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Sz un anno da zeppelin

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"La madre di tutte le boiate" _ Dante Alighieri

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  • 1. Stefano Zamboni _ Brescia, 2010 _ zamboni.stefano@gmail.com _ Edizioni Hìgnur Music Ltd. Stefano Zamboni UN ANNO DA ZEPPELIN1.“Nelle Sere E Lungo I Giorni”Parole di Alessandro GentileIl microfono si aprì e la mia voce suonò nell’etere: Bene amici, anche per oggi il programma è finito! E’ stato fantastico passare del tempo con voi. Lo è ogni giorno! Ovviamente mi pagano per dirlo. Non vi ho mai visto in faccia, non ho alcuna intenzione di farlo e trovo che tutto ciò che dite quando telefonate in studio siano vaccate noiose e banali. Ma anch’io dico vaccatte noiose e banali. E’ per questo che ci vogliamo bene. Sono le otto, immagino che la maggior parte di voi starà cenando o forse avete appena finito o forse dovete cominciare. Non so se a quest’ora per voi cominciano le noie oppure il riposo, c’è un sacco di gente che si lamenta di dover stare al lavoro fino a tardi, però poi si scopre che uno dei maggiori motivi per cui stanno al lavoro fino a tardi è che non se la sentono di andare a casa presto. Spero che le cose vadano per il verso migliore se non possono proprio andare per quello giusto. Siate belli già che lo siete! Da RADIO SBRUFFONI un grosso saluto dai vostri Ale Micidiale e Tramezzino alla console! A domani con PHYSICAL GRAFFITI!Biiip!Dio quante bugie che doveva dire un deejay alla radio.Sapevo che i nostri ascoltatori non erano affatto belli, anche se non ne avevo mai visto uno erocerto che fossero tutti dei gobbi di Notre Dame. E i miei quotidiani auguri che le cose potesseroandare per il meglio erano quanto di più ipocrita mi uscisse dalla bocca, davvero non potevafregarmene di meno. Ma insomma facevo il mio lavoro.Lavorare in radio non era affatto male, anzi era sicuramente il miglior lavoro che avessi maifatto. Una notevole quantità di persone l’avrebbe considerato il coronamento di un sogno.Magari non proprio a Radio Sbruffoni che era una piccola emittente scrausa, ma insomma eracomunque una radio con un segnale che raggiungeva tutta la provincia e anche un po’ oltre.Il problema è che a me nemmeno la radio bastava. Mi sarebbe bastata se le fan si fossero infilatedalla finestra del bagno come succedeva nei camerini dei Beatles. Non tanto per le fan in sé, nonè che mi fossero mai mancate fidanzate o amanti, ma perché anch’io volevo essere altrettantodesiderato, essere così tremendamente idolatrato.Ero nato con il tarlo di voler diventare una stella.La trasmissione era finita, Tramezzino fece partire “Black Dog” dei Led Zeppelin.Abbassai gli occhi e cercai la scaletta dei pezzi. Dunque la chiusura doveva essere “Hurt” nellaversione di Johnny Cash. “Black Dog” non poteva assolutamente esser un pezzo di chiusura, eraun inizio naturale, un’overture. Mettere “Black Dog” come pezzo di chiusura eraun’aberrazione, era come avere il culo davanti, sotto l’ombelico. Si diceva che esistessero culitanto belli da meritare di essere messi davanti, ma non mi sembrava questo il caso.Dannato Tramezzino. Faceva sempre quello che gli pareva.Nell’arco delle cinque ore del programma aveva già sostituito altri due pezzi: 1
  • 2. Stefano Zamboni _ Brescia, 2010 _ zamboni.stefano@gmail.com _ Edizioni Hìgnur Music Ltd.“The Scientist” dei Coldplay era stato eliminato e sostituito con “Perdere L’Amore” di MassimoRanieri, mentre “Chemical Between Us” dei Bush aveva lasciato il posto a “Milano e Vincenzo”di Alberto Fortis.In seguito Tramezzino si sarebbe giustificato dicendo che “Hurt” era troppo triste e lui nonvoleva andarsene a casa col magone (nemmeno pensavo che quella creatura evanescente diTramezzino avesse mai sperimentato il magone) e che aveva voluto inserire dei pezzi italianivisto che io ero evidentemente filoanglosassone in quanto a musica.In verità sapevo che lui non metteva pezzi dei Coldplay perché il cantante dei Coldplay stavacon Gwyneth Paltrow, una nota attrice che lui considerava la Sua Ragazza, e allo stesso modonon metteva pezzi dei Bush perché il cantante dei Bush stava con Gwen Stefani, una notaragazza che lui considerava la Sua Seconda Ragazza.Era un idiota. Un idiota che conoscevo dalle scuole medie e con cui da tre anni lavoravo inquella radio. Non ricordavo un solo giorno in cui avesse rispettato la scaletta che avevamopreparato insieme. - Cavoli Tramezzino ma cosa le prepariamo a fare queste dannate scalette, tanto fai sempre quello che ti pare. Non facciamole, così io mi risparmierei quaranta minuti di lavoro inutile al giorno e anche di presentare le canzoni sbagliate! Per me è terribilmente frustrante!“Cosa le prepariamo a fare queste dannate scalette” era una frase ricorrente che gli rivolgevo.Nella nostra lunga amicizia le frasi ricorrenti si erano adattate alle situazioni, c’era stato ilperiodo del calcetto con “Ma dai passamela che ero da solo!”, il periodo che si andava in cercadi ragazze e la frase era “Ma dai te l’avevo appena detta che quella piaceva a me!”, e il sempreverde “Ma allora tu lo sapevi!”. - Dai bello, sono soltanto canzoni, non possono essere frustranti! Andare in bianco è frustrante, perdere a carte è frustrante, la vita è di per sé frustrante, non le canzoni. Se hai bisogno di rilassarti io ce l’ho ancora il numero del mio pusher di fiducia!Tramezzino, al secolo Ruggero Tancredi, era stato dipendente di qualsiasi sostanza stupefacenteche io avessi sentito nominare, a parte forse il crack e l’eroina. Adesso era pulito, litri di birra aparte, ma si era assuefatto ai gianduiotti, che mangiava in quantità scellerate. Senza ingrassareovviamente. Io dovevo stare attento a tutto quello che ingurgitavo e andare a correre tre volte asettimana per non esplodere mangiando quasi nulla, lui si ingozzava come un’oca e rimanevalongilineo. Lo odiavo profondamente. Per questo ero contento che fosse il mio migliore amico,non si poteva sprecare un odio così brillante e sincero per uno sconosciuto. - No grazie, non voglio nessuna schifezza da mandare giù. - Mmm, guarda che ti farebbe bene, non hai una bella espressione… - Che ti devo dire? C’avrò addosso un cappottino di insoddisfazione. - Insoddisfatto… Fai il deejay in una radio, ogni tanto rimorchi qualche ragazza, ascolti musica tutto il giorno, cos’hai da essere insoddisfatto? Preferiresti fare 3 turni alla catena di montaggio e poi tornare a casa a meditare sul tuo imminente divorzio mentre i bambini piangono? - Per la miseria ma come la metti sempre giù dura… L’insoddisfazione è parte della natura umana. E’ una cosa che mi sento dentro, lasciamela godere. La maggior parte delle canzoni nasce da questa forma di malinconia… “I Can’t Get No Satisfaction”, hai presente? - Sì, sì, come no.Tramezzino infilò la mano nella tasca interna della sua giacca, mentre tirava fuori un gianduiottone uscì anche un ritaglio di giornale, si appoggiò a terra e riconobbi essere una foto dellasuccitata Gwen Stefani! La raccolsi e gliela sbattei sotto al naso: - Ecco vedi! E’ per questo che non hai messo su il pezzo dei Bush! Altro che pattriottismo! Ma sarai un coglione, hai più di trent’anni! Ti comporti come una ragazzina che appende il poster dei Jonas Brothers in cameretta! Ma tu non hai dodici anni!!! Dannazione, io oggi proprio non lo volevo ascoltare Alberto Fortis… 2
  • 3. Stefano Zamboni _ Brescia, 2010 _ zamboni.stefano@gmail.com _ Edizioni Hìgnur Music Ltd. - Ehi ridammi la foto della Mia Seconda Ragazza! – Trame mi strappò il ritaglio dalle mani con un guizzo – Me la porto sempre vicino al cuore. - Un idiota, sei un idiota. - Io sono un romantico, anche se non sembra. - E cosa farai stasera, romantico? - Stasera me ne vado al Malebolgia, c’è questa ventiduenne che me l’ha data nei cessi settimana scorsa e mi ha mandato un messaggino ieri! - Ah, sì, romanticissimo… - Succhio il midollo della vita! Ventiduenne…Era inutile parlare con Tramezzino, scendemmo le due rampe di scale e fummo in strada, ciincamminammo insieme.“Ehi ragazzina, dico, è il modo in cui ti muovi, voglio farti sudare, voglio farti ballare”,dannazione adesso non riuscivo a togliermi il motivetto di “Black Dog” dalla testa.Dissi: - Ma dai guardati attorno… Non ti sembra tutto grigio? Grigio il cielo, grigie le strade, i palazzi, anche le macchine ormai sono tutte grigie, per metallizzate che siano grigie rimangono! Io ho passato quindici anni della mia vita a suonare la chitarra fino a farmi sanguinare le dita, e non volevo tutta la carriera dei Led Zeppelin ma me ne sarebbe bastato un anno! Un unico breve minuscolo subatomico anno da Led Zeppelin in tutta una vita! - Be’ però avresti dovuto prenderti un decimo delle loro sfighe, un decimo dei sette anni di tossicodipendenza, del figlio piccolo morto di polmonite, di morire soffocato nel tuo vomito. E’ mica tutto così facile come ti piacerebbe a te. Non è il mondo ad essere grigio, sei te che non c’hai colori negli occhi. Guarda quel culo!Indicò una passante con un gran telaio - Quel culo è arte, è meraviglia, gli Zeppelin non hanno mai fatto niente di simile! Ma nemmeno i Pink Floyd o i Beatles. Vieni a farti un giro al Malebolgia che te li riempi gli occhi di colori. - Ah, non ci penso nemmeno. – risposi.Quello del mattino seguente non fu un gran risveglio.Quando mi drizzai sul letto c’era già dentro di me un forte sentimento di panico che miimplorava di non ripensare alla sera precedente. Mi stropicciai gli occhi e guardai bene il miolettone. Ero solo, e questa stavolta era una buona notizia.Rividi in un flash quel grosso pene dondolarmi davanti agli occhi, smorzai un grido e riaffondaiil volto nelle mani. La sera prima avevo rimorchiato la donna sbagliata. Decisamente sbagliata.Non ricordavo molto, ma il cerchio stretto alla testa mi confermava che dovevo aver bevutoparecchio. Era un’attenuante.Tramezzino mi aveva portato in questo locale, sopra era una normale birreria, ma sotto avevaun piano buio, con la pista illuminata soltanto dai pannelli colorati del pavimento. Mi ci avevatrascinato, io continuavo a dire che non volevo. Con Trame ogni serata finisce con indianatealcoliche e lui che grida a torso nudo “Pandemonioooo!!!!”.Poi lo sguardo diventa liquido, ci si trova uno strano sapore in bocca e capita di finire nellapropria camera da letto con una brasiliana di nome Thandy il cui reggiseno sembra sull’orlo diesplodere da un momento all’altro. Purtroppo anche le sue mutande.Tenendomi istintivamente la mano sulla bocca, come per paura che mi uscissero parole che nonvolevo sentire, mi alzai e andai a svuotare la vescica in bagno. Poi mi lavai i denti a lungo, moltopiù a lungo del solito. Mi rammaricai di non utilizzare il filo interdentale, di non avere uncolluttorio.Ebbi la tentazione di farmi qualche risciacquo con l’alcool medico, quello rosa, ma appena apriila bottiglia di plastica l’odore mi arrivò al naso e dovetti reprimere un conato di vomito. 3
  • 4. Stefano Zamboni _ Brescia, 2010 _ zamboni.stefano@gmail.com _ Edizioni Hìgnur Music Ltd.Misi il caffè sul fuoco ed il mio stomaco a pezzi mi suggerì di fare una buona colazione. Ma nonvolevo nulla che avesse una forma riconducibile ad un fallo. Con gioia trovai e riposi sul tavolodue fette di pane bianco e il barattolo della Nutella. Ma non guardai mentre spalmavo la cremamarrone sul pane per paura delle sgradevoli immagini che avrebbe potuto richiamarmi allamente.Guardai l’orologio, era pomeriggio inoltrato, avevo soltanto un’ora prima del programma inradio. Un brivido di orrore e rabbia mi percorse la schiena mentre pensai a Trame dietro allaconsole che ridacchiava. Maledetto bastardo. La brasiliana, o il brasiliano, non so che dire, eraun amico suo? Lo aveva tirato lui al nostro tavolo? Sperai intensamente che fosse così perpotergli addossare tutte le colpe. Tanto mi avrebbe comunque preso per il culo.Sperai di aver preparato degli appunti ieri prima di uscire, qualche uscita anche noiosa mainnocua, non avevo idea di cosa avrei potuto inventarmi altrimenti. Ero terrorizzato dalla miamente quel mattino (anche se erano le due del pomeriggio), avevo pensieri ricorrenti di wurstel,stormi di uccelli, palle pelose, treni che si infilano in galleria, gorilla infoiati.Per un istante vidi la porta di casa dei miei aprirsi, vidi i loro sorrisi di circostanza mentre io glipresentavo Thandy, vidi mio fratello più giovane lussarsi la mandibola ed i suoi occhi iniettati diterrore.Inutile nascondersi dietro i discorsi al bar sull’accettare chi è diverso, non si è mai abbastanzaprogressisti per una donna con l’uccello.Come da un’altra dimensione la voce di Thandy mi raggiunse l’orecchio mentre mangiavo ilpane e Nutella. Il ricordo la trasformava in un suono grottesco simile al barrito di un elefante alrallentatore. E poi non so bene perché mi si accese l’immagine di Yoghi e Bubu che entravanosorridenti nella loro caverna mentre Yoghi toccava il culo a Bubu. Deglutii il boccone con unacerta difficoltà.Forse era soltanto un piccolo intoppo mattutino, forse il passare delle ore avrebbe diluito il mioimbarazzo e rasserenato le mie ansie, ma in quel momento mi sembrava che all’orizzonte sistessero rapidamente tratteggiando i contorni di una giornata del cazzo.Accesi il computer e mentre faceva i suoi “zzz-zzz” e “bip-biiip” di avvio, chiusi gli occhi estrinsi la radice del naso tra dito medio e pollice. Per quanto doloroso dovevo chiarire alcunepaure.Dunque il mio batacchio sembrava annoiato come tutte le mattine e la minzione era avvenutacon getto fluente e costante, non con gli spruzzi irregolari che derivano da una notte di sesso. Lafelicità di quella realizzazione durò pochissimo perché la mia attenzione si diresse impaurita sulmio retto.Ascoltai le mie sensazioni per un’interminabile trentina di secondi, poi conclusi che non vi eraragione di temere che fosse stato violato. Bene, qualunque cosa fosse successa ieri sera dovevaessere stata platonica. In verità ebbi un sussulto non appena mi guardai il palmo della mano e fuiassalito dai sospetti di baci languidi e carezze reciproche. Ma nessun ricordo affiorò dietro aisospetti e tirai un altro sospiro di sollievo.La mia virilità non ne usciva proprio a testa alta ma neppure distrutta. Forse il peggio sarebbestato affrontare Tramezzino in radio. Be’ quello era un problema di tutti i giorni. Ormai ci avevofatto il callo.Considerando che io non ricordavo nulla della serata precedente, cioè a parte i meloni in siliconedi Thandy ed il suo naturalissimo salsicciotto pendulo, non sapevo quanto sapesse lui. Decisiche avrei fatto finta di niente, in attesa che il suo comportamento mi suggerisse la posizione datenere.Controllai il mio indirizzo mail, non c’erano messaggi.Diedi un’occhiata rapida ai titoli dei quotidiani online. C’erano le solite storie indecorose dipolitica e malaffare che si svolgevano sul palcoscenico dell’Italietta meschina di inizio millennio.Dire che in Italia esistevano due pesi e due misure era una vaccata. In Italia per sessanta milionidi abitanti esistevano sessanta milioni di pesi e sessanta milioni di misure. 4
  • 5. Stefano Zamboni _ Brescia, 2010 _ zamboni.stefano@gmail.com _ Edizioni Hìgnur Music Ltd.Andai a sbirciare l’oroscopo. Lo facevo ogni giorno anche se dicevo di non essere superstizioso.Allo stesso modo mi professavo ateo ma pregavo ogni volta che qualcosa andava storto,bestemmiavo Dio ma non la Madonna e mi toccavo quando passavano le suore.L’oroscopo recitava:ARIETE: Vi sveglierete entusiasti e riceverete notizie elettrizzanti sul vostro futuro.Ahi. Se questo era il risveglio entusiastico ero già in ansia per le notizie elettrizzanti.Vabbè, l’oroscopo è una puttanata. Me lo ripetevo ogni giorno dopo averlo letto e con maggioreconvinzione se mi aveva inquietato.Avevo ancora una mezz’ora prima di dirigermi alla radio, mi infilai sotto la doccia. Non poteifare a meno di ricordare quella scena di “Ace Ventura” dove Jim Carrey piange nella vasca dabagno e si pulisce la bocca con la ventosa sturacessi dopo aver scoperto di aver baciato unuomo. Sotto c’era una bellissima canzone… “The Crying Game”… L’avevano presa da un altrofilm… “La Moglie Del Soldato”!E la moglie del soldato aveva una minchia tanta sotto la gonna.Argh! Che sgradevole ricordo quella scena!Mi lavai con molta cura, più che una doccia fu un abluzione purificativa. Pur rimanendofermamente ateo recitai silenziosamente un paio di Padre Nostro.Uscii dalla doccia e mi vestii, infilai i jeans, la felpa con il cappuccio, gli anfibi, e nonostantefacesse già un po’ troppo freddo decisi di mettermi il vecchio giubbino di jeans con la toppadegli Iron Maiden. Ero sicuro che nessuno vedendomi con un giubbino con la toppa degli IronMaiden (precisamente la copertina di “Live after Death”) avrebbe mai pensato che mi eroportato a casa un travestito la sera prima. Io almeno non l’avrei mai pensato.Scesi in strada e mi incamminai, avevo la fortuna di abitare a un paio di chilometri dalla radio,quindi risparmiavo benzina, ottima cosa visto la miseria di stipendio che prendevo e la miascarsa inclinazione alla guida.Mentre camminavo con la mia toppa degli Iron Maiden sulla schiena mi resi conto di averel’andazzo ridicolo e macchinoso di un bullo. Ma era meglio bullo che succhiacazzi, pensai.Camminando sulle punte arrivai allo studio di Radio Sbruffoni.Salii nella speranza che in verità Tramezzino non sapesse nulla, che se ne fosse andato prima dime e non mi avesse mai visto ballare con quella brasiliana, o brasiliano.Vana speranza.Sulla mia scrivania, appeso al microfono stava un bel casco di banane, ogni banana calzava unpreservativo. Il buongiorno di Tramezzino mi colpì alle spalle. - Ehi ciao Orsetto Busone? E’ stata una notte da urlo? - Cazzo – dissi sottovoce – ehm… ciao Trame… - Dai racconta? - Cosa? – cadevo dalle nuvole. - Come è andata con Thandy? Te la sei portata via ieri sera... - Cazzo, cazzo, cazzo. Allora ti ricordi? - Se mi ricordo? Ho scattato una decina di foto col cellulare e una è già il mio desktop. - Ma allora tu lo sapevi? – dannato bastardo. - Certo che sapevo. - E perché non mi hai detto niente???!?! Perché non mi hai fermato?!?!Tramezzino mi guardò con sguardo interdetto e dubbioso, prese una banana dal casco, la sfilòdal preservativo e cominciò a sbucciarla. - Scusa ma tu non te ne eri accorto? - Nooo!!! E non me ne sono accorto finchè non ho visto quel… quel… Dio era pure grosso… quel salsicciotto penzolarmi davanti al naso! Come facevo ad accorgermi? - Magari potevi accorgerti dal fatto che aveva delle mani grosse come racchette da tennis, le spalle di un nuotatore e la voce di Tom Waits! - Avevo bevuto troppo… - Decisamente. 5
  • 6. Stefano Zamboni _ Brescia, 2010 _ zamboni.stefano@gmail.com _ Edizioni Hìgnur Music Ltd. - Ma tu dovevi fermarmi! Perché non mi hai fermato!??!Tramezzino finì con gusto la sua banana. - Ale, siamo nel XXI Secolo, le cose cambiano rapidamente, quando eravamo alle superiori anche i post-it ci sembravano ultratecnologia mentre adesso ci sono gli iPhone e Facebook… Io non ci trovavo nulla di così strano… - Non ci trovavi nulla di strano??! Tu sei andato ancora con un transessuale? - No, ma se dovessi farmi infiocinare il culo vorrei che a farlo fosse qualcuno con delle tette, così almeno le sento sulla schiena… - Aaaarghhh!!!! – digrignai i denti – Dai smettila, non farmici pensare. Cominciamo il programma.Tramezzino andò alla console, mi fece il gesto con la mano:-5… -4… -3… -2… -1… Jingle!Inchiodai il mio sguardo sul foglio degli appunti: Ciao Belli! Bentornati su PHYSICAL GRAFFITI, in diretta per voi sulle frequenze di RADIO SBRUFFONI. Alla regia c’è il vostro caro Tramezzino e io sono come sempre Ale Micidiale! Stamattina ho in testa questa cosa degli Hot Dog…Argh!!! Dannazione! Come avevo potuto scrivere qualcosa sugli hot dog ieri!??! Tutto questo mimetteva addosso una terribile agitazione, ok, dovevo andare avanti… Mi viene in mente quella storiella dell’emigrante che a New York dice al signore degli hot dog: buono questo cane caldo ma perché a me mi arriva sempre il pezzo della minchia?Oh, no. Mi raggelai e riuscii soltanto a fare un cenno a Tram di far partire la prima canzone.Sprofondai la testa nelle mani, cosa poteva andare peggio? Niente.Anzi no. Tram poteva fare andare sempre le cose in modo peggiore.Lo vidi che rideva in estasi mentre riconoscevo la canzone che aveva messo in onda: “TheCrying Game”. Che bastardo.Nonostante le mie lamentele continuò così tutto il pomeriggio, Trame aveva sostituito la scalettache avevamo steso il giorno prima con i successi di Village People, Culture Club, Bronski Beat.Poi un zaffata di sigaro invase tutto lo studio e sulla porta comparve il proprietario, ManlioBruffoni, con la catena d’oro sul petto villoso e la pancia che sporgeva prominente da sopra ijeans.Guardò l’appendiabiti e disse: - Ehi Gentile, scommetto che è tuo il giubbotto con la toppa degli Iron Maiden! - Sì. – risposi distratto. - Guarda che gli anni ottanta sono finiti… - Eh? - Gli anni ottanta, hai presente? Musica di merda, ragazze con i capelli cotonati e gli orecchini di plastica grossi come cerchioni, Ritorno Al Futuro… gli anni ottanta! - Sì, io insomma ero praticamente bambino, preadolescente. - Tranquillo che di testa non sei cresciuto… - ridacchiò il simpaticone – ho una notizia cattiva, poi una buona e poi ancora una cattiva. - Che cazzo è, ottimismo a intermittenza? – chiese Tram. - Sta’ zitto Tancredi. Dunque, gli sponsor ci stavano mollando tutti perché non vi ascolta un cazzo di nessuno. E questa è la prima notizia cattiva, mentre la notizia buona è che io li ho convinti ad aspettare, perché aggiungeremo una vocalist femminile che ci tirerà su l’audience. La seconda notizia cattiva è che per pagare la tipa abbasserò i vostri stipendi. - Cooosaaa?!?!?! – gridammo all’unisono io e Tram. - Ma Signor Bruffoni, noi facciamo cinque ore di programma sei giorni a settimana e registriamo altre tre ore per sette giorni, e ci paga già una miseria! - Ehi ragazzi, la porta è quella. Non dimenticate che io vi offro la vetrina per un’occasione più importante, se non vi ha ancora preso una radio migliore sarà anche colpa vostra, 6
  • 7. Stefano Zamboni _ Brescia, 2010 _ zamboni.stefano@gmail.com _ Edizioni Hìgnur Music Ltd. no? La tizia nuova arriva lunedì. Si chiama Aida, come la moglie di Verdi. – disse con tono perentorio. - Aida non era la moglie di… - feci per correggerlo. - Non me ne frega un cazzo di chi se la portava a letto. Ci si vede.Se ne andò in una zaffata di sigaro allo stesso modo in cui era entrato.Tutto stava procedendo esattamente come aveva predetto l’oroscopo. Dovevo trovarequell’astrologo e… e… chessò, ucciderlo.La sera passai a mangiare dai miei e poi rimasi a casa a guardare film sul divano.Non appena rientrato stavo riflettendo umoristicamente su come altri sprovveduti avrebberoaddirittura messo in discussione la propria sessualità nella mia situazione. Be’ io di sicuro nonero a quel punto.Quindi misi giù il giubbino con la toppa degli Iron e andai in bagno, pisciai e sufficientementeguardandomi con occhi disperati nello specchio mi chiesi ad alta voce: - Oddio, sarò mica gay?Poi fortunatamente mi mandai affanculo da solo.Per affermare la mia mascolinità comunque bevvi tre birre e guardai “Fuga Per La Vittoria” e“Porky’s”. Poi, mentre Pipino era nella corriera con Wendy a darci, squillò il cellulare. Era bellotardi e il numero era sconosciuto. Ma risposi. - Pronto. - Alessandro? – oddio il lento barrito suadente di Thandy! Terrore! - S-sì… - Sono Thandy, ti ricordi dell’altra sera. - S-sì, qualcosina… - Me ne sono andata dopo che sei svenuto. Ero un po’ preoccupata ma poi sembravi dormire alla grossa. Avevi bevuto parecchio. - Eh sì, direi proprio di sì. - Stai bene? – chiese, era sincera. Sincero. Boh. - Sì, grazie. - Ma… Non te ne eri accorto? - Eh? – sì, genio sta parlando proprio di quello – No. Veramente no. - Ah, be’ dai lo prendo come un complimento. - Ok. – non sapevo proprio che dire. - Ascolta, io non voglio metterti in imbarazzo, mi sono fatta dare il numero da Tramezzino perché ero preoccupata, ti avevo lasciato li così… Non serve che ci sentiamo o rivediamo ancora, so come vanno queste cose. Non ti preoccupare. Ciao, ti saluto. - Ciao.E la telefonata finì. Dapprima tirai un bel sospiro di sollievo. Poi mi sentii anche un po’ merda.Era stata gentile. Stato. Vabbè stata, ok. Mi era sembrata molto sincera e io che me l’eroimmaginata come un virus per tutto il giorno. Dovetti ammettere che quella telefonata mi avevafatto soltanto del bene. Fortuna che Tramezzino gli aveva dato il numero.Tramezzino si scambiava numeri con i transessuali. Quell’uomo comunque era pericoloso. E’ strano come le cose vadano male, poi vadano bene un pochino e quella sensazione di sollievo sembra meravigliosa e impagabile. Eppure è comunque frutto del male. A parte questo preferirei comunque non dover sperimentare alcuna sofferenza, non agognare alcun sollievo, non avere alcuna lezione da imparare, avere semre l’ultima parola, ridere bene perché rido per ultimo e naturalmente passare la mia vita ai tropici bevendo cocktail, guardando belle bagnanti e scommettendo sui combattimenti di galli. Radio Sbruffoni per voi spara sogni in technicolor. 7
  • 8. Stefano Zamboni _ Brescia, 2010 _ zamboni.stefano@gmail.com _ Edizioni Hìgnur Music Ltd.Partì “Friday I’m In Love” dei Cure. Ero di buon umore. Tramezzino stava stranamenteseguendo la scaletta. A parte nella canzone che doveva precedere lo stacco pubblicitario. Era unqualche vecchio successone, qualcosa tipo Celine Dion, lui invece mise in onda un corodell’Armata Rossa. Sperai intensamente che nessuno dell’Azienda relativa allo spot avesseascoltato.Cercavo di non pensare all’imminente riduzione di stipendio che sarebbe arrivata col rinnovodel contratto semestrale e alla rottura di palle che sarebbe arrivata con la nuova deejay, Aida, macome si a chiamare una figlia così?Giusto perché ne sentivamo la nostalgia sfrenata arrivò il Signor Bruffoni. - Ecco i miei draghi.Io ero alle prese con la dannata scaletta e alzai lo sguardo stancamente.Tramezzino non lo guardava e non staccava gli occhi dal computer connesso su Youporn. Nonvedevo il video e non potevo essere davvero certo del sito che stava guardando ma dalle urlanon sembrava di certo Art Attack, quel programma per bambini dove ti insegnano a fare le cosecon la colla e la carta colorata. A meno che non fosse una puntata speciale sul sesso di gruppoed il fisting. - Dunque, vi confermo che la Aida è qui lunedì alle due, venite un’ora prima che così le spiegate quelle due stronzate che fate. E cogliete l’occasione per cambiare il nome al programma, com’è che si chiama adesso? - Physical Graffiti – risposi. - Fisi-che? Naaa, fa schifo! - E’ un disco dei Led Zeppelin! - Ma che cazzo me ne frega. E aggiornati! Iron Maiden, Led Zeppelin! Ma dai! Troppo rock vecchio nel programma, cambieremo anche questo. Più roba nuova, più radio frizzante! Capito? Frizzante! E Tancredi, la prossima volta che mi metti su l’Armata Russa ti taglio i coglioni. Ciao draghi.Se ne andò con quel suo passo sghembo da gangster.“Vaffanculo!” dicemmo, pensammo e sentimmo profondamente all’unisono io e Tramezzino. - Ma che sfiga, mi ha beccato! Non l’avrei mai pensato. – disse Trame.Poi si affacciò allo studio la Signora Capelli, una segretaria vecchia, acida e stronza. Ammettoche eravamo tutti dei bei caratterini. Ci informò che erano arrivate diverse telefonate di protestaper l’incitamento ai combattimenti di galli. Ci chiamò “barbari” e tornò nella sua guardiola.La sera me ne stavo seduto stancamente sul bordo del letto, con nessun pensiero preciso nellatesta.La mia mente era scesa un po’ più giù e s’era sdraiata sul cuore, ricordavo in emozioni, profumi,rapide immagini, minuscole sensazioni tattili.La mia chitarra mi stava tra le braccia, scollegata dall’amplificatore, ci muovevo sopra le ditasenza pensarci. Non stavo facendo alcun esercizio, non stavo provando nulla di nuovo,semplicemente tenerci addosso le mani mi permetteva di scollegarmi da tutto e veleggiare.Un po’ come quando sei solo e palleggi contro un muro con le mani in tasca. Non ha nulla hache vedere con il calcio, ha a che vedere con il pallone, come se la sfera di cuoio contenesse ilmondo, o almeno il tuo mondo, e farla andare avanti indietro fosse un ottimo lubrificante per ipropri ingranaggi interni.Pallone-piede, pallone-muro, pallone-piede, pallone-muro.Do Fa Sol, poi una cascatella di note in scala, innocue, rassicuranti, naturali.Mi tornava alla mente quello che avevo letto in una biografia dei Clash, che si aprivatratteggiando il ritratto del fondatore primo, Mick Jones, uno dei miei chitarristi preferiti. Ilragazzo era di origini modeste, molto modeste, nacque e crebbe nel malfamato quartiere diBrixton, un ghetto dal quale, era scritto, si usciva con il Calcio o con il Rock.Io non ero un gran calciatore. 8
  • 9. Stefano Zamboni _ Brescia, 2010 _ zamboni.stefano@gmail.com _ Edizioni Hìgnur Music Ltd.E con i suoi ritiri, allenamenti, diete e pesi forma, il Calcio non mi aveva mai attratto al pari delrock’n roll, il quale dipingeva grandi affreschi luccicanti di trasgressioni ed eccessi consentiti,anzi consigliati, imboccati.Io venivo sì da un quartiere popolare, ma ero nato vent’anni dopo Mick Jones, a una diversalatitudine, dal mio quartiere non erano usciti né calciatori né musicisti. Il che in fondo non erapoi così male, aveva una sua giustizia, una sua forma di equità.Quelli che si laureavano erano pochi, e si trattava tutti di futuri commercialisti o soci minori distudi di commercialisti. Qualcuno faceva un paio di anni di scuola professionale e poi finiva inqualche bottega artigiana. Tanti andavano in fabbrica subito dopo le scuole medie, altri davanola Maturità e finivano negli uffici a fare i contabili, o i geometri.Non c’era nulla di strano e nulla di male. Ognuno faceva più o meno la vita che facevano tutti,c’erano gli onesti e i disonesti, i fortunati e gli sfortunati, ma si stava pressappoco nello stessobrodo.Ma il brodo si rovinava se qualcuno se ne tirava fuori, se da boccone galleggiante qualsiasidiventava carne di prima scelta, si apriva un divario. E i bocconi galleggianti qualsiasis’infiammavano d’invidia, di autocommiserazione, di disprezzo per il traditore.Si augura spesso fortuna agli altri, ma lo facciamo sempre con onestà? O sono parole facili cheescono e fanno una buona impressione, ma nulla di più?Le tenebre sono semplicemente assenza di luce, ed i colori sono semplicemente la reazione cheuna peculiare superficie da alla luce. Un oggetto illuminato a seconda della propriapigmentazione ci appare rosso piuttosto che verde o giallo. Se cambiamo il colore della lucecambia il colore dell’oggetto.Se spegnamo la luce il colore non c’è più.Non è che noi non lo vediamo ma il colore c’è, il colore proprio non c’è poiché è in fin dei contiun prodotto della luce.Se hai il destino di una vita nelle tenebre, che giovamento ti può dare un breve guizzo di luce?Nessuno.Ti conferisce solo un fastidioso termine di paragone.Solamente aumenta il peso di vivere nelle tenebre.Solamen miseris socios habuisse doloris.Agli sfortunati porta sollievo avere compagnia nella sventura.Avevo letto il Faust di Marlowe, e con queste parole rispondeva Mefistofele quando Faust glichiedeva che valore potesse avere la sua anima per Lucifero. Si trattava di un motto latino cheda noi si traduceva con “mal comune mezzo gaudio”, mentre gli anglosassoni dicevano “miseryloves company”, la misera ama la compagnia.Il rock, quantomeno quello che preferivo, aveva sempre avuto attorno a sé un vago odore dizolfo.Se ci pensavo adesso mi prendeva l’immagine di un’anima contesa da due mani differenti, unagrigia e anonima, quella della miseria popolare, che si aggrappava alle caviglie del fortunatoperché non abbandonasse la nave e in tal modo non la rendesse ancora più triste e maledetta, edall’altra parte una mano colorata e sfavillante, almeno in apparenza, che nascondeva a sua voltauna natura ancora più solitaria ed angosciosa. Ma la seconda mano aveva un sacco di lucette, epaillettes, e tappeti rossi, e donne pronte a fingere di amarti, locuste pronte a fingere di essertiamiche, lingue per il tuo culo fortunato.Così l’anima tra una miseria in bianco e nero, e una miseria in technicolor sceglieva, anziagognava la seconda.Diventava uno strano patto con il diavolo, un contratto le cui clausole mutavano incontinuazione, nel quale i momenti di paradiso artificiale diventavano sempre più rarefattimentre l’inferno diventava onnipresente, seppur silenzioso e strisciante.Certo senza il diavolo il rock semplicemente non sarebbe esistito.Tutto comincia in riva ad un grande fiume, nel delta del Mississipi. 9
  • 10. Stefano Zamboni _ Brescia, 2010 _ zamboni.stefano@gmail.com _ Edizioni Hìgnur Music Ltd.Il giovane bluesman Robert Johnston con la chitarra non ci sa proprio fare, gli dicono che seproprio vuole suonare è meglio che si dia all’armonica a bocca. Robert scompare per un anno,durante il quale la leggenda vuole che il diavolo gli si sia palesato ad un crocevia e gli abbiaproposto lo sciagurato patto.Robert Johnston ricompare da fenomeno della chitarra, un mostro delle sei corde.Incide qualche decina di pezzi, in presa diretta, davanti al magnetofono, siamo nei primi del‘900.A volte sembra di sentire una seconda chitarra nelle registrazioni ma dicono che non ci sianomai stati altri chitarristi insieme a lui. Suonare due linee i chitarristi classici lo facevano, non erauna cosa di per sé impossibile, ma molto, molto difficile per uno che sembra aver imparato asuonare magicamente in un solo anno.Robert Johnston avrebbe dato il “la” all’evoluzione del blues, del rock, di tutto quello che hadentro una chitarra.E un vago sentore di diabolico.Il nostro Robert sarebbe morto giovane, a soli 27 anni.I 27 anni sembrano essere un buon momento per tirare le cuoia se sei una star celebre emaledetta, gli avrebbero fatto eco negli anni Brian Jones (il chitarrista dei Rolling Stones), JimiHendrix, Jim Morrison, Janis Joplin, Kurt Cobain, soltanto per nominare i più celebri.Io li avevo superati da un pezzo i 27 anni, ma non ero mai stato famoso.Di tutti i complessi con affiliazione satanica i campioni restavano loro, i miei idoli, i LedZeppelin.Il chitarrista Jimmy Page era oggettivamente un amante dell’occulto, ma soprattutto un amantedel denaro. Il quartetto dei Led Zeppellin venne fondato per necessità di rispettare un contrattostipulato dal suo precedente gruppo, gli Yardbird.Vissero una decade di eccessi, deliri, successo strepitoso.Furono la band inglese a vendere di più negli Stati Uniti, più di Beatles e Rolling Stones. Gliadolescenti pruriginosi degli ultimi ’60 e dei successivi ’70 li elevarono a rango di dèi. Finchè ilbatterista, John Bonham non morì sbronzo marcio soffocato dal suo stesso vomito.In quegli anni il vomito doveva essere mentolato, visto che fecero la stessa fine anche KeithMoon (il batterista degli Who) e Bon Scott (il primo cantante degli Ac/Dc).La fama sapevo corrodere gli uomini da dentro.Chi ne sa poco di rock semplicemente da colpa alla droga. E chi ne sa poco di droga non sirende conto che essa non è mai il problema, ma il sintomo. Affogati nell’alcool e nei barbituricic’erano storie di divorzi, cattive amicizie, incapacità per un comune mortale di vivere nell’aureadi un dio, per quanto fittizio.Solamen miseris socios habuisse doloris.Il diavolo ti faceva firmare e ti circondava di ballerine e sostenitori trepidanti, ti seduceva consoldi di cioccolata, dolcetti ricoperti di carta dorata. Nascosti però ti seguivano i vampiri.Jimi Hendrix era un poveraccio di colore che come tanti della sua razza aveva fatto il militareper aver qualcosa da mettere sotto i denti. Dopo la leva aveva tentato la carriera da chitarristablues ma in America non se lo filava nessuno. Arrivò l’ex bassista degli Animals a prelevarlo etrascinarlo nella Swinging London.Quando Hendrix, nuovo ed eterno idolo del rock ‘n’ roll, tornò a casa sua oltreoceano fusommerso da mani che volevano agguantare un lembo della sua luce, del suo successo. Era unapersona timida, introversa, si lamentava a bassa voce di non aver mai tempo per ciò che piùamava, scrivere canzoni.Non facevano altro che tirarlo giù da un palco e issarlo su di un altro, gli riempivano la casa difeste che lui non voleva organizzare, lo spolparono.Qualcuno disse che morire di alcool e barbiturici fu una scelta inconscia, per fuggire ai vampiri.Tutto questo mi riportava sulla mia chitarra, sulla mia vita, su come nessuno degli esempi didisagio che mi venivano in mente riuscissero ad offuscare la grandiosità della musica, su come lamiseria di una vita da Star fosse sempre e comunque preferibile alla miseria di una vita ordinaria. 10
  • 11. Stefano Zamboni _ Brescia, 2010 _ zamboni.stefano@gmail.com _ Edizioni Hìgnur Music Ltd.Sapevo di avere torto.Ma non ero ancora pronto ad ammetterlo.Venerdì a mezzogiorno mi arrivò un sms di Tramezzino: “PASSA A PRENDERMI DYLANDOG”.Tramezzino collezionava i fumetti di Dylan Dog dal primo numero, quindi dalla adolescenza.Credo che il fascino esercitato su di lui da quegli albi fosse che il Dylan se ne faceva una adepisodio, quindi si poteva dedurre che Dylan Dog fosse in assoluto il personaggio dei fumettiche aveva scopato di più, almeno al di fuori dei fumetti pornografici. Ma probabilmente in più divent’anni di pubblicazione aveva superato anche i suoi colleghi professionisti della topa, cioè ilTromba e Lando Tre Palle che non avevano avuto una vita editoriale così lunga.Tramezzino collezionava Dylan Dog, National Geographic (del quale non aveva mai letto unariga di articolo ma adorava le foto), e i calendari con le donne nude di Max.Dunque camminando verso la radio passai davanti all’edicola di Natalino, il fido edicolante diTramezzino. Io non ci vado quasi mai, quel poco che leggo lo leggo su internet, i quotidiani lisbircio al bar, però Natalino mi conosce, sa che sono il socio di Tram. - Uèè buongiorno Signor Gentile! – era più codiale del solito. - Salve Natalino… Sono passato a prendere Dylan Dog da parte di… Ruggero… - Ah, sì, eccolo qua, glielo tengo via tutti i mesi! - Già. – sorrisi e cercai le monete nella tasca dei jeans. Ne tirai fuori un pugno, erano tutti decini,sembrava che avevo rubato dalla cassetta delle offerte in chiesa. Gli edicolanti hanno semprebisogno di monetine, sembrano essere gli unici, assieme ai distributori automatici di lattine e disigarette, ad averne così tanta stima. Che gli servissero per dare i resti? Ipotesi interessante.Prima delle quattro del pomeriggio in verità non riuscivo a sostenere riflessioni più complesse diquelle di Homer Simpson. - E allora, come andiamo? – mi disse con un sorrisone malizioso. - In che senso scusi? - Eh, che senso, che senso! Io la prima volta che l’ho preso nel culo è stato nell’82! Ma no, non per festeggiare i mondiali. Pensano sempre tutti che sia per quello.Io lo fissavo a bocca aperta. Perché mi stava raccontando della sua esperienza omosessuale dianni addietro? - Anch’io ero titubante, però mi piaceva questa donna, sa io ho sempre scopato come se non ci fosse un domani, e io piacevo sia a questa donna che a suo marito. Così una volta che ero sbronzo sono finito a casa con la moglie, ho cominciato a darci finchè non mi è arrivato dietro il marito. Ricordo cosa mi disse: “Quando te lo punto tu spingi!”. Passò su come se avessi il culo di burro. Io ne ho un bellissimo ricordo… A lei è piaciuto, vero?Ecco, adesso sapevo perché. Doveva essere un’altra delle cazzate di Tramezzino, probabilmenteaveva architettato tutto. Forse addirittura era nascosto nell’edicola e stava ridendo, o peggioregistrando. Ebbi la sensazione di essere su Candid Camera.Infilai Dylan Dog nella tasca del giaccone, lasciai le monete sul piattino e salutai dicendo: - Guardi c’è un equivoco si sbaglia, io non ho mai provato a… insomma ha capito! - Ma allora deve! Deve! Nessuno dovrebbe morire senza mai aver preso su…Scappai lontano dall’edicola prima che arrivasse qualche vecchietta in cerca di Famiglia Cristiana.Sentivo ancora Natalino sbraitare a voce alta perché non sciupassi la mia esistenza e mi facessisodomizzare. Salve ragazzi, dunque domani è sabato, ultimo programma della settimana. Ma non solo. Quello di domani sarà anche l’ultimo a chiamarsi PHYSICAL GRAFFITI. 11
  • 12. Stefano Zamboni _ Brescia, 2010 _ zamboni.stefano@gmail.com _ Edizioni Hìgnur Music Ltd. Mi piacerebbe dire che lo cambio perché voglio risolvere la mia puerile ossessione per i Led Zeppelin, ma non è così. Lo cambiamo perché da lunedì il programma cambia, non sarò più solo, ci sarà una tizia, Aida, che starà al microfono con me. Non comprendo che bisogno ci sia di avere un utero collegato ad una bocca in trasmissione. Sarà sicuramente brutta ma tanto voi fortunati non la vedrete. Anche la voce sarà orribile, tremula ed acida come quella di una strega, quindi probabilmente non sarà più il caso che i vostri bambini ci seguano. Che peccato. Il programma non so ancora come si chiamerà, se deciderà lei probabilmente si chiamerà MIO MINI PONY oppure DIRTY DANCING, o qualcosa di simile. Vi sembra che ho il dente avvelenato? Ma no, suvvia. Mi succhia soltanto un pezzo di stipendio!Seguirono accorate telefonate di addio che mandammo in onda senza filtro alcuno: “Sono così triste che cambiate, davvero il mio cuore è proprio preso male, cioè mettevate troppa musica buona, bella, che mi faceva vibrare e mi faceva così tanta compagnia durante il giorno, io credo che mi mancherete moltissimo e sicuramente vi ricorderò sempre e sempre collegherò a voi i ricordi degli anni che ho vissuto ascoltandovi…” “Facete cagare!” “Ma da domani la mettete la house?” “Perché non fate parlare soltanto la ragazza che tanto Ale Micidiale spara solo cazzate.” “Oh, mi dispiace un sacco. Fatele mangiare merda a quella troia.” “Ci voleva un po’ di femminilità” “Succhiacazzi.” “Chiara ti amo, ti prego non lasciarmi.” “Physical Graffiti era proprio un nome del cazzo!”La prima band decente in cui suonai si chiamava “Hellhounds” (Segugi Infernali) da unacanzone di Robert Johnson. Suonavamo in una minuscola cantina di proprietà del batterista. Eradavvero piccola, la batteria rimbombava e quindi perché non coprisse gli altri strumenti e lavoce dovevamo sempre tenere gli amplificatori a chiodo. I miei timpani ancora conservano lecicatrici di quelle sere di prove.Suonavamo un hard rock maledetto, lento e blueseggiante, ci ispiravamo ai Black Sabbath.Se ripenso adesso alle croci, qualche volta ribaltate, ai pipistrelli, ai costumi neri, non posso nonconvenire quanto fossimo imbecilli. Ma riuscimmo a suonare una trentina di concerti. Avevamopezzi nostri per poco meno di un’ora, qualche fan. Durammo un paio di anni.Durante le prove si consumavano sempre fiumi di birra e poi tutti dovevano pisciare, ma nonc’era il bagno, non c’era nessun angolo dove farla. Salire in casa del batterista dove i genitoristavano guardando Pippo Baudo in televisione non era neppure da considerarsi. Nelle serateestive quindi si risaliva dallo scantinato e si andava a pisciare nel campo vicino (esistevanoancora dei campi incoltivati e non edificati in città a quel tempo). Nelle gelide sere invernaliinvece, senza alcuna stufetta a riscaldarci, suonando sotto strati di maglioni e cappotti, siripiegava con l’urinare dentro alle bottiglie vuote delle birra. Che poi sull’onda dell’ubriachezzavenivano abbandonate sul posto. Questo generò diffidenza nei confronti delle bottiglie di birraabbandonate.Non ricordo nessuna delle canzoni che scrivemmo. Ho rimosso musica e parole.Ricordo l’eccitazione prima dei concerti, ricordo la convinzione che stavamo scrivendo ottimaroba quando in verità rifacevamo con poca originalità e fantasia tutto quello che era standard delnostro genere. Ci credevamo davvero.Degli Hellhounds adesso ricordo soltanto le bottiglie di piscio. Ore, ore, un mucchio di ore. 12
  • 13. Stefano Zamboni _ Brescia, 2010 _ zamboni.stefano@gmail.com _ Edizioni Hìgnur Music Ltd. Senza dimenticare tutti i minuti in mezzo. Non riesco a contare il tempo, La gioia di quando ci si trova ed il dolore di quando ci si saluta. Qui finisce ragazzi. Un abbraccio. Vi aspettiamo lunedì con MIO MINI PONY. Keep on rockin’.Sabato lasciai che Tramezzino se ne andasse da solo dallo studio, mentre scartava il suo bravogianduiotto. Facemmo partire la registrazione di quattro ore di tunza tunza e ci salutammo, iostancamente ma anche con una certa cerimoniosità mi andai a sedere in un angolo tenendomi alpetto la mia copia in vinile di “Physical Graffiti”. Tre anni se ne erano appena galoppati via.Quel disco aveva la mia età.Lo guardavo come si guarda la fotografia di una fidanzata che se n’è andata.Mi resi conto che in fondo non ero poi così più maturo di Tramezzino che si teneva la foto diGwen Stefani nel taschino. Tutti ci portiamo appresso qualcosa che ci ricordi casa. E non parlodelle quattro mura dove dormiamo, ma della casa del cuore, del posto a cui sentiamo diappartenere.Donne e Rock’n’Roll, oppure il calcio, il cinema, la bicicletta, le moto, ognuno si teneva strettauna passione, se la teneva nascosta e al riparo, perché era un qualcosa che gli apparteneva,profondamente.Il programma a cui avevo dato nome, ed un nome importante per me, era finito.Espulso dall’esistenza come una scorreggia.“Ehi arriva una tipa nuova, cambiate nome, cambiate musica, cambiate tutto.”Non avevo mai pensato che sarebbe bastato così poco, nei miei sogni ero io che me ne andavoper lavorare in una radio importante e affidavo il Mio programma ad un novizio, dandogli buoniconsigli da deejay navigato e raccomandandomi di trattarmelo bene. Lui avrebbe detto “Non sose ne sarò in grado!”, io avrei risposto “Certo che ne sarai.” e ci sarebbe stato questocommuovente scambio di consegne. Ah, i sogni. Che stronzata.Avrei dovuto comprarmi dei bei chiodi grossi per tenere i piedi ben impiantanti a terra. Ormai lamia età ce l’avevo. Con un sospiro mi domandai se non fosse il caso anche di mettere in venditala mia Gibson Les Paul, valeva un bel gruzzolo e ormai io non la toccavo quasi più.In effetti di soldi adesso me ne sarebbero occorsi, con la dannata riduzione di stipendio. Cel’avrei fatta ad arrivare a fine del mese? Probabilmente avrei dovuto cercarmi un secondo lavoro,o fare il barista dopo il termine del programma, o un cavolo di lavoro mattutino. Dannazione ioadoravo dormire fino a tarda mattina. Il mattino non aveva mai avuto l’oro in bocca per me.Certamente ne aveva per quelli che si svegliavano all’alba. Maledetti insonni ladri del mio oro.Ero decisamente abbacchiato. In prospettiva l’incontro con Thandy era stato il meno, anzi erastato quasi un evento positivo in questa folata di merda che mi era arrivata addosso. Thandy.Ammettevo che mi faceva un po’ schifo, checcazzo, non si è mai abbastanza progressisti peruna donna con l’uccello, no? Ma a parte il suo aspetto esteriore mi era sembrata una personasensibile. Non ne conoscevo molte. Non sapevo neppure se io stesso potevo definirmi unapersona sensibile.Tramezzino lo era? Boh, chissà. Normalmente avrei detto di no ma adesso dubitavo del miogiudizio. Forse lo era, e semplicemente era bravo a proteggere la sua sensibilità. Non lo sapevo.Era un mio amico, e anche se il nostro rapporto consisteva per lo più nel litigare e prenderci peril culo era l’unico essere umano di cui mi sarei potuto fidare. Per le cose importanti intendo, pertutto il resto no.Domani era domenica e grazie a Dio c’era il campionato, nessuna dannata sosta per le partitedella nazionale. Avrei dormito fino a tardi, fatto colazione con una piadina, seguito le partite allatelevisione, poi mi sarei guardato un qualche film e chissà, sarei anche potuto uscire la sera.Certo tenendo monitorato il mio livello alcolico. Non tutti gli sconosciuti erano gentili comeThandy. 13
  • 14. Stefano Zamboni _ Brescia, 2010 _ zamboni.stefano@gmail.com _ Edizioni Hìgnur Music Ltd.Guardare il mondo con occhi colorati per vincerne il grigiore. Pressappoco era questo ilconsiglio che mi aveva dato Tramezzino. Ok, ci avrei provato. Avrei provato a sorridere allavita, ad essere più tollerante.Avrei cominciato accogliendo in modo carino la mia nuova collega Aida dopodomani.La troia arrivò alle due precise del pomeriggio.I capelli biondissimi, gli occhi chiari, i bei lineamenti, e poi il seno ben proporzionato, il vitinoda vespa ed il sedere a mandolino potevano farla sembrare perfino bella. Ma io compresiimmediatamene che era una cozza in fin dei conti. Nasino troppo a punta, bocca troppo larga,caviglie grosse, naaa un cesso. Ero certo che l’avesse capito anche Tramezzino ma forse percortesia finse di lussarsi la mandibola e passare quarti d’ora a fissarle il culo, le bocce, il collo.Tramezzino era bravo a mentire.Aida aveva un bellissimo timbro di voce, sorrideva e sembrava genuinamente simpatica. Anchelei doveva essere molto brava a mentire.La prima discussione, ad un ora dall’inizio del programma, fu quale sarebbe stato il suo nuovonome.Aida propose cose indegne come EMOZIONI oppure GIOIA DEL POMERIGGIO oppureIL MARE IN CITTA’ oppure COSE TRA DI NOI.Tutte idee agghiaccianti su cui posi il veto.Io proposi: REIGN IN BLOOD oppure I GUERRIERI DEL TARDO POMERIGGIOoppure HAI DETTO A ME?!.Tramezzino propose: TUTTI PAZZI PER MATERAZZI oppure PATATA CONNECTIONoppure CUNNILINGUUS DAYS e poi molto meschinamente disse IL MARE IN CITTA’.Grandissimo bastardo opportunista e marpione.Così fui democraticamente fottuto a sangue e da PHYSICAL GRAFFITI mi trovai ad essere lospeaker (anzi uno degli speaker) di IL MARE IN CITTA’.Ma che razza di nome era? Mi ricordava “Una Mamma Per Amica”, oppure “La Prova DelCuoco”, era un nome terrificante!!! Successivamente il Signor Bruffoni se ne dichiarò entusiasta.La scaletta non c’era tempo per farla, Aida semplicemente chiese di mandare in onda “Tis OfThee” di Ani DiFranco, “Just A Girl” dei No Doubt e “Fields Of Gold” di Sting, per il resto lesarebbe andato tutto bene. Io sorridevo mefistofelico sapendo i piccoli inserti che avevocommissionato a Tramezzino.Il programma sarebbe cominciato con “The End” dei Doors e subito dopo il primo interventodi Aida sarebbe andato in aria “Smack My Bitch Up” (Picchio la mia troia) dei Prodigy.Naturalmente Tramezzino fece di testa sua e la trasmissione cominciò con “Mare Mare” di LucaCarboni. Gli lanciai un’occhiataccia. Poi mi attaccai al microfoni. Benvenuti fedelissimi ascoltatori di Radio Sbruffoni! Come vi avevo annunciato sabato ecco che dalle ceneri di PHYSICAL GRAFFITI sorge IL MARE IN CITTA’, il nuovo programma che vi accompagnerà sei giorni a settimana dalle tre alle otto di ogni pomeriggio! Insieme a me c’è una nuova voce. Sto parlando di Aida che è qui accanto a me. Presto sentirete il suo meraviglioso timbro di voce e la sua fittizia simpatia! Sapete, è la Regina delle Cozze, quindi consideratevi fortunati a non vederla. Comunque eccola qui per voi… Signore e signori: Aida!Lei mi guardò con uno sguardo traverso e stupito. Forse le era sembrata un’entrata da coglionela mia, forse credeva che fossi avvolto da un’invidia adolescenziale, ma si sbagliava. Io erodiabolico. Assolutamente. Ciao a tutti ragazzi! E’ una gioia essere qui con voi! Davvero sono felicissima. Non so se nella mia voce traspare l’agitazione, il tremolio che mi avvolge tutta. 14
  • 15. Stefano Zamboni _ Brescia, 2010 _ zamboni.stefano@gmail.com _ Edizioni Hìgnur Music Ltd. Però fidatevi, è così. Quindi da oggi insieme ad Ale Micidiale ci sono pure io, la vostra Aida. Ale naturalmente stava scherzando, è un tipo a cui piace stuzzicare, io non sono affatto cozza! Forse non sono Miss Italia ma in costume faccio la mia porca figura e tutti impazziscono quando ho la maglietta bagnata! IL MARE IN CITTA’ è finalmente arrivato! Siamo qui per restare, un grosso bacio! Yuhuuu!!!Che ragazzina sprovveduta. Adesso sarebbero partiti i Prodigy, chissà se avrebbe compreso chela bitch del titolo per me era lei. Probabilmente no.Poi a tradimento Tramezzino mise su “Aida” di Rino Gaetano.“Aida, come sei bella”.Dio che gran figlio di puttana che era quell’uomo. Scommetto che da quando la bionda eraentrata nello studio non aveva ancora smesso un secondo di immaginarsela nuda e sudata nelsuo letto. Dannato erotomane.Aveva già arbitrariamente sostituito le prima due canzoni che avevo messo in scaletta,sostituendole con omaggi prima al titolo scelto da Aida e poi ad Aida stessa. Amico di merda.Seguì come al solito a singhiozzo la mia scaletta, sostituendola qua e là.Non esitò a downlodare in tempo reale il pezzo di Ani DiFranco e addirittura correre amasturbarsi in bagno durante “Just A Girl” cantata dalla sua Seconda Ragazza, Gwen Stefani.Fortunatamente non mandò in onda “Fields Of Gold” ma bensì “What’s Good” di Lou Reed.Quando Aida chiese spiegazioni Tramezzino le disse che non sapeva dell’esistenza di alcunalbum solista di Sting. Io annuii in disparte. Era una regola non scritta dei rockettari, Sting nonaveva più cantato dopo lo scioglimento dei Police, si vociferava di alcuni suoi lavori solisti, manessuno ammetteva di averne mai ascoltato uno.Le telefonate ci sommersero: “Aida benvenuta!!!” “Ti vogliamo già bene!” “Ehi, Il Mare In Città è un nome bellissimo! Questo programma aveva proprio bisogno di essere rinnovato!” “Quello che non capisco è perché Ale Micidiale non sia stato direttamente licenziato…” “Ma insomma Aida è figa o è cozza?!? Non avete un sito internet? Dobbiamo Sapere!!!”Non avevamo un sito internet.Io e Tramezzino ci eravamo battuti strenuamente, avevamo spiegato al Signor Bruffoni che unnostro amico ce lo avrebbe fatto praticamente gratis e poi saremmo stati in grado di seguirlodirettamente noi, ma non c’era stato nulla da fare.Quando il programma finì Aida era tutta un sorriso eccitato. Abbracciò me e poi Tramezzino, lasensazione delle sue tette lo mandò in stand-by per una decina di secondi. In quello statoavrebbe anche potuto accettare di mettere su pezzi di Sting. Mentre lo guardavo in quellacatalessi mi montava il terrore nel petto. - Be’ ciao Ale – disse la troia – ci vediamo domani. E’ stato bellissimo, certo all’inizio ci sono restata un po’ perplessa per quella faccenda della Regina delle Cozze, ma poi ho capito che volevi solo pepare un po’ il programma! Grande idea! - Certo, certo. – ero più falso di Giuda mentre le sorridevo – ci vediamo domani! - Sì, a domani!E se ne andò zompettando come una scoiattola. Aveva pressappoco 25 o 26 anni. Era giovane,bella e raggiante. La odiavo con ogni singola cellula del mio corpo e le buone intenzioni diappena due giorni prima mi schifavano.Quando fummo soli Tramezzino mi si mise di fianco e disse: - Sarei disposto a sgozzarti su di un altare votivo pur di farmela. – ed era serissimo. - Ma se è una cozza del cazzo! - Sì, sì, se sei convinto tu. Ciao eh! – e se ne andò pure lui. 15
  • 16. Stefano Zamboni _ Brescia, 2010 _ zamboni.stefano@gmail.com _ Edizioni Hìgnur Music Ltd.Ebbi l’impulso di dirgli che in verità mi piaceva e l’avevo vista prima io, come ai vecchi tempi,ma non lo feci. Non lo feci perché gli sarebbe stato di maggiore stimolo a farsela e poi perchémi sarei mostrato debole e fasullo. Era una situazione triste.Ero stato surclassato nell’arco di cinque ore da quella biondina sciatta e frivola e ignorante. Miaveva fregato il lavoro, gli ascoltatori, il mio migliore amico e una vasca di autostima. Tutto peruna voce carina, spigliata, e un bel telaio. Che tra l’altro i radioascoltatori neppure potevanovedere. Per fortuna.Insomma il periodo pessimo era lungi dal terminare.Il programma registrato stava andando. Tirai un lungo sospiro e lasciai lo studio mentreChristina Aguilera cantava “Sono bellissima, non importa cosa dicono gli altri, le parole nonpossono buttarmi giù”.Il complesso con il quale arrivai più vicino ad incidere un disco e magari raggiungere una formadi piccola celebrità fu con le “Sacre Prostitute”. Eravamo tutti maschi, chitarrista, bassista,batterista e tastierista, a parte Francesca, che era una bella figa e aveva una bella voce. Ma ancordi più aveva sesso che le colava da tutti i pori.Veniva da una famiglia ricca, aveva studiato dalle suore, voleva andare contro a tutto quello chele avevano insegnato, imposto.Sul palco si muoveva come una gatta in calore, sapeva essere davvero oscena.Scriveva testi utilizzando tremende parole della bibbia, stravolgendo la morale, recitando passi inlatino, preghiere al contrario. La gente impazziva quando lei saliva sul palco.Per caricarci prima di ogni concerto ci leccava, ci baciava, si lasciava accarezzare.Dopo qualche mese che suonavamo insieme e dopo qualche concerto dove riscuotemmo delsuccesso e dell’attenzione, Francesca si concesse a tutti noi, contemporaneamente in sala prove.Fu l’unica ammucchiata a cui partecipai nella mia vita.Credo che lo fece per stabilire il suo potere. Noi eravamo in ginocchio di fronte alla suaavvenenza, al suo fascino assassino. Ci denudò e ci sedusse, e ci convinse che fossimo noi adominarla.Dopo poco più di un anno ci mollò per andare avanti da sola.Il diavolo s’era seduto al suo desco.Non seppi più molto di lei. Non uscì mai il suo disco solista.Si dice che Lucifero nelle sembianze di un imprenditore del ramo immobiliare ne compròl’anima per bei vestiti e vassoi di cocaina.Quello che io e Tramezzino non potemmo in tre anni Aida lo ottenne subito e senza chiederlo.Dopo meno di due settimane dall’inizio del programma IL MARE IN CITTA’, Radio Sbruffoniaveva il suo sito internet e il suo servizio di trasmissione streaming in rete.Nonché ovviamente le foto di tutti i deejay.Io ero un bell’uomo e mi fece piacere che finalmente quei gonzi che ascoltavano la nostra radiose ne rendessero conto.Aida era una donna bellissima e diventarono tutti pazzi di lei. Le sue foto erano cliccatissime,probabilmente durante IL MARE IN CITTA’ orde di ragazzini ci seguivano in internet e sistrozzavano il pollo guardando quelle immagini.Aida cominciò a tenere la sua rubrica per cuori infranti e chiacchierare amabilmente con gliascoltatori al telefono. Prese a tradurre e recitare poesie di Neruda, Hemingway edinevitabilmente Emily Dickinson. Forse ero un po’ esagerato ma ritenevo che Emily Dickinsondovesse essere tirata fuori dalla tomba per sperimentare la morte una seconda volta, quellastronza.Io ridussi le mie invettive contro mondo e società e mi dovetti rassegnare a leggere notiziestravaganti: “A Teheran una donna ha partorito una rana.” 16
  • 17. Stefano Zamboni _ Brescia, 2010 _ zamboni.stefano@gmail.com _ Edizioni Hìgnur Music Ltd. “In Florida un 15enne con una pistola volendo tracciare la sagoma del suo piede sull’asflato con i proiettili si è spappolato il piede destro.” “A Torino un tassista è stato arrestato per aver sparato a tre clienti che gli chiedevano uno sconto.” “In provincia di Napoli una donna è morta in seguito alle lesioni riportate per essersi masturbata con una scopa.” “Sono state inventate delle lenzuola afrodisiache a base di oli essenziali.”Cagate spaventose.Esisteva un’entità buia e oscura che si chiamava indice di gradimento. Non sapevo bene comefosse determinato e monitorato, ma sapevo che influiva sui prezzi delle fasce pubblicitarie. Esapevo che il nostro era sempre stato basso e adesso stava crescendo. In altre parole ilprogramma dal terrificante titolo di IL MARE IN CITTA’ e la sua conduttrice Aida stavanocrescendo, mentre io scendevo nel basso degli stacchetti, arretravo di un passo indietro dallimite del palco, per quel posto che è proprio della spalla.Fu veloce ed imprevisto.Bruffoni manovrò la cosa con il solito coltello del contratto. Io trovavo quello l’unico lavoroche avrei mai potuto fare ad eccezione della vita da Led Zeppelin che però adesso sembravaun’idea ancora più ridicola ed inverosimile, quindi me ne stavo quieto. Ribollivo di rabbia dentroperò.Sorridevo ad Aida ma cercavo di essere velatamente sgradevole. - Ti piace la mia camicetta? – chiedeva. - Oh, è una camicetta splendida. Ma ti sta orrendamente. Dev’essere un’improbabile e rarissima coincidenza di eventi geometrici perché quella cosa ti possa stare così male. Sembri una creatura deforme e bendata. Mi stupisco che non ti sia fuggita la gente di davanti mentre camminavi. Ma a chiunque altro starebbe bene. Anche alla signora Capelli. - Ah ah ah. – lei rideva. La odiavo.Non sapevo se fosse così oca da credere che il mio modo di fare non fosse coscientementevelenoso, o se sapeva che ero uno stronzo invidioso e questo la divertiva ancora di più. - Ale come t’è sembrato l’ultimo stacco, era buono no? - Oh, semplicemente eccezionale. Credo che dopo questa esperienza stasera me ne starò con le orecchie al muro ad ascoltare il cesso dei vicini con il vicino flatulente e catarroso che caga tutta notte. Per rilassarmi. - Ah ah ah. – lei rideva. La odiavo.Io con il moltiplicarsi delle telefonate degli ascoltatori che cercavano Aida mi sentivo svuotatodella mia vena di parlatore. Non mi veniva più niente.Aida con quella sua voce d’archi diceva stronzate del tipo: Com’è la sera là fuori? E’ buia, è fredda? Be’ state su con la vita, in ogni caso. Se siete soli godetevi la musica, se siete con qualcuno di speciale festeggiate insieme. Celebrate comunque questo momento, senza chiedere nulla a quello successivo e nulla rimproverare a quello passato. Gioite.E poi Tramezzino in lacrime mandava il John Lennon natalizio con “la guerra è finita se lovolete”.Ma cazzo! Già Tramezzino era uno stronzo perché stava dalla sua parte, probabilmente volevafarsela, sicuramente voleva farsela, ma molto più triste trovavo il sospetto che lei gli piacessedavvero…Come persona!Tramezzino odiava tutti, voleva bene a tre amici, qualche parente stretto, Gwyneth Paltrow eGwen Stefani. E adesso forse anche ad Aida Fortesi, il mio nemico. 17
  • 18. Stefano Zamboni _ Brescia, 2010 _ zamboni.stefano@gmail.com _ Edizioni Hìgnur Music Ltd.Io la trovavo melensa e stucchevole, io non sarei mai riuscito a pronunciare al microfonoqualcosa che non fosse almeno minimamente cinico e disilluso.Io amavo prendermela con le vecchiette in carrozzina ed i cuccioli di foca, lo facevo con grasserisate alle quali facevano eco quelle di Tramezzino che apriva apposta l’interfono ed era capacedi aggiungerci anche qualche gioisa bestemmia.Non mancavo di rispetto alle vecchiette e ai cuccioli di foca però. O forse sì. Dei cuccioli di focacomunque non me ne importava molto. Il problema era che arrivavano sempre più telefonateper i cuccioli di foca che per le vecchiette. E io questo lo trovavo più volgare di me. Alloranarravo di criceti costretti a percorrere labirinti intestinali di uomini sporcaccioni che poiemettevano peti esplosivi e cose del genere. Tenevo il conto dei gatti neri scomparsi conl’avvicinarsi di Halloween ed ogni volta facevo partire il suono di un brindisi. L’Ente ProtezioneAnimali ci odiava.Così il mio pubblico si era formato in un pugno di bastardi ingloriosi e in un seguito di ragazzedell’Enpa che ci ascoltavano per odiarci e, speravo segretamente, sognare di me in situazionierotiche.Era ovvio che il sentimento di odio che sprigionavo dovesse attirare i loro cuoricini chefremevano per cucciolotti pelosi. Che cosa ci voleva a volere bene a dei cucciolotti pelosi? Erocapace pure io di volergli bene. Cosa c’era di così speciale?Ma Aida aveva sedotto i bastardi ingloriosi ed entusiasmato le ragazze dei cucciolotti.E io mi ero sentito abbastanza in forse, magari un pochino superato, piuttosto in panne. Messouna merda.Dopo due mesi ci eravamo ancora parlati poco fuori dalle strette necessità lavorati.Anzi non sapevo praticamente nulla di lei. Tramezzino c’era entrato in confidenza, o qualcosa disimile. Rideva mentre parlava con lei. E non aveva l’occhio spermatico che era suo solito.Che ci fosse dell’amore lì in mezzo?Argh! No. Non poteva portarmi via anche lui.Tramezzino non vedeva mai una donna per più di due settimane, per me questa era unacertezza. Sapevo che qualsiasi disastro fosse successo nella mia vita comunque lui avrebbebevuto una birra con me ed imprecato su chi poteva, e non avrebbe avuto mogli o figli a cuirendere conto.Venerdì sera andai con lui al Malebolgia, e dopo aver valutato rapidamente la scopabilità delledonne nel locale condussi il discorso su Aida. Avevo bisogno di conferme, avevo bisogno disentirmi dire che Tramezzino era mosso soltanto e come sempre dal suo uccello. - Guarda è davvero fantastica. Strano per me dire una cosa simile. Credo di poterla considerare un’amica. Certo me la farei, oh se me la farei. E credo che me la farò. – disse Tramezzino. - Un’amica?!? Fantastica?!?! Tramezzino tu non hai mai parlato così bene neppure di tua madre. - Mia madre è una donna splendida ma anche una cagacazzi da competizione… - Be’, mi devo preoccupare? – chiesi alla fine con tono aggressivo e troppo onesto, troppoevidentemente generato da una paura forte. - E di cosa? – mi chiese Trame finendo la sua birra media e facendo un cenno alla cameriera difargliene un’altra.Già, di cosa mi dovevo preoccupare?Mi dovevo preoccupare dell’affitto, delle bollette, della mia salute. Mi dovevo preoccupare dellepersone che mi stavano attorno, del mio rapporto con loro, dell’amore guadagnato, dell’amoreperso. Chi avevo paura di perdere? Tramezzino?(Oppure Aida?!?!?!)Dal mio incontro con Thandy ero perseguitato da dubbi tra parentesi, come una voce nella miatesta, un’eco metallica della mia stessa voce che insinuava ipotesi scomode. Probabilmente ero inmezzo ad un esaurimento nervoso, o forse ne ero alle porte ed il peggio ancora doveva arrivare. 18
  • 19. Stefano Zamboni _ Brescia, 2010 _ zamboni.stefano@gmail.com _ Edizioni Hìgnur Music Ltd.Il grosso pene pendulo di Thandy, l’allegria inossidabile di Aida, la mia realtà lavorativa ancorpiù precaria mi stavano mettendo di fronte ad un periodo non facile e ad una qualchericonsiderazione di me stesso e della mia vita. Non potevo dirmene entusiasta. - Mi devo preoccupare, che tu, sia… cioè… - non sapevo cosa rispondere a Trame. - Ti stai chiedendo se sono innamorato di Aida? – mi venne incontro, mentre sorrideva allacameriera che gli deponeva davanti la sua nuova schiumosa birra fresca. - Eh. – annuii con grande sforzo e imbarazzo. - Cazzo. Credo di no. Ma io non mi innamoro mai, quindi non saprei dire. Mi sta simpatica. Sarà che io vivo sempre incazzato, e anche tu, e anche la signora Capelli, quindi un qualcuno di positivo sul lavoro mi ha fatto piacere. Ed è una gran figa. - Però te ne potresti innamorare? - Forse sì. Al momento però che io mi innamori di una donna ci sono le stesse probabilità che io mi faccia prete. Vorresti dirmi che l’hai vista prima tu? Ti starai mica innamorando?In risposta assunsi come prima cosa un’espressione di disgusto, e poi caricando la voce risposi: - Ma sei fuori? Io la odio! Mi ha fregato il posto di lavoro, mi ridurranno lo stipendio per lei, sceglie pezzi di Laura Pausini, cristosantissimo vorrei che non fosse mai arrivata! Checcazzo. - Già, ti capisco. – rispose Tramezzino assorto nelle sensazioni organolettiche della sua birra.Poi successe qualcosa perché il volto di Tramezzino si irrigidì. Deglutì un paio di volteriportando lo sguardo sulla birra dopo che aveva fissato con terrore l’ingresso del locale.Sospirò, alzò leggermente la caraffa e poi con un gesto deciso la portò alla bocca e bevve agoccia. Gli rimasero baffoni di schiuma attorno alle labbra. - Oh, eh, Ale… Io adesso devo scappare, mi è venuta in mente una cosa che dovevo fare… Ci becchiamo domani in radio, ok? - Ehi, che combini? Dove cazzo vai? Pensavo che saremmo rimasti qui ad ubriacarci e parlare… - Sì, ma te l’ho detto che mi è tornata in mente questa cosa importante, l’avevo dimenticata… Ciao né. - Ma Trame… Stavamo parlando di amore, ci rimetteremo altri due anni a finire sull’argomento… - L’amore, l’amore, sarebbe bello farne a meno ma sembra che non si possa, un po’ come cagare. Quando scappa… scappa… - disse rapido Tramezzino e infatti scappò.Rimasi lì a bocca aperta mentre lui si defilava con fare da ladro.Mi guardai attorno per capire se c’era qualcuno che conoscevo e che poteva avere qualche contoin sospeso con Tramezzino. C’era un sacco di gente che aveva conti in sospeso con lui.Chiesi ad Alessia, la barista, se ne sapeva qualcosa. Tramezzino era lì da sempre, Alessia (con cuiovviamente era finito a letto) sapeva tutto di lui, essendo lei una specie di Tramezzino alfemminile.Alessia mi indicò due donne che erano entrate al Malebolgia entrambe da pochi minuti, maseparate, non sembravano infatti conoscersci. Quello che avevano in comune era che entrambecercavano con gli occhi qualcuno. E gli occhi di entrambe non promettevano nulla di buono.Per tutto il resto non si assomigliavano affatto.Una era una ragazzina attorno ai ventanni, con i capelli neri come il carbone, la carnagione scurae forse un dente d’oro davanti, in bella vista. Una zingara insomma, o qualcuna che nediscendeva fieramente.L’altra donna invece era attorno ai trenta, capelli biondi, niente tette, ma dei meravigliosi egiganteschi occhi verdi, e non c’è che dire, dei lineamenti da principessa delle fiabe. Anche ilculo era da fiaba. 19
  • 20. Stefano Zamboni _ Brescia, 2010 _ zamboni.stefano@gmail.com _ Edizioni Hìgnur Music Ltd.C’erano ottime possibilità che una delle due, o anche tutte e due, fossero la causa della fugarepentina di Trame.Insomma me ne dovetti tornare a casa ben prima del previsto dato che il mio compagno dibevute si era dileguato senza preavviso.Ci volevano solo venti minuti a piedi dal Malebolgia fino a casa mia.Vivere in una piccola città dove tutto è al massimo un’ora di cammino era una delle poche coseche mi piaceva della mia condizione. Non mi era mai piaciuto troppo guidare, l’aspetto chepreferivo della macchina era l’autoradio, ma adesso con lettori mp3 di ogni tipo si era risoltoabbondantemente il problema. Quindi me ne stavo tornando a casa a piedi, la mia radiolina eraovviamente regolata su Sbruffoni By Night che Tramezzino ed io registravamo in una ventina diminuti spesso durante la programmazione stessa di PHYSICAL GRAFFITI.Oddio no, adesso era IL MARE IN CITTA’.La nostra non era una città di mare, proprio per nulla. Avevamo attorno tre laghi, di cui unobello grosso e turistico, ma la nostra rimaneva una città continentale, gelida d’inverno e bollented’estate, a me piaceva. Oddio, piaceva. Diciamo che non mi faceva schifo. Soprattutto per laquestione delle distanze.Camminando con l’iPod nelle orecchie sintonizzato su Sbruffoni By Night ascoltai un pezzo deiPolice.“Be’ qualcuno mi ha detto ieri che quando butti via il tuo amore ti comporti come se non te nefregasse nulla, con l’aria di uno che deve andare da qualche parte.”Io stavo andando da qualche parte?O quantomeno ne avevo l’aria?Stavo buttando via il mio amore?Quale amore?E Tramezzino? Lui stava andando da qualche parte?No, stava fuggendo.E io? Stavo fuggendo pure io?Quando entrai in casa mi scoprii a riflettere umoristicamente su come altri sprovvedutiavrebbero addirittura preso in considerazione l’idea di essersi innamorati di una donna proprioperché gli veniva naturale comportarsi in modo aggressivo e scortese con essa. Ma quelli eranogli sprovveduti che non sapevano nulla di sé stessi e vivevano di emozioni fittizie e distorte emai realmente accettate. Non era il mio caso.Corsi davanti allo specchio: - Mi starò mica innamorando di Aida?Dovetti costringermi a mandarmi affanculo.Aida. Che nome del cazzo. Un’opera di Verdi. Mai vista naturalmente, le uniche opere cheprendevo in considerazione erano “Tommy” degli Who, “The Wall” dei Pink Floyd e“American Idiot” dei Green Day. I suoi genitori l’avevano chiamata così perché erano amantidella lirica? Io non avrei mai chiamato mio figlio American Idiot.Erano da poco passate le dieci di sera e non avevo ancora cenato. Mi riscaldai un piatto di pastache stava da un paio di giorni in frigo. Poi mi misi davanti al televisore.Guardai “Madagascar”, adoravo i pinguini.La prima volta che avevo visto quel cartone animato ero rimasto affascinato dal tema narrativoadottato, ovvero la difficoltà di convivenza in natura di un predatore come il leone Alex e deisuoi amici erbivori, cioè una giraffa, un ippopotamo e soprattutto del suo migliore amico, Martyla zebra.Era interessante perché nei film e nei fumetti con animali parlanti in genere si soprassedeva atutte queste incongruenze. In fondo perché Pippo andava in auto con Topolino e ci vivevaavventure mentre Pluto era al guinzaglio e mangiava da una ciotola? Erano entrambe cani!E poi, come diceva Claudio Bisio, con che diritto Nonna Papera allevava galline? 20
  • 21. Stefano Zamboni _ Brescia, 2010 _ zamboni.stefano@gmail.com _ Edizioni Hìgnur Music Ltd.In “Madagascar” per evitare che Alex si isolasse o peggio morisse di fame costretto dai suoisensi di colpa contro l’istinto predatorio, finiva che si procurava ad Alex del pesce perchépotesse saziarsene senza aggredire gli abitanti dell’isola.Questa volta, sapendo la fine, non rimasi piacevolmente sollevato dalla soluzione.Insomma, anche i pesci erano animali, vivevano in un ambiente diverso ma non erano menovivi di leoni, zebre e lemuri. “Madagascar” era in sostanza un film razzista.Se qualcuno avesse voluto essere onesto avrebbe fatto vedere, alla fine del film, il leone Alex chedivorava in un sol boccone il pesciolino Nemo.Desolato mi alzai con addosso il peso delle differenze culturali, etniche, di classe.Sulla porta della camera il mio occhio incontrò prima del letto la mia Les Paul appesa al soffitto.Era una chitarra decisamente molto costosa.La prima chitarra che mi ero comprato a quindici anni era poco di più di un asse di legno con lecorde ed i pick up. Avevo tenuto da parte paghette per due anni per averla. E sarei rimasto permolto tempo con una chitarra elettrica priva di amplificatore.Quando la tenevo in mano in camera mia mi sembrava di reggere una lancia da guerra, di tenerein mano un attrezzo terribile, di tenere tra le mani il mio futuro. Di lì nei quindici anni successiviformai almeno una ventina di band. Dal punk al metal, dal pop alla progressive. Non miimportava veramente il genere o l’abbigliamento o il movimento, io volevo vivere di quello,volevo fare il musicista di professione, volevo la mia fetta di vita da Zeppelin.Per un certo periodo mi politicizzai, più per amore dei Clash che non della mia estrazioneoperaia. Ma poi mi resi conto che elevarsi al titolo di Working Class Hero, ovvero eroe delproletariato, alla fine significava diventare dei ricchi borghesi che allungavano qualche soldo edavano una pacca sulla spalla a tutti i loro fratelli che nel proletariato c’erano rimasti.Insomma mi interessavano i soldi, il successo, le luci, soprattutto le groupies, la fama, la foto suigiornali. Niente di combattente, niente con coscienza di classe. Credo che fu a quel punto,attorno ai ventiquattro anni, che mi innamorai degli Zeppelin. Non li avevo filati più di tanto inprecedenza, poi un giorno dopo aver ascoltato “Immigrant Song” impazzii e mi feci tutta ladiscografia in una settimana.I testi che Plant scriveva per le canzoni dei Led Zeppelin non significavano mai niente alla fine,parlavano di femmine e voglie, di folletti e battaglie del “Signore Degli Anelli”, scimmiottavanosaghe epiche di vichinghi, qualche volta azzeccavano la giusta malinconia. Plant scriveva parolesolo per cantarle, non gli serviva un significato.Gli Zeppelin suonavano incandescenti cartoni animati.Tutto un vortice di colori.Mi diplomai, lavorai un po’ come magazziniere e poi come contabile per una decina d’anni,finchè tramite Tramezzino non finii a Radio Sbruffoni.E dai venti gruppi rock in cui suonai non ne venne mai fuori nulla.Non guadagnai una lira, non riuscii a mettere mai nessuna mia foto su nessuna rivista, nonscopai mai neppure una ragazza per le mie esibizioni. E sì che ce la mettevo tutta, tutti noi ce lamettevamo tutta.Sognavamo e suonavamo con la forza della disperazione. Non esisteva per noi altro modo direndere la vita più interessante di quello che era. Ma era tutta una bugia, e se non era una bugiacomunque ne aveva le stesse gambe corte.Forse se fossi stato un po’ meno invasato della musica e del successo, se fossi stato un po’ menotesta di cazzo, a quest’ora sarei stato sposato e non necessariamente triste.Magari avrei anche avuto dei figli.Di tutti i miei amici sballati che per sbaglio o per sbronza avevano messe incinte delle donne,nessuno di loro sembrava essere triste di avere dei figli. Tutti tiravano avanti dicendo che non nevolevano, poi appena gliene nasceva uno ti dicevano che a saperlo l’avrebbero fatto moltoprima.Guardai ancora la Gibson. 21
  • 22. Stefano Zamboni _ Brescia, 2010 _ zamboni.stefano@gmail.com _ Edizioni Hìgnur Music Ltd.Quella chitarra mi aveva a suo modo portato via la vita. Era stata un’amante esigente ecapricciosa, mi aveva voluto per sé. Non avevo mai davvero amato una donna, avevo presodelle sbandate ma poi ogni volta mi ero scoperto a superarle con una certa non-chalance, tra unconcertino, un disco nuovo e qualche birra con gli amici. La chitarra era stata la mia fidanzata, eanche adesso che la nostra relazione era logora e sostanzialmente di facciata, ero troppo codardoper darci un taglio.In quel momento era un simbolo lampante del male ossessivo che mi aveva afflitto. Ebbi ildesiderio di devastarla, come avrebbero fatto Pete Townshend, Jimi Hendrix o Kurt Cobain.Ebbi un raptus feloce e mi avventai su di essa.La afferrai e la sollevai sopra la mia testa, riempiendo i polmoni di rabbia.Pete Townshend, Jimi Hendrix, Kurt Cobain…Stavo per farla in mille pezzi. Ma mi fermai.La mia estrazione operaia mi convinse che, se proprio, una chitarra da 2.000 euro andavavenduta, non distrutta.Esalai un lungo respiro, sapevo che avevo fatto la cosa giusta, ma la mia vendetta, seppurpiccola, era svanita. Era fuggita via con la mia rabbia. Perché avevo capito mentre sollevavo ilpesante oggetto sopra al mio capo, che me la stavo prendendo con la mia scusa preferita.La chitarra, il successo, la scala dorata per il paradiso erano stati la mia scusa per evitare un saccodi cose. Avevo evitato l’amore perché ne avevo paura probabilmente, e lo avevo fattodicendomi che quando un giorno sarei stato una Star avrei avuto troppe donne desiderose di meper essere fedele a qualsiasi compagna avessi avuto.Avevo evitato di migliorare la mia posizione professionale perché comunque qualsiasi impiegoera solo un momento transitorio nella dura cavalcata verso la fama.E tutte quelle volte che non ero stato di alcun aiuto a chi in fondo me ne chiedeva, tutte quellevolte che avevo girato lo sguardo dall’altra parte per non rimanere invischiato nelle tristi vitealtrui, tutte quelle volte che non avevo chiesto scusa a chi ne dovevo, quelle volte lo avevo fattoperché trovavo inutile sforzarmi di essere una persona di valore, quando primo o poi sarei statouna persona di successo.Riposi la chitarra nella custodia anziché riappenderla al soffito, poi infilai la custodia sotto alletto e mi infilai sotto le coperte. Quelle scoperte improvvise, quelle dolorose ammissioni cheavevo appena fatto a me stesso, non mi promisero alcuna epifania, nessuna rivelazione mistica,nessuna inversione miracolosa di percorso. Tra il dire ed il fare restava in mezzo un mareimpetuoso e cupo che io non avevo mai voluto veleggiare e difficilmente avrei trovato ilcoraggio di farlo a quel punto.Sarebbe stato meglio a quindici anni non innamorarsi delle chitarre e dei sogni di rock and roll.Sarebbe stato meglio, così adesso, inevitabilmente superati i trenta, non avrei dovuto accorgermiche era stato un errore.Forse tutti viviamo immersi in una qualche bugia che ci fa stare bene, e la cosa peggiore che cipuò accadere è entrare in vivido contatto con la sua falsità. Beata ignoranza.“La verità vi renderà liberi”, che stronzata.Non ricordavo neppure chi l’avesse detta, ma non tornava.La verità a me aveva solo procurato una stanchezza gigantesca.Molto più grande e antica di me.Il mondo globalizzato creava costantemente nuove categorie di giovani che poi erano uguali allevecchie categorie ma con qualche commistione in più e un nome diverso.Un tempo c’erano i dark, oggi giravano gli emo.Emo stava per emotional, emotivi, erano ragazzini pallidi, con frangioni diagonali laccati che glicoprivano un’occhio, anelli al naso, alle labbra, ai sopraccigli, vestivano di nero, erano depressidi default, ascoltavano un genere loro, una sorta di hardcore epico e melodrammatico, sitruccavano pesantemente (sia i maschi che le femmine), ma soprattutto venivano picchiati. 22
  • 23. Stefano Zamboni _ Brescia, 2010 _ zamboni.stefano@gmail.com _ Edizioni Hìgnur Music Ltd.C’era questa nuova moda che aveva colto il mondo intero, prima in Messico e negli Stati Uniti,poi in Europa, Italia compresa. A picchiare gli emo erano più categorie, metallari, punk, truzzi,cioè in pratica tutte le altre categorie, probabilmente anche qualche suora nell’est europeo avevapicchiato degli emo.Era una cosa incivile. Ma non avevo mai sentito nessuno formulare la domanda “perché sipicchiano gli emo?”. Sembrava una domanda retorica. Forse perché gli emo sbandieravano laloro sensibilità, la loro profondità d’animo, e non si capiva che cos’erano, se dei boyscoutmancati o la fila d’attesa per il suicidio. Magari questo a qualcuno dava fastidio. A parecchiprobabilmente.Gli emo facevano prudere le mani alla maggior parte delle persone.La diversità genera molto spesso reazioni violente, ma nella civiltà politicamente corretta delXXI secolo tutti sapevano che il razzismo nei confronti degli stranieri piuttosto che degliomosessuali era aberrante, e anche chi razzista ed intollerante lo era cercava almeno di non darloa vedere. Ma nessuno si sprecava per gli emo.La loro sofferenza intimista, il loro essere concentrati sul dolore sembrava giustificare chi glienevoleva procurare di reale e tangibile. Se gli emo si vantavano di avere un cuore gentile esanguinante molti volevano fargli sanguinare anche la faccia.Io personalmente ero troppo cresciuto per questo genere di mode e non ero mai stato unviolento, avevo sempre scavalcato le risse con disinvoltura, non volevo rimetterci il mio belnasino destinato alle copertine. Però in camera aveva attaccato al muro un bersaglio per lefreccette sopra al quale, dopo l’arrivo di Aida, avevo appeso una fotografia di Emily Dickinsoncontro cui mi accanivo. Non ne avevo la certezza ma Emily Dickinson poteva essereconsiderata una emo ante litteram. Era triste, melensa e pallosa, credo che questo bastasse.Da quando la sua foto era diventata il bersaglio ero molto migliorato nel lancio delle freccette.Doveva essere una questione di motivazione.Forse Emily Dickinson e gli emo incarnavano il lato patetico e intimorito che c’è dentro ognunodi noi, e colpendo loro si sperava di colpire anche la nostra debolezza. O qualcosa di simile.Fattostà che gli emo le prendevano per le strade di più città del mondo mentre in camera miaEmily Dickinson si pigliava tutte le freccette in mezzo agli occhi. Manco fossi Robin Hood.Comunque una sera io e Tramezzino eravamo andati a mangiarci insieme un kebab daipachistani, a dieci minuti dalla radio, e mentre facevamo l’ultimo pezzo di strada insiemeavevamo notato dei tipi che picchiavano un ragazzetto vestito di nero in un angolo scuro.Come se fossero delle colt tirammo fuori ognugno il nostro cellulare e ci mettemmo a correrenella loro direzione dicendo cose tipo “Smettetela bastardi! Abbiamo già chiamato gli sbirri!Adesso vi gonfiamo noi!”. Probabilmente intimoriti da una telefonata alla polizia che noinemmeno avevamo fatto i tizi scapparono via.Arrivammo sul ragazzetto menato, era privo di sensi, gli sanguinava un labbro, aveva botte unpo’ dappertutto sulla faccia. Ma respirava. - Dobbiamo chiamare un’ambulanza? – chiesi con il fiatone. - Eh, direi proprio di sì. Chiami tu che io sono senza soldi sul cell? - Guarda che è gratis il 118… - Non si sa mai, chiama te. – chiuse Tramezzino.Telefonai e diedi tutte le indicazioni al centralino del servizio di emergenza. Nella strada non eraarrivato nessuno dopo noi due.Tramezzino si guardò attorno per bene, poi tirò una potente pedata nel fianco del ragazzettoche lanciò un gridolino. Guardai incredulo Tramezzino. - Ah… Ah… Dio che succede?!? – il ragazzino aveva ripreso coscienza e parlava con un filo divoce impaurita. Rapidamente Tramezzino si chinò su di lui per rassicurarlo. - Tranquillo ragazzo, tranquillo. Abbiamo fatto scappare quei bastardi, adesso arriva l’ambulanza! Stai tranquillo, andrà tutto bene, te lo assicuro! 23
  • 24. Stefano Zamboni _ Brescia, 2010 _ zamboni.stefano@gmail.com _ Edizioni Hìgnur Music Ltd. - Grazie! – disse il ragazzetto a Tramezzino allungando leggermente la mano come per volertoccare il suo salvatore, che a sua insaputa lo aveva appena preso a calci. Riperse conoscenza masentimmo le sirene dell’ambulanza che si avvicinavano. - Cosa cazzo t’è venuto in mente? – chiesi con sguardo cattivo a Tramezzino. - Boh, tanto ormai era a terra, è una cosa che va molto di moda… volevo vedere com’era…Sapevo di deludere me stesso ma non riuscii a trattenermi: - E com’è? - Eh, ti dirò, ha il suo perché. – rispose Trame senza guardarmi negli occhi.La situazione mi fece venire in mente tutta una serie di considerazioni sui cuccioli di foca e leragazze dell’Enpa, e naturalmente su Emily Dickinson, ma preferii ricacciarle nel magmaconfuso da cui erano scaturite.Ogni giorno nel corso del programma inserivamo tre stacchi musicali della durata di circaquindici o venti minuti, erano le nostre pause. Dunque la dannata scaletta era tutta di successirecenti e contemplava qualcosa dei Tokio Hotel, credo che bastò questo perché Tramezzinofacesse partire un concerto per pianoforte di Mozart. - In verità cosa abbiamo contro i Tokio Hotel? – gli avevo chiesto un paio di ore prima.Stavo cercando di mantenere quel briciolo di dolorosa onestà che avevo roccambolescamenteacquisito la sera prima. Non potendo più contare sulla protezione offerta dalle bugie adesso mitoccava di perseguire la verità, nella nuova bugia che essa mi avrebbe reso libero.Tramezzino aveva risposto: - Sono giovani, sono ricchi, non hanno il talento che gli altri gli attribuiscono. Hanno un nome da idioti e sono tedeschi. Cos’altro ti serve per odiarli?In effetti mi bastava. Quindi trovai l’ingresso di Mozart assolutamente azzeccato e illuminato.Io avevo appena finito di leggere le mie notizie assurde: “Nel 1945, un pollo di razza Wyandotte di proprietà di Lloyd Olsen di Fruita, Colorado (USA) visse per 18 mesi senza testa.” “In Canada una donna è stata condannata a 4 anni di prigione per aver dato fuoco al pene del proprio compagno in un raptus di follia” “In Cina un aspirante suicida tiene fermo il traffico su di un ponte, finchè un automobilista stufo non si avvicina e lo butta giù. Il suicida ha riportato qualche frattura. L’automobilista si è giustificato definendo il comportamento del suicida egoistico”.Mi alzai stancamente dalla mia sedia e andai alla macchinetta del caffè.Aida era lì che mi aspettava con il caffè nel bicchierino di carta e la sigaretta accesa. Non sipoteva fumare, ma non glielo ricordai. Il giorno prima probabilmente l’avrei fatto, nonostanteTramezzino avesse acceso spinelli per anni incurante di divieti e leggi.Infilai la monetina e selezionai, la macchinetta cominciò con i suoi rumori interni. Avrei dovutosostenere una chiacchierata da macchinetta del caffè con Aida e non ne avevo voglia.Fortunatamente le chiacchierate da macchinetta del caffè sono innocue. Che film hai visto direcente? Comprato qualche cd? Letto un libro? Stronzate del genere. Se mi avesse chiesto delfilm naturalmente avrei mentito, non mi andava di parlarle di “Madagascar” e della depressioneche mi aveva procurato. Avrei detto che avevo visto qualcosa di virile tipo “Die Hard” oppurechessò, qualcosa di Antonioni o Pasolini per fare la parte dell’intellettuale.Lei invece mi chiese: - Ma te ce l’hai una ragazza?Maccheccazzo di domanda era!?!?!? Non una domanda da macchinetta del caffè. Era unadomanda fuori luogo che portava dietro a sé diversi dubbi. Perché una persona ti chiede se seiimpegnato o meno? Perché forse ha un interesse per te e vuole sapere se c’è già qualcuno dimezzo. Perché forse crede che qualche tuo atteggiamento dipenda da una relazione che non staandando alla grande. Perché forse crede che qualche tuo atteggiamente dipenda invece dalla 24
  • 25. Stefano Zamboni _ Brescia, 2010 _ zamboni.stefano@gmail.com _ Edizioni Hìgnur Music Ltd.mancanza di una relazione. Perché magari ti vuole raccontare della sua relazione o non-relazionee utilizza quella domanda come apri pista, ma non gliene importa realmente. - No. – risposi. - Single per scelta? - Sì. - E ne sei sempre convinto? – infilò il dito nella piaga. Proprio oggi doveva farmi quelladomanda? Non una settimana prima o una settimana dopo? Proprio quel giorno… Era unastronza con poteri paranormali forse. - Sì. – risposi. Ma non avrei saputo dire se sinceramente o meno. Credo che utilizzai quella che ilgiorno prima sarebbe stata una certezza. - Io è un po’ che sono senza ragazzo. E un po’ mi sento sola. Tu è da tanto che sei single? - Non ho una relazione degna di questo nome da almeno due anni e ne sono felice. Ogni tanto recupero qualche amante, ma non ho voglia di una persona che mi aspetti a casa la sera, o che mi guardi come se io fossi speciale.Dio se la volevo una persona che mi aspettasse a casa la sera e mi guardasse come se fossispeciale. - Perché me lo chiedi? – la imbeccai. - Così. Per sapere. Sono qua da tre mesi e non so quasi nulla di te. - Uhm. – risposi e infilai il naso nel caffè.Tornammo alle nostre postazioni microfonate prima che il concerto per pianoforte di Mozartterminasse. Naturalmente toccava ad Aida parlare. Non ascoltai.Dopo un’altra ora e mezza ci fu nuovamente lo stacco di cinque-sei pezzi.Questa volta alla macchinetta del caffè ci trovai appoggiato Tramezzino che mangiava il suobravo gianduiotto e giocherellava con la carta dorata tra le dita. - Non avrei mai creduto che anche i gianduiotti mi avrebbero portato male. Pensavo fossero innocui. - Cos’hai, i denti cariati? Il diabete? – domandai senza troppo interesse. - Ho rimorchiato una mezza zingara, bellissima, ventenne, qualche sera fa. L’ho rimorchiata spargendo gianduiotti lungo la strada fino a che non mi sono fatto trovare dietro un angolo. Io piazzavo un gianduiotto, lei lo prendeva e se lo mangiava tutta felice, io ne mettevo un altro e lei si avvicinava… - Davvero hai fatto così? – e intanto immaginavo la zingarella, probabilmente quella da cui erafuggito la sera prima al Malebolgia. - Sì. Mi sembrava una cosa pure raffinata. Come il cazzo di piccolo principe con la cazzo di volpe. - Eh? – chiesi. - Massì dai quella cosa da finocchi tra la volpe ed il piccolo principe, l’hai letto il Piccolo Principe no? - Sì, certo… - mi stupiva che l’avesse letto Tramezzino. – Ma non mi risulta che ci sia un episodio con i gianduiotti o cose simili. - Si vabbè, non importa, lascia perdere il piccolo principe. Comunque era una donna, giovane, zingara, io le lasciavo regalini di cioccolato avvolto di carta dorata lungo il marciapiede. C’è cascata. Oh, a letto una cosa che non ti dico, nella hit parade delle scopate di tutta la mia vita.Appallottolò la carta del gianduiotto e lo lanciò fuori dalla finestra. Guardò un po’ fuori lontano,sospirando e senza dire niente. Poi riprese: - Non è che comunque volevo più d’una scopata. E mi sembrava che una mezza zingara non se la sarebbe presa a male. Invece credo si sia risentita perché non l’ho più chiamata. Credo che mi cerchi, a volte forse mi aspetta fuori dalla radio. Oppure sto diventando paranoico… 25
  • 26. Stefano Zamboni _ Brescia, 2010 _ zamboni.stefano@gmail.com _ Edizioni Hìgnur Music Ltd.Tramezzino sembrava tenersi per sé la parte più importante della storia. Non mi stavamentendo, ma c’era sicuramente dell’omissione di verità. Comunque non avevo voglia diestorcergli ulteriori informazioni sulla sua promiscua vita sessuale. - Scusa ma perché non avrebbe dovuto rimanerci male? Sarà pure mezza zingara ma è una ragazzina, una ventenne che tu hai usato. - Ne ho usate tante. – disse Tramezzino, ma nel suo tono non c’era il solito compiacimento dagrande scopatore seriale, forse un rammarico, era comunque una sfumatura d’umore che misembrava lui non avesse mai avuto nella voce.Eravamo tutti sconvolti dal crollo delle nostre bugie quel giorno? - Vedrai che ti lancerà una maledizione e ti sanguineranno i muri. – dissi a Tramezzino persdrammatizzare, ma gli occhi con cui mi guardò dopo erano davvero preoccupati. Mi venne inmente che l’altra sera non sembrava essere l’unica donna in cerca di lui nel locale. Ma prima chedecidessi se era il caso o meno di citare anche la bionda Trame tornò alla sua console.Quando tornai anch’io sentii Joe Strummer cantare “Mio padre era un rapinatore di banche manon ha mai fatto del male a nessuno, soltanto gli piaceva quello stile di vita e gli piaceva rubare ivostri soldi.”Quando ci venne rinnovato il contratto dal signor Sbruffoni constatai che avrei fatto una granfatica a sbarcare il lunario con la nuova cifra. Dovevo trovarmi una casa con un affitto più bassoe cercarmi davvero un secondo lavoro. Cielo che palle!Per Tramezzino era un problema inferiore, l’anno prima la sua vecchia nonna ebrea era morta egli aveva lasciato in eredità la villetta vetusta in cui aveva vissuto i suoi ultimi anni. Gli chiesi seavrei potuto stare da lui almeno per qualche tempo, magari non con una domanda diretta, cioèaspettavo che fosse lui a propormelo, ma non lo fece. Era strano perché alla sua manieraTramezzino era uno generoso, e non avrebbe avuto problemi a portare a casa le sue soliteamanti anche se ci fossi stato io. Ma quando forzai e finimmo sul discorso lui mi fece capire chenon era proprio il caso, che quella casa non era adatta a me o qualcosa di simile. Comunquesembrava che il problema fosse proprio la casa.Non volli estorcergli altre informazioni, finì che mi trovai un lavoro di barista per tre sere asettimana presso il Malebolgia.Tra l’altro poco prima Tramezzino era stato ricoverato in ospedale per intossicazione.Intossicazione di gianduiotti. - Trame ma come cazzo si fa a intossicarsi con i gianduiotti?!?! - Lascia stare Ale, è una faccenda lunga e complicata, non parliamone più.Era stata la sua unica risposta. Aveva perso il suo smalto sembrava.Al suo posto alla console arrivò Andreino, che era il ragazzo del programma mattutino, “AlbaCon Noi”, dove lui teneva la regia e al microfono stava Tony Alba, un tempo cantante di lisciodi un certo successo e ancora in perenne tour nelle balere del fine settimana.Andreino era un bravo ragazzo dell’oratorio, metteva su sempre diligentemente quello che glidicevamo io e Aida. Ormai soprattutto Aida. Quindi il nostro palinsesto divenne tutto un via vaidi Elisa, Tiziano Ferro, Sting (sì, proprio lui). Nessun fuori programma, niente cori dell’ArmataRossa, niente cartacce di gianduiotto in giro.Aida in trasmissione dava consigli d’amore, sia a ragazzi che a ragazze.Io mi rifiutavo di ascoltare, a volte addirittura per non sentirla anche se ce l’avevo a un metro didistanza appoggiavo la testa sul mio tavolo e davo dei pugni da sotto per udire i colpi e non lesue stronzate. Pensavo agli ascoltatori che pendevano dalle sue labbra e prendevano come orocolato i suoi consigli. Io non so che consigli desse perché come ho appena spiegato miimpegnavo in tutti i modi per evitarli, ma ero convinto che i poveri sfigatelli senza fascino comeAndreino lo facessero attentamente.Ma Andreino mi stupì.Un giorno, non senza un briciolo di sadismo devo ammetterlo, gli chiesi: 26
  • 27. Stefano Zamboni _ Brescia, 2010 _ zamboni.stefano@gmail.com _ Edizioni Hìgnur Music Ltd. - Be’ ma te li ascolti i consigli di Aida per conquistare le donne? Magari ti fanno bene…Lui aveva sorriso gentilmente, come se le parole “tu che sei uno sfigato” fossero molto benleggibili fra le righe. - No. Io, forse mi sbaglio, che vuoi che ne sappia uno come me, ma non mi fido molto di certi consigli. Se ci pensi tutte le volte ti viene consigliato di cambiare qualcosa, come il tuo modo di vestirti o di porti, il tuo modo di guardare o parlare. Ma poi alla fine ogni suggerimento termina con “e ricordate di essere voi stessi”. Non ti pare una contraddizione?Eh sì, aveva ragione. Continuò: - Quando uno è sé stesso è quello che è. Se uno è bugiardo allora raccontera bugie, se uno è onesto non ne racconterà. Fa parte della natura umana. Io so di non essere il tipo di uomo che fa impazzire le donne, che le fa cadere tra le proprie braccia. Non lo sono e basta. Come potrei fare finta e poi essere al contempo me stesso… - Eh, bella domanda, non saprei… - Io chi, …come ti sembro? – mi chiese Andreino.La prima parola che mi venne in mente fu “sfigato” inutile negarlo. Ma non mi sembrava il caso.Non volevo ulteriormente pesare sulla sua crudele onestà con sé stesso, ma non volevo neppuredire una bugia. Dissi l’unica cosa vera che mi venne in mente: - Io, tu, mi sembri una bella persona. - Grazie! – disse sorridendomi. Sorridendo con il sorriso che hanno le belle persone. - Ecco vedi – proseguì Andreino – le belle persone non scopano. Intendo dire che non rimorchiano, non fanno sesso occasionale, se non per divina intercessione. Se ci va bene un giorno troviamo una persona come noi e ci innamoriamo. E siamo anche capaci di vivere una vita piacevole, un amore sincero… Ma di sicuro non rimorchiamo.Io ero senza parole. Non avevo mai dato un soldo ad Andreino, lo vedevo chiacchierare poco efare diligentemente il suo lavoro, non potevo pensare che si conoscesse così bene. Gli dissi: - Andrea, io… credo che prima o poi avrai un amore meraviglioso, uno splendido matrimonio, ed una vita ricca e fiera d’essere vissuta. - Grazie, davvero. – mi disse con lo stesso sorriso da bella persona di prima – Comunque riguardo ai consigli di Aida… lei non c’entra, fa il suo mestiere, ma sono cose che luccicano e basta, senza essere di valore. E’ oro finto. - Già. – annuii.Pensavo all’oro finto dei lustrini di una vita da rockstar ed io che l’avevo rincorsa. Pensavoall’oro finto delle carte dei gianduiotti che Tramezzino spargeva per sedurre giovani zingarelle.Pensavo alla luccicante carriera dei Led Zeppelin, e al buco nero e vischioso che mi generaval’invidia e l’eterno rammarico di non aver vissuto quell’esistenza colorata e chiassosa. - Andreino, ma tu… sai gli anni delle superiori, e quelli dopo, i vent’anni… Che c’erano le feste e ci si ubriacava e capitava che si rimorchiava, magari si faceva l’amore in un angolo della casa, o nella macchina di un amico se non avevi la tua… Tu queste cose le hai vissute? - Certo che no. – sorrise. Sorrideva sempre.Quello sfigato di Andreino in quel momento mi sembrava un gigante, un eroe gentile e mite cheresisteva ad un mondo molto vogare e opportunista rispetto al suo delicato animo. Continuò: - Ci andavo anch’io alle feste, e chiacchieravo e ridevo, e mi sono anche divertito certe volte, ma con le ragazze non ci finivo mai. - Magari in futuro ti rifarai… - No. Te l’ho detto, spero di trovare una donna con cui stare bene per gli anni a venire. Quel che è stato è stato. E poi che rimpianti potrei mai avere? Io non sono nato sciupafemmine, nemmeno un po’, che senso avrebbe adesso, quando desidero tutt’altro? - Già, che senso avrebbe adesso? – gli feci tristemente eco.Era la parola “adesso” a colpirmi ogni volta. 27
  • 28. Stefano Zamboni _ Brescia, 2010 _ zamboni.stefano@gmail.com _ Edizioni Hìgnur Music Ltd.Io vivevo o avanti nel tempo o indietro nel tempo. Avanti quando sognavo il mio successo, alquale tra l’altro ormai neppure credevo più. Indietro quando pensavo agli anni ruggenti del rock,o alla mia giovinezza tra cantine e chitarre.“Adesso” mi colpiva come uno schiaffo e mi riportava lì, a Radio Sbruffoni, in un pomeriggiodella mia vita, nelle sere e lungo i giorni, al respiro che respiravo, non quello prima, non quellodopo.Scoprii che la nostalgia di Tramezzino mi aveva colto prima di quanto avessi potuto pensare, civollero meno di tre giorni. Tram doveva starsene in mutua almeno un paio di settimane.La cosa che più mi colpì però fu che la sua assenza in fondo pesò molto poco nella radio e nelprogramma.Prima dell’arrivo di Aida sarebbe stato come Batman che perde Robin, Lupin III senzal’ispettore Zenigatta, Starsky senza Hutch, i Puffi senza Gargamella. Cioè l’equilibrio, di qualsiasinatura fosse, si sarebbe spezzato e la rottura sarebbe stata evidente, senza possibilità dioccultamento. Invece ormai tutta l’attenzione era attorno ad Aida, tutti noi altri eravamosoltanto dei comprimari.Il libro che avevo letto più volte nella mia vita, anzi probabilmente l’unico libro che avevo lettopiù di una volta, era “Il Martello Degli Dèi – La Saga Dei Led Zeppelin” di Stephen Davies.Una biografia molto colorita dei miei idoli.Le sue 300 pagine per me erano già un’impresa, la lunghezza dello scritto era il primo dei mieicriteri di valutazione di un libro. Per questo i miei libri preferiti erano “Siddharta” di Hesse e “IlCavaliere Inesistente” di Calvino mentre Dostojevsky mi metteva ansia solo a sentirlo nominare.Anche piuttosto banalmente il mio pezzo preferito del “Martello Degli Dèi” era il celeberrimo“Shark Episode”, ovvero l’aneddoto dello squalo.Si trattava di un avvenimento marginale accaduto durante il secondo dei tanti tour negli StatiUniti degli Zeppelin ma sarebbe stato celebrato in una canzone nientemeno che da sua maestàFrank Zappa e avrebbe accresciuto l’aura di depravazione attorno alla band di Plant e Page. Laleggenda voleva che Frank Zappa fosse venuto a conoscenza di quell’aneddoto grazie ad unfilmato esclusivo ad opera dei Vanilla Fudge una band americana che si era trovata in quellacamera d’albergo dov’era successo il fatto.L’albergo era l’Edgewater Inn a Seattle.Gli Zeppelin avevano fatto il loro bravo concerto insieme ai Doors e a Chuck Berry, poi sierano ritirati in questo particolare albergo doveva pernottava anche la band succitata dei VanillaFudge. La particolarità dell’albergo era il negozio di esche all’ingresso e la possibilità di pescaredirettamente dalle camere. Si infilò nella loro camera una groupie dai capelli rossi, sbronzamarcia, come sbronzi erano tutti gli altri. La tipa voleva scopare con i suoi idoli, con gli dèi delrock, ma finì che venne legata al letto mentre un uomo di fiducia degli Zeppelin, Richard Cole,le infilava negli orifizi il naso di un dentice rosso appena pescato ed ancora vivo.Nella stanza dove si svolgeva questa scena dei quattro Led Zeppelin c’era soltanto il batterista,John Bonham detto Bonzo, che a conti fatti era un ventenne campagnolo catapultato sotto laribalta, più entusiasta di pescare dalla finestra che non altro. A combinare il fatto, al qualecomunque la ragazza partecipò consensualmente e con un certo entusiasmo, fu un roadie e imembri di una band spalla: non i Led Zeppelin, ma la periferia dei Led Zeppelin.Adesso con Aida fissa al microfono, Andreino alla console ed io che leggevo le notizie bizzarre,mi domandavo se io ero diventato la periferia dei Led Zeppelin, la periferia di Aida.Ma la verità è che mi sentivo la ragazzina legata al letto a cui infilavano uno squaletto vivo nelculo.E tutto per Aida fu l’occhio della webcam che venne installata per la somma gioia del SignorBruffoni. 28
  • 29. Stefano Zamboni _ Brescia, 2010 _ zamboni.stefano@gmail.com _ Edizioni Hìgnur Music Ltd.Così per tre ore al giorno, quelle centrali del programma, si poteva seguire su internet la direttavideo in streaming del MARE IN CITTA’, Aida divenne tutta una scollatura, tutta unaminigonna, tutta pantaloni attillati su quel suo sedere perfetto e commovente.Io venivo inquadrato sì e no per un quarto d’ora, mi mettevo il giubbino di jeans al contrario inmodo da avere sul torace in bella vista la toppa degli Iron Maiden, fumavo ininterrottamente,anche se io in effetti non fumavo, ma ci tenevo a mandare tutti i messaggi sbagliati nel miobreve momento.Quando rientrò Tramezzino e vide quella telecamerina appesa al soffitto strillò come un pazzo: - Anatema!!! Siate maledetti!!! Questa è la radio, non la televisione, togliete quell’occhio sacrilego da qui dentro!!! Argghhhhh!!!!Il numero di connessioni al nostro sito si impennò e così nuovamente il nostro indice digradimento, e quindi il prezzo dei nostri spazi pubblicitari, e si allargò il sorriso di Bruffoni chechiamava sempre “draghi” me e Tramezzino e “dea sublime” Aida. Odiavo quel maiale.Lui continuava a guadagnare sempre di più mentre il nostro stipendio era stato ridotto, e fino alprossimo rinnovo non avremmo comunque potuto riottenere niente.Quindi io lavoravo al Malebolgia, credevo che avrei sempre avuto lì Tramezzino, ma non eracosì, si era fatto più schivo, stava attraversando un momento strano. Anche Thandy erad’accordo.Già, Thandy il trans brasiliano. Gli preparavo dei gran mojiti e lui… lei, era molto felice.Fui felice di rivederlo/a. Era una bella persona, non sapevo cosa gli fosse passato per il cervelloper farsi attaccare quelle grosse zucche e gonfiare le labbra, anche se gli piacevano gli uomininon c’era bisogno di diventare un fenomeno da baraccone, ma dopo un po’ che parlavamosemplicemente me ne dimenticai e divenne una persona come le altre. Pressappoco insomma.Aida passava anche lei di lì qualche sera, probabilmente era stato Tramezzino a portarcela, ilbastardo.Il fatto che io fossi costretto dietro al bancone e a darle retta sembrava piacerle. A volte facevafinta che non ci conoscevamo. - Sai io lavoro in una radio… - diceva – magari mi hai sentita ancora. Ci sono un sacco di ragazzini che mi guardano in internet durante le dirette. Forse si toccano! Che vuoi che ti dica, a me fa anche piacere. A quale donna non piace essere desiderata?Io me ne stavo lì a guardarla e a pulire i bicchieri nella speranza che anche il più schifoso deiclienti, avesse anche la camicia sporca del suo vomito, venisse a chiedermi qualcosa che mi dessela scusa per andarmene da lei. - C’è anche un tipo che si chiama Ale, è proprio un bell’uomo, ma sembra che io non gli piaccia molto. Forse perché più o meno gli ho fregato il lavoro…Più o meno. Stronza. - Mi dispiace che non riusciamo ad essere amici. Credo sia una persona intelligente ed interessante, vorrei che ce l’avesse un po’ meno con me, nulla di più. - Magari non è come pensi tu – dicevo io stando al gioco – magari non è arrabbiato per il lavoro, in fondo lui è uno con molta più esperienza e non si sarebbe fatto fregare da una novizia se davvero gli fosse fregato di quel lavoro. Magari è un duro.Quanto ero stronzo, in primo luogo con me stesso.A volte qualcuno riconosceva Aida e veniva ad attaccare bottone. A me non mi riconosceva mainessuno, ma ero sicuro che se avessi avuto una toppa degli Iron Maiden sulla magliettaavrebbero capito subito tutti chi ero.Comunque Aida era una bella gnocca ed era circondata da maschi anche se non sapevano chifosse. Non mi passava nemmeno per l’anticamera del cervello di stare lì a guardare mentre lei siportava via dei maschioni per scopate take away. Appena potevo sobillavo all’orecchio delpretendente che Aida era lesbica o sifilitica. Devo ammettere che alcune di quelle furono ancheserate interessanti.Rividi anche quella bionda con gli occhioni verdi che credevo aver messo in fuga Tramezzinopiù di un mese prima. E non mi ero sbagliato. 29
  • 30. Stefano Zamboni _ Brescia, 2010 _ zamboni.stefano@gmail.com _ Edizioni Hìgnur Music Ltd.Si sedette al bancone una sera e le fui addosso: - Ehi bellezza cosa ti porto? - Ehi bellezza? – mi guardò come avrebbe guardato una scimmia in una gabbia che sventola unabanana. - Scusa… volevo fare il barista togo ma si vede che non è il caso.Lei sorrise per allentare la tensione. - Coca e Bacardi. Grazie.Ottimo, adoravo i coca e bacardi, un po’ di coca cola, un po’ di rhum e via. Era facile. Se tichiedevano un Cuba Libre invece gli dovevi servire la stessa merda ma con il lime e lo zuccherodi canna. Checcazzo, non era meglio metterci semplicemente più rhum? - Io sono Ale, tu come ti chiami? – chiesi, ma con un tono tranquillo, di quelli che poteva anchefar finta di non aver sentito se proprio non voleva rispondermi.Si guardò un po’ attorno e poi mi disse: - Mi puoi chiamare Gu. - Gu? – era un nome curioso. - Sì, Gu. - Cos’è, un nome orientale?Lei fece un profondo respiro e poi rispose: - No, è il diminutivo di Guendalina. Così mi hanno chiamato i miei genitori. Nemmeno Guenda, proprio Guendalina. Potevano pure chiamarmi Ermengarda a quel punto. - Dai non è così brutto… Guenda suona bene, e finchè non ti tocca di firmare non se ne accorge nessuno. Poi anche se firmi puoi fare uno scarabocchio. - Già, be’ la vita da Alessio è molto più facile, credimi. - Alessandro. – la corressi – E credimi, con quegli occhi e quel culo, be’ non credo che gli uomini si soffermino poi troppo sul tuo nome di battesimo.Lei sorrise, mi ringraziò e se ne andò a sedere ad un tavolo con il suo drink, vidi che un paio diamiche la stavano raggiungendo. Poi ad un tratto tornò al bancone e mi chiese: - Ma tu lo conosci un certo Ruggero che viene qui spesso? - Eh? Ruggero? Ah… sì, Tramezzino… - non sapevo bene cosa dovevo risponderle – in effetti è un po’ che non si fa vedere. Ma prima o poi ricompare, non manca mai per troppo tempo.Poi mentre si riallontanava feci semplicemente due più due. Bella, bionda, occhi grandi, tettepiccole, sedere fantasmagorico, Guendalina, come Gwyneth e Gwen. Cribbio Tramezzino l’altrasera stava scappando dall’amore della sua vita. E anche da una zingarella che aveva sedotto con igianduiotti.Che razza d’uomo.Una sera Aida si sedette al bancone raggiante. - Dai barista! Dammi da bere!!! – gridava e mi guardava sorridente.Le misi davanti una birra ghiacciata e schiumosa, lei se la mandò giù volentieri. - Be’, come mai così allegra? - Ho avuto una bella notizia. - …uomini? – chiesi anche se avrei preferito non farlo. - Naaaa, niente uomini. Sei geloso, Ale Micidiale? - Ma no… - touchè – era tanto per chiedere. Allora che bella notizia è? - Mmm… Non mi va di parlarne adesso. Facciamo qualche gioco. - Tipo? – cosa aveva per la testa?Aveva bevuto mezza pinta in due minuti e sembrava avere parecchia altra sete. Mi chiese: - Qual è la canzone che ti fa impazzire ma non lo ammetteresti mai?Facile, questa la sapevo. 30
  • 31. Stefano Zamboni _ Brescia, 2010 _ zamboni.stefano@gmail.com _ Edizioni Hìgnur Music Ltd. - “Murder On The Dance Floor” di Sophie Ellis Baxtor. - Eh? Che razza di canzone è?Gliela canticchiai in falsetto. - No, non la conosco.Meglio così. Mi tornò comunque alla mente lo sguardo annoiato ed aristocratico di Sophie EllisBaxtor e la mia voglia di farglielo passare a colpi di cazzo. Pardon. Scusatemi. Ho trasceso. - E la tua? – chiesi. - Ah. “Walk Like An Egyptian” delle Bangles. - Esci da questo bar. – dissi serissimo.Lei rise e vuotò la pinta di birra. Era bella quando rideva. Era bella e basta. - Dai dammene un’altra, e fattene una anche per te!Mi diressi verso la spina muovendomi come un egiziano, lei sorrideva e non mi toglieva gli occhidi dosso. In un anfratto della mia testolina qualcosa mi informò che avevo detto e pensato pestee corna di lei da quando l’avevo vista, e adesso soltanto la sua attenzione un po’ brilla mi facevadimenticare tutto. Gli uomini hanno dei cervelli penosi, capaci di astrarre, ruotare, riprodurre,concepire complessi sistemi di meccanica quantistica e nucleare, e poi restano tutti fulminati dauna vaga possibilità di scopare. - Allora, perché sei finito a lavorare in una radio? – mi chiese.Aveva già un vago timbro da sbronza nella voce. Ebbi la tentazione di buttare sul bancone unbel sacco di balle clamorose, tipo che ero stato volontario in Somalia, che avevo giocato nelManchester United, che ero nel programma protezione testimoni antimafia, cose del genere.Ma mi venne da essere sincero. - Uhm, ho fatto un po’ il magazziniere, un po’ il ragioniere… Speravo di diventare un musicista, suono la chitarra, ho avuto un sacco di gruppi e fatto un sacco di concerti, ma non è andata. Poi Tramezzino mi ha detto che c’era la possibilità di lavorare in questa cavolo di radio ed eccomi qui. Tu? - Una mia amica, ha conosciuto… il signor Bruffoni… in uno strip bar! – disse ridendo. - Eh? Davvero? Ma non è che ce l’hai conosciuto tu in uno strip bar? - No, no, davvero una mia amica. E’ lesbica! Io non ci sono mai entrata in uno strip bar. - E la tua amica lesbica? Ci ha mai provato con te? – ma cosa diavolo mi passava per la mente per farle una domanda simile?Aida sorrise mentre teneva fermo il boccale della birra all’altezza del naso e ne fissava il fondo. - Sì, una volta ci ha provato. Ma non ti voglio raccontare nulla di com’è andata. Maiale. - Eh eh eh. – piazzai lì quella risatina da sfigato.Ebbi un flash in cui vidi Aida attorcigliata ad un’altra ragazza e mi si riempì il naso di profumiesotici di harem e mille e una notte. (Mi piacerebbe dire che fu il mio animo poetico a dipingerea quel modo la scena ma in realtà stavo ricordando un film porno di Jenna Jameson) Poil’abbinamento donna-donna mi condusse inevitabilmente all’abbinamento uomo-uomo e rividiil grosso pene pendulo di Thandy davanti ai miei occhi. Per la miseria ma per quanti anni ancorami avrebbe perseguitato quel ricordo?!?!?Cercai di cambiare argomento in modo anche piuttosto brusco e raffazzonato: - Ti piacciono i film?Che domanda stupida, come chiedere a qualcuno se gli piace la coca-cola, se gli piacciono lelasagne, gli orgasmi. Lei sorrise come se avesse colto nei miei occhi qualcosa del mio perversolavorio mentale e del mio successivo imbarazzo. - Certo – rispose – a chi non piacciono i film? Qual è il tuo preferito? - Ah… Direi… “Mediterraneo”, o forse… “I Guerrieri Della Notte”, oppure… “I Soliti Sospetti”… - Non c’entrano l’uno con l’altro! – disse Aida riportando la birra alla bocca. - Già, dev’essere per quello che non so scegliere. Ehm, devo servire quei due ragazzi. Arrivo subito. 31
  • 32. Stefano Zamboni _ Brescia, 2010 _ zamboni.stefano@gmail.com _ Edizioni Hìgnur Music Ltd.Mi spostai verso due ragazzotti che si erano appena seduti al bancone e gli spillai due birredoppio malto, poi tornai da Aida. - E qual è il tuo film preferito? - Mmm, non saprei, forse “Colazione Da Tiffany”… Adoro il personaggio di Audrey Hepburn…Che film era “Colazione Da Tiffany”? Cioè sapevo che esisteva ed era famoso, ma non mi eromai preso la briga di guardarlo, nemmeno mi era mai passato per la testa. Tiffany era un negoziodi gioielli, io non guardavo film che parlassero di negozi di gioielli a meno che non venisserosvaligiati con un adeguato spargimento di sangue. - Non me lo ricordo molto bene… - La canzone te la ricorderai!Aida intonò un motivetto che riconobbi subito: - “Moon River”, di Herny Mancini! Quello che ha fatto anche la colonna sonora della “Pantera Rosa”. - Ma che bravo! Lo sai fare il tuo mestiere. Le conosci le canzoni. Il regista è lo stesso, per quello Mancini ha fatto la colonna sonora di tutti e due. - Che? – caddi dalle nuvole, mi stavo gongolando in quel “lo sai fare il tuo mestiere”. - Il regista dei due film, “Colazione da Tiffany” e “La Pantera Rosa”, è lo stesso, Blake Edwards. - Ah! – Chi? Ne sapevo quanto prima in effetti. – Be’ tu ti intendi di cinema, dovresti curarne una qualche rubrica. - Già forse lo farò. – e si attaccò nuovamente alla birra – All’inizio del film lei dice che il negozio di Tiffany la fa stare bene anche nei giorni in cui lei ha le paturnie. Allora l’uomo che ha appena incontrato le chiede se con paturnie intende quando è triste, ma lei gli risponde che non è la stessa cosa, che la gente è triste quando si accorge che sta ingrassando oppure quando piove. Le paturnie invece sono diverse, peggiori, sono cose orribili, sono come un’improvvisa paura di non si sa che… Tu ce le hai mai le paturnie? - Io? – oh cavoli non riuscivo a stare dietro al filo del discorso, cosa mi succedeva insomma?Certo che parlava con me. Le paturnie… Non che avessi la definizione di paturnia stampata nelcervello ma mi ricordava fortemente quella spiacevole situazione di qualche giorno primaquando stavo per sfasciare la mia Gibson Les Paul. - No, io non ce le ho mai le paturnie. – mentii – E comunque quando piove in genere non sono triste. – almeno questo era vero. - Beato te. Io divento sempre triste quando piove. Forse dovremmo stare insieme quando piove, così mi tiri un po’ su.Io non risposi nulla, ma credo che allargai tanto il sorriso da toccarmi le orecchie con gli angolidella bocca. Era il verbo “stare” che mi faceva impazzire. Voleva dire tante cose, potevasignificare “fare l’amore”, come semplicemente “passare del tempo insieme” guardando“Colazione da Tiffany” o giocando a “Monopoli”. Comunque significava “esserci”, e visto cheincludeva me e lei era fantastico.Un momento.Dov’era finito tutto il mio rancore nei confronti di Aida?!Non potevo essere crollato così! Potevo tollerare l’istinto sessuale che una bella donna giovanecome lei mi scatenava in corpo, ma questo melenso desiderio di “stare” semplicemente con lei,giocando ad un gioco in scatola che avevo sempre odiato e guardando uno sdolcinato film dicinquant’anni fa… Era troppo.Vabbe’ era inutile adesso biasimarmi.Ormai mi aveva fregato. Forse era successo quando aveva canticchiato “Moon River”.Quando avevo pressappoco ventuno o ventidue anni mi innamorai follemente di una ragazzamentre ero in vacanza al mare con gli amici. Era carina, molto carina, ma sono quasi certo chemi innamorai di lei perché la sentii canticchiare “1979” degli Smashing Pumpkins. 32
  • 33. Stefano Zamboni _ Brescia, 2010 _ zamboni.stefano@gmail.com _ Edizioni Hìgnur Music Ltd.Ma in effetti quel mio amore folle non doveva essere stato poi così folle perché passammoinsieme l’ultima settimana di vacanze ma poi non ripensai più a lei fino… ad adesso!Come si chiamava poi? Boh.Nella mia testa me la prendevo con Aida con il broncio da fidanzato perché lei aveva appenaconquistato il Parco Della Vittoria. - Sei brava a giocare a Monopoli? – mi scappò inavvertitamente. - No. Ho sempre odiato Monopoli! - Pure io! – e scoppiai a ridere sinceramente questa volta. E pure lei.Lei finì la sua birra e poi cercò una banconota in tasca. Disse: - Adesso devo andare, sei stato carino a chiacchierare con me stasera… - era brilla.Mise la banconota sul bancone ma io le fermai la mano e gliela spostai indietro. - Dai lascia stare, offro io…Aida non disse niente ma si allungò e mi diede un bacetto sulle labbra. Rimase un attimosospesa sul bancone, poi me ne diede un altro decisamente più lungo e appassionato, con tantodi lingua e sapore di birra. In genere ero io quello che distribuiva lingua al sapore di birra, manon protestai affatto, nemmeno un po’, neanche un pochino. Si staccò da me e dal bancone, miguardò dritto negli occhi e poi se ne andò. Uau. Cazzo.I due ragazzi al bancone con le birre doppio malto mi guardarono come se fossi il più grandebarista sulla faccia della terra, e come se fare il barista fosse il miglior lavoro sulla faccia dellaterra.Fu una bella serata. Quella.Nei due giorni che seguirono io e Aida ci scambiammo ancora qualche bacio nascosti dietro lamacchinetta del caffè o direttamente nel cesso, come degli adolescenti a scuola. Ebbi delleemozioni grandissime, cose che mi ero dimenticato. Capii Tramezzino che mi indicava quel culoper strada e mi diceva che né i Pink Floyd né i Beatles avevano mai fatto nulla di simile. Lecanzoni cantavano l’amore ma non erano l’amore.Disarmato dei miei sogni di conquista e di ribalta, sedotto dalla giovane bellezza di Aida,appoggiato alle sue labbra morbide, sospirai e godetti dell’Adesso.E quelli furono due giorni speciali, indimenticabili.Lo fu anche il terzo giorno, il sabato, quando Aida disse che era stata contattata da una radionazionale, che quando le sarebbe scaduto il contratto alla fine del mese ci avrebbe lasciati percominciare la sua nuova carriera. Lo diceva a tutti nella stanza, c’eravamo io, Tramezzino, lasignora Capelli, quel figlio di puttana di Bruffoni, lo diceva a tutti, ma quel suo sguardo un po’colpevole era tutto per me.Non le dissi nulla per tutto il giorno.Lasciai per ultimo la radio quella sera, mentre la registrazione di Sbruffoni By Night girava su“All I Want Is You”. Mi venne in mente il video della canzone, e non potei che sentirmi triste ein bianco e nero come il nano degli U2.Nei giorni successivi lei decise di comportarsi come se non fosse mai successo nulla.Ed in effetti non che fosse successo granchè, però quei baci c’erano stati ed erano tra i piùsinceri che avevo dato nella mia vita. Però non ero più sicuro che fossero tra i più sinceri cheavessi ricevuto.Chissà se era così che si sentivano quelle ragazze che si innamoravano di me mentre io mi cidivertivo soltanto. Stavo in un piccolo inferno del cuore sperimentando la legge delcontrappasso.Aida si comportava da persona profondamente immatura, semplicemente cancellando alcuniistanti e tirando dritta fino alla fine del mese, quando avrebbe caricato le sue cose sulla macchinae sarebbe partita per una città più grande, una radio più grande, un futuro più grande. 33
  • 34. Stefano Zamboni _ Brescia, 2010 _ zamboni.stefano@gmail.com _ Edizioni Hìgnur Music Ltd.Io la imitavo perché ero al contempo una persona immatura, e tiravo avanti fino alla fine delmese dopo il quale almeno sarei stato nuovamente il re della mia piccola radio, della mia piccolacittà, nel mio piccolo futuro. Tutto rannicchiato.Provavo una grande tristezza per quel piccolo amore che non avevo voluto, che comunque eranato, e adesso era sfiorito nel modo più noioso e banale, il modo del non consumato, il mododel non espresso, del “non era nulla di importante”.Stavo in silenzio sul mio letto, ascoltavo musica, guardavo il soffitto.Una sera avevo nello stereo “Creuza De Mà” di DeAndrè. Quando arrivò alla terza traccia,“Sidùn”, sentii la tensione crescermi nelle palpebre, mentre il buzuki risuonava di arpeggi estrappi e la voce di Faber incarnava il dolore senza misura di un padre che piangeva sul cadaveredel figlio, dopo lo sterminio di un campo profughi.I genitori non dovrebbero mai sopravvivere ai loro figli.Non avevo mai perso un parente stretto, ma ero stato ad un paio di funerali di ragazzi con cuiavevo suonato.Alberto Pic Indolor, come diceva il suo nome, era morto di overdose. Era stato l’unicoeroinomane che avessi mai conosciuto. La sua era una razza che si era autoestinta nei primi annidella mia infanzia, non saprei dire perché ci fosse finito dentro. Non sapevo se perché avevatroppi problemi a casa o perché non ne aveva affatto. Suonava il basso. Suonai con lui quattro ocinque volte al massimo. Però anche dopo ci incontravamo di sfuggita perché il complesso incui suonava lui condivideva la stanza prove con il complesso in cui suonavo io.Una sera il suo cantante mi telefonò avvisandomi che lo avevano trovato in un vicolo ancoracon la spada nel braccio.Andai al funerale, credo per curiosità soprattutto, perché non ero mai stato ad un funeraleprima. Rimasi in fondo, non vidi granchè, non sentii granchè, ricordo che piovve.Diego Manovella era un bravo ragazzo che suonava la batteria e la suonava pure bene. Poi unasera sbandò con la macchina, non si caspisce perché, era uno che andava piano, non beveva,comunque sbandò e poi lo travolse un grosso autoarticolato. Al suo funerale ci andai perché mela sentivo, perché non mi sarei perdonato di averlo saltato. Vidi i suoi genitori e sua sorella neiprimi banchi, sentivo il vibrare della loro rabbia e desolazione e disperazione a metri e metri didistanza.Anche quel giorno pioveva.Per Diego avrei potuto starci male, male davvero, ma non lo feci.Il mio istinto di autoconservazione rigettò rapidamente anche quell’Adesso per relegarlo in unangolo di quasi finzione che aveva l’aria falsa e imbarazzata di credersi un Mai.Sdraiato sul letto ebbi la fugace intuizione che le giornate di pioggia in futuro avrebbero potutorendermi triste.Era un peccato perché l’acqua dal cielo mi aveva sempre rilassato.Io di quel dolore così grande di cui parlava DeAndrè, di cui aveva sofferto la famiglia di DiegoManovella e di Alberto Pic Indolor, non ne sapevo proprio niente. Per fortuna non avevo maidovuto sperimentarlo e non avevo mai voluto fermarmici a riflettere.Mi sembrava ridicolo farlo adesso soltanto perché in fondo mi sentivo preso in giro da unaragazza, non mi sembrava una cosa adeguata, anzi un affronto a chi di sofferenza ne avevadovuta mandar giù a cucchiaioni. Mi sentivo uno stupido ma questo non allontanava ilsentimento buio che mi stava addosso. Credevo che pensare ad un dolore grande quanto quelloavrebbe dovuto alleviare il mio così sciocco e passeggero.Ma non fu così, e forse non lo è mai.La miseria ama la compagnia, l’amore sa gioire della felicità altrui.Perdere un’amore fa sempre male.Quando “Sidùn” arrivò alla coda finale esplose il coro di disperazione e lamento e le lacrime mirigarono il viso. Il mio bambino morto era quell’infatuazione che scalpitava per diventare amore,per diventare qualcosa di grande nel futuro, ma più grande di qualsiasi altra cosa era il vuoto cheaveva generato. 34
  • 35. Stefano Zamboni _ Brescia, 2010 _ zamboni.stefano@gmail.com _ Edizioni Hìgnur Music Ltd.Il vuoto ed il dolore andavano ben oltre tempo e spazio.“Ayaah yaaaah, Ayaaa-aaaahhh yoooo”Nella tristezza mi sentii fratello di tutti, cittadino del mondo, partecipe della storia livida dellarazza umana. Mentre singhiozzavo pensavo a quanto fosse dura, a quanta fatica costasse ognisingolo respiro, ma non pensai che fosse brutta, soltanto ingiusta e profondamente dolorosa.La vita mi piaceva, anche quando me ne lamentavo, e lamentarmi era il mio principalepassatempo, alla vita le volevo bene. Ma innegabilmente a volte sapeva essere macchinosamentestronza e sadica.A volte sembrava un film sgranato, neorealista ed agrodolce.Altre volte direttamente un film dell’orrore. 35
  • 36. Stefano Zamboni _ Brescia, 2010 _ zamboni.stefano@gmail.com _ Edizioni Hìgnur Music Ltd.2.“Un Tramezzino Chiamato Desiderio”Parole di Ruggero TancrediI primi cinque minuti di cammino li faccio guardandomi attorno con sospetto e un filo dipanico.Qualche sera fa quando sono entrate la zingarella e Gu al Malebolgia ho avuto un attacco dipuro terrore, come se fossero venute a prendermi le SS. Basta solo ripensarci per farmi tornare ilgroppo allo stomaco, una pessima sensazione.Soprattutto perché in fondo si tratta di una sensazione piuttosto nuova per me, le donne non mihanno fatto mai paura, altrimenti non avrei potuto averne così tante.In fondo con mamma e due sorelle ho dovuto imparare a farci i conti subito.Adesso riprendo un po’ della mia disinvoltura e procedo spedito verso la mia nuova casa.Abito soltanto da un qualche mese nella villetta che mia nonna mi ha lasciato in eredità.Mia nonna aveva soltanto quella, e non è mica poco, credo me l’abbia lasciata perché ero il suounico nipote maschio, perché comunque le ero sempre piaciuto. I miei tanto sono sistemati e lemie sorelle pure. La mia nonna Rachele. Che nonna cazzuta.Mia nonna era ebrea e aveva avuto il suo bel daffare a sopravvivere alle leggi raziali, dopo laguerra si era sposata con mio nonno, un uomo di palle quadrate profondamente ateo ecomunista.Dalla loro unione nacque mio padre.Figlio di un’ebrea e di un ateo comunista mio padre divenne un fervente cattolico.Si sposò con una donna egualmente religiosa e dopo due figlie femmine nacqui io.Figlio di due ferventi cattolici io divenni comunista e anticlericale, se non proprio ateo.Il mio quarto di sangue israelita mi aveva anche fatto prendere in considerazione di convertirmiall’ebraismo ma bastò sentire la parole “circoncisione” una sola volta che l’idea era fuggita via dicorsa, come prostitute nigeriane che scappano per i campi dai carabinieri.Comunque Chiesa e preti mi stanno indicibilmente sulle palle ma ho sempre avuto un deboleper Gesù, quel suo look così hippie, gli addominali eccezionali, questa sua simpatica abitudine digirare con puttane e rivoluzionari, poi non so se è lui che ha ragione oppure Maometto oppureBuddha, ma non mi sembra che sia il nocciolo della questione.Non so che nome abbia ma personalmente ho sempre creduto in Dio, in modo spontaneo edinnato, come in modo spontaneo ed innato mi viene da sdraiarmi su qualsiasi donna respiri. Oanche rantoli.Chi più chi meno i religiosi ce l’hanno un po’ sempre su con il sesso, bisogna farlo solo dasposati, sempre in modo kamikaze senza adottare precauzioni di sorta, ecco io non ho maineppure preso in considerazione la possibilità che fosse un insegnamento di Dio. Se la figa fossestata un peccato tanto grave Dio non sarebbe stato così bastardo da farla tanto interessante. Ealtrettanto malizioso da metterci a due centimetri il buco del culo, sapeva perfettamente che noimaschietti non avremmo potuto esimerci dal darci un’occhiata con il nostro bravo sondino.Sono certo che Sodoma era un centro del peccato, ma la storia delle inculate era solo unacopertura, cioè, vabbè che Dio è onnipotente, ma fiamme e zolfo che piovono dal cielo sonouna bella produzione hollywoodiana, non aveva senso sprecare cotanti mezzi scenici soltantoper qualche chiappa chiacchierata.Comunque mentre me ne sto tornando a casa non ho solo queste profonde speculazioniteologiche in testa, ma bensì sto canticchiando “Enter Sandman” dei Metallica. Ogni tanto miscopro ad agitare la testa avanti e indietro e a scimmiottare con le mani l’utilizzo di una chitarraimmaginaria. 36
  • 37. Stefano Zamboni _ Brescia, 2010 _ zamboni.stefano@gmail.com _ Edizioni Hìgnur Music Ltd.Fortunatamente me ne frego totalmente del pensiero altrui, altrimenti mi sentirei dannatamenteimbecille.Da quando ho perso i capelli sulla punta della testa me li tengo praticamente rasati e ho unrimpianto sconfinato dell’headbanging.L’headbanging (scuotimento del capo, in inglese tutto si incolla in una parola ed è più semplice)consiste in quella pratica tribale tipica dei metallari che lanciano avanti e indietro la capocciafacendo sventolare i capelli. La sensazione dei capelli che si agitano è eccezionale, milioni dipiccoli orgasmi che si producono nei follicoli piliferi. Non la posso più provare purtroppoquesta sensazione. Questa è una delle poche cose che mi fanno sentire vecchio, anzi invecchiato.Il motivetto in chitarre elettriche e batteria termina e lascia posto alla sigla dei Simpson.La sigla dei Simpson me la canticchio mentalmente una ventina di volte al giorno, spesso fadirettamente da intermezzo tra due brani. Io non ho bisogno del lettore mp3 da passeggio edegli auricolari nelle orecchie. Non ho fatto altro che ascoltare musica da quando sono nato.Certo purtroppo erano le mie sorelle più grandi ad avere il controllo dello stereo e quindi misono dovuto sorbire anni e anni di Baglioni, Battisti, Nino Bonocore!!! (Sì, cazzo, NinoBonocore!!!!).Però poi mi sono emancipato.Il primo disco che mi sono comprato è stato “Ten” dei Pearl Jam e ne vado piuttosto fiero.Adesso la sigla dei Simpson è finita e una voce metallica e rallentata annuncia l’inizio di “IronMan” dei Black Sabbath. Headbanging cadenzato.Non ho alcuna intenzione di muovermi dal mio divano stasera, non con la zingarella e Gusguinzagliate in giro a cercarmi. Oddio in verità la zingarella sa dove abito, l’ho fatta gridarecome una partoriente per tutta una notte in camera mia. Spero abbia il buon gusto di nonvenirmi a suonare il campanello.Comunque abbasserò le tapparelle e terrò tutte le luci spente.Credo che stasera mi guarderò “Dal Tramonto All’Alba” oppure qualcosa di Carpenter, tipo“Distretto 13: Le Brigate Della Morte”, oppure “Grosso Guaio A Chinatown”.Ho bisogno di rilassarmi.In genere o guardo video di Gwen Stefani o metto su una compilation di scene di GwynethPaltrow, ma da quando ho incontrato Gu queste cose mi mettono ansia.In verità tutti i film sentimentali mi hanno sempre provocato intensi attacchi di panico. I filmcon Gwyneth Paltrow sono un’eccezione perché lei è la Mia Ragazza.Gli horror mi tranquillizzano mentre le storie d’amore mi mettono la pelle d’oca.Questo è uno dei motivi per cui non lascio mai che siano mai le ragazze a scegliere cosa si va avedere al cinema, tutte le volte mi fregano in un qualche sistema. Una volta una mi ha detto: “E’un bel film, ti piacerà, c’è un tipo che fa le corse in moto”. Seee. Corse in moto una sega. E’finita che mi sono dovuto vedere “Tre Metri Sopra Al Cielo” con la tipa in parte che mipiangeva e io cercavo disperatamente un punto di pressione vicino al muscolo trapezio perautostordirmi, con quella mossa che faceva Spock, avete presente?Un’altra volta, mi hanno detto “E’ un horror, ci sono i vampiri!”. E mi sono dovuto guardare“Twilight”. Non è un film con i vampiri, nei film con i vampiri c’è sempre un sacco di sangueche schizza, paletti piantati nei toraci dei non morti, cose di questo genere. Mica smancerie ovampiri che giocano a baseball o con la pelle scintillante.Dire che “Twilight” è un film sui vampiri è come dire che un convento delle Orsoline è unposto pieno zeppo di fighe: nella pratica è anche vero, ma sappiamo tutti che stiamo parlando dicose diverse.Come dicevo non ho paura delle donne, ma le relazioni sentimentali un pochino mi spaventano,mi rendono quel filino claustrofobico.Purtroppo inoltre tutto questo cinema e questi telefilm di amori adolescenziali stannoimportando un sacco della peggiore ipocrisia americana. Non ho niente contro gli Stati Uniti edil loro popolo, anzi ne apprezzo la passione ed il coraggio, ma certe cose sono proprio puerili, 37
  • 38. Stefano Zamboni _ Brescia, 2010 _ zamboni.stefano@gmail.com _ Edizioni Hìgnur Music Ltd.qui siamo in Europa, abbiamo quei due millenni di storia in più, stiamo bene nel nostrodisincanto.Quindi mi mettono ansia tutti questi film dove gli amanti prima o poi devono suggelare la lororelazione pronunciando le fatidiche parole “I LOVE YOU”, ti amo. Prima che arrivassero i filmamericani era palese che si trattasse di una puttanata. Posso dirti ti amo e poi cacciarti fuori dicasa mia a calci in meno di un’ora.Oppure i genitori ed i figli che si abbracciano e si dicono “ti voglio bene”. Ammetto che dallemie parti non ci si lascia molto andare alle smancerie, ma amarsi e volersi bene sono le tipicheattività che devono essere dimostrate in cento modi diversi tranne che a parole.E un’altra cosa che mi fa rabbrividire della cinematografia d’oltreoceano è l’agghiacciantedefinizione “fare sesso”. Eh?!?!? Modestamente sono stato con almeno un duecento donne dache ho cominciato a darci, e sto arrotondando per difetto, quindi so di cosa stiamo parlando.Con questo numero di femmine qualche volta ho fatto l’amore e migliaia di volte ho scopato,ma non ho mai “fatto sesso”.Io al massimo faccio una passeggiata, faccio una torta, mi faccio una sega, ma non “facciosesso”.Mentre mi perdo in queste altre profonde digressioni anche la canzone dei Black Sabbath èfinita e mi sto ascoltando mentalmente la suite nr.1 di Bach per violoncello.Le femmine al cinema vogliono vedere film d’amore, io film con i morti.Eros e thanatos. Si dice così, no?E comunque non sono mai riuscito a stordirmi con la mossa di Spock e comincio a pensare chesia tutta un’invenzione.Ho superato da un bel pezzo l’edicola di Natalino, simpatico pervertito, adesso sto camminandoin costa al parco.Non riesco a non pensare alla notte sfrenata con la zingarella, alla sua fantastica disponibilità, aicolpi di tosse e gli occhi lacrimanti mentre lasciava che le affondassi in gola. Simpaticaputtanella.Diceva di avere vent’anni o giù di lì, ma forse non era nemmeno maggiorenne.Ma tanto era una zingara, non si sposano mica attorno ai tredici anni quelle?In effetti non sapevo nemmeno quanto fosse veramente una zingara. Dai tratti e da come siconciava, e soprattutto dal dente d’oro in bella vista, non sembravano esserci dubbi. Ma forsenon viveva in un campo nomadi, era molto pulita, altrimenti certe cose non mi sarebbe venutavoglia di fargliele.Butto un’occhio al buio del parco e vedo muoversi veloce un’ombra, mi sembra un grosso canenero.Credo si fermi a guardarmi.Poi sparisce.Non sono del tutto certo di quello che ho visto, ma non ho alcuna intenzione di trovarmi condavanti un cane grosso come una mucca con la bava alla bocca, per quanto improbabile sia.Attraverso la strada e cammino fiancheggiando i muri delle case. Ancora due o tre minuti e sonoarrivato.La casa di nonna Rachele è un po’ fuori mano, non ci sono costruzioni attorno, questo la rendequasi unica, in questa città dove si è costruito ovunque si potesse costruire e anche oltre.Unica e un po’ spettrale, con i suoi centocinquant’anni di vita.Essere il possessore di quel posto mi da lustro, mi fa sentire un lord inglese, quando ci porto ledonne so di per certo che le avrò, perché se io sono così fortunato da possedere un fascinonaturale quella casa me ne conferisce di ulteriore.Certo è un po’ grossa per me, quindi tengo metà delle stanze chiuse per non doverle pulire.Non ho cambiato quasi nulla, soltanto mi sto costruendo la Mia Stanza Sacra, dove appendotutti i calendari di Max che colleziono da più di un decennio. Dentro c’è anche uno scatolonecon dentro oggetti vagamente sacri. Il candelabro ebreo di mia nonna, che credo si chiamiMenorah, e la Bibbia cristiana di mio padre. Mi piace mischiare il sacro con il profano. 38
  • 39. Stefano Zamboni _ Brescia, 2010 _ zamboni.stefano@gmail.com _ Edizioni Hìgnur Music Ltd.Credo che comprerò anche un Buddha, una statuetta della Dea Kalì ed una copia del Corano.Arrivo nello spiazzo scuro in mezzo al quale sorge casa mia, attorno ci sono filari di alberi. Anord parte una strada che poi finisce in tangenziale. A sud si sviluppa la città. A est c’è il parcoche ho appena percorso. A ovest un quartiere residenziale con ville ben tenute e cancelli pesantiche suggeriscono antiche nobiltà, e antiche barriere.La casa di mia nonna non è recintata, adesso che la guardo nel buio sembra un po’ la casa degliAddams. Quanto mi sarei fatto Morticia.E mentre cerco di farmi venire in mente qualche parola in francese che tanto piacevano aMorticia raggiungo il portone e rimango di gesso, appropriatamente.Con un gesso bianco da lavagna qualcuno ha tracciato un ghirigoro sulla vecchia porta di legnoscuro e spesso. Non ho idea di che cazzo sia. Non sembra cinese, non sembra arabo, nonsembra nulla che io abbia mai visto prima.E io non so se è la sera ed il cane nero che mi sembra di aver visto prima, o se il pensiero dellazingarella che non mi abbandona, ma in quel ghirigoro ci vedo una qualche schifo dimaledizione.Nella mia testa sento la voce stridula e zoppa di Robert Johnston che canta “Hellhounds On MyTrail”, affanculo, non ci stava proprio adesso. Cerco di sostituirla con un qualche motivetto manon mi riesce.Con un dito provo a cancellare il segno bianco di gesso, ma ovviamente non faccio chespargerlo su maggiore superficie. Uffa. Non ho alcuna voglia di venire fuori con spugnadetersivo e cazzi vari per pulire sto affare. Ci penserò domattina.Guardo “Dal Tramonto All’Alba” e anche stavolta mi trovo ad ammirare il tatuaggio gigante diGeorge Clooney, mentre devo ammettere che Juliette Lewis a me non attizza. Stranamente.Comunque ecco, questo è un film di vampiri, mica quella cazzata di “Twilight”.Anche se l’attrice di “Twilight” invece mi attizza una cifra.Eh, non si può pretendere la perfezione.Mi metto a letto e mi addormento.Poi credo di sognare, o di essere nel dormiveglia, quando vedo che dalla parete di camera miacomincia a colare un liquido denso e scuro.Mi tiro su a sedere e mi stropiccio gli occhi.Mi si sono messi a sanguinare i muri? Ma dai.Resto impietrito seduto contro la testiera del letto ad osservare la macchia che si dipana sullaparete. Se è un sogno è un sogno di merda. Se è la verità ci sono un sacco di domande senzaspiegazione e un fottuto lavoro di pulizia e ritinteggiatura della casa che mi aspetta.E’ uno schifo di maledizione.Un uomo razionale non dovrebbe credere a simili baggianate.Ma io sono tutto fuorchè un uomo razionale, è così noiosa la razionalità. E quindi io credo unpo’ a tutto. Tanto l’avevo capito subito quando avevo visto quello scarabocchio in gesso sullaporta che c’era qualcosa di fastidioso nell’aria.Menata.Ma chi potrebbe avercela con me tanto da lanciarmi una maledizione?Da solo in camera mia, senza sapere se sto dormeno o meno, ridacchio da solo per quelladomanda retorica.Ho in testa una lista grossa quanto un elenco telefonico di donne che ho imbrogliato, uominiche ho sputtanato, gente a cui sto sul cazzo. Non ultima una zingarella che ho sedotto con igianduiotti e una donna che sembra essere l’incarnazione cittadina di Gwyneth Paltrow e GwenStefani (la Mia Ragazza e la Mia Seconda Ragazza). Ah, sì, ci sarebbe anche quel ragazzetto emoa cui ho tirato una pedata qualche settimana fa. Ma era solo un calcetto.Io scommetto sulla zingara.Mi alzo in piedi e mi avvicino alla parete, fisso la macchia.Sento un odore dolciastro. 39
  • 40. Stefano Zamboni _ Brescia, 2010 _ zamboni.stefano@gmail.com _ Edizioni Hìgnur Music Ltd.Non accendo la luce, non voglio accendere la luce.Non mi sembra sangue. Ma in effetti non ho esperienze di muri maledetti da cui sgorga sangue,e non so se è lo stesso sangue che mi esce dalle dita quando mi taglio con la carta, o dalleginocchia quando cado giocando a pallone.Vabbè, allungo il dito, raccolgo un po’ di quella sostanza scura sulla punta e ci do una leccata.Uhm, non male. E’ cioccolata, anzi Nutella, anzi gianduia.Non so come la zingarella abbia fatto ad infilare una vasca di gianduia nel muro di casa mia, macavoli è stata proprio brava.Io comincio a leccare gianduia dal muro.La sua in fondo è una dolce vendetta.Quello del mattino seguente non è un gran risveglio.Mi sento la pancia gonfia come se mi avessero pompato con un compressore, ho uno schifo disapore in bocca e nausea da vendere. Mi rotolo giù dal letto e scopro che tutt’attorno, sul letto esul pavimento, ci sono carte dorate di gianduiotti scartati. Una marea.Mi sento uno schifo.Non riesco a tirarmi in piedi che mi raggiunge un forte conato di vomito, lascio andare tutto sulpavimento della camera da letto. Vomito gianduia. E sangue.Cerco di alzarmi ma mi cedono le gambe e finisco parzialmente nella macchia del mio stessovomito. Ok, questa è una situazione del cazzo.Mezzo strisciando raggiungo i pantaloni e nella tasca il cellulare. Chiamo il 118 e poi rimangomezzo svenuto a terra.So che dovrò trovare il modo di alzarmi ad aprire la porta o i pompieri me la butteranno giù,non ho alcuna voglia di spendere denaro per sostituire il portone d’ingresso.Nello stato confusionale in cui mi trovo ho un brivido pensando che possa comparirmi davantidal nulla uno stronzo di ragazzino emo con la frangia da Hitler che mi tira una pedata nellostomaco.In qualche modo raggiungo la porta e la apro.Dopo qualche minuto i volontari in tuta arancio mi caricano sulla barella e quindisull’ambulanza.Applausi a scena aperta per Ruggero Tancredi, detto Tramezzino, che si fa ricoverare perun’intossicazione di gianduiotti.I giorni che sto in ospedale fanno schifo, ma è come scoprire l’acqua calda, i giorni in ospedalenon piacciono a nessuno, magari giusto agli ipocondriaci e ai tizi scemi di “Scrubs”.Io mi sento uno schifo, mi vengono a trovare mamma e sorelle, Ale, passano di sfuggita anchela Signora Capelli e Aida.Tutti mi portano dei gianduiotti.E’ proprio una bella presa per il culo, ci manca solo la scimmietta che suona l’organetto.Le cose buone sono che mi fanno le flebo e quindi non devo mangiare la sbobba ospedaliera ele infermiere sono dei cessi quindi non mi eccito. Non è mia consuetudine tirarmi pippe instanza con altri, tantomeno in questo caso in cui la condivido con un tizio sui cinquanta che miricorda il mio professore di italiano alle medie.Il mio professore di italiano alle medie era una creatura schifosa, aveva fiato di fogna e sputavacostantemente mentre parlava, anche a due-tre passi di distanza. Roba da andareall’interrogazione con l’ombrello e i gambali di gomma. La cosa che mi faceva più schifo del mioprofessore di italiano delle medie era il labbro inferiore costantemente umidiccio, una cosa chemi repelleva. Anche il mio vicino di letto aveva questa oscena peculiarità.Per i giorni in cui rimango ricoverato la mia radiolina mentale non funziona, quindi non hoalcuna colonna sonora. Mi rifiuto di ascoltare IL MARE IN CITTA’ perché in fondo sono inmutua e non voglio pensare al lavoro e poi ci resterei troppo male se dovessi sentire unaqualsiasi cosa di Sting. Quindi succede quello che prego sempre che non succeda mai: mi trovo 40
  • 41. Stefano Zamboni _ Brescia, 2010 _ zamboni.stefano@gmail.com _ Edizioni Hìgnur Music Ltd.immobilizzato, in silenzio, costretto a riflettere e dialogare con i miei demoni. E magari sitrattasse di demoni con le corna, gli occhi fiammeggianti e la coda ed il forcone, mi ci troverei amio agio… i demoni con cui ci si trova costretti a dialogare hanno sempre pressappocco lanostra faccia.Dunque.Qualche settimana fa sono al Malebolgia, ho la camicia aperta, sono sbronzo e sto gridando“Pandemoniooooo!!!”, come nelle serate migliori. C’è questa ragazzina di ventidue anni che nonmi toglie gli occhi da dosso, io mi avvicino bello come un gallo e lei mi lecca un orecchio.Io impazzisco quando mi leccano le orecchie.Non faccio a tempo a valutare se è il caso di portarla a casa mia che la tipa mi trascina nei cessi elì mi regala un quarto d’ora da Champions League, da Live At Wembley. Fantastica. Un regalodal cielo, non me la sono nemmeno dovuta sudare. Non ho dovuto cenare con lei, ascoltare lesue stronzate da ragazzina, fingermi interessato mentre mi spiega il mondo attraverso i suoigiovani occhi. Il mondo attraverso gli occhi di una donna di ventidue anni è una indicibile esconnessa rottura di coglioni. Ma anche attraverso gli occhi di una donna di trent’anni. In generecerco di pescare tra i venticinque ed i ventisette. Prima sono troppo stupide, dopo sono troppodisperate.Vabbè, vinco questo giro di giostra e ringrazio la vita.Dopo qualche giorno lei mi manda un messaggio sul cellulare, io vado a cercarla al Malebolgia elei mi da buca. Ci resto di merda. Mi sento stupido e ingenuo come una ragazzina, quando laragazzina dovrebbe essere lei. L’unica cosa che mi salva la serata è Ale ubriaco fradicio che siscambia coccole con Thandy e poi se la porta a casa.Ma il bidone non mi passa di dosso. E’ una questione di orgoglio, io avevo trentacinque anni,quella stronzetta tredici di meno, e mi prendeva per il culo! Non è così che funziona, sono gliuomini più grandi che prendono in giro le ragazzine, così gira il mondo.Credo che sia stato per quello che poi mi sono inventato quel numero con i gianduiotti e lazingarella.Raccontarle balle su balle e conquistare i suoi occhi da Bambi mi ha tirato su il morale, il suocorpo snodato mi ha tirato su il morale. Come ho già detto non credo venisse da un camponomadi, non doveva essere completamente gitana o comunque non conduceva quella vita, eramolto ordinata e pulita. Lo so perché le ho fatto le polveri su tutto il corpo con la lingua.Mi ero sentito proprio un re della topa a lasciarle i gianduiotti per strada. Ed il fatto che leiavesse acconsentito a giocare mi aveva liberato da qualsiasi scrupolo. Non che io ne abbia poicosì tanti di scrupoli, intendiamoci. A casa mia tutto era andato come doveva andare, al terminedella sessione io mi sentivo come Goldrake, ma senza quelle banane ridicole al posto delleorecchie, quindi più figo di Goldrake.E lei mi aveva aggredito con gli occhi da Bambi.Mi aveva dato il suo numero di telefono e mi aveva fatto promettere che l’avrei richiamata.“Certo, come no!” avevo risposto e le avevo dato il mio numero. Falso.Forse avrei dovuto capire che le stavo provocando un dolore come quello che la ragazza delMalebolgia aveva provocato a me, anzi quel tantino di più, ma sono un idiota egoista e non lofeci.Tutti dicono che sono molto bravo a mentire, ma in verità non dico quasi mai bugie, ecomunque le più grosse le dedico a me stesso. L’unica cosa che pensai fu “Dannazione sa doveabito!”.E infatti un paio di volte me la ritrovai ad aspettarmi sulla porta di casa, ma avendola scorta dalontano mi ero defilato ed ero stato lontano fino a notte fonda. Una volta addirittura nonsapendo dove andare ero passato a trovare mia sorella Alessia e i nipotini. Cose da non credere.Comunque mi sentivo in pericolo, non certo in colpa.Sentirsi in colpa non ha alcun senso, è il motto del millennio. Ci sono banche che massacranointere nazioni, eserciti che bombardano villaggi di civili, compagnie farmaceutiche che fanno lacarità al terzo mondo con medicinali scaduti, io cosa avrò fatto mai da sentirmi in colpa? Ho 41
  • 42. Stefano Zamboni _ Brescia, 2010 _ zamboni.stefano@gmail.com _ Edizioni Hìgnur Music Ltd.tradito i sentimenti di una zingarella? Sì, ma qualcuno prima o poi avrebbe dovuto farlo, cioèquesto è il mondo, questa è la vita. Un giorno mi avrebbe ringraziato.I sentimenti tra l’altro sono la madre di tutti i mali.Impegnatevi ed immaginate di essere degli allegri omosessuali tutti nudi in un allegro trenino:davanti dai e dietro prendi. Tutti contenti, tutto fila liscio, lubrificato, finchè non ci si mettono dimezzo i sentimenti. Il bene (ma in questo caso anche il pene) comune va a scatafascio quandoun determinato culo dice di amare un determinato cazzo, e non vuole che quello e darsi solo aquello. E’ così che nascono le guerre. E’ da qui che parte la proprietà privata, l’invidia, la gelosia.E’ la tirannia dei sentimenti sulle sensazioni.Perché devo sentire con il cuore se già lo faccio con i genitali?!?!E’ una strada che porta inevitabilmente all’ipocrisia. E’ come la classe politica di questo paeseche pontifica su famiglia e moralità e poi va a riposarsi in piscine di cocaina e puttane. Nonpossiamo lasciar perdere famiglia e moralità e riposarci tutti nelle piscine di cocaina e puttane?E’ una questione di coerenza.E’ per coerenza che poi ho evitato Guendalina, era troppo pericolosa tra l’altro.Guendalina era pericolosa perché mi faceva puzzare di sentimenti. Assomigliava troppo alle mieDue Ragazze Ideali, poi aveva trent’anni, sembrava intelligente. No, no, per l’amor del Cielo!L’avevo vista in una libreria, avevo fatto lo scemo, avevo avuto il suo numero di telefono,l’avevo invitata fuori, era stata una bella serata, avevo sentito un tuffetto al cuore ecoerentemente ero svanito nel nulla senza nemmeno provarci, senza baciarla, senza sfiorarla, pernon rimanerci invischiato.Sono troppo vecchio per innamorarmi, ne morirei.Era venuta a cercarmi al Malebolgia. La stessa sera erano venute sia lei che la zingarella, avevoavuto la pessima sensazione che ormai il livello della merda fosse arrivato al mento, mi restavapoco da respirare e quello che respiravo era già merda, quindi avevo mollato lì il buon Ale checercava di capire se gli avrei fregato Aida.Aida. Avevo avvertito da subito una fortissima affinità con Aida. Per questo non mi fidavo dilei.Se era affine a me doveva essere per forza una stronza. Io so di essere uno stronzo.Ma io sono uno stronzo onesto. Lo sanno tutti che sono uno stronzo, lo sa pure mia madre.Soltanto la zingarella non lo aveva capito. Non la facevo così sprovveduta, avevo semprepensato che gli zingari fossero tutti furbi come volpi e con il cuore freddo.Poi alla fine mi trovo un ghirigoro che sa di malocchio sulla porta e mi sogno di gianduia chesanguina dalla parete, mentre nella realtà ne sto mangiando a fracche.Dopo che mi hanno dimesso ho ancora una settimana di mutua da passare a casa, mangiandoriso in bianco e bevendo acqua naturale. Non è vita ma posso farcela per una settimana.Passo un po’ di tempo ad arredare casa. Preparo la Mia Stanza Sacra, il mio Sancta Sanctorum.Per voi ignoranti spiegherò che il Sancta Coso era il luogo dove veniva deposta l’Arcadell’Alleanza. Sempre per voi ignoranti spiegherò che l’Arca dell’Alleanza è quella cosa checercano nel primo film di Indiana Jones. Una cosa da ebrei insomma, mia nonna era ebrea, vel’ho già detto.La stanza che scelgo è al centro della casa ed è senza finestre, quattro pareti perfette su cuiappendere dieci anni di calendari di Max, dalla Bellucci in poi. Al centro ci metterò unapanchetta su cui sedermi a riflettere e magari strozzare il pollo quando è necessario. Ci metteròanche il candelabro a sette braccia di mia nonna e la bibbia cattolica di mio padre. Così c’è tutto.I calendari sono il simbolo della bellezza immortale. Fotografie che non invecchiano, nondeperiscono, non diventano rugose. Basta stare attenti a dove si schizza e va tutto bene.Mentre sto appendendo scrupolosamente i calendari mi suona il cellulare.E’ Paola, una delle tante paole, anche l’altra mia sorella si chiama Paola.“Vieni da me stasera?” dice, non sa che sono stato male, ci sentiamo soltanto quando lei havoglia di scopare. E’ una mia coetanea, cerca ancora il principe azzurro, anche se ormai le 42
  • 43. Stefano Zamboni _ Brescia, 2010 _ zamboni.stefano@gmail.com _ Edizioni Hìgnur Music Ltd.andrebbe bene anche un po’ sbiadito, tipo carta da zucchero. Si vede che l’ultimo spasimantel’ha mollata e adesso lei si sente uno schifo, poco desiderabile, e io sono il suo modo perrisollevarsi un po’. Sono il suo zingarello, e a me sta bene. Non è uno schianto, sia chiaro, ma sail fatto suo.“Ok” le dico “Dopo le sette i medici della mutua non possono venire a rompermi le scatole, evengo da te!”.“Cos’hai?” lei mi chiede, forse è preoccupata che possa attaccarle qualcosa.“Un’intossicazione da gianduiotti!” le dico.“Davvero?” lei dice.“Davvero, non sto scherzando!”.“Come diavolo si fa ad intossicarsi con i gianduiotti?!” lei mi chiede.“Lascia stare” decido che se mai dovrò parlarne ancora dirò che era del fottuto pesce avariato.Un’intossicazione di dolci oltre che stupida è anche molto poco virile.Insomma attorno alle otto arrivo da Paola, lei si fa trovare in veste da notte e lingerie.Funziona così in genere: le volo addosso come una sciarpa e la bombo duro, poi magaribeviamo una birra, guardiamo una cazzata in tv e poi si riscopa. Io mi accorgo di non essereancora in formissima ma sprezzante del pericolo mi ci butto addosso.Ed è qua che la faccenda si fa grama.Perché il mio pistolino non da cenni di reazione, nulla, zero, niente, morte cerebrale.Ed il terrore che mi assale è monumentale.Io ho alcune fortune innegabili, piaccio alle donne e non faccio mai cilecca. Magari ogni tantovado di barzotto, o finisco in un paio di colpi, ma in qualche sistema lui ha sempre, ripetosempre, funzionato.Lei dopo un po’ si rende conto che non c’è trippa per gatti e, non senza un velo di delusione, midice “Guarda che prima o poi capita a tutti, è normale”, la solita stronzata che ogni donna primao poi è costretta a dire. Il punto è che a me di “tutti” non me ne frega un cazzo. Se vivessi in unmondo di impotenti e io fossi l’unico pene funzionante non ne sarei che contento. Gli altri leportano al cinema e le pagano la cena e io le chiavo. Perfetto.Cerco di tenere sotto controllo il mio panico, mi ripeto mentalmente che è colpadell’intossicazione, anzi teorizzo che i flebi che mi hanno fatto in ospedale fossero di dannatobromuro, ma la cosa mi rode e la mia natura vigliacca mi afferra.“No” dico a Paola “E’ colpa tua”.Sì, lo so, questa è da figli di puttana, lei ti chiama per concedersi e sentirsi bella e tu la incolpiperché il tuo sondino non da segni di vita. Ma ve l’avevo detto che sono uno stronzo.Ed è vero che sto mentendo, ma anche in questo caso più a me che a lei. A più di un uomo leinon sarebbe piaciuta, io ho la virtù di soprassedere e le avevo sempre dato una mano. Per cosìdire. Mento a me stesso perché so che non è colpa sua e tutto dovrebbe funzionare comesempre, il buco è buco e il cazzo non ha occhi. Ma stavolta la mia più grande certezza, il mio piùgrande vanto, mi lascia a piedi.Paola prende le mie parole come uno schiaffo, trattiene le lacrime e mi fa capire che prima milevo da casa sua e meglio è, io non mi faccio pregare. Me la fuggo da quella casa degli orrori.Torno a casa di corsa, decido che devo verificare.Mi chiudo nel mio Sancta Sanctorum.I calendari sono appesi tutti. Ho circa centoventi foto di strafighe da rimirare per riuscire adottenere un qualche risultato nelle mutande. Questo mi confermerà che era Paola ad essere uncesso e non io ad essere molle. Per forza (e via di bugie).Guardo e riguardo e cerco di stuzzicarmelo ma non succede nulla.Niente di niente.Mi siedo per terra e affosso il viso nelle mani. Eccoci, alla fine è successo anche a me.In realtà era stato messo in preventivo ma l’idea che non si scopi per colpa mia non fa cheviolentarmi. E’ colpa dell’ospedale e del bromuro. 43
  • 44. Stefano Zamboni _ Brescia, 2010 _ zamboni.stefano@gmail.com _ Edizioni Hìgnur Music Ltd.Non dovevo trattare così Paola. Dovrei chiamarla e chiederle scusa, non mi sto sentendo incolpa, ma mi dispiace se questo incidente mi preclude la possibilità di cilindrarla ancora unavolta ogni tanto.Ricordatevi che io sono un onesto, molto più onesto di voi, che magari vi autoconvincereste dichiedere scusa alla Paola di turno perché siete degli animi gentili. L’essere umano non è gentile, èsoltanto opportunista. Anche quelli che fanno del volontariato o della beneficienza, lo fanno perlustrare il proprio ego, perché adorano sentirsi buoni.Poi qualcosa succede. Non là sotto, ma qua sopra, nella mia testa.Per la prima volta da quando sono stato male sento nuovamente la musica girarmi in testa.Sono gli Wet Wet Wet, con “Love Is All Around Me”, l’amore è tutto intorno a me, che suonaanche come presa per il culo con il mio affare inerte ed i calendari appesi. Ma mi fa piacere, mimancava la mia radio cranica personale.Radio Cranica Personale, R.C.P. suona anche bene.Buono, sento che lo spirito è quello adatto, ho di nuovo il mio humor, ho di nuovo lecanzonette che mi passano spontanee per la testa, adesso mi alzo, guardo Elisabetta Canalis e mifaccio una sega!Mi alzo e comincio ad abbassarmi gaio i pantaloni quando vedo quello che vedo nel calendario.Nella fotografia non c’è Elisabetta Canalis con tutto il suo ben-di-dio in vista, ma una vecchiascheletrica, con la pelle aggrinzita, le ossa spigolose, il volto che è un teschio con i capellisporchi e grigi incollati addosso.Tiro un urlo fortissimo ed indietreggio.Urlo come urlano le ragazzine nei film dell’orrore, con la bocca spalancata e gli occhi chesembrano dovermi schizzare fuori. Il cuore mi pompa forte e le tempie mi battono.Guardo il calendario di Kartika, quello di Giorgia Palmas, la Ferilli, sono tutti uguali.Le donne ritratte sono degli esseri orribili, nemmeno tanto umani, sono immagini della morte,spettri materializzati al posto delle modelle.I paesaggi tropicali dietro sembrano intaccati ma hanno tutti una luce diversa dalle foto originali,una luce cattiva, un’atmosfera pesante.Allungo la mano contro un calendario, ne strappo una pagina, sotto c’è un nuovo scheletro chemi fissa con gli occhi desiderosi.Mi vengono le vertigini, mi sembra che i mostri nelle foto si muovano, che il paesaggiobidimensionale si allunghi, come se fossero delle finestre e quel mondo esistesse davvero oltre ilmuro della mia stanza.Grido, grido nuovamente con tutto il fiato che ho nei polmoni, vorrei uscire dalla camera manon vedo la porta, la porta è scomparsa, niente finestre ok, ma anche niente porta, sono muratovivo, mi gira tutto, muovo disperatamente le gambe con forza per proiettarmi fuori ma non sodove vado.Poi si fa tutto nero.Credo di aver colpito un muro e di essere svenuto.Credo perché non lo so per davvero.Mi sveglio che mi fa male la testa, ho i pantaloni attorno alle ginocchia e ci sono un paio dipagine di calendari strappate a terra. Quando mi allungo per afferrarne una mi accordo diquanto mi tremi la mano.Non so di cosa ho più paura, se rivedere uno di quegli scheletri minacciosi oppure vedere ilCalendario di Max come doveva essere. Non so se ho più paura di essere pazzo o che ci sia unaqualche bastardo che mi fa degli scherzi di pessimo gusto e devo trovarlo e spaccargli la faccia.Anche se non so di che razza di tecnologie dovrebbe disporre.Prendo lentamente la pagina e la stiro, Giorgia Palmas è lì nella cosa migliore che abbia mai fattoin vita sua: spogliarsi. Bella, bellissima, bidimensionale, come nei miei ricordi. Niente mostri.Ok, sono pazzo. Temo che dovrò tornare in ospedale e parlarne con qualcuno. 44
  • 45. Stefano Zamboni _ Brescia, 2010 _ zamboni.stefano@gmail.com _ Edizioni Hìgnur Music Ltd.Perché io naturalmente la prima volta che sono stato ricoverato non ho accennato al fatto checredevo di aver leccato via gianduia sanguinante dalla mia parete. Ho detto che ho mangiatotroppi gianduiotti. Non decine e decine come dimostravano le carte dorate sul mio letto. Perfortuna i volontari dell’ambulanza non si erano messi a contarli.Vado al pronto soccorso e racconto tutto.Tutto, insomma, pressappoco. Racconto della visione del muro che sanguinava gianduia e deimostri nei calendari di Max. Non racconto mica del ghirigoro di gesso sulla porto, ma nemmenodi Paola o della zingarella e men che meno di Gu. Irrilevanti.Mi fanno degli esami alla testa, sembra che non ci sia nulla per fortuna. Cioè ho il cervello, manull’altro che non dovrebbe esserci. Il dottore che ho davanti deve essere tipo un neurologo, michiede:“Fa uso di sostanze stupefacenti?”“No” rispondo ed è vero, ho smesso.“Ne ha fatto uso in passato?”“Eh, sì.”“Cosa ha preso? Acido lisergico? Mescalina? Ecstasy?”“Sì.”“Sì, cosa?”“Sì, tutto.”“Ah! Anche qualcos’altro?”“Eh… vabbè, marijuana e cocaina nemmeno le contiamo, ho provato i funghi allucinogeni, laketamina, la salvia divinorum, l’assenzio, l’oppio, la morfina… Direi tutto tranne eroina ecrack.”Il dottore mi guarda silenzioso e stupito. Mi sembra un tipo simpatico, mi sbottono del tutto:“In effetti l’eroina l’ho fumata una volta, ma più di quindici anni fa…”Il silenzio dura ancora qualche istante, poi il dottore finalmente parla.“Con tutta questa roba che ha preso in passato è strano che le allucinazioni le siano arrivatesoltanto adesso. Cioè, non è scontato che succeda, ma visto che gli esami hanno dato esitonegativo… Di recente ha avuto delle fonti di stress, è sotto pressione?”Ripenso alla ragazzina che mi scopa nei cessi del Malebolgia e poi mi bidona.Penso alla zingarella, a Gu.Penso ad Aida e alla riduzione di stipendio.Penso, dolorosamente, al mio pistolino inerte di fronte a Paola.“Sì, mi sento decisamente sotto pressione!” rispondo.“Allora le darò qualcosa per tenerla tranquilla sperando che sia la tensione a procurarle gliattacchi di allucinazioni e che si tratti di un problema temporaneo.”“Va bene, grazie.” dico, mi sta dando della nuova droga in fondo.E’ un tipo simpatico.Mentre cammino verso casa nella testa mi suona “Sonnet” dei Verve.E no, l’amore che voglio non suona come un sonetto. Non voglio nessun amore. Voglio che ilmio coso ricominci a funzionare, che le foto delle belle fighe nei calendari non si trasformino inmostri, che tutto torni alla merda di prima, che a me piaceva, piaceva davvero.A casa mi sparo l’ansiolitico in dose doppia rispetto a quella consigliata e mi svacco sul divano.Decido che film guardarmi. Stasera ho una malsana attrazione verso l’intrattenimento diindagine, cioè, cose tipo Il Commissario Montalbano, oppure chessò, il Dottor House, oSherlock Holmes.Come se volessi indagare sugli strani accadimenti degli ultimi giorni.Da giovane mi ero appassionato ai racconti di Sherlock Holmes perché nella prima pagina delprimo racconto che avevo letto il famoso investigatore non avendo alcuna indagine in corsoammazzava il tempo assumendo cocaina. Molto rock. 45
  • 46. Stefano Zamboni _ Brescia, 2010 _ zamboni.stefano@gmail.com _ Edizioni Hìgnur Music Ltd.Adesso in realtà non ricordo quasi nulla di quello che ho letto, mi rimane vagamente in testaqualcosa del romanzo più famoso, che era “Il Mastino Dei Baskerville”, dove c’era questogigantesco cagnone nero infernale che tormentava una dinastia inglese. Ma a ripensarci mi vienein mente quel cane scuro che ho visto rincasando qualche giorno fa, la sera prima di stivarmi incorpo un paio di chili di gianduiotti. Agito una mano nell’aria per dissipare i cattivi pensieri.Scorrendo le dita sulla mensola che sorregge i dvd mi imbatto in “Piramide Di Paura”, un cazzodi film proprio su Sherlock Holmes girato negli anni ’80 (musica di merda, ragazze con i capellicotonati e gli orecchini di plastica grossi come cerchioni, “Ritorno Al Futuro”… gli anni ottanta!– Bruffoni, quel figlio di puttana, prima o poi gliela avrei fatta pagare…).Mi rigiro un po’ sotto gli occhi la custodia, il produttore del film è Spielberg, un po’ storco ilnaso perché mi viene in mente Indiana Jones, l’Arca Dell’Alleanza e la mia brutta avventuranella mia Stanza Sacra. Vabbè o metto da parte ansie e pregiudizi o mi metto a dormire chefaccio prima, tanto non troverò un film che non abbia qualcosa che non mi ricordi qualcosa chenon voglio ricordare.Avevo una decina d’anni quando avevo visto questo film la prima volta. Ricordo che più di tuttomi terrorizzava la colonna sonora (Rametheeeep! Rame-thep!), e quel bastardo con la faccia dicane, una cazzo di maschera di Anubi, che tirava delle corde tipo sciacquone del cesso einondava le bare di ragazzine vive e cose del genere. Vabbè, era una vaccata di film ad ognimodo, non mi avrebbe messo ansia addosso, chi ha vissuto per più di un terzo di secolo nonpuò davvero emozionarsi davanti ad un film come questo.Nel momento stesso in cui apro la custodia mi suona il campanello e ho un piccolo sobbalzo.Insultandomi silenziosamente per quella strizza da giovinetta mi alzo e vado ad aprire.E’ Ale, è passato a trovarmi.“Oh, come stai?”“Dai, non c’è mica male. Mi sto un po’ rompendo i coglioni a casa da solo, lunedì torno alavorare.”“Meglio. C’è Andreino che ti sta sostituendo…”“Andreino è uno sfigato.”“Sì, ma non è così mezzasega come mi immaginavo. Cioè, forse non è facile essere un Andreinoa questo mondo. Lo facevo più debole forse…”“Questo perché tu non capisci un cazzo.”“Tu invece sì?”“Io invece sì. Io so che quelli come Andreino si fanno dubbi su tutto, si domandano sempre sehanno fatto la cosa giusta, si domandano sempre se si meritano quello che hanno, se potrebberofare di più, se hanno ferito qualcuno, come ci si deve comportare… Tutto un disastro diincertezze, credi che un debole potrebbe sopravvivere? Certo che no. La sensibilità è per i forti.”“Quindi noi non saremmo delle persone sensibili?”“Grazie a Dio no” rispondo.“Io non mi sento così, io sono sensibile!” adesso Ale ci stava rimanendo un po’ male.(Cazzi suoi)“Ascolta non sto dicendo che sei una merda, anche perché vorrebbe dire che io lo sono ildoppio. Dico che i nostri nervi per fortuna non sono tutti scoperti, o sarebbe una vitasgradevole.”“Ma io sono un sognatore, lo sai perfettamente…”“Per quella storia della vita da Led Zeppelin? Ma fammi il piacere! Ascolta: per lo più durante illoro periodo di celebrità i tuoi cari Zeppelin hanno scopato e si sono drogati, io ho fatto lostesso! Solo che io non suonavo ai festival, facevo l’operaio, il meccanico… E anche tu haiscopato e ti sei drogato, no? Quindi quello che ti manca è soltanto l’essere idolatrato, no?”“Mmm. Sì qualcosa del genere…”“Allora comprati un fottuto piedistallo e mettitici sopra! Oppure trovati uno straccio di donnache ti guardi con gli occhi innamorati e penda dalle tue labbra! Esistono, se cerchi bene letrovi…” 46
  • 47. Stefano Zamboni _ Brescia, 2010 _ zamboni.stefano@gmail.com _ Edizioni Hìgnur Music Ltd.“Perché cerchi sempre di farmi sentire uno stronzo ogni volta che parliamo?” mi chiede Ale.“Boh. Forse perché io mi considero uno stronzo e non ci vivo poi così male!”A parte nelle ultime due settimane.Ma sono cose di cui non mi va di parlare con Ale, lui è il mio migliore amico, e su questo non cisono cazzi, ma se vuoto il sacco e gli racconto che mi s’è ingommato il melone, che vedo i murisanguinare cioccolata e le fighe dei calendari diventare mostri, ho paura che diventi tutto piùreale.Meno reale è meglio è.Non mi va nemmeno di raccontargli del mio pistolino immobile a casa di Paola, ma di questonon ne parlerò mai con nessuno, anzi forse dovrei uccidere Paola così non potrebbe dirlo anessuno.Ale fa un respiro profondo e poi cerca di cambiare argomento:“Io non so se ci sto dentro con il nuovo stipendio liofilizzato che ci passa Bruffoni. Bruffoni ilbastardo.”“Bruffoni pagherà per i suoi peccati” taglio corto, scusa Ale ma non voglio parlare di cose tristi.“Non so se riesco a pagarci l’affitto di casa mia…” uhm, questa non mi piace.Mi sento gli occhi di Ale addosso anche se sto fissando la televisione, cosa vuole? Piangere eabbracciarmi? Non se ne parla. Forse se gli muore un parente stretto, ma non per altro. Sa chenon ho soldi, quindi mica gliene posso prestare… Oh cazzo! La casa!Sta a vedere che adesso questa sanguisuga, che è il mio migliore amico e su questo non ci sonocazzi, vuole che io gli lasci una delle tre stanze da letto di questa casa!Ma figuriamoci!Primo: io non ho problemi se entra e mi trova che sto cilindrando una donna sul tavolo,probabilmente nemmeno lui, ma sono certo che lei ne avrebbe. Mi sono già bruciato la Paola,non posso permettermi altri passi falsi.Secondo: ho il cervello fuso in questo periodo, voglio tenermelo per me e non ho affattointenzione di farmi vedere mentro grido o mi abbuffo in stati allucinatori.No, proprio non esiste.Giro lentamente lo sguardo, ed è uno sguardo che dice già tutto.“Senti Ale, io qua non ti ci posso tenere. Davvero. E’ una cosa un po’ complicata, è per via dellacasa soprattutto, sai me l’ha lasciata mia nonna… che era pure ebrea…”“Cosa c’entra che fosse ebrea? Io mica sono un nazista o uno di Hamas! Cos’è, mi devocirconcidere per poter dormire qui?” ,vabbè quella dell’ebrea non è stata una grande uscita, macomunque Ale è un tipo orgoglioso e si tira fuori d’impaccio, “Comunque non ti avevo chiestoquesto… Solo ho un problema.”“Già, comprendo.” Menata, grandissima menata! “Ascolta sono sicuro che puoi tirare suqualcosa facendo il barista per due o tre giorni a settimana al Malebolgia, ci metto una parola io.Tu tieni duro fino al prossimo rinnovo del contratto che riusciremo a farcelo sistemare, vedrai!”“Come fai ad esserne così sicuro?” mi chiede Ale molto dubbioso.“Lo so. Fidati. Ti fidi di me?”“Oddio…”“Ok, lascia stare. Stavo per guardarmi un film…”“Che film?”“Piramide di Paura.”“Eh!?!? Dove diavolo sei andato a recuperarlo? Avrà venticinque anni, ero alto un barattolo e uncazzo quando l’ho visto la prima volta…”“E’ che avevo voglia di Sherlock Holmes. Lo guardi con me?”“Vabbè. E’ una stronzata che non mi farà né male né bene. Dai metti su.”Faccio partire il dvd.Per chi non se lo ricordasse, e non è peccato non ricordarsi “Piramide Di Paura”, si tratta di unfilmettino per adolescenti scritto dallo stesso tipo dei “Goonies”, racconta di un ipotetico primoincontro tra Sherlock Holmes e John Watson al college. 47
  • 48. Stefano Zamboni _ Brescia, 2010 _ zamboni.stefano@gmail.com _ Edizioni Hìgnur Music Ltd.Si sa che Holmes è piuttosto misogino e non scopa mai, non rimorchia mai, non si interessaminimamente di donne. Nel film invece sembra avere un amore, Elizabeth, che sia chiaro èovviamente lanciato sui binari del tragico.Recitazione, colori, clichè, tutto meravigliosamente vaporoso e anni ottanta, questa pellicola nonpuò farci alcun male, sono d’accordo con Ale.Poi c’è questa scena, ci sono Holmes e Watson a cena nel refettorio dell’università, allo stessotavolo ci sta l’alunno antipatico Dudley ed altri due studenti. Il dialogo è una cosa del tipo: DUDLEY: Cosa farete dopo l’univesità? STUDENTE 1: Voglio intraprendere la carriera militare. Fare il generale. DUDLEY: I generali guadagnano poco… STUDENTE 2: Io voglio fare l’avvocato. DUDLEY: Gli avvocati guadagnano molto! WATSON: Io voglio fare il medico! DUDLEY: Nessuno te lo ha chiesto! E tu Holmes? Quali sono i tuoi progetti dopo l’università? HOLMES: [vedendo Elizabeth camminare nel cortile] Io non voglio restare solo.“Buaaaaahhhh!!!! Buaaaahhhaa!!!!”Lo scoppio di lacrime accanto a me è proprio Ale Micidiale che piange guardando una cagatacome “Piramide Di Paura” e singhiozza “Io non voglio restare solooooo!!! Buuaaaahhh!!! E teche mi dici pure che non sono sensibile!!! Buuaaaahahhh!!”Santo cielo. Meglio che non gli ho promesso una stanza in casa mia, se c’è qualcosa di peggioredi un esaurimento nervoso sono due esaurimenti nervosi.“Dai non fare così…” accenno una pacchetta sulla sua spalla.Ale cerca di ridarsi un tono e mi chiede: “Ma almeno c’è il lieto fine?”“Eh, ‘nsomma… cioè il cattivo le prende. Ma lei muore.”“Buahahahaa!!! Buuuaaaaahhhaah!!!!” di nuovo in lacrime. Manco avesse cinque anni.Devo inventami qualcosa.“Ascolta il lieto fine è una finzione inventata da Hollywood, è giusto per finire il film!”“Nella vita non c’è mai il lieto fine…” singhiozza lui.“Ma guarda che la bugia non sta in Lieto, ma in Fine… Tipo alla fine del fim Harry sposa Sally,o comunque vanno insieme…”“In questo film? (sob)” chiede Ale con il fazzoletto in mano.“No, cazzo, non questo. Harry Ti Presento Sally, dai che lo hanno visto tutti…”“Sì… (sob)”“Ecco, quello è un lieto fine, ma nella realtà non lo sappiamo, nella realtà anziché un lieto finepotrebbe essere un pessimo inzio! Il film si ferma lì, non va avanti, non ci fa vedere in qualerelazione di merda magari si ritrovano coinvolti Harry e Sally!”“Dici che non sono andate poi così bene le cose tra loro?”“No, no, secondo me dopo hanno avuto una vita orribile.”“Ah. Grazie…”Ale sembra sollevato dall’esistenza orribile di Harry e Sally. Mi sembra di stare al cinema conuna ragazzetta, tento di stordimi con la mossa di Spock.Durante il film i fanatici di una setta religiosa avvelenano le loro vittime con dei potentiallucinogeni. Non posso non ricordarmi delle visioni degli ultimi giorni. Cielo ma perché non ho 48
  • 49. Stefano Zamboni _ Brescia, 2010 _ zamboni.stefano@gmail.com _ Edizioni Hìgnur Music Ltd.messo su un film davvero ed autenticamente idiota tipo “I Fantastici 4”, così ci grattavamo lepalle e dicevamo a turno “Oh ma che figa!” ogni volta che inquadravano Jessica Alba.La colonna sonora (Rameteeeeph! Rame-teph!) comunque è proprio forte e mi mette ancora unpo’ di strizza.Quando finisce il film Ale s’è asciugato le lacrime e mi saluta.Io prendo un’altra dose di ansiolitico. Voglio dormire senza incubi, voglio evitare altri attacchi difollia.Gli ultimi giorni a casa mi mettono addosso una noia smisurata che mi tiene in bilico sul filo diuna qualche crisi esistenziale.Dunque, la sera non esco di casa perché non ho intenzione di mettere piede al Malebolgia, colrischio di trovarmi faccia a faccia con la zingarella oppure con Gu.La mia folta rubrica di donne che ci stanno la evito con la bocca dello stomaco chiusa, se siripetesse il dramma che ho sperimentato a casa di Paola finirei per suicidarmi prima dimezzanotte.Il mio Sancta Sanctorum è chiuso a chiave e non so se e quando verrà riaperto.Non mangio più gianduiotti, sento la musica in testa soltanto occasionalmente, mi strafaccio diansiolitici. Alla fine mi attacco al telefono per riuscire a rubare un quarto d’ora di chiacchierecon chiunque sia disposto a concedermelo.Chiamo mia madre, mia sorella Alessia e mia sorella Paola.Mai successa una cosa simile, quelle tre ne parleranno per dei mesi.Telefono a qualche amico, ma i primi quattro proprio non mi rispondono. Ho fatto qualcosa dimale per meritarmi un trattamento simile? Sì, probabilmente sì. Un paio li ho sempre presi per ilculo ben oltre i limiti del sadismo. Un terzo l’ho picchiato quando eravamo alle superiori. Ah, sìanche ad una reimpatriata di un paio di anni fa. Certo non dev’essere piacevole andare ad unacena di classe quindici anni dopo e venire di nuovo picchiato dallo stesso che ti picchiava ascuola. E’ che c’è qualcosa in lui che mi fa prudere le mani. Forse quel suo atteggiamento dapecora sottomessa. Vagamente Emo.Al quarto ho piazzato un bel paio di corna, tre mesi prima del matrimonio. Be’ comunque sisono sposati lo stesso. Forse dire che sono amici è un’esagerazione. Magari, ecco, può darsi, io,ma non è così scontato, non mi sono esattamente comportato da amico con loro.Agito la manina in aria e dissolvo remore inutili e passate.Telefono al Maurone, un tipo con cui ho condiviso le azioni più folli e bastarde.Non ho tenuto il conto dei danni che abbiamo procurato alle automobili parcheggiate quandoeravamo strafatti. Non ho tenuto il conto dei portoni a cui abbiamo dato fuoco e dei cassonettiche abbiamo ribaltato, e incediato anche. Le vetrine e le finestre rotte a sassate. Eh, ci sidivertiva proprio con Maurone.Gli telefono e gli racconto che sono in mutua per via di un’intossicazione da pesce avariato, poiscopro che anche lui è in mutua:“Cioè te l’hai mai sentita la storia che se butti le caramelle Mentos nella Coca Cola Light fa ungetto quasi esplosivo? Insomma io l’ho sentito perché a casa guardo internet, no? E allora io equesto mio socio dovevamo andare in un cantiere a Verona, salire su un tetto e sistemare non soche cazzo di impianto, adesso non ricordo, non è importante. Fatto sta che ci fermiamo inautogrill e compriamo un bottiglione di Coca Cola Light e un paio di pacchetti di Mentos. Suinternet si parlava di sette Mentos per un litro e mezzo di Coca Cola Light. Ora non è che ce lepuoi infilare una ad una perché altrimenti fa schiuma già alla prima e l’esperimento va a puttane,quindi consigliano di praticare un foro nel tappo, praticare un foro nelle caramella e farci unacollanina, tipo con le perline, poi infili ‘sta collanina nel collo della bottiglia di Coca Cola Light ela lasci andare e succede quello che deve succedere.”“E com’è, è successo?”“Eh, non ti so dire, perché noi volevamo fare le cose per bene quindi abbiamo usato un piccolotrapano per fare il buco nel tappo della bottiglia e nelle Mentos. Solo che io ridevo e sparavo 49
  • 50. Stefano Zamboni _ Brescia, 2010 _ zamboni.stefano@gmail.com _ Edizioni Hìgnur Music Ltd.puttanate e mi sono trapassato due dita con la punta del trapano. Quindi adesso sono in mutuatre mesi, e ancora non sono riuscito a ripetere l’esperimento!”Maurone era un personaggio da leggenda. Magari un po’ pericoloso, ma sempre da leggenda.Faccio uno squillo a Thandy e promette che passerà a trovarmi in serata.Mi allungo sul divano e ascolto un po’ di jazz, coaudiuvando l’esperienza con nuove dosi diansiolitico.Poco dopo cena arriva Thandy.“Ma ciao amore!” mi dice. E’ l’unica persona a cui permetto di chiamarmi amore, non lo lasciofare nemmeno a mia madre. Non so perché a Thandy sì, ma Thandy a volte non mi sembraneppure un essere umano. Quindi è come se a chiamarmi amore fosse Paperino o Duffy Duck.“Ho in ballo qualche problema Thandy…”“Vai racconta!”“Dunque… Ho delle allucinazioni, tipo che dai muri mi cola cioccolata, che nei calendari dellebelle gnocche nude ci vedo i mostri e soprattutto, cosa che sopravanza di gran lunga qualsiasiincubo o pericolo di morte, non mi tira più il pistolino!”“Oh questo sì che è un problema. Se a me non funzionasse più sarei in mezzo ad una strada. Masei fortunato, hanno inventato il Viagra! Hai provato?”“Mmm, no, non ci ho nemmeno pensato. Sai ho paura che se mando giù una di quelle storie epoi non mi si rizza lo stesso sarei capace di buttarmi giù da una finestra!”“Be’ in fondo stai al primo piano.”“Non necessariamente una di queste finestre.”“Hai parlato con un dottore?”“Sì, mi hanno prescritto degli ansiolitici.”“Buoni quelli!”“Già, ma… credo che qualcuno mi abbia fatto il malocchio!”“Uh, davvero? E chi?”“Eh, credo una zingarella che ho rimorchiato, credo che ci tenesse che la richiamassi dopo lanottata di scopate…”“E tu non l’hai richiamata.”“Elementare, Thandy, io non richiamo mai. Dai dimmi, cosa si fa in questi casi? Come sicancella un malocchio?”“Perché lo chiedi a me?”“Be’… sei un transessuale, cristo!”“E allora!??! Credi che le tette me le abbia fatte Harry Potter o la Fata Morgana?!?! Mi sonocostate fior di intervento chirurgico e non ti dico tutti gli ormoni che devo prendere! Perchédiavolo dovrei sapere come ci si comporta con i malocchi?!?”“Non lo so. Scusa. Sai pensavo, che sei brasiliana, hai l’uccello, cioè sei un po’ fuori dalla normano? Se tu mi dicessi di essere un alieno o un vampiro io ci crederei!”“Non mi sembra un complimento.”“No, hai ragione. Scusami ancora. E’ che non so cosa fare…”“Hai pensato di ritinteggiare casa?”“Eh?!?!?!?”“Non lo hai fatto vero quando sei venuto qui a vivere?”“Certo che no. Nemmeno l’ho ipotizzato!”“E’ importante ritinteggiare, è come voltare pagina. Sei proprio un inesperto in queste cose.”“Già. A volte sei proprio una donna.”Thandy sorride.“Ma cosa c’entrerà mai ritinteggiare casa con il malocchio....” aggiungo.“Col malocchio non lo so, ma c’entra con il rinnovarsi, con l’avvicendamento delle cose.”Dopo poco, dopo un paio di birre, Thandy si alza per andare al lavoro, mi chiede gentilmente:“C’è qualcosa che posso fare par te?” 50
  • 51. Stefano Zamboni _ Brescia, 2010 _ zamboni.stefano@gmail.com _ Edizioni Hìgnur Music Ltd.La prima risposta che mi passò per la testa fu di chiederle se poteva farmi sollevare il coso, mapoi mi rendo conto che l’avrebbe presa sul serio.“Uhm, vorrei l’annessione coatta della Svizzera e di San Marino, vedere una reunion dei PinkFloyd con Syd Barrett, delle fotografie del mio capo mentre ti succhia la nerchia e una macchinadel tempo per tornare indietro di venti giorni e non portarmi quella zingarella a letto!”“Syd Barrett è morto, per il resto vedrò cosa posso fare.”Mi bacia sulla guancia e se ne va.Quando torno al lavoro mi ritrovo una pessima sorpresa.Ci sono delle dannate webcam che ci fissano mentre lavoriamo, a dire il vero io sono quello piùdefilato, non mi si vede poi molto, sono occhi informatici tutti per Aida. Ma mi girano lo stessole palle vorticosamente. L’ultima cosa che ho mai desiderato in vita mia è finire nella scatoladegli stupidi, dentro al televisore. E ok che non andremo in televisione, ma gli schermi dei pc edei portatili da cui i segaioli di internet fisseranno Aida non sono per nulla diversi.Io credo nella saggezza degli indigeni, quelli delle tribù africane o australiane, sonoassolutamente convinto che la televisione, insomma le telecamere in generale ti rubino l’anima.A te magari non sembra ma è così, perché dopo una volta che ti sei concesso a quell’occhioindiscreto ne vuoi ancora, vuoi esserci sempre, apparirci in eterno. Questo perché ti ruba unpezzo di te, l’anima, e dopo non puoi più davvero essere felice lontano da essa.Quello bastardo di Bruffoni è tutto felice, conta il denaro degli sponsor e si crede l’impresariodei Sex Pistols. La signora Capelli è pure contenta, il nuovo lustro della radio è nuovo lustroanche per lei, e per una volta sfoggia un vestito che si possa definire tale, non quei soliti abitiincolori e scialbi da suora laica. Ale finisce davanti alla telecamera per leggere le stronzate chetrova su internet, tiene sempre il giubbino con la toppa degli Iron Maiden al contrario, perché latoppa venga inquadrata bene. Ha sempre una sigaretta accesa all’angolo della bocca, ma non sacome si fa e quando finisce il suo pezzo ha gli occhi che sembrano tizzoni incandescenti. Ma luisacrifica le sue ghiandole lacrimari al suo rancore. Perché quell’occhio informatico è il suo sognoda sempre, ma quello che gli rode è che non è lì per lui.A me soltanto gira il cazzo.Non voglio niente che mi fissi.“Dio ti osserva sempre!” mi diceva sempre mio padre.“La fortuna è cieca ma la sfiga ci vede benissimo!” pensavo sempre io.E comunque senza smaronarsi sempre con la psicanalisi semplicemente a me piaceva la radio,un dj che dice qualche vaccata e poi musica, magari giusto il giornale radio, due dritte sultraffico, i risultati della Serie A. Niente di più. Niente vaccate televisive.Quando lascio la radio ho la rabbia sottopelle.Ho lo stomaco chiuso, non mi va di mangiare niente, ne tantomeno di bere. Voglio camminare,camminare, vedere se mettendo un piede dietro l’altro mi si rilassa un po’ il cervello.Fa freddo ma camminando mi scaldo.Le auto passano, ci sono già gli addobbi di Natale su certe case, su tanti negozi. Natale miuccide, e a quanto sento uccide un po’ tutti, non so con quale forza o potere ma è inesorabile.Ognissanti è già Natale, mancano due mesi ma lo sappiamo tutti che passeranno in fretta, con ilsole che tramonta alle cinque del pomeriggio, il cielo grigio, la nebbiolina, un gran schifo.Ognissanti che ormai è Halloween e i bambini vanno in giro vestiti da fantasmi a chiederedolcetto o scherzetto. Un’altra stronzata importata dall’America, una tradizione che qui nonc’era mai stata, mia madre mi diceva che le zucche con le candele le facevano anche loro pocodopo la guerra, niente di più, io però non ricordo. So solo che ad un certo punto la suddettatelevisione ha cagato anche oltre oceano questa festa e tutti quelli che potevano farci sopra deisoldi hanno deciso di farceli.Sai che novità. 51
  • 52. Stefano Zamboni _ Brescia, 2010 _ zamboni.stefano@gmail.com _ Edizioni Hìgnur Music Ltd.Io so di essere uno stronzo. L’ho già detto, lo ripeto spesso. E so di essere un cazzo conappresso un uomo e non viceversa. Eppure mi ritengo più nobile di questi maiali che spolpanole perle.Ale e Aida, loro si credono perle. E finire in pasto ai maiali dello show business è quantosperano di meglio. Davvero non si rendono conto che c’è un solo percorso, con un unico sensodi marcia?Entri dalla bocca, vieni masticato, digerito, assimilato, e poi inevitabilmente esci dal buco delculo.A me piace la musica, io impazzisco per la musica. Esattamente come impazzisco per le donne eper il cinema, e per come impazzivo per le droghe quand’ero più giovane.Ma non ho mai voluto suonare, cioè ho tenuto in mano le stecche da batterista, e me la cavavoanche, ma non avevo intenzione di essere una perla e di attendere speranzoso di essere divoratodai porci.Camminando camminando arrivo sul Ponte Dei Rantoli. Non so come si chiami davvero, io ed imiei amici lo abbiamo sempre chiamato così. Sta sopra ad un rigagnolo che non so beneneppure che nome abbia, entra o esce dal fiume principale della città. E’ più che altro una fognaa cielo aperto. Adesso un po’ meno, ma quando ero ragazzino era davvero una linea di sporcizia,un’autostrada per pantegane e nutrie. E’ un ponticello stretto, ci si passa al massimo inmotorino. Ci appoggio le braccia e mi metto a guardare il rigagnolo scuro che passa sotto. Nonche si veda molto, ma il riflesso dei lampioni rende l’idea dell’acqua corrente.Kurt Cobain diceva di aver vissuto per un annetto sotto ad un fiume. Il bassista dei Nirvanaperò smentiva perché il fiume di cui parlava era troppo grosso e pericolo per vivere sotto ad unponte.Io sono uno di quelli che crede che in fondo la morte di Cobain sia in buona parte colpa diCourtney Love, sua moglie. Non dico che lei lo abbia addirittura fatto ammazzare, ci avràsofferto, magari lo amava davvero, ma anche involontariamente fu più deleteria che d’aiuto.Courtney Love è una che la vedi e sai perfettamente che porta solo problemi. Come quel passodell’Apocalisse: “Mi apparve un cavallo verdastro, colui che lo cavalcava si chamava Morte e gliveniva dietro l’inferno”. Courtney Love non era una donna bellissima, ma non potevi guardarlae non pensare che andarci a letto fosse una delle esperienza più incredibili che si potesserosperimentare.A volte la morte non è un cavaliere scheletrico su di un cavallo verdastro, molto spesso è unabiondona con due tette urlanti e gli occhi della fame.A me non me ne fregava una cippa di essere un astro fiammeggiante in nessun dannatofirmamento rock. Perché nascere con un talento che in fondo è solo tristezza? Perché nascerecon un talento che diventa una maledizione, quando non riesci a parlare con nessuno, quando tiesibisci davanti a folle in delirio e non senti nulla, nulla di più di un grigio e ripetitivo impiegato.Perché bucarsi, passare da un’overdose all’altra siringandoti nel letto con tua moglie, poi vedersiportare via tua figlia, doverti disintossicare, fuggire da te stesso, dai fans, dai produttori chevogliono nuova roba da vendere, fino a scrivere una lettera di addio al tuo amico immaginario espararti una fucilata in bocca? Perché?Non era meglio diventare meccanico come tuo padre e sposare la figlia del lattaio?Certo che non è così facile, ma sarebbe stata un’esistenza più gentile per quel poveraccio.Dicono che Kurt Cobain soffrisse di Disturbo Bipolare. Anche Jeff Buckley, anche JimiHendrix, Beethoven. Dev’essere una di quelle cose che un attimo sei felicissimo e un attimodopo tristissimo.Che razza di malattia era? Non succede così a tutti almeno una volta ogni tanto?Continuano a dare un nome ad ogni comportamento umano e poi lo definiscono patologico.Non ne trovo l’utilità, se non quella di dire che siamo tutti pazzi.Io so che adesso ho le palle girate. Perché quello stronzo di Bruffoni ha fatto installare delletelecamere per filmare la sua gallina dalle uova d’oro. E a me questo non sta bene. 52
  • 53. Stefano Zamboni _ Brescia, 2010 _ zamboni.stefano@gmail.com _ Edizioni Hìgnur Music Ltd.Perché dentro di me, anche se me ne dimentico spesso per primo, io faccio il tifo per la figlia dellattaio.E decido che posso camminare ancora una ventina di minuti e raggiungere il parcheggio doveBruffoni lascia la sua mercedes mentre va ad ubriacarsi in un qualche bar del cazzo cercando dirimorchiare una puttana. E posso incidere il mio disagio sulla fiancata di quella mercedes con unrapido tratto della mia chiave di casa. E so che questo mi farà sentire meglio.Lascio il Ponte Dei Rantoli e mi metto in cammino.Raggiungo il parcheggio e comincio a girare per trovare la macchina.Quando la trovo mi si accende un sorriso cattivo sul volto, non lo vedo, ma so perfettamentecome si sono disposto i miei muscoli facciali.Tiro fuori la chiave come se fosse un’arma, qualcosa a metà tra il coltello del tipo di Psycho euna spada laser da cavaliere jedi.Mi avvicino alla mercedes e mi guardo intorno, non c’è nessuno, è lì sola soletta tutta per me.Faccio partire il mio braccio ma la spalla prende un’inclinazione strana e la chiave scivola viasenza toccare la carrozzeria.Che cazzo?Non è difficile rigare una macchina, in assoluto è una delle cose più facili al mondo.Tiro un profondo respiro e ci riprovo.Allargo il braccio, sono a trenta centimetri dall’auto, adesso calo il colpo e lascio una bellavangata sul nero lucido della portiera.Zak! No dannazione, l’ho mancata di nuovo! Cosa c’è un campo protettivo attorno all’auto!??!Qui non siamo mica in Star Trek, non ci sono scudi magnetici o puttanate simili, appoggi lachiave contro la macchina, tiri et voilà, la riga è lì che luccica dove non dovrebbe. E’ così chefunziona.Ma non mi riesce.Incazzato nero sollevo il braccio con la chiave stretta a mo’ di pugnale, lancio l’affondo mamanco nuovamente la macchina e mi pianto la chiave nella gamba. Tiro un urlo gigantesco ecado per terra.Mi escono lacrime dagli occhi, ansimo e digrigno i denti, tutto un’insieme di sensazioni schifose.No, proprio non ci siamo, non ci siamo per niente.Ho le allucinazioni, non mi funziona più il mio adorato impianto riproduttivo, non possosfogarmi sulle auto delle persone che odio. No, no, no. Non sono più me stesso.Questa punizione è troppo! Ho diritto di commettere i miei errori, di compiere i miei piccoli attidi cattiveria, qualcuno, forse quella dannata zingarella, hanno fatto qualcosa perriprogrammarmi, una stronzata tipo “Arancia Meccanica”, e adesso io non sono più libero.Ho sempre pensato che Dio fosse qualcosa di più evoluto rispetto alle manfrine bigotte dei mieigenitori. Che il centro del discorso si trovasse proprio nel male, nella possibilità di perseguirlo.La mia libertà di compiere atti malvagi è l’amore di Dio, che tollera anche la perversione pur dinon intervenire contro il libero arbitrio dell’uomo.Adesso con questa fottuta chiave piantata nella gamba, sdraiato in lacrime in un parcheggiofreddo, mi sento privato dell’amore di Dio, mi sento espulso dalla grazia.La chiave non può essere scesa più in profondità di un centimetro, stringo i denti e la tiro fuori.E’ passata attraverso i jeans, dovevo proprio averci messo parecchia forza in quella pugnalata.Mi tiro in piedi e comincio ad allontanarmi zoppicando.Ho sempre le lacrime che mi rigano il viso e mi fanno sentire il freddo dell’aria, adesso non misento affatto bene e voglio tornare a casa alla svelta.Cammino, cammino, anzi zoppico.E bestemmio sottovoce, con rabbia nella gola.La gamba mi fa male, non un dolore atroce, ma insomma ad ogni passo si fa sentire.Arrivo al parco che precede casa mia, mi ci vogliono ancora dieci minuti e poi sarò nel letto,zuppo di ansiolitici e di buon umore chimico.Ma mi arriva addosso qualcosa di cattivo dopo i primi metri nel parco. Si chiama paura. 53
  • 54. Stefano Zamboni _ Brescia, 2010 _ zamboni.stefano@gmail.com _ Edizioni Hìgnur Music Ltd.Mi guardo di qua e di là, ho paura che ci sia qualcuno nascosto dietro qualche albero che vuolesaltarmi addosso e farmi del male. Non so perché dovrebbe succedere. Ma ho paura.Che io sappia non è mai successo in questa città, in questo parco. Si fa tanto parlare dei rischi, edi ronde o cagate del genere ma in fondo in questa città non succede mai un cazzo.Io non sono una ragazza da stuprare, non sono un ragazzetto emo da prendere a calci, sono unfiglio di puttana claudicante e con gli occhi da bastardo, quindi non vedo perché qualcuno midovrebbe prendere di mira. Un qualcuno che tra l’altro non dovrebbe nemmeno esserci. Perchénon c’è nessuno attorno a me. Non c’è nessuno.Eppure ho paura dello stesso suono dei miei passi, il crepitare dei ramoscelli secchi e delle fogliecadute sotto le scarpe di gomma. Il rumore isterico dei sassolini che schizzano via.In lontananza sento le auto passare veloci, e quel rumore mi suona come un “non ce ne frega uncazzo di te”. E mi sta anche bene perché a me non me n’è mai fregato un cazzo di loro. Maadesso ho paura, e vorrei che ci fosse qualcuno che mi dicesse che va tutto bene. Adesso hopaura, sento il bisogno di qualcuno accanto, e vorrei che ce ne fregassimo di più, io degli altri egli altri di me.Zoppico velocemente ed istericamente. Vedo il mio fiato trasformarsi in nuvole bianche nelfreddo.Il cuore mi batte forte, la mia testa è zeppa di immagini incoerenti, frenetiche. Ombre cheescono dagli alberi, un grosso cane nero che mi salta alla gola, la zingarella che ride e mi guarda emi indica e mi maledice. Dio quest’ansia che ho nel petto non l’avevo mai sperimentata prima, èterribile.Ultimamente ho visto la parete della mia camera da letto sanguinare, e le modelle dei calendaridiventare mostri, e non è stato piacevole, nemmeno un po’. Ma avevo un motivo per essereterrorizzato.Adesso mi guardo intorno e non vedo niente che mi possa far paura.E’ un parco buio, è sera tardi. Ma non ci sono pericoli, i pericoli sono nella mia testa, sono laproiezione della mia paura dietro ai cespugli, in mezzo agli alberi.Il pericolo, il terrore, è nella mia testa.Bruttissima storia.E’ così che si sentono quelli che hanno paura di tutto? Quelli con le fobie? Con gli attacchi dipanico?No, questa cosa non la voglio, non fa per me.Più avanti di cinquanta metri c’è un sentiero che porta ad una chiesetta che sta a metà tra ilparco e la strada. Imbocco il sentiero, adesso vado dal Grande Capo e mi faccio sentire, non socosa diavolo stia succedendo, non so chi ne è il colpevole, ma è ora che faccia le mierimostranze.Oppure che chieda perdono. E protezione.Non so cosa ho in mente di fare ma la stessa ansia che si annida dietro agli alberi mi spingeverso il tempio. Quando arrivo al portone della chiesetta lo trovo chiuso.Perché chiuso!??!Non dovrebbero essere sempre aperte le chiese? Ci sono degli orari particolari in cui uno puòconsultare Dio? Ci sono degli orari particolari per avere crisi mistiche?Be’ cazzo io credo che le crisi mistiche avvengano proprio quando c’è buio, credo che sial’oscurità che ti sussurra all’orecchio che hai bisogno di un qualche dio a cui aggrapparti e nelquale sperare per tirare fino all’alba.Spingo forte il portone della chiesa come se volessi abbatterlo, poi impazzisco di rabbia e ci tirodei calci forti e grido:“Vaffanculo! Vaffanculo! Figli di puttana aprite questa cazzo di chiesa!!! Fatemi entrare!!!”Mi fermo ansimante, mi ingobbisco e mi guardo attorno, speranzoso che nessuno mi abbiavisto. Non c’è nessuno, nemmeno adesso. Sputo e ricomincio a zoppicare, giro attorno allachiesa e finisco sulla strada, dovrò allungare di parecchio il percorso ma arriverò a casa miasenza dover passare per il parco. 54
  • 55. Stefano Zamboni _ Brescia, 2010 _ zamboni.stefano@gmail.com _ Edizioni Hìgnur Music Ltd.Arrivo a casa con il fiatone e la paura addosso.Vorrei aprire la mia Stanza Sacra ma mi fa troppa paura, ho paura di vedere i mostri.Vorrei prendere il candelabro di mia nonna, la bibbia di mio padre, ma ho troppa paura.Mi metto a rovistare negli scatoloni della roba che non ho ancora messo a posto. Ci sono unsacco di troiate, cianfrusaglie, cose che non ricordo da dove vengano.Trovo un rosario azzurrino, di plastica, di pessimo gusto, sbavato. Una vera schifezza.Sentendomi un po’ idiota lo attorciglio al polso.In bagno mando giù la solita razione doppia di ansiolitici, poi vado a letto, mi addormento conla luce sul comodino accesa.I giorni successivi li passo silenziosamente e camminando in punta di piedi come se fossi su diun pavimento di vetri rotti.La sera dopo il lavoro corro a casa, mangio un panino o mi faccio una pasta, guardo film stupidi,ma davvero stupidi, con attori imbranati e ragazze tettone. Niente mostri, di nessun genere.La custodia di “Piramide Di Paura” era ancora in giro da quando avevo visto il film con Ale, lanascondo dietro una pila di libri, mi fa paura. Ho il terrore di avere una reazione isterica comequella di Ale, magari non per una scena romantica ma in uno degli attimi di tensione.Non mi va di rivedere quel bastardo con la maschera di Anubi, non voglio pensare che in fondoattraverso lo schermo mi guardi e dica che sta arrivando per me.Per un paio di giorni vedo Ale e Aida amoreggiare, sento puzza di merda lontano un miglio manon sono proprio dell’idea di farmi i cazzi degli altri.Ale sa badare a sé stesso, e anche se non lo fosse, io non sono in grado di badare a lui, in questomomento non posso altro che tenere insieme i pochi pezzi che mi sono rimasti della mia salutementale.Poi Aida dice che a fine mese va a lavorare in una grossa emittente. Evvai. Stronza levati daicoglioni. Ma Ale ci rimane proprio male.Un giorno prima di andare in radio entro nella chiesetta del parco.Non passo più dal parco la sera, faccio sempre il giro largo. Ci vengo solo di pomeriggio, con laluce del giorno.Entro nella cappella e mi siedo al primo banco, davanti ad un grosso crocefisso.La chiesa è vuota. Meglio perché io ho bisogno di parlare ad alta voce.“Oh. Ciao. Be’ cazzo… Ti starai domandando cosa ci faccio qui. Io non mi faccio vederespesso. Cioè, saranno quei vent’anni che non entro in una chiesa. Nemmeno ai matrimonio o aifunerali.I miei erano dei gran rompiballe con le faccende di chiesa, quindi non è mica tutta colpa mia infondo no? Però, insomma, è anche vero che non sono esattamente uno stinco di santo.Nemmeno un po’. Cazzo Gesù ho fatto una quantità di puttanate in vita mia…”“Ma le sembra il modo di parlare in una chiesa?” una vocina stridula mi aggredisce da dietro.Mi giro ed è una perpetua rinsecchita, con gli occhi severi, che mi guarda. Mi sta sulle palleistantaneamente. E’ fin troppo ovvio che quel momento per lei sia l’apice della sua fede, ilmomento in cui scaccia me, l’infedele, dall’altare di Nostro Signore.“Senti stronza sto cercando di avere un colloquio privato, tu non sei gradita, non sei invitata,levati dai coglioni!”La vecchiaccia ci resta molto male, gira i tacchi e se ne va. Sono certo che arriverà con i rinforzi,un qualche prete palloso o qualcosa di simile.Ritorno a parlare con il crocefisso.“Visto? Non piaccio alla gente. E la gente in effetti non piace a me. Mi metto a litigare anche inchiesa. Lo so sono stato scortese. Ma anche lei lo è stata. Che cosa voleva? Chi si credeva diessere? La Madonna? Il Papa? Cosa cazzo voleva, sono qui a parlare con Dio e questa mi viene arompere i coglioni. 55
  • 56. Stefano Zamboni _ Brescia, 2010 _ zamboni.stefano@gmail.com _ Edizioni Hìgnur Music Ltd.Ascolta Cristo, io non so nemmeno se esisti, ma quello che mi va di dire lo voglio dire a te, inun posto che qualcuno considera sacro… Non voglio lamentarmi su un forum di internet o dauno psichiatra che mi imbottisce di altre schifezze.Io non sono uno di quelli che si dicono bravi ragazzi. E non ho mai voluto esserlo.E non penso nemmeno che tu voglia soltanto i bravi ragazzi, in fondo andavi in giro con unamanica di bastardi, no? Ecco io sono in quella manica. Cioè almeno vorrei esserci.So che magari non amo il mio prossimo quanto dovrei.So che quella zingarella c’è rimasta male perché ho approfittato di lei, che era giovane, e dispostaanche a credere ad un bugiardo incallito come me. So che non dovevo prendere a calci quellospaventapasseri emo, so che mi concedo cose che non dovrei.E so che nemmeno mi sento particolarmente in colpa. Cioè nemmeno un pochino.In verità sono uno stronzo, ho soltanto paura delle conseguenze, non mi rammarico delle mieazioni, di quelle cattive. Immagino che andrò all’inferno. Però il pentimento dovrebbe esserespontaneo o non conta niente, no?Forse io sono cattivo. Ma non mi sembra di averlo scelto. Ho sempre cercato soltanto di essereciò che mi sentivo. C’è bisogno anche di gente come me. Qualcuno deve cazziare le vecchiettestronze che si credono sufficientemente pie per disturbare chi sta cercando di parlare a tu per tucon Dio. Qualcuno deve rigare la macchina agli stronzi come Bruffoni, per far loro capire che almondo fanno schifo. Qualcuno lo deve fare.Anche tu in fondo, cosa avresti mai combinato se Giuda non ti avesse tradito?Dovevi morire, lo sapevi fin dal principio, non puoi diventare una star se non muori. ComeCobain, o Jim Morrison, e tutta quella gente lì.Signore, non so se la mia anima è salvabile, ma lasciami essere quello che sono. Altrimenti chelibertà mi hai concesso? Amen.”La sera rincaso in fretta come sempre.Non mi ricordo neppure di essere stato in chiesa. Non è successo nessun miracolo oggi, ne sonopiù che certo. Be’ quantomeno mi sono preso la soddisfazione di borrire quella perpetuaantipatica. E il crocefisso non m’è caduto addosso per questo. E’ già qualcosa.La gamba mi fa ancora male. La lesione s’è un po’ infettata, in farmacia mi hanno dato unapomata al cortisone ed un lieve antibiotico da mandar giù per bocca. Ma non zoppico più, cioènon visibilmente.Mi siedo sulla poltrona ed allungo le gambe, mi massaggio quella dolente mentre con l’altramano mi gratto il pacco. Non ha più dato segni di vita il mio ammenicolo. Anche perché sonocosì terrorizzato dall’insuccesso che nemmeno provo a stuzzicarlo. Certo non ho avuto nessunaMorning Glory, ovvero il durone mattutino, da venti giorni o un mese.Non ci voglio pensare, ma mi viene in mente la scena di “Donnie Darko” in cui Donnie parladei Puffi, che secondo me è la scena fondamentale del film, l’attimo filosofico che sopravanzatutte le altre tematiche della pellicola: “Ecco perché è illogico desiderare di essere dei Puffi,perché cosa cazzo vivi a fare se non hai il pisello?”.Il mio coso che per anni era stato il centro della mia esistenza, centro pulsante e vivo, adesso eraun misero fortino sotto assedio. L’esercito bastardo che vociava fuori dalle mura e sventolavaminacciose banane gonfiabili era formato dalle nuove preoccupazioni, dalle ansie da prestazione,dal fantasma del tempo che passa, dei testicoli che si abbassano, dai problemi alla prostata, dallaconcezione stessa che avevo di me stesso e che sembrava voler essere ridiscussa e riesaminata,contro la mia volontà.Le mie mutande erano il piccolo villaggio di Asterix che resisteva all’Impero Romano. Il miovillaggio di Asterix era un’allegro paradiso ancestrale dove la vita celebrava sé stessa nella magicapozione della passera, l’Impero Romano era un esercito organizzato e armato composto dalegioni di tristezza, problemi esistenziali e seghe mentali. Avevo un organo preposto per le seghee non era il cervello, ma questa sicurezza mi stava venendo sempre meno. 56
  • 57. Stefano Zamboni _ Brescia, 2010 _ zamboni.stefano@gmail.com _ Edizioni Hìgnur Music Ltd.Sarebbe stato tutto più facile se la tristezza fosse stata davvero un battaglione di soldati, perché isoldati possono essere uccisi, spaventati, disarmati. Non così facile è per la tristezza. Eppureanch’essa uccide.L’assedio si stava facendo reale. La mia antica armonia, il mio felice sbattermene e goderedell’istante sentiva di avere fondamenta traballanti, minacciate da scosse tellurgiche profondenella mia anima.Dannazione.Ragionare sulle seghe mentali è già di per sé una sega mentale. Ti fottono ancor prima che tiaccorgi che stanno arrivando.Mi alzo e vado a prepararmi il mio cocktail di ansiolitico. Due dosi e mezza. Purtroppo funzionacosì con qualsiasi sostanza, il dosaggio lentamente va alzato.Ingollo il bicchierino e cerco di sgranchirmi collo e schiena, poi mi rimetto sulla poltrona eriallungo le gambe, credo di addormentarmi.Quando riapro gli occhi sarà sì e no mezzanotte, non guardo l’orologio, è un’impressione.Sento una voce, cioè un’insieme di voci che arriva da fuori. Sembra una carola natalizia, ma èstorta se non proprio stonata, è strascicata, sofferente. Non riesco a riconoscere la melodia, maso che l’ho già sentita. Mi massaggio un po’ le tempie con le mani nella speranza che finisca, nonso quale deficiente porti in giro a quest’ora dei bambini a fargli cantare canzonette di Natalequando mancano più di tre settimane. Cristo Santo, Natale è un giorno, non sessanta!Mi gratto nuovamente le palle, e nuovamente sento una vocina allarmata provenire dallemutande, “aiuto aiuto”, ma cerco di non badarci. Non pensarci è la mia soluzione migliore,altrimenti finisce che mi metto a frignare davanti a un film del cazzo come Ale a casa miaqualche giorno fa.Il coro di voci bianche non finisce.E’ lecito uscire e sbraitare contro dei bambini che se ne stanno al freddo a cantare per innalzarelo spirito delle persone in questa notte buia? Be’ certo che lo è. Anche se mi stanno meno sulcazzo della perpetua comunque mi stanno dando fastidio. E’ tardi, la gente vuole dormire.E’ sabato sera se non mi sbaglio (anzi a questo punto è già domenica) se vogliono innalzare inostri spiriti dovrebbero offrirci droga e prostitute, non queste canzonette stucchevoli.Adesso quasi quasi mi alzo e vado a gridargli che voglio una rumena e due grammi di coca.Finisce che mi alzo davvero, voglio almeno vederli in faccia.Raggiungo alla finestra, guardo fuori, e mi si rattrappiscono le palle. Istataneamente lo scroto sistringe e altrettanto il mio buco del culo, mentre deglutisco un bel groppo alla gola.Non ci sono bambinetti che cantano vaccate di natale là fuori.Anche se in effetti è pur sempre una vaccata di natale quella che stanno intonando, ma nonsono bambini.Hanno facce pallide, quasi fluorescenti nella luce dei lampioni e attraverso il fumo freddo cheesce dalle loro bocche. Hanno frange da Hitler e facce adornate con la pinzatrice, cioè piercingalle sopracciglia, alle labbra, al naso. Le orecchie praticamente non si vedono, si intuisconoappena attraverso capelli e pezzi di metallo vario. Sono vestiti interamente di nero. Dalla finestradella sala ne vedo quattro.Quattro fottuti adolescenti emo che cantano impallati una squallida canzone e la cantano male.Mi ricordano i fanatici di “Piramide Di Paura”: Rameteeeeeeph Rame-Teph…Sembrano degli zombie. E mi mettono addosso una gelida strizza.Perché i loro occhi vuoti sono diretti su di me.Chiudo le tapparelle.Vado alla finestra della cucina, ne vedo altri quattro, conciati alla stessa maniera, pallidi e in nero,che cantano dondolando la testa in piena trance. Questi sono tre maschi ed una ragazzina. Laragazzina ha una minigonna, le calze nere strappate, gli anfibi, gli occhi truccati pesantemente.Una zingarella senza colori praticamente.Chiudo le tapparelle anche della finestra in cucina.Vado alla finestra in camera, ce ne sono anche lì fuori altri tre. 57
  • 58. Stefano Zamboni _ Brescia, 2010 _ zamboni.stefano@gmail.com _ Edizioni Hìgnur Music Ltd.E’ così dappertutto, sono assediato, ci saranno una quindicina di emo pallidi che cantano il loropeana di morte, o almeno così mi sembra. La sensazione è che presto mi assaliranno. Sono lebrigate della morte, le legioni romane, le orde barbariche.Devono essere un’altra allucinazione.Le tapparelle sono tutte chiuse.Torno a sedermi sulla mia poltrona, accendo la televisione e zappo di canale in canale ad unavelocità sconvolgente, non vedo realmente nulla, semplicemente premo il tasto e mi auguro chela cantilena perversa che arriva da fuori cessi.Ma cosa stanno cantando?Preferirei non soffermarmi e non stabilire quella risposta, ma sono un disc jockey, non ce lafaccio a non richiamare alla mente il titolo di una canzone che conosco…Oddio… è “All I Want For Christmas Is You” di Mariah Carrey.Tutto ciò che voglio per Natale sei tu. Non avrei mai creduto che potesse suonare cosìminacciosa.Quindi mi stanno suggerendo che presto entreranno in casa mia e prenderanno il regalo tantoagognato? Me? Maledizione. Non mi piace per niente, mi alzo e vado a sbirciare attraverso letapparelle della finestra della sala, sembra che uno dei quattro ragazzi sia quello che ho preso acalci. In verità ci assomiglia ma non sono sicuro che sia davvero lui. Sono tutti deglispaventapasseri, dei Nightmare Before Christmas, si assomigliano tutti.Ho i nervi a fior di pelle. Cedo e mi metto a gridare:“Bastaaaa!!!! Andatevene brutti figli di puttana!!!! Andatevene o chiamo la polizia!!!!”Per un istante smettono di cantare.Poi si chinano a raccogliere sassolini per terra e da tutti i lati della casa cominciano a bersagliarmivetri e muri.Tik tak tik tak tak tik tik tak tik tak.Mi faranno diventare pazzo di questo passo.Prendo il cellulare in mano, non ho intenzione di chiamare davvero gli sbirri, non come primasoluzione, magari chiamo Ale o Thandy, o Maurone, qualcuno che mi dia un consiglio, o chevenga insieme a quattro o cinque maschi alfa di modo da poter inscenare una bella rissa. E comeogni favola che si rispetti tutto finisca con degli emo che vengono picchiati.Ma il telefono non prende.Lo spengo e lo riaccendo, giro per tutta la casa. Non c’è campo. Non c’è nessun cazzo dicampo.Ok. Ventunesimo secolo. Internet.Vado a sedermi al pc, lo accendo, fischietto la sigla dei Simpson per farmi coraggio e fartrascorrere quei due minuti che servono.Musichetta di Windows, desktop, lancio Internet Explorer…Mmm. Non va. Il modem ancora non si è connesso.Attendo. Sigla dei Simpson.Non si connette!!! Non si connette!!!Porca troia non mi va il cellulare, non mi funziona internet, sono assediato dagli emo ed ilrumore dei sassi si fa sempre più forte e fastidioso e ansioso:TIK TAK TAK TOK TIK TAK TOK TOK TAKMaledetti bastardi depressi.Torno alla finestra della sala e mi rimetto a gridare:“Adesso vengo fuori con un martello e vi sfondo quelle vostre dannate teste di cazzocapito!???!?!”La pioggia di sassolini si interrompe.Sembra che gli emo rompano le righe, arretrano e vanno a frugare dietro a dei cassonetti.Quando tornano schierati di fronte alla finestra reggono in mano pezzi di asse, bastoni, catene.Ahi. Ecco che la merda ha superato il naso. 58
  • 59. Stefano Zamboni _ Brescia, 2010 _ zamboni.stefano@gmail.com _ Edizioni Hìgnur Music Ltd.Dapprima la ragazzina che sta davanti alla finestra della cucina si rimette a cantare la canzone diMariah Carrey, poi in sottofondo ed in crescendo tutti i suoi amichetti emo di merda ruggisconocon voci che non sembrano nemmeno loro e producono qualcosa che sembra la danza di guerradei rugbysti neozelandesi.Mi allontano dalla finestra e mi abbandono con le spalle contro ad un muro.Nell’arco di un minuto vengo preso e stuprato da qualsiasi sfumatura di terrore che io abbia maisperimentato. Sono sessanta secondi ma sembrano un mese di isolamento in un carceremaledetto, un mese di isolamento talmente cattivo e psicotico da farti quasi rimpiangere quandoti inculavano sotto le docce.Un minuto orribile, che desidero di non rivevere mai più tutta la vita, ma che soprattutto hopaura invece che possa durare in eterno, un inferno nel cuore.Poi nella variegata gamma di emozioni della follia raggiungo un piacevole aplomb inglese, misento sul Titanic e continuo a suonare il violino. Respiro profondamente, cerco di riprendere ilcontrollo di me stesso. Fuori non cessa la danza maori e la ragazzina canta sempre.Mi chiamano Tramezzino dalle elementari. Cioè, è dalle elementari che lascio che mi chiaminoTramezzino. Non ho mai desiderato vivere con la pesantezza del mio nome di battesimo,Ruggero Tancredi.Ad una festina di compleanno avevo scoperto i tramezzini, meravigliosi panini bianchi conprosciutto e maionese. Dio quanti ne avevo mangiati. Allora avevano cominciato a chiamarmiTramezzino e io avevo capito che quel nome era il mio lasciapassare per la leggerezza. Perevitare che la gente quando sentiva il mio nome si mettesse a pensare a Ludovico Ariosto, aTorquato Tasso, ad epiche battaglie di cavalieri crociati, stregonerie, assedi e cavalli volanti, edonne che ti rubano il senno.Ma adesso non sono Tramezzino, sono Ruggero Tancredi, assediato da pensieri cupi, da spettridi carne che mi avrebbero strappato di dosso la mia allegra baldanza.Quest’ansia che si sta scavando una cuccia nel petto, questo parassita cattivo e dentato, non lovoglio, perché so che se si prende lo spazio che cerca non me ne libererò mai più.In questo istante di lucida follia comprendo ciò che voglio, o meglio ciò che preferisco. Io sonoquello che sono, e morirò da Tramezzino, piuttosto che vivere da Ruggero Tancredi.Sento la pelle d’oca che mi si rizza addosso, ma non è paura, in questo istante è eccitazione,anzi, è presenza. Sono presente con ogni atomo di me stesso nell’attimo che sto vivendo.Mi infilo le scarpe, mi metto il giaccone, vado alla porta.Apro ed esco.Lascio la porta aperta dietro di me.Il peana si interrompe, gli emo sono tutti zitti, agli angoli vedo arrivare quelli che stavanodavanti alle altre finestre della casa. Sono solo contro molti. Questo non mi esalta, non mi rendefelice, non mi fa sentire eroico o cose di questo genere. E’ soltanto quello che è.Forse siamo sempre tutti soli contro molti. Ma non lo so veramente.Di fronte a me c’è il ragazzo che assomiglia a quello che ho colpito. Ma non è lui. Ci assomigliasoltanto.Mi rendo conto che non ho chiesto loro cosa vogliano. In un certo senso non credo neppureche siano reali. E’ l’ennesima allucinazione. Ma so che questa è talmente grossa che potrebbeanche uccidermi.Avanzo di qualche passo.Gli assedianti si sono stretti in un gruppo compatto di fronte a me. Tengono le loro armiimprorie ferme nelle mani, non dicono nulla, guardano soltanto me.Il ragazzo al centro avanza anche lui di qualche passo.Io vado ancora avanti, lui fa lo stesso.Ci troviamo di fronte l’uno all’altro, esattamente a metà strada tra casa mia e il gruppo diragazzini pallidi. Tiro un profondo respiro.Gli occhi del ragazzo non sembrano gli occhi dell’odio, sembrano in un qualche stato dialterazione, sembrano inevitabilmente tristi. 59
  • 60. Stefano Zamboni _ Brescia, 2010 _ zamboni.stefano@gmail.com _ Edizioni Hìgnur Music Ltd.Poi veloce come proiettile mi colpisce con uno schiaffo poderoso.Finisco per terra e sento il sapore metallico del sangue riempirmi la bocca. Cos’ha al posto dellemani un badile? Ho tirato e preso pugni in vita mia, ma un ceffone così non mi era mai capitato.Per qualche istante mi gira tutto, sono a terra, ma non riesco a connettere bene niente.Mi aspetto che comincino a piovere calci e bastonate.Stringo i denti e mi rannicchio per sostenere l’impatto.Ma non succede nulla.Quando mi rialzo e guardo il ragazzo lo vedo che si sta fissando la mano e piange.Sembra disgustato dal suo gesto di violenza.Si gira, gli altri lo guardano e i loro occhi assumono la stessa espressione affranta.Lasciano cadere le armi e se ne vanno.Io resto lì, fuori di casa, in ginocchio al freddo.Potevano massacrarmi e non l’hanno fatto.Sono felice, sollevato, stupito. E mi sento anche un po’ stronzo.La settimana successiva la passo come in camera iperbarica, in decompressione.E’ l’ultima settimana di Aida a Radio Sbruffoni. Il signor Bruffoni non si fa nemmeno vederetanto ha i coglioni girati, sta cercando dappertutto un nuovo paio di tette abbinato ad un belculo da mettere davanti ai microfoni e alle webcam. La signora Capelli sembra sinceramentedispiaciuta ed al contempo felice per Aida. Ale sta sempre da schifo, lui e lei si evitano, non siparlano.Aida con maestria mantiene il suo buonumore, il suo sorriso accecante ed il suo meravigliosotimbro vocale. Io personalmente me ne sbatto il cazzo. Vada nel suo network nazionale, nellasua metropoli alla moda, vada dove l’ha portata il suo talento, che consista nel saper parlare allaradio o semplicemente nell’essere gnocca.L’unica cosa che mi fa incazzare è che la sua partenza non ci ridarà i diritti che il suo arrivo ciaveva tolto. Questo non va affatto bene. Ma non ci possiamo fare niente, Bruffoni vede eprovvede, vuole il grano e sa che il grano arriva tramite le belle donne, in radio come intelevisione, come in un negozio di qualsiasi genere. E su questo non posso dargli torto.Lunerdì, martedì e mercoledì passano zoppicando, come sempre.Giovedì arriva la prima buona notizia, mentre sono in cammino verso casa dopo il lavoro, pochiminuti dopo aver salutato l’atterrito Ale Micidiale, si riattiva la mia RCP, Radio CranicaPersonale. Ho scoperto che la sigla viene utilizzata anche per Rianimazione CardioPolmonare, edevo dire che la coincidenza ha un suo senso.Mi suonano rapidamente nella testa “New Day Rising” degli Husker-Du e “Dr. Hoffmann’sBicycle” dei Motorpsycho, mi saltano addosso come una botta di euforia e mentre cammino mimetto a saltare e pogare con immaginari compagni ad un immaginario concerto. Sono talmentein canna che non mi accorgo nemmeno di attraversare il parco fino a casa come facevo unavolta. E a casa piglio soltanto la dose standard di ansiolitici.Il venerdì la radio cranica funziona ancora, non come ai bei vecchi tempi ma già meglio di ieri, eanche questo mi riempie di allegria e mi da carica. Passo veloce dal Malebolgia, ho sempre pauradi incappare in Gu o nella zingarella, ma di fianco alla paura sento anche una forma di desiderioche accada. Ma non accade. Bevo un paio di birre, una me la offre Ale che sta dietro al bancone.Chiacchieriamo di qualche ragazza seduta a qualche tavolo e a più riprese se sia migliore “Sgt.Pepper” oppure “Revolver”. Sono entrambe dischi dei Beatles, ma voglio credere che questa lasapevate tutti.Quando torno a casa non prendo nessuna goccia, nessun farmaco. Sono sufficientemente brillo,mi siedo in poltrona e accendo su un canale musicale. E mi becco il video di “What YourWaiting For?” di Gwen Stefani. Dapprima ho l’impulso di girare canale, per non pensare a Gu,per non pensare al mio pistolino impotente, ma poi decido di soffrire questo dolore. Ed è unagrande idea. 60
  • 61. Stefano Zamboni _ Brescia, 2010 _ zamboni.stefano@gmail.com _ Edizioni Hìgnur Music Ltd.Perché ad un certo punto il mio debole per Gwen Stefani si fa forza e mi sento un animalescalciarmi nelle mutande. Prendo letteralmente in mano la situazione e alla fine del video mitrovo in ginocchio con le braghe calate di fronte al televisore, ha funzionato tutto quello chedoveva funzionare.Mi sento alla grande.Mi sento il miglior pistolero del far west.Mi sento il primo uomo sulla luna.Mi sento Usain Bolt.Mi sento Godzilla. Ma con il pisello, quindi meglio di Godzilla.Soprattutto mi sento guarito, mi sento nuovamente me stesso. Mica cazzi.Il sabato lo passo godendo dell’istante, assaporando i minuti come gianduiotti, e me ne strafottodell’ultima trasmissione di Aida, metto su le canzoni come capita, quello che mi arriva in mano.Lei si trova a salutare commossa il suo pubblico e io le metto Nino D’Angelo, poi i canti delleMondine, “Vaffanculo” di Masini, due mazurke e qualcosa di Castellina-Pasi. Quando se ne stauscendo per l’ultima volta dallo studio le dico ciao e basta, un ciao qualsiasi. Lei e Ale non sisalutano.Io mi fermo al bancomat e ricarico il cellulare.Il giorno dopo, domenica, sto per cominciare il mio giro di telefonate quando il cellulare squillaed è Ale.“Trame che cazzo faccio?”“Il deejay alla radio, e da domani sei di nuovo la star! Fico no?”“Io non posso vivere senza Aida.”“Ma certo che puoi, hai vissuto trentacinque anni senza Aida, cazzo se puoi vivere senza…”“No, non più, so che è una stronza, ma io l’amo! L’amo! Che posso farci?”Tiro un forte respiro.“E quindi?” chiedo.“Quindi lei stasera parte e se ne va a stare a Milano. E io non la rivedrò più. E mi suiciderò.”“No, qualsiasi cosa accada tu non ti puoi suicidare. Te lo proibisco.” rispondo distrattamente.“E allora cosa faccio?”“Maccheccazzo, fai come nei telefilm, corri da lei mentre sta per partire, dille che l’ami e guardache succede!”“Dici?”“Dico.”“Allora lo faccio?”“E muoviti!”Fortunatamente quella telefonata si conclude.Dico una preghiera e poi compongo il numero della zingarella.“Pronto?”“Ciao.”“Chi sei?”“Eh… Tramezzino.”“Il figlio di puttana?”“Eh… esatto.”“Non credevo che mi avresti mai chiamata. Che cazzo t’è preso adesso?”“Eh… che mi dispiace di essere stato un figlio di puttana. Niente di più.”“Hai bisogno di scusarti per pulirti la coscienza?”“Sì, credo di sì” oddio!!! E’ proprio così. Mi sento in colpa. Sono pentito. Incredibile.“Be’ allora fallo.”Credevo di averlo appena fatto… dopo un attimo di silenzio dico:“Scusami per essere stato stronzo.”“Scuse accettate. Adesso ho da fare. Addio.” 61
  • 62. Stefano Zamboni _ Brescia, 2010 _ zamboni.stefano@gmail.com _ Edizioni Hìgnur Music Ltd.E mi mette giù. Aveva dell’innegabile veleno nella voce, ma non mi aveva dato l’impressione diessere una che ti fa il malocchio. Vabbè, aveva accettato le mie scuse, io mi sentivo meglio, piùleggero.Compongo il secondo numero di telefono.“Pronto” questa voce è molto più incazzata, perché il mio nome è comparso sul display.“Ciao Paola.”“Mm.”“Be’ volevo dirti che… Insomma… Quella sera sono proprio stato uno stronzo. Io non stavobene, avevo tutta una serie di menate addosso, e insomma… Non volevo accettare anche che ilmio coso non funzionasse e la migliore idea che m’è venuta è stata quella di dare la colpa a te.”“Hai idea di come mi sono sentita?”“A dire il vero no, ma immagino una merda.”“Esatto, mi sono sentita una merda, e la più schifosa e puzzolente della mia vita.”“Mi dispiace. Adesso mi dispiace davvero.”Pausa, poi dice lei:“Ok.”Pausa, poi riprendo io:“Ascolta ti va se ci rivediamo?”“Hai un bel coraggio…”“Non parlavo di un incontro come i soliti, vorrei essere un po’ più carino per farmi perdonare…Ti andrebbe qualcosa tipo pizza e cinema?”“…ok.”“Bene!”“Ma il film lo decido io.”Cazzo!!! Vabbè cercherò di perfezionare la mossa di Spock. Deve funzionare, deve.Ci diamo appuntamento per la settimana prossima e ci salutiamo.Forse dovrei telefonare a Gu, ma non è il caso di fare tutto insieme.Mi sono dimenticato di dire ad Ale che dovrà aiutarmi a ritinteggiare casa. Glielo dirò domani allavoro, tanto oggi non mi avrebbe ascoltato. 62
  • 63. Stefano Zamboni _ Brescia, 2010 _ zamboni.stefano@gmail.com _ Edizioni Hìgnur Music Ltd.3.“Alzati E Lascia Brillare La Tua Gloria”Parole di Alessandro GentileAida stava una decina di chilometri fuori città quindi avevo dovuto prendere la macchina, la miavecchia Opel Kadett con l’autoradio a cassette. Dentro c’erano i Guns ‘n Roses che suonavano“You Could Be Mine” e tutto era meravigliosamente cinematografico.In verità io non ero esattamente un asso della guida, cioè mi sentivo sempre un po’ impacciatonel traffico. Avrei dovuto bere una birra prima di uscire, guidavo decisamente meglio se ero unpochino brillo. Certo sarebbe stato difficile da spiegare ad un etilometro. Una volta me l’eropure sognato. Mi ero sognato che mi scrivevano sulla patente che guidavo meglio in stato diebbrezza, ma poi gli sbirri mi fermavano e mi picchiavano perché ero sobrio!Comunque:Sarei arrivato da lei, le avrei mostrato il mio amore puro, le splendenti radiografie del mio cuoreche batteva solo per lei. Lei mi sarebbe caduta tra le braccia e avremmo fatto l’amore.Arrivai sotto casa sua e la vidi che caricava le ultime valige sul portapacchi della sua auto.Scesi con sottobraccio le suddette radiografie splendenti e gliele mostrai. Tutto questoovviamente è in stretto senso metaforico, non avevo avuto il tempo di andare a farmi fare dellelastre. Certo sarebbe stato suggestivo.Lei sorrise.Io le dissi: - Ti amo.Lei rispose: - Grazie.Che era non una risposta felice. “Grazie” è quello che dici quando qualcuno ti offre una birra oti aiuta a portare la spesa. Certo sono gesti carini, ma Santo Cielo io le avevo appena dichiarato ilmio amore.Lei poi mi disse delle cose del tipo che le piacevo e magari in un altro tempo le cose sarebberopure potute andare diversamente, ma lei avrebbe compiuto ventisette anni tra poco più di unmese, e le era capitata addosso l’occasione della vita, e questa occasione, tra le righe lo si leggevabenissimo, era più grande di qualsiasi prospettiva che mi vedesse al suo fianco.Io mi abbassai talmente tanto da dirle che mi andava bene anche una relazione a distanza, chemi andava bene di vederla ogni tanto, che avrei cercato di non esserle d’intralcio nella sua scalataal successo, che le sarei stato accanto nei momenti difficili e tutta questa serie di minchiate che sidicono quando l’amore ti pompa alle tempie, quando disperatamente cerchi di evitare che lecose vadano a rotoli. Stavo per chiederle di sposarmi, stavo per inginocchiarmi e offrirle unanello che non avevo, era questa la potenza dell’amore? Colpirti forte dietro le ginocchia emetterti a terra, metterti i paraocchi mentre la tua dignità scivola via nelle condotte di drenaggio?Si mise a piovere.Lei disse che non era il caso, che era meglio se ognuno andava avanti per la sua strada.Chiuse il baule della macchina, mi baciò sulla guancia, salì sull’auto e se ne andò.Io rimasi lì fermo a guardare i fari posteriori rossi della sua auto che si smarrivano all’orizzonte.Pioveva, io ero triste, era tardo pomeriggio ed era già buio quella domenica.Era tardo pomeriggio ed era già buio dentro di me.Fu una fortuna che piovesse, nessuno dei passanti indifferenti notò le lacrime sul mio volto, iomi inzuppai felice, sperando in una bronchite, una polmonite virale che mi portasse al cimitero,che magari le tirasse addosso un qualche senso di colpa.Aida. Aida.Il giorno dopo mi misi nuovamente davanti al mio microfono, dissi a Tramezzino di mettere su idischi che preferiva, soltanto di evitare “Wish You Were Here” dei Pink Floyd o ne sarei morto.Al microfono dissi: 63
  • 64. Stefano Zamboni _ Brescia, 2010 _ zamboni.stefano@gmail.com _ Edizioni Hìgnur Music Ltd. Be’ ciao a tutti. Qui è di nuovo Ale Micidiale sulle frequenze di Radio Sbruffoni. Aida è andata, come vi aveva già detto lei sabato. Questo è ancora il MARE IN CITTA’, e certamente presto ci saranno delle nuove bagnine. Per adesso ci penso io a tenervi a galla.Scialbo e grigio e triste. Senza alcuna verve nella voce, senza animo nel petto, il peggior deejaysul pianeta Terra. O almeno della provincia. Se davvero fossi stato io a dover tenere la baracca agalla saremmo colati a picco come dei soldatini di piombo. Come il fottuto Titanic.Tramezzino trasmise soltanto ed unicamente canzoni disperate d’amor peduto, e se la rideva, ohse se la rideva. - Cavoli, Trame ma ti sembra il caso? - Certo che mi sembra il caso. Devo mettermi a piangere e compatirti? A me sembra che sei bravissimo da solo. - Grazie della solidarietà. - Figurati.Quelle cinque ore furono interminabili, avevo voglia di correre a casa e strapparmi la pelle didosso. Perché mi era stata usata quella violenza. Perché!?!?Io stavo bene con i miei sogni di rock ‘n’ roll, con il mio vaneggiare di giorni da Led Zeppelin,non volevo finire con il cuore spezzato come il più banale personaggio del più banale deiracconti. Ma era successo. Quando arrivammo all’ultimo pezzo ebbi un sussulto, temevo cheTramezzino avrebbe comunque messo “Wish You Were Here”.Le prime note della canzone furono un colpo al cuore, erano i Pink Floyd, ma la canzone perfortuna era “Brain Damage”.Diceva:“E se le nuvole rombano e tuonano nelle tue orecchie, gridi e nessuno sembra sentiri. E se laband in cui suoni comincia ad usare accordi differenti, ci rivedremo sul lato oscuro della luna.”In fondo era un arrivederci, non un addio.Tramezzino mi sorrise cordialmente. Io ricambiai.Mi alzai dalla sedia e comiciai ad infilarmi il giubbotto. Fuori faceva freddo e pioveva ancora, ivetri della finestra erano rigati d’acqua, piangevano anche loro.Mentre “Brain Damage” terminava mi allontanai dalla scrivania, la giornata era finita finalmente.Poi sentii cominciare la canzone successiva e il giro di chitarra acustica mi gelò il sangue.Naturalmente era “Wish You Were Here”. Tramezzino si stava sbellicando fino alle lacrime,prendeva a pugni la console mentre rideva, che colossale bastardo.Ebbi al tentazione di incazzarmi e dar fuori di matto, ma lui rideva, rideva, rideva, e comefacevo ad incazzarmi verso uno che rideva così? Cosa gliene poteva fregare a lui della miarabbia?Eh. “Come vorrei che tu fossi qui”.Me ne uscii lentamente mentre Trame sventolava un accendino acceso con il braccio destro.Poi arrivarono le telefonate degli ascoltatori, le sentii con la radiolina mentre camminavo. “Aida vi ha già mollato? Siete proprio scarsi.” “Si vedeva che era una fuoriclasse, non poteva mica giocare in Serie B.” “Speriamo che arrivino presto le nuove bagnine, Ale non è un gran bel vedere in internet!” “Oh, finalmente s’è levata dai piedi la Barbie! Tutto quello zucchero… Stucchevole! Mi stava venendo il fottuto diabete. Bentornati bastardi. E ricambiate il nome al programma!”Camminai solo e senza meta, non in direzione di casa.Raggiunsi il Ponte Dei Rantoli e mi misi a guardare il fiume passare sotto. La pioggerellacontinuava. Io mi ero inzuppato ieri e mi sarei inzuppato anche stasera. Sentivo un leggero maldi gola, speravo che il raffreddore mi avrebbe raggiunto rapidamente. 64
  • 65. Stefano Zamboni _ Brescia, 2010 _ zamboni.stefano@gmail.com _ Edizioni Hìgnur Music Ltd.Appoggiai i gomiti al parapetto e dopo un lungo respiro sentii che ero mentalmente edemotivamente pronto per il pistolotto filosofico. Non c’erano vie di fuga, nemmeno dovevolavorare al Malebolgia quella sera.Dunque.Nel 1994 il mondo degli innamorati di musica si inchioda esterefatto di fronte ad un video inbianco e nero con effetto seppia, si tratta di “Grace” di Jeff Buckely. Il disco da cui è estratto ilsingolo porta lo stesso nome: Grazia, Bellezza. La canzone del video parla di un uomo che stamorendo, i versi in prima persona.La voce di Jeff Buckley è incredibile, ipnotica, inimitabile. La sua chitarra è rock e onesta, le suemelodie trasversali, originali. Nessuno ha bisogno di un secondo disco per dire che Jeff Buckleyè un talento, di quelli che ne saltano fuori raramente, di quelli che resteranno per semprenell’Olimpo, insieme ai grandi del passato, senza che nessuno abbia da lamentarsene.Nel 1997 Jeff sta registrando il secondo disco, mentre va in furgone allo studio con un roadiedecide che ha voglia di farsi un bagno e si fermano vicino ad un fiume. Jeff si butta in acqua conpantaloni e stivali, nuota a dorso canticchiando “Whole Lotta Love” dei Led Zeppelin, passaun’imbarcazione, lui sparisce dalla vista del roadie.Non uscirà vivo da quel fiume.Io ero lì sul Ponte Dei Rantoli con il mio sguardo più triste ed ebbi la profonda sensazione chesotto, innaturalmente galleggiante sul rigagnolo, come la barca di un faraone o l’imbarcazionefunebre di un capo vichingo, stesse passando il cadavere di Jeff Buckely.Vidi quell’immagine profondamente, con gli occhi della mente e del cuore.Mi passò sotto lo sguardo, scivolò avanti a me, quando ebbe superato completamente il ponte lovidi cambiare di aspetto.E nei suoi vestiti, morto e galleggiante, vidi me stesso.Il respiro mi si bloccò nei polmoni, per un istante fu come se non esistessi, come se si fermassetutto attorno a me. Guardavo immobile il mio stesso cadavere venire trasportato lontano dallacorrente fioca di un fiumiciattolo da niente.Poco prima che sparisse nel buio, ad una trentina di metri dal ponte, vidi il cadavere cambiarenuovamente sembianze e prendere quelle di Aida.Le lacrime che si erano formate nei miei occhi attesero ancora un istante e poi si proiettaronodolorosamente fuori in due rivoli compatti e salati, mi rigarono le guance e raggiunsero gli angolidella mia bocca. Sentii che mi tremavano le labbra ma non era per il freddo. - Cielo! – sospirai.Le mie ambizioni se ne erano andate, trascinate via come un morto dalla corrente.Il mio amore, o quello che mi sembrava fosse il mio amore, che mi sembrava il primo edautentico, se ne era andato, trascinato via dalle sue stesse ambizioni, verso un orizzonte buio.E adesso cosa restava di me?Ripresi a respirare, inspirare ed espirare, inspirare ed espirare.Rimasi fermo per diversi minuti ancora, non saprei dire quanto.Di me restavo io.Poi una voce dentro di me se ne uscì per i fatti suoi, profonda, senza bisogno di chiedere ilpermesso, senza interessarsi ad avere un consenso o meno, prepotente e un filo menefreghista.Disse: - Ma basta adesso.L’anno volgeva rapidamente al termine, Tramezzino mi aveva reclutato per aiutarlo aritinteggiare le pareti interne di casa sua. Ci lavoravamo a volte dopo mangiato prima delprogramma, a volte la sera quando io non ero di turno al Malebolgia.Suggerii di cercare soluzioni originali, intelligenti. Cioè, a dire il vero suggerii di mettere enormiposter di fotomodelle e attrici famose sui muri e poi pitturarci sopra uccelli in bocca, come ai beitempi della gioventù. Stranamente Tramezzino ebbe un sussulto di panico quando gli accennaiai poster, sembrarono ricordargli qualcosa di sgradevole. 65
  • 66. Stefano Zamboni _ Brescia, 2010 _ zamboni.stefano@gmail.com _ Edizioni Hìgnur Music Ltd.In effetti non vedevo da nessuna parte la sua preziosa collezione di calendari di Max.In radio lentamente mi stavo tirando su, anche se c’era in me questo freno che non riuscivo amollare, determinato soprattutto dal fatto che Bruffoni stava selezionando ragazze (troie) per ilprogramma, quindi il mio ritorno alla guida era ovviamente soltanto temporaneo. Certo non erafacile trovare una sostituta di Aida, una che fosse bella, brava, e con una bella voce.Nel Manchester United l’allenatore Ferguson era stato capace di rimpiazzare David Beckhamcon un giovanissimo Cristiano Ronaldo. Ma Manlio Bruffoni non era Sir Alex Ferguson e io eTramezzino gli auguravamo ogni giorno e più volte al giorno il peggio possibile. NonostanteAida se ne fosse andata infatti i nostri contratti erano rimasti quello che erano, e tra un mesec’era un altro rinnovo, chissà se sarebbe stato capace di incularci di nuovo.La vigilia di Natale la passammo tra i secchi di vernice in casa Tancredi, bevendo moscato,ascoltando John Coltrane, Rolling Stones e Clash.Ogni tanto intingevamo il pennello e tiravamo una strisciata di colore sulla parete. - L’hai fatto proprio alla cazzo questo pezzo… - dissi a Trame indicando un tratto di muro. - Ma no, cosa vuoi capirne. E’ futurista. - Futurista? Ma dai. E’ fatto alla cazzo. - A te chi ti faceva più paura da piccolo? Intendo dire tra i personaggi degli horror, Dracula, Frankenstein… - Stai cercando di cambiare argomento perché sai che questo pezzo l’hai fatto alla cazzo eh? - Oh, ma è casa mia, se piace a me… Dai rispondi. - Boh. A me m’ha sempre terrorizzato quello di “Nightmare”, Freddie Kruger, era brutto forte, con quegli artigli e la faccia che era tutta una piaga… Poi mi prendeva male sta storia che ti ammazzava nei sogni. - Te lo sei mai sognato? - Eh, per fortuna no. O probabilmente sarei morto. - Già. A me invece mi hanno sempre rugato i film con gli zombie. ‘Sti figli di puttana che ti vogliono agguantare, mordere e masticare… Proprio mi mettono l’angoscia. - Be’ sì anche a me mi hanno sempre stressato gli zombie. La menata con gli zombie è che sono sempre un fottìo, fortuna che sono lenti e stupidi. Una bella metafora della società moderna, tutti uniformati, tutti arrivisti, tutti ansiosi che anche tu venga assimilato. - Dici? – disse Trame – A me questa cosa che sono delle metafore della società mi ha sempre rotto le palle. La società è la stessa merda da migliaia di anni, qualche conquista c’è stata ok, ma ci saranno sempre pochi ricchi e una vagonata di poveri, ci saranno sempre gli integrati e gli emarginati, ci saranno sempre le stesse cose, perchè vuoi continuare a farne delle metafore… - Magari per evitare la rassegnazione. Comunque quale sarebbe allora il significato degli zombie? - Lo scorrere del tempo. Gli zombie sono gli anni. Sono lenti, ma si moltiplicano inesorabilmente, tu sopravvivi evitandoli uno alla volta, ma più si moltiplicano e meno vie di fuga hai. E alla fine ti prendono, per forza. - Dio che allegria. Era meglio la metafora sociale. E di Godzilla che mi dici? Secondo te non è un riferimento esplicito alle bombe atomiche? E’ un gigantesco mostro squamoso che colpisce il Giappone appena dieci anni dopo i bombardamenti di Hiroshima e Nagasaki… - No, assolutamente no. – rispose Trame – E’ una metafora sessuale. Il Giappone è stato un impero chiuso, la sconfitta e il presidio americano li ha aperti al mondo come le gambe di una verginella, arriva il gigantesco ucello occidentale e capitalistico a sputare laser dalla bocca. Il significato recondito è che i giapponesi ce l’hanno piccolo, e adesso che arrivano i soldati afroamericani se ne devono fare una ragione.Mi misi a ridere. 66
  • 67. Stefano Zamboni _ Brescia, 2010 _ zamboni.stefano@gmail.com _ Edizioni Hìgnur Music Ltd. - Sempre tutto ricollegabile al sesso eh? Sei come Freud. - Ah, no, Freud ce l’aveva piccolo. - Eh eh eh. Ma in fondo perché devono per forza essere sempre metafore? Sono soltanto dei film. Cioè, Freddie Kruger era il fantasma di un serial killer bastardo, gli zombie sono degli intossicati e Godzilla è un lucertolone. Sono soltanto film. - Quindi, ad esempio, chi ha scritto la Genesi credeva davvero che Eva si fosse messa a complottare con il serpente e per questo Dio aveva mandato via dal paradiso terrestre lei e il suo ganzo? - Be’ probabilmente sì, sai roba di tremila anni fa. Ma non mi ricordo di aver letto la Genesi, l’avrò vista a cartoni animati magari. C’è di mezzo una mela, no? - A me è sempre piaciuta – continuò Trame mentre pitturava stancamente una parete. – Mi fa impazzire quando Dio cerca Adamo ed Eva che però si sono nascosti perché sono nudi, e lui allora gli domanda “Chi vi ha fatto sapere che eravate nudi?”. Forte no? Cioè, è l’uomo che non è più un animale come gli altri, ha coscienza di sé, della propria condizione di nudità. In pratica la Genesi è un testo sull’evoluzione. - Sticazzi. In ospedale ti hanno fatto una trasfusione col sangue di una persona intelligente? O che sa leggere perlomeno? Eva, la troia. Tutta colpa sua, no? Hanno ragione a definirlo un racconto maschilista. - Io non direi maschilista. Cioè, almeno Eva ha una sua iniziativa, Adamo ci fa la parte del gonzo che la morosa gli dice “dai amoruccio mangia la mela” e lui se la caccia in bocca. E poi era ovvio che sarebbe stata Eva a smuovere la situazione. E’ come nella realtà. In fondo nel paradiso terrestre Adamo ed Eva bombavano duro tutti i giorni ma lei non restava incinta, e questo la innervosiva, sai la storia dell’orologio biologico… E’ per quello che appena è arrivato il serpente lei s’è messa subito a chiacchierarci. Se era per Adamo il genere umano non ci sarebbe mai stato, Adamo non faceva un cazzo tutto il giorno a parte mangiare, dare nomi alle cose e scopare, perché mai avrebbe dovuto volersene andare!!??! - Be’, la storia regge. La canzone resta sempre la stessa.Entro la fine della settimana concludemmo la ritinteggiatura.L’ultima stanza fu una camera centrale senza finestre, Trame l’aveva sempre tenuta chiusamentre pitturavamo le altre. Non era affatto a suo agio mentre la imbiancavamo, sembravaesserne intimorito. Ma a me quella stanza piaceva. Era né troppo piccola né troppo grande.Bastava insonorizzarla…Una sera me ne tornai a casa e tirai fuori la chitarra da sotto al letto. Era un bel pezzo che se nestava lì sotto ad aspettare ormai.La attaccai all’amplificatore, non avrei dovuto perché era tardi, ma che si fottesse il vicinato peruna volta, ne avevo bisogno.Mi infilai la tracolla, accordai rapidamente. E poi aspettai che mi arrivasse qualcosa in testa,Tramezzino diceva che lui ascoltava interi concerti mentalmente, potevo farcela pure io.I polmoni mi si riempirono di gioia mentre nella testa risuonava il loop di “Baba O’Riley”,sorrisi, ascoltai nella mia testa entrare il pianoforte, la batteria, poi diedi le mie pennate:Fa Do Si bemolle“Qua fuori nei campi combatto per i miei pasti”Mulinavo le braccia come Pete Townshend, inclinavo la schiena, mi sollevavo sulla punta deipiedi, godevo eccitato della musica. Nell’aria c’era solo la chitarra ma nella mia testa sentivotutto, sentivo Roger Daltrey cantare:“Non ho bisogno di fare a botte per dimostrare che ho ragione e non ho bisogno di essereperdonato.”Mi fermai a braccia aperte ad ascoltare il bridge, poi ripresi con enfasi crescente, era ora cheabbandonassi quella regione perduta di adolescenti dove avevo lungamente vissuto. 67
  • 68. Stefano Zamboni _ Brescia, 2010 _ zamboni.stefano@gmail.com _ Edizioni Hìgnur Music Ltd.Eseguii l’assolo di chitarra e poi mi tuffai nella parte di violino inspirando con il naso edespirando con la bocca aperta, come rapito in un amplesso, mentre la melodia ballava zingarescaattorno a me e la stanza mi girava tutt’attorno, il ritmo cresceva, il mio battito cardiaco siesaltava ed io mi trovavo sudato in ginocchio.Dopo mi persi un po’ con l’introduzione di “In The Flesh” e a suonicchiare isterico “Nobody’sFault But Mine”. Forse qualcuno battè con la scopa contro il muro o il pavimento per farmicapire che presto avrebbe chiamato gli sbirri per farmi smettere, ma continuai a fottermene.Dopo una mezz’ora intensa finii suonando e cantando “We Are The Champions”, a tuttipolmoni intonavo che avevo avuto la mia brava porzione di sabbia gettata negli occhi, ma erosopravvissuto.Da fuori mi raggiunse una voce che mi invitava a infilarmi la mia chitarra ed i miei campioni etutti i Queen nel retto.Ci stava. Sorrisi.Mi sfilai la tracolla della Les Paul e riappesi la chitarra al muro, anziché rimetterla sotto al letto.Che colpa ne aveva la mia chitarra se io ero stato tanto stupido da lasciare che i miei sogni sitrasformassero in ossessioni, che mi fregassero la vita? Non c’era nulla di falso nel mio amoreper la musica, nulla di cattivo. Soltanto avevo sperato in un futuro con tante lucette, con il mionome sui cartelloni, ci avevo sperato troppo e senza capire che comunque non doveva assorbiretutta la mia esistenza, che c’erano altre cose importanti nella vita.Ma la chitarra non aveva colpa. Lei era un’amante onesta e gentile e sarebbe stata con me finoalla fine dei miei giorni. Adesso che avevo sotterrato i miei sogni di gloria potevo amarla inmodo docile e commosso, amarla dell’amore che meritava.Guardai fuori dalla finestra, pensai ad Aida e fui contento perché almeno non avrei dovutochiamare mio figlio American Idiot. Mi sentivo illuminato da qualche nuova consapevolezza, manon sapevo darle una forma, non sapevo formularla pienamente in parole, ma la sentivo nelcuore e nello stomaco.Non sapevo esattamente in quale verità fossi incappato.Ma mi aveva reso libero.Il Capodanno lo festeggiammo ad un locale equivoco, cioè pieno di trans, omosessuali e dragqueen, su invito di Thandy. I finocchi (in senso lato) erano sempre i migliori a divertirsi. Nonricordo una festa più chiassosa e colorata di quella, non ricordavo di ridere così di gusto daalmeno dieci anni.In jeans e maglietta io e Trame eravamo i più ordinari, quindi diventammo un’attrazione,ballammo sui tavoli e ci improvvisammo in uno spogliarello. Io rimasi in mutande e quando mirivestii scoprii che mi avevano infilato una trentina di euro in banconote da cinque negli slipmentre ballavo. Quella cosa mi fece sorridere e mi colmò d’allegria, in fondo volevo essere unastar no? Be’ per qualche istanto lo ero stato, sul mio palco improvvisato, con una piccola folladelirante sotto di me. Mi era piaciuto. Non sarei diventato uno spogliarellista professionista mami sarei comunque tenuto stretto quel ricordo.Tramezzino era rimasto copletamente nudo, gridava “Pandemoniooooo!!!” e scatenava onde dieccitazione e grida che si allargavano attorno al tavolo sul quale ballavamo, fece più soldi di meil bastardo!Più tardi mi prese la tentazione di chiedergli esattamente dove gli avevano infilato i soldi vistoche era rimasto come mamma l’aveva fatto, ma realizzai che in fondo non mi interessava, cioèproprio non lo volevo sapere.Fu una bellissima festa, me ne andai sbronzo marcio e il primo giorno dell’anno mi svegliai nelletto solo, non senza un certo sollievo.Ricordavo quello che mi aveva detto Tramezzino attorno alle due o alle tre di notte: - Credo che dovrò chiamare Guenda uno di questi giorni. Lei è la ragazza giusta per me. E’ ora di smettere di scappare.Nel letto ricordai qualcosa di importante relativo a Guendalina e ridacchiai bastardo. 68
  • 69. Stefano Zamboni _ Brescia, 2010 _ zamboni.stefano@gmail.com _ Edizioni Hìgnur Music Ltd.Un paio di settimane dopo capitai a casa di Trame con una batteria in macchina. - Hai deciso di fare il batterista? – mi chiese. - No, è per te! Sai bisogna sfruttarla quella meravigliosa stanza vuota che hai in mezzo alla casa. Tu ci sapevi fare dietro alla batteria. - Non dire cazzate. Non mi va di suonare la batteria, non mi va di alimentare di nuovo i tuoi sogni di vanagloria, ma non impari mai niente? Di nuovo la stronzata dei Led Zeppelin? Dai cazzo cresci! - No, niente Zeppelin stavolta, niente sogni di gloria! Due amici, una chitarra, una batteria, una stanza insonorizzata e la musica! E’ questo il senso profondo no? Non le groupies, non le copertine dei giornali, non i video su Mtv. Mi voglio solo divertire Trame. Senza illusioni, senza aspirazioni lontane e perdute, fammi fare qualche suonata…Tramezzino si guardò in giro, vagamente scazzato. Storse la bocca un paio di volte, poi mi disse: - Portala dentro, montala, fai quello che devi fare. Io non ti aiuto, quella cosa la tocco solo con le bacchette.Mi allargai in un sorriso e tutto entusiasta cominciai a scaricare i pezzi e portarli nella stanza diTrame. L’indomani avrei cominciato a preoccuparmi di recuperare il materiale insonorizzante.Quando tutto fu a posto suonammo.Lo facevamo almeno un paio di volte a settimana, prima di andare in radio. Non ricordavo diessermi mai divertito tanto suonando. Non lo avevo mai fatto così liberamente, non mi ero maigoduto tanto la musica.Qualche volta inevitabilmente venivo colto dall’eccitazione e chiedevo a Tramezzino se non erail caso di trovarci un nome, un nome per il gruppo, per il nostro duo insomma.Lui ripondeva con parolacce o direttamente lanciandomi addosso le bacchette e mirando agliocchi. Una volta me ne pompò uno e ci fu un bel battibecco, ma sapevo che lui mi teneva i piediper terra.Il giorno del rinnovo del contratto mi sentivo come un carcerato che deve andare a farsi ladoccia ben sapendo delle alte probabilità di incappare nella sonda anale di un altro carcerato dinome Bubba o qualcosa di simile.Stavo vicino a Tramezzino, spalla a spalla, lui sembrava molto più tranquillo, ma Tramesembrava sempre tranquillo. Gli chiesi se mi dava un po’ dei suoi ansiolitici ma mi disse di noperché sennò poi prendevo il vizio. Che stronzo.Entrammo nell’ufficio di Bruffoni che stava sfogliando book e curriculum di aspiranti sostitutedi Aida. Non sembrava affatto contento di quello che vedeva, gli rodeva una cifra aver persocosì presto il suo affare migliore.Manlio Bruffoni aveva qualcosa più di cinquant’anni, una moglie ricca, un figlio alla Bocconi euna figlia al Dams, la radio era nel salumificio che aveva rilevato da suo padre e aveva fattofallire in meno di due anni. Sua moglie era la sua fortuna, la radio il suo giocattolo, io e Trame isuoi omini della Lego. - Ecco i miei draghi. Stavo facendo le mie considerazioni. Sapete, non voglio perdervi, mi sono affezionato. - Bene. – dissi e simulai un sorriso.Bene un cazzo, quando uno comincia così significa che sta indorando la pillola. Era come allavisita dei tre giorni, il medico militare ti teneva per le palle e ti ordinava di cantare. - D’altronde devo compensare il buco che la dipartita di Aida ha causato. Non credo che un’altra deejay basti a colmarlo. Ne serviranno almeno due. Io non mi posso permettere due nuove deejay senza riconsiderare il vostro ingaggio. - Signor Bruffoni – dissi – davvero non ci stiamo dentro con quello che ci passa al mese, cioè ormai siamo qui da parecchio, praticamente la radio gliela abbiamo fatta noi, non può abbassarci di nuovo lo stipendio, saremo costretti ad andarcene, anche se vorremmo restare… 69
  • 70. Stefano Zamboni _ Brescia, 2010 _ zamboni.stefano@gmail.com _ Edizioni Hìgnur Music Ltd. - Gentile, Gentile. Mi spezzi il cuore. Non credere che io non capisca, non sono l’uomo freddo e privo di sentimenti che posso sembrare. E’ il mio ruolo che me lo impone.Tramezzino intervenne: - Lei ha il denaro sufficiente per pagare sia noi che le due nuove deejay, lo sappiamo benissimo, i soldi non le mancano. - Tancredi stai pattinando su ghiaccio sottile. - Ci riporti lo stipendio al contratto precedente all’arrivo di Aida, ci lasci selezionare le nuove deejay e sistemare la programmazione, vedrà che le daremo delle soddisfazioni. - Tancredi vederti leccare il pavimento mi darebbe soddisfazione. Hai proprio la faccia come il culo. Quanto cazzo di tempo credi che mi serva per trovare un altro imbecille che schiaccia bottoni e mette su i dischi come fai tu? Credi di essere speciale? Insostituibile? Tu non vali un cazzo. Non vale un cazzo nemmeno il tuo amico, ma tu mi stai sui coglioni, anzi direi che fino ad oggi ti ho tenuto soltanto perché mi stavi sui coglioni, giusto per vederti e poterti trattare male ogni tanto. Per null’altro. Adoro vedervi strisciare qui ogni sei mesi con i berretti in mano come operai di fine Ottocento. E’ una gioia ed una soddisfazione per me. Perché non potete farci un cazzo. Tra una settimana se io non firmo questa minchia di rinnovo voi siete in mezzo alla strada a cercarvi un lavoro di merda.Avevo il groppo alla gola.Tramezzino aveva detto quello che bisognava dire, ma aveva peggiorato le cose. Avrei volentierirovinato le mie scarpe contro i denti di Bruffoni ma sapevo che aveva ragione lui e che dovevotenere lo sguardo basso ed il berretto in mano. La radio era tutto quello che avevo, il meglio cheavevo trovato, probabilmente il meglio possibile per me. Certo una bella ribellione a quellostronzo avrebbe soddisfatto il mio orgoglio ma esattamente come ci aveva appena detto tra unasettimana sarei stato per strada a cercarmi un lavoro di merda. Senza più microfono e canzoni etelefonate degli ascoltatori. Adesso che mi stavano sfilando queste cose da sotto mi rendevoconto di quanto mi piacessero, di quanto ne fossi felice. Adesso che avevo celebrato il funeralealle mie fantasie da rockstar non volevo dover fare altrettanto con la realtà, non avrei retto unanuova separazione.Anche l’idea di rimanere alla radio senza Tramezzino mi angosciava, avrei voluto prenderlo indisparte e dirgli di ingoiare, di non fare il duro, di non lasciarmi lì da solo.Era proprio situazione schifosa, senza alcuna via di uscita soddisfacente. Era tutta una questionedi rimetterci il meno possibile, senza reali possibilità di guadagno. - Speravo che avremmo trovato una soluzione civile, sa signor Bruffoni, io sono quello che sono, ma volevo cercare di migliorare almeno un po’, dove ce n’erano i margini. Ma lei non me ne lascia. – disse Trame. - Quindi è il caso che tu ti levi dai coglioni. – disse Bruffoni. - Mmm. Mi sa proprio di no.Dalla tasca sul retro dei jeans Trame tirò fuori una busta gialla spessa un centimetro e la buttòsulla scrivania del signor Bruffoni. - Che cazzo è quella lì? - E’ una busta gialla Manlio. O se preferisci è il fantasma del Natale presente, un po’ in ritardo. - Che scherzo di merda è questo? - Aprila testa di cazzo, non l’ho buttata sul tuo tavolo perché tu la fissassi con quel tuo sguardo da rincoglionito. Muoviti. – disse Tramezzino.Cosa stava succedendo? Bruffoni guardò con odio smodato Tramezzino, poi allungo una manoe aprì la busta, rimase di stucco osservandone il contenuto. - Non sai quanto mi addolora tutto questo, Manlio, sai è una pecca sul mio percorso di miglioramento, le persone buone non fanno cose come questa. Ma io non sono una persona buona, e non lo sei nemmeno tu. Quindi per lo meno non ci finisce di mezzo alcun innocente. 70
  • 71. Stefano Zamboni _ Brescia, 2010 _ zamboni.stefano@gmail.com _ Edizioni Hìgnur Music Ltd. Dunque, nella prima foto ci sei tu che sorridi con un bel cazzo vicino. Nella seconda foto c’è il succitato cazzo e tu che lo succhi, con la bocca. Nella terza foto ancora il famigerato cazzo e tu che lo succhi, con il culo. E poi via di questo passo, anche se il top è il finale in cui un non meglio identificato buco del culo ti caga sulla pancia. Sono anche delle belle foto no? Con un certo talento artistico!Bruffoni aveva la bocca spalancata. Era immobile e ridicolo come un ghepardo in ceramica.Tramezzino afferrò una sedia e ci si svaccò soddisfatto davanti alla scrivania. Bruffoni non alzòlo sguardo, era fisso sulle foto. - Dunque: parlo a nome di entrambe, non voglio differenze di trattamento. Stipendi raddoppiati, contratti a tempo indeterminato, massima libertà artistica, le veline le scegliamo noi e da questo momento lei ci saluta in grande, sorride ed è educato con noi. Non ci provi nemmeno a pensare ad avvocati o addirittura sicari, quelle foto sono dappertutto, lei è in un mare di merda se finiscono in giro, insomma a casa sua. Noi siamo le sue boe di salvataggio. Sono certo che d’ora in poi il nostro rapporto di lavoro sarà più proficuo e gratificante. Salve a tutti voi, bastardi ingloriosi e volontarie della protezione animali. Siamo tornati indietro nel tempo. Niente più poesie melense di Gibran, niente più Emily Dickinson, niente più consigli su come piacere all’altro sesso. Questa è una radio, mettiamo su canzoni. Fosse anche la vostra la vita la più piatta immaginabile non c’è verso che la si riesca a risolvere con un bel consiglio, perché i bei consigli sono sempre gli stessi, puzzano rapidamente di vecchio e non servono ad un cazzo se poi voi non ci mettete la faccia. Ogni persona è un abisso, io sono perso nel mio, voi nel vostro, un abisso fatto di fango mischiato a cieli azzurri, l’importante è che non vi passi la voglia di navigarlo. IL MARE IN CITTA’ non esiste più, anzi non è mai esistito. Se volete il mare in città fatevi una gita a Venezia. Questo è PHYSICAL GRAFFITI. Siamo tornati.Schioccai le dita nel microfono e sotto partì poderoso il riff di Back In Black.Cadenzato e rapito cominciai a dondolare la testa avanti ed indietro a tempo con la musica.Dietro di me Tramezzino cominciò a dondolare la testa avanti ed indietro a tempo con lamusica.Nel suo sgabuzzino stantio la signora Capelli cominciò a dondolare la testa avanti ed indietro atempo con la musica.Nelle macchine i rappresentanti, nelle officine gli operai, a casa le casalinghe, nei negozi lecommesse, tutti cominciarono a dondolare la testa avanti ed indietro a tempo con la musica.Forse era solo nella mia immaginazione, ma il mondo prese a muoversi armoniosamente trachitarre distorte ed headbanging.Quella sera doveva essere una delle tante in cui lavoravo dietro al bancone del Malebolgia, ma iome lo sentivo dentro che qualcosa sarebbe successo.Venivo ancora tre sere a settimana anche se economicamente non ne avevo affatto bisogno,adesso meno che mai. Ma facendolo con la consapevolezza di poterne fare a meno mi cidivertivo di più.Mi sentivo libero, avevo superato le mie dipendenze.Un alcolizzato non è libero, ma nemmeno un ex-alcolizzato. Anche perché un ex-alcolizzatodentro di sé è ancora un alcolizzato, sa perfettamente che non può bere nemmeno un goccettoperché altrimenti il demone etilico gli piomberà nuovamente addosso. Io invece ero un uomolibero, potevo bere una birra, magari anche due, e poi dire di no alla terza. Meraviglioso.Ma non era questo che avrebbe reso la serata eccezionale.Entrò Tramezzino. 71
  • 72. Stefano Zamboni _ Brescia, 2010 _ zamboni.stefano@gmail.com _ Edizioni Hìgnur Music Ltd.Ultimamente si era rifatto vivo al Malebolgia, tant’è che non s’erano più viste né Gu né lazingarella.Si sedette al bancone e mi ordinò una birra media, senza guardarmi, come se fosse un clientequalsiasi. Anzi c’era decisamente un tono sgarbato nella sua voce. Io risi, amavo quell’uomo,amavo il suo vizio di prendermi per il culo, amavo la libertà che concedeva agli altri di prenderloper il culo. E amavo lo scherzo che aveva combinato a Manlio Bruffoni.Gli spillai una birra come l’avrebbe spillata Dio, se Dio fosse esistito e avesse mai spillato unabirra.La poggiai sul tavolo. - Spero sia di suo gradimento…Trame mi guardò tutto sorridente e si portò la caraffa alla bocca. - Ho telefonato a Guenda. – mi disse tutto contento. - Ma va’?Ero sinceramente stupito, non ne aveva più parlato dopo capodanno e credevo fosse statasoltanto un’idea bislacca dovuta al clima festoso, alle banconote nelle mutande e alla sarabandadi travestiti che ci giravano attorno e coloravano tutto. - Già. Mi ha detto che passa. - Bene.Lui sembrava stranamente un po’ a corto di parole, sorrideva tra sé, annuiva leggermente colcapo mentre rimuginava. - Sai, il fatto che sia esattamente il tipo di ragazza della quale mi vorrei innamorare credo che mi abbia un po’ gettato nel panico quando ci sono uscito mesi fa… - Ma va’? – stavolta ero sarcastico ma lui non colse. - Sì, credo proprio di sì. Ma sto cercando di migliorare in tutti i sensi. Cioè senza strafare, non sono mica una creatura orrenda in fondo. Devo soltanto sistemare qualche dettaglio. - Non prenderai più a calci ragazzetti emo? Non sedurrai più bambine? - Non era una bambina! Ma comunque sì, ci andrò un po’ più calmo con i sentimenti altrui. E anche con il loro culo. - Cazzo. Sono scioccato! Commosso, intenerito fino a sentirmi le ossa molli! Mi sembra di essere in un musical su Don Bosco, davvero… - E smettila! Non c’è bisogno che la fai così lunga. Sto aspettando una ragazza… - Già.Dentro di me l’entusiasmo galoppava, volevo saltare in piedi sul bancone e sfotterlofragorosamente, ma dovevo attendere. Dovevo attendere ancora per poco.Infatti Guendalina, la versione nostrana di Gwen Stefani e Gwyneth Paltrow, entrò inquell’istante nel locale, guardò al bancone, io mi stampai un sorrisone in faccia e gli indicaiTramezzino seduto davanti a me. Lei ricambiò il sorriso e andò a sedersi accanto a Trame. - Ciao Ruggero. – disse. - Oh, ciao Guenda, è bello rivederti. - Anche a me fa piacere vederti. Sei stato sfuggente dopo il nostro, primo, unico incontro. Ci sono rimasta male. - Mi dispiace. Ero piuttosto complicato a quel tempo… - E adesso non lo sei più? - Mah… Forse sono anche peggio.C’era un tremore nella voce di Tramezzino, c’era una nota d’imbarazzo, c’era emozione. Stavaaffrontando un discorso importante. Io ero immobile in mezzo a loro due, non cagavo nessunaltro nel locale, forse mi stavano ordinando qualcosa ma che aspettassero pure. Stava perarrivare un momento profondamente zen. - Sai, ti ho pensata davvero tanto – riprese Tramezzino – ma non trovavo mai il coraggio di chiamarti. - E come mai? 72
  • 73. Stefano Zamboni _ Brescia, 2010 _ zamboni.stefano@gmail.com _ Edizioni Hìgnur Music Ltd. - Be’, in genere non ho problemi con le donne… - Già, questo me l’hanno riferito.Tramezzino si girò e mi vide che ascoltavo tutto con devota attenzione e religioso silenzio.Mi disse: - Scusa ma non è che potresti lasciarci soli? - Ah, certo. Scusatemi. – risposi, e mi allontanai di due passi scarsi, ma girai le spalle. - E’ che tu sei speciale. – disse Trame a Guenda con quella sensazione d’instabilità nelle paroleche avevo colto prima.Tramezzino stava esponendo il suo cuore. Forse non era mai successo prima. Era un po’ comeil primo contatto con forme di vita extraterrestri. Mi maledissi per non avere un piccoloregistratore, per non poter rendere immortale quel momento. - Penso che noi due dovremmo frequentarci. – disse infine. - Già – disse con un mezzo sospiro Guenda – forse avremmo dovuto. - Siamo ancora a tempo… - disse Trame sollevando un sopracciglio leggermente allarmato.Ed in quel momento la porta del Malebolgia si aprì e a falcate sicure e maestose Andreino ciraggiunse al bancone. Senza badare a null’altro cinse con un braccio Gu e poi la baciòappassionatamente sulla bocca. A pochi centimetri gli occhi di Ruggero Tramezzino Tancredi sispalancarono e la sua mascella si lussò. - Ciao amore. Ah, ciao ragazzi! - disse Andreino.Poi ci sorrise con quel sorriso speciale che hanno le belle persone. Anzi con quel sorriso specialee smisurato che hanno le belle persone che si scopano delle gnocche esagerate. - Amore il film comincia tra una ventina di minuti, se vogliamo andare dobbiamo partire subito. - Certo, andiamo! – disse Guenda, entusiasta.Si alzò, si rimise il cappotto, mi fece un sorriso, poi sussurrò a Trame. - No, non sei più a tempo. Ti auguro tante belle cose.Mentre usciva a braccetto con Andreino, Trame non battè ciglio, non chiuse la bocca, non giròlo sguardo. Pietrificato. Io feci dei lunghi respiri ponderati, tenni gli occhi bassi, lo sbirciai percapire se gli stava arrivando un arresto cardiaco oppure c’era soltanto rimasto una merdacom’era giusto che fosse.Poi lasciai perdere contegno e solidarietà e sollevai le braccia al cielo come una V di vittoria egridai: - Sì! Sì! Sììììììììììì!!!!!!Tramezzino si scosse dal suo torpore, mi guardò prima con meraviglia e poi con odio feroce. - Ma allora tu lo sapevi! – quasi gridò. - Sì! Sì! Sììììììììììì!!!!!! SIIIIIIIIIIIIIIIIIIIIIIIII! Io lo sapevo! Questa volta IO lo sapevo!!! Ahahahhahaahhahaha!!!! - Ma sei un deficiente! E un lurido bastardo!Io continuando a gridare “Sììì” uscii da dietro al bancone e mi misi a saltare in mezzo al locale,poi mi tolsi la maglietta e la buttai ad un tavolo di ragazze divertite, quindi mi misi a correre incerchio nel bar tenendo le braccia aperte e facendo l’aeroplanino come Montella dopo un goal.La gente ai tavoli sembrava divertita, alcuni ridevano di gusto, io spalancai la mano destra eraccolsi una dozzina di “cinque” sonori ed entusiasti. Quindi sudato e con il cuore ancorapalpitante me ne tornai dietro al bancone. Una ragazza dal tavolo appallottolò la mia maglietta eme la rilanciò.Sorrisi e me la reinfilai. - Sei un imbecille. Non ci posso credere. - Guarda Trame, io so che in questo momento stai soffrendo, e me ne dispiace. Ma è lo stesso uno dei più bei giorni della mia vita. 73
  • 74. Stefano Zamboni _ Brescia, 2010 _ zamboni.stefano@gmail.com _ Edizioni Hìgnur Music Ltd. - Sei un coglione. Ci godi perché Guenda sta con quello sfigato? Così sono a piedi pure io, e mal comune mezzo gaudio, no? Adesso io piango una e tu piangi l’altra… - Eh, che vuoi, la miseria ama la compagnia. Ma facciamo che non piange nessuno dei due. Non era mica l’ultimo campionato della storia, no? Ci rifaremo. - Vaffanculo.Sorrisi. Gli appoggiai una mano sulla spalla, e poi scoppiai di nuovo a ridere. Che potevo farci? - E dammi un’altra birra! – disse Tramezzino. - Subito! – risposi. FINE 74

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