Indagine sui Giovani di Monza e Brianza

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Indagine sui Giovani di Monza e Brianza

  1. 1. Prefazione Ho il piacere di presentarVi i risultati della ricerca, prevista all’interno del Progetto Hubyoung, che si è posta come obiettivo quello di fare la prima indagine conosci- tiva dei giovani sul territorio della neonata Provincia di Monza e Brianza, in rela- zione alle strategie di accesso al mercato del lavoro. Sebbene la popolazione giovanile rappresenti solo 15 punti percentuali del tota- le della nuova Provincia, i giovani si trovano a dover fare i conti con l’esigenza di ottenere maggiore qualificazione e “inventare” strategie ed esperienze per acce- dere al lavoro. In tal senso un dato decisamente interessante rilevato dalla ricer- ca è che nel 12% dei casi i titolari delle 20.000 e più imprese nel territorio hanno un’età compresa fra i 18 e i 29 anni. I dati quantitativi assumono una prospettiva ancora più interessante se messi in relazione con quanto emerso dal confronto diretto con gli stessi giovani attra- verso 7 focus group realizzati con gli studenti di sei scuole superiori e i giovani aspiranti al progetto “Business Angels”. L’imprenditorialità e l’imprenditività rappresentano un forte valore aggiunto che trova un corrispettivo potenziale nei suoi giovani. Una sfida interessante quella lanciata alla neonata provincia di Monza: l’opportu- nità di ottenere spazi, occasioni, e strumenti per sviluppare e valorizzare il poten- ziale dei giovani e quello del loro territorio. Assessore alle Politiche Giovanili Martina Sassoli . 1
  2. 2. Indice Prefazione . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . .1 1. Ricerca Quantitativa . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . .3 Aspetti Demografici . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . .3 I giovani della provincia di Monza e Brianza: quanti sono? . . . . . . . . . . . . . .3 Struttura della popolazione nella provincia di Monza e Brianza . . . . . . . . . . .5 Cittadini stranieri . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . .6 Scuola Statale anno scolastico 2008-2009 . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . .7 Dinamiche del lavoro giovanile . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . .8 2. Ricerca Qualitativa . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . .12 Introduzione . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . .12 Le esperienze di lavoro dei giovani intervistati . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . .13 Le rappresentazioni del lavoro . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . .14 Il lavoro desiderato . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . .16 La valutazione rispetto alle proprie competenze . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . .17 Le strategie di ingresso nel mercato del lavoro . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . .18 Il percorso di chi ha partecipato a “Mi dai un’idea ti do un’impresa” . . . . . .19 Commento all’indagine . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . .20 2
  3. 3. 1. Ricerca Quantitativa Aspetti Demografici La Provincia di Monza e Brianza è composta da 50 comuni(1) inclusi, precedente- mente, nella provincia di Milano. I dati territoriali sono presentati di seguito. Tab. 1 - Caratteristiche strutturali e demografiche - prov. di Monza e Brianza Fonte: Annuario Statistico Lombardia I giovani della provincia di Monza e Brianza: quanti sono? I giovani presenti nei comuni della provincia di Monza e Brianza (fascia di età 15-29 anni) sono 115.835(2) e rappresentano il 15% circa del totale della popolazione. Fig. 1 - Popolazione giovanile Fonte: Annuario Statistico Lombardia (1) 55 Comuni da dicembre 2009 (2) Dato riferito al 31.12.2008 3
  4. 4. Tab. 2 - Ripartizione popolazione Fonte: Annuario Statistico Lombardia La neonata provincia di Monza e Brianza è caratterizzata da un’elevata densità di popolazione che si riflette sulla popolazione giovanile. Come evidenziato in carto- grafia, la classifica dei comuni più popolosi vede Monza al primo posto seguita da Lissone, Desio, Seregno e Cesano Maderno. Fig. 2 - Cartografia Fonte: Elaborazione Ancitel Lombardia su dati da fonte Sisel 4
  5. 5. Fig. 3 - Piramide della popolazione della provincia di Monza e Brianza al 01.01.2009 Fonte: La provincia di Monza e Brianza in Cifre, 2009 - Dati su fonte Sistema Statistico Nazionale La piramide della popolazione evidenzia chiaramente il periodo del boom delle nascite degli anni settanta, la decisa diminuzione delle nascite negli anni novan- ta e una leggera crescita negli anni più recenti. Il 12% del totale della popolazio- ne è rappresentato da bambini di fascia 0-10 anni (asili nido, scuola dell’infanzia ed elementari); il 7% da ragazzi che frequentano la scuola secondaria di primo o di secondo grado; il 5,5% da ragazzi in fascia universitaria (19-24 anni); i 25- 35enni, fascia di inserimento lavorativo, sono il 14,9%; la popolazione in fascia attiva, 36-64enni, è pari al 42,7%; gli anziani con 65 anni e più di età rappresen- tano il 19,1% della popolazione. Struttura della popolazione nella provincia di Monza e Brianza Gli aspetti strutturali della demografia di un determinato territorio forniscono indi- cazioni utili per l’analisi contestuale del medesimo. Si utilizzano, a tal scopo, appositi indicatori sintetici. In Brianza, la popolazione anziana ha superato quella giovanile del 25%; ci sono quindi 125 anziani ogni 100 giovani. Tale rapporto è migliorato negli ultimi 3 anni (la percentuale di anziani superava quella giovanile del 31% circa) ed è inferiore a quello della Lombardia dove il rapporto è del 42,1%. Tab. 3 - Indicatori di struttura della società Fonte: Annuario statistico Lombardia 5
  6. 6. L’indice di dipendenza giovanile è pari a 21,8 giovani ogni 100 individui in età lavorativa e risulta, seppure in modo lieve, superiore a quello della Lombardia (21,2). L’indice di ricambio della popolazione in età lavorativa (rapporto fra le per- sone in uscita dalla vita attiva -60/64 anni- a quelle in entrata -15/19 anni-) mostra una situazione di squilibrio caratterizzata dalla presenza di 100 ingressi nella vita attiva ogni 135 uscite, in linea comunque col valore regionale. Cittadini stranieri La quota di cittadini provenienti da altri paesi continua a crescere. La presenza di stranieri ha subito un incremento del 30% fra il 2006 e il 2009 (popolazione stra- niera al 1.1.2006 = 34.334; tre anni dopo = 44.633 persone); nonostante questo incremento la percentuale di stranieri in provincia è pari al 5,6% della popolazio- ne residente. Tale incremento è dovuto, in parte, anche al costante aumento dei nati di cittadinanza straniera (figli di genitori entrambi stranieri residenti in Italia), che si traduce in un saldo naturale attivo. In provincia di Monza e Brianza la mag- gioranza della popolazione straniera (53,2%) è compresa nella fascia 30-59 anni (dato in linea con quello della provincia di Milano e con quello nazionale). I giova- ni di altre nazionalità (10.976 ragazzi fra i 15 e i 29 anni) sono pari al 24,5% del totale. La provincia di Monza e Brianza si conferma, rispetto ad altre realtà, un ter- ritorio con bassa presenza di cittadini stranieri. Tab. 4 - Distribuzione della popolazione straniera per classe di età (2008) Fonte: Annuario Statistico Lombardia 6
  7. 7. Scuola Statale anno scolastico 2008-2009 Gli alunni iscritti alle scuole secondarie superiori, in provincia di Monza e Brianza, sono circa 27.000; il 33% di essi frequenta le scuole presenti nel capoluogo. In provincia ci sono 1209 classi composte mediamente da circa 21 alunni. Fig. 4 - Scuola secondaria superiore. Alunni per anno di corso. Fonte: elaborazione Ancitel Lombardia su dati Ufficio scolastico Regionale Tab. 5 - Ripartizione studenti Fonte: Comune di Monza – Notiziario Statistico, anno 2009 n.3 7
  8. 8. I Licei e gli Istituti tecnici sono gli indirizzi maggiormente scelti dagli studenti iscrit- ti nelle scuole secondarie della provincia. Tab. 6 - Distribuzione del numero di alunni per tipologia di istituto Fonte: elaborazione Ancitel Lombardia su dati Ufficio scolastico Regionale L’abbandono scolastico rimane alto: i dati dell’ufficio scolastico indicano infatti che tale tasso si attesta intorno al 20%, seppur con forti differenze a livello territoriale locale. Si tratta di un valore particolarmente elevato, nonostante si osservi che negli ultimi anni la differenza tra iscritti e diplomati è stata sempre superiore al 25%. Dinamiche del lavoro giovanile I dati sull’occupazione totale evidenziano il malessere dell’economia: il tasso per- centuale di occupati in ingresso è inferiore a quello in uscita e la Lombardia pre- senta una situazione ancora più in flessione rispetto alla media nazionale. I dati più recenti relativi alla situazione del mercato del lavoro per il territorio della pro- vincia di Monza e Brianza sono stati pubblicati dalla Camera di Commercio pro- vinciale e dall’Osservatorio del Mercato del Lavoro della provincia di Monza e Brianza. Le imprese della provincia hanno aumentato le quote complessive delle assunzioni (che riguardano prevalentemente giovani) effettuate con tipologie con- trattuali flessibili (Tempo Determinato, Somministrazione, Lavoro a progetto), riducendo però l’utilizzo di quelle maggiormente stabili; si è passati dal 59% del 2008 al 62% del 2009. 8
  9. 9. Tab. 7 - Tipologia contrattuale delle assunzioni previste in Provincia di Monza e Brianza nel 2009 Fonte: Unioncamere - Ministero del Lavoro, Sistema informativo Excelsior, 2009 La maggioranza delle assunzioni previste per il 2009 riguarda personale sotto i 30 anni. Fig. 5 - Provincia di Monza e Brianza – ripartizione % delle assunzioni previste per il 2009 per classe di età Fonte: elaborazione Ancitel Lombardia su dati Excelsior 2009 Il confronto con altre aggregazioni territoriali vede, per il 2009, una maggiore quota di giovani assunti nella provincia di Monza e Brianza. Tab. 8 - Assunzioni non stagionali previste per il 2009 per classi di età Fonte: elaborazione Ancitel Lombardia su dati Excelsior 2009 Il trend 2005-2009 delle assunzioni di giovani sotto i 30 anni evidenzia che la quota di contratti non stagionali segue un andamento crescente. Se nel 2005 tale percentuale era sotto la media lombarda (32% in Brianza vs 44% in Lombardia) nel 2009 la situazione risulta invertita. 9
  10. 10. Tab. 9 Assunzioni non stagionali con meno di 30 anni – serie storica (% sul totale) Fonte: Unioncamere - Ministero del Lavoro, Sistema Informativo Excelsior, 2005-2009 A trainare il dato risultano essere le imprese del settore delle costruzioni che, pro- babilmente a causa del fenomeno migratorio, prevedono quasi il 90% di assun- zioni di personale con meno di 30 anni. 10
  11. 11. Tab. 10 - Assunzioni non stagionali per macroaree professionali e livello di istruzione - serie storica provincia di Monza e Brianza Fonte: Unioncamere - Ministero del Lavoro, Sistema Informativo Excelsior, 2005-2009 I dati indicano che non vi sono grandi variazioni tra le professioni richieste, tran- ne che per le categorie inerenti il lavoro impiegatizio e quelle relative agli operai specializzati. Nel primo settore la domanda aumenta, nel secondo diminuisce sensibilmente. La domanda di laureati da parte delle imprese brianzole è aumen- tata di diversi punti percentuali rispetto al passato avvicinandosi alla media regio- nale (16,9%); la media nazionale si ferma a 11,9%. I titolari delle 20.000 e più imprese presenti nel territorio hanno un’età compresa fra 18 e 29 anni nel 12% dei casi, contro 88% degli imprenditori con più di 30 anni. L’imprenditorialità giovanile sembra, però, un fenomeno in espansione. Nel 2009 il 21% degli imprenditori che hanno attivato delle attività in Provincia di Monza e Brianza aveva meno di 30 anni(3). (3) fonte: CCIAA Monza Brianza 11
  12. 12. 2. Ricerca Qualitativa Introduzione I risultati che vengono presentati nelle prossime pagine sono relativi all’analisi preliminare dei focus group realizzati nell’inverno 2010, su alcuni gruppi di giova- ni della provincia di Monza e Brianza, provenienti da diverse esperienze scolasti- che (CFP, Istituti Professionali e Istituti Tecnici) e professionali (ragazzi che hanno partecipato al progetto “Mi dai un’idea ti do un’impresa”), intervistati sul tema del lavoro. Obiettivo dell’indagine è quello di individuare quali siano le rappresentazioni, le esperienze e le strategie di accesso al mercato del lavoro tra i giovani intervista- ti e quale il loro approccio nei confronti dell’imprenditorialità. Al momento sono stati realizzati solo sei dei dieci focus previsti e la ricerca è tuttora in corso. Il quadro dei risultati che deriva da una prima lettura dei dati raccolti, se sicura- mente non può essere esaustivo e rappresentativo della realtà di tutti i giovani della provincia, è sicuramente utile ed interessante per portare alcune riflessioni e suggerire strategie di intervento, soprattutto nei confronti dei giovani che pro- vengono dall’istruzione tecnica e professionale. Infatti, se il target della ricerca è molto specifico e non consente facili generalizzazioni, è anche vero che gli argo- menti toccati sono fondamentali per una riflessione sulle politiche giovanili e sulle opportunità di accesso che i giovani (soprattutto con un background culturale più fragile) hanno rispetto alla società adulta. Da questo punto di vista va sottolineato come l’accesso al lavoro rappresenti il fat- tore chiave per un inserimento efficace nella società adulta come cittadini attivi e come questo processo abbia ripercussioni fondamentali rispetto alla strutturazio- ne dell’identità e dei destini sociali individuali. Nel momento in cui un ragazzo o un giovane ha terminato il percorso scolastico ed entra nel mercato del lavoro mette in moto un processo di ridefinizione del proprio status che cambia la perce- zione che egli ha di se stesso, della propria identità e della propria collocazione all’interno della sfera privata e pubblica. Essere percettore di un reddito da lavoro, vuol dire essere più pienamente cittadi- no. Vuol dire passare da una percezione di sé solo come consumatore ad una con- sapevolezza di essere produttore di beni. Vuole dire potersi immaginare con più concretezza come artefici del proprio destino. Ciò anche in un periodo di crisi come quello in cui stiamo vivendo dove l’accesso al lavoro (e soprattutto ad un lavoro di qualità, che abbia le caratteristiche della continuità nel tempo e consenta un guada- gno sufficiente al proprio mantenimento) appare uno dei temi più sentiti dai giovani italiani in generale e dai giovani della provincia di Monza in particolare. Non è un caso, infatti, che già nel 2006(1) i giovani della provincia di Milano (che allora com- prendeva anche il territorio di Monza e Brianza) evidenziavano un forte investimen- to emotivo sul tema del lavoro (in maniera significativamente superiore a quanto osservato a livello regionale e nazionale) e chiedevano alle amministrazioni locali (1) A. Bazzanella, R. Grassi, (2006) I giovani della provincia di Milano: protagonisti o spettatori? Primo rapporto dell’osservatorio giovani della provincia di Milano. (www.provincia.milano.it/giovani/progetti/osservatorio_giovani/prodotti.html) 12
  13. 13. investimenti e servizi proprio nel campo dell’accompagnamento e dell’accesso all’impiego. In particolare quasi la metà del campione intervistato in quella occasio- ne, indicava nella realizzazione di iniziative per favorire l’ingresso nel mondo del lavoro, la priorità attorno alla quale indirizzare le politiche giovanili a livello locale. Le esperienze di lavoro dei giovani intervistati Malgrado i ragazzi intervistati siano ancora tutti all’interno del percorso di forma- zione secondaria, le esperienze di lavoro sono già state molteplici. In alcuni casi sono circoscritte essenzialmente agli stage e quindi hanno un forte aggancio con l’esperienza scolastica, in altri casi si tratta di piccoli lavoretti a bassa qualifica (mcjobs) che poco hanno a che fare con le competenze apprese a scuola. Gli stage anche se non retribuiti, sono considerati dai ragazzi un vero lavoro in quanto “facciamo dal vero”, e si mettono in pratica le cose apprese all’interno dei corsi. Da questo punto di vista rappresentano (laddove riescono ad esprimere una reale efficacia) un momento esperienziale fondamentale che va a rispondere ad un bisogno specifico, evidenziato da tutti i ragazzi intervistati, di un accompagnamen- to al lavoro che permetta di acquisirne le dimensioni pratiche e non solo teoriche. Il valore dello stage sta nel fatto che si entra in contatto con un mondo nuovo, si imparano le regole di un nuovo ambiente, si prendono contatti e si conoscono per- sone. Da questo punto di vista rappresenta anche una verifica del proprio percor- so di studi, in quanto permette di assaggiare con mano un possibile futuro lavo- rativo e comprendere se si tratta di una professionalità che interessa realmente oppure no. Per alcuni l’esperienza dello stage è particolarmente positiva, per altri meno, soprattutto se percepita come poco affine al percorso formativo svolto fino a quel momento. In ogni caso, tutti concordano che è stata un’esperienza utile per apprendere i meccanismi del mercato del lavoro e quelle competenze ed informa- zioni pratiche che non sempre possono essere acquisite attraverso i percorsi for- mativi tradizionali. Al di là degli stage, molti ragazzi dichiarano esperienze di “lavoretti” estivi o del fine settimana, o anche quotidiani, al termine degli orari scolastici. In questi casi la specificità della dimensione lavorativa sta essenzialmente nella presenza di una remunerazione, che ha rappresentato per molti la spinta essenziale a cerca- re un impiego. Questo non vuol dire che sia assente la dimensione della soddi- sfazione, che in alcuni casi, è arrivata però dopo che i ragazzi avevano comincia- to a lavorare, ma la dimensione strumentale appare nettamente prevalente. Per alcuni degli intervistati, per altro, appare chiaro che il lavoro che si sta svol- gendo non è il lavoro della vita, ma solo una esperienza mirata a raccogliere un po’ di denaro e a fare esperienza. Le attività svolte sono le più diverse e vanno dal lavorare per Mc Donald’s, al consegnare le pizze, al lavorare al mercato, al bar, in vetreria, fare l’imbianchino, il pizzaiolo, etc… L’accesso a questi lavoretti (solo in alcuni casi regolamentati da contratti scritti) avviene per via relazionale, ma anche guardando gli annunci su internet e sui giornali. Vale la pena soffermarsi ancora brevemente su questo aspetto. Nell’attuale siste- ma economico italiano e locale l’accesso al mercato del lavoro per soddisfare le piccole esigenze economiche dei ragazzi non appare un grosso problema. 13
  14. 14. Questo accesso diffuso, tuttavia, quasi mai è in relazione diretta con i percorsi for- mativi in via di svolgimento (che prevedono un contatto con il mondo delle impre- se maggiormente regolamentato, soprattutto attraverso tirocini e stage) e non rie- sce a trasmettere ai ragazzi grandi competenze. Certo rappresenta un buon canale di socializzazione al lavoro, ma la sostanziale destrutturazione di molti di questi impieghi (quasi mai definiti da un regolare contratto e con orari e tipologia di impegni molto variabili), fatica a trasmettere competenze che possano poi agil- mente essere convertite ed utilizzate all’interno di contesti più strutturati. Un secondo elemento di criticità di questo tipo di esperienze è che, in alcuni casi, possono produrre un effetto di ingabbiamento, per cui i ragazzi che faticano a tro- vare una occupazione regolare ed in linea con i propri percorsi formativi, mettono in atto piani di ridefinizione delle proprie aspettative (il “piano B” di cui parleremo più avanti), che portano ad accettare qualsiasi lavoro disponibile e a rimanere su un livello di competenze professionali basso e con poche possibilità di crescita. Le rappresentazioni del lavoro Quando parlano di lavoro, dunque, per quanto molto giovani, i ragazzi intervista- ti hanno già nella mente alcune forme ed esperienze concrete, che traspaiono dai verbatim. Così,alla richiesta di indicare associazioni libere di parole da affiancare al concetto di “lavoro”, i giovani dei focus fanno riferimento ad almeno sei aree semantiche: • la dimensione del guadagno e dell’acquisizione dell’autonomia (stipendio, soldi, indipendenza) è un tratto fondamentale del lavoro: il riconoscimento del proprio operato è uno strumento necessario per poter accedere ai consumi e/o rendersi indipendente dai genitori. Emerge con una certa rilevanza come il guadagno, i soldi, lo stipen- dio siano associati sia ad un disegno di futuro “possibilità di crearsi una vita”, che ad un miglioramento della qualità della vita nel presente “vivere tranquilla- mente”. I ragazzi intervistati appaiono da subito molto pratici e concreti. Poco sognatori. Il termine soldi, denaro, guadagno, affiora quasi subito nelle associa- zioni spontanee, mentre solo in seconda battuta (e non in tutti i focus) appare il disegno di autonomia. Ciò è da connettere sia ad una difficoltà di prefigurare il proprio futuro (che però le nuove generazioni sembrano riuscire a gestire meglio rispetto a pochi anni fa), sia al fatto che, nelle attuali esperienze di lavo- ro vissute dai ragazzi la dimensione economica è quella essenziale attorno alla quale acquisisce un significato il lavoro svolto; • la dimensione della responsabilità (impegno, serietà, sacrifici, costanza, precisione, rispetto) l’approccio al lavoro, per i ragazzi intervistati è una cosa seria, che comporta il rispetto delle regole e la messa in atto di comportamenti responsabili. Ciò signi- fica non solo fare ciò che viene chiesto con impegno e precisione, ma anche “sapere ciò che fai”, essere costante, essere consapevole che il proprio lavoro è legato a quello di altre persone e che, quindi, una propria inefficienza va a ripercuotersi anche su chi viene dopo di te.Da questo punto di vista il lavoro è anche sacrificio, perché comporta la necessità di “rinunciare ad altre cose, ad attività più piacevoli”, “rinunciare a fare tardi il venerdì perché il sabato mattina apri presto”, “rinunciare al sabato pomeriggio con le amiche perché sei al lavo- ro”. Qualche intervistato sottolinea anche la dimensione della motivazione e della 14
  15. 15. necessità di “farsi venire la voglia” di impegnarsi otto ore e di fare bene le cose. Sono esempi efficaci di come il processo di socializzazione di base al lavoro sia elevato tra questi ragazzi, che non sembrano certo rispondere allo stereotipo massmediale più diffuso di disinteresse a mancanza di valori. In particolare è interessante anche la sottolineatura posta da alcuni attorno al tema del rispet- to: “rispetto per noi stessi, ma anche nei confronti di chi lavora con noi e del luogo di lavoro”. L’ambito del lavoro diventa dunque un ambito fondamentale in cui apprendere ed agire la responsabilità, attorno ad oggetti e relazioni concre- te e non teoriche, e sembra che per i ragazzi intervistati questo sia molto più un elemento di orgoglio che un peso; • la dimensione della fatica e della crescita (fatica, crescere) si tratta non solo della fatica fisica, ma anche di una dimensione psicologica che riguarda la dimensione della concentrazione e il rispetto delle regole (degli orari innanzitutto), dei ruoli e delle mansioni. L’ingresso nel mondo del lavoro porta ad avere un ruolo professionale che ingabbia la libertà individuale e costringe ad una sorta di “contenimento”. Emblematica a questo riguardo l’affermazione di una intervistata “devi sempre sorridere, devi ascoltare ed essere gentile anche quando sei arrabbiata”. Alla fatica fisica e mentale si associa anche un percorso di crescita umana e professionale, che permette di avere maggiori responsabilità, riconoscimenti e ruoli più importanti. Anche in questo caso emer- ge una valenza educativa dell’esperienza lavorativa, che regola e limita gli impulsi infantili e/o i desideri di assoluta libertà, dentro una cornice relazionale fatta di azioni, di ruoli e di regole concrete e da rispettare se si vuole ottenere il risultato. • la dimensione dell’imprenditorialità e dei vissuti emotivi (intraprendenza, dubbi, piacere) Tra i ragazzi intervistati vi è un elevato spirito imprenditoriale, da cui emergono dei vissuti del lavoro come luogo di protagonismo, in cui la persona è chiamata non ad essere passiva, ma a “darsi da fare”, a “farsi notare”, a “provarci”, sia nella fase della ricerca, sia una volta entrati in un ruolo professionale. Allo stesso tempo, il primo accesso al mondo del lavoro è permeato di dubbi che riguardano in particolare la dimensione della precarietà occupazionale, ma anche la scelta vocazionale. Cosa è più adatto alle mie capacità? In cosa posso riuscire meglio? Alcuni intervistati hanno anche messo in evidenza la dimensio- ne del piacere connesso al lavoro: un lavoro appagante ti rende più felice, ti rea- lizza. In questo emerge il forte investimento emotivo che alcuni ragazzi hanno rispetto al lavoro, visto come luogo in cui possano essere realizzate le proprie idee e le proprie passioni. L’esperienza del lavoro mette anche di fronte ad una nuova dimensione di stress, legato all’impegno e alla fatica fisica e psicologica di “stare dentro” al nuovo ruolo. • la dimensione organizzativa e relazionale (ufficio, part time, full time, ferie, orari, colleghi, capo, dirigenza, computer, CV, burocrazia) Entrare nel mercato del lavoro vuol dire anche fare i conti con una serie di man- sioni, di oggetti di lavoro, di strumenti e di modelli organizzativi che vanno appresi ed interiorizzati. Anche in questo caso siamo all’interno dei percorsi di socializzazione al lavoro che tracciano la distanza tra la teoria e la pratica e che collocano l’esperienza lavorativa in un contesto di regole e di burocrazia fino a quel momento poco nota e poco compresa. All’interno di questa dimensione 15
  16. 16. emerge, in particolare, anche la rilevanza del saper lavorare in equipe; • la dimensione dei diritti e delle leggi La questione dei diritti è citata solo da un intervistato e in forma abbastanza ori- ginale in quanto fa riferimento al “diritto di trovarsi un lavoro”. Altri, invece, fanno riferimento ad alcune leggi specifiche sulla sicurezza, ma più come riscontro burocratico che come riflessione sul rapporto tra lavoro e diritti di cittadinanza. Su questo tema il silenzio dei ragazzi è quasi assordante. La prospettiva del lavoro come diritto-dovere costituzionale è quasi del tutto assente. In generale ciò che i ragazzi intervistati desiderano dal lavoro è soprattutto avere le risorse per diventare indipendenti, costruirsi una propria casa, una propria fami- glia, una propria attività. Allo stesso tempo è presente, in alcuni casi, anche la dimensione della ricerca del successo, soprattutto per chi sta terminando percor- si formativi con una forte componente artistico/espressiva. La dimensione dominante è dunque quella strumentale/realizzativa. Il lavoro è strumento per avere le risorse economiche per mantenersi e rendersi indipenden- ti, ma anche luogo in cui cercare di realizzarsi come persona, con le proprie aspi- razioni e le proprie capacità. Le dimensioni sopracitate sono descritte in maniera del tutto trasversale dai ragazzi che frequentano le diverse scuole (CFP, Istituti professionali e istituti tec- nici), ma si ritrovano quasi identiche anche tra coloro che stanno mettendo in atto un percorso professionale ad elevata qualifica e che hanno partecipato al proget- to “mi dai un’idea, ti do un’impresa”. In questo caso viene messa maggiormente in risalto la dimensione della realizzazione e della ricerca di congruità tra il per- corso di studi e la professione, si affronta in maniera esplicita la dimensione della “dignità” e della difficoltà di dovere scendere a compromessi per fare ciò che si desidera e di cui si ha passione. Tuttavia il quadro complessivo non muta: il lavo- ro è rappresentato innanzitutto come un luogo di impegno, di serietà, di auto-rea- lizzazione e uno strumento di indipendenza. Rimane anche evidente il lato nega- tivo della precarietà e dell’insicurezza. Il lavoro desiderato Soprattutto per i ragazzi che hanno fatto la scelta di una scuola professionale o di un cfp, il lavoro desiderato è generalmente in linea con il percorso formativo in atto. Ciò però, pare essere influenzato in maniera rilevante dall’istituto che si sta frequentando e dalla sua capacità di coinvolgere attivamente i ragazzi in percor- si esperienziali direttamente associati alla dimensione formativa Nella maggior parte dei casi, la vocazione professionale è nata fin da bambino, mentre in altri si è manifestata durante l’esperienza scolastica (specie per chi ha frequentato un cfp) e il contatto diretto con la professione scelta. La mentalità imprenditoriale è forte e si lega soprattutto al desiderio di mettere in piedi una atti- vità in proprio (negozio, bar, etc…). Dalle risposte emerge forte il desiderio di ricercare comunque una professionali- tà che consenta una buona affermazione sul mercato del lavoro. Tra le ragazze di un cfp con indirizzo di parrucchiere ed estetista appare forte il desiderio di entrare in un grande salone che consenta una crescita professionale, di aggior- namento e di novità. Dall’altro lato la paura è quella di rimanere recluse in un pic- colo negozietto di paese, in cui si fanno sempre le stesse cose in modo ripetitivo. 16
  17. 17. Significativo anche che tra questi ragazzi è spesso pronto un piano B da mettere in atto nel momento in cui i sogni professionali si infrangessero di fronte alla real- tà. I ragazzi sono consapevoli che il loro disegno per realizzarsi ha bisogno di numerosi fattori legati sia alle proprie capacità, impegno e passione, sia a fattori esterni non controllabili (ad esempio l’accesso al credito). Da qui emerge l’esigen- za di un piano di riserva che, di fronte alla non realizzabilità del proprio sogno, rio- rienti le scelte su un terreno più concreto e fattibile (“se non riuscissi a fare quel- lo che voglio [aprire un bar] farei il magazziniere”). Se da un lato la presenza di un piano B appare come una scelta razionale e che conferma quella dimensione di concretezza e quell’ancoramento al principio di realtà che pervade i nostri intervistati, dall’altra esprime anche il rischio di un rapi- do abbandono dei propri desideri per scelte che, nel lungo periodo, possono rive- larsi frustranti e con scarsi sviluppi. Diversa la situazione dei ragazzi che frequentano istituti tecnici e commerciali. In questo caso, infatti, il proprio destino professionale appare assai più confuso e l’attinenza tra lavoro desiderato e percorso formativo in corso appare più debole. In alcuni casi il lavoro desiderato richiede un percorso formativo di livello terzia- rio, che potrebbe essere particolarmente difficile in quanto richiederà di colmare alcune lacune che la formazione secondaria tecnica ha lasciato; in altri il deside- rio professionale esplicitato è legato ad esperienze di lavoro già in atto (ad esem- pio l’imbianchino) che ben poco hanno a che fare con l’esperienza di studi. Rispetto ai ragazzi dei CFP e degli Istituti professionali, nei ragazzi degli istituti tecnici, l’idea sul proprio futuro, dove presente, ha cominciato ad abbozzarsi più tardi, di fronte alla necessità di scegliere cosa fare al termine delle scuole supe- riori o dopo l’esperienza dello stage. Molto più incerta è anche la realizzabilità del proposito, con un dubbio abbastanza diffuso relativo all’efficacia dei mezzi a disposizione per raggiungere il proprio obiettivo. La valutazione rispetto alle proprie competenze Nei racconti dei ragazzi le competenze che si sentono di avere rappresentano un adeguato mix di volontà e professionalità. C’è molta imprenditorialità tra questi ragazzi che puntano innanzi tutto su se stessi e sulla propria determinazione. Per i ragazzi delle professionali (anche se con differenze significative nei diversi istituti coinvolti), si conferma la percezione che la scuola frequentata abbia svolto appieno il proprio dovere attrezzandoli delle competenze necessarie alle quali vanno poi abbinate le competenze e le attitudini individuali. Si conferma, in parti- colare, quanto osservato anche in altre esperienze di ricerca, ovvero di come gli studenti dei CFP vedano particolarmente vicini i propri insegnanti, sia per la loro competenza professionale, sia per la vicinanza relazionale con cui vengono rego- lati i rapporti. In questo senso la presenza di occasioni concrete di visibilità (sfilate, manifesta- zioni interne ed esterne alla scuola, etc…) rappresenta anche un potente incenti- vo rispetto all’impegno da mettere nello studio, all’interno di una competizione tra compagni percepita per lo più come positiva. Anche i ragazzi degli istituti tecnici danno molta importanza all’apprendimento scolastico. In questo caso, però, viene sottolineata con forza anche l’importanza dell’applicazione personale (“La scuola ti dà degli input, poi se hai la passione cer- 17
  18. 18. chi di coltivarla, quindi ti alleni da sola a casa a fare ciò che ti piace”). In questo caso, però i giudizi sugli insegnanti sono decisamente più severi e se ad alcuni viene riconosciuto di “metterci l’anima”, altri “ti fanno perdere la passione”, “non sono aggiornati con i programmi che si usano”. Sembra quasi che, per questi ragazzi, la scuola sia in grado di offrire occasioni di motivazione e di coinvolgimento assai più ridotte e che sia necessario un maggiore investimento e una maggiore passione individuale per far rendere al meglio gli studi. Sul fronte dei timori, questi si concentrano attorno alla propria “capacità di tenu- ta” di fronte alle situazioni reali con i clienti, ma anche alla mancanza di esperien- za diretta e alla capacità di adattarsi ai nuovi contesti lavorativi. Si teme di farsi abbattere dalle cadute, di andare in crisi, ma anche di non avere il denaro neces- sario per avviare la propria attività, della forte concorrenza, dei privilegi di cui può godere chi ha alle spalle una famiglia importante. I ragazzi intervistati puntano molto su se stessi in una logica di merito e la con- statazione che a volte questo non sia sufficiente produce frustrazione e demoti- vazione. Le strategie di ingresso nel mercato del lavoro Tra coloro che hanno iniziato una esperienza lavorativa in linea con il percorso formativo, la percezione è che possano continuare a lavorare nelle aziende (negozi) in cui stanno facendo pratica. Le ragazze (questa opinione è particolar- mente diffusa tra le ragazze del CFP ad indirizzo di estetista/parrucchiere) riten- gono che il negozio dove stanno facendo esperienza durante il periodo scolasti- co possa essere il punto di partenza per poter realizzare i propri sogni “devo par- tire dal negozietto, ma arrivo al grande negozio”. Ciò anche in relazione al fatto che alcuni dei proprietari dei negozi in cui fanno pratica hanno già proposto loro di fermarsi a lavorare al termine della scuola. Significativo anche che tra queste ragazze sia diffuso un atteggiamento positivo nei confronti della formazione con- tinua e dell’aggiornamento, considerato come una modalità per accrescere la pro- pria professionalità e migliorare il proprio curriculum. In generale, comunque, i ragazzi intervistati appaiono ben piantati per terra anche quando sottolineano come il mercato del lavoro precario se da una parte è molto aperto, dall’altra rischia di mettere in situazioni complicate. Come afferma un inter- vistato “se sul curriculum risulta che ho lavorato tre mesi in un posto e tre mesi in un altro, potrei risultare inaffidabile”. Allo stesso tempo, il fatto di fare esperienze professionali diverse, se consente di apprendere molte cose, rischia anche di ren- dere l’apprendimento molto superficiale “faccio tutto, ma bene non so fare niente”. In linea con il loro spirito imprenditoriale le prefigurazioni del modo con cui cer- cheranno lavoro sono molto concrete e proattive. Ricerca di annunci, invio di cv, visita ad aziende sono le modalità più citate per cercare il primo impiego. Allo stesso tempo sono valorizzate le conoscenze e le relazioni non tanto come fonte di “raccomandazione”, ma come punti di accesso informativo o strumenti attraver- so i quali essere messi a contatto diretto con le aziende. Se dunque esiste un progetto di lavoro che in qualche modo prefigura anche una coerente strategia di ingresso, il principio di realtà porta ad avere nel cassetto il famoso piano B che porta a”fare qualunque cosa se non si trova quello che si cerca”. 18
  19. 19. Il percorso di chi ha partecipato a “Mi dai un’idea ti do un’impresa” I ragazzi che hanno partecipato al concorso (quasi tutti con un lavoro come libe- ro professionista al momento del focus) sottolineano l”enorme divario tra quello che studi e il mondo del lavoro. In università non riesci ad avere un impatto con la realtà”. Al di là delle acquisizioni teoriche manca completamente la parte prati- ca e la connessione con quel principio di realtà che guida prevalentemente i clien- ti che si possono trovare nella pratica lavorativa. “Il lavoro lo impari sul lavoro, sul campo di battaglia”. Laddove però l’università riesce a mostrare un metodo di lavoro più operativo (per progetti) e con docenti che hanno anche un’attività pro- fessionale, le cose vanno decisamente meglio. Un secondo tema sollevato dai partecipanti a questo specifico focus è la scarsa fiducia attribuita ai giovani professionisti che non hanno ancora un nome, soprat- tutto nel campo delle professioni tradizionali. Il rapporto con il mondo del lavoro, per lo più è descritto come difficile. “devi pren- dere quello che ti capita, quello che ti arriva per cominciare a lavorare” e le aspi- razioni professionali di largo respiro devono essere inizialmente messe da parte. Anche se in una scala diversa, l’atteggiamento non pare troppo dissimile da quel- lo osservato per i ragazzi della formazione professionale o delle scuole superiori: concretezza, principio di realtà, forte determinazione e sicurezza nelle proprie capacità, che appaiono essere le principali caratteristiche di tutti i giovani intervi- stati in questa prima fase della ricerca. I Focus sono stati condotti con la preziosa collaborazione di • Michela Latino Laureanda scienze dell’ educazione Univ. Milano Bicocca • Tutti i ragazzi e le ragazze che hanno partecipato • I.I.S. “E. Vanoni” Vimercate • I.I.S. “M.K. Ghandi” Villa Reverio-Besana Brianza • I.P.S.I.A. Monza • C.F.P. Fondazione “L. Clerici” Brugherio • Scuola S.A.C.A.I. Cesano Maderno • Polisportiva Di.Po.Vimercate • Candidati Concorso” tu ci dai un’idea noi ti regaliamo una impresa” • Rete di scuole TreVi 19
  20. 20. Commento all’indagine Il tema indagato dal progetto di ricerca in esame - i giovani e il lavoro nella pro- vincia di Monza e Brianza – vuole dare risposte a una serie di quesiti importanti: “quale valore attribuiscono le nuove generazioni al lavoro?”, “come manifestano il loro orientamento verso l’imprenditorialità?” e, ancora, in modo molto operativo:“come approcciano i giovani il mondo del lavoro?”. Sono domande di particolare rilievo nel contesto attuale, segnato da una perce- zione diffusa di incertezza sul futuro determinata sia dal lento declino registrato negli ultimi anni dai settori economici tradizionali, particolarmente importanti per la provincia di Monza e Brianza, sia dalla recente crisi finanziaria mondiale, che ha contribuito ad aggravare la situazione. Studiare come gli studenti delle scuole superiori si relazionano con il mondo lavoro aiuta a capire quale idea del futuro hanno le nuove generazioni e, all’interno di que- sto scenario, quale è il ruolo del lavoro, espressione della persona umana., elemen- to costitutivo di una economia sana, solidale e interessata a un benessere di lungo termine della comunità. Alla società civile si richiede di dotarsi di adeguati strumen- ti a tutela dell’occupazione, nel rispetto dei diritti e della dignità della persona nel- l’ambito di un approccio che privilegia la responsabilità sociale delle imprese(1). In questo senso supportare lo spirito imprenditoriale delle nuove generazioni può rappresentare un fattore chiave a sostegno della ripresa economica: senza impren- ditorialità non può esservi; e senza impresa non può generarsi alcuno sviluppo(2). I risultati dell’indagine portano a essere ottimisti. I giovani della provincia di Monza e Brianza guardano al lavoro in termini estre- mamente concreti e positivi. Il lavoro rappresenta per loro innanzitutto la conqui- sta dell’autonomia economica, nell’ottica della crescita e dell’indipendenza dalla famiglia d’origine. Quello che colpisce maggiormente dall’analisi dei primi focus group è peraltro la concretezza con cui i giovani approcciano, o intendono approcciare, il mondo del lavoro. Sono consapevoli della necessità, una volta finita la scuola, di una forma- zione continua, che consenta loro di crescere professionalmente; sanno che di fronte a loro si prospetta una serie di esperienze lavorative diverse; da un lato, essenziali per imparare ad ampliare le loro conoscenze; dall’altro, potenzialmen- te rischiose, in quanto foriere di un apprendimento superficiale; attenti a formula- re per le proprie vite piani alternativi, consapevoli che le loro aspirazioni profes- sionali potrebbero stentare a prendere corpo. Pur consapevoli delle difficoltà alle quali andranno incontro, i giovani della provincia di Monza e Brianza interpretano il lavoro non solo in senso strumentale, ma soprat- tutto come mezzo per raggiungere un appagamento e una realizzazione persona- le, luogo in cui potranno trovare spazio le proprie idee e le proprie passioni. (1) Masini C. (1978), Lavoro e risparmio, Torino, Utet. (2) Bertini U. (1985), In merito alle condizioni che determinano il successo dell’impresa,Finanza, produzione e marketing,volume 3,pp 39-48. 20

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