Educare alla comune cultura politica

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Articolo pubblicato su Magellano. Rivista per l’orientamento Anno V febbraio 2004 n. 19 pp. 31-38.
Le questioni sollevate dalla globalizzazione e dal multiculturalismo riguardano la modificazione dei confini dello Stato, le crescenti disuguaglianze strutturali e sociali e le difficoltà da parte delle istituzioni politiche a gestire la convivenza civile tra diversi; inoltre, realtà ormai implose hanno lasciato vuoti istituzionali e culturali, altre si sono frammentate manifestando ambiguità e carenze: esistono molte realtà nuove da capire perché ancora nascoste e poco visibili.
La tolleranza, il problema dell’apertura e dell’inclusione, il bi­sogno di staccarsi da un falso relativismo culturale, ma ancora di più il bisogno di trovare qualcosa di comune sono aspetti di una situazione vissuta quotidianamente, laddove la globalizzazione determina frammentazione e disgregazione di certezze e stabilità. La crisi che pervade la politica, l’economia e la cultura può essere fronteggiata nel progetto formativo ad una “comune cultura politica”. Nella tradizione sociologica esiste una serie di concetti come religione civile, etica civile e capitale sociale che tentano di comprendere le esigenze dell’individuo, soffermandosi su una tendenza all’incontro e allo scambio tra culture. Questi concetti, tuttavia, non permettono di dare un senso rilevante alle nuove forme di interazione e di comunicazione; sono concetti legati ancora a qualcosa di comune in termini di cultura o di storia vissuta insieme, agli aspetti sostanziali della cultura politica e non a quelli procedurali.
Tra questi concetti quello di “comune cultura politica” sembra non solo spiegare, ma anche risolvere alcuni problemi legati alla convivenza civile tra diversi. Come la religione civile, anche la “comune cultura politica” non “rinuncia” al patrimonio culturale dei mondi di vita né alla prassi di autodeterminazione dei cittadini, tuttavia esprime un processo procedurale di comunicazione, svincolandosi da ogni legame particolare. La “comune cultura politica” è quindi in tensione tra gli elementi idealizzanti di una religione civile e gli elementi descrittivi della cultura politica, da “rivedere” costantemente, in un nuovo possibile equilibrio tra valori e procedure.

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Educare alla comune cultura politica

  1. 1. Educare alla “comune cultura politica”Spinella Dell’AvanzatoArticolo pubblicato su Magellano. Rivista per l’orientamento Anno V febbraio 2004 n. 19 pp. 31-38. Le questioni sollevate dalla globalizzazione e dal multiculturalismo riguardano la modificazionedei confini dello Stato, le crescenti disuguaglianze strutturali e sociali e le difficoltà da parte delleistituzioni politiche a gestire la convivenza civile tra diversi; inoltre, realtà ormai implose hannolasciato vuoti istituzionali e culturali, altre si sono frammentate manifestando ambiguità e carenze:esistono molte realtà nuove da capire perché ancora nascoste e poco visibili.La tolleranza, il problema dell’apertura e dell’inclusione, il bi-sogno di staccarsi da un falsorelativismo culturale, ma ancora di più il bisogno di trovare qualcosa di comune sono aspetti di unasituazione vissuta quotidianamente, laddove la globalizzazione determina frammentazione edisgregazione di certezze e stabilità. La crisi che pervade la politica, l’economia e la cultura puòessere fronteggiata nel progetto formativo ad una “comune cultura politica”. Nella tradizionesociologica esiste una serie di concetti come religione civile, etica civile e capitale sociale chetentano di comprendere le esigenze dell’individuo, soffermandosi su una tendenza all’incontro eallo scambio tra culture. Questi concetti, tuttavia, non permettono di dare un senso rilevante allenuove forme di interazione e di comunicazione; sono concetti legati ancora a qualcosa di comune intermini di cultura o di storia vissuta insieme, agli aspetti sostanziali della cultura politica e non aquelli procedurali.Tra questi concetti quello di “comune cultura politica” sembra non solo spiegare, ma ancherisolvere alcuni problemi legati alla convivenza civile tra diversi. Come la religione civile, anche la“comune cultura politica” non “rinuncia” al patrimonio culturale dei mondi di vita né alla prassi diautodeterminazione dei cittadini, tuttavia esprime un processo procedurale di comunicazione,svincolandosi da ogni legame particolare. La “comune cultura politica” è quindi in tensione tra glielementi idealizzanti di una religione civile e gli elementi descrittivi della cultura politica, da“rivedere” costantemente, in un nuovo possibile equilibrio tra valori e procedure.La “comune cultura politica” in HabermasLa riflessione sul concetto di “comune cultura politica” può avvenire attraverso un’analisi dellacomplessa teoria di Jürgen Habermas, dalla quale emergono alcuni aspetti fondamentali. La comunecultura di stampo politico, così come viene intesa da Habermas, sembra avere la pretesa di rendere icittadini, democraticamente riuniti, capaci di modellare il loro ambiente sociale e politico; è“strumento” capace di includere tutte le forme di vita particolari e di ricondurle al denominatorecomune dei diritti universali dell’uomo, appellandosi alle regole discorsive di “un agirecomunicativo mirato all’intesa”1. La “comune cultura politica” rappresenta quell’insieme dicondizioni e procedure di una pratica comunicativa quotidiana e di un processo di formazionediscorsiva delle norme, capace di portare gli individui ad una condivisione forte. Il sensoprocedurale della “comune cultura politica”, lontano da ogni idea di sostanzialità, significa che sidefiniscono solo le modalità di realizzazione di una convivenza pacifica delineandone le proceduredi costruzione e i punti cardine (cfr. Habermas, 1996), quali il riconoscimento tollerante di paridignità e pari rispetto di ogni forma di vita e l’osservanza delle pratiche democratiche diconsultazione e deliberazione. Gli aspetti sostanziali sono lasciati agli esiti contestualidell’interazione tra le diverse persone e gli elementi condivisi saranno eventualmente il risultatodella discussione. L’aggettivo “comune” significa, quindi, che il consenso raggiunto da un insiemedi persone libere e uguali – consenso che ogni volta deve essere messo in causa e riconquistato –poggia soltanto sull’unità di una procedura approvata da tutti. Attraverso questa procedura,
  2. 2. democraticamente, si individua la decisione da prendere. Ciò che è comune nasce dalla parzialesovrapposizione di diverse forme di vita, ma deve essere costruito continuamente; la “comunecultura politica” elabora anche eventualmente un sentimento condiviso, ma comune è quellaprocedura che ha permesso di raggiungere un’intesa – e quindi potrà anche istituzionalizzarsi – nonla soluzione finale, sempre legata al contesto in cui nasce. Il concetto stesso di “cultura” sitrasforma da contenitore di sedimentazioni ad insieme di elementi costruiti intenzionalmente.La riarticolazione del concetto di “comune cultura politica”Sulla base di quanto analizzato in Habermas intendo articolare e definire ulteriormente il concettodi “comune cultura politica” in due livelli. Un primo livello di comune cultura politica rappresentaun processo di “trasmissione” di competenze e procedure e si limita, quindi, a definire alcunecondizioni, competenze e procedure che gli individui apprendono, necessarie perché possanomettersi d’accordo, come cittadini, su quali siano i loro problemi e su come vadano risolti. Perprimo livello intendo una socializzazione politica procedurale che riguarda strumenti attraverso iquali le singole comunità, e poi la totalità, raggiungerà un’intesa. Tale livello è quindi caratterizzatoda un minimo iniziale da far acquisire come un possibile “set di strumenti comunicativi”. Unsecondo livello di comune cultura politica riguarda più propriamente il “comune” che scaturisce dainterazioni comunicative allo scopo di risolvere problemi importanti, come il rispetto della personae i suoi diritti di piena cittadinanza. A questo secondo livello gli elementi comuni saranno“costruiti” dagli stessi individui che si sono abituati ad una comunicazione razionale e dialogica.Parlare di “comune cultura politica” significa, quindi, individuare quei requisiti minimi che sonocondizioni della partecipazione attiva. Considerando la natura procedurale della “comune culturapolitica”, scaturiscono alcuni interrogativi: sono rintracciabili procedure e competenze – esistentigià nella società civile e nella cultura politica – di possibile “stimolo” alla costruzione della“comune cultura politica”? È possibile educare i cittadini a nuove competenze, riducendo laspontaneità di un processo (per cui a volte avvengono comunicazioni che portano alla costruzionedi una nuova base comune), senza che tale educazione risulti “impositiva”? Per rispondere in modoesauriente occorre analizzare il rapporto tra la “comune cultura politica” e la religione civile,rintracciando elementi legati alla comunità ed elementi religiosi che possano tuttavia essereintegrati in una “comune cultura politica”, in quanto espressione di un processo di “revisione”;occorre, inoltre, rintracciare nella cultura politica dei cittadini una base che contenga unorientamento alla relazione reciproca e allo sviluppo del capitale sociale.Oggi la “comune cultura politica” deve essere vista e formulata tenendo conto del passato e delpresente: esiste un rapporto vitale costante tra cultura tradizionale, cultura di base, senso comune ediversità culturale. Occorre, inoltre, assumere una concezione “processuale”: la “comune culturapolitica” esiste ed è continuamente in costruzione. A partire dalla realtà occorre evidenziare quelletendenze e mutamenti che portano gli individui verso un tipo di comunicazione pubblica econdivisa; è quindi il tentativo di sottolineare processi ed elementi che, controfattualmente,favoriscono lo scambio e il dialogo. La “comune cultura politica” si attua attraverso un processo diritematizzazione inteso come concreto impegno di revisione nei confronti della propria dimensioneculturale, un costante rimettere in discussione i propri punti di riferimento tradizionali per affrontareun confronto dialogico che potrà anche aiutare a prendere una maggiore coscienza della propriaspecificità, specificità che si evidenzia proprio nel contatto con il diverso. Dalla relazione tra lacultura di base, la cultura politica, la religione civile è possibile rintracciare elementi e orientamentida ritematizzare, che possono rappresentare un nucleo minimale e procedurale garante di unpossibile processo di ridefinizione continua della cultura civica di un Paese e di una capacità daparte dei cittadini di comunicare e costruire insieme. Occorre partire dalle singole dimensioni etichee valoriali degli individui e portarle fino ad un dibattito nella società civile affinché un incontro tra“diversi” determini la costruzione di una nuova base comune che rispecchia la neutralità.
  3. 3. Educare ad un primo livello di “comune cultura politica”La “comune cultura politica” è un nuovo “strumento” efficace per facilitare un processo di scambioe apertura; a sua volta, la “comune cultura politica” educherà a nuove competenze e a nuovesoluzioni che, di volta in volta, gli stessi cittadini individueranno. Se la “comune cultura politica”,come insieme di competenze e procedure, è supportata a sua volta da un’educazione allacittadinanza democratica, sarà un processo per costruire forme di integrazione e di società.Educando infatti i cittadini alla cittadinanza attiva, a procedure di scambio nella comunicazione, dicontatto dialogico con l’altro e abituandoli ad un processo di ritematizzazione della cultura di base,nonché della cultura politica, è possibile che delle conseguenze inattese, prima concepibili solocome controfattuali, si determinino poi normalmente. Attraverso un processo di educazione“diffusa” i cittadini si approprieranno di competenze comunicative, producendo successivamentenuovi valori e nuovi contenuti della cultura politica. L’obiettivo educativo riguarda, quindi, ilpromuovere nel modo più diffuso le procedure e le competenze necessarie per partecipare a unprocesso di costruzione della “comune cultura politica”. Educare significa, in questo contesto, faracquisire competenze comunicative per analizzare un problema comune e per avere delle procedureriguardanti il rapporto con gli altri in nome di un nuovo significato di solidarietà civica e dicittadinanza democratica.La “comune cultura politica” ha una valenza orientante in quanto è sia un’istanza tecnica che etica:è sia “orizzonte di opportunità”, perché fornisce procedure e regole per realizzare una base comune,sia “orizzonte della progettualità”, in quanto fornisce competenze e orientamenti che consentonoall’uomo di scegliere di aprirsi o chiudersi all’altro, attuando una revisione2. L’educazione alla“comune cultura politica” è, quindi, un esempio forte in cui didattica e orientamento possonoincrociarsi, in quanto sono in grado di sviluppare negli individui quelle capacità e quellecompetenze necessarie per scegliere il proprio futuro e per partecipare attivamente negli ambiti distudio, di lavoro e della società civile, esercitando una piena cittadinanza. L’orientamento, comelungo processo formativo, strettamente intrecciato alle attività di insegnamento e apprendimento,fornisce “occasioni” e “strumenti” necessari a prefigurare possibili alternative future, a rielaborarepersonalmente le conoscenze e ad “incrementare” un tipo di comunicazione che, come tendenza difondo, gli individui “utilizzano”, specie quando temi importanti emergono dalla società civile.Occorre stimolare un processo spontaneo di incontro e una volontà di raggiungere un’intesa per“innescare” un gioco di scambi tra chi percepisce i bisogni, li traduce e orienta e chi, una voltaorientato, costruisce a sua volta delle intese. Si può, quindi, educare alla “comune cultura politica”se questa nasce dall’incontro di diversi mondi vitali, tenendo conto dei bisogni di ognuno; solo cosìpotrà essere costruita continuamente da cittadini sempre più consapevoli.Ritengo che sia fondamentale sviluppare, attraverso un orientamento multidisciplinare, il senso diun’educazione continua per permettere agli individui di elaborare un nuovo “bagaglio” culturalevalido per quel momento e nel contesto in cui è stato costruito: questo tipo di educazione attiva unprocesso che poi, autonomamente, sarà circolare. Un’educazione di questo tipo si riferisce meglioad una situazione multiculturale e risponde direttamente al bisogno e alla volontà di avviare undialogo tra le culture, per rendere le persone consapevoli del fatto che la conoscenza dell’altroamplia la capacità di comprensione di se stessi e del mondo, costituendo un contributo reale edinsostituibile per la crescita personale e sociale. E, se il quadro comune è ancora da costruire,possono contribuire le molte diversità che si intrecciano, senza esclusioni.
  4. 4. I possibili luoghi di un’educazione alla “comune cultura politica”La società è collegata come un network in cui se un cambiamento, anche leggero, avviene in unasfera, questa modifica di riflesso anche le altre. Ovviamente non sempre agire in questa direzione,cioè verso l’educazione alla cittadinanza, porta a dei cambiamenti effettivi, ma ritengo sia in attouna trasformazione, sebbene lenta: basta coglierne le caratteristiche e agire per “stimolare” lasocietà. Occorre quindi lavorare sia sul piano delle riforme delle strutture dello Stato, al fine digarantire loro una maggiore efficienza ed equità, sia sul piano più strettamente culturale, restituendodignità ad istituzioni come la scuola, rivitalizzando l’opinione pubblica e favorendo nei cittadini lapartecipazione e la libera iniziativa. Il tutto nell’intento di recuperare un senso del bene comune chesappia valorizzare a pieno una visione pluralista e multidimensionale della società che non èindifferente, da un punto di vista normativo, rispetto a ciò che nella società accade. La condizionefondamentale per un’educazione alla “comune cultura politica” è che la società civile assuma nuovarilevanza, attraverso la costituzione di arene deliberative decentrate e particolarmente qualificateper ripensare il rapporto tra gruppi sociali, Stato e attività economiche.Un ampliamento delle arene deliberative crea quelle condizioni strutturali favorevoli a processicollettivi di apprendimento stimolando, tramite la stessa esperienza pratica della partecipazione,l’interesse ai problemi pubblici. Si opta, quindi, per un modello deliberativo di società civile comerealtà sociale non ridotta ad una dimensione puramente privata, ma anzi caratterizzata da “un’ampiaarticolazione di strutture associative che costituiscono le condizioni per processi pubblici diformazione discorsiva della volontà politica” (Privitera, 2001, pag. 188). La democratizzazionedella società civile/sfera pubblica consentirebbe la formazione di uno spazio della comunicazioneliberamente accessibile e aperto all’attività riflessiva, capace di trasformare i problemi e le questioniche nascono nel privato in discorsi pubblici. In questo modo si avrebbe, in primo luogo, l’effetto dimoltiplicare le agende dei problemi, le quali a loro volta contribuirebbero a creare una maggiorecompetenza specialistica nel settore pubblico: ciò non significa incomunicabilità, ma scambiocontinuo. Più complesso è il discorso sulle istituzioni democratiche; queste non sono solo arene incui gli attori si confrontano sulla base di preferenze, ma sono anche agenti di socializzazione, capacidi creare o modificare valori che cementano il senso della comunità e quindi alimentano ladotazione di capitale sociale.Si rivela quindi cruciale lo sviluppo di istituzioni politiche in grado di sostenere il pluralismosociale e culturale, promuovendo allo stesso tempo la solidarietà tra i cittadini. Se gli individuitrovano fiducia e riconoscimento nelle strutture di interazione e nelle istituzioni culturali disponibilinella sfera pubblica, le norme morali e le istituzioni“educanti” penetreranno nella dimensione eticadella vita personale. La struttura della sfera etica viene così ristrutturata, facendo ricorso a risorseche provengono dalla società civile, e quest’ultima, a sua volta, viene trasformata in modo ancorapiù universale, divenendo più sensibile alle questioni collettive. Se vogliamo difendere e migliorarela nostra vita democratica occorre creare istituzioni che sostengano l’impegno dei cittadini in undibattito pubblico mirante a individuare soluzioni condivise. L’obiettivo dell’educazione politicaresta quello di aiutare questi processi di acquisizioni di competenze e di formare cittadini informati,capaci di costruirsi un’opinione e di prendere consapevolmente posizione sulle scelte politichefondamentali. Di conseguenza, una volta che gli individui si abituano ad esercitare l’indipendenzadi giudizio e ad esprimere liberamente le proprie idee, essi tenderanno ad utilizzare questecompetenze anche nella sfera politica. In questo contesto si inserisce l’importanza delle reti dicondivisione e di un’azione politica per favorirle. Una rete di condivisione nasce quando piùpersone si attrezzano per rendere agevole l’interazione comunicativa e lo scambio di conoscenze tradi loro.
  5. 5. La rete è “un’istituzione” che si affianca al mercato come modo di coordinare le attività e, inparticolare, di gestire le conoscenze; per le sue caratteristiche riesce a gestire scambi cognitivi piùricchi di quelli propri del mercato. Un modello ottimale di rapporti a rete si ha quando laconoscenza scambiata è ricca e complessa e implica processi di interazione coinvolgenti le parti.Quello che è importante sottolineare è che l’interesse a condividere le conoscenze è un formidabilecollante per mantenere “addensata” la società, anche in presenza di contrasti e divergenze. La retecognitiva è una condizione di scambio e di reciprocità che deve essere costruita in presenza diproblemi collettivi; ciò che conta è il processo evolutivo di formazione delle reti attraversol’esperienza di interazione e comunicazione che sedimenta convincimenti, linguaggi e regolecomuni. Un ruolo importante per educare ad un primo livello di comune cultura politica spetta inproposito alla scuola. La necessità di rivedere il compito formativo della scuola non è solorappresentata dal peso che quotidianamente questa istituzione rappresenta per i futuri cittadini, maanche dalla sua capacità di sviluppare “curricula nascosti”, attualmente caratterizzati soprattutto dadisvalori (cfr. Cavalli, 1999, pagg. 87-103). Di fronte a questa situazione, che forma unacittadinanza “distorta”, l’orientamento scolastico non può certo trasmettere norme e valori dati.Deve, invece, insegnare che cosa significa essere e diventare cittadini di una città, di una regione, diuna nazione, dell’Europa e del mondo, come si possono condividere, già entro ogni città e ogninazione, i diritti e i doveri di persone che talora sono o appaiono portatrici di valori tra loro incontraddizione o addirittura in conflitto e che ogni persona ha delle responsabilità nei confrontidegli altri esseri umani. Una istruzione adeguata alla società contemporanea dovrebbe formare adelle competenze per una piena cittadinanza e preparare gli studenti a diventare interpreti informatie sensibili delle varie problematiche presenti nella società. Ovviamente non basta rinnovare icontenuti, ma occorre un enorme lavoro per “riorientare” il sapere e costruire le motivazioni adapprendere.Sebbene molte ricerche empiriche abbiano dimostrato alcune tendenze verso una partecipazionepolitica più attiva e verso un senso più consapevole della democrazia deliberativa, la proposta diuna comune cultura politica in due livelli necessita di ulteriori ricerche per verificare se forme di“comune cultura politica” esistano e se siano efficaci per risolvere le questioni indicate che restanoaperte. Tuttavia, evidenziare una situazione complessa, una realtà mutevole è già un inizio capace difar emergere aspetti e possibili “strumenti”, forse non ancora così evidenti, ma che, se sviluppatiadeguatamente, possono risolvere problemi che ostacolano la convivenza civile e pacifica tradiversi. Sembra plausibile la possibilità di analizzare nuove realtà sulla base del concetto di“comune cultura politica”, evidenziando forme di comunicazione mirata alla costruzione dielementi culturali nuovi e comuni. Affrontare l’educazione alla cittadinanza, la “comune culturapolitica”, la ritematizzazione e il dialogo permette di individuare interazioni comunicative nuove,come alternative ai sistemi di comunicazione tradizionali. Comunicare diviene una necessità,imparare a comunicare diviene la cosa essenziale in democrazia per ridefinire e creare i rapportisociali e le forme di integrazione sociale e sistemica.L’orientamento rappresenta, oggi, il principale luogo di educazione alla “comune cultura politica”.Tale educazione ha il significato di una formazione che motivi, attivi e tuteli; non siamo nellacondizione di dover “dare” dei contenuti, ma possibili strumenti e informazioni su come costruirecon la discussione e il discorso razionale, su come comunicare.Note1 Cfr. Habermas, 1998, pagg. 63-110: “L’integrazione dei cittadini produce lealismo nei confrontidi una comune cultura politica. Questa cultura si radica in una certa interpretazione dei principicostituzionali: interpretazione che ogni nazione elabora a partire dalla prospettiva specifica dellesue esperienze storiche e che quindi non sarà mai eticamente neutrale” (pag. 94); Habermas, 1992,
  6. 6. pagg. 105-138: “Una democratica cittadinanza politica non ha bisogno di radicarsi dentro l’identitànazionale di un popolo; tuttavia, a prescindere dalla molteplicità di differenti ‘forme di vita’culturali, essa richiede che tutti i cittadini vengano socializzati in una comune cultura politica” (pag.117); Habermas, 1999: “Il processo democratico garantisce legittimità già in virtù delle suecaratteristiche procedurali. Perciò esso può entrare in funzione quando occorre riempire i vuotidell’integrazione sociale oppure, di fronte a una modificata composizione culturale dellapopolazione, produrre una cultura politica comune” (pag. 49).2 Cfr. Orsi (1998), che parla di “orizzonte della progettualità” e “orizzonte di opportunità”,riferendosi a Lunati (1997), in particolar modo per quanto riguarda il termine “orizzonte dellaprogettualità”. Orsi parla di istanza etica che fornisce orientamenti e valori e che porta all’orizzontedella progettualità, poiché consente all’uomo di scegliere, di essere libero, di inventare il futurotramite la messa in gioco della nascita. L’istanza tecnica è una potenza connessa all’agire, fornitadalla strumentazione che l’uomo stesso ha inventato e costruito e che porta all’orizzonte diopportunità. L’istanza tecnica mette a disposizione i mezzi per realizzare i fini e “va intesa comelibertà da” (pag. 25).BibliografiaCavalli, A. (1999). Educare la società civile. In C. Leccardi (a cura di), Limiti della modernità.Carocci Editore, Roma.Cavalli, A. e Deiana, G. (a cura di) (1999). Educare alla cittadinanza democratica. Etica civile egiovani nella scuola dell’autonomia. Carocci Editore, Roma.Danese, A. (1992). Cittadini responsabili. Edizioni Devoniane, Roma.Habermas, J. (1986). Teoria dell’agire comunicativo. Il Mulino, Bologna (ed. or.: 1981).Habermas, J. (1992). Cittadinanza politica e identità nazionale. In J. Habermas, Morale dirittopolitica. Einaudi, Torino.Habermas, J. (1992). Morale diritto politica. Einaudi, Torino (ed. or.: 1989).Habermas, J. (1996). Fatti e norme. Contributi ad una teoria discorsiva del diritto e dellademocrazia. Guerini e Associati, Milano (ed. or.: 1992).Habermas, J. (1998). Lotta di riconoscimento nello stato democratico di diritto. In J. Habermas e C.Taylor, Multiculturalismo. Lotte per il riconoscimento. Feltrinelli, Milano.Habermas, J. (1999). La costellazione postnazionale. Feltrinelli, Milano (ed. or.: 1998).Habermas, J. e Taylor, C. (1998). Multiculturalismo. Lotte per il riconoscimento. Feltrinelli,Milano.Lunati, G. (1997). Dall’utopia alla progettualità. Laterza, Roma-Bari.Messeri, A. (2000). Unità nella diversità: per una teoria dell’inclusione sociale. In A. Messeri e F.Ruggeri (a cura di), Quale cittadinanza? Esclusione ed inclusione nella sfera pubblica moderna.Franco Angeli, Milano.
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