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ultime vittime in cecenia

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    • IL CREMLINO E I GIORNALI: QUEL MOSCERINO NELL’OCCHIO DEGLI OLIGARCHI di Adriano Sofri, da “la Repubblica” del 18/7/2009 Natalja Estemirova, assassinata il 15 luglio scorso Anna Politkovskaja aveva ricevuto una quantità di premi prestigiosi in Europa, prima di essere assassinata. Erano già di fatto premi alla memoria. Chi tocca la Cecenia muore. Anche Natalja Estemirova aveva già ottenuto alcuni premi, dal parlamento svedese, dal parlamento europeo, e anzi ne aveva avuto uno che la sua cara amica Anja non avrebbe potuto ricevere, perché è stato intitolato a lei, e questa volta ufficialmente alla memoria. Natalja fu la prima a esserne insignita, a Londra, e anche per lei era già alla memoria. Se sei russa, e ti occupi di Cecenia, sei una morta che cammina, come avvertono ghignando i tuoi nemici. I premi che prendi da viva sono provvisori, un anticipo sulla memoria. Adesso in qualche capitale europea se ne istituirà uno nuovo intitolato a Natalja: si candida già a riceverlo qualche nome di donna intrepida sul taccuino delle giurie europee, e sulla lista nera della banda dei ” Khadirovcy “. Faranno a gara, a chi arriva prima. Deplorare l’ Europa, deplorare noi stessi, è gioco facile, e magari è il riparo di una frustrazione vanesia. Ma è un fatto che nelle capitali europee la commozione per queste meravigliose persone dalla morte annunciata non è che la lieve appendice di uno smisurato attaccamento a gasdotti e oleodotti. E’ il nostro caro amico, Putin, ed è suo intimo amico Ramzan Khadirov. Ci vogliamo tutti bene. La Cecenia è un minuscolo incidente lungo l’affettuosa tubatura che viene dal Caspio a casa nostra. La Cecenia è piccola, un territorio infimo per chilometri quadrati e abitanti. La Cecenia starà sempre – mi disse là un “anziano” – come un moscerino nell’ occhio dei russi. Eppure, quanto più tracotante è la pretesa russa di esserne venuti a capo, la sua macchia indelebile non fa che allargarsi. In un vecchio libro letterario, George Steiner osservò che «quello che per la mitologia americana furono il Far West e i pellerossa, Puskin, Lermontov e Tolstoj lo ritrovarono nel Caucaso…». E’ un’ idea suggestiva, nonostante la sproporzione. L’ America, e soprattutto la capitale della sua
    • mitologia, Hollywood, ha trovato il tempo di pentirsi della caccia ai pellerossa: la Russia no, non arretra di un passo dalla caccia grossa ai “culi neri”. Quei grandi scrittori seppero ammirare il valore indomito dei ceceni, e gli rese omaggio anche un nazionalista come Soljenitsin. Non però i governanti e i generali prima russi poi sovietici poi di nuovo russi. Sulla Seconda guerra cecena (1999-2006 – seconda nel giro di dodici anni) Vladimir Putin ha costruito le sue fortune. Il viale principale di Grozny porta oggi il suo nome. Basta un genocidio a guadagnarsi in vita un posto nella storia e nella topografia. In Cecenia, Putin e il suo marchiano fantoccio hanno vinto davvero, perché dopo tanti anni di stragi e di esilii la mitica unità dei clan ceceni contro il nemico russo è andata in pezzi, il patriottismo caucasico è stato soppiantato da un islamismo sempre più infeudato a moschee straniere, e la gente cecena è stata schiantata. Ha alle spalle la deportazione totale del ‘ 44 durata quasi un quindicennio, e gli oltre 200 mila morti di questi anni, e le centinaia di migliaia di profughi ed esiliati, su un milione di persone del tempo di pace: e ancora nessuno in Cecenia è sicuro di arrivare a domani. Né i ceceni, né i russi, né i figli, come Natalja, di un russo e una cecena. Sono tutti cittadini russi, del resto, questi nemici senza scampo della Russia. Ma lo scenario del Caucaso resta indomato. A parte il versante georgiano, i punti caldi della guerriglia e della repressione russa si sono spostati ai due lati della Cecenia, nel Dagestan costellato di una miriade di etnie, e nell’ Inguscezia, oltre il cui confine i sicari hanno fatto trovare il corpo di Natalja. E la Russia che celebra la sua potenza ritrovata e non viene a capo del nugolo di moscerini caucasici ha appena certificato che la speranza di vita dei suoi cittadini maschi è di 61 anni- 18 anni meno degli italiani maschi,e meno che gli uomini del Bangladesh! L’ assassinio di una donna inerme e coraggiosa sembra il gesto di una iattanza che non teme più niente. Il nuovo processo per l’ omicidio di Anna Politkovskaja è fissato a settembre. Qualcuno l’ ha anticipato così. Del resto, se una condanna venisse, farebbe contente le autorità e sarebbero gli stracci a volare. «A chi tocca ora?», hanno scritto i temerari che hanno accompagnato le spoglie di Natalja. E’ un sentimento che dovrebbe risuonare intimamente dentro i nostri cuori, perché la sequenza inesorabile tracotante che ha ucciso Politkovskaja e Estemirova, come due sorelle, somiglia da vicino a quella che colpì come due fratelli Falcone e Borsellino (e i loro), e pretese di schiacciare ogni speranza, e fece chiedere: «A chi tocca ora?» Mafia e politica, qui e là. Forse qualcosa è cambiato, forse qualcosa può cambiare, là e qui.
    • NELLA TRINCEA DEI GIORNALISTI DI MOSCA di Leonardo Coen, da “la Repubblica del 18/7/2009 Davanti all’ enorme caseggiato tutto cemento e finestre che assomiglia ad un transatlantico e che ospita su tre dei dieci piani la redazione di Rossiskaja gazeta, il quotidiano governativo più diffuso, c’ è un bar. Si chiama Pravda. Verità. Come la via. Come il nome che i moscoviti continuano a dare a tutto il quartiere. Lì, ai tempi dell’ Urss, si trovava la sede del giornale sovietico più importante. La Pravda era infatti la voce del Pcus. Del regime comunista. Creata da Lenin agli albori del bolscevismo, nel maggio del 1912. Continua ad esserci, la Pravda, ma ora è soltanto l’ ombra del gigante di qualche decennio fa. L’ eredità istituzionale, se così possiamo dire, è passata alla Rossiskaja gazeta sulla quale il governo fa pubblicare decreti e testi delle leggi, prima che entrino in vigore. Insomma, è la gazzetta ufficiale russa. Ma quando si è trattato di pubblicare il primo articolo sull’ assassinio di Natalia Estemirova, rapita e uccisa il 15 luglio, unico grande giornale russo, ha «bucato» la notizia. Il giorno dopo, l’ edizione cartacea di Rossiskaja gazeta è uscita senza una riga. Ha taciuto. Come Putin, che del governo è il capo. E’ al bar Pravda che incontriamo Timofej Borissov, l’ esperto di Cecenia e Caucaso per Rossiskaja gazeta. Per capire quale è il rapporto che lega potere e informazione, censura e lettori in Russia. E per sapere cosa c’ è stato dietro il silenzio del primo giorno. Quanto al secondo giorno, beh, meglio stendere un velo pietoso: il giornale ha pubblicato due mezze colonnine in quinta pagina, ma l’ apertura era dedicata ad Harry Potter e al Concorso di Miss Mosca. Premette Borissov: «Ormai i media russi, insieme coi lettori, non ne possono più dei problemi che provengono dalle repubbliche del Caucaso. Ogni giorno, siamo bombardati da notizie orribili, attentati, morti, rapimenti. Così, è possibile che la notizia del rapimento di Natalia Estemirova sia stata trascurata perché il nome per molti non diceva nulla. Non era nota come la Politkovskaja». La cronaca, intanto, non dà tregua. Quando si tratta di Kadyrov, il presidente ceceno voluto da Putin, allora sì che c’ è sempre spazio. Ha prima avuto una lunga discussione telefonica con Oleg Orlov, il presidente di Memorial che subito dopo l’assassinio di Natalia aveva osato accusarlo d’essere coinvolto, «voi non siete né giudice, né procuratore, come vi permettete di affermare che sono colpevole? Le vostre affermazioni non sono né etiche né bizzarre, ed è il meno che io possa
    • dirle! Io non solo sono il presidente della Cecenia ma il padre di sette figli e sono figlio di una donna che ha perso suo marito nella lotta contro i terroristi e i wahhabiti». Successe nel 2004: il padre di Ramzan, Akhmad, fu vittima di un’ esplosione allo stadio di Grozny il 9 maggio.Ebbene, Kadyrov ha annunciato di voler querelare Orlov, e Borissov sulla «sua presunta complicità» nel delitto Estemirova si mostra se non scettico, molto prudente: «Io l’ ho conosciuto, abbiamo parlato più volte e lo guardavo sempre fisso negli occhi per capire se mi diceva la verità o meno. A Grozny ci fu un’ ondata di omicidi legati al giro della prostituzione. Una volta, furono ritrovati i cadaveri di sette ragazze. Kadyrov ordinò l’ inchiesta. Io lo intervistai. Ho visto nei suoi un’ ombra, e mi sono reso conto che lui non condannava chi le aveva assassinate, perché per tradizione in Cecenia il ruolo della donna è in casa». La Russia è anche questa: che dopo il sollecito intervento di Medvedev che ha condannato l’ omicidio di Natalia, Kadyrov subito si è mosso promettendo che i suoi killer sarebbero stati presi, o con «metodi legali o con quelli tradizionali». Nella tradizione russa non hanno posto «i difensori dei diritti dell’ uomo», aggiunge disincantato Borissov, «si sono compromessi di fronte all’ opinione pubblica. E quindi, quando si tratta di informazioni che hanno per protagonisti i difensori dei diritti umani, c’ è spesso una sorta di pregiudizio. Così, l’ overdose informativa quotidiana sul Caucaso e la diffidenza nei confronti dei militanti delle ong possono avere abbassato la guardia giornalistica, «non credo che ci siano state pressioni o segnali dall’ alto», inoltre, aggiunge, ci potrebbe essere anche un problema tecnico, quello della chiusura del giornale che per Rossiskaja gazeta è sempre fissato nel pomeriggio. Ma è convincente una spiegazione simile? Sarà un caso, però anche un altro giornale autorevole come Izvestija, un tempo potente voce dei Soviet, è stato avaro con Natalia: appena diciotto striminzite righine in fondo alla seconda pagina. «Uccisa una nota attivista dei diritti umani», recitava il titoletto. Almeno per Izevstija la Estemirova non era una sconosciuta. Quanto al misero spazio concesso, c’ è da segnalare che uno dei vicedirettori del giornale è Ilja Kisselov, noto funzionario di Russia Unita, il partito allo strapotere che controlla i due terzi della Duma. Di recente, un gruppo di giornalisti, esperti e politici che fanno parte del Collegio Sociale Russo (creato per affrontare il controverso rapporto tra società, potere e stampa) ha condannato duramente il «commento amorale» e offensivo dell’ Izvestija sul duplice assassinio di Nastassija Baburova, giovane praticante di Novaja Gazeta – il giornale di Anna Politkovskaja – e dell’ avvocato Stanislav Markelov, anche loro difensori dei diritti umani, ammazzati a due passi dal Cremlino in pieno giorno a Mosca, lo scorso 19 gennaio. L’ autore del pezzo aveva alluso ad una presunta storia d’ amore tra le due vittime, per smorzare lo sfondo politico del clamoroso attentato. La libertà di stampa in Russia segue un tracciato sempre più impervio, costellato di minacce, intimidazioni, violenze, delitti. Appena si affrontano temi delicati come quelli legati alla corruzione. Il presidente Medvedev promette giustizia per l’ omicidio di Natalia Estemirova. Ma gli organi ufficiali del governo minimizzano il delitto e i reporter indipendenti hanno sempre più paura dell’ escalation: criticare può costare la vita. I giornali vengono zittiti, normalizzati se non chiusi. L’ escalation contro l’ informazione è sistematica, soprattutto nella periferia dell’ impero, dove l’ unica legge che conta è quella del più forte, come nella giungla. Per esempio, nelle repubbliche caucasiche russe scrivere sui giornali o denunciare in tv arbitrii e abusi significa mettersi nel mirino dei clan, e finire sottoterra. Certo, resistono isole «indipendenti». Come quella del Kommersant, giornale prevalentemente d’ informazione economica che tuttavia ospita servizi di politica ed «esteri» molto letti dalle classi dirigenti russe e dai circoli del grande business. La bella sede è nell’ elegante quartiere Sokol. Gleb Cerkassov è il capo della sezione Politica: «Abbiamo subito compreso l’ importanza di quello che era successo: noi chiudiamo alle 23, abbiamo avuto tutto il tempo che serviva per mettere la notizia in prima pagina, su tre colonne, e
    • il servizio in quarta, con una grande foto a colori». Con quattro citazioni della Estemirova sulla situazione in Cecenia, la sua biografia e il capoverso conclusivo con le parole del presidente Medvedev. Come mai, a differenza del caso Politkovskaja, il Cremlino stavolta ha espresso grandissima indignazione? «In Russia abbiamo un proverbio: anche alla lepre si può insegnare a suonare il tamburo. Anche il potere russo può imparare a come reagire in queste circostanze». Vi diamo qui un bell’articolo sulla Cecenia datato 2004, di Anna Politkovskaja, assassinata due anni dopo. LA MALEDIZIONE DELLA CECENIA Il conflitto ceceno sembra senza vie d’uscita. Ed è colpa del governo russo se non ci sono più spiragli per una soluzione pacifica. La durissima accusa della giornalista Anna Politkovskaja contro il presidente Vladimir Putin di Anna Politkovskaja, da “Internazionale 556 del 9 settembre 2004 In Russia è in corso una guerra: sono ormai cinque anni che va avanti, e per lunghezza batte già la seconda guerra mondiale. Eppure, la campagna elettorale per la duma (il parlamento russo) alla fine del 2003 non ha mai affrontato questa domanda: perché la guerra non è ancora finita? Nessun dibattito pubblico, nessuna protesta o promessa: silenzio assoluto, anche se decine di migliaia di persone hanno già perso la vita; la fine di questa vicenda non s’intravede neanche, e ogni giorno aumentano i morti. Perché si è arrivati a questa mostruosità? Dove sono andati a finire i germogli di democrazia a cui c’eravamo aggrappati fino all’avvento di Putin al potere? Per i russi, ormai, la Cecenia è una cancrena, un vicolo cieco; ma è anche un punto di riferimento nella Russia di Putin. Con la guerra è stato facile tornare al passato e mettere a dura prova la trasformazione del paese in uno stato non sovietico: la proprietà privata è stata accompagnata da un’unica ideologia dominante, dall’affermazione di una leadership personale incontrollata, dal disprezzo dei diritti umani e dall’idea, diffusa con la propaganda, che è necessario subordinare gli interessi individuali a quelli dello stato. Putin è stato eletto presidente nel marzo del 2000. Poco prima dell’inizio della seconda guerra in Cecenia, nel 1999, era solo un colonnello semisconosciuto a cui era stata affidata la direzione dell’Fsb (il nuovo nome del Kgb). Ma è riuscito a bruciare le tappe della sua carriera, diventando il successore designato alla presidenza e primo ministro per volontà di Boris Eltsin – all’epoca affetto da continui problemi di salute – e della sua famiglia (la cerchia di persone più vicine al trono del Cremlino). Nonostante il suo salto di carriera, però, Putin era un personaggio anonimo in Russia. La famiglia Eltsin decise allora che una guerra era il modo migliore per far crescere rapidamente la fama del successore alla presidenza che aveva promesso di tutelare il suo patrimonio. Così Putin ha dichiarato guerra alla Cecenia, approfittando della possibilità di farsi conoscere che gli offriva l’attualità: degli attentati a Mosca e a Volgodonsk avevano distrutto diversi edifici, e le bande di Basaev e Khattab stavano attaccando il Dagestan. La guerra è stata chiamata ufficialmente “operazione antiterrorista nel Caucaso del nord” – in altre parole, lotta contro il terrorismo – mentre tutti i ceceni, per volontà del Cremlino, sono stati
    • dichiarati indistintamente banditi e terroristi e obbligati ad addossarsi collettivamente la responsabilità delle azioni criminali di alcuni loro concittadini. Allo stesso tempo, è stato deciso che chiunque si dichiara contrario alla guerra deve essere considerato un “nemico”, “complice dei ceceni” e “antipatriottico”. I russi hanno subìto un lavaggio del cervello radicale da parte di una speciale sottodivisione dell’amministrazione presidenziale. E il lavaggio del cervello ha funzionato. Soldati orfani La società civile, che si trascina nell’inerzia fin dai tempi di Eltsin, si è ribellata timidamente alle operazioni militari spacciate per lotta contro i gruppi terroristici; fondamentalmente, a protestare sono stati solo i soldati che non volevano andare a combattere in Cecenia, le loro madri e un ristretto gruppo di intellettuali della capitale e di San Pietroburgo. Il Cremlino ha risposto con uno stratagemma tipico del Kgb: ha cominciato ad arruolare per la Cecenia dei soldati scelti tra chi aveva passato l’infanzia in un orfanotrofio. Soldati orfani: nessuno si preoccupa per loro, non ci sono madri che ne piangono la scomparsa, che chiedono risarcimenti per la loro morte, che gridano, organizzano manifestazioni o addirittura parlano con la stampa. Oggi gli orfani sono la categoria di soldato più diffusa. Inoltre, il Cremlino ha assunto sempre più spesso dei mercenari, combattenti a contratto, scelti solo perché disposti ad arruolarsi per denaro. In poco tempo sono arrivate in Cecenia unità militari composte da ogni classe di criminali e pseudocriminali: membri di associazioni a delinquere che non vedono l’ora di premere il grilletto; ex carcerati senza lavoro; disoccupati arrabbiati con il mondo – da noi ce ne sono centinaia di migliaia; e ovviamente fascisti dichiarati e militanti di gruppi nazionalisti russi che sognano di fare fuori tutti i negri (è così che in Russia sono chiamati gli abitanti del Caucaso). Tutto è cominciato così: il controllo dei documenti d’identità nei villaggi ceceni si è trasformato in un’atroce operazione punitiva. I cadaveri sfigurati di persone cadute nelle grinfie dei federali sono diventati una tragedia quotidiana. Molte persone sono scomparse senza lasciare traccia, catturate dai militari. A poco a poco le esecuzioni sommarie e i rapimenti sono diventati il biglietto da visita dell’operazione “antiterrorismo” e delle azioni militari sul territorio ceceno. Il terrorismo di stato è diventato più crudele di quello che doveva combattere. In Cecenia si sono accampati anche gli squadroni della morte – si fanno chiamare “unità di pulizia dei boschi” – che uccidono a loro discrezione, senza preoccuparsi di avere le prove che le vittime appartengano alle file della resistenza, la appoggino in qualche modo o siano degli estremisti religiosi. Bastano delle voci per emettere una condanna a morte. Ma chi la esegue? Dei boia con il distintivo da federali, pagati dallo stato e forti della sua tacita benedizione. Uccidono in Cecenia e poi tornano nelle loro case e nelle loro città in Russia. Oggi più di un milione di combattenti che hanno partecipato alla seconda guerra cecena vivono tra noi, e hanno dimenticato che un conflitto si può risolvere anche senza fare a pugni o senza un kalashnikov. Ermeticamente chiusa Chi ne è al corrente? E chi se ne preoccupa? Sfortunatamente, un numero di persone molto ridotto. Il Cremlino ha tagliato fuori dalla Cecenia senza tanti complimenti tutti i testimoni superflui. In primo luogo ha escluso i rappresentanti delle organizzazioni internazionali, che potevano lavorare nella regione solo sotto lo stretto controllo dei militari, parlando esclusivamente con le persone a cui era permesso di avvicinarsi. In secondo luogo, ha proibito ai mezzi di comunicazione l’accesso alla regione.
    • I giornalisti dispongono esclusivamente delle informazioni filtrate dal servizio stampa militare ed è proibito verificarle direttamente nei villaggi ceceni. I giornalisti non hanno il diritto di abbandonare le posizioni delle unità di combattimento, e chi lo fa viene espulso dalla Cecenia: è così che giorno dopo giorno è stato tessuto l’inganno informativo. E nessuno ha fatto uno sforzo per sottrarsi a quest’inganno. I mezzi di comunicazione che hanno cercato di offrire un’informazione indipendente hanno chiuso i battenti. Ovviamente non come risultato diretto delle pressioni dell’amministrazione presidenziale, ma con i pretesti più vari – anche se sono in pochi ad avere dei dubbi sui veri motivi. Putin è intervenuto con discrezione per liquidare tutti i mezzi di comunicazione che hanno criticato la politica suicida grazie a cui è diventato presidente. La Cecenia è lo strumento con cui Putin ha conquistato il Cremlino e che lo ha spinto a cercare di soffocare la società civile e la libertà di espressione. Il 99 per cento dei mezzi di comunicazione russi, a causa della manipolazione di Putin sulla questione cecena, trasmettono dalla zona dell’ “operazione antiterrorista” solo le informazioni che piacciono al governo centrale. Si tratta di due tipi d’informazioni: il primo riguarda l’eroismo delle unità federali, che eseguono il loro dovere in modo brillante e nel rispetto più totale della legge; il secondo è costituito dalle cronache sulla crudeltà dei ceceni e di chi dovrebbe governarli. I russi hanno finito per crederci. E così dalla seconda guerra cecena è nata la nuova Russia del dopo Eltsin, postdemocratica e non sovietica, dove l’importante – come ai tempi del comunismo – non è ciò che succede in realtà, ma come fare il lavaggio del cervello alla gente. Nel caso della Cecenia, il potere ha adottato una tattica tipicamente sovietica: nascondere la verità dietro una montagna di menzogne. La Russia sta perdendo la capacità di mettere a fuoco i fatti, a volte senza neanche rendersene conto. Nel paese si è imposto il totalitarismo e i cittadini lo hanno accolto con favore, come “l’avvento dell’ordine”, prima in Cecenia, poi in tutta la Russia. La morte di persone in guerra è considerata un male necessario: sono vittime giustificate dall’avvento dell’ordine. Volavamo verso l’inferno. E ci siamo arrivati. Alla fine del 2001 una ragazza di 18 anni si è avvicinata al generale Gadzhiev, comandante militare della regione di Urus-Martan in Cecenia. Il fratello e il marito della giovane erano scomparsi per mano dei federali senza lasciare traccia. Per lei Gadzhiev, che aveva la fama di essere uno dei più crudeli boia della Cecenia e un organizzatore degli squadroni della morte, era il colpevole di quello che era successo ai suoi cari. La ragazza gli si è avvicinata il più possibile e si è fatta saltare in aria. Aveva addosso una bomba fatta in casa, che aveva preparato da sola. Non era un’estremista religiosa o una fanatica della resistenza. Era semplicemente una cecena che viveva durante la seconda guerra nella regione. Essere una persona in Cecenia non ha lo stesso significato che in occidente. Una persona in Cecenia è un soggetto biologico privo di qualsiasi diritto e della possibilità di contare sulle strutture dello stato. Perciò una giovane di Urus-Martan, metà vedova e metà sposa, ha deciso di farsi giustizia da sola. I mezzi di comunicazione russi hanno usato toni patetici per parlare dell’omicidio del generale Gadzhiev: lui era un “eroe caduto”, mentre la sua assassina era una “squilibrata” e una “nemica”. Ancora una volta la società russa ha preferito chiudere gli occhi davanti alla verità. Putin non ha voluto neanche sentir parlare di una soluzione pacifica in Cecenia, considerandola quasi un’offesa
    • personale. L’Europa – con i suoi leader, il Consiglio europeo, la Nato, il Parlamento europeo – si è lasciata imbrigliare da Putin, e gli ha lasciato fare quello che voleva. Schröder, Blair e Berlusconi hanno dimostrato un grande affetto nei confronti del presidente russo. I ceceni non hanno avuto considerazione da nessuno, e perciò si sono convinti di poter fare affidamento solo su se stessi. Come in Palestina È così che è cominciata la palestinizzazione della crisi. La colpa è dei metodi adottati nei confronti della popolazione durante la seconda guerra cecena. Nel 2002 le forze della resistenza hanno subìto una radicalizzazione forzata, e le donne cecene hanno cominciato a desiderare di ripercorrere il cammino dell’eroina di Urus-Martan. Le soluzioni più drastiche sono improvvisamente apparse degli atti eroici. Cos’è successo nel resto della Russia? Si è continuato a ignorare l’accaduto. Per essere più esatti, si è preferito ignorarlo. Il colpevole non è stato più solo il Cremlino, che ha continuato la sua politica cieca nel Caucaso settentrionale, ma tutta la società che gli ha dato il suo consenso. Il silenzio, la rinascita del razzismo e gli sforzi assolutamente insufficienti di intellettuali e giornalisti hanno inasprito la radicalizzazione dei ceceni. Gli intellettuali si sono rassegnati al prolungamento della guerra. Nessuno ha chiamato più le cose con il loro nome: uccisioni le uccisioni, sequestri i sequestri. Ascoltare le vittime della guerra è diventato un atteggiamento poco intellettuale; meglio il silenzio. Il 23 ottobre 2002, a meno di un anno dalla morte del generale Gadzhiev, un gruppo di combattenti ceceni, accompagnati da alcune donne e decisi a morire per fermare la guerra, è andato a Mosca e ha preso in ostaggio 916 persone, gli spettatori e gli attori del musical Nord-Ost, in scena al teatro Dubrovka di Mosca. Il mondo si è commosso. La Russia è rimasta di ghiaccio. Il potere sembrava paralizzato, e la cosa più umana a cui è riuscito a pensare è stato avvelenare con un’arma chimica segreta tutti quelli che erano nel teatro. È successo di mattina presto, il 26 ottobre, 57 ore dopo l’inizio del sequestro. I terroristi sono stati sterminati, senza lasciare testimoni che potessero spiegare come avevano fatto ad arrivare fino al centro della capitale. Con loro sono morti per il gas 130 ostaggi. Questa terribile tragedia ha insegnato qualcosa alla società russa? Sono forse sorti dei dubbi sulla linea politica del Cremlino in Cecenia, che rende praticamente inevitabile lo sviluppo del terrorismo? Se dei dubbi ci sono stati, non sono durati a lungo. A manifestare il loro sdegno sono state solo le famiglie delle vittime del teatro Dubrovka. Con Putin la Russia sta recuperando i peggiori valori sovietici, come il brutale fondamentalismo stalinista. Stalin diceva: “Non si può fare una frittata senza rompere le uova”. Alludeva alle persone che dovevano perdere la vita per il futuro radioso della società, almeno secondo la sua visione. In altre parole, qualcuno doveva farsi schiacciare dal treno della storia perché gli altri potessero vivere meglio. Ancora una volta in Cecenia è stata applicata quest’idea stalinista pericolosa e medievale. Ci sono state esecuzioni sommarie, torture e sequestri di persona. È vero, ci hanno spiegato le autorità, la lotta contro il terrorismo internazionale produce delle vittime, e a volte a pagare sono gli innocenti. Ma anche questo è un pretesto, perché il Cremlino ha stabilito semplicemente che chiunque si trovi nel territorio dell’”operazione antiterrorista” si dovrà assumere la responsabilità collettiva dei crimini commessi da qualcun altro.
    • Manipolazione Lo stesso metodo è stato adottato in tutta la Russia dopo l’attentato del Nord-Ost. “Qualcuno deve morire”, hanno gridato Putin e i politici-burattini alla televisione. Alla fine del 2002 la Russia era cambiata. Il potere ha manipolato le persone e le menzogne hanno smesso di sorprendere la maggioranza. La società civile si è sottomessa e ha scelto il silenzio: ai tempi dell’Unione Sovietica si chiamava emigrazione interna. La Russia è stata informata che in Cecenia sarebbe cominciato “un processo di regolamentazione politico e pacifico”, che si sarebbe concluso con un referendum per l’approvazione di una nuova costituzione ed elezioni per la presidenza della repubblica. Ma in Cecenia non c’erano cambiamenti sostanziali. Tutto era come prima: retate, mutilazioni, sequestri, torture. L’unica vera novità in questa situazione è stato Kadyrov, un ulteriore fattore di destabilizzazione. Akmad Kadyrov, ex capo religioso ceceno nonché eterno bandito, aveva dichiarato il jihad contro la Russia e aveva lanciato un appello a uccidere quanti più russi possibile. Poi nel 2000 aveva lasciato il leader ceceno Aslan Maskhadov per passare dalla parte dei federali e giurargli fedeltà, guadagnandosi la nomina a leader dell’amministrazione ad interim della repubblica. L’unica attività di Kadyrov da allora sono state le rappresaglie contro i suoi nemici personali. Più di una volta ha affermato che il suo ideale di politica era “il 1937″, l’anno simbolo delle repressioni staliniane, quando milioni di persone sparirono senza lasciare tracce in campi e prigioni, solo perché erano stati dichiarati “nemici del popolo”. Nel periodo successivo all’attentato di Mosca il Cremlino ha puntato proprio su Kadyrov, una persona che nella stessa Cecenia tutti consideravano un traditore. L’amministrazione del presidente Putin aveva scritto apposta per lui la “nuova costituzione della Repubblica cecena”. Una volta pronti gli articoli, la costituzione è stata approvata con un “referendum nazionale” che si è tenuto il 23 marzo del 2003 ed è stato annunciato ufficialmente come “l’ingresso volontario della Cecenia nella Federazione russa” Adesso la Cecenia ha due costituzioni: quella del 1992 e quella del 2003. Una parte della popolazione segue la prima, un’altra la seconda. Il 5 ottobre 2003, sotto la vigilanza di un contingente militare di 80mila soldati, si sono tenute le “elezioni del primo presidente della repubblica cecena”, secondo la dicitura ufficiale. Ovviamente Kadyrov è stato eletto al primo turno con una maggioranza schiacciante. A quell’epoca, grazie all’aiuto della Federazione russa, aveva creato un esercito privato di circa cinquemila soldati. In Cecenia è cominciata una violenta guerra civile , magistralmente complicata dagli intrighi del Cremlino. Migliaia di rifugiati Dove sono i famigerati “leader dei terroristi ceceni”? Forse si nascondono con Bin Laden. Comunque sono vivi, e a quanto pare non si danno per vinti. Per questo è evidente che la sanguinosa politica del Cremlino, basata sulle menzogne e controproducente per il paese, è stata miope, insensata e ha puntato su soluzioni a breve termine. E questo sia che la si chiami politica (pensata per conservare il potere a tutti i costi) o gioco mortale di Putin (il cui risultato è stato imbrogliare definitivamente le carte in tavola). Adesso la Cecenia è un labirinto pieno di sangue. Il 5 ottobre si sono tenute le elezioni per scegliere il “primo presidente”; ma la Cecenia ne aveva scelto uno almeno altre due volte prima del 5 ottobre. Visti i risultati, i giovani del paese, in mancanza di alternative, sono andati ancora una volta a combattere con i gruppi della resistenza. Adesso li chiamano “la quinta colonna del 5 ottobre”: quelli che sono andati sulle montagne in segno di protesta contro delle elezioni truccate e contro
    • l’arrivo al potere di un personaggio come Kadyrov, bugiardo, sanguinario e mediocre (Akmad Kadyrov è morto in un attentato a Grozny il 9 maggio 2004). Ecco cosa abbiamo ottenuto con Putin. Che cos’è cambiato nel territorio dell’”operazione antiterrorista”? In concreto, niente. L’economia è a zero, ci sono migliaia di rifugiati, le strutture sociali sono inesistenti. Se c’è qualcuno che lavora per rendere più tollerabile la vita dei ceceni, sono le organizzazioni umanitarie internazionali che riescono a superare l’opposizione del potere. L’Fsb ha annunciato ufficialmente alla fine del 2003 che prima del nuovo anno avrebbe verificato minuziosamente le attività di queste organizzazioni, perché sospettava che molti rappresentanti internazionali facessero attività di spionaggio. Le torture non sono finite; tutto è rimasto uguale. Zeinap, del villaggio di Komsomol, a volte dava da mangiare ai combattenti. Non perché li idolatrasse, ma perché è la cosa giusta da fare in un paese caucasico: dare da mangiare a chi bussa alla tua porta chiedendoti del pane. Alla fine ha pagato per il suo gesto. L’hanno portata in un internato nella regione di Urus-Martan. In quell’edificio si trovava la residenza del generale Gadzhiev. Oggi è occupato dalla direzione regionale dell’Fsb dell’Urus-Martan, una delle più feroci in Cecenia. È la base di uno degli squadroni della morte che si trovano sul territorio della repubblica. “Ho passato due giorni nell’internato”, racconta Zeinap. “Sono stati dei russi a torturarmi, non dei ceceni. Ma i ceceni guardavano e ascoltavano. Erano uomini di Kadyrov. Quando mi hanno portato nell’internato, mi hanno detto che ero responsabile dell’assassinio di quattro poliziotti nel villaggio di Komsomol. Mi hanno detto che mi bastava segnalare una persona qualsiasi con il dito, se volevo liberarmi. All’inizio mi hanno torturato con la corrente elettrica. Mi hanno tappato la bocca con il nastro adesivo; con delle corde, forse fili di ferro o cavi elettrici, mi hanno legato per le dita e mi hanno tenuto in piedi. Quando hanno dato la corrente, mi è sembrato che mi tagliassero le dita. Poi mi hanno fatto sedere su una sedia e mi hanno legato le mani e le gambe in modo molto stretto. Le scosse elettriche mi facevano tremare da capo a piedi, come se facessi dei piccoli salti. Ma non potevo muovermi, perché ero legata. Ho perso conoscenza per il dolore, mi hanno fatto riprendere dandomi dell’acqua. Poi mi hanno dato dei calci con degli stivali pesanti, nello stomaco e nelle reni. Non mi lasciavano riposare o dormire. Credo che si dessero il cambio per torturarmi. Poi mi hanno spogliato e mi hanno stuprato. Zeinap è sopravvissuta per miracolo, solo perché a un certo punto è diventata necessaria: avevano deciso di processarla, perché era cominciata la lotta contro le terroriste suicide e il potere voleva una condanna esemplare. Zeinap è stata accusata di avere delle armi in casa. Il processo era presieduto dal giudice del tribunale di un comune di Urus-Martan, Yandarov. L’avvocato assegnato dall’Fsb ha consigliato alla donna di dichiararsi colpevole, “altrimenti sarà anche peggio”. Il testo della sentenza sembra un capitolo di un romanzo fantasy o un giallo; ma non ha nessun legame con il diritto, visto che è impossibile emettere una sentenza senza neanche una prova. “Mi sparerei” “L’imputata ha ricevuto da una donna non identificata una valigia con dei manuali per la trasmissione d’informazioni, due videocassette con la registrazione di riunioni di leader di gruppi armati illegali e due batterie per la radio. Da un membro non identificato di una formazione armata illegale chiamata Islam ha ricevuto una granata F-1, che teneva in casa nascosta in una cassa di patate. L’imputata ha riconosciuto appieno la sua colpevolezza”.
    • Zeinap ha 35 anni. L’hanno condannata a quattro anni. Ci siamo conosciute per caso, e adesso quando ci vediamo parliamo del futuro della Cecenia. Zeinap non vede vie d’uscita per la Cecenia, e neanche per lei. “Mi sparerei, se avessi un’arma. Mi sparerei anche adesso”, dice, con lo sguardo invecchiato di colpo.La campagna della Russia in Caucaso nel ventunesimo secolo è diventata ancora una volta un conflitto cronico, che non offre prospettive. Adesso non si parla neanche più di accordi di pace o di altro tipo. È tutto fermo. Maskhadov sta perdendo l’appoggio dei suoi sostenitori; il radicale Basaev guadagna consensi, soprattutto tra i giovani. La corruzione dei militari non lascia speranze per un ritiro delle truppe. La Russia sta per precipitare in un abisso, scavato da Putin e dalla sua miopia politica. (Anna Politovskaja) link utili: http://ceceniasos.ilcannocchiale.it http://annap.splinder.com/ http://geograficamente.wordpress.com/2009/01/21/geopolitica-e-tirannie-la-russia-e-la-liberta-di- informazione-negata-lomicidio-di-anastasia-barburova/