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Dal FriGiDarium alla bio-robotiCa,l’evoluzione Della Cura                                                                 ...
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modello religioso. Il risultato di questa tendenza era, alla fine, l’ospedale civile. InItalia l’organizzazione ospedalier...
e data alle stampe nel 1508, è detto che la dotazione di sanitari di un grande ospedalequattro-cinquecentesco come quello ...
differenziare e specificare le cure ospedaliere. La folla dei degenti non era più unindistinto genere umano, piagato come ...
della disgrazia”, in ospedali con capienza massima di 100-120 letti, onde potervi“esercitare in modo adeguato la medicina”...
informatica. L’endoscopia ha esteso il campo del “guardar dentro”. La radiologiautilizza macchine complesse e si è fatta a...
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medico basato sulle prove, nella necessità di scelta tra varie opzioni continuamentepresenti in questo sapere, nella capac...
attraverso soglie, per il passaggio del corpo e per quello del solo sguardo.Costruisce la propria casa, da sempre, incardi...
Il Nuovo Ospedale Giovanni XXIIIdi Bergamo                                   il rapporto di continuità tra architetture pr...
il papato. Ogni città aveva più hospitalia di piccole e medie dimensioni, dedicatialla carità nei confronti degli strati d...
delle quali di degenza, su tre lati e chiuso, sul quarto, dal fianco della chiesa. Locompletava un “giardino dei semplici”...
Ospedale Maggiore di MilanoFacciata dell’edificiorinascimentale verso via Festa delPerdono, 1866 circa                    ...
Bailly, Lavoisier, La Place, Coulomb, D’Arcet e Condorcet, eminenti scienziati(chimici, fisici, medici, matematici) cui to...
Ospedale Niguarda      articolazioni in più blocchi non eccessivamente alti. La diffusione in Europa, traProgetto Blocco N...
questa variabile, soffocata per anni dalle esigenze economiche e, come si usadire, tecnologiche, è tornata in primo piano,...
arte e storia nei luoGHi Della Cura:un patrimonio Da valorizzare                                                          ...
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pubblica del patrimonio artistico e storico degli enti regionali, a partire da quellisanitari pubblici; insomma, abilitare...
porre l’insieme dei referenti (e dei loro sostituti) nella condizione di svilupparein gruppo le proprie conoscenze sul tem...
nonché per supportare le azioni di conservazione, fruizione pubblica, stima    patrimoniale, spostamenti, cessioni o vendi...
1                                  CapitoLoGLI OSPEDALI A CROCIERA DEL QUATTROCENTO  E SUCCESSIVI SVILUPPI FINO ALL’OTTOCE...
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quindi una più riconoscibile collocazione all’interno del disegno urbano. Si alludea quegli ospedali collocati sulle strad...
della municipalità. Il profondo radicamento del precetto della carità nelle coscien-ze aveva infatti garantito alle fondaz...
commissione di cittadini, rinnovata annualmente, chiamata a sovrintendere alladistribuzione delle rendite. Veniva fissato ...
L’ospedale della capitale del Ducato è naturalmente il punto focale e il riferimen-to di una fenomenologia che spazia per ...
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CapitoLo2            L’OSPEDALE A PADIGLIONIDALL’OTTOCENTO AL PRIMO NOVECENTO
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L' Architettura della  salute prima parte
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  1. 1. L’Architettura della saluteL’Architetturadella saluteLuoghi e storiadella Sanitàlombarda L’Architettura della salute Luoghi e storia della Sanità lombarda
  2. 2. A.O. della Valtellina e della valchiavenna di Sondrio A.O. Ospedale di Lecco A.O. S. Anna A.O. G. SalviniA.O. Ospedale di Circolo Fond. di Como di Garbagnate Mi.seMacchi di Varese A.O. S. Antonio Abate di Gallarate A.O. Ospedali Riuniti A.O. Ospedale civile di BergamoA.O. Spedale di Vimercate A.O. Bologninidi Circolo di Seriatedi Busto Arsizio A.O. di Treviglio A.O. Ospedale Civile di Legnano A.O. Ospedale S. Gerardo dei Tintori di Monza A.O. Mellino Mellini A.O. Spedali Civili di Chiari di Brescia A.O. Ospedale L. sacco A.O. Fatebenefratelli OftalmicoA.O. Ospedale Niguarda Ca’ Granda A.O. Istituti Clinici di Perfezionamento A.O. Ospedale S. Carlo Borromeo A.O. Ospedale S. Paolo A.O. di Desenzano sul Garda A.O. Istituto Ortopedico G. Pini A.O. della Provincia di Lodi Vizzolo Predabissi - A.O. A.O. Ospedale Maggiore di Melegnano di Crema A.O. della Provincia di Pavia A.O. di Cremona A.O. “C. Poma” di Mantova
  3. 3. Testi di Rita Balestriero Giorgio Cosmacini Maria Antonietta Crippa (Politecnico di Milano) Stefano Della Torre (Politecnico di Milano) Schede a cura di Daniele Garnerone Irene Giustina (Università degli Studi di Brescia) Elisa Sala (Università degli Studi di Brescia) Adele Simioli Emanuele Vicini Ferdinando Zanzottera (Politecnico di Milano) Fotografie di Chiara Cadeddu Germano Borrelli Archivio Ospedale Maggiore di Milano Archivio Infrastrutture Lombarde Progetto, coordinamento editoriale e design: Servizi per la Comunicazione Si ringraziano Pietro Petraroia - Valorizzazione del Patrimonio artistico e culturale - Regione LombardiaPaolo M. Galimberti - Servizio Beni Culturali Ospedale Maggiore Policlinico, Mangiagalli Regina Elena Le Aziende Ospedaliere lombarde Infrastrutture Lombarde Spa In copertina: Facciata dell’Ospedale Niguarda Ca’ Granda di Milano A pag. III: Dettaglio scultoreo della facciata - Ave gratia plena di Franco Lombardi II
  4. 4. Regione Lombardia ra ttu e barda ite luttà lom ch saa Sani Ar la ia dell L’ l stor duehi e L og
  5. 5. R egione Lombardia considera il miglioramento e lo sviluppo dell’edilizia sa- nitaria come uno degli obiettivi prioritari per adeguare il servizio sanitario alle sempre più complesse esigenze che si presentano nella nostra società.In questo ambito, crediamo che il nostro compito sia innanzitutto quello di incenti-vare e valorizzare il protagonismo delle aziende ospedaliere lombarde che, proprioin forza del loro profondo radicamento nel territorio, possono, e anzi devono offrireun apporto fondamentale per rispondere alle nuove sfide che le riguardano.In questa direzione vanno i consistenti investimenti degli ultimi anni per la rea-lizzazione di nuovi ospedali e la razionalizzazione delle strutture esistenti nellanostra regione. Gli interventi mirano a dare concretezza, anche nelle soluzioniarchitettoniche, al principio che ha guidato la riforma dell’intero sistema sociosa-nitario lombardo: restituire centralità alla persona.Le nuove strutture si impongono così all’attenzione perché incarnano, negli aspettifunzionali e tecnologici, una concezione moderna di ospedale, capace di accogliereintegralmente i malati nelle loro esigenze e offrire condizioni di lavoro in cui glioperatori possano esprimersi secondo tutta la loro professionalità. Strutture nonpiù chiuse in se stesse, ma aperte al territorio e ai bisogni in esso presenti, inun’armonica interazione con il contesto sia urbano che naturale.Saluto quindi con piacere la pubblicazione di questo libro che, nel ripercorrerela storia dell’architettura ospedaliera lombarda dal Quattrocento fino ai giorninostri, contribuisce a far riflettere sul cambiamento profondo che ha investito,prima che la forma, la funzione stessa dei luoghi della salute. Roberto Formigoni Presidente della Regione Lombardia V
  6. 6. L ’ospedale inteso come luogo di ospitalità e di cura per i malati e i bisognosi è il più fulgido esempio della capacità organizzativa e identitaria che la nostra terra lombarda, fin dal Medioevo, riuscì ad esprimere. Un luogo di attenzioneper il popolo, inizialmente espressione dei sentimenti di carità di istituzioni econgregazioni religiose e poi obiettivo sociale dei governi.Con piacere dunque esprimo il mio più vivo apprezzamento per questa opera, cheintende ripercorrere la storia della sanità lombarda attraverso il racconto dei variprogetti architettonici ospedalieri dispiegatisi nei secoli in Lombardia.Un percorso d’umanità e di professionalità che continua nel tempo e che sta cono-scendo proprio in questi anni un nuovo protagonismo, grazie agli imponentiinvestimenti finanziari messi a disposizione da Regione Lombardia e finalizzatia realizzare un nuovo modello di sanità, dove l’attenzione alla persona e ai suoibisogni sono centrali anche nella programmazione architettonica e urbanisticadelle nuove strutture ospedaliere.L’aumento dell’età media della popolazione congiuntamente alla necessità dimantenere costante il livello d’efficienza e d’efficacia degli interventi sanitari, lavolontà di proseguire la strada dell’innovazione con la forte attenzione al man-tenimento della parità di bilancio. Queste sono le sfide che attendono oggi chi sioccupa di sanità, di fronte a un’Istituzione che necessariamente evolve nel tempoperché continuamente partecipe della scienza e della tecnologia, di passioni esentimenti.Questo volume rappresenta così un’occasione utile per approfondire la storia eproseguire l’attenzione all’umano che questa terra è stata e sarà sempre capaced’esprimere. Luciano Bresciani Assessore alla Sanità VII
  7. 7. Le Aziende Ospedaliere lombardeLe Aziende Ospedaliere sono ospedali di rilievo regionale o interregionale costi-tuiti in Aziende in considerazione delle loro particolari caratteristiche. Si trattaspesso di strutture ad alta o particolare specializzazione oppure di ospedali cheaffiancano alle normali attività di ricovero e cura anche quelle di ricerca/insegna-mento a livello universitario.BERGAMO - A.O. OSPEDALI RIUNITI MILANO - A.O. ISTITUTI CLINICI DI PERFEZIONAMENTOBRESCIA - A.O. SPEDALI CIVILI MILANO - A.O. ISTITUTO ORTOPEDICO G. PINIBUSTO ARSIZIO - A.O. OSPEDALE DI CIRCOLO MILANO - A.O. OSPEDALE L. SACCOCHIARI - A.O. MELLINO MELLINI MILANO - A.O. OSPEDALE NIGUARDA CA’ GRANDACOMO - A.O. SANT’ANNA MILANO - A.O. OSPEDALE S. CARLO BORROMEOCREMA - A.O. OSPEDALE MAGGIORE MILANO - A.O. SAN PAOLOCREMONA - A.O. DI CREMONA MONZA - A.O. SAN GERARDO DEI TINTORIDESENZANO - A.O. DI DESENZANO DEL GARDA PAVIA - A.O. DELLA PROVINCIA DI PAVIAGALLARATE - A.O. SANT’ANTONIO ABATE SERIATE - A.O. BOLOGNINI SERIATEGARBAGNATE MILANESE - A.O. G. SALVINI SONDRIO - A.O. DELLA VALTELLINA E DELLA VALCHIAVENNALECCO - A.O. OSPEDALE di LECCO TREVIGLIO - A.O. TREVIGLIOLEGNANO - A.O. OSPEDALE CIVILE di LEGNANO VARESE - A.O. OSPEDALE DI CIRCOLO FONDAZIONE MACCHILODI - A.O. DELLA PROVINCIA di LODI VIMERCATE - A.O. OSPEDALE CIVILE DI VIMERCATEMANTOVA - A.O. C. POMA VIZZOLO PREDABISSI - A.O. DI MELEGNANOMILANO - A.O. FATEBENEFRATELLI OFTALMICO I VII
  8. 8. e IC nd1 Dal frigidarium alla bio-robotica, l’evoluzione della cura Giorgio Cosmacini I9 Introduzione L’Ospedale tra passato e futuro: mutamenti morfologici, rapporto con il territorio, centralità della persona Maria Antonietta Crippa19 Arte e storia nei luoghi della cura: un patrimonio da valorizzare Pietro Petraroia24 Capitolo 1 Gli ospedali a crociera del Quattrocento e successivi sviluppi fino all’Ottocento Stefano Della Torre36 Capitolo 2 L’ospedale a padiglioni dall’Ottocento al primo Novecento Stefano Della Torre46 Capitolo 3 Evoluzione dall’ospedale a padiglioni all’ospedale monoblocco o misto nel XX secolo Maria Antonietta Crippa58 Capitolo 4 I nuovi ospedali lombardi tra presente e futuro Rita Balestriero IX
  9. 9. 71 Il patrimonio edilizio degli ospedali di 122 Scheda 8 Lombardia dal secolo XV ad oggi L’Ospedale Niguarda Ca’ Granda di Milano Maria Antonietta Crippa Ferdinando Zanzottera80 Scheda 1 128 Scheda 9 Gli Ospedali Riuniti di Bergamo L’Ospedale San Carlo Borromeo di Milano Ferdinando Zanzottera Adele Simioli86 Scheda 2 134 Scheda 10 Gli Spedali Civili di Brescia L’Ospedale San Gerardo dei Tintori di Monza Irene Giustina Ferdinando Zanzottera92 Scheda 3 140 Scheda 11 L’Ospedale Sant’Anna di Como L’Ospedale San Matteo di Pavia Daniele Garnerone Emanuele Vicini98 Scheda 4 146 Scheda 12 Gli Istituti Ospitalieri di Cremona Il Villaggio Sanatoriale di Sondalo Daniele Garnerone Ferdinando Zanzottera104 Scheda 5 152 Scheda 13 L’Ospedale Manzoni di Lecco L’Azienda Ospedaliera di Circolo Fondazione Daniele Garnerone Macchi di Varese Ferdinando Zanzottera110 Scheda 6 L’Ospedale Maggiore di Lodi 159 Bibliografia Adele Simioli116 Scheda 7 L’Ospedale Carlo Poma di Mantova Daniele Garnerone XI
  10. 10. XII
  11. 11. Dal FriGiDarium alla bio-robotiCa,l’evoluzione Della Cura ini ac smL ’antica Grecia non ebbe ospedali. Luoghi collettivi di salute pubblica erano i Co gio templi dedicati ad Asclepio, semidio della medicina, e gestiti dagli asclepiadi, Gior di sacerdoti esercenti una medicina ieratica, sacra. Anche l’antica Roma nonebbe ospedali. Luoghi collettivi di salute erano le terme, dove appositi locali –calidarium, frigidarium, tepidarium – permettevano rispettivamente la dilatazionedei pori corporei ristretti, il restringimento dei pori corporei dilatati e l’equilibriodegli uni e degli altri nella giusta misura corrispondente alla buona salute.Però la Roma imperiale ebbe i valetudinaria, “ospedali delle legioni” dove sicuravano i legionari dalle ferite belliche e dove, in tempo di pace, si curavano glischiavi dalle lesioni traumatiche dovute ai loro duri lavori.Fu però il Medioevo cristiano a dare fondamento etico alla hospitalitas.L’“ospitalità”, conosciuta e praticata dagli antichi, ma solo come attivitàindividuale od obbligo nei confronti dell’ospite, si affermò nella bassa latinitàcome condimento condiviso, come servizio all’uomo bisognoso e sofferentenell’ambito di un cristianesimo che si proclamava e professava come “religionedei poveri”.Al nome e al concetto di “povero” – pauper – erano strettamente legati il nome e ilconcetto di “malato” – infirmus –. Il povero malato o il malato povero esprimevauna categoria composita, senza troppa distinzione tra indigenza economica edemergenza sanitaria. La categoria comprendeva tutti coloro che non erano ingrado di far fronte alle crisi di esistenza: malati e invalidi, con inclusi gli storpie i vagabondi, i ciechi e i mendicanti, i folli e i pezzenti, e con ai primi posti ivecchi in solitudine e i bambini senza famiglia, orfani o fanciulli abbandonati ei “trovati” (trovatelli). Per tutti costoro, spesso costituenti una umanità derelitta 1
  12. 12. e questuante, esisteva l’hospitale. Questo nome comparve in età carolingia asostituire quello preesistente di xenodochium, usato per indicare “l’albergo doveospitare i forestieri”, pellegrini e viandanti. L’ospedale, in questa fase, era piuttostol’ospizio, “l’albergo dei poveri” dove accogliere l’umanità indigente e “paziente”.Nelle antiche abbazie benedettine vigeva la regola dettata da San Benedetto acomplemento dell’ora et labora: “Prima di tutto e soprattutto bisogna prendersicura dei malati” (cap. XXXVI). Tra i luoghi abbaziali esisteva un hospitalepauperum adibito ai poveri, bambini, vecchi, poveri di mente, ai quali venivariservato l’affectus, l’“affabilità”, prestata con gioia (libente animo), con allegria(cum hilaritate), con liberalità (cum largitate).Intorno al X secolo, cioè alle soglie dell’anno Mille, l’organizzazione sanitaria di ognigrande monastero comprendeva almeno un infirmarium, o “infermeria”, con uncubiculum valde infirmorum, o “cameretta di degenza per malati gravi”, con un localeappartato per clisteri e salassi e con un orto di “semplici”, o piante medicinali.A moltiplicare tali strutture ospitaliere contribuivano i pellegrinaggi, in Italiaquelli diretti alle tombe romane dei Santi Pietro e Paolo, mete di una umanitàitinerante alla ricerca di una salus che non era solo “salvezza” spirituale, maspesso anche “salute” corporale o speranza di guarigione.Dopo l’anno Mille iniziava, dal grembo terriero della società altomedievale, larinascita delle città, raccolte intorno alle cattedrali e popolate di poveri “senzaterra”. Cambiava la vita, anche quella assistita. Ogni città importante possedevaalmeno un ospedale, dapprima in diretta connessione con il luogo di culto, concommistione tra pratiche sacre a pratiche profane. Successivamente questiospedali, anche se legati a fondazioni ecclesiastiche, tendevano a distaccarsi dal 2
  13. 13. modello religioso. Il risultato di questa tendenza era, alla fine, l’ospedale civile. InItalia l’organizzazione ospedaliera, in anticipo sul resto d’Europa, era importantein ogni città, ma soprattutto in quelle più popolose, affollate da una popolazionespesso a rischio tra ricorrenti carestie e condizioni d’igiene precaria.Nel suo scritto “Sulle meraviglie della città di Milano” – De magnalibus urbisMediolani –, opera amanuense del 1288, il grammatico milanese Bonvesin dela Riva, terziario degli umiliati, afferma che “vi sono in città dieci ospedali per imalati poveri e quasi tutti adeguatamente dotati di beni temporali. […] Nessunoche sia in condizioni di indigenza o di miseria viene rifiutato o respinto. Nelcontado vi sono quindici ospedali o pressappoco”.Un patriziato caritatevole e un clero provvido non si esimevano dal fondaree sostenere ospedali. Coloro che gestivano in prima persona il rapportoassistenziale con gli infirmi erano gli infirmarii, gli “infermieri”, religiosi o laici,fratres vel sorores, “fratelli o sorelle”, uomini o donne. Essi dovevano farsi caricodelle pratiche di assistenza a vantaggio del prossimo bisognoso: preparare unbuon letto, somministrare un buon pane o un buon brodo, praticare una buonapulizia, dire e ridire una buona parola.Le cure prestate erano cure generiche, non specifiche. Oltreché “ristorare di vittoe di letto”, esse contemplavano solo qualche medicamento, linimento o tisana, equalche manipolazione, unzione cutanea o serviziale (clistere). Il servizio al degentedoveva essere sempre erogato con la dovuta misericordia, o cordialità per i miseri,per i “poveri di Cristo” detti “poveri cristi”. L’ingresso in ospedale dei medici fu unevento ulteriore, non medievale, ma rinascimentale. Nella “Relazione ai deputatidell’Ospedale Grande di Milano”, scritta dal priore (presidente) Gian Giacomo Gilino 3
  14. 14. e data alle stampe nel 1508, è detto che la dotazione di sanitari di un grande ospedalequattro-cinquecentesco come quello milanese è di “quatro phisici [medici], uno perbracio de la crociera, et altri tanti chirurghi similmente distribuiti”.Dal sistema della carità indifferenziata, che aveva caratterizzato i medievali“alberghi dei poveri”, si passava al sistema degli ospedali maggiori, dove questierano concepiti, strutturati, organizzati come “fabbriche della salute”: si parlò,a tale riguardo, di gran reformatione. La “gran riforma” viene enunciata dallostesso priore Gilino, il quale dice che la “reformatione è stata in questo modo”:essendo le malattie “o croniche o de qualità che presto son terminate vel, consalute, vel con morte, queste de presta terminatione son designate al hospitalegrande”, mentre i “mali de altra qualità, quali vogliono tempo” perché inveterati“hano la receptione sua separata”.è detto esplicitamente che tra i malati, a prescindere dal fatto che tutti quantidevono essere premurosamente assistiti, quelli acuti, suscettibili di guarigione,devono essere ricoverati e curati all’“ospedale maggiore”, principale e centrale,mentre quelli cronici, inguaribili e invalidi, la cui salute piena non può esserericuperata e la cui salute residua necessita di lungodegenza (o sempredegenza),devono essere ricoverati e curati negli “ospedali minori”, satelliti e decentrati.La riforma ospedaliera da poco realizzata non doveva essere vanificataritrasformando i nuovi grandi ospedali rinascimentali in vecchi ospizi dimedievale memoria. Il Rinascimento, se voleva essere tale anche in campoospedaliero, non doveva ripiombare nell’ambito di una ospitalità indifferenziata.Perché questo regresso non avvenisse era indispensabile che medici e chirurgifossero direttamente coinvolti. La loro competenza diversificata doveva 4
  15. 15. differenziare e specificare le cure ospedaliere. La folla dei degenti non era più unindistinto genere umano, piagato come la carne del suo Divino Redentore, ma eraun accorpamento di gruppi di individui patologicamente diversi, ciascuno con lasua specie di male.Le cure non erano più pratiche generiche di assistenza e di aiuto; erano pratichespecifiche realizzanti questa o quella terapia. I curanti degli infermi non eranopiù infermieri generici, ma medici e chirurghi specialisti di questo o quel male.Dalle cure ai “mali interni” (medicina interna) ed “esterni” (chirurgia operativa)medici e chirurghi si avviavano a intraprendere un’aurorale specializzazione.Tutto ciò non comportava una svalutazione dell’assistenza infermieristica.In questo insostituibile servizio venivano a porsi come figure di spicco queigruppi autonomi di chierici regolari e di laici devoti che nel maturo e tardoCinquecento, sull’esempio di Giovanni di Dio (1493-1550), fondatore dell’ordinedei Fatebenefratelli, e di Camillo de Lellis (1550-1614), fondatore dell’ordinedei Ministri degli infermi (Camilliani), si facevano interpreti della volontà di“riforma cattolica” nel campo ospedaliero, assumendosi il carico dell’assistenzaspirituale e corporale ai malati degli ospedali.Questo sistema ospedaliero visse o sopravvisse in età barocca, tra crisi e riforme,tra luci e ombre, con alterne fortune di efficienza ed efficacia.Nella tardo-settecentesca “età dei Lumi” (i cosiddetti “lumi della ragione”) ilproblema degli ospedali, dato lo stato miserando di molti fra essi, fu oggettodi un intenso dibattito. Nelle sue Observations sur les hopitaux, pubblicate nel1789, il medico-filosofo Georges Cabanis sottolinea l’inderogabile necessità diridimensionare i grandi ospedali, taluni dei quali trasformati in “caravanserragli 5
  16. 16. della disgrazia”, in ospedali con capienza massima di 100-120 letti, onde potervi“esercitare in modo adeguato la medicina”, personalizzata attraverso i journeaux o“cartelle cliniche”. Pur senza recepire tutte le istanze illuministiche, fu l’Ottocento,a pieno titolo, il secolo dell’affermazione dell’ospedale moderno. L’instaurazionepartì dalla clinica, secondo una dinamica interna, scientifico-tecnica, sinergica aglisviluppi ottocenteschi della medicina e della chirurgia. Ma l’istituzione conobbeanche una trasformazione prodotta dai mutamenti socio-culturali: la beneficenzamossa dalla carità si mutò nel dovere civile di una assistenza ai malati evolvente indiritto di costoro alla tutela della propria salute.Lungo la prima delle due direttrici fu la scienza medica il motore della “macchinaper guarire” in cui venne a configurarsi via via l’ospedale ottocentesco e poinovecentesco. Lungo la seconda direttrice, connessa ai mutamenti della culturae della società, troviamo, a Novecento inoltrato, un ospedale definitivamentetrasformato da luogo di assistenza agli aventi bisogno, con spese di degenza acarico della pubblica beneficenza e dei Comuni (nei quali i ricoverati avevano il“domicilio di soccorso”), in luogo di diagnosi perfezionata e di terapia efficace,come tale ambito anche dal ceto abbiente, “solvente in proprio” delle spesenecessarie per fruire di prestazioni medico-chirurgiche vantaggiose, non piùsostituibili dalle pratiche esercitate in ambulatorio o a domicilio.L’ospedale s’è aperto anche ai “semi-abbienti”, cioè alla moltitudine crescenteassistita dalle mutue, e, dal 1978 in poi, all’intera popolazione assistita dalServizio Sanitario Nazionale. Nello stesso periodo la cosiddetta “rivoluzionetecnologica” ha cambiato l’ospedale. Le varie discipline si sono fatte super-specializzate, pluri-specialistiche, sofisticate e incorporanti elettronica e 6
  17. 17. informatica. L’endoscopia ha esteso il campo del “guardar dentro”. La radiologiautilizza macchine complesse e si è fatta anche interventistica. La chirurgia haallargato le sue tecniche dall’elezione all’emergenza; inoltre è diventata mini-invasiva e ambulatoriale (day surgery). Si prospetta, in un prossimo avvenire, lachirurgia bio-robotica.Sono solo alcune delle prospettive future. Parallelamente è sempre piùsentita l’esigenza che l’ospedale odierno, divenuto una macchina sempre piùproduttiva e regolativa della salute, adegui al proprio sviluppo scientifico-tecnico quello amministrativo, organizzativo, gestionale, unendo efficienza edefficacia e contemperando i benefici con i costi, questi ultimi intesi peraltro piùcome investimenti che come spese. Sotto questi aspetti l’ospedale d’oggi è una“azienda”, il cui funzionamento è da valutarsi non tanto in termini di spese equantità di prestazioni prodotte, quanto in termini di investimenti e qualità diproduzione della salute. Nell’odierna realtà dei fatti, l’ospedale è atteso a unaduplice prova: trasferitasi l’importanza della quantità dei posti letto alla qualitàdella risposta ai bisogni, esso deve intendere tale effettiva qualità tanto comeprova di efficienza e competenza quanto come prova di efficacia ed equità.Aldilà delle etichette definitorie, il giudizio sull’efficienza compete ai tecnici dellasalute, il giudizio sull’efficacia spetta ai malati. 7
  18. 18. 8
  19. 19. l’ospeDale tra passato e Futuro: mutamenti morFoloGiCi, rapporto Con il territorio, Centralità Della persona e n u zio r ipp a r oD iet t aC int “L n a configurazione morfologica, funzionale e tecnologica dell’ospedale anto non è mai riuscita a tenere il passo delle modificazioni di ruolo e r ia ma funzioni che per esso via via si andavano definendo. L’ospedale non di può continuare ad essere considerato, in termini edilizi e tecnologici, come un corpo separato, prodotto di un sapere tecnico e pertanto del tutto autonomo; identificato come sottosistema del sistema città e di continuo soggetto alle sfide che vengono dal suo ambiente e dal sistema societario complessivo, dovrebbe registrarne costantemente e puntualmente le linee di tendenza evolutive. Questa tesi è confermata dal fatto che la morfologia dell’ospedale è andata nel tempo continuamente modificandosi, anche se i cambiamenti non sono mai stati contestuali e delle stessa portata del fenomeno che li ha prodotti”1. La tesi affermata nel Rapporto Sanità 2000, relativa alla situazione ospedaliera contemporanea lombarda in particolare, propone un nesso tra società e ospedale solo all’apparenza in controtendenza rispetto alle articolazioni, spaziali e sociali, richieste dai continui aggiornamenti scientifici e tecnologici e della diffusa volontà di introdurre nuove, grandi strutture edilizie aggiornate. La sottende, non a caso, la volontà di riproporre la centralità della persona, del malato, come cuore del problema edilizio ospedaliero. Il far emergere una progressiva “perdita di rapporto tra complessità e dimensione, fra specializzazione e governo autonomo dei processi di cura, fra territorialità e distribuzione delle specialità”2 ha lo scopo di evidenziare l’urgenza del recupero di una funzione sociale dell’ospedale, con efficace termine moderno individuata come “negoziazione”, intesa come “opzione antidogmatica rispetto al sapereNELLA PAGINA ACCANTO:Azienda Ospedaliera di CircoloFondazione Macchi di Varese- Particolare del ponte aereodi collegamento tra la nuova 1 AA. VV., Rapporto Sanità 2000, Documento introduttivo, Mulino, Bologna 2000, p. 30.struttura architettonica ospe- 2 Ivi, p. 38.daliera e il nucleo centrale deipadiglioni originari 9
  20. 20. medico basato sulle prove, nella necessità di scelta tra varie opzioni continuamentepresenti in questo sapere, nella capacità di riconoscimento e di accoglienza deibisogni di salute della comunità”3.Nei vari saggi allegati al Rapporto viene comunque riaffermata l’importanzadegli aggiornamenti scientifici e tecnologici, di una programmazione capace dicontinua riorganizzazione funzionale che esige anche una stretta collaborazionetra committenza, progettista e impresa, di un coinvolgimento nel progetto futurodel patrimonio edilizio ospedaliero già esistente in quanto risorsa storico-culturalecapace di trattenere dal ricorrere alla “scorciatoia” della edificazione ex-novo.Benché il Rapporto sia steso da medici ed esperti del settore non da architetti, offretuttavia uno stimolo importante a questi ultimi. Solo all’apparenza la tesi dei primicancella il valore dell’architettura volatilizzandone, in una mutevolezza continua,la morfologia specifica per l’ospedale, sottoposta a continue trasformazioni dallafine del XVIII secolo in poi. In realtà tale tesi incide sul compito proprio, peculiare,di ogni architettura, costruzione attorno a un “arché”, principio originario che parecoralmente inafferrabile, per qualcuno persino indicibile a parole ma fisicamentepercepibile “in situazione”, in quanto, tramite essa, si è abitanti di un pianeta e diuna terra, di una città, di una casa, di una scuola, di un ospedale. Il Rapporto evocala necessità inderogabile di fare dell’ospedale un luogo abitabile, ricco del vissutodi una società plurale e dinamica, non semplicemente uno spazio razionalmentefunzionante.Da sempre l’uomo costruisce l’architettura utilizzando materiali che trova innatura o che ha elaborato a partire da componenti naturali. Da sempre chiude suse stesso una porzione di spazio, la isola, la collega allo spazio esterno illimitato3 Ivi, p. 37. 10
  21. 21. attraverso soglie, per il passaggio del corpo e per quello del solo sguardo.Costruisce la propria casa, da sempre, incardinandola nella terra sotto il cielo.La collega ad altre case, con funzioni collettive analoghe alla sua o di tipo e discala d’uso comune maggiore, fino a configurare una città, dotata di gerarchie einterne specializzazioni spaziali, dove più uomini vivono secondo regole condivise.La città, a sua volta, è un luogo che viene colto come fattore costitutivo dellarealtà, è scena e condizione d’ordine imprescindibile del vivere comune, maanche articolazione di spazi chiusi e aperti che consentono le espressioni di vitaindividuale e associata, decise dai diversi nuclei sociali in rapporto alle loroconcezioni del vivere. Ogni luogo inoltre, così come lo si sperimenta vivendoci, èuna realtà fisica complessa, ogni volta percepita come fenomeno unitario, sintesidi natura e artificio, di realtà precedenti gli interventi umani e di operazionicostruttive e d’ordine di molti uomini, operazioni non istantanee ma stratificatenel tempo, benché d’uso istantaneo ogni volta nelle componenti fondamentali. èuno degli aspetti fondamentali della realtà, ma è anche oggetto di costruzioneda parte dell’uomo; è “arché”, o principio originario, fisicamente percepibile daognuno “in situazione” in quanto abitante, che accomuna i progettisti, siano essiarchitetti o ingegneri con qualunque specializzazione, imprenditori del campo,politici, abitanti, senza distinzione.Pratiche e saperi intrecciano da sempre attorno all’abitare e al costruire i filid’oro di una saggezza, sintetica e ordinata. Accade talora che tali fili divenganogrovigli complicati da dipanare. In questi ha pescato il Rapporto Sanità 2000,da questi ha estratto una tesi guida come presupposto di scelte da determinareconcretamente, caso per caso. Il nesso, non meccanico, dell’ospedale con la città; 11
  22. 22. Il Nuovo Ospedale Giovanni XXIIIdi Bergamo il rapporto di continuità tra architetture preesistenti, spesso di grande qualità o artistiche, e nuovi complessi ospedalieri; l’attenzione alla persona, riferimento centrale del sistema ospedaliero a ogni scala, sono i fattori principali della tesi del Rapporto, che non trascura tuttavia il fatto che il progettista e le direzioni ospedaliere dovranno misurarsi anche con altri problemi, di non lieve portata, come la valutazione dei modi di gestione delle risorse finanziarie a disposizione, pubbliche o private, la razionalità complessiva di un sistema ospedaliero flessibile, gli orientamenti politici e amministrativi. I due fattori principali che hanno dato luogo nel corso dei secoli alla costruzione degli ospedali sono stati la necessità di isolare le persone affette da malattie contagiose e la volontà di assistere caritatevolmente quelle ridotte da povertà e malattia in condizioni di non autonomia. Malattia e morte, in realtà, sono da sempre momenti importanti nella vita di famiglie e comunità; anche il medico è stato a lungo strettamente legato al tessuto sociale primario; per questo da sempre il più normale luogo di cura delle prime, come di assistenza alla seconda, oltre che fino a tempi recenti anche del parto, è la casa. Sono rare le notizie sugli ospedali nel periodo che precede l’avvento del cristianesimo. Le informazioni diventano più precise lungo l’intero arco del Medioevo, quando, in tutta l’Europa oltre che nella penisola italiana, si diffusero, nelle città, nei borghi e nelle campagne, ospedali collegati ai monasteri e ai conventi o retti da confraternite di laici, che ricalcavano l’attività caritatevole monastica, per assistere indistintamente poveri, pellegrini e malati. La carità fiorì a partire da iniziative ecclesiastiche e dall’attività monastica; fondamentale e di lunga durata fu il rapporto tra ospedali e vescovi; attivo in più modi fu anche 12
  23. 23. il papato. Ogni città aveva più hospitalia di piccole e medie dimensioni, dedicatialla carità nei confronti degli strati di popolazione che vivevano in estremapovertà, totalmente indifesi nell’affrontare carestie ed epidemie. Normalmente inessi, sempre governati da comunità religiose, si soccorrevano i bisogni più urgentidei poveri, dei malati, dei pellegrini, dei bambini, anche di frati e monache sel’hospitale era connesso o interno a un monastero. Vi erano comunque prevalentii servizi di ricovero e di distribuzione delle elemosine rispetto alla cura medica.Sorsero tuttavia anche ospedali specializzati, come i lazzaretti, per malati dipeste e di lebbra.Nell’area padana la maggior fioritura di ospedali nel Medioevo si ebbe tra XIIe XIII secolo, nell’epoca dei liberi Comuni e con l’affermarsi della disponibilitàdei laici per l’attività caritativa. Si trattò della convergenza, in molti, di unavissuta religiosità quotidiana con un senso di civile impegno per la comunitàdi appartenenza. Il fenomeno assunse rapidamente dimensioni notevoli, fucontrassegnato anche da conflitti tra laici e istituzioni ecclesiastiche e diedespazio crescente all’affermarsi di attenzioni sanitarie e terapeutiche4.In questo stesso arco temporale il complesso edilizio ospedaliero di areamediterranea ebbe normalmente forma di un insieme di spazi di sevizio, tra iquali predominava la grande sala di degenza, gravitanti su un chiostro o cortile.Il piano terreno era porticato; se era presente un primo piano, esso era dotato diloggia per la sosta dei convalescenti. Non mancava mai la chiesa o la cappella. Ilprimo, completo piano di questo tipo è quello del celebre monastero benedettinodi San Gallo del IX secolo, dove sono ben leggibili la chiesa dell’ospedale el’infirmarium, organizzato attorno ad un piccolo chiostro composto da sale, alcune4 Sull’argomento si veda in particolare: G. Albini, Città e ospedali nella Lombardia medievale, Clueb,Bologna 1993. 13
  24. 24. delle quali di degenza, su tre lati e chiuso, sul quarto, dal fianco della chiesa. Locompletava un “giardino dei semplici” per la produzione delle spezie curative.Nel nord dell’Europa si sviluppò anche una tipologia ospedaliera isolata, compostada una sola grande sala di degenza, costruita a più navate e conclusa con unospazio dedicato all’altare, come negli hôtels-Dieu francesi.Gli hospitalia, annessi ai conventi o collocati presso le porte delle città, divenneroluoghi di convergenza di una vasta rete di fraternità cui partecipavano nobili, cetomercantile e membri del governo urbano. A Milano in particolare, sottolineano glistorici, si sviluppò una diffusa vocazione solidaristica che spinse al superamentodella natura prevalentemente elemosiniera degli hospitalia, per affermareun insieme di istituzioni che differenziava gli ospedali dai ricoveri dagli entielemosinieri. Si strutturò dunque un sistema di carità differenziata e largamentecondivisa, nel quale crebbe presto di importanza l’ospedale. All’inizio del Trecentoerano molto attivi in Milano, tra gli altri, l’ospedale del Brolo nei pressi delVerziere, regolato dal 1168 dagli statuti emanati dal vescovo Galdino; quelli diDonna Bona, di Sant’Ambrogio, di San Simpliciano, di San Dionigi, voluto dalcelebre vescovo Ariberto d’Intimiano.Con l’accrescersi delle dimensioni degli hospitalia, le sale di degenza divenneroparallelepipedi molto allungati formanti lunghe corsie; di questo tipo eranoancora nel Quattrocento le costruzioni ospedaliere romane. In area lombarda,invece, all’insorgere di problemi di igiene, di razionalizzazione delle strutture, diamministrazione, di gestione finanziaria dei beni accumulati, di attenzione laicaseppur con fondamento religioso, si attivò una riforma ospedaliera coincidente conun importante rinnovamento architettonico. Tale rinnovamento, esploso nell’Italia 14
  25. 25. Ospedale Maggiore di MilanoFacciata dell’edificiorinascimentale verso via Festa delPerdono, 1866 circa centro settentrionale con epicentro in Milano, si manifestò nella costruzione di nuovi “ospedali grandi” o “maggiori”. La storia dell’architettura, italiana e lombarda ma con echi rilevanti in tutto l’Occidente, è profondamente segnata dall’eccezionale e celebre esperienza ospedaliera capostipite di tale innovazione, l’esperienza della Ca’ Granda, l’Ospedale Maggiore di Milano di matrice filaretiana, oggi sede centrale dell’Università degli Studi di Milano. Nei primi due secoli della sua costruzione, grazie alla genialità del suo ideatore Antonio Averulino detto il Filarete, videro la luce anche soluzioni innovative risolutrici di fondamentali esigenze di igiene. Contemporaneamente, le disposizioni amministrative e gestionali dell’arcivescovo milanese Enrico Rampini diedero luogo al passaggio dell’ospedale da luogo pio soprattutto per poveri pellegrini, a sede di cura per i malati. Un cambiamento radicale dell’assetto maturato nel Quattrocento, sia sotto il profilo architettonico che relativamente all’attività medica in tutti i suoi aspetti, fortemente evoluta nel corso dei secoli successivi, ebbe avvio, come ricorda Catananti, dalla forza di “fatto storico” del dibattito avvenuto all’interno dell’Accademia delle scienze di Parigi, dopo l’incendio dell’Hôtel-Dieu della città nel 1772, dibattito dal quale “emerse un metodo di studio che può essere considerato l’antesignano degli odierni ‘studi di fattibilità’”. In quell’ambito “Lasson, Daubenton, Tenon, 15
  26. 26. Bailly, Lavoisier, La Place, Coulomb, D’Arcet e Condorcet, eminenti scienziati(chimici, fisici, medici, matematici) cui toccò quell’esaltante compito” sepperoconfigurare una nuova mentalità, al punto che: “Scorrere gli atti elaborati daquel gruppo ‘multidisciplinare’ di teste pensanti è ancora oggi una lezione dimetodo di affascinante attualità”. Dopo di allora, infatti, la medicina ospedalieraprese una nuova strada, che divenne del tutto evidente dalla fine dell’Ottocentoin poi; in essa: “L’attenzione fu quindi rivolta non solo all’organismo edilizio maanche alla disciplina giuridica e organizzativa che doveva disciplinare la vitainterna dell’Ospedale”5. Catananti innesta, su tale moderno scatto di razionaleprefigurazione dei processi costruttivi, la necessità esplicita, da quel momento inpoi, di una “fattibilità” programmata nell’innovazione ospedaliera.Tra XVIII e XIX secolo, con lo sviluppo della medicina scientifica e l’attivazione delmetodo sperimentale per diagnosi e terapia, l’ospedale divenne sede per la curadelle malattie infettive e chirurgiche; il medico mirò sempre più a collegarsi a essoin modo costante per avere a disposizione la più ampia casistica possibile dellemalattie e l’indispensabile concentrazione di competenze con cui confrontarsi.Tale nuova situazione diede luogo ad un rapporto di contiguità tra Ospedale eUniversità, anche perché l’autorevolezza scientifica di quest’ultima si fissò instretta relazione con le indagini rese possibili dalle nuove tecnologie a supportodelle diagnosi e delle cure mediche.Sono state le innovazioni tecnologiche costruttive, all’inizio del XX secolo ea partire dagli Stati Uniti d’America, a consentire il passaggio dall’ospedale apadiglioni distinti, affermatosi nel secolo precedente a quello a monoblocco,a grande sviluppo verticale, adattato in Europa, ma soprattutto in Italia, ad5 C. Catananti, Esiste un modello ideale?, “Salute e territorio”, n. 131, 2002. 16
  27. 27. Ospedale Niguarda articolazioni in più blocchi non eccessivamente alti. La diffusione in Europa, traProgetto Blocco Nord le malattie infettive, della tubercolosi, diede anche luogo al grande sviluppo dei complessi sanatoriali. Nella seconda metà del secolo XX, il quadro delle esigenze ospedaliere cambiò radicalmente, ancora una volta, a causa dell’enorme sviluppo della tecnologia diagnostica in campo chimico-analitico e radiologico e della produzione di farmaci risolutivi, come quelli antibiotici o cortisonici. A partire dagli anni Ottanta si accelerò lo sviluppo scientifico e organizzativo di discipline mediche specialistiche, che comportarono articolazioni organizzative e curricolari autonome. Nel decennio successivo si diffusero tecnologie diagnostiche di alta sofisticazione nei settori radiologico, elettrofisiologico, chimico-analitico. Rapidamente gli ospedali esistenti si differenziarono per tipi di cure, tramite combinazioni in dipendenza dalle opzioni di cultura e di gestione dei gruppi dirigenti. Il mondo della medicina si trovò pertanto ad affrontare un conflitto tra l’esigenza di continuità di cura dell’ammalato e necessità di operare in contesti ad alto contenuto tecnologico e altamente specializzati. Diventava fondamentale inoltre il nesso tra funzionamento dell’ospedale e sua integrazione con il territorio. Nella legislazione italiana come anche in quella di altri paesi europei, infine, l’innovazione più rilevante di questa fase è stata il processo di trasformazione dell’ospedale in Azienda, secondo un senso non del tutto coincidente con quello di impresa. L’intreccio dei molti fattori di novità qui riferiti in estrema sintesi evocò la necessità di nuova attenzione all’edilizia ospedaliera. “L’edilizia sanitaria è un campo da esperti, ma esiste anche l’‘architettura’; 17
  28. 28. questa variabile, soffocata per anni dalle esigenze economiche e, come si usadire, tecnologiche, è tornata in primo piano, si è parlato di modello distributivo,organizzativo, ma anche di immagine, di ambiente, di qualità degli spazi,sottolineando scelte di carattere progettuale e spaziale. La Commissioneministeriale ha lavorato per 5 mesi, un tempo troppo breve per poter porre in essereun programma di ricerca e di approfondimento tematico sull’edilizia ospedaliera,ma abbastanza per muovere le acque stagnanti del settore e alimentare undibattito”6: queste riflessioni, elaborate nel 2002 sullo stato di fatto dell’ediliziaospedaliera italiana, aprivano vive speranze di risveglio nella direzione di progettidi qualità, collegandola alle proposte elaborate da una Commissione ministeriale,dell’anno precedente e di breve durata, qualificata dalla presidenza del medico eex-ministro Umberto Veronesi e dal coordinamento dell’arch. Renzo Piano.Si riconosceva anche una “innegabile” mancanza sostanziale di “attenzione allaqualità progettuale, distributiva e compositiva” dell’attività edilizia italiana inquesto settore precisando che “si sono utilizzate come riferimento le realizzazionidi altri paesi europei”. Si concludeva che, finalmente, in quella sede, erano statiaffrontati problemi del tutto trascurati da anni, quali: il rapporto territoriale esociale tra città e ospedale, l’identificazione delle dimensioni indispensabili peraree di nuovo intervento di cui vanno preventivamente ipotizzati i parametridimensionali; l’indispensabile identificazione orientativa della tipologia edilizia ele sue connessioni con le indispensabili dotazioni di aree tecnologiche complesse.Prendeva così corpo il nuovo slancio costruttivo, in cui Regione Lombardia sitrova attualmente impegnata.6 R. Bucci, Un nuovo modello di ospedale, “Salute e territorio”, n. 131, 2002. 18
  29. 29. arte e storia nei luoGHi Della Cura:un patrimonio Da valorizzare a roi tra o pe etrS pi e considerato globalmente, il Sistema regionale costituito in Lombardia con di la legge 30/2006 all. A1, possiede nel territorio il più grande complesso di beni culturali mobili, dopo quello della Chiesa cattolica, che sia caratteriz-zato da continuità di storia e di identità, talvolta a partire dal tardo Medioevo; glistessi importantissimi musei comunali lombardi sono nati infatti in larga misuraa partire dal XIX secolo, mentre la componente di più antica origine del sistemaregionale - cioè l’insieme degli enti ospedalieri pubblici - ha in proprietà un patri-monio architettonico, artistico, storico e scientifico, che testimonia concretamenteil permanere nei secoli dei valori di solidarietà, impegno e generosità della societàlombarda nel perseguire scopi assistenziali e di cura di interesse generale.Il patrimonio degli enti assistenziali e sanitari, acquisito nei secoli grazie a dona-zioni di contenuto anche artistico e storico, costituisce dunque testimonianza pre-ziosa di un valore assai attuale: l’esigenza che la cura non sia destinata soltantoal corpo degli ammalati, ma alle persone sofferenti come tali, con il loro inesaustodesiderio di bene e di bello, al cui soddisfacimento, sia pure parziale, l’arte nonpuò restare estranea, come non lo fu nel passato.Non a caso da molti secoli costruire le sedi, più o meno complesse, dei luoghi di curaè stata - particolarmente in Lombardia - una sfida di innovazione e ricerca di unabellezza accogliente, non separata da un concetto di funzionalità adeguato ai tempi;e questo è un impegno che le più raffinate esigenze tecnologiche e scientifiche di ogginon possono farci dismettere, proprio mentre in questa regione si tenta di dare rispo-ste innovative all’originario e umanissimo bisogno di salute e serenità.Mentre questo volume tratteggia, per la prima volta, un sintetico ma avvincenteprofilo storico dell’architettura degli ospedali lombardi nei secoli, si deve purtrop-1 Cfr. allegato “A” alla legge regionale 30/2006 riprodotto in: C. Ruggiu, Enti regionale: ragioni e esitidi una riforma, in: “Confronti”, 2008, fasc. n. 1, pp. 127-134. 19
  30. 30. po riconoscere che non si dispone ad oggi di un inventario unificato - neppuremeramente patrimoniale - dei numerosissimi beni artistici del Sistema regiona-le, se non altro perché esso è di recentissima costituzione. E poi, come avvieneancor oggi per molti enti pubblici, neppure i singoli enti del Sistema dispongonosempre di una catalogazione scientifica di tale patrimonio, sicché sembrerebbequasi impossibile attivare fin da ora quelle forme di sinergia e di qualificazionedei processi gestionali e anzitutto di salvaguardia che, pure, sono non soltantoopportuni, ma anzi obbligatori, in attuazione del Codice dei Beni culturali e delPaesaggio e in vigenza di un regime sanzionatorio severo: basti considerare cheil Codice Penale prevede persino la reclusione per chi danneggi i beni culturalipubblici (art. 733); e ben sappiamo quanti danni possano derivare proprio dallamancata manutenzione e – prima ancora – dal mancato riconoscimento dei benistessi nel loro effettivo valore.è apparso dunque urgente alla Giunta regionale avviare, nella logica della sussi-diarietà, un processo partecipato di riconoscimento e valorizzazione del patrimo-nio artistico regionale, che - senza accentrare responsabilità e decisioni in terminiche avrebbero potuto produrre addirittura deresponsabilizzazione nei singoli enti- punti a sviluppare un’azione di accompagnamento e controllo, che orienti cia-scun ente secondo principi di “sistema”, partendo dalla consapevolezza che pressola grande maggioranza degli enti stessi non vi è oggi - e difficilmente potrà esserviin futuro - personale professionalmente competente per lo studio scientifico e lavalorizzazione del patrimonio artistico e storico ereditato dal passato2. Si trattain pratica di lanciare e sostenere nel tempo un programma di inventariazione, ca-talogazione e definizione di più appropriate modalità di conservazione e fruizione2 Sulla problematica cfr.: A. Tocci, Beni artistici e culturali degli enti del Sistema regionale: un patri-monio da ri-conoscere, in: “Confronti”, 2007, fasc. n. 3, pp. 52-60. 20
  31. 31. pubblica del patrimonio artistico e storico degli enti regionali, a partire da quellisanitari pubblici; insomma, abilitare progressivamente tutti gli enti del Sistemaregionale a gestire adeguati servizi e iniziative di valorizzazione del patrimonioculturale posseduto.Naturalmente non va dimenticato che alcuni enti già da tempo stanno ponendoin essere iniziative di grande pregio per la valorizzazione del proprio patrimonioculturale, in particolare il Policlinico di Milano3. Né va trascurato che il rinveni-mento e un’appropriata valutazione storico-critica ed economica dei beni cultura-li degli enti regionali potrà compiersi davvero soltanto quando lo studio dei beni(inclusi quelli di interesse storico scientifico) sarà affiancato sistematicamentedalla ricerca archivistica e storica e sostenuto da un’autentica passione.Si tratta di un percorso non facile, che richiede la presa di coscienza del fatto chela salvaguardia (verrebbe da dire: la cura) della memoria sociale e culturale delterritorio, testimoniata da innumerevoli beni culturali presenti negli enti sanita-ri, costituisce un servizio primario per il benessere - nel senso letterale, ma anchecomune - di tutti i cittadini, fruitori o meno di servizi sanitari. In questo parti-colare contesto (dove, comunque, gli organi di amministrazione dei singoli entimantengono intatti i loro poteri e le loro responsabilità in ordine alla corretta ge-stione dei beni culturali anche sotto il profilo patrimoniale) è sembrato opportunoe urgente attivare in primo luogo figure di “referenti” dei singoli vertici aziendalidel Sistema regionale, che sono stati individuati nel personale dipendente, secon-do valutazioni proprie dei direttori dei singoli enti4; in secondo luogo, si è voluto3 Emblematico è il caso dell’Ospedale Maggiore - Policlinico di Milano, il cui patrimonio artistico e sto-rico è stato oggetto di numerose attività di studio ed esposizione, oltre che di pubblicazioni tra le quali:Ospedale Maggiore - Ca’ granda. Ritratti antichi - Ritratti moderni - Collezioni diverse, (3 voll.), Milano,Electa Editrice, 1987 (Musei e Gallerie di Milano).. Da ultimo, si veda: P. M. Galimberti, Il patrimoniodi opere d’arte degli ospedali lombardi: il caso della Fondazione Ospedale Maggiore Policlinico, clinicheMangiagalli e Regina Elena di Milano, in “Confronti”, 2008, fasc. n. 2, pp. 179-189.4 Cfr. al riguardo la nota di Regione Lombardia, prot. A1.2008.0063869 del 03/06/2008 21
  32. 32. porre l’insieme dei referenti (e dei loro sostituti) nella condizione di svilupparein gruppo le proprie conoscenze sul tema e, se possibile, la condivisione di buoneprassi, man mano che se ne abbia notizia, anche grazie all’iniziativa dei singoli.In altre parole, si è deciso di puntare alla costituzione di una community inter-aziendale di referenti, capace di proporre e gestire processi progressivi di inte-razione e di far crescere in ciascun ente consapevolezza e motivazione nel lavorodi riconoscimento e gestione virtuosa dei beni culturali, evitando che un compitopercepito come nuovo dai singoli incaricati possa generare sensazione di solitu-dine nell’affrontarlo o, peggio, faccia sentire di essere sottoposti a responsabilitàper la cui gestione non si dispone di conoscenze e risorse adeguate.Per accompagnare il Sistema regionale e, in specie, gli enti sanitari nel percorsoindicato, Regione Lombardia ha attuato tre iniziative: 1. percorsi di formazione e di aggiornamento delle persone incaricate in ciascun ente di fungere da “referente” sul patrimonio culturale di appartenen- za; 2. pubblicizzazione di apposite “Linee guida” predisposte da un gruppo di esperti in collaborazione con il Ministero per i Beni e le Attività culturali, per supportare i “referenti” sul patrimonio di interesse artistico e storico nella gestione delle diverse tipologie di beni, in conformità alle vigenti norme di tutela; 3. implementazione di un forum telematico riservato ai referenti nominati dai Direttori generali dei singoli enti; tale forum consente di accedere facil- mente alle norme, alle informazioni e agli strumenti software individuati per realizzare l’inventariazione e la catalogazione del proprio patrimonio artistico, 22
  33. 33. nonché per supportare le azioni di conservazione, fruizione pubblica, stima patrimoniale, spostamenti, cessioni o vendite, affidamenti in deposito, prestiti per mostre, ecc.L’obiettivo è quello di supportare ciascun Direttore generale dei singoli enti (se-condo le specifiche situazioni, ma in una cornice metodologica comune) nel gestireadeguatamente la propria responsabilità in ordine al patrimonio artistico e stori-co dell’ente, nell’ambito complessivo del Sistema regionale, valorizzando al megliole professionalità in esso presenti, ovvero individuando correttamente gli apportispecialistici di cui necessita. Ai referenti individuati dai Direttori degli enti nonsi chiede infatti di improvvisare competenze specialistiche, ma di riconoscere leproblematiche di base e di supportare l’acquisizione di beni e servizi adeguati.Parallelamente si è realizzato nel 2008, attraverso varie forme di cooperazionecon università e con l’Istituto per la Storia dell’arte lombarda, un lavoro di rico-gnizione dell’entità, caratteristiche fondamentali e distribuzione territoriale dellecollezioni di tutti gli enti sanitari, più o meno antichi, presenti in Lombardia. Suquesta base, diviene possibile negli anni a venire completare l’inventariazionedei beni e poi la loro catalogazione scientifica, che, d’altra parte, costituisce lapremessa ineludibile per programmare interventi di conservazione e restauro,oltre che per organizzare, secondo le specificità delle singole situazioni, iniziativedi promozione della fruizione pubblica nel modo più consapevole possibile. 23
  34. 34. 1 CapitoLoGLI OSPEDALI A CROCIERA DEL QUATTROCENTO E SUCCESSIVI SVILUPPI FINO ALL’OTTOCENTO
  35. 35. e orr ll at e od an stef Prima del Quattrocento: luoghi di ospitalità nella città medievale di L a Lombardia partecipa nel Quattrocento a un generale movimento di rifor- ma dell’organizzazione ospedaliera, del quale gli ospedali, organizzati attor- no a grandi infermerie intersecate a croce, rimangono come memoria tangi- bile, e costituiscono forse il più specifico contributo della regione a un fenomeno storico di più vasti confini. Lo sfondo della riforma quattrocentesca è la lunga tradizione caritativa svilup- patasi nel corso del Medioevo, ispirata al messaggio evangelico e condizionata dall’evoluzione delle strutture sociali, in una tipica ambivalenza tra istanze e regole sia ecclesiastiche che laicali. Come in gran parte d’Italia, anche a Milano e nelle altre città lombarde il con- solidarsi delle istituzioni comunali, coincidente con un profondo rinnovamento religioso, diede luogo, soprattutto dall’inizio del secolo XII, a un grande sviluppo della rete di xenodochi e luoghi pii. La metafora della “rete” di ospedaletti non è casuale. Essi infatti, rivolti in modo generico al sollievo dei bisognosi, essendo la malattia uno dei tanti fattori del bisogno, erano ubicati presso monasteri e abbazie che offrivano ospitalità ed elemosina, o si costituivano abbastanza casualmente nei luoghi posseduti dal benefattore che fondava la comunità assistenziale, talvolta in un quadro non chiaro né stabile di regole e statuti, che riflette del resto la ricchezza del movimento spirituale che promuoveva tali fondazioni. In Lombardia molte di queste piccole e spontanee comunità ospitaliere sono riconducibili alle prime fasi del movimento degli Umiliati, e assunsero col tempo diversi assetti regolari. Di questi ospedaletti, alcuni assumevano una funzione più precisa, e avevanoA LATO:Ospedale Maggiore di Milano – Vedutaanimata del cortile maggiore, 1866 circa 25
  36. 36. quindi una più riconoscibile collocazione all’interno del disegno urbano. Si alludea quegli ospedali collocati sulle strade di accesso alla città, che dovevano nonsoltanto ricoverare i viandanti, ma anche esercitare su di loro un controllo al finedi prevenire l’ingresso in città di malattie contagiose, a partire dalla lebbra. Ri-corrente è quindi la collocazione degli ospedali dedicata a San Lazzaro fuori dellecittà, di solito verso Oriente o comunque sul percorso d’accesso più frequentato.Date le loro dimensioni, fisiche e organizzative, tendenzialmente piccole, rara-mente gli ospedaletti medievali diedero luogo a strutture architettoniche notevolie tipologicamente originali. Soltanto una ampia ricognizione può riconoscere leprime manifestazioni di quelli che sarebbero stati gli elementi fondativi dellainvenzione quattrocentesca dell’ospedale a crociera. In alcuni grandi ospedali, tracui gli esempi più noti sono quelli di S. Maria della Scala a Siena (dove questainfermeria prende il nome di “pellegrinaio”) e di S. Maria Nuova a Firenze, siritrovano grandissimi corridoi destinati all’accoglienza, arredati con letti, spessoanche dotati di un altare per le celebrazioni destinate agli infermi. Di solito si ri-tiene che la matrice di questi spazi sia da ricercare nella tradizione dell’architet-tura monastica; ma certamente è attraverso la mediazione degli ospedali urbaniche essa giunse ai progetti lombardi del Quattrocento.La riforma amministrativaLa riforma quattrocentesca consiste prima di tutto in un riordino amministrativoche vede l’istituzione laicale farsi protagonista e garante dell’assistenza. Questoavvenne attraverso una energica azione di concentrazione delle rendite in unaunica organizzazione amministrata di regola da un collegio elettivo espressione 26
  37. 37. della municipalità. Il profondo radicamento del precetto della carità nelle coscien-ze aveva infatti garantito alle fondazioni ospedaliere un generoso sostegno daparte delle popolazioni. Ogni piccolo ospedale aveva quindi ereditato piccoli egrandi possedimenti fondiari, la cui amministrazione era però spesso divenutaappannaggio dei ministri, e perfino di singole famiglie attraverso l’istituto delgiuspatronato. Le motivazioni addotte per la concentrazione delle rendite denun-ciano lo stato critico in cui versava l’assistenza, la pratica amministrativa spessoai confini dello sfruttamento, le malversazioni, a volte il venir meno dell’erogazio-ne caritativa.Quindi, facendo riferimento all’esperienza di altre città italiane, anche nelle cittàlombarde si promosse questa opera di moralizzazione e riforma dell’assistenza.La vicenda milanese ha un sapore tutto particolare, che ne fa un paradigma chia-rissimo. Essa fu infatti promossa dall’arcivescovo Enrico Rampini nel 1448: è dun-que l’autorità religiosa che avvia il processo che si concluderà con il sostanzialepassaggio da un modello fondato su istituti in realtà misti, ecclesiatico-laicali, maalmeno come facciata prevalentemente religiosi, a un modello decisamente laico,in cui l’amministrazione concentrata spetta alla civitas. è significativo che l’ini-ziativa dell’arcivescovo Rampini si collochi in quel breve periodo, tra la cacciatadei Visconti e il ritorno del principato con Francesco Sforza, in cui Milano sembròritornare alle forme e allo spirito glorioso dei comuni attraverso il tentativo dellaRepubblica Ambrosiana. L’atto arcivescovile in effetti diede forma e sanzione adalcune iniziative cittadine di riordino della materia, attuate tra il 1445 e il 1447.Non si trattava ancora dell’esproprio delle rendite, ma della nomina, attraversoun meccanismo cui contribuivano i ministri, il Comune e il Vescovo stesso, di una 27
  38. 38. commissione di cittadini, rinnovata annualmente, chiamata a sovrintendere alladistribuzione delle rendite. Veniva fissato un tetto al prelievo da parte dei ministridegli ospedaletti, mentre si imponeva un preciso modello anche per l’ordinaria am-ministrazione dei beni. La commissione poi rendeva conto periodicamente all’arci-vescovo. La riforma rampiniana fu approvata da papa Nicolò V nello stesso 1448.L’avvento di Francesco Sforza come signore di Milano vide un primo periodo diconflitto, in quanto il nuovo signore dimostrò da subito grande attenzione al tema,procedendo alla concentrazione degli ospedali in altre città, mentre in Milanocercò di sostituire alla commissione di nomina vescovile un organismo di nomi-na ducale. Nel 1456 lo Sforza fondò l’Ospedale Maggiore, e nel 1458 i beni degliospedaletti furono concentrati, con l’accordo dell’arcivescovo e la benedizione dipapa Pio II.L’ospedale a crociera nelle città lombardeLe bolle di fondazione degli ospedali maggiori ripetono, con poche varianti, unformulario in cui si afferma che l’ospedale maggiore delle singole città sarebbestato “unum, novum, amplum et generale”. Un programma politico, che era imme-diato tradurre in un programma architettonico. L’ospedale nato dalla riforma nonpoteva avere la forma casuale data dalle successive aggregazioni degli ospedalitradizionali, ma doveva simboleggiare anche attraverso l’impianto, la forma e ledimensioni la sua carica di novità. Questo fu il primo punto del programma ar-chitettonico: avviare la costruzione di un edificio imponente del tutto fuori scalarispetto al tessuto urbano, la Ca’ Granda, il cui nomignolo nasconde la saggiacomprensione popolare del programma politico sotteso all’architettura. 28
  39. 39. L’ospedale della capitale del Ducato è naturalmente il punto focale e il riferimen-to di una fenomenologia che spazia per tutta l’alta Italia, e vede il modello sfor-zesco al centro dell’interesse fino almeno all’età neoclassica. Il grande interessedell’ospedale milanese, oggi sede dell’Università degli Studi grazie a una serie direstauri novecenteschi che a loro volta sono una pagina fondamentale nella storiadell’architettura italiana, sta nel fatto che in esso la tradizione tipologica dellegrandi infermerie trova una forma compiuta, dalle ricchissime valenze simboli-che e pratiche, ponendosi anche come riferimento di un simultaneo aggiornamen-to condiviso da una regione allargata oltre i confini del ducato, e ponendosi comeriferimento in assoluto, quasi una icona dell’architettura ospedaliera universal-mente riconosciuta.Proprio questi valori molteplici hanno focalizzato sull’ospedale milanese, in rela-zione con gli altri esempi coevi (Brescia, Pavia, Mantova, Cremona, Lodi, Como,Piacenza…), una grande attenzione degli studiosi, con una molteplicità di propo-ste interpretative.Molti sono i punti fermi della storia, a partire dall’intervento dell’architetto escultore fiorentino Antonio Averlino detto il Filarete (1400 – 1469), che nel suotrattato di architettura descrisse l’ospedale milanese sotto forma di ospedale del-la città ideale di Sforzinda. Il celebre schema filaretiano vede l’ospedale costituitoda due nuclei quadrati, uno per i maschi, l’altro per le femmine, separati da uncortile bislungo con al centro la chiesa a pianta centrale; ciascuno dei quadraticontiene una croce, costituita dalle grandi infermerie, che forma quattro cortiliminori. Collocato ai margini della cerchia dei navigli, l’edificio sfruttava le acquecorrenti, attraverso un ingegnoso sistema di derivazione e mandata, per dotare 29
  40. 40. ca O: cir NT no 25 A 19 CC Mila gio, N A A e di rolo GI ior l’o PA agg e con A r LL le M giole infermerie di latrine collocate in appositi spazi sui lati delle stesse. Anche per NE peda mag Os rtilequesta pionieristica attenzione agli aspetti igienici l’ospedale milanese costitui- Cosce una pietra miliare nella storia dell’architettura ospedaliera.L’edizione critica del trattato filaretiano edita nel 1972 a cura di Liliana Grassi, figu-ra di spicco tra quanti hanno contribuito ai restauri della Ca’ Granda, fu una acqui-sizione fondamentale, in quanto la studiosa aveva modo di riscontrare sulle evidenzemateriali le affermazioni del sedicente progettista. L’interesse degli studiosi ne è sta-to ulteriormente sollecitato. Negli anni successivi, infatti, molte osservazioni e molteipotesi sono state fatte per capire più a fondo la genesi della Ca’ Granda.In particolare è parsa intrigante, nello scenario culturale di un Rinascimento aglialbori, la questione del rapporto tra Milano e Firenze. L’origine toscana del Fila-rete, i molti riferimenti agli ospedali di Firenze e Siena nella genesi degli ospedalilombardi, i documentati contatti tra Galeazzo e Cosimo de’ Medici, addirittura unviaggio di studio di Filarete in patria proprio per studiare gli ospedali: tutti questiargomenti hanno spinto a ipotizzare che da Firenze giungessero indicazioni ancorpiù precise, tali da far interpretare la razionale organizzazione degli spazi nelprogetto milanese come un portato di cultura albertiana, secondo alcuni mediatada Bernardo Rossellino in quanto architetto di Nicolò V, il Papa che con le suebolle veniva benedicendo le fondazioni degli ospedali lombardi.Tali suggestive ipotesi hanno comunque il valore di sottolineare l’eccezionalitàdel sistema degli ospedali lombardi quattrocenteschi, che nel loro insieme rappre-sentano un evento di grande rilevanza. Tuttavia un esame dei dati storici certiinduce a proporre interpretazioni più caute, seguendo una lectio facilior che nullatoglie all’esemplarità fiorentina e alla volontà innovatrice affidata al linguaggio 31
  41. 41. aggiornato di Filarete. Risulta infatti certo che i precedenti di Siena, Firenzee Brescia, cui i deputati milanesi guardarono, non presentavano strutture cru-ciformi, ma soltanto, e non era certo poco, i grandi pellegrinai divenuti ormaiconsolidati riferimenti tipologici. Quello che Filarete sicuramente trovò e imitònel S. Maria Nuova di Firenze è l’ampiezza dell’infermeria, quel modulo di sedicibraccia che costituisce il primo passo verso la definizione del progetto.La discussione potrebbe rimanere aperta, mancando ancora molti elementi cono-scitivi che sarebbero necessari per meglio valutare gli intrecci tra i quasi coevicantieri ducali degli ospedali di Pavia (prima pietra 1449), Cremona (dal 1451,realizzando una struttura a T in un perimetro irregolare) e Milano (in cantieredal 1456, ma con una serie di antefatti) e il cantiere dell’ospedale di S. Leonardoa Mantova (dal 1449), per il quale molti nomi di artisti toscani sono stati propostisu base più stilistica che documentaria. Si potrebbe anche pensare, e non sarebbedeludente, a un processo quasi corale, per successive approssimazioni tra cantieritutti seguiti molto da vicino dalla corte sforzesca, in cui Milano rappresenti ilfrutto più ambizioso e maturo, quello che richiese un ulteriore scatto inventivo el’innovazione tecnologica. Del resto la cifra stilistica rinascimentale, “all’antica”,sarebbe stata ben più marcata se si fosse proseguito il partito avviato nel cortileoggi detto della Farmacia, e rimesso in luce nei restauri, con il portico a pianter-reno e superiormente una teoria di archi su pilastri a collegare i contrafforti inun’immagine fortemente evocativa di modelli romani antichi, o forse anche alber-tiani. Ma il progetto filaretiano fu abbandonato in corso d’opera a favore di porticisovrapposti meglio accetti al gusto locale.La straordinaria invenzione “lombarda” si colloca però non sul piano dei detta- 32
  42. 42. gli, ma su quello dell’organizzazione spaziale, e consiste nell’aver organizzato ilunghi spazi dei “pellegrinai” in forma di croce greca, enfatizzando come snodispaziali pregnanti quegli incroci che prima di allora, se ve ne furono, erano sta-ti degli accidenti in processi di crescita disorganica e utilitaristica. L’inscrizionedelle infermerie in una cornice quadrata, che dà luogo ai quattro cortili a lorovolta quadrati, perfeziona l’edificio come emblematico di un approccio razionale,matematico alla organizzazione dello spazio. Che questo razionalismo possa esse-re esclusivamente di radice albertiana, e non possa avere una componente nellatradizione lombarda è un pregiudizio comprensibile, che forse però sottovalutala cultura del tardo gotico lombardo. Sarebbe comunque sorprendente che unainvenzione nata alla corte medicea o imposta dalla corte papale desse frutto sol-tanto in Lombardia, in termini di così alta concentrazione spaziale e temporale.Altre suggestioni sono legate all’archetipo della croce greca e alla sorprenden-te analogia tra il disegno filaretiano e una serie di lontani precedenti orienta-li. Anche queste osservazioni contribuiscono a dimostrare la qualità altissimadell’invenzione di questa architettura, proprio per la molteplicità dei riferimenticulturali che i suoi progettisti hanno saputo distillarvi. Che poi la croce in sé as-sumesse un valore simbolico altissimo in senso cristiano è fuori di dubbio, e si puòaggiungere soltanto che questo poteva avere un peso particolare nel quadro di unprocesso di laicizzazione voluto dalle stesse gerarchie ecclesiastiche.Il successo del tipo nelle altre città del Ducato fu immediato: si devono ancoracitare Lodi, dove la prima pietra fu posta nel 1459, e Como, dove l’avvio effettivodei lavori tardò fino al 1481. In questi casi, peraltro, la costruzione assunse glielementi fondamentali del nuovo tipo senza portarlo a perfezione: il cortile deco- 33
  43. 43. rato fu soltanto uno, a Como il progetto prevedeva soltanto tre bracci di croce. Delresto lo schema a T si configura come una variante non casuale della tipologia acrociera, presente in numerosi casi, e prevista dallo stesso Filarete per la crocieradelle donne. L’ospedale di Como, dedicato a Sant’Anna, è anche l’unico, che si sap-pia, ad aver riproposto il sistema delle latrine laterali distintivo delle infermeriemilanesi: il che dimostra che il progetto era perfettamente informato, e che unacerta flessibilità e adattabilità era proprio una delle apprezzabili caratteristichedi questa invenzione tipologica.La fortuna dell’ospedale a crociera è dimostrata da numerose realizzazioni inarea padana: qui possono soltanto essere citati gli ospedali di Bergamo, Piacenza,Parma, Novara… la cui realizzazione fu avviata ancora entro il Quattrocento.Ma ancora nei secoli seguenti, quando il tipo cominciava ad avere riscontri nellatrattatistica, varie realizzazioni in Italia settentrionale dimostrano la persisten-za del tipo e il suo successo: si possono citare ad esempio l’ospedale di Vercelli,costruito a partire dal secondo Cinquecento, il monumentale S. Giovanni Battistadi Torino, costruito a partire dal 1680 su progetto di Amedeo di Castellamonte, ilpiù tardo Ospedale degli Infermi di Faenza, fondato nel 1752 su progetto di G.B.Campidori, o ancora la pianta a T dell’ospedale di Treviglio del Segré (1786).L’elenco potrebbe essere ancora più lungo e articolato, comprendendo alcuniesempi più remoti, ad esempio spagnoli, che non smentiscono la primaria perti-nenza padana di questa ampia filiazione tipologica. Sembra però più interessanteaccennare, in chiusura, alla problematica della “tenuta” degli ospedali a crocieranei secoli seguenti. Le grandi infermerie erano nate per il ricovero indifferenziato,pur consentendo qualche suddivisione dei malati nei diversi bracci in funzione 34
  44. 44. delle esigenze curative e organizzative; ma sempre più sentito si fece il bisognodi spazi più specializzati e separati, corrispondenti funzionalmente, ma ancheconcettualmente, a una visione sempre più medicalizzata dell’ospedale. La pro-secuzione della fabbrica della Ca’ Granda vide quindi una serie di modifiche permoltiplicare il numero delle infermerie, e in seguito anche una infinita teoriadi sopralzi e ammezzati, per avere l’ospedale diviso in reparti. Nel frattempo, apartire del celebre Lazzaretto di Porta Orientale eretto già nel Quattrocento perle necessità create dalle epidemie di peste, nascevano altri ospedali e ricoveri spe-cializzati, articolando una nuova rete assistenziale dentro e attorno alla città. 35
  45. 45. CapitoLo2 L’OSPEDALE A PADIGLIONIDALL’OTTOCENTO AL PRIMO NOVECENTO
  46. 46. e orr ll at e od an stef Il lento abbandono dell’ospedale tradizionale di N el corso del Settecento circolarono sempre più gli studi di medici che proponevano miglioramenti e radicali mutamenti d’impostazione per l’edilizia ospedaliera. Si puntualizzavano le esigenze igieniche, cui dovevano corrispondere accorgimenti costruttivi efficaci, si teorizzava della più razionale collocazione urbanistica, si chiedevano spazi di ricovero suddivisi in entità limitate, così da corrispondere a una organizzazione in reparti distinti in funzione dei morbi e delle esigenze curative. Dal ricovero indifferenziato si passava gradualmente alla clinica. In età neoclassica il progetto di gradi ospedali fu più volte proposto come tema di concorsi accademici: ad esempio, nel 1832 all’Accademia di Brera di Milano Angelo Pisoni vinse il concorso per un ospedale da 1500 malati. Ma si trattava di elaborazioni accademiche, appunto, mentre la realtà vedeva più che altro interventi di miglioramento su complessi ospedalieri esistenti ormai da molti anni. Se qualche nuovo ospedale fu realizzato in Lombardia nel primo Ottocento, si trattò di edifici di limitate dimensioni, ispirati all’austera immagine delle fabbriche di pubblica utilità più che a una ricerca di innovazione tipologica. Ad esempio, l’architetto Pietro Gilardoni progettò gli ospedali di Varese e Busto Arsizio e a Milano il Fatebenefratelli (1824); Giulio Aluisetti il Fatebenesorelle (1836); Giuseppe Bovara l’ospedale di Lecco (1836). Si trattava generalmente di edifici in collocazione urbana, disegnati su impianti compatti a cortili chiusi, studiati con attenzione alle esigenze di ventilazione sottolineate dai medici, senza che questa problematica divenisse lo spunto per aderire a quella impostazione radicalmenteA LATO: Ospedale Sant’Annadi Como - Scalone del padiglioneGiovanni Battista Grassi 37
  47. 47. nuova che ormai la letteratura straniera teorizzava, ovvero l’ospedale costituitoda padiglioni separati anche come strutture edilizie. A metà Ottocento, nessunopiù dubitava che il modello migliore per la costruzione dell’ospedale fosse quelloche, attraverso la suddivisone in padiglioni distanziati e quindi ben dimensionati,areati e illuminati, garantiva le condizioni basilari per una efficace e organizzataassistenza medica.Nel 1844, all’Accademia di S. Luca a Roma, Angelo Angelucci vinse il concorsosul tema di un grande ospedale che dichiaratamente il bando voleva a padiglioniseparati. La ricerca teorica, e gli auspici dei sanitari, riguardavano dunque ildisegno dei singoli padiglioni, mentre il tema per gli architetti era soprattutto ilmodo di articolare e collegare i padiglioni stessi.Più che in passato, la progettazione degli ospedali diveniva materia codificata inuna abbondante messa di riferimenti scientifici e di esemplificazioni circolanti alivello internazionale. Gli schemi adottati a Parigi nel Settecento per ricostruirel’Hotel-Dieu (1773) e per l’ospedale Lariboisiere (1839) erano costantementetenuti presenti, così come erano ben note le proposte di Florence Nightingale perl’organizzazione dei singoli padiglioni. Il progetto dei padiglioni trovava efficacimodelli da importare, sperimentati sul campo in tempo di guerra o presentatinelle Esposizioni Universali: per esempio a Parigi, nel 1878, veniva presentatoil padiglione modulare in struttura metallica di Casimir Tollet, destinato adampia fortuna. Costante era l’aggiornamento degli specialisti sulla manualisticafrancese e tedesca.Ma la più evidente caratteristica del nuovo tipo era il vasto respiro dellacomposizione, e quindi la reale difficoltà stava nel reperimento delle aree, che 38
  48. 48. dovevano essere molto più estese di quelle occupate dagli ospedali tradizionali. Siinterponevano quindi problemi di tipo urbanistico, che rallentarono notevolmentel’affermazione del tipo a padiglioni in Italia.Le prime realizzazioni di ospedali a padiglioni in LombardiaSoltanto nel 1885 si arrivò concretamente all’avvio di un progetto di ospedalea padiglioni in Lombardia: si tratta dell’ospedale di Broni, ed è significativoche ciò sia avvenuto a seguito di un intervento da parte del professore d’Igienedell’Università di Pavia, Giuseppe Sormani, che giudicò il primo progetto ancoratroppo legato al tradizionale tipo a corti chiuse. Il secondo progetto redatto dall’ing.Febo Bottini comportò così, nel suo piccolo, l’adozione della più moderna tendenza:ubicazione ai limiti del borgo, galleria centrale che congiunge il corpo anterioredegli uffici al corpo posteriore contenente i bagni e la chiesa, e disimpegna iquattro padiglioni disposti a doppio pettine, e i padiglioni a loro volta ispirati alsistema Tollet presentato all’esposizione universale di Parigi nel 1878 e subitoripresi nella pubblicistica tecnica milanese.Il sistema Tollet non venne invece adottato anche per l’ospedale per contagiosi aDergano, alla periferia di Milano, iniziato nel 1883, dove si cercò di realizzare padiglioniautosufficienti che non avessero bisogno di corridoi o pensiline di collegamento.Pochi anni dopo, la costruzione del nuovo ospedale di Monza fu promossautilizzando una beneficenza in denaro del sovrano Umberto I, il che conferisceall’iniziativa un certo valore di esemplarità. Numerose furono infatti le revisionidel progetto redatto dall’ing. Ercole Balossi Merlo tra il 1890 e il 1894. I padiglionia un piano, disposti su più file con attenzione al miglior soleggiamento, venivano 39
  49. 49. o lan e to Mi lion vecen di ig re d No gio Pa el ag e del izio d M al le n da ter ll’i s pe a la tta a O u t iqui collegati da pensiline in ghisa e andavano a occupare una vasta area all’esterno d L Ve onso lfdella città. Pur differenziandosi dal sistema Tollet, le infermerie dell’ospedale Amonzese risultavano progettate nella ricerca della ventilazione e della luce solare,chiaramente tematizzata come la principale preoccupazione del momento.L’Ospedale di Monza fu ampiamente illustrato sulle riviste specializzate nazionali,entrando in confronto con altre realizzazioni coeve, come il Mauriziano a Torino esoprattutto il Policlinico di Roma, che segnavano una tappa precisa nell’evoluzionedell’ingegneria sanitaria italiana. Si abbandonava infatti nella costruzione degliospedali ogni riferimento alla monumentalità, e la ricerca trovava una sua viastrettamente tecnica, nel concorso della scienza medica, della scienza dellecostruzioni, dell’innovazione produttiva delle industrie applicate.Gli ospedali a padiglioni nei primi decenni del Novecento 40

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