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Comunita di pratica e Social Learning @ Cultura Senza Barriere 2010
 

Comunita di pratica e Social Learning @ Cultura Senza Barriere 2010

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Seminario Comunità di pratica e Social Learning" del 20/02/2010 a Cultura Senza Barriere 2010

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  • Maffesoli è fondatore della “sociologia del quotidiano”. Ha pubblicato studi e saggi sulla condizione postmoderna, il neotribalismo, il nomadismo, l’immaginario, la comunità nella società attuale.
  • Intreccio di attività condivise dai partecipanti
  • Approfondimento
  • Far parte di una comunità significa avere delle conoscenze, delle competenze da mettere in gioco al suo interno, attraverso un processo continuo di esplicitazione. 
  • Approfondimento
  • Approfondimento

Comunita di pratica e Social Learning @ Cultura Senza Barriere 2010 Comunita di pratica e Social Learning @ Cultura Senza Barriere 2010 Presentation Transcript

  • Comunità di Pratica e Social Learning @ Cultura Senza Barriere Giuliana Guazzaroni [email_address] Padova, 20 febbraio 2010
  • Che cosa significa comunità per me? Una comunità è un insieme di individui che condividono lo stesso ambiente fisico e tecnologico, formando un gruppo riconoscibile, unito da vincoli organizzativi, linguistici, religiosi, economici e da interessi comuni. (da Wikipedia)
  • Essere parte di una comunità “… l’immagine della community come metafora fondativa delle relazioni digitali” da “L’idea della comunità: l’archetipo di The Well” in Eretici Digitali (2009), Apogeo, Milano, p.33 www.ereticidigitali.it Di quante comunità faccio parte?
  • Social Networking
    • Blog
    • Wiki
    • Delicious
    • Facebook
    • Luoghi aperti nei quali si conversa, si collabora, si partecipa
    • Facebook ha avvicinato molti utenti al Web
    “ Il giardino chiuso rischia di diventare anche una prigione tecnica: teoricamente si potrebbe conoscere e usare Facebook senza saper usare la rete..” Da “La nuova generazione: mezzi carcerari, mezzi rivoluzionari” in Eretici Digitali (2009), Apogeo, Milano, p.55 www.ereticidigitali.it
  • Una rete di persone
    • Questi siti di social network registrano uno straordinario successo per una semplice ragione: stanno letteralmente reinventando il web…
    • … La nostra rete di amici. Ecco dove risiede il nuovo valore. Ed è proprio questo che sta permettendo al social network di reinventare il web
    • da “La rete di persone sostituisce le pagine. Ecco come nasce un modello che crea la ragnatela di comunità” di David Weinberger in Il fenomeno Facebook (2008), Il Sole 24 Ore, pp. 37-38
  • Facebook
    • Google assomiglierà sempre più a Facebook, Facebook assomiglierà sempre più a Google : è questa, in sintesi, la promessa che i cambiamenti oggi nell'aria fanno agli utenti
    • >>>
    • Titan , ovvero la posta elettronica di Facebook.
    • [ZEUS News - www.zeusnews.com 09 febbraio 2010]
    Immagine di MrTopf www.flickr.com/photos/mrtopf Facebook ha festeggiato il sesto compleanno con 400 milioni di utenti nel mondo
  • Ai tempi del Blog..del Wiki..
    • Il pubblico attivo della rete regala a se stesso e agli altri il proprio tempo.
    • Le persone donano idee e lavoro in cambio della possibilità di esprimersi con la propria voce e di ascoltare quella dei pari, ottenendo un riconoscimento della propria identità e una nuova esperienza delle relazioni con gli altri…
    • da Luca de Biase Economia della Felicità (2007) Feltrinelli, Milano, p.47
  • Piramide delle aspirazioni A. H. Maslow Quando i bisogni primari e quelli di sicurezza sono appagati, la persona sente il desiderio di amicizia, amore, relazioni affettive e perfino di un senso di comunità I membri di una comunità che innescano azioni positive per la crescita della stessa arrivano a provare un senso di autorealizzazione
  • Alcune considerazioni..
    • Fenomeni di massa come il web sociale sono rilevanti
    • I dati relativi alla crescita degli utenti nei network sociali confermano il bisogno di aggregazione in rete con persone, amici o pseudo tali, che condividono interessi o risorse di vario genere
    • Il web, oltre a essere un fenomeno sociale che aggrega tribù eterogenee di cittadini appartenenti a contesti e a fasce d’età differenti, è anche una risorsa strategica per le comunità di pratica
  • Rete.. parola di uso comune..
    • Cè la tessitura, l’intreccio di fili sottili ma non per questo meno solidi, in una parola tutti i legami, voluti o subiti, che costituiscono l’interattività propria dell’esistenza umana
    • Michel Maffesoli, Icone d’oggi (2009) Sellerio, Palermo, p. 93
    Immagine di Eduardo Deboni: http://www.flickr.com/photos/deboni/
  • Immagine di Robinn: www.flickr.com/photos/m2digital Rete.. intreccio di pratiche..
  • Comunità di pratica
    • Le comunità di pratica affondano le radici nell’ antichità , in ogni epoca si riscontrano collettività unite per fini comuni.
    • Esempi:
      • Le associazione di artigiani nell’antica Roma
      • Le potenti corporazioni Medievali delle arti e mestieri
    Immagini di Hans s: www.flickr.com/photos/archeon/
  • Mystery Cycle
    • In Inghilterra nei secoli XIV e XV fiorirono molteplici forme teatrali. Questa comparsa presenta alcune caratteristiche interessanti poiché “ non si scrive sul teatro, ma si fa teatro ”. Nel tardo Medioevo, la comunità cittadina si ritrovava a recitare , attraverso l’appartenenza del singolo a una corporazione . Successivamente, verso la fine del secolo XV, proprio dalla pratica teatrale emergerà un riflessione teorica più ampia (Mullini R., 1992).
    • Nella seconda metà del XIV secolo, alle corporazioni era delegato l’allestimento teatrale dei Misteri ( Mystery Cycle ) durante il periodo del Corpus Domini . I membri delle potenti associazioni cittadine gradualmente elaborarono le loro rappresentazioni di argomento sacro. Gli attori erano gli stessi membri delle gilde che producevano l’opera.
    • Le opere rappresentate erano viste come occasioni per esaltare l’onore della singola corporazione e della comunità cittadina stessa, formando allo stesso tempo, un’espressione significativa dell’unità e dei legami sociali che queste messe in scena andavano a rinforzare (Richardson C., Johnson J., 1991).
    Immagini di Hans s: www.flickr.com/photos/archeon/
  • Comunità di pratica
    • In seguito alla Rivoluzione Industriale le corporazioni persero la loro importanza
    • L’unirsi in comunità di pratica non ha mai perso di valore
    • Ogni organizzazione produttiva ha una sua storia di condivisione (Wenger E., McDermott R., Snyder, W. M., 2007)
    • Gli antropologi Wenger e Lave studiano le comunità di produzione africane come continuazione delle vecchie corporazioni medievali
    Immagine di Hans s: www.flickr.com/photos/archeon/
  • Apprendistato e comunità di pratica
    • Jane Lave ed Etienne Wenger (1991) rovesciano l’assunto consolidato secondo cui l’apprendistato si fonda su una relazione speciale tra esperto (maestro) e novizio (discepolo), e mettono in evidenza che l’ apprendimento graduale di una competenza esperta si basa su un processo sociale di partecipazione a una pratica che configura un insieme di relazioni tra il novizio e gli altri membri del gruppo, la pratica, la cultura del gruppo.
    • Wenger E., McDermott R., Snyder W. M., Cultivating communities of practice , Harvard Business School Press, Boston 2002, trad. it. Coltivare comunità di pratica. Prospettive ed esperienze di gestione della conoscenza, Milano, Guerini Associati, 2007, p. 11
    Immagine di Hans s: www.flickr.com/photos/archeon/
  • Campo tematico Immagine di Hans s: www.flickr.com/photos/archeon/ “ Crea un terreno comune e un senso di identità condivisa. Un campo tematico ben definito legittima la comunità affermando il suo scopo e il suo valore per i membri…” Wenger E. McDermott R. Snyder W. M. Coltivare comunità di pratica Milano, Guerini 2007, pp. 70-71
  • Comunità Immagine di Hans s: www.flickr.com/photos/archeon/ “ Crea il tessuto sociale dell’apprendimento. Una forte comunità incoraggia interazioni e relazioni basate sul mutuo rispetto e sulla fiducia, stimola la volontà delle persone di condividere idee, di mettere a nudo la propria ignoranza, di fare domande difficili e ascoltare con attenzione…” Wenger E. McDermott R. Snyder W. M. Coltivare comunità di pratica Milano, Guerini 2007, pp. 70-71
  • Pratica Immagine di Hans s: www.flickr.com/photos/archeon/ “ è un insieme di idee, strumenti, informazioni, stili, cornici di significato, linguaggi, storie e documenti condivisi dai membri della comunità…la pratica rappresenta la conoscenza specifica che la comunità sviluppa, condivide e mantiene aggiornata…” Wenger E. McDermott R. Snyder W. M. Coltivare comunità di pratica Milano, Guerini 2007, pp. 70-71
  • Interazione positiva Immagine di Hans s: www.flickr.com/photos/archeon/ “ Quando interagiscono in modo positivo, questi tre elementi rendono La comunità di pratica una struttura ideale per la gestione della conoscenza, una struttura sociale in grado di farsi carico della responsabilità di sviluppare e condividere conoscenza..” Wenger E. McDermott R. Snyder W. M. Coltivare comunità di pratica Milano, Guerini 2007, pp. 70-71
  • Campo tematico
    • Occorre scegliere la propria traiettoria, il proprio campo di interesse verso il quale indirizzare il proprio impegno, nel quale investire tempo ed energie.
    • Se davvero desidero sapere cosa sono in grado di fare, la mia esperienza di vita dovrebbe essere sottoposta all’ interazione con una comunità .
    • La domanda che possiamo porci è:
      • “ In quale settore potrei investire la mia identità confrontandomi con una comunità?”
      • es. di risposta: “nella comunità dei sommelier”
  • Comunità
    • Il punto di partenza è l’abilità di riconoscere gli altri come eventuali partner per dare forma a delle comunità. Le persone possono riconoscersi l’un l’altra in base alla propria esperienza e al fatto che c’è un interesse reciproco per l’esperienza dell’altro:
      • “ Io sono sinceramente interessato a te, io sono realmente interessato alla tua esperienza”
    • Il punto centrale delle comunità risiede nella pratica e nel saper riconoscere l’altro
  • Pratica
    • C’è qualcosa nella pratica delle persone che la rende universale .
    • La mia identità è legata all’ interazione , alla competenza sociale.
    • L’identità si costruisce facendo esperienza , la pratica non è qualcosa di stabile ma è qualcosa in continuo divenire.
  • Apprendimento
    • L’ apprendimento investe la sfera:
      • Esperienziale
      • Emotiva
      • Cognitiva
    • L’ apprendimento non è riducibile alla sfera individuale, ma è legato:
      • alla sfera delle relazioni intersoggettive
      • alle relazioni con oggetti/artefatti materiali
    • L’ apprendimento è:
      • Sociale
      • Situato
      • Esperienziale
      • Pratico
    • Wenger E., McDermott R., Snyder W. M., Cultivating communities of practice , Harvard Business School Press, Boston 2002, trad. it. Coltivare comunità di pratica. Prospettive ed esperienze di gestione della conoscenza, Milano, Guerini Associati, 2007, p. 14
    Immagine di Hans s: www.flickr.com/photos/archeon/
  • Esempio: Linux
    • Il miglior esempio di "saper fare" moderno?
    • Il gruppo che ha creato Linux, gli artigiani della moderna cattedrale informatica.
    • (R. Sennet)
  • Differenza tra Comunità di pratica e altre comunità
    • “ Non tutte le comunità infatti sono comunità di pratica”
    Immagine di Hans s: www.flickr.com/photos/archeon/ Wenger E. McDermott R. Snyder W. M. Coltivare comunità di pratica Milano, Guerini 2007, pp. 84-87
    • Dipartimenti formali
    • Team
    • Team di progetto
    • Comunità di interesse
    • Reti informali
    • Non sono CdP tenute assieme da:
    • Passione,
    • Impegno,
    • Identificazione con il gruppo
    • Identificazione con la sua pratica
  • Diversi tipi di Comunità di pratica
    • Piccole o grandi
    • Longeve o di vita breve
    • In presenza o distribuite nello spazio
    • Omogenee o eterogenee
    • All’interno dei confini o che oltrepassano i confini
    • Attraverso i confini organizzativi
    • Spontanee o intenzionali
    • Non riconosciute o istituzionalizzate
    Immagine di Hans s: www.flickr.com/photos/archeon/ Wenger E. McDermott R. Snyder W. M. Coltivare comunità di pratica Milano, Guerini 2007, pp. 66-69
  • Relazioni tra le comunità e le organizzazioni ufficiali Non riconosciuta Legittimata Clandestina Supportata Istituzionalizzata Immagine di Hans s: www.flickr.com/photos/archeon/ Wenger E. McDermott R. Snyder W. M. Coltivare comunità di pratica Milano, Guerini 2007, p. 69
  • Il valore della conoscenza
    • La conoscenza non è un’entità fissa, bensì un’ esperienza che si compie e si completa in forma di processo, nel tempo e nello spazio.
    • Non si tratta cioè di un asettico e statico insieme di informazioni. Le comunità di pratica fanno della conoscenza una parte integrante della loro attività, sviluppano conoscenza sulla base dell’esperienza dei partecipanti alla comunità , i quali vogliono condividerla con ogni altro membro della comunità e crescere, migliorare facendo tesoro della ricchezza dei tanti che vi contribuiscono.
    • La conoscenza è esplicita e anche tacita .
    Immagine di Hans s: www.flickr.com/photos/archeon/ “ Conosciamo più di quello che possiamo esprimere ” (Polanyi, 1966 in Coltivare comunità di pratica Wenger E., McDermott R., Snyder, W.M., p. 50).
  • Le reti a supporto dei processi di apprendimento
    • L’apprendimento “in rete” (e “a rete”), tipico delle comunità professionali
    • strategico nei processi di creazione, gestione e condivisione delle conoscenze all’interno delle organizzazioni
    • Iter formativi di tipo tradizionale sempre più saranno
    • Momenti di avvio di un percorso di apprendimento che deve durare nel tempo, sotto la diretta responsabilità del singolo individuo
    Formazione continua
  • Apprendimento mutuato (o reciproco)
    • Comunità di apprendimento auto-gestite nelle quali la crescita professionale si basa sui seguenti punti
    • Condivisione delle esperienze
    • Individuazione delle migliori pratiche
    • Aiuto reciproco nell’affrontare i problemi quotidiani della propria professione
  • Coltivare le Comunità di pratica Immagine di Hans s: www.flickr.com/photos/archeon/
    • Coltivare CdP significa lavorare sui fattori che nel tempo consentono:
    • di mantenere vivo l’interesse dei partecipanti a rimanere insieme
    • di rinnovare l’energia che alimenta la comunità, evitando l’indebolimento della vitalità delle relazioni
    • Dal momento che le CdP sono spontanee o volontarie, coltivare una CdP significa garantire che questa sprigioni energia e passione, per mantenere alto nel tempo il grado di coinvolgimento dei partecipanti
    • Wenger E., McDermott R., Snyder W. M., 2007, p. 32
  • Sette principi essenziali Immagine di Hans s: www.flickr.com/photos/archeon/ Progettare la vitalità di una CdP richiede l’attuazione di principi di progettazione adeguati e, sulla base delle esperienze degli autori, sono stati individuati sette principi essenziali: 1. progettare per l'evoluzione; 2. aprire un dialogo tra prospettive interne ed esterne; 3. favorire differenti livelli di partecipazione; 4. sviluppare spazi di comunità sia pubblici che privati; 5. concentrarsi sul valore; 6. combinare esperienze familiari ed eventi inconsueti; 7. dare ritmo alla comunità.
  • Progettare la vitalità
    • È possibile progettare la vitalità delle comunità?
    • Il ciclo di vita delle comunità è una questione di grande rilevanza; questa non ha nulla a che fare con la progettazione organizzativa del sistema.
    • Ha a che fare con il suscitare l'interesse, la curiosità nei membri, la vitalità, il rinnovamento costante.
    Immagine di Hans s: www.flickr.com/photos/archeon/
  • CdP come ecosistema
    • Le Comunità sono paragonabili a esseri viventi, dunque a ecologie.
    • Ecosistemi complessi all'interno dei quali si gioca la carta della vitalità.
    Immagini di Hans s e Drplokta: www.flickr.com
  • CdP come ecosistema
    • La comunità in rete vive, se e solo se, garantisce un sistema sempre rinnovato di risorse e relazioni: l'inserimento di nuovo materiale, di nuovi membri, l'intervento di un ospite-oratore ecc. Tutti questi elementi danno vita a un nuovo ciclo vitale della comunità.
    Questo tipo di progettazione non può essere definito con precisione in anticipo, dal momento che abbiamo a che fare con dei sistemi complessi. Si inizia con la creazione di un elemento vivente che cresce di vita propria. Immagini di Hans s: www.flickr.com/photos/archeon/
  • Come progettare l'evoluzione delle comunità?
    • La natura dinamica delle comunità (e degli ecosistemi) è fondamentale per la loro evoluzione.
    • Quando la comunità cresce e arrivano nuovi membri, il focus della comunità potrebbe spostarsi verso direzioni differenti, si generano nuove esigenze. Ci sono esempi di comunità considerate marginali che nel processo di evoluzione diventano strategiche per l'organizzazione di appartenenza.
    • Scopo della progettazione non è tanto imporre una struttura rigida, quanto aiutarne il possibile sviluppo futuro.
    • La comunità vive riflettono sui loro elementi strategici e li riconfigurano nel corso del ciclo di vita.
    Immagini di Hans s: www.flickr.com/photos/archeon/
  • Diversi livelli di partecipazione Immagine di Steve Dale occasional transactional peripheral active facilitator core group lurkers leaders outsiders experts beginners
    • Quando l'architettura della comunità è stata costruita in modo efficace, i membri possono prendervi parte in maniere differenti. Nella vita di una piccola comunità, come potrebbe essere un quartiere si delineano diversi gradi di partecipazione a quella realtà locale. Le persone hanno differenti livelli di interesse alla partecipazione attiva a una comunità. Le comunità reali, programmate o spontanee, in genere, presentano:
    • un nucleo centrale di coordinamento , caratterizzato da un’altissima partecipazione e fortemente motivato a contribuire alla comunità. Il nucleo centrale coordina una comunità.
    • un’ area di partecipazione attiva, i quali partecipano attivamente agli incontri ed agli scambi di opinione ma non sono così attivi come il nucleo centrale di una comunità.
    • un’ area di partecipazione periferica, che partecipa sporadicamente alle attività della comunità. Spesso quest’area resta ad osservare la vita della comunità e, anche se questo comportamento potrebbe apparire prettamente passivo e improduttivo, in realtà questa parte della comunità apprende molto e trasferisce quanto appreso nel proprio ambito lavorativo, importando innovazione e dialogo costruttivo.
    • un livello esterno di partecipazione ; si tratta di persone che non fanno parte in senso stretto della comunità, ma che gravitano attorno ad essa ed hanno interesse alle sue attività. Sono spesso clienti di comunità professionali, fornitori, etc.
    Diversi livelli di partecipazione
  • Fasi di sviluppo di una comunità
    • Potenziale >>> Scoperta della comunità potenziale
    • Coalescenza >>> La comunità viene presentata ufficialmente attraverso la promozione di eventi e vengono avviati progetti e attività che consentono alle relazioni tra i suoi membri di svilupparsi in modo sempre più saldo. Inizio della crescita, con l’emergere del valore dell’insieme (cooperazione condivisione, negoziazione..)
    • Maturità >>> Nella maturità le comunità spesso sperimentano tensioni forti tra la spinta ad accogliere nuovi membri (che apportano nuovi interessi e nuove tematiche) e la necessità di mantenere immutato un determinato campo tematico. Tuttavia, i membri in questa fase hanno già sviluppato l’“intimità di mestiere”
    • Gestione >>> Il problema nodale è far fronte ai cambiamenti delle pratiche, dei partecipanti, delle tecnologie, delle relazioni e dell’organizzazione in generale.
    • Trasformazione >>> Molte comunità si disgregano perdendo sia alcuni dei loro membri sia la vitalità e la motivazione di un tempo.
  • Comunità distribuite
    • Sono comunità distribuite quelle comunità che non possono stabilire contatti e interazioni in presenza e, per questo, usano altri strumenti per mettersi in collegamento e scambiare e costruire conoscenza
    • Le comunità distribuite di solito superano molti confini e mettono in collegamento realtà molto diverse.
    • Mettono in collegamento persone molto distanti tra loro e ciò comporta l’entrata in gioco di quattro fattori:
      • La distanza, la dimensione, l’affiliazione organizzativa e le differenze culturali.
    Immagini di Hans s: www.flickr.com/photos/archeon/
  • Criticità >>> Opportunità
    • Superare le differenze e cercare di coinvolgere tutti i partecipanti per venire incontro ai differenti interessi e obiettivi dei membri dislocati;
    • Creare le condizioni sia per lo scambio a livello locale che per le connessioni globali (scomporre la comunità distribuita in sub-unità più piccole concentrate su un focus specifico);
    • Utilizzare tutti i mezzi di comunicazione disponibili anche attraverso l’organizzazione di eventi che permettano ai partecipanti di interagire al fine di mantenere la visibilità della comunità;
    • Creare degli spazi di incontro privati in cui sia possibile accedere a una descrizione dettagliata dei partecipanti oppure organizzare dei piccoli gruppi di lavoro.
    Immagini di Hans s: www.flickr.com/photos/archeon/
  • Comunità di pratica e web 2.0
    • Un contributo importante per le comunità di pratica dislocate viene dal Web 2.0.
    • Servizi Web Based che possono facilitare dialogo, collaborazione e condivisione
    Immagine di MrTopf www.flickr.com/photos/mrtopf Blog , Wiki , Social tagging , Feed RSS , Microblogging ecc. questi tool sono stati efficacemente impiegati nelle CdP distribuite
  • Web come ecosistema
    • Esistono differenze strutturali che le diverse realtà presenti in una CdP di tipo dislocato possono presentare, Luca De Biase (2007) in Economia della felicità (pp. 151-152) scrive:
    • “ Il web è più simile a un grande ecosistema che a una macchina. Ed è formato da quattro continenti: un corpo centrale nel quale ogni sito può essere raggiunto da ogni altro sito; un secondo gruppo di siti, chiamato <<in>>, dal quale si va al corpo centrale ma non si torna; un terzo gruppo chiamato <<out>> , che si raggiunge dal corpo centrale ma non permette di tornarvi; infine un insieme di siti isolati, cioè non connessi al corpo centrale”.
  • Il frattale come rappresentazione di una CdP dislocata
    • In Coltivare comunità di pratica , gli autori parlano delle comunità come di organismi viventi.
    • Nel capitolo 6, si ipotizza per una CdP di creare le condizioni sia per lo scambio a livello locale che per le connessioni globali.
    • Come? Evitando di trattare la comunità globale come un “ monolite ”. La comunità globale è avvicinata piuttosto a “ cellule ”. Una comunità distribuita è una specie di FRATTALE ( Video sui frattali ).
    Un frattale è un oggetto geometrico che si ripete nella sua struttura allo stesso modo su scale diverse, ovvero che non cambia aspetto anche se visto con una lente d'ingrandimento. (da Wikipedia) Immagine di Mavi Milia: http://www.flickr.com/photos/35862466@N05
  • CdP dislocate
    • Le comunità globali, in sostanza, rappresentano delle realtà in cui le competenze e le conoscenze, nonché la possibilità di mettersi in collegamento e di collaborare consentono di costruire un fitto tessuto di talenti , il cui riconoscimento e valore non incontra i limiti di un’organizzazione o di un paese.
  • Scuola di Dottorato in e-Learning “ Comunità di pratica per la produzione di conoscenza” Ancona
  •  
  •  
  • Ruoli e compiti nei gruppi
    • presidente : invio al lunedì del primo messaggio al gruppo nel forum con indicazione dei ruoli e organizzazione generale e agenda della settimana; gestione degli eventuali incontri in presenza o in skype; gestione degli eventuali conflitti
    • editore : realizza la versione finale dell’elaborato del gruppo e lo pubblica entro le 24 di domenica
    • moderatore: modera e anima la comunicazione nel forum, organizza e crea le eventuali nuove rubriche per una migliore organizzazione del forum
    • cercatore: ogni settimana cerca e mette a disposizione del gruppo, pubblicandoli, 2 url significative (siti o articoli)
    • redattore : pubblica, entro le 24 di domenica, il diario della settimana nel “diario della settimana”, ovvero 5 righe su come è andata la settimana del gruppo,
    • spione: sbircia negli altri gruppi e riporta ai compagni di gruppo, entro le 24 di domenica, 5 righe di informazioni strategiche sull’andamento dei lavori degli altri gruppi
  •  
  •  
  • “ CdP per la produzione di conoscenza” Università Politecnica delle Marche
    • L’esperienza era finalizzata alla costruzione e gestione di una CdP distribuita in blended learning (incontro in presenza iniziale, 5 settimane online, incontro finale in videoconferenza), per un totale di 150 ore.
  • Wenger a UNITN
    • Convegno internazionale “ Comunità di pratica e Formazione continua in sanità ”
    • Università degli Studi di Trento, Facoltà di Scienze Cognitive (Rovereto) l’11 dicembre 2009
    • Casi di studio caratterizzati da:
      • Passione
      • Interesse
      • Emergenza per un dominio della conoscenza che porta le persone a unirsi in una Comunità di pratica vitale
  • Wenger a UNITN
    • Quando le persone parlano, qual è il potenziale?
    • La pratica rende le persone capaci di essere competenti / autorevoli
    • La conoscenza è qualcosa di vivo
    • Vivere la conoscenza: non si può separare la conoscenza dal vivere.
    • Come possiamo rendere viva la conoscenza nel nostro processo di apprendimento?
    • Uno scenario complesso di pratiche:  il corpo della conoscenza relativo a una professione non è il curriculum, ma lo scenario delle pratiche. 
    • Dove sono autorevole?
    • Dove trovo la mia identità nello scenario delle pratiche?
  • Wenger a UNITN
    • Fattori di successo:
    • Passion for domain / Passione per il dominio
    • Internal leadership / Leadership interna
    • Energized core group / Gruppo base vitale
    • Focus on practice / Focus sulla pratica
    • Trust / Avere la fiducia
    • Community rhythm / Ritmo della Comunità
    • Personal touch / Tocco personale
    • High value for time / Importanza del tempo
    • High expectations / Aspettative alte
    • Engaged sponsorship / Sponsorizzazioni specifiche
    • Skilled support / Supporto
    • Criticità:
    • Lack of time / Mancanza di tempo
    • Leader neglect / Abbandono da parte del leader
    • Focus on events / Focus sull’evento
    • Focus on documents / Focus sui materiali
    • De-energizing tasks / Compiti che tolgono vitalità
    • Logistic of it / Logistica
    • Command / Controllo
    • Ideology / Ideologia
    • Alla fine dell’intervento Etienne Wenger ha lanciato la seguente domanda al pubblico:
    • “ Come posso contribuire alla capacità di apprendimento del mio mondo (contesto) valorizzando la capacità di apprendimento della mia sfera di partecipazione?”
    • Questa domanda è stata riportata all’interno di una nota del mio profilo Facebook , le risposte sono state le seguenti…
    Wenger a UNITN
    • Andrea F : Una possibile risposta è la P4C, intesa sia come Philosophy for Children che come Philosophy for Community.
    • Gaspare A : Se non c’è ascolto, non ci può essere apprendimento, da questo punto, a mio avviso, bisogna partire.
    • Laura C : Credo che Wenger si ponesse anche la questione dell’ascolto e del come stimolarlo…cercando di comunicare in modo che il messaggio abbia un significato per chi ascolta.
    • Irada P : E’ una domanda che richiede una maggiore contestualizzazione. Il riferimento al mondo (contesto) non è uno solo. Se contempliamo la complessità, la presa di coscienza più utile può essere quella di utilizzare più filtri cognitivi diversi a seconda della sfida/processo in cui interviene una relazione soggetto/oggetto e nella quale come stimolo/risposta esercitiamo una seria attenzione.Non si tratta quindi solo di intercettare la cornice o la piattaforma più idonea alla categoria di prodotto, ma incarnare il processo come approccio all’apprendimento, e mi riferisco più all’essenza del principio heisemberghiano che al frugale approdo ad un necessario e stabile status quo. E già qui bisognerebbe affrontare aspetti molto diversi legati all’esercizio dell’attenzione, della volontà, dell’ascolto, ma anche riconoscere come siamo abituati a percepire il mondo automaticamente. Come cognitivamente processiamo mondi, li categorizziamo, li organizziamo a livello sociale e li restituiamo a noi stessi (Parole e Categorie, Carnaghi). E’ un processo che dura una vita. Non c’è una ricetta, ma la possibilità di intercettarne sempre di nuove. Chi ha scritto pagine significative sul tema dell’attenzione è Simone Weil, che, come direbbe un amico, non stacca mai l’anima dal mondo e dal sociale; più centrato sul ricordo di sè è Ouspensky, Gurdijeff, ma la stessa Montessori, Dante, sulla scuola intesa come autonomia sociale la stessa Weil e Illich, J.T. Gatto come provocazione al sistema scuola, superfluo se si leggesse seriamente Mark Twain.
    • Paolo L : Osservazioni molto interessanti che hanno bisogno di attenta analisi. Irada propone una intelligente rilettura “umanista” della complessità che mette in gioco l’irreversibilità dello sviluppo della vita (cognitiva e comunicativa) ed il suo incessante innovarsi. Penso inoltre ci sia oggi un interesse peculiare dettato dalla attuale congiuntura globale, che suggerendo l’attraversamento di un “sistema emergente in fase caotica”, necessiti una rivalutazione soprattutto della “scuola intesa come autonomia sociale” e dunque l’approccio che ritengo attualissimo di “Descolarizzazione”. Riprenderei anche alcune suggestioni di John Ruskin. Grazie Irada.
    • Rosamaria G : “aspetti molto diversi legati all’esercizio dell’attenzione, della volontà, dell’ascolto”. La motivazione, la scelta dei partner, le regole da seguire e da condividere sono basilari: può capitare che un obiettivo diverso da quello di base apparentemente condiviso funga da motore iniziale e da ostacolo successivo; per questo mi sembra indispensabile che le intenzioni di ognuno vengano palesate adeguatamente o che almeno ognuno manifesti espressamente la propria volontà di perseguire l’obiettivo comune, assumendosene ufficialmente la necessaria responsabilità. Noto che un male del secolo è costituito dal disimpegno, dal pressapochismo, dalla fluidità, vista come adesione “libertina”, più che libera, agli ambienti ed alle comunità più diverse, dalle quali attingere, all’occorrenza, senza che questo comporti alcun sacrificio materiale né temporale.
    • Giuliana G : Per prima cosa ringrazio tutti/e per le osservazioni! Stavo rivedendo i miei appunti sull’intervento di Wenger e la mia attenzione si è fermata su un aspetto apparentemente scontato. Avere la capacità di riconoscere che le altre persone sono portatrici di “pratiche”, esperienze, conoscenze tacite. Queste persone hanno la capacità di riconoscersi l’un l’altra come portatrici di esperienze verso cui si nutre interesse. Questo è stato individuato come il punto di partenza per iniziare a creare una comunità.
    • Altro elemento sottolineato è stato qualcosa come l’intelligenza emotiva, la passione che porta alcuni gruppi a costituirsi in comunità di pratiche.
    • Rosamaria G : “Avere la capacità di riconoscere che le altre persone sono portatrici di “pratiche”, esperienze, conoscenze tacite” e “voler” contribuire in maniera fattiva alla costruzione di una conoscenza condivisa (i lurker evidentemente riconoscono e apprezzano, ma non partecipano attivamente al processo). “La passione che porta alcuni gruppi a costituirsi in comunità d pratiche” non è sempre motivata in maniera univoca o effettivamente finalizzata ad un obiettivo condiviso da tutti con la stessa intensità e lo stesso interesse. Io penso tuttavia che la cosa possa sortire risultati accettabili anche laddove i contributi non siano del tutto equilibrati, sempre che si possa registrare un minimo d’impegno da parte dei più.
    • Silvana O : grazie Giuliana per aver introdotto un argomento così attuale come quello delle comunità di pratica .Sono d’accordo sulle nuove tendenze della politica scolastica che intende divulgare questa nuova idea di apprendimento che nasce dalla volontà di voler attualizzare le più tradizionali ma soprattutto le più moderne teorizzazioni in campo pedagocico e che riguardano la psicologia di apprendimento.Una sfida che io mi sento d’affrontare. La comunità di pratica ,è la possibilità di costruire insieme agli studenti la conoscenza .La motivazione alla conoscenza è a mio avviso qualcosa di connaturato non credo ci sia qualcuno che non voglia apprendere,il problema è proprio la sfera di partecipazione e la responsabilità di ognuno rispetto ad una comunità di pratica ? E allora come si può intervenire ? Da docente direi che bisognerebbe creare pratiche che tengano conto delle potenziali diversità di apprendere in modo da coinvolgere tutti nel processo di conoscenza e avvalendosi di oggeti di pratica che fungano da stimolo alle diverse intelligenze ( mi rifersco a quelle di cui parla Gardner ) e a diversi vissuti.
    • Luca I : solo un ambiente non rigidamente organizzato in forma gerarchica riconosce e facilita il nascere di comunità… Mostra tutta la pratica. in un ambiente burocratizzato dove solo la procedura conta e le procedure sono sempre quelle non si ha confronto ma solo rispetto alla procedura. Sto pensando che l’ambiente dei Borg di Star Treck non era una comunità di pratica, anche se era una comunità alveare, nella comunità di pratica si parla di partecipazione periferica legittimata quindi si riconosce che dei membri sono maggiormente centrali di altri che appena arrivati sono apprendisti e nei cerchi estesi, ma questi membri con l’esperienza possono via via diventare centrali. Ecco la comunità di pratica non nasce in ambienti statici.
    • Ricercatrice A : d’accordo con luca.. grazie!
    • Luca I : è una cosa a cui Wenger ha solo dato un nome a una modalità formativa che esisteva nelle botteghe artigiane del medioevo e che sussiste ancora nella comunità africane. E’ lo stesso wenger che ricosce questo realtà come esistente. Il fatto è che si è persa nel mondo occidentale, post rivoluzione industriale inglese.
  • Grazie dell’attenzione!
  • Bibliografia
    • A.A.V.V. , Il fenomeno Facebook, 2008, Il Sole 24 Ore, Milano
    • L. De Biase , Economia della Felicità. Dalla blogosfera al valore del dono e oltre , 2007, Feltrinelli, Milano
    • G. Guazzaroni, S. Leone , (in pubblicazione) “Pedagogical Sustainability of Interoperable Formal and Informal Learning Environments” in Developing and Utilizing E-Learning Applications , a cura di Fotis Lazarinis, Steve Green, Elaine Pearson, IGI Global, USA
    • J. Lave, E. Wenger , Situated Learning. Legitimate peripheral participation , 1991, Cambridge, Cambridge University Press,
    • M. Maffesoli , Icone d’oggi , 2009, Sellerio, Palermo
    • M. Russo, V. Zambardino , Eretici digitali. La rete è in pericolo, il giornalismo pure come salvarsi con un tradimento e 10 tesi , 2009, Apogeo, Milano
  • Bibliografia
    • G. Trentin , Apprendimento in rete e condivisione delle conoscenze , 2004, Franco Angeli, Milano
    • E. Wenger, R. McDermott, W. M. Snyder , Cultivating communities of practice , Boston, Harvard Business School Press, 2002; trad. it., Coltivare comunità di pratica. Prospettive ed esperienze di gestione della conoscenza , 2007, Guerini, Milano
    • E. Wenger , Communities of practice. Learning, Meaning and Identity , Cambridge, Cambridge University Press, 1998; trad. it. Comunità di pratica. Apprendimento, significato, identità , 2006, Milano, Raffaello Cortina Editore, Milano