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"L'Ottavo Cancello" (Verità scomode di un medico pianista) cap 1 2 3 di Fabio Pollachini la storia del dottor Salvatore Caminiti Youcanprint edizioni
 

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L’Ottavo Cancello (Verità scomode di un medico pianista) ...

L’Ottavo Cancello (Verità scomode di un medico pianista)
Genere: Narrativa non fiction


E' la storia vera di un ex medico del carcere di San Vittore, non di un eroe, ma semplicemente di un uomo giusto, che desiderava venisse garantito a tutti i detenuti il diritto di essere curati. Una vicenda disarmante che lo vede protagonista di un inganno perpetrato dallo Stato nei suoi confronti, mirato a escluderlo dal proprio ruolo di medico solo perché si era messo di traverso rispetto ai consolidati meccanismi del potere. Incarcerato per due mesi, sospeso dell'Ordine dei Medici, si vede costretto, per sopravvivere, a ricorrere al proprio talento naturale per la musica. L’odissea giudiziaria si trascina per quasi un decennio. In molti degli episodi narrati emerge, sin dal dopoguerra, la questione tuttora irrisolta delle condizioni disastrose in cui vivono la maggior parte dei detenuti nelle carceri italiane. Un dialogo scorrevole, ma pregno di verità, ricco di aneddoti originali su personaggi noti alla cronaca giudiziaria dagli anni ’60 agli anni ’80.

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    • 0
    • 1Fabio PollachiniL’Ottavo CancelloVerità scomode di un medico pianistaEstrattoCapitoli 1,2,3www.fabiopollachini.comfabiopollachini.blogspot.com
    • 2Non è vero che il ricercatore insegue la verità, è laverità che insegue il ricercatore(Robert Musil)Salvatore Caminiti
    • 3PrefazioneQuesto libro tratta di verità ma non è un libro-verità.Nella maggior parte dei casi, i cosiddetti libri-verità vanno allaricerca di una realtà celata. Il che comporta quasi sempre un costomolto elevato, sia in termini di risorse che di rischi. La verità, pertale tipo di visione, diviene una sorta di caccia spasmodica a unapreda ben nascosta nella propria tana, dopo averne accuratamenteoccultato le tracce. Catturarla non sarà semplice. Ma una voltacarpita, si mostrerà circoscritta a un orizzonte limitato di realtà,legata esclusivamente a valori relativi della natura umana.Esiste invece unaltra verità, universale, la cui caratteristicapeculiare è quella di manifestarsi autonomamente nelle più svariatee imprevedibili forme, per far sì che venga diffusa e compresa, senzache non sia neppure necessario andarle incontro. Quasi fosse dinatura numinosa, può avere la facoltà di mostrarsi anche a chi nonla stia espressamente cercando, attraverso una logica non semprecomprensibile razionalmente. In sostanza, come ci narra AlessandroManzoni, qualcosa di simile accadde ne ‘I Promessi Sposi’, graziealla Provvidenza che, mettendo in luce la verità, chiarì infinedilemmi che sembravano irrisolvibili ai più.Ovviamente Manzoni legò gli interventi soprannaturali a una visionereligiosa cristiano-cattolica. Tuttavia anche il lettore laico potràconstatare come alcuni avvenimenti determinanti nella storiadell’umanità appaiano circondati da un alone impalpabile disincronicità, apparentemente misteriosa e inspiegabile, chepreludono a una svolta risolutiva determinante, appartenente, se cosìsi può dire, a una realtà non ancora compresa. Basti pensare altragico tracollo di feroci dittature, apparentemente destinate adurare secoli, alle guarigioni inspiegabili e ai cambiamenti repentinidi rotta nella propria vita. Ci si rende conto indirettamente di tale
    • 4potenzialità di svolta, quando avvertiamo emozioni intense, a voltefino alla commozione, senza che vi sia una motivazioneapparentemente logica, nutrendoci di una sensazione simile a quelladell’infinito. Ed è quasi certamente questa natura di energiaimpalpabile e sfuggente che ha permesso all’essere umano disalvarsi più volte dall’autodistruzione, percorrendo senza errorifatali il cammino dell’evoluzione. Una sensazione vivida che siavverte, ad esempio, quando si leggono Gandhi, Buddha, Cristo, ealtre testi di Maestri spirituali.E innegabile che, come i liberi pensatori, pur non prendendo inconsiderazione il senso del divino, rimane la percezione sottile mamolto netta della piccola parte di verità che ci è data concepire.Questo volume può costituire, al di là dei fatti narrati, un utileausilio anche per coloro che si dedicano a un percorso di ricercainteriore.A me personalmente, questa verità si è manifestata, in modoapparentemente casuale, un giorno di fine dicembre 2010, attraversol’incontro con il dottor Salvatore Caminiti, (all’epoca dei fattimedico del carcere di San Vittore) coinvolto suo malgrado in un‘affaire’ giudiziario dalle tinte fosche, e la conoscenza delle vicendee dei personaggi che ne fanno parteGli avvenimenti hanno avuto luogo in un periodo compreso tra glianni ’40 e ‘90, e si incrociano con alcuni protagonisti di una parteancora poco nota della storia recente dItalia, tra cui quella dellarealtà del mondo carcerario, per molti anni mistificata dalladisinformazione. A trentanni dagli eventi rimane purtroppo ancoraun argomento di attualità, e i problemi strutturali sono rimastiirrisolti. Sembravano vicende dimenticate dal tempo, ridotte a unplico polveroso di carte e di ricordi personali di Salvatore, di cuierano rimasti a conoscenza, e non in modo esauriente, soltanto i suoifamiliari e pochi amici intimi. Ebbene, la verità in qualche modopremeva per venire a galla, e la storia ha ripreso vita. Quellevicende dolorose e per certo versi eroiche, si sono rianimate con
    • 5rinnovato vigore, spinte dalla necessità di essere conosciute da unpubblico che le ignorava.Non si tratta di un atto di accusa nei confronti di coloro che lohanno ingiustamente e in malafede condannato, né di un tentativopostumo di contestare lazione svolta da soggetti e autorità, che, puravendo avuto a vario titolo, responsabilità dirette o morali nellosvolgimento dei fatti, non rappresentano l’obiettivo del libro. Il testosi propone piuttosto di mettere in luce i preziosi insegnamenti diumanità, abnegazione, onestà intellettuale di Salvatore Caminiti, inmodo particolare per quanto concerne lintegrità piscofisica, ladignità, il diritto alla salute di ogni essere umano, e in fondo lamodestia e il coraggio da lui lasciati in eredità.
    • 6RingraziamentiUn grazie di cuore a Salvatore Caminiti per la disponibilità e lapazienza dimostrate durante i nostri incontri e a Davide Rotaper la preziosa e fattiva collaborazione alla stesura di questotesto.a Serenella
    • 7Nota dellautoreI nomi di alcuni personaggi menzionati nel testo sono statisostituiti, in quanto relativi a persone coinvolte e in qualchecaso ancora attive, nel sistema politico-giudiziario italiano.In altri casi la sostituzione è avvenuta semplicemente permotivi di tutela della privacy.Le vicende e le circostanze descritte, al contrario, non sonostate in alcun modo manipolate e corrispondono pertanto allarealtà dei fatti.
    • 8Capitolo 1L’incontroNatale 2010,sembra un Natale come tanti altri, luci, alberi addobbati, regali,cene luculliane, parenti, amici, giochi.Con Serenella sono ospite per qualche giorno a casa di suasorella, in un paese non lontano da Bellagio. Da un latomontagne non molto elevate, dall’altro, in basso, il lago diComo.Mi ricorda non poco i luoghi dove ora abito, ormai potreidefinirmi uomo di lago di adozione.Vivo da un po’ di tempo in un borgo affacciato sulla rivalombarda del lago Maggiore, detta sponda magra. Il paesaggioprealpino è praticamente identico.Fin qui niente di nuovo, le due zone sono molto belle, meritanodi essere visitate, e tutto finirebbe lì, se non fosse che per me,non so per quale motivo, proprio questa armonia di paesaggiofavorisce lispirazione, origina nuove sensazioni e, parrebbeincredibile, genera nuovi scenari.Non per nulla, il romanzo precedente ha visto la luce ed è stato,se così si può dire, battezzato nelle acque del Verbano (forsenon è una coincidenza il fatto che mi trovo nella terra di autorigeniali quali Piero Chiara, Dario Fo, Vittorio Sereni nonché delmio amico scrittore Davide Rota).Tornando al Natale, Serenella, il giorno successivo, mi proponedi andare a fare una salutare passeggiata per incontrare iCaminiti, che si trovano lungo il percorso.Lì per lì, evidentemente ancora stordito dell’accesso di cibo ebrindisi, non riesco a realizzare, e penso alle cose più strane.Chissà per quale motivo, mi convinco che i Caminiti siano gli
    • 9eredi di un antico ordine religioso. “Forse – penso - c’è unpresepe, magari vivente, da vedere”.Chiedo delucidazioni “I Caminiti? Non ho visto altre chiese neiparaggi, oltre alla parrocchia in centro paese”.“Ma cos’hai capito, non ti ricordi di Salvatore Caminiti, quelbravo medico, disponibile con tutti, che suonavameravigliosamente il piano, e la cui vita è stata stravolta da uninverosimile caso giudiziario?”.“Ah adesso ricordo, scusami ma è l’effetto the day after, dopole ripetute trasgressioni eno-gastronomiche, è piuttostodifficoltoso riprendere la lucidità di tutti i giorni.”“Ci aspettano, gli abbiamo parlato di te, vuole conoscerti, miha confessato spiritosamente che se devi essere il miocompagno, ritiene necessaria la sua approvazione”.“Va bene andiamo, a quanto pare siete amici da molti anni?”.“Moltissimi, non ricordo quanti”.Ci incamminiamo, giunti davanti alla villa, premo il tasto delcampanello, che diffonde uno strano ma gradevole tintinnioacuto. Caminiti apre la porta e ci appare sulla soglia. Serenellasi prodiga nelle presentazioni, mentre arriva anche sua moglieAntonella. Salvatore è un uomo anziano un po provato.Avanza leggermente ingobbito, a piccoli passi, strascicandoleggermente i piedi.Ci fanno accomodare, i loro sguardi benevoli sono accompa-gnati da sorrisi spontanei, non di circostanza.Capisco immediatamente di essere stato, sin dal primo istante,bene accolto, prima ancora di aver pronunciato verbo.Mi trovo seduto su un divano in un ampio salone a elle, dove,dietro un biliardo, e un frigorifero vintage rosso con il marchiodella Coca-Cola, si scorge un pianoforte verticale.Pur essendo la prima volta che incontro Salvatore e sua moglie,l’atmosfera si fa subito molto cordiale.Salvatore si siede su una poltrona di fronte a me, mentreAntonella si accomoda vicino a Serenella, che resta leggermen-
    • 10mente più distante. Esordisce informandolo della nostrapassione comune per la musica pop-jazz e della mia grandecompetenza, in realtà non così approfondita.Un po’ imbarazzato cerco di minimizzare. Chiedo a Salvatoredei generi e degli interpreti da lui preferiti. Tutto sembrascorrere tranquillamente, ben presto tuttavia il discorso sisposta, quasi automaticamente, sul suo passato.Non desidero ridurre la conversazione a due parlando solobrani, artisti e generi musicali. Mi ritornano alla mente queivaghi cenni delle vicende sulle false accuse per le quali avevadovuto pagare duramente.Nonostante la frammentarietà dei dati a mia conoscenza, me liritrovo già così radicati nei miei pensieri che non posso fare ameno in qualche modo di cominciare a porgli delle domande.La mia non è semplice curiosità, sento che è molto di più.A sua volta Salvatore, come se si fosse già instaurato tra di noiun rapporto di empatia, si predispone a rispondere primaancora che gli venga formulata la domanda.In proposito a quelle circostanze, che risultano difficili daspiegare con linearità, ci ritroviamo a parlare delle suevicissitudini come se fossimo in confidenza da tempoimmemorabile. Ulteriormente spronato da Serenella, Salvatoreinizia a raccontare. Antonella ascolta in silenzio; forse siaspetta di venire a conoscenza di qualcosa di nuovo, mainarrato prima.In una ventina di minuti riesce a condensare i fatti principalidella sua vita, accaduti tra gli anni ’40 e ’90.Un breve ma efficace excursus che suscita in tutti noi unsusseguirsi di emozioni e sentimenti, tanto da spingermi a dire:“Ci potresti scrivere un libro...”“Un libro? Non ci ho mai pensato, non so scrivere” risponde.Insisto “Ma dai, non è vero, se vuoi, puoi scriverlo benissimo”.“Non fa per me scrivere, lasciamo a ciascuno il propriomestiere”.
    • 11Mi rendo conto come Salvatore sia una persona modesta. Loosservo. La sua postura manifesta una stanchezza non solofisica, ma proveniente da un passato che chiede non più unagiustizia fondata sulle leggi delluomo, ma un risarcimentomorale. Scruto il suo volto. Sono i lineamenti consumati di unvecchio saggio, in possesso di verità da tramandare, ma di cuiquasi certamente non ha piena consapevolezza.Indugio un attimo e penso che quel racconto breve mailluminante non può restare lettera morta. Mi rendo conto chesarebbe di fondamentale importanza. Si fonde con la storiarecente d’Italia e racchiude in sé valori universali datrasmettere. Pertanto non merita di finire nel dimenticatoio,anzi avverto che questa verità vuole emergere con tutta lapropria spinta propulsiva. Propongo quindi, esprimendola comeuna battuta: “Allora te lo scrivo io il libro!” e, notandolo perniente stupito aggiungo: “Sei disposto a dedicarmi tutto iltempo necessario per gli incontri?”.Salvatore, con una lieve smorfia di soddisfazione, come sequesto fosse un momento atteso da tempo, risponde deciso:“Certamente, ma avrai anche bisogno di carte, articoli, attiprocessuali e via discorrendo, tutto materiale che conservoaccuratamente in un cassetto”.“Va bene, quando cominciamo?” domando entusiasta, tra ilserio e il faceto.“Quando vuoi, dopo le vacanze di Natale”.Trascorso qualche giorno realizzo che probabilmente non si ètrattato di una semplice coincidenza, chissà.Forse una parte di Salvatore chiedeva da anni di ritornare allaluce, ed è possibile che io abbia favorito questa opportunità.E così mi ritrovo a Milano in un tiepido pomeriggio di gennaiopronto a iniziare quello che si tradurrà in una serie di lunghe,stimolanti conversazioni con Salvatore, nella sua casa di città.Pensando all’incontro tanto desiderato, mi accorgo tuttavia di
    • 12aver perso l’autocontrollo. Sono catturato dall’emozione, temodi non essere all’altezza del compito.Nonostante il sole in fronte e il riscaldamento dell’auto le miemani non riescono a scaldarsi, il volante continua a sembrarmitroppo freddo.Avverto brividi lungo la schiena, dallo specchietto retrovisoremi accorgo di essere impallidito.Mi immagino impacciato, balbettante. Non sono un giornalista,non sono pratico di interviste, servizi o cose simili.Malgrado ciò mi rendo conto che sarebbe controproducentepresentarmi all’appuntamento in preda allansia.Cerco pertanto di distrarmi, ascolto dall’autoradio musica adalto volume, mi metto a canticchiare. Ma penso al climaamichevole, alla modestia e giovialità del personaggio cheincontrerò, finché giunge fortunatamente una forza interiore,un raggio di consapevolezza, che mi rasserena e mi fa superarequel momento di impaccio. Ho come la sensazione di essere unbambino condotto per mano da una creatura, sconosciuta maallo stesso tempo tranquillizzante, verso una meta inesplorata.Mi sento meglio, trovo pure da parcheggiare l’auto senzadifficoltà sotto l’abitazione di Salvatore, cosa che, visto iltraffico, mi stupisce alquanto.Mi accoglie Antonella, cerca subito di mettermi a mio agio,salutandomi con un caloroso abbraccio.Mi conduce nel salone, dove c’è Salvatore, che mi attendesorridente. Ci salutiamo e ci abbracciamo. Mi fa accomodaresu una poltrona. Ora mi sento effettivamente a mio agio.Salvatore si alza, mi chiede di aspettarlo qualche minuto e sireca nel suo studio.Mentre attendo, non posso fare a meno di notare un pianofortea mezza coda Steinway in un angolo del salone.Nel medesimo istante Antonella mi porta un caffè espresso dalprofumo invitante.
    • 13Poco dopo Salvatore ritorna con un plico di ritagli di giornale,lettere e documenti.
    • 14Capitolo 2Dagli anni ’40 agli anni ’60Il padre di Salvatore“Prima di tutto ti voglio spiegare perché ti ho portato questidocumenti. - comincia a raccontare - Mio padre era del ’900, sichiamava Santi, anche lui medico durante la seconda guerramondiale. Nel ’42 fu richiamato al servizio militare.In quanto ultraquarantenne venne considerato vecchio, per cuidestinato, in qualità di ufficiale medico, a Milano, presso ilcarcere di San Vittore.Conservo tra l’altro un ritaglio di giornale, eccolo. E unarticolo di Indro Montanelli relativo alla propria detenzione.Parla di un medico che lo curò dopo le percosse ricevute dalleSS e fece in modo di sottrarlo allisolamento e consentirgli unregime carcerario meno duro.Ritengo con certezza che si riferisse proprio a mio padre, vistoche allora era l’unico medico presente nel carcere.In pieno periodo bellico quindi era lui che curava i detenuti e diconseguenza i partigiani della Brigata Garibaldi, della qualeegli stesso fece parte, catturati dai tedeschi e dai repubblichini.Non solo cercava di curarli nel migliore dei modi, con le scarserisorse a disposizione in quel periodo, ma si prodigava in tuttimodi per far loro evitare un trattamento o un destino peggiori.Terminata la guerra, per i meriti riconosciuti nel proprio lavoro,venne contattato dal Ministero di Grazia e Giustizia, dove gliproposero di creare e gestire il nuovo centro clinico all’interno
    • 15Corriere della Sera 22/07/2005. Lettera in cui Montanelli menziona ilmedico del carcere di San Vittoredel carcere.Mio padre accettò ed esercitò fino alla sua morte, avvenuta nel1969, il ruolo il direttore sanitario nonché chirurgo ufficialedella struttura, insieme a un equipe di altri medici.Per la sue competenze professionali divenne nel contempoanche presidente all’ospedale Fatebenefratelli di Milano”.“Sei di origine siciliana, giusto?”“Sì, mio padre era messinese. Un Caminiti nel 1819 fondòSanta Teresa di Riva, vicino a Catania, in pratica non c’è
    • 16nessuno più terrone di me!Ho fatto una ricerca in internet, dove ho trovato la storia deimiei antenati. C’è anche un libro su un certo Angelo Caminiti,che si ribellò contro un comune di montagna che dominava suquelli circostanti. Allora i comuni erano arroccati sullasommità dei colli, per poter avvistare e proteggersi dalleinvasioni via mare di barbari e pirati. Sulla battigia non c’eranocase. Quando si cominciò a costruire sul litorale, i suddettiSignori dei comuni, pretesero le tasse sui terreni e gli immobilia mare, applicando gli stessi criteri imposti nei borghi arroccatisulle alture. Angelo Caminiti fu il primo a ribellarsi. Cambiò leregole e ottenne molte concessioni, tra cui l’autonomiaamministrativa di diverse località. Mia nonna materna inveceera una contessa De Leiva, casata famosa per la monaca diMonza. Antonio de Leyva, generalissimo dell’armata di CarloV, nel 1550 dalla Spagna venne in Italia. Era al comando diuna zona del Nord che comprendeva Milano e Monza. Sposòuna Marino, appartenente alla casata che edificò PalazzoMarino, attuale sede del Comune di Milano, tanto perintenderci.Ebbe due figli, un maschio e una femmina. Il maschioscomparve ancor giovane, mentre la femmina divenne lacelebre monaca di Monza. Francamente non credo di esseresuo discendente, in quanto lei ebbe una bambina, che morìall’età di 5-6 anni. In proposito venne realizzata, dallo scrittoreMario Mazzucchelli, una ricerca presso l’archiviodell’Arcivescovado di Milano 50 anni fa. Vi sono riportati tuttii documenti relativi al processo risalenti al 1590, e descrittepersino le torture a lei inflitte, con particolari a dir pocoraccapriccianti.
    • 17Quando la madre della Monaca di Monza morì, il generale deLeyva tornò in Spagna e si sposò nuovamente con una donnaiberica, da cui ebbe quattro figli. Due di questi tornarono inItalia con il mandato di governare Monza e Cusano Milanino.E’ probabile che la mia famiglia derivi da questo ramo. I lorodiscendenti vissero per lungo tempo a Trieste, dove il cognomedella casata perse la y greca.Ma, tornando a mio papà, ricordo che nel 1946 si scatenò unarivolta dei detenuti all’interno del carcere. Per tre giorni irivoltosi rimasero rinchiusi con alcuni ostaggi, e vi furono deimorti.In quei momenti concitati mio padre poté entrare nelpenitenziario. I carcerati ribelli si fidavano solo di lui.Mi raccontava che i reclusi erano esasperati dalle condizionidisumane in cui stavano ammassati in celle fatiscenti.Grazie al suo impegno e al suo coraggio mio papà divenne inquei momenti cruenti l’unico canale di comunicazione conl’esterno.Milano fu avvolta in un’atmosfera cupa. I tre giorni dellarivolta dell’aprile 1946 vennero chiamati Pasqua di sangue.Le richieste dei detenuti non furono accolte, prevalse la lineadura e le autorità decisero di intervenire con un blitz di esercitoe polizia, talmente schiacciante da costringere i rivoltosi allaresa”.Finisco di sorseggiare il caffè. Come immaginavo, il raccontosi fa avvincente sin dalle prime battute. Non ero al corrente diquella sanguinosa rivolta. Quindi mi riprometto di effettuarericerche in proposito. Da una verifica successiva all’incontro,riesco a reperire agevolmente su internet articoli, informazionie un video di un vecchio cinegiornale dell’Istituto Luce
    • 18sullepisodio. Lo visiono. Mi rendo subito conto dellascandalosa manipolazione della notizia, volutamente falsata pernascondere il vero motivo della rivolta, ossia le disastrosecondizioni in cui si trovava il carcere di San Vittore nei mesisuccessivi al secondo conflitto mondiale. Vi erano reclusi,letteralmente stipati, il triplo dei detenuti previsti, in unastruttura invivibile, seriamente danneggiata dalla guerra finitada poco. Mi consola il fatto di essere riuscito a reperire un grannumero di articoli che rivelano con maggiore obiettività everidicità i fatti accaduti, nonché la storia e la personalità deiprincipali personaggi coinvolti. Ignoravo inoltre che persino loscrittore Bevilacqua avesse scritto un romanzo ispirato a quellasommossa.Link http://provinciadiroma.archivioluce.com/provincia-roma/scheda/video/IL5000008818/2/Cronaca-nera-Rivolta-al-S-Vittore-di-Milano.html
    • 19Articolo di Gian Antonio Stella, Corriere della Sera 11/11/2003Peccato che in nessuna delle ricerche da me attuate compaia lafigura di Caminiti-padre, che in realtà ebbe un ruolo importantedi mediazione, al fine di evitare ulteriori spargimenti di sangue.Pensando alle ricerche da effettuare, dopo qualche istante diastrazione, riprendo a concentrarmi sul racconto di Salvatore.“In qualche modo San Vittore era diventato un po’ come casamia - riprende -. Sentivo a tavola i discorsi di mio padre cheparlava a mia madre vuoi di quello che era successo dietro lesbarre, o dei personaggi finiti sui giornali per fatti delittuosi econ i quali mio padre dialogava di persona. Ah, dimenticavo didirti che nel medesimo periodo in cui fu incarceratoMontanelli, papà ebbe modo di conoscere anche ilgiovanissimo partigiano Mike Bongiorno, suo compagno dicella, scampato alla fucilazione della Gestapo solo perchéaveva il passaporto americano.
    • 20Alla radio italiana in USA, rubrica di cucinaDa: La versione di Mike di Mike Bongiorno ed. MondadoriNel ’46 mio padre fu tra i soci fondatori della clinica SantaRita, all’inizio una struttura molto piccola, dotata di soli 5 postiletto”.“Quanti soci erano, e qual era il ruolo di tuo padre?”.“Gli altri soci erano 43 medici. Mio padre deteneva il maggiornumero di azioni, il 20 percento”.“Quindi, scusa se sono indiscreto, visto che oggi la clinicaoccupa in pratica un intero isolato, immagino abbia portatomolti profitti negli anni in cui continuava ad espandersi?”.“Non è così, anzi l’opposto, anche se è vero che nel corso degli
    • 21anni continuava a ingrandirsi. Mi ricordo che con mio padreandavamo a vedere le ville da inglobare nella struttura. Comesai, le vie Ampere e Jommelli si trovano in una zonaresidenziale ricca di splendide residenze, giardini ed edifici dipochi piani.Tutti gli utili in realtà venivano reinvestiti per ampliamenti eammodernamenti, come ad esempio l’acquisizione dellaconfinante piccola casa di cura Sanatrix, dove fu ricoveratol’ex presidente della repubblica Segni.Tant’è che la società si trovò oberata di debiti e nel 1976 sidecise di venderla. Io non volevo, desideravo che comunquecontinuasse a operare con un management costituito da solimedici: la consideravo la formula più idonea. Credevo in unpossibile ripianamento dei debiti, ma con il 20 percento diquote ereditate insieme ai miei fratelli da nostro padre, nonpotevo oppormi alla decisione. Fu svenduta per pochi soldi, aun prezzo praticamente fallimentare, a un personaggio strano,commerciante di rottami, il quale a sua volta la rivendette nel1982 al notaio Francesco Pipitone.Così, come vedi, le dimensioni della Santa Rita oggi,ridenominata Istituto Clinico Città Studi, sembrano soffocarele case circostanti. E il risultato della gestione Pipitone, che haenormemente aumentato la volumetria dell’ospedale.Il che ha creato non poche proteste da parte degli abitanti dellazona, che considerano la struttura un complesso sproporzionatotale da congestionare l’intera area”.“E riguardo ai recenti fatti, alla cosiddetta clinica degli orrori?”“Non ho più rapporti con la Santa Rita da oltre ventanni ma midispiace che questi fatti abbiano infangato, per colpa di pochi,il nome, la professionalità e il sacrifico di tanti anni di lavoro di
    • 22personale medico altamente specializzato. Ti devo illustrarediversi dettagli a proposito di queste vicende. Se vuoi possiamofarlo durante un prossimo incontro. Ora risulterebbe troppolungo e fuorviante”.“Ok”“Ma riprendiamo il discorso di mio padre. Per me sentireparlare di quello che accadeva in carcere era diventataun’abitudine, mio papà trattava bene i detenuti. Non solo,quando uscivano dal penitenziario, venivano a farsi visitaregratuitamente nel suo studio. Si vede che era una personamigliore di me, molto dolce, estremamente buono”.Su quest’ultima frase rimango un po’ perplesso: come maiSalvatore si sminuisce così tanto rispetto alla figura di suopadre? Eppure tutti quelli che lo conoscono parlano sempre inmodo molto positivo di lui, sia sotto l’aspetto professionale cheumano. Modestia o non completa coscienza dei ruoli socialiricoperti in passato? Non riesco a darmi una rispostaconvincente. Salvatore continua a parlare, per cui non mirimane altro che riprendere a seguirlo con attenzione.“Mi ricordo – prosegue - di avere conosciuto personaggi comeil famoso pugile che aveva ucciso a Villa d’Este una vecchiasignora straniera, per portarle via i gioielli. Quel fatto allora miimpressionò molto. E qui la storia si fa interessante, perché inseguito a questo caso a mio padre successe un casino”.“Ma come, anche tuo padre ebbe dei guai?” Chiedo sorridendo.“Sì, dev’essere un vizio di famiglia”. Accenna una breve risata.“A quel pugile dal fisico molto robusto fu comminato, credo,l’ergastolo, per una rapina conclusa tragicamente conl’uccisione della donna. Dopo quindici anni di detenzione a uncerto punto manifestò disturbi intestinali e fu operato
    • 23all’interno del carcere. Mio padre gli aprì l’addome. Lo videinvaso di noduli di ogni genere e riconobbe la conformazionetipica delle metastasi. Gli fu prelevato un nodulo e analizzato:era un tumore. L’avvocato del detenuto, di conseguenza,presentò istanza di grazia, perché un recluso alla stadioterminale di una malattia, può ottenerla per legge. Trascorserosei mesi, un anno, ma il pugile non moriva. Qualcuno cominciòa sospettare della diagnosi, e intervenne la magistratura. Sifecero accertamenti e risultò che l’omicida era guarito. Ognitanto può capitare. Le difese immunitarie di quell’uomo eranoriuscite a sconfiggere il male.Dopo vent’anni stava benone e mio padre venne indagato erischiò di subire un processo per presunta falsificazione didiagnosi. Era spaventatissimo, ma per fortuna esistevano lecarte con tutti i referti e gli esami istologici, per cui non ebbeulteriori complicazioni in relazione a questa vicenda”.“Anche perché, se non sbaglio, la scienza contempla una certapercentuale di guarigioni spontanee.” Intervengo io, daprofano.“Sì però c’era sempre un sospetto dal punto di vista dellaProcura, capisci… Un giorno, di pomeriggio, mio padre miportò con lui in carcere. Da allora cominciai a conoscere idetenuti, ma a parte un’esigua minoranza, come il direttore egli esperti in materia, nessuno si rendeva conto del fatto che,quando si parlava, per esempio, di Luciano Liggio, il grandecapo della mafia, si pensava chissà a chi.Invece era uno come te, comprendi? Quando parlava, quandorideva, quando scherzava, era identico a te.La gente si chiedeva e si chiede anche ora come sono idetenuti: uguali a noi, anche se hanno agito contro la legge.
    • 24Mentre accadeva tutto questo, proseguivo gli studi di medicina.Mi laureai, poco dopo la cerimonia di consegna dei diplomimio padre mi propose -Vuoi lavorare anche tu a San Vittore?Se ti va, cominci come medico di guardia.- Senza indugio, glirisposi di sì”.Milano. Agitazione di detenuti nel carcere di San Vittore. Passanti.Museo di Fotografia Contemporanea, Cinisello Balsamo (MI)
    • 25Capitolo 3Gli inizi della carriera“Era il 1963, da quell’anno diventai medico di guardia nelcarcere di via Filangieri. Ero di turno dalle due alle cinque delpomeriggio. Lo stipendio, se non sbaglio, si aggirava sullequarantamila lire al mese. Non era molto, però era interessanteperché, come medico di guardia, nelle tre ore in cui curavo idetenuti, nessuno mi avrebbe denunciato per gli eventualierrori, come per esempio suturare un taglio al dito, pur nonessendo certi del buon esito dell’operazione. Da allora appresisul campo la pratica della chirurgia e la mia carriera nel carcereproseguì. Qualche tempo più tardi fui trasferito al reparto dichirurgia, dove mio padre operava insieme ad altri colleghi.Qualche anno dopo papà venne a mancare, e mi assegnaronoal reparto femminile.”“Quando tuo padre morì era ancora in piena attività?” chiedo.“Sì. Morì improvvisamente, in soli due giorni, di leucemiaacuta, tanto che dovetti spuntare (nda, togliere i punti di sutura)io gli ammalati che aveva operato la settimana precedente. Laleucemia è una malattia che non si sa da dove venga. Aveva 69anni, poteva andare avanti ancora, va be’… (attimo dicommozione). Dicevo del reparto femminile. Ci rimasi, comeresponsabile, per due anni. Per cui mi capitò anche di farnascere qualche bambino. Io non avevo mai eseguitodirettamente un parto, ma la teoria ti serve, eccome” cominciaa sorridere con l’aria di un vecchio maestro divertito.“Tiri di qua, tiri di là, e i bambini vengono al mondo.
    • 26Il carcere di San Vittore (ViviMilano)Ah… dimenticavo. Vorrei raccontarti un episodio curiosoavvenuto quando ero ancora in chirurgia. Il reparto maschileera diviso da quello femminile da una porta. Chirurgia e repartofemminile erano gestiti di fatto dalle suore, quelle coicappelloni, che aiutavano a operare e a preparare i ferri.C’erano due suore, avranno avuto sui 55 anni: minute e nonparticolarmente attraenti. Mio padre, in qualità di primario,operava in carcere una volta la settimana, e io fungevo daassistente agli interventi e visitavo i malati quotidianamente.Un giorno mi fermò il medico analista, che si occupava degliesami di laboratorio e che lavorava anche alla clinica SantaRita. Un tipo molto meticoloso e bigotto. Pensava di restare
    • 27eternamente celibe, poi ebbe la fortuna di incontrare una donnacolta, che sposò, a da cui ebbe due figli.Mi prese in disparte, confidandomi preoccupato – SaiSalvatore, non so come dirtelo. Ho l’esito delle analisi delleurine di suor Giovanna… sono piene di spermatozoi… -‘O Madonna!’ mi sono detto tra me e me.Io ero solo un assistente, per cui decisi di aspettare un po’ adirlo a mio padre, perché se l’avesse saputo sarebbe statoobbligato a fare una denuncia in qualità di direttore sanitario.Chissà che casino sarebbe successo a quel tempo.Dopo due o tre giorni pensai che sarebbe stato meglio parlaredirettamente alla suora, considerato che la vedevo tutti i giornied ero in un rapporto di confidenza con lei. Oltretutto le suoremi coccolavano. Allora soffrivo di nevralgia al trigemino. Milasciavano in infermeria per 2 o tre ore... brave persone. Quindipresi il coraggio a quattro mani e la convocai.- Suor Giovannasenta, ho visto il suo esame di laboratorio, c’è qualcosa che nonva.-La Sorella assunse un’espressione preoccupata. Avrà pensato achissà quale malattia. Con un certo imbarazzo cercai diillustrarle con tatto e discrezione il problema -Sa- le dissi,quasi mormorando - hanno trovato degli spermatozoi nelle sueurine-Questa stette zitta un momento, poi si riprese e si mise a ridere– No dottore, questo è l’esame delle urine di mia sorella, cheho richiesto a nome mio…- Accettai la sua versione dei fatti enon dissi niente a nessuno. La riferii solo all’analista e la cosafinì lì.Sono trascorsi circa quarant’anni da allora. Mi ricordo chequesta suora era originaria di un paesino del Piemonte, nei
    • 28pressi di Borgosesia, dove, combinazione, io passavo conl’auto piuttosto spesso. Salivo verso il paese di cui eraoriginario mio suocero e venni a sapere che la sorella dellasuora abitava da quelle parti. La religiosa mi aveva chiesto diandare a trovarla.Infatti mi ricordo che una volta io e Antonella ci fermammo acasa loro e andammo a salutarle.Detto per inciso, la sorella della monaca non ebbe mai figli.E ancora oggi mi chiedo: se un esame delle urine lo si porta findal Piemonte a San Vittore, è lecito nutrire qualche sospetto?”.“Effettivamente non ha molto senso…” dico io.“La suora non brillava certo per il suo fascino, ripeto, ma sai,considerando oltretutto la mentalità maschilista dell’epoca, incarcere, con qualche detenuto… non so se la storia siainteressante da riportare, comunque si tratta di un episodiocurioso. Così si potrà anche capire a quali dubbi e scelte vadaincontro un povero medico nell’ambito della propriaprofessione. C’è chi la vede in un modo e chi in un altro.L’analista, quel moralista, quasi piangeva. Non riusciva a darsipace al solo dubbio che la suora fosse stata capace dimacchiarsi di una simile azione peccaminosa”. Sorridiamo“E io che pensavo alle conseguenze… a mio padre che avrebbedovuto denunciare il fatto. Anche se, conoscendo la suabenevolenza, si sarebbe impegnato per sistemare le cose edevitare ogni inutile clamore.Alla fine, nel prendere talune decisioni, conta molto il fattore‘simpatia’. Non ne abbiamo ancora parlato. Ho incontratopersone simpatiche o antipatiche. Per esempio ebbi modo diconoscere un uomo che trovavo affabile. Solo successivamenteseppi che si trattava del boss mafioso Luciano Liggio.
    • 29Zamparelli, che fu questore a Napoli e capo della SquadraMobile di Milano negli anni ‘50, famoso per avere fattoarrestare i componenti della banda di via Osoppo, mi rivelòdell’esistenza di prove certe relative a ben 13 omicidi compiutida Liggio, e di molti altri delitti di cui mancavano ancorariscontri definitivi. Io Liggio lo conobbi bene. Contrariamentea quanto si possa pensare, era una persona piacevole. Parlavoabitualmente con lui così come sto parlando con te. Cosa vuoiche ti dica, più o meno tutti abbiamo personalità sfaccettate.Quindi puoi capire come ci sia anche un conflitto interiorenell’animo di un medico che opera dietro le sbarre. Iocomunque ho curato chiunque ne avesse bisogno, che fossecittadino libero o detenuto, ladro o mafioso, simpatico o meno.Sempre negli anni ‘70, per i misteri della burocrazia statale,che non faceva alcun distinguo tra le varie specializzazionimediche, fui trasferito senza preavviso al reparto medicina diSan Vittore, in qualità di internista. Io ero specializzato inchirurgia, più che in medicina. Il dirigente medico, che era unabrava persona, comprese il problema e mi volle come suoassistente.Mi rimisi a studiare medicina. Con la morte di mio padre avevoquasi abbandonato la chirurgia.Avevo la sensazione di essere diventato un chirurgo mediocre.Ero partito bene, lavorando con mio papà per cinque anni, maera come se operassi da 10, grazie ai suoi consigli pratici.Però, con la sua scomparsa, non trovai un collega cheproseguisse sulla sua linea. Mi fermai, smisi di perfezionarmi,e compresi che, senza esercitarsi con assiduità era inevitabileperdere progressivamente dimestichezza. A causa di ciò ebbefine la mia carriera di chirurgo.
    • 30D’altronde ero arrivato a operare da solo la colecisti e lostomaco, ma non altri organi. Conosco i miei limiti, al di là deiquali non sono mai andato.Come dicevo, mi stavo interessando sempre di più all’internistica, in cui occorre un po’ di genio, di intuizione. E’necessario vedere, immaginare tutto dall’esterno, utilizzandogli scarsi referti a disposizione. Mentre la chirurgia si puòdefinire più propriamente ‘tecnica’.Hai tutto sotto gli occhi, è più facile. Invece in internistica devifare la diagnosi guardandoti in faccia così - mi fissa consguardo clinico – per vedere se hai qualcosa di strano”.Feci un paio di errori all’inizio della mia carriera, perinesperienza. Ero appena laureato. Per fortuna non provocaidanni irreparabili. Mi era capitato di visitare una poveradonnina meridionale, me la ricorderò sempre. Abitava in viaPacini. Suo marito venne da me dicendomi -Mia moglie nonsta bene, ha febbre alta.- Andai da lei, la visitai da cima afondo, non riscontrai nulla di anomalo, ma, trovandosi in unambiente al pian terreno, piuttosto buio, non le controllai ilcolore degli occhi. Dopo qualche giorno arrivò suo maritodicendomi –Dottore, mia moglie sta morendo--Come sta morendo?- Domandai. Allora lui rispose – Haun’epatite fulminante, ma non si preoccupi, lei non ne èresponsabile. Mi hanno detto che in ogni caso, non c’era nienteda fare.-Ora, dopo quell’errore, la prima cosa che guardo in unapersona sono gli occhi… perché nella sintomatologia contanomolto. Poi mi ricordo di un giovane studente che mi avevachiamato. Non stava bene, non avevo notato il suo pallore.Aveva un’emorragia interna, ma non manifestava alcun
    • 31disturbo. Venne ricoverato in ospedale e si salvò.San Vittore era tranquillo, basti dire che l’unica autoparcheggiata davanti al portone era la mia. Parliamo degli anni’65-’68, e qui conobbi la prima parte dei detenuti.Non c’era una grande delinquenza, eccezion fatta per i membridella celebre banda di via Osoppo, arrestati nel ’58. Per il restoerano solo ladri e piccoli truffatori. Probabilmente saprai cheda quel colpo fu tratto il soggetto della pellicola L’audacecolpo dei soliti ignoti di Nanni Loi, uscito un anno dopo ilsuccesso del celebre film I soliti ignoti”.Rapina di via Osoppo, 1958
    • 32“Non c’era ancora la criminalità organizzata?”“No”.“Si trattava sempre di gesti individuali, giusto?”“Sì, però fammi pensare, il delitto Fenaroli avvenne dopo, senon sbaglio. E questa situazione relativamente ‘tranquilla’perdurò fino al termine degli anni ’60. Poi all’inizio dei ’70ebbe origine il fenomeno delle brigate rosse.”Con quest’ultima frase termina il mio primo incontro conSalvatore. Mi sento soddisfatto del lavoro svolto, trattandosidel primo approccio, e sono felice di avergli fatto una buonaimpressione.Con l’esperienza odierna si può dire che lo sento non solocome una persona cordiale ma anche come un amico.Ora non ho più incertezze o paure, tutti i miei sforzi siconcentreranno nella ricerca di trasmettere al lettore, nel modomigliore possibile, il patrimonio di umanità, insegnamenti evalori, che le sue vicende personali ci possono trasmettere.Forse Salvatore non lo sa, ma il suo punto di osservazione èstato unico, si potrebbe dire privilegiato. Appare come unavisione in grado di completare le tessere mancanti di unmosaico, consentendoci di meglio comprendere, senzagiustificare, la logica oscura che aveva mosso la mano degliautori dei più atroci delitti di quegli anni.Indagando nell’animo umano, mentre prestava le sue cure conumiltà e spirito altruistico ai reclusi, inconsapevolmente hachiarito taluni aspetti non correttamente interpretati della storiarecente del nostro Paese.Dopo l’incontro odierno, sono convinto che egli, più dichiunque altro, grazie al suo impegno, sia venuto a conoscenza
    • 33di talune verità, senza necessariamente cercarle, molto piùautentiche di quelle che si trovano nei libri di storia.Alcuni giorni dopo, passeggiando lungo la spiaggetta pocodistante da casa, osservo la superficie del lago, è quasi unospecchio.Si direbbe che, se non fosse per le piccole increspature appenapercettibili e il lieve sciabordio di minuscole onde chelambiscono la riva ghiaiosa, l’acqua non sembrerebbe cosìfluida come la conosciamo.In alcuni momenti la totale assenza di vento crea questo effettodi apparente staticità.…‘L odore dellacqua e quasi di luce che ha sempre il vento almio paese…’ Sono le parole che mi vengono in mente, dalromanzo Ti sento Giuditta, di Piero Chiara.Nella simbologia del racconto il vento quindi non porta con sésoltanto gli odori della vita e degli avvenimenti, come lafragranza del pane appena sfornato nel paese dell’altra spondadel lago, ma è soprattutto portatore del profumo della luce,ovvero della consapevolezza. Afferro un sasso piatto e rosadalla battigia, lo scaglio con vigore sulla superficie del lago. Lapietra saltella diverse volte prima di affondare. Ora l’acqua si èmossa.E bastato un solo sasso per smuovere acque immobili soloallapparenza. e mi domando se quanto mi accingo a scriveresarà la "pietra scagliata" in grado di far riemergere e darenuovo slancio a vicende rimaste chiuse nel cassetto perdecenni. In ogni caso, grazie alloriginale punto di vista cheSalvatore ha messo a disposizione nellesporre dati e vicendenon si tratterà di un "buco nellacqua".
    • 34Lago Maggiore, sponda “Magra”
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