «Sofia, calmati.» Ma lei si era già avviata verso la porta. Lidja le afferrò il polso. «Sofia!» Sofia la guardò supplice. «Non posso, davvero. Propriono.»
    • «Senti, mi sembrava che avessi accettato la cosa. Non tidevi esibire, non sei vestita da clown, ti assicuro che non cisarà proprio nessuno a ridere di te. Ma almeno questo a Car-lo e Martina glielo devi.» «No, tu non capisci… Io non posso uscire conciatacosì!» Indicò labito di scena appoggiato alla sedia. Che poinon era neppure tanto terribile. Magari su una persona nor-male avrebbe anche fatto una discreta figura. Ma lei non eranormale. Lei era un sacco di patate. «Non fare la scema» insistette Lidja. «La gonna è lunga,cè solo lo spacco di lato, ma devi fare cinque passi cinque,figurati se la gente si mette a guardarti le gambe. Te lo giuro,Sofia, è la cosa più castigata che ho trovato.» «Il corpetto è stretto. E io sono grassa.» Lidja prese un lungo respiro. «Tu adesso la pianti di farelidiota, ammetti che se non era per me altro che corpettostretto, ti toccava un altro tuffo nel carrello delle torte, timetti quel cavolo di vestito, sorridi e fai il tuo dovere in pi-sta, chiaro?» «Chiaro» mormorò Sofia. «Mi sono rotta di tutte queste storie, mi sono rotta deltuo muso lungo, mi sono rotta dei tuoi incomprensibili com-plessi dinferiorità. Ora ti vesti, okay?» Sofia si sentì sommersa da quel mare di parole. AdessoLidja le faceva quasi paura. «Okay.»
    • Lamica le indicò il vestito. Sofia lo indossò evitandoaccuratamente lo specchio, e quando si voltò trovò Lidja aesaminarla con occhio critico. «Se ti fossi guardata allo specchio avresti scoperto che tista benissimo» disse, e se ne andò indignata. Sofia gettò uno sguardo curioso allo specchio. Una zuc-ca con labito da sera, ecco cosa sembrava. Si lasciò sfuggireun gemito. Attese il proprio turno dietro le quinte come uncondannato a morte. Le facevano male gli occhi a furia dicercare il ragazzo tra il pubblico. Forse non cera, forse allafine aveva deciso di non entrare, e lei sarebbe stata salva. Minimo chiamò in scena Martina e Carlo. Entraronosaltellando come pazzi. Sofia non riuscì a seguire il loro nu-mero. Passava in rassegna i seggiolini sugli spalti a uno auno, pregando che lui non ci fosse. Poi sentì una mano pog-giarsi sulla sua spalla. «Ma che fai? Sta a te, avanti!» Era Lidja. «Ah! Sì, sì» disse meccanicamente, quindi prese il car-rello e fece il suo ingresso. Appena calcò la terra battuta del-la pista, li sentì. I suoi occhi. Nascosti da qualche parte, invi-sibili, che la guardavano e ridevano di lei, di quel vestito deltutto inadeguato al suo fisico da bambina grassoccia. Eracome venire punta da tanti piccoli spilli. Mise un passo die-tro laltro, terrorizzata. Avanzò piano, mentre Carlo e Marti-na cercavano come potevano di riempire quellinaspettatobuco nello spettacolo. E poi fu lì, al centro, ferma, gli occhi
    • spalancati. Porse il carrello a Carlo, e si ricordò che invecedoveva metterlo davanti a Martina. Carlo non ne fece un pro-blema: prese una torta e la sparò dritta sulla faccia di Marti-na. Lei prontamente ne prese unaltra e infierì sul collega. Risate. Fatta. Era fatta. Ed era andata bene. Sofia sgatta-iolò nel retro più in fretta che potè. Si sedette a terra e ripresea respirare. Era al sicuro. «Be, complimenti! Anche se devo dire che quando ca-devi a faccia in giù sulle torte facevi ridere di più.» Lidjasorrideva con fare canzonatorio. Sofia la guardò intontita. «Almeno non è stato umiliantecome ieri» disse quasi tra sé e sé; poi osservò di nuovo glispalti. Chissà se lui era ancora lì, e se laveva vista. Il ragazzo uscì dal tendone mescolandosi alla folla.Camminò a lungo, macinando la strada a larghi passi. Pianpiano le voci degli spettatori si allontanarono, e così il mor-morio sommesso della città avvolta nella quiete della sera.Quando pensò di aver messo abbastanza spazio tra sé e la ci-viltà, rallentò. Aveva il fiatone. Si guardò attorno: era in pe-riferia. Perfetto. Gli bastò chiudere gli occhi e concentrarsi un istante ap-pena. Qualcosa serpeggiò sotto la maglietta, svolgendosi lun-go la sua colonna vertebrale. Dal colletto, emerse la parteterminale di una sorta di millepiedi metallico, che gli si ag-grappò saldamente al collo con due zampette sottili comeaghi. Fu lunico momento di dolore. Poi al ragazzo bastò bat-tere le palpebre. Ali evanescenti, di drago, gli spuntarono
    • dalle spalle, e per un attimo fluttuarono eteree nellaria geli-da. Dopodiché, dalla struttura sulla sua schiena partironolunghi filamenti metallici, prima sottili, poi più robusti. Siavvolsero lungo il profilo delle ali di drago, finendo per so-stituirne le nervature. Il ragazzo guardò il cielo plumbeo. Batté le ali un paiodi volte, poi spiccò il volo. Qualcuno lo attendeva, ai marginidella città.
    • 5 il nemico si muove Il ragazzo volò sui campi deserti, addormentati nel si-lenzio della notte, e seguì il corso pigro del Sabato. Vide ilfiume restringersi, insinuarsi tra gole aspre. Roteò un paio divolte sullo stretto, poi discese. Le ali si ripiegarono, il cordo-ne metallico che aveva lungo la schiena si arrotolò su se stes-so e scomparve sotto la maglietta. Rabbrividì. Era un gennaio davvero rigido, e la maglia ela camicia che indossava erano adesso tutte stracciate. Cercòdi stringersi sulle spalle i brandelli rimasti. Si guardò attorno.
    • Il posto era desolato. Il fiume scorreva lento, facendosi stra-da tra cumuli di immondizia, con un gorgoglio che sembravaun singhiozzo. "È il luogo ideale per quelli come me" pensò con rabbia. «Ci sei? Guarda che ho freddo» urlò. Non gli rispose altro che il cupo richiamo di una civetta. «Ehi!» ripete a voce più alta. Un fruscio. Il ragazzo si voltò. Lo vide emergere tra i ri-fiuti, posato ed elegante. Era un giovane di una trentina dan-ni, bellissimo. I capelli, di un castano ramato, gli scendevanomorbidi su un occhio, e di tanto in tanto li scostava con lamano, in un gesto affettato e sensuale. Era alto, magro e ve-stito in modo impeccabile: pantaloni chiari, una giacca dellostesso colore sopra una camicia di un tenue rosa. Intorno alcollo aveva avvolta una morbida sciarpa di cachemire. Avan-zava a passi lunghi, quasi volando sui cumuli di rifiuti. «Che hai da gridare?» chiese con un sorriso sghembo. Il ragazzo strinse le braccia intorno alle spalle. «Gridoperché non mi va di stare qua a fare lo stoccafisso mentreaspetto te. Ho freddo.» Il giovane si fermò, lo considerò con aria severa. «Tipare il modo di rivolgerti a un tuo superiore?» Lui sostenne il suo sguardo con strafottenza. «Inginocchiati!» Il ragazzo sorrise. «Siamo tutti e due servi, qui, Ratato-skr, lo sai anche tu, ed è uno solo quello a cui dobbiamo in-ginocchiarci.»
    • «Ti sbagli, Fabio» replicò il giovane. «Tu sei sicura-mente un servo, ma io sono ben altro.» Il ragazzo fu costretto ad abbassare lo sguardo. «Dovre-sti inventarti qualcosa per questa storia delle ali; non è possi-bile buttare una maglietta ogni volta che le spiego. I soldinon mi avanzano.» Ratatoskr ridacchiò. «Ecco unaltra differenza tra me ete. Io non bado certo a scempiaggini del genere.» Fabio strinse ancora di più le braccia intorno alle spalle.«Allora, ci muoviamo o no?» Il giovane lo guardò a lungo. «Novità?» gli chiese poi. «Qualcuna.» Ratatoskr sospirò. «E sia» disse, porgendogli le mani. A malincuore Fabio staccò le proprie dalle spalle e af-ferrò le palme dellaltro. Erano freddissime. Era stata la pri-ma cosa che aveva notato in quel tizio, quando era venuto abussare alla sua porta. Sembrava che nessun calore scaldassele sue membra, come se il sangue che circolava nelle suevene fosse gelido. La cosa laveva inquietato: nessun essereumano poteva avere mani così fredde. Già, nessun essere umano. Aveva cominciato a crederealla sua inverosimile storia proprio per via delle mani gelide.Si era ricordato di quando dava la caccia alle lucertole, delsentore viscido e freddo che la loro pelle trasmetteva ai suoipolpastrelli. Strinse la presa sulle mani del giovane, socchiuse gli oc-chi.
    • «Dal profondo della tua prigionia, ti chiamiamo, o Eter-no Serpente, rispondi alla nostra supplica» recitarono alluni-sono. Ogni rumore intorno a loro si spense, e le stelle scom-parvero di colpo. Il nero dilagò tuttintorno dal letto del fiu-me, arrampicandosi lungo le rocce dello stretto/divorandoogni forma, finché tutto fu oscurità. Nidhoggr… Fabio lopercepì, prima ancora di vederlo, e come sempre tremò. Nonsi era ancora abituato al terrore che la sua figura emanava, néal suo tremendo potere, a quel senso di annientamento che lasua apparizione evocava in chiunque gli fosse davanti. Macercò di stare saldo, perché lui era uno tosto, lui era uno chenon aveva paura di niente. Nel nulla che circondava Ratatoskr e Fabio, si delinea-rono dapprima un paio di occhi ardenti e luminosissimi. Poidal buio emerse lentamente il contorno di un muso allungatoe il rosso di una bocca larga e grottesca, aperta in un ghignoterrificante, infine il bianco di zanne acuminate. Da ultimo,apparve il disegno di squame coriacee, nere. Le narici fre-mettero, annusando qualcosa. Laria, passandovi attraverso,sibilò sinistramente. «Quasi lo percepisco… il sentore dellaria, il profumodella notte… Sono più forte, e il sigillo più debole…» Perqualche istante lessere mostruoso tacque, poi allimprovvisospalancò gli occhi, piantandoli su Fabio. «Ebbene? Perchémi disturbate?»
    • Fu Ratatoskr a parlare: «È stato il ragazzo a chiedermidi evocarvi, mio Signore.» «Lo so» fu la secca risposta di Nidhoggr. «Ho ripostomolta fiducia in te, ragazzo. Sei il primo della tua specie cuilascio la volontà, perché so che nel tuo cuore mi appartieni,che la tua anima sta dalla mia parte. Dimostra di avere meri-tato questo dono: hai con te lampolla?» Fabio deglutì. «Ho cercato dappertutto» disse. «Nei luo-ghi delle leggende e in quelli che mi avete suggerito voi.Non cè.» Sentì Nidhoggr fremere di rabbia repressa, vide i suoiocchi colmarsi dodio, finché la sua furia esplose. Se ne sentìattraversato, dilaniato; gli sembrò che la sua mente si spac-casse, mentre la sua gola proruppe in un urlo. Poi, così comera iniziata, finì. Fabio ebbe la percezionedi scivolare indietro, verso il buio e lincoscienza, ma Nid-hoggr lo trattenne a sé con la sola forza del pensiero. «Ti ho dato un ordine, e tu devi obbedire ciecamente»disse con freddezza. Il ragazzo cercò di recuperare lucidità. «Credo di saperedove si trova» affermò con voce strozzata. Nidhoggr allentòla presa, e lui potè di nuovo respirare. «La chiesa» aggiunsesollevando lo sguardo. Voleva disperatamente mostrarsi for-te, e sostenere il peso di quegli occhi spietati. «E perché proprio lì?» intervenne Ratatoskr con unmezzo sorriso.
    • «Perché quello è un loro posto» rispose Fabio, deciso esprezzante. Poi tornò a guardare Nidhoggr. «Voi avete dettoche lampolla vi fu rubata, che le sacerdotesse la presero aivostri seguaci. Se è così, allora deve trovarsi in uno dei loroposti, e la chiesa lo è. O almeno, sorge in un luogo che haavuto a che fare con loro; ho percepito una strana aura qual-che giorno fa, quando ci sono andato.» Nidhoggr rimase in silenzio, gli occhi socchiusi, due vo-lute di fumo grigio che si stagliavano sul nero che circonda-va il suo volto. «Il tempo stringe» disse infine. «Ogni tuo er-rore, ogni tuo colpevole tentennamento potrebbero avvicina-re i nostri nemici al frutto.» «Mio Signore, loro neppure sanno che siamo qui, loronon conoscono quello che noi conosciamo. E in ogni casoNida è già sulle tracce del terzo frutto» osservò Ratatoskr. «Non mi interessa.» La voce di Nidhoggr tuonò feroce,trapassando le menti dei suoi servitori. «Non avrò pace fin-ché Thuban non sarà annientato e lAlbero del Mondo di-strutto. Abbiamo già perso il primo frutto: non ammetterò al-tri fallimenti.» Poi Fabio percepì di nuovo su di sé il suo sguardo. «Conosci i patti. Ti ho dato molto, e molto esigo incambio. E se fallirai, mi riprenderò tutto, e da ultimo ti to-glierò la vita.» Il ragazzo controllò la paura nella propria mente e cercòdi mostrarsi saldo. «Non fallirò.» «Lo spero» sibilò Nidhoggr.
    • Le tenebre si dissiparono, il volto del signore delle vi-verne scomparve allimprovviso e Fabio e Ratatoskr furonodi nuovo soli nel panorama desolante dello stretto. Fabio eraa terra, le palme posate sulla nuda roccia. Sentì Ratatoskr ri-dacchiare alle sue spalle. Digrignò i denti, poi scattò in piedi. Lo afferrò per il ba-vero, mentre gli innesti lungo la sua schiena si attivavano dinuovo e avvolgevano il suo braccio destro in una guaina dimetallo liquido. Ci volle un istante perché sul suo pugno simaterializzasse una lama affilata che puntò alla gola del gio-vane. «Che hai da sghignazzare?» Il sorriso era scomparso dal volto di Ratatoskr. «Mettigiù le mani.» Fabio non rispose. Allaltro bastò stringergli il polso conuna mano. Un lampo scuro, e il ragazzo urlò di dolore stac-candosi da lui. «Non osare minacciarmi» sibilò Ratatoskr. «Ridevo perla misera figura che hai fatto, ridevo perché alla fine non seimeglio degli Assoggettati che ti hanno preceduto.» «Io sono diverso. Io sono forte» disse Fabio fissandolocon rancore. Ratatoskr gli si fece vicino. «E allora dimostralo. Portalampolla al nostro Signore.» «Lo farò, eccome se lo farò, e tu ti rimangerai quel riso-lino.»
    • «Vedremo» sogghignò Ratatoskr con cattiveria. Quinditirò su una mano chiusa a pugno, tranne per lindice e il me-dio. «Due giorni. Poi, tra due notti, ci ritroveremo qui, e se tunon avrai lampolla, be, di pure addio ai tuoi poteri e alla tuapreziosa coscienza. Ho già pronti gli innesti che controlle-ranno la tua volontà.» «Li userai su qualcun altro. Io non fallirò.» «Ti piace tanto parlare, eh?» Ratatoskr si permise anco-ra un sorriso canzonatorio. Dopodiché si allontanò con la stessa eleganza con cuiera arrivato. «Due giorni, non di più» aggiunse. Poi il buio loinghiottì. Mentre Fabio si preparava a spiccare di nuovo il volonella notte, Sofia si rigirava nel letto cercando di addormen-tarsi. Si sentiva frastornata, e più passava il tempo più acqui-siva unacuta e dolorosa consapevolezza di quanto era suc-cesso quella sera. La terribile figura che aveva fatto con il ra-gazzo al botteghino, il suo sguardo cupo, sprezzante, quandofinalmente gli aveva dato il biglietto. Ogni pensiero, ogni cosa svaniva di fronte ai suoi occhiscuri e ai suoi riccioli. E Sofia sapeva bene cosa quellosses-sione significasse. Perché in qualche modo le era già capita-to. Quando era ancora allorfanotrofio, per un anno interoaveva aspettato con ansia larrivo della posta. Perché a por-tarla era un biondino troppo carino, che una volta avevascambiato due parole con lei e le aveva fatto una battuta. Daallora Sofia non aveva pensato ad altro che a lui, sospirando
    • ogni volta che lo vedeva arrivare e andare via. Aveva sogna-to un futuro insieme a lui, una casa e dei figli, addirittura, eun vestito bianco in una piccola chiesa di campagna. Poi ungiorno laveva visto baciarsi appassionatamente con una tipache lei non conosceva, ma che le era sembrata bellissima.Fine del sogno. Da quel momento aveva accuratamente evi-tato il momento della consegna della posta, fino a quando ilpostino del suo cuore non era stato sostituito da una più in-nocua signora di mezza età, grassoccia e sgarbata. "È come allora" si disse con una dolorosa stretta al pet-to. "Anzi, peggio di allora." Perché adesso era più forte, piùdolce e terribile insieme. Perché quel ragazzo aveva cercatodi entrare senza biglietto, aveva fatto arrabbiare Marcus e na-scondeva qualcosa di oscuro, lo sentiva. Quello sguardo cat-tivo che era balenato nei suoi occhi per un istante lavevaraggelata. Si girò con rabbia nel letto e affondò la faccia nel cusci-no. I suoi occhi neri furono lultima cosa cui pensò prima diaddormentarsi.
    • 6 Il noce «Bingo!» esclamò Lidja sedendosi al tavolo della cola-zione. Saltava sempre come un grillo, la mattina, mentre So-fia aveva bisogno di parecchio tempo per riuscire a carbura-re. Quel giorno, però, Lidja era davvero euforica. «La notte ti ha portato consiglio?» le chiese Sofia, men-tre inzuppava stancamente un biscotto nel latte. «Non solo:ha portato un sogno interessante.» Sofia si fece subito atten-ta. Perché la sera prima avevano discusso del suo, di sogno.Lì per lì non aveva ritenuto necessario raccontarlo a Lidja,
    • ma con il senno di poi si era detta che i sogni e le visioni era-no sempre stati un modo con cui i loro poteri si manifestava-no. Quellincubo poteva essere un indizio nella ricerca delfrutto. «Camminavo nella stessa via che hai sognato tu.» Sofia ebbe un colpo al cuore. «Non è possibile.» «Palazzi tutti identici, irriconoscibili, una strada legger-mente in salita, e a terra una pavimentazione strana… comese camminassi su squame di serpente.» Sofia provò di nuovo langoscia di quella notte, la terri-bile sensazione di terrore che laveva attanagliata nel sogno.«È proprio quella» mormorò. «Solo che Nidhoggr non cera. Cera invece un albero.» «LAlbero del Mondo.» Lidja scosse la testa. «No, no, non era lAlbero del Mon-do.» «Come fai a dirlo? Non labbiamo mai visto né sognato,conosciamo solo il frutto che abbiamo recuperato quasi unanno fa, quello di Rastaban.» «Sentivo che non lo era. Era un albero diverso, avevaqualcosa di particolare, ma non era lAlbero del Mondo. Eraun noce.» «Perché particolare?» «Stava al centro esatto della strada, lo scorgevo da lon-tano mentre camminavo. Le radici affondavano sotto lesquame, e io le vedevo insinuarsi nel terreno, e crescere auna velocità spaventosa. Man mano che le radici si allunga-
    • vano, le squame saltavano via e veniva alla luce la nuda ter-ra. Ma anche la terra aveva qualcosa di strano, perché era lu-minosa. Sembrava che il noce le desse vita, capisci?» Sofia annuì. «Ma è molto diverso dal mio sogno… Vo-glio dire, il mio era un incubo, il tuo sembra… sì, un bel so-gno.» Preferì non attardarsi a pensare che a lei capitavano in-cubi terribili, e a Lidja sogni tutto sommato piacevoli di al-beri che facevano spuntare erba al posto delle strade. «Ma la città era la stessa.» Sofia scosse la testa. «Senti, io ci ho pensato, e credoche non voglia dire niente. E anche se significasse qualcosa,è troppo confuso. Non si riesce a capire che città sia, i palaz-zi sono anonimi…» «È lunica cosa che abbiamo in mano, e non penso siaun caso che tanto il mio sogno quanto il tuo incubo sianoambientati nello stesso posto» obiettò Lidja con decisione.«Sono mesi che cerchiamo il frutto senza alcun risultato, esono mesi che né io né tu abbiamo visioni. Questa è la primavolta che vediamo qualcosa, qualcosa che, lo sento, ha a chefare con il nostro passato, con la nostra natura di Draconiane.Non possiamo lasciarcelo sfuggire.» Sofia rimase per un po a mescolare il latte pensierosa.«E quindi? Qual è il piano?» Lidja sembrò perdere un po della sua sicurezza. «Nonlo so. Potremmo partire dallalbero, dal noce. Magari è un in-dizio per capire di che città si tratti.»
    • «E cosa cerchiamo? Noci famosi della storia?» A Sofiascappò un mezzo sorriso. «Per esempio» asserì Lidja senza ombra alcuna di iro-nia. «Ma stai dicendo sul serio?» Lidja era serissima. «Dobbiamo cercare informazioni alriguardo. Possiamo cominciare con Internet.» A casa del pro-fessore non avevano la rete, per via della mancanza di elettri-cità, ma al circo si arrangiavano con un collegamento volan-te, intermittente e lentissimo, sempre meglio di niente. Sofia sospirò. «È troppo complicato, non saprei comedistricarmi.» «Certo che sei proprio una disfattista» osservò Lidja. «Più che disfattista, realista. Tanto lo so che tu devi sta-re qui ad allenarti, quindi toccherà a me fare la talpa sullarete.» «Almeno eviterai il mitico duo CicoByo, non sei con-tenta?» disse Lidja facendole locchiolino. Sofia contraccambiò. «Tu invece vedi sempre il lato mi-gliore delle cose.» Lidja le tirò una mollica di pane e Sofia rispose con unalinguaccia. Quanto meno, la giornata era iniziata con un sor-riso. Sofia, con la scusa dello studio, si mise al computer, unportatile antidiluviano che nel circo usavano tutti a turno. Fuun mezzo strazio. Già non era granché portata per le ricerchein rete, visto che nel magma di informazioni finiva sempre
    • per non capire quali fossero le cose attendibili e quali invecequelle assurde. Poi la chiavetta di rete che si ritrovava fun-zionava come un macinino. Alla fine capì che lunica era af-fidarsi ai vecchi mezzi. Cercò una bibliografia essenziale –tirando in verità un po a caso – e decise che lindomani sa-rebbe andata in biblioteca. Ce nera una lungo corso Garibal-di, se non ricordava male. Quanto meno, quella ricerca laveva tenuta lontana perun po dal pensiero del ragazzo misterioso. Infatti, lungi dal-lessere passata con una buona notte di sonno, la sua osses-sione era ancora lì, peggio del giorno prima. Lo vedeva un po ovunque. Nei passanti che intravedevaal di là del campo, nelle facce dei compagni del circo, in quelcarnet di biglietti che teneva ancora in tasca, come fosse unareliquia. Si sentiva ridicola, ma non riusciva a farci niente.Era più forte di lei, non pensava ad altro. Chiuse il computer, si guardò intorno. Mancava unoret-ta alla cena e cominciava a far fresco, ma aveva bisogno dischiarirsi le idee. Le bruciavano gli occhi e si sentiva la testapesante. Per cui si strinse la sciarpa intorno al collo, si miseil cappotto e uscì per una passeggiata. I suoi piedi la portaro-no come al solito sul corso. Stavolta guardò la parte alta del-la strada: lì cera la Villa Comunale, dove non era mai stata.Infilò le mani nelle tasche del cappotto e si disse che si pote-va fare. Si incamminò. Per la verità non aveva solo voglia dicamminare o di svagarsi un pochino. La ragione, inconfessa-bile, era unaltra.
    • Non lavrebbe mai ammesso, ma moriva dalla voglia dirivedere il ragazzo misterioso. Camminava, e si domandavase lui avesse mai calcato quegli stessi lastroni di basalto.Guardava i palazzi, e si domandava se lui abitasse da quelleparti. Non le piaceva sentirsi così. Procedette a testa bassa,per evitare di trasalire ogni volta che vedeva passare qualcu-no con una corporatura simile alla sua. Entrò nella villa e finalmente alzò la testa. Si sentiva su-bito meglio quando metteva piede in un posto dove ceranoerba e alberi. Forse aveva a che fare con il suo essere Draco-niana, forse era solo questione di gusti personali, ma la natu-ra, a differenza delle persone, la metteva subito a suo agio. Apartire dal grosso albero che sorgeva allingresso: aveva unramo gigantesco che pendeva minaccioso su una panchina, eche era così pesante da essere sostenuto da una corda metallica assi-curata con un robusto anello. Sofia sorrise: sembrava unramo al guinzaglio. Si mise a vagare per i vialetti semideserti. Chiunque al-tro avrebbe avuto qualche timore in un parco di sera, con po-chissime persone in giro. Lei no. Lei era come a casa. Ilbuio, gli alberi, il dolce gorgoglio dellacqua delle fontane,persino il freddo. Tutto la faceva sentire bene. Si abbandonò a fantasie bizzarre: pensò di incrociare ilragazzo misterioso, che lavrebbe riconosciuta e salutata conun sorriso aperto. Miracolosamente interessato a lei, avreb-bero cominciato a parlare, scoprendo di avere un sacco di
    • cose in comune. Poi, in piedi in una di quelle stradine, luiprima le avrebbe messo un braccio intorno alle spalle, e poilavrebbe baciata a tradimento. Sofia arrossì violentemente. "Cretina" si disse impieto-sa. Non cera un briciolo di speranza non solo di suscitare inlui un benché minimo interesse, ma anche semplicemente dirivederlo. Salì i gradoni del gazebo e si fermò alla sua ombra. Leera familiare, perché aveva le stesse linee slanciate ed ele-ganti di tanti oggetti in casa del professore: era ottocentesco,proprio come lui. Sospirò. Chissà cosa stava facendo, e seogni tanto pensava a lei pentendosi di non essersela portatadietro. Si sedette sul marmo, tirò le ginocchia al petto e ci posòsopra il mento. La malinconia cominciava a farsi strada: dol-ce, sottile. Poi qualcosa attirò la sua attenzione. Dietro di lei,sui gradoni che conducevano al gazebo, si erano improvvisa-mente assiepati un centinaio di piccioni. Non le erano maipiaciuti troppo i piccioni, le sembravano sporchi, ma erastrano che tutto a un tratto ce ne fossero così tanti. Si tirò su, scese un paio di gradoni e scoprì tra gli uccel-li una schiena nera curva, un paio di zoccoli che coprivanopiedi stretti in pesanti calze nere. La vecchia. Sofia fu scossa da un brivido. Ricordava il modo in cuilaveva vista sparire, e anche adesso era comparsa allimprov-viso, dal nulla.
    • La vecchina le regalò un sorriso triste e sdentato. «Ci in-contriamo di nuovo» disse. «Già.» Lanziana donna fece un passo avanti, e Sofia uno indie-tro. Non cera davvero nulla di minaccioso in lei, eppure neaveva paura. E laria sembrava di colpo più gelida. La vecchia le porse un sacchettino. «Per i piccioni» dis-se. Sofia indugiò un istante prima di prenderlo. La manodella donna era insolitamente fredda. Guardò dentro il sac-chetto: mangime per uccelli. Ne prese un pizzico e lo gettò a terra. I piccioni accorse-ro tubando: sentì il battito delle loro ali intorno alle gambe. «Anche a lei piace la solitudine?» chiese. La vecchia la guardò come se non capisse. «Sì, sonosola… da un sacco di tempo. È che sto cercando qualcosa…da tanto» mormorò sognante. Sofia le restituì il sacchetto. Improvvisamente volevaandare via. «Quando cera ancora lei, era diverso… Cera calore, eluce» aggiunse la vecchia. «Ma poi il noce fu abbattuto, etutto finì.» Guardò a terra sconsolata. Qualcosa si accese nella testa di Sofia. «Il noce?» «Sì, sì, il noce.» La donna assunse un aspetto ispirato.«Unguento, unguento, portami al noce di Benevento, sullac-qua e sul vento a dispetto di ogni maltempo! Diceva così,così diceva! E lei ci andava. Loro, ci andavano.»
    • Sofia deglutì, si fece coraggio. «Loro chi? E chi è questalei di cui mi ha parlato anche laltra volta?» «Le streghe, o così le chiamavano. Ma lei diceva cheerano sacerdotesse.» «Ed era qui, questo noce?» A Sofia parve che laria sifosse fatta spessa, e che a fatica le entrasse nei polmoni. I ru-mori pian piano si erano spenti, e persino il tubare dei piccio-ni si era calmato. «Nessuno sa dovè. Era qui a Benevento, sì, ma dove…dove… Unguento, unguento…» e riprese la cantilena. Sofia capì che non ne avrebbe cavato altro. Ma quelloche aveva sentito le bastava. Era quello il noce che aveva so-gnato Lidja? Un piccione le salì su una scarpa, e lei scosse ilpiede spaventata. A quel gesto gli uccelli si dispersero in unvolo precipitoso, facendole chiudere istintivamente gli occhi.Quando li riaprì, la vecchietta era svanita. In compenso cera un vigile urbano che la guardava.«Tutto bene?» le chiese. Sofia prese un grosso respiro. «Sì, credo… di sì» rispo-se. «Non dovresti stare qua. Questo di sera è un brutto po-sto» aggiunse il vigile. «Ti sei persa?» Sofia scese lentamente i gradini. «No, no… Stavo solofacendo un giro.» «È meglio se te ne vai a casa. Di giorno qui è più bello esicuro.»
    • «Vado via subito» si affrettò a dire Sofia. E si avviò dicorsa verso luscita. Del resto, aveva trovato quello che stavacercando.
    • 7 L esito della ricerca Allora il noce non cè più?» chiese Lidja. «È stato abbat-tuto tanto tempo fa. Quanto, non lo so con precisione» rispo-se Sofia, e poi le raccontò della vecchia. «Un tipo strano» osservò Lidja. «E credo che sia anche un po via di testa, ma sembravasicura di quello che diceva.» «In ogni caso sei stata imprudente: non dovresti attacca-re bottone con gli sconosciuti, potrebbero essere nemici.» «Mi è sembrata innocua. Certo, un po inquietante.»
    • «Soprattutto perché appare e scompare improvvisamen-te e la incontri sempre quando sei sola… Ce nè abbastanzaper avere dei sospetti» osservò Lidja. A tutti questi particolari Sofia non aveva pensato. Eracosì abituata a sottovalutare i propri timori che non le venivamai in mente che almeno qualcuno potesse essere fondato.«La prossima volta farò attenzione. Comunque limportante èche abbiamo una traccia» concluse con gli occhi che le bril-lavano. «E la tua ricerca su Internet comè andata?» «Una tragedia. Quel computer risale allepoca dei dino-sauri.» «Sempre meglio che niente, no?» replicò Lidja piccata.«E poi ha tutto quello che serve, se lo sai usare.» Sofia capì di aver toccato un tasto dolente. Cambiò ar-gomento. «Ho trovato una lista di libri che parlano delle coseche ci interessano. Cè una biblioteca, lungo il corso. Pensa-vo di andare domani a consultarli.» «Sì, domani devi cominciare assolutamente» tagliò cor-to Lidja. «Agli ordini!» esclamò Sofia, facendo il saluto militare.Il fatto di avere finalmente una pista seria la metteva di buo-numore. Lindomani arrivò in biblioteca troppo presto. Non co-nosceva gli orari di apertura, e per questo si era tenuta larga,presentandosi lì alle due e mezzo. Dovette aspettare impalata
    • davanti alla porta chiusa per più di mezzora. Lidja era rima-sta al circo per gli allenamenti del pomeriggio. Alma sapevaqualcosa dei poteri della nipote. Quando era andato a parlarecon lei di Lidja, il professore le aveva raccontato almeno unaparte della verità. Sofia lo sapeva perché, prima di salutarla,le aveva detto sottovoce: «Se hai bisogno, ti puoi fidare diAlma. Sa… alcune cose.» Sofia non aveva idea del perché il professore si fosse fi-dato di quella donna. «Mia nonna e zia Alma erano come sorelle. Durante laguerra riuscirono a sopravvivere insieme, uniche della lorokumpania, e questo le ha unite molto» le aveva raccontatoLidja. Gli altri del circo, però, non sapevano niente dei loropoteri. Ogni volta bisognava inventarsi qualcosa per giustifi-care le assenze. «È per lo studio. Devo fare una ricerca» erastata la bugia del giorno, una scusa buona per tutte le occa-sioni. Entrò animata da un entusiasmo sorprendente, conside-rato che andava a seppellirsi tra saggi storici. Sofia amavaleggere, ma romanzi, libri davventura, fantasy. Non mattonistorici. A ogni modo presentò la sua lista a una bibliotecariasegaligna e scontrosa, che le trovò alcuni volumi. Davantialla pila di libri, Sofia sentì lentusiasmo sgonfiarsi: ci avreb-be messo una vita. Era un po come quando allorfanotrofio leaffibbiavano come compito una ricerca. Lei le odiava, le ri-cerche. Non riusciva a mettere insieme bene le informazioni
    • che per miracolo trovava, e alla fine, dopo ore di lavoro, pro-duceva pagine di quaderno che a leggerle facevano schifo: ivari brani copiati cozzavano luno con laltro, andando acomporre un collage assurdo di stili diversi. Un orrore comeil mostro di Frankenstein. E invece stavolta fu quasi divertente. Allinizio affogòtra saggi storici piuttosto noiosi, perdendosi tra le genealogiedi principi e maggiorenti longobardi che avevano dominatola città: Arechi, Sicardo, Zottone. Poi capitò nella parte dedi-cata alle leggende, e a quel punto si immerse completamentenella lettura. A quanto pareva, Benevento era stata la capitale dellastregoneria, o ci era andata vicino. La cantilena che la vec-china le aveva sciorinato serviva alle streghe per convenirein città – sotto un fantomatico noce – per il sabba che, dacome lo descrivevano, era una cosa a metà tra una seratasfrenata in discoteca e il rito satanico. Trovò anche i verbalidi confessioni di streghe e i raccapriccianti racconti delle tor-ture che le povere sospettate subivano durante gli interroga-tori. Sofia rabbrividì mentre leggeva degli strumenti di tortu-ra e delle sofferenze che erano in grado di procurare. Il nocetornava in ogni leggenda: era il fulcro di tutti i riti. Le stre-ghe si riunivano là sotto per le loro feste, e lalbero a quanto sembrava nonperdeva mai le foglie. Sofia lesse di quei riti, e lesse quello che si diceva faces-sero le streghe: uccidere i neonati, gettare malefici sulle don-
    • ne, intrecciare le criniere dei cavalli o preparare filtri damo-re. Non sapeva se crederci o meno. La magia era qualcosa divero, tangibile nella sua vita, e anche lesistenza del male eraqualcosa che aveva sperimentato purtroppo in prima persona.I poteri di Nidhoggr erano tutto sommato una forma perversae terribile di magia. Ma le streghe… che fossero serve di Ni-dhoggr? Che il loro culto fosse legato in qualche modo a lui?Quando aveva combattuto a Villa Mondragone, aveva avutomodo di vedere quello che restava di unabitazione di uominiche avevano adorato il signore delle viverne nei secoli. Si chiese allora se quel noce fosse quello sognato da Li-dja. "Questo sembra un albero malefico, quello di Lidja davanuova vita alla terra" pensò. A ogni buon conto cercò indica-zioni sul luogo in cui poteva sorgere lalbero e scoprì che unvescovo laveva fatto abbattere. Cercò ugualmente il posto incui si trovava quando ancora esisteva. «Signorina? Ehi, signorina!» Sofia trasalì, e si trovò di fronte la faccia arcigna dellabibliotecaria. «Mi sembrava di averti detto che alle cinque e mezzochiudiamo.» Sofia si riscosse. Guardò fuori dalle finestre e vide cheera buio. Era così immersa nella lettura che non si era accor-ta di quanto fosse tardi. «Mi scusi, il tempo è volato.»
    • «Non cè problema, ma adesso devo chiudere, percui…» La bibliotecaria la prese per un braccio, tirandola de-licatamente ma con decisione verso la porta. «Posso almeno prendere in prestito il libro?» Non avevaancora scoperto dove si trovava lalbero, e voleva continuarea cercare. La donna la squadrò come se fosse una richiesta assur-da. Eppure in genere le biblioteche prestano i libri. «Sai che,secondo il regolamento, se lo rovini o lo perdi sei tenuta a ri-pagarlo?» «Io i libri li tratto con cura e amore, soprattutto se nonsono miei» ribatté Sofia, offesa. La tizia la fissò ancora. «Immagino che tu non abbia undocumento da lasciare in garanzia. Dammi i tuoi dati.» Sofia dovette declinare le generalità, e quando nominò ilcirco, lo sguardo della bibliotecaria si fece ancora più sospet-toso e ostile. In ogni caso, riuscì a portare il libro con sé. Uscì soddisfatta: era stato un pomeriggio proficuo. Ma,tutto sommato, era ancora presto. Guardò il corso in su e ingiù, nel petto linconfessabile speranza di rivedere il ragazzomisterioso. Poi il solito vicoletto la chiamò. Quale posto mi-gliore per continuare a studiare del suo amato Hortus Con-clusus? Sulla consueta panchina, alla luce di un lampione, si im-merse di nuovo in quei racconti di leggende e di eventi terri-bili. Lesse degli antichi culti legati al noce, da cui avevanoprobabilmente preso origine le leggende sulle streghe; della
    • dea egizia Iside, cui forse veniva tributato un culto interpre-tato come affine alla stregoneria; dei Longobardi, gli antichisignori di quella città, che erano soliti celebrare un dio ap-pendendo una pelle a un albero, e trafiggendola più e piùvolte con una lancia, in una specie di combattimento. Lessedi riti strani e millenari, di dei perduti e di storie affascinanti.E cercò il noce. Non trovò alcuna indicazione precisa sullasua ubicazione, eppure, secondo la leggenda, lalbero, sebbe-ne abbattuto, era rinato più volte, sempre nello stesso posto. Quando Sofia chiuse il libro, era ormai notte. Nulla distrano, quando era uscita dalla biblioteca già imbruniva. Eratutta infreddolita e lo stomaco si mise a brontolare con vee-menza. Si meravigliò di quella fame improvvisa e guardò lo-rologio. Erano quasi le nove! Tre ore e mezza filate a leggeree prendere appunti, dimenticandosi che al circo laspettava-no, che magari a quellora la stavano anche cercando. Scattò in piedi, strinse il libro sotto il braccio e volò ver-so il cancello. Chiuso. E certo, lorario di apertura era passatoe di lei, immersa nella lettura, nessuno si era accorto. Per for-tuna uscire da lì non era difficile. Essere una Draconianaaveva i suoi vantaggi. Non dovette neppure concentrarsi: ilneo che aveva sulla fronte, di solito così anonimo, divennecaldo e luminoso, fino ad apparire simile a una gemma di unverde brillante. Ogni Draconiano aveva un potere specifico: quello diLidja era la telecinesi, quello di Sofia la capacità di evocarela vita. Che poi significava riuscire a far nascere piante dal
    • nulla o farne crescere altre che già esistevano, e modellarlein qualsiasi foggia. Allinizio Sofia laveva definito un potereda giardiniere, ma le aveva salvato la vita più di una volta, eadesso aveva imparato a rispettare le proprie capacità. Avvi-cinò lindice alla serratura del cancello. Ne uscì fuori un ra-metto verde, tenero ed elastico, che si insinuò negli ingra-naggi. Ci vollero pochi secondi perché la serratura scattassee il cancello si aprisse. Sofia si precipitò fuori timorosa che qualcuno potessescoprirla, ma appena mise piede sul corso, il tempo sembròfermarsi. Il paesaggio perse i suoi colori, i palazzi divenneroanonimi, le finestre orbite vuote. La via del sogno, la via chesi trasformava nel dorso di Nidhoggr. Era quella. La rivela-zione la folgorò. Perché ora che realtà e visione si sovrappo-nevano, riconosceva quel posto. A terra, le squame che ricor-dava erano i sanpietrini della pavimentazione, bianchi, grigie rossastri, ed era evidente, lampante, che andavano a dise-gnare i contorni sinuosi di un serpente. "Nidhoggr è qui." Quella consapevolezza le gelò le tempie, e la visionescomparve. Fu di nuovo semplicemente il corso, deserto. So-fia si guardò intorno, smarrita. E fu così che lo vide. Una fi-gura davanti a lei, che sgattaiolava veloce verso la chiesa lìvicino. Si ricordava quella chiesa, perché portava il suonome: Santa Sofia. Il fiato le mancò, perché sebbene fosse lontano, sebbenesi muovesse rapidamente, laveva riconosciuto allistante. Erail ragazzo misterioso.
    • Lo vide fermarsi vicino al cancello a lato della chiesa eguardarsi intorno furtivo. Poi un brillio, e due enormi ali tra-sparenti gli spuntarono dalle spalle, le nervature metallicheche scintillavano alla scarsa luce. Il ragazzo spiccò un brevevolo, quanto bastava per superare il cancello, e fu inghiottitodal buio che si spandeva al di là. Sofia rimase impietrita. Il cuore, che fino a pochi istantiprima le tamburellava il petto con violenza, si era come fer-mato. Il ragazzo della sera prima, il tizio cui aveva pensatocontinuamente in quei due giorni, che aveva cercato nei voltidei passanti, era un Assoggettato.
    • 8 La prima battaglia Sofia si guardò attorno: non cera nessuno. Percorse lapiazza di corsa e si appoggiò con le mani al cancello neroche il ragazzo aveva appena scavalcato volando. Ripensòalla sua figura slanciata, e alle maledette ali che gli eranospuntate dalle spalle. "Non ci badare, e fa il tuo dovere" si disse con durezza.
    • Di nuovo sporse il dito, e di nuovo ne spuntò un ramettoverde che si srotolò fino a insinuarsi negli ingranaggi dellaserratura, facendola scattare dolcemente. Sofia entrò nelchiostro. Non era mai stata lì dentro. Aveva visitato la chie-sa, una volta, ma mai il giardino interno. Davanti a lei si aprìlo spettacolo di un vialetto che si svolgeva in mezzo ad aiuo-le verdi. Tra arbusti e alberi, rovine romane: statue acefale,bassorilievi, lapidi e iscrizioni che rilucevano di un biancofunereo alla luce della luna. Sofia deglutì. Doveva essere forte, forte e decisa, comela volevano Lidja e il professore. Avanzò cercando di farepiano, e si imbatté sulla sinistra in una porta a vetri che con-duceva a una costruzione, con ogni probabilità il chiostro, dicui aveva sentito parlare. La parte superiore era rotta, e i coc-ci giacevano a terra. La porta era aperta. Sofia ci appoggiò lemani ed entrò. Era un locale piccolo, con un bancone da unlato e svariati cartelli: la biglietteria, con ogni probabilità. Laluce filtrava da una seconda porta a vetri, rotta anche questa.Proseguì cauta. Lui era di certo lì, intento a fare chissà cosa,e non doveva sentirla. Non poteva perdere il vantaggio dellasorpresa. In un istante ricordò la sua prima battaglia controun Assoggettato, sulle rive del lago di Albano. Era stato allo-ra che aveva scoperto i propri poteri. Ricordò lo sguardospento del ragazzino, i suoi occhi rossi e la sua espressioneimpassibile, gli innesti metallici sulla sua schiena. Era cosìche Nidhoggr rendeva schiavi gli uomini, attraverso quella
    • specie di esoscheletri di metallo che toglievano loro ogni vo-lontà e li riducevano a una macchina nelle sue mani. "Lui non è così, non aveva quegli occhi, laltra sera. Chesia qualcosa di diverso?" La paura le strinse le viscere, ma lascacciò. Oltrepassò la seconda porta, e laria fredda di quellasera invernale la investì in pieno. Era nel chiostro vero e pro-prio. A terra, mattonelle di cotto, e tutto intorno un porticatosorretto da colonne sottili. Una era ritorta su se stessa, unal-tra aveva a metà un nodo. Sofia avanzò lenta, rasente al muro. Sembrava non es-serci nessuno. Fece un giro, piano, guardinga. Oltre il colon-nato, cera un giardino con un pozzo al centro. Ancora nessu-no. Dovera finito il ragazzo? Lungo il muro si aprivano di-verse porte, ma erano tutte chiuse e integre. Non poteva esse-re passato di là. E allora? Costeggiò il colonnato. Era un posto strano, dal qualesentiva emanare unenergia particolare. Non sapeva comespiegarlo, ma percepiva che quel luogo non le era del tuttosconosciuto. Eppure non cera mai stata. Percorse cauta il porticato, aguzzando la vista nel buio.Ma i capitelli delle colonne la distraevano. Non ce nera unouguale allaltro. Ciascuno mostrava fregi e immagini diffe-renti, e su ognuno dei quattro lati cera una diversa incisione.Decori floreali, rappresentazioni di caccia o di guerra. Eppu-re, sebbene differenti, sembrava che molti trattassero scenedi battaglia.
    • Fu come se un flash illuminasse allimprovviso la scena.Il portico si trasfigurò, le colonne e il resto delledificio fini-rono come inghiottiti dal pavimento, e tutto apparve comedoveva essere stato secoli, millenni prima. La terra tremava,percorsa da fremiti sordi, e laria era piena di ruggiti e gridastridule. Sofia li vide. Enormi, si contorcevano a mezzaria esi rotolavano a terra, tra fiamme e sangue: scure le viverne, imusi appuntiti e i corpi scheletrici, colorati i draghi. Lariaera pregna dellodore acre di carne bruciata, il cielo era gri-gio del fumo degli incendi. Quelli non erano ricordi suoi.Erano di Thuban, che aveva visto scorrere tutto quel sangue,che in quello scontro era perito. Di colpo la scena sparì. Di nuovo, davanti a lei, vi era lospettacolo del chiostro deserto. Ecco perché le era risultatofamiliare: in quel luogo viverne e draghi si erano dati batta-glia. Evidentemente leco di quella straordinaria lotta non siera placata con i secoli, e gli uomini che avevano edificato ilchiostro avevano mantenuto inconsciamente memoria diquanto era accaduto. Sebbene non ricordassero, le loro maniavevano rievocato quellantica e terribile guerra nei bassori-lievi dei capitelli. Sofia proseguì verso il pozzo al centro del chiostro. Eraun capitello romano enorme, sovrastato da una struttura dimetallo. Poggiò le mani sul travertino gelido e si sporse. Dalfondo, le giunse il riverbero di una luce smorta. Una morsadi paura le strinse le viscere. Il ragazzo doveva essere lì.Strinse i polpastrelli sulla pietra fino a farli sbiancare. "Sii
    • forte, Sofia" si disse ancora una volta. Poi chiuse gli occhi esi tirò su sedendosi sul bordo del pozzo. Bastò una lievespinta con le mani. Una sensazione di vuoto le torse lo sto-maco, e il terrore della caduta la dominò per lunghissimiistanti. Intorno a lei, solo pietra liscia che la circondava e lescorreva rapida davanti agli occhi. Per un attimo pensò chesul fondo lavrebbe attesa soltanto la dura roccia, e una morteterribile. "Sii forte, Sofia." Lo spazio si allargò tutto a un tratto, e Sofia sentì il neopulsarle sulla fronte, caldissimo. Dalle spalle le spuntaronoenormi ali verdi membranose, ali di drago. La caduta rallentòallistante, e si ritrovò a volare in un vasto locale sotterraneo.La volta era a botte, di mattoncini, assai alta, con quattro am-pie vele. Lo spazio, esagonale, era diviso in due zone da unordine di colonne bianchissime, che sorreggevano capitellifoggiati a forma di drago. Le immagini di Draconia si so-vrapposero a quel panorama: il marmo dei palazzi, le guglie,le statue e le fontane. "Questo posto appartiene ai draghi"pensò. Atterrò delicatamente sul pavimento di marmo e si ac-covacciò. Rimase un istante in silenzio. Sentì un rumore di-stante, come qualcuno che frugasse. Si alzò, una mano chegià cominciava a diventare luminosa. Avanzò guardinga.Quel posto era una sorta di tempio in rovina. Aveva laspettodi quelle chiese antiche che qualche volta aveva visto sui li-bri di storia. Alle pareti, affreschi sbiaditi. Ma al posto di
    • santi e madonne, ritraevano un albero magnifico, enorme,pieno di foglie di un verde che in origine aveva dovuto esse-re brillantissimo. Tra le foglie, nascosti, splendidi frutti. Lun-go il tronco si avvinghiavano cinque draghi di colori diffe-renti. Sofia riconobbe Thuban, quello verde, e Rastaban,quello rosso. Ce nerano altri tre, ma non riusciva a identifi-carli. I ricordi di Thuban non affioravano sempre con chia-rezza alla sua mente. Sulla parete opposta, cera il disegno diun albero più piccolo, ma non meno meraviglioso. Aveva iltronco piuttosto basso e una chioma assai ampia; tra foglia efoglia, frutti tondeggianti di un colore verde più chiaro. In-torno, un gruppo di donne vestite di bianco che ballavano, esembravano adorare lalbero. Tra loro, una indossava una ve-ste stretta sotto il seno da un nastro dorato. Era più alta dellealtre, e sembrava più importante. Sofia tornò in sé. La luce che aveva visto sembrava pro-venire da una nicchia in una parete. Ce nerano sei, simili adaltari, e accanto ad esse lo vide, inginocchiato. Sulle spalle le ali non cerano più, ma la camicia erastrappata nel punto in cui dovevano essere scomparse. Vici-no al collo, riuscì a intravedere il congegno che rendeva As-soggettati: una specie di ragnetto metallico, aggrappato tena-cemente alla nuca. Provò una nostalgia tremenda e una intollerabile tene-rezza mentre guardava quella schiena magra, e la figura tuttadi quel ragazzo cui aveva pensato per giorni interi. Indugiòsulle spalle sottili, sul modo in cui i riccioli cadevano sul col-
    • lo, appena sopra il ragnetto, e si sentì dilaniata. "Lo salverò.Ho salvato il ragazzino che venne ad attaccarmi ad Albano,salverò anche lui." Non si soffermò a pensare. Stese in avanti la mano e neuscirono lunghe liane legnose. Lui fece appena in tempo agirarsi che si ritrovò completamente avvolto. «Sta fermo» gli disse Sofia con voce tremante. «Stafermo, e finirà tutto in fretta.» Gli occhi neri del ragazzo erano increduli, ma lo rimase-ro un istante appena. Poi si riempirono di scherno. «La ra-gazzina del circo.» "Si ricorda di me" esultò Sofia come una stupida. Nonebbe neppure il tempo di rimproverarsi per quel pensierosciocco, perché il suo sguardo fu attirato da qualcosa: allin-crocio degli occhi del ragazzo cera un neo di un colore palli-do, molto simile a quello che aveva lei. Lo contemplò quasi ipnotizzata. «Chi diavolo sei?» chiese lui. Sofia si riscosse. Comera possibile che parlasse? Luni-co Assoggettato con cui era entrata in contatto non aveva al-cuna coscienza, era una mera macchina nelle mani di Nid-hoggr. E i suoi occhi, poi, non erano rossi, erano dello stessonero profondo che ricordava, pieni di vita. E allora? Il ragazzo sorrise. «Non ha alcuna importanza. Perchécomunque non mi fermerai.» Il neo sulla sua fronte si accese, brillò di una luce doratavenata di riflessi scuri, e i ceppi che Sofia gli aveva imposto
    • esplosero. Enormi ali dorate spuntarono dalle sue spalle, alicircondate da nervature metalliche. Una specie di armaturaliquida spuntò dal nulla avvolgendo il suo petto e coagulan-do intorno alle braccia in due pesanti bracciali. Lattacco arri-vò improvviso, e Sofia non riuscì a sottrarsi. Una lama saettòverso di lei, inchiodandola alla parete per una spalla. Era sta-ta tanto rapida che quasi non provò dolore. Solo stupore, in-finito. "Combatti, combatti e non pensare ad altro." Listintoebbe la meglio, o forse fu il potere di Thuban a salvarla. Dal-le sue spalle esplosero di nuovo ali verdi, ampie e consisten-ti, e con la loro forza Sofia si liberò. La lama uscì dalla car-ne, e solo allora arrivò il dolore. Urlò. "Devo tenere duro." Si alzò in volo, ma le venne incon-tro unaltra lama. La intercettò con un rete di liane che fecespuntare dal pavimento e che si strinsero intorno allarmaspezzandola. «Sei più tenace di quanto credessi» disse il ragazzo adenti stretti. Un nuovo brillio sulla sua fronte, e la rete preseimmediatamente fuoco. Sofia fece appena in tempo a sfuggire alle fiamme, rin-tanandosi in un canto. "Ho bisogno di unarma." Aprì lamano, e dal palmo spuntarono due rami coriacei strettamenteavvolti luno allaltro, che terminavano in una punta acumina-ta. Afferrò quella rudimentale lancia e si gettò contro lavver-sario.
    • Lui fu rapido a rispondere sfoderando una delle suelame. La lancia e la lama si incrociarono, trucioli di legno sistaccavano dallarma di Sofia a ogni impatto, ma lei insistet-te, assaltando, parando, cercando di limitare gli attacchi vio-lenti del ragazzo. "È una furia" pensò, mentre si esibiva in unaffondo. Riuscì a vincere la sua guardia e a conficcargli lapunta di legno in una gamba. Il ragazzo urlò, e Sofia soffrìper lui vedendolo sanguinare. Perché, nonostante tutto, anco-ra le piaceva, le piaceva da matti, più di quanto volesse am-mettere e più di quanto potesse sopportare. Dovette farsi for-za per svellere la lama e allontanarsi. «Chi sei? Io ti posso salvare» disse con disperazione.«Io conosco il modo per liberarti da quellaggeggio che ti hareso schiavo!» Lui la guardò incredulo, poi scoppiò a ridere. «Io nonsono schiavo di nessuno. Semmai, da quando ho questo pote-re, sono libero. Libero da te e dalla mediocrità, libero di la-sciare che i miei poteri si esprimano in tutta la loro forza.» La lama la colpì di nuovo, ma lei riuscì a pararla. Lin-gue di fiamme avvolsero il metallo e finirono per attecchiresulla sua lancia, che prese fuoco rapidamente. Sofia dovettemollarla prima di bruciarsi. «Io sono più forte di te» sibilò il ragazzo. «E quella chetu chiami schiavitù, io lho cercata e voluta.» Tutto lo spazio si incendiò, le fiamme si arrampicaronosu per le pareti e il tempio si fece rovente. Nellaria spessa e
    • irrespirabile, Sofia vide il ragazzo allontanarsi con una risata.Intontita, cadde a terra tossendo. Pensò disperata che doveva scappare, o rischiava di mo-rire bruciata. Ma si sentiva sfinita, e ogni fibra del corpo lelanciava stilettate di dolore. «Non ce la faccio…» mormorò. «Non ce la faccio!» Eun nuovo accesso di tosse le tagliò la voce in gola. Il neo sul-la sua fronte pulsò, come se Thuban cercasse di farle forza,di spronarla a non arrendersi. Strisciò a terra lentamente, il calore ormai insopportabi-le che la dilaniava. Il suolo era bollente, ma lei si aggrappavaugualmente agli interstizi della pavimentazione, guadagnan-do un centimetro dopo laltro, verso la salvezza. Un refolo divento e fumo che andava in alto. Il pozzo. Sofia non riuscivapiù a tenere gli occhi aperti. Intravide confusamente unaper-tura tonda sopra di lei. Cercò di aprire le ali, le sbatté nella-ria ardente, ma non si alzò di un palmo. "Thuban è con me" si disse. "Non sono sola, e devo,devo salvarmi." Urlò, e sbatté le ali con più forza. Prese ilvolo e riuscì a intrufolarsi nello stretto passaggio del pozzo.Si puntellò mani e piedi, i muscoli urlavano dal dolore. Steseuna mano in alto. Trovò appena la forza di lanciare dal pal-mo una liana verso lapertura. Lestremità si ancorò fuori,sullintelaiatura metallica. Poi si arrotolò, tirandola fuori. Sofia si aggrappò con fatica ai bordi del pozzo, si issòcon lultimo briciolo di energia che le era rimasto, si gettò aterra. Non aveva più fiato, e le faceva male dappertutto. Sen-
    • tì un rombo sotto di sé, terribile, e la terra tremò. Il fumo,che fino a poco prima usciva copioso dal pozzo, scomparveallimprovviso. Il santuario doveva essere collassato, e ormaiera perduto per sempre. Respirò laria fresca della notte, e le parve che non ce nefosse abbastanza per riempire i suoi polmoni arsi. A poco apoco recuperava la sensibilità in ogni parte del corpo, e per-cepì crudelmente le bruciature sulle palme delle mani, i graf-fi sulle ginocchia e la ferita alla spalla, un dolore che le to-glieva il fiato. Ma più delle ferite fisiche, era il dolore della-nimo che la fiaccava e la faceva star male. Il ragazzo che lepiaceva era un nemico. Ed era in qualche modo simile a lei,perché aveva il suo stesso neo. Le immagini del combatti-mento si sovrapponevano a quelle del suo viso da angelo. Sofia si rimise in piedi a fatica, zoppicando e tenendosila spalla. Doveva uscire. Se la trovavano lì, erano guai. Rife-ce a ritroso la strada che aveva percorso neppure unora pri-ma, sempre più debole, sempre più confusa. E mentre le per-cezioni a poco a poco svanivano, restava solo la terribileconsapevolezza di aver fantasticato su un nemico, di essersipresa una cotta per un essere terribile. Con le ultime forzesocchiuse il cancello e lo oltrepassò. Poi cadde sul selciato, elì rimase, sperando di poter sparire.
    • 9 Fabio Fabio cercò di volare sopra la città il più rapidamentepossibile. La gamba gli faceva un male tremendo. Sentiva ilpantalone zuppo di sangue, sotto la mano stretta sulla ferita. "Chi era quella maledetta ragazzina?" si chiese con rab-bia. "Chi è?" Da quando aveva conquistato il potere, non gli era maicapitato di venire ferito. Sulla propria strada aveva incontra-to solo avversari molto più deboli di lui, ed era stato un pia-cere abbatterli e umiliarli. Ma la ragazzina del circo era
    • unaltra cosa. Aveva ali come le sue ed era in grado di co-mandare le piante. "È come me." E questa consapevolezza lo atterrì. Perchéla sua vita fino a quel momento si era basata soltanto su unacertezza: era unico e solo, non cerano altri come lui, e maice ne sarebbero stati. Quando era piccolo, la sua diversità loaveva fatto soffrire, ma crescendo ne era divenuto orgoglio-so. Perché la sua era la solitudine dei forti, di chi è superioreagli altri ed è nato per schiacciarli. Ma lei… lei aveva il neo. "Un neo come il mio." Il neo giallo sulla sua fronte, tra le sopracciglia, il neoche si illuminava ogni volta che evocava il fuoco. Lei ce la-veva verde, ed era lunica differenza. Scese ai margini della città, nel casale abbandonato cheda tempo era casa sua, ma nellultimo tratto cadde, perché leali si dissolsero a un paio di metri da terra. Stava male, terri-bilmente male. Zoppicò fino allinterno; lo accolsero paretispoglie e annerite da sporco e fumo. Cera un camino, su unlato, e un tavolo mezzo marcio al centro della stanza. Appog-giata alla parete, una brandina con un materasso e una coper-ta. Fabio vi si lasciò cadere sopra. Evocò con il suo potere unbracciale metallico che gli si materializzò sullavambracciodestro. Ne spuntò una lama acuminata e piatta lambita dallefiamme. Attese finché il metallo divenne rosso per il calore,poi spense le fiamme e trattenne il respiro. Non sarebbe statopiacevole quello che stava per fare, ma era necessario.
    • Appoggiò la lama sulla ferita, e urlò, urlò nella notte, re-sistendo alla tentazione di staccarla. Lo fece solo quando laferita fu cauterizzata. Poi la lama scomparve e lui si lasciòandare sul letto, tremante di dolore. E la rabbia tornò a inva-derlo. La stessa rabbia che lo aveva accompagnato per unavita intera, lunica cosa che gli era rimasta quando anche suamadre lo aveva abbandonato. Protetto dal buio, pianse per la prima volta da quandoera bambino. Sua madre gli aveva raccontato che quando era incintadi lui sognava. Si svegliava nel cuore della notte, impaurita,mentre il marito, al suo fianco, continuava a dormire. Si al-zava e si avvolgeva nel pesante maglione che teneva sempreai piedi del letto. Perché lei veniva dallItalia, veniva dal cal-do e dal sole, e aveva abbandonato tutto per amore. Guarda-va dalla finestra il panorama buio di un paese che non cono-sceva, quellUngheria che era diventata la sua casa, e cercavadi pensare solo a quanto amava quelluomo sdraiato sul lettoe il figlio che gli stava per dare. Il sogno era sempre lo stesso, terribile. Draghi. E serpi.Avvinti in una lotta crudele, cercavano di azzannarsi a vicen-da e finivano per divorarsi. Erano sogni così reali, così pal-pabili che le sembrava di sentire lodore del sangue. Per scac-ciare la paura, si accarezzava il ventre dove Fabio attendevadi venire alla luce. Lui avrebbe spazzato via ogni suo timore:
    • la paura di quel paese straniero, di quel posto che non cono-sceva. Persino quei sogni terribili. Lui avrebbe cambiato tutto. E invece la sua nascita non aveva dissipato i dubbi, mali aveva accresciuti, e le paure si erano moltiplicate. Perchésuccedevano cose strane intorno a lui, perché lui stesso erastrano. Faceva cose che gli altri bambini non riuscivano afare. Era molto forte; se si tagliava o feriva, guariva subito, eun giorno aveva scoperto di poter evocare il fuoco. Unafiamma si era accesa sulla sua mano senza bruciarla. Danza-va nellaria a suo comando, e Fabio era rimasto a guardarlaaffascinato e impaurito al tempo stesso. E quando aveva toc-cato il tavolo della sala da pranzo, questo si era trasformatoin cenere in pochi attimi. Il bambino aveva contemplato lascena per qualche istante, e quando aveva alzato gli occhi,aveva visto suo padre che lo fissava con odio. Poi lo avevacolpito fino a togliergli il fiato e lo aveva rinchiuso nella suacamera. Da dietro luscio, Fabio aveva sentito i suoi litigare. «Non voglio più avere a che fare con lui!» aveva gridatosuo padre. «È nostro figlio!» aveva replicato sua madre. «È un demonio. Solo un demonio è capace di cose delgenere. Se avessi ancora un po di sale in zucca, faresti comeme e lo abbandoneresti. È malvagio!» Fabio aveva tremato. Cera qualcosa di terribile in quelleparole. Non ne comprendeva neppure appieno il significato,ma scavavano in lui abissi di paura.
    • «È il mio bambino!» aveva urlato sua madre. «E allora goditelo da sola.» Suo padre era uscito di casae non era più tornato. Erano rimasti soli. Fabio e sua madre. E non era statauna vita facile. Lavoro ce nera poco, e quel poco era degra-dante, sfiancante. Così erano tornati al sole dellItalia, dovela gente era più ricca e il lavoro abbondava, o almeno cosìdicevano tutti. E invece si erano imbattuti solo in rifiuti e sguardi diffi-denti. Non facevano altro che bussare alle porte ed esibire ilmigliore dei loro sorrisi. Ma la gente li guardava con sospet-to. «So fare di tutto, io! Mi abbasso a fare qualsiasi cosa!»urlava sua madre davanti alle porte che le venivano chiuse infaccia. La rabbia di Fabio era cominciata allora. Sorda e terribi-le, gli gravava il cuore a ogni rifiuto, ogni volta che guardavala madre e la trovava sempre più triste e pallida. Doveva però stare attento, perché quando si arrabbiavaperdeva il controllo. Le fiamme apparivano improvvise. «Non lo devi fare più» gli diceva sua mamma. Lui piangeva. «Non lo so come succede! Vengono fuorida sole!» «Se la gente vede le cose che fai quando siamo soli…può farti del male, capisci?» gli aveva detto lei una volta, ab-bracciandolo.
    • «Forse io sono… malvagio» aveva replicato il ragazzi-no. Sua madre lo aveva stretto a sé con violenza. «Non dirlomai più, e non pensarlo nemmeno. Tu sei un bambino spe-ciale, il più speciale di tutti. Vedrai che un giorno le cosecambieranno. Avremo una bella casa e saremo felici.» E Fabio ci aveva quasi creduto. Ma poi era arrivata latosse, insistente, che toglieva il respiro. E la febbre, che nonvoleva più andare via. Lultimo ricordo che aveva di sua ma-dre era lei stesa in un letto dospedale con i medici che scuo-tevano la testa e alzavano le spalle. Lui aveva otto anni. Da allora erano iniziate le peregrinazioni. Tutti uguali,gli orfanotrofi. Stessi muri macchiati dumidità, stessi pavi-menti sbrecciati. E identici anche gli sguardi di chi ci lavora-va. Occhi che giudicavano, occhi sprezzanti. Fabio li odiava. Tutti. In quattro anni aveva girato unadecina di istituti. In nessuno si era fermato per più di seimesi. Perché lui non era come gli altri. Perché lui non avevapaura di niente. Perché quando sua madre era morta, avevadetto basta. Perché se il suo destino era quello di rimaneresolo – per la sua diversità, per i suoi poteri – allora era me-glio ergersi vittorioso sugli altri che stare a piangere in unangolo. Era sempre il primo a menare le mani; rubava se ce ne-ra bisogno, mentiva se serviva. Quando le fiamme arrivava-no, gioiva del potere che da esse fluiva. Limpido e puro, as-
    • soluto. Godeva del terrore che il fuoco incuteva nelle sue vit-time. Era il terrore di ciò che non si conosce e non si capisce. "Io sono superiore a loro, io sono meglio di loro" si di-ceva, e si sentiva bene. Di farsi adottare neanche a parlarne. Lui una famiglia celaveva avuta, e adesso che era scomparsa non ne voleva unanuova. Avrebbe tradito sua madre se avesse permesso ad al-tre braccia di stringerlo, ad altre mani di accudirlo. Poi, un giorno, Ratatoskr era apparso nel camerone del-lorfanotrofio. Sembrava un tizio normale, ben vestito. Alli-nizio Fabio aveva pensato di stare sognando, anche perchénessuno degli altri ragazzini che dormivano accanto a lui siera svegliato. «Chi sei?» aveva chiesto dubbioso. «Il tuo salvatore» aveva risposto lui con un sorriso. Gliaveva stretto la mano, e Fabio aveva sentito quel gelo chenon avrebbe più dimenticato. «Non qui» aveva aggiunto ilgiovane guardandosi attorno. «Seguimi.» «Se me ne vado mi puniranno» aveva replicato Fabio,riluttante. «È finito il tempo di avere paura» aveva affermato il ti-zio in tono sicuro. «Seguimi e ti spiegherò.» Ed era andatoavanti senza aggiungere altro. Fabio era rimasto immobile un istante. Poi, senza saperebene perché, lo aveva seguito lungo i corridoi dellistituto,dove incredibilmente non cerano sorveglianti e nessuno loaveva fermato. E quando aveva spinto il pesante portone,
    • questo si era aperto immediatamente. Erano rimasti nel pic-colo cortile illuminato dalla luna. Ratatoskr sapeva tutto di lui. Sapeva del fuoco e deisuoi poteri, della sua vita fino a quel momento. «Come fai a sapere tutte queste cose?» «Perché tu sei una persona speciale, e il mio Padronecerca persone come te.» E gli aveva fatto la proposta. «Non dovrai più avere paura, perché io ti insegnerò adominare i tuoi poteri. Anchio, allinizio, avevo difficoltà acontrollarmi, e tutti mi consideravano un mostro. Ma poi luimi ha trovato, e mi ha insegnato. Pensa: farla pagare a chi tiha umiliato in passato, punirli per tutto quello che hanno fat-to a te e a tua madre. Sarai il più forte. Ti temeranno tutti, etu potrai schiacciarli come e quando vorrai.» Fabio era affascinato. Avrebbe voluto crederci, davvero,ma sembrava troppo bello. E comunque sapeva bene chenessuno ti dà nulla per nulla. Aveva sorriso sprezzante.«Sono tutte stupide storie. Queste cose esistono nei fumetti,non nella realtà.» «Nella realtà non esiste neppure qualcuno che riesce agenerare il fuoco dalle mani, eppure tu ne sei capace.» Fabio era rimasto in silenzio. Anche questo era vero. «Ecome faresti a farmi diventare più forte di quello che sonogià?» Ratatoskr aveva aperto una mano e gli aveva mostratouna specie di ragnetto metallico. Gli aveva spiegato che sa-
    • rebbe stato quello a controllare i suoi poteri, e a moltiplicarli,a ingigantirli. Fabio aveva digrignato i denti. «Non ci credo. Sei soloun buffone.» Il volto del giovane si era illuminato di un sorriso fero-ce. Gli era bastato un attimo. La sua mano era finita avvoltada guizzanti fiamme nere, che però non consumavano la car-ne. Aveva chiuso un attimo le dita, poi le aveva rilasciate. Neera partito un lampo scuro, che aveva incenerito allistante uncespuglio poco discosto. Fabio si era appiattito contro ilmuro. Allora anche quelluomo aveva strani poteri. Ma a dif-ferenza sua sapeva controllarli. Era dunque possibile? Ratatoskr laveva guardato con un sorriso di sfida. «Pen-si ancora che sia un buffone?» Il ragazzino era senza parole. Fissava incredulo il voltodi quel giovane. Chi diamine era? Poi il luccichio del ragnet-to metallico lo aveva attratto come una calamita. "Imparare acontrollare il fuoco… Farla pagare a chi mi ha rifiutato, a chimi ha offeso, a chi mi ha picchiato…" Il ragnetto era là, invitante, e lo chiamava. «Sono dei vostri» aveva detto. Ratatoskr gli aveva posato il ragno metallico sul collo:Fabio aveva provato un dolore acuto, ma era durato poco. «Adesso sei forte» gli aveva detto il giovane. Poi si eraalzato a un metro da terra, fluttuando in aria, senza peso. Gliaveva teso la mano e gli aveva sorriso con complicità. Fabio
    • aveva chiuso gli occhi e laveva afferrata, avvertendo subitoun mutamento nel proprio corpo. Immense ali membranose,rafforzate da cordoli metallici, gli erano spuntate dalle spalle,e lui le aveva istintivamente mosse nellaria, sperimentandouno straordinario senso di potere e di libertà. Erano volati lontano dallistituto, sopra la città. Fabio la-sciava dietro di sé una vita di sofferenze e di umiliazioni. Eratempo di riprendersi tutto ciò che gli avevano tolto.
    • 10 Mezze verità Una battaglia. Inizialmente dai contorni indistinti, con-fusa. Due corpi immensi, uno nero e uno verde. Poi la visio-ne andò chiarendosi: erano due rettili. Fabio rabbrividì.Uno dei due era Nidhoggr.
    • «Cosa sei venuto a fare qui?» ruggì. Fabio si accorse dicomprenderlo, anche se parlava in una lingua che era sicu-ro di non aver mai sentito prima. «Lui non ti appartiene!» rispose il drago verde, unaluce di vivo dolore negli occhi. Nidhoggr rise, implacabile. Le sue zanne affondarononella carne del drago, ne spillarono un sangue rosso e cal-do. «Lui non sarà mai uno dei tuoi» gridò il drago, liberan-dosi con un possente colpo di coda. Poi si voltò verso Fabio,fissandolo intensamente. Fabio si sentì catturato da quegli immensi occhi colordel cielo. La sicurezza che lo aveva accompagnato fino a quelmomento vacillò, e il ricordo di una città bianca, immensa ebellissima, gli riempì la mente. «Vieni con me» disse il drago. Fabio allungò lentamen-te la mano per afferrare la zampa che gli tendeva, ma la suamano era… cambiata. Possedeva solo tre dita, ed erano ar-mate di possenti artigli. Urlò, terrorizzato. Si svegliò di soprassalto, sudato, con la gola che gli fa-ceva male per le urla. Si guardò attorno confuso, finché nonriconobbe le pareti spoglie e macchiate di umidità di casasua. Le immagini del sogno erano ancora nella sua mente. Ilgrande serpente nero era sicuramente Nidhoggr, ma chi eraquello verde? E perché lui stesso si era trasformato? Le sue
    • ali, quando le evocava, somigliavano molto a quelle di undrago, ma aveva sempre pensato che provenissero dal ragnometallico che portava sul collo. E se invece fossero state inqualche modo sue? Se il ragno avesse solamente liberato unpotere oscuro dentro di lui, qualcosa che già gli apparteneva?Forse le ali erano solo il primo passo della sua trasformazio-ne, e poi anche il resto del corpo sarebbe diventato comequello di Nidhoggr… Fabio scosse la testa per scacciare quel pensiero orribile.Non si sarebbe trasformato in un bel nulla. Lui era un essereumano, e tale sarebbe rimasto. Controllò la gamba. La ferita che gli aveva inflitto la ra-gazzina (come si chiamava a proposito? Quella specie di but-tafuori al circo laveva chiamata Sofia…) gli faceva ancoraun po male, ma era quasi completamente guarita. La bolladellustione si era già riassorbita e il taglio era diventato unalinea sottile. Era normale per lui. Fin da bambino era sempreguarito molto più in fretta dei suoi coetanei, anche se avevaimparato a nasconderlo. Teneva addosso cerotti e bende an-che quando non ce nera più bisogno, per evitare che gli altri,soprattutto suo padre, si insospettissero. Ma adesso non do-veva più farlo. Si girò nel letto, accorgendosi che qualcosa di freddo eduro gli pungeva un fianco. Lampolla. La ragione della suaincursione notturna nel chiostro. La prese e la osservò allaluce di un sole morente. Piccola quanto bastava per esserecomodamente nascosta nel palmo, era di finissimo vetro la-
    • vorato. Dentro si muoveva un liquido nero, denso e viscoso.Lungo il suo contorno si avvolgeva limmagine di un drago.Fabio lo guardò a lungo. Un drago, come nel sogno. Di colposi ricordò che anche la ragazzina aveva ali di drago. Come lesue. Era lunica o ce nerano altri? E perché Nidhoggr non gliaveva mai detto nulla? Capì che sapeva pochissimo di lui. Le spiegazioni delsuo servo Ratatorsk erano state molto vaghe. «Il mio Signore, il nostro da questo momento, non può ancora manifestarsi nel mondo. Per questo ha bisogno digente come noi» aveva detto subito dopo avergli donato il ra-gno metallico. «Per curare i suoi interessi sulla Terra.» «E quali sarebbero questi interessi?» «Posso solo dirti che una volta lintero pianeta gli appar-teneva, anche se oggi non può tornarvi, non in carne e ossa.» «Perché?» «Perché il nostro Signore è una viverra, anzi, è la viver-ra, la prima, lultima, la più potente. Imperava sulla Terra dasecoli quando un nemico, un drago, venne e la spodestò. Daallora cerca di riconquistare il trono perduto.» Draghi, viverne. A Fabio quella spiegazione era sembra-ta pazzia, ma ora, dopo il sogno che aveva fatto, cominciavaa credere che fosse realtà. Una realtà mostruosa. Si alzò e si andò a sedere al tavolo della cucina, lampol-la nera davanti a sé. La contemplò ancora un istante, poi sidecise: chiuse gli occhi ed evocò le ali.
    • Sullo stretto, quella notte, faceva ancora più freddo delsolito, ma Fabio aveva avuto laccortezza di portarsi un cap-potto, rubato in un negozio lungo la strada. Non aveva maisoldi, ma almeno con i suoi poteri non era difficile procurarsiciò che gli serviva. Ratatoskr arrivò dopo poco, ed era al-quanto impaziente. «Dovè lampolla?» chiese subito. Fabio sorrise. «Calma. Del resto, non è destinata a te,giusto? La vuole il tuo Signore, come ti piace chiamarlo.» «È anche il tuo Padrone.» «Io mi limito a lavorare per lui. Non lo servo.» Ratatoskr lo guardò con odio. Gli puntò un dito contro.«Se hai mentito…» «Credi davvero che sia un idiota?» Fabio gli fece don-dolare lampolla davanti agli occhi. «Eccola qua. E mi è co-stata anche una certa fatica, nonché una bella ferita alla gam-ba. Ma questo lo racconterò al tuo Padrone.» Quando recitarono la formula rituale, il buio invase ognicosa, cancellando persino i rumori, e in quelle tenebre andòdisegnandosi limmagine terribile di Nidhoggr. «Ebbene?» ruggì. «Lho trovata» rispose Fabio. «Lampolla che cercavate.Era proprio dove avevo detto io.» La viverra si illuminò di malvagità e gioia. «Sei stato al-laltezza delle mie aspettative. Fammela vedere.» Fabio aprì il palmo.
    • Lo sguardo di Nidhoggr si fece sognante. «Quanto tem-po… Terribili ricordi si accendono nella mia mente. Dolore,e sangue, e sconfitta. Ma li cancellerò tutti, perché propriograzie allampolla il momento del mio ritorno si fa più vici-no.» Il pensiero di Nidhoggr in carne e ossa fece sussultareFabio. Per un attimo, un attimo solo, pensò di tenersi lam-polla e volare via. Ma non poteva farlo. La vendetta di quelmostro sarebbe stata crudele. E poi era lunico alleato cheaveva in quel mondo. «Qualcuno mi ha seguito quando sonoandato a prenderla» disse. Il sorriso di Nidhoggr si spense. «Chi?» «Una ragazzina di nome Sofia. Aveva un neo come ilmio, però verde, e anche lei aveva ali da drago.» Laria intorno a loro vibrò, e tanto Fabio che Ratatoskrsi sentirono attraversati dalla terribile ira di Nidhoggr. «Mio Signore, ho controllato! Io cerco sempre di perce-pire i Dormienti…» provò a dire Ratatorskr, ma fu una scari-ca di dolore gli fece morire la frase in gola. Urlò e cadde aterra. Al suo fianco, Fabio prese a tremare. «Sono qui, e tu non li hai sentiti. Sono qui, sulle traccedi ciò che anche noi stiamo cercando, sono attivi, si muovo-no per la città, e tu non li hai sentiti!» urlò la viverna. Fabio si fece coraggio. «Chi era?» chiese. «Chi eraquella ragazza?»
    • Nidhoggr tacque e lo fissò. Fabio attese il dolore. Erastato impudente, aveva fatto una domanda che non si potevapermettere, ma doveva sapere. «È il nemico, il primo e il più potente» rispose Nidhog-gr a sorpresa. «Lui è Thuban.» «È una ragazza…» replicò Fabio. «Ma dentro di lei vive lo spirito di un drago.» «Un drago verde… Avete combattuto, vero?» Un lieve fremito parve scuotere laria, come se Nidhog-gr fosse incerto. «Cosa ne sai, ragazzino?» «Lo conosco» mormorò. «Lho sognato.» Nidhoggr esitò ancora. «Forse sì, forse lhai sognatodavvero» disse. «In fondo vi conoscevate, millenni fa.» «Millenni, fa? Ma comè possibile?» «Fu una grande battaglia. Viverne contro draghi, per laconquista di questo mondo. Fu durante quella guerra, in unadi quelle battaglie, che il contenuto dellampolla che hai inmano venne raccolto. Sai cosa contiene?» «No.» «È il mio sangue, il sangue che scese dalle mie feritequando Thuban, il più potente dei draghi, lottò contro di me.Ma io gli feci pagare cara la sua tracotanza, e lo uccisi, comeuccisi tutti i suoi simili, a uno a uno.» «E allora come…» «È la magia dei draghi. Thuban si è reincarnato nel cor-po di un essere umano, e poi di un altro e un altro ancora. Persecoli. Per millenni. Non si è mai rivelato, ma quando il suo
    • spirito ha incontrato quella ragazza contro cui hai combattu-to, si è risvegliato. E le ha dato i suoi poteri.» Il cuore di Fabio perse un battito. «E io? Io chi sono?» «Tu sei come lei.» «Cè un drago anche in me?» «Sì, anche tu sei un Dormiente. Ma a differenza di Thu-ban, tu scegliesti di servire me e combattesti contro i tuoi si-mili. Sei stato uno dei miei più validi combattenti, forse ilmigliore.» Fabio sentiva la testa girargli. «E quindi i miei poteri…» «Sì, sono quelli di quel drago. Ogni gesto, ogni piccoloepisodio della tua vita insignificante hanno avuto lo scopo dicondurti a me, di svelarti il tuo destino.» Cera qualcosa di terribile in quella spiegazione, qualco-sa che lasciava Fabio impietrito. Tutto lo portava a quel mo-mento, a quel luogo. Persino la morte di sua madre e labban-dono di suo padre. "Era quello che hai sempre voluto, no?" si disse. "Unarisposta, una spiegazione ai tuoi poteri e alla tua anima nera.E allora perché adesso la verità non ti piace?" Pensò al sogno, alla zampa dorata. Era una zampa didrago. La sua zampa. «Dovresti essere fiero della tua origine e del percorsoche ti ha condotto fino a me» proseguì Nidhoggr. «Quandotornerò, tu sarai al mio fianco, ti farò re e avrai sudditi che tiobbediranno ciecamente.»
    • Fabio guardò di nuovo la viverna, i suoi occhi pieni diodio, e percepì il suo sconfinato potere. "Sarò come lui…" pensò, e gli fece orrore. «Ma prima, cè molto che dovete ancora fare» aggiunseNidhoggr rivolto a entrambi. «Lalbero. Dovete trovare lal-bero.» «Che albero?» chiese Fabio, ancora stordito. «Il noce, lalbero intorno al quale le incarnazioni dei no-stri nemici si riunivano, lalbero nato dalla linfa dellAlberodel Mondo. Fu abbattuto secoli fa, ma è ancora qui, ne perce-pisco la disgustosa forza benefica. Quando lo troverete, cele-breremo il rito. Perché il noce nasconde un potente manufat-to, un manufatto che mi avvicinerà alla conquista di questomondo.» Nidhoggr volse lo sguardo su Ratatoskr: «A te spet-ta trovarlo.» Ratatoskr abbassò profondamente la testa in segno di as-senso. «Non fallirò.» Poi la viverna si girò verso Fabio. «Tu invece devi tro-vare le Dormienti. Sono certo che Thuban non è solo, con luici sarà di sicuro anche Rastaban.» «È un altro drago?» «Precisamente. Anchesso è incarnato in un piccolo emiserabile essere umano.» Fabio si ricordò della bellissima acrobata che aveva vi-sto esibirsi al circo. Era insieme alla ragazzina imbranata concui si era scontrato. Per qualche motivo fu sicuro che si trat-tava di lei. «E una volta che le avrò trovate?»
    • «Impedisci loro di arrivare allalbero prima di noi, manon attaccarle se non è necessario. Seguile, lascia pure che siconsumino nella ricerca del noce, e ruba alla fine il risultatodei loro sforzi.» Fabio annuì. «Il momento è prossimo» tuonò Nidhoggr, mentre ini-ziava a svanire nel buio. «Il momento del mio ritorno!» Fu inghiottito dallombra. Poi anche il buio svanì, e in-torno a loro ricomparve il panorama desolato dello Stretto diBarba. Fabio si portò le mani alle spalle. Aveva freddo,come sempre. «Comunicheremo come al solito» disse Ratatoskr.«Vedi di non farti scoprire, mentre le spii.» «Non mi sottovalutare» protestò Fabio. Ratatoskr fremette un istante, poi si allontanò col suopasso felpato ed elegante. Fu mentre risaliva le pendici dellostretto che la voce del suo Padrone gli risuonò ancora nellamente. Il ragazzino sospetta. Ha cominciato a ricordare. «Non credevo che accadesse così presto» sussurrò ilgiovane. Era un rischio che sapevo di correre. Devi trovare lal-bero prima che ricordi tutto. E poi sai cosa fare di lui. Ratatoskr si inchinò al buio. «Sarà un piacere ucciderloper voi, mio Signore.»
    • 11 Il terzo Draconiano Cera odore di casa. Il profumo dolce degli alberi, lodo-re antico di legna e foglie bagnate. Era tornata. Non era piùin quella città sconosciuta, non era più al circo, ma nella suastanza, nella sua casa sul lago di Albano. Sofia aprì gli occhi, mentre pian piano il dolore si ri-prendeva il suo corpo. Davanti agli occhi, la solita visione,quella che laccoglieva ogni mattina. Il legno dei mobilisquadrati, il finestrino vicino al letto, lo spettacolo della rou-lotte in cui dormiva con Lidja.
    • "Sono ancora al circo" capì con tristezza. Poi provò avoltare la testa, e nella penombra della roulotte vide qualcosache allinizio non aveva notato: cera qualcuno seduto sul let-to di Lidja. Era appoggiato alla parete, le braccia incrociate,ed era assopito. Sul naso, un paio di piccoli occhiali cerchiatidoro. Sofia si sentì sciogliere. Era il professore. Per qualchemiracolo era tornato, era lì con lei. Non importava se fossevero o fosse soltanto un sogno, come prima. Contava solopoterlo vedere, percepire la sua presenza accanto a lei. Assa-porò per un istante limmagine di quella figura amata, e sisentì immediatamente meno sola. «Prof…» mormorò. Il professor Schlafen trasalì. «Sofia!» Saltò giù dal letto, accese la luce e le si mise accanto.Sofia batté le palpebre un paio di volte. «Ti dà fastidio la luce? Vuoi che la spenga?» «No, no… ora mi abituo.» Lui le stringeva la mano, e Sofia si concentrò solo sulcalore di quella stretta. «Mi sei mancato, prof.» «Lo so, Sofia, lo so. E a quanto pare ho sbagliato, anco-ra una volta. Perdonami.» Lei deglutì. «Ho sbagliato io, prof. Ho fatto una cosapericolosa che non avrei dovuto fare.» I ricordi dello scontro con il ragazzo lassalirono violen-ti, terribili. Dovette chiudere gli occhi per qualche istante perscacciare quelle immagini.
    • «Prof, Nidhoggr è qui» disse con voce spenta. Il professore si mise un dito sulle labbra. «Non ora. Oradevi riposare. Sei ferita, e hai solo bisogno di rimetterti. Cisarà tempo per parlare, dopo.» Sofia non se lo fece ripetere. Si abbandonò alla morbi-dezza del cuscino, socchiuse gli occhi. «Mi prometti di starecon me?» «Te lo giuro. Starò con te tutta la notte, e non ti lasceròpiù.» Sofia strinse di nuovo la sua mano. Soffocò i ricordi diquanto era accaduto e cercò di non pensare al ragazzo, alsentimento che provava per lui e che giaceva in fondo al suocuore, intatto. Ora voleva solo essere una figlia, e goderedella vicinanza di suo padre. Rimase lì, la mano del profes-sore nella sua, e riuscì quasi a sentirsi una ragazza normale. Le ci vollero due giorni di assoluto riposo. Il professoreaveva portato con sé una piccolissima ampolla, in cui avevatravasato un po della resina della Gemma. «Sono passato dacasa, prima di venire qui, e ho pensato potesse servirci» dis-se. Tre volte al giorno ne prendeva un po con una minusco-la pipetta e ne diluiva una goccia in un bicchiere dacqua perdarlo da bere a Sofia. «Dovrebbe aiutarti.» Lei cominciò a stare meglio. Le bruciature, i graffi e itagli che si era procurata durante lo scontro e la fuga guariro-no in fretta. Soltanto la ferita alla spalla procedeva più lenta.
    • «I tuoi poteri stanno crescendo» le spiegò il professore.«Thuban è sempre più forte dentro di te, e questo ti dà capa-cità di rigenerazione superiori a quelle di un semplice essereumano.» «E perché con la spalla non funziona?» chiese Sofia. «Perché quella ferita è stata inferta con le armi del ne-mico. Se un essere umano subisse una ferita come la tua daparte di un Assoggettato, ne morirebbe.» Sofia rimase senza parole. Al suo capezzale si avvicendarono a turno un po tuttigli abitanti del campo. Il professore aveva raccontato unastoria per giustificare lo stato in cui era tornata. Sofia nonaveva esattamente idea di che cosa avesse detto loro, ma tuttiparlavano di un misterioso aggressore. Lei si limitava ad an-nuire e a dire che non ricordava nulla. «Certo, lo shock, poverina…» osservò Martina con gliocchi lucidi. Solo Alma sembrava a conoscenza della verità. Le pro-pinò una serie di infusi e impacchi vari, nonostante le prote-ste del professore. «Si sta già curando con metodi molto efficaci» cercò dispiegarle gentilmente. «Questo non vuol dire che non ci si debba affidare unpo anche ai vecchi rimedi» ribatté lei. «Mi avevi affidato tuafiglia, e mentre era con me ha rischiato di morire. Il minimoche io possa fare è cercare di curarla.»
    • Ogni tanto veniva a farle compagnia, ma non si diceva-no molto. Sofia, del resto, si sentiva in colpa. Laveva inqualche modo tradita. Sgattaiolare fuori senza dirle nulla erastato sleale. Lincontro più difficile fu però quello con Lidja. Entrònella roulotte il primo giorno, con una faccia funerea. «Cosa ti è saltato in mente?» la investì. «Niente, avevo visto quel tizio intrufolarsi furtivo nelcortile della chiesa e mi sembrava ovvio seguirlo.» «Ti avevo detto di stare attenta, ti avevo già messo inguardia da quella vecchietta, ma tu niente, devi sempre agiredi testa tua.» «Ma cosa dovevo fare?» protestò Sofia. «Chiamarmi. Limitarti a spiare.» «Be, lintenzione era quella. Ma, scusa, se tu vedi unAssoggettato non cerchi di bloccarlo?» «Sof, siamo in due proprio perché dobbiamo aiutarci avicenda, perché insieme siamo più forti di loro.» «Ma come facevo a chiamarti?» Lidja scosse la testa. «In ogni caso non avresti dovutoagire da sola. Guarda come ti sei ridotta!» Sofia distolse lo sguardo. In fin dei conti, pensava co-munque di avere fatto la cosa giusta. Non aveva avuto alter-native. Rimasero in silenzio un istante. «Mi hai fatto preoccupare da morire» disse Lidja a mez-za voce.
    • Sofia sentì qualcosa sciogliersi nello stomaco. «Mi di-spiace» rispose accorata. «Mi dispiace davvero.» «Dovevi tornare presto, perché diavolo sei rimasta fuo-ri? Quando non ti ho visto arrivare neppure unora dopo lo-rario di chiusura della biblioteca, mi sono sentita male. Nonsapevo che fare. Ho girato tutta la città, tutta, ho chiesto aipassanti, nei bar, nei negozi, sono andata ovunque!» Sofia le strinse una mano. «Scusami. È che… era presto,avevo questo libro, volevo finire di leggerlo, e allora…» «Sei strana, Sof, sei distratta in questi giorni, e adessonon mi dici neppure più le cose… Io non so che pensare.» Sofia sentì la verità salirle alle labbra. Sentì che avrebbevoluto dirle del ragazzo, che era stata la speranza di vederloa tenerla fuori fino a quellora, e persino a spingerla a seguir-lo nel chiostro di Santa Sofia. Ma non poteva. Qualcosa leimpediva di parlare. La vergogna, la sensazione di essereunillusa. «Non lo farò mai più» disse infine, cercando di dare untono convincente alla voce. «Te lo giuro.» Lidja la guardò preoccupata, ma le strinse una mano.Voleva crederci. Il momento di discutere venne il giorno stesso in cui So-fia si alzò dal letto per la prima volta. Si sentiva più in forze,anche se la ferita alla spalla le faceva ancora male. Fece ungiro per il campo, stretta nel cappotto, tra i sorrisi e le con-
    • gratulazioni dei compagni del circo che incontrava. Mangiòassieme agli altri e dopo pranzo si ritirò nella roulotte. Tempo neppure mezzora, il professore e Lidja entraro-no. Sofia sospirò. Sapeva che quel momento sarebbe giunto,e sapeva che sarebbe stato doloroso, ma era necessario. «Dobbiamo parlare» tagliò corto il professore. E fu pro-prio lui a iniziare. Il viaggio in Ungheria era stato lungo e complesso.Dopo una prima tappa a Budapest, aveva dovuto muoversinelle zone rurali sulle tracce del terzo Draconiano. «Non è stato facile, ma sono riuscito a ricostruire parec-chio della sua vita. A quanto pare, sua madre era italiana,mentre suo padre era ungherese. Ha trascorso in Ungheriasolo i primissimi anni, e a un certo punto suo padre se nè an-dato, non so esattamente come e perché. Ho provato a incon-trare quelluomo, ma si è rifiutato di parlarmi appena ho fattocenno a suo figlio. Ha vissuto quindi soprattutto con la ma-dre, e con lei è tornato in Italia quando aveva cinque anni.» La sua storia da quel momento in poi diventava confusa.La madre era morta, e lui era passato di istituto in istituto. Inogni orfanotrofio non era mai rimasto per più di qualchemese. Nessuno laveva adottato, e tutti se lo ricordavanocome un ragazzino assolutamente intrattabile, che si azzuffa-va di continuo con i compagni e che una volta aveva alzatole mani anche su uno dei sorveglianti. Alla fine era stato tra-sferito in un istituto di Benevento, e da qui era scomparso. Sofia sentì un colpo al cuore.
    • «Proprio per questa ragione sono venuto qui, circa unasettimana fa, il giorno in cui ti sei scontrata con lAssoggetta-to» disse il professore guardando Sofia. «Ho aiutato Lidja acercarti, ci siamo divisi le zone della città, e alla fine sonostato proprio io a trovarti. Ti ho vista uscire da Santa Sofia eaccasciarti a terra. Non hai idea di come mi sia sentito.» Sofia avvertì il senso di colpa addensarsi in un groppoin gola. «Mi dispiace un sacco, prof, davvero, lho detto an-che a Lidja.» «Non sparire mai più. E cerca anche di essere più pru-dente quando incontri un nemico. Evita di finire coinvolta inun combattimento se non conosci le capacità del tuo avversa-rio.» Sofia divenne rossa come un peperone. «Al momentomi era sembrata la cosa migliore da fare» disse piano. Finalmente il professore sorrise. «So perfettamente qua-li erano le tue intenzioni, ma devi stare attenta. La prossimavolta cerca di essere… meno impulsiva.» Le sorrise ancora, e Sofia gliene fu grata. La conversa-zione aveva preso proprio una brutta piega, e aveva bisognodi sentirsi un po consolata. Schlafen si appoggiò con la schiena contro la parete del-la roulotte. «Questo è quanto. La mia ricerca continua. Horagione di credere che il Draconiano, Fabio Szilard si chia-ma, sia ancora qui a Benevento.»
    • Sofia si irrigidì. Pian piano i pezzi si componevano, e iricordi dello scontro si facevano più nitidi. Ci fu un istante disilenzio, e fu proprio lei a romperlo. «Io ho un sacco di cose da dirvi.» Partì raccontando del sogno, e Lidja intervenne raccon-tando il proprio. Poi Sofia si dilungò su quello che avevascoperto riguardo al noce. Il professore parve illuminarsi. «Ti ricorda qualcosa tutto questo?» gli chiese Sofia. «Una leggenda» rispose lui. «La leggenda di un albero edi una giovane coraggiosa.» Prese fiato. «Ai tempi in cuiDraconia era ancora sulla Terra e lAlbero del Mondo pro-spero, noi Custodi eravamo in cinque, come i draghi che pro-teggevano lalbero. Durante la guerra, due di noi morirono, erestammo in tre, tra cui una ragazza. Ci reincarnammo gene-razione dopo generazione, dimenticando tutto di noi, mapronti a risvegliarci quando Nidhoggr fosse diventato piùforte, cosa che in effetti è successa a me.» «Vuoi dire che ci sono altri due come te, in giro?» escla-mò Lidja, incredula. «Non esattamente. Dovrebbe essercene in effetti ancorauno. Lho cercato, ma finora non sono riuscito a trovarlo.Mentre la ragazza di cui parlavo, be, lei morì secoli fa.» Il professore si interruppe un attimo e si aggiustò gli oc-chiali sul naso. Lo faceva sempre, e rivedere quel gesto fu unpiacere per Sofia: era un gesto che sapeva di casa, una dellecose di lui che le erano mancate in quei giorni che avevanotrascorso lontani luna dallaltro.
    • «Questa ragazza» proseguì il professore «si chiamavaIdhunn e aveva con sé una reliquia dellAlbero, sulla cui na-tura non si hanno notizie. Badate bene, questa che vi sto rac-contando è una leggenda, per cui ci sono varie versioni, èpiena di inesattezze e così via. Ma la ragazza di cui vi parlo èesistita davvero. Comunque, portò con sé la reliquia, la pian-tò e ne venne fuori un albero.» «Un nuovo Albero del Mondo?» lo interruppe ancoraLidja. «No, no, ovvio che no, altrimenti basterebbe che noipiantassimo la nostra Gemma e avremmo risolto il problema.Ma lalbero che spuntò sembra fosse particolare, e avessestraordinari poteri. Non perdeva mai le foglie e aveva fruttitutto lanno. Si dice ci fosse un culto connesso a questo albe-ro, e sacerdotesse che lo officiavano. Idhunn era il loro capo;non ricordava nulla di sé e di Draconia, e tutto ciò che resta-va in lei del suo passato era listinto a proteggere lalbero.Questo culto però a un certo punto venne frainteso, e le sa-cerdotesse finirono coinvolte nella caccia alle streghe.» Il professore tacque. «E dunque? Che fine ha fatto lalbero? E le ragazze?»chiese Lidja. «La leggenda non lo dice, né si sa che fine abbia fattolalbero.» «E il noce di Benevento?» disse Sofia. «Mi sembra molto probabile. Del resto, il sogno di Lidjaè chiaro. Quelle che qui chiamavano streghe erano in realtà
    • le sacerdotesse di quel culto, e il noce nascondeva la reliquiadellAlbero. In ogni caso, pensateci bene, tutto conduce a Be-nevento. La mia ricerca mi ha portato fin qui, anche Nidhog-gr si trova in questo luogo, e voi siete convenute qua.» «La reliquia è il frutto?» domandò piano Sofia. Le sem-brò che Lidja trattenesse il fiato. «È possibile.» Il silenzio che seguì parve infinito. «E Idhunn dovè?» «La leggenda narra che morì al tempo della caccia allestreghe.» Sofia pensò alla vecchina, ai suoi modi strani e a quelloche le aveva detto. Ne parlò con gli altri due. «Non possiamo escludere che sia lei, in effetti, o che inqualche modo labbia conosciuta. Sai dove possiamo trovar-la?» domandò il professore. Sofia scosse la testa. «Appare allimprovviso, lho vistadue volte in tutto e in due posti diversi.» «Non ti preoccupare, non è la cosa più importante, ades-so. Piuttosto, parlaci dello scontro con lAssoggettato.» Sofia dovette farsi forza. Ora veniva la parte peggiore,quella che aveva temuto fin dal primo momento. Strinse ipugni e iniziò a raccontare. Decise di essere brutalmente sin-cera, e si dilungò sul suo primo incontro con il ragazzo, alcirco. «Ecco perché quella sera Marcus era arrabbiato» osser-vò Lidja.
    • Sofia annuì. Poi spiegò che laveva rivisto davanti allachiesa, e laveva seguito perché laveva riconosciuto. «Aspetta un attimo» disse il professore facendosi avanti.«Mi stai dicendo che quel ragazzo parlava normalmente?» Sofia lo guardò negli occhi. «Prof, sembra avere una co-scienza. Non è per niente come il ragazzino con cui mi sonobattuta vicino al lago di Albano, non è neppure come Lidjaquando è stata posseduta.» Lui parve inquietarsi. «E cè di peggio» aggiunse Sofia con un sospiro, e glidescrisse le sue ali, che erano sì in parte metalliche, ma ave-vano anche qualcosa di organico. E poi cera il neo. «Eracome il mio» spiegò, cercando di controllare il tremito dellavoce. «Si è illuminato mentre combattevamo. E lui aveva ilpotere di controllare il fuoco, ha incendiato la mia lancia etutto quel tempio sotterraneo.» Il professor Schlafen adesso era davvero preoccupato.«Quanti anni ha?» Sofia fu costretta a riportare alla mente limmagine delsuo volto; ebbe una stretta allo stomaco, e il cuore fece unacapriola. «Al massimo uno più di me.» «Credi che le viverne possano essersi fuse con gli uma-ni? Oppure è un nuovo tipo di nemico?» domandò Lidja. Il professore non rispose subito. «Il Draconiano che ho cercato in questi mesi è un ragaz-zo di quindici anni» disse alla fine. «Il drago che ha in sé si
    • chiama Eltanin, e il suo potere è la capacità di controllare ilfuoco.» Il silenzio che scese sulla roulotte fu pesantissimo, egravò su di loro come una cappa. «Prof, se fosse uno di noi non starebbe con Nidhoggr.Voglio dire, è un Draconiano!» osservò Lidja. «Non lo so, Lidja, non lo so. Laspirazione al bene non èconnaturata ai Draconiani; sono persone normali, che posso-no scegliere di usare come vogliono i loro poteri.» «Ma Rastaban mi ha parlato, una volta, e sono certa chesia il suo potere a spingermi a proteggere lAlbero del Mondoe la Terra! Non è possibile che lui non senta la voce di Elta-nin.» «No, Lidja, non è come pensi. La tua è stata una sceltacosciente, e così quella di Sofia, che infatti per un certo pe-riodo di tempo ha pensato di abbandonare la nostra causa.» Sofia arrossì violentemente al ricordo di quel momentodi debolezza. «E poi…» Schlafen indugiò un istante. «E poi Eltaninera un drago particolare. Un drago che tradì.» Quella parola cadde in mezzo a loro come un masso.Sofia avvertì un peso sul petto, come se qualcuno le strizzas-se il cuore in una morsa. Era come lei, e forse per questo senera innamorata. Eppure non era come loro, perché avevascientemente scelto il male. «Cosa vuol dire che tradì?» «Che decise di combattere al fianco delle viverne.»
    • Lidja scosse la testa. «Se lui è con loro, siamo finiti»sentenziò. «Ha i nostri poteri e i nostri ricordi, sa tutto di noi.Potrebbe anche già sapere dovè il frutto.» «Non cè ragione di preoccuparsi prima del tempo. In-nanzitutto possiamo ancora farlo passare dalla nostra parte.» «Ma se hai detto che Eltanin è malvagio!» «Eltanin sbagliò. Nessuno è malvagio in partenza.» «Nidhoggr lo è» obiettò Sofia. Il professore non replicò. Disse invece: «Se avessero ilfrutto non sarebbero ancora qui, e di certo il frutto non era inquel tempio sotterraneo, o Sofia lavrebbe percepito. Siamoancora in tempo.» Già. Ma quanto gliene restava? «Dobbiamo cercare, indagare. Trovare il noce è il nostroprimo obiettivo.» «Nessuno sa dove sia, ci sono solo ipotesi» disse Sofia.«E comunque fu estirpato da un tale Bal… Bar…» «Barbato» completò il professore. «Il vescovo di Bene-vento dellepoca. Daccordo, ma anche se non ne è rimastonulla, noi siamo comunque in grado di percepirne la presen-za per via della reliquia. O meglio, voi siete in grado di far-lo.» Lidja annuì con convinzione. Poi il professore si girò verso Sofia. «Purtroppo, nono-stante le tue condizioni, abbiamo bisogno di te. Hai già cer-cato in biblioteca, ci dovrai aiutare ancora.» «Certo» acconsentì lei debolmente.
    • Il professore si rilassò. «Non temete, ce la faremo. Dob-biamo credere nella nostra missione e nella nostra capacità diportarla a termine.» Lidja annuì di nuovo, e lo stesso fece Sofia. Ma si senti-va scoraggiata. Per quel sentimento colpevole che le cresce-va in petto nei confronti del nemico, e perché ancora unavolta il destino la costringeva a combattere contro un propriosimile.
    • 12 Ricerche Sofia non si capacitava che un Draconiano potesse es-serle nemico, e soprattutto che questo nemico avesse le sem-bianze di Fabio. Non riusciva a cancellare dalla mente il suoviso. E i suoi occhi. Ogni volta che ci pensava, avvertiva unnodo in fondo allo stomaco. E ci pensava spesso, molto piùdi quanto volesse. Così, anche se la ferita era ormai quasi completamenteguarita, si sentiva debole e più che mai bisognosa daffetto.Ma a questo, per fortuna, provvedeva il professore. Prima dicoricarsi andava sempre da lei, si sedeva sul bordo del letto ele parlava finché non si addormentava. «Ti ho pensato, mentre ero in Ungheria» le disse quellasera, accarezzandole i capelli. «Non credere che per me sia
    • stato facile decidere di non portarti con me, e non pensareche mi abbia fatto piacere starti lontano tutto questo tempo.» «Prof, davvero… non è stata così dura» rispose Sofiamentendo un po. «Avevi ragione, questo è un posto fantasti-co, pieno di gente straordinaria.» Lui si aggiustò un paio di volte gli occhiali sul naso, dis-se un paio di "Oh, bene" e infine infilò una mano in tasca. Netrasse fuori un pacchettino avvolto in una carta da regalospiegazzata. «Lho messo in valigia, e sai come trattano le valige su-gli aerei» si scusò porgendoglielo. «Ma il contenuto è megliodi quanto non faccia supporre la confezione.» Sofia lo scartò lentamente, il cuore che le batteva forte.Non era la prima volta che il professore le faceva un regalo,ma questo veniva da lontano, era il segno che davvero avevapensato a lei. Le sue dita toccarono la superficie di qualcosa di freddoe liscio. Un piccolo rinoceronte di porcellana: il corno eradorato, e la pelle disegnata con finissimi tratti di pennelloverde. Era minuto e splendido, perfetto in ogni dettaglio. So-fia se lo girò tra le mani, ammirata. «Mi avevi detto che da bambina il rinoceronte era il tuoanimale preferito, e che ti sarebbe piaciuto vederlo nel suohabitat naturale. Be, questo è un contentino in attesa che tupossa farlo. È il mio regalo di Natale, sperando che tu possaperdonarmi per non essere stato con te.»
    • «Prof…» mormorò Sofia, commossa. E in quel momen-to capì che lui cera sempre, e sempre ci sarebbe stato. Quan-do cera bisogno, appariva magicamente e la salvava daiguai, o soltanto la tirava su nei momenti brutti, proprio comestava facendo ora. Gli gettò le braccia al collo. «Scusami.» «Per cosa?» «Per aver dubitato di te. Avevo paura che mi avessi ab-bandonata.» «Non succederà mai» affermò lui. «E adesso dormi» ag-giunse, staccandosi dal suo abbraccio. «I prossimi giorni sa-ranno molto intensi.» Lindomani Sofia fece colazione con Lidja e il professo-re attorno a una tavola imbandita. Come ai bei tempi. Il pro-fessore si presentò in una tenuta a dir poco bizzarra: camiciaa quadri sotto un maglione beige, pantaloni alla zuava e cal-zettoni di lana pesanti infilati in un paio di scarponi. Il tuttocorredato da un cappello piumato alla tirolese. Sofia lo guardò come se fosse un alieno, il pane che sisbriciolava lento nella tazza del latte. «Oggi cominceremo la ricerca del noce. Andremo neiposti che Sofia ha trovato in biblioteca.» «Prof, penso che almeno in questo caso convenga divi-dersi» obiettò Lidja. «Il tempo stringe, e in tre possiamo con-trollarli tutti in un giorno solo.» Lui scosse la testa. «Sono posti in cui può trovarsi ancheil nemico. Le possibilità di uno scontro sono altissime, ed è
    • meglio stare uniti. Si parte tra dieci minuti» concluse, giran-do sui tacchi. Sofia e Lidja si scambiarono uno sguardo significativo.Come avrebbero fatto a girare sui mezzi pubblici con lui ve-stito in quel modo? Ma il professore aveva una sorpresa chele aspettava nella parte periferica dellaccampamento del cir-co. Era una macchina depoca, di un bel verde bottiglia, sfa-villante sotto il pallido sole invernale. Sembrava immensa,con le sue ruote altissime e gli ampi sedili in pelle. Il predel-lino distava una decina di centimetri buoni da terra. «Sono venuto da Roma con la mia macchina. Ho pensa-to fosse il caso di portarla con me» disse il professore, soddi-sfatto di fronte alleccitazione di Lidja. «Non sapevo avessi la patente» osservò Sofia con gliocchi che le brillavano. Piaceva anche a lei quello strano tra-biccolo, così inconsueto eppure così elegante. «Quando posso non guido. A casa, poi, lauto è quasiinutilizzabile, in mezzo al bosco. La tengo in una sala deldungeon, e da lì la porto fuori attraverso unuscita un po iso-lata, come per il sottomarino. Ma stavolta mi serviva: andavodi fretta. E qui ci sarà utilissima. Dobbiamo muoverci moltoe rapidamente, e la cosa migliore è farlo in macchina.» Poi salì davanti, mentre Sofia e Lidja si sistemavano sulsedile posteriore. La tappezzeria in pelle chiara mandava unbuon odore di cuoio, e il sedile era straordinariamente morbi-do, sebbene lo schienale fosse un po troppo alto e dritto per igusti di Sofia. Appena inserita la chiave, lauto iniziò a tossi-
    • re, come non ne volesse sapere di accendersi. «Fa sempre unpo di bizze» disse il professore, calmissimo. Sofia si fece dubbiosa. Sapeva che lui nutriva una verapassione per gli oggetti antichi, al contrario di lei, che invecenon aveva particolare fiducia nelle cose vecchie. «Ecco!» esultò Schlafen non appena il motore ruggì. La macchina traballava tanto che Sofia dovette aggrap-parsi al sedile. «Sarà tutta così?» sussurrò a Lidja tra il pre-occupato e lo scherzoso. Lamica le rispose con un mezzosorriso. «Pronte?» disse il professore. «Prontissime!» dichiarò Lidja, mentre Sofia si limitò adannuire timidamente. La marcia fu ingranata e la macchina partì a razzo, conunandatura e una tenuta di strada insospettabili per unautodi quelletà. Sofia passò dalla preoccupazione per lo statodella vettura alla paura per la velocità. Perché il professoreguidava in maniera a dir poco folle. Sterzate brusche, frenatee accelerazioni improvvise: lintero repertorio della guidasportiva. «Ieri ho appuntato su un foglio tutti i posti dove potreb-be trovarsi il noce. Ho fatto anche un salto in biblioteca, e hoscoperto una cosa molto interessante» disse a un certo puntoil professore. Poi si girò verso di loro e mostrò un pezzo dicarta che stringeva tra lindice e il medio. «Prof, la strada!» gridò Sofia.
    • «Niente paura, niente paura» replicò lui, afferrando dicolpo il volante a due mani e producendosi in una bruscasterzata. Aveva mollato sul sedile il pezzo di carta, un foglioripiegato in quattro. Fu Lidja a prenderlo e ad aprirlo. Era una mappa. «È stata disegnata da un certo Pietro Piperno, uno stu-dioso del milleseicento che ha compiuto degli studi sullastregoneria a Benevento, e dovrebbe indicare lubicazione delnoce. Mi sembra più che un indizio.» «Altroché!» esclamò Lidja entusiasta. «Cominceremo da lì la nostra ricerca» concluse il pro-fessore. Non dovettero viaggiare a lungo. Ben presto ai palazzidella città si sostituì una campagna coltivata. Lauto preseuna via sterrata, e in breve giunsero al luogo indicato sullamappa: nulla più di una spianata incolta, forse adibita a pa-scolo. Il professore inchiodò, poi invitò Lidja e Sofia a scende-re. Le due ragazze si guardarono attorno: si aspettavanoqualcosa di più mistico, o quanto meno più attraente, invecequello era un semplicissimo prato. Di noci, neppure lombra. «Prof, qui non cè niente» disse Sofia. «Abbiamo a che fare con un albero magico, quindi ilfatto che fisicamente non si veda può non voler dire nulla»ribatté lui. «Be… va bene… ma se non si vede, noi come facciamoa trovarlo?» chiese Lidja, dubbiosa.
    • «La mia teoria è la seguente» spiegò allora il professore.«Il noce è cresciuto grazie al frutto, che in qualche modo ènascosto nelle sue vicinanze. Quindi la sua presenza, o laurache si è lasciato dietro, dovrebbero entrare in risonanza con ivostri ciondoli che sono fatti con la resina della Gemma. Unpo come è successo con il ciondolo che abbiamo trovato sot-to il lago di Albano e che ci ha condotto infine al frutto.» Sofia tirò fuori la propria collana. Il ciondolo era comesempre, e non sembrava dar segno di essersi attivato. «Prof, sembra normale.» «Dovete concentrarvi» replicò lui. «Andate in giro, fru-gate un po, e vediamo se succede qualcosa.» Sofia e Lidja si guardarono perplesse. «Ragazze, lo so» disse il professore con un sospiro.«Stiamo cercando un ago in un pagliaio, ne sono consapevo-le. Ma è tutto quello che abbiamo. Dobbiamo farci bastaregli esili indizi di cui siamo in possesso. Vi chiedo solo difare del vostro meglio.» Sofia sorrise debolmente. «Forza» esclamò, battendouna mano sulla spalla di Lidja e cercando di assumere unariaconvinta. «Al lavoro!» Mentre cercavano, Lidja le chiese a bassa voce: «Allora,che mi dici del tuo combattimento con quel Fabio? Non èche mi nascondi qualcosa, vero?» Sofia fece finta di non sentire e continuò ad aggirarsi nelcampo.
    • «Sof, è così terribile questa cosa che devi dirmi?» sbuf-fò infine Lidja. «Cosè che ti ha spaventato tanto?» Sofia non poteva continuare a tacere. «Non è solo quelloche ha fatto… È forte, devo ammetterlo, ma nulla di impos-sibile. Sì, il fatto che riesca a controllare il fuoco fa paura,soprattutto per chi ha un potere come il mio: in un batterdocchio ha bruciato la mia lancia.» «E allora?» «Innanzitutto mi sconvolge il fatto che sia uno di noi.» Lidja guardò una macchia di alberi. Nessun noce nem-meno lì. «Ci ho pensato anchio, non credere.» «Ha il nostro stesso neo, e le sue ali sono identiche allemie. È un Draconiano… E allora perché ci combatte? Comepuò essere successo?» «Il professore ce lha spiegato» rispose Lidja, pragmati-ca. Sofia avrebbe voluto essere come lei: sempre con i piediben piantati a terra e la capacità di non sconvolgersi mai. «Dobbiamo semplicemente imparare che a volte gli al-leati tradiscono» proseguì Lidja. «Thuban e Rastaban ci sonopassati prima di noi, con Eltanin. Non credere che la cosanon mi turbi o non mi faccia tristezza, ma questa è una guer-ra, ne sono stata consapevole fin dal primo istante, e in guer-ra succedono cose terribili.» Sorrise. «Ho imparato fin dapiccola a non fidarmi, perché la gente non ama quelli comeme e la mia famiglia. Ho imparato che quelle che sembrano
    • brave persone spesso non lo sono. Anche sotto ali di dragopuò battere un cuore nero.» Sofia sentì le lacrime salirle agli occhi. Aveva bisognodi unassoluzione, ecco la verità: aveva bisogno che Lidja ledicesse che non era colpa sua se aveva creduto agli occhi e alvolto di Fabio, se contro ogni logica si era presa una sbanda-ta per lui. Lidja notò i suoi lucciconi. «Non è solo questo, vero?Cè dellaltro.» Sofia distolse lo sguardo. «No, è che…» ma la sua vocesapeva inesorabilmente di pianto. Lidja si sporse in modo che lamica potesse vederla infaccia. «Che è successo davvero quella sera?» Sofia rimase inchiodata dal suo sguardo. «Non è succes-so niente. È stato un combattimento, un semplice combatti-mento, ma… Non lo so davvero cosa mi abbia fatto quel ti-zio, se è magia o altro…» si interruppe un attimo. «No, noncredo di riuscire a spiegartelo.» «Mi stai dicendo che cè un segreto tra noi? Che non rie-sci a dirmi una cosa che ti ossessiona da giorni, che ti fa es-sere unaltra persona? Mi stai dicendo che non ti fidi di me?» Sofia deglutì. «La verità è che dal primo momento chelho visto mi è piaciuto. Mi sono presa una cotta per lui.» Lo disse in un soffio, e poi capì di non riuscire più aguardare lamica. Lidja rifletté per qualche istante. «Non è colpa tua» di-chiarò infine.
    • «Tu dici?» «Ovvio che non è colpa tua.» «È che… è un nemico. Avrei dovuto togliermelo dallatesta appena ho visto gli innesti sulla sua schiena. E inveceho continuato a pensarci, sempre, e ci penso anche adesso. Ate è mai capitato?» «No, ma lho visto capitare a un sacco di gente. Non sipuò controllare, non ci puoi fare nulla… I sentimenti non ciappartengono, fanno di noi quello che vogliono, quando arri-vano.» Sofia si tirò su e guardò il cielo. «Cosa devo fare?» «Smetterla di sentirti in colpa, per cominciare. Fabio èuno di noi. Eltanin viveva a Draconia, e conosceva Thuban eRastaban. Ha condiviso molto con loro, ne sono certa: avràinstaurato un legame, qualcosa di profondo che ha calpestatocon il tradimento. Ma resta comunque uno di noi.» «E tu credi che sia possibile che lui… cambi idea?»chiese Sofia, speranzosa. «Non ci devi neanche pensare» la gelò Lidja. «Perché?» «Perché assecondare questo sentimento non ti farà altroche male. Fidarsi di chi non merita la tua fiducia, mettere iltuo cuore in mano a chi lo può calpestare fa male, tantissi-mo.» «Ne sai qualcosa, vero?» mormorò Sofia. Lidja non rispose subito.
    • «Cè stato un tempo» disse infine «in cui ho dato fiduciaa qualcuno. Lho fatto così tante volte, sperando sempre chesarebbe stato diverso… Ma non è mai cambiato niente. Esolo quando quella persona è uscita definitivamente dallamia vita sono riuscita a trovare la pace.» Sofia non chiese altro, aspettò che lamica trovasse laforza per continuare. «Era mio nonno» aggiunse lei distogliendo lo sguardo.«Andava e veniva dal circo, arrivava quando gli pareva, e fa-ceva mille promesse a me e a mia nonna. Che stavolta sareb-be rimasto, che saremmo stati felici insieme. Ci prendeva ingiro. E io ci credevo, e mi attaccavo a lui. Soprattutto quandomia nonna morì, mi promise che sarebbe rimasto con me,che sarebbe stato la mia famiglia. Ebbe il coraggio di farmiquella promessa davanti alla sua tomba. E invece poco dopose ne andò, per sempre.» Si voltò con impeto verso Sofia,uno sguardo sicuro e accorato. «Quando ho smesso di spera-re che tornasse, che tenesse fede alla promessa, sono statameglio, capisci? E tu devi fare lo stesso. Devi cercare di nonpensarci, ti devi dimenticare di lui. È solo un nemico, adesso,non devi vederlo in altro modo. Dìmentica la sua faccia, e ri-cordati solo la vostra battaglia. Non puoi fare altro.» Sofia annuì. Ma in cuor suo sapeva che non ci sarebbemai riuscita. Quando si ritrovarono alla macchina, a fine mattinata,tutti e tre avevano i musi lunghi. Il professore si sentiva la
    • schiena a pezzi, Lidja aveva le mani massacrate da rovi e or-tiche e a Sofia facevano male i piedi. «Qui il noce non cè di sicuro» affermò Lidja, lapidaria. «Ma la mappa…» obiettò il professore. «Può essere una panzana. È una mappa del Seicentotracciata da uno che del noce aveva solo sentito parlare, eche i sabba e le streghe non li aveva di sicuro visti in primapersona. Qui io non sento niente.» Il professore fu costretto ad annuire. «Credo anchio chequesto sia un buco nellacqua. Però non vuol dire niente, ab-biamo altri posti dove cercare.» Provò a sorridere, ma Lidja e Sofia ricambiarono in cer-te. Si rimisero in macchina, e il professore ingranò la mar-cia. «Il secondo posto è sulle rive del Sabato. Forza e corag-gio, abbiamo ancora qualche ora di luce, e ci conviene sfrut-tarla per bene.» Sofia guardò la campagna scorrere dal finestrino. Sì, bi-sognava avere fiducia, erano solo al primo tentativo. Nienteperò poteva toglierle dalla testa lidea che limpresa si sareb-be rivelata assai più complessa del previsto. Quel pomeriggio non furono più fortunati, né lo furono igiorni successivi. Setacciarono le rive del Sabato a palmo a palmo, dallazona dentro la città fino a quella più esterna. Il copione si ri-peteva identico ogni giorno: Lidja e Sofia si concentravano,
    • evocavano i propri poteri, si chinavano tra acqua ed erbacce,ma non cera verso. Ovunque andassero, non percepivanoniente di inusuale. A fine giornata, di ritorno al circo, erano sempre piùstanchi e abbattuti. «Diciamoci la verità: può essere dappertutto, e può an-che non esserci più» disse Lidja una sera. «Se i nemici sono nei paraggi, evidentemente Nidhoggrsa che il frutto si trova qui.» «Potrebbe sbagliarsi anche lui.» «È possibile» osservò il professore «ma mi sembra stra-no. Voglio dire, allora ci siamo sbagliati tutti? Ammettereteche gli indizi conducono proprio qui.» Sofia rimestò tristemente la minestra. Il fatto era chedopo tutto quel tempo si ritrovavano esattamente al punto dipartenza. E, come non bastasse, lei si era ulteriormente com-plicata la vita innamorandosi di Fabio. Perché la chiacchiera-ta con Lidja alla fine non era servita a molto, e così i suoiconsigli. Continuava a pensare a quel ragazzo. Qualche voltale sembrava persino di percepire la sua presenza, nascosta inqualche modo tra le ombre. In un paio di occasioni si erapersino girata, contro ogni logica, mentre frugava tra le erbe.Perché laveva sentito. Una cosa assurda: fosse stato là, di si-curo avrebbe cercato di attaccarli. Cominciò ad avere addirittura il sospetto che fosse lei amandare a monte tutto. Quella fissazione per Fabio la di-straeva, forse le impediva di concentrarsi al meglio. E se in-
    • vece inconsciamente non avesse voluto trovare il frutto perlasciarlo a lui? E se la sua follia amorosa fosse arrivata a unpunto tale da spingerla a boicottare involontariamente la loromissione? Ne parlò una sera con Lidja, che scoppiò a ridere. «Sof,non finisci mai di stupirmi, sei una sorgente inesauribile diparanoie assurde.» Sofia mise su il broncio. «Non cè bisogno di ridere»disse piano. Lidja si fece seria. «Hai detto una sciocchezza, mettia-mola così. Tu non stai boicottando nessuno, sta andando tut-to bene. Purtroppo fatichiamo più del previsto a trovare ilfrutto, ma io penso che non sia colpa di nessuno. Come hadetto il prof, stiamo cercando un ago in un pagliaio.» Lultima ricerca si svolse sotto una pioggia fitta e sottile.Si trattava dello Stretto di Barba, un posto lungo il Sabatosulla via che congiunge Benevento ad Avellino. Dovetteroprocedere piano, perché i tergicristalli erano piccoli e funzio-navano poco. Il primo a scendere fu il professore, armato di un grandeombrello nero, sotto cui Lidja e Sofia si affrettarono a ripa-rarsi. Bastò loro mettere piede a terra per sentirla. Una corren-te strana, un brivido che saliva lungo la schiena ghiacciandola pelle. «Qui è passato Nidhoggr» sentenziò Sofia.
    • Latmosfera si fece tesa. «Dannazione!» si lasciò sfuggire il professore. Poi so-spirò. «Daccordo, mettiamoci al lavoro, tenete pure voilombrello.» E senza lasciar loro il tempo di controbattere, simise a camminare sotto la pioggia. Sofia lo guardò districarsi lungo una strada sterrata checonduceva al fiume. «Lo senti, Lidja?» disse infine. Lei annuì. «Forse ci siamo» aggiunse. Non aveva però il coraggiodi dire quello che evidentemente era nellaria. Se Nidhoggrera stato lì, doveva esserci un motivo: forse si era già impos-sessato del frutto. Le due ragazze scesero verso gli argini del fiume in si-lenzio, e ripeterono i gesti di sempre, quelli che avevanoadottato durante tutte le lunghe ricerche degli ultimi giorni:frugare tra gli sterpi, concentrarsi, osservare i ciondoli. Fu Sofia ad accorgersene. «Il ciondolo è strano» dissemostrandolo allamica. Lidja si concentrò sulla pietra, che appariva sbiadita.Tirò fuori anche la propria, e aveva lo stesso aspetto di quel-la di Sofia: era come se sulla superficie ci fosse una specie dipatina. «Lidja, ho un brutto presentimento.» «Non ti fasciare la testa prima di rompertela, come alsolito» tagliò corto lei. Si scostò leggermente e si sedette aterra. I pantaloni si inzupparono allistante, e un lungo brivi-do le scosse la schiena. Lo ignorò.
    • «Ma sei matta?» «Qui cè qualcosa, lhai detto anche tu, e io voglio capirecosa. Sto solo cercando di concentrarmi per scoprirlo. Anzi,vieni qua anche tu, in due si lavora meglio.» Sofia guardò il fango che le inzaccherava gli scarponi.«Magari io sto in piedi, okay?» rispose, prendendo la manoche lamica le porgeva. Lidja scrollò le spalle. «Come ti pare. Era solo per en-trare più intimamente in contatto con questo posto.» Quindi chiuse gli occhi. Sofia fece altrettanto. Ci volle un istante appena perché il neo sulle loro frontisi accendesse di riflessi luminosi. Lombra pallida di due paiadi ali diafane si disegnò nellaria, sotto la pioggia. Fu comediventare una persona sola; le percezioni delluna erano quel-le dellaltra. Un nero pastoso le avvolse entrambe, e su diesso non andò delineandosi quello che si sarebbero attese –la figura enorme e terribile di Nidhoggr – ma qualcosa di di-verso. Un obelisco dai contorni sfumati, che si alzava sullosfondo di palazzi anonimi, con un foro rettangolare che siapriva nel basamento. Accanto, pian piano si disegnò qualco-saltro. Limmagine grottesca di un enorme mascherone dateatro, di quelli che avevano visto visitando qualche museodi arte romana. Nella bocca luccicava qualcosa, che andòlentamente definendosi come una chiave. Lidja allungò unamano, ma ciò che vide non furono le sue dita rosate, bensì gliartigli di un drago, con le squame dorate. "Non è Rastaban" pensò, interdetta.
    • Gli artigli si chiusero sulla chiave, e Lidja ne percepìpersino il freddo metallico. Poi andarono a inserirla nel forodellobelisco. Vi fu unesplosione di luce, accecante, che laconfuse, mentre un senso di pace e beatitudine lavvolse fa-cendola sorridere. E allora lo vide, bello e immenso, verde,quasi brillante di una luce nascosta: il noce. «Lidja!» Le sensazioni ritornarono tutte assieme. Lidja sentì fred-do, e cominciò a battere i denti. Si accorse di essere sdraiata,e sopra di lei cera Sofia, terrorizzata. Il professore le era accanto, non meno preoccupato, e lacopriva con lombrello. «Lidja, stai bene?» «Innanzitutto non urlare» le rispose con un sorriso, poiprovò a sollevarsi. «Che è successo?» «Diccelo tu» rispose il professore. «Ho sentito Sofia ur-lare, e ti ho trovato stesa a terra con gli occhi spalancati. Tisenti bene, ora?» Lidja si prese qualche secondo per rispondere: a parte ilfreddo glaciale, le sembrava tutto a posto. «Sof, hai visto?» chiese eccitata. «Ho visto lobelisco, sì…» rispose Sofia, confusa «equalcosa nella maschera. Ma poi, non so… Ho riaperto gliocchi ed ero qua, lombrello mi era caduto di mano e tu erisdraiata a terra.» «È successo dellaltro» disse Lidja. Si girò verso il pro-fessore. «Era una visione!»
    • «Lo immaginavo» rispose lui. «Certo che potrebbero es-sere meno spaventose, queste visioni» aggiunse, facendolelocchiolino. Lidja abbozzò una risatina, ma tornò subito presente ase stessa. «Questo posto in qualche modo deve aver avuto ache fare con lalbero, oltre che con Nidhoggr. Comunque, ciòche conta davvero è quello che ho visto.» Lo raccontò in fretta e furia, cercando di non dimentica-re alcun particolare. Era entusiasta, perché finalmente aveva-no un indizio vero, concreto. Il professore ponderò per qualche istante le sue parole.Poi guardò Sofia. «Tu conosci meglio di me questa città.» Lei non dovette neppure pensarci. «Lobelisco sembravaquello che cè lungo il corso: ci sono passata davanti un sac-co di volte. Mentre per il mascherone…» «A Benevento ci sono le rovine del teatro romano»completò per lei Lidja. «Magari la chiave è lì.» Solo allora il professore si permise un sospiro di sollie-vo. «Forse ci siamo» concluse Lidja. Fabio, nascosto tra gli arbusti, sorrise. I suoi nemici gliavevano indicato il posto giusto.
    • 13 Al teatro Lidja aveva cominciato a tremare già in macchina, e allasera bruciava di febbre. Colpa dellacqua che le aveva inzup-pato i vestiti quando si era sdraiata a terra, durante la visione. Il professore la mise a letto facendole inghiottire unagoccia di resina. «In un paio di giorni starai bene. Ma è unguaio» disse misurando a grandi passi la roulotte. «Perché
    • dovremo aspettare per recuperare la chiave. E ho paura cheNidhoggr ci metta le mani sopra prima di noi.» «Ce la posso fare, professore» protestò Lidja tirandosisu. Lui la fermò con un gesto. «Per ora si tratta di una sem-plice infreddatura, ma se esci con questo gelo rischi una pol-monite. No, no, bisogna rimandare.» «Ci vado da sola» disse Sofia a mezza voce. Gli altridue si girarono a guardarla. «Assolutamente no» affermò il professore. «Prof, questa è unemergenza…» «È sempre unemergenza» la interruppe lui. «Ci saràsempre un frutto da recuperare, e Nidhoggr ci sarà semprealle costole. Ma questo non vuol dire che dobbiamo corrererischi inutili.» «I rischi fanno parte della nostra missione, e tu non po-trai difenderci sempre» obiettò Sofia. «Sai che quello checonta è fermare Nidhoggr. Tu vuoi rimandare solo perché haipaura per me e…» esitò «… perché mi vuoi bene. E purtrop-po non è una valida ragione.» Il professore rimase in piedi in mezzo alla roulotte, unsorriso stanco sul volto. «È curioso che debba farmi spiegareda mia figlia qual è il mio compito di Custode» disse amara-mente; poi labbracciò. «Sei cresciuta, sei davvero cresciuta»le sussurrò in un orecchio. Sofia non avrebbe mai immaginato che potesse dirle unacosa del genere.
    • Uscì che mancava unora a mezzanotte, accompagnatadal professore, mentre Lidja dormiva beata. La pioggia dellamattina aveva lasciato il posto a una neve sottile, che per ilmomento non riusciva ancora ad attecchire sullasfalto ba-gnato. Nella luce aranciata dei lampioni, i fiocchi scendeva-no piano come minute ballerine. Il silenzio era assoluto, qua-si sacrale. Sofia non aveva praticamente mai visto la neve. Ricor-dava solo una volta qualche fiocco nel centro di Roma. Ri-mase con il viso allinsù, e per pochi secondi dimenticò tutto:Fabio, la missione, il frutto. «Bella, eh?» esclamò il professore notando la suaespressione estasiata. «A Monaco, da dove vengo io, nevicatutti gli inverni.» «Pensi che si poserà?» gli chiese Sofia. «Mi sa di sì» rispose lui sorridendo. Con la macchina percorsero le vie deserte della città.Benevento sembrava bloccata da un incantesimo. Tutto eraimmobile e quieto sotto quella neve sottile. Sofia, il nasopremuto contro il vetro gelido, pensò che forse anche Nid-hoggr sarebbe rimasto avvinto da quella magia e non si sa-rebbe fatto vedere. £ nemmeno Fabio… Il cuore le diede unastretta dolorosa. Arrivarono al piazzale di una piccola chiesa circondatada rovine. Il cancello era chiuso. Il teatro si trovava lì dietro.
    • Il professore si girò verso Sofia: «Io sono un Custode,ma per me tu non sei solo una Draconiana. Sei mia figlia. Tiprego, non commettere imprudenze.» «Starò attenta, te lo prometto.» «Ti aspetterò qui» aggiunse lui. Sofia scese, e il rumore dello sportello sbattuto sembròviolare la pace di quel luogo. La neve aveva imbiancato la-sfalto come una lieve spolverata di zucchero a velo. "Si sta posando" pensò Sofia. Poi scosse la testa. Nondoveva lasciarsi distrarre: ora contava la missione, niental-tro. Portò una mano al petto. Indossava il corpetto che avevagià usato quando aveva affrontato Nidafjoll a Villa Mondra-gone. In quelloccasione laveva protetta, impedendo al nemi-co di toccarla. Sperò che funzionasse anche questa volta, mapiù ancora sperò di non dover combattere. Si concentrò un istante, e le ali apparvero sulla suaschiena. Il neo sulla sua fronte brillava. Un colpo dali nella-ria fredda, e fu al di là del cancello. Una volta le rovine di notte le facevano paura. Soprat-tutto i Fori Romani, che aveva visitato di sera: se li era im-maginati popolati dagli spiriti di chi ci aveva vissuto. Avevapensato che anche il suo orfanotrofio un giorno sarebbe an-dato in rovina, e che di lei sarebbe rimasto solo uno spiritotriste, che vagava tra le mura distrutte in mezzo a frotte di tu-risti distratti. Adesso non aveva più paura del buio. Aveva scoperto aproprie spese che esistevano cose peggiori.
    • Avanzò piano, gli scarponi che imprimevano orme nettenella neve, e i suoi passi che generavano una strana eco. Si girò di scatto. Non era uneco. Era rumore di zoccoli."La vecchia" pensò. Era proprio lei. La sua figura nera e curva si stagliavatra i fiocchi di neve a pochi metri di distanza. «Ti aspettavo» le disse. Non sembrava soffrire il freddo, e il suo fiato non for-mava nuvolette nellaria gelida. Fu il particolare che più colpìSofia, che la mise in allarme. "Non è un essere umano" pen-sò. Avrebbe dovuto capirlo prima. I suoi modi, il suo appari-re e sparire in quel modo… Ma se non era una persona vera,chi era? Cosa era? E, soprattutto, cosa si aspettava da lei? «Chi sei?» chiese. «Non lo sai?» sorrise la vecchia. «Sono una persona cheavrebbe dovuto abbandonare questo mondo parecchio tempofa, e invece è rimasta legata a questa città… E che aspettavaproprio te». Sofia rimase interdetta. «Mi aspettavi?» La vecchia annuì. «Da più di mille anni.» «Sai anche cosa cerco?» «Una chiave. Vero?» «Sì.» «Sapevo che un giorno qualcuno sarebbe venuto. Manon ero sicura che fossi tu. E non ho potuto aiutarti fino aquando non hai messo piede qui. Vieni.»
    • Le tese una mano. Sofia esitò, poi la prese. Sembrava lamano di una persona viva, non fosse stato per il freddo diquella pelle. La vecchia la condusse con sé. Le rovine del teatro ap-parvero lugubri, disegnate dalla poca neve che si era posatasu di esse, le arcate come orbite vuote di un cranio. Il profilodel teatro si stagliava netto sul fondo nero di quella notte ne-vosa. La vecchia trascinò Sofia fino a una scultura alta un me-tro o poco più, che rappresentava un mascherone. Era spa-ventoso. Gli occhi erano due buchi profondi, innaturalmenteampi, circondati da marcate sopracciglia aggrottate. Il nasomancava, e la bocca era un pozzo di oscurità. La neve ne se-gnava i tratti, rendendo la maschera ancora più grottesca. So-fia la riconobbe: era esattamente quella che aveva visto insogno, non cera possibilità di sbagliarsi. «E lì» disse la vecchia. «Va, sta a te prenderla.» Sofia cercò di farsi coraggio. Avanzò di un passo, allun-gò la mano a sfiorare la pietra. Poi la infilò nella bocca, esi-tante, spingendola sempre più giù, fino al polso. Era comese, sul fondo, la pietra si facesse molle: una sensazione orri-bile, e per un istante temette di rimanere intrappolata; poi ledita toccarono qualcosa di metallico. La chiave! Si affrettò a tirare fuori la mano. La chiave era lungauna decina di centimetri, di ottone, e lungo lasticella si svi-luppava il bassorilievo di un drago. Ce laveva fatta!
    • Fu il suo sesto senso a salvarla. Una vibrazione dellaria,un rumore appena percettibile nel silenzio ovattato di quellanotte nevosa. Si gettò di lato, con il neo che brillava nello-scurità. Era lui. Fabio. La lama che le aveva lanciato contro siera conficcata nella pietra, mancandola di un soffio. «Non voglio combattere con te!» urlò Sofia. Fabio rise. «Puoi darmi la chiave di tua spontanea vo-lontà, e nessuno si farà male.» Sofia cercò di calcolare, di riflettere. «Perché stai conlui?» «Non ho tempo per questi discorsi inutili. Dammi lachiave e falla finita.» «Tu sei uno di noi.» Notò unombra di incertezza sul suo viso. «Semmai sei tu che sei come me. Ma comunque tuttoquesto non ha importanza.» «Ne ha, invece!» Allimprovviso, i ricordi di Thuban le riempirono cuoree mente di una straziante nostalgia. Alla fine lo vedeva cosìcome Thuban doveva averlo visto millenni prima, quando laTerra era ancora dei draghi. Eltanin, lamico, il sodale, il giovane drago impulsivo,caparbio e volubile, colui che aveva tradito sposando volon-tariamente la causa di Nidhoggr, lunico drago contro il qualeThuban avesse mai combattuto.
    • «Non puoi non ricordare» disse Sofia con trasporto.«Non puoi non ricordare Thuban, che era tuo amico, che ti fumaestro. Non ti ricordi i giorni di Draconia? I voli che face-vamo sui tetti bianchi della nostra capitale, e gli anni di stu-dio… Non ricordi quando ci riposavamo sotto lAlbero delMondo, e io ti raccontavo le storie della nostra razza, e tu ri-devi, ti divertivi, e ne inventavi di nuove solo per me?» Vide il suo sguardo incrinarsi. Ricordava, ricordavaqualcosa! «Non ti ricordi Eltanin, non lhai visto almeno una voltain sogno? Io lo conosco, grande, giovane, le squame di ungiallo splendido, dorato…» Un lampo dira sembrò passare negli occhi di Fabio.«Un drago che era nemico di quello che porti in corpo tu.» «Ma tutto può cambiare! Nidhoggr si è approfittato dite. Non lo capisci?» La mano di Fabio si abbassò appena, il suo sguardo erapiù incerto che mai. Sofia si tirò su, e piano piano si avvicinòa lui. Tese le dita a toccarlo, a rassicurarlo. Allimprovvisoperò una mano le serrò la gola. Cercò di reagire, ma non riu-sciva a muoversi. Sentì il corpetto avvizzire e bruciare sullapelle. «Ratatoskr!» urlò Fabio. Era dietro di lei, lo stesso nemico che laveva inseguitaquando aveva recuperato il frutto di Rastaban. Ne riconobbela voce, fredda come una lama.
    • «Lultima volta eravamo più deboli, e la tua sciocca reli-quia poteva anche fermarci, ma adesso…» Le strappò dimano la chiave. «Grazie mille» sussurrò con scherno. Strinse le dita sulla sua gola, e Sofia vide tutto farsinero. "Sono morta" pensò con sgomento. «Lasciala stare e andiamo a prendere questa maledettareliquia, o quello che è» intervenne Fabio. Ma Ratatoskr non accennava a mollare la presa. «Non abbiamo tempo per questo!» insistette il ragazzo. Ratatoskr allentò le dita. Poi lasciò andare Sofia, checadde a terra tossendo. Sentì i nemici muoversi, e fece unosforzo sovrumano per tornare in sé. Evocò una rete di liane che avvolse il corpo di Ratato-skr. Lui rispose evocando fiamme nerastre che lo circondaro-no. La rete di liane esplose e Ratatoskr stese una mano versodi lei. Un raggio nero balenò, e Sofia lo evitò lanciandosi involo. Ma il secondo attacco la prese di striscio allala. Provòun dolore cocente, e precipitò a terra con un colpo che le tol-se il fiato. Stavolta niente e nessuno avrebbe potuto salvarla,quando… «Sofia!» Era il professore, armato di nientaltro che delle suemani. "No, no, no!"
    • Fu come se il tempo avesse rallentato, e al rallentatoreSofia vide Ratatoskr allungare una mano e lanciare un altroraggio. Lesplosione delle fiamme nere coprì ogni cosa. Quando i suoi occhi furono di nuovo in grado di vedere,si accorse che gli aggressori erano spariti. Davanti a lei, sulterreno, giaceva il corpo del professore.
    • 14 Un salto nel buio Il professore giaceva a terra bianco come un cencio. Ilmondo parve crollare intorno a Sofia. No, non poteva essere,non doveva essere! Lo strinse a sé e lo chiamò, disperata. Poi le sue palpebre si mossero, aprì gli occhi. Sofia lostrinse ancora più forte. «Dimmi che stai bene, dimmi chestai bene!» urlò tra le lacrime. «Abbastanza… se non mi strangoli» mormorò lui convoce rotta.
    • Sofia si staccò e guardò il suo volto sopraffatta dal sol-lievo. «Ti ho visto a terra, ho visto quel mostro che ti colpivae…» «Qualcosa mi ha protetto» disse il professore piano.«Ma non so cosa.» Fu in quel momento che Sofia notò la vecchia. Era inpiedi lì accanto, e si tormentava le mani sotto la neve. «Sei stata tu?» le chiese. «Con chi ce lhai?» intervenne il professore. «Con quella vecchia. È una specie di spirito, credo.» Lui la guardò perplesso. «Quale vecchia?» «Prof, sei sicuro di stare bene?» «Sì» rispose, sempre più confuso. «Non tutti possono vedermi» disse a quel punto la vec-chia. «Solo individui particolarmente sensibili, o quelli comete e mia figlia.» «Tua figlia?» «È per lei che sono ancora in questo mondo, ed è lei chemi ha detto dove si trovava la chiave.» «Idhunn! È lei tua figlia!» «Sofia, con chi stai parlando?» domandò il professore. «Non puoi vederla, prof. È la madre di Idhunn.» «Dove? Dovè?» Cercò di tirarsi su, ma si bloccò ametà, mentre un lamento gli sfuggiva dalle labbra. Solo allora Sofia si accorse che aveva un lungo tagliosulla gamba; il sangue colava copioso macchiando la neve. «Non muoverti prof, sei ferito!»
    • «Non è niente…» «Devi riprendere la chiave» disse la vecchia avvicinan-dosi. «Devi riprenderla! Dà accesso al noce, e lì, lì cè lulti-ma eredità di mia figlia, la ragione per cui sono rimasta adaspettare per secoli. Non può cadere nelle mani sbagliate.» «Prima devo curarlo» affermò Sofia con convinzione, eprese il professore per un braccio, cercando di sollevarlo. «Sofia, non è niente… E tu devi inseguirli» protestò lui. «Non puoi chiedermi di lasciarti qui ferito eandarmene» replicò Sofia, tirandolo su senza ascoltare ragio-ni. Pesava, ma si sforzò di portarlo fuori, aprendo il cancellocon il solito rametto che prontamente fece scaturire dal suoindice. Nessuno in giro. E quel silenzio, che prima lavevaammaliata, ora le faceva solo paura. La macchina apparivacome un mostro addormentato, che non aveva idea di comesvegliare. "E adesso?" «Lasciami in macchina» disse il professore appoggian-dosi alla fiancata. «Con un po di riposo sono sicuro che riu-scirò a guidare.» «Non se ne parla proprio.» Sofia si guardò attorno. Solo silenzio e neve. «Tieniti forte, prof. Ti porto in ospedale» disse, e si con-centrò. Le ali apparvero sulla sua schiena, e il dolore alla fe-rita si fece subito sentire vivissimo. Afferrò il professore peri polsi e cominciò a battere le ali. Non si sollevò. Allora loafferrò da dietro, le braccia strette intorno al petto, sotto le
    • ascelle, e provò di nuovo. Stavolta riuscì ad alzarsi di mezzometro scarso. «Non ce la farai mai, peso e…» obiettò lui. «Non distrarmi.» Sofia batté le ali ancora più forte, e ildolore le punse di nuovo lala. Ma finalmente riuscì a guada-gnare laltezza di volo. Un metro alla volta, e con enorme fa-tica, ma ci riuscì. Laria gelida e la neve le sferzavano il voltomentre prendeva velocità. Il professore pesava davvero, e perpaura di perderlo lo avvolse con una rete di liane, formandouna sorta di nido. Se lo assicurò intorno alla vita. Le facevamale alla schiena, ma per lo meno aveva le mani libere. Navigò a vista, ma non in direzione dellospedale, bensìverso il circo. Pensò che lì il professore aveva tutto loccor-rente per curarsi, e una goccia della linfa della Gemma vale-va più delle prestazioni di mille dottori. Atterrò poco disco-sto dalla roulotte che lui aveva occupato in quei giorni, stan-do attenta che nessuno li vedesse. Ritirò le ali, e la ferita lemandò un ultimo lampo di dolore. Nevicava più fitto, ora. Fece sparire le liane e raccolse il professore tra le brac-cia. Era pallido, e il tessuto dei pantaloni era completamenteintriso di sangue. Lo portò dentro, lo adagiò sul letto. «Va, Sofia» disse lui. «Hai fatto quanto dovevi. Ora,per lamor del cielo, vattene!» Sofia rimase ferma. La missione, gli avvenimenti dellaserata, persino Fabio erano scomparsi non appena aveva vi-sto il professore a terra. Ma adesso la realtà tornava a scorre-
    • re a velocità normale, e ricominciava a sentire sulle spalle ilpeso del compito che laspettava. «Non ti azzardare a muoverti da qui, intesi?» cercò didire in tono scherzoso. «Quando ci rivedremo, domani, avròil frutto con me» aggiunse seria. «Non ne dubito. Ma ora va, va!» la incitò il professore. Sofia tirò un profondo respiro, poi uscì. Solo una voltaraggiunto il limitare del campo evocò le ali. Era pronta aspiccare il volo, quando si sentì chiamare. Si bloccò. Sequalcuno del circo si era svegliato e laveva vista con le alida drago sulle spalle, sarebbe stata una tragedia. In un istanteponderò le possibilità che aveva di cavarsela: era meglio fug-gire o cercare di spiegare? «Non ti stai dimenticando qualcuno?» Lidja si era svegliata a metà della notte. Aveva capitosubito che fuori era successo qualcosa. Aveva indugiato soloun po sullo spettacolo della città innevata. Si sentiva decisa-mente meglio, e non era da lei aspettare, né lasciare che So-fia facesse tutto il lavoro da sola. Si era infilata gli scarponi,si era avvolta una sciarpa e si era calata in testa un berretto;poi era uscita e si era imbattuta nellamica. «Lidja!» esclamò Sofia con evidente sollievo. Poi ricor-dò che fino a qualche ora prima bruciava di febbre. «Lidja!»ripetè in tono di rimprovero. «Che ci fai qui?» «Il nostro è un lavoro di squadra, ricordi?» rispose lei. «Sì, ma hai la febbre» obiettò Sofia.
    • Lidja le prese una mano e se la portò alla fronte. Era fre-sca. «Sono guarita. Ma tu cosa stai facendo?» Sofia le raccontò rapidamente laccaduto. «Sei sicura che starà bene?» chiese Lidja, preoccupataper il professore. «Se la linfa della Gemma ha curato te, funzionerà anchecon lui.» Lidja non poteva che darle ragione. «Sbrighiamoci, allo-ra. Andiamo.» Atterrarono nella piazza davanti alla villa. La città eradeserta. Si affrettarono lungo il corso, le scarpe che scivola-vano sulla neve fresca. Sofia non ricordava esattamente a che altezza si trovasselobelisco, per cui procedeva guardando a destra e a sinistra. Lo vide infine spuntare da una piazzetta laterale, dietrouna fontana congelata. Cera passata davanti parecchie volte,e non le pareva che fosse diverso dal solito. Lobelisco, pic-colo e tutto sommato discreto – almeno se paragonato ai gi-ganti che aveva visto a Roma – sembrava caduto per caso làin mezzo, tra quella fontana dallaria piuttosto moderna e ipalazzi dietro. Alle sue spalle cera addirittura linsegna di unnegozio sportivo. «Non sono ancora arrivati!» disse esultando. Lamica sembrava più scettica. Fissava lobelisco conocchio critico.
    • «Lidja, ti assicuro che sembra assolutamente identico aprima. Non vedo nulla di strano.» Lidja si mise a girare intorno al monumento. «Nulla distrano, eh?» Sofia la raggiunse. Il basamento di pietra sul quale lo-belisco poggiava era aperto, e oltre la piccola apertura si ve-deva solo un buio fitto e per nulla incoraggiante. «Sono già entrati» mormorò, e sentì la bocca prosciu-garsi in un istante. «Adesso tocca a noi» disse Lidja e, senza un attimo diesitazione, infilò la testa nellapertura. Un rapido movimentodelle gambe, e scomparve nel buio. Sofia strinse le labbra. Lidja era stata imprudente, se cifosse stato qualcuno in agguato avrebbe potuto colpirla. Si mise a quattro zampe e simmerse nelloscurità. Unforte odore di muffa la prese alla gola, assieme a un senso disoffocamento. Non si vedeva assolutamente nulla, come sevarcare quella soglia significasse perdere la vista. Cominciòa respirare con affanno. "Non devi avere paura, non devi avere paura…" I fianchi sfiorarono i bordi del passaggio, mentre legambe strisciavano a terra. Le bastò unultima, lieve spinta, esi sentì trascinata verso il basso. Urlò con tutto il fiato cheaveva nei polmoni, mentre precipitava.
    • 15 il ritorno del noce «Sof?… Sof!» Sofia si tirò su ansimando. Sentiva anco-ra nello stomaco la terribile sensazione della caduta. Il tuttoera stato talmente repentino che non era nemmeno riuscita adaprire le ali. Ma latterraggio, per fortuna, era stato morbido.Era caduta su qualcosa che al tatto, non appena appoggiò lemani per alzarsi, le parve quasi ovatta. «Dove siamo?» sussurrò preoccupata.
    • «Non ne ho idea. Vicino allalbero, spero» rispose Lidjacon la stessa preoccupazione nella voce. Laiutò a tirarsi su, mentre Sofia si guardava attorno.Nebbia, ovunque. Densissima, si poteva quasi toccare. E unodore penetrante di muffa. Si fissò i piedi, e la testa prese agirarle. Non sembravano poggiare su nulla. Non si vedeva ilterreno, né una qualche forma di pavimento. Fu assalita dallevertigini e dovette appoggiarsi alla spalla dellamica. Certo,aveva imparato a tenere a bada quellantica paura che si tira-va dietro fin dalla nascita, ma lidea di essere letteralmentesospesa sul nulla nel bel mezzo del niente era decisamentetroppo. «Lo so, fa un brutto effetto» disse Lidja «ma qualcosa disolido sotto i piedi ce labbiamo, o non potremmo stare inpiedi.» «Lì cè una specie di luce» notò Sofia. Era un bagliore vago e indistinto, piuttosto distante dallaloro posizione. Sembrava una fiaccola lontana che a stentocercasse di farsi largo tra la nebbia. «Andiamo a vedere di cosa si tratta» suggerì Lidja. Si affrettarono verso la luce, ma era come in un incubo,quelli in cui corri, corri, e stai sempre fermo nello stesso po-sto. Non cera intorno alcun panorama che scorresse di fiancoa loro e le rendesse consapevoli di avanzare, e i loro passinon sembravano fare alcun rumore. «Questa non può essere la realtà» gemette Sofia.
    • «Quanto meno non quella con cui abbiamo a che faretutti i giorni» replicò lamica. Sofia la guardò interrogativa. «Quellobelisco doveva essere una porta, una porta perunaltra dimensione, o un altro mondo, come preferisci» pro-seguì Lidja. «E noi ci siamo finite dentro. Ecco perché nontrovavamo il noce: non era fisicamente a Benevento, ma inuna dimensione parallela.» Sofia pensò che questo spiegava molte cose, ma non at-tenuava minimamente lansia che si sentiva addosso. A poco a poco il bagliore cambiò aspetto. Si fece primapiù limpido, poi la nebbia si diradò in filamenti spettrali. In-fine, uno spettacolo desolante apparve ai loro occhi. Era una piccola radura che si apriva allimprovviso nelnulla lattiginoso che le aveva circondate fino a quel momen-to. La terra era arida e solcata da crepe. Radi arbusti riarsi sialzavano appena dal suolo, tra sassi e sterpi ormai morti. E inmezzo a quel panorama, il tronco abbattuto di un albero chein origine doveva essere stato enorme. Ora restavano solo lacorteccia e un po di legno secco, mentre la parte internasembrava essere stata spolpata dai vermi. Ma sebbene fosselimmagine stessa della morte, Lidja e Sofia ne percepironotutto il segreto potere. Lo sentivano scorrere, debole, attra-verso le radici rinsecchite, sotto quella terra screpolata, losentivano battere fiaccamente al ritmo dei loro cuori. E lungoil tracciato delle sue vene sepolte e dimenticate, in qualchemodo la vita cercava una via: un filo derba solitario, un me-
    • sto germoglio, un fiore malato. Non ebbero alcun dubbio,perché fu il cuore a dirglielo: là cera il frutto. Lidja afferrò il braccio di Sofia. «Sono qui!» Ratatoskr e Fabio erano accanto allalbero. Lo avevanocircondato con candele nere, che emettevano bagliori oscuri,come il lampo che aveva ferito il professore. Ratatoskr, con gli occhi chiusi, recitava una misteriosalitania, piena di parole e suoni orribili. Fabio era in piedi alsuo fianco, e in mano aveva qualcosa: unampolla colma diun liquido scuro. Sofia proruppe in un grido: «Fermatevi!» Ratatoskr e Fabio si voltarono verso di lei. Ratatoskr digrignò i denti, poi saette nere partirono dallesue mani. Fu Lidja a salvare Sofia. Sollevò un masso con la teleci-nesi e lo usò per farle da scudo. Il raggio nero lo mandò infrantumi con un boato. Sofia sentì che le schegge le sfiorava-no il capo come proiettili. «Occupati di Fabio» disse Lidja, lanciandosi allattacco. Partì a testa bassa, come una furia, le ali sempre piùconsistenti sulle sue spalle. Sollevò intere zolle di terra, lescagliò con tutte le sue forze contro Ratatoskr. Gli alberi in-torno cominciarono a tremare, scossi fin nelle radici dai po-teri della ragazza. Ma Ratatoskr non sembrava preoccuparsi.Era avvolto da un bozzolo di fiamme nere che lo proteggeva-no da qualsiasi assalto. Immobile al centro di quella barriera,
    • un braccio teso in avanti, lanciava tetre fiammate che frantu-mavano a una a una le zolle che Lidja gli scagliava contro. «Fabio!» urlò con tutto il fiato che aveva in corpo, unurlo che risuonò come un ruggito. Fabio era immobile, lampolla in una mano. Sembravaindeciso. Sofia corse verso di lui. Sapeva che doveva attac-care, che era la cosa più ragionevole da fare. "Prima lo rendi inoffensivo, e poi cerchi di convincerlo"le diceva decisa una voce. Ma non poteva. «Mettila a terra» proruppe in tono tremante, una manotesa in avanti, pronta allattacco. Fabio si girò a guardarla. «Appoggiala, qualunque cosa contenga.» Lui sorrise feroce. «Non so chi tu sia, ma di sicuro nonhai titoli per darmi ordini.» Inclinò piano piano la boccetta: il liquido nero scese pe-ricolosamente lungo le pareti di vetro. Sofia allora lanciò una delle sue liane, afferrando al vololampolla e bloccando la fuoriuscita della sostanza. Ma Fabionon fu meno rapido. Una fiamma viva e rossa percorse a ri-troso la liana, e Sofia riuscì a mollare la presa giusto in tem-po prima di ustionarsi. Scartò di lato, ma unaltra fiammata lesi fece incontro. Fu costretta a rotolare a terra. «Non ci provare. Nessuno mi può fermare o dirmi cosadevo fare, chiaro?» urlò Fabio. «Ma da Nidhoggr ti fai dare ordini» replicò Sofia tiran-dosi su. «E a Ratatoskr obbedisci.»
    • Fabio rimase di nuovo incerto, lampolla stretta convul-samente tra le dita. «Tu non sei uno di loro» provò a dire Sofia. «Non lo seimai stato.» «Vi ho tradito» ribatté lui a denti stretti. «Ho fatto unal-tra scelta, una scelta che ho confermato qualche tempo fa. Esai una cosa? Non me ne pento affatto.» Un nuovo lampo, e ancora fiamme, fiamme ovunque.Sofia spiccò il volo, la ferita subita al teatro romano che an-cora le bruciava; cercò di difendersi come poteva, e lanciò lesue liane per intrappolare Fabio. Ma lui era troppo rapido, eriusciva a evitare ogni assalto; poi evocò le ali, dorate, co-strette nei legacci metallici degli innesti di Nidhoggr. E perun istante Sofia lo vide: Eltanin. Il vero Eltanin. E ricordò. Quando era arrivato, il drago dorato era già a terra, lesquame intrise di sangue. Thuban aveva fissato con orrorele sue ferite: unala quasi completamente strappata, morsi egraffi su tutto il corpo e un profondo squarcio alladdome,da cui il sangue usciva a fiotti. Ma era il suo sguardo che gliaveva spezzato il cuore. Laveva visto andare via pochi mesi prima, laveva vistocombattere contro i suoi fratelli draghi, sempre al fianco diNidhoggr, sempre in prima fila, ansioso di stragi e di morte.Ma adesso era come se nulla di tutto quellorrore fosse maiaccaduto. Perché il giovane drago lo guardava chiedendopietà. A lui, che non era stato capace di proteggerlo e di
    • convincerlo della bontà delle loro ragioni; a lui, che lavevalasciato andare via, che non aveva saputo tenerlo avvinto asé. Thuban urlò al cielo il proprio dolore, e pianse tutte lelacrime del mondo. «Avevi ragione» sussurrò il drago agonizzante. «Aveviragione, e io sono sempre stato uno sciocco, uno stupido im-pulsivo.» «Non dirlo, è colpa mia se ora sei così» replicò Thu-ban. Ma laltro scosse appena il capo. I suoi occhi andavanovelandosi. «Sono stato io a condurlo allAlbero del Mondo»disse in un soffio, e lacrime di sangue gli scesero dagli oc-chi. «Io…» Thuban appoggiò il muso a quello dellantico compa-gno. «Nidhoggr ti aveva plagiato, ti aveva convinto.» «Questo non mi assolve. Sarò in eterno maledetto, comeè giusto che sia.» «Tu sarai sempre nel mio cuore, e lo sai» mormoròThuban. «E alla fine hai capito, altrimenti non saresti qui.» Lo sguardo del drago dorato si schiarì appena. «Maqualcosa sono riuscito a fare» disse piano. «Il frutto… ilfrutto è salvo.» Unespressione di beatitudine gli distese i linea-menti contratti dal dolore. «E finché almeno uno dei fruttisarà salvo, Nidhoggr non potrà vincere.»
    • Le lacrime di Thuban si mescolarono al sangue della-mico. Eltanin era tornato, Eltanin era di nuovo uno di loro. «Ora lascia che io vada» sussurrò il drago dorato. «Tu non te ne andrai. Tu, come tutti noi, vivrai. E ungiorno farai ritorno.» Eltanin lo guardò senza capire. «Gli uomini serberanno il ricordo di noi, gli uominiospiteranno il nostro spirito, e un giorno solcheremo di nuo-vo i cieli» disse Thuban. E con gli artigli gli divelse dallafronte lOcchio della Mente. Lo sguardo di Eltanin si spense, il suo petto smise diabbassarsi nel ritmo ineguale del respiro agonizzante. Ma ilsuo spirito era là, e un uomo lavrebbe accolto. Così Eltaninnon sarebbe mai morto. Fu la colonna di fuoco che vide venirle incontro a ripor-tare Sofia in sé. Scartò di lato, poi evocò quante più liane po-teva. Alcune finirono bruciate dal fuoco di Fabio, ma quelleche raggiunsero le sue ali furono sufficienti a fermarlo. Lovide cadere, e anche lei scese. Lo bloccò a terra premendoglile mani sulle spalle, il ginocchio a schiacciargli il petto alsuolo. «Tu ti sei ricreduto!» gli urlò in faccia. «Non puoi aver-lo dimenticato! Alla fine moristi combattendo, e ci salvastitutti, salvasti il frutto! Tu non sei destinato a questo!»
    • Fabio la guardava con rabbia, ma non cera solo quellonei suoi occhi. Cerano un barlume di coscienza, lombra diun antico ricordo, e un dubbio. «Stupido, il sangue!» sentirono urlare Ratatoskr. «Versail sangue!» Lo sguardo di entrambi si concentrò sullampolla, in bi-lico tra lindice e il pollice della mano destra di Fabio, a terra.Bastò allentare appena la presa. Quasi non sembrò neppureun atto volontario. «No!!» urlò Sofia, ma il sangue nero di Nidhoggr avevagià bagnato il suolo. Il suo grido si perse nel vento, che si sollevò fortissimoe improvviso. Spazzò via la nebbia, svelò la desolazione diun panorama spettrale, mentre il noce rifiorì allistante. Manon era una vita sana e rigogliosa, quella che labitava. Lasua corteccia era nera come la pece, i suoi rami secchi eranopercorsi da una linfa bruna e mortifera, e le sue foglie eranoacuminate come spine, taglienti come rasoi. Un potere oscu-ro si sprigionò dai rami, e allimprovviso tutto intorno appar-ve Benevento, la stessa città sotto la neve che Sofia e Lidjaavevano lasciato appena unora prima. Il noce non era più na-scosto agli occhi del mondo, il noce era tornato sulla Terra.Le sue radici percorsero le vie, divelsero le lastre di basalto ebucarono lasfalto, gettarono semi oscuri ovunque giungesse-ro. Alberi contorti e neri sorsero dai crocicchi, le piazze furo-no colonizzate da piante strane e malate, i palazzi si copriro-no di muschi violacei e lunghe liane nerastre. La neve candi-
    • da, a terra, si tinse di rosso, e fiocchi scarlatti presero a scen-dere dal cielo, finché lintera città fu ricoperta da un manto divegetazione grottesca, malvagia e tetra. Poi, un unico lampo nero oscurò ogni cosa. Sofia si sen-tì urlare, e ancora, e ancora, finché ogni cosa si dissolse, eperse la consapevolezza di sé.
    • 16 Uno di fronte all altra Fabio si sentì allimprovviso liberato dalla presa di So-fia. Qualcosa laveva scagliata via, lontano da lui. Avvertì laterra tremare alle sue spalle. Tutto intorno a lui era spavento-so, assurdo. Il cielo innaturalmente luminoso, la neve rossadi sangue, e quegli alberi che spuntavano ovunque, orrendi,neri, malvagi. "Che cosa ho fatto?"
    • Non era stato un gesto del tutto volontario. Era stato unriflesso, o lestremo tentativo di chiudere la porta alle paroledi quella ragazzina, davanti a quello che restava del noce. Ma ora nulla aveva più importanza, e di fronte alla pau-ra ogni altra cosa sbiadiva. Nel frastuono dellasfalto che sispaccava, delle radici che svellevano i pietroni dallimpianti-to, udì Ratatoskr ridere selvaggiamente. Poi un lampo nero lo accecò, sprofondando il mondonellombra. Si sentì svanire, e sperò di poter trovare rifugio nellin-coscienza. Ma qualcuno lo acchiappò per la collottola, avvin-ghiandolo a sé. «Stai con me, mi servi ancora» gli urlò Ratatoskr in unorecchio, mentre lo stringeva al proprio corpo con un brac-cio. E Fabio rimase cosciente, e vide il noce innalzarsi versoil cielo, vide le sue foglie acuminate ferire le nuvole, lo videriprendere possesso di quella terra che un tempo era statasua. Tremò e cercò di divincolarsi, ma la presa di Ratatoskrera ferrea. «Non cè nulla da temere, è il suo Regno che risorge.Guarda, perché questa è solo una pallida ombra di ciò cheaccadrà quando il nostro Signore tornerà sulla Terra.» Poi limmagine schiarì allimprovviso. Una singola goc-cia di luce si insinuò in tutto quel buio, e da sola fu capace didiffondere un sottile bagliore. La corteccia coriacea e scura
    • del noce parve aprirsi, rivelando un cuore luminoso. Dopotutto quel buio, gli occhi di Fabio faticavano ad abituarsi, main quel chiarore andò delineandosi una figura. Esile e slan-ciata, emergeva a poco a poco dalla polpa del noce limmagi-ne di una ragazza. Lentamente si tratteggiava il profilo dellasemplice tunica bianca che indossava, mentre le pieghe deltessuto candido si definivano in quella luce sempre più caldae rassicurante. Una fascia doro sottile le cingeva il seno, e lebraccia erano nude di qualsiasi ornamento. Lunghi capellicastani, e occhi chiusi. Sembrava assopita. Le mani erano in-crociate allaltezza del seno, come a nascondere qualcosa,qualcosa di luminoso, caldo e benefico. Fabio percepì un immenso senso di pace, e tutta la pauradi poco prima svanì allistante. "Idhunn!" Era il nome della ragazza, e il solo pensarlo gli riempivail cuore di una dolcezza che non aveva mai percepito prima,tanto che sentì le lacrime corrergli agli occhi. Eppure non glisembrava di conoscerla. Non aveva memoria del suo corposnello, né dei suoi occhi castani, che pian piano andavanoaprendosi. Ma sentiva di essere legato a lei da qualcosa, e la-mava, sì, lamava come aveva amato solo sua madre, neitempi remoti in cui la vita poteva ancora avere dolcezza. Gli occhi di lei si aprirono quasi del tutto e incrociaronoi suoi: a Fabio parve che venissero accesi da un lampo dicomprensione, come se quella ragazza lo avesse riconosciu-to. Era uno sguardo colmo daffetto e di rimpianto, lo sguar-
    • do di chi finalmente si ricongiunge a qualcuno di molto ama-to, da cui è stato separato per troppo tempo. Per un attimo gli parve che Idhunn tendesse verso di luiuna mano, sorridendo. Poi fu finalmente in grado di vedereloggetto che stringeva al seno: un globo luminosissimo,splendente di riflessi dorati. Le dita della ragazza, però, si infransero contro una bar-riera invisibile, esplodendo in terribili lampi neri. Dal nulla,si materializzò intorno a lei una gabbia di saette oscure, chele impedirono di uscire dal nucleo del noce. Il suo sorriso sitramutò in unespressione di dolore, i suoi occhi si strinsero edalla bocca le uscì un grido disperato. Il chiarore che promanava dalla sua figura si spense, eFabio potè vedere nella sua interezza la foresta malvagia cheaveva infestato Benevento. Finalmente Ratatoskr lo lasciò andare. Cadde a terra, in-capace di distogliere lo sguardo da Idhunn, che si contorcevanella gabbia. Ogni volta che il suo corpo toccava le sbarre,erompevano scintille nere. Urlava di dolore, una mano con-vulsamente stretta intorno alla testa, laltra che stringeva ilglobo luminoso: splendeva ancora, era lunica luce in quelpanorama di tenebre. Fabio si girò di scatto verso Ratatoskr. «Liberala!» Lui sorrise con ferocia. «Sta calmo, fra poco sarà tuttofinito.» Allora lo minacciò con una delle sue lame, puntando-gliela alla gola. «Ti ho detto di liberarla!»
    • Ratatoskr continuava a sghignazzare. «Non puoi farminiente. Non qui. Questo è territorio mio, qui sono io che co-mando. Guardalo bene, perché questo sarà il mondo quandoNidhoggr tornerà.» Fabio si staccò da lui e corse verso la ragazza. Lavrebbeliberata lui, avrebbe strappato le sbarre e lavrebbe portata insalvo. Fu mentre correva verso di lei che le sue gambe sibloccarono di colpo, e un gelo terribile gli percorse le mem-bra.
    • 17 Perdute nel bosco La prima cosa che sentì fu una fitta alla testa. Sofia por-tò una mano alla fronte e si toccò il neo: quel semplice gestole ridiede lucidità e riacutizzò le sue percezioni. Avvertì lo-dore orrendo dellaria, la durezza della terra sotto la schiena,le gocce gelate che le colpivano il viso. Poi aprì gli occhi.Ciò che vide le provocò un brivido di raccapriccio: sopra di
    • lei, uno scorcio di cielo livido, incorniciato tra chiome dal-beri neri. Dalle nuvole scendevano fiocchi di neve rossa. Si tirò su a fatica, il capo che le girava vorticosamente.Nessuna traccia del noce, né della radura in cui si trovavapochi istanti prima. Era invece nel bel mezzo di una forestache doveva essere sorta per magia al centro di Benevento.Fra i tronchi contorti degli alberi, tra le liane e le felci mo-struose, si vedevano pezzi di asfalto e palazzi. Sentì la paurafarsi strada in lei. Perché si trovava lì? Ricordava solo unlampo di luce accecante. Probabilmente era stata trascinatalontano nel momento in cui Fabio aveva versato il contenutodellampolla. In quellistante doveva essere accaduto qualco-sa di spaventoso. Accanto a lei giaceva il corpo esanime di Lidja. «Lidja!» gridò. Si piegò su di lei e immediato fu il suo sollievo quandosi accorse che respirava ancora. Non aveva ferite visibili,però era pallida e teneva gli occhi chiusi. Provò a darle deglischiaffetti sulle guance, ma senza effetto. Forse con un podacqua… Si guardò attorno, ma il bosco era fittissimo, e diacqua non sembrava esserci traccia. Si chinò ancora su Lidja, scuotendola con forza. «Lidja, ti scongiuro, riprenditi! È successo qualcosa diterrificante!» Le labbra dellamica si mossero… «Mi fai male» sussur-rò. Poi aprì gli occhi.
    • Sofia labbracciò. «Mi hai fatto spaventare da morire!Come stai?» «Debole, ma mi riprenderò, dammi una mano.» Sofia laiutò a mettersi seduta e finalmente Lidja vide loscenario agghiacciante che le circondava. «Questa è Benevento?» chiese, incredula. «Credo di sì. Siamo sulla strada che dal centro porta allazona dove è accampato il circo. Riconosco i palazzi, quelliche ancora si vedono. Siamo molto lontano da dove eravamoprima.» «Cosè successo?» «Ne so quanto te. Fabio ha fatto qualcosa al noce, e que-sto è il risultato.» Sofia esitò. Ci voleva coraggio per fare ladomanda che la ossessionava in quel momento. «Credi…credi che sia tornato?» Lidja scosse la testa. «Sei pazza? Non può tornare. Nonè ancora abbastanza forte. Il sigillo di Thuban si sta indebo-lendo, ma non così rapidamente. No, devessere colpa delfrutto di Eltanin.» Si tirò in piedi e si spazzolò il fondo dei pantaloni. Sem-brava aver ritrovato il suo spirito, e Sofia gliene fu grata,perché lei, al contrario, era terrorizzata. «E allora?» «E allora non lo so. Un attimo prima stavo combattendocon quel tizio e un attimo dopo sono rimasta accecata daquella luce. Poi buio, finché non mi hai svegliato.»
    • «Ma adesso siamo a Benevento. Quindi, sempre che latua teoria sulla dimensione parallela sia vera, il noce in qual-che modo devessere tornato nella nostra realtà, perché que-sta è Benevento.» Lidja annuì. «Fabio ha versato il contenuto di quellampolla» prose-guì Sofia con aria vagamente colpevole. «Ho provato a fer-marlo, ed ero sicura di esserci riuscita, di averlo convinto, in-vece…» «Non ti sto accusando di niente» la interruppe Lidja al-zando una mano. E subito aggiunse: «Quindi questo è leffet-to del rito che Fabio e laltro tizio…» «Ratatoskr» puntualizzò Sofia. «Ratatoskr, hanno portato a termine vicino al noce.Lhanno ricondotto nella nostra realtà, ma tirandosi dietroquesta… questa…» Lidja si guardò attorno «… foresta» con-cluse. «E ora?» esclamò Sofia. «Ora è tassativo trovare il noce. Lhai sentito anche tu, ilfrutto è lì. Quindi è al noce che dobbiamo arrivare. Suggeri-menti sulla direzione da prendere?» Sofia volse lo sguardo tuttintorno, poi scosse la testa.Lultimo ricordo che aveva era il noce che affondava le radicinella strada, ma non ricordava assolutamente che palazzi cifossero dietro.
    • «Perfetto, neppure io» ammise Lidja. «Comunque cera-no dei pietroni squadrati a terra, questo ce lo ricordiamo, percui sarà proprio in centro città.» E in quella direzione si mossero, cercando di orientarsi.Ma Benevento era quasi del tutto irriconoscibile. I pochiscampoli di strade e palazzi che si intravedevano spuntavanoa malapena tra liane e tronchi dalbero. In mezzo a rami e fo-glie, emergevano luci sospese e lampioni, che gettavano quelpo di chiarore che permetteva a Sofia e a Lidja di muoversiin quel luogo infestato. Alcune vie erano ancora visibili, ma spesso erano inter-rotte da alberi che bloccavano il passo e tracciavano tortuosisentieri attraverso la città. Spesso dovevano arrampicarsi, oscavalcare radici sporgenti. Un paio di volte Sofia fu lì lì percadere. Di tanto in tanto, allimprovviso, il panorama si aprivain radure battute dalla neve rossa. Intorno, ancora alberi am-massati gli uni sugli altri. «Non trovi tutto troppo silenzioso?» osservò a un trattoLidja. «Perché, cè qualcosa che ti sembra normale, qui?» re-plicò Sofia, scavalcando un tronco spezzato. «Intendo dire che in giro non cè nessuno.» Sofia si bloccò. «È notte…» «Sì, ma gli alberi sono spuntati dal nulla, hanno diveltola pavimentazione stradale» obiettò Ljdia indicando un pie-
    • trone dal quale spuntava una radice. «Tutto questo ha fattorumore.» «Hai ragione. Dove sono tutti?» si chiese Sofia con unbrivido. Ebbe la risposta poco dopo. Cera qualcuno appoggiatoa un albero. Corse subito verso di lui. «Scusi, scusi!» Si bloccò non appena gli arrivò a pochi passi di distan-za. Era seduto, la schiena appoggiata a un tronco, le mani ab-bandonate lungo le gambe. Non sembrava averla sentita. Sofia gli scosse le spalle. «Mi scusi.» Quello scivolò di lato. E lei urlò. Lidja la raggiunse im-mediatamente. Sofia non riusciva a smettere di gridare. Luo-mo aveva gli occhi chiusi, e non dava alcun segno di vita. «Sta calma, dorme!» disse Lidja, ma dovette scuoterlaper farla smettere. «È solo addormentato» insistette. Sofia si guardò attorno sperduta. Cera la porta di unacasa accostata. Ne usciva fuori un alberello dal tronco ritor-to, ma cera spazio a sufficienza per entrare. Lo fece, timorosa. Dietro di sé, avvertiva i passi cauti diLidja. La casa era infestata. Tronchi dalbero spuntavano dalpavimento e si infilavano nel soffitto, a volte portando con séparte della mobilia. Nella stanza da letto, una coppia profon-damente assopita. Cera anche un bambino, sospeso tra duerami, nella stanza a fianco. «Dormono tutti» sussurrò Sofia.
    • Lidja sospirò. «Mi sembra una cosa positiva.» «Sì, ma non è un sonno naturale.» «Quanto meno non abbiamo gente in preda al panicoche gira per le strade, o unintera città sterminata.» Sofia dovette darle ragione. «In ogni caso, ora dobbia-mo trovare il noce» disse, cercando di ostentare una sicurez-za che non aveva. Si rimisero in marcia. Orientarsi non era per niente facile, e ben presto si rese-ro conto di essersi perse. Se ne accorsero quando videro iltendone del circo stagliarsi in lontananza. «Il prof! Il prof è là! Lui saprà dirci cosa fare!» esclamòSofia, dirigendosi senza esitazione verso lingresso. In giro non cera nessuno. Il tendone era bucato in piùpunti da un paio di alberi, e la roulotte di Minimo era finitain cima a un ramo. Qualche altra era stata inclinata dalle ra-dici spuntate dal terreno, ma per il resto tutto sembrava comeal solito. Sofia entrò immediatamente nella roulotte del pro-fessore. Era seduto sul letto. Il pantalone era stato tagliato intor-no alla gamba ferita, che era fasciata stretta. «Prof!» Sofia gli balzò accanto. «Cosè successo, prof?Cosa dobbiamo fare?» Le rispose solo un silenzio ostile. Come tutti gli altri, ilprofessor Schlafen dormiva. Sembrava assopito nel sonnodei giusti, profondo e pacifico.
    • Sofia provò a scuoterlo. «Abbiamo bisogno di te, prof.» Lui si limitò a scivolare di lato, finendo quasi sdraiatosul lettino. «Siamo sveglie solo noi, Sof.» La voce di Lidja, alle suespalle, era fredda e sicura. «Stavolta non possiamo chiedereaiuto a lui.» Sofia si morse il labbro e contemplò il professore chedormiva tranquillo, e distante. «Non ce la possiamo fare da sole… Voglio dire, nonsappiamo cosè successo, non sappiamo come far tornarenormale la città, e non sappiamo nemmeno dovè finito queldannato noce!» Lidja non si lasciò coinvolgere dalla sua rabbia. «E in-vece un modo lo dobbiamo trovare.» La prese per mano.«Noi siamo le Draconiane, ospitiamo gli spiriti di Thuban edi Rastaban, e a noi spetta salvare il mondo da Nidhoggr.Nessun altro può farlo al posto nostro, questo è il compitoche è toccato in sorte a me e a te, è il nostro destino.» Sofia la guardò tristemente. «Mentre stiamo qui» continuò Lidja «i nostri nemiciavranno già preso il frutto. Ce ne dobbiamo andare.» Sofia rimase immobile ancora qualche istante. Non lepiaceva lidea di abbandonare il professore, ma non ceranoalternative. «Andiamo» disse semplicemente. Uscirono dalla roulotte, cercarono di ripercorrere a ritro-so la strada che avevano già fatto. Lidja gettò un malinconi-co sguardo al tendone bucato. Sofia immaginò Alma, Marti-
    • na e tutti gli altri assopiti, estranei allincubo che la città sta-va vivendo. Per la prima volta si sentì davvero diversa daquei fortunati che attraversavano in sonno quellorrore. Leiinvece sapeva, lei non avrebbe mai potuto chiudere gli occhicome loro. Si ritrovarono di nuovo fuori, nella foresta. «Quanto grande può essere il noce?» chiese Lidja. «Molto grande, penso» rispose Sofia. «Allora dallalto si dovrebbe vedere.» Bastò un istante per evocare i poteri di Thuban e di Ra-staban. Le ali spuntarono dalle loro scapole, ma prima chepotessero spiccare il volo, Sofia sentì che la terra tremava.Era una sorta di vibrazione sorda, che rimbombava nello sto-maco. Accadde tutto molto in fretta. Grosse radici spuntaronodal suolo, si avvolsero nellaria e bloccarono sul nascere ilvolo di Lidja. Una le si arrotolò intorno alla caviglia e laspinse di nuovo a terra. Sofia urlò e fece un passo indietro. Inciampò in qualco-sa, cadde e… lo vide. Un fiore gigantesco, la corolla nera e lucente che si av-volgeva intorno a una zona centrale rossa come il sangue,irta di zanne appuntite. Lentamente tirava a sé Lidja, che sidivincolava invano. Le zanne della pianta già schioccavanoaffamate. Sofia evocò le liane e le avvolse strettamente intorno alfiore, che reagì avvinghiandole una caviglia e sollevandola.
    • Fu allora Lidja a intervenire: si mise a colpire la corolla conun fitto lancio di pietre mosse con la forza del pensiero. So-fia aumentò il numero di liane strette attorno al fiore, mentrecon la mano libera evocava una lancia di legno simile a quel-la che aveva già usato con Fabio, ma affilata lungo i bordi.Cominciò a menare fendenti contro le radici del fiore, radiciche proseguivano sotto lasfalto per metri e metri. Erano du-rissime, ma un po alla volta cominciarono a scalfirsi, poi aspezzarsi a una a una. Quando recise lultima, il fiore iniziò avibrare e ad appassire. Sofia allora appoggiò la mano a terrae si concentrò. Il suolo fremette, e subito spuntarono tronchiverdissimi, che avvolsero il fiore stritolandolo in una morsaimplacabile. Poi fu il silenzio. «Sei stata straordinaria» disse Lidja rimettendosi in pie-di. Solo allora Sofia riprese a respirare, e assieme allariache tornava a gonfiare i suoi polmoni, arrivò tutta la paurache aveva scacciato mentre combatteva. «Da dove accidenteè uscito? Prima non cera…» Si interruppe di colpo. Fruscii nel bosco. Entrambe si guardarono attorno, in al-lerta. «Finora non avevamo usato i nostri poteri» disse Lidja,pronta a parare eventuali aggressioni. «Evidentemente que-sto bosco adesso percepisce la potenza di Thuban e di Rasta-ban, e reagisce in questo modo.» Non aveva neppure finito di parlare che dai cespuglispuntarono decine di serpenti. Erano piccoli, neri e agilissi-
    • mi. Ricoprivano il terreno, se lo contendevano leccandolocon le sottili lingue rosso sangue, e avanzavano inesorabiliverso di loro. «Dannazione, no… i serpenti no!» gridò Lidja, afferran-do un braccio di Sofia. Lei si girò a guardarla: era terrorizzata, e pallida comeun cencio. Non laveva mai vista così. Si sentì perduta. Eadesso? Non appena le piccole serpi cominciarono a prenderedassalto le loro scarpe, Lidja si mise a strillare isterica, bat-tendo i piedi a terra. «Saliamo!» urlò Sofia, facendo ricorso alle ali. Allini-zio dovette trascinare Lidja, ma poi anche lei riuscì a spiega-re le ali. I serpenti, in basso, continuavano a contorcersi, sibi-lando furiosi. Le due ragazze si sollevarono ancora, la neve rossa chesferzava i loro volti. Quando provarono a gettare unocchiatain giù, la città apparve come ununica massa di foglie nere. Ilprofilo delle strade era indistinguibile, ovunque si vedevanosolo le chiome di quegli alberi maledetti, nulla che spiccassesu quel tappeto di tenebre. Era impossibile individuare ilnoce tra tutta quella vegetazione. Sorvolarono la città cercando di aguzzare la vista. «Non lo troveremo mai» si lasciò sfuggire Sofia. «Hai appena distrutto un fiore carnivoro gigante, e mivieni a dire che non sei in grado di trovare un dannato albe-ro? Smettila di fare la disfattista» insorse Lidja.
    • Si abbassarono planando sulla vegetazione, finché qual-cosa non si parò davanti a loro. Sembrava una specie di aqui-la, ma la testa non era quella di un uccello, bensì di un rettile.Sembrava una terribile via di mezzo tra una lucertola e un ra-pace. Si avventò con un grido stridulo su Sofia, che istintiva-mente si portò le mani agli occhi. Sentì gli artigli della bestia cercare le sue ali, la boccaallungarsi verso la sua carne. Rotolarono in aria, poi crolla-rono pesantemente a terra. Sofia provò a evocare di nuovo leliane, ma lanimale non le toglieva le zampe di dosso, impe-dendole i movimenti. "Stavolta non ce la faccio, stavolta non ce la faccio… "si disse disperata. Sentì vagamente le dita di Lidja che cercavano di strin-gersi sulle ali della mostruosa creatura, la sentì lottare perstaccargliela di dosso, mentre gli artigli le coprivano le brac-cia di graffi. Poi una luce improvvisa, un ultimo urlo della bestia, eSofia fu improvvisamente libera. Rimase stesa a terra, incredula. E allora le giunse un ru-more familiare, ritmico, e una voce che conosceva: «È torna-ta! È tornata e dovete aiutarla!»
    • 18 La storia della vecchia La vecchia stava davanti a loro nei suoi soliti abiti di-messi, i piedi infilati nei consueti zoccoli. Ma il suo sguardoera acceso da una consapevolezza che Sofia non le avevamai visto prima. Lidja si mise immediatamente in posizione di attacco.«Ferma dove sei!» Sofia la bloccò toccandole un braccio. «È unamica. È lavecchina di cui ti ho parlato, quella che ha salvato il prof daRatatoskr.»
    • «Mia figlia è tornata» disse la vecchia in tono grave «evoi dovete aiutarla.» «Di che stai parlando?» chiese Lidja, confusa. «Sai dovè il noce?» domandò invece Sofia. La vecchia annuì. «Lo sento con grande chiarezza. Miafiglia sta soffrendo…» «E allora portaci là» la esortò Sofia. «Sof, io non ci sto capendo niente.» «Lei è la madre di Idhunn» spiegò Sofia, concitata. «Miha guidata nel luogo dove era nascosta la chiave per aprire ilportale che ci ha fatto arrivare al noce.» «Idhunn devessere vissuta qualcosa come trentamilaanni fa… Come può lei…» Lidja aveva unespressione sem-pre più perplessa. «Ma allora sei un fantasma?» chiese, fa-cendo istintivamente un passo indietro. Forse i fantasmi lepiacevano più dei serpenti, ma non molto di più. «Non so davvero cosa sono. Ma posso raccontarvi comelo sono diventata. Nel frattempo, però, raggiungiamo il noce.Vi prego, mia figlia è in pericolo.» Lidja guardò alternativamente la vecchia e Sofia. «Ti fidi di lei?» chiese infine. «Sei sicura che non siaunalleata delle viverne?» «Ti dico di sì. E poi adesso mi sembra anche più forte.» «È così» annuì la vecchia. «Il ritorno di mia figlia mi harafforzato. Adesso è come se fossi di nuovo viva.» Sofia e Lidja rabbrividirono. Quindi era davvero un fan-tasma…
    • «Andiamo allora» disse Lidja. «Statemi vicino» raccomandò la vecchia. «Questo luogoreagisce ai vostri poteri, e io posso difendervi.» Pose le manidi fronte al petto, e una sottilissima barriera azzurrina si ma-terializzò intorno a lei. «Dentro» ingiunse. Sofia e Lidja obbedirono, anche perché sentivano dinuovo quel terribile fruscio che avevano già percepito quan-do erano comparsi i serpenti. «In volo faremo prima» disse Lidja, circondando la vec-china per la vita, mentre ali rosee le spuntavano dalla schie-na. Spiccarono il volo proprio quando i serpenti comincia-rono a ricoprire il terreno. E durante il viaggio la vecchiaraccontò. Condussi la mia esistenza terrena più di mille anni fa,quando Romualdo era duca di Benevento e lungo il Sabatoancora si celebravano strani riti, contro i quali tuonava inchiesa il vescovo Barbato. Per lungo tempo non seppi chi realmente fosse Idhunn.Per me era semplicemente Matilde, mia figlia. Conduceva-mo una vita semplice, sole, io e lei, e Matilde era tutto perme. Fu per caso che scoprii che di tanto in tanto, alla notte,si assentava per andare chissà dove a fare chissà cosa. Lamattina aveva profondi segni neri intorno agli occhi e il vol-
    • to scavato da una nottata insonne. Accadeva a ogni lunapiena. Lei si giustificava dicendo che a volte aveva difficoltà adormire. Ma una madre sa, si accorge quando una figliamente. E allora una notte la seguii. Il noce, lalbero malefico dicui tutti parlavano, era illuminato dalla luce di decine e de-cine di candele. E le ragazze non erano nude, come diceva-no tutti, e non cerano diavoli e gatti neri. Le ragazze canta-vano in una lingua che non conoscevo, e adoravano lalbero,gli innalzavano preghiere e gli facevano offerte. Matilde era con loro, vestita di bianco: sembrava ilcapo. Era bellissima, la pelle accesa di una luce nuova, losguardo adorante. Idhunn, si faceva chiamare. La mattina dopo le parlai, la supplicai di smetterla,qualsiasi cosa stessero facendo. Le dissi che lavrebberoperseguitata e uccisa. Fu irremovibile. Mi raccontò una storia che non capi-vo, mi parlò di un albero che aveva perso i frutti, di lotte traanimali mitologici e di uomini che quei frutti avevano difeso,e che si chiamavano Custodi. Ma io conoscevo solo ciò checi diceva la domenica in chiesa Barbato, e capivo soltantoche, sebbene quelle ragazze non facessero niente di male,tutti le avrebbero bollate come streghe. E infatti alla fine successe. Fu Barbato in persona aguidare la folla inferocita, armata di torce e forconi. Vedevola pazzia negli occhi di quegli uomini, e mi facevano assai
    • più paura delle ragazze che si riunivano intorno allalberodi notte. Andavano al noce, per abbatterlo. Matilde quella sera decise di uscire. La supplicai di restare e fuggire con me. Se avessimoabbandonato al suo destino quellalbero maledetto, se fossi-mo scappate da Benevento… Non volle sentire ragioni. Eracosì decisa, così bella ed eroica nella sua serenità. Sentiiche non avrei potuto vivere senza di lei, e glielo dissi. Non mi ascoltò. «Il futuro del mondo dipende da quelnoce. Io devo proteggerlo, è il mio destino. Questo però miimpedisce di rimanerti ancora accanto. Ma ci rivedremo ungiorno, stanne certa.» Mi toccò la fronte con una mano, e mitrasmise qualcosa: i poteri che possiedo ancora oggi. Poi sene andò. E non la rividi mai più. Dopo labbattimento del noce, non ci furono processi, aBenevento. Le ragazze che avevano adorato lalbero sem-bravano scomparse nel nulla, e di Matilde non ebbi più al-cuna notizia. La malattia mi prese un anno dopo, e io laccolsi comeunamica. Perché era vero, non potevo vivere senza mia fi-glia. Sperai nella morte, ma quando loscurità mi avvolse, inqualche modo mi accorsi di essere ancora al mondo. Non ri-cordavo molto, se non la promessa che mi aveva fatto Matil-de. Non avrei più trovato pace fino a quando non lavessi ri-vista. E così il mio spirito sopravvisse, vagando per secolinella città. Qualcuno di tanto in tanto mi vedeva, e parlava
    • della vecchina con gli zoccoli che appariva di notte, vicinoal teatro romano. Sofia e Lidja avevano ascoltato rapite, mentre volavanosopra le chiome degli alberi ormai completamente coperti dineve color sangue. «Per secoli di me è rimasta solo la consapevolezza cheattendevo qualcuno» continuò la vecchia. «Pian piano di-menticai anche il suo nome, ma non lamore che le portavo.Ora i ricordi sono tornati. Rammento quel che mi disse lamattina dopo che la vidi al sabba. Mia figlia era una delle in-numerevoli incarnazioni di Idhunn che nel corso dei millennisi erano avvicendate intorno al noce per difenderlo e proteg-gerlo. Conosco i poteri che mi trasmise quando mi toccò lafronte, quellultima sera. So del frutto, di Nidhoggr e dellAl-bero del Mondo. E so che è stata lei a volere che io restassiqui per tutti questi secoli, perché laiutassi, e aiutassi voi.» Seguì un lungo silenzio. Sofia pensò alla potenza diquellaffetto che aveva tenuto una madre legata al mondo permille e più anni. "Io sono destinata a non avere mai un affetto simile" sidisse con una stretta al cuore. Poi pensò al professore, almodo in cui laveva salutata poche ore prima, quando erapartita per la missione. "Ma io ho lui." E si sentì il pettoinondato di calore. «Ci siamo» annunciò a quel punto la vecchia.
    • Lidja e Sofia planarono. Ora lo scorgevano, il noce, e laminuscola piana davanti ad esso. Cerano Ratatoskr e Fabio,vicino allalbero. Poi videro una saetta nera farsi loro incon-tro, rapidissima.
    • 19 La scelta di Eltanin Fabio fu sicuro di essere sul punto di morire. Il respirogli si fermò in gola, braccia e gambe gli divennero di marmo.Riuscì a vedere ancora solo per un istante, poi ogni cosa di-venne nera. In quel buio denso e pastoso, andò pian pianodefinendosi la testa di una serpe enorme, la bocca irta di zan-ne aperta in un ghigno feroce, gli occhi rossi e malvagi. Seimio, esultò Nidhoggr nella sua mente, sei finalmente mio.
    • Fabio chiuse gli occhi. Quando li riaprì, erano privi diqualsiasi espressione, e rossi. Il suo volto non esprimeva al-cuna emozione. Si voltò, si inginocchiò davanti a Ratatoskr,un pugno a toccare terra. Ratatoskr si concesse una breve risata. «Ci hai fatto pe-nare non poco, ragazzino. Pensavo che non saremmo più riu-sciti a soggiogarti e privarti della tua volontà. Errore mio: sei forte, ma mai quanto il mio Signore.» Fabio non si mosse, come in attesa di ordini. «Va da lei e prendi il frutto» ingiunse Ratatoskr. Fabio avanzò lento. I suoi passi erano in qualche modoincerti. Si avvicinò al noce, dove Idhunn continuava a dibat-tersi come impazzita. Tese una mano, lavvolse nel metallodei suoi innesti e facilmente riuscì a penetrare la gabbia nellaquale la ragazza era confinata. Quando fu dentro, gli innestisi ritrassero, lasciandogli la mano nuda. Non appena le suedita furono libere dal metallo, Idhunn smise di urlare. Guar-dò Fabio negli occhi. Sorrise. «Eltanin… sei venuto, allafine, proprio come avevi promesso» disse. Nella mente di Fabio qualcosa si accese. Un barlume dicomprensione, una scintilla di coscienza che si portava dietrolombra di ricordi sepolti. Fu un attimo. Poi il buio ripresepossesso del suo spirito. Il sorriso si spense sul volto di Idhunn. «Non sei tu»mormorò, ma era troppo tardi. Le dita di Fabio sfiorarono il frutto. Una luce immensaavvolse lalbero e la piccola radura.
    • «No!» urlò Idhunn, ma il frutto le sfuggì di mano. Fabiostrinse le dita intorno al globo dorato. E fu allora che parte di quella luce, parte di quel poteretremendo e benefico, si fece strada nella sua mente sconvol-ta. Ricordi. Di una città bianca e bellissima nella quale avevavissuto, tanto tempo prima. Ma allepoca non era un ragazzi-no sperduto e disperato: era un drago, un giovane drago do-rato e irruente. "Eltanin custodiva lAlbero del Mondo." Ri-cordò una bimba che giocava con lui nella città dei draghi, euna ragazza che trascorreva con lui gran parte del suo tempo.Idhunn, la bambina allevata dai draghi, dai genitori di Elta-nin, a Draconia. Idhunn, sua sorella. E le ultime parole di lei:"Non lo darò ad altri che a te, lo giuro. Custodirò il frutto acosto della vita, fino a quando non verrai a riprenderlo." Ilvolto di Idhunn rigato di lacrime, lultima volta che si eranovisti. Fabio si sentì sommerso da quel cumulo di memorie. Lasua mano stringeva il globo luminoso dal quale sentiva pro-venire una forza benigna e sconosciuta, che gli trasmettevauna pace mai sperimentata. «Bagnalo con il tuo sangue» disse la voce gelida di Ra-tatoskr. "Che cosè? Perché Nidhoggr vuole a tutti i costi questooggetto? E chi sono io davvero?" Questo avrebbe voluto direFabio, ma la sua bocca rimase chiusa. Il suo corpo non gli ri-spondeva.
    • Sono io che comando, non tu! urlò una voce nella suatesta. Nidhoggr. Fabio se ne sentì dilaniato. Ricordò le paroledella viverna: "Sei il primo della tua specie cui lascio la vo-lontà… Ti ho dato molto, e molto esigo in cambio. E se falli-rai, mi riprenderò tutto, e da ultimo ti toglierò la vita." Dunque questo era successo: Nidhoggr ora controllavail suo corpo, ma non la sua coscienza. Quella era rimasta alui. La voce del signore delle viverne continuò a echeggiarenella sua mente: È quasi finita. Mi serve solo un po del tuosangue, e poi potrò finalmente sbarazzarmi di te. Fabio cercò di resistere, non voleva far del male a quellaragazza alla quale si sentiva profondamente legato, ma unafitta di dolore lancinante gli attraversò la testa. Avrebbe vo-luto urlare, ma la sua bocca ancora una volta restò sigillata.Si vide evocare una lama, che gli spuntò dalla mano destra.Se la passò su una delle dita che stringevano il frutto. Avver-tì il dolore, e poi vide il suo sangue colare e bagnare il frutto.In qualche modo lo splendore delloggetto diminuì. Il fruttoebbe un tremito sordo, e Ratatoskr esultò. «Portamelo, avanti» disse. Teneva tra le mani una saccadi velluto aperta. Fabio cercò di riprendere il controllo del proprio corpo.È finita, resistere è inutile, disse Nidhoggr nella sua mente.Ma lui insistette, sebbene la cosa gli provocasse una soffe-renza infinita. Dentro di sé urlava e urlava, di rabbia e dispe-razione. Un po alla volta la sua volontà riuscì a fare breccianel controllo imposto dalla viverna e le gambe si bloccarono.
    • «Muoviti, servo!» gli ordinò Ratatoskr. Nidhoggr urlò di nuovo nella mente di Fabio, ma dinuovo lui resistette. Resistette quanto poteva farlo un essereumano, e anche di più, ma alla fine la viverna riprese il so-pravvento. Con orrore, Fabio si accorse che un piede si solle-vava, poi un altro. Era finita, davvero… Fu allora che le vide arrivare. Le due ragazzine che era-no come lui volavano alte nel cielo, al limite del suo campovisivo, e una delle due reggeva unaltra persona: la misteriosavecchia che aveva conosciuto al teatro romano. Avrebbe vo-luto avvisarle, ma non poteva nemmeno muovere la testa.Solo avanzare. Ratatoskr si girò appena a guardarle, unespressione distizza sul volto. Poi si concentrò, e un lampo di luce nerariempì laria. Quando Fabio recuperò la vista, si accorse che le ragaz-zine stavano precipitando. Sbattendo freneticamente le ali,riuscirono a rallentare la caduta, ma colpirono terra con untonfo che le stordì. Intanto, rapidissimo, Ratatoskr era scattato verso di lui.«Incapace» sibilò; poi infilò in fretta il frutto dentro la borsa,avendo cura di non toccarlo. «Fine della storia» aggiunse conun sorriso malvagio. E spiccò il volo. Nello stesso istante, Fabio capì di avere di nuovo il con-trollo del proprio corpo. Forse serviva la presenza di Ratato-skr perché Nidhoggr potesse possederlo. Cercò di seguirlo,ma furono gli innesti metallici a bloccarlo. Crebbero a dismi-
    • sura, coprendogli il corpo, e un tentacolo gli si avvolse intor-no alla gola. Mentre laria gli mancava sempre più, sentì Nid-hoggr ridere nella sua mente. La voce era flebile e lontana,ora, come se provenisse da una distanza infinita. Avessi asse-condato la tua natura, e mi avessi seguito fino infondo, tiavrei risparmiato. Invece hai scelto unaltra volta i tuoi ami-ci: ebbene, avrai il privilegio di morire davanti ai loro oc-chi. Addio. Lidja e Sofia, intanto, si stavano riprendendo dalla cadu-ta e videro Ratatoskr spiccare il volo. Scattarono in piedi edevocarono di nuovo le ali. La vecchia non si muoveva. Inpiedi davanti al noce, sembrava di nuovo confusa. Sofia puntò verso il cielo, ma poi scorse Fabio con gliinnesti metallici che formavano un groviglio inestricabile in-torno al suo corpo. Lo stavano stritolando. Aveva il voltorosso, la bocca spalancata. Si gettò su di lui. «Sof, che diavolo fai?» urlò Lidja. Volteggiava già a unmetro da terra. «Quello se ne va col frutto!» «Fabio è uno di noi» replicò Sofia. «Ci ha traditi! E non abbiamo tempo per lui!» Forse era vero. Forse il suo compito di Draconiana erasolo quello di prendere il frutto. Sofia però non riusciva afarlo. «Non posso lasciarlo morire» disse, mentre con lemani già afferrava i tentacoli metallici sulla gola del ragazzo. «Maledizione, Sof!» esclamò Lidja, volando allinsegui-mento di Ratatoskr.
    • Ma Sofia non la vide perché tutta la sua attenzione erarivolta a Fabio, che aveva cessato di muoversi e sembravasul punto di perdere i sensi. I tentacoli resistevano ai suoisforzi. Decise di cambiare obiettivo. Emise un viticcio e ta-stò dietro la nuca del ragazzo. Era lì lorigine degli innesti. Ilviticcio si infilò sotto il ragno metallico, ma per quanti sforzifacesse non si smuoveva di un millimetro. I tentacoli sem-brarono avvertire il pericolo. Di colpo si svolsero dal corpodi Fabio per avvinghiare strettamente anche Sofia. Adesso idue ragazzi erano corpo a corpo, i volti a pochi millimetriluno dallaltro. Fabio portò gli occhi su di lei e Sofia si sentìattraversata da quello sguardo. «Perché lo stai facendo?» mormorò. «Io sono un tradito-re.» «Perché sei uno dei nostri» rispose lei con voce strozza-ta. Cominciava a risentire della stretta mortale di quei tenta-coli. "E perché mi piaci" pensò, ma non riuscì a dirlo. Il suoviticcio si era finalmente incuneato sotto il corpo principaledellinnesto. Sofia chiuse gli occhi, si concentrò. LOcchiodella Mente brillò in tutto il suo fulgore, e quello di Fabio siinfiammò di conseguenza, come due corde di violino che vi-brano alla stessa frequenza. Sofia si sentì dilaniata dal doloredi lui, ed entrò in contatto con il suo animo. Lesse la sua so-litudine e la sua sofferenza. In un istante i due furono unitida una comune consapevolezza, e le loro menti in qualchemodo si fusero. Il passato riaffiorò in tutto il suo splendore, i
    • ricordi sommersi vennero infine alla luce, e Fabio seppe: chiera e qual era il suo destino. Vide Eltanin lottare contro i draghi, assieme alle viver-ne, animato solo dalla sete di sangue e di gloria. Vide il suotradimento, vide Nidhoggr dilaniare lAlbero del Mondo. Mavide anche Idhunn, gli innumerevoli momenti trascorsi assie-me, sentì che laffetto per lei non laveva mai abbandonato. Ela vide andare da lui, nel covo di Nidhoggr, e parlargli, cer-care di convincerlo a tornare. «Tu credi che sia troppo tardi, ma non lo è. Torna connoi, torna a lottare con i draghi tuoi simili. Tutto quello chehai fatto può essere perdonato, perché tu sei e sempre reste-rai uno di noi.» Parole che gli si erano incise nel cuore e che gli avevanofatto ritrovare il senno. Perché si era pentito, alla fine, ed eratornato dai suoi compagni. Vide Eltanin prendere con sé lunico frutto dellAlberodel Mondo che non era andato perduto. Lo vide aprirsi un ta-glio nel petto, e inondare il frutto del proprio sangue. «Nessuno se non io e te potrà toccare questo frutto, logiuro sul mio sangue» lo sentì dire, quello stesso sigillo chepoco prima lui aveva infranto obbligato da Nidhoggr. Eccodunque perché la viverna laveva voluto con sé: perché sololui poteva toccare il frutto e rompere quellincantesimo. Infine vide Eltanin combattere fino allultimo, da solo,contro centinaia di viverne, e soccombere nella lotta.
    • Qualcosa nel cuore di Fabio si ruppe: si era pentito, allafine, si era pentito. Gli innesti metallici fremettero, smisero di stringere earrugginirono pian piano, dalle basi fino alla punta. La ruggi-ne li divorò fino a disgregarli del tutto. Sofia e Fabio furonofinalmente liberi, ricoperti da una sottile polvere rossa. Giac-quero a terra qualche istante, spossati. Nella radura si sentivasolo lansito dei loro respiri. La mano di Sofia era poggiatasul petto di lui. Sotto il palmo, percepiva il suo cuore batterecon forza. "Lho salvato" pensò con un senso di gioia folle."Questa volta lho salvato." «Grazie» mormorò Fabio. Un sussurro, come se se nevergognasse. Poi si sollevò dimpeto. I suoi occhi erano colmi di uni-ra cieca e divorante. «Quel maledetto… quel maledetto mi ha usato» dissetra i denti. Le ali letteralmente gli esplosero dalla schiena.«Ma me la pagherà!» aggiunse con rabbia, prendendo ilvolo. Sofia si rimise in piedi a fatica ed evocò le proprie ali.Era stremata, ma cera ancora molto da fare. Con un balzo, sigettò anche lei allinseguimento del frutto.
    • 20 La scelta di Fabio La vecchia rimase sola nella radura. Avanzò verso ilnoce e vide Matilde piangere disperata, sentì la sua angoscia.Era come se non fosse passato neppure un istante da quandolaveva perduta. Lanno che aveva trascorso da viva senza dilei, i secoli in cui aveva vagato per la città, memore solo del-lantica promessa che la figlia le aveva fatto, sembravano nonessere mai esistiti. Ora la vedeva, la vedeva davvero, e nonsolo nella sua mente. Era come la ricordava: le fossette ai latidella bocca, la forma arrotondata del suo viso da bambina, icapelli castani lisci. Incorniciata nellincavo del noce in cui
    • era prigioniera, sembrava la figura dolente di un quadro anti-co, di quelli che un tempo aveva visto in chiesa. Sporse le mani verso la prigione di Idhunn, e sebbeneavesse appena sfiorato i lampi scuri, sentì un dolore terribilepropagarsi lungo tutto il suo corpo fatto di ombra e magia.Ma il dolore non fu sufficiente a farla arretrare. Infilò lemani ancora più a fondo nella gabbia e raggiunse il voltopiangente della figlia. Le sfiorò il viso. «Sono qui» disse.«Sarò con te sino alla fine.» Ratatoskr volava veloce. Aveva vinto! Il frutto era nellesue mani: poteva percepirne il potere attraverso il vellutodella sacca. Rideva, Ratatoskr, e pregustava il momento incui lavrebbe consegnato a Nidhoggr. Allora avrebbe final-mente goduto della sua riconoscenza. Per di più, il Draconia-no traditore a quel punto doveva già essere morto, stritolatoda quello stesso potere che aveva accettato così scioccamen-te. Era un trionfo su tutta la linea. Controllò che le ragazzineche ospitavano i Dormienti non gli fossero dietro, ma nessu-no sembrava averlo seguito. Quelle disgustose paladine deidraghi dovevano essere terrorizzate da lui. Non ebbe nemmeno il tempo di terminare il pensieroche un albero sradicato dal suolo lo colpì con la forza di unmissile. Ratatoskr urlò e precipitò come un uccello abbattuto,ma senza mollare la sacca. Riuscì a frenare la caduta e, pri-ma ancora di toccare terra, lanciò un fulmine nero che polve-rizzò un nuovo albero che volava verso la sua testa.
    • Tra le schegge di legno, apparve la figura di Lidja, inpiedi tra i cespugli. Aveva negli occhi rabbia e una stermina-ta voglia di combattere. Ratatoskr ridacchiò. «Pensi davvero di potermi sconfig-gere?» Lei non rispose, ma usò di nuovo il suo potere mentaleper sollevare due enormi zolle di terra e lanciargliele contro. Ratatoskr le dissolse con un paio di lampi, ma quando laterra frantumata si posò al suolo, Lidja lo aggredì. Una dellesue mani era artigliata, e gli inferse un colpo al volto. Sanguenero eruppe dalla ferita. Ratatoskr se lo deterse con una mano. I suoi occhi saet-tavano, gialli, la pupilla allungata come quella dei rettili. «Sei diventata più forte, ragazzina. Ma dimentichi chequi sono a casa mia.» Allimprovviso, un albero dietro Lidja si spaccò con unsuono sordo. Ne colò fuori una resina densa e giallastra, chesi muoveva come se fosse animata da una volontà propria. Siavvolse rapida intorno alle caviglie della ragazza, bloccando-la al suolo. Lei cercò disperatamente di liberarsi divincolan-dosi, ma la resina era vischiosa come colla. Ratatoskr fece unbreve inchino. «Addio, ragazzina.» La resina lentamente iniziò ad abbrancarla intorno allavita e alle spalle.
    • Sofia guardò Fabio in aria davanti a lei. Volava spintoda una furia cieca, inarrestabile, le ali circondate da fiammepurpuree. «Aspettami!» provò a urlargli, ma senza risultato. Il ragazzo sembrava avanzare ancora più veloce, dimen-tico di lei. Sofia cercò di raggiungerlo battendo vorticosa-mente le ali, quando sentì qualcosa muoversi tra gli alberisotto di loro. Anche Fabio se nera accorto, e con una capriola che So-fia fu certa non avrebbe mai potuto imitare, puntò verso laforesta come un falco. Lei si limitò a chiudere le ali, precipitando come un sas-so, per poi riaprirle a pochi metri da terra. Arrivarono alluni-sono, e Sofia si sentì venir meno davanti alla scena che si of-friva ai suoi occhi. Lidja era avvolta da una sostanza viscidatraslucida, che laveva quasi del tutto avvolta in una specie dibozzolo. A stento si riusciva a scorgere la sua faccia. Scattò verso di lei, e istintivamente infilò le mani nel vi-scidume che lavvolgeva. Ne rimase invischiata, e non riuscìpiù a liberarle. «Aiutami!» disse voltandosi verso Fabio. Lui rimase fermo dovera, lo sguardo gelido. «Devoprendere quel bastardo!» rispose. «Puoi cavartela da sola,qui.» «Fabio!» gli urlò contro Sofia, ma lui aveva già spiccatoil volo. Non cera tempo per recriminare. Lidja rischiava lavita.
    • Strinse i denti e affondò le mani nella resina, finché nonle arrivò al gomito. Sentì che quella robaccia cominciava asfiorarle anche i piedi. Riuscì infine a toccare un braccio di Lidja. Lo strinsecon forza, poi evocò i propri poteri. Dalle dita iniziò a trasu-dare clorofilla. Sofia si concentrò al massimo, e riuscì a controllarne ilflusso e la forma. Sentiva lenergia sgorgarle dalle mani atutta velocità, ma insistette con uno sforzo sovrumano. Infil-trò la clorofilla nella resina, la spinse ad avvolgersi intornoalle braccia di Lidja, al suo tronco, alle gambe, e poi ancoraintorno alle proprie braccia, fino a formare un sottile stratoche le isolava dalla sostanza giallastra. A quel punto urlò. Con un ultimo sforzo, fece espanderela clorofilla fino a far esplodere il bozzolo di resina. Sia leiche Lidja vennero proiettate allindietro, sullerba nera. Sofia cadde rovinosamente sulla schiena, ma Lidja riu-scì a mantenere lequilibrio. Benché sfibrata, evocò i propripoteri, sradicò lalbero e lo scaraventò a terra. Poi cadde inginocchio, affranta. «Grazie» mormorò rivolta allamica. «Ma potevi rispar-miarti di salvare quellavanzo di galera. Fosse per lui, po-tremmo morire entrambe» aggiunse acida. Sofia si rialzò piano. Era tutta indolenzita. Un rumoresordo, e un altro albero si spaccò a metà. «Ce ne dobbiamo andare!» strillò.
    • Si lanciarono verso il cielo, e solo allora Sofia chiese ra-gione a Lidja di ciò che aveva notato già da un po. «E quelli da dove vengono?» disse, indicando gli artigliche lamica aveva al posto della mano destra. «Non lo so, sono una novità anche per me. Sembra cheRastaban stavolta voglia darmi un aiuto più consistente delsolito» rispose Lidja guardandosi la mano. Non era esatta-mente lartiglio di un drago, ma qualcosa che gli assomiglia-va molto. Le sue unghie si erano ispessite e allungate, fino adiventare artigli coriacei e affilatissimi. Le dita si erano sal-date a due a due, e ora erano tre in tutto, massicce e nodose.Al posto della pelle, squame durissime, rosate. «Fabio è corso dietro al servo di Nidhoggr» disse Sofiavolandole accanto. «Non devi giudicarlo male. E ancorasconvolto per quello che gli ha fatto.» «Forse sei tu che non devi giudicarlo troppo bene» ri-batté Lidja. Sofia pensò che forse aveva ragione. Il secondo attacco bloccò Ratatoskr proprio ai marginidella città. Cominciava a intravedere i confini della foresta ei primi campi coltivati ai margini di Benevento. Bastava pro-seguire verso Barba, e finalmente avrebbe potuto consegnareal suo Padrone il risultato di tante fatiche. Fu un vero e proprio muro di fuoco che si frappose tralui e la fine del viaggio. Le fiamme attecchirono subito allesue carni. Dovette scendere a terra e rotolarsi al suolo.
    • Fabio era davanti a lui, un paio di ali infuocate sullespalle, gli occhi colmi dira. «Dannato ragazzino…» proruppe Ratatoskr rimettendo-si in piedi. «Sei immortale o cosa?» «Mi avete usato per i vostri scopi e poi mi avete abban-donato a morire.» «Cosa ti aspettavi? Sapevi chi eravamo, ma hai decisodi rivoltarti contro di noi. Speravi davvero di passarlaliscia?» Fabio urlò. Il suo corpo venne avvolto dalle fiamme.Ora controllava il fuoco, e senza gli innesti il suo potere na-turale scorreva libero. «Finisce qui, maledetto!» disse, lan-ciando uno strale infuocato. Ratatoskr fece altrettanto con le sue fiamme nere. I duefuochi si incontrarono ed esplosero lanciando lapilli tuttin-torno. Lingue di fuoco scure si contesero la foresta con vam-pe vermiglie. Fabio era completamente fuori controllo. Anni di umi-liazione e sofferenza ribollivano in lui amplificando le sueforze. Non gli importava di morire lì combattendo, sarebbestata una buona morte. Voleva soltanto annullarsi nella pro-pria forza, lasciarsi accecare dalla furia, e bruciare fino allacenere. Lanciò contro Ratatoskr una palla di fuoco che esplo-se su una barriera nera con la forza di una bomba. «Guarda…» disse Lidja indicando un serpente di fumoche si alzava ai margini della foresta.
    • «È lui» urlò Sofia. Allunisono le due ragazze drago picchiarono in volataverso lorigine della nube. Uno spettacolo apocalittico le accolse quando giunseroa terra. Fumo e fuoco ovunque, e due corpi – uno vermiglio,laltro nero – che si contorcevano a mezzaria. Sofia riconob-be quella scena, perché laveva già vista in passato. I draghi ele viverne si combattevano di nuovo, con la stessa dispera-zione e la stessa violenza di un tempo. Una stretta le avvinseil cuore: sapeva comera finita lultima volta. Entrambe si lanciarono allattacco. Il calore era insoste-nibile. Fabio sembrava completamente fuori di sé, ed era or-ribile a vedersi, così simile al nemico, abitato dallo stesso de-siderio di distruzione. Lidja volò intorno a Ratatoskr, avvicinandosi per inflig-gergli sciabolate con i suoi artigli; Sofia gli lanciò contro lesue liane. Il fuoco ne bruciava molte, ma lei ne produsse cosìtante che parecchie arrivarono ugualmente sul bersaglio. «Lui è mio, mio!» urlò Fabio fuori di sé. Le liane si strinsero attorno al corpo di Ratatoskr, impe-dendogli qualsiasi movimento. «Ora!» gridò Sofia verso Fabio. «Dagli fuoco!» Al ragazzo bastò poggiare una mano sulle liane. «Crepa,bastardo!» inveì. Fiamme altissime avvolsero Ratatoskr in un istante. Leragazze lo sentirono urlare, lo videro dibattersi disperata-mente. Poi il caldo divenne insopportabile e dovettero arre-
    • trare. Sofia distolse lo sguardo: era un nemico, un esserespietato, ma ugualmente non riusciva a tollerare lo spettacolodella sua sofferenza. Fabio invece aveva gli occhi fissi su quanto stava acca-dendo, e nelle sue pupille il fuoco si rifletteva intenso e guiz-zante. Il bozzolo infuocato smise di dibattersi, pian pianocadde al suolo. Lidja si avvicinò a Fabio, gli mise una mano su unaspalla. «È finita» disse. «Non ci resta che recuperare il frut-to.» Lui parve risvegliarsi da un sogno. Si riscosse, guardòLidja come se non la riconoscesse, e infine lasciò andare lapresa sui tizzoni che ancora teneva in mano. Fu allora che accadde. Il terreno sembrò esplodere. Unacolonna di un fumo nero e denso eruppe dal suolo accecan-doli. Cominciarono a tossire, le gole in fiamme, mentre qual-cuno, o qualcosa, urlava: un urlo disumano, bestiale e scon-volgente. Fiamme nere si diffusero ovunque, consumandoquanto restava della vegetazione. Sofia si sentì gridare, mentre una fitta lattraversava dacapo a piedi. Era certa di essere sul punto di morire. Non riu-sciva nemmeno a spiccare il volo, e tra le lacrime vide che lostesso accadeva a Fabio e a Lidja. Dal fumo, emerse una figura mostruosa. Era una lucer-tola alta almeno due metri, ritta sulle zampe posteriori, lapelle squamosa e viscida, gli occhi gialli accesi da unira sen-za pari. Il volto, allungato, era quello di un serpente, e da ser-
    • pente era la lingua, lunga e biforcuta, che saettava nellaria.La bocca, rossa come una fornace, era irta di zanne lunghe eaffilatissime che schioccavano nellaria. Ratatoskr si era fi-nalmente rivelato nella sua vera natura. «È ora di chiudere la partita per sempre» sibilò il mo-stro, la voce terribilmente simile a quella di Nidhoggr, acce-sa degli stessi suoni gutturali, carica dello stesso orrore. Sofia, prostrata a terra in ginocchio, sentì che non pote-vano farcela. Erano esausti, e il nemico troppo più forte diloro. Doveva finire così? Poi lo vide. Luminoso, splendido, per nulla offuscatodalla violenza della lotta. Il frutto. Era rotolato via, e sporge-va dalla sacca di velluto che lo avvolgeva. Una pace strana lescese nel cuore. Adesso sapeva cosa fare. Ratatoskr sferrò lattacco. Enormi saette nere volarononellaria, fendendo il fumo come lame. I tre Draconiani leschivarono a stento, ruzzolando sul terreno. Sofia si gettò làdove aveva visto il frutto brillare, tese le dita, e i suoi polpa-strelli ne sfiorarono la superficie liscia. "È fatta!" Lo strinse tra le braccia, pronta a spiccare il volo versoil nemico. Poi, un dolore assoluto le mozzò il respiro in gola.Si afflosciò al suolo, senza fiato. Era stata colpita. I suonidella battaglia le arrivavano confusi, distanti. A malapena in-travide Ratatoskr che si contorceva lanciando lampi neri,mentre Lidja e Fabio lo attaccavano. Il dolore divenne sordo.Scorse un paio di ali di fuoco sopra di lei, e la figura magra e
    • slanciata di Fabio. Lo chiamò, con un filo di voce, con la for-za del pensiero. Lo vide abbassare la testa verso di lei, men-tre il mondo si faceva sempre più scuro. "Prendi il frutto e portalo a Idhunn, lei saprà cosa fare"pensò Sofia con le ultime forze. "Ricordati. Quello che haifatto può essere perdonato, e tu sei e resterai sempre uno dinoi." Poi il buio ebbe la meglio. Fabio restò fermo un istante appena. Sofia giaceva a ter-ra, una delle ali squarciate. Il sangue ne sgorgava a fiotti, e lasua pelle era così pallida che sembrava cera. In aria, Lidja cela metteva tutta. Lanciava contro il nemico quanto le stavaintorno: zolle di terra, pietre, alberi. Ma la maggior parte deisuoi attacchi finivano disintegrati dalle fiamme di Ratatoskr. Fabio avrebbe voluto continuare a combattere, seguirelistinto e vivere come aveva fatto fino a quel momento, nelladisperazione e nella solitudine. Ma non poteva. "Al diavolo!" Raccolse il frutto che splendeva tra le mani di Sofia, poispiccò il volo verso il noce. Avanzò a rotta di collo, sfruttan-do al massimo le correnti e forzando le ali al limite della loropossibilità. In pochi minuti raggiunse la radura e la prigionedi Idhunn. Ora si ricordava, ora sapeva. Lei si dibatteva an-cora nelle sue catene di luce, piangendo disperata, mentre lavecchia le accarezzava il viso.
    • «Ecco il frutto» disse Fabio sporgendo il globo lumino-so verso Idhunn. «Mi ricordo di te… Mi ricordo!» Esitò, poiaggiunse: «E ti chiedo perdono.» Si sentì strano a pronunciare una frase del genere. Nonaveva mai chiesto scusa a nessuno, in vita sua. Idhunn lo guardò, lo riconobbe finalmente, e sorrise, ilsorriso più bello che lui avesse mai visto. Gli ricordò il modoin cui gli sorrideva sua madre, e tutti i giorni felici trascorsicon lei. E poi il drago che era in lui ricordò gli anni a Draco-nia, ricordò i giochi con quella ragazza, e una nostalgia stra-ziante lo prese alla gola. Lei avanzò lenta attraverso la gabbia. «Sapevo che sare-sti tornato» gli disse. «Il frutto è tuo, sta a te usarlo. Lhoconservato per te, come ti avevo promesso.» «Io… io non so cosa fare… E là… là qualcuno sta mo-rendo.» Fabio deglutì. «E Rastaban sta ancora lottando» ag-giunse con voce tremante. «Invece sai cosa fare» replicò calma Idhunn. «I poteridei frutti possono essere utilizzati dai Draconiani. Dovraisolo ricordare come facesti allora, quando eri ancora un dra-go e difendevi lAlbero del Mondo.» Fabio strinse a sé il frutto, e pregò. Pregò che i suoi er-rori potessero essere perdonati, che tutto quanto le sue azioniavevano causato potesse essere annullato, che Idhunn fosselibera e quellincubo finisse. E il miracolo accadde. Il frutto vibrò tra le sue mani,sprigionando una luce dorata che avvolse ogni cosa, dissolse
    • tutto nel proprio sconfinato splendore. Le sbarre della prigio-ne di Idhunn scomparvero; poi la luce proseguì oltre, som-mergendo quellorribile foresta, bruciandola al calore delproprio potere. Gli alberi rattrappirono, le radici seccarono,le foglie arsero allistante. La neve cessò di cadere, e la fore-sta malefica si ritirò rapidamente, tornando al nulla dal qualeera stata partorita. La luce arrivò al luogo dello scontro tra Lidja e Ratato-skr come unonda di marea. Lidja, stremata e sul punto disoccombere, se ne vide avvolta e ne percepì tutta lenergia.Ratatoskr urlò e le sue squame presero a bruciare, i suoi po-teri improvvisamente annullati da quel bagliore. Fabio chiuse gli occhi. Avvertì solo un senso di quiete ebenessere crescergli dentro. Non si era mai sentito così. Poi,a un tratto, nel lucore accecante che lo circondava, videavanzare Idhunn, finalmente libera, finalmente se stessa.Sorrideva serena, la veste bianca che le scendeva morbidalungo il corpo, le braccia candide abbandonate lungo i fian-chi. «Sapevo che avresti mantenuto la tua promessa» disse. Al suo cospetto, Fabio ebbe paura, paura di ciò che era edi ciò che aveva fatto. «Ho tradito due volte» disse con vocetremante. «Ma ci hai salvati tutti, alla fine.» «Ho causato dolore e morte, sono cose che non si can-cellano.»
    • «Ma hai sofferto in prima persona, e a lungo.» Idhunngli mise una mano sul cuore. «Io so cosa hai provato, io soperché lhai fatto.» Poi lo abbracciò, con forza, con amore. Fabio si abban-donò alla dolcezza di quella stretta. Era davvero lei, in carnee ossa, identica a quando laveva lasciata, millenni prima. Ilpotere del frutto laveva protetta per tutto quel tempo. «Sei a casa, adesso» aggiunse Idhunn. Poi si staccò. Ac-canto a lei cera la vecchia. Aveva unespressione beata,come se anche lei avesse trovato una pace cercata troppo alungo. «E ora?» chiese Fabio. «Ora sta a te» rispose Idhunn «come è sempre stato. Oracomincia la tua nuova vita. Ma non sarà lultima volta che civedremo, te lo prometto. Quando questa guerra finirà, se vin-ceremo, io sarò con te a Draconia.» Poi prese la mano della madre. Si guardarono sorriden-do, e pian piano si dissolsero nella luce purissima. Di colpo fu notte. E quando Fabio fu di nuovo in gradodi vedere, nel buio capì di essere a Benevento, davanti allo-belisco lungo il corso. Una neve candida cadeva dal cielo.Poi si accorse delle due figure poco distanti da lui. Erano Li-dja e Sofia. Sofia era a terra, al centro di una rosa di sangue, ed erapallidissima. Lidja piangeva, le mani strette a quelle della-mica, le spalle scosse dai singulti. Alzò gli occhi verso di lui. «E morta!» gridò. «Sofia è morta!»
    • 21 Un potere che salva Fabio rimase un istante attonito. Poi corse verso le dueragazze e spostò Lidja con gentilezza. «Fammi vedere» dis-se. «Lasciala stare, non ti azzardare a toccarla! È anche percolpa tua se è morta!» Fabio non le diede retta e posò una mano sul collo diSofia. Poi appoggiò entrambe le mani sul suo petto, una so-
    • pra laltra, e iniziò a spingere. Uno, due, tre, quattro, cinque.Si staccò, avvicinò il volto a quello della ragazza e le fece larespirazione bocca a bocca. Sentiva Lidja singhiozzare. «Invece di star lì immobile, dammi una mano!» dissequasi urlando. Lidja parve riscuotersi allimprovviso. Annuì vigorosa-mente e si avvicinò a Sofia. «Che devo fare?» «La respirazione bocca a bocca quando te lo dico.» EFabio riprese a pompare. Metteva tutto se stesso in quel movimento, e nella suatesta cera spazio per un solo pensiero: "Salvala!" Non si soffermò a guardare la macchia di sangue che siallargava sulla strada, non indugiò sulla pelle di lei semprepiù bianca. Contavano solo le sue mani che premevano. Poi, un movimento impercettibile del torace di Sofia. «Respira!» urlò Lidja. Fabio si fermò. Era vero. Il petto si abbassava e si alza-va lievemente. Le mise di nuovo una mano sul collo. Percepìun battito debolissimo. «Dobbiamo portarla in ospedale» disse Lidja. Fabio si guardò le ginocchia. I pantaloni erano sporchidel sangue di Sofia. «Girala. Bisogna prima fermare lemor-ragia.» «Ci penseranno allospedale.» «In queste condizioni non ci arriverà allospedale, gira-la!»
    • Lidja non potè fare altro che obbedire. La sua ira la spa-ventava, e poi era stato lui a salvarla. Non appena Sofia fu prona, Lidja si portò una mano allabocca. La schiena dellamica era attraversata da un unico lun-go taglio, profondo e slabbrato. Il sangue ne colava lento, vi-scoso. Le ali con cui aveva combattuto quella sera non cera-no più. Fabio rimase un istante a contemplare quel taglio rosso.Non era una ferita che poteva suturare con le sue fiamme. Eadesso non aveva neppure le lame degli innesti che potesseroaiutarlo. Si sentì perduto. Fu in quello stato che lo vide, con la coda dellocchio. Ilfrutto, lorigine e la fine di tutto quanto era successo quellasera. Probabilmente gli era caduto quando era corso da Lidja. Lo afferrò rapido. "Se sono riuscito a usarlo prima per spazzare via la fore-sta, forse posso farlo di nuovo per salvare lei." Tornò a inginocchiarsi accanto a Sofia. «Cosa diavolo hai in mente? Dobbiamo fare qualcosa!»Lidja si stava facendo prendere di nuovo dal panico. Fabio la ignorò, chiuse gli occhi e strinse le dita sul frut-to. "Guariscila, ti scongiuro, guariscila!" La stessa splendida luce che aveva illuminato la forestapoco prima avvolse lui e Sofia, e dissolse ogni cosa in unsoffuso chiarore. Fu pace ovunque, e dolcezza. Fabio percepìsolo se stesso e Sofia, sospesi in quelloro assoluto e salvifi-
    • co. Non cera più neppure il frutto, come assorbito dalle suestesse mani. Ma cera Idhunn, il suo spirito, lì accanto. Fabiotese le palme, che adesso erano coperte di fiamme quasibianche, e le passò dolcemente sulla schiena di Sofia. Sentì ilpotere che dalle sue mani fluiva verso di lei. Perché per unavolta il suo fuoco non stava distruggendo, ma curando, per-ché davvero poteva rimediare a ciò che aveva fatto, ed essereuno di loro. Continuò finché non si sentì esausto, finché le mani nonpresero a tremargli. Allora la luce si spense e il frutto glisfuggì dalle dita. Si sentì scivolare allindietro. Era a terraadesso, una guancia premuta contro le pietre della strada, erespirava forte. «Sof, Sof!» sentì che chiamava Lidja. Si tirò su. Era tutto come prima. Erano vicino allobeli-sco, lo stesso che avevano usato come porta per raggiungereil noce. Benevento era tornata quella di sempre, senza alcunatraccia che lasciasse intuire ciò che era accaduto durantequella notte folle. Gli girava la testa, ma si avvicinò ugualmente a Sofia.Respirava con calma, e il taglio sulla sua schiena si era note-volmente ridotto. Era persino meno profondo. Fabio vide gliocchi lucidi di Lidja puntati su di lui. Erano colmi di gratitu-dine. Per qualche ragione si sentì in imbarazzo. Prese Sofiain braccio. «Va a chiamare quel tizio che sta con voi, quello strano.
    • Io porto Sofia in ospedale. E consegnagli questo» disse,porgendole il frutto. Lidja annuì. Poi gli poggiò una mano sul braccio. «Gra-zie» gli disse con la voce che le tremava. «Grazie davvero.» Fabio distolse lo sguardo. «Muoviti, avanti.» La vide volare via. Sofia, tra le sue braccia, respiravapiano. Aveva un colorito più sano, adesso, però aveva biso-gno di cure. Era stanchissimo, ma si trattava di fare ancora un picco-lo sforzo. Si guardò attorno. Nessuno. Evocò le ali sullaschiena, quindi spiccò il volo. Allospedale gli fecero un mucchio di domande. A uncerto punto pensò che avrebbero chiamato la polizia per farloarrestare. Del resto, uno come lui non faceva esattamenteuna buona impressione se si presentava in ospedale copertodi sangue non suo. Senza contare che anche lui portava i se-gni della recente battaglia. Inventò una bugia. «È stato un incidente. Stavamo attraversando e ci hannoinvestiti. E non si sono neppure fermati.» La situazione migliorò parecchio quando arrivò il pro-fessore. Era bianco come un cencio, e zoppicava visibilmente. Nonostante fosse sconvolto, riuscì a prendere in mano lasituazione.
    • «Certo che lo conosco» disse quando lo misero di frontea Fabio. «È un caro amico di mia figlia, si conoscono fin daquando erano bambini.» Il medico lanciò a Fabio unocchiata sghemba, ma nonfece commenti. Anche con la polizia se la vide il professore. Fabio rimase seduto fuori dalla stanza dove stavano me-dicando Sofia. Aveva solo voglia di andarsene, dopo quellanotte tremenda, e non gli piaceva il modo in cui tutti lo guar-davano là dentro. Però qualcosa lo tratteneva. Il professore gli si sedette accanto non appena ebbe fini-to con le forze dellordine. Rimasero in silenzio per tutto iltempo, uno a guardarsi i jeans sporchi di sangue, laltro a fis-sare il soffitto. Poi il medico uscì. Tutti e due scattarono inpiedi come molle. «La ferita è brutta, ma abbiamo fatto una trasfusione esuturato per bene. La terremo in osservazione per qualchegiorno.» Il professore trasse un lungo sospiro, poi si aggiustò gliocchiali. «La posso vedere?» «Adesso dorme. In ogni caso può entrare, se vuole.» Il dottore si allontanò. Fabio rimase immobile, le maniaffondate nelle tasche. «Vuoi venire?» gli chiese a sorpresa il professore. «Io…» «Le hai salvato la vita, non vuoi vedere la fine della sto-ria?»
    • Entrarono in punta di piedi. Sofia era supina, la schienacompletamente avvolta da un largo bendaggio, una flebo at-taccata alla mano sinistra. Sembrava dormire serena. «Guardala bene. È merito tuo se è ancora viva.» Fabio sentì un lungo brivido percorrergli la schiena. «Non hai idea di quanto significhi per me Sofia, e diconseguenza quanto ti sia grato per quello che hai fatto que-sta notte.» Fabio scrollò le spalle. Non sapeva cosa dire. GuardòSofia riposare tranquilla, e non riuscì a collegarla al ricordoche aveva di lei, sdraiata sullasfalto in una pozza di sangue. "Ma davvero sono stato io?" pensò. Il professore si sedette su una sedia accanto al letto.Strinse delicatamente la mano di Sofia fra le proprie, avendocura di non toccare il tubicino della flebo. Si riempì gli occhidella sua immagine. «Io e te dobbiamo parlare, lo sai, vero?» disse rivolto aFabio, senza staccare gli occhi dalla ragazza. «A quelli comenoi non sono concesse né pace né tregua, e presto dovrai farei conti con quello che sei.» Si girò lentamente. La stanza era vuota. Di Fabio, nessu-na traccia. Il professore fu tentato di uscire, di andare a cer-care quel ragazzo tormentato. Ma a volte bisogna dimentica-re il dovere e lasciarsi andare. E lui quella sera aveva rischia-to di perdere la persona cui più teneva al mondo. Un sorriso amaro gli si disegnò sul volto. Distolse losguardo dal rettangolo luminoso della porta e tornò a posarlo
    • sullunica cosa che contava davvero in quella notte pazzescae terribile: la sua Sofia.
    • Epilogo Faceva ancora freddo, però la neve se nera andata. Eradurata poco. Una mattinata, poi il sole laveva sciolta. Madietro di sé aveva lasciato un senso di pulizia, e un odorebuono, di ghiaccio. Sofia guardò Lidja muoversi per la roulotte. Radunavale proprie cose con amore, come fossero pecorelle da riporta-re allovile. Stavano facendo i bagagli. Era finita. Il circo avrebbeproseguito, avrebbe visto altre città e assaggiato altri climi. Il loro viaggio, invece, terminava lì. Il professore entrò con la sua enorme sacca da viaggio atracolla. Si muoveva impacciato, perché i punti alla gambatiravano. «Allora, sei pronta a tornare a casa?» chiese, rivoltoa Sofia. Avvolta in una coperta caldissima tirata su fino al naso,lei si limitò ad annuire. Era ancora molto debole. Lidja chiuse la valigia. A Sofia sembrò di sentirla sospi-rare: aveva gli occhi umidi. «Professore, porto io in macchina Sof» disse. «Sicura di farcela?» chiese lui. «Tu non sei in grado, e Marcus sta ancora dormendo.Quindi…»
    • Lidja la prese in braccio con tutta la coperta. Barcollòun paio di volte, ma poi imbroccò la via della porta. Scesecauta le scalette. La sistemò sul sedile posteriore della mac-china, sdraiata. A terra, vicino ai piedi di Sofia, cera un involto di stof-fa. Copriva il frutto, chiuso in una gabbia protettiva che sem-brava una specie di voliera per uccelli, dorata e risplendentedi una luce strana. «È cosparsa di resina della Gemma» aveva spiegato ilprofessore a Sofia. «Lho costruita parecchio tempo fa, primache iniziassimo a cercare i frutti. Sapevo che una volta trova-ti avremmo dovuto trasferirli in sicurezza in un posto che po-tesse custodirli. Questa gabbia mi è parsa il modo migliore.»Si apriva con una chiave minuscola assicurata ai suoi panta-loni da una sottile catenella dorata. Quando le avevano raccontato quello che era accadutodopo il suo svenimento, Sofia aveva protestato con il profes-sore. «Non dovevi lasciare che Fabio andasse via!» «Non era ancora pronto, Sofia» aveva risposto lui, pa-ziente. «Ma prof, abbiamo bisogno di lui!» «Anche a te ho lasciato la scelta. Sai che non ti avreifermata se te ne fossi voluta andare, vero?» «Sì.» «Anche lui è libero di andarsene, come te e come Lidja.Quello che facciamo è per nostra scelta, non per obbligo»
    • aveva concluso il professore, e Sofia sapeva che aveva ragio-ne. Si sistemò meglio sul sedile e si chiese se avrebbe rivi-sto Fabio. Lo sperava con tutto il cuore. Dietro di lei, il pro-fessore caricava la macchina. La gente del circo laveva già salutata. Alma era statauna roccia, come sempre: laveva abbracciata stretta, le avevasorriso. Martina si era sciolta in lacrime. «Eri così brava afare il clown…» aveva detto tra un singhiozzo e laltro, men-tre Carlo le batteva una mano sulla spalla. Il professore si era inventato che Sofia era stata investi-ta, e stavolta cera stato un po di trambusto. Del resto, in duemesi scarsi di permanenza al circo Sofia aveva avuto ben dueincidenti, e la cosa era parsa davvero strana. Ma il professoreaveva saputo essere convincente, e tutti alla fine si erano per-suasi che semplicemente la sfortuna si era accanita controquella povera ragazza. Anche per questo erano stati moltocarini con lei nei pochi giorni di convalescenza che avevatrascorso lì. Sofia si accorse con sorpresa che le sarebberomancati tutti. Era stata bene al circo, e non se nera neppureaccorta fino al momento in cui aveva dovuto lasciarlo. Ma la sua tristezza era niente di fronte a quella di Lidja,che stava salendo in macchina in quel momento, il viso serioe gli occhi bassi. Per lei era la fine di unepoca, della vita percome laveva conosciuta fino ad allora. Aveva passato la not-te nella roulotte di Alma. Chissà cosa si erano dette.
    • Il professore salì a bordo. «Tutto bene, Sofia?» chieseper lultima volta. Lauto borbottò un paio di volte, poi si mise in moto.Sofia si ostinò a guardare fuori. Benevento si mosse pigra. Efu allora che lo vide, in piedi accanto a un lampione, magro,infagottato in un cappotto troppo leggero per tutto quel fred-do. Fabio. Alzò la mano verso di lei, la salutò. Poi sorrise, ed era laprima volta che Sofia gli vedeva sulle labbra un sorriso cosìschietto e sincero, così privo di nubi e sofferenza. Sorrise anche lei, appoggiò la mano al vetro e tenne gliocchi fissi su di lui fino a quando la sua figura non divennepiccola piccola e infine scomparve. Lavrebbe rivisto. Se lo sentiva.