Donne della pasqua, di Anna Maria Vissani
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Un pregevole strumento di riflessione e di meditazione su figure di donne, legate fra loro dal filo rosso della Pasqua di Cristo.

Un pregevole strumento di riflessione e di meditazione su figure di donne, legate fra loro dal filo rosso della Pasqua di Cristo.

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    Donne della pasqua, di Anna Maria Vissani Donne della pasqua, di Anna Maria Vissani Presentation Transcript

    • Anna Maria VissaniEmilia SalviMariano PiccottiDONNEDELLAPASQUAIL GENIO FEMMINILENELLA STORIADEL POPOLO DI DIO
    • © 2011 Editrice Velar24020 Gorle, Bgwww.velar.itISBN 978-88-7135-???-?Esclusiva per la distribuzione in libreriaElledici10098 Cascine Vica, Towww.elledici.orgISBN 978-88-01-?????-?Tutti i diritti di traduzione e riproduzionedel testo e delle immagini,eseguiti con qualsiasi mezzo,sono riservati in tutti i Paesi.I.V.A. assolta dall’Editore ai sensi dell’art. 74, 1° comma,lettera C, D.P.R. 633/72 e D.M. 09/04/93.Progetto grafico, realizzazione e stampaa cura di Editrice Velar, Gorle (BG)Finito di stampare nel mese di dicembre 2011
    • PRESENTAZIONE 20 anni fa il domenicano padre Dalmazio Mongil-lo, nostro carissimo amico, introduceva un piccolo li-bretto su figure di donne vissute alla luce del MisteroPasquale, edito dal Centro di Spiritualità “Sul Monte”.Riteniamo utilissimo riportare una parte delle sue ri-flessioni, in omaggio all’uomo di scienza e di dolcissi-ma parola, all’uomo dalla parola suadente e umanissi-ma. Scriveva: “Per secoli, nella mentalità corrente, ‘sto-rie di donne’ ha fatto pensare a realtà non degne di at-tenzione, non rilevanti, di cui non è il caso di interes-sarsi: ‘le donne fanno storie’, non scalfiscono la real-tà, non fanno storia. Questa mentalità, indubbiamentedi stampo maschile, oggi rende rischioso per un uo-mo parlare delle donne. Non è astratto il timore di es-sere frainteso e sospettato, e per quello che dice e peri motivi che lo inducono a parlare. Eppure non ci sipuò sottrarre al dovere di farlo, di imparare a comuni-care in verità e dignità, di promuovere un nuovo stiledi relazione, di assecondare gli indispensabili processidi purificazione della memoria, condizione prelimina-re per ogni intesa costruttiva. Quando si percorrono le pagine di questa storia alfemminile, quando ci si lascia coinvolgere dall’eloquen-za di tanti eventi, molti di essi autentici ‘fatti di vangelo’,vissuti da donne che hanno aperto nuove vie al cammi-no dell’umanità in tutti i campi della realtà, ci si rendeconto di quanto ingiusti siamo stati noi uomini, di Chie-sa e di mondo, quanto lenti ad arrenderci all’evidenza,quanto incapaci di cogliere le dimensioni della femmi-nilità della realtà e, conseguentemente, quanta gioia divivere abbiamo disatteso e compromesso. 3
    • Sarebbe stato sufficiente pensare che ognuno di noiesiste perché una donna per nove mesi ci ha cresciu-ti nel ventre e per un numero indefinito di giorni e dimesi ha trepidato e vegliato per noi, per vedere la re-altà in altra luce. È vero che, in genere, alla propria mamma ognunoha riservato un trattamento speciale: ‘esclusa mia ma-dre’! Non si è pensato che questa valutazione la attua-no quasi tutti e, perciò, tutte le donne, madri per la ge-nerazione o per la rigenerazione, avrebbero meritato alivello di linguaggio, di pensiero, di atteggiamento, unaconsiderazione meno ingiusta e discriminatoria. Anche se oggi parlare di donne, abbondare in elogi,va diventando di moda, almeno quando ci si esprimein forma ufficiale, non lo è ancora il riconoscimento, ef-fettivo ed affettivo, universale e pacifico, che il maschi-le e il femminile strutturano l’unica e indivisa umanità,sono le due orbite dell’ellisse umana, le realtà che, soloinsieme, rendono feconda e amica la convivenza, gio-iosa e degna di essere vissuta la vita. Perdurano moltee profonde situazioni di discriminazione, di autenticaemarginazione ed esse resistono a cedere”. Che cosa è cambiato da allora circa la condizionedella donna? Che ne è del “genio femminile” di cui l’u-manità non può fare mai a meno? Cosa è avvenuto diquel “segno dei tempi”, il primo indicato dalla Pacemin Terris, di Papa Giovanni XXIII, nel 1963. Quale cul-tura della donna sta entrando nella mente e nel cuoredi tutti noi attraverso i mass-media? Non possiamo far finta di non vedere e non sapere.Occorre solo indignarci. E veramente! Le storie descritte in questo volume, si leggono in uncrescendo di interesse, sono tutte belle. Nel loro insiemecosì ben articolato, alimentano la gioia dell’appartenenzaalla famiglia umana costruita da persone docili al Miste-ro Divino, trasparenti alla Sua Luce e per questo carichedi attrazione. Esse fanno nascere la nostalgia per una vi- 4
    • ta meno solitaria, meno opaca e alimentano la speran-za in un presente che non è solo del tipo di quello che imedia ancora divulgano. Le esperienze di queste donnedisincantano le illusioni delle persone che credono chele svolte culturali si attuano in modo automatico e sonofrutto di soli cambiamenti esterni. Un filo sottile sottende queste diverse narrazioni chein gran parte riguardano persone vissute in condizionidi esistenza che sono quelle di tutti noi: la spontaneitàcon cui ognuna di esse ha realizzato la sua relazione,più o meno esplicita ed intensa, con Dio e con il pros-simo. È questa la sorgente nascosta che alimenta la fe-deltà, la vivacità, la creatività, di queste esistenze nonpiù rare e isolate, e che contestualizza quello sguardocontemplativo che le ha portate a rendere celebrazionel’esistenza quotidiana, a viverla come espressione del-la regalità e della profezia di cui sono dotate per il lo-ro Battesimo. La loro caratteristica comune è essere im-merse nel grande mare dell’amore di Dio e piene di mi-sericordia per la sofferenza umana, fino al dono totaledi se stesse, senza calcolo. Capaci di morire ogni gior-no a se stesse per donare vita e luce all’umanità tutta.Proprio come Gesù nella Sua Pasqua! Questo libro sulle donne, quindi, ci mette in ascol-to di figure femminili belle, forti, coraggiose, ricche diumanità e soprattutto innamorate di Dio. Ci auguriamoche sia letto da un gran numero di persone e susciti intante donne e in tanti uomini la volontà di operare confiducia e perseveranza per l’avvento di un mondo ami-co, trasparente e solidale nella giustizia e nella pace. Vuole essere anche un grazie a tutte le donne checonosciamo e con le quali collaboriamo. Ognuno cer-tamente ne ha attorno diverse che lo hanno fatto vive-re e crescere. Il grazie per loro è lo stesso che ha det-to Giovanni Paolo II nella lettera alle donne che scris-se nel 1995: “Grazie a te, donna-madre, che ti fai grembo dell’es-sere umano nella gioia e nel travaglio di un’esperienza 5
    • unica, che ti rende sorriso di Dio per il bimbo che vie-ne alla luce, ti fa guida dei suoi primi passi, sostegnodella sua crescita, punto di riferimento nel successivocammino della vita. Grazie a te, donna-sposa, che unisci irrevocabil-mente il tuo destino a quello di un uomo, in un rap-porto di reciproco dono, a servizio della comunione edella vita. Grazie a te, donna-figlia e donna-sorella, che portinel nucleo familiare e poi nel complesso della vita so-ciale le ricchezze della tua sensibilità, della tua intui-zione, della tua generosità e della tua costanza. Grazie a te, donna-lavoratrice, impegnata in tut-ti gli ambiti della vita sociale, economica, culturale,artistica, politica, per l’indispensabile contributo chedai all’elaborazione di una cultura capace di coniu-gare ragione e sentimento, ad una concezione dellavita sempre aperta al senso del ‘mistero’, alla edifica-zione di strutture economiche e politiche più ricche diumanità. Grazie a te, donna-consacrata, che sull’esempio del-la più grande delle donne, la Madre di Cristo, Verbo in-carnato, ti apri con docilità e fedeltà all’amore di Dio,aiutando la Chiesa e l’intera umanità a vivere nei con-fronti di Dio una risposta ‘sponsale’, che esprime me-ravigliosamente la comunione che Egli vuole stabilirecon la sua creatura. Grazie a te, donna, per il fatto stesso che sei donna!Con la percezione che è propria della tua femminilitàtu arricchisci la comprensione del mondo e contribui-sci alla piena verità dei rapporti umani”. (Giovanni Paolo II) La comunità del Centro di Spiritualità “Sul Monte” Castelplanio, dicembre 2011 6
    • I PARTE STORIE DALLA BIBBIA Da Eva a Maria, dalla donna “tratta” dal fiancodell’uomo alla donna che dona i natali al Figliodell’uomo. Da quella situata fin dall’inizio in statod’inferiorità, di dipendenza e di sottomissione rispet-to al maschio, e quindi votata all’insoddisfazione,all’invidia, al ricorso all’astuzia – l’arma dei deboli –,alla donna magnifica, allo stesso tempo vergine e ma-dre, intoccabile e prodiga, votata all’estrema discre-zione, alla pazienza, alla dignità di un profondo do-lore. Eva e Maria, le due facce dell’eterno Giano fem-minile: la malvagia e la buona, la subdola e la can-dida, la fallibile e la forte, la funesta e la santa. Ma traEva e Maria molti altri volti di donna emergono nelcorso dei secoli sfogliando le pagine della Bibbia. Eciascuna è unica, singolare e tuttavia plurale, alme-no complessa, poiché mescola in se stessa più o menoombra e più o meno luce, astuzia e rettitudine, orgo-glio e coraggio. Ciascuna è unica, nella sua carne enel suo destino, ma non da sola: la vita di ciascunadi queste donne si svolge, infatti, sempre nel cuore diuna comunità dove devono trovare il loro posto, con-solidarlo e assicurarselo, spesso al prezzo di prove econflitti, come Rachele e Lia; di raggiri a seconda del-la necessità, come Tamar o Betsabea; a volte con du-rezza, come Sara che scaccia Agar. Queste linee oriz-zontali, che strutturano e circoscrivono il palcosceni-co della loro esistenza, vengono tessute sempre attor- 7
    • no a un asse verticale, di una verticalità infinita, al-lo stesso tempo stranissima e intima: Dio. Dio si ergeal cuore delle loro esistenze. Sebbene “assente”, nonnominato, come nel libro di Ester, egli è là (Est 4,14).Dio rimane in un Altrove immenso, non situabile, etuttavia prossimo; quando, davanti alla minaccia disterminio che il ministro Aman fa pesare sul popoloebraico, Mardocheo si appella alla giovane reginaEster affinché tenti di salvare i suoi, egli evoca questoaltro luogo che sottintende Dio. Allora Ester, con il di-giuno e la veglia, scende nel più profondo di se stessa– fino a quell’intimo Altrove dove si trova Dio, e tace –e in quel silenzioso Altrove, che è Dio stesso, attinge laforza per affrontare il re, a rischio della propria vita,al fine di ottenere la grazia per il suo popolo. “Entre-rò dal re malgrado la legge e, se si deve morire, mori-rò!”: così dice sobriamente, poi, forte del pellegrinag-gio che ha appena compiuto nel segreto verso quell’Al-trove sacro, si riveste degli abiti regali per presentarsial sovrano che ha su di lei e su tutti i suoi, potere dimorte o di salvezza. Per le donne della Bibbia, Dio èanzitutto il Dio della Vita, piuttosto che quello dellapotenza e della vittoria, così come lo concepisconomolto spesso gli uomini, la cui fede resta condiziona-ta dalle loro funzioni di guerrieri. La fede delle don-ne, invece, è irrigata da ciò che costituisce la loro for-za, l’unico potere che gli uomini non possiedono e delquale essi possono spossessarle: la maternità. Quandoperò gli uomini tentano di privarle di questo potere,per indifferenza o per sfiducia nei loro confronti, essenon disarmano, ma ricorrono a stratagemmi, anchei più pericolosi, come quello messo in atto da Tamarche, dopo due precoci vedovanze, non si rassegna arimanere infeconda. Vuole a tutti i costi, anche ri-schiando la propria vita, dare alla luce un figlio delsangue di Giuda, affinché il filo delle generazioni nonvenga interrotto e la posterità sia assicurata. ComeEster, che depone i suoi vestiti di donna che implora e 8
    • supplica e si riveste di magnificenza per scongiurarela minaccia di morte che pesa su di lei e sul suo popo-lo, Tamar cambia i suoi abiti di vedova con quelli diuna prostituta, per sedurre il suocero che esercitaanch’egli un diritto di vita e di morte sulla sua perso-na. Queste donne non retrocedono davanti ad alcunostacolo: né la paura, né lo scandalo, né la vergognale fanno deviare dal cammino che si sono tracciato;“nonostante la legge”, che alle volte può mostrarsi co-sì iniqua, violenta, mortale, vanno dritte a fondo nel-le loro decisioni. La Vita viene prima di tutto. Quan-do invece è il loro stesso corpo che le priva della gioiadella maternità, nemmeno allora le donne della Bib-bia vi rinunciano. In questo caso non possono far ri-corso all’astuzia – non si possono manipolare le cosecon Dio perciò ricorrono alla preghiera, alla supplica,alla pazienza. Una pazienza ostinata, come quella diAnna, sposa sterile di Elkana, che darà alla luce ilprofeta Samuele. La loro pazienza, accompagnata daun’ammirabile fiducia, può anche diventare pugna-ce, quando il figlio tanto aspettato e finalmente venu-to al mondo, è precocemente colpito dalla morte. Allo-ra esse ripartono per la guerra contro la notte, il fred-do che attanaglia il cuore e le viscere, contro le oscu-re forze della morte, come la donna di Sunen, cheparte per reclamare il “dovuto” presso il profeta Eliseo.Il dovuto della vita rubata a suo figlio, quello stessoche aveva tanto tardato a partorire. Ella esige che Dio,attraverso il suo profeta, mantenga in pieno la suapromessa e le restituisca il dono che le aveva conces-so: che risusciti suo figlio, che le venga concesso dicondurlo fino all’età matura di uomo e che la filiazio-ne continui il suo corso attraverso il tempo. Allor-quando, infine, in nome della sopravvivenza del po-polo in pericolo, bisogna che esse passino per l’assas-sinio, non esitano né tremano davanti all’obbligo diuccidere il nemico: così fecero Giuditta e Giaele. Sal-vare la vita, instancabilmente; salvare la tribù, la cit- 9
    • tà, il popolo; proclamare la gloria del Dio d’Israele,Dio dei viventi. Le donne, sempre, elevano il lorosguardo ad altezza di vita e, dunque, con lo stessoslancio, all’altezza di Dio e dell’umanità piena: moltoin alto, molto lontano e molto vicino (Sylvie Germain). 10
    • Raab IL FILO ROSSO DELLA LIBERTÀ Dopo la liberazione dalla schiavitù egiziana e lapermanenza di 40 anni nel deserto, Israele, sotto laguida di Giosuè, si appresta a conquistare la terra pro-messa (Palestina). Una tappa importante di questa con-quista è la presa di Gerico, nella cui cornice si collo-ca la storia di Raab (Giosuè 2), qui raccontata in unalibera traduzione. A Gerico, piccolo centro della Palestina, non lontanodal fiume straniero, attraverso varie scorribande mes-se a segno con destrezza, si erano impadroniti di buo-na parte dei territori controllati dai re cananei e proce-devano inesorabilmente verso la città. Li chiamavanoIsraeliti e non erano neanche molti; ma da quando era-no spuntati dal deserto, la fama della loro invincibilitàera rimbalzata con terrore in tutta la valle del Giorda-no. Tanta forza in così poca gente non si era mai vistaeppure, stando al racconto di alcuni scampati, usava-no armi talmente rudimentali da sembrare un miracoloche fossero ancora vivi. “Quale sarà il loro segreto?” sichiedeva sbigottita la popolazione di Gerico mentre apiccoli crocchi, commentava la notizia, giunta di recen-te, della disfatta subita da Og e Sicon, due re amorrei 11
    • oltre il fiume. Era ormai risaputo però, che il loro assonella manica era un dio chiamato JHWH con cui ave-vano stipulato un patto di alleanza e che aveva giura-to di dar loro, per abitarvi, il possesso di tutta la terradi Canaan. Questo Dio, ora, stava realizzando la pro-messa mettendo nelle loro mani, senza quasi combat-tere, l’intera regione. Gerico viveva ormai sotto l’incu-bo di un attacco, imminente. Venti di guerra e di ro-vina si addensavano già nell’aria della sera, portandocon sé un leggero senso di vertigine nel tranquillo ca-lare del sole.LA LUCE DELLA SPERANZA Dalla terrazza della sua minuscola casa, addossataalle mura di cinta, bianca come la caligine che si re-spirava all’intorno, Raab, forse la più nota tra le prosti-tute della città, scrutava l’orizzonte con la mano tesa atettoia per fare ombra agli occhi (davanti la campagna,ampia e deserta, era avvolta da un silenzio quasi irre-ale, attraversata solo dallo stridio di corvi affamati incerca di preda). Raab si sentiva inquieta e sospesa nelvuoto come quella cordicella di filo rosso, penzolantee scossa dal vento, che aveva legato alla finestra sottodi lei. A quel filo rosso era appesa la sua vita e tutte lesue speranze. A guardarla, poggiata alla parete nei mo-menti di quiete, assomigliava ad un rigagnolo di san-gue appena uscito da una ferita. Sangue di chi e ver-sato per che cosa? Raab aveva sentito dire che il Dio JHWH aveva sal-vato gli Israeliti dalla schiavitù in Egitto grazie al san-gue di un giovane agnello, sparso sulle porte delle lo-ro case. Era stato il segno potente di un Dio che amae libera; che è presente tra la sua gente ed è pronto adonare la vita. Chissà se era vero che avrebbe libera-to anche lei? Quella cordicella rossa al posto del san-gue avrebbe forse allontanato la morte del corpo, maavrebbe potuto sconfiggere quella che Raab si porta-va nel cuore? Guardava se stessa e non vedeva nien- 12
    • te di buono. Eppure quei desideri profondi di liber-tà e infinito che si portava dentro, dovevano pur va-lere qualcosa agli occhi di Dio. Chi se non Lui avreb-be potuto togliere dalla sua spalla quella cesta stracol-ma di lacrime per un passato doloroso e carico di fe-rite e per la solitudine senza uscita in cui le paure l’a-vevano imprigionata? Chi se non lui, avrebbe potutoriconciliarla con se stessa e la vita, dando almeno unsenso a quella squallida emarginazione che il mondole aveva riservato? Qualunque cosa fosse accaduta, la sua salvezza, or-mai, dipendeva dal colore sanguigno di quei pochi filiintrecciati e dall’amore di un Dio misericordioso che l’a-veva raggiunta e le era penetrato nel fondo dell’anima. Da dietro le spalle le giungevano intanto gli echi diun febbrile affannarsi di gente intorno a carri e caval-li. I suoi concittadini si apprestavano, in totale autosuf-ficienza, ad affrontare la lotta per un esodo impossi-bile. Mentre si dirigeva verso la scalinata per scenderein casa, Raab lanciò un’occhiata alla catasta degli ste-li di lino addossata alla parete. Era ancora dissestatama non aveva voglia di metterla in ordine. A due gior-ni dal fatto, ancora, a guardare quel mucchio scom-posto le tremavano le gambe al ricordo di quanto erasuccesso. Al calar della sera, un paio di uomini, si era-no intrufolati non si sa come, dentro la città, eludendoi controlli che le autorità avevano da tempo intensifi-cato. Era sola quando le piombarono in casa. Perchéavessero scelto proprio lei lo capiva bene: unico luo-go che li avrebbe accolti senza troppi pregiudizi. Le lo-ro facce abbronzate, i lineamenti marcati e un po’ du-ri, ne tradivano la provenienza. Capì subito che si trat-tava di esploratori Israeliti mandati a perlustrare la zo-na. Per un attimo si sentì come paralizzata ma si rieb-be subito. Un sottile senso di mistero avvolgeva quegliuomini, come se il loro Dio, dopo averli redenti, aves-se potenziato a tal punto la loro natura, da farli sem-brare simili a Lui. Avevano la baldanza di chi lotta per 13
    • grandi ideali, la pacata sicurezza di quelli che si sen-tono amati e appartenenti a Qualcuno insieme ad unosguardo limpido e fiero nella carica di vita che sprigio-navano. Raab ne rimase colpita. Non ebbe neanche iltempo di chiedere spiegazioni perché le guardie li sta-vano già cercando passando casa per casa, e prestosarebbero venuti da lei. Quasi obbedendo ad un istin-to, spinse i due uomini verso le scale fin sulla terraz-za, dove li nascose sotto la catasta di lino raccolto dapoco. Poi ridiscese. Ed ecco poco dopo sopraggiunge-re alcuni soldati. Inventare storie non era mai stato ilsuo forte ma stavolta le venne spontaneo come l’avessefatto da sempre. Ammise di averli ospitati ma di aver-li visti partire, poi, prime che le porte della città fos-sero chiuse per la notte. Ai soldati il racconto di Raabsembrò verosimile e partirono all’inseguimento. AlloraRaab, chiusa la porta di casa, salì di nuovo in terrazza. Adesso aveva di fronte i due uomini sconosciuti. Siaccoccolò a terra, accanto a loro e cominciò a parlarelentamente con voce calma e sicura, con gli occhi fissisui loro volti debolmente illuminati dalla luna: “Ai vostri occhi sono solo una straniera, lo so – dis-se piano – una donna, e persino degna di disprezzoper il mestiere che faccio ma anche voi, come me, ave-te conosciuto l’amara sofferenza di chi si sente rifiuta-to e sfruttato; anche voi siete passati attraverso il buiodi notti insonni, quando l’angoscia si fa preghiera esale verso Dio in una disperata richiesta di aiuto. Il Si-gnore ha ascoltato la voce del vostro lamento quandoeravate oppressi dalla schiavitù in Egitto, ed è venutoa ridarvi coraggio. Voi lo avete incontrato quasi senzacercarlo; io invece, l’ho cercato da sempre senza maitrovarlo. Ho conosciuto solo idoli muti a cui mi ero le-gata per riempire il vuoto di una giovinezza brucia-ta prima ancora di cominciare. Da loro mi aspettavola pace, la pienezza e l’amore che non ho mai avuto,ma mi hanno dato solo un vuoto più grande. Quandoho sentito parlare del Dio vivo e di quello che ha fatto 14
    • per voi, il mio cuore è tornato a sperare. Lui vi ha fattiuscire dall’Egitto prosciugando davanti a voi le acquedel Mar Rosso; nei quarantanni in cui siete stati neldeserto vi ha soccorso in ogni vostra necessità e oravi sta donando questa terra. Da che mondo è mondonon si è mai visto un Dio che abbia amato così tanto ilsuo popolo! Sono sicura che per voi darebbe persinoil suo sangue e la sua stessa vita. Il mio intimo freme egioisce di fronte a questi fatti perché qualcosa, dentro,mi dice che questo amore è anche per me. L’ho giàsentito scendere, come preannuncio di perdono, sullemie ferite doloranti, Lasciate, vi prego, che anch’io en-tri dentro questo fiume di misericordia e arrivi fino aLui che ne è la sorgente. Lasciate che io partecipi allastupenda avventura che Dio sta facendo vivere al vo-stro popolo, quando conquisterete Gerico, risparmia-te me e la mia famiglia dalla morte”.UNA NOTTE INDIMENTICABILE Animato dal coraggio e dall’audacia di questo di-scorso, uno di loro rispose: “Dalle tue parole, o don-na, sappiamo per certo che Dio non fa preferenze dipersone, ma dona la sua grazia a chi lo cerca con cuo-re sincero. Egli ha scavato una breccia dentro di te e viè entrato. Ora Egli stesso, attraverso le nostre mani timanda un segno di salvezza: prendi questa cordicelladi filo rosso e legala alla finestra. Segnerà per te l’espe-rienza della Pasqua. Tu chiuditi in casa con la tua fami-glia finché Gerico non venga presa. In quella notte Diostesso combatterà contro la morte e la vincerà; al mat-tino vedrai la luce di un giorno che non avrà mai fine”. Animata da questa promessa, Raab fece calare conuna corda i due uomini dal muro di cinta, poi legò ilfilo rosso alla finestra. E ora a due giorni di distanza era ancora lì, presagiodi un avvenimento che avrebbe sconvolto la sua storia. Chiusa in casa, assorta in questi e altri pensieri,Raab aspettava. Fuori intanto le tenebre avanzavano 15
    • finché scese il buio. Quella notte gli Israeliti attacca-rono Gerico. Fu una notte indimenticabile! Sembrò aRaab che non solo le sue ossa ma tutta la terra fosseattraversata da un brivido di terrore; come se la vita ela morte si confrontassero in un terribile duello. Ran-nicchiata in un angolo della stanza, con gli occhi chiu-si e il cuore febbricitante Raab pregò a lungo. E men-tre pregava, quasi all’improvviso, al chiarore delle pri-me luci dell’alba, ormai stanca, cadde a terra. Non seppe mai cosa fosse successo veramente! Raccontò solo, più tardi, di aver visto come in unsogno, un uomo venirgli incontro da lontano. Avvoltodi luce splendente, aveva l’aspetto di un Dio guerrieroche torna vittorioso dalla battaglia. Era ferito! Da uno squarcio ampio e profondo aperto nel co-stato fuoriusciva un lungo filo di sangue che spiccava,rosso, sul bianco della pelle. Quel sangue assomiglia-va stranamente alla cordicella rossa che Dio le avevamandato come segno di salvezza. Fu allora che Raabcapì. Era libera! Quell’uomo chiunque egli fosse, aveva combattu-to per lei e aveva vinto. Una gioia indescrivibile si im-padronì di tutto il suo essere e le rimase dentro anchequando il sogno svanì e poté far festa, completamen-te sveglia, insieme agli Israeliti, ringraziando Dio perquanto aveva operato. 16
    • � �ter IL RISCHIO DI METTERSI IN MEZZO Ester era una donna che aveva buoni motivi perpotersi ritenere favorita dalla vita. Bella e dal caratte-re aperto e cordiale, aveva conquistato l’ammirazionee la simpatia di tutti. Il re di Persia l’aveva scelta co-me moglie. Nata da una famiglia ebrea deportata a Babiloniaal tempo di Nabucodonosor, era rimasta presto orfanadi entrambi i genitori, ma un suo parente, Mardocheo,l’aveva presa con sé amandola come una figlia. Dive-nuta ragazza, quando Assuero si trovò a dover sceglie-re la sua regina, ella suscitò grande ammirazione nelre che la preferì a tutte le altre. E lei, ebrea, andò spo-sa ad un persiano. Per questo Ester portava un grande peso nel cuo-re: il fasto di cui era circondata non la rendeva felice.Non le piaceva essere moglie di un uomo che la vo-leva al suo fianco solo nelle celebrazioni ufficiali. Unalegge vietava alla regina, come a chiunque, pena lamorte, di presentarsi al cospetto del re senza esser-vi stata chiamata; ed era già trascorso più di un meseda quando Ester era stata convocata l’ultima volta! L’a-mava Assuero? 17
    • FIDUCIA PIENA NEL DIO DELLA VITA Viveva sempre nella stessa sala ornata di preziosedecorazioni, di arazzi bellissimi, di cuscini pregiati edi suppellettili intarsiate; tutto esprimeva grande ric-chezza e potere. “Ma a cosa vale tutto ciò” – pensava là in quellasolitudine – “se ho dovuto anche tacere le mie origi-ni, e la mia appartenenza al popolo che Dio ha scel-to? Nessuno a corte conosce la mia fede, nessuno sache io non ho mai servito gli dei pagani che questopalazzo adora. Il mio Dio è il Dio del mio popolo, edè l’Unico”. Cosa poteva significare agli occhi del Dio della sto-ria quella sua attuale condizione, quell’alternarsi di do-lori e gioia, di solitudine e di favore di cui erano dis-seminati i passaggi della sua vita? Che senso aveva peruna serva del Dio di Israele sedere alla destra del redel grande impero di Persia di cui il popolo eletto eradivenuto schiavo? Un giorno mentre stava pensando queste cose unaserva le annunciò la visita dell’inviato di Mardocheo.Le fu descritto un uomo affannato il cui volto rivela-va una profonda preoccupazione. Ester lo fece entrare. Davvero aveva lo sguardo sconvolto: gli occhi spa-lancati a prolungare una sensazione di stupore di fron-te ad un fatto difficile da credere. “Mia regina, tuo zio e padre Mardocheo mi ha man-dato perché ti informassi delle ultime malvagità delprimo ministro Aman” le disse concitato. Ester si pose una mano sulla fronte e chinò il capo:conosceva bene l’odio che Aman nutriva per suo ziopoiché non aveva mai accettato di inchinarsi ai suoipiedi per adularlo. “Parla! È in pericolo la vita di Mardocheo?”. “Non solo! – rispose – Aman è riuscito a convince-re il re Assuero della colpevolezza di tutti i deportati eli ha accusati di venir meno all’obbedienza delle leg-gi dell’impero”. 18
    • Assuero infatti era implacabile di fronte ai suoi ne-mici, ed Ester lo sapeva bene. Sedette. Il cuore sembra-va essersi fermato ed il respiro le moriva in gola. L’in-viato un po’ titubante continuò: “Regina, proprio oggi,Aman ha fatto scrivere un decreto che sancisce lo ster-minio di tutto il tuo popolo”. Ester scolorì, e dopo un lungo silenzio sussurrò trasé: “Oggi! Il 13 di Nisan!”. “Mardocheo – disse l’inviato– mi manda a dirti che tu faccia qualcosa interceden-do presso il re”. Ella tacque. E l’inviato non avendo risposta, conti-nuò: “Domani è pasqua ma questa volta non sarà unagnello ad essere immolato. Non ci sarà liberazioneper noi: il sangue che si verserà sarà il nostro! Regi-na, dov’è il nostro Dio? Ci ha dimenticati per sempre?Lontani dalla nostra terra, lontani dalle sue promesse.Dov’è la fedeltà di Dio?”. Ester ascoltava quelle parole di disperazione senzacondanna: venivano dal cuore di un uomo che vede-va una realtà terribile, il trionfo dell’ingiustizia e dellasuperbia. Congedò l’inviato raccomandandogli di ave-re fede. Dio avrebbe ancora steso il braccio in favoredei suoi figli. Appena quell’uomo se ne fu andato, lo sguardo diEster fissò il cielo che appariva a sprazzi, dalle colon-ne dell’atrio. Era grigio e nuvoloso. Ogni tanto un lam-po ed il suo tuono squarciavano le nubi ed il silenziodella pianura sottostante. Le venne in mente il sognodi cui Mardocheo le aveva parlato: “Un giorno di tene-bre e di caligine si abbatte sul popolo dei giusti”. Quelsogno era stato un presagio. Copiose lacrime cominciavano a scorrere lungo lesue guance. Mentre le sentiva percorrere il viso finoa bagnarle le labbra, si ricordò anche del resto del so-gno: “Una piccola sorgente che sgorgava al grido didolore del popolo e che diventava un fiume grande,capace di inondare i nemici”. “Non può essere tutto finito” pensava e, mentre cer- 19
    • cava di allontanare le domande che le si affacciavano al-la mente, parlava con il suo Dio in un dialogo colmo difiducia: “Io non ho cercato Assuero… Non ho desidera-to diventare moglie di un pagano… Non mi sono senti-ta una privilegiata a motivo degli onori del mio rango…Anzi, ho sofferto per l’impossibilità di manifestare a cor-te le mie origini. Sono stata presa contro la mia volontàe portata qui… ma il mio popolo non è rimasto fuori,l’ho portato con me e dentro di me… Quale vantaggioho ottenuto per lui fino ad oggi? Domani si celebrerà lapasqua. Forse l’ultima… Ci sarà ancora un agnello cheverserà il suo sangue al posto di quello del popolo?”. Ester avanzò lentamente lungo l’atrio e raggiunse ilcortile da cui poteva vedere meglio il cielo. Nel silen-zio della sera, ormai tarda e cupa, il vento le portaval’eco dei lamenti del popolo. Sentiva le grida che si le-vavano a Dio con tutta forza e che invocavano salvez-za e giustizia. Quei lamenti le ricordavano il belare de-gli agnelli condotti al macello. Rientrata che fu, Ester percorse il corridoio che laconduceva alla sua stanza e vi entrò. Si tolse gli abitiregali e, indossata una tunica, si accasciò a terra, pro-strata davanti a Dio. Nell’angoscia di una profonda so-litudine aprì il suo cuore all’incontro con l’unico Re eSignore di Israele. Nell’intimo scopriva di non poterleggere quanto stava avvenendo con gli occhi dei pa-gani, e neanche con quelli dell’inviato di Mardocheo.Ciò che stava accadendo non poteva esser paragonatoal susseguirsi degli atti di una tragedia: quella, proprioquella che viveva, era la storia d’amore e di misericor-dia che Dio intesseva con il suo popolo. Respirò profondamente; poi allargò le braccia in at-teggiamento di colei che voleva assumere tutto, sen-tirsi dentro quella vicenda da cui personalmente po-ter trovare scampo. No, non avrebbe taciuto più a suomarito Assuero le sue origini; Ester era stata orfana maaveva trovato un padre in Mardocheo; era stata poveraed ora conosceva la ricchezza… La memoria di ciò la 20
    • stava conducendo ad una saggezza ispirata. Cominciòa guardare nel suo dolore con gli occhi di Dio. “Signore Dio, tu da sempre sei salvezza per i po-veri che ricorrono a te quando arriva l’angoscia. Tu cihai fatto conoscere le tue opere in nostro favore per-ché sempre le ricordassimo e perché imparassimo cheTu sempre intervieni nella storia. In ogni sventura Tuci hai portato salvezza. La nostra vita con Te è segna-ta da un susseguirsi di pasque, di passaggi: come allanotte succede il giorno, come al cadere del chicco nel-la terra succede la spiga di grano, così fai tu. Tu ci faipassare dalla morte alla vita, come nell’esodo quando,per il sangue dell’agnello, hai salvato i nostri primoge-niti dalla morte e ci hai permesso di attraversare il ma-re. Oggi è un’altra pasqua. E proprio in questi giornitu passerai ancora per liberarci”.IL PREZZO DELLA LIBERTÀ L’esperienza della vita le aveva insegnato che Dionon agisce senza la collaborazione di ognuno: avevascelto Abramo, poi Giuseppe, Mosè… e anche Mardo-cheo. Chi poteva mettersi adesso tra l’invidia del perfidoAman ed i deportati di Israele se non lei? Mentre un fiume di dolore e di speranza invadevail suo cuore, ella con affetto e coinvolgimento totalepresentò il popolo a Dio, con una profonda preghiera:“Mio Signore e mio Re: per la tua misericordia io tuaserva che non sono ancora divenuta madre, possa ge-nerare a nuova vita il tuo popolo. Nella mia impotenzaagisca la tua forza. Io sono sola, ma tu porti con me ilpeso di questo male. Sono certa che passata la notte,tutto il popolo vedrà sorgere il tuo giorno”. Passarono alcune ore di angoscia e di fede: lonta-no, alcuni raggi di luce, si facevano spazio nella cappadi nubi. Era ormai mattino. Ester si fece consegnare le vesti regali e i profumi.Dio avrebbe agito attraverso di lei. 21
    • Accompagnata da due ancelle, rosea e fresca in vol-to, ma colma d’angoscia e con la paura nel cuore, at-traversò l’atrio antistante la sala del trono. Quello spa-zio le sembrò lunghissimo. Compiuto l’ultimo passo sisentiva venir meno e perciò cercò appoggio nel drap-po roseo che adornava gli stipiti della porta. Ripresecoraggio e varcò la soglia con passo sicuro. Il suo vi-so era gioioso, come pervaso d’amore. Vistala avvicinarsi, Assuero si accese di collera e sialzò dal trono con aspetto terribile. Ester ebbe un fre-mito. Ma Dio volse in dolcezza lo spirito del re che sol-levò il suo scettro in segno di benevolenza, pieno d’in-canto: “Che cosa c’è Ester, avvicinati! Tu non devi mo-rire. Qual è la tua richiesta? Fosse anche metà del mioregno, l’avrai”. La regina, ancora pallida in volto e tremante, nonapprofittò subito dell’amore che Assuero le aveva di-mostrato. Differì il momento della richiesta ed invi-tò il re ed Aman ad un banchetto che aveva fatto pre-parare. Il re fu felice dell’amore della sposa che avevaaffrontato il rischio di morte pur di vederlo. Da par-te sua, Aman si senti ancora più orgoglioso e superbodi partecipare da solo, alla tavola del re e della regina. Passò il tempo del primo banchetto ed Ester nebandì un altro senza ancora aver detto nulla. Riccadella sapienza dello Spirito di Dio, Ester aveva intui-to che il male si vince permettendo al bene di passar-ci dentro: perciò ella lasciò a Dio il tempo di passarenel cuore dei suoi due ospiti. Non era per la bellezzadi una donna che Assuero avrebbe revocato il decre-to, ma per la conversione del proprio cuore. L’intuito femminile aveva permesso a questa figlia diIsraele di penetrare il segreto del Dio di misericordia:egli opera in favore della giustizia toccando la coscien-za dei singoli e promuovendo la loro conversione. Staalla libertà di ciascuno compiere poi la propria scelta. Così Assuero ed Aman passarono un’altra nottenella solitudine della loro coscienza. Crebbe l’odio di 22
    • Aman che pensò come far morire il suo rivale. Ed As-suero riconobbe l’innocenza ed il merito di Mardocheoe del suo popolo. Quando giunse il giorno del nuovo banchetto,Aman mangiava e beveva compiacendosi della suagloria. Fu allora che Ester di nuovo espose le sua vitadavanti al re e dichiarò: “Io appartengo a quel popoloche Aman vuole sterminare!”. Anche se Dio aveva già fatto tutto non operò sen-za di lei. Così Ester smascherò le brame di Aman e di-scolpò Mardocheo e i deportati. Assuero nominò Mardocheo primo ministro al po-sto del suo nemico ed anche il popolo ne ebbe mol-ti vantaggi. Si era compiuta una nuova pasqua. I giorni che se-guirono furono colmi di letizia: alla rovina ai sostituì l’o-nore, alla disperazione la speranza, alla morte la vita! Le feste pasquali vedevano rinnovati per tutto Israe-le quei prodigi con cui Dio si era rivelato durante l’eso-do. Un altro passaggio aveva segnato la storia del po-polo e, dentro di esso, quella di una donna. Ester aveva saputo leggere gli eventi con gli occhidi Dio per scoprirvi la meraviglia sempre nuova cheegli vi opera, e mai senza l’aiuto dei suoi fedeli. Fu così che divenne veramente regina e madre peril suo popolo. 23
    • �ut UN’ALLEANZA OLTRE I CONFINI Rut vive da straniera in Israele, perché moabita, ap-partenente cioè a quel popolo che, secondo la tradizio-ne biblica, aveva avuto origine dall’unione incestuosadella figlia maggiore di Lot con suo padre. Aveva dunque un’origine impura e vergognosa, se-gno della tradizionale inimicizia di questo popolo ver-so i figli di Israele. Inoltre, erano state proprio le don-ne moabite, secondo il racconto del libro dei Numeri,a trascinare gli Israeliti nelle pratiche idolatriche; perquesto in Israele era assolutamente vietato il matrimo-nio con donne di questo paese. Rut, dunque, è questa donna segnata, già alla suanascita, dalla vergogna, dall’infamia dell’origine delsuo popolo e dal marchio dell’idolatria, tutti elementiche la ponevano in una posizione di radicale scomu-nica agli occhi dell’israelita fedele. Noemi era una donna ebrea, emigrata con il mari-to da Betlemme di Giuda in terra di Moab a motivo diuna carestia. Aveva avuto due figli. Quando le morì il marito, Noemi si sentì ancor piùsola perché non solo rimase vedova ma era stranierain un paese idolatra e ostile. 24
    • Anche i due figli sposarono in seguito due donnedel luogo, Orpa e Rut. Queste due donne, pur vivendo nel loro paese, se-condo la fede di Israele vengono a trovarsi in una si-tuazione di “impurità”, di fronte ai propri mariti e a No-emi, loro suocera. La mescolanza delle razze e delle fe-di non era assolutamente ammessa. Dopo qualche tempo i due uomini muoiono e ri-mangono insieme e sole le tre donne: Noemi, ormaianziana, Orpa e Rut, giovani e abitanti del luogo, maormai segnate da una condizione di impurità rispet-to a Noemi. “Se il Signore ha visitato di nuovo il mio popolo, per-ché non tornare nella mia terra d’origine?” – pensavatra sé Noemi – Là tutti hanno pane e frutti della terra”. Così decide di ripartire. Si alza, prende con sé ledue nuore e si incammina di nuovo verso il territoriodi Giuda, per raggiungere Betlemme. “Là troverò accoglienza e libertà. A Betlemme, ca-sa del pane, avrò da mangiare!”, continua a ripetere incuor suo Noemi. Noemi non si vergogna di chiamare “sorelle” Rut eOrpa. Non teme l’infamia davanti al suo popolo ed èdisposta ad accoglierle con sé di fronte alla sua gentein terra d’Israele. “Quanto amore invade il cuore della nostra suocerae quale fortezza d’animo, per intraprendere un cammi-no verso un orizzonte nuovo! Ma andiamo anche noivolentieri con lei. Non possiamo lasciarla andare sola,perché è parte ormai della nostra vita”, si dicono l’u-na all’altra le due donne. Ma Noemi, arrivata alle por-te della sua terra, rispettosa delle diversità dei popoli eamante della vera libertà, offre loro la possibilità di tor-nare al proprio paese. “Se volete – disse loro – potetetornare tra la vostra gente, nella vostra terra”. Orpa, dopo un primo rifiuto, decide di tornare,mentre Rut resta e professa la propria adesione perso-nale a Noemi, in un’alleanza fino alla morte davanti al 25
    • Signore, Dio d’Israele. “Non ho dubbi, mia signora. Re-sterò con te e condividerò quanto tu stessa ami. Anchela fede nel tuo Dio!”. Rut voleva bene a Noemi e l’amava di un affetto as-solutamente libero e gratuito, non richiesto, anzi, di persé assurdo, inconcepibile, segnato da una certa “follia”. Per restare con quest’anziana donna in terra stra-niera, essa rinuncia volontariamente alla propria legit-tima vita di donna in seno al suo popolo. Scelta inve-rosimile, follia di un amore che è ricompensa e sco-perta di novità, un amore che basta a se stesso. “Setu mi accogli in seno alla tua gente, io resterò in ter-ra straniera e camminerò fiduciosa verso quella novi-tà che il tuo Dio mi vorrà presentare”. Così Rut par-lò a Noemi. Noemi insieme a Rut, la Moabita, sua nuora, venu-ta dalle campagne di Moab, arrivò a Betlemme. La lo-ro entrata in città coincideva con l’inizio della mietitu-ra dell’orzo.UNA DONNA RICONOSCIUTA Fin dalla sua adesione a Noemi, Rut appare comeuna donna che sa amare ciò che la vita le presenta ele dona. Proprio attraverso la piena assunzione dellasua realtà incontra la benedizione che attraverso di es-sa le è data. Donna umile e decisa; non tenta mai ditravalicare la soglia della propria condizione, ma la as-sume pienamente in libertà e ne rivela la ricchezza. El-la fa della propria alterità una premessa di incontro edi comunione. “Mandami a spigolare il grano, dietro ai mietitori, co-sì conoscerò meglio la tua gente” chiese un giorno Rut aNoemi. Ella sperava di essere ben accolta dagli Israeliti. Si presenta così, come una donna bisognosa di tro-var grazia. Questo suo bisogno, sa bene che non è undiritto, una pretesa, ma soltanto la speranza di esse-re accolta e riconosciuta come donna aperta al futuro,perché tutto è solo dono. 26
    • Arrivata al campo, udì i canti dei mietitori che rin-graziavano Dio per il dono dei frutti della terra, e fusalutata da tutti come la “ben venuta”. Il campo era diBooz, che appena seppe del suo arrivo le andò incon-tro per accoglierla fra la sua gente. Con profonda umiltà e tanta gratitudine Rut si pro-strò con la faccia a terra davanti a Booz: “Per qual mo-tivo ho trovato grazia ai tuoi occhi?! Tu ti interessi dime e mi accogli fra la tua gente, senza farmi notareche c’è differenza tra me e te, io che sono una stra-niera e quindi una che non dovrebbe contare nulla aituoi occhi?”. Il cuore di Booz si aprì alla generosità e delicatez-za d’animo di questa donna, disposta a rinunciare a sestessa pur di essere accolta in terra straniera. E lui, uo-mo potente e facoltoso, si commosse per la grazia fem-minile di quella moabita e rispose: “Mi è stato riferitoquanto hai fatto per tua suocera dopo la morte di tuomarito e come hai abbandonato tuo padre, tua madree la tua patria per venire presso un popolo che primanon conoscevi”. Booz scopre in lei quel “genio femminile” delladonna che non conosce se stessa se non come coleiche non si possiede appieno! Nella fedeltà di una rela-zione concreta e quotidiana, infatti, Rut impara a rice-versi e a diventare se stessa. E ciò è possibile perchéassume come proprie le condizioni del rapporto chel’altro, con la sua storia, con il suo ambiente culturalee religioso, le offre. Per questa sua capacità di relazione e di apertura al-la vita, il suo sì iniziale e fiducioso diventa cammino dilibertà e di fecondità, per una comunione oltre i confi-ni della propria patria e dei propri desideri.DONNA DELL’ALLEANZA Rut lavora tutto il giorno nel campo in cui è stata ac-colta a spigolare, senza cercare riposo se non proprioquando è tanto stanca. Davanti al cibo che le viene of- 27
    • ferto essa naturalmente ne mangia a sazietà e ne metteda parte gli avanzi. Ogni giorno poi torna a spigolare. La sua audacia sa accogliere Booz in sé come do-no; e l’apertura all’amore diventa libertà interiore! “Tiringrazio Dio d’Israele, perché hai guardato quest’umi-le serva e le hai preparato una patria accogliente”. È lapreghiera che inizia a fare nel segreto del suo animo. Noemi, sua suocera, le disse: “Figlia mia, non de-vo io cercarti una sistemazione, così che tu sia felice?”.Rut le rispose: “Farò quanto dici”. Ancora una volta Rut rivela la sua apertura ad assu-mere tutto ciò che un’alleanza con l’altro richiede. E siaffida. Conoscerà Booz, come le aveva suggerito No-emi, e si unirà a lui in matrimonio, accettando di ap-partenere al suo Dio, il Dio d’Israele. Così metteva in atto la ricchezza della rivelazione delSignore Dio d’Israele, quando disse “se vorrete ascol-tare la mia voce e custodirete la mia alleanza, voi sa-rete per me la proprietà tra tutti i popoli” (Esodo 19,5). Come il popolo d’Israele si era legato al suo Dio, fi-no ad essere “sua proprietà”, così Rut si era legata inalleanza con Noemi, fino ad appartenere allo stessoDio. Non è sottomissione passiva la sua, ma capacitàdi relazione oltre le proprie vedute, le proprie tradizio-ni e certezze. In quel suo sì ad un’appartenenza nuova scopre l’in-finito valore e l’alto prezzo dell’alleanza del Dio d’Isra-ele con il suo popolo. Ella entra in questa nuova ap-partenenza senza esitazione. Sigilla così il suo cammi-no dentro l’esperienza di fede, con un’obbedienza atti-va che le fa vincere ogni vergogna e ogni tipo di esclu-sione dalla comunione con il popolo d’Israele. “Sonopronta ad ogni impegno che la nuova appartenenza michiede!”, afferma Rut davanti a Noemi. La fedeltà a un amore è riconoscibile dalla fedel-tà ad un sì pronunciato all’inizio del cammino, insie-me alla custodia in sé della parola ascoltata e accolta.Rut risponde a Noemi esattamente come il popolo di 28
    • Israele aveva risposto a Mosè quando questi gli avevaproposto l’alleanza con il Signore sulla base delle paro-le della Legge: “Quindi Mosè prese il libro dell’allean-za e lo lesse alla presenza del popolo. Dissero: ‘Quan-to il Signore ha ordinato noi lo faremo e lo eseguire-mo!’” (Esodo 24,7). L’apertura di questa donna, la sua capacità ad affi-darsi per una fecondità inedita e un impegno coinvol-gente di vita, preannuncia l’estrema fedeltà di Dio pertutta l’umanità. In una Cena, come segno di banchetto sponsale sirealizzerà la piena e nuova fecondità. “Per la vita di tut-ti, io verso e dono il mio sangue – dirà Gesù –. Perchétutti entrino nell’unico rapporto d’amore e di fedeltàcon Dio, io accetto la morte in Croce”. E quella Parola accolta come dono e rivelazione,diventa feconda nel cuore del mondo. Da quell’offer-ta totale di Dio agli uomini nasce la Chiesa, sposa disangue. È questa la capacità di alleanza, di chi sa ascolta-re e custodire nel cuore il segreto dell’Altro, il gridodel povero che sale a Dio, la proposta misteriosa delloSpirito che opera dal di dentro e chiede totale dispo-nibilità all’amore. La donna, ogni donna, come Rut, aperta all’amoree alla novità del Regno è capace di entrare nel circui-to vivo di un rapporto di alleanza nuova e totalizzan-te, così da essere feconda di vita. Da questa nuova ap-partenenza nascerà Obed, “il servo”. Obed a sua vol-ta genererà Iesse e Iesse genererà Davide, dalla cui di-scendenza, proprio a Betlemme, sorgerà il Messia, ilServo del Signore. Il frutto della sua alleanza senza confini fu Obed,che significa “servo”, per significare quel servizio delSignore per il quale il Signore aveva stretto alleanzacon il suo popolo quando lo fece uscire dall’Egitto! E sarà segno che ogni alleanza per essere fecon-da di futuro ha bisogno della profezia e dell’intuizio- 29
    • ne della donna, che sa guardare in avanti e oltrepas-sare i propri confini. Infatti Rut, la moabita, si inserisce nella discenden-za dei figli di Abramo, nella comunità dell’Alleanza,come erede della benedizione e donna che prepara lavia al Messia. 30
    • �aria di �etania L’INTUIZIONE DEL FUTURO Betania! Casa dei poveri o casa dell’amicizia. Un vil-laggio situato vicino Gerusalemme, a est del monte de-gli Ulivi, a 3 chilometri circa dalla capitale. Lì Simone il lebbroso possedeva una casa, dove po-teva ospitare gli amici e fare festa. Questa volta l’amicoè Lui: Gesù di Nazaret (Marco 14). Prima di raggiunge-re Gerusalemme, la città del grande sacrificio e dellasperanza infinita di Dio per l’umanità, il Maestro e Si-gnore accetta l’invito a pranzo. È il suo stile: condivi-dere gioie e dolori, festa e tristezze con quell’umani-tà per la quale sta per donare la vita. È infatti la vigiliadella sua passione. Nessuno conosce il segreto eventoche Gesù porta in cuore, neppure Simone che lo ave-va invitato con gioia e amicizia, ancor meno gli apo-stoli che stanno a tavola con lui.IL CORAGGIO DI CHI AMA In quella grande sala adornata a festa, piena di uo-mini che consumano il pasto, entra una donna, comeun raggio di luce. Senz’altro una che cercava la vita:forse una messaggera della salvezza, colei che portavain cuore un segreto. Stringeva tra le mani un vasettoprezioso, contenente un profumo molto costoso. Pro- 31
    • fumo d’un odore particolarmente piacevole, che perconservarsi doveva essere sigillato in vasi preziosi, co-me l’alabastro. Profumo di donna quindi! Subito i di-scepoli puntano gli occhi, come sbalorditi, su quell’og-getto. Conoscevano l’alto valore di quel profumo. Il lo-ro pensiero corre ai poveri da sfamare: “Si potrebbevenderlo e il ricavato darlo a chi non ha da vivere”. Quel profumo non è una frode, ma garantito-auten-tico nardo, importato senza dubbio da lontani paesi (siricava infatti dalle radici e dalle foglie radicali d’unapianta che cresce sui fianchi dell’Himalaya). “Come può una donna entrare nella stanza del ban-chetto?! Chi è costei? Perché disturba il maestro?” si dico-no l’un l’altro gli intimi di Gesù. Ma lei che ascolta il lin-guaggio dell’amore e non presta orecchio ai calcoli trop-po freddi degli uomini, si avvicina senza timore al Ma-estro, come sposa che riconosce la voce del suo sposo. Rompe il vasetto e versa sulla testa di Gesù il nardoprofumato. Tutta la stanza acquista una fragranza nuova. C’è chi ha visto questo gesto come la sposa che con-sacra il suo sposo Messia e Profeta. Ora la regina e il suore diventano sposi nel gesto dell’unzione sacerdotale. Chissà cosa pensa Simone, l’amico che si era degnatodi offrire ospitalità e un pranzo così ricco!? Non avrebbemai pensato in cuor suo di compiere un gesto di spreco.Forse quel banchetto era ben calcolato nella sua mente.Gli apostoli non erano pronti a salutare il loro signorecome Messia, neppure allora che stavano salendo insie-me a Gerusalemme. Eppure lo avevano professato conle labbra, pochi giorni prima. I loro cuori sono ancorapresi dalla bramosia della gloria, i loro occhi vedono so-lo l’apparenza, incapaci di entrare nel cuore della storia.Occorre l’intuito della donna per conoscere i segreti deicuori e precedere gli eventi.L’AMORE NON HA PREZZO Che fare di quello spreco di nardo purissimo? Perlei è un gesto di offerta e un annuncio di morte glo- 32
    • riosa. “Perché non vendere e distribuire, piuttosto cheungere e profumare un uomo?” si dicono l’un l’altro icommensali. Ciò che per lei è dono e profezia, per glialtri è spreco e follia. L’amore rischia di apparire steri-le agli occhi di chi calcola con l’intelligenza e giudicala vita a partire dal profitto. Anzi quella perdita supe-ra trecento denari! Il malcontento divide la fraternità del banchetto. Gliuomini puntano il dito sulla donna, perché non han-no il coraggio di giudicare la disponibilità del Maestro. Infatti parlano in cuor loro. Non osando esserevolgari si rinchiudono sui loro sentimenti e diventa-no segreti. Chi ama non ha paura di fare gesti incomprensibili,ma dettati dal cuore: si apre a un futuro ricco di novi-tà: “Ha compiuto un’opera buona, perché infastidirla?”.Questa donna annuncia la morte e la resurrezione delMessia, e accede alla profezia. “I poveri li avrete sempre con voi, la mia presen-za scomparirà”. Gesù sta andando alla morte: fra duegiorni verrà consegnato e poi crocifisso. Nessuno riu-scirà a partecipare a quell’evento sconcertante se nonchi ha già sperimentato l’amore e ha accolto la salvez-za. Sarà la donna, colei che “vede” e annuncia con lasua stessa vita, come fece la Madre sotto la Croce delFiglio, ad entrare e dare l’annuncio che quella morte ègloriosa. Proprio in vista della sepoltura essa ha com-piuto quel gesto e nel cuore di un banchetto. Propriolì attorno alla tavola di Simone svela il grande mistero:Gesù è sacrificato simbolicamente nel pane e nel vi-no di quel pranzo. Egli è già morto, perché l’umanitàha maturato la sua consegna. La donna precede quel-la morte, giunge in tempo, intuisce, compie l’unzione.Non attende, come d’uso, di farlo sul suo corpo mor-to, ma ora che è vivo, per dichiarare che egli risorge-rà. È la Pasqua. La rivincita della vita che passa attra-verso il “genio femminile” della donna, anche dentrole sfide di morte. 33
    • I discepoli non partecipano a questo annuncio pro-fetico, non si elevano al di sopra degli smorti calco-li della vita ordinaria. È la Chiesa di sempre: santa epeccatrice.UN INVITO ALLA RADICALITÀ Al compiersi della sua Pasqua, il Signore risortochiede ad ognuno di noi di deciderci per il dono del-la vita fino allo “spreco” per Lui o per la conservazio-ne di essa fino alla sterilità della morte. Come la pri-ma Chiesa, così ogni comunità cristiana, è chiamata ascegliere la logica dell’amore, superare i calcoli sterilidella vita troppo ordinaria e affidare la vita solo a Dio. Comprendere oggi quanto ha fatto quella donna,significa imparare a perdere la vita per Lui, nel cuoredelle grandi o piccole sfide di una società che calcolae confida solo nel guadagno umano. Le generazioni parleranno di lei e del suo gesto (enoi lo stiamo facendo) perché alla donna Dio da sem-pre affida “l’uomo” per generarlo a una speranza nuo-va: la salvezza nella morte gloriosa del Crocifisso. Ancora oggi donne coraggiose e pienamente inse-rite nella storia sono chiamate a farsi voce profetica diun futuro di pace e di riconciliazione, mediante l’intu-ito e l’amore senza calcoli. Esse sono presenze profeti-che di un mondo nuovo: quel mondo che l’uomo e ladonna insieme sono chiamati a sognare per ricondur-re l’umanità ai piedi del Crocifisso glorioso. Ma ciò èpossibile nella misura in cui tutti siamo disposti a do-nare la vita e a lasciarci trasformare dal Sangue di Cri-sto, fiume di misericordia e di salvezza, in creaturenuove e coraggiose. 34
    • �aria di �a �dala APERTA ALLA NOVITÀ DI DIO In un giardino, all’alba di una giornata di primave-ra, giunge all’epilogo l’itinerario di Gesù tra gli uomi-ni. Là dove la terra produce frutti e fiori colorati, la lu-ce della conoscenza incomincia lentamente a penetra-re. E una donna è il faro nel passaggio dall’oscurità alprogressivo chiarore. Ella, abituata a lavorare di not-te, questa volta si sveglia di buon mattino, attraversa lacittà per recarsi al sepolcro ed esprimere le sue premu-re per Colui che ha amato in modo originale. E lei è la prima creatura ad aver visto il Risorto. Alei è stato affidato di accogliere e di riferire il mistero:Cristo ha sconfitto la morte. Come mai a una donna? Il mistero della rinascita ètroppo difficile da contenere e quindi da esprimere. Sel’uomo non si affida all’Anima, alla forza intuitiva del-la femminilità, non entra nel mistero della vita nuova.Maria di Magdala è un tipo d’Anima particolarmentesensibile e attenta. Da lei erano usciti sette demoni, os-sia la pienezza del male.LA RICERCA APPASSIONATA Corre al sepolcro il desiderio della felicità, il biso-gno di essere amata. Ella che rifugge le delusioni nelle 35
    • feste effimere, cerca Colui che può dare una rispostacerta e duratura al suo animo assetato di vita. Si china, vede due angeli, ma continua a piangere: “Ma chi ha tirato via quella enorme pietra? Dovehanno posto l’amato del mio cuore? Dove cercare lavita che non è più visibile ai miei occhi?”. Si sente dire nel cuore: perché cerchi fuori di te Coluiche ti abita e ti cerca? Non è qui! È difficile riconosce-re la voce dell’interiorità. Forse qualcuno da fuori ten-ta di distoglierla dalla ricerca ansiosa del suo Signore?“Se l’hai portato via tu, fratello o sorella che rimprove-ri la mia sensibilità, dimmi almeno dove lo hai posto!”. “Maria”! Il Risorto chiama per nome colei che ap-passionatamente lo cerca, per restituirla a se stessa,nella sua identità di figlia e di donna. La sensibilità femminile si risveglia e abbraccia lavita. Vuole toccare il frutto dell’amore per amare piùintensamente e personalmente… Ma questa volta de-ve mantenere la distanza: “Non toccarmi!”. Ormai el-la dovrà toccare la vita nel cuore dei fratelli. È la nuo-va maternità che è chiamata ad esercitare nel mondo. “Va’ Maria! Vai da coloro che ancora sono duri dicuore e non hanno compreso il segreto dell’amore vi-vo. Va’ e di’ loro che mi troveranno dove vivono, sof-frono e amano”. Trasformata e invasa dalla vita risorta si reca dai di-scepoli. “Ho visto il Signore!”. La donna non insegna,non spiega con mille ragionamenti il mistero: comu-nica un’esperienza unica, irrepetibile, ineffabile. È l’in-contro personale. In ogni uomo è posta questa capaci-tà di incontro e di trasformazione! Ognuno di noi vie-ne rigenerato mediante l’accettazione del farsi figliodella madre, recando nel cuore quel principio femmi-nile che solo fa riconoscere la vita dalla morte, la lu-ce dalle tenebre. Da questa storia nasce un appello all’uomo. Uomo di questo tempo, di ogni tempo decidi tu sefarti figlio della madre e muovere i tuoi passi attraver- 36
    • so le strade del mondo, recando nel cuore la vita nuo-va perché risorta! Tocca a te dire a tutti che terra e cielo sono di nuo-vo ricongiunti, che Dio ci aspetta là dove un’anima ap-passionata lo cerca, là dove l’amore deve nascere, làdove la vita soffre e muore portando con sé la speran-za del futuro. Tocca a te annunciare che ormai è Pasqua sempre! A te che hai sperimentato la Vita che vince. 37
    • 38
    • II PARTE DONNE NELLA STORIA 1.IL MEDIOEVO Nel 1988, in occasione dell’Anno Mariano, il BeatoGiovanni Paolo II ha scritto una Lettera Apostolica in-titolata Mulieris dignitatem, trattando del ruolo prezio-so che le donne hanno svolto e svolgono nella vita del-la Chiesa. “La Chiesa – vi si legge – ringrazia per tuttele manifestazioni del genio femminile apparse nel cor-so della storia, in mezzo a tutti i popoli e a tutte le na-zioni; ringrazia per tutti i carismi che lo Spirito San-to elargisce alle donne nella storia del popolo di Dio,per tutte le vittorie che essa deve alla loro fede, speran-za e carità; ringrazia per tutti i frutti di santità fem-minile” (n. 31). Anche in quei secoli della storia che noi abitual-mente chiamiamo Medioevo, diverse figure femminilispiccano per la santità della vita e la ricchezza dell’in-segnamento. “Anche oggi – afferma Papa Benedetto XVI – laChiesa riceve un grande beneficio dall’esercizio dellamaternità spirituale di tante donne, consacrate e lai-che, che alimentano nelle anime il pensiero per Dio,rafforzano la fede della gente e orientano la vita cri-stiana verso vette sempre più elevate” (Udienza Gene-rale, 24 novembre 2010). La storia della Chiesa nel Medioevo è caratterizzatadalla presenza di molte donne cristiane che partendodalla dimensione spirituale della loro vita hanno mol- 39
    • to lavorato per il bene della Chiesa ed hanno recato uninflusso benefico anche alla società, inserendosi concoraggio anche nelle vicende della politica. In questomodo anche se il fine primo ed ultimo della loro vita èstato quello dellunione intima con Cristo, con un for-te accento della mistica sponsale, attraverso la via delVangelo e della sequela di Cristo, tuttavia si sono pro-digate ampiamente nell’esercizio della carità ed hannoavuto un ruolo importante nella cosa pubblica. Obbligate dalle circostanze, fedeli al loro genio fem-minile, concreto e pacifico, ma spesso investite da unagrande missione ecclesiale, sono diventate protagoni-ste della vita della Chiesa, profetesse ed ammonitricidel clero e dei Papi, come è il caso di Brigida di Sve-zia e di Caterina di Siena; esse non hanno indietreg-giato davanti ai potenti di questo mondo, diventan-do così a partire dalla loro comunione con Dio, perso-ne che hanno invocato la riforma e l’unità nella Chie-sa ed hanno pacificamente lottato per evitare le guer-re e costruire la pace. Sarebbe lunga la lista delle Sante medievali chehanno influenzato la storia della Chiesa e la costru-zione dell’Europa. Giovanni Paolo II nella sua LetteraMulieris dignitatem (n. 27) ricorda fra le donne orien-tali Olga di Kiev, e fra le occidentali Matilde di Tosca-na, Edwige di Slesia e Edwige di Cracovia, Elisabettadi Turingia, Brigida di Svezia, Giovanna D’Arco; oltrea Caterina da Siena che ha meritato il riconoscimentodi Dottore della Chiesa. Ma la lista potrebbe essere mol-to più lunga e dovrebbe comprendere Agnese di Pra-ga, Ildegarda di Bingen, Gertrude di Helfta, Matilde diMagdeburg e Matilde di Hackenborn, alle quali biso-gna aggiungere le grandi sante della tradizione fran-cescana, quali Chiara di Assisi e Angela da Foligno.Il coraggio di queste donne è tanto più da ammirare sepensiamo alla mentalità antifemminista dell’epoca, alladiffidenza viscerale degli uomini contro le donne, allaquale non sfugge neppure il grande Tommaso d’Aquino 40
    • che oltre alle teorie della donna come “uomo mancato”aggiunge anche l’osservazione che essendo la donnasolo ausiliaria dell’uomo per la procreazione, “per ognialtra opera egli trova un migliore aiuto in un altro uo-mo che nella donna” (Summa Theologiae, I, q. 42, a.1).Spesso sarà a questi pregiudizi che si ispireranno an-che i dotti della Chiesa e i potenti di questo mondoper non ascoltare la voce di Dio che si faceva sen-tire potente attraverso la parola di queste donne.Donne coraggiose di riconciliazione e di unità per lacostruzione dell’Europa, molte sante medievali, ponen-dosi come riformatrici, predicatrici e destinatarie didivine visioni, incontrarono tante gravi difficoltà nelfarsi accettare dalla comunità ecclesiale, ma andaro-no avanti fino all’umiliazione, all’ironia, come nel ca-so di Ildegarda, di Caterina e di tante altre. Tutte testi-moni del Mistero Pasquale di Cristo vissuto e incarna-to nella loro storia personale e comunitaria. 41
    • Ilde�arda di Bin�en AUDACE IN BATTAGLIA Ildegarda di Vendersheim, nata nel 1098, a Bermer-sheim vor der Höhe (Germania), da una famiglia del-la piccola nobiltà locale, a otto anni viene mandata nelmonastero benedettino di Disibodenberg, perché rice-va da Jutta, figlia del conte di Spanheim, monaca e ba-dessa, una formazione all’altezza della sua posizionesociale. L’intelligenza acuta e vivace, abbinata ad un’ac-centuata capacità di osservazione, e un profondo ap-prezzamento per la cultura in generale, permettono al-la bambina di acquisire, nel tempo, una discreta com-petenza in vari campi del sapere: dalla teologia alla fi-losofia, dalle scienze naturali alla linguistica, alla mu-sica, alla poesia… La sua fede, già vivida nell’infanzia e rafforzatadall’esperienza monastica, la spinge appena adolescen-te, a scegliere di consacrarsi totalmente a Dio e diven-ta monaca. Alla morte di Jutta, nel 1136, è nominata “abbatis-sa”. In questo ruolo imprime un forte impulso spiritua-le e culturale alla vita della comunità, continuando avivere, con la semplicità di sempre, la vita quieta e vi-vace del monastero. 42
    • “UNA PIUMA ABBANDONATAAL VENTO DELLA FIDUCIA DI DIO”! La storia cambia quando inizia a scrivere e renderepubbliche le “visioni” che l’accompagnano fin dall’in-fanzia e che lei racconta nella prima opera intitola-ta Scivias, “conosci le vie”. Nell’introduzione a questoscritto, Ildegarda spiega come è stata spinta a questopasso, da una misteriosa voce, proveniente da una lu-ce bellissima, che durante una visione le diceva: “Ofragile creatura umana… racconta e scrivi ciò che vedie ascolti”. Ci tiene però a precisare che le visioni nonsono dovute ad alterati stati di coscienza, ma come leistessa dice, “le ho ricevute mentre ero sveglia, con lamente attenta e limpida, attraverso i sensi interiori, inluoghi aperti, secondo la volontà di Dio”. Che si tratti di una particolare illuminazione delloSpirito, lo capiamo dal testo seguente: “Avvenne nell’anno 1141 dall’incarnazione di Cristo,quando avevo quarantadue anni e sette mesi, che unaluce infuocata, fortissima e abbagliante, scendendo dalcielo che si era aperto, infiammò tutto il mio cervelloe mi riempì di calore il cuore e il petto: era simile aduna fiamma che non brucia ma scalda, come fa il so-le quando colpisce qualcosa con i suoi raggi. E, subi-to, fui in grado di interpretare i libri, il Salterio, il Van-gelo, e gli altri libri cattolici, l’Antico e il Nuovo Testa-mento…”. Lo Spirito le permette di penetrare a fondo il sen-so delle Scritture e di condensarne il nucleo in poten-ti immagini simboliche, secondo l’uso del tempo, mu-tuate dagli stessi testi biblici e dalla natura. È perfetta-mente consapevole che la rivelazione delle “visoni”, laespone ad una platea che esprimerà un giudizio e perquesto vorrebbe sottrarsi. Ma non può farlo: Dio stes-so lo chiede e a Lui si abbandona. Da questo momento, Ildegarda sarà “una piuma ab-bandonata al vento della fiducia di Dio”, come essastessa si definirà. 43
    • LA TRINITÀ DA CUI TUTTO NASCE Le sue visioni contengono una sorta di reinterpre-tazione in chiave trinitaria di tutta la storia della sal-vezza, espressa sotto forma di simboli ed immagini.Le virtù sono personificate e come tali si esprimono. Nella meditatio di Ildegarda, il Padre è il Dio creato-re che dà vita a tutte le cose e le dispone in armonia. IlFiglio parla attraverso Caritas, personificata in sembian-ze femminili mentre si presenta come “Sposa e amantedel Signore, innamorata e raccolta nell’amplesso divino”.Dio dona a Caritas molti gioielli “perché l’ama grande-mente ed ella vuole un bacio da Lui e a Lui obbedisce”. Lo Spirito si presenta come “Tuono della Voce at-traverso la quale nascono tutte le creature” e dice: “Doimpulso alle cose con il mio alito… come ragione so-no alla radice di tutto”. Dalla Trinità nasce la creazione e, in essa, l’essereumano “è l’opera compiuta di Dio perché Dio si cono-sce attraverso di Lui, per lui ha creato le altre creature ea lui ha concesso per amore la ragione”. In questa ope-ra compiuta di Dio, la donna appare come “forma spe-culativa” dell’uomo e in quanto tale, sua pari. La potenza divina, “rotonda perfezione della mi-sura”, come fuoco illumina il cosmo circondandolo amo’ di ruota.LA CENTRALITÀ DELL’ATTO REDENTIVODI CRISTO Se la visione che Ildegarda ha del cosmo sottolineala sua bellezza, quella del peccato si manifesta con ter-mini che ne indicano il sovvertimento: nuvole nere chesi addensano, i venti diventano puzzolenti, il verde del-la vitalità sbiadisce… gli umori di cui sono fatte le cre-ature si scombinano e l’armonia viene deturpata. MaDio non rimane a guardare. La carità, attraverso il Figlio, opera la redenzione a fa-vore della creatura umana, descritta come, “pecora delSignore” caduta nel fango del peccato. Interessante in 44
    • questo contesto, la reinterpretazione ildegardiana dell’at-to redentivo: “Quando l’Agnello di Dio fu appeso sullacroce, gli elementi tremarono, perché il nobilissimo Fi-glio della Vergine era stato ucciso nel corpo dalle manidegli uomini, e nella sua morte felice, la pecora è statariportata ai pascoli della vita. Infatti, l’antico persecutore,dopo aver visto che dovette lasciare libera quella pecoraa causa del sangue dell’Agnello innocente, che lo stessoAgnello aveva versato nella remissione dei peccati, allo-ra riconobbe per la prima volta chi fosse quell’Agnello…Mentre l’uomo venne sollevato dalla morte, l’inferno aprìle sue porte e satana gridava: ‘Ahimè! ahimè! Chi mi aiu-terà?’. Ma anche la schiera dei diavoli fu colta da grandeturbamento: infatti, quando videro che le anime a lorofedeli venivano trascinate via, si resero conto di quantofosse grande quella potenza, a cui non avrebbero potutoresistere insieme al loro principe. Così l’uomo fu portatoal di là dei cieli, perché Dio apparve nell’uomo e l’uomoin Dio, grazie all’opera di Gesù Cristo”. La salvezza continua nel tempo quando l’essereumano modella la sua vita sulle virtù, in modo parti-colare sulla carità e l’umiltà. “Perciò chi voglia avere la meglio sul diavolo, simunisca dell’arma dell’umiltà. Lucifero, infatti, la tememolto e davanti ad essa si nasconde come un serpentein una caverna, perché se essa lo prende, lo fa a pez-zi molto facilmente, come se fosse una cordicella pri-va di ogni valore”.LA VIRIDITAS Ildegarda è anche un medico poiché studia le pro-prietà delle erbe e le seleziona. Ma in lei, spiritualità emedicina sono strettamente connesse dal concetto diviriditas. Per viriditas Ildegarda intende l’effetto dell’e-nergia vitale che il Soffio divino ha impresso nella cre-azione e che si manifesta, oltre che nel verde della ve-getazione, nel creato e nell’essere umano, a livello fi-sico e spirituale. Il peccato rovina la viriditas; la prati- 45
    • ca delle virtù, ricompone l’unità tra microcosmo e ma-crocosmo. L’arte medica, quella del tempo, utilizza leproprietà delle piante per rianimare la viriditas, e ri-dare salute, prosperità e bellezza alla creazione intera.LA BELLEZZA FEMMINILE Il monachesimo femminile ha sempre mortificato labellezza femminile, considerata ostacolo nel cammi-no verso la santità. Ildegarda, invece è di diverso pare-re. La badessa di Andernach le scrive sconcertata: “Ciè giunto all’orecchio qualcosa a proposito di un’usan-za del vostro monastero certamente non comune: checioè nei giorni festivi, durante il salterio, le sorelle sie-dono nel coro con i capelli sciolti e si ornano di un ve-lo di seta bianca, il cui orlo arriva fino a terra. Porta-no sul capo corone dorate e lavorate, nelle quali sonoarmonicamente intrecciate su entrambi i lati e sul re-tro delle croci e sulla fronte un’immagine dell’Agnel-lo. Sembra inoltre che le sorelle si ornino anche le di-ta con anelli d’oro. Tutto questo nonostante il primopastore della Chiesa lo abbia proibito con esortazioni,dicendo che le donne devono comportarsi costuma-tamente, senza capelli intrecciati, oro e perle, né pre-ziose vesti”. Ildegarda, senza scomporsi, le risponde:“Nello Spirito Santo le vergini sono spose della santitàe dell’aurora della verginità. Perciò devono avvicinarsial sommo sacerdote come olocausto gradito a Dio. Perquesto motivo spetta alla vergine indossare una vesteluminosamente bianca”. Non è forse questa veste bian-ca l’abito della schiera dei beati dell’Apocalisse? Nonrappresenta il segno luminoso del mistero della vergi-nità che vigila nell’attesa della redenzione finale?”.IL RUOLO DELLA MUSICA NELLA LODE A DIO La musica e il canto hanno una grande importanzanella spiritualità di Ildegarda di Bingen; lei stessa hascritto molte composizioni musicali per la preghiera. Il significato che ella attribuisce al canto e alla mu- 46
    • sica, si evince da una lettera che scrive ai prelati di Ma-gonza, per protestare contro la proibizione, inflitta daquesti, a lei e alle sue monache, di accostarsi ai sacra-menti e di salmodiare cantando, a causa del rifiuto del-la badessa di dissotterrare e di buttare fuori dal cimite-ro del monastero un defunto, ivi sepolto, che pure es-sendo stato scomunicato, prima di morire si era penti-to e aveva ricevuto i sacramenti. Ildegarda ricorda ai suoi interlocutori che i salmi e icanti, composti dai profeti sotto l’ispirazione dello Spi-rito Santo, sono “da cantarsi per accendere la devozio-ne dei fedeli” e gli strumenti musicali arricchiscono icanti con vari suoni “affinché gli uomini si rammentas-sero della dolce lode della quale Adamo prima dellacaduta gioiva in Dio insieme agli angeli… e anche perinvitare l’umanità a questa dolce lode. Questo lo fece-ro in modo che gli stessi ascoltatori sollecitati e allena-ti… da aspetti esteriori… fossero istruiti su realtà inte-riori”. Ma il diavolo, avendo capito che l’essere umano,“attraverso quest’arte si sarebbe trasformato sino a re-cuperare la dolcezza dei canti della patria celeste”, nonha mai smesso di ostacolare quest’opera. Il monito conclusivo rivela bene il carattere ildegar-diano: “Per questo, voi e tutti i prelati, dovete semprestare bene attenti prima di chiudere con un decreto labocca ai cori che cantano le lodi a Dio”.PROFETESSA DELLA GERMANIA Ildegarda, ormai all’apice della fama, forte dell’ap-provazione di Bernardo di Clairvaux e del Papa, sen-te fortemente la responsabilità di occuparsi della rivi-talizzazione della fede della Chiesa. Con la semplice scorta di due monache e uno stal-liere attraversa a periodi alterni l’intera regione del Me-no. Le tappe di questo percorso sono i monasteri fem-minili e maschili, che Ildegarda si impegna a riforma-re. Ella stessa ne fonda due: quello di Bingen (dove leisi trasferisce nel 1147) e quello di Eibingen, nel 1165. 47
    • Ma non si limita solo a questo. La sua predicazioneinveste la società civile, le piazze, i mercati, le chieseed è rivolta ai nobili, agli alti prelati e a tutto il popolo.La sua fama cresce e molte persone le scrivono, com-preso l’imperatore Federico Barbarossa. Lei risponde inmodo schietto e deciso, proponendo a tutti il modellodi vita appreso dal Vangelo. Giovanni Paolo II, nelle lettera che scrisse in occa-sione dell’ottocentesimo anniversario della morte di Il-degarda, la definisce, a ragione: “Profetessa della Ger-mania”.CORAGGIOSA NELLE BATTAGLIE Ildegarda, “Colei che è audace in battaglia”, secon-do il significato etimologico del termine, si dimostra inmolte situazioni all’altezza del nome che porta. Che fosse battagliera, lo dimostra la sua capacità ditenere testa allo strapotere di chierici e regnanti, con ilsolo coraggio di una fede chiara e luminosa. E forse non è un caso che la sua vita, segnata dauna salute costantemente malferma, che ne mette spes-so a rischio la sopravvivenza, abbia raggiunto, cosa ab-bastanza insolita a quel tempo, la veneranda età di 81anni. Muore infatti il 17 settembre 1179 e viene sepol-ta nel monastero di Rupertsberg in un ricco mausoleo.Durante la Guerra dei Trent’anni, per salvarlo dalla di-struzione, i monaci benedettini portarono con se le re-liquie nella cappella del priorato di Bingen dove ripo-sano ancora oggi.UNA SANTA MAI CANONIZZATA Ildegarda fu acclamata santa a furor di popolo. Mail processo di canonizzazione avviato da Papa Grego-rio IX, una cinquantina di anni dopo la sua morte, nonè stato mai completato. 48
    • �n�ela da �oli�no SPOSA DI DIO-UOMO PASSIONATO La biografia della beata Angela da Foligno gravita in-torno a tre date approssimative, quella della nascita, del-la “conversione mistica” e della morte. Nacque nella cit-tadina umbra, intorno all’anno 1248. Della sua giovinez-za non si conosce praticamente nulla se non il fatto chesi sposò e visse una vita, a suo dire, “selvaggia, adulterae sacrilega”. Sicuramente di famiglia agiata, ebbe più figlie una vita morale molto spigliata. Non mancarono gravicolpe culminate in una serie di confessioni e di comu-nioni sacrileghe. Intorno all’’anno 1285 il suo camminodi fede iniziò di nuovo, attraverso il sacramento della Pe-nitenza celebrato nella chiesa cattedrale di S. Feliciano aFoligno, quando si confessò dal cappellano del vescovo. Dopo la morte del marito, dei figli e della madre,provata dal dolore, che affrontò con grande forza d’a-nimo, ridiede vigore alle radici della sua fede quandoscoprì il senso di quello che stava vivendo, nella pas-sione che Cristo aveva vissuto per amore. La svolta mi-stica, favorita da un pellegrinaggio ad Assisi nel 1291,segnò una svolta decisiva nella sua vita. Nello stessoanno entrò a far parte del Terz’ordine francescano incui emise i voti religiosi. Fu durante questo viaggio ad Assisi che Angela fece 49
    • sconcertanti ed esaltanti esperienze mistiche, di cui fustupito testimone anche il suo parente e confessore, ilB. Arnaldo da Foligno: questi, temendo si trattasse difenomeni dovuti a suggestioni demoniache, le impo-se di dettargli le sue esperienze interiori. Il bisogno difar luce sulle profondità di quest’anima squassata dal-la grazia, diede così origine al Liber, uno dei più pre-ziosi libri sull’ esperienza mistica di un’anima partico-larmente favorita da Dio. Il passaggio dalla conversione all’esperienza mistica,da ciò che si può esprimere all’inesprimibile, avvenneattraverso la contemplazione del Crocifisso: il “Dio-uo-mo passionato” divenne il suo “maestro di perfezione”.Da quel momento il suo obiettivo sarà, tendere ad unaperfetta “somiglianza” con Lui, mediante purificazionie trasformazioni sempre più profonde e radicali. In ta-le stupenda impresa Angela mise tutta se stessa, animae corpo, senza risparmiarsi in penitenze e tribolazioni,desiderando di morire con tutti i dolori sofferti dal Dio-uomo crocifisso pur di essere trasformata totalmente inLui: “O figli di Dio, – raccomandava – trasformatevi to-talmente nel Dio-uomo passionato, che tanto vi amò dadegnarsi di morire per voi di morte ignominiosissima edel tutto ineffabilmente dolorosa e in modo penosissi-mo e amarissimo. Questo solo per amor tuo, o uomo!”.Questa identificazione comportava anche vivere ciò cheGesù aveva vissuto: povertà, disprezzo, dolore, perché“attraverso la povertà temporale l’anima troverà ricchez-ze eterne; attraverso il disprezzo e la vergogna otterràsommo onore e grandissima gloria; attraverso poca pe-nitenza, fatta con pena e dolore, possederà con infinitadolcezza e consolazione il Bene Sommo, Dio eterno” .DALLA CONVERSIONE ALL’UNIONE MISTICACON IL CRISTO CROCIFISSO,ALL’INESPRIMIBILE! Un cammino altissimo, il cui segreto è la preghieracostante: “Quanto più pregherai tanto maggiormente 50
    • sarai illuminato; quanto più sarai illuminato, tanto piùprofondamente e intensamente vedrai il Sommo Be-ne, l’Essere sommamente buono; quanto più profon-damente e intensamente lo vedrai, tanto più lo ame-rai; quanto più lo amerai, tanto più ti diletterà; e quan-to più ti diletterà, tanto maggiormente lo comprende-rai e diventerai capace di capirlo. Successivamente ar-riverai alla pienezza della luce, perché capirai di nonpoter comprendere” . Scrive il suo confessore: “La fedele allora mi disse:Ho avuto questa divina rivelazione: «Dopo le cose cheavete scritto, fa’ scrivere che chiunque vuole conserva-re la grazia non deve togliere gli occhi dell’anima dallaCroce, sia nella gioia sia nella tristezza che gli conce-do o permetto»”. Ma in questa fase Angela ancora “nonsente amore”; ella afferma: “L’anima prova vergogna eamarezza e non sperimenta ancora l’amore, ma il do-lore” , ed è insoddisfatta. Angela sentiva di dover dare qualcosa a Dio per ri-parare i suoi peccati, ma lentamente comprendeva dinon aver nulla da darGli, anzi di “essere nulla” davantia Lui; capiva che non sarebbe stata la sua propria vo-lontà a darle l’amore di Dio, perché questa può solodarle il suo “nulla”, il “non amore”. Come ella dirà: so-lo “l’amore vero e puro, che viene da Dio, sta nell’ani-ma e fa sì che riconosca i propri difetti e la bontà di-vina […] Tale amore porta l’anima in Cristo e lei com-prende con sicurezza che non si può verificare o esser-ci alcun inganno. Insieme a questo amore non si puòmischiare qualcosa di quello del mondo”. Non rimane che aprirsi solamente e totalmente all’a-more di Dio, che ha la massima espressione in Cristo eper questo pregava così: “O mio Dio fammi degna diconoscere l’altissimo mistero, che il tuo ardentissimo eineffabile amore attuò, insieme all’amore della Trinità,cioè l’altissimo mistero della tua santissima incarnazio-ne per noi. […]. Oh incomprensibile amore! Al di sopradi quest’amore, che ha fatto sì che il mio Dio si è fatto 51
    • uomo per farmi Dio, non c’è amore più grande”. Tut-tavia, Angela avvertiva nel cuore le ferite del peccato;anche dopo una Confessione ben fatta, si sentiva per-donata ma ancora affranta dal peccato, libera e con-dizionata dal passato, assolta ma bisognosa di peni-tenza. E anche il pensiero dell’inferno l’accompagnavaperché quanto più l’anima progredisce sulla via dellaperfezione cristiana, tanto più si convince non solo diessere “indegna”, ma di essere meritevole dell’inferno. Ed ecco che, nel suo cammino mistico, Angela af-ferrò la realtà centrale, quella più profonda: ciò che lasalverà dalla sua “indegnità” e dal “meritare l’inferno”non sarà la sua “unione con Dio” e il suo possedere la“verità”, ma Gesù crocifisso, “la sua crocifissione perme”, il suo amore. Nell’ottavo passo, dei trenta descritti nella sua “au-tobiografia spirituale”, ella dice: “Ancora però non ca-pivo se era bene maggiore la mia liberazione dai pec-cati e dall’inferno e la conversione a penitenza, oppurela sua crocifissione per me”. E’ l’instabile equilibrio fraamore e dolore, avvertito in tutto il suo difficile cam-mino verso la perfezione. Proprio per questo contem-plava di preferenza il Cristo crocifisso, perché in talevisione vedeva realizzato il perfetto equilibrio: in crocec’è l’uomo-Dio, in un supremo atto di sofferenza che èun supremo atto di amore. In questi “trenta passi” Angela dettò in dialet-to umbro, poi messo in un limpido latino scolasticodal suo amanuense, quanto avveniva nella sua ani-ma, dal momento della conversione al 1296, quandotali manifestazioni mistiche si fecero più frammenta-rie e lasciarono campo a nuove manifestazioni spiri-tuali, in particolare quella della “ maternità spiritua-le “ che raccolse intorno alla “Lella da Foligno” unvero cenacolo di anime desiderose di perfezione. A loro la beata inviava numerose lettere e per loro re-digeva anche le Istruzioni salutifere. La povertà, l’u-miltà, la carità, la pace erano i suoi grandi temi: “Lo 52
    • sommo bene dell’anima è pace verace e perfetta... Chivuole dunque perfetto riposo, istudisi d’amare Idio contutto cuore, perciò che in tale cuore abita Idio, il qua-le solo dà e può la pace dare”. Angela da Foligno morì il 4 gennaio 1309, come èscritto in uno dei diversi codici manoscritti del “Liber”e venne da sempre venerata con il titolo di Beata eMagistra Theologorum, ossia Maestra dei Teologi, per-ché in vita attorno a lei si era raccolto un Cenacolo difigli spirituali, tra i quali si annovera Ubertino da Ca-sale. Il suo corpo riposa nella Chiesa di San Francescoe Santuario della Beata Angela a Foligno. 53
    • �ertrude di �el �ta FERITA D’AMORE Santa Gertrude, grande mistica tedesca del XIII se-colo, con la sua vita e il suo pensiero ha inciso in mo-do straordinario sulla spiritualità cristiana. Di grandestatura culturale e profondità evangelica, questa donnasi distingue per eccezionale talento naturale e straordi-nari doni di grazia; la sua profonda umiltà alimenta inlei lo zelo per la salvezza del prossimo, così come lasua intima comunione con Dio nella contemplazione,si esplicita nella prontezza nel soccorrere i bisognosi. Nasce il 6 gennaio del 1256, festa dell’Epifania. Purnon essendo figlia di nobili, proviene da una famigliabenestante. All’età di cinque anni, nel 1261, entra nelmonastero cistercense di Helfta, in Sassonia, dove ri-ceve una accurata educazione dalla grande Matilde diMagdeburgo, maestra di spiritualità e di bello scrivere.A giudicare dall’eleganza del testo poetico della Luxdivinitatis, opera in cui Gertrude narra le sue espe-rienze mistiche, si può ben dire che sia stata una allie-va attenta e profittevole. Alla scuola di Matilde, perso-naggio capace di incidere profondamente sulla vita dimolte giovani, attratte dalla sua spiritualità fortementemistica, la ragazza, almeno fino ad un certo punto del-la sua vita, non sembra particolarmente interessata a 54
    • curare la propria interiorità. Alcune fonti biografiche,le attribuiscono addirittura momenti di vita “dissipata”.LA CONVERSIONE INTERIORE A 26 anni, lo scenario interiore di Gertrude cam-bia radicalmente perché il Signore, “più lucente di tut-ta la luce, più profondo di ogni segreto, cominciò dol-cemente a placare quei turbamenti che aveva accesonel mio cuore”. Si sente chiamata a passare “dalle co-se esterne alla vita interiore e dalle occupazioni terre-ne all’amore delle cose spirituali”. Comprende di esse-re stata lontana da Lui, chiusa nei suoi interessi intel-lettuali, di essersi dedicata con troppa avidità agli stu-di liberali, alla sapienza umana, trascurando la scienzaspirituale e privandosi del gusto della vera sapienza. IlSignore la conduce ora al monte della contemplazio-ne, dove lei stessa lascia il vecchi stile di vita per assu-merne uno nuovo. Una mutazione che sorprende molti, e che lei stessaattribuisce a una visione, seguita poi da altri fenome-ni eccezionali come estasi, stigmate, e misteriose ma-lattie che anziché fiaccola la stimolano, spingendola amomenti di stupefacente attivismo. Gertrude vorrebbevivere in solitudine questa avventura dello spirito, manon sempre può: le voci corrono, arriva molta genteal monastero, per confidarsi, interrogarla, o semplice-mente per vederla. Lei accoglie tutti e specialmente chi è più disorien-tato. Gli sta a cuore soprattutto la divulgazione del cul-to per l’umanità di Gesù Cristo, tradotta nell’immagi-ne popolarissima del Sacro Cuore. Per raggiungere lepersone che non possono recarsi al monastero, si affi-da alla scrittura e lo fa con l’eleganza che è frutto deisuoi studi.DA LETTERATA A TEOLOGA Tramite una assidua e attenta lettura dei libri sacriche riesce a procurarsi, riempie il suo cuore di utili e 55
    • dolci espressioni della Sacra Scrittura. Questa ricchez-za spirituale unita alle competenze acquisite nelle di-scipline scolastiche la preparano a diventare “apostola”,nel modo richiesto dai tempi. A chi viene a consultar-la riserva una parola ispirata ed edificante mentre coni testi scritturistici più adatti chiude la bocca agli op-positori e confuta opinioni errate. Geltrude si dedica anima e corpo al servizio del-la chiesa diffondendo le verità di fede anche tramitela scrittura, e lo fa con chiarezza e semplicità, graziae persuasività, tanto da guadagnarsi la stima e l’am-mirazione di teologi e persone religiose. Con l’esem-pio e la parola è capace di suscitare un grande fervoretra la gente. Alla regola monastica, già esigente in fat-to di ascesi, aggiunge penitenze personali che lei pra-tica con tale devozione e abbandono in Dio da susci-tare in chi la incontra la consapevolezza di essere allapresenza del Signore. Dio le dona la doppia consapevolezza di essere sta-ta chiamata e di essere strumento della sua grazia. Idoni che ha ricevuto sono molti, ma due le sono par-ticolarmente cari: “Le stimmate delle tue salutifere piaghe che mi im-primesti, quasi preziosi monili, nel cuore, e la pro-fonda e salutare ferita d’amore con cui lo segnasti. Tumi inondasti con questi Tuoi doni di tanta beatitudi-ne che, anche dovessi vivere mille anni senza nessu-na consolazione né interna né esterna, il loro ricor-do basterebbe a confortarmi, illuminarmi, colmarmidi gratitudine. Volesti ancora introdurmi nell’inestima-bile intimità della tua amicizia, aprendomi in diversimodi quel sacrario nobilissimo della tua Divinità cheè il tuo Cuore divino […]. A questo cumulo di bene-fici aggiungesti quello di darmi per Avvocata la san-tissima Vergine Maria Madre Tua, e di avermi spes-so raccomandata al suo affetto come il più fedele de-gli sposi potrebbe raccomandare alla propria madrela sposa sua diletta”. 56
    • UNA TEOLOGIA AFFETTIVA Gli scritti di Gertrude attingono molte immagini daitesti biblici. La sua opera rivela una esperienza teolo-gica che mette al centro il rapporto personale col mi-stero di Dio attraverso l’opera di Cristo presente e vis-suta nella celebrazione liturgica quotidiana. Gertrudescrive quello che vive e quello che “vede” nella litur-gia, nella Scrittura e nella preghiera. La teologia checi trasmette in forma di preghiere è la sua interioriz-zazione personale dei misteri della fede e l’espressio-ne simbolica della bellezza ineffabile di Dio. In lei ilconcetto di Dio come amore è strettamente legato allasua esperienza interiore di affettività e quello che nescaturisce è una vera e propria teologia “affettiva”, incui il Dio Trinità è bellezza, luce e soprattutto amo-re. Lo Spirito conduce l’uomo verso la contemplazionedel mistero della salvezza rivelato in Gesù come gra-zia. Tutto questo si ritrova nella sua prima opera daltitolo Il Messaggero della divina misericordia. Una se-conda opera, Gli Esercizi Spirituali, contiene sette me-ditazioni ispirate alla vita liturgica e monastica che,iniziando dalla memoria del Battesimo e della con-versione, terminano con il tema dell’unione di amoresponsale con Dio nella professione. Gertrude esortail lettore ad utilizzarle per iniziare un itinerario di fe-de che conduca all’unione con Dio. Il carattere poeti-co-affettivo, fortemente emotivo di queste meditazio-ni, che rispecchiano la personalità di chi scrive, han-no come effetto quello di commuovere l’anima uma-na e predisporla ad una risposta amorosa al Dio amo-re. Simboli, immagini bibliche e metafore, largamen-te utilizzati, esprimono meglio di qualsiasi linguaggiorazionale, la grandezza del mistero di Dio che la santapresenta in modo del tutto personale in linea con lasua esperienza umana.I simboli della luce e del fuo-co, del canto e della danza, le esperienze sensorialidel vedere, ascoltare, sentire, toccare, gustare, il lin-guaggio affettivo dell’abbraccio e del bacio, compon- 57
    • gono una sorta di vocabolario dell’interiorità attraver-so cui questa mistica comunica l’anelito dell’anima acongiungersi con Dio. Così si esprime nelle Rivelazioni: “Nella notte san-tissima, in cui, con la discesa della dolce rugiada delladivinità, per tutto il mondo i cieli hanno stillato mie-le, l’anima mia, come vello irrorato sull’aia della co-munità, si dedicò, attraverso la meditazione, ad esse-re presente e, applicandosi alla devozione, ad offrireil proprio servizio a quel parto eccelso in cui la Ver-gine generò, come un raggio, il Figlio vero Dio e ve-ro uomo. Come nel guizzo di una subitanea illumina-zione, essa comprese che le veniva offerto ed era dalei ricevuto un tenero bimbo appena nato, in cui sen-za dubbio si celava il dono sommo e perfetto, quellovero e migliore in assoluto. Mentre l’anima mia lo te-neva in sé, di colpo sembrò trasformarsi tutta nel suostesso colore, se tuttavia può dirsi ‘colore’ ciò che nonsi è in grado di paragonare a nessun aspetto visibile.Allora la mia anima percepì in modo ineffabile il sen-so di quelle soavi parole: Dio sarà tutto in tutti (1Cor15,28), mentre sentiva di tenere in sé il Diletto disce-so in lei e si rallegrava che non le mancasse la gradi-ta presenza dello Sposo dalle piacevolissime carezze.Per questo essa sorseggiava con insaziabile avidità ta-li parole a lei offerte da Dio come una coppa di mie-le: “Come io sono la figura della sostanza di Dio Pa-dre nella divinità, così tu sarai la figura della mia so-stanza nella natura umana, accogliendo nella tua ani-ma divinizzata quanto proviene dalla mia divinità, al-lo stesso modo in cui l’aria riceve i raggi del sole; pe-netrata fino al midollo dalla forza di questo legame,tu divieni capace di un’unione più familiare con me”. E ancora negli Esercizi Spirituali: “O luce serenis-sima della mia anima, e mattino luminosissimo, sorgiormai in me, e comincia a risplendere a me in modotale che nella tua luce io veda la luce(Sal 35,10) e gra-zie a te la mia notte si converta in giorno! O mio ca- 58
    • rissimo Mattino, tutto ciò che tu non sei, per amoredell’amore tuo possa io stimarlo come niente e vani-tà.. Vieni a visitarmi fin dal primo albore del mattino(Is 40,17), perché io mi trasformi tutta quanta imme-diatamente in te… Saluta il Dio che ti ama con que-ste parole, leggendo il salmo celeste: “Ti esalterò, Dio,mio re…”( Sal 144,1). Mio re e mio Dio, amore che seiDio e gioia, a te canta con esultanza la mia anima eil mio cuore. Tu sei la vita della mia anima, mio Dio,Dio vivo e vero, fonte di luci eterne, e la luce del tuodolce volto è stata impressa su di me, benché inde-gna; il mio cuore desidera salutarti, lodarti, magnifi-carti e benedirti! A te offro il fior fiore delle mie for-ze e dei miei sensi come olocausto di una nuova lodee di un intimo rendimento di grazie… Tu sei, mio Si-gnore, la mia speranza, tu la mia gloria, tu la mia gio-ia, tu la mia beatitudine. Tu sei la sete del mio spirito.Tu la vita della mia anima. Tu il giubilo del mio cuore.Dove mai potrebbe condurmi il mio stupore, al di so-pra di te, Dio mio? Tu sei il principio e il compimentodi ogni bene e in te è la dimora di tutti coloro che in-sieme si rallegrano. Tu sei la lode del mio cuore e del-la mia bocca. Tu scintilli tutto nella primaverile piace-volezza del tuo gaio amore. La tua eminentissima di-vinità ti magnifichi e ti glorifichi, poiché tu sei la fontedella luce perpetua e la sorgente della vita... A te can-tino con gioia tutte le stelle del cielo, che per te brilla-no con gioia e, chiamate ad un tuo cenno di coman-do, sono sempre pronte al tuo servizio. A te cantinocon gioia tutte le mirabili opere tue, tutte quelle cheabbraccia l’immenso cerchio del cielo, della terra e de-gli abissi, e ti dicano quella perpetua lode che, sgor-gando da te, rifluisce in te, sua origine. A te canti congioia il mio cuore e la mia anima, con tutta la sostan-za della mia carne e del mio spirito, sprizzando dall’e-nergia di tutto l’universo. A te, dunque, dal quale, peril quale e nel quale sono tutte le cose, a te solo onoree gloria nei secoli. Amen.” 59
    • DESIDERIO DI AMORE Nel settimo Esercizio del suo libro, quello della pre-parazione alla morte, santa Gertrude scrive: “O Ge-sù, tu che mi sei immensamente caro, sii sempre conme, perché il mio cuore rimanga con te e il tuo amo-re perseveri con me senza possibilità di divisione e ilmio transito sia benedetto da te, così che il mio spiri-to, sciolto dai lacci della carne, possa immediatamen-te trovare riposo in te. Amen.” Conclude la sua vicenda terrena il 17 novembre del1301 o 1302, all’età di circa 46 anni. Questa grande mistica ci fa comprendere, ancoraoggi, che il centro di una vita felice, di una vita ve-ra, è l’amicizia con Gesù. E questa amicizia si imparanell’amore per la Parola di Dio, nella generosità versogli altri, nell’amore per la preghiera liturgica, in par-ticolare nella Celebrazione Eucaristica, nella fede pro-fonda, nell’amore per Maria… In modo da conoscere sempre più realmente Diostesso, la vera felicità e la meta della nostra vita. 60
    • �hiara d’�ssisi AMICA FEDELE Nel famoso recital “Forza venite gente” c’è una can-zone dedicata all’amicizia di Chiara e Francesco. È in-titolata “Posso dire amore a tutti”. Chiara canta: “Pos-so dire ‘amore’ a tutti, posso dire amore a Dio ma nonposso più dire ‘amore mio’ a te. Perché mio non è piùniente e un amore mio non c’è e non posso più dirti‘amore mio’. Perché? Perché?”. E Francesco risponde: “Chiara, Chiara no. Se ti aves-si sarei ricco più di un re. E tu lo sai la ricchezza nonè fatta più per me”. E Chiara ancora: “Con le mani ac-carezzare di un lebbroso posso il viso ma non possopiù carezzare il tuo, perché? La tua sposa, la rinuncia,forse è bella più di me. Tu dai tutto a Lei, a me nulladai, perché? perché?”. È un testo che allude alla fatica di passare dall’amorea due all’amicizia, o amore grande. Questa parola nonc’è. E infatti il canto sembra rimpiangere la relazione d’a-more esclusivo. L’amicizia è una cosa più profonda. Lo ha annunciato anche il Papa Benedetto XVI inuna catechesi del mercoledì e precisamente il 15 set-tembre 2010. Dopo aver raccontato la vita di Chiara,contemporanea di San Francesco, e donna coraggiosae ricca di fede, capace di dare un decisivo impulso per 61
    • il rinnovamento della Chiesa… e aver ricordato che eradestinata come tutte le ragazze ad “un matrimonio conqualche personaggio di rilievo, Chiara, a 18 anni, conun gesto audace ispirato dal profondo desiderio di se-guire Cristo e dall’ammirazione per Francesco, lasciò lacasa paterna e, in compagnia di una sua amica, Bona diGuelfuccio, raggiunse segretamente i frati minori pressola piccola chiesa della Porziuncola. Era la sera della Do-menica delle Palme del 1211. Nella commozione gene-rale, fu compiuto un gesto altamente simbolico: mentrei suoi compagni tenevano in mano torce accese, Fran-cesco le tagliò i capelli e Chiara indossò un rozzo abitopenitenziale. Da quel momento era diventata la vergi-ne sposa di Cristo, umile e povero, e a Lui totalmente siconsacrava. Come Chiara e le sue compagne, innume-revoli donne nel corso della storia sono state affascina-te dall’amore per Cristo che, nella bellezza della sua Di-vina Persona, riempie il loro cuore”. Tutta la spiritualità di Chiara è di tono nuziale. Dicein una sua lettera: “Amandolo [Gesù] siete casta, toccan-dolo, sarete più pura, lasciandovi possedere da lui sie-te vergine. La sua potenza è più forte, la sua generositàpiù elevata, il suo aspetto più bello, l’amore più soave eogni grazia più fine. Ormai siete stretta nell’abbraccio dilui, che ha ornato il vostro petto di pietre preziose… evi ha incoronata con una corona d’oro incisa con il se-gno della santità” (Lettera prima: FF, 2862). E San Francesco è per lei un amico fraterno. Affer-ma il Papa: “L’amicizia tra questi due santi costituisceun aspetto molto bello e importante. Infatti, quandodue anime pure ed infiammate dallo stesso amore perDio si incontrano, esse traggono dalla reciproca ami-cizia uno stimolo fortissimo per percorrere la via dellaperfezione. L’amicizia è uno dei sentimenti umani piùnobili ed elevati che la Grazia divina purifica e trasfi-gura”. Diventare un solo spirito, attraverso lo scambiodi affetti spirituali è non solo possibile, ma importan-te anche per quanti vivono oggi sulla via della consa- 62
    • crazione. Non è solo l’esperienza di Chiara e France-sco, ma anche quella di Teresa d’Avila e Giovanni del-la Croce, di Francesco di Sales e Giovanna di Chantal,e di molti altri in tempi anche più recenti. È proprio nel Medioevo che nasce un trattato fa-moso L’amicizia spirituale di Aelredo di Rievaulx, conespressioni significative anche per noi: “Gli amici de-vono essere semplici, comunicativi, arrendevoli e ap-passionati delle medesime cose”. “Nell’amico si devo-no provare quattro cose. La fedeltà, l’intenzione, il cri-terio e la pazienza. Per sempre ama chi è amico: anchese rimproverato, anche se offeso, anche se messo sulfuoco, sempre ama”. Ma di più la relazione vuole esse-re condivisione dei beni spirituali, i beni della grazia.E questo richiede la sapienza che è dono dello Spirito.La distinzione tra natura e grazia non è divisione. Lagrazia non sostituisce la natura, ma la assume e la sal-va, e, in una persona consacrata, la eleva. San Bernardo commentando il testo iniziale delCantico dei Cantici afferma: “Il bacio spirituale… è unsentimento del cuore; non è un congiungere le labbra,ma un fondere gli spiriti e lo Spirito di Dio rende tuttocasto e vi intride con la sua presenza il gusto delle re-altà celesti. Non troverei sconveniente chiamare que-sto bacio il bacio di Cristo…” (Libro II, 26). Quello che il canto del recital afferma di vero è chetra Francesco e Chiara non ci poteva essere possessoreciproco, come tra due sposi. Madonna povertà era laloro sposa. E l’amicizia spirituale è proprio il contrariodel possesso; è apertura all’amore e insieme comunio-ne di spiriti, in Cristo, lo Sposo. Il distacco dai beni garantiva e garantisce anche lalibertà interiore della relazione di amicizia. Era questa la caratteristica dei francescani e anche diChiara. Aveva ottenuto da Papa Gregorio IX o, proba-bilmente, già da Papa Innocenzo III, il cosiddetto Pri-vilegium Paupertatis. In base ad esso, Chiara e le suecompagne di San Damiano, non potevano possedere 63
    • nessuna proprietà materiale. Si trattava di un’eccezio-ne veramente straordinaria rispetto al diritto canoni-co vigente. Era concesso in quel tempo, perché eranoapprezzati i frutti di santità evangelica riconosciuti nelmodo di vivere di Chiara e delle sue sorelle. Ciò mo-stra come anche nei secoli del Medioevo, il ruolo delledonne non era secondario, ma considerevole. Nel vivere la relazione con il Signore, anche attra-verso la relazione di amicizia spirituale con Francesco,Chiara portava anche tutte le altre virtù che correda-no la Sposa di Cristo. Nel convento di San Damiano,Chiara praticò in modo eroico le virtù che dovrebbe-ro contraddistinguere ogni cristiano: l’umiltà, lo spiri-to di pietà e di penitenza, la carità. Pur essendo la su-periora, ella voleva servire in prima persona le suoremalate, assoggettandosi anche a compiti umilissimi: lacarità, infatti, supera ogni resistenza e chi ama com-pie ogni sacrificio con letizia. Ella scrive: “Sì, è ormaichiaro che l’anima dell’uomo fedele, che è la più gran-de di tutte le creature, è resa dalla grazia di Dio piùgrande del cielo… Medita e contempla e brama di imi-tare Cristo. Se con Lui soffrirai, con Lui regnerai; se incompagnia di Lui morirai sulla croce della tribolazio-ne, possederai con Lui le celesti dimore nello splendo-re dei santi, ed il tuo nome sarà scritto nel Libro dellavita e diverrà famoso tra gli uomini… Da quando hoconosciuto la grazia del Signore nostro Gesù per mez-zo di quel suo servo Francesco, nessuna pena mi è sta-ta molesta, nessuna penitenza gravosa, nessuna infer-mità mi è stata dura”. A se stessa morente: “Va’, perchécolui che t’ha creata, ti ha santificata, e sempre guar-dandoti come una madre suo figlio, ti ha amata contenero amore”. Al centro c’era la fede nella presenza reale dell’Euca-ristia. Confinata a letto per tanti anni a causa di una ma-lattia, ricamò con maestria finissimi corporali per ador-nare gli altari di varie chiese di Assisi e dintorni. Famo-so poi è rimasto l’episodio, narrato da un testimone, 64
    • dell’allontanamento dei Saraceni dal monastero. Quan-do arrivarono gli invasori chiamarono Chiara. Ella andòalla porta del refettorio e fece portare la cassetta con-tenente l’Eucaristia, si prostrò davanti e piangendo im-plorò: “Signore, guarda tu queste tue serve, perché ionon le posso guardare”. Si udì una voce di grande soa-vità che disse: “Io ti difenderò sempre”. Poi Chiara im-plorò la stessa grazia per la città. La voce rispose: “Lacittà patirà molti pericoli, ma sarà difesa”. Ed i Saracenise ne andarono. La possiamo definire “donna dell’inter-cessione”, capace di mettersi in mezzo. Venne proclamata santa due anni dopo la sua mor-te dal Papa Alessandro IV nel 1255. Nella Bolla era scritto: “Quanto è vivida la poten-za di questa luce e quanto forte è il chiarore di que-sta fonte luminosa. Invero, questa luce si teneva chiusanel nascondimento della vita claustrale e fuori irradia-va bagliori luminosi; si raccoglieva in un angusto mo-nastero, e fuori si spandeva quanto è vasto il mondo.Si custodiva dentro e si diffondeva fuori. Chiara infattisi nascondeva; ma la sua vita era rivelata a tutti. Chia-ra taceva, ma la sua fama gridava” (FF, 3284). La vita buona del Vangelo, che viene riproposta co-me itinerario educativo per il decennio 2010-2020 dal-la CEI, è ben rappresentata da questi santi. È la forzadell’amore attinto dal Vangelo e dalla relazione con ilSignore che può trasformare, umanizzando e elevan-do il sistema di relazioni messe in crisi da un profon-do cambiamento di cultura. Da una preghiera di benedizione composta da San-ta Chiara per le sue consorelle, percepiamo ancora laforza dell’amore “materno”, un amore fortemente spiri-tuale: “Vi benedico nella mia vita e dopo la mia mor-te, come posso e più di quanto posso, con tutte le be-nedizioni con le quali il Padre delle misericordie bene-disse e benedirà in cielo e in terra i figli e le figlie, econ le quali un padre e una madre spirituale benedis-se e benedirà i suoi figli e le sue figlie spirituali. Amen”. 65
    • �ar�herita d’Oin�t SUL LETTO DELLA CROCE Tra le tante sante di nome Margherita, che la storiadella chiesa registra, Margherita d’Oingt è forse la me-no famosa, ma non certo perché manca qualcosa al-la sua santità. Di lei si sa solo che apparteneva ad una famiglia no-bile, che era nata nei paraggi di Lione, in Francia, chegià nel 1288 era priora della Certosa di Poleteins e chemorì l’11 febbraio 1310. Laddove la cronologia fatta di date sembra esseremolto lacunosa e non ci permette di ricostruire in det-taglio la sua vita, la sua spiritualità ci rivela invece il suoricco mondo interiore da cui è possibile attingere a pie-ne mani la testimonianza di una fede viva e autentica. Al contrario di quanto succedeva nel suo tempo,quando le figlie di nobili signori abbracciavano la vitamonastica per salvaguardare gli interessi materiali o ilprestigio della famiglia, questa Margherita, abbracciò lavita certosina per seguire veramente Gesù sulla stradaaperta da San Bruno.UNA STORIA D’AMORE Al centro dell’esperienza spirituale di questa mona-ca campeggia la figura di Cristo. 66
    • Al fondo della sua vita di contemplativa, sta unaforte consapevolezza di essere profondamente amatada Cristo e di essere chiamata a lasciarsi coinvolgereda Lui in unappassionata storia d’amore: “Bel dolceSignore, quando penso alle speciali grazie che mi haifatto per tua sollecitudine: innanzi tutto, come mi haicustodita fin dalla mia infanzia, e come mi hai sot-tratta dal pericolo di questo mondo e mi hai chiama-ta a dedicarmi al tuo santo servizio, e come mi haiprovvista in tutte quelle cose che mi erano necessa-rie per mangiare, bere, vestire e calzare, (e lo hai fat-to) in tal modo che non ho avuto occasione di pen-sare in tutte queste cose che alla tua grande miseri-cordia”. Sentirsi amata, suscita nel suo cuore, il desi-derio di corrispondere a tanto amore: “Dolce Signore,tutto ciò che hai compiuto, per amore mio e di tuttoil genere umano, mi provoca ad amarti, ma il ricor-do della tua santissima passione dona un vigore sen-za eguali alla mia potenza d’affetto per amarti. È perquesto che mi sembra […] di aver trovato ciò che hocosì tanto desiderato: non amare niente altro che te oin te o per amore tuo”.GESÙ DOLCE MADRE Il carattere di Margherita appare dolce e solare. Dalmodo come parla della sua famiglia si capisce che, inquel contesto, essa sente di essere stata amata. La figu-ra materna è spesso associata a sentimenti di tenerez-za e di accoglienza. Questa felice esperienza familiare,le facilita l’accoglienza dell’amore che Dio dona gratui-tamente a piene mani e le apre la strada della piena re-alizzazione di se in Cristo Gesù. Nelle sue meditazioni, l’amore di Gesù assume, inmodo quasi naturale, le caratteristiche di quella dol-cezza materna, di cui Margherita ha fatto esperienza, eper cui le riesce spontaneo rivolgersi a Gesù con que-ste parole: “Dolce Signore tu sei mia madre e più chemadre”. 67
    • Gli affetti familiari hanno un ruolo importante nel-la sua vita, ma l’amore di Gesù è così forte da metterein ombra tutto ciò che una creatura può desiderare inquesto mondo: “Dolce Signore, io ho lasciato mio pa-dre e mia madre e i miei fratelli e tutte le cose di que-sto mondo per tuo amore; ma questo è pochissimo,poiché le ricchezze di questo mondo non sono chespine pungenti; e chi più ne possiede più è sfortunato.E per questo mi sembra di non aver lasciato altro chemiseria e povertà; ma tu sai, dolce Signore, che se iopossedessi mille mondi e potessi disporne a mio piaci-mento, abbandonerei tutto per amore tuo; e quand’an-che tu mi dessi tutto ciò che possiedi in cielo e in ter-ra, non mi riterrei appagata finché non avessi te, per-ché tu sei la vita dell’anima mia, né ho né voglio ave-re padre e madre fuori di te”. Questa scelta di lasciarsi coinvolgere nel dinamismod’amore, chiede la totale purificazione del cuore e lanecessità di radicarsi totalmente in esso. E Margheritaaccetta, per amore, anche questa sfida.IL “PARTO” DELLA PASQUA La storia della salvezza è principalmente una storiad’amore che si manifesta pienamente nella Pasqua del“bel dolce caro Signore Gesù Cristo”; per questo Mar-gherita si sente amata gratuitamente al di la di ogni li-mite umano. Per Margherita è proprio nel mistero pasquale chesi manifesta più chiaramente il ruolo materno di Ge-sù che fa uscire dal suo grembo la vita nuova della re-denzione, partorita nel dolore delle doglie. In questametafora “materna”, la Croce è il letto del parto, su cuisi consuma il travaglio: “La madre che mi portò in grembo, soffrì fortemen-te, nel darmi alla luce, per un giorno o per una not-te, ma tu, bel dolce Signore, per me sei stato tormen-tato non una notte o un giorno soltanto ma per più ditrent’anni […]; quanto amaramente hai patito a causa 68
    • mia per tutta la vita! E allorché giunse il momento delparto, il tuo travaglio fu tanto doloroso che il tuo san-to sudore divenne come gocce di sangue che scorre-vano per tutto il tuo corpo fino a terra”. Il donarsi totale di Gesù per amore, è sottolinea-to dalla sua disponibilità a “concedersi” alla sofferen-za, fino a lasciarsi aprire il costato perché il suo san-gue redentivo possa fluire come un grande ruscello eformare una strada: “Tu sei stato deposto sul duro letto della croce, inmodo tale da non poterti muovere o girare o agitare letue membra così come suol fare un uomo che patisceun grande dolore, poiché sei stato completamente ste-so e ti sono stati conficcati i chiodi […] e […] sono sta-ti lacerati tutti i tuoi muscoli e le tue vene. […] Ma tut-ti questi dolori […] ancora non ti bastavano, tanto chevolesti che il tuo fianco venisse squarciato dalla lanciacosì crudelmente da far sì che il tuo docile corpo fos-se del tutto arato e straziato; e il tuo prezioso sanguesgorgava con tanta violenza da formare una larga stra-da, quasi fosse un grande ruscello”. Margherita è consapevole, ancora una volta, che suquesta strada sono invitati tutti coloro che desideranolasciarsi travolgere dall’amore che si fa Sangue perchéè vita donata.GESÙ NEL CUORE E NELLA VITA Margherita è una donna molto pratica, intenta amille occupazioni e a risolvere innumerevoli problemiconnessi con la vita quotidiana del monastero. Ma in tutto questo pullulare di vita, essa è anima-ta dalla consapevolezza che la redenzione di Cristo haoperato una gratuita e sostanziale riunificazione tra ilmondo umano e il mondo divino e che anche nel pri-mo si può sperimentare la gioia di essere stati innalza-ti al livello del secondo. Il desiderio che ogni essere umano ha di arriva-re alla felicità piena e gioiosa, è stato realizzato già su 69
    • questa terra dall’amore redentivo di Cristo. E Marghe-rita che lo sperimenta nella gioiosità della vita di ognigiorno, può vedere in visione, il Cristo glorioso, da cuisi sente profondamente amata, risplendere luminosotra gli angeli e i santi che lo contemplano.UNA DONNA COLTA Margherita, donna colta, conosce bene la culturadel suo tempo e scrive in latino senza difficoltà. Essa èanche ricordata come una tra le più importanti scrittri-ci francesi, perché alcune sue opere scritte in franco-provenzale, sono annoverate tra i primi testi di cui siha traccia di scrittura in questa lingua. Ma la sua cultura non è fine a se stessa, perché il li-bro per eccellenza, il cui contenuto è da incidere nelproprio cuore, è Cristo e il Cristo nella sua passionesalvifica. È Lui infatti il protagonista delle opere in cuiquesta monaca raccoglie la sostanza della sua spiritua-lità: Pagina meditationum (Libro di meditazioni), scrit-to in latino nel 1286, e lo Speculum. Nello Speculum, scritto in lingua provenzale nel1294, Margherita, riferendosi a se stessa in terza per-sona dice che la grazia di Dio “…aveva inciso nel suocuore la santa vita che Dio Gesù Cristo condusse sullaterra, i suoi buoni esempi e la sua buona dottrina. El-la aveva messo così bene il dolce Gesù Cristo nel suocuore che le sembrava perfino che questi le fosse pre-sente e che tenesse un libro chiuso nella sua mano,per istruirla”. In quest’opera, sono narrate tre visioni. In una diqueste, ella vede il Cristo con un libro chiuso in ma-no. Quando il libro si apre, si vedono solo due pagineche brillano come se fossero uno specchio. Nel libro-specchio, ella contempla lo splendore della Trinità. Inesso appare, infatti, un luogo grande e bellissimo, nelquale risplende: “una gloriosissima luce che si dividein tre parti, come in tre persone; ma non vi è boccad’uomo capace di parlarne”. 70
    • A questa luce bellissima, Margherita aspira con tuttal’anima e la santità della sua vita testimonia, agli esseriumani di tutti i tempi, che è possibile realizzare ognidesiderio di pienezza, quando si è disposti a lasciarsitravolgere dall’amore gratuito di Cristo Gesù. 71
    • �aterina da �iena RIVESTITA DEL SANGUE DI CRISTO Il secolo in cui visse Caterina Da Siena – il quat-tordicesimo – fu un’epoca travagliata per la vita dellaChiesa, dell’ Italia e dell’ Europa intera. Tuttavia, anchenei momenti di maggiore difficoltà, il Signore non ces-sa di benedire il suo Popolo, suscitando Santi e Santeche scuotano le menti e i cuori provocando conversio-ne e rinnovamento. Caterina è una di queste, che an-cora oggi ci parla e ci sospinge a camminare con co-raggio verso la santità per essere in modo sempre piùpieno discepoli del Signore. Nata a Siena, nel 1347, in una famiglia molto nume-rosa, morì a Roma, nel 1380. All’età di 16 anni, spin-ta da una visione in cui le si manifestò san Domeni-co, entrò nel Terz’Ordine Domenicano, nel ramo fem-minile detto delle Mantellate. Rimanendo in famiglia,confermò il voto di verginità fatto privatamente quan-do era ancora adolescente, si dedicò alla preghiera, al-la penitenza, alle opere di carità, soprattutto a benefi-cio degli ammalati. In una visione che mai più si cancellò dal cuore edalla mente di Caterina, la Madonna la presentò a Ge-sù che le donò uno splendido anello, dicendole: “Io,tuo Creatore e Salvatore, ti sposo nella fede, che con- 72
    • serverai sempre pura fino a quando celebrerai con mein cielo le tue nozze eterne” . Quell’anello rimase vi-sibile solo a lei. In questo episodio straordinario co-gliamo il centro vitale della religiosità di Caterina e diogni autentica spiritualità: il cristocentrismo. Cristo èper lei lo sposo, a cui è legata in un rapporto di inti-mità, di comunione e di fedeltà. Egli è il bene, amatosopra ogni altro bene. Questa unione profonda con il Signore è illustratada un altro episodio della vita di questa insigne misti-ca: lo scambio del cuore. Secondo Raimondo da Ca-pua, che scrive e trasmette le confidenze ricevute daCaterina, il Signore Gesù le apparve con in mano uncuore umano rosso splendente, le aprì il petto, ve lointrodusse e disse: “Carissima figliola, come l’altro gior-no presi il tuo cuore che tu mi offrivi, ecco che ora tido il mio, e d’ora innanzi starà al posto che occupavail tuo”. Caterina ha vissuto veramente le parole di sanPaolo, “… non vivo io, ma Cristo vive in me” (Gal 2,20). Tra i tanti doni che Caterina ha ricevuto dal suoSposo amabile c’è anche quello delle lacrime. Le lacrime esprimono una sensibilità squisita e pro-fonda, capacità di commozione e di tenerezza. Nonpochi Santi hanno avuto il dono delle lacrime, rinno-vando l’emozione di Gesù stesso, che non ha trattenu-to e nascosto il suo pianto dinanzi al sepolcro dell’ami-co Lazzaro e al dolore di Marta e Maria, e alla vista diGerusalemme, nei suoi ultimi giorni terreni. SecondoCaterina, le lacrime dei Santi si mescolano al Sangue diCristo, di cui ella ha parlato con toni vibranti e con im-magini simboliche molto efficaci: “Abbiate memoria diCristo crocifisso, Dio e uomo (…). Ponetevi per obiet-to Cristo crocifisso, nascondetevi nelle piaghe di Cristocrocifisso, annegatevi nel sangue di Cristo crocifisso” Da santa Caterina apprendiamo la scienza più su-blime: conoscere ed amare Gesù Cristo e la sua Chie-sa. Nel Dialogo della Divina Provvidenza, ella, conun’immagine singolare, descrive Cristo come un pon- 73
    • te lanciato tra il cielo e la terra. Esso è formato da trescaloni costituiti dai piedi, dal costato e dalla bocca diGesù. Elevandosi attraverso questi scaloni, l’anima pas-sa attraverso le tre tappe di ogni via di santificazione:il distacco dal peccato, la pratica della virtù e dell’amo-re, l’unione dolce e affettuosa con Dio. Attorno ad una personalità così forte e autentica siandò costituendo una vera e propria famiglia spiritua-le. Si trattava di persone affascinate dall’autorevolezzamorale di questa giovane donna di elevatissimo livel-lo di vita, e talvolta impressionate anche dai fenomenimistici cui assistevano, come le frequenti estasi. Mol-ti si misero al suo servizio e soprattutto consideraronoun privilegio essere guidati spiritualmente da Caterina.La chiamavano “mamma”, poiché come figli spiritualida lei attingevano il nutrimento dello spirito. Anche oggi la Chiesa riceve un grande beneficiodall’esercizio della maternità spirituale di tante donne,consacrate e laiche, che alimentano nelle anime il pen-siero per Dio, rafforzano la fede della gente e orienta-no la vita cristiana verso vette sempre più elevate. “Figlio vi dico e vi chiamo – scrive Caterina ri-volgendosi ad uno dei suoi figli spirituali, il cer-tosino Giovanni Sabatini –, in quanto io vi partori-sco per continue orazioni e desiderio nel cospet-to di Dio, così come una madre partorisce il figlio”.Al frate domenicano Bartolomeo de Dominici erasolita indirizzarsi con queste parole: “Dilettissimoe carissimo fratello e figliolo in Cristo dolce Gesù”.Da santa Caterina apprendiamo la sublime arte di ama-re con coraggio, in modo intenso e sincero, Cristo e laChiesa. Chiunque può far proprie le parole della san-ta che leggiamo nel Dialogo della Divina Provviden-za, a conclusione del capitolo che parla di Cristo-pon-te: “Per misericordia ci hai lavati nel Sangue, per mi-sericordia volesti conversare con le creature. O Pazzod’amore! Non ti bastò incarnarti, ma volesti anche mo-rire! … O misericordia! Il cuore mi si affoga nel pensa- 74
    • re a te: ché dovunque io mi volga a pensare, non tro-vo che misericordia”. Caterina soffrì tanto, come molti Santi. Qualcunopensò addirittura che si dovesse diffidare di lei al pun-to che, nel 1374, sei anni prima della morte, il capi-tolo generale dei Domenicani la convocò a Firenzeper interrogarla. Le misero accanto un frate dotto edumile, Raimondo da Capua, futuro Maestro Generaledell’Ordine. Divenuto suo confessore e anche suo “fi-glio spirituale”, scrisse una prima biografia completadella Santa. Prima di morire, a 33 anni, Caterina disse: “Parten-domi dal corpo io, in verità, ho consumato e dato lavita nella Chiesa e per la Chiesa Santa, la quale cosami è singolarissima grazia”. Fu canonizzata nel 1461. 75
    • 76
    • DONNE NELLA STORIA 2. XIX E XX SECOLO Il Diciannovesimo e Ventesimo secolo segnano unperiodo storico che registra, in occidente, tante espe-rienze di santità femminile, spesso collegate alla fonda-zione di istituti religiosi di vita apostolica o opere assi-stenziali a favore dei più poveri. Si tratta di donne chesi distinguono per la loro appassionata adesione a Cri-sto e per una generosità fattiva, di donazione di sé. Inquesto contesto si colloca la figura di Santa Maria DeMattias, mistica ed apostola, fondatrice di una Con-gregazione, quella delle Adoratrici del Sangue di Cri-sto, che avvia un movimento di cambiamento socia-le attraverso una capillare opera di evangelizzazionee promozione umana, finalizzata alla conversione dipopolazioni fortemente imbarbarite. All’interno di questa tendenza, emerge poi, un filo-ne più dichiaratamente mistico, da cui si distinguonosingolari figure di donne, spesso molto diverse tra loro,ma accomunate da una fede entusiasta e da scelte co-sì radicali, da sfociare in un dare la vita nel senso let-terale del termine. Lungo tutto l’arco del Novecento, siassiste ad una progressiva emancipazione delle donne,soprattutto da un punto di vista culturale, che, a livel-lo professionale, le porta a oltrepassare soglie di luoghilavorativi, fino a quel momento preclusi al sesso fem-minile, come le università, in qualità di docenti (EdithStein), come medici in ambulatori (Gianna BerettaMolla), nel mondo intellettuale, come filosofe e scrittri- 77
    • ci. Abbiamo scelto alcuni nomi di donne famose, comeesempio di innalzamento della condizione femminile,che parlano però anche di santità, a cui, in alcuni ca-si, sono giunte dopo una lunga ricerca di Dio, sfocia-ta in una conversione. Si tratta di cambiamenti in cuiil passaggio dall’ateismo pratico alla fede, è avvenutonella lotta, sostenuta da una costante ricerca di senso. C’è poi, un’altra categoria di donne, spesso madri,che trovandosi di fronte ad un difficile discernimento,hanno scelto di morire, piuttosto che sopprimere la vi-ta che portavano in grembo. E tutto questo come con-clusione naturale di una scelta di fede fatta a mon-te, nutrita quotidianamente e vissuta con coerenza fi-no alla fine. In questa sezione, vogliamo offrire un saggio dellaricchezza spirituale e umana di alcune di queste figuredi donne e di sante, che hanno da dire molto al mondosempre più scristianizzato della nostra epoca storica.Le proponiamo come testimoni di un cristianesimo cheentra nella vita e guida le scelte di ogni giorno; comeimitatrici di Cristo, nell’attraversare, da protagonisteattive, il mistero di morte e risurrezione, inscritto nellaferialità; come compagne di viaggio di tanti viandan-ti in cerca di umanità, di senso e di fede. Esempi che,se vogliamo, possono ridare lucentezza ai colori dellanostra vita, sbiaditi dalla routine quotidiana, e far ri-fiorire la speranza che santi ci possiamo diventare tut-ti. Basta lasciarsi trascinare dal Signore Gesù, nel di-namismo del suo amore. Come hanno fatto queste donne. 78
    • �aria �e �attias SPOSA DEL CROCIFISSO Un periodo storico tormentato da profonda crisi so-ciale e religiosa, il 1800, in cui la moralità cede il po-sto alla dispersione, l’educazione dei giovani alle scor-ribande e alle fughe dall’arruolamento militare, la don-na alla segregazione e sottomissione all’uomo. Nello Stato Pontificio, dell’Italia centrale, Vallecorsaè un piccolo paese posto su di un colle roccioso dellaCiociaria. I suoi abitanti vivono nella paura e nell’odioquotidiani. Nell’humus della violenza del tempo e delsangue umano sparso per vendetta, cresce Maria DeMattias, nata nel 1805, come un fiore primaverile sot-to la neve invernale.VERSO GRANDI ORIZZONTI DI VITA Adolescente, sensibile e aperta alla grazia divina,spesso si affaccia alla finestra della sua camera e scru-ta l’orizzonte lontano. Il sole si nasconde presto dietrole rocciose montagne che circondano il suo paese, e nelcrepuscolo si sente stretta da un’angoscia mortale. Vor-rebbe fare qualche cosa per quei giovani nascosti sullemontagne, per le ragazze segregate in casa, per quantianelano alla salvezza operata dal Sangue di Cristo. Guar-da lontano e sussurra con voce tremante: “è impossibi- 79
    • le per una donna attraversare i sentieri tra queste durerocce! Quanto vorrei correre là dove la sofferenza e l’i-gnoranza rendono l’uomo e la donna schiavi della pre-potenza della politica e dell’indifferenza della Chiesa!”. I pastori intanto tornano a casa, dopo una giorna-ta di pascolo dei loro greggi; è l’ora del calar del so-le. Vorrebbe lei uscire e chiedere loro cosa hanno vi-sto su quelle colline, in mezzo ai boschi e quanto san-gue è stato sparso in quella giornata. Ma una donnanon può uscire di sera e intrattenersi con gli uomini. In Maria crescono insieme il desiderio di annuncioe l’angoscia della morte: è l’inizio della sua pasqua. In-fuocata d’amore per il suo Signore, si vede costretta adimorare tra le pareti domestiche, in attesa di poter di-ventare missionaria per le strade del mondo. Quell’o-rizzonte che scruta ogni sera le sembra sempre piùchiuso e gli alberi dei boschi circostanti più minaccio-si. “Debbo andare; non posso più restare chiusa a pen-sare a me stessa! La forza del Sangue di Cristo correnelle mie vene e non mi dà pace!”.DENTRO IL GRANDE FIUME Nel suo cuore si nasconde un desiderio infuoca-to di misericordia, come una vena d’acqua sotterraneache esige di farsi strada tra le rocce per iniziare il suocorso giù nella valle e rientrare pian piano nell’alveodel grande fiume. Maria già sa che il fiume dell’uma-nità, dove desidera immergere la sua persona, è mel-moso, carico di detriti e di peccato; ella contempla ilcostato aperto del suo Signore e vede scorrere torren-ti di forza divina del Sangue di Cristo Crocifisso nellastoria del suo tempo. Con la delicatezza di giovane, amante della vita, as-siste a uccisioni e vede scorrere sangue umano lungoi vicoli sassosi di Vallecorsa. Nella sua stanza continuaa sognare di poter uscire di casa e attraversare i peri-colosi boschi che circondano il suo piccolo paese, perincontrare giovani, uomini e donne assetati di pace e 80
    • bisognosi di essere rigenerati alla vita. Lacrime ama-re solcano il suo viso di fronte all’impotenza dell’esse-re donna, segregata tra le mura domestiche, ma prote-sa a viaggiare, predicare, consolare e a frapporsi comesposa di Sangue fra le parti in conflitto. La particolare forza interiore del Sangue di Cristo sifa strada nel suo cuore come fonte zampillante e la ren-de docile alla voce del suo Sposo Crocifisso. Si fa co-raggio e con il desiderio di una missionaria, a 29 anniesce dalla sua casa e attraverso la porta principale delsuo paesetto – detta Missoria – inizia il suo corso co-me piccolo ruscello d’acqua limpida e si dirige verso levallate della Ciociaria. La sorgente acquista pian pianola forma di un torrente fino a diventare un fiume chescorrendo lungo le terre aride dell’umanità, sempre piùdispersa, acquista una straordinaria lunghezza. Parte Maria, benedetta dal padre Giovanni, e portain cuore una segreta speranza che le deriva dalla forzadel Sangue dell’Agnello Pasquale. Quell’Agnello Croci-fisso e glorioso abita ormai il suo animo e plasma lasua mente, da quando, adolescente, ascoltava le predi-che di Gaspare Del Bufalo ai piedi del grande crocifis-so della missione nella sua parrocchia. Mentre si avvia su di un mulo con le poche coseche può portare con se, verso Acuto, emergono dallasua memoria le dolci parole del missionario: “Dio nel-la sua infinita misericordia ha voluto salvare l’umani-tà lavandola con il Sangue del suo Figlio crocifisso”. Queste ed altre parole, divenute ormai convinzionee tormento, le feriscono il cuore di compassione e laspingono a non temere i pericoli della traversata. Anzicon un coraggio che le deriva solo dalla grazia divinae con decisa volontà percorre anche di notte i sentie-ri di montagna, non badando alle derisioni dei soldatiappollaiati tra i cespugli che costeggiano le montagne. Da quel momento il rigagnolo di vita, diventato unfiume di speranza, accoglie sangue versato per vendet-ta e detriti dell’umanità ferita dall’odio, senza paura di 81
    • sporcarsi le mani e di macchiare la sua reputazione didonna, perché sa di essere lavata e salvata dal Sanguedivino che scorre insieme all’acqua melmosa della sto-ria. Immersa in questo fiume si lascia trascinare, obbe-dendo a quel percorso che Dio le traccia ogni giorno,per raggiungere le comunità dell’Istituto, da lei fonda-to nel 1834, delle Adoratrici del Preziosissimo Sanguee ogni altro luogo che la chiama a dare una rispostaconcreta di vita.LA VIA DEL SANGUE Le intuizioni femminili, la passione d’amore per lasalvezza “del caro prossimo”, la vitalità e l’intelligen-za della giovane vallecorsana erano tanti rigagnoli chedovevano rientrare nell’unico alveo della Volontà diDio, altrimenti sarebbero state come acque dispersenelle campagne della tormentata Ciociaria. “Sentii dirmi che le grazie a me concesse, non era-no per me sola, ma per aiuto di altre anime… Sentivodei forti impulsi, che se volevo trovare la calma… midovevo dare al servizio di Dio e a una vita somiglian-te a Gesù Cristo”. Un fiume di acqua melmosa e di Sangue salvificocapace di levigare le rocce più appuntite, di sanare icuori più induriti anche di uomini di Chiesa! Tutti co-loro che avrebbero accettato di entrarvi dentro, avreb-bero contribuito a fecondare paesi e campagne desti-nati a produrre frutti di riconciliazione e di pace. Uo-mini e donne, giovani e fanciulli del suo tempo ven-gono ricondotti all’unica sorgente di grazia e di mise-ricordia, dalla parola e dalla presenza oblativa di que-sta donna che matura all’ombra della Croce tra i riviscorrevoli del Divin Sangue. Non avrebbe potuto immergersi in questo Sanguedi vita se non avesse appreso l’arte dell’ascoltare la vo-ce del suo Signore e non avesse trascorso lungo tem-po inginocchiata ai piedi del Crocifisso della cappelladella prima casa, come sposa adorna per il suo Sposo. 82
    • Tra quei rivi di vita, Maria si lascia levigare e di quelsangue riempie il suo animo, come di nuova forza di-vina, per essere ogni giorno più trasformata in don-na coraggiosa, educatrice alla pace. Sa di essere desti-nata a correre nel grande fiume della misericordia diDio, spesso incuneato tra le pericolose rocce e i tor-tuosi sentieri dell’umanità. Il percorso è sempre caricodi speranza, perché teso verso quell’alleanza d’amoreche Dio da sempre ha promesso a coloro che si lascia-no lavare dal Sangue dell’Agnello. Ai piedi della croce, fissando lo sguardo al Costatoaperto del Crocifisso, anela, come cerva assetata, allafonte zampillante della salvezza e beve, ripetendo: “Ilsuo Sangue è nostro”, e con San Paolo “non sono piùio che vivo, ma Cristo vive in me!”. Maria non indica se stessa alle giovani che chiedo-no di seguirla, non confida sulle sue forze umane difronte agli uomini e alle donne che vogliono risalire lachina e ritrovare la sorgente, non presenta semplice-mente le sue intuizioni di donna coraggiosa alla Chie-sa troppo ripiegata su stessa, ma a tutti addita il Croci-fisso. È la chiamata a ritornare all’origine della salvez-za, dove la fonte perenne della redenzione operata daCristo zampilla per la vita eterna. L’amore anela alla fonte e genera nuova vita. Ella in-tuisce infatti ben presto, che “il nascente istituto Iddiolo vuole per il bene di tutta la Chiesa… e un giorno sivedranno cose belle a gloria di esso”. Maria muore a 61 anni, il 20 agosto 1866. Le sue se-guaci sanno ancora oggi che la loro esistenza deve es-sere completamente immersa, ogni giorno, nel grandefiume della misericordia divina. Tutte con unidentitàpasquale segnata dal Sangue dell’Agnello. Verrà canonizzata da Giovanni Paolo II il 18 mag-gio del 2003. 83
    • �dith �tein TRASFORMATA DALL’AGNELLO “La chiesa desidera ringraziare la santissima Trinitàper il ‘mistero della donna’ e per ogni donna, per ciòche costituisce l’eterna misura della sua dignità femmi-nile, per le ‘grandi opere di Dio’ che nella storia dellegenerazioni umane si sono compiute in lei”. Così scriveGiovanni Paolo II, nella Mulieris Dignitatem. Basta gettare uno sguardo sul secolo appena passa-to per rendersi conto di quanto sia vera l’ultima partedi questa affermazione. Edith Stein, ad esempio, è uno dei casi più eclatan-ti di come Dio opera cose grandi in chi accoglie, comegrembo aperto, il dono della sua salvezza. Nata a Breslavia, il 12 ottobre 1891, da una famigliadi ebrei ortodossi, crebbe in un ambiente che, sebbe-ne fedele alla scrupolosa osservanza del rituale rab-binico, non esercitò su di lei alcuna pressione religio-sa. Fu la genuina fede della madre, invece, a modella-re l’interiorità della piccola Edith, che ricordando quelperiodo racconta: “In casa nostra non esistevano prin-cipi educativi; per sapere come comportarci, leggeva-mo nel cuore di nostra madre come in un libro aperto.La mamma ci insegnava l’orrore del male. Quando di- 84
    • ceva: ‘è peccato’ quel termine esprimeva il colmo del-la bruttezza e della cattiveria e ci lasciava sconvolti”. I suoi successi scolastici non alterarono la sua indo-le modesta e comprensiva. Ragazza dotata di notevo-le intelligenza, avida di conoscere, Edith terminò bril-lantemente gli studi secondari e si iscrisse all’universi-tà. Approdata allo studio della filosofia, entrò a contat-to con la nuova corrente fenomenologica di Husserl,di cui fu prima allieva e poi assistente, e quindi con icollaboratori del filosofo. A quel tempo, Edith, in fattodi religione era piuttosto indifferente pur continuando,senza convinzione, la pratica della religione ebraica.Lei stessa riconosce di essere stata atea fino ai 21 anni.Lo studio della fenomenologia, la portò a frequentarei corsi di Max Scheler, tornato da poco al cristianesi-mo. Di lui Edith scrive: “Per me come per altri, la suainfluenza andò molto al di là del dominio filosofico…traboccava di idee cristiane, e sapeva esporle in modobrillante, con forza e persuasione. Per me questa fu larivelazione di un universo fino allora totalmente sco-nosciuto… Caddero così le barriere del razionalismo…e mi trovai d’un tratto di fronte al mondo della fede”. Furono queste testimonianze di cristianesimo esi-stenziale a farla capitolare, insieme a due avvenimentiche mutarono la rotta della sua vita.L’INCONTRO CON LA CROCE Nel 1917, la giovane vedova del filosofo Reinach,morto in guerra, si rivolse a Edith perché l’aiutasse aclassificare gli scritti del marito in vista di una pubbli-cazione. Edith avendo visto la felicità dei due sposi, siaspettava di trovare l’amica schiacciata dal dolore; tro-vò, invece una donna che pur straziata dalla prova, di-mostrava una serenità che la sconvolse. La Stein, pocotempo prima della morte, confidò ad un sacerdote: “Fuquello il mio primo incontro con la Croce, con quellaforza divina che la Croce dà a coloro che la portano.Per la prima volta, mi apparve visibilmente la Chiesa, 85
    • nata dalla passione del Cristo e vittoriosa sulla morte.In quel momento stesso la mia incredulità cedette, ilgiudaismo impallidì ai miei occhi, mentre si levava nelmio cuore la luce del Cristo”. Un’altra esperienza signi-ficativa risale all’estate del 1921. Trovandosi una notteda sola in una casa di amici, le capitò di fare una let-tura interessante. Ecco come la racconta: “Presi casual-mente un libro in biblioteca, portava il titolo Vita diSanta Teresa narrata da lei stessa. Cominciai a leggeree non potei più lasciarlo finché non ebbi finito. Quan-do lo chiusi mi dissi ‘questa è la verità’”. La mattina seguente procuratasi un catechismo e unmessale, cominciò da sola la propria istruzione. Quan-do ritenne di essere pronta chiese il Battesimo che lefu accordato il 1º gennaio 1931. Era approdata! Incontrando vecchi amici, Edith si scontra con l’in-comprensione; questo la porta ad una considerazione:“Ad ogni incontro mentre la discussione si rivela piùimpotente, con maggiore urgenza mi s’impone la ne-cessità dell’olocausto personale”. Nel 1931 fu ospite, per un certo tempo, delle Bene-dettine di Friburgo. Una di quelle suore racconta: “Par-lava poco, ma ogni sua parola andava a segno perchénasceva dalle profondità del silenzio e della preghiera.Come dimenticare lo sguardo così grave, indicibilmen-te doloroso ch’ella dava al Crocifisso, il Re dei Giudei,quando leggeva, attraverso il disegno degli eventi, l’an-nuncio di una persecuzione razziale sempre più vio-lenta. Un giorno l’ho sentita mormorare: ‘Quanto do-vrà soffrire il mio popolo, prima di convertirsi!’ E, rapi-do come il lampo mi attraversò il pensiero: ‘Edith si of-fre a Dio per la conversione di Israele’”. Ben presto, lagiovane convertita sentì sempre più forte il desiderio diuna vita tutta dedita alla preghiera e alle cose di Dio.SPOSA DELL’AGNELLO Nel 1933 lo realizzò facendosi carmelitana, dopoche l’inasprirsi dell’antisemitismo aveva posto fine al- 86
    • la sua attività di conferenziera e docente. La decisionedi entrare in convento non fu compresa dalla famigliaStein; la scelta del Carmelo era vista come una fugadalla persecuzioni di cui era fatta oggetto la comunitàebraica. Ma la decisione di Edith aveva ben altri mo-tivi: sentiva che questa scelta era la maniera di adem-piere quel destino che già in modo oscuro presagiva. Nel giorno della sua professione, la domenica diPasqua dell’anno 1935, confesserà ad una novizia chela interrogava, che si sente diventata sposa dell’Agnel-lo. A questo punto le tappe della sua crescita spiritua-le e le vicende storiche del popolo d’Israele si fondo-no; la sua personale via della Croce diventa prepara-zione a portare la croce del popolo ebraico quale vit-tima di espiazione. Sentiva che il destino del suo po-polo era anche il suo. Così scrive nel 1938: “Ho pensa-to che tutti quelli che capiscono che tutto questo è laCroce di Cristo dovrebbero prenderla su di sé in nomedi tutti”. L’anima illuminata dallo Spirito, può giunge-re all’offerta della propria vita per la salvezza di altri:questo è proprio ciò che fece Edith Stein. Scriveva ad un’allieva: “Esiste una chiamata a patirecon Cristo e per questo a collaborare con lui alla suaopera di redenzione… La sofferenza portata in unio-ne col Signore, è sua sofferenza, per questo è feconda.Questo è il principio su cui si fonda la vita di tutti gliordini religiosi: attraverso una libera e gioiosa sofferen-za, intercedere per i peccatori e collaborare alla reden-zione dell’umanità”. E fu questo che Edith fece, diven-tando così “sacrificio perfetto gradito a Dio”. Trasferita per motivi di sicurezza dal monastero diColonia a quello di Echt, in Olanda, fu arrestata dallaGestapo il 2 agosto 1942. Nei vari campi di concentra-mento che attraversò, fu l’angelo consolatore soprattut-to dei bambini trascurati dalle madri, inebetite dal do-lore. In una lettera di questo periodo, inviata al Carme-lo di Echt, si legge: “Sono contenta di tutto. Si può ac-quistare una Scientia Crucis solo se si comincia a sof- 87
    • frire veramente del peso della Croce Ne ho avuto l’in-tima convinzione fin dal primo istante e dal profondodel cuore ho detto: ‘Ave Crux spes mea’”. Edith Stein morì in una camera a gas del campo diAuschwitz il 9 agosto 1942. Come Agnello Immolato!Per la salvezza del suo popolo e del mondo. 88
    • �aïssa �aritain LA MISTICA CHE UNISCE 50 anni fa, il 4 novembre 1960, moriva a Parigi Raïs-sa Maritain. Il filosofo Jacques Maritain nel volume Ricordi e ap-punti, descrive così la grandezza umana e spiritualedella moglie: “L’aiuto e l’ispirazione della mia amataRaïssa hanno permeato tutta la mia vita e tutta la miaopera. Se in quel che ho fatto vi è qualcosa di buono,a lei, dopo che a Dio, lo debbo. L’irradiazione del suoamore e il puro fervore della sua sapienza, la sua for-za d’animo e la benedizione di Dio sulla sua preghierae sulle sue sofferenze hanno illuminato i miei giorni”. Paolo VI amava questa scrittrice e mistica e il filo-sofo suo marito. Amava molto la sintesi del loro pen-siero raccolto nel saggio Umanesimo integrale. Ancorauna proposta illuminante per questa epoca di diffici-lissima e travagliata antropologia. Raïssa era un’ebrea russa. Nata a Rostov in Russia il12 settembre 1883 da famiglia ebrea praticante, RaïssaOumançoff si trasferisce in Francia e si iscrive alla Sor-bona, alla facoltà di Scienze. È lì che Raïssa incontranel 1901 il giovane Jacques Maritain. Da allora la cop-pia diventa inscindibile. Nel 1904 i due si sposano ci-vilmente, ma nello stesso anno aderiscono al cattolice- 89
    • simo. La via della spiritualità l’ha portata alla conver-sione. Basta pensare che a incidere è stata la lettura delCatechismo spirituale del gesuita Jean-Joseph Surin. E venne anche per loro il tempo della crisi, provo-cata da una cultura che li convince dell’assenza dalmondo di qualsiasi finalità trascendente, con le so-le luci dello scetticismo e del relativismo a illuminareun universo che appare ai loro occhi malvagio e cru-dele: decidono di trovare l’assoluto che cercano, o didarsi la morte. La svolta nella loro esistenza avviene proprio gra-zie ad amici e pensatori capaci di speranza (Péguy,Bergson e Léon Bloy) che ai loro occhi additano unaprospettiva nuova, rispetto allo scetticismo e al nichi-lismo imperante. E giunge l’incontro con la persona diGesù Cristo. La conversione avviene nel 1905, quandoRaïssa si ammala gravemente. L’esperienza della ma-lattia e, insieme, della preghiera la avvicina, con Jac-ques, definitivamente a Dio. L’11 giugno 1906 entram-bi ricevono il Battesimo cattolico. Un altro grave epi-sodio di salute che colpisce Raïssa nel 1907 confer-ma nei due Maritain la fede in Dio. Negli anni Dieci,la lettura delle opere di San Tommaso d’Aquino di-svela loro quanto era stato negato dalla Sorbona. Lepubblicazioni di Jacques diventano numerose; Raïssaè accanto al marito nel suo lavoro di riflessione. Ini-ziano in questo periodo le frequentazioni e le amici-zie dei Maritain con gli esponenti della cultura lorocontemporanea. Il 2 ottobre 1912 i due coniugi fanno voto di casti-tà nella cattedrale di Versailles, voto che resterà segre-to anche agli amici più intimi. “Anche in questa scel-ta vi è tutta la grandezza dei Maritain – osserva lo stu-dioso Piero Viotto già docente di psicologia alla Catto-lica e autore per Città Nuova di un bel Dizionario del-le opere di Raïssa Maritain – Può esistere una vita mi-stica per coniugati, lo testimonia anche il loro libro Vi-ta di Preghiera. Sono rimasto affascinato dalla ‘relazio- 90
    • ne intellettuale’ dei Maritain, ‘amore coniugale’ testi-moniato dalle osservazioni, correzioni e integrazioni diRaïssa ai manoscritti di Jacques. Per capire l’intensitàdi questo sodalizio basti pensare che l’opera maggioredi Jacques I gradi del sapere ha per sottotitolo la frase‘distinguere per unire’, che è un’intuizione di Raïssa”. Dal 1923 al 1939, vivono a Meudon, nei pressi diParigi. Sono gli anni delle grandi amicizie con JeanCocteau, Pierre Reverdy, Réginald Garrigou-Lagrange,Nicolas Nabokov, Charles Journet, Étienne Gilson, Gi-no Severini, Charles Henrion, François Mauriac (alcu-ni fra i molti). Al 1935 risale la pubblicazione delle pri-me poesie di Raïssa. Dal 1939 al 1944, Raïssa è costretta dagli sviluppibellici e dalle sue origini giudaiche, prima a trasferir-si negli Stati Uniti con Jacques, poi a stabilirvisi. Sonogli anni dell’amicizia con Marc Chagall. Raïssa si occu-pa di poesia, contemplazione mistica, arte. Al termi-ne della guerra, Jacques è nominato ambasciatore diFrancia presso la Santa Sede. Raïssa segue il marito inquesta nuova avventura. Nasce l’amicizia con mons.Giovanni Battista Montini, il futuro Papa Paolo VI. Nel1949, i Maritain lasciano il Vaticano, dopo le dimissio-ni di Jacques dall’incarico, e tornano negli Stati Uniti, aPrinceton (NJ). Raïssa è sempre al fianco del marito esi occupa di filosofia e critica dell’arte, poesia, liturgia. Durante una vacanza in Francia, nel settembre 1960Raïssa è colpita da emorragia cerebrale. Assistita daJacques, muore il 4 novembre dello stesso anno. Leesequie vengono celebrate a Parigi. La salma è inuma-ta a Kolbsheim, in Alsazia, dove dal 1973 riposano an-che le spoglie mortali di Jacques.MA CHI È ANCORA RAÏSSA? Il marito diceva di lei “fiamma ardente”, quandola vedeva animare le riunioni dei circoli tomistici, do-ve erano presenti alcuni grandi pensatori della cultu-ra francese. 91
    • Ed è proprio il pensiero di San Tommaso che li hacondotti dentro questi luoghi luminosi. Lei, Raïssa, hascoperto per prima Tommaso, attraverso i domenica-ni che la guidavano spiritualmente (es. Réginald Gar-rigou Lagrange). E ciò che attirava la passione di Raïssa era propriola lettura di alcuni capitoli della Summa Teologica e lameditazione del Vangelo di Giovanni. È solo dopo la morte che emerge la grandezza spiri-tuale di Raïssa, quando vennero pubblicati i suoi diari.Afferma il card. Cottier: “È emersa ancora di più la suagrandezza, testimoniata dai diari, dal bellissimo com-mento al Padre Nostro, dalle sue poesie. E non è uncaso se dopo la sua morte, Maritain rivelerà tutto quel-lo che aveva ricevuto dalla consorte. Mi viene spessoin mente quello che diceva il grande domenicano JeanDe Menasce: Raïssa è stato in fondo il filtro nella rilet-tura dei manoscritti, il ‘punto di equilibrio’ del pensie-ro di Jacques Maritain”. Dai suoi diari emerge la sua anima. Mio Dio, son qui davanti a Te mi prostro davanti a Te. Adoro la tua grandezza. La mia miseria è immensa. Abbi pietà di me. Il tuo spirito dimori in me. In me viva lo Spirito Santo. L’amore del Figlio e del Padre perché io t’ami e Tu mi ami. Mio Dio il mio cuore sia puro la mia intenzione sia retta il mio corpo sia casto. Mio Dio nessuno abbia a soffrire per colpa mia. La tua Verità m’illumini la tua Volontà sia fatta. Amen 92
    • E ancora, nel suo diario scrive: “Accettare tutto co-me proveniente da Dio. Fare tutto per Dio. Offrire tuttoa Dio. E cercare con ardore la perfezione della Caritàe l’amore della Croce. Dio vuole che gli si offra quan-to c’è d’essere e di bellezza in ogni cosa e in ogni af-fetto. La fede è stata attaccata in nome dell’Intelligen-za. Oggi è in nome dell’Intelligenza che bisogna difen-derla. Noi non abbiamo il diritto di giudicare la voca-zione del prossimo dal carattere della nostra. Sappia-mo che Dio è amore e la nostra fiducia in Dio è la no-stra luce. Sotto il tuo sguardo provo un indicibile sen-so di fiducia, Dio mio, non perché il mio cuore sia pu-ro! Ma perché il tuo sguardo è buono. Una sola forzapuò ancora opporsi alla follia generale: l’intelligenza il-luminata dalla fede”. Un dato particolare di questa complessa figura fuconiugare la fede cattolica come costitutiva dell’identi-tà ebraica. “Penso spesso alle sue intuizioni spiritualisul mistero della Croce – è la riflessione del cardinaleCottier – per come ha vissuto il dramma di Israele inte-riormente. A mio giudizio la sua testimonianza, soprat-tutto durante la Shoah, è stata un’offerta simile a quel-la di Edith Stein, pur non essendo arrivata anche lei almartirio. Se Jacques ha scritto cose così importanti sulmistero d’Israele, lo si deve all’influenza di Raïssa”. Maa rimanere vivo e teso è il filo rosso che lega i coniu-gi Maritain nella loro ricerca filosofica e spirituale, co-me pure nella vita ordinaria. Dopo la morte di Raïssa, Jacques si fa editore deisuoi scritti. Quello che fa impressione è il debito chepost mortem il grande Maritain ha per sua moglie. Inun certo senso Raïssa è stata la “Beatrice” del grandepensatore francese.I DONI MISTICI Un’eredità, quella di Raïssa Maritain, da rileggereanche per i suoi doni mistici. “Messaggio portante del-la sua spiritualità è stato quello di portare la contem- 93
    • plazione per le strade. Maritain recupererà questo con-cetto nel Contadino della Garonna. Lei stessa proget-tava di scrivere su questo importante tema, ma nonpoté farlo a causa della malattia. Per lei la contempla-zione non dev’essere solo di tipo intellettuale, o soloappannaggio dei grandi ordini contemplativi, ma puòessere fruibile da tutti i cristiani nella loro vita di ognigiorno. In un certo senso questa intuizione ha antici-pato la lezione del Concilio Vaticano II” (Nora GhigliaPossenti). In sintesi la testimonianza dell’intera sua vita fuquella della presenza amorevole che si fa prossimaalle esistenze, alle storie personali, alla storia stessadell’umanità ferita. Con la sua poesia e, più in generale, la sua operae la sua vita, Raïssa ha cercato di scoprire e utilizza-re ogni bellezza presente nel mondo, così come ognimiseria, per alimentare l’amore nei confronti di Dio.Sempre ha guardato agli uomini e alla civiltà del suotempo con comprensione, simpatia, lucidità. In Raïs-sa c’è una meravigliosa compenetrazione di intuizio-ne poetica, riflessione filosofica ed esperienza mistica.Si potrebbe a ragione affermare che il suo è stato unosguardo “sensibile” sulla realtà, attento a ricondurreogni cosa nella contemplazione divina. E perciò all’unità tra gli uomini e con Dio. Unità chenon ha volato sopra la condizione umana, ma dentro:è sempre in dialogo con coloro che incontra, con i de-sideri, le aspirazioni, le gioie e le sofferenze dei suoiinterlocutori, esponenti della cultura contemporanea. Sulla poesia della moglie, ebbe a scrivere, nella pre-sentazione a Poèmes et essais di Raissa, Jacques Mari-tain: “Un canto il cui ritmo, per diverso che sia, s’im-pone sempre all’orecchio con una rara precisione, vie-ne da qualcosa di più profondo di un flusso puramen-te psichico delle impressioni e delle immagini. L’incon-scio che libera è l’inconscio dello spirito nella sua sor-gente. Tutto vi è necessario e tutto vi è libero. Non un 94
    • qualche astratto disegno di perfezione, ma una fedel-tà delicata, una attenzione amorosa, a queste mani in-visibili da cui l’anima riceve tutto, impone una traspa-renza, una precisione e una discrezione singolare allamelodia che emana dal sangue e dallo spirito. Ciò chesembra tipico qui, è da una parte la musicalità, espres-samente considerata come un elemento essenziale del-la poesia, dall’altra la nitidezza con cui la forma attua-lizza in ogni poema la sua unità vitale”. 95
    • �imone �eil SOLIDALE CON LA SVENTURA UMANA “Se per ipotesi assurda morissi senza aver commes-so gravi colpe, e tuttavia al momento della morte ca-dessi in fondo all’inferno, sarei ugualmente debitriceverso Dio, di una gratitudine infinita, per la sua infini-ta misericordia, proprio per la mia vita terrena e que-sto, sebbene io sia un oggetto così mal riuscito”. Cosìscriveva Simone Weil nel 1942. L’anno dopo, esule in Inghilterra, ormai distruttadalla malattia e ancor più dal dolore per le ferite che laguerra stava infliggendo all’umanità, si spegneva, solae lontana da casa in un anonimo sanatorio del Kent.Aveva appena trentaquattro anni. Quelle poche righe quasi nascoste in un contestopiù ampio, sono il punto di arrivo di un’esistenza che,dopo morte lotte e tormenti, approda al vero sensodella realtà, ormai illuminata dalla fede. Il suo impat-to con la vita fin da adolescente le fece scoprire quan-to profondo fosse il “buco nero” della sventura umana.Tra i tanti mali della società del tempo, la situazionedegli operai nelle fabbriche fu quella che la interpellòpiù profondamente, poiché in quei luoghi l’ingiustiziae lo schiacciamento della persona si potevano toccarecon mano. E lei, donna gracile e malaticcia, ma dal ca- 96
    • rattere forte e battagliero, si spogliò della sicurezza del-la condizione borghese e scese tra i poveri. Lavorò nelle fabbriche di Parigi, sua città natale,una tra gli operai eppure così diversa in quel suo ac-canirsi nella lotta politica, nelle rivendicazioni sinda-cali, e nel voler lottare con tutte le forze contro le in-giustizie. Era sempre convinta che aiutare il prossimo ariacquistare dignità “è come battezzarlo”. Con sguardopenetrante e lucida intelligenza guardò dentro la situa-zione umana come si guarda dentro la propria animae aprì il cuore all’accoglienza. Sentì la disperazione diun’umanità che si avvilisce sotto una pesante schiavitùdove la speranza svanisce piano piano. L’esperienza difabbrica fu per Simone un atto di incarnazione nell’in-felicità umana, fino a toccare il fondo della sofferenza,laddove si accorge che “Dio è assente, più assente diun morto… durante questa assenza non c’è più nien-te da amare”. La sua vocazione fu quella di condivide-re tutto questo. “Il dolore diffuso sulla superficie della terra mi oppri-me e mi ossessiona – scriveva in un écrite de Londres –al punto da annullare le mie facoltà e non posso recu-perarle se non ho anche io una larga parte di pericolo edi sofferenza”. Fino a dichiararsi impotente: “Provo unasofferenza che aumenta senza fine per l’incapacità in cuisono di pensare insieme nella verità la sventura umana,la perfezione di Dio e il legame fra le due cose”.L’INFINITA POTENZA DI DIO Nel 1935 un’esperienza significativa orientò il suomondo interiore verso una dimensione più spirituale.In un misero paesino del Portogallo, dove si trovava invacanza, assistette, una sera di luna piena, alla proces-sione del Santo Patrono. Gli antichi canti che le moglidei pescatori, in riva al mare, cantavano passando dibarca in barca la colpirono profondamente per la loro“tristezza straziante”. Raccontando l’episodio, lei, ebrea,che aveva conosciuto nelle officine la tremenda real- 97
    • tà di una moderna schiavitù del lavoro così conclude-va: “Là, improvvisamente ebbi la certezza che il cristia-nesimo è per eccellenza la religione degli schiavi; chegli schiavi non possono non aderirvi, e io con loro”. Lesi spalancava davanti l’orizzonte della fede. Ad Assisi,l’anno dopo, affascinata dalla figura di San Francesco edalla bellezza della Porziuncola, la piccola cappella ro-manica di Santa Maria degli Angeli, sentì dentro qual-cosa che la spinse ad inginocchiarsi davanti alla poten-za di Dio. Era la prima volta e segnò una tappa impor-tante. Ancora, nel 1937, a Solesmes dalla Domenica del-le Palme al Martedì di Pasqua seguì le funzioni dellaSettimana Santa. “L’inaudita bellezza del canto e delleparole” diedero un significato persino alle violente emi-cranie che la martoriavano. Fu un momento di grazianella vita di Simone tanto da farle dire più tardi: “Quel-la esperienza mi ha permesso di comprendere megliola possibilità di amare l’amore divino attraverso la sof-ferenza. Durante queste funzioni era naturale che en-trasse in me una volta per tutte il pensiero della passio-ne del Cristo”. E ancora: “[il Cristo] ingiuriato, maltrat-tato… non ha considerato l’uguaglianza con Dio comeuna preda. Egli si è spogliato. Si è fatto obbediente finoalla morte. È questo che mi costringe a credere”. Da al-lora il mondo della sventura umana assume per lei unnuovo volto di speranza. “I condannati” di tutti i tem-pi, potevano sentirsi legati al Crocifisso da “un legamefraterno tutto speciale, poiché egli è il condannato pereccellenza”. “Bisognerebbe riunire i condannati in no-me di Cristo condannato, per insegnar loro che grave-mente colpevoli o no, la loro infelicità, che li accomunaa Cristo nella sofferenza, li prepara in modo particola-re, se ne fanno buon uso, ad assomigliargli”.VICINA ALLA CROCE DI CRISTO A questo punto un’immagine inedita si affaccia allamente di Simone: su uno spoglio Golgota, spunta mo-desta ma luminosa, accanto a quella di Cristo, la croce 98
    • del buon ladrone. È il simbolo di un’esperienza perso-nale arrivata ormai al suo punto di maturazione: puòunire insieme in una mirabile sintesi la propria soffe-renza, l’angoscia dell’umanità e la vicinanza amorosadel Dio incarnato. In quell’uomo senza identità lei stes-sa si riconosce in un modo tutto particolare. Di lui di-ce: “Essersi trovato al fianco di Cristo nella sua stessasituazione, durante la crocifissione, mi sembra un pri-vilegio molto più invidiabile di essergli stato alla destranella sua gloria”. Infatti, posto fuori dall’istituzione, mavicino al Crocifisso, può con lui con-patire e con-divi-dere la propria sofferenza e quella dell’umanità. Ed èprecisamente questo il privilegio che Simone ha sco-perto di aver raggiunto. Il suo programma di vita già impegnata, acquistauno stile totalmente nuovo: come Cristo anche lei siimmedesima in quella umanità avvolta dal buio dellaingiustizia, fino a voler scomparire. “Ho un fondamen-tale bisogno, credo di poter parlare di vocazione, dipassare tra gli uomini e i diversi ambienti umani con-fondendomi con essi… scomparendo fra loro per far sìche si mostrino quali sono… Desidero conoscerli co-me sono per amarli così come sono”. Il suo genio di donna amante della vita e della pie-na libertà, la spinge a desideri nuovi di donazione tota-le, per riportare l’uomo e la società verso la luce, finoa gridare “se sapessi sparire, ci sarebbe davvero unio-ne perfetta tra Dio e la terra sulla quale io cammino”. Questa è la sua pasqua: partecipazione alla Pasquadi Cristo sperimentata nel suo essere donna capace dientrare nel cuore dell’umanità ferita. Una pasqua vis-suta dentro una storia di conflitti e di lotte. In quelbuio del Venerdì Santo Simone Weil ha intravisto la lu-ce della resurrezione, versando il sangue della libertàe della speranza senza confini. La redenzione è sempre questa lotta tra l’afflizionee la luce, tra la schiavitù e la libertà, perché l’umanitàritrovi se stessa nell’amore del Crocifisso risorto. 99
    • �ianna �eretta �olla MORIRE PER AMORE “Ciascuno deve prepararsi ad essere donatore di vi-ta”, aveva scritto Gianna, un giorno, sul suo diario. Eper lei donare la vita significava prendersene cura adogni costo. Alla quarta maternità provò una gioia immensa,perché le sue preghiere erano state esaudite. Gene-rare figli era per lei la più bella esperienza dell’amo-re di Dio. Ma la gioia si tramutò in croce quando nel settem-bre 1961, al secondo mese della nuova gravidanza, lefu diagnosticato un voluminoso fibroma all’utero percui era necessaria l’asportazione chirurgica. Pur sa-pendo il rischio che correva, non mise minimamentein discussione la continuazione della gravidanza. Af-frontò l’operazione, chiedendo ai medici di fare deltutto per salvare il nascituro e si affidò al Dio provvi-dente. Il bambino fu salvo e la gravidanza continuò.Arrivarono i giorni del parto. Gianna si affidò comesempre alla provvidenza di Dio, con l’animo pronto adare la sua vita, se fosse stato necessario. Al marito disse con fermezza che, se ci si fosse tro-vati nella necessità di scegliere, la vita della creaturache aveva in grembo doveva essere salvata ad ogni 100
    • costo: era più piccola, più debole e doveva avere laprecedenza sulla sua stessa vita. Perché questa decisione? Perché fin dall’adolescen-za aveva imparato a stimare e amare la vita come do-no di Dio. Nelle sue prime esperienze spirituali avevagià promesso al Signore che non lavrebbe mai tradi-to e che non si sarebbe mai chiusa di fronte alle pro-ve, neanche se ci fosse stato bisogno di offrire tutto.UNA FEDELTÀ SENZA REMORE Per tutti, come per lei, le decisioni grandi della vitasono sempre il traguardo di un lungo cammino di fe-deltà e di amore, di una corsa che è passata attraversoil quotidiano di una vita ordinaria. Quello di Giannaè stato un quotidiano vissuto in modo “straordinario”,che l’ha condotta a una conclusione eroica. È una “legge” ormai: ogni pasqua deve essere prepa-rata con scelte e gesti di fedeltà giornaliera; ogni pas-saggio più o meno doloroso che feconda la vita, chie-de una cosciente partecipazione che non si improvvi-sa in un atto finale, ma diventa culmine di una storia. Il 20 aprile 1962, Venerdì Santo, Gianna fu ricove-rata all’ospedale dove si cercò, senza successo, di farlapartorire per via naturale. Fu qui che raggiunse il cul-mine tutto il suo coraggio e la sua fede nel Dio del-la Vita. Una fede che nasce dal Crocifisso e soltanto aLui si appoggia. Una fede feconda, capace di generarela vita con l’accettazione della propria morte. È la fe-de pasquale: non può esserci resurrezione e vita senzapassare per il Venerdì Santo e la croce. Anche Giannasapeva bene che la maturità di una persona si misuranella capacità di soffrire e morire per amore.IL SÌ DEFINITIVO Alcuni giorni prima del parto aveva detto al maritoPietro: “Se dovete decidere fra me e il bimbo, nessunaesitazione: scegliete, e lo esigo, il bimbo. Salvate lui”». L’indomani, nel grande silenzio del Sabato Santo, 101
    • nasceva, con parto cesareo, una bimba: Gianna Ema-nuela. Quel giorno, preludio della Pasqua, vide sboc-ciare una vita dal sacrificio prolungato di una madre.L’amore infatti non ha prezzo. “Se il chicco di frumentocaduto in terra non muore, rimane solo; se muore, pro-duce molto frutto”. Colei che ama la vita, non ha pauradi morire, perché ama il suo Dio e confida in Lui, checertamente la salverà dalla morte eterna. Davanti al Crocifisso di quel Venerdì Santo c’è chigrida al mondo: “Ecco la donna!” Ecco la madre! Esau-dita dal suo Signore diviene segno di vita per tutti. “Desideravi tanto un altro bambino, hai pregato ehai fatto pregare perché il Signore ti esaudisse. Il Si-gnore ti esaudì, ma questa grazia divina ti avrebbechiesto l’offerta della tua vita. E tu lo hai fatto” – scri-verà più tardi il marito. La passione d’amore va vissuta fino in fondo. An-che lei con Gesù nel Getsemani, sperimentò tutto ildramma dell’agonia quando, per il sopraggiungere diuna peritonite settica, le sue condizioni si aggravarono. Mentre la cristianità celebrava la gioia della Pasqua,Gianna bevve il calice amaro della sofferenza, tra feb-bre sempre più elevata, vomito e forti dolori addomi-nali. La situazione si fece disperata, fino a quando nonci fu più niente da fare: la morte era inevitabile. Sua sorella Virginia ebbe il compito di prepararla:“Coraggio, Gianna, Papà e Mamma sono in Cielo cheti aspettano: sei contenta di andarvi?”. Visse gli ultimi giorni in un silenzioso dialogo d’a-more con il Crocifisso. Pregava i medici di non sotto-porla all’azione degli stupefacenti, per essere coscien-te fino in fondo nel suo martirio d’amore. La mattina del 28 aprile, Sabato in Albis, nella suacasa potè finalmente dire con Gesù: Tutto è compiuto.Padre nelle tue mani raccomando l’anima mia. Chiudeva gli occhi su questa terra, fattasi buia, perriaprirli alla luce nuova della Vita piena in Cristo. Ave-va solo 39 anni e sei mesi. 102
    • Del Crocifisso essa è, oggi, certamente un’icona, suquel nuovo calvario. Essa è il segno vivo della possi-bilità di amare fino alla fine. L’umanità fragile e aman-te della vita è capace per dono di Dio di dare la vi-ta. Tra tutte coloro che cercano un senso pieno al lo-ro ruolo di donna e di madre, essa è un faro che indi-ca la Pasqua come realizzazione piena dell’essere don-na nel mondo. E la Pasqua è quella stessa di Cristo: la vita è vera,quando è maturata nella fede e nella oblatività croci-fissa del dono di sé. Quando è donata fino a morire per amore! 103
    • �ristina �ella LA SOFFERENZA AMICA Una storia sconcertante e incomprensibile a molti:una ragazza di 26 anni muore di cancro avendo rinun-ciato a curarsi per non danneggiare la vita del terzo fi-glio che stava aspettando. I giornali danno rilievo allavicenda. La gente esprime pareri diversi ma rimane co-munque pensierosa. Cristina Cella era una giovane donna come tante;amava la famiglia, il mondo, la vita. Nella sua biografianon c’è nulla di straordinario; nulla, se non la fede fortein un Dio da cui si sa amata e a cui si dona totalmente.Già nell’85, con la generosità dei suoi 16 anni, scrivevanel diario: “Signore, credo che Tu vuoi solo la mia felici-tà! Fa’ di me ciò che Tu vuoi. Voglio credere che ciò cheTu sceglierai e mi indicherai, sarà la via per arrivare allagioia piena. Voglio fidarmi di Te, appoggiarmi a Te, an-che se so di soffrire, di rimanere spesso nel dubbio…”. “Era una ragazza semplice, serena”, dice di Cristinachi l’ha conosciuta. Cresciuta a Cinisello Balsamo (MI),dove vive la sua famiglia, dopo il matrimonio, avvenu-to nel 1991, si trasferì a Carpanè, piccolo paese veneto aipiedi del Brenta. Aveva incontrato il marito Carlo nell’85,durante una vacanza a Valstagna, dove vivono i nonnimaterni, e insieme avevano realizzato il sogno di una fa- 104
    • miglia unita con tanti bambini. Infatti, nel dicembre ’91nasce Francesco, seguito due anni dopo da Lucia.IL TEMPO DELLA PROVA In questa vita ordinaria di sposa, madre, studentessauniversitaria, ad un certo punto compare lo spettro dellamalattia. Il tumore, apparso per la prima volta nell’esta-te dell’87, curato e guarito si ripresenta proprio durantei primi mesi della sua terza gravidanza. Ora Cristina de-ve scegliere tra la sua vita e quella del bambino. Non haesitazioni: rinuncia alla cure. Quel figlio era troppo im-portante. È una scelta che colpisce e sorprende anchechi le sta vicino da sempre. Dice la madre: “Conoscevola sua fedeltà al Signore, il suo cammino cominciato finda quando era giovanissima, la sua disponibilità anchealla vita consacrata. Ma non pensavo che si fosse donatacosì completamente. Sapevo chi era, eppure sono rima-sta stupita. Come madre è stata per me un esempio: haaccettato i figli come una benedizione”. Dopo la nasci-ta del bambino, ha cominciato subito la radioterapia, econ essa, il calvario negli ospedali. Soffriva molto; sape-va di dover morire e non ha mai perso la serenità, nonha mai perso il sorriso. All’ospedale di Bassano del Grappa, Cristina ha scrit-to un biglietto che è come un testamento: “Signore, Tusei così buono che hai voluto riempirmi di gioia, e nep-pure la sofferenza mi è nemica, perché tutto quello cheviene da te non è altro che bene, amore. Comincio adamare questa sofferenza, mi sta diventando amica, per-ché mi sta portando a Te. Ti amo Gesù. Vorrei gridarloa tutti questo amore che sento e sento che anche Tu mivuoi un bene immenso”. E cinque giorni prima di mo-rire ripeteva: “Sono ancora qui in tua compagnia Signo-re, dove Tu mi vuoi da sola per parlare al mio cuore. Hopaura ma non tanta, perché ti sento, percepisco la tuapresenza silenziosa ma reale. Ci sei, ci sei. Sei qui al miofianco. Non parli, ma sussurri al mio cuore dolci paroleche mi fanno gioire”. E ancora: “Vorrei Signore sentirti 105
    • indispensabile come l’aria che respiro… Signore accre-sci la mia fede, fammi sentire la tua presenza d’amore…Tu solo mi riempi, senza di Te c’è il vuoto”. Dice di lei il marito: “Cristina ha sempre dato tuttoquello che poteva dare, anche nelle piccole cose. Neisuoi ultimi giorni di vita, dal fondo della sofferenza, lasua incessante preghiera, si fa intercessione: ‘Ti affido ilmio papà Signore. Insegna al suo cuore che soffrire conTe è dolce, che ogni croce con Te è leggera, perché sete la doniamo, sei Tu che la porti, non più noi. Insegna-gli ad amarti e anche il dolore più grande diverrà per luigioia. Proteggi e sostieni la mia mamma: quanto chie-di al suo cuore di mamma! Falle capire che con Te nul-la è sprecato’”. Cristina ha capito il valore salvifico della Croce di Cri-sto e si associa ad essa. “Sofferenza: una parola che nessuno vorrebbe speri-mentare. Eppure Tu, Signore, hai voluto che io provassiminimamente ciò che hai provato Tu, quando noi uomi-ni ti abbiamo ucciso. Grazie, perché ho finalmente capi-to quanto Tu mi ami profondamente trattandosi da ami-ca prediletta. Non ti ho chiesto di allontanare da me lasofferenza, ma solo di viverla come Tu volevi, perché so-lo la tua volontà conta; la nostra di uomini è troppo cor-rotta dall’egoismo, dalla paura, dallo scoraggiamento. Tuche sei vicino ai più sofferenti, aiutali e confortali comehai fatto con me donando loro una guarigione spiritualeprima ancora che fisica. Grazie, ho fiducia in Te”. Cristina se n’è andata il 22 ottobre del 1995, senzarimpianti.UNA VITA VISSUTA IN PIENEZZA Pochi giorni prima, al suo parroco che la esortava afare una novena per la sua guarigione, rispondeva: “Per-ché devo pretendere di guarire? Che cosa ho io in più odi diverso da tanti altri che muoiono quando vengonocolpiti da questo male? La mia vita l’ho vissuta in pieno:ho avuto una famiglia che mi ha voluto bene, ho passa- 106
    • to una giovinezza serena, ho avuto la gioia di essere pertre volte mamma cosa posso avere o chiedere di più?”. “La comunità di Carpanè ha tanto pregato per ottenerela guarigione di Cristina – dice don Teodano – ma il mi-racolo lo ha fatto lei che ha lasciato pace e serenità nel-le persone che l’hanno conosciuta”. La sua è stata una le-zione d’amore che sconvolge i criteri imposti dal mondoe ha fatto cambiare prospettiva anche al marito Carlo: “Lasofferenza è stata solo una grazia – afferma –; la sofferen-za è una buona maestra. L’ho imparato da poco, solo sei,sette mesi fa grazie a Cristina. Sapeva che nella sua vitapoteva dare di più e non poteva accontentarsi di tutto ilbene che fino a quel momento aveva donato. Non cam-bierei niente di quello che è successo, i momenti di gioiae quelli di sofferenza. Il nostro cammino è stato un cam-mino di fede e abbiamo compreso che c’è una spropor-zione infinita tra il tempo che ci è dato qui e l’eternità checi aspetta. Il Signore l’ha scelta perché era disponibile, in-sieme a lei ha scelto anche tutti noi. Nella sua lunga sof-ferenza ha sempre accettato tutto, certamente aveva vo-glia di vivere e di ritornare insieme alla sua famiglia, masi è messa nelle mani del Signore, perché sapeva che soloin Lui c’è il vero Amore, sapeva che lui avrebbe fatto tut-to per il suo bene, per il bene di tutta la famiglia e per ilbene di tutte le persone che l’hanno conosciuta”. “Una mistica – dice il parroco don Teodato – ave-va questa capacità di guardare al di là, questa profon-dità che mi stupiva. Ha speso la sua vita per fare quel-lo che Dio vuole”. Veramente l’affidamento di Cristina è stato totale. Dagiovane adolescente, proiettata verso il futuro, chiede-va: “Signore, indicami la strada: non importa se mi vuoimamma o suora, ciò che importa realmente è che facciasolo e sempre la tua volontà”.L’AMORE PIÙ GRANDE Il Signore le ha mostrato la strada percorsa da Luistesso, quella della donazione di sé fino a dare la vita. 107
    • E la gioia che provava nel farlo, è tutta condensata nellalettera che ha lasciato al suo terzo figlio: è un inno allavita e all’Amore, quello con la A maiuscola. “Caro Riccardo, tu devi sapere che non sei qui per caso. Il Signo-re ha voluto che tu nascessi nonostante tutti i problemiche c’erano. Papà e mamma, puoi ben capire, non era-no molto contenti all’idea di aspettare un altro bambi-no, visto che Francesco e Lucia erano molto piccoli. Maquando abbiamo saputo che c’eri, ti abbiamo amato evoluto con tutte le nostre forze. Ricordo il giorno in cuiil dottore mi disse che diagnosticavano ancora un tumo-re all’inguine. La mia reazione fu quella di ripetere piùvolte ‘Sono incinta! Sono incinta! Ma io dottore, sono in-cinta!’. Per far fronte alla paura di quel momento ci ven-ne data una forza smisurata di volontà di averti. Mi op-posi con tutte le mie forze al rinunciare a te, tanto che ilmedico capì tutto e non aggiunse altro. Riccardo, sei un dono per noi. In quella sera, in mac-china di ritorno dall’ospedale, quando ti muovesti per laprima volta, sembrava che tu mi dicessi: “Grazie, mam-ma che mi vuoi bene”. E come non potremo non voler-tene? Tu sei prezioso, e quando ti guardo e ti vedo cosibello, vispo, simpatico. Penso che non c’è sofferenza almondo che non valga la pena per un figlio. Il Signore havoluto colmarci di gioia: abbiamo tre bambini stupendi,che se Lui vorrà, con la sua grazia potranno crescere co-me Lui vuole. Non posso che ringraziare Dio perché havoluto farci questo dono grande, che sono i nostri figli”. Oggi, in un tempo in cui la vita sta diventando un va-lore relativo, questa giovane donna ci ricorda che sem-pre la vita è un dono incommensurabile; e proprio per-ché è dono prezioso, è qualcosa da donare. “Padre, Ti offro: la mia gioia come canto di lode,il mio cuore come casa che ti accoglie; la mia vita per-ché tu vi compia il Tuo volere”. 108
    • NOTA BIBLIOGRAFICA All’interno della narrazione della vita e dell’esperienza “pa-squale” delle sante donne del Medioevo e del XIX-XX secolo, con-tenute in questo libro, sono state riportate espressioni e manife-stazioni mistiche, tratte da diari, lettere o opere teologico-spiri-tuali delle stesse. Le abbiamo virgolettate, senza riportare la fon-te, per facilitare la lettura e rendere il profilo più scorrevole, qua-si a mo’ di autobiografia. Qui di seguito citiamo le principali opere, antologie o auto-biografie delle singole figure. Da esse abbiamo tratto le citazioniriportate nel testo.ILDEGARDA DI BINGENIldegarda dI BIngen, Il libro delle opere divine, Mondadori, 2003.a nne K Ing-lenzmeIer, Ildegarda di Bingen. La vita e l’opera, Gribaudi, 2004.lucIa TancredI, Ildegarda. La potenza e la grazia, Città Nuova, 2009.ANGELA DA FOLIGNOIl Libro della Beata Angela da Foligno, Edizioni San Paolo, 1990.a ngela da FolIgno, Lettere e pensieri… (collana “Scrittori di Dio”), Edizioni San Paolo, 1998.GERTRUDE DI HELFTAgerTrude dI HelFTa, L’Araldo del divino amore: Libro II. Diario spirituale, Edizioni San Paolo, 2008.gerTrude dI HelFTa, Le rivelazioni, Cantagalli Edizioni, 1994.gerTrude dI HelFTa, Esercizi spirituali, Glossa Edizioni, 2006.Dio della mia vita. Preghiere di santa Gertrude di Helfta, Monache Benedettine di Civitella S. Paolo, Edizioni San Paolo, 2006.CHIARA D’ASSISIFonti francescane, Editrici Francescane, 2004MARGHERITA D’OINGTm argHerITa d’oIngT, Scritti spirituali, Meditazione V, 100, Edizioni Paoline, 1997. 109
    • CATERINA DA SIENASanTa caTerIna, Epistolario, a cura di U. Meattini, Edizioni Paoline,1979.cavallInI gIulIana, Caterina da Siena. La vita, gli scritti, la spiritualità, Città Nuova, 2004.MARIA DE MATTIASSanTa m arIa de m aTTIaS, Lettere, voll. I-V, Adoratrici del Sangue di Cristo, 2005.EDITH STEINedITH STeIn, Incontro a Dio. Antologia di scritti spirituali, a cura di Maria Cecilia Del Volto Santo, Edizioni San Paolo, 1998.RAÏSSA MARITAINr aïSSa m arITaIn, Liturgia e contemplazione, Borla,1989.r aïSSa m arITaIn, Osservazioni sul Pater, Morcelliana, 1964.r aïSSa m arITaIn, I grandi amici, a cura P. Viotto, Vita e Pensiero,1995.r aïSSa m arITaIn, Senza dimora, Mondadori, Milano 2000.Il diario di Raïssa, Morcelliana, Brescia 2000.SIMONE WEILSImone WeIl, L’amore di Dio, Borla, 1968.SImone WeIl, Pensieri disordinati sull’amore di Dio, La Locusta, 1984.SImone WeIl, Lettera a un religioso, Adelphi, 1996.SImone WeIl, L’ombra e la grazia, Bompiani, 2002.GIANNA BERETTA MOLLAgIanna BereTTa molla, Il tuo grande amore mi aiuterà a essere forte. Lettere al marito, a cura di Elio Guerriero, Edizioni San Paolo, 2005.a nTonIo m arIa SIcarI, Il grande libro dei ritratti di santi. Dall’antichità ai giorni nostri, Jaka Book, 1997.elIo guerrIero, PIeTro molla, Santa Gianna Beretta Molla, Edizioni San Paolo, 2004.CRISTINA CELLAcella mocellIn m arIacrISTIna, Una vita donata, Edizioni San Paolo, 2005.a lBerTo zanIBonI, Cara Cristina. La vita di Maria Cristina Cella Mocellin raccontata attraverso le testimonianze di chi l’ha conosciuta, Edizioni San Paolo, 2009. 110
    • APPENDICE 111
    • LA SAPIENZA DEI DUE Don Ernesto Menichelli Don Ernesto Menichelli è stato un nostro carissimo ami-co e fratello nello Spirito. Con lui abbiamo condiviso mol-te intuizioni spirituali, molti desideri e una aperta visionedella Chiesa. È stato un accanito studioso della Bibbia. Lostudio, la riflessione spirituale, la Lectio Divina… sono sta-te per lui la “via maestra” per donare a quanti incontravail “tesoro nascosto” della Rivelazione Divina. Questa ricerca “La sapienza dei due” ha voluto donar-cela come frutto di un’intesa reciproca e amicale. È mortonell’anno 2005, ed è sepolto nel piccolo cimitero del mona-stero di Camaldoli (AR). Vedo il discorso sulla donna come premessa per re-cuperare il vero discorso sulla coppia, perché Dio ha po-sto il segreto della ricchezza umana nel due e non nell’u-no. Dice il Siracide: “Tutte le cose sono doppie, l’una difronte all’altra, Egli nulla fece di incompleto; l’una com-pleta la bontà dell’altra; chi finirà di contemplare la Suagloria?” (42,24-25) “Di fronte al male c’è il bene e davan-ti alla morte la vita, cosi davanti al pio c’è il peccatore.Guarda così a tutte le opere dell’Altissimo, due a due l’u-na davanti all’altra” (33,14-15). L’affermazione del Siracide “Tutte le cose sono dop-pie” sancisce il principio della dualità come fondamen-to della creazione. Tutto il creato è fondato sul dupliceaspetto di tutte le cose ai fini di un’integrazione qualifi-cante, perché “l’una completa la bontà dell’altra”. L’UNO è semplice per sé e quindi non può non esse-re assoluto e perfetto. Il DUE è segno della prima divi-sione (creatura-Creatore; bianco-nero; maschile-femmi-nile; materia-spirito); quella prima radicale divisione dacui provengono tutte le altre. Quindi il DUE è simbolodi conflitto, di opposizione, ma anche di richiamo reci-proco. Esso indica quindi l’equilibrio realizzato o le la-tenti minacce di reciproca esclusione; come tale può es- 112
    • sere segno e principio di un’evoluzione creatrice, o co-me segno e principio di un’involuzione disastrosa: il dueè la Cifra primordiale della scelta. Da esso infatti pro-viene ogni dialettica, ogni sforzo, ogni lotta, ogni movi-mento, ogni progresso; ma anche ogni catastrofe. Infattinon c’è cammino né progresso che non si sviluppi den-tro una dinamica di opposizione e di confronto. Il DUEesprime dunque un antagonismo che da latente divie-ne manifesto. Le prime pagine della Genesi mettono a fronte Dio el’uomo, Caino ed Abele, l’uomo e la natura: nasce unastoria con una miriade di esplosioni di vita e di morte.Si pensi all’attuale problema ecologico: l’equilibrio del-la natura cammina sul fragile binario del dualismo vi-ta/morte; e lo squilibrio attuale non consiste in una pre-valenza della morte sulla vita, quanto piuttosto sul fattoche sia sballato il rapporto di reciprocità: la morte stessaè frutto di una prevaricazione in questo rapporto. Nel piano di Dio invece la dualità si pone come sti-molo ad una crescita di ciò che è diviso, cioè limitato ecreaturale: chi è collocato dentro il limite cerca una cre-scita rapportandosi all’altro: “L’una di fronte all’altra”. Es-sere a fronte richiama il testo della Genesi e ci ricondu-ce alla prima coppia umana. Dice infatti la Genesi: “Non è bene che l’uomo sia so-lo: voglio fargli UN AIUTO che gli sia di fronte” (Gene-si 2,18). Dopo una lunga serie di “e Dio vide che era co-sa buona”, all’improvviso si scopre la prima “cosa nonbuona”: la solitudine dell’uomo. Cosa vuol dire l’esseresolo? Gli antichi maestri di Israele dicevano: esser solovuol dire essere “senza aiuto, senza allegria, senza be-nedizione, senza espiazione, senza pace, senza vita, sen-za completamento”: la solitudine diminuisce l’immaginedi Dio; la mancanza di un referente alla pari toglie allacreatura umana quel rapporto duale che stimola e pu-rifica: la creatura umana è un “verbo” interscambiabile,è dialogica per sua struttura costituzionale. E Dio cre-andole un referente dialogico, lo chiama “ezer/aiuto”. Il 113
    • vocabolo esprime un’azione allo stato attivo e perma-nente; si dovrebbe tradurre l’aiutante”; ed è un termineche la Bibbia usa spesso per indicare un aiuto che per-mette di sfuggire ai grandi pericoli che minacciano l’esi-stenza. Ora il pericolo mortale per l’uomo è la solitudi-ne, evocatrice del deserto sterile e senza vita. Per que-sto Dio vuol dare all’uomo un aiuto/alleato che gli siaall’altezza. Applicato al rapporto uomo/donna, ezer vuoldire che i due sono un grido reciproco di aiuto e di sal-vezza. Inoltre questo grido di salvezza trova la sua rispo-sta nel fatto che nell’altro esso evoca ciò che ciascunodei due è: la donna fa essere l’uomo più completamenteciò che è, e viceversa. Ed appena l’uomo vede la donnala chiama “osso più che le mie ossa”: una dualità che sipone a fronte per un’unità, una divisione che si ricom-pone nell’essere a fronte. La creazione della donna è per l’uomo la scopertadel partner nel quale si incarna l’ultima espressione del-la creatività di Dio, nella quale Dio dona ciò che è: dialo-go amoroso. L’infinita e misteriosa comunione trinitariasi rivela nel dialogo amoroso della coppia umana. Eccoallora che, riassumendo i racconti delle origini la Gene-si dice “Maschio e femmina li creò, e li chiamò Adam”(Genesi 5,2). Adam è al singolare, quindi l’attribuzionedi “uomo” è data alla coppia e non al maschio; l’uomoperfetto è in una dualità dialogante da pari a pari. L’A-dam realizza una complementarietà che unisce, qualifi-ca e conduce alla perfezione. La perfezione della crea-tura infatti è nel frutto, e dall’Adam nasce un bimbo so-lo quando maschio e femmina sono “una sola carne”. L’incontro di Benedetto con Scolastica, narrato da SanGregorio, è molto significativo alla luce di quanto sopra:nella mente dello scrittore sembra che si voglia dire cheBenedetto non giunge alla santità finché non incontra enon accoglie la lezione “di colei che l’amò di più”. Sco-lastica è per Benedetto colei che fa scoprire l’amore co-me tenerezza di Dio, come ultimo fronte dell’esperien-za di Dio, dell’esperienza della santità di Dio. Infatti so- 114
    • lo dopo questo incontro Benedetto ha la visione dellaluce folgorante di Dio. Ancora una volta dobbiamo annotare che l’amoreumano/sponsale non è separabile dall’amore teologa-le. La dualità come dialogo amoroso anima tutto l’infi-nito spazio dell’uomo, dalle cellule più periferiche delsuo corpo all’abisso più profondo del suo spirito. Le di-scussioni e le polemiche socio/politiche ci hanno por-tato verso una visione quasi esclusivamente sociologicadel rapporto uomo/donna. Noi siamo stati defraudati diquest’incanto che la luce del mistero dell’amore di Dioha sempre gettato sulla coppia umana; e questa è dive-nuta un teorema di rapporti giuridici: legge sul divorzio,legge sull’aborto, legge sulle adozioni, legge sulla spar-tizione dei beni, ecc. Dio ha seminato prati di fiori dalprofumo incantato e a perdita d’occhio, ma noi abbia-mo preferito i fiori finti, fatti con gli stampi e senza pro-fumo, per via di certe allergie da polline. Stiamo ruban-do l’anima alla creazione, togliendole la poesia e la mi-stica. Tagore invece cantava cosi: Dammi il supremo conforto dell’amore, questa è la mia preghiera. Il conforto che mi permetterà di parlare, agire, soffrire secondo la tua volontà, e di abbandonare ogni cosa per non essere lasciato a me stesso. Fortificami nei pericoli, onorami con la tua sofferenza aiutami a percorrere i cammini difficili del sacrificio quotidiano. Dammi la suprema confidenza dell’amore, questa è la mia preghiera. La confidenza nella vita che sfida la morte, che cambia la debolezza in forza, la sconfitta in vittoria. Innalzami, perché la mia dignità, accettando l’offesa, disdegni di renderla. 115
    • L’INCONTRO DI GESÙ CON LE DONNE Sant’Ippolito di Roma, martire Di Ippolito esegeta (vissuto tra il II e III secolo), dedi-to alla meditazione delle Scritture, riportiamo un bellissi-mo brano di un’opera importante per l’esegesi patristica: ilCommento al Cantico dei cantici. L’autore, esaltando la nuova Eva redenta dal Cristo, ri-cupera al positivo la figura femminile e la presenta comeinseparabile dal Risorto e annunciatrice della buona no-vella ai discepoli.“CHI CERCATE?” Contemplate il mistero nuovo che lì si è compiu-to; così dice la sposa: Lo cercavo e non l’ho trovato, lesentinelle della città invece hanno trovato me (Ct 3,2-3). Chi altri erano coloro che l’hanno trovata se non gliangeli che sedevano lì? E quale città custodivano senon la nuova Gerusalemme, il corpo di Cristo? Le sen-tinelle della città invece hanno trovato me. Le donnechiedono: Avete forse visto il diletto dell’anima mia?(Ct 3,3). Ma quelli risposero: Chi cercate? Gesù Naza-reno? Ecco è risuscitato (Mc 16,6). E un poco mi allon-tanai da loro (Ct 3,4). E non appena si allontanaronosi fece loro incontro il Salvatore (cf Gv 20,14). Allora sicompiva ciò che fu detto: e come un poco mi allon-tanai da loro, ho trovato il diletto dell’anima mia (Ct3,4). Il Salvatore rispose e disse: Marta, Maria, e quel-le esclamarono: “Rabbunì, che significa: mio Signore”(Gv 20,16).“L’HO TROVATO E NON LO LASCERÒ” Ho trovato il mio amore e non lo lascerò, poiché al-lora abbracciandogli i piedi gli si stringe e lui rimpro-verandola dice: Non mi toccare perché ancora non so-no asceso al Padre mio (Gv 20,17). Ma lei gli si strinsee ripeteva: Non ti lascerò finché non ti introdurrò nel 116
    • mio cuore, non ti lascerò finché non ti introdurrò nellacasa di mia madre e nei tesori di chi mi ha concepito(Ct 3,4): nel seno le si univa la carità di Cristo e non vo-leva essere rimossa. Per questo gridando dice: L’ho tro-vato e non lo lascerò. Oh donna beata, che si attaccò aisuoi piedi per poter volare in cielo! Questo gli andava-no dicendo Marta e Maria. Il mistero di Marta era pre-figurato da Salomone: non permettiamo che tu voli via.Ascendi al Padre e offri una nuova vittima: offri Eva enon sbaglierà più, ma ormai ardentemente si stringe-rà all’albero della vita! Ecco mi sono stretta alle ginoc-chia, non come fune che può essere spezzata, ma aipiedi di Cristo mi sono stretta. Non gettarmi sulla ter-ra così che non pecchi: fammi salire in cielo. Oh don-na beata, che non voleva essere separata da Cristo! Perquesto dice: Come mi allontanai, trovai il diletto dell’a-nima mia (Ct 3,4). Prendimi, o mio cuore, uniscimi allospirito, rafforzami, perfezionami perché possa essereunita anche al corpo celeste: unisci questo mio corpoal corpo celeste. Bevi come vino, prendi, fallo giunge-re al cielo come nuova bevanda mescolata, perché ladonna segua colui che ella vuole e perché non pecchipiù, lei che non è più insidiata al calcagno, non pren-de più dall’albero della scienza, ma per mezzo dellacroce è fatta vincitrice. Accogli Eva, cosicché non par-torisca più con lamenti, perché sono stati cacciati via idolori, i gemiti, la tristezza. Accogli Eva che camminanella consacrazione, accoglila e riconosci questo donoche è offerto al Padre: offri Eva come nuova, non piùcome spogliata. Ormai non ha più la foglia di fico co-me veste, ma è rivestita dallo Spirito Santo, poiché harivestito la buona veste, che non si corrompe. Né el-la stringeva Cristo spogliato: infatti sebbene le bendegiacessero nel sepolcro (cf Gv 20,7), non era nudo. An-che Adamo all’inizio non era nudo: si era rivestito diuna nuova veste di impeccabilità, mansuetudine e in-corruttibilità della quale fu spogliato, una volta sedot-to: ma ora di nuovo ne è rivestito. 117
    • “ANDATE E ANNUNCIATE” E dopo ciò gridando, la sinagoga confessa la fedeper mezzo di queste donne: a noi danno buona testi-monianza, loro che erano fatte apostoli degli aposto-li, mandate da Cristo. A loro per prime gli angeli di-cevano: Andate e annunciate ai discepoli. Vi prece-de in Galilea: lì lo vedrete (Mc 16,7). Affinché gli apo-stoli non dubitassero se fossero state inviate dagli an-geli, lo stesso Cristo si fece incontro agli apostoli, sìche le donne fossero apostoli di Cristo e riscattasserocon l’obbedienza la caduta della vecchia Eva. Quindi,udendo con obbedienza appare apostolo perfetto. Onuove consolazioni! Eva diviene apostolo. Viene com-preso l’inganno del serpente ed Eva non pecca più:poiché ha avuto finalmente in odio quello a cui unavolta guardò e considera nemico colui che l’ha sedot-ta attraverso la concupiscenza. Ormai non la sedurràpiù l’albero della seduzione: ecco è allietata dall’alberodella vita e confessando Cristo ha gustato l’albero del-la vita. È fatta degna del bene e ha desiderato cibo in-corruttibile. Ormai non avrà più sete né più offrirà agliuomini cibo corruttibile; ha ricevuto l’incorruttibilità. Èunita ed è un aiuto, poiché Adamo prende Eva in spo-sa. O valido aiuto, tu che hai portato la buona novellaa tuo marito! Infatti le donne hanno annunciato ai di-scepoli la buona novella. E loro pensarono che si era-no sbagliate e la causa del dubbio era l’abitudine diEva di annunciare l’inganno e non la verità. Quale maiè questo nuovo annuncio di risurrezione, o donna? Eper questo le ritennero ingannate. E perché non sem-brassero ingannatrici ma veridiche, in quel tempo Cri-sto si manifestò a loro e disse: Pace a voi (Lc 24,36; Gv20,19.21.26), insegnando: “Io che sono apparso a que-ste donne le ho volute mandare da voi come apostoli:di qui la sinagoga è in pace e la Chiesa è glorificata”. (IPPOLITO, Commento al Cantico dei Cantici 25,5-10 traduzione dalla lingua armena di Elena Prinzivalli) 118
    • INDICEPRESENTAZIONE ..................................................................3I PARTESTORIE DALLA BIBBIA ........................................................7Raab: Il filo rosso della libertà ........................................... 11Ester: Il rischio di mettersi in mezzo.................................. 17Rut: Un’alleanza oltre i confini ...........................................24Maria di Betania: L’intuizione del futuro ........................... 31Maria di Magdala: Aperta alla novità di Dio...................... 35II PARTEDONNE NELLA STORIA1. IL MEDIOEVO .................................................................39Ildegarda di Bingen: Audace in battaglia...........................42Angela da Foligno: Sposa di Dio-Uomo Passionato ..........49Gertrude di Helfta: Ferita d’amore .....................................54Chiara d’Assisi: Amica fedele .............................................. 61Margherita d’Oingt: Sul letto della Croce ...........................66Caterina Da Siena: Rivestita del sangue di Cristo ..............72DONNE NELLA STORIA2. XIX E XX SECOLO ..........................................................77Maria De Mattias: Sposa del Crocifisso ..............................79Edith Stein: Trasformata dall’Agnello .................................84Raïssa Maritain: La mistica che unisce ...............................89Simone Weil: Solidale con la sventura umana...................96Gianna Beretta Molla: Morire per amore ......................... 100Cristina Cella: La sofferenza amica .................................. 104Nota bibliografica .............................................................. 109APPENDICE ....................................................................... 111La sapienza del due ........................................................... 112L’incontro di Gesù con le donne ...................................... 116 119