Una Dinastia Nata Su Uno Scalo Ferroviario - Presentation Transcript
Luciano
Martelli
Una dinastia nata su uno
scalo ferroviario
d
di Guido Di Fraia
Mimesis Edizioni
Mimesis Edizioni,Via Risorgimento, 33 – 20099 Sesto San Gio-
vanni (Milano)
Tutti i diritti riservati
Collana Storie
Finito di stampare nel mese di aprile 2007
Printed in Italy
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INDICE
Inizia il secolo 4
Il dopoguerra 12
La grande paura 25
Gli affari vanno male 41
Milano risorge 59
Liti familiari 70
Mai arrendersi 85
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1 - Inizia il secolo
I ricordi della persona più vecchia della famiglia
con cui io ho parlato sono di mia nonna Maria, nata nel
1843 e morta nel 1927. Ho in mente il tono della sua voce.
Se ci penso con attenzione, e considero il tempo che è pas-
sato, mi vengono i brividi. Ma è tutto vero.
Grazie a dio ricordo molto bene anche mio nonno,
gran continuatore della famiglia Martelli, onesti faticatori,
come si dice ancora. Lui era del 1848, e caso vuole che il
mio primo bambino nacque esattamente 100 anni dopo, nel
marzo del nel 1948.
Io all’importanza dei numeri ci ho fatto sempre at-
tenzione. Non che me li giocassi al lotto o cose del genere,
quello l’ho sempre lasciato fare ai perdenti, ma certi nu-
meri non ritornano solo per combinazione.
Mio nonno nacque a Cologno Monzese, che al tem-
po era un paesotto di provincia ed entrò a lavorare presto
nelle ferrovie, grazie al suggerimento di un amico di suo
padre che chiamavano il Ciliegia per una voglia che aveva
in viso, nella Stazione di Porta Genova. Lavorò quaran-
t’anni ma prese quasi più anni di pensione di quanti ne la-
vorò, infatti morì a novantadue.
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Io credo di aver preso un po’ da lui, era una persona
autoritaria; si racconta che una volta, il capostazione non
aveva ancora dato partenza al treno e il ritardo si accumu-
lava senza spiegazione, quindi lui decise di prendere la pa-
letta e far partire il convoglio lui stesso. Era solo un frena-
tore di poco più che vent’anni. È della nostra famiglia
prendere decisioni, e quello che è certo è che questo lato
del carattere ci ha portato solo successi.
Fin da piccolo, quando mi chiedevano cosa volevo
fare da grande io dicevo che volevo fare il ferroviere.
Il treno allora passava dove c’era l’Orfeo, poi veni-
va dove adesso c’è il Parco Solari, e poi andava alla Cen-
trale. Mio nonno percorrendo i binari passava nel negozio
di orologeria oreficeria di mio padre con il modo di fare
tutto suo di voler sempre mettere il naso dentro nelle cose
degli altri.
Mio padre aveva messo negli anni Trenta in piedi
una piccola attività di riparazione orologi nel Corso Ma-
genta di un tempo, con due luci. Aveva imparato nel sog-
giorno comasco, quando fu mandato in collegio a studiare.
Lui voleva che mio nonno entrasse perché era un tipo
schietto, forse troppo, e capitava che se entrava qualcuno a
far vedere un orologio lui diceva “Ma g’ha nagotta quel-
l’orologio qui”, e così perdevamo il cliente. Non che mio
padre fosse un furbastro, ma almeno tenerlo dargli un’oc-
chiata e magari una bella pulitina si.
Il difetto di mio nonno è che diceva la verità, era un
uomo dell’Ottocento. Gli devo tutto.
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Ebbe 4 figli, Mario, Giovanni Battista, Ida e Virgi-
nia, 1889, 91,94,97. Mario sposò Mirella Torriani di Cre-
mona, Ida e Virginia vissero sempre insieme nella casa di
piazza General Cantore e Giovanni Battista mio padre spo-
sò Matilde mia madre nel 1908.
Si conobbero perché abitavano uno di fronte all’al-
tro, in via Savona al 10 lui e nel portone di fronte lei. Al
secondo piano lui e al primo piano lei. Mio padre, siccome
nonno era molto severo, non sapeva come attirare l’atten-
zione di quella bella bionda che vedeva uscire presto col
fratellino per mano per andare a scuola, una scuola diversa
dalla sua. Mi raccontava che provava tutte le maniere. Ad
esempio quando c’erano le ciliegie, le tirava i nocciolini
sulla finestra. Sembra banale ma è la realtà. Non che aves-
se molto da dirle quando si affacciava, ma almeno le face-
va capire che la interessava. Mamma era già una persona
piuttosto emancipata, nonostante la sua giovane età. Ma
non gli dette modo di avvicinarsi fino a che non fu convin-
ta che avesse intenzioni serie. Era un’altra epoca e papà si
comportava da ragazzino, probabilmente faceva il casca-
morto con troppe compagne di giochi.
Il caso voleva che le due famiglie avessero allo
stesso modo due maschi e due femmine della medesima
età, anche qui i numeri contarono, ma per la parte di mio
padre il maggiore era il maschio mentre per la parte di mia
madre la maggiore era la femmina.
Il fatto che nel 1910 nacqui io significa che quei
noccioli di ciliegia funzionarono. Ero l’unico maschio del-
la famiglia e quindi coccolato da tutti, soprattutto dall’al-
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tra nonna, la mamma di mamma, la Luisa. La Maestra,
come tutti la chiamavano.
Abitavamo in Corso Genova vicino alla Carrozzeria
Pontini, e quando andavo dalla nonna, da piccino, ricordo
che mi divertivo a prendere scatole o altre cose di casa sul-
la via della discarica, e attaccarli alla cintura e tirarli come
fossero dei treni, e le mie zie quando vedevano il pavimen-
to segnato erano furibonde. Solo nonna rideva. Lei era una
persona dolcissima.
Ne facevo di marachelle (si dice ancora così?). Ne
ho sempre fatte. Ma non ero uno pericoloso. Certo che mi
facevo un po’ gli affari miei, quando potevo. Ricordo che
in via Solari al 7 c’era una signora veneziana che riuniva i
bambini e raccontava le favole. Tutti lo sapevano, tranne i
grandi. Una volta io ci andai e rimasi talmente tanto che i
miei si spaventarono e mi cercarono anche nell’Olona, che
al tempo passava di lì. Mio nonno non seppe mai nulla, era
sempre a lavorare, e fu meglio così perché se c’era da usa-
re le mani per insegnare le buone maniere lui non si tirava
indietro. Ma mio padre decise che era già contento che non
fossi affogato. Ma mi prese da parte e mi parlò come se
fossi molto più grande della mia età. Mi guardò negli oc-
chi e mi disse che dovevo comportarmi da uomo e che lui
quando era via voleva che mi occupassi anche della mam-
ma.
Mio padre quando le cose per il negozio si misero
male andò a lavorare sotto padrone da Bramieri, in via
Sardegna. Era un posto prestigioso, ma contava che sareb-
be tornato a lavorare da solo, un giorno. Lui era molto ot-
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timista. C’era la guerra alle porte e l’aria era strana. C’era
fiducia nel futuro, ma anche molta paura. In fondo ci si
fece molti affari tra prima e dopo la guerra, a ben vedere.
Certo non dovevi essere un soldato.
Da Bramieri era tra i collaudatori. Allora c’erano
quegli orologi grandi, a pendolo. I collaudatori erano nove
in tutta l’azienda e il loro lavoro era un po’ sminuente ma
utile e ben pagato. Dovevano andare nelle case delle fami-
glie benestanti a caricare e curare gli orologi. Ciò fu la di-
sperazione di mia mamma perché diceva che lui andava
non solo a caricare gli orologi. Lei lo conosceva bene, e
chissà forse col tempo non aveva perso una certa propen-
sione verso le belle donne. Io non ho mai voluto sapere
niente ma la mamma non voleva farsi far su e una volta mi
prese in braccio, avevo un paio d’anni e non me lo ricordo
proprio, e lo seguì. Così almeno mi raccontò la nonna. Non
scoprì nulla però, perché lui salì sul tram e in qualche
modo fu difficile da controllare. Lei lo prese come un se-
gno del destino e rinunciò.
Mio padre fu richiamato e decise di rimettere in
piedi il negozio, e darlo in gestione a mia madre alla quale
insegnò il mestiere in un mese. Furono molto coraggiosi,
ho sempre pensato. Ma devo anche dire che non avevano
tante possibilità di scelta. Le loro famiglie non potevano
garantire loro nulla. Non funziona come oggi che le gene-
razioni che arrivano si trovano un bel paracadute con cui
poter cadere, se hanno voglia. Per me è stata una scuola di
vita.
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Mia madre era dotata di una formidabile forza di
carattere e divenne la donna degli orologi. Io mi comporta-
vo come si doveva perché capivo che non c’era da scherza-
re. E spesso mi toccava fare piccole commissioni. La città
non era grande e pericolosa come oggi ma io ero solo un
ragazzino. Ricordo che capitava che io dovessi mettere su
il brodo. Lì per lì non mi pareva una cosa pericolosa, ma
se ci ripenso adesso... In piedi sulla sedia davanti al fuoco.
Non lo farei fare ai miei nipotini.
Una volta mia madre mi mandò a comprare la luga-
nega e il salumiere mi dette il pacchetto che misi sotto l’a-
scella, cominciai a camminare e ogni tanto ne tiravo un
po’ fuori. Quando sono arrivato c’era solo la pelle.
Il tempo che mio papà passò in guerra fu duro per
mamma, ma io non sentii quella tensione perché lei mi rac-
contava che lui era via per lavoro e che ci scriveva sempre
e che lei sola poteva leggere le lettere. Mi raccontò tante
di quelle storie sulla Grecia, dove aveva detto che era an-
dato, che ancora oggi mi chiedo dove trovasse la fantasia.
Un giorno d’autunno accadde un fatto spiacevole,
proprio mentre mio padre era a casa. In licenza, avrei sco-
perto dopo. Picchiai la testa contro un lampione girandomi
di scatto dopo aver tirato un sassolino sul cappello di una
signora. Ero sui bastioni, dove adesso c’è piazza Sant’A-
gostino. Allora si usavano quei cappelli grandi a larghe
tese. E mi faceva troppa gola buttarle qualcosa che rima-
nesse lassù. Dopo averlo lanciato scappai di corsa per non
farmi vedere ma pigliai una testata che ancora me la ricor-
do.
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Mi portarono dal farmacista vicino, il Cattaneo. Lui
non volle curarmi e mi portò alla guardia medica di via Sa-
vona e mi dettero dei punti, mi fecero un sacco di punture
e io mi spaventai moltissimo perché avevo perso, e visto,
un sacco di sangue, e tutti attorno erano preoccupati in
maniera contagiosa. Mio padre partì con un giorno di ritar-
do per starmi vicino, io non ci feci molto caso, ma poi
venni a sapere che per quel fatto ebbe una punizione e si
fece una settimana di prigione.
Quel farmacista di via Tortona che mi aveva soc-
corso sulle prime, era amico d’infanzia di mio padre e
spesso si trovavano al caffè e giocavano a carte, e mio pa-
dre che aveva il sigaro, quando doveva fare qualche trucco
con le carte gli fumava addosso, e siccome il farmacista
aveva gli occhiali… gli oscurava gli occhiali “Battista, mi
so che ti te me freghet…”. Meno male che si volevano
bene.
Mio padre era negli autieri, come si chiamavano nel
Regio Esercito italiano, portavano rifornimenti e armi, an-
che i cannoni ovviamente.
Capitava ogni tanto che quando lui portava verso le
prime linee i materiali, ritornando caricasse il vino e lo
portasse in giù, speculando anche su quello. Aveva innato
il senso del commercio e forse l’ha inculcato anche a me.
Io lo chiamo commercio ma a quei tempi per roba del ge-
nere potevano fucilarti. Quello che poi mi raccontò papà è
che tutti sapevano tutto, ma che lasciare un po’ correre su
queste cose era un modo per non deprimere le truppe. Lui
era uno sveglio, e non faceva niente di male.
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La guerra non lo piegò ma lo ferì. Fu colpito dalle
schegge di uno schrapnel mentre cucinava in trincea. Fu
fortunato. Era a Spilimbergo quando successe, teatro di
numerose e tremende battaglie. In realtà il nome me lo ri-
cordo perché qualche anno dopo abbiamo avuto una donna
di servizio che veniva proprio da lì, caso strano.
La sua sofferenza tuttavia fu anche la sua salvezza.
Dovette passare un mese in ospedale e poi tornò a casa,
solo un po’ zoppo. Ma la sua compagnia fu decimata pro-
prio sull’Isonzo. L’intera colonna fu presa in mezzo da
un’imboscata e fu una carneficina. Lui perse moltissimi
camerati, moltissimi amici.
Anche mamma aveva resistito alla guerra con co-
raggio e determinazione. Quando tornammo una famiglia
unita era il 1947, gli affari andavano abbastanza bene,
mio fratello Paolo era in arrivo. Ma a papà non bastava. Fu
lì che cominciò la nostra fortuna.
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2 – Il dopoguerra
Mio zio Mario lavorava alla Stucchi, dove facevano
turaccioli. Lui era un bravo venditore. Siccome prendeva
degli ordini piuttosto interessanti, e non era uno che si ac-
contentava dello stipendio fisso, pensò di mettere in piedi
lui stesso una fabbrica di turaccioli. Erano tempi dove c’e-
ra spazio per tutti coloro che avessero coraggio. Ma non è
che tutti potessero riuscire. Ci voleva determinazione, in-
telligenza e soprattutto qualche idea nuova, della creativi-
tà.
Decise che avrebbe coinvolto anche mio padre, in-
tanto gli chiese di usare il suo nome, per evitare situazioni
imbarazzanti. La ditta si chiamò “Giuseppe Martelli” di
Mario Martelli e C. Ebbero la fortuna di poter contare sul-
la zia Ida che faceva le fatture. Lei era una che andava sul
balcone a sbattere lo strofinaccio cantando le canzoni del
tempo, “portami tante rose…”. E poi c’era anche la zia
Virginia, una segretaria veramente brava ed efficiente.
Con l’aiuto di un bel prestito e un fortunato anno di
lavoro la “Giuseppe Martelli” divenne la seconda azienda
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di turaccioli di Milano. Tra i suoi clienti aveva Carlo Erba
e Branca, giusto per fare due nomi.
Allora i turaccioli si contavano a mano, un lavorac-
cio. Ma c’erano lavoranti talmente bravi che ne prendeva-
no su a manciate così precise che dimezzavano almeno i
tempi. Erano soprattutto donne. Il sughero che arrivava
dalla Spagna e dalla Sardegna, veniva messo a spianare e
poi lavorato con due macchine manuali.
Mio padre presto vendette il negozio e entrò nella
“Giuseppe Martelli”. Questo fu un grande vantaggio per
l’azienda perché mio padre era molto attento alla parte tec-
nica, dove lo zio Mario era invece imbattibile sul lato
commerciale e finanziario.
Decisero si spartirsi i profitti in questo modo: 50%
per lo zio, il 30% a mio padre e 10 e 10 alle sorelle.
Non contenti i due decisero di interessarsi alla colo-
fonia, all’acquaragia, ai prodotti chimici in generale, per
allargare un po’ la clientela, e li cominciarono a trattare; li
importavamo soprattutto dalla Francia ma ce n’era anche
in Grecia, in Spagna e in Portogallo. Arrivavano con le
stesse navi del sughero, e i fornitori erano gli stessi. Era
attraverso di loro che erano venuti a conoscenza dell’im-
portanza del commercio di questi prodotti. Bisogna sempre
lavorare con la gente, e non per la gente. Questo ho impa-
rato.
Iniziò tutto quando lo zio Mario si accorse, osser-
vando le merci movimentate allo scalo ferroviario, di
quante di queste sostanze passassero. Senza colofonia e
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acquaragia le cartiere, le industrie di vernici e quelle di sa-
poni non potevano andare avanti. E quelle sostanze in Ita-
lia non si trovavano. Pensò che fosse meglio passare dai
turaccioli a quel mercato. E mai idea fu più luminosa.
Mio zio era abilissimo a trattare i cambi, si era for-
mato alla Borletti. Aveva dimestichezza con la Borsa. Per
fortuna non se ne fece mai troppo attrarre. Semplicemente
usava le sue conoscenze del mercato per arrivare un passo
prima degli altri, per arrivarci meglio e per ricavarne più
guadagni.
Sposò una Torriani di Cremona, e fu un problema
per la famiglia. C’è sempre stata sempre una specie di dif-
ferenza di classe tra noi e loro. Una elìte nobile loro e gli
ultimi venuti, dei semplici borghesi noi. Tanto che d’estate
io talvolta andavo ospite a Celle Ligure, non prima però di
una serie di discussioni tra i miei genitori.
Allora ci si metteva 14 ore per andare. Loro aveva-
no una Spa 50 cavalli e una volta cambiarono per 11 volte
la camera d’aria. Si faceva la Novi, il Turchino. Non c’e-
rano trafori. Non era esattamente il weekend di questi tem-
pi.
(…)
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