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Righetto.Generazionibiodigitali Document Transcript

  • 1. NuoviAbitanti www.nuoviabitanti.it associazione culturale Generazioni Biodigitali Linee Guida Gabriele Righetto CENTRO DI ECOLOGIA UMANA Università di Padova Indice • Computer e dintorni • Lavorare dentro il computer. La solitudine da computer • Iconolese: le prospettive • Lavorare dentro in attesa di produrre effetti fuori (computercentrici + mediatori) • La videoscrittura • I mediatori • Le programmazioni di robot • Robotica • Lavori ad extra • Lavori tele • Pensiero zapping - power point • Power point e similari • E-book. cd-rom e i testi digitali • Infostazione • Web community ecodigitale • Comunità formativa • Distretto formante Dispensa n.1 “Pedagogia dei Luoghi” G. Righetto 1/62
  • 2. NuoviAbitanti www.nuoviabitanti.it associazione culturale GENERAZIONI BIODIGITALI Linee guida Il presente lavoro si propone di raccogliere alcune riflessioni e valutazioni che possano essere utilizzate in un lavoro formativo e didattico che tenga conto che siamo entrati in una fase storica in cui il paradigma culturale e organizzativo-sociale dell’industrialismo non costituisce più l’asse portante. Siamo entrati in una fase definibile in tanti modi a seconda del fattore o insieme di dinamiche che si vogliono mettere in evidenza. Alcuni parlano di Postindustrialismo1 considerando il superamento non una cesura netta con l’industrialismo, ma come un fenomeno succedutosi ed subentrato. Un compimento oltre. Altri parlano di Età Postmoderna2 che si afferma dopo gli anni 60 quando entra in crisi l’assetto socioculturale esistente e si consolida una nuova conformazione con il concorso di ‘rivoluzioni tecnologiche’ che sostengono organizzazioni sociali sempre più complesse. In specifico si nota il passaggio dall’industria meccanica all’industria fondata su supporti e procedure elettroniche, telecomunicazioni, informatica. Tutto ciò ha inciso in modo forte su lavoro, conoscenze, operatività e politica. C’è anche chi, come F.Jermerson considera il postmoderno solo come un’accezione particolare del tardocapitalismo e postfordismo, si tratta solo di una dominante culturale e quindi un approccio parziale, orientato soprattutto al consumismo e alla spettacolarizzazione della vita attraverso i mass-media. La caratteristica suprema del postmoderno è la superficialità ossia l’assenza di profondità. Superficialità e frivolezza connotano la società dello spettacolo e la cultura delle immagini comporta un prevalere delle coordinate spaziali su quelle storiche: tutto appare sincronico e il vissuto è ricondotto ad un rapporto eclettico intessuto di citazioni, con un patchwork di stili che rende tutti contemporanei3. indubbiamente vi sono aspetti sociali e di gestione del potere che segnalano l’entrata in preoccupanti zone d’ombra. Ma se si 1 A.TOURAINE La società post-industrielle. Denoel, Paris 1969 – trad. it. La Società postindustriale Il Mulino , Bologna 1970 D.BELL The Coming of Post-Industrial Society Basic Book, New York 1973 2 J.F. LYOTARD La condition postmoderne Minuit, Paris 1979 – trad. It. La condizione postmoderna. Rapporto sul sapere. Feltrinelli, Milano 1985 3 F.JEMERSON Dispensa n.1 “Pedagogia dei Luoghi” G. Righetto 2/62
  • 3. NuoviAbitanti www.nuoviabitanti.it associazione culturale guarda soltanto l’aspetto sociopolitico e socioeconomico (con l’indiscutibile propensione di una componente mondiale ad esercitare un’egemonia monodirezionale attraverso la manipolazione di media e alleanze e ampio ricorso a forme belliche) si perdono di vista altri aspetti che non mancano di incidenza e caratterizzazione del nostro tempo. Le innovazioni non toccano solo il campo abiotico del digitale, ma sempre più avanzano gli studi e le applicazioni in campo di biologia molecolare e di DNA ricombinante. Non si tratta solo di un discutibile campo scientifico, ma di una dimensione che incide (e annuncia di incidere sempre più) sulla vita delle persone e degli ecosistemi. Infatti ha ricadute in campo in campo farmacologico e medico, in agricoltura, in zootecnia, nella gestione del territorio con la produzione di piante che resistono alla salinità, siccità, acidità, attacco di parassiti, annuncia di poter perseguire risultati molto soddisfacenti nel debellare patologie particolarmente gravi e che colpiscono strati importanti di popolazione. Da questo punto di vista le tecnologie applicate al DNA ricombinante si configurano in un orizzonte di positività con un ruolo attivo della nostra specie a livello di nanoambiente biotico. L’insieme di queste prospettive biodigitali affermatesi soprattutto sullo scenario degli anni 80 del 900, giunge accompagnato però da annunci ed argomentazioni che segnalano insieme ampi rischi e problemi di difficile soluzione. Non esiste infatti alcuna certezza verificabile che gli organismi geneticamente modificati immessi nell’ambiente siano controllabili in ogni loro interazione e produzione di concause. La possibilità di correggere difetti genetici, specie se fonte di gravi patologie, è sicuramente un aspetto assai interessante ed auspicabile, ma non esiste la garanzia che vi siano organi autorevoli e dotati di intervento effettivo per controllare e impedire che persone e istituzioni malintenzionate producano ‘mostri genetici’ o manipolino in forme lesive della dignità le modalità di nascita di animali e di esseri umani stessi, ridotti a strumento e deprivati di autonomia e delle caratteristiche che danno dignità all’esistere. Non c’è ragionevole possibilità che organismi internazionali siano messi in grado di assicurare che un numero circoscritto di aziende agroalimentari che operano in campo di biotecnologie con DNA ricombinante non realizzino una mastodontica forma di egemonia in grado di condizionare la vita sociale e politica di intere parti del pianeta. Non si capisce per quale motivo si dovrebbe favorire la pollinazione chiusa (ossia controllata esclusivamente da una azienda produttrice che diventa anche l’erogatrice Postmodernism or The Cultural Logic of Late Capitalism in “New Left Review” 1984 – trad. It. Il postmoderno o la logica culturale del Capitalismo, Garzanti Milano 1989 Dispensa n.1 “Pedagogia dei Luoghi” G. Righetto 3/62
  • 4. NuoviAbitanti www.nuoviabitanti.it associazione culturale esclusiva delle sementi biotrattate) rispetto alla pollinazione aperta che permette ai singoli agricoltori produttori di autoprocacciarsi le sementi, magari migliorandole assecondando capacità di scelta e adeguamento a contesti ambientali particolari e locali. Non sono riconoscibili e certi i mezzi di governo mondiale per contrastare usi impropri di biotecnologie a scopo militare in grado di produrre micidiali armi biologiche. Le conoscenze di gestione della complessità degli ecosistemi sono ancora modeste e incomplete e quindi non si è in grado di analizzare la struttura essenziale e profonda che potrebbe essere interessata dall’immissione negli ecosistemi stessi di organismi manipolati geneticamente. La questione fondamentale è che l’umanità intera resti responsabile del suo destino e sia in grado di conoscere, gestire, governare, promuovere o rifiutare prospettive che si aprono all’avventura del vivere. Si tratta di attivare una cultura della precauzione e della responsabilità, ma anche una cultura della conoscenza e della competenza che abbiano tratti democratici e partecipativi. Perciò con le molte luci, ma anche le non rasserenanti ombre va promossa la cultura specifica del nostro tempo. Qui pertanto si parlerà soprattutto di Società Biodigitale che estende alcune caratteristiche dell’approccio postmoderno e rende più palesi alcuni processi che nell’accezione postmoderna ristretta erano assai scarsamente considerati: la mondializzazione, le emergenze ambientali, la prospettiva esogea e l’intervento tecnologico sul bios4. Una delle notizie del primo semestre del 2003 che hanno trovato forte attenzione sulla stampa 4 internazionale è riferita ad Hybrot (Hybrid Robot), il primo robot ibrido o ‘animat’ automatico. Di fatto si tratta di uno dei primi fenomeni esplicitamente biodigitali. L’ingegnere biomedico statunitense Steve Potter del Georgia Institut of Technology ha messo a punto un network di neuroni (duemila cellule di topo) applicate ad un microchip che fanno funzionare una macchina ‘ibrida’. Ogni azione di Hybrot è il risultato di istruzioni ricevute dai neuroni di topo a cui è collegato, assieme a sessanta elettrodi. Il robot ibrido è equipaggiato di minisensori elettronici e di cellule ottiche a raggi infrarossi. Mediante questi rinvia alle cellule cerebrali del topo le informazione che raccoglie. Si forma così un processo di cooperazione tra cellule cerebrali e robot. Si è ancora in presenza di una bio-macchina rozza, ma comunque di un primo incontro tra tecnologie digitali e biotecnologiche che in precedenza avevano già percorsa molta strada a livelli avanzatissimi, ma separatamente. E’ una strada in cui si raggiungono risultati per lo più dalle dimensioni miniaturizzate, anzi nanometriche. Forse sono albori di un nanoambiente integrato congiuntamente di abiotico e vivente. Quando digitale e biotecnologico si integrano allora il termine biodigitale assume tutta la sua pregnanza e giustificazione. Dispensa n.1 “Pedagogia dei Luoghi” G. Righetto 4/62
  • 5. NuoviAbitanti www.nuoviabitanti.it associazione culturale In queste pagine pero l’attenzione sarà rivolta quasi esclusivamente al digitale, non escludendo di trovare progressivamente delle vie che favoriscano la didattica complessiva del nanoambiente (bio e digitale) provando le forme di divulgazione per le conoscenze, competenze e organizzazioni sociali specifiche. Si darà attenzione al fenomeno della Robotica, con l’avvertenza che oggi la robotica si interfaccia con le tecnologie della trasformazione e del digitale, ma che non passerà molto tempo che i robot ibridi conducano alla dimensione di un’interfaccia più complessa che declini insieme e in modo diffuso tecnologie digitali, tecnologie trasformative e biotecnologie. In queste pagine, pur sensibili all’intera prospettiva del biodigitale, partiremo con un approccio limitato, considerando quello che accade attorno al più noto degli strumenti digitali, il computer, per considerare fenomeni che lo interessano in modo ravvicinato, anzi che coinvolgono i processi interni (ad intra) per poi aprirci all’attenzione al contesto in cui gli oggetti digitali operano (ad extra) fino alle connessioni lontane (lavori tele). Non mancheranno considerazioni sulle dinamiche attuali della società e sulle forme didattiche ed educative che si rivelano potenziali modalità evolutive per i processi educativi e formativi della società biodigitale. Dispensa n.1 “Pedagogia dei Luoghi” G. Righetto 5/62
  • 6. NuoviAbitanti www.nuoviabitanti.it associazione culturale COMPUTER E DINTORNI La componente più diffusa e forse più praticata dalla popolazione, per quel che riguarda fenomeni collegati alla Società Biodigitale, è il Computer, l’oggetto a caratteri digitali maggiormente riscontrabile nella vita quotidiana delle società economicamente evolute. Lo si trova, con conformazioni variegate, allo sportello bancario e postale, alle casse dei supermarket, alle reception degli alberghi, alle biglietterie dei treni e dei bus, nei punti di controllo delle aziende produttrici e mi fermo perchè l’elenco risulterebbe interminabile. E’ certamente l’oggetto più ovvio e diffuso della nostra società. A dire il vero il mondo digitale non si configura solo nell’oggetto computer, ormai esistono moltissimi oggetti digitali e anzi si potrebbe dire che tutti gli oggetti che abbiano un qualche dinamismo incorporato ed espresso tendono a configurarsi come oggetti digitali. Solo gli oggetti arcaici di tipo statico, che provengono dalla lontana tradizione paleolitica o neolitica, sono meno influenzati dal digitale: i vasi, i tavoli, le sedie, i contenitori semplici, ma anche gli oggetti a lontana tradizione non appena assumano una qualche funzione dinamica e impieghino energia per ottenere un risultato poco o tanto sentono l’attrazione di dotarsi di circuiti integrati che li programmino e da qualche parte appare una pulsantiera e un display, ossia dei dispositivi per immettere informazione e comandi e un luogo che visualizzi i risultati e dica come sta interagendo l’oggetto digitale. Un oggetto digitale si configura come un oggetto dialogante con il suo utente. Sono digitali il visore con cui la cassiera legge il codice a barre di un prodotto, le lavatrici che eseguono programmi digitali, i cellulari che svolgono un ruolo quotidiano pervasivo, i lettori di Cd musicali, gran parte dei meccanismi di un’auto, gli impianti di monitoraggio di varie reti tecnologiche, la quasi totalità delle strumentazioni mediche e diagnostiche, le macchine fotografiche e videocamere digitali, … e mi fermo perché l’elenco sarebbe sterminato anche nel caso di oggetti digitali non omologabili alla forma del computer. Gli oggetti digitali non eseguono soltanto operazioni meccaniche o standardizzate, in realtà fanno da supporto a diversi stili di vita, entrano non solo nella vita pratica, ma anche nell’esercizio di attività immaginarie, simboliche e culturali. Il mondo delle immagini, dei suoni, della musica, delle scritture sempre più fa i conti e si impasta con il mondo digitale. Allora non si può promuovere cultura e assetti sociali evoluti senza avere nei confronti del digitale un atteggiamento, attento, informato, non solo strumentale ma culturale. E alla fine creativo, elaborativo, aperto alla dimensione progettuale. C’è ancora una cospicua parte della popolazione che è nata e vissuta in tempi non digitali. Essa mantiene atteggiamenti industriali e in non pochi casi addirittura agrario-artigianali (per cui coltiva il mito del fatto a mano e con tecniche antiche) coltivando la certezza che i prodotti di questo tipo siano automaticamente migliori e rivela un atteggiamento di fondo che esprime diffidenza se non opposizione al contemporaneo in maniera totale e acritica. Dall’altro lato esistono generazioni (almeno tutte quelle nate dopo la fine degli anni 70) che sono vissute solo in un mondo fatto di prevalenti oggetti digitali che riguardano l’insime della vita quotidiana, gli accessori, gli strumenti di informazione, ricreazione, l’impiantistica dei servizi, del commercio, del lavoro, dei trasporti. Per costoro il problema digitale non si pone, per loro digitale e naturale si equivalgono. Quando si trovano davanti un dispositivo digitale, anche se non lo conoscono, lo trattano familiarmente, perché sanno che lo si può smanettare e che smanettando Dispensa n.1 “Pedagogia dei Luoghi” G. Righetto 6/62
  • 7. NuoviAbitanti www.nuoviabitanti.it associazione culturale succede qualcosa e che quel qualcosa che accade apre la possibilità di scorgere alcuni indizi che conducono a capire come funziona, a che cosa serve e quali dotazioni interne nascoste possegga. Tutti gli oggetti digitali, prima o poi, rispondo positivamente alle ‘domande smanettanti’ Esistono poi le generazioni di mezzo che sono nate industriali e si sono trovate dentro la transizione digitale: questi hanno un atteggiamento ambiguo: capiscono che ormai il contesto è mutato ma per taluni si può continuare ad esercitare le precedenti procedure, altri si aggiornano ed entrano consapevolmente nelle nuove possibilità, altri vi entrano solo per gli aspetti che risultano irrinunciabili. Oppositori radicali, tiepidi e digitali selvaggi costituiscono la stragrande maggioranza della popolazione. Ma una forma sociale non si evolve con un coacervo di contraddizioni, ambiguità o adesioni acritiche. La società biodigitale ha al proprio interno un forte gap di consapevolezza e competenza digitale (tralasciamo poi la questione biotecnologica dove tutto è assai più arretrato e incolto). Il presente lavoro cercherà di indicare delle linee modeste per sviluppare cultura, apprendimento, socializzazione e rapporto ambientale a partire dall’oggetto simbolo del digitale, l’oggetto anche più tradizionale, e cioè il Computer. Ci si occuperà infatti di attività relative a Computer e dintorni. LAVORARE DENTRO IL COMPUTER la solitudine da computer In un primo momento ci occuperemo del computer come se fosse un oggetto isolato con cui una persona entra in rapporto e mentre lavora con esso produce delle trasformazioni e dei lavori dentro il computer. Questo lavoro limitatamente al il computer, cercando di ottenere dei risultati riscontrabili solo in relazione al computer, li chiameremo lavori ad intra. Per lavori ad intra si intendono le attività che si svolgono esclusivamente attorno e in relazione diretta ad un computer e non inducono ad attività esterne. La spazialità che viene gestita è prevalentemente concentrata tra - la faccia del computerante - il monitor del computer - la tastiera e le mani del computerante Avvengono in un luogo e in stretta connessione con i dispositivi hard di tipo digitale. Talvolta l’operatore che agisce con dispositivi digitali ignora la dimensione addirittura del driver e del microprocessore. Sono attività in genere che presentano un tasso di produzione individualizzata e poco socializzata. L’attività si può tradurre in un’interazione stretta persona/macchina, “girando le spalle al mondo”. Letteralmente. E’ il momento in cui non vi è una precisa relazionalità che invece può manifestarsi - o per via telematica - o con socializzazione dei prodotti mediante periferiche che - visualizzano - sonorizzano i prodotti in modo che questi possano essere fruiti da un numero Dispensa n.1 “Pedagogia dei Luoghi” G. Righetto 7/62
  • 8. NuoviAbitanti www.nuoviabitanti.it associazione culturale tendenzialmente ampio di persone. Alcune attività sembrano rientrare normalmente nelle categorie gutenberghiane di produzione tecnologica di: - prodotti alfanumerici (scritte alfabetiche e numeriche) - immagini riprodotte - tabelle numeriche stampate - rappresentazioni dati stampati - ecc. mediati dal microprocessore e dai circuiti integrati. Tali processi possono essere vissuti riducendoli ad epifenomeni di innesco come:  l’accesso C  la bocca di collocamento floppy  il cd rimovibile - momentaneamente le periferiche base sottoelencate possono rimanere in subcoscienza: in quanto finché si lavora su tastiera e monitor tutto rimane interno al computer. La materializzazione cartacea o visiva dell’attività con i bits si traduce quando si mettono in moto:  stampante  il plotter  videoproiettore ( ma in forma molto subalterna) Talora qualcuno può coltivare la convinzione che quanto compare su un monitor di computer non sia altro che la configurazione digitale di insieme di prodotti altrimenti visibili in configurazione cartacea gutenberghiana. Rispetto a quest’ultima cambierebbe solo il supporto: in confronto ai caratteri mobili si manifesterebbe soltanto una traduzione in pixel e byte. Tale appiattimento degli eventi digitali con una riconduzione ripetuta e quasi fotocopiante delle procedure gutenberghiane, è un approccio molto deviante e comporta un uso improprio delle possibilità digitali anche per processi che rientrano nella grande tradizione della scrittura e del disegno. Scrivere e disegnare digitalmente significa entrare nel mondo specifico dell’ICONOLESE. ICONOLESE: LE PROSPETTIVE Le generazioni biodigitali sono fortemente orientate all’uso e alla comprensione delle icone, per la ricorrente frequentazione di comunicazioni che non poggiano sull’alfanumerico ma su caratteri ideografici. I caratteri ideografici sono ancor più caratterizzati perchè non sono quelli classici ed arcaici, ma costituiscono caratteri ideografici digitali. Scrittura - La questione della scrittura ha posto alla nostra specie notevoli problemi di gestione della difformità: - la voce è un fatto sonoro Dispensa n.1 “Pedagogia dei Luoghi” G. Righetto 8/62
  • 9. NuoviAbitanti www.nuoviabitanti.it associazione culturale - un segno è un fatto visivo - i segni e i suoni sono fatti materiali, ossia si presentano nell’ambiente fisico, pur avendo una conformazione materiale differenziata - i processi mentali sono immateriali, ossia non rivelano la loro matrice o supporto materico che non appare anche perché sta oltre la soglia della percezione, avvengono a livello neuronale e di cellule- molecole cerebrali. La scrittura è una straordinaria opzione tecnologica che ha tentato di fondere voce-segno-processo mentale. Le vie seguite sono state molteplici, ma possono essere ricondotte a due grandi linee: 1 - segni che rappresentano - figurano processi mentali senza riferirsi al suono della voce, anche se per convenzione si traducono in articolazioni foniche. • La via più antica si è espressa in pittogrammi, ossia rappresentazioni grafiche che tendono a raffigurare qualcosa di reale presente nel mondo fisico e percepibile con la vista. Un ‘disegno di un albero’ è l’idea di albero semplificata e sollecita e induce a pronunciare il ‘suono’ albero. • Un processo più complesso sta nell’ideogramma: una percezione e ancor più un nucleo di processi mentali vengono rappresentati da un segno che non ha alcun collegamento con l’evento fonico e anche con l’elemento visivo, è di fatto un simbolo, ossia un evento sintetico che sta al posto di qualcos’altro di più complesso e difficilmente comunicabile. Tale segno è però in grado di restituire il processo anche nelle sue parti non comunicabili. Non poche volte un ideogramma è un confluire di pittogrammi deformati al punto di aver perso la loro ‘forma’ che faceva riferimento ad elementi rappresentati; questi hanno assunto conformazione di segni astratti, ossia tratti oltre il riferimento al reale fisico. La scrittura sumera, egiziana e la cinese appartengono a questa opzione. 2 - segni che rappresentano arbitrariamente singoli frammenti di suoni riproducibili con la voce. Alcuni gruppi sociali afferenti ad una determinata cultura scelgono un numero limitato di segni-suono che ritengono in grado di riprodurre l’intera gamma fonica della loro fonazione. Componendo i vari segni è possibile ottenere una versione visiva di un prodotto-processo fonico. I segni prescindono dal riferimento al mondo rappresentato visivo, sono segni visivi a sola funzione fonica. I sistemi alfanumerici appartengono a questa funzione-finzione culturale e per millenni sono stati supporto comunicativo di primaria importanza. Avevano un limite evidente nella natura intrinseca delle lingue: le lingue sono reciprocamente incomunicabili perché sono spesso incompatibili a causa di una radicale differenza fra loro di tipo non comparativo per gamma fonica e di organizzazione di significati. Finché il mondo è stato relativamente separato e alle Dispensa n.1 “Pedagogia dei Luoghi” G. Righetto 9/62
  • 10. NuoviAbitanti www.nuoviabitanti.it associazione culturale differenti aree geografiche corrispondevano delle lingue determinate, il sistema fonico ha funzionato abbastanza. Chi entrava in un’area geografica doveva congiuntamente dotarsi di sistemi comunicativi propri di quell’area geografica specifica in cui si immetteva, accedendo alla comprensione della lingua e dei segni fonici che la esprimevano. Oggi il massiccio fenomeno della globalizzazione o mondializzazione pone seri problemi di scelta tra le due strategie fondamentali: - Fonizzazione linguistica - simbolizzazione fonica e comportamentale Entrambi tendono ad esprimere una propria via: - la fonizzazione unificata sta configurandosi come anglese, ossia un inglese semplificato e meticciato utilizzabile come lingua veicolare in tutto il mondo. (questa enorme convergenza pone però problemi di egemonia culturale giustamente non sempre ben accettati) - l’iconolese, ossia un insieme di segni comprensibili in contesto intralinguistico e tendenzialmente internazionale. Ciò risulta particolarmente efficace perché la pluralità delle lingue non è presente solo mediante la distinzione geografica (pluralismo linguistico corrispondente al pluralismo geografico), ma è presente anche all’interno di aree geografiche un tempo identitarie, nelle quali ora si parlano più lingue perché in uno stesso spazio geografico si incontrano e vivono più gruppi linguistici, per cui il ricorso a segni comuni fa manifestare una comunanza comunicativa senza raggiungere una vera comunanza linguistica. Il mondo digitale è un tipico punto di convergenza delle problematiche della mondializzazione e quindi si caratterizza per l’emergere di entrambi i fenomeni - l’anglese permette di partecipare al villaggio globale e accedere alle ‘istruzioni comuni’ anche e soprattutto in rete - l’iconolese permette di partecipare ad un lessico segnico universale in grado di suggerire i principali comportamenti o unità di comportamento da effettuare in presenza di dispositivi digitali. L’iconolese ha come luogo di manifestazione i monitor e i display. Esso non solo poggia su un numero rilevante di icone internazionalmente condivise, ma anche induce un atteggiamento mentale e conoscitivo che porta all’iconopoiesi, ossia alla produzione di icone che traducano processi cognitivi e mentali complessi, contenuti in segni sintetici che li esprimono. Ogni afferente all’iconolese è pertanto tendenzialmente un produttore di neoicone e un utilizzatore di icone precostituite e largamente condivise. Il rischio dell’iconolese è similare ai problemi del cinese che con 40 mila ideogrammi rende difficile l’accesso alla comunicazione per persone non acculturate in forme elaborate richiedenti una complessa formazione anche a base manuale e mnemonica, per cui in tali contesti si pone la questione dell’iconolese semplificato. Gli ideogrammi cinesi, ad esempio, hanno introdotto in varie fasi storiche, alcune forme di semplificazione, individuando di volta in volta dei radicali, attualmente sono 227 (ma sono stati anche 540); essi costituiscono segni-chiave di lettura che aiutano ad aggregare alcuni ideogrammi secondo grandi comunanze di significato e permettono di ricorrere ad elementi primari per la composizione di segni composti. Dispensa n.1 “Pedagogia dei Luoghi” G. Righetto 10/6
  • 11. NuoviAbitanti www.nuoviabitanti.it associazione culturale L’iconolese sta divenendo una grande lingua ideogrammatica della società digitale che ha bisogno di una educazione specifica - alla composizione, - all’uso consapevole - a criteri di semplificazione, probabilmente con strategie non dissimili a quelle usate dai cinesi con i radicali. Abbiamo bisogno che quanti educano al digitale siano consapevoli dell’esistenza di questioni rilevanti - nel riconoscimento delle icone base, - nei comportamenti impliciti e connessi con l’apparire di una icona (consapevolezza dell’atto di cliccarla o no e delle sequenze di altri cliccaggi conseguenti ad un primo cliccaggio) - nella possibilità di produrre icone facendo distinzione tra  icone descrittive (in un testo digitale forniscono elementi di conoscenza e operatività provenienti dall’uso simbolico di una o più immagini trattate come simboli)  icone comportamentali: inducono, mediante una operatività su di esse, alcune conseguenze pragmatiche ed operative, ossia inferiscono cambiamenti procedurali in conseguenza dell’uso di icone pragmatiche (es. ampliano, riducono, ordinano, sequenziano, avvicinano, distanziano, separano, connettono, eliminano, integrano, includono, escludono, ossia fanno una serie ampia di operazioni collegate all’idea di contenitore digitale e connettore digitale) LAVORARE DENTRO IN ATTESA DI PRODURRE EFFETTI FUORI (computercentrici + mediatori) I lavori ad intra costituiscono quelle attività che si esplicano all’interno di un ambiente digitale, senza che vi siano significativi processi di trasmissione a distanza mediante l’uso di dispositivi telefonici mediati da modem o similari. I lavori ad intra (oggetti digitali costruiti digitalmente agendo con un infoggetto circoscritto, per lo più un Personal computer o telefonia mobile): - sono computercentrici (nascono e potrebbero restare dentro il computer) - realizzano prodotti specifici: - computergrafica - videoscrittura - rappresentazione dati - animazione - tabelle Computergrafica E’ determinante nello sviluppo dell’iconolese, in quanto è strumento per produrre icone e mondo rappresentativo digitale. Costituisce la via contemporanea per lo sviluppo del disegno tradizionale. Dispensa n.1 “Pedagogia dei Luoghi” G. Righetto 11/6
  • 12. NuoviAbitanti www.nuoviabitanti.it associazione culturale Esistono ovviamente strumenti digitali molto professionali che consentono di gestire rappresentazioni complesse di tipo bi e tri dimensionale e in genere 2D e 3D ( CAD con la possibile interfaccia CAM [Computer Aieded manifacturing] fino alla configurazione CAE – Computer Aided Engineering che supporta congiuntamente la valutazione dell’assetto di base dell’oggetto digitale riferito all’ambiente di collocazione, consentendo di esperire la dimensione del laboratorio digitale di collaudo). Mentre queste nozioni e prospettive devono essere conosciute dagli educatori digitali come loro orizzonte culturale di riferimento, molto meno si deve richiedere per gli allievi digitali dei primi livelli, ma non per questo vanno suggerite esperienze banali. E’ bene che gli strumenti siano semplici, i processi invece opportunamente possono risultare significativi ed elaborati, anche se ci riferisce a semplici Paint e Disegno di Word. Alcune esperienze vanno a fondare competenze di base. Come: Produzione di figure base: • rettangolo • quadrato • ellisse • cerchio Uso di forme in modo consapevole: • linea • curva • figura chiusa libera • disegno libero Inoltre va reso essere possibile l’intervento in tali assetti con la modalità ampia di “Modifica”. In particolare con le procedure: • modifica punti che permette di ‘plasmare’ i primi abbozzi di figura • ruota o capovolgi che interviene a modificare un’ortogonalità troppo rigida o non rispondente alla volontà del compositore • ordina che consente di gestire in modo articolato i piani di rappresentazioni e i rapporti figura-sfondo. La computergrafica è idonea ad introdurre un modo di pensare visivo: • esiste lo schizzo digitale che è forma primaria per abbozzare un’idea visiva. • lo schizzo non ha caratteri definitivi, ma introduce al pensiero visivo per approssimazione: • alcune idee affiorano nella mente, si ha l’impressione che siano dei buoni apripista, ma si coglie quasi subito che sono molto indefiniti. • La traduzione tra immagine mentale e primo abbozzo dello schizzo digitale, dà modo di entrare in una logica laboratoriale per approssimazione: l’immagine reale che compare sul monitor o display difficilmente soddisfa le aspettative che sembrano promettere l’immagine mentale. L’esperienza è quella della immagine tradita. Ma in realtà non è solo un tra-dimento, è anche una tra-duzione. Dispensa n.1 “Pedagogia dei Luoghi” G. Righetto 12/6
  • 13. NuoviAbitanti www.nuoviabitanti.it associazione culturale • La tra-duzione è condurre oltre e altrove una certa realtà configurabile in un determinato spazio, tempo e senso per ricollocarla in altro spazio, tempo, con il tentativo di salvaguardare alcune costanti riconosciute come irrinunciabili. • Il tra-dimento (da tradere) è l’atto del consegnare oltre, non rispettando i limiti dello spazio, del tempo e dell’identità. Tra l’immagine mentale e la rappresentazione digitale c’è sempre uno scarto, un qualcosa che non corrisponde e che si rivela o inadeguato o incompleto. • L’immagine che compare è allora un’offerta per capire dove e in che cosa sta lo scarto e il tradimento e indurre ad azioni di modifica. Ma pensare la modifica significa produrre un’altra immagine mentale che pressoché mai è quella originaria, è una immagine nuova, con una definizione che si confronta con una immagine già esistente e ‘reale’ comparsa sul monitor. L’immagine mentale di fatto nuova è un’immagine dialogante, perché si confronta con l’immagine del monitor e quella mentale modificata e si pone come punto di riferimento per una nuova verifica di adeguamento. • L’intervento che si fa sull’immagine digitale è una traduzione dell’immagine dialogante con tentativo di renderla adeguata mediante procedure di modifica. Ancora una volta si avranno esperienze di tra-duzione / tra-dimento in un processo che andrà avanti finché chi opera non troverà soddisfacente il risultato tra il prodotto digitale e l’immagine mentale che gli conferisce. Oppure potrà accadere che (e molto facilmente) si accontenti perché è abbastanza quello che voleva, è un’immagine tra-dita, ma non troppo. • Il processo si interrompe secondo una valutazione di approssimazione soddisfacente • Nel disegno digitale ovviamente c’è il corrispondente della gomma da cancellare presente nel disegno tradizionale (ed è il Taglia e il Cancella), ma prevale la procedura del Modifica, ossia della continua riprogettazione per approssimazione. • Per saper condurre avanti questi processi gli allievi digitali è bene siano in grado di gestire processi congiunti di Sintesi (le immagini mentali) e di Analisi (i punti in cui l’immagine digitale tra-disce troppo) e su cui analiticamente bisogna intervenire per avvicinarsi ad una tra-duzione più accettabile. LA VIDEOSCRITTURA L’alfanumerico nel digitale è apparentemente una tra-duzione dell’alfanumerico gutenberghiano in ambiente digitale. Non si può negare che vi sono molte persone ‘digitali apparenti’ che sono di fatto dei clandestini gutenberghiani dentro il digitale che si comportano da gutenberghiani dentro il digitale. Il digitale non presenta dei caratteri mobili in forma di bits, in realtà anche l’alfanumerico nel digitale appartiene all’iconolese. La scrittura in digitale è una forma d’uso di icone. Ciò appare chiaro se spostiamo l’attenzione ai font. Il Font è un insieme di caratteri tipografici offerto nella dotazione di un programma digitale di videoscrittura. Mediante facili opzioni è dato attribuire • un corpo tipografico più o meno grande, Dispensa n.1 “Pedagogia dei Luoghi” G. Righetto 13/6
  • 14. NuoviAbitanti www.nuoviabitanti.it associazione culturale • un tipo grafico molto diversificato, • una conformazione in corsivo, grassetto, ombreggiato, contornato, colorato, ecc. Non si deve pensare che questi siano solo caratteri diversi, bensì una notevole possibilità che la scrittura digitale consente di gestire per dare ai testi un significato che va ben oltre le parole, infatti è l’assetto visivo stesso che comunica la natura del messaggio. Un testo scientifico difficilmente si apparenta interamente ad un corsivo che simuli la scrittura a mano molto calligrafica, un testo di fantascienza può essere rafforzato da un carattere decisamente innovativo, un testo triste di solito non può connettersi ad un carattere giocoso ed ironico. Risulta pertanto interessante offrire alle generazione biodigitali la consapevolezza della scrittura come esercizio di iconolese non solo di composizione Nanoambiente e disvelamento della miniaturizzazione del pixel Il dispositivo zoom, o meglio “ingrandisci e rimpicciolisci“ (CTRL+MAIUSC+</>) consente di ridurre/decrescere in modo limite fino a criptare e miniaturizzare un testo e renderlo non percepibile e leggibile. E’ così possibile offrire esperienze elementari di nanoambiente per cui un’icona può essere prodotta, ma anche essere trattata in modo che non sia visibile. Al contrario un’immagine o porzione di immagine può essere ingrandita in modo abnorme fino a perderne non solo la percezione del contorno, ma anche fino a giungere alla visione di ‘cosa’ siano fatte le immagini digitali e cioè di pixel, elementi mosaicati a minutissime superfici geometrizzate. Fare queste esperienze non solo attiva la consapevolezza di quanto sia possibile giocare ed estendere la gamma ‘deformativa’ della composizione digitale andando ben oltre il range stabilizzato per ottenere una ‘visualizzazione normale’, ma anche diventa utile per svelare il ‘mistero’ (almeno in parte) delle operazioni digitali e capire che esse sono comprese dentro alcuni limiti minimi e massimi e che questi determinano la natura dei risultati. In ogni caso rendere molto chiaro l’assetto di un aspetto del nanoambiente è utile per portare gli allievi biodigitali a prendere contatto ed avere visione con la dimensione nanometrica dell’ambiente che la società contemporanea sta sempre più assumendo e gestendo. I MEDIATORI Consideriamo ora un secondo importante aspetto dei lavori ad intra, ossia quello dei prodotti che ‘potrebbero rimanere rinchiusi’ nel contenitore computer, ma in realtà sono realizzati già prefigurando come essi possano essere palesati all’esterno mediante l’uso di periferiche per visualizzazione, sonorizzazione ed implementazione robotizzata. I mediatori (nascono assieme ad altri complementi del computer e poi, una volta compiuta l’elaborazione, possono diffondersi con l’aiuto di altri supporti di interfaccia che tra-ducano bits in atomi. I principali mediatori sono  le scannerizzazioni  le elaborazioni fonico-musicali  le programmazioni di robot Dispensa n.1 “Pedagogia dei Luoghi” G. Righetto 14/6
  • 15. NuoviAbitanti www.nuoviabitanti.it associazione culturale Le scannerizzazioni sono operazioni che consentono ad immagini oppure oggetti o materiali che possono stare sul pianale dello scanner5 di essere trasformati in foto digitali e come tali tradursi in prodotto elaborabile ‘all’interno’ del computer. Si tratta di una tra-duzione in bits di superfici di atomi visibili. La scannerizzazione è processo di fondamentale competenza perché consente di captare immagini, elaborarle in bits e conformarle in modo da poter costituire non solo materiale documentabile visivo, ma anche costruzioni di icone. Si tratta quindi di un processo rilevante per la gestione dell’iconolese e dell’iconopoiesi. Le elaborazioni fonico-musicali. Plurisensorialità digitale. Il fenomeno più interessante è la computer music. Essa riguarda tecniche di sintesi ed elaborazione di suoni compresa la composizione ottenuta con il sostegno dell’elaboratore. Esistono software dedicati che consentono di elaborare suoni e musiche in modo facilitato, è molto importante offrire alle generazioni biodigitali l’occasione di poter lavorare con la dimensione sonora per accentuare il carattere di trattamento dei sensori: la prospettiva è che tutti canali sensoriali possano costituire luogo di comunicazione con supporto digitale: canali visivo e uditivo sono già ampiamente esprimibili, ma si deve prefigurare uno scenario in cui la comunicazione possa essere e diventare molto più completa mediante l’apporto di segnali olfattivi, gustativi e tattili. Il naso digitale è già stato messo a punto, ma non è entrato nel grande circuito. Anche il guanto tattile e la tuta tattile sono presenti nelle esperienze laboratoriali, ma sono ancora poco adatti ad applicazioni per il grande pubblico. Il ‘leccalecca’ digitale è concettualmente possibile, ma non è un versante molto indagato (e forse auspicabile). Le nuove generazioni biodigitali però non devono essere educate solo all’esistente, ma congiuntamente alla predisposizione per scenari possibili, ipotizzabili e prevedibili. I biodigitali non solo dovrebbero acquisire e sviluppare le antiche doti degli esploratori del mondo fisico esistente, ma andrebbero educati criticamente ad essere esploratori del possibile e del possibile digitale, compresa una forte capacità di valutazione preventiva dell’impatto ambientale. LE PROGRAMMAZIONI DI ROBOT Vi è una diffusa accezione del digitale che lo vede: - solo sotto forma di computer, - oppure pensa al digitale in forma ‘magica’ o ‘horror’ e concepisce la dimensione virtuale come il Maligno in una versione aggiornata e più sottilmente perversa - oppure concepisce il digitale capace di ‘pensieri elettronici che domineranno gli uomini e li sottometteranno 5 lo scanner consente l’analisi e la riproduzione di superfici interfacciabili (foto, superfici di materiali vari, documenti scritti, cartografie, tessuti, carte da parati, ecc.). Un fascio luminoso analizza il reperto scorrendolo per linee parallele e prossime. Il raggio riflesso si comporta come una fotocellula che traduce il segnale luminoso in segnale elettrico analogico. Il prodotto è equivalente ad un lettore ottico che trasforma un elemento materico in sistemi utilizzabili in word processing compreso il trattamento di immagini. Dispensa n.1 “Pedagogia dei Luoghi” G. Righetto 15/6
  • 16. NuoviAbitanti www.nuoviabitanti.it associazione culturale - oppure correla il digitale solo come un elaboratore di dati che sforna tabelle, diagrammi, relazioni tecniche, documenti scritti, insomma un supporto decisivo per un mondo che è diventato o sta diventando tutto un ufficio. Un digitale distorto (specie in versione e-travet) Il peggior modo per lavorare con il digitale è partire da una visione distorta dello stesso. Oltre alle distorsioni appena ricordate ve n’è una di fondamentale, assai diffusa nel mondo scolastico e formativo: il Digitale concepito come Burotica, ossia la branca informatica mirata ad attività di ufficio. La burotica è •fortemente computercentrica, nel senso che considera il computer ‘lo’ strumento di lavoro •ha sostituito tutto il vecchio armamentario da ufficio (penne, matite, calcolatrici, archivi, schedari, macchine da scrivere, squadre, righelli, gomme, evidenziatori, il desk insomma) con computer • gestisce un mondo enfaticamente cartaceo mediante i prodotti dell’interfaccia stampante Soprattutto concepire il mondo digitale con l’egemonia del lavoro di ufficio è una modalità fortemente irrealistica. Il mondo digitale è semmai espresso (e molto di più) nella robotica. ROBOTICA La robotica (di cui faremo cenno più esplicito nei successivi lavori ad extra): - riguarda quel particolare tipo di macchine che prima delle applicazioni dell’elettronica ed informatica era definito automa, ossia macchine in grado di eseguire operazioni una volta messo in moto un processo programmato meccanicamente. Più propriamente erano macchine semoventi a procedura fissa: una volta partite eseguivano tutto il programma meccanizzato predisposto. - la robotica va ben oltre il concetto di automazione, perché introduce la pratica dell’interazione con l’ambiente ed infatti la sequenza:  informazione proveniente dal contesto ambientale  valutazione dei segnali recepiti  azione conseguente ai segnali recepiti messi in correlazione con una gamma di programmi da scegliere sono le tre caratteristiche fondamentali che distinguono un automa da un robot, che più sinteticamente può essere definita una macchina relazionale. Il carattere forte del digitale sta nell’essere una tecnologia trasformativa che agisce nell’ambiente reale secondo una base di informazione di cui è precedentemente dotata e messa in connessione per interagire con il reale. La burotica, pur essendo una tecnologia importante, è una tecnologia che appartiene al mondo dei linguaggi e i linguaggi producono segni e gestiscono segni. Se questi segni non diventano comandi Dispensa n.1 “Pedagogia dei Luoghi” G. Righetto 16/6
  • 17. NuoviAbitanti www.nuoviabitanti.it associazione culturale tradotti in azioni nell’ambiente fisico-reale, i segni rimangono rinchiusi nel mondo semiotico e non incidono sul reale, sono tecnologia informativa, ma non tecnologia trasformativa. Una tecnologia raggiunge la sua pienezza quando i registri informativi si traducono in registri operativi. Educare le generazioni biodigitali ad appartenere consapevolmente ed attivamente alla propria contemporaneità significa introdurli criticamente alla tecnologia trasformativa loro propria, che è una integrazione forte di informazione digitale e operatività digitale espressa da robot, ossia macchine in grado di gestire: - sensori con cui i robot ricevono informazioni esterne al loro mondo. - motori che eseguono movimenti automatizzati conseguenti alle informazioni dei sensori e in coerenza con procedure pre-programmate che prevedono una gamma categoriale di comportamenti correlati a certe situazioni descritte dai sensori - un prodotto ( o più prodotti finali) che si manifestano nell’ambiente reale in conseguenza dell’interazione e relazione tra sensori, motori, programmi predefiniti. Fatta questa premessa tra i mediatori computeristici vanno inserite anche le programmazioni dei robot6 Esse si rivelano programmazioni di comportamento elaborate all’interno di un computer o del microprocessore, per cui vengono ipotizzate alcune situazioni rilevabili dai sensori e si correlano quelle situazioni a determinate sequenze di movimento dei motori che inducono alcune sequenze di azioni che hanno effetto sui sistemi di trasmissione di moto e producono, nel sistema reale, un insieme programmato di azioni trasformative. Tutte le operazioni che avvengono per programmare il robot sono dei mediatori, ossia azioni digitali che si ripercuotono sull’assetto interno del computer e del microprocessore, ma non hanno alcun effetto pratico, finché non viene allestito il collegamento del programma con il robot e non viene posto il robot nell’assetto ambientale idoneo per far funzionare la macchina relazionale. La programmazione del robot è quindi fondamentale, ma non è ancora una vera tecnologia trasformativa, essa è un medium o meglio un mediatore perché il processo trasformativo avvenga. Quando si avrà al completo la macchina relazionale – robot ( ossia programma – sensori – motori – sistemi di trasmissione – relazione con l’ambiente reale), solo allora si sarà in presenza di un vero robot e non di un robot potenziale. Però proprio dal contesto reale si potrà distinguere la differenza tra 6 La Lego ha predisposto dei robot lego, dotati di un microprocessore che si interfaccia con un computer per la programmazione dei comportamenti, l’impianto digitale è anche dotato di sensori (in grado di percepire delle differenze ambientali – es. chiaro-scuro, sgombro - barrierato, piano sonoro costante – apparire di una variabile sonora, secco-umido, ecc. [ma in futuro sono ipotizzabili altre variabili ambientali recepibili con differenti sensori]. Le informazioni recepite dai sensori possono essere correlate a dei motori per in quali si possono programmare dei comportamenti, ossia rotazioni, moto lineare, moto misto lineare- ruotato e viceversa, arresti di una certa durata e ripartenze sempre di una durata stabilita, andamenti circolari iterati anche questi con una durata o indeterminati fino al sopraggiungere di un diverso segnale da un sensore, ecc.) I motori sono collegati ad alcuni sistemi di trasmissione di moto (ruote, rulli, nastri a scorrimento, bracci e leve mobili) sono questi ad interfacciare il mondo reale inducendo delle trasformazioni o comunque delle azioni. E’ in questo che si riconoscono nella robotica i caratteri della Tecnologia della Trasformazione. Dispensa n.1 “Pedagogia dei Luoghi” G. Righetto 17/6
  • 18. NuoviAbitanti www.nuoviabitanti.it associazione culturale - la valutazione del robot che valuta gli stimoli ambientali secondo quanto programmato e fa succedere le azioni conseguenti all’apparire di segnali dei sensori - e la valutazione del valutatore (che è bene sia l’allievo o l’insegnante in cooperazione con l’allievo o più allievi cooperanti) La valutazione del valutatore stabilisce se il comportamento del robot : - procede secondo quanto programmato - mostra delle inadeguatezze non previste nell’impatto con il reale - predispone scenari diversi perché preavverte che l’ambiente reale possa avere più scenari - considera l’opportunità di riprogrammare il sistema robot per adeguarlo a nuove situazioni concrete che si sono affacciate rispetto a nuovi esisti che si vogliono ottenere. La programmazione del robot come mediatore quindi non è mai definitiva e può essere sempre riprogrammata, ma il livello della produzione del mediatore (anche se non è ancora azione in contesto reale) attiva una funzione-abilità fondamentale per le generazioni biodigitali: la capacità di prefigurare e pre-vedere il comportamento del robot nell’ambiente reale. Questa abilità rientra in una metacompetenza generale delle generazioni biodigitali che è il saper far fare. Il lavoro sui mediatori è pertanto importante perché attiva operazioni tipiche del digitale che si possono etichettare come simulazioni, esse non sono confondibili con le finzioni che inseguono un contesto a-reale, ma sono prodotti predefiniti per avere efficacia sul reale effettivo, sono pertanto prodotti pre-reali. In questo senso i mediatori di programmazione dei robot appartengono al grande alveo della cultura della progettazione. Educare alla robotica implica pertanto una fase rilevante di educazione - al pre-reale, - alla progettazione - alla simulazione - all’azione differita - alla tele-azione o al telelavoro. Lavorare con i mediatori robotici significa educare al tempo e spazio dell’azione digitale. Essa è spesso - differita - e dislocata. Educare al differimento e dislocazione è altro aspetto importante dei Robotanti. LAVORI AD EXTRA Il discorso appena fatto sui mediatori robotici ha già fatto delineare l’orizzonte più vero e pieno del digitale che riguarda l’azione delle macchine relazionali nel mondo reale. Solo che le macchine relazionali sono in grado di agire e lavorare - non solo in luoghi reali dove anche gli ecoidi umani sono in grado di svolgere loro azioni trasformative dirette, - ma i robot ancor più e meglio lavorano in luoghi non poche volte inaccessibili agli ecoumani o accessibili solo a condizione di alto rischio. Dispensa n.1 “Pedagogia dei Luoghi” G. Righetto 18/6
  • 19. NuoviAbitanti www.nuoviabitanti.it associazione culturale Basta citare alcune condizioni e diventa subito chiaro il quadro di accesso al reale dei robot: - le missioni spaziali robotizzate hanno già prodotto numerose azioni telelavoranti nell’elio spazio7 - le ricerche oceaniche sottomarine con prelievo di campioni, la posatura di cavi ed impianti - le operazioni di esplorazione dentro condotte o luoghi inaccessibili - i lavori robotizzati di ricerca negli strati geologici profondi - le azioni robotizzate di riparazioni satellitari nei pressi del confine atmosferico - le azioni in ambienti tossici e radianti - le azioni su cellule per ricerca e microchirurgia e biotecnologia - le azioni di nanorobot sulla struttura dei materiali - ecc. E’ chiaro allora che il ‘mondo reale’ dei robot riguarda. - il mondo esogeo (dell’elio spazio e galattico) - il mondo atmosferico - il mondo perigeo - il mondo endogeo ed endomarino - il mondo invalicabile all’umano per rischio - il mondo del nanoambiente E’ palese allora che la robotica ha una prospettiva di lavoro nel mondo reale addirittura più vasta del mondo reale possibile per l’uomo. Potremmo parlare di un mondo reale transumano. In questo mondo reale transumano cambiano le potenzialità degli ecoidi umani ed è una prospettiva a cui vanno educate le nuove generazioni biodigitali con linguaggi e procedure semplici, ma non dissonanti rispetto agli scenari in precedenza richiamati. La prospettiva del mondo reale transumano interessa fortemente i lavori ad extra: essi operano mediante oggetti digitali che producono effetti su periferiche, ossia trasduttori da bits ad atomi, con rientro nella dimensione materiale. I più ovvi sono : • robots (di cui abbiamo già fatto cenno e che costituiscono la categoria generale delle macchine relazionali in grado di gestire la sequenza informazione-valutazione – azione) • stampanti (sono forme robotiche molto diffuse e relativamente semplici. Poichè sono molto usate e traducono dati alfanumerici e grafici, le si connette al mondo della burotica, in realtà le stampanti sono automi-robot che si interfacciano con computer ed elaborano informazioni espresse in bits trasformandole in prodotti materiali riportati sulla materia carta mediante un uso programmato di inchiostri. Agiscono sull’ambiente solo quando alcuni sensori non 7 Tra le missioni spaziali robotizzare è forse opportuno ricordare il Mars Pathfinder del 1997. Esso “ha trasportato fino a Marte una sonda di atterraggio e una Rover capace di viaggiare sulla sua superficie. L’atterraggio è avvenuto con successo nel luglio del 1997. La Rover a sei ruote, chiamata Soujourner, ha esplorato l’area vicina al Lander [struttura che ha permesso l’assuolaggio]. L’obiettivo primario della missione è stato il dimostrare la fattibilità di un atterraggio a basso costo sul ruolo marziano. Nel 2005 è previsto che il Mars Surveor con quella missione raccolga con la Rover robotizzata campioni di suolo di Marte e li riporti sulla Terra” si veda D.BEDINI Breve storia della conquista dello Spazio 1998, Milano, Bompiani Dispensa n.1 “Pedagogia dei Luoghi” G. Righetto 19/6
  • 20. NuoviAbitanti www.nuoviabitanti.it associazione culturale completamente automatici (per lo più) segnalano che l’assetto dell’ambiente è idoneo alle operazioni concrete di stampa: ordine di stampa con adeguate impostazioni di pagina, stampante accesa, fotocellule o sensori che rivelano l’esistenza della carta e della cartuccia appropriata a stendere inchiostri o condurre operazioni laser.) E’ assolutamente importante mostrare la modesta ma reale natura robotica delle stampanti perchè la connessione bits-atomi ossia digitale-reale è operante in una delle periferiche più semplici e diffuse. Quando poi parleremo dei lavori tele, le e-mail e la posta elettronica in genere, metteremo in evidenza la natura robotica a distanza dei prodotti digitali che ‘agiscono’ in un computer, inducono trasformazione in un computer lontano, il materiale digitale teletrasportato (se opportunamente predisposto e interfacciato con un robot stampante) traduce i bit teleinviati in atomi reali riscontrabili su carta e altro supporto mediante dei traccianti materiali. • Videoproiezioni Anche il videoproiettore è una periferica che può interfacciarsi con il computer. Esso consente di proiettare su uno schermo (anche di discrete dimensioni) il prodotto visivo che compare sul monitor di un computer. In tal modo è possibile mostrare a un numero di persone, anche considerevole, un prodotto già confezionato e compreso in un file, oppure fare delle operazioni per mostrare direttamente gli esiti mentre questi si realizzano. L’azione è di tipo dislocato, perché viene elaborata nel computer e i risultati visibili si colgono in un punto non prossimo (anche in stanze e luoghi non vicini). Anzi nel caso delle videoconferenze la dislocazione ha effetti particolarmente dislocati. Il videoproiettore è dispositivo robotico di tipo visivo ( o meglio automa digitale come preciseremo più sotto), esso consente che alcune operazioni visibili avvengano in automatico, una volta garantite alcune condizioni ambientali (la connessione del dispositivo con il computer e la sua compatibilità; la ricezione del segnale, la messa in connessione di un file elaborato allo scopo, una certa condizione di luminosità del contesto ambientale) Un prodotto digitale può essere governato a distanza mediante i cursori della tastiera o telecomandi, ma i caratteri di robotizzazione si hanno in modo un po’ più particolare quando il prodotto digitale è dotato esso stesso di un processo automatico interno, mediante l’uso di animazioni. Le forme più ricorrenti di presentazioni di file con animazioni si hanno con prodotti tratti da Power Point e similari. • Plotter E’ una mega stampante che consente di realizzare disegni tecnici anche di grandi dimensioni, permettendo operazioni di ingrandimento o riduzione di scala ricorrendo a meccanismi di tipo pantografato dagli effetti dimensionali particolarmente rilevanti.. • Stereolitografia La stereolitografia è più propriamente un dispositivo robotico in quanto implica l’uso di periferiche che realizzano prodotti materici tridimensionali. La stereolitografia consente di introdurre delle trasformazioni percepibili nell’ambiente reale. La stereolitografia, da un progetto digitale composto in modo compatibile con le periferiche stereolitografiche, traduce le informazioni digitali in comandi operanti su alcuni bracci che Dispensa n.1 “Pedagogia dei Luoghi” G. Righetto 20/6
  • 21. NuoviAbitanti www.nuoviabitanti.it associazione culturale distribuiscono resine o altri materiali fluidi a strati sottili, secondo una forma a sezione predisposta dal programma digitale. La sovrapposizione di molti strati di resina, o altro materiale plastico che poi si solidifica, consente di realizzare prototipi, modelli, plastici, proto-oggetti sperimentali, ecc. La stereolitografia non è che una forma particolare di sistema CAD-CAM. Questo livello (stereolitografia e CAD-CAM) è molto elaborato e costoso ed è difficilmente agibile all’interno della scuola, ma è bene che gli allievi siano in grado di vederlo in azione in aziende specializzate e in centri di ricerca. Tali tecnologie richiedono software applicativi in grado di favorire la progettazione e la successiva realizzazione in vari campi lavorativi (oggettistica di design, produzione meccanica, costruzioni, edilizia, ecc.). Le macchine utensili sono i robot che implementano la progettazione digitalizzata. ecc. Se si è voluto insistere sugli elementi strutturali che fanno delle periferiche dei robot, lo si è fatto per insistere su un concetto di Tecnologia Digitale Integrata (ossia Tecnologia dell’Informazione + Tecnologia della Trasformazione), ma sarebbe più preciso dire che sono dei robot incompleti perché interagiscono in maniera molto blanda con l’ambiente circostante, in quanto dotati di sensori poco duttili. In questo senso ristretto è più esatto definirli automi digitali piuttosto che Robot dotati di un livello elevato di interazione. Potremmo anche definirli Robot a ricaduta operativa chiusa in quanto non sono in grado di cogliere dall’ambiente esterno informazioni differenziate rispetto alle quali cambiare le risposte operative tra una gamma di possibilità correlate alla natura dell’informazioni ricevute dai sensori. I Robot in senso stretto sono invece dotati di sensori a gamma larga e in questo senso sono Robot con una identità maggiormente aperta. Dispensa n.1 “Pedagogia dei Luoghi” G. Righetto 21/6
  • 22. NuoviAbitanti www.nuoviabitanti.it associazione culturale LAVORI TELE Il mondo digitale di massa ha conosciuto un profondo cambiamento quando per un gran numero di persone si aperta la possibilità di lavoro in rete, potendo produrre e inviare prodotti digitali a distanza. E’ un fenomeno che si è conclamato nei grandi numeri tra il 1993 e il 1994 con il consolidarsi di Internet e WEB. L’attività in rete che permette di gestire trasformazioni e prodotti a distanza configura le caratteristiche della tipologia catalogabile come lavori tele. Essi sono oggetti o processi digitali operanti in dimensioni spaziali e temporali non isocrone e isoestese, insomma veicolano non in vicinanza dei produttori e dei recettori, anzi consentono la messa in relazione prescindendo dalle grandi lontananze e in genere dilatano la dimensione spaziotemporale con cui si lavora. I lavori tele si appoggiano a contenitori digitali che accolgono materiali provenienti da altrove e permettono ai recettori di ‘scaricare’ i materiali inviati o visualizzandoli o sonorizzandoli o interfacciandoli con periferiche e robot e quindi trasferendo i bits in supporti tali da organizzare atomi in grado di far assumere la dimensione materiale e collocata in ambiente fisico. I contenitori digitali sono molteplici ma essenzialmente si riconducono a tre tipologie: 1) i siti 2) gli indirizzi di posta elettronica 3) i motori di ricerca. 1) I siti sono luoghi digitali in cui si trovano risorse digitalizzate di varia natura (visiva, alfanumerica, fonica, procedurale, informativa in genere) che possono essere consultate o prelevate. I siti sono stazioni in quanto contesti digitali a cui si può giungere mediante percorsi e indirizzi elettronici. Nei siti si può sostare ed effettuare una visita digitale, ma sono anche ‘luoghi’ da cui si esce per dislocarsi digitalmente altrove. Nei siti è esplicita la natura dei viaggi digitali, transiti da una stazione digitale ad un’altra. Ma in una stazione digitale avviene anche spesso di trovare indicazioni per recarsi in altri siti. Nelle stazioni digitali vi è similarità con le stazioni fisiche dove sono possibili le corrispondenze e le coincidenze per trasferirsi in altre tratte o rotte. Nei siti questo processo di cambio di direzionalità è rappresentato dai links: essi conducono ad altri siti o ad altri oggetti tele. E’ molto importante educare le generazioni biodigitali a viaggi digitali consapevoli di cui siano in grado di - descrivere il processo - costruire una mappa telematica, ossia di organizzazione degli spazi digitali secondo una topologia di connessioni e relazioni. Vanno promosse le strategie: - del giungere - della gestione del bagaglio telematico e del trasporto di materiali digitali Dispensa n.1 “Pedagogia dei Luoghi” G. Righetto 22/6
  • 23. NuoviAbitanti www.nuoviabitanti.it associazione culturale - del ripartire avendo chiara la destinazione - della costruzione di viaggi digitali complessi in cui vi sia attraversamento e azione in più stazioni digitali ossia in siti sia di tipo noto sia di ricerca. La produzione e la strutturazione consapevole di un viaggio digitale è un tipico oggetto e prodotto tele. 2) La posta elettronica è solo in parte simile alla posta materiale. Ossia non bisogna confonderla con la sola gestione delle lettere. Una lettera è uno scritto che transita da un luogo ad un altro mettendo in connessione un mittente con un recettore. L’e-mail è anche questo, la sola differenza sta nel fatto che la scrittura è digitale e non deve passare attraverso mediatori fisici come la cassetta postale, il viaggio fisico di trasporto e la consegna del postino al destinatario. Tutte le operazioni avvengono in rete e sono gestite direttamente dal mittente e dal destinatario dalla loro postazione elettronica. In realtà l’e-mail presenta molte più opportunità ed è più simile ad un corriere digitale: è più complessivamente un veicolo di trasporto digitale. Che cosa venga trasportato è difficile dirlo, perché si potrebbe affermare che è trasportabile tutto quello che è configurato in forma digitale e sta al di sotto dei limiti di capienza del mezzo (problema della gestione della pesantezza). Una lettera digitale è più rappresentabile come un locomotore che porta a destinazione un convoglio, infatti al locomotore digitale si possono attaccare tanti ‘vagoni’ diversi, mediante la procedura dell’attachment. Il limite sta nella capacità di trasporto del ‘locomotore digitale’ che non è indefinita, ma ben delimitata. Per cui, conosciuti i limiti di capienza, si possono programmare più viaggi digitali, fino al conseguimento dell’obiettivo di trasporto che si voleva raggiungere. In taluni casi si pongono problemi pratici di ‘eccedenza’ degli oggetti da trasportare. Ecco allora che è importante educare le generazioni biodigitali a costruire gli assetti idonei al trasporto. Comprese non solo le operazioni di ‘snellezza’, ma anche la capacità di distribuire il carico in più parti fra loro componibili e cioè appropriate per essere riassemblate dal destinatario in contesto diverso dalle operazioni in rete. La posta elettronica è inoltre un organizzatore relazionale, nel senso che è un mezzo veloce per stabilire accordi di comportamento con i comunicanti in rete: - fissare appuntamenti on line, - scandire i tempi di lavoro fuori rete, - concordare i lavori, - scambiarsi i prodotti secondo una tempistica concordata, - stabilire di allargare la rete degli interlocutori, - navigare in rete per perseguire obiettivi comuni, ecc. I due caratteri primari di - veicolo di trasporto digitale - organizzatore relazionale Dispensa n.1 “Pedagogia dei Luoghi” G. Righetto 23/6
  • 24. NuoviAbitanti www.nuoviabitanti.it associazione culturale richiedono un preciso approfondimento formativo e una pedagogia dello stare ed agire in rete esprimendo una socialità digitale attiva. 3) I motori di ricerca Sono strumenti di accesso alla ‘territorialità digitale’. Appartengono ad una organizzazione che gestisce il sistema delle connessioni. A seconda della ‘forza’ dell’organizzazione e delle finalità dell’organizzazione la quantità e la tipologia delle connessioni risulta più o meno ampia, strutturata ed articolata. Oggi i motori di ricerca sono equiparabili alle vecchie dogane degli stati tradizionali: ossia luoghi preposti al controllo e al permesso di passaggio di beni e persone alla frontiera di uno stato. L’accesso ai motori di ricerca dipende da come è organizzato il ‘territorio telematico’ e cioè da come funzionano le istituzioni che lo organizzano, fra queste le più importanti sono rappresentate dai server e dai provider. Essi corrispondono agli stati e alle regioni fisiche e l’intera rete costituisce il pianeta digitale. A seconda dello “stato” in cui si entra, vi si trovano risorse, percorsi, regole a disposizione e da valorizzare e rispettare. I motori di ricerca sono di fatto gli uffici di informazione, gli sportelli di accesso aziendale o turistici degli stati e regioni digitali. Se si fanno domande giuste (e cioè chiare, brevi e mirate) e la struttura d’informazione è ben organizzata e dotata di numerose risorse e fonti di informazione, allora essa fornirà in modo automatizzato o robotico dei buoni indirizzi, dei preorientamenti e dei suggerimenti di percorso e viaggio. Alle generazioni biodigitali è corretto fornire una visione gestibile della spazialità-territorialità del pianeta telematico, facendo percepire che ci sono ‘stati e regioni’ evoluti, stati e regioni abbozzati e poco organizzati, siti più riconducibili al vecchio far west e sitalità8 in cui le regole sono improprie e più vicine alla criminalità e alle mafie. L’assetto giuridico e geodigitale non è ancora ben definito, anche se in continuo straordinario miglioramento. Nelle procedure del caring, del farsi carico e prendere cura, esiste anche una dimensione etica di rete, che è aspetto non indifferente e di notevole carica educativa. Precisato in modo rapido che i lavori tele appartengono ad una organizzazione di estensioni telematiche dotate di regole in progress, è opportuno mettere in evidenza che i lavori in rete non stanno in opposizione o incompatibilità con i lavori ad intra effettuati nei sistemi computercentrici, né sono privati di sostenibilità e compatibilità con i lavori ad extra. I lavori ad intra e ad extra sono lavori a definizione variabile che in ogni momento possono trasformarsi in lavori tele non appena, e se, si sono realizzate le condizioni della connessione in rete ossia quando la possibilità di produrre un inserimento in un veicolo digitale on line e di produrre una qualche forma di organizzazione relazionale telematica presentano l’assetto richiesto. 8 con sitalità si intendono organizzazioni di spazi telematici dotati di confini, accessi, regole di selezione-fruizione, modalità di scambio, interazione e uso di risorse, pratiche di rifiuto e barrieramento, criteri di legittimazione, ecc. Dispensa n.1 “Pedagogia dei Luoghi” G. Righetto 24/6
  • 25. NuoviAbitanti www.nuoviabitanti.it associazione culturale Molti lavori tele inglobano lavori ad intra, lavori mediatori e lavori ad extra, solo che li dislocano a distanza e in più esplicitano alcune modalità specifiche quali:  Il telelavoro  La telesplorazione  Il telerilevamento  La telerobotizzazione  L’interfaccia satellitare  La videoconferenza i lavori ad intra rivelano • un alto tasso di individualizzazione • il rischio di frammentazione arelazionalità. Come compensazione richiedono  una socializzazione della didattica digitale:  la Metodologia dell’infostazione9 (computer portatile, videoproiettore, videocamera, sistema audio)  l’esercizio di Didattica di team I lavori dei mediatori richiedono la riflessione sia nella produzione ad intra sia sulla propensione all’extra, quindi devono manifestare una apertura con potenzialità duplice I lavori ad extra richiedono - una forte riflessione sulla pedagogia dell’operatività biodigitale - in cui il saper far fare è l’elemento cruciale, sapendo gestire  la regia dei tools  la pluricodicità e la policomunicazione  la concertazione dei collaboranti e il team digitale  le comunità on line  le empatie differite e dislocate  la robotizzazione differita e dislocata  il sottrarsi al rischio della sindrome dello Charlot fordista di Tempi moderni: i soggetti che diventano periferiche del sistema digitale PENSIERO ZAPPING - POWER POINT 9 L’Infostazione è un’organizzazione digitale con un assetto hard organizzato per interconnessioni e in grado di sostenere un lavoro di team in un’aula trattata secondo una didattica multimediale e digitale. Se ne parla in modo più articolato in un’altra scheda del presente lavoro. Dispensa n.1 “Pedagogia dei Luoghi” G. Righetto 25/6
  • 26. NuoviAbitanti www.nuoviabitanti.it associazione culturale Uno dei fenomeni che caratterizzano le generazioni biodigitali è l’utenza massiccia di telecomando.10 Esso viene usato in numerosi contesti per azionare dispositivi tecnologici di varia natura. Ma quello a cui rivolgeremo maggiore attenzione è la connessione tra telecomando e televisore. Il dispositivo nato nel 1956 negli Usa ha cominciato ad avere una diffusione massiccia a partire dagli anni 70. Da allora una quantità enorme di popolazione si è abituata a selezionare i programmi a distanza con un semplice gesto e cliccaggio. Progressivamente i programmi televisivi hanno perso i caratteri della paleotelevisione e cioè la visione continuata dopo che si è acceso il televisore, collocati su un canale ad un’ora prestabilita. La propensione era assistere ad uno spettacolo dall’inizio alla fine. Questo costituiva un modo gutenberghiano e lineare di guardare la televisione, perché mimava la fruizione di un libro che va dall’introduzione alla conclusione. A rompere la propensione gutenberghiana e lineare ci pensò la pubblicità che operò la sua incursione nei programmi non già in modo gutenberghiano (e cioè prima o dopo uno spettacolo come avveniva e in gran parte avviene al cinema che mantiene un impianto gutenberghiano senza interruzioni pubblicitarie durante il film [e si spera rimanga tale]). Nella televisione invece la pubblicità fece irruzione dentro lo svolgimento di uno spettacolo. La pubblicità non solo rese ‘naturale’ l’immissione di concrezioni estranee allo spettacolo televisivo, ma portò alla consuetudine della fruizione non lineare dello spettacolo stesso. Trasformò insomma l’interruzione in norma. Paradossalmente il telecomando televisivo nacque in funzione anti pubblicitaria. Il presidente della società Zenith, produttrice di radio e televisori, Eugene McDonald, era insofferente alla pubblicità televisiva e per questo diede incarico all’ingegnere Adler di progettare e realizzare un dispositivo che rendesse muta la pubblicità. Lo considerava un dispositivo transitorio perché negli anni 50 supponeva che la pubblicità non avrebbe resistito nella televisione data la sua fastidiosità. In realtà la pubblicità non scomparve, ma i telespettatori da allora hanno scoperto che era possibile schiodarsi facilmente da un programma e dislocarsi in un altro programma con un semplice gesto e passare anzi da un programma all’altro senza più avere una fruizione lineare di uno spettacolo. Il palinsesto11 (cioè la programmazione delle sequenze degli spettacoli) non dipende più dalla sola volontà programmatrice dei curatori di un canale televisivo, ma ogni utente può costruire un proprio palinsesto. Egli così passa disinvoltamente da un canale all’altro, mosaicando vari spettacoli, per cui egli assiste ad un proprio spettacolo, di cui è il regista, il ‘prodotto’ è fatto da una serie di spezzoni a cui egli attribuisce se non del senso almeno dell’attrattività, o almeno la capacità di stimolare in modo alettante sul piano percettivo e sensoriale. Con questa pratica, definita anche “zapping”12 si consolida la questione del “pensiero zapping” che andiamo a discutere. 10 Il telecomando è un dispositivo che consente la trasmissione a distanza di comandi, usando segnali elettromagnetici, infrarossi o ultrasuoni recepibili da un altro dispositivo tecnologico dotato di ricevitore immesso nel mezzo da comandare. Il telecomando televisivo è nato nel 1956 ad opera di Robert Adler che denominò il dispositivo “Space Command”. Esso consente di cambiare canale, accendere e spegnere il televisore e selezionare tante altre operazioni. Funziona appunto ad ultrasuoni e l’atto che sia in funzione è segnalato inizialmente anche sullo schermo televisivo con la comparsa di barrette o icone che rivelano l’operazione ain corso con comando a distanza. 11 Palimpsestos: raschiato per scriverci ancora (palin - di nuovo – psan – raschiare) In realtà l’antico termine, traslato in campo televisivo ha subito una reinterpretazione ed ha sssunto il senso di quadro d’insieme, prospetto e organizzazione delle trasmissioni televisive programmate per un certo canale televisivo lungo un determinato periodo con ancoraggio ad alcune fasce orarie predefinite. Si è così ‘raschiata’ la precedente concezione di palinsesto inteso come antico codice di manoscritto su pergamena su cui, raschiata una precedente scrittura, viene riportato un nuovo scritto. Dispensa n.1 “Pedagogia dei Luoghi” G. Righetto 26/6
  • 27. NuoviAbitanti www.nuoviabitanti.it associazione culturale La prolungata pratica del mosaicare uno spettacolo televisivo ha introdotto un nuovo stile di pensare e gestire l’attenzione e la costruzione di sequenze. La rilevanza di questo stile si è fatta incidente perché le persone si espongono sempre più alla visione di spettacoli televisivi e occupano in non pochi casi parecchie ore del giorno. Tale modalità di assistere ad una comunicazione ha consolidato un pensiero assai diverso da quello sostenuto dalla struttura dei libri, ma anche decisamente lontano dallo svolgersi di un film. Somiglia maggiormente alla ‘oralità visiva’: infatti ha le caratteristiche ondivaghe dei colloqui e comunicazioni orali dove i pensieri procedono spesso per associazioni e l’interlocutore o gli interlocutori interrompono il flusso comunicativo degli altri e gestiscono momentaneamente un proprio flusso, immettendo materiale comunicativo aggiuntivo, non sempre coerente o congruente con il precedente. In un colloquio e una comunicazione orale ben difficilmente si può stabilire cosa sia l’inizio, come proceda e come vada a finire e se mai si avrà una fine voluta o razionalmente determinata. L’oralità procede in modo discontinuo, con affermazioni, digressioni, pause, interruzioni, ripresa di un tema laterale, immissione improvvisa di una questione in poca congruenza associativa con le premesse, procedure sintetiche, dilungamenti prolissi, silenzi… L’oralità tradizionale è in gran parte prossima al pensiero zapping, solo coloro che hanno consuetudine a tenere discorsi strutturati propendono a mantenere un andamento prestabilito del discorso e anche degli scambi dialogici. Persone che sono in grado di gestire discorsi strutturati e ben sequenziali in realtà sono solidi frequentatori di libri e scritti, per cui anche quando usano il registro orale, in realtà fanno riferimento ad una struttura simile allo scritto, che si scandisce per parti e sequenze e si orienta a collocare alcune comunicazioni come premessa, altre come argomentazioni e narrazioni esplicative e altre come processo che conclude un tragitto ed un’esperienza. Sono le persone che la voce popolare un tempo descriveva come ‘quelli che parlano come un libro stampato’. Con il ricorso al telecomando televisivo, ad una quantità enorme di persone, ora è dato di manovrare un flusso di immagini, oltre ad un flusso di oralità. Quando le immagini mostrano di avere una propria logica sequenzialità e organizzazione interna allora si pongono come ‘discorso visivo’. Gran parte della cultura pittorica ha sviluppato oltre ad una gamma vasta di sistemi rappresentativi anche una sintassi molteplice ed elaborata con cui si è gestito tempo e spazio nelle immagini. Non sono mancati momenti in cui le presenze visive sono sembrate randomizzate. Ad esempio alcune pitture rupestri del paleolitico non sempre consentono di cogliere un bandolo di connessione rigorosa tra una immagine di bisonte e l’altra in cui sta un insieme di cavalli o stambecchi o mani. Può darsi che alcune immagini si siano giustapposte l’una all’altra e si siano collocate sopra qualche altra, quasi riducendone la chiarezza percettiva, quasi trattandole in forma ‘zapping’ o forse, più probabilmente molte delle logiche con cui si costruivano i palinsesti paleolitici ci sono sfuggiti e allora noi possiamo avere l’impressione che in alcune parti si manifestasse ‘un pensiero orale’ per la visualità di allora. In questo caso non possiamo spingerci in modo deciso perché ci manca il riscontro e la valutazione dei diretti interessati. E ogni discorso ulteriore può risultare arbitrario. 12 To zap, fra gli altri significati, presenta l’accezione del muoversi rapidamente, frecciare, fondarsi. Per cui lo ‘zapping’ da un generico senso di passaggio è divenuto lo saltellare da un canale all’altro durante lo using of remote control. Dispensa n.1 “Pedagogia dei Luoghi” G. Righetto 27/6
  • 28. NuoviAbitanti www.nuoviabitanti.it associazione culturale La cosa invece sembra affiorare se si considerano le vetrate romaniche o gotiche o anche i portali scolpiti, i capitelli e le configurazioni scultoree medievali. In essi non è raro riscontrare le due tipologie della rappresentazione sequenziata e strutturata, quella secondo ‘un discorso’ e quella secondo presenze di oralità visuale dove si assommano compresenze di fenomeni fra loro assai diversi. Le oralità visive sembrano isole che emergono in una comunicazione sovrabbondante e polisemica, sono episodi di senso e di rilevanza. Mentre l’arcipelago comunicativo offre un’atmosfera complessiva, le isole zoomano su un senso intenso e particolare. Ma in molti casi le vetrate, le sculture, i portali, le lunette, i capitelli medievali scolpiti invece presentano alcune sequenze temporali ben precise e delle connessioni logiche limpidamente riconoscibili. In tali casi non si tratta di una fluidità randomizzata ma di autentici discorsi strutturati, degli autentici libri di pietra con trattati biblici e teologici. Il contesto generale suggerisce in un caso di trovare singoli episodi visivi e procedere per parti, il secondo caso rivela che ogni parte è collegata all’altra e che l’insieme delle connessioni offre comunicazioni successive e di secondo livello. L’uso della scansione zapping sta diffondendo l’oralità visiva di tipo più episodico che di tipo connettivo. Si rafforzano però anche altri comportamenti. La frammentazione e il passaggio sempre più rapido da un programma all’altro conduce alla ricerca non più di un discorso visivo argomentativo, ma stimolatore, per cui si regge ad un flusso comunicativo in virtù della forza attrattiva delle immagini, altrimenti si passa ad un’altra schermata che inizialmente è attrattiva semplicemente perché è avvenuto un cambiamento e si è imposta una stimolazione nuova. Ma anche questo status presto si satura e si passa ad un cliccaggio successivo di telecomando. In tal modo molto spesso non si ricerca un ‘discorso’, ma un mixaggio di emozioni e stimoli. E’ la sensorialità che orienta più che recezione di un senso. Che questo sia un modo di concepire la comunicazione visiva lo si coglie con chiarezza nei video musicali o videoclip: nello spazio temporale in cui si snoda una canzone o un brano musicale, le immagini cambiano continuamente, con connessioni per lo più associative. Quello che prevale è uno stato di instabilità, di mutevolezza continua, una condizione di visualità che confina con lo stato onirico. Se ancora si osserva l’intervallo che si pone tra uno stacco visivo e l’altro (ma molto spesso si tratta anche di stacchi sonori e musicali), la scansione è assai ravvicinata e tende a collocarsi al di sotto dei due minuti. La presenza del telecomando e delle procedure zapping hanno cambiato anche le pubblicità. Esse sono rapide incursioni che non argomentano o raccontano storie, ma sequenze veloci con fulminee associazioni che addensano anche suggestioni di storie e grumi di comunicazione, il dato rilevante è che tendono a star sotto ai due minuti e quindi a non essere colpite dalla propensione a cliccare uno zapping. Tutto deve rimanere confinato nell’attimo di potenziale stabilizzazione che l’utente è in grado di accettare statisticamente. Questa sequenzialità visiva e sonora per microsequenze con scarsa o nulla connessione l’una con l’altra si rivelano anche in un altro prodotto videodigitale assai frequentato dalle nuove generazioni: il videogame. Dispensa n.1 “Pedagogia dei Luoghi” G. Righetto 28/6
  • 29. NuoviAbitanti www.nuoviabitanti.it associazione culturale Il videogame induce a rapide reazioni ad una situazione in cui attimo per attimo c’è una situazione e una stimolazione: l’interesse sta nella risposta repentina, nello stare congruentemente nell’attimo, mentre è quasi del tutto irrilevante quello che è accaduto prima e cosa potrà accadere dopo. Le procedure spot e zapping sono presenti anche nell’uso dei cellulari soprattutto nel caso dei messaggini SMS e si sta affermando pure in nuove forme offerte dalle foto digitali telefoniche eseguibili con il cellulare stesso e inviabili in tempo quasi reale. I messaggini conducono a forme di scrittura contratta, a spot, in cui le informazioni stesse e le idee vengono ricondotte a modalità concentrate, mosaicate e associate senza ricorrere a pleonastici connettivi logici. Il dispositivo T9 orienta inoltre all’uso di parole standard e quindi a stare dentro un linguaggio che abbia un lessico statisticamente diffuso, altrimenti occorre passare alla scrittura intenzionale lettera per lettera, con il controllo fatto passo passo, mentre il T9 esegue un autocontrollo e conforma le parole applicando un principio elementare di correttore ortografico che è utile, ma abbassa congiuntamente la consapevolezza nell’uso dell’ortografia stessa. L’uso delle faccine (ma è fenomeno in leggero declino) aveva immesso anche nei mobiles una quota rilevante di icone, per cui si comunica in modo visivo e contratto, rafforzando la propensione all’oralità visiva di cui si è già parlato. In realtà si sta diffondendo l’uso di icone da mobiles che sono prefabbricate e si pescano on line. Anche per questa via si afferma uno stile spot e zapping riferibile a forma di iconolese. Il processo molto probabilmente si rafforzerà con l’uso montante dei telefonini con foto digitali telefoniche: le comunicazioni avverranno in modo rapido e contratto trasformando una o più foto in icone e quindi riducendo ancora l’uso dell’alfanumerico per rafforzare sempre più l’iconolese zapping e l’oralità visiva. Programmi mosaicati, pubblicità contratte e con rapide sequenze, video musicali, videogames: non sono che alcuni esempi evidenti e assai frequentati dalle generazioni successive all’introduzione del telecomando. Queste generazioni sono ormai almeno due o tre e quindi lo stile zapping risulta assai diffuso non solo fra i bambini ma fino agli attuali trenta-trentacinquenni. Nel frattempo le persone che si sono rivolte o hanno continuato a rivolgersi a forme di comunicazione sequenziata e strutturata sono diventate sempre meno. I lettori di libri sono una frangia particolare della popolazione, i lettori di giornali non sono aumentati, semmai tendono a diminuire, la gente che va al cinema si è ridotta, come si sono ridotte le sale cinematografiche. Anzi lo stile zapping si è introdotto anche in questi settori: - i giornali hanno assunto molti elementi zapping. Le prime pagine ad esempio tendono ad avere molte piccole ‘finestre’ come una notizia o un’idea sono ridotte ad un frammento concentrato, chi vuol leggere un intero articolo deve andar oltre lo spot e ripescare l’articolo nell’interno, in pagine sparse. Per chi mantiene stile zapping anche nella lettura dei giornali, spesso basta il solo spot di avvio, poi si fa zapping anche sul giornale, tutto galleggia, ben poco si approfondisce. - I libri per il grande pubblico sono sempre più pagine trattate con foto e rapide didascalie. Ovviamente permangono i lettori dei libri sequenziali, ma non riguardano più la maggioranza dei lettori. Dispensa n.1 “Pedagogia dei Luoghi” G. Righetto 29/6
  • 30. NuoviAbitanti www.nuoviabitanti.it associazione culturale - Le sale cinematografiche si sono drasticamente ridotte e si stanno sempre più affermando le multisala, ossia un concentrato plurimo di salette in cui si proiettano più film in contemporanea. Si è nella condizione di vivere in prossimità di una condizione zapping: si potrebbe passare da un film all’altro, mosaicando i film presenti in multisala. Ciò ancora non avviene, se non in casi assai limitati, ma non è privo di significato che ci si stia avvicinando ad una situazione strutturale che consentirebbe lo zapping anche al cinema. - I videogames hanno assunto sempre più strabilianti effetti speciali e sono entrati in forte concorrenza con il cinema e la televisione, in realtà sta avvenendo anche il processo inverso: sempre più si colgono effetti da videogame che entrano nel linguaggio cinematografico e televisivo. Traiamo una rapida conclusione: le nuove generazioni sempre più di rado frequentano situazioni gutenberghiane e strutturate, mentre le procedure zapping sono entrate nella struttura intima dei processi comunicativi. Le strutture zapping hanno favorito l’emergere di menti molto predisposte a - comunicazioni rapide, - con ampio ricorso all’intuizione, - con forte motivazione a produrre connessioni azzardate, - a procedere per veloci tentativi inoltre con l’attesa di fare riaggiustamenti subitanei, - in seguito anche ad una propensione alla gestualità che ‘smanetta’ e cerca in forme stocastiche, non disdegnando la ricerca molto poco orientata e randomizzata, - pronta a cogliere una qualsiasi risposta o esito che possano considerarsi interessante o utile. Tutto questo certamente può condurre a stili superficiali, ma può anche favorire l’insorgere di stili cognitivi e comportamentali assai flessibili e con capacità adattative decisamente repentine. Se la scuola intende soffermarsi ad essere veterogutenberghiana e veterosequenziale, parlerà un linguaggio non solo incomprensibile alla sua utenza, ma produrrà uno stato profondo di disattenzione e demotivazione. Occorre che in qualche modo lo stile zapping entri anche nella scuola, ma con finalità educative chiare e non per accodarsi ad un costume. Ciò che è a rischio è il pensiero strutturato, sequenziato, argomentativo, raggiunto per passaggi concatenati e logici che impiegano il tempo necessario per essere ottenuti. Le procedure gutenberghiane e filmicocompatte tendenzialmente sembravano garantire tali caratteri che sono la parte alta, nobile ed evoluta del pensare e comunicare umano. Ma occorre essere consapevoli che le procedure gutenberghiane e filmicocompatte sono forme storiche e come tali non presentano alcun carattere di sopravvivenza garantita. Se si vuol essere efficaci con le nuove generazioni occorre prender atto degli stili comunicativi prevalenti e operare con questi allo scopo di continuare a far sviluppare il pensiero sequenziano e strutturato che non è parte rinunciabile della nostra specie, pena una regressione cognitiva e comportamentale di gravità e portata rilevante. Ma il sequenziato e strutturato deve coniugarsi insime al repentino e flessibile, con un alto tasso di iconicità. Occorre che la scuola si ponga nei confronti degli stili rapidi e contratti, spotizzati in atteggiamento di accoglienza e non di giudizio precostituito e ancorato a procedure nobili e ricche di tradizione, ma che Dispensa n.1 “Pedagogia dei Luoghi” G. Righetto 30/6
  • 31. NuoviAbitanti www.nuoviabitanti.it associazione culturale danno molteplici segnali di decadenza formale. Occorre che la scuola faccia uno sforzo onesto di vedere il positivo presente nelle nuove forme e, attraverso le nuove forme, sviluppi processi e forme culturali che mantengano radici in una cultura complessa e ricca. Il pensiero e l’operatività devono mirare ad essere di qualità, le forme con cui esprimerli devono tener conto della storicità attiva, ossia contemporaneità, in cui si calano. Per segnare alcune piste di immissione in questo nuova aura prenderemo ora in considerazione uno strumento e linguaggio digitale che forse può aiutare a mettere insieme i pregi dello stile spotizzato e sequenziato in forme strutturate. Per questo si pongono alcune riflessioni sulla procedura Power Point e similari. POWER POINT e similari Il Power Point è un programma che consente di elaborare - testi, - immagini-icone, - suoni, organizzati in sequenze di slides in forma dinamica, in cui è possibile sintetizzare - un’idea, - un concetto, - un’informazione  in un modo sintetico  in grado di stimolare l’attenzione in forme diverse  perché possono comparire sullo schermo in maniera statica oppure con una gamma abbastanza ampia di animazioni. Ogni singolo slide ha una sua autonomia quindi può essere pensato come uno spot singolo ed autosufficiente. [e nel caso di un suo inserimento in una sequenza può essere dislocato da una sequenza all’altra, mostrando, laddove possibile, - l’interscambiabilità degli elementi spotizzati, - ma anche rendendo palese che essi prendono senso e funzioni diverse a seconda delle sequenze in cui si situano] Ogni slide è articolabile almeno in cinque parti: - il titolo - la sequenza di argomenti - l’icona (immagine, grafico, disegno, foto, ecc.) - il nome del responsabile del documento presentato - la data della produzione - lo sfondo colorato o ambientazione su cui si inseriscono gli elementi della slide inoltre è possibile inserire un commento sonoro o musicale. In realtà ognuna delle parti può essere inserita con assetto diverso (o testo o icona o foto o grafico o….) Su ogni elemento è possibile intervenire Dispensa n.1 “Pedagogia dei Luoghi” G. Righetto 31/6
  • 32. NuoviAbitanti www.nuoviabitanti.it associazione culturale - offrendo colorazioni diverse - applicando font differenziati - usando corpi tipografici di dimensioni selezionate - introducendo (o non introducendo) fattori di animazione interna - unificando le sequenze di slides con lo stesso sfondo (offrendo quindi un fattore unificante) - oppure usando sfondi diversi (per accentuare il carattere di differenziazione tra ogni slide) - oppure scegliendo diversi sfondi che in parte si ripetono con slides che abbiano o argomenti o connessioni comuni. - Inserendo (o non inserendo) commenti sonori o musicali. Tutto questo complesso di elementi può apparire in una sola slide e si struttura con limitata capacità di inserimento quantitativo, quindi preorienta alla sintesi - ogni singolo elemento deve essere sintetico in sé (ossia spotizzato) - per cui l’insieme della slide è una sintesi che accorpa varie sintesi relative alle cinque componenti strutturali. Ciò consente di lavorare con le nuove generazioni, usando una forma evoluta e sofisticata di spotizzazione è venire incontro alla loro propensione di stile e gergalità comunicativa, porgendo una modalità tutt’altro che banale, in quanto ogni singola parte può essere organizzata introducendo pensiero sequenziano e strutturato. Inoltre le animazioni svolgono un ruolo importante in quanto - rendono dinamico lo spazio comunicativo (ed è noto che le differenziazioni dinamiche caratterizzano meglio gli elementi presentati) - possono essere rafforzati alcuni significati attraverso il tipo di moto delle animazioni - le singole parti spotizzate possono essere organizzate in modo che il moto delle animazioni strutturi meglio la topologia comunicativa, - distinguendo spazi in salita, discesa, lateralizzazione destra, sinistra, alta, bassa, moti lineari, rotatori, pulsanti, compressione, dissolvenze, rimbalzi, rotazioni, spirali, ingrandimenti e sparizione, ecc. si carica materiale comunicativo di significati non solo cinetici ma anche simbolici Tali opportunità non vanno pensate solo come prodotto del e per l’insegnante o del formatore, ma come attività che svolge direttamente anche l’allievo e quindi viene data l’opportunità di insegnargli - alcune tecniche spotizzazione - e di presa di coscienza delle forme evolute di pensiero zapping. Si è fatto cenno sin ad ora per lo più alle dinamiche e strutture esprimibili all’interno di una singola slide, ma è chiaro che Power Point e similari non sono programmi composti per una singola slide, ma proprio per mettere in sequenza una pluralità di slides e quindi operare un’efficace presentazione di un argomento e di una questione. Una sequenza a conformazione Power Point è in realtà un supporto che interagisce con il presentatore e gli dà occasione di offrire ai suoi interlocutore una modalità di comunicazione in pluricodice: - in diretta con la sua voce e la dimensione comunicativa della presenza, della gestualità e postura del corpo Dispensa n.1 “Pedagogia dei Luoghi” G. Righetto 32/6
  • 33. NuoviAbitanti www.nuoviabitanti.it associazione culturale - organizzata dalla sequenza di slides che danno al discorso un andamento sequenziato e strutturato e, pur mantenendo un assetto da ‘oralità visiva’, gli impedisce di divagare e procedere con allontanamenti troppo immotivati dalla sequenza strutturata - anche il pubblico interagisce e può meglio dialogare perché il ‘discorso’ è riconoscibile per parti e la consequenzialità ha dei nodi meno ferrei proprio in quanto vi sono gli stacchi e le dissolvenze e questo favorisce un atteggiamento e un approccio complessivamente più flessibile. Questi sono tutti elementi che dovrebbero condurre ad usare il Power Point come strumento didattico usuale per docenti e allievi, in grado di dare un indirizzo positivizzante allo stile zapping e spotizzante e inducendo a far uso di una forma evoluta di iconolese, dove le icone non si presentano nella forma solo immobile, ma assumono anche la valenza cinetica, insomma servono a supportare un iconolese dinamico. Tutti questi sono strumenti importanti che dovrebbero aiutare ad usare e produrre in modo evoluto anche i CD Rom e gli e-book. Altri fattori che nell’educazione biodigitale devono entrare con una loro forza e funzionalità. E-BOOK. CD-ROM E I TESTI DIGITALI Una delle questioni che talora sollecita i dibattiti si declina sulla domanda se l’avvento del digitale soppianterà il libro o no. Ovviamente come al solito ci sono gli apocalittici e gli integrati. E la questione se rimane dentro a stereotipi diventa oziosa. Uno strumento, come il libro, che per secoli (in realtà millenni nella sua forma manuale), ha inciso sui costumi della popolazione, specie dopo la sua conformazione a stampa, ben difficilmente scompare da un momento all’altro. Chi ha avuto un’educazione gutenberghiana e non si è affacciato al digitale in modo convincente è assai probabile che concluderà la sua esistenza da gutenberghiano incallito e considererà il libro come elemento irrinunciabile. Chi è nato in epoca digitale e ha fatto ampio uso di strumenti digitali forse il problema neppure se lo pone e pensa al massimo ad una tranquilla convivenza tra digitale e gutenberghaino. Così la questione non costituisce problema per chi ai libri si è accostato poco o niente neppure in epoca gutenberghiana certa. Allora la questione forse è un’altra: le cose non potranno più essere come prima e gutenberghiani puri in prospettiva non è possibile esserlo più. Per una certa fase si sarà contemporaneamente digitali e gutenberghiani. In alcuni settori le informazioni e gli approfondimenti si potranno fare facilmente e tranquillamente in digitale. In genere si tratta di comunicazioni brevi, concentrabili in poche pagine digitali. Oppure in molte pagine digitali consultabili di volta in volta per piccole porzioni. Insomma per ora lo scritto digitale è - breve, - rapido - e molto mirato. Dispensa n.1 “Pedagogia dei Luoghi” G. Righetto 33/6
  • 34. NuoviAbitanti www.nuoviabitanti.it associazione culturale - E’ velocemente iperfunzionale. Gli strumenti in cui la scrittura digitale svolge un ruolo sono contenuti - nei CD-ROM13 ipermediali - negli ipertesti (che sempre più riconfluiscono nei CD, usando le masterizzazioni e quindi sono solo una fase cantierata dei CD) - nei siti internet, nei quali sono consultabili pagine di entità moderata (altrimenti si riconducono al gutenberghiano scaricare e ricondurre a forma cartacea) Nella tradizione i libri si distinguono in tre grandissime categorie: - i libri di narrazione - i libri argomentativi (saggi, trattati) - i libri di consultazione (dizionari, enciclopedie, manuali) Per tutti i libri non è applicabile allo stesso modo l’auspicabile categoria del ‘piacere del testo’ di cui giustamente hanno evidenziato l’importanza sia Barthes che Pennac. Il Piacere del testo si deve almeno distinguere in - piacere perché è utile e fa perseguire uno scopo operativo - piacere perché è interessante e intrigante i e fa godere emozioni, curiosità, intrigo psicologico, veleggiare in campi immaginari, ecc. Il piacere dell’utile richiede strumenti di uso rapidi, efficienti e da riporre non appena si è perseguito lo scopo. In questo senso le scritture digitali si rivelano assai opportune, riescono a contenere una quantità enorme di informazioni in poco spazio (quello del supporto), hanno mezzi di consultazione e di individuazione della questione in modo molto mirato, per cui è facile dire che i libri di questo tipo saranno sempre più di tipo digitale. Sempre più anche perché tali mezzi possono essere multimediali e quindi usare una pluralità di codici, in cui un ruolo rilevante è occupato dalle immagini e dai suoni e in più da immagini dinamiche come animazioni e filmati. Pertanto la piacevolezza dei testi da consultare è decisamente bilanciata a favore del digitale. Ne consegue che dovrebbe risultare indispensabile educare alla lettura consona e congruente del digitale per questi aspetti. Occorre perseguire l’obiettivo della promozione di cultura, ossia nuovi stili di vita e non solo di consumo. Un discorso ben diverso è quello da fare per i romanzi e le narrazioni da un lato e per i saggi e i trattati dall’altro. Questi richiedono una dimensione tempo che per ora non è gestibile bene con il digitale. Essi dovrebbero trovare risposta nell’e-book. E probabilmente è lì che vi sarà la risposta. Ma allo satto delle cose mancano ancora condizioni concrete e materiali per segnare un deciso passaggio convinto da gutenberghiano a digitale. 13 I CD-ROM assumono inizialmente questo nome perché erano dischi piccoli e compatti (cioè contenenti un mole notevole dati che si configuravano quindi come memoria digitale, ma di sola lettura (Compact Disc- Read Only Memory). Si tratta di ‘contenitori digitali’ ottenuti con registrazione ottica. Poi questa fase è stata superata, per cui si è resa possibile la riproduzione o la cancellazione di parti mediante processi magnetottici. In tal caso si dovrebbe parlare solo di CD. Dispensa n.1 “Pedagogia dei Luoghi” G. Righetto 34/6
  • 35. NuoviAbitanti www.nuoviabitanti.it associazione culturale Vi sono alcune condizioni abbastanza irrinunciabili di gradimento. - Una pagina deve essere ben visibile e non stancare gli occhi. - Deve essere presente in un oggetto facilmente trasportabile ovunque, per cui si possa leggere senza essere condizionati dal luogo in cui si legge o essere vincolati alla natura del luogo. Da questo punto di vista il libro gutemberghiano risulta grandemente flessibile. - Una pagina deve essere personalizzabile con sottolineature e chiose; questo è possibile in entrambi i casi, ma quello gutenberghiano risulta per ora dotato di immediatezza maggiore. - Deve avere un piacere anche nel tocco. La carta è morbida, flessibile, l’insieme in genere non è pesante e quindi sta agevolmente nelle mani. Presenta vantaggi tattili per ora non comparabili, L’e-book è rigido, è fatto di materiale plastico o metallico e rivela una piacevolezza tattile decisamente ridotta, il peso non è ridotto ed è legato a batterie o (temporaneamente) fili di alimentazione. - La postura corporea con cui uno legge un ‘gutenberghiano’ è abbastanza libera, mentre l’e- book induce ancora a posture che richiamano quelle professionali. Insomma l’e-book mantiene poche chances, ma non appena raggiungerà una effettiva gradevolezza di oggetto e una flessibilità d’uso, potrà soppiantare il ‘gutenberghiano’, anche perché facilmente sarà multimediale e quindi ricco di suggestioni visive e sonore. Per l’e-book insomma al momento si rimane in posizione di transizione, ma ci si deve preparare ad un veloce recupero dell’e-book in quanto i lettori gutenberghiani sono una specie rara e in sentore di estinzione. Comunque l’estinzione del gutenberghiano non è l’estinzione della scrittura. Lavoriamo dunque per gestire in modo evolutivo la transizione. E la transizione va gestita nei CD. Nella doppia modalità dell’usare CD e nel produrre CD. Gli attuali CD presentano una doppia natura: - una apparenza gutenberghiana distorta da una copertina cartacea che riporta in genere alcune informazioni con immagini e scritte. Si tratta della Cover: essa è a tutti gli effetti una mega icona: fornisce informazioni di grandi sintesi in forma simbolica e indica subito delle estese opzioni comportamentali dichiarando la sua tipologia: - è un video gioco, - è una raccolta di canzoni o brani musicali; - è una raccolta multimediale di testi letti e musicati - è l’illustrazione di una questione specifica - è un approccio enciclopedico a qualcosa; - è un contenitore di istruzioni per l’uso La cover insomma è un’etichetta che orienta a dire di che oggetto si tratta dal momento che in termini materiali, senza supporti elettronici, il CD non rivela i propri contenuti interni. Molto spesso la cover è impostata come un libretto, per cui chi mantiene comportamenti gutenberghiani residui sfila il libretto e si trova alcuni scritti che illustrano ancor più il contenuto del Cd. Questa è una via traversa per utilizzare un CD. La via maestra è metterlo nel dispositivo hard che lo attiva e installarlo. Ecco allora che appare la vera Cover, quella digitale. Essa è contemporaneamente Dispensa n.1 “Pedagogia dei Luoghi” G. Righetto 35/6
  • 36. NuoviAbitanti www.nuoviabitanti.it associazione culturale - copertina - e indice. Anche nel gutenberghiano copertina e indice erano importanti, da questi si potevano trarre informazioni sintetiche sull’oggetto e l’indice consentiva di andare subito all’argomento supposto importante una volta trovata la pagina di riferimento. Il digitale spesso non visualizza parole come indice, ma delle icone che sovente indicano non solo i contenuti, ma anche le operazioni che cliccando saranno messe a disposizione, una volta aperta la pista. Talvolta il materiale è fisso e inamovibile (di sola lettura in tal caso), molto spesso invece si può prelevare qualche parte o stampandola o, molto più congruente al digitale, copiandola e incollandola in qualche altro file, contribuendo alla costruzione di nuovi prodotti digitali. In questo si manifesta un carattere estremamente importante dei prodotti digitali: essi sono interattivi, cioè messi a disposizione perché l’utente non solo li usi come vengono offerti, ma predisponga usi diversi stabiliti da lui stesso. L’aspetto attraente dei Cd si ritrova non solo nell’accesso abbastanza rapido a molti dati, una volta ciccata l’icona di accesso, ma anche nel fatto che un Cd contiene una mole enorme di dati in un disco di un decina di centimetri e quindi non richiede l’accesso ad una quantità enorme di testi cartacei che richiederebbero la presenza di una cospicua libreria o biblioteca e quindi l’occupazione di un enorme spazio fisico. I Cd sono dei contenitori molto dotati, ma assai discreti, sono dei despazializzatori. Ovviamente il fatto che siano quantitativamente molto dotati in poco spazio, non garantisce che il nuovo sia anche qualitativo. Anche i libri gutenberghiani non avevano garanzie di qualità a priori. Anzi. Educare alla qualità è quindi un aspetto che riguarda altre questioni, diverse da quelle tecnologiche, anche se nella qualità bisogna pure mettere in evidenza i caratteri qualitativi dell’uso delle tecnologie. Come i libri gutemberghini, i digitali sono dei contenitori. Nei gutenberghiani - la copertina è la scatola esterna, - l’indice è la segnalazione delle scatole che stanno dentro la scatola generale - un paragrafo è una scatola minore contenuto in una scatola dall’argomento specifico. Questo carattere di contenitore non si perde neppure con i ‘libri’ digitali: - essi hanno una cover, - presentano in genere una mappa concettuale o generale che corrisponde all’indice - presentano dei link con cui ci si collega ad alcune parti - nelle singole parti vi possono essere dei sottolinks che introducono a contenitori digitali subalterni o di livello successivo. Un libro digitale è assai simile concettualmente alle scatole cinesi o alle matriosche. Portare le generazioni ad un uso avanzato dei prodotti digitali comporta in loro la consapevolezza dell’esistenza di una topologia per compenetrazioni e rimandi, secondo un ragione connettivante che è un carattere generale del biodigitale. Saper usare consapevolmente la topologia digitale significa di fatto ‘navigare’. Dispensa n.1 “Pedagogia dei Luoghi” G. Righetto 36/6
  • 37. NuoviAbitanti www.nuoviabitanti.it associazione culturale L’atto del navigare è costituito da un insieme di atti che riescono a raggiungere obiettivi e risultati molto mirati, sapendo stabilire, rispetto ad un ‘mare’ di dati molto vasto, i percorsi più semplici, ridotti e sicuri per cui da uno stato di informazione si giunge agevolmente ad un altro stato di informazione. Navigare in un prodotto digitale esteso significa trovare la rotta14 che conduce celermente al porto o in nodo voluto di latitudine-longitudine, scansando difficoltà ed ostacoli. Anche in un semplice file si può e si è in grado di navigare. Il più elementare strumento di navigazione è il dispositivo ‘Trova’, esso consente di trovare, ad esempio, una singola parola fra migliaia con una semplice operazione. E’ opportuno mostrare alle generazioni biodigitali quanto sia possibile esercitare l’abilità del navigare restandosene dentro la “pozza” di un singolo file. Altre elementari operazioni di navigazione sono ad esempio ‘Sostituisci’ che consente di fare dei cambiamenti in modo mirato senza dover visionare tutto un file. In fondo Trova e Sostituisci costituiscono delle forme molto elementari per fare un link e realizzare un’operazione in connessione ad un link. Sono operazioni semplici che concettualmente non sono diverse dal trovare un nodo rispetto ad una mappa concettuale di CD oppure scrivere un indirizzo internet che consenta di arrivare ad un sito. Si tratta di differenze di livello di complessità, ma non di natura concettuale. Navigare digitalmente significa ‘muoversi in un file (o in un prodotto digitale’) non ispezionandolo con una esplorazione diretta come avviene in un prodotto gutenberghiano che richiede di essere sfogliato, ma posizionandosi con criteri selettivi che escludano esplorazioni inutili o non pertinenti. Educare al digitale è anche far capire la natura di continuità tra i prodotti più semplici (i singoli files) e quelli complessi topici (Cd e ipertesti) e quelli complessi in rete (siti e links di siti). Navigare comporta pertanto comprendere che esiste un ordine e una organizzazione per entrare dentro tali ordine e organizzazione. Quando un prodotto digitale rivela mancanza o livello basso di ordine e organizzazione, significa che siamo in presenza di un prodotto digitale di bassa qualità, come un natante si trovasse in un mare impervio di scogli e rifiuti senza elementi per manovrarlo. INFOSTAZIONE Quando avviene un cambiamento di paradigma culturale e comportamentale anche i luoghi di apprendimento in genere assumono nuove o diverse conformazioni, cambia l’arredo e da strumentazione di riferimento. Nel paradigma agrario-artigianale i luoghi di apprendimento erano i campi, le aie e le botteghe. I proprietari terrieri e i nobili in genere avevano i precettori o ricorrevano alle scuole monastiche. Quando la borghesia medievale si affermò diede incremento alle università per sostenere e promuovere le professioni e i mestieri di eccellenza o le libere professioni. Con l’affermarsi della stampa e la richiesta di lettura della Bibbia, in contesto riformato cominciarono ad affiorare le scuole popolari che erano per lo più luoghi di lettura e scrittura. 14 Significa itinerario, dal latino (via) rupta, ossia aperta fra gli ostacoli Dispensa n.1 “Pedagogia dei Luoghi” G. Righetto 37/6
  • 38. NuoviAbitanti www.nuoviabitanti.it associazione culturale Con l’apparire dell’industrialismo il bisogno che un numero elevato di persone fosse in grado di operare sugli impianti e potesse leggere e far di conto, aspetti spesso richiesti nella gestione di macchine, comportò l’affermarsi della forma scolastica fatta di aule, cattedra, lavagna, quaderni penne, gomme, ossia forme adatte a costruire delle piccole officine dell’apprendimento per una popolazione estesa. Con il progressivo estendersi della partecipazione politica e democratica, a livello sociale l’istruzione richiedeva un’organizzazione di luoghi disseminati nel territorio e in grado di garantire livelli minimi di leggere-scrivere-far di conto, ma anche sistemi di apprendimento gerarchizzato dal momento che la fabbrica aveva non solo una dotazione hard composta da macchine e impianti, ma anche un’organizzazione sociale fatta di operai, impiegati, capi reparto, capoufficio, dirigenti, ingegneri, amministratori, legali, esperti di commercio, di costruzioni, ecc. Gli strumenti di istruzione industriali si diffusero nei luoghi di apprendimento: i libri a stampa, i mezzi di scrittura prodotti industrialmente e dove si forniva istruzione tecnica e industriale cominciarono ad entrare anche le macchine e gli impianti usati come strumenti di apprendimento. Solo le classi dirigenti che dovevano gestire il livello del discorso e del comando non mostrarono di far uso di strumenti e tecnologie, perché rimasero primarie le tecniche classiche della parola, dell’eloquio, della retorica, delle fonti classiche (vir bonus dicendi peritus), ma anche qui la forma industriale del libro entrò senza problemi. L’industrialismo è tramontato e il biodigitale è assai diffuso, eppure le aule sono ancora ‘industriali’: banchi di metallo e plastica, come pure la cattedra, la lavagna di ardesia, penne biro e comunque a produzione industriale, libri a stampa industriale, pochi strumenti audiovisivi e, nei casi più adeguati, l’aula multimediale e di informatica. Ma a parte, come aula specifica e separata da tutto il resto. Il biodigitale interessa maggiormente alcune discipline e gli insegnanti collegati, eppure il biodigitale è un paradigma che tocca tutti e interessa tutti, è un processo generale che si configura come fenomeno durevole. Allora perché le aule sono ancora industriali e permane la sopravvivenza formale di un assetto tramontato? La scuola va incontro a regressione se non diviene protagonista del processo biodigitale, ma conseguentemente anche le aule e le strumentazioni devono essere biodigitali. L’elemento che dovrebbe comparire è l’infostazione. L’infostazione è la dotazione che tendenzialmente ogni aula dovrebbe presentare per espletare una didattica consona al biodigitale. L’infostazione richiede la presenza di alcune dotazioni di base: - un computer d’aula (possibilmente un portatile di ultima generazione) - un videoproiettore (con un proprio schermo se le pareti non si rivelassero idonee) - una videocamera (con le condizioni predette per il videoproiettore)15 15 La dotazione può avere anche una versione meno costosa, ma egualmente operativa: - il videoproiettore può essere sostituito da un televisore interfacciato - il computer portatile può essere ricondotto ad un dextop dotato di uscita video e scheda di rete, magari fornito da qualche banca, in quanto dimesso Dispensa n.1 “Pedagogia dei Luoghi” G. Righetto 38/6
  • 39. NuoviAbitanti www.nuoviabitanti.it associazione culturale Va subito detto, per non giustificare ambiguità o equivoci, che non sono tanto le dotazioni tecniche che interessano, ma le operazioni didattiche e i processi cognitivi e performativi che esse consentono ed è su questi che andremo a focalizzare l’attenzione. Il biodigitale presenta una prospettiva culturale complessiva, pertanto non può ignorare il patrimonio culturale pregresso, esso non va ignorato o perduto, ma enormemente valorizzato quando (come in moltissimi casi avviene) rivela aspetti, contenuti, procedure, valori di grande rilevanza. In conseguenza ad un cambiamento di paradigma, come ha chiaramente spiegato a suo tempo T.Kuhn, non tutto scompare del precedente paradigma, ma viene integrato e reinterpretato alla luce del nuovo paradigma. Soltanto gli elementi in aperta contraddizione e con pesante incongruenza vanno esclusi. Ecco allora che le componenti più cospicue della cultura classica, tutto il patrimonio scientifico consolidato sperimentalmente, le tecnologie che mantengono una funzionalità, la grande dimensione dell’arte e della manifestazione dell’immaginario nelle sue svariate ed affascinanti manifestazioni, le scienze umane che hanno esplicitato e continuano ad esplicitare i fenomeni individuali e sociali, tutto questo è patrimonio dell’umanità e non va di certo marginalizzato. Il problema è di ricollocarlo in modo adeguato perché transiti vitalmente dentro il nuovo paradigma con una operazione che altrove ho chiamato “il salvataggio nell’Arca Digitale”. Questa prospettiva è denominabile anche Tecnoumanesimo,16 ossia impegno non solo a introdurre nuove tecniche, ma ad operare per una assunzione integrata dei saperi in un quadro valoriale che dia responsabilità agli uomini che vivono un tempo nuovo, senza allentare l’impegno a dar senso, tutela e significato ai luoghi in cui vivono, luoghi dove stanno concretamente presenti elementi della storia del paesaggio e delle comunità e dove si stabiliscono le nuove dinamiche di innovazione biodigitali. L’infostazione non deve quindi configurarsi solo come un’immissione di macchine e strumenti, ma un insieme di mezzi orientati a forme di socializzazione e apprendimento maggiormente efficaci ed eticamente coinvolgenti. La conformazione attuale del computer induce ad un atteggiamento individuale e isolazionista. - la videocamera può essere anche una webcam Certo è un’accezione più povera, ma bisogna essere realisti: le scuole talvolta hanno dotazioni limitate. Quello che conta non è l’assoluta eccellenza delle dotazioni ma che l’impianto e l’impostazione tecnica consentano una didattica consona al biodigitale e non all’industriale e tanto meno all’agrario-artigianale con riflessi di postura da retorica nobiliare. 16 G. Righetto Per una configurazione culturale della Tecnologia: quale ruolo per l’indirizzo tecnologico-scientifico nella nuova scuola? in AAVV La dimensione culturale e liceale della Tecnica e della Tecnologia Ministero della Pubblica Istruzione, Quaderno n.37 Carra ed. Lecce, 2000 p.37 Dispensa n.1 “Pedagogia dei Luoghi” G. Righetto 39/6
  • 40. NuoviAbitanti www.nuoviabitanti.it associazione culturale La persona è presa dentro uno spazio contratto dove - tutto avviene tra la tastiera su cui sono impegnate le mani - il monitor in cui sono impegnati gli occhi. Le relazioni al di là del monitor, dietro la persona e ai lati dello spazio contratto della relazione persona-computer di fatto non si avvertono ed esistono. La dimensione di socializzazione scompare e tutti i computeranti diventano atomi relazionali prigionieri dello spazio contratto. Dal punto di vista educativo questo è molto grave, perché riduce se non cancella - la propensione al dialogo - la manifestazione di cooperazione e collaborazione - l’apprendimento reciproco assistendo al comunicare e fare degli altri - il coinvolgimento emozionale che dà calore alle relazioni - la capacità di apprendere processi comuni che avvengono in un setting comportamentale e di apprendimento comune. Ecco allora che va socializzata l’attività al computer che da strumento a sola valenza individuale si trasformi in strumento di valore comunitario e socializzante. Il risultato si ottiene se si esternalizza il processo: occorre che l’intera comunità educativa veda quello che accade nel lavoro con il computer e possa valutare il modo con cui si opera. Il videoproiettore consente di trasformare il monitor in schermo e quello che il monitor fa vedere solo a chi sta dentro lo spazio contratto invece diventa visibile e partecipabile a tutti coloro che accedono alla proiezione, anzi la proiezione potenzialmente può avvenire anche in più luoghi e addirittura a distanza nel caso della videoconferenza.17 La visione, mediante il videoproiettore da individuale si trasforma in visione collettiva. In tal modo chi agisce alla tastiera non riscontra i risultati visibili che appaiono solo sul suo monitor, ma tutti possono seguire tali risultati e quindi li possono anche valutare. Con tale condizione ‘l’esperienza’ non accade solo per uno o al massimo due che lavorano alla tastiera davanti al monitor, ma diventa un’esperienza condivisa. Ciò che può essere condiviso può anche essere discusso, valutato, commentato. Ecco allora che il lavoro condiviso al computer diventa occasione di lavoro dialogico e compartecipato. Tutti i presenti possono - chiedere spiegazioni, - dare un parere sulla procedura seguita - suggerire passaggi diversi - domandare motivazioni del perché si sia fatto in un certo modo - commentare una immagine, un’icona, un documento, un prodotto alfanumerico, ecc. - proporre modalità diverse di conduzione - chiedere di visionare altri materiali per compararli, ecc. La videoconferenza è una forma di socializzazione digitale di livello molto elevato, ma 17 richiede tecniche di conduzione assai palesi e rese esplicite in chi agisce dentro oil processo di videoconferenza. Alcune delle questioni implicate sono illustrate alla voce ‘Web Community ecodigitale’ Dispensa n.1 “Pedagogia dei Luoghi” G. Righetto 40/6
  • 41. NuoviAbitanti www.nuoviabitanti.it associazione culturale Insomma si viene a instaurare un processo di vivo lavoro d’aula, come avviene nella migliore didattica tradizionale, solo che i riferimenti comuni sono molto più innovativi e stimolanti dei soli libri di testo (che sono tendenzialemente individualistici) e delle scritture alla lavagna d’ardesia che sono arcaiche, graficamente modeste se non scoraggiantemente disadorne, destinate ad essere cancellate, mentre i prodotti digitali possono essere salvati e riutilizzati in più occasioni, compresa la possibilità dell’elaborazione ed integrazione successiva secondo la modalità del work in preogress. I prodotti digitali possono essere multimediali e comunque pluricodice, insomma il setting di apprendimento si fa più interessante. Se però ci si limitasse al solo uso del videoproiettore avremmo un prevalere della socializzazione del prodotto, mentre occorre che si abbia anche (e forse soprattutto) una socializzazione delle relazioni e dei processi che si manifestano e avvengono nella comunità educante. Ecco allora che si deve scoprire il valore didattico della videocamera. La videocamera consente di visualizzare e socializzare gli eventi che accadono nell’ambiente e nel setting di apprendimento e socializzazione. La videocamera può mostrare le mani di chi opera sulla tastiera e quindi visualizzare e rendere partecipabile la modalità procedurale con cui si fa un’operazione. Tale processo il videoproiettore non solo non lo renderebbe mai visibile, perché dà conto di quello che appare sul monitor, ma non darebbe segnale di quello che avviene intorno e a lato. Talvolta è particolarmente utile cogliere l’espressione del volto di chi fa un’operazione: il volto comunica le emozioni, le sottolineature psicologiche di un’attività, rende coinvolgente la spiegazione di un fatto, rafforza la dinamica dialogica, personalizza il rapporto, ecc. Ma la videocamera permette di riprendere anche la persona che fa una domanda e commenta le operazioni e le discussioni che sono in atto. La videocamera allora diventa un fattore di valorizzazione dei processi comunicativi e dialogici. Se sullo schermo utilizzato per la videocamera compare l’intero gruppo classe equivale ad una icona che ‘dice’ ‘siamo tutti insieme’ e stiamo facendo un’attività di comune accordo, anzi stiamo costruendo insieme qualcosa di importante e positivo. Se l’insegnante interviene nel dialogo didattico e dà un proprio apporto e spiegazione e magari lavora sul computer, la forza comunicativa della doppia visione del volto dell’insegnate sullo schermo e dei risultati del suo lavoro sul computer che compaiono per mezzo del videoproiettore, attiva un impatto comunicativo particolarmente coinvolgente. Se due allievi interagiscono fra loro e la forma dialogica o contraddittoria si manifesta anche con campi e controcampi di ripresa con la videocamera la funzione relazionale viene notevolmente enfatizzata. Dispensa n.1 “Pedagogia dei Luoghi” G. Righetto 41/6
  • 42. NuoviAbitanti www.nuoviabitanti.it associazione culturale Però è chiaro che tutto questo richiede delle precise capacità di tenuta delle riprese e la competenza minimale di linguaggio filmico e televisivo.18 Gli allievi vanno educati anche a tale linguaggio e a turno e rotazione tutti saranno operatori della videocamera. La classe si abituerà a discutere anche le modalità con cui vengono fatte le riprese e sulla loro efficacia nel comunicare i processi relazionali e operazionali che avvengono in classe. Questa operazione può essere talvolta facilitata se le riprese vengono registrate e commentate in fasi successive (ma senza esagerare, perché il lavoro d’aula deve essere sciolto e spontaneo e non assumere un’atmosfera troppo tecnicistica ). L’obiettivo generale è l’acquisizione di tale dimestichezza con le strumentazioni in modo che tutto avvenga in un clima di spontaneità, immediatezza e comportamenti vissuti in grande semplicità come normalmente ci si rapporta nelle relazioni tra persone che vivono una buona socializzazione e condividono esperienze di apprendimento e di operatività comuni. WEB COMMUNITY ECODIGITALE Cercheremo ora di definire il concetto di comunità digitale o Web Community Si tratta di  un insieme di persone che condividono, desiderano approfondire le relazioni fra loro, tendono a produrre un equilibrio dinamico sulla presenza, diffusione ed evoluzione di competenze divise,  partecipano a differenti spazialità: - sociale - territoriale - on line  gestiscono alcune modalità temporali in diretta e differita  esprimono comunanze di lingue, gergalità, grafie, stili di vita, comportamenti, bioritmi, scansioni relazionali (temporali e spaziali) Si relazionano mediante l’uso di dispositivi elettronici che consentono connessioni planetarie e satellitari. Le Web Community 18 Certamente occorre lavorare con gli allievi spiegando che la videocamera consente di zoomare e di ruotare e muovere il campo di ripresa, ma che queste non sono solo operazioni meccaniche. Esse hanno un significato e attribuiscono ai risultati visivi un valore comunicativo. La possibilità di zoomare permette di passare dal primo piano fino al dettaglio ravvicinato. Ma consente anche di fare una panoramica che passa da una visione molto generale fino ad un piano. I piani sono di tanti tipi: dal piano che rileva una persona nella sua altezza totale, fino al piano medio e primo piano che passa per una porzione della persona e giunge ad una distinta parte della persona. Queste scelte comportano dar senso a rilevanze o modalità di esplorazione e conoscenza del contesto. Le rotazioni e i movimenti della videocamera permettono di fare carrellate, controcampi (ossia visione dello stesso livello di rilevazione quantitativa ma da punti di vista diversi o opposti), riprese dal basso, in piano inclinato, in passaggi laterali, ecc. Tutto questo immette dentro la possibilità di dare valore simbolico e comunicativo con il movimento. Dispensa n.1 “Pedagogia dei Luoghi” G. Righetto 42/6
  • 43. NuoviAbitanti www.nuoviabitanti.it associazione culturale hanno una loro prossemica ossia alcune specifiche modalità di gestire la vicinanza e la lontananza. secondo ’abitante19 delle Web Community La nostra condizione di esistenti è legata allo stare in qualche luogo ed esserci in forma tendenzialmente attiva (ossia ben diversa dall’esserci stati messi o trovarsi senza saperlo, situazioni che equivalgono al perdersi). La nostra condizione di ecoidi umani si esplica in modo più esplicito quando siamo abitanti, ossia abbiamo - prendiamo legittimamente dalle risorse di un luogo, anzi la nostra autoriconoscibilità e riconoscibilità per gli altri è che ‘siamo’ in rapporto decisionale con i luoghi. Il rapporto essere-avere è fortemente correlato.20 L’abitante è colui che - gestisce con abilità il suo avere e il suo essere in luoghi che condivide, - è un soggetto che ha, si trova, continua ad esserci e non si perde in concordanza con altri esseri che condividono la sua condizione. - ha delimitazioni chiare e può usare l’esistente interno all’orizzonte del suo delimitare. E qui può decidere. Tutto ciò è apparentemente chiaro finché si ha la dimensione del luogo, ossia di - una porzione del pianeta che ha precisi orizzonti, - limiti entro i quali si è contenuti - dove vigono regole condivise. Il possedere e gestire orizzonti-limiti consente di non perdersi ed agire abilmente e in modo riconosciuto a sé e agli altri. I viaggiatori Tutti coloro che viaggiavano (mercanti, marinai, pellegrini, nomadi) correvano il rischio di perdersi - non solo fisicamente - ma anche psicologicamente - ed identitariamente. Essi non godevano di confini includenti e rassicuranti. Ecco allora che dovevano - avere una mappa21 ossia un oggetto che stava con loro e che permetteva di stabilire come ‘trovarsi’ anche quando erano lontani. - Ma vi era anche la ricerca di luoghi in cui ci si sentisse ‘come a casa propria’ - o dove fosse data l’opportunità dell’ospitalità. (che però presentava qualche ambiguità in quanto vi è parentela semantica tra ospite- ostile.) 19 abitante è collegato all’azione dell’abitare che è un frequentativo di Habere, il quale a sua volta durativa del radicale GHABH che, senza l’ampliamento –e- ha il valore momentaneo di ‘prendere’: l’avere è cioè la conseguenza durativa dell’azione momentanea del ‘prendere’ (Giacomo Devoto) 20 Essere è un verbo, [ossia “una parola che indica (il tempo dell’azione)”] la cui radice ES è attestata E larghissimamente e stabilmente, es è collegato al sanscrito asti. La radice Es non ha valore copulativo ai fini del predicato nominale, ma significa ‘esserci’, ‘trovarsi’. Il suo valore è fortemente durativo e quindi non ammette in principio forme di perfetto o aoristo. 21 parola mediterranea che significa tovaglia Dispensa n.1 “Pedagogia dei Luoghi” G. Righetto 43/6
  • 44. NuoviAbitanti www.nuoviabitanti.it associazione culturale I nomadi Coloro che stavano troppo a lungo lontani venivano presi dalla nostalgia, ossia dal dolore del nostos, del ritorno. Leggermente diversa era la condizione del nomade (e vale la pena far cenno perché l’internauta o webcomunitario per certi aspetti è un nomade non di luoghi ma di siti.) Il nomade22 non ha luoghi fissi in cui sostare, in questo senso é sempre posto tra l’andare e il fermarsi. Il suo luogo è un ‘sito mobile’ che una volta allestito diventa temporaneamente stabile conformandosi come tenda. La tenda-sito (ora sei qua ora sei là) Lo web comunitario in realtà ha la doppia configurazione di nomade e di abitante. La tenda (ma anche il sito digitale) è luogo in quanto si sta dentro un orizzonte talmente delimitato che può essere definibile solo come interno e cioè designato secondo caratteristiche di contenitore. I siti digitali sono contenitori. La tenda è tale, ossia contenitore mobile, indipendentemente dai luoghi in cui si trova. Anche se è possibile, mediante i trasferimenti delle tende, venire in contatto con abitanti di luoghi. La tenda è transterritoriale: ha una sua funzione indipendentemente dal contesto (è decontestualizzata), una volta stabiliti però dei rapporti con l’esterno si può tranquillamente (più o meno) transitare dal sito tenda ai luoghi del territorio. In questo senso il passaggio da sito a sito si configura come luogo ponte23. Raramente la tenda è solitaria ed eremitica, i nomadi vivono una spazialità sociale che è espressa soprattutto dal clan e dalla tribù24. Essi vi appartengono anche se non stanno fisicamente negli stessi luoghi. Hanno origini comuni, talvolta patti familiari e mantenimento di usanze e comportamenti che li caratterizzano e li rendono riconoscibili a sé e agli altri. Il rafforzamento della comunanza avviene in momenti ritualistici e celebrativi configurati come raduni. I raduni sono luoghi fisici, intensivi, in cui ci si riconduce ad unum (ad-unare, rad-unare) e si celebrano comportamenti comuni. I raduni sono aspetti di conferma di appartenenza, per i nomadi digitali il rito si manifesta a livello interpersonale con il chattare e a livello sociale con la pratica del forum. Ma il vero raduno è sempre fisico, è un luogo deputato in cui ci si trova, si verifica l’effettiva volontà di appartenenza, si gioca la gamma comunicativa della corporeità e delle sensorialità piene. 22 è di un certo interesse ricordare che l’etimo di nomade è ‘colui che pascola’ e quindi va dove le greggi possono trovare pastura, ossia è aperto costantemente a percorsi mutevoli e non sempre è lui il determinante dell’andare 23 E’ di qualche interesse ricordare che il termine ponte significa genericamente via, ma che nella cultura greca ponte è sinonimo di mare mentre è nella cultura romana pragmatica che esso assume il significato di manufatto che oltrepassa un ostacolo. Si può ricordare che il Pontefice era colui che presiedeva inizialmente al passaggio sul Tevere, soprattutto per i riti che vi si svolgevano. 24 La parola latina tribus è antichissima e non è escluso sia connessa con la nozione di ‘tre’: si tratterebbe cioè di un composto di tri- con la radice BHU con il significato di ‘essenza corrispondente ad un terzo (della totalità)’ Da tribus l’importante famiglia del verbo ‘tribuere’. Dispensa n.1 “Pedagogia dei Luoghi” G. Righetto 44/6
  • 45. NuoviAbitanti www.nuoviabitanti.it associazione culturale Il campus digitale diventa semplicemente campus. E’ il momento in cui il romeo non attraversa solo le vie per Compostela, le francigene o altro, ma perviene a qualche santuario. Cioè ‘luogo sacro da cui si deve stare lontani’ Il santuario-sacrario è il luogo in cui si celebra la lontananza, è il luogo in cui eccezionalmente si sta prossimi. Per gli internauti, a seconda della web community di appartenenza, certi siti assumono il ruolo di riferimenti a cui giungere come a postazioni di autorevolezza, ponti di connessione, dove qualcuno può anche svolgere la funzione di pontefix. Gli internauti stessi hanno le loro romee, i camini giacobei e le loro francigene. Il silenzio digitale – il com-unicare performativo Se nella quotidianità la prossimità cessa, allora si manifesta l’affievolimento relazionale e si giunge fino all’abbandono. Il silenzio è un fatto fisico riscontrabile nei luoghi: si segnala fisicamente che non si vogliono emettere segni, ma la presenza fisica è già essa stessa un segno. Essa può significare - accoglienza profonda per cui la presenza fisica è già ‘parola’ nella sua completezza - oppure la presenza silenziosa è un muro alle ‘parole-segni’ che vivono forti nel chiuso delle menti, ma non si mettono in comune: - il silenzio è la comunicazione di non-voler-comunicare. Il silenzio però si attua sempre in luoghi delimitati e fra persone e gruppi circoscritti: non esistono silenzi assoluti, ma solo ambiti in cui mancano alcuni segnali ritenuti importanti. E questa mancanza è già una comunicazione. In rete esistono luoghi privilegiati in cui manifestare presenza o silenzi. Essi sono: - le connessioni e-mail - il dar segnali di partecipazione alle e-mail list (anche discontinui o con atti conseguenti in contesto reale extra rete, ma concordato in rete) - le chat - i forum. Se non esistono forme di interattività a questi siti o contesti della comunicazione digitale il silenzio e il non riscontro corrispondono alla cessazione dello stato di relazione digitale che può non essere più ristabilita o se viene ristabilita comporta una riaccettazione di alcune regole dei soggetti che costituiscono le relazioni digitali. In rete la relazione è sempre performativa: esiste chi agisce. L’atteggiamento di disponibilità strutturale si manifesta in una verifica quotidiana o quasi quotidiana che viene fatta da chi ha attivato relazioni digitali. Uno ‘che non apre’ cessa di costruire socialità digitale. Se qualcuno apre ‘poco’ o in modo discontinuo comunica la prefigurazione del suo stato di connettibilità labile e allora si manifestano le transizioni Dispensa n.1 “Pedagogia dei Luoghi” G. Righetto 45/6
  • 46. NuoviAbitanti www.nuoviabitanti.it associazione culturale - dai rapporti relazionali forti - a rapporti al massimo convenzionali o formal-cortesi. Appartenere a gruppi digitali significa fare qualcosa in rete, ossia - mettere a disposizione prodotti digitali verbali, grafici, sonori, multimediali - sia nella forma del reperimento dati e della loro diffusione partecipativa nel gruppo digitale - sia nella produzione autonoma di artefatti digitali. Il fare e lo scambiare digitale è la forma prevalente di appartenenza e comuinicazione in rete. I tempi comunicativi Non è possibile dire quali siano i tempi di silenzio digitale compatibili, ciò dipende dalla natura del gruppo digitale, ma tendenzialmente si può dire che i quindici giorni possono configurarsi come soglia limite che distingue - l’appartenenza confidente - da quella di frequentatori occasionali o conoscenti di videosegno corrispondenti a coloro che nel reale si conoscono di vista. L’appartenenza però si configura anche a seconda dei siti che si frequentano insieme o comunque dal numero e qualità di siti in cui si naviga come base e riferimento di indagine comune. La Web Community solidaristica – Una web comunità si aggrega anche per processi di scambio rispetto alle esperienze che si fanno in rete: - esprimere un’opinione su prodotti rinvenibili in siti comuni - segnalare nuovi siti che rispondono ad interessi comuni - scaricare prodotti selezionati e metterli in comune attraverso degli invii in attachment, sono alcuie esempi di mutualità in rete. La web community si rafforza se si alimenta al suo interno o perché attiva esperienze o perché segnala siti in cui far nuove esperienze. La web community si estende e conferma anche attraverso il meccanismo di autostima e rinforzo. Se un sito considerato autorevole e frequentato da più web Community accoglie prodotti di un gruppo digitale e gli altri gruppi esprimono valutazioni favorevoli oppure segnalano contesti in cui trovare prodotti di un determinato e diverso gruppo digitale, tutto ciò si traduce in prestigio e in radicamento sociale dei citati. Campus di socializzazione di competenze e progetti – I siti che si connotano non solo come contenitori di eventi digitali, ma come contesti dove avvengono - dinamiche, - aggregazioni ed evoluzioni sociali, - accordi secondo progetti, si configurano come agorà digitali o meglio campus, ossia luoghi privilegiati in cui acquisire competenze e diffondere competenze e dove esercitare una socializzazione di rete. Dispensa n.1 “Pedagogia dei Luoghi” G. Righetto 46/6
  • 47. NuoviAbitanti www.nuoviabitanti.it associazione culturale Un campus funziona se - è uno spazio digitale attivo e frequentato, - segue una calendarizzazione con eventi preannunciati in rete - fissa appuntamenti per attività o informazioni socializzate - è sito in cui concordare scadenze operative da rispettare e i cui risultati compaiono in rete. Dispensa n.1 “Pedagogia dei Luoghi” G. Righetto 47/6
  • 48. NuoviAbitanti www.nuoviabitanti.it associazione culturale Il tempo in rete Poiché il tempo in rete non ha alcun isocronismo e spazialità individuati, se non quelli manifestati dai siti e campus stessi, il tempo per la web community va allora concordato: - con tempi reali del vissuto degli appartenenti, specie se questi appartengono a contesti di attività e lavori molto diversificati - tenendo presente che non si hanno concordanze omogenee di giorno e di notte, di fuso orario e di percezione di stagioni reali, se la distribuzione è planetaria - è quasi sempre usato il tempo differito, ossia gli eventi in rete vengono captati e gestiti secondo i bioritmi reali degli appartenenti - ma quando si devono prendere decisionalità stringenti allora non si possono aspettare tutte le diverse forme di tempo differito e va stabilito un tempo base da usare in rete (talora si fissano taluni fusi orari - o un solo fuso orario come cardine temporale) Ovviamente esso non ha alcun valore solare, ma serve soltanto come picchetto delle distanziazioni temporali. - I problemi del fuso orario convenzionale in genere non insorgono per community regionali o nazionali, ma possono insorgere alcune incompatibilità determinate da ritmi di lavoro reale non sempre concordanti. Anche in questo caso si deve stabilire un tempo convenzionale. - Le scuole in parte presentano orari difformi ed esistono talora periodi della giornata o dell’anno nei quali non si manifestano attività all’interno degli edifici scolastici, in questo caso bisogna concordare le modalità con cui agire in rete in tempi non scolastici. Infatti tale avvertenza consente di non subire mai una completa chiusura delle scuole, ma per alcuni soggetti questo sfondamento orario può configurarsi come una fastidiosa forma d invadenza, per cui è bene verificare se non si debbano rispettare alcuni tempi di silenzio in rete nel gestire la socializzazione digitale. Visitors e turisti in rete La rete per sua natura è un enorme spazio semiotico inesplorato in cui continuano a giungere visitors e turisti digitali, ma dove una miriade incalcolata di operatori tengono continuamente aperti i cantieri. In rete avviene un tendenziale spreco semiotico, nel senso che si butta dentro di tutto senza criteri valoriali e selettivi e i motori di ricerca non sono filtri specializzati con la conseguenza che dragano di tutto dal trash all’eccellenza. D’altra parte la natura di selezione acritica che i motori di ricerca inducono, permette anche di fare un’esperienza fondamentale che è la serendipità, ossia l’esperienza di andare alla ricerca di qualcosa e ritrovarsi in presenza di aspetti inaspettati. Lo spreco semiotico è in genere prevalente rispetto alla serendipità, ecco allora che le web community si costituiscono anche per programmare viaggi digitali fruttiferi e non perditempo. Intanto ogni web community, specie se organizzata in campus, attiva alcune strategie che altrove ho definito di ragione connettivante, ossia riduzione dell’improbabilità di trovare informazione e siti che si suppongono utili ricorrendo a tecniche di avvicinamento vasto all’obiettivo.25 le procedure sono molteplici e non ho qui tempo per riprenderle semmai rinvio al sito irre veneto alla 25 sezione Curricolo di Tecnologia in cui si ritrova il testo esplicativo di tale questione. Dispensa n.1 “Pedagogia dei Luoghi” G. Righetto 48/6
  • 49. NuoviAbitanti www.nuoviabitanti.it associazione culturale Un campus è una strategia per il contenimento dello spreco semiotico, ma se fosse tutto contenuto in se stesso cesserebbe di avere il tratto aperto della rete o si trasformerebbe in rete autarchica. Ecco allora l’opportunità che gli abitanti di un campus o i componenti di una web community facciano proprie le tecniche - del viaggio di lavoro - e del turismo. Come nello spazio fisico-ambientale un viaggio - consente ad un professionista di verificare la presenza di materiali, tecniche, prodotti, esperti locali - in un turista stimola la ‘scoperta’ di luoghi interessanti e la comprensione di aspetti e significati- - ad un viaggiatore professionista e ad un turista intelligente permette di riportare le relazioni esplicative e i racconti di viaggio. Questi diventano patrimonio delle comunità di appartenenza e arricchimento indiretto di esperienza, ma anche diventano stimolo perchè altri vadano a riproporre il viaggio e scoprano elementi non sondati: anche la rete deve arricchirsi continuamente con le procedure del viaggio professionale e del turismo digitale. L’importante è però che questo venga comunicato nella propria web community e si faccia patrimonio presente nei siti di riferimento. Tale mantenimento di flusso comunicativo all’interno degli webcomunitari fa parte della componente etica che sostiene la missione di una web community, essa esprime anche in strategie di caring Il caring, poiché coinvolge la completezza delle persone, non può essere tutto soddisfatto in rete. Le persone che socializzano in rete vivono una dimensione dilatata nel tempo e nello spazio semiotico, ma enormemente impoverita sul piano corporeo, sensoriale e cinestesico. Questa carenza strutturale del vivere in rete può essere ovviata con la compresenza di vissuto on line nei siti e di vissuto socioambientale nei luoghi. Luoghi e siti E’ bene che una web community periodicamente si incontri in luoghi fisici ed eserciti la comunicazione ed l’interazione diretta, prendendosi carico non solo del benessere ed efficacia dell’agire per se stessa, ma anche assumendo una mission territoriale che non abbia solo obiettivi di performance ma anche di caring socioambientale. Insomma per una web community che intenda superare la carenza strutturale della prossemica in rete è bene che la web community abbia un inserimento socioambientale e svolga in esso un ruolo attivo mediante l’esercizio di caring specifico. Tale caratteristica può essere definita condizione ecodigitale. Condizione Ecodigitale Trovare convergenza di - mission - luoghi - caring non è facile perché gli webcomunitari in genere appartengono a pluriluoghi e plurisiti. Dispensa n.1 “Pedagogia dei Luoghi” G. Righetto 49/6
  • 50. NuoviAbitanti www.nuoviabitanti.it associazione culturale Ciò significa che nella società biodigitale ogni persona è un poliappartenente e se una webcomunity è fatta da svariati poliappartenenti che interagiscano in più plurisiti fra loro disparati e con poca comunanza di luoghi socioambientali fisici, la ricaduta ecodigitale diventa difficile. E’ opportuno allora che una web community si rafforzi con una correlazione territoriale che consenta - l’esperienza dei raduni - e della presa in carico di situazioni concrete - attraverso la procedura del caring. La configurazione di una rete che non sia solo web di convergenza di interessi ma anche rappresenti una dimensione complessa con connessione a territori reali con progettualità di convivenza diventa una web communiity insediata ossia ecodigitale. - Diverso è accedere ai siti solo come incursione o al massimo ‘predazione’ di dati. - Altro è giungere, raccogliere, distribuire, costruire, collaborare, fare team - la prima è una sindrome eremitica - la seconda si apre alla dimensione di gruppo - essere gruppo non comporta ancora essere comunità: lo si diventa non appena si fa qualcosa per il team e per altri, quando si diventa ‘sociali’. - I ‘sociali’ in rete configurano soltanto una socialità virtuale se non può tradursi in azione/relazione anche fuori di rete, ossia operativa con gruppi sociali reali che stanno in - luoghi, - distretti - ed ecosistemi. Nelle Persone Integrate Reale e Virtuale convivono, entrano ed escono in luoghi e siti ed hanno una pluralità di • appartenenze • paesaggi • edifici • stanze • strade • connessioni • architetture • urbanistiche Sono glocali e meglio ancora se ecoglocali, ossia esperiscono in dimensione globale o mondializzata e operano in riferimenti locali, cercando l’equilibrio evolutivo degli ecosistemi.. E’ all’interno di tali configurazioni che si individua l’identità di una web community ecodigitale. COMUNITÀ FORMATIVA Dispensa n.1 “Pedagogia dei Luoghi” G. Righetto 50/6
  • 51. NuoviAbitanti www.nuoviabitanti.it associazione culturale La comunità formativa è un’organizzazione plurale, ossia una realtà tecnosociale che tenta di promuovere i processi di apprendimento, socializzazione, vita comunitaria, di individui ed enti, che mirano ad attivare una condizione consapevole, progettuale, responsabile e operativa in grado di agire nella realtà attuale e nei contesti ambientali come attualmente si presentano, per garantire un presente vivibile e godibile, non compromettendo la condizione esistenziale perché possa proiettarsi nel futuro, senza ledere il mantenimento, migliorabilità e sostenibilità dell’ambiente locale e planetario. Anzi incrementando la qualità dell’assetto. La CF è’ essenzialmente una comunità progettuale che agisce in alcuni luoghi, recepisce il patrimonio acquisito dalle generazioni precedenti e opera per un assetto migliorativo per sè e per quanti si aprono alle prospettive future, aumentando le condizioni di relazioni e interconnessioni. La Comunità Formativa è tipica delle società complesse e in particolare di quella biodigitale, in cui nessun attore sociale è in grado di gestire in proprio tutto un processo e può proporsi come autocrate.26 Ma deve governare interdipendenze e collaborazioni con altri attori sociali. In società complesse e avanzate molti partecipano alla conduzione di un processo e i risultati sono tanto più efficaci quanto più vi è comunanza di obiettivi e progetto. Questo avviene (o dovrebbe avvenire) anche per i processi formativi. Le specializzazioni sono tutte efficaci, ma ad alto carattere di incompletezza. Anche la scuola diventa campo di specializzazione non bastante a se stessa per quanto essa si ponga in posizione e pratica di apertura interdisciplinare ed ecosistemica, per cui è opportuno essa ricorra ad una azione di partnership composita in un team di attori formativi. Saperi specialistici e saperi coordinati Una scuola che pensasse ancora di essere la fonte unica ed esclusiva della formazione, non solo sarebbe penosamente in autoreferenza, ma si esporrebbe ad una decadenza grave e forse irreversibile. Grave perché non in grado di svolgere il suo nuovo ruolo che è più di mediazione tra attori formativi che di trasmissione di saperi già dati e precostituiti che essa non possiede in maniera esaustiva. Ma corre anche il pericolo di decadenza irreversibile, perché se i settori formativi mirati sulla contemporaneità vengono tutti gestiti da altri, essa perde un proprio know-how e dipende in modo massiccio da fattori esterni e non è più in grado di svolgere il ruolo più richiesto nella società biodigitale che è quello del coordinamento. Tutti gli attori sociali che possono assumere valenze formative devono in qualche modo collegarsi fra loro, promuovendo un’azione concordata, secondo una comune apertura all’evolvente. In ciò la CF nel suo complesso è autoapprendente continua, perché i processi cognitivi di apprendimento e socializzazione sono in una situazione strutturalmente aperta. Episodi e durata. Chi è portatore di sapere specialistico esprime un ruolo forte negli episodi, chi gestisce la capacità di coordinare team esprime un ruolo nella durata. La scuola può svolgere un ruolo di team continuativo e quindi di coordinamento, un ruolo importante per i lavoratori della conoscenza.27 26 Il riferimento alla Ragione Limitata di H.Simon è sicuramente utile e può essere fonte per ricercare opportune strategie operative, volgendo la prospettiva nella più aggiornata concezione del ‘lavoratori della conoscenza’ e della cultura di team. 27 F.BUTERA E ALTRI (1997) Dispensa n.1 “Pedagogia dei Luoghi” G. Righetto 51/6
  • 52. NuoviAbitanti www.nuoviabitanti.it associazione culturale Nelle società complesse le organizzazioni resistono se sono in grado di svolgere un ruolo, se cioè sono portatrici di gestione di competenze ed operatività ed esistono strati sociali che si rivolgono ad esse per godere dell’accesso alle competenze specifiche e ottenere l’acquisizione di operatività ritenute utili, interessanti, evolutive e gratificanti. Ruolo nella durata. Le organizzazioni che svolgono un ruolo nella durata si trovano in una posizione più difficile, perché dovrebbero garantire che i cambiamenti sociali annunciati o altamente probabili non rendano vana l’azione orientata sulla durata (specie quando si coglie che la persistenza di conoscenze e comportamenti è molto limitata). Solitamente le organizzazioni che svolgono un ruolo nella durata (e la scuola è una di queste) hanno sempre puntato sulle strategie del valore della ‘tradizione’. Tradizione/tradimento. Ora la parola ‘tradizione’ è una parola ambigua, infatti significa ‘tradere’, ossia consegnare, vale a dire passare da un soggetto ad un altro o da più soggetti ad altri soggetti. Se tutta l’esperienza fosse costituita da quello che si è già fatto nelle generazioni precedenti, allora l’azione formativa potrebbe coincidere con l’atto della tradizione, ossia della consegna del patrimonio precedente alle nuove generazioni. Il che implica anche che i mutamenti tra una generazione e l’altra siano modesti o addirittura quasi nulli e che la generazione adulta sia in grado di assistere ai piccoli nuovi cambiamenti e farli propri per cui è possibile trasmettere alle nuove generazioni anche il piccolo bagaglio della propria ‘tradizione’. Ma se le nuove generazioni assistono a cambiamenti rapidi e radicali che le generazioni adulte non interpretano e guidano (o addirittura non capiscono) diventa fondamentale non consegnare ma pre- vedere e interpretare e liberarsi da bagagli conoscitivi obsoleti. In tale condizione almeno una parte della tradizione diventa un dis-valore. E qui affiora l’altro polo dell’ambivalenza della parola tradizione che confina, anzi timologicamente dà esito al termine tradimento, ossia consegnare impropriamente o illegittimamente. Se si continua a consegnare quello che non ha senso o valore, allora non si ‘consegna’, ma si tradisce. In periodi di grandi cambiamenti e di repentine obsolescenze si pone la questione della tradizione selettiva e dell’affacciamento agli scenari. La generazione adulta passa dalla condizione di generazione formata (secondo una tradizione) a quella di generazione in formazione (aperta ad apprendimenti imprevedibili). La tradizione selettiva si pone in modo critico il problema del paradigma culturale tramontato che nel nostro caso è l’industrialismo.28 I lavoratori della conoscenza. Tecnologia, organizzazione e persone Milano, Franco Angeli ed. 28 Esso è nato nel 700, ma ha raggiunto l’egemonia nell’800 e pertanto ha fatto della cultura dell’800 l’asse portante della sua identità. I sistemi formativi sono affetti da pleonasmi ottocenteschi e da enormi difficoltà ad interpretare il patrimonio del 900 che in non pochi casi è vissuto come il secolo della crisi dei valori dell’800. Certo in termini di industrialismo il 900 è un tramonto, ma in termini di società biodigitale esso è il tempo dell’alba, per questo siamo stati in presenza di reticenze e censure novecentesche e il 900 è un secolo educativamente negato. L’800 va drasticamente ridimensionato passandolo a categoria storica e non a categoria valoriale, mentre il 900 non è da interpretare come un 800 torbido e declinante, ma un biodigitale nascente con dimensioni glocali, con tutte le aperture entusiasmanti e le inquietudini pesanti che questo comporta. Dispensa n.1 “Pedagogia dei Luoghi” G. Righetto 52/6
  • 53. NuoviAbitanti www.nuoviabitanti.it associazione culturale E’ ormai molto maturo il momento in cui bisogna porsi il problema di quale tradizione si voglia veicolare, perché comunque di una tradizione bisogna occuparsi per dar senso all’identità della specie a cui apparteniamo. Questo comporta consapevolezza dell’identità temporale e spaziale. La temporalità classica costituisce un artificio, come tutte le categorizzazioni storiche che privilegiano “una” storia, in contesto glocale però l’enfasi delle sole componenti greco-latine e giudaicocristiane risultano troppo particolaristiche e settoriali. Intanto perchè sono eccessivamente alfanumeriche e poggiano sul primato del libro, mentre la nostra specie è emersa anche attraverso le grandi azioni dell’esplorare e del costruire. Mentre il libro è cerebrocentrico e verbalocentrico, l’esplorare e il costruire sono ambientocentrici. Per questo occorre temporalmente recuperare la coscienza che ci proviene dalle vicende delle persone paleolitiche fino al rinascimento neolitico dopo di che inizia la civiltà urbana in piena postglaciazione a cui apparteniamo tutti. La dimensione dell’esplorare e del costruire enfatizzano la caratteristica immaginaria della specie che sa spingersi nell’oltre, cioè verso ciò che non è ancora conosciuto, ma lo immagina come possibile. Inoltre la specie si spinge a realizzare oggetti e contesti che non sarebbero mai esistiti senza l’azione delle persone, le quali hanno tradotto atti immaginari in atti costruttivi. Esplorativo-costruttivi: cerebrocentrici e ambientocentrici. La chiave interpretativa di tipo esplorativo-costruttivo spinge a cogliere diversamente anche le culture greco- latina e giudaico-cristiana vedendole non solo sotto la luce del libro. C’è bisogno di superare un limitante bibliocentrismo per avvicinarsi ad una maggiore competenza per le culture dell’interpretazione e dell’ azione congiunte alla costruzione. Tutto questo comporta anche la rivisitazione dell’identità spaziale che non può più essere atlantoide (eurocentrica + europeismo traslato in contesto americano), ma deve volgersi ad una visione planetaria della specie. Tale situazione implica immettere nella formazione di base l’apporto di elementi spaziali e culturali che riguardino in modo significativo il mondo asiatico, africano, australiano e polinesiano, compresi gli spazi dei ghiacci. Poiché tale insieme è troppo vasto e ingestibile occorre introdurre una forte strategia di selezione che ridefinisca il tema della tradizione che da atlantoide possa proporsi come accordo di comunanza culturale di tipo planetario29, consona all’esigenza di consapevolezza del chi siamo e da dove veniamo. Ben diverso è il problema del dove andiamo. Qui anche la tradizione selettiva non basta. 29 Una attività può essere quella di un lavoro antologico (antologia intesa come raccolta di ‘fiori’ ossia eccellenze prodotte, non solo selezioni librarie) che integri le eccellenze esplorative, costruttive e comunicative più significative delle vicende del pianeta. Lavoro difficile perché deve far regredire ogni centralismo di parte (e quindi porre in sordina molti aspetti delle singole culture) e mettere in evidenza fatti, eventi, percorsi, strategie che hanno aperto piste molteplici e significative per il glocalismo. Non è questa la sede per elaborare una sintesi in grado di connettere le pitture rupestri di Altamira con le preistoria pechinese e indiana, le esplorazioni spaziali con la muraglia cinese; Machu Pichu con l’architettura lignea tribale dei nativi africani, Confucio e Dante, la pittura buddista con Giotto, la medicina delle staminali con la medicina fitoterapeutica delle Ande, il Taj Mahal e Teotihuacan, l’agopuntura e la microchirurgia, ecc. Sarà un’impresa difficile ma necessaria, purché non si traduca in un enciclopedismo da magazzino, ma sia orientata da un’idea integrativa che serva al riconoscimento della condizione glocale e biodigitale come condizione che riguarda tutte le persone del periodo storico con le spazialità condivise coinvolte nell’attuale fase in cui ci troviamo. Dispensa n.1 “Pedagogia dei Luoghi” G. Righetto 53/6
  • 54. NuoviAbitanti www.nuoviabitanti.it associazione culturale Affacciarsi di scenari. Negli ultimi 50-80 anni sono avvenuti alcuni cambiamenti così radicali in termini di rapporti spazio-temporali e di stili di vita che la tradizione non costituisce una fonte adeguata ad orientare gli scenari futuri. Si pone una domanda esplicita di formazione e acquisizione di competenze per l’affacciarsi di scenari. Nella storia è sempre esploso l’inaspettato e quindi la necessità di adattarsi a situazioni nuove. Ma nelle epoche pre-biodigitali non esistevano degli acceleratori cognitivi e spaziotemporali30 come sono le telecomunicazioni, i trasporti aerei e di mezzi meccanici semoventi veloci e le forme robotizzate e automatizzate di lavoro topico o telelavorante. Di fronte a queste mutazioni profonde la tradizione non può esercitare il suo ruolo, ossia compiere l’azione della ‘consegna’, perché non può consegnare quello che non ha. I cambiamenti non dotati di connessione forte e possibile con la tradizione, sono ad alto rischio, perché faticano a gestire le conseguenze e gli effetti nel tempo e nello spazio futuri. Mentre nella dinamica della tradizione il futuro è vissuto congruente ad una esplicita dose di continuità con il passato-presente, nella dinamica dell’età biodigitale e glocale il blocco da gestire è il presente-futuro con deciso senso dell’attesa e della serendipità, con il passato posto in funzione di sedimentazione di avventure complesse e plurime già vissute e quindi come luogo-tempo a cui attingere il patrimonio delle diversità e la propensione al mutante possibile, luogo degli atteggiamenti, non delle conoscenze e competenze irrinunciabili. Il passato perde una vocazione all’interpretazione normativa e vincolante, mentre assume un ruolo suggestivo. Ecco allora che per l’affacciamento di scenari si fanno necessarie alcune strategie specifiche che potremmo sintetizzare in: • sviluppo di una cultura della progettazione, • pedagogia dei luoghi, contesto della conoscenza e • dell’immaginazione • pratiche di sostenibilità, tutela ed innovazione • sviluppo della concezione e pratica coerente di • impronta ecologica • formazione al valore dello stupore • ricerca dello stupore con propensione alla serendipità • rilevanza dei segnali deboli e agli affioramenti • cultura del confine e del limite • cultura delle nuove socialità glocali31 Come chi si riferisce solo alla tradizione risulta prigioniero del passato e cieco alle prospettive future, così chi vive nell’eterno presente e non prefigura, progetta, gestisce il passaggio a cambiamenti voluti o governati, vive in un flusso in cui è immerso e di cui non coglie né il senso e la direzione né tenta di attribuire significato, né avverte i propri limiti e in che modo metta in gioco l’esistenza e la trasferibilità delle risorse nel futuro. 30 Tutte le volte che si è affacciato un cambio di paradigma culturale e comportamentale in genere si sono affacciati anche acceleratori cognitivi e spaziotemporali, tali sono stati la ruota, l’evoluzione dei natanti, la pittura rupestre, la scrittura, la convergenza linguistica in lingue koinè, la rete dei trasporti, la cartografia, la stampa, ecc. 31 parte di queste questioni sono trattate nell’appendice più attenta alle questioni della Pedagogia dei luoghi Dispensa n.1 “Pedagogia dei Luoghi” G. Righetto 54/6
  • 55. NuoviAbitanti www.nuoviabitanti.it associazione culturale Si tratta di persone prigioniere dell’esistente, ma anche sfruttatrici di quello che c’è, galleggianti mobili senza conoscenza alcuna delle correnti e dei moti di dimensioni vaste. Antropocentrismo. In entrambi i casi si afferma poi la deformazione dell’antropocentrismo, ossia l’illusione che esista solo quello che l’uomo individua e gestisce, in un mastodontico autoinganno di confusione tra conosciuto e reale. Per coloro che sono afferenti solo alla tradizione la condizione umana è concepita come primazìa fondata sulla storia, mentre per i presentofili essa è primazìa su tutto ciò che attualmente esiste e affiora come spettacolo sempre fluente che continuerà incessante nel suo gioco finché le persone umane lo attiveranno e sostenteranno come gioco. La storia è finita, la sua struttura si è stabilizzata, ora gioca solo con le varianti interne. L’antropocentrismo nega la cospicua esistenza del diverso dall’umano, il pianeta innanzitutto con i suoi forse 30 milioni di specie viventi mobili sulla pellicola superficiale, quindi l’antropocentrismo elude la dimensione geologica articolata in aria, acqua, gas, forme energetiche espressa nei chilometrici spessori perigei ed endogei, a loro volta minuscoli rispetto alla dimensione immisurata dell’insieme delle galassie e del cosmo. Certamente gli ecoumani non devono naufragare nello sconfinato in maniera autodistruttiva, ma devono calibrare le due dimensioni sperequante dell’antropocentrismo e dello spazialismo nel quale non è concepibile neppure un’accezione dotata di centralità qualsiasi. La tradizione stessa, rispetto allo spazialismo, si autoattribuisce una rilevanza che se enfatizzata diventa soltanto ridicola. Il più della storia deve probabilmente ancora accadere. Dove il probabilmente è un cautelativo dalla dimensione nanometrica. Galleggiamo attivamente in un minuscolo guscio di tradizione e in un potenziale indeterminato mondo di esplorazione e immaginazione. Glocali e biodigitali. Essere glocali e biodigitali può inoltre comportare lo sviluppo di coscienza per quanto s’è appena detto, senza risultarne paralizzati. Gli ecoumani lavorano e vivono proficuamente se agiscono conoscendo i loro limiti storici e spaziali e operano per valicarli acquisendo nuove conoscenze e operatività sostenibili. La Comunità Formativa, aspetto tecnosociale della nostra contemporaneità, è costituita dall’insieme delle persone e degli enti che si sono dati lo scopo di gestire la condizione ecoumana attuale sia nelle sue accezioni biodigitali che in quelle glocali. Essa costituisce il fenomeno sociale articolato e complesso che agisce in una territorialità ambientale e digitale di propria specifica competenza. Sit-territorialità. La relazionalità spaziale di una Comunità Formativa risente delle condizioni biodigitali. Essa agisce in una parte ben individuata del pianeta, anzi in una regione circoscritta del Pianeta in cui è Abitante, ma ha attivato una serie di relazioni ampie a livello di territorialità estesa e planetarietà facendo ricorso ad un uso evoluto di mobilità, trasporti e reti telematiche. E’ quindi in condizione di concepirsi sia come un insieme organizzato di luoghi coordinati, sia come una rete di connessione di siti. In questo senso la comunità Formante opera in una Sit-territorialità. (Territorio + Sitalità = Sit-territorialità) Dispensa n.1 “Pedagogia dei Luoghi” G. Righetto 55/6
  • 56. NuoviAbitanti www.nuoviabitanti.it associazione culturale Nella Sit-territorialità, dimensione reale e virtuale, si esprime, agisce, valuta, opera, immagina una Comunità Formativa Integrata. Una Comunità Formativa esprime una concezione educativo-pedagogica che si è liberata dalla stereotipia scolastica e concepisce il mondo degli apprendimenti e delle socializzazioni come insieme dinamico in cui gli attori sociali vanno ben al di là delle organizzazioni scolastiche e dei processi legati all’età evolutiva. Essa esprime una progettualità coordinata e concertata tra i principali attori sociali protagonisti in un territorio in cui • i processi gestionali, • progettuali • produttivi • sociali • manutentivi e tutelatori • evolutivi, trasformatori e sostenibili Tali processi avvengono in un ambito territoriale e sit-territoriale di forte • convergenza • ricorrenza • interdipendenza • coevoluzione • coprogettazione • comunanza culturale. Sono presenti almeno alcuni attori sociali primari: • le Amministrazioni Locali e i Coordinamenti Territoriali di sussidiarità diretta (ULSS, Asl, Comunità Montane e similari, Province, Regione) • le organizzazioni scolastiche (comprese le organizzazione territoriali estese come le Direzioni scolastiche Regionali) • le Imprese afferenti al territorio di riferimento • le organizzazioni Terziarie organizzate nel suddetto ambito territoriale • l’associazionismo e volontariato locale • le libere professioni e le libere intellettualità locali • ecc. Finalità della Comunità Formativa. La Comunità Formativa operante nel proprio Distretto Formante affronta problemi e questioni nodali: educare le nuove generazioni alle prospettive future in cui esse possano esprimere le loro • competenze e responsabilità una volta raggiunta la condizione autonoma e responsabile progettare ed organizzare sistemi formativi continui per impedire che le generazioni adulte • subiscano processi cognitivi e comportamentali regressivi e siano inadeguate ad un ruolo attivo, aggiornato e competente all’evoluzione sociale, culturale, tecnologica, ambientale ed economica. Dispensa n.1 “Pedagogia dei Luoghi” G. Righetto 56/6
  • 57. NuoviAbitanti www.nuoviabitanti.it associazione culturale Conoscere il disagio sociale e del fenomeno dei borderlines e dei disabili, promuovere forme di • contenimento, gestione e superamento dello stesso (case lavoro, inserimento lavorativo con appoggio, residenze integrate e dell’autonomia, botteghe solidali) Tutelare e valorizzare il patrimonio ambientale nelle sue componenti essenziali (naturalistiche, • storico-artistiche, beni culturali tecnologici, patrimonio socioculturale delle comunità insediate, reti mussali, patrimonio architettonico-urbanistico) Valorizzare la rete economica e produttiva in un quadro di innovazione e sostenibilità • Promuovere la Sit-territorialità: •  Socialità ambientale e territoriale (metafora della piazza reale)  Socialità digitale (metafora del cortile telematico) • declinare le 5 E della Comunità Formante:  Ecologia  Economia  Etica  Estetica  Educazione Dispensa n.1 “Pedagogia dei Luoghi” G. Righetto 57/6
  • 58. NuoviAbitanti www.nuoviabitanti.it associazione culturale DISTRETTO FORMANTE Il Distretto Formante è una proposta organizzativo-territoriale conseguente ad una visione glocale. E’ un’organizzazione spaziale e culturale con finalità di promozione per figure evolute di abitanti biodigitali e glocali. E’ una territorialità che interessa tutti i cittadini. Le persone oggi manifestano una mobilità spesso assai ampia e si spostano con facilità per centinaia e migliaia di chilometri. Però nella vita quotidiana si comportano per lo più come stanziali e fortemente collegati ad alcuni luoghi di riferimento. E’ in questi che si manifesta l’insieme delle azioni di vita di tipo individuale e sociale. Vi sono alcune dimensioni che riguardano la mobilità prossima riconoscibili nelle pratiche e gestioni degli intorni. Gli intorni più significativi riguardano: • la residenza-abitazione • i luoghi di attività sociale (lavoro, studio, esercizio diattività rivolta a quanti riconoscono l’espletazione di un ruolo) • luoghi di attività ricreativa – leisure ricorrente • luoghi dedicati al reperimento di servizi e consumo Questi intorni si manifestano in spazialità che stanno di norma tra i 300 metri e 1 km e mezzo di distanza. Quando si va oltre questa dimensione avviene una transizione, per lo più supportata da un mezzo meccanico e allora le distanze degli intorni si situano nella dimensione di 5-7 km. Se le direzioni interessate sono speculari rispetto ad un nodo di riferimento e si configurano radiocentriche allora la distanza tra punti estremi giunge a spazialità dislocate fino a 15 km. Tutto ciò avviene all’interno di una articolazione di spazialità definibile come distretto. Distretto. Nel concreto il distretto è formato da 3-4 o più paesi fra loro prossimi o collegati, oppure è dato da alcuni rioni o quartieri urbani che formino fra loro un’unità territoriale riconoscibile e dove si manifestano delle interdipendenze significative. Anche la quantità di popolazione è circoscritta e sta mediamente tra le 30 e le 50 mila unità. Un distretto esprime una condizione di appartenenza, ossia esprime - spazialità organizzata per centralità collegate, - percezione di alcuni confini oltre i quali l’identità si sfuma, - ambiti intesi come patrimonio ambientale specifico e riconoscibile in quanto tessuto socioambientale complessivo (più o meno in condizioni accettabili) - insediamenti produttivi che connotano la dinamica economica e occupazionale sia relativa al campo della trasformazione dei materiali e delle forme manageriali e organizzative, sia all’azione trasformativa e produttiva del suolo riferite ad attività specifiche di tipo agrario e di allevamento. Dispensa n.1 “Pedagogia dei Luoghi” G. Righetto 58/6
  • 59. NuoviAbitanti www.nuoviabitanti.it associazione culturale - presenza di istituzioni che governano tale territorio identitario per il quale forniscono e organizzano servizi - organizzazione degli insediamenti con la presenza più o meno avanzata di impianti urbanistici - godimento di beni culturali e ambientali mediante i quali si simbolizza l’identità e l’eccellenza dei luoghi - azione di gruppi territoriali, sociali e culturali che tengono vivo il dibattito fra gli abitanti, danno senso di rappresentanza organizzata, stimolano interventi migliorativi o manutentivi del territorio e sostengono la partecipazione - promozione di sistemi formativi scolastici e di altra natura che vitalizzano lo stato delle conoscenze e competenze operanti nelle varie fasce di età della popolazione mirando ad una condizione alta, evolutiva, competente, responsabile, aperta all’innovazione e alla tutela e mantenimento delle pre-esistenze, declinata sia intermini di esercizio di memoria che di progettazione e gestione, orientata a sviluppare scenari e sistemi simbolici tali da sostenere le motivazioni individuali e sociali. Tutte queste componenti e dinamiche contribuiscono a definire la Territorialità del Distretto Formante che in quanto caratterizzata da vicinanze, contiguità e compresenze è riconoscibile anche come Territorialità Prossemica. Esso è una realtà così complessa da abbisognare di una costante cura per l’evoluzione cognitiva, comportamentale, operazionale, emozionale, simbolica, partecipativa. ossia richiede una formazione mirata su problemi specifici e tale da conseguire una strategia di formazione continua. Luoghi e siti. Per guidare ad una educazione al Distretto Formante è bene seguire una procedura graduale per tematiche di complessità differenziata di tipo glocale, agendo soprattutto su luoghi e siti. Per quanto riguarda i luoghi la scelta può procedere con la progressiva scoperta della complessità di - edifici - isolati - territorio insediato e aperto32 Gli edifici costituiscono i contenitori spaziali e tecnologici in cui si organizza più esplicitamente 32 la vita quotidiana e relazionale degli abitanti di un Distretto Formante. E’ negli edifici che la popolazione di un Distretto Formante esplicita in modo più evidente la sua concezione di appartenenza al territorio, esercita stili di vita che rivelano la cultura a cui effettivamente appartiene e mira, mette insieme aspetti di tecnospazio, sociospazio e biospazio per lo più riferiti a gruppi piccoli e medi. E’ negli edifici che gli abitanti, i City Users, i Country Users, la Comunità Formativa possono lavorare per cogliere i fattori elementari della loro cultura, ossia delle loro conoscenze, competenze, atteggiamenti, emozioni, aspettative, simbolizzazioni, regolamentazioni, organizzazioni. Gli isolati o ripartizioni territoriali delimitate costituiscono i brani più piccoli del territorio del Distretto, ma già dotati di un’esplicita complessità sociale ed ambientale. In loro si trovano più edifici, agiscono infrastrutture per la mobilità, giungono e dipartono le varie reti tecnologiche (idrica, stradale, elettrica, telefonica, televisiva, fognaria, postale, di arrivo-distribuzione di merci, Dispensa n.1 “Pedagogia dei Luoghi” G. Righetto 59/6
  • 60. NuoviAbitanti www.nuoviabitanti.it associazione culturale in cui operano, attivi e organizzati, i principali attori sociali del Distretto Formante (enti locali, scuole, aziende industriali, agrarie e di servizi, enti associativi e culturali, istituzioni territoriali, gruppi organizzati) Per quanto riguarda i siti si possono valorizzare e utilizzare, in riferimento al Distretto Formante: - la rete di scuole in rete - gli enti locali digitalizzati e telematizzati - le aziende come riferimento di propri siti e attività digitali e telematiche. - le navigazioni nella Web globale per perseguire scopi consapevoli. - i centri associativi con attività telematizzati (Sitalità del Distretto) Il Distretto Formante può rappresentare un territorio in cui esperire concretamente la modalità operativa della dimensione biodigitale e in cui si articoli la dimensione locale-globale utilizzando i sistemi in rete seguendo le modalità e le differenze di contesti proprie delle realtà e attori sociali agenti nel Distretto Formante nel suo complesso. Caring. Un distretto inteso nel modo indicato in precedenza, per luoghi e siti, esprime caring (ossia prendersi carico, cura e responsabilità) per - il suo territorio e ambiente, - gli esseri viventi coinvolti in termini di florofauna e paesaggio, - la promozione della sua economia smaltimento dei residui, gestione di territorio aperto inteso come orto, giardino, campo, podere con presenze varie di tipo florofaunistico, ecc. ) In essi si manifestano le forme naturalistiche e socialmente organizzate di gestione delle risorse (aria, acqua, suolo, energia, informazione). La Comunità Formativa è a livello di isolati che riesce a cogliere i primi elementi significativi di organizzazione territoriale, può volgersi alle prime conoscenze e competenze di tipo socioambientale in termini di sostenibilità e di tipo urbanistico ed è in condizione di orientarsi verso la comprensione delle scelte di governo di territorio per i vari soggetti e attori sociali, in connessione con la realtà socioambientale in cui si opera. Il Territorio insediato e aperto rappresenta complessivamente quella realtà spaziale e sociale in cui le comunità vivono, agiscono, progettano, lavorano, immaginano, simbolizzano, si emozionano, collocano aspettative. E’ lo spazio organizzato ed ecosistemico in cui si ha produzione di ben-essere e ricchezza (eco-nomia/logia) Il Territorio è l’insieme dei luoghi in cui la popolazione esprime la sua presenza, ma anche dove si manifesta l’interazione tra tecnosistema e sociosistema e l’ecosistema di riferimento. Il Territorio è la spazialità in cui si organizzano in modo sostenibile o non sostenibile le dimensioni economiche, ecologiche, etiche, estetiche ed educative della comunità insediata e dell’insieme degli esseri viventi accolti nell’ecosistema locale. E’ a livello di Territorio che si capisce e gestisce lo stile di vita di una comunità sia nelle organizzazioni spaziali (bio-tecno-sociospazio) sia in termini più ampi e complessi di Sit-territorialità. Dispensa n.1 “Pedagogia dei Luoghi” G. Righetto 60/6
  • 61. NuoviAbitanti www.nuoviabitanti.it associazione culturale - la crescita e l’evoluzione della sua popolazione - il miglioramento progressivo delle sue istituzioni e organizzazioni per un governo evolutivo del territorio. - la gradevolezza e salute dei luoghi di vita, secondo un’ottica ampia di estetica dei luoghi e della loro dimensione sociosanitaria. - la sua storia e i segni e simboli della memoria e dei processi identitari - la ricerca di inserimento nell’innovazione, nei linguaggi e pratiche tecnologiche avanzate, ma sempre sostenibili Un Distretto che esprima una complessiva e organizzata strategia di caring è di fatto un distretto formante, in cui la pluralità degli attori sociali presenti concorre alla crescita ed evoluzione delle conoscenze, competenze, atteggiamenti, comportamenti ed emozionalità dell’intera popolazione distrettuale. In un Distretto Formante la scuola non è più il principale o peggio l’esclusiva istituzione addetta alla formazione di conoscenze e competenze, ma assume semmai un ruolo di coordinamento delle azioni formative.(forse anche parziale per la sola età evolutiva) I nodi di intervento per il distretto formante riguardano: - l’educazione alla cultura biodigitale - la costituzione di web community dialoganti e operanti in rete estese, ma rafforzanti le connessioni delle agenzie sociali e culturali appartenenti al distretto formante. - il sostegno di pratiche glocali - la promozione degli eventi ed emergenze più significative del territorio - la connessione con le istituzioni comunali, provinciali e regionali praticati come soggetti formanti sia perché sostengono le attività formative del distretto formante, sia perché offrono luoghi in cui verificare pratiche e organizzazioni di cultura biodigitale e glocale applicati alle istituzioni stesse - le aziende industriali e agrarie presenti nel distretto formante vissute come poli in cui far formazione e contatto di esperienze produttivamente biodigitali e glocali - gli istituti di credito sollecitati a favorire la formazione alla cultura economica del distretto formante e a porsi come punti di riscontro delle modalità di azione delle pratiche biodigitali - le strutture sociosanitarie (Ulss e Arpa) perché si offrano come centri di formazione alla diffusione della cultura della salute, del welfare e della partecipazione. - l’associazionismo (culturale, sociale, ricreativo e di volontariato) in quanto organizzatore di iniziative sul territorio può costituirsi in interlocutore di formazione per l’ambito del distretto formante in cui opera - le strutture museali, i monumenti e i tessuti di beni culturali ed ambientali diventano luoghi di apprendimento dislocati nel territorio con l’ottica di attivare pratiche di museo diffuso e di ecomuseo - le scuole, intese come realtà formative di coordinamento possono veicolare le tradizioni cognitive ed operative e favorire l’affacciamento attivo e competente agli scenari di innovazione consoni al biodigitale ed glocale. Il Distretto Formante è l’ambito più idoneo in cui esercitare la condizione glocale. Dispensa n.1 “Pedagogia dei Luoghi” G. Righetto 61/6
  • 62. NuoviAbitanti www.nuoviabitanti.it associazione culturale Infatti è un ambito territoriale in cui è possibile riscoprire i caratteri della dimensione locale individuando i fattori fondamentali del - geospazio - biospazio - tecnospazio - sociospazio. Ma è anche l’ambito in cui è maggiormente verificabile la condizione biodigitale. Infatti quando un Distretto Formante è sufficientemente evoluto esso partecipa non soltanto della vita locale, ma soprattutto esprime una dimensione economica e culturale che si attiva su una dimensione planetaria o comunque a grande territorialità. In questo senso sono assai protagonisti - le dimensioni digitali in rete - le telecomunicazioni e le tecnologie satellitari - la telematica - le esperienze di telelavoro - la robotica e l’automazione nelle agenzie territorialmente attive. - la diffusione delle forme culturali ed operative orientati alla globalizzazione o mondializzazione - la coscienza dell’impronta ecologica ma sono anche protagonisti i grandi sistemi di mobilità e trasportistica: - reti aeree - reti ferroviarie - reti navali e fluviali - reti automobilistiche Sul piano culturale la partecipazione a web community e l’aumento di sociodiversità facilitata da viaggi, trasporti e integrazioni portano al vissuto dell’interculturalità all’interno del Distretto Formante. In un Distretto Formante attivo ed evolutivo la Comunità Formativa agisce perché si produca un sistema integrato di conoscenze, competenze, atteggiamenti, emozionalità sociale, motivazioni, forme associate di comportamento e comunicazione che declinino insieme locale e globale. Dispensa n.1 “Pedagogia dei Luoghi” G. Righetto 62/6