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"Demone bianco" di Giacomo Cutrera
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"Demone bianco" di Giacomo Cutrera

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La dislessia raccontata da Giacomo, dislessico diagnosticato a 14 anni e ora laureato in ingegneria.

La dislessia raccontata da Giacomo, dislessico diagnosticato a 14 anni e ora laureato in ingegneria.

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  • 1. GIACOMO CUTRERADEMONE BIANCOuna storia di dislessia 1
  • 2. 2
  • 3. INDICE01- DISLESSIA 702- L’ESAME 1803- LE MEDIE 2404- LA CLASSE 2705- DISTRATTO 3306- STUDIO A CASA 3907- OMBRA 4508- I VERI BULLI 5109- DEMONE BIANCO 5610- IL TRUCCO 5911- JACK 6212- IL TEMA 6813- L’IGNOTO 7614- NOME 8215- DUE SETTIMANE 8816- DUE VERIFICHE 9417- MOTORE 9918- MOVIMENTO 10219- SCATTO B/H1 11120- STRUMENTI 11521- GIUSTIZIA 12022- PARADOSSI 12523- IL CUORE 13124- NUOVE ALI 14125- PROMESSE 145 3
  • 4. SCELTE TIPOGRAFICHECome noterete questo libro è scritto in modo pococonvenzionale: i caratteri sono più grandi della norma, l’interlinea è più robusto e non è stata utilizzata la forma giustificata. Queste sono scelte motivate da una forte volontà di rendere questo testo il più leggibile possibile. [ Giacomo Cutrera (3 anni) ]I caratteri più grandi mostrano come un libro non siaun ostacolo insormontabile.Leggendo il racconto potreste pensare che questascelta sia spinta da una volontà di rendere il testo piùleggibile per i dislessici, ma non è solo questo il punto.Un formato più leggibile è un aiuto non solo per chi èdislessico, ma per tutti.4
  • 5. Questo libro è dedicato a mio fratello e alla sua forzaÈ dedicato a Riccardo che solo ora ha scoperto la sua dislessia È dedicato a tutti i ragazzi del Forum Libero, del Campus e del Gruppo Giovani. Per farla breve È dedicato ai dislessici Forza ragazzi ! 5
  • 6. 6
  • 7. DISLESSIAMolta gente nella sua vita ha sentito questa parola etanti altri hanno scritto saggi e libri su di essa; alcunila definiscono una malattia, altri un problema, altriancora credono che sia la conseguenza di qualcosa dipoco definito e oscuro, ma la realtà è che nessuno èin grado di definirla.Attualmente molti scienziati si stanno adoperando percercare le cause della dislessia, ma per ora, non visono risultati certi.Molti insegnanti, dopo aver letto le quattro righeprecedenti, esprimono una certa perplessità; “Come sifa a chiamare una persona dislessico se nessuno sache cos’è la dislessia?” Questa, a mio parere, è unadomanda tutt’altro che stupida e apprezzo molto lepersone che se la pongono con sincerità.Ciò che invece trovo riprovevole è liquidare ladomanda con la risposta più diffusa ovvero “non sipuò ”. 7
  • 8. In passato, quando ancora non si conoscevano lecause fisiche della cecità, nessuno, di fronte a unapersona non vedente, affermava che tutti sono ingrado di vedere; questo perché, pur essendovi unacarenza sul piano scientifico, le persone attorno a luierano comunque in grado di notare il suo problema.Lo stesso concetto vale, oggi, per i Dislessici.Per rendere più comprensibile ciò che intendo direquando parlo di problema vi porrò un caso che trovoabbastanza esemplificativo:Un insegnante correggendo un compito in classe di 2°media nota che un ragazzo ha completato solo duefacciate su quattro e rimane sorpresa nel notare chele facciate complete sono quasi del tutto giuste.In quel momento l’insegnante comprende che l’alunnoè intelligente, ma non capisce perché il ragazzino noncompleta le sue verifiche.Secondo voi è possibile che una persona studi allaperfezione solo gli argomenti che si presenteranno poisulle prime facciate della verifica?8
  • 9. I casi sono due: o il ragazzino è un genio del maleche, pur conoscendo gli argomenti, preferisce lasciaremetà compito in bianco per far impazzire laprofessoressa;oppure siamo di fronte a un caso moltopiù complesso.Se la professoressa avesse potuto vedere la cameradel ragazzino il giorno prima avrebbe scorto tutti i libridella sua materia e lo stesso ragazzino piegato suessi in attenta lettura ormai da sei ore.La professoressa non può vedere il passato e quindi,fa quello che le hanno insegnato di fare quando unalunno svolge meno del 50% di verifica giusta,ovvero dà un insufficienza.Il ragazzo in questione non vuole essere bocciatoperché, effettivamente, non ha lacune; ha studiatotutto quello che gli era stato richiesto di studiare ecredeva di sapere bene gli argomenti.Neanche lui capisce perché non è riuscito a finire laverifica e ritornerà sui libri sperando di potermigliorare incrementando le ore di studio. 9
  • 10. A volte alle persone piace illudersi e lui si illude dipoter imparare le cose meglio di quanto non le abbiaimparate fin ora, ma lui non ha un problema dicontenuti, lui le cose le sa.Il suo problema deriva dal fatto che l’insegnante nonpuò valutare il suo sapere con metà verifica in mano,le serve l’intero compito.Grazie al suo studio e a qualche miracolo intermedio,che spiegherò poi, il ragazzo riesce a esserepromosso con la valutazione SUFFICIENTE che gliconsentirà di passare alle superiori.Solo allora un’insegnante troverà la soluzione aldilemma della verifica mezza bianca.Consegnerà in due volte distinte due verifiche sullostesso argomento:Una da completare in 50 minuti (1 ora scolastica)e una da completare in 100 (2 ore scolastiche).I voti ottenuti dal ragazzo saranno rispettivamente5 e 10.Tutti fanno meglio una verifica se hanno più tempo,ma nessuno prende dieci in una verifica nella quale10
  • 11. senza il doppio del tempo avrebbe preso cinque esoprattutto perché un alunno che potrebbepotenzialmente prendere dieci si ferma a metàverifica?Mi rendo conto che la situazione può sembrareassurda e anche io la giudicherei in questo modo senon l’avessi vissuta di persona.Alle scuole medie inferiori i professori mi dicevano cheserviva un costante studio di tre ore al giorno e iocontinuavo a non capire perché a me ne servisserosei.Solo dopo un’ accurata analisi introspettiva, sonoriuscito ad associare questo fatto alla grande difficoltàche riscontravo quando leggevo ad alta voce.Mi resi conto che la mia capacità di lettura era parialla metà di quella degli altri e questo avrebbespiegato anche perché non riuscivo a finire leverifiche.Quando esposi la mia teoria ai miei familiari ricevetticome risposta una sonora risata e tornai a studiare. 11
  • 12. Il problema pratico era però che non eroconcretamente più in grado di studiare.Di fronte al libro di storia (a causa, anche, della gravestanchezza) mi ritrovai incapace di decifrare le paroleche avevo visto poco prima. Ormai non vi erano piùdubbi, la mia era ed è una difficoltà nella lettura, manon potevo certo raccontarlo in giro, nessuno miavrebbe creduto.Dovevo trovare un modo per risolvere il problemadelle verifiche e dovevo trovarlo da solo.Valutai la situazione:- Non potevo completare la verifica a causa delladifficoltà nel leggere le consegne e ciò che scrivevo.- Facevo fatica a correggere ciò che scrivevo poichénon avevo abbastanza tempo per rileggere il tutto- Non potevo copiare(riuscivo a malapena a leggere la verifica)- Non potevo fare i bigliettini (stesso motivo)Nei temi risolsi il problema scrivendo direttamente inbella copia, omettendo così la lettura della brutta (che12
  • 13. mi risultava praticamente impossibile ) ,ma nellecomuni verifiche permanevano i soliti problemi.L’unica soluzione che trovai consisteva nell’ eseguirela classica metà della verifica e “sparare a botto”(eseguire in modo casuale senza leggere ledomande) il resto.Benché questa idea mi sembrasse colossalmentestupida, applicandola riscontrai nei miei voti uninteressante incremento che portò gli insegnanti apensare che stessi studiando di più.Le parole “Lo vedi… ti basta studiare un po’ e le cosele capisci” furono per me più devastanti di tutte leinsufficienze ingiuste che avevo accumulato in queitre anni di medie. In quel momento compresi che iprofessori non erano “fisicamente” in grado di valutareil mio studio e che mi avevano sempre consideratouno “scansafatiche”.Se chi doveva valutare le mie verifiche non era ingrado di valutare significava che il mio studio erasempre stato inutile come i consigli che loro midavano. 13
  • 14. L’ira prese il sopravvento su di me e dopo tanti annipassati a testa bassa, subendo queste ingiustizie,decisi di alzare lo sguardo e reagire.Il mio rancore esplose in casa e in alcuni casi siriversò anche a scuola.Espressi apertamente quanto provavo in un tema, chegli insegnanti apprezzarono pur non comprendendolo,e infine mi trasformai in un essere freddo einsensibile.Pochi mesi dopo mi venne diagnosticata una dislessiaevolutiva che si manifestava in un disturbo nellalettura.Questa notizia non mi sorprese, ma convinse i mieigenitori che avevo ragione.Si scoprì che la mia velocità di lettura era pari allametà della velocità di norma e, inoltre, il processodella lettura stessa richiedeva uno sforzo energeticonotevolmente più alto di quello “normale”.Approfondendo l’argomento scoprii che altre tipologiedi dislessici presentavano caratteristiche particolari.Alcuni dislessici, oltre alla difficoltà nella lettura,14
  • 15. presentano anche difficoltà nella scrittura(Disgrafia),nell’ortografia (Disortografia) e nei calcoli (Discalculia)Su questo punto ho notato una diffusaperplessità:molti credono che una persona per esseredefinita dislessica debba avere problemi nella lettura,scrittura,ortografia, calcoli e linguaggio. In realtà bastache una persona riscontri anche solo uno di questiproblemi per rientrare nei “disturbi specificidell’apprendimento” D.S.A.(A volte i dislessici presentano da piccoli un disturbodel linguaggio, questo non è il mio caso.)Tornando alla mia storia :Poco dopo aver scoperto lamia dislessia mi sono recato all’A.I.D.(AssociazioneItaliana Dislessia ) e attraverso essa ho cercatoinformazioni più dettagliate sul mio caso.Sorprendentemente ho scoperto che il mio caso nonera affatto uno dei peggiori, basti considerare cheesistono dislessici con velocità di lettura pari a unquinto di quella normale. Come potrete immaginareuna simile velocità di lettura impedisce, non solo losvolgimento delle verifiche, ma anche e soprattutto il 15
  • 16. vero e proprio studio a casa (calcolando che io stavoancora lottando per la sufficienza, la cosa destò in meuna seria preoccupazione).Nella associazione non vierano personaggi dislessici, ma solo genitori,insegnanti e specialisti che hanno a che fare con ilproblema. I genitori parlavano tra loro e descrivevanola situazione dei loro figli e io ascoltandocomprendevo che la storia di questi bambini era intutto e per tutto identica alla mia. Loro avrebberopotuto sforzarsi fino allo spasmo di imparare, manessuno sarebbe mai stato in grado di valutarlicorrettamente; i discalculici avrebbero sudato sanguesulle tabelline per scoprire poco dopo la calcolatrice, idisgrafici avrebbero eseguito milioni di lettere perscoprire poco dopo la tastiera, i disortografici sisarebbero sentiti ripetere miliardi di volte le regolegrammaticali prima di scoprire il correttore ortografico,quelli come me avrebbero perso la propria vita sopraun libro senza riuscire a comprenderlo e senza capireche si può chiedere a qualcun altro (o qualcos’altronel caso del sintetizzatore) di leggertelo, ma16
  • 17. soprattutto tutti costoro sarebbero stati trattati comeincapaci e fannulloni e presi dalla disperazioneavrebbero rinunciato ad imparare. Io non volevo chela loro storia fosse la stessa che ho vissuto io e giuraiche, a costo di dovermi recare personalmente in ogniscuola d’ Italia, avrei fatto in modo che gli insegnanticapissero il problema e che mi sarei impegnatopersonalmente per fare in modo che anche aidislessici sia data la possibilità di apprendere.Questa è la forza che guida la mia mano e spero chequesta storia possa trasmetterla a voi. 17
  • 18. L’ESAMENella foga di parlarvi della dislessia ho dimenticato lebuone maniere…Mi chiamo Giacomo Cutrera, sono un ragazzo di 19anni che vive a Brescia vicino al centro della città.Sono un ragazzo che, come tanti, sta tentandofaticosamente di passare l’esame di maturità.La mia storia non è straordinaria, né particolarmenteavvincente, è una storia molto comune, ma allo stessotempo sconosciuta, quindi è bene che ve la racconticomunque.Siamo nel 2002, l’Italia ha perso contro la Corea( dalmio professore definita come una squadretta daoratorio ) tutto il paese ha la testa nel pallone e dallastrada si sente gente che grida frasi improponibili.Quel giorno io non avevo la testa nel pallone per imondiali, ma per l’esame di terza media che ricordoancora come se fosse ieri: il corridoio del secondopiano era pieno di gente che passeggiavanervosamente avanti e indietro nel tentativo vano di18
  • 19. accelerare il flusso di sangue al cervello e ricordaremeglio le cose studiate la sera prima e dimenticateall’alba.Io aspettavo seduto sugli scalini con la schiena curvae la mano che sorreggeva la testa troppo pesante perstare su da sola, posizione per me tutt’altro cheinconsueta.In quei giorni credevo che, guardandomi allospecchio, avrei addirittura potuto vedere del fumorosso uscire dalle mie orecchie, tanto era il male chesentivo dentro.L’unica cosa che mi rincuorava era che prestosarebbe finita.I miei compagni entravano ed uscivano da quellaporta e ben presto rimasi solo io ad aspettare.Il professore uscì e mi guardò:- tu sei l’ultimo? -chiese - …bene, così dopo possiamo andare tutti amangiare, che è tardi.-Benché l’argomento nutrizione sia, senza dubbio, unelemento vitale della vita umana, in quel momentomangiare era l’ultimo dei miei problemi. 19
  • 20. Entrai nella stanza dove erano disposti tutti i mieidocenti e, dando una rapida occhiata in giro, notai cheero circondato.Mi piazzai di fronte alla professoressa di italiano chefu la prima a chiamarmi e a chiedermi di esporlel’argomento che avevo deciso di trattare.Mi ero preparato e non ebbi problemi a parlarle dellaseconda guerra mondiale, anche se adesso non miricordo bene cosa avessi detto di preciso.Mentre le parlavo, gli altri docenti attendevano e altriancora frugavano nelle loro cartellette alla ricerca dialcuni fogli scritti da me.Nel frattempo la professoressa di tedesco mi chiamòper pormi alcune domande.Mi disse una frase in tedesco che nessuno degli altriprofessori comprese e io rimasi zitto, annuendosemplicemente.Probabilmente lei è uscita da quella stanza nellaconvinzione che io non avessi capito quanto avevadetto, ma non era così.20
  • 21. Infatti mi aveva semplicemente fatto vedere un errorecommesso nelle prove scritte, una domandasull’uomo del Similaum, che eravamo andati a vedereal museo di Bolzano.In sostanza la domanda era:Dove si trova l’uomo del Similaum?Risposta: nel museo di Bolzano.Io avevo letto male e capito così:Dove è stato trovato l’uomo del Similaum?Di conseguenza risposi: è stato trovato nel Similaum,alta montagna.La professoressa mi fece notare quell’errore, annuiisemplicemente perché non era una domanda e nonc’era nulla da rispondere.Senza calcolare il fatto che quella era la parte oraledell’esame e non ho ancora capito perché bisognasseandare ad infierire ancora sulla parte scritta.I docenti rimasero in silenzio per un minuto buonoprima che cominciassero a partire la classiche frasi dicircostanza:sei troppo distratto… fai errori stupidi …Non sei stupido, devi solo imparare a studiare… 21
  • 22. Poi, visto che si era entrati in argomento, laprofessoressa di artistica prese un mio disegno (unanatura morta) e, mostrandolo agli altri docenti, michiese perché non l’avevo finito, perché non l’avevocolorato.Poi il discorso proseguì senza di me: i professoriosservarono il disegno e riaffermarono la loro tesi.Secondo loro io avevo grandi potenzialità, ma non miimpegnavo abbastanza. A sproposito utilizzarono iltermine “Genio incompreso”.Lo dissero in chiave ironica, ma io lo vivevodiversamente: io non credevo di essere un genio, madi sicuro mi sentivo incompreso da loro.La professoressa di italiano riprese la parola e mi feceancora qualche domanda inerente gli argomentitrattati durante l’anno e, per ultimo, mi chiese il perchédi un paio di frasi scritte in un tema di caratterepersonale:- “Ho 13 anni e mi sembra che non hoancora potuto vivere”.È ancora valida questa frase per te? -La mia risposta fu: - No… ora ne ho 14.22
  • 23. quella fu l’ultima cosa che dissi, poi rimase solo unbreve silenzio, il tempo di osservare se qualcun altroavesse domande da pormi, ed emettere la fraseconclusiva - Puoi andare. -Uscendo dalla stanza lasciai basso lo sguardo comemio solito, ma solo per il tempo che basta perrendermi conto della mia situazione.Non vi dirò quello che ho pensato, ma due secondidopo ho sceso di corsa le scale, che conducevanoall’uscita, e (mentre facevo l’aeroplano con le braccia)ho urlato “Libero”. 23
  • 24. LE MEDIELe vacanze mi attendevano e, dopo esse, sarebberoarrivati i giorni delle superiori.Tutto sarebbe cambiato e avrei potuto dimenticarequei tre anni, ma in quel momento i ricordi eranoancora vivi e freschi.È incredibile e, in qualche modo triste, che quellememorie non siano ancora state rimosse dalla miamente: ho moltissimi ricordi di eventi assurdi ericorrenti, nulla di “pirotecnico”, nulla di chiaro epalese, solo una lunga serie di situazioni che io avevola sfortuna di comprendere, eventi sopra i quali gli altriparevano ostentare una sadica indifferenza. Facevofatica a leggere e questo mi creava non pochiproblemi nello studio, ma non era il tempo chepassavo sui libri a farmi morire dentro.È stata la consapevolezza a distruggermi, laconsapevolezza di non avere niente in meno rispettoai miei compagni e la consapevolezza di non esserené svogliato e tanto meno ritardato.24
  • 25. La coscienza di essere intelligente e di aver semprestudiato mi ponevano dalla parte del giusto, ma i votiche il mondo, come il giudice di un grande tribunale,mi dava erano su di me come un pollice verso:condanna. Alla luce di ciò, che impressione delmondo poteva farsi un ragazzino di undici anni se nonquella che mi sono fatto io? L’impressione di unmondo ingiusto, falso e bugiardo che dice di volertiaiutare, ma non fa altro che pugnalarti con la suaarma più potente: il menefreghismo.Ci tengo a precisare che oggi non nutro più alcunrancore nei confronti dei miei docenti, che consideromeri strumenti di un pensare collettivo che prescindedal loro arbitrio.Loro consigliavano, parlavano e valutavano, senzaperò avere gli adeguati mezzi per farlo ed è perquesto che hanno commesso i gravi errori che orarimprovero loro.Non parlo di loro per demonizzarli, ma reputonecessario farlo, per evitare che altri docenti nella lorostessa situazione vivano il dispiacere di commettere i 25
  • 26. medesimi errori. Per la fiducia in loro, che nonostantetutto mantengo, mi sento di parlare anche a loronome, quando lancio l’appello per far sì che ladisinformazione svanisca e che la valutazione di undislessico non sia più lo sproloquio di una giustiziabendata, ma senza bilancia. Questa è la lotta cheriempie l’inchiostro di queste pagine e spero vorreteperdonarmi se ve la presento con eccessivo fervore.Oggi la dislessia è più conosciuta e ciò che mi èsuccesso non avviene più, perché la gente ingenerale e i docenti in particolare, sanno di più, sonopiù informati. Io spero che sia veramente così, anchese credo che ci sia ancora moltissimo da fare sulfronte dell’informazione. Per questo motivo, nelleprossime pagine, vi descriverò le situazioni piùemblematiche che riaffiorano dalla mia mente,sperando, come ovvio, che vorrete coglierle econfrontarle con il vostro vissuto.26
  • 27. LA CLASSENell’anno 1999 ho lasciato i miei amici delleelementari, per frequentare un corso bilingue allemedie.Se commentassi questa scelta sarei poco riverentenei miei confronti quindi mi asterrò dal farlo.I fatti sono semplici: ero uscito con una valutazioneottima dalle elementari e alla domanda che posi allemie maestre sulla scelta o meno del bilingue ebbicome risposta “Tu puoi fare qualsiasi cosa vuoi”.Galvanizzato dai risultati che fino ad allora (esottolineo fino ad allora) avevo sempre ottenuto, optaiper quel corso.Dal primo giorno di medie compresi le conseguenze ditale scelta: i miei compagni delle elementari nonavevano i miei voti e non volevano addentrarsi in unacosa simile, di conseguenza rimasi praticamente dasolo in una classe della quale conoscevo ben pochepersone. 27
  • 28. Non posso lamentarmi della mia classe poiché eramolto eterogenea: “secchioni”, “simpaticimattacchioni”, “aspiranti zitelle acide”, ma ancheragazzi e ragazze che tutt’ora stimo e rincontro conpiacere.In conclusione la mia era una classe normale sottol’aspetto umano e leggermente sopra la media perquanto riguarda il rendimento.Ovviamente quando parlo di rendimento non parlo dime: inizialmente le mie conoscenze acquisite alleelementari mi hanno consentito di stare a galla emantenere il ritmo degli altri, ma l’effetto si esaurì ametà del primo anno e cominciò quello che chiamo ilgioco dell’umiliazione.Il discutere apertamente di questo continuo calare deimiei voti, la ricerca (con domande apparentementeovvie) del perché non riuscissi a raggiungere il livellodegli altri, erano la routine di quegli anni.Un giorno, paragonando il mio compito con quello diuna mia compagna: “ Lei è più intelligente di te ?” michiesero retoricamente “NO… allora sai perché lei28
  • 29. prende voti migliori dei tuoi ?” Aggiunsero poi larisposta che ritenevano ovvia: “Perché studia di più, siimpegna di più”.Se fossi stato attento al giudizio della classe, in quelmomento sarei rimasto in silenzio inabissando laverità.Avrei potuto lasciare credere loro che io fossi davverouno scansafatiche, una posizione sicuramente piùambita rispetto a quella di scemo della classe.Avrei potuto stare zitto, ma non l’ho fatto, ho dettochiaramente al professore che studiavo due ore fisseal giorno e ottenni una risposta stizzita come sel’impertinenza fosse partita da quella miaaffermazione.“Evidentemente non hai capito come si studia” midissero allora e questa fu solo la prima delle risposteassurde che mi sono state date.Cosa significa “imparare come si studia”?Se io fossi un vocabolario direi che il modo che usavoper studiare consisteva in tre chiari passaggi: 29
  • 30. 1- Munirsi di un adeguato supporto cartaceocontenente le informazioni (prendere il testo )2- Effettuare la conversione grafema/fonema (leggere)3- Assimilare l’argomento (capire e ricordare)Questo era il mio modo di studiare ed era il modoutilizzato da tutti i miei compagni di classe, alcuni deiquali studiavano meno di me e prendevano, per beffa,voti migliori.Questa frase, vista con il senno di poi, può sembrareun aiuto, una spinta a cercare metodi che nonimplichino la lettura, ma tutti sappiamo che non eraciò che questa frase sottintendeva. I professoricredevano che studiassi con la musica nelle orecchieo mentre guardavo la TV, in conclusione avevano laconvinzione che studiassi per finta: in praticaribadivano il concetto che dovevo studiare di più emeglio. Ogni mio tentativo di andare a fondo nellafaccenda, ogni mia richiesta di capire, con l’aiuto che idocenti dicevano di volermi dare, naufragò e anche imiei compagni cominciarono a prendersi beffa diquesto mio continuo affermare ciò che loro ritenevano30
  • 31. impossibile. I miei compagni, in rare occasioni, mipresero ufficialmente in giro e, conoscendo altresituazioni di dislessia, posso dire che mi è andataancora bene, ma era praticamente impossibile daparte mia non sentire l’isolamento a cui ero costretto.Dal momento in cui i miei voti cominciarono a calare,smisero di chiamarmi nel loro gruppo quando sifacevano i lavori collettivi e, di conseguenza, mitrovavo sempre in coppia con l’altro della classe cheaveva la media appena sufficiente.Ciò avveniva in tutte le attività di gruppo, compresi idialoghi di inglese e tedesco, di conseguenza non hosviluppato particolare affinità con la classe né hopotuto far tesoro dell’aiuto dei miei compagni.L’isolamento si faceva più forte ogni giorno chepassava, complice anche un apparecchio ortodontico(che non a caso fa rima con mastodontico) che midava un fastidio terribile e che spaccavo nei momentidi maggiore nervosismo.Il terzo anno la mia comunicazione con la classe siridusse al minimo e, la maggior prova di ciò, è data 31
  • 32. dal fatto che mi piazzarono nel primo banco, in mezzoai due pakistani che non parlavano una parola diitaliano, e la cosa parve come naturale di fronte a quelmio atteggiamento che si era conformato ad unserrato mutismo. Io non incolpo i miei compagni dinulla, ma ribadisco di non aver potuto stringereamicizie all’interno della scuola. Ho potuto apprezzarealcuni di loro successivamente: come persone e comeamici, altri li ho persi di vista e altri ancora mi salutanocon il sorriso sulle labbra.Io non so cosa significhi questo, ma sicuramente avreivoluto vivere queste amicizie cinque anni fa.32
  • 33. DISTRATTOLe verifiche: fulcro di ogni cosa e l’origine di ogni mioproblema.Ora non pensiate che le mie verifiche fosseroparticolarmente difficili, tutt’altro.Erano spesso abbordabili, con domanderelativamente semplici, ma la forma con cui eranoproposte era, per me, un vero e proprio imbroglio.Ricordo le prime verifiche che eseguivoordinatamente partendo dalla prima facciata,leggendo e rispondendo, come chiunque altroavrebbe fatto al mio posto.Puntualmente arrivavo a metà dell’ora con un’unicafacciata completa e, quando osservavo le altre trevuote, era tempo di correre.Cominciavo a leggere rapidamente il testo e arispondere in modo grossolano per riuscire, quantomeno, ad arrivare a fine compito.Il risultato di queste prime verifiche era appenasufficiente se lo calcoliamo a livello globale, ma se 33
  • 34. entravo nel particolare vedevo che la parte eseguitasenza ansietà, era praticamente del tutto corretta.Nelle altre tre facciate, al contrario, era un vero“macello” di segni rossi, che spesso indicavano chenon avevo compreso la consegna o che avevocommesso errori dovuti alla distrazione.Sommariamente la parte svolta in modo caotico eracorretta per 1/3 e ciò, a mio parere, era dato dal fattoche l’avevo svolta con una velocità pari al triplo diquella con cui avevo eseguito la prima facciata.La questione mi parve subito ovvia e alla domandadei miei genitori: “perché hai sbagliato questoesercizio, che è uguale a quello che abbiamo fatto iericome compito per casa?” la mia risposta era “l’ho fattodi fretta perché non ho avuto tempo.”Ripensandoci oggi, pare assurdo che nessuno miabbia minimamente dato retta, ma ragionandoci non èdifficile capire il perché di tale atteggiamento.I professori vedevano errori dovuti alla distrazione econsegne interpretate in modo errato e per loro la34
  • 35. “diagnosi” era chiara: “Il ragazzo è distratto durantele verifiche”.È possibile che si sia messo a guardare intensamenteil muro, oppure una sua compagna o che abbiaosservato le farfalle che passavano davanti allafinestra”. Ora con tutto il dovuto rispetto perl’avvenenza delle mie compagne, la prorompenza delmuro e il fascino delle farfalle, mi sento di dire che inquel momento erano l’ultima delle miepreoccupazioni.Secondo voi chi passerebbe tre ore della sera del suocompleanno a studiare tedesco per poi entrare inclasse e guardare le farfalle come Bambi il cerbiatto?(Con tutto il rispetto anche per lui ovviamente)Al momento della verifica la mia concentrazione erapuntata sulla prova, come lo sguardo del leone è fissosulla gazzella, perché farla bene era la mia possibilitàdi tornare a casa con un bel voto, sedermi a tavola emangiare senza che lo stomaco mi si chiudesse difronte ai rimproveri per gli scarsi risultati. 35
  • 36. Riprendendo l’esempio del leone “Quella verifica erala mia cena”.In quei momenti nulla avrebbe potuto scollare la miaattenzione dalle verifiche (fatta eccezione perl’apparizione della Madonna che sarebbe, comesempre, stata gradita).Io ero la persona più concentrata di questo mondo eavevo bisogno di spremere tutti i miei neuroni perriuscire decifrare quelle lettere, per comprendere ilbrano o l’esercizio.Senza concentrazione non sarei riuscito a leggere.Questo concetto per me era chiaro e palese, mapurtroppo lo era solo per me.I professori, la famiglia e, in generale, la gente,concordava nel definirmi distratto, perché era, in findei conti, la soluzione più semplice e sbrigativa aquella situazione anomala.Quella definizione era soddisfacente e tutti sapevanocome sgridarmi, ma io non potevo far cessare queirimproveri, io non potevo fare nulla.36
  • 37. Sicuramente ricorderete cosa avete provato quandoqualcuno, per la prima volta, vi ha sgridatoaccusandovi di una colpa non vostra, qualcosa chenon avevate fatto. Bene, ora pensate di riceverequello stesso rimprovero ogni giorno e di avere laconsapevolezza che sarà così per sempre.Io non so se il termine corretto per definire ciò cheprovavo sia “impotenza di fronte alla vita” o“consapevolezza di vivere in un mondo crudele,immobile e beffardo”, ma credo che non potrei definirequel periodo senza menzionare la parola “ingiustizia”.L’ingiustizia è la madre di tutti i mali perché subendolanascono l’ira, lo sconforto e il desiderio di vendetta.Mali insaziabili perché incapaci di cancellarel’ingiustizia che li ha generati.La mia capacità di giudizio di fronte a questasituazione mi aveva già chiaramente suggerito dilasciare tutto, tirare i remi in barca e smettere dilottare per una situazione che comunque non sarebbecambiata, ma quella sufficienza risicata che riuscivo araggiungere mi teneva in vita, come quel dannato che 37
  • 38. continua a spingere un masso fino alla cima dellamontagna, per poi vederlo rotolare e comprendereche tutto è stato inutile.La speranza mi ha spinto a cercare in tutti i modi unasoluzione che la ragione urlava essere impossibile,assurda. Accettai i rimproveri che giorno dopo giornoricevevo, provai tecniche nuove per focalizzare megliola mia attenzione sulla verifica e mi isolai per dare laprova tangibile della mia ferma attenzione.Volevo capire, volevo migliorare, volevo che la scusadel “ragazzo distratto” non esistesse più e che iprofessori cercassero la vera motivazione.Volevo che mi guidassero a comprendere perché nonriuscivo a completare le verifiche.Non potevo lottare contro qualcosa che nonconoscevo e non potevo concentrarmi di più.Volevo e dovevo trovare una via d’uscita.38
  • 39. STUDIO A CASADai colloqui successivi a quelle verifiche disastrose,emerse un semplice concetto: studiare di più emeglio.Come già detto precedentemente io non possodefinire “studiare meglio”una frase sensata.Posso studiare di più, dedicare più tempo a fareschemi, riassumere l’argomento, ripeterlo ad altavoce, ma quando arrivo a conoscere alla perfezionequella tematica, come posso fare di più.Inizialmente studiavo per due ore circa e mi parevanoparecchie rispetto allo standard delle elementari, main seguito ai voti scarsi i miei genitori mi spronarono afare di più.Passai da due a quattro fino a sei ore di studio,polverizzai ogni sorta di rapporto amicale o socialeper riuscire a prendere qualche dannatissimo “buono”,ma tutto fu inutile. 39
  • 40. In una giornata dove lo studio inizia alle 2 e finiscealle 9 (con un ora di pausa per cenare) non si trovaspazio per nulla, neanche per il rancore.Non mi pento delle rinunce che ho fatto in quelperiodo, ma sono triste ed amareggiato al pensieroche siano state tutte inutili.I miei voti non sono cambiati di una virgola esarebbero rimasti tali per i due anni successivi.Mia madre per tre anni si è recata ai colloqui e haricevuto sempre la medesima indicazione ripetuta conil tono di chi parla a un sordo: “Dica a suo figlio chedeve studiare di più”.Mia madre affermava che io studiavo, ma le sueparole probabilmente si sgretolavano prima di entrarenell’orecchio del suo interlocutore.Tutto ciò che rimaneva era la valutazione dei compitiin classe, frutto di quella immensa follia.Erano i compiti in classe a decidere del miopomeriggio, spesso triste, beffardo e monotono.Il ritorno a casa con la verifica da portare firmata era iltrascinarsi di un ragazzino senza più forze che aveva40
  • 41. dato tutto nella mattinata e aspirava solo ad unsacrosanto riposo.La mia stanchezza non era solo fisica, provavo quelladensa sofferenza di chi aspetta l’esito della verifica,sperando in una qualche rivalsa e vede come risultatola solita insufficienza: statica, immutabile, ma semprepiù crudele.All’inizio dell’anno l’insufficienza è l’esito di uncompito, agli occhi di un docente, ma alla finedell’anno quella insufficienza viene intesa come unrifiuto di migliorare, menefreghismo allo stato puro e,di conseguenza, i docenti non avevano problemi adelargire rimproveri ridondanti, che mi abbattevanonella mia impossibilità di rispondere.Così tornavo a casa sconfitto con la bocca serrata,non solo per nascondere l’apparecchio, ma,soprattutto, perché era incapace di estendersi in unsorriso e, anche oggi, riscontra una discreta fatica inquesta pratica.La mia schiena era ricurva, sotto il peso di quei libriche non mi avevano salvato dall’insufficienza. 41
  • 42. Rientro a casa, appoggio lo zaino a terra e, da quelmomento, osservo me stesso da lontano, comespettatore di un film già visto prevedendo lesuccessive mosse dei componenti della mia famiglia.Mio padre è al lavoro e tornerà per ora di cena, miamadre aspetterà circa cinque minuti, nei quali miparlerà delle ultime cose e poi mi porrà la domandache mi riporta a ciò che realmente è la mia vita:“Come è andata a scuola?”La risposta trasparirà limpida dalla mia incapacità dimentire e la conseguenza sarà un lungo sorbire dilamentele, polemiche monodirezionali, paternali eprediche.In conclusione, dal momento in cui prendevo in manola forchetta e iniziavo a mangiare, le mie orecchieerano impegnate in quell’unico discorso che nonpoteva condurre a nessuna soluzione.Studiare dalle 2 fino ad ora di cena, per poi informaremio padre del voto e vedere in lui lo stessoatteggiamento di mia madre, gli stessi discorsi, le42
  • 43. stesse parole espresse con tono più forte e con ilrancore di chi vede che non lo stai ascoltando.Era vero, non ascoltavo, ma non solo perché era laterza paternale del giorno, ma soprattutto, perchéavevo appena finito di studiare e in me eraparticolarmente forte la consapevolezzadell’impotenza del mio agire e dell’inutilità del lorosforzo di rimprovero.Avevo preso un’insufficienza e avrei continuato aprendere voti simili purtroppo, ma non potevo fare piùdi quanto già non facessi.La sera i miei si piazzavano al mio fianco e, con unmisto di rancore e benevolenza, rivedevano con mequegli argomenti constatando la mia effettivaconoscenza.Arrivavano le nove, a volte le dieci (quando rientravodal pomeriggio a scuola) e andavo finalmente adormire.Io rimprovero questo comportamento ai miei genitori,rimprovero loro di non avermi ascoltato e di nonessere riusciti a capire quanto soffrissi in quel periodo, 43
  • 44. ma non posso fare a meno di ricordare che erano loroa passare davanti al mio letto per darmi il bacio dellabuona notte.Era quell’affetto a farmi comprendere quantotenessero al mio futuro.Per questo motivo quei voti contavano così tanto perloro, per quello stesso motivo erano importanti perme.Così, alla fine di quelle giornate, riprendevo forza e mipreparavo con fragile speranza al giorno successivo.44
  • 45. OMBRAMolto spesso quando si parla di sofferenza si tendead estremizzare con metafore belliche il propriodolore.Alcuni scrittori descrivono una vittima profondamenteferita da una lancia, paragonando ciò al profondodolore che amano definire psicosomatico.Io provavo sofferenza, dolore fisico e mentale, ma nonpotrei paragonare questo male ad una lancia chetrafigge.Potrei paragonare il mio dolore ad un martello checolpisce allo stomaco con intervalli regolari, potreiparagonarlo a braci ardenti scagliate altrettantoregolarmente negli occhi e percosse che fanno dellatua testa un macigno.Occhi, capo e stomaco, questi erano i tre punti dovela mia frustrazione andava a riversarsi.Spesso questo dolore, questo malessere profondo eradicato mi ha provocato profondi problemi nelleinterrogazioni che dovevo comunque affrontare, 45
  • 46. anche se lo stomaco mi piegava in due, la testa mipesava sulle spalle e gli occhi mi bruciavanoterribilmente.Non volevo continuare a star male, ma non avevocerto i mezzi per risolvere un problema simile.Non potevo entrare nelle menti dei docenti e chiarireloro che qualcosa di strano doveva pur esserci.Com’è possibile, mi chiedevo, che tutti i mieicompagni riuscissero a sopportare la stessa cosasenza batter ciglio, come potevano reggere a tuttequelle ore di studio senza rimanerne segnati?Ragionai su ciò e giunsi a due possibili conclusioni:o erano particolarmente svegli e riuscivano asopportare tutta quella fatica agilmente o, piùverosimilmente, studiavano meno e, per questomotivo, erano meno stanchi.“Ma allora perché prendevano voti migliori?”“Erano meglio di me?”“Probabile”, pensai… non avevo i mezzi per confutareuna simile idea, ma potevo riflettere su unaltra46
  • 47. questione più spinosa.In alcune occasioni mi era stato detto “o sei stupido, onon studi: non vi è altra spiegazione”.Questa frase mi spinse ad un profondo ragionamentoe, all’argomento spinoso che vi ho accennato:“Sono stupido?” mi chiesi, “potrei esserlo?” ripensai,prima di arrivare alla ovvia risposta:“no, purtroppo no”.Se io fossi stato stupido, non mi avrebbe provocatotanto dolore quella situazione, non avrei provato ilsenso di ingiustizia che prova chi ha la conoscenzadegli argomenti e non può vedere premiati i suoisforzi.Se io fossi stato stupido i miei professori nonavrebbero insistito, non avrebbero rimarcato lanecessità di farmi studiare di più.“Tu non sei stupido” mi dissero più volte, “sei soloaffetto da una grave malattia detta Lazzaronite”.Lazzaronite? Parola che deriva da Lazzarone,equivalente di lavativo, nulla facente, essere votatoall’ozio. Osservando esempi come questi, poteteintendere quale fosse il mio disorientamento di fronte 47
  • 48. a professori che, affermavano la mia intelligenza e,nel contempo, dichiaravano un concettocompletamente assurdo e sconnesso dalla realtà chevivevo. Non potevo fare a meno di ricercare unarisposta, una soluzione al dolore che provavo o,almeno, uno spiraglio che potesse darmi la coscienzadi una possibile via d’uscita.Mi fermai a riflettere e feci di questa riflessione lostrumento per controllare il mal di testa e il fuoco agliocchi, pretendendo da me stesso ciò che non osereipretendere da nessuno: il completo controllo delleemozioni.Azzerai ogni sentimento, chiudendo il mio cuore inuna prigione di ghiaccio infrangibile.Non volevo che il mondo potesse ferirmi, volevoessere più forte di lui, volevo essere freddo eimperturbabile come un demone di ghiaccio, maquesto non poteva bastare.La mia corazza poteva essere la più robusta di questomondo, ma le ferite che mi erano già state inferteavrebbero continuato a sanguinare sotto di essa.48
  • 49. Il mio cuore non poteva resistere in una gabbia dighiaccio poiché la solitudine non può che essere unartificio creato dal dolore.Avevo bisogno di chiudere tutto ciò in un contenitorerobusto, dovevo imprigionare quella sofferenza perconservare la sua essenza e liberare nel contempo ilmio cuore martoriato. In questo modo, e con questiobbiettivi, cominciai a scrivere“Galvarious, la leggenda dell’angelo della furia”.Non potevo tenere un diario, né esprimerepalesemente concetti simili a quelli che vi stonarrando, perché nessuno mi avrebbe creduto e avreisolo peggiorato la situazione.Quindi li mascherai con metafore incastonate in unracconto fantasy che trattava di angeli e guerrieri.Ho riempito circa tremila pagine scrivendo con impetoe furia, ma non sarebbero bastate diecimila agendeper racchiudere tutto ciò che nel silenzio avevopensato, ciò che nel silenzio avevo covato.Scrivendo attivai un meccanismo psicologicamentechiamato “introspezione”. 49
  • 50. Mentre scrivevo aumentava la mia capacità di mettereinsieme parole e concetti che fino ad allora avevorinunciato ad esprimere.Ripresi le tappe della mia vita scolastica percomprendere l’origine della devastazione che avevacolpito i miei voti e la mia vita.Come stupidamente si tende a fare, cercai unresponsabile, entità malvagia da sconfiggere perrecuperare la bellezza della serenità, ma più scavavopiù mi accorgevo che tale responsabile non potevaessere rappresentato.Era un essere senza volto e senza nome, unombra,un mistero.50
  • 51. I VERI BULLIEsistevano momenti dell’anno in cui mi sentivo libero,leggero, lontano da quel mondo che mi riduceva adun essere scolasticamente inservibile.Le feste: il Natale, la Pasqua, le vacanze estive, eranoper me la fonte della vita vera, la vita oltre la scuola.Durante le vacanze ero un ragazzino come tanti altri,giocavo come tutti e non ero inferiore a nessuno.Molti miei amici ricordano ancora il mio modo digiocare a calcio: tirano indietro la testa e strizzano gliocchi, ripensando agli interventi da macellaio chefacevo sulle caviglie.Non ero abile nel dribblare e non riuscivo a far più ditre palleggi, ma in campo nulla poteva spaventarmi.Un giorno mi dissero “Più l’avversario è imponente,più grande è lo stimolo che provi a contrastarlo” equesta frase fu l’unica dalla quale mi sentii realmenterappresentato.Io avevo un sacco di difetti nei giochi di squadra, eroscoordinato nei movimenti e non avevo tecnica, ma 51
  • 52. non provavo paura di fronte a niente e a nessuno,sapevo incassare nel gioco così come sapevoincassare nella vita.Sul campo dell’oratorio, in montagna e nei parchi, lavita mi sfidava e io lottavo ad armi pari, così comelottavano i miei amici e i miei compagni, ma a scuolaero un soldato senza spada, senza lancia e senzascudo.Mi rendo conto che può apparire eccessivoconsiderare la scuola come elemento esterno alla vitareale, ma in quegli anni il cancello verde di quel cortileera, per me, la porta che separava due mondi opposti,contraddistinti da regole differenti, da leggi differentiche danno origine a due differenti forme di giustizia.Ciò che era male fuori dalla scuola era visibile a tutti,ma dentro di essa solo i miei occhi riuscivano apercepire certe ingiustizie e ciò significava lottare dasolo.Mi rendo conto che tale concetto può risultare difficilequindi cercherò di lasciarvi un piccolo esempio.Durante le vacanze un ragazzo più grande si mise a52
  • 53. fare il bullo con me e i miei amici e mia madre midisse che non dovevo subire in silenzio, ma parlarnecon gli animatori o, in generale, con qualcuno di piùgrande.“Qualcuno di più grande”... è strano pensare chequalcuno più grande di me potesse fare il bullo e che,qualcuno ancora più grande, potesse proteggermi.Nella scuola non valeva questo principio.Tutti coloro che erano più grandi di me, docenti,genitori e parenti, erano contro di me e la loro pretesadi aver ragione, la loro pretesa di definirmi lazzarone,non era differente dalla pretesa di quel insulsobulletto.“Non è l’età a donare la saggezza, ma l’esperienzache la vita dà” e in questo io credo fermamente.Vorrei concludere il capitolo con questa frase adeffetto, ma scommetto che volete sapere come èandata a finire la questione del bullo.Beh, diciamo che ho commesso un errore, non misono comportato come avrei dovuto e invito chiunquelegga a non seguire il mio esempio. 53
  • 54. Un giorno, mentre giocavo a pallone con i miei amici,quel ragazzo si presentò con alcuni suoi coetanei alseguito.Ci intimarono di lasciargli il campo e di andarcene, manoi proponemmo una differente soluzione: una sfida.Noi contro loro, su quello stesso campo, fino aicinque.Loro accettarono e non si risparmiarono.Io mi posizionai in difesa e diedi sfogo al mio impeto,affrontando il mio avversario come ero solito fare.Perdemmo rovinosamente, ma quel bullo conobbe lamia capacità di “falciare” e, anche dopo la vittoria,proseguì il suo monologo di bestemmie contro me e ilmio modo di “giocare”.Io camminavo dandogli le spalle e non mi curavo dilui, ma lui proseguiva insultandomi con ogni mezzoesistente.Non mi scalfì; il mio autocontrollo era troppo stabileper lui, quindi ad alta voce lanciò un poderoso insultocontro mia madre.54
  • 55. Il mio animo pulsò insieme alle vene e i nervi strinserola mia schiena curva, raddrizzando tutta la colonnavertebrale fino alle ossa del collo e così alzai per laprima volta il capo.I miei occhi stretti fra le sopracciglia e il naso, eranofissi e determinati. Mi voltai e mi scagliai contro di lui.La forza, come la saggezza, non è data dall’età, madall’esperienza e la mia esperienza mi consentì disfruttare la sua accelerazione per ribaltarlo a terra,bloccargli braccia e gambe finché non avesse volutochiedermi scusa.Quello di allora fu uno sbaglio perché cedetti alla furia,ma in fin dei conti avevo poco più di 13 anni e unaragazzata penso possiate concedermela. 55
  • 56. DEMONE BIANCOGli amici che videro il mio volto furente inquell’episodio, fecero ciò che tutti i ragazzi fannoquando devono riportare a voce un avvenimento.Di bocca in bocca quell’episodio si arricchì diparticolari estrapolati da mitologia e fumetti.Il ragazzo che, avevo atterrato, di racconto inracconto, cresceva di altezza e corporatura.Potete immaginare quanto assurdo potesse apparireai miei compagni quel racconto “ingigantito” chenarrava di un ragazzino che con un dito sollevava eribaltava un gigante di due metri e mezzodecisamente palestrato, il quale, per giunta, era alcomando di una banda di motociclisti dotati dispranghe e catene.Immaginatevi l’effetto di un racconto tanto distantedalla realtà e capirete perché, qualche mio amico,arrivò a chiamarmi Demone Bianco.Bianco come ero io quando stavo chino di fronte ailibri, mite di fronte alla vita, ma anche Demone furioso56
  • 57. come apparivo dai racconti assurdi che mi avevanocostruito attorno.Sorrisi di ciò e continuai a studiare, ma la parolademone mi spinse a riflettere.Per demone si intende l’essere alato che sta dallaparte del male, che si contrappone agli angeli, ma siparla spesso di demoni quando si vogliono indicare lepaure più profonde che ognuno di noi ha.Qual era il mio demone? Di cosa avevo veramentepaura?Cosa mi faceva stare male? Perché soffrivo?“Demone Bianco.Bianco come le ultime facciate del compito in classeche non riuscivo a completare.Un compito in classe che mi veniva strappato dallemani senza che la verità potesse entrare in esso.La verità era che io sapevo e non potevo dimostrarlo.Io studiavo e venivo chiamato lazzarone.Io riflettevo e capivo, ma venivo trattato come unostupido. 57
  • 58. Questo era il mio demone, ma non era dentro di me,era attorno a me; in tutti coloro che non si curavano diciò che continuavo ad urlare loro”.Non mi aspetto che apprezziate una così grezzametafora, ma è l’unica immagine in grado dirappresentare in modo stilizzato quella angoscia, quelprofondo timore che avevo nell’affacciarmi alla realtànella quale ero chiamato ad essere.58
  • 59. IL TRUCCOTrascorsi gli ultimi mesi di scuola sul filo del rasoio,sospeso tra la sufficienza e il baratro.Le lingue straniere erano la mia croce e leinsufficienze, se scritte in lingua tedesca, sembranoancora più minacciose.Mancava poco alla fine e questo mi dava la forza disubire le ingerenze sempre più ricorrenti, poichéormai proiettate in unottica positiva, data dallaconvinzione che il rimprovero fosse un favore, unostimolo a fare di più.Ero apatico, senza sentimenti e senz’anima,invulnerabile di fronte a quel modo di fare.Avevo fatto degli studi approfonditi su me stesso,valutando tutte le possibilità e la soluzione che avevotrovato, già da un anno, era chiara e palese: facevofatica a leggere.Non era possibile per me comprendere il motivo diquesta difficoltà, ma se qualcuno mi avesse datoascolto forse … 59
  • 60. No, nessuno mi dava ascolto, perché avevo stampatoin fronte il marchio del lazzarone e dello stupido e, idocenti, non possono certo mettere in dubbio la lorocapacità di valutazione: io ero un lazzarone, punto ebasta.Come già detto mancavano pochi mesi e io sapevobenissimo ciò che dovevo fare.Avevo fatto degli esperimenti molto particolari nelleultime verifiche e questi mi avevano dato la chiaraconsapevolezza della mia velocità di esecuzione e laconoscenza dei miei limiti.Prima sperimentai “l’estraneamento” da ognipercezione esterna, spensi i quattro sensi che non miservivano e concentrai tutto sulla lettura del compito,solo così mi era possibile non commettere errori ecomprendere la consegna.Poi, eliminai la frenesia imponendomi di completare ilcompito fin dove il tempo mi consentiva di arrivare.Infine analizzai la struttura standard del compito etrovai il modo di aggirarlo.60
  • 61. Dal secondo esperimento, (quello in cui avevoeliminato la frenesia) era derivato un compitocompleto e perfetto per l’integrità di due facciate suquattro, le altre due erano in bianco poiché non eroriuscito a completarle nel tempo stabilito.Ciò significava che ero in grado di ultimare metà delcompito e raggiungere la sufficienza, ma cosa dovevofare per arrivare al “buono”?Analizzai la verifica e notai che la prima pagina erasempre una “comprensione”, un testo da leggere oascoltare, seguito da domande a risposta multipla cherichiedono di essere lette nella loro integrità prima dirispondere.Da qui attuai il mio semplice piano: completai laseconda e la terza facciata in modo perfetto e, mentrela campanella suonava, posi delle croci a casaccionella prima facciata.Il risultato fu quello sperato: ottenni il tanto sospirato“Buono”( 65% di compito eseguito correttamente).Soddisfatto torno a casa: “Madre, stendi il tappetorosso e ammazza il vitello grasso!”. 61
  • 62. JACKLa consapevolezza fece migliorare i miei voti, ma iprofessori interpretarono quel mio miglioramento nelpeggiore dei modi.“È riuscito a prendere Buono, ciò significa che sestudia ci riesce”.Quello sforzo per migliorare la mia esistenza si rivelò,paradossalmente, come specchio crudele sulla realtà.Compresi che i miei professori non eranoassolutamente in grado di valutare ciò che realmentesapevo.Erano esaminatori ciechi ed erano sordi quando miamadre diceva loro quanto studiavo.Lo sconforto riprese rapidamente il sopravvento e,con esso, la stanchezza di chi ha dato tutto per treanni, senza ricevere nulla.Mia madre premeva particolarmente su questi ultimivoti, perché non voleva che venissi presentato allesuperiori con la valutazione Sufficiente, e il Buonoappariva una meta raggiungibile.62
  • 63. Io ero stanco, ma fortemente motivato e non avreiceduto di fronte a niente e a nessuno.Sapevo che non potevo contare sui professori e nonpotevo fare affidamento sulla famiglia, ma credevo dipotercela fare, o meglio, speravo di farcela.Le mie speranze vennero infrante ai piedi del solitopatibolo, durante la consegna di una verifica checredevo di aver completato correttamente.Insufficiente, una parola che in italiano significa “nonabbastanza”, seguita dal solito commento che nel miocuore si tramutava in “ne ho abbastanza”.Ne avevo abbastanza di quell’ingiusto accanirsi, diquel pretendere da me solo ed esclusivamente ciòche non potevo fare, di quell’insufficiente posto comeuna colpa.“Ne ho abbastanza” pensai stringendo i pugni contanta forza da far tremare i miei gomiti.Un urlo esplose dentro di me e quella forza risuonònella mia gola come un respiro strozzato. 63
  • 64. La professoressa passava tra i banchi, mi guardò erichiamò: - È inutile fare quei versi Cutrera - mi disse- cosa vuoi dire? -“Ne ho abbastanza” pensai.- Sono scocciato - dissi - …non ce la faccio più -La professoressa non capì:- Sei scocciato… e questocosa c’entra? -Ormai ero come un nuotatore che si getta daltrampolino e non potevo più tornare indietro, quindiproseguii: - Ho preso un’ insufficienza… mi pare diavere tutti i motivi di questo mondo per esserescocciato - risposi mantenendo basso il capo, comemio solito.La professoressa raggiunse la cattedra come se nonavessi parlato e mi rispose nel consueto modo: - Se tuavessi studiato di più…-“Ora basta” furono le due parole che martellarono ilmio cuore in quel decimo di secondo e, la loro forza futale da scollegare quel freno che mi ero imposto pertre lunghissimi anni.64
  • 65. Di scatto mi alzai, facendo leva sulle mani, tese daglistessi nervi che nuovamente raddrizzarono la schienae fecero sollevare il mio capo.- Io ho studiato!- urlai - …ho studiato per più di seiore, ho perso la serata e la nottata a studiare e questastramaledetta verifica lavrei saputa fare ad occhichiusi, se solo ne avessi avuto il tempo, ma ogni voltalei me la strappa via prima che io riesca a finirla! -Questo era solo un millesimo di tutto ciò che avreivoluto gridare in quel momento, erano le parole piùconfuse e sconclusionate che io potessi dire, ma nonerano le parole a contare, ma il modo in cui le avevoproferite.Con la schiena ritta, gli occhi rossi dal rancore, lavoce chiara e vigorosa mi ero alzato.Cercavo un urlare che esprimesse tutto ciò che avevoda dire, un urlo per convincere tutti che i torti cheavevo subito non intendevo subirli mai più.La professoressa mi rispose mantenendo il suodistacco:- Se hai studiato, allora non so che dirti - 65
  • 66. rispose spacciando quella insignificante frase per unarisposta.- Non dica nulla allora - conclusi io - … preferisco ilsilenzio.-È assurdo, buffo e triste ripensare a ciò, ma i mieicompagni ricordano tutti questo avvenimento.Nelle loro menti non c’è il ricordo di un ragazzo che èrimasto in silenzio per tre anni, ma quello di uno cheper un minuto ha avuto il coraggio di alzarsi in piedi eparlare.Ho odiato i miei docenti per il loro menefreghismo e lasuperbia che li spingeva a non ascoltarmi, ma oggi soche non è in loro l’origine del male che ha distrutto lamia vita. L’ignoranza ha forgiato quegli anni terribili,dall’ignoranza dei miei professori sono nate quellefrasi assurde che mi sono state affibbiate e,purtroppo, quell’ignoranza esiste ancora. Io non urlaicontro la mia professoressa, ma contro l’ingiustiziache lei non riusciva a vedere e capire.Per questo motivo non odio i miei professori, perchénon è colpa loro se nessuno gli ha mai detto che66
  • 67. esiste la dislessia. Tutto ciò che rimprovero loro è dinon avermi ascoltato, di non aver avuto l’umiltà diammettere che anche un ragazzino delle scuolemedie può intuire qualcosa che i docenti ignorano. Ciòche mi renderebbe veramente felice, sarebberincontrare questi miei vecchi professori e poterspiegare loro ciò che ora vi ho scritto. 67
  • 68. IL TEMAUltimi mesi, ultimi passi verso la licenza media.Avevo poco tempo per dimostrare ciò che sapevo,poche verifiche e non molte interrogazioni.Diedi fondo a tutte le mie energie in quei giorni, marimaneva il problema della lingua italiana.Sebbene io padroneggiassi i verbi e fossiperfettamente in grado di concatenarli a dovere,mancava in me la possibilità di rileggere i miei scritti acausa del tempo.Potevo scrivere il più bello tra i poemi e sbagliare le“a” con l’“H”.Questo era importante, questo era vitale, ma,nell’animo della mia professoressa, sorse quel dubbioche tutti dovrebbero accogliere.Furono tre temi a accendere in lei tale dubbio.Il primo di questi aveva come consegna:“Descrivi cosa significa per te la parola VITA e dacosa deriva la felicità di esistere.”68
  • 69. In realtà non era un vero e proprio tema, ma solo uncompito dato per casa che richiedeva una rispostarapida, poetica quanto basta, per essere unita alleparole degli altri compagni e trasformata in unagioiosa canzone.Io scrissi: “Ho 13 anni e mi sembra che ancora non hopotuto vivere”e completai affermando che mi era stata promessa lafelicità, ma in un tempo futuro e lontano.Conclusi dichiarando che la bellezza nella mia vitasarebbe arrivata quando avrei potuto realizzarequalcosa di grande per gli altri e per me.(sto ancora cercando tale bellezza.)In seguito i miei compagni seppero del libro che stavoscrivendo e mi proposero come loro rappresentante inun concorso letterario.Scrissi una storia, la descrizione della lotta tra bene emale sotto lo sfondo musicale di “Notte sul montecalvo”. 69
  • 70. Scrissi con calma, al computer, ma soprattutto con ilcorrettore automatico che impedì alle a con l’h didistruggere il mio racconto.Tutti ammisero che avevo creatività e, da quelmomento, la professoressa prestò particolareattenzione ai contenuti che facevo emergere dai mieitemi.Infine, il tema per eccellenza, una traccia che mi diedelo spunto per svuotare ciò che sentivo sulla sfera dellamia biro.Lo riporterò così come lo scrissi allora e vi chiedoperdono se la forma vi apparirà grezza.70
  • 71. LA MIA VITA SCOLASTICA<< Sette anni e mezzo fa, puntuale come un orologio,ho fatto la mia entrata alle scuole elementari.Ho trascorso la bellezza di cinque anni della mia vitalì, considerato da tutti “il genio della classe”.Quando, un brutto giorno, mi hanno chiesto se volevofrequentare una classe di solo inglese o una di inglesee tedesco, il consiglio che mi diedero fu inglese etedesco. L’errore era fatto. Questa scelta mi ha toltotutti i miei amici, i bei voti e la voglia di studiare.La classe “X” è formata dai professori più severi delpianeta ed è quello che si definisce “un corso duro.”Nonostante la visibile differenza fra le elementari equesta sezione, mi sono impegnato e nel primoquadrimestre sono riuscito a conservare una mediafra il buono e il sufficiente, ma gli altri tre quadrimestrifino ad ora sono stati un vero inferno di insufficienze.Sono arrivato fino al terzo anno, e ora ? …Se riguardo allo specchio non sono affatto contento:sono diventato uno che disprezza la propria vita e nonsa perché esiste. 71
  • 72. Il mio punto di forza è la concretezza e so benissimoche, nel mondo, di concreto c’è poco. Il mio puntodebole, per ora, è lo studio delle lingue straniere e ditutto ciò che le riguarda. Sin dal giorno della mianascita mi hanno spiegato che la vita è studio, lavoroe morte e i miei occhi me ne hanno dato la conferma.Io non voglio vivere per aspettare la morte; voglio farequalcosa di utile. Cosa è cambiato in questi anni?Semplice, ora “penso” e non è affatto una bella cosa.Mia madre, un giorno, mi ha detto che il sogno di ogniuomo è la felicità e mi chiese cosa mi avrebbe resofelice. Gli risposi che volevo fare qualcosa diimportante e le chiesi cosa avesse fatto lei di tantoimportante nella sua vita. Rispose che aveva fatto me.Anche se dovrei, preferisco non commentare.In conclusione ho scoperto di essere uno dei tantiesseri umani che vivono passivamente, in modomonotono, sperando che tutto questo non sia vero.È meglio essere “ciechi” e non vedere i problemi cheessere geni e non poter far nulla. Non mi spaventa lamorte, mi spaventa la vita. >>72
  • 73. “Meglio essere ciechi e non vedere” questo è il motivoper cui i miei professori non mi avevano ascoltato, eratroppo difficile osservare qualcosa che non si capisce.Un lazzarone sapevano cosa era, uno stupido eraqualcosa di accettabile, ma io non avevo un nome,non avevo etichetta che potessero leggere.Scrissi che il mondo, ogni uomo in generale,preferisce non vedere.Scrissi che anche io mi arrendevo a ciò, a fingere chetutto fosse giusto e che il loro metro di giudizio fosse ilmigliore, ma, dentro di me, continuavo a sperare checapissero e smettessero di dirmi “Non sei stupido,quindi sei lazzarone”.La lettera che vi ho riportato è stata portata dalla miaprofessoressa di lettere all’attenzione di tutti gli altriprofessori e io spero che, in quei brevi minuti, loroabbiano provato quel brivido, quel risalire di un dubbioche professionalmente non dovrebbero provare, mache umanamente non potevano snobbare.“Se avesse ragione lui? Se ciò che dice fosse vero?Se davvero studia e davvero sa, perché non prende 73
  • 74. Ottimo nelle verifiche? ”.Da questa domanda sarebbero potute sorgere le basiper scoprire la verità, i fondamenti per giungere alladiagnosi di dislessia, ma molti dei miei professori nonsi lasciarono nemmeno sfiorare da quel fastidiosodubbio e, anche chi si lasciava toccare da ciò, nonpoteva far altro che riempire la propria mente diulteriori dubbi.Questo dubitare della propria infallibilità spinse la miaprofessoressa di italiano a riprendere in mano le miefrasi, i miei temi e, da tale dubbio, nacque quelladomanda posta alla fine di quei tre anni.- Hai scritto : “Ho 13 anni e mi sembra che ancoranon ho potuto vivere” la pensi ancora così, o ècambiato qualcosa? -Quella fu l’unica volta in cui mi venne posta unadomanda su di me che non pretendesse una rispostaunica e preconfezionata.Non era una domanda retorica, non era il classico:“Perché non studi?”74
  • 75. Non conteneva in sé un giudizio, né un rimproverosenza possibilità di obbiezione.Era una semplice domanda.Fu un segno, uno spiraglio e, ripensare a questa lievescintilla di luce, mi fa capire che il mondo puòveramente essere salvato, le persone possonoveramente cambiare e il futuro può veramente esseremigliore.Così me ne andai da quella scuola varcando quelcancello verde con la speranza in cuore, unasperanza che è stata la mia forza e il mio scudo finoad oggi.Non avevo più apparecchio ai denti né schiena curvané occhiali.Varcavo quella soglia a testa alta. 75
  • 76. OSSERVARE L’IGNOTO“La vita è come una retta orizzontale, che parte dameno infinito e si conclude a più infinito” Così scrivevonelle vacanze di quell’anno.“L’infinito sta al principio e alla fine, ma è presenteanche tra due punti qualsiasi di questa retta.Prova a contare i numeri che stanno tra 1 e 2,considerando un’infinità di cifre dopo la virgola, ecapirai”L’infinito sta all’inizio, alla fine e tra i punti, quindisapresti dirmi dove non è presente?“I punti che noi definiamo, i punti a cui diamo unnome, quelli non rientrano più nell’infinito, quei puntinon fanno più parte dell’ignoto”Così scrivevo in una serata d’estate, riflettendosull’assurdità della mia situazione.Mi sentivo come uno di quegli infiniti numeri chevengono approssimati con un etichetta: 2, 1, 4 maanche lazzarone, scansafatiche, stupido.76
  • 77. Sapevo che il mondo non sapeva cos’ero veramentee sapevo che non potevo cambiare il mondo da solo,ma se dovevo subire l’attacco del mondo avreicomunque venduto cara la pelle.Io riposavo nell’estate che conduce alle superiorimentre mia madre meditava su quanto le avevoraccontato:L’avevo avvicinata più volte in quell’anno scolastico ele avevo chiesto con cruda semplicità: “Perché non mivuoi bene, perché non mi aiuti a capire cosa ho?”Mia madre si era interrogata su questo e mi portò inuno studio psicologico per farmi fare alcuni test.Io li avevo svolti prima degli esami e non avevoancora avuto notizia di come fossero andati, ma ero,comunque, sicuro di una cosa:alcuni test erano per il calcolo del QuozienteIntellettivo e ciò avrebbe sicuramente significatoqualcosa.Se i test avessero detto che ero stupido nessunoavrebbe più infierito chiamandomi lazzarone. 77
  • 78. Mentre, se avessero detto che ero un genio, nessunomi avrebbe potuto chiamare stupido.In conclusione uno dei due insulti sarebbesicuramente sparito e questa era, a mio parere, unaconquista.Non posso dire di aver atteso quel verdetto contrepidazione.Non mi importava più del giudizio degli altri e questo èprobabilmente l’unico, vero insegnamento che hopotuto ottenere in quei tre anni di medie.Non mi importava di fare brutte figure, ne di essereallontanato, perché non avevo più nulla da perdere e,questo mi consentiva di essere molto meno inibitorispetto ai miei coetanei.Non avevo paura a scendere in pista quandofacevano la discoteca all’aperto, ne problemi adessere me stesso fino in fondo, perché nessungiudizio poteva incidere più in profondità delle piaghedel passato.78
  • 79. Scrissi la bozza di uno testo teatrale e, con alcuniamici del campo estivo, lo trasformai in uno spettacolocomico.Tramutai le mie riflessioni in una rappresentazioneche mostrava la cinicità delle persone,estremizzandola per far risaltare la follia del mondoche vuole etichettare tutto e inventare il senso dellavita.In fine ci misi la faccia interpretando il personaggioprincipale e il risultato fu degno degli applausi chericevette.Fu un’estate memorabile, vissuta molto piùintensamente di quanto avrei sperato, ma per quantointensa era comunque destinata a finire.Passai le ultime ore di quella vacanza a riflettere sullafelicità e mi imposi di raggiungerla con la fretta di chinon avrà più tempo per nulla.Tutti mi avevano detto che le superiori erano molto piùimpegnative delle scuole medie e che lo studiodoveva aumentare esponenzialmente se volevofarcela, quindi potete intendere la forma della mia 79
  • 80. preoccupazione. “Studiare più di quanto già nonfacessi” e quando lo trovavo il tempo?Se mi fossi dato al digiuno e avessi smesso didormire, forse avrei rimediato qualche ora, ma credoche biologicamente sarei morto, anzi, o le basiscientifiche per dimostrare che sarei morto.Ritornai a casa con queste domande esistenziali, mafortunatamente il caldo della pianura incenerì i mieipensieri lasciandomi lunica volontà di riposare, finche potevo, per poi passare con gli amici quelleserate rinfrescate dal buio.In quelle giornate non ero pienamente felice, maneanche triste, viaggiavo semplicemente in quellostadio intermedio che sta a metà tra la soddisfazionee il sentire che qualcosa manca, sentire che non seiancora pienamente felice. Credevo che avrei ottenutola felicità insieme alla licenza media, ma in quelle seremi resi conto che ero solo uno studente in attesadellanno successivo.80
  • 81. Dovevo ancora dimostrare al mondo quello chevalevo realmente, perché non mi capacitavo di averspeso tutte quelle ore sui libri in vano.Sapevo di sapere e non avrei più permesso che unamenzogna mi fosse posta come verità assoluta.Con questo spirito sarei entrato alle superiori: conforza, sicurezza e una motivazione che, da sola,avrebbe potuto spostare le montagne. 81
  • 82. NOME E PROMESSAQuando nessuno sa chi sei realmente puoi ancheurlare a squarciagola, ma nessuno vorrà maiascoltarti.Alla gente serve un nome per capire: vogliono untermine conosciuto che combaci con la tua situazione,poi pretendono anche che questo nome sia collegatoa un’etichetta che ne indichi la terapia medica oeducativa per risolvere le imperfezioni e le anomalie.Molto spesso mia madre racconta di come io abbiavissuto con serenità la scoperta di essere dislessico,ma riflettendo, non avrei potuto vivere questascoperta in modo negativo.Il nome Dislessico era solo un altro nome, unaltraparola che aveva la pretesa di definire quello chesono, ma a me non servivano né parole né definizioniper sapere chi ero.Ricordo bene lo sguardo basso di mia madre, quandomi parlò dellincontro che aveva avuto con lapsicologa.82
  • 83. Ricordo che stavo per andare a dormire quella sera emi venne spontaneo chiedergli se avesse ricevutonotizie. Lei mi rispose che ne aveva avute e che lapsicologa aveva scoperto qualcosa di cui mi avrebbeparlato il giorno successivo.Cosciente della situazione, bloccai mia madre:- Nonho sonno.- le dissi -…parliamone ora. -Mia madre si sedete e mi disse che avevano trovatouna “roba” che non era una malattia e che sichiamava dislessia.Poi mi disse che non era una cosa poco diffusa,poiché circa una persona su venti è dislessica.Mi ribadì che era complicato dire chiaramente in cosaconsistesse e che avrebbe voluto spiegarmelo ilgiorno successivo, ma vedendo la mia insistenza sidecise a tentare questa difficile impresa.- La Dislessia è ... - esordì senza trovare le parolesuccessive.Arrancò per qualche secondo, poi mi disse:- Haipresente quando dicevi di far fatica a leggere e di nonriuscire a completare le verifiche per questo? - 83
  • 84. Io annuii e lei concluse:- Bene, questo è provocato dalfatto che sei dislessico. -Io non dissi nulla e mia madre capì:- So che, per te,questa notizia non dice nulla di nuovo... - commentò -...sapevi già quello che avevi, ma la novità è che oralo sappiamo anche noi.-Emisi un breve suono, poi abbracciai mia madre eandai a dormire, cercando di pensare solo al positivodi tutta quella vicenda che si concludeva quel giorno.La speranza che da quel giorno in poi le ingiustiziesarebbero finite apriva il mio sorriso, ma la confermache mia madre mi aveva dato riapriva ferite e dolore.Avevo sempre avuto ragione e tutti mi avevanosempre dato torto.Questo mi faceva stare male anche nel momento incui avrei dovuto gioire.È questo che faccio ancora fatica a perdonare.Mia madre andò a dormire probabilmente sorpresadal fatto che non avessi urlato, ne puntato il ditocontro di lei, accusandola di tutti i mali che miavevano rovinato la vita.84
  • 85. Il mio parve un perdono e le mie intenzioni eranoesattamente quelle, ma, è altrettanto vero, che unipotetica sfuriata non avrebbe cambiato nulla: nonavrebbe cancellato tutti quegli anni di ingiustizia e nonavrebbe dato ai miei genitori altro segnale che la miasopraffazione di fronte al dolore.Non era questo il concetto che volevo lasciare in quelmomento, poiché il dolore che provavo non era comeuna lancia che trafigge dando una morte rapida, maassomigliava ad una lunga agonia che si eraprolungata per tre anni.Ora tutto era finito, tutto poteva essere dimenticato.Ebbi la tentazione di cancellare tutta la mia vita perricominciare da capo, mi procurai una cartelletta rossae raccolsi tutti i residui di quegli anni.Pagine colme di frasi che dovevo riscrivere 100 volteper punizione, esercizi ricopiati decine di volte perchénon eseguiti in bella copia.Brutte copie di italiano con l “A” con l “H” sbagliata. 85
  • 86. Pagine con schemi copiati e ricopiati allinfinito, neltentativo di farmi assimilare a forza ciò che era, però,già stato assimilato alla perfezione.Scrissi con un pennarello rosso la parola “ODIO” suogni pagina e scagliai contro il muro ogni cosa che miricordasse quegli anni appena trascorsi.Urlai, tirai pugni al pavimento, facendo esplodere lamia furia che pareva inesauribile.Avrei voluto che tutto quel rancore si riversasse sulpassato che stavo distruggendo e che sparisseinsieme ad esso.Avrei voluto urlare con tutta la mia forza dalla cima delcolle più alto.Avrei voluto dimenticare, ma non lho fatto.A cosa serve un ricordo dimenticato o una vitacancellata? Serve solo a giustificare il male, lasofferenza e lignoranza.Io avrei potuto dimenticare, ma così facendo avreidato il mio consenso a chiunque, oggi, ripete gli errorie provoca le ingiustizie di cui sono stato vittima.86
  • 87. Pensai a mio fratello e al dubbio che potesse esseredislessico anche lui.Pensai ai miei futuri figli e compresi che anche loroavrebbero potuto, con buona probabilità, trovarsi nellastessa situazione.Avrei potuto permettere che anche loro subisseroquanto avevo subito io?No, non potevo permetterlo, non potevo dimenticare.Alzai lo sguardo e trovai lo specchio che riportava lamia immagine distrutta e furente.Quello sguardo scuro non era solo furia.In quello sguardo nacque la mia promessa. 87
  • 88. DUE SETTIMANE “ISTITUTO TECNICO INDUSTRIALE STATALE BENEDETTO CASTELLI”,un nome ingombrante ed imponente, sinonimo distudio e selettività.Una scuola grande, unaltissima percentuale dibocciature e una particolare antipatia per coloro che,come me, erano usciti con una valutazione appenasufficiente.Io volevo frequentare quella scuola ad ogni costo perdimostrare che la mia preparazione era ben più chesufficiente e ridare dignità a ciò che sapevo.Io volevo fare lelettronico, comprendere ilfunzionamento dei computer, assemblarli, progettarli eprogrammarli; mi interessava questo e non sarebbestato uno stupido voto a placare la forza della miamotivazione.Non avrei permesso che altri decidessero cosa potevoo non potevo diventare e, quindi, puntai i piedi con la88
  • 89. forza di un mulo testardo e non indietreggiai di unmillimetro.Una mia professoressa delle medie, ancor prima degliesami, disse scuotendo il capo:- Tempo due settimane e lo sbatteranno fuori con duecalci nel sedere. -Quelle parole costituivano una sfida potente e io nonmi ero mai arreso senza lottare.Mi iscrissi a quella scuola nella consapevolezzadellimpegno che mi veniva richiesto, ma rincuoratodal pensiero che non sarei rimasto solo come allemedie.Mi giunse, infatti, notizia che il mio migliore amico emio cugino si sarebbero trovati in classe con me.Questo punto fu un buon inizio, ma non erasufficiente.Io avevo una grossissima palla al piede che intendevoaffrontare subito.I miei professori dovevano sapere della mia dislessiae dovevano saperlo subito. 89
  • 90. La psicologa, che mi aveva diagnosticato, mi avevaraccomandato di aspettare a parlarne perché sarebbevenuta lei personalmente per riferire il tutto.Ovviamente, lei poteva indicare quali erano le miedifficoltà, i dati rilevati nei test e lelevato punteggioottenuto nel calcolo del QI, ma per poter parlare, lepsicologhe, hanno bisogno di una riunione con lapresenza di tutti i docenti, riunione che deve essereautorizzata dal preside, dal vicepreside, dal tutor e dalbidello che alla fine è quello che detiene il vero potereovvero le chiavi dellaula.La psicologa si sarebbe impantanata nella burocraziae, qualora fosse riuscita a parlare ai miei docenti,lavrebbe sicuramente fatto utilizzando un linguaggiocomplesso e forbito, che la sua professione impone.Quanto esprimo non vuole introdurre al disprezzoverso il linguaggio ricercato, ma io amo lapragmaticità e la palese esplicitazione del concettopreso in questione per consentire allinterlocutore diimmortalarne il contenuto su supporti cartacei.(se avete capito quello che ho scritto sopra allora vi90
  • 91. prego di non offendervi, in caso contrario traduco:“Non ho niente contro chi parla ricercato, ma pensoche, chi parla come mangia, aiuta i docenti chedevono prendere appunti su fogli di carta.”)Non fu per sfiducia, ne per altro, semplicemente nonpotevo permettere che i miei professorifraintendessero la mia situazione.Decisi che il pantano della burocrazia è un male deimaggiorenni e, poiché io non rientravo ancora inquella categoria, ero perfettamente libero di parlarecon chiunque. La mia natura era ed è quella delragazzo timido, riservato e taciturno, ma la situazionemi imponeva di cambiare e sfoderare una forza chenon credevo di avere.Senza attendere oltre, mi informai sulle teorie inerentila dislessia e feci un rapido riassunto dei terminiutilizzati per descriverla.Attesi la fine di ogni ora e bloccai uno ad uno tutti imiei professori, parlando loro in termini chiari einequivocabili. La prima fu la mia professoressa diitaliano che, al termine “dislessia”, non sobbalzò ne si 91
  • 92. dimostrò perplessa.Lei aveva già avuto un alunno dislessico: un ragazzodi due anni più grande di me che, successivamente,mi presentò. Di fronte a quel primo approccio, tirai unsospiro di sollievo, ma contemporaneamente notai,una possibilità di fraintendimento.Studiando la dislessia avevo scoperto che essa vienecatalogata come D.S.A., ovvero disturbo specificodellapprendimento e, una particolarità che mi avevacolpito da subito, era data dal fatto che, nel linguaggiodei professori e degli esperti, spesso si dice dislessianon solo per indicare la difficoltà nella lettura, ma ingenerale per indicare linsieme dei D.S.A., checomprende anche “disgrafia”, “dislalia”, “discalculia” e“disortografia”. Pertanto mi sorse il dubbio fondato chele mia professoressa si stesse confondendo.Parlando con quel ragazzo i miei dubbi ebberoconferma: la sua era una dislessia/discalculia.Le sue difficoltà derivavano da unorigine comune allamia, ma erano differenti:io avevo difficoltà a riportare i passaggi delle92
  • 93. disequazioni, lui aveva problemi nel calcolo, io facevofatica a leggere i paradigmi dinglese e li confondevo,lui aveva problemi nel dettato di inglese e così via.Ciò nonostante lincontro con un altro ragazzo, cheviveva problemi simili ai miei, mi giovò e mi diedeottime speranze.Proseguii la mia opera di informazione/insegnantibloccando uno ad uno tutti gli altri professori.Ottenni il sobbalzo che la professoressa di italianonon aveva fatto e spiegai loro cosa fosse la dislessia,nella rapidità che il cambio dora impone. I professorisi dimostrarono disponibili ad ascoltarmi, ma volleroverificare leffettiva corrispondenza delle mie parolecon i fatti, perché fidarsi è bene ma non fidarsi èovvio.Mi rimboccai le maniche e mi preparai ad affrontarequesto tacito esame, consapevole che sarebbe statosolo il primo dei mille esami della vita. 93
  • 94. LE DUE VERIFICHEUno tra i dubbi che assaliva i miei professori eraquello che io volessi semplicemente fare il furbo,ottenere agevolazioni che mi consentissero diraggiungere il massimo risultato al minimo dellosforzo, o cose simili.Il dubbio era legittimo e io ero consapevole di questogiustificato scetticismo.In effetti io avrei potuto fare il furbo e chiedereagevolazioni enormi in virtù della mia dislessia, ma hopreferito non farlo.Si, è vero, la possibilità fa luomo ladro, ma il criminenon paga e io preferivo essere bocciato mantenendoquellintegrità che mi ero costruito negli anni dellemedie.Nella mia scheda che venne presentata al consiglio diclasse vennero chiaramente esplicitati gli strumenticompensativi di cui avevo bisogno.In primis, il tempo per finire le verifiche e, poi, vi eralelenco di tutti gli altri strumenti di cui in generale un94
  • 95. dislessico può disporre.Io ero consapevole delle mie difficoltà e sapevo che,la semplice concessione del tempo in più, mi avrebbeconsentito di risolvere gran parte dei miei problemi edi superare lanno. Puntai tutta la mia insistenza suquel punto, che ritenevo di vitale importanza etralasciai gli altri strumenti compensativi checadevano in secondo piano.In una verifica la professoressa di matematica(probabilmente sotto consiglio di quella di italiano) michiese se volevo utilizzare la calcolatrice e io rifiutaiquello strumento dicendole che non era quella la miadifficoltà. Io non avevo problemi di discalculia, ma dilettura. Notai lo stesso fraintendimento anche con laprofessoressa di inglese che, probabilmente memoredellesperienza con laltro ragazzo dislessico,intendeva esonerarmi dal dettato (Lunica partedellinglese che, per assurdo, mi riesce bene).Non ho voluto avvalermi di questi strumenti, ne ho maiconsiderato lidea di approfittarmene, ma ,per quantoriguardava il tempo, non potevo dire di non averne 95
  • 96. effettivo bisogno. La professoressa di matematica,dopo aver letto la mia scheda, valutò il punto cheriguardava la velocità di lettura.Probabilmente lho già ripetuto mille volte, ma è benericordarlo: la mia velocità di lettura è pari alla metà diquella di un ragazzo non dislessico e, diconseguenza, la mia scheda richiedeva che mi fosseconcesso il doppio del tempo per completare laverifica o che mi venissero date verifiche con la metàdegli esercizi, per far si che potessi completarle e nonfossi costretto a vedermi strappar via la verifica permetà incompleta.La mia professoressa probabilmente rimaseincuriosita da tutto ciò e, sicuramente, osservando lamia verifica completa per metà si domandò serealmente era solo il tempo a impedirmi di prendere lasufficienza.Un giorno, senza preavviso la professoressa miconsegnò il compito dove spiccava in rosso il voto 5,che corrisponde allinsufficienza e poi, senza daretroppe spiegazioni, mi disse di mettermi con il banco96
  • 97. nellangolo e mi diede unaltra verifica sullo stessoargomento. Se, per la prima verifica, il tempo stabilitoerano 50 minuti, per la seconda me ne diede 100 e ilrisultato fu direttamente proporzionale.Avevo studiato alla perfezione quellargomento, ma,nonostante tutto, avrei preso linsufficienza, se nellamente della mia professoressa non fosse sorto queldubbio e non avesse voluto verificarlo.Mi hanno messo alla prova, ma non ero io ilprotagonista di questa impresa.I protagonisti sono stati i miei docenti, sono le lorocertezze e le loro ferme opinioni, quelle che, di frontea questa esperienza, hanno subito il cambiamento piùradicale. Io vorrei dirvi che questa dimostrazionematematica mi ha spianato la strada e che il doppiodel tempo, da li in poi, mi è sempre stato concesso intutte le materie, ma non è andata così.Molti miei docenti, per impossibilità a livello di ore oproblemi affini, non mi diedero più tempo o silimitarono a farlo solo in alcuni casi; ma ciònonostante, laver dimostrato ai miei professori di aver 97
  • 98. effettivamente studiato e di conoscere le cose, midonò qualcosa di superiore rispetto a qualsiasi altrotrofeo. Ottenni il loro rispetto e, in loro, leggevo laconsapevolezza di quello che era il mio impegno.Loro sapevano che, chiunque, con il doppio del tempopuò fare meglio, ma erano consapevoli che non si puòdare 5 ad una persona che con il tempo appropriatoprenderebbe 10. Io credo che lobiettivo di un buonesaminatore sia quello di valutare ciò che lalunnoeffettivamente conosce, non il limitarsi a correggereun test basato sulla velocità. Questo può apparirecome un sentimentalismo, la volontà di valorizzarelimpegno di chi non ce la fa, ma, al contrario, si trattadi un concetto strettamente pratico.Un chirurgo dislessico che per tutta la sua vitascolastica ha sempre preso voti mediocri, in virtù diquesta problematica, ha una conoscenza moltoaccurata degli argomenti e, per assurdo, li conoscemeglio di uno che ha avuto voti migliori dei suoi.È per questo che si dice: “Se devi farti operare sperache il chirurgo sia dislessico”.98
  • 99. IL MOTORELa mia sfida con la scuola superiore era appenainiziata, ma già avevo conseguito una grande vittoriache avrei voluto conseguire parecchi anni prima.Avevo dimostrato la mia buona volontà, e il mioimpegno era stato riconosciuto, e accolto con rispettoda quei nuovi professori.Il tempo del gioco dellumiliazione era finito, nessunomi avrebbe più affibbiato il termine lazzarone e, lunicomio rimpianto, era quello di non aver vissuto quelgiorno prima delle superiori.Pensai che, anche i miei professori delle medie,avrebbero provato lo stesso rispetto se solo avesserosaputo e, che così, valeva per tutti i professori chenon conoscevano la dislessia. Mi posi un sacco didomande e feci un sacco di ragionamenti astrusi, maalla fine tutto si limitò a poche e definite conclusioni.Pensai che quel ragazzo dislessico, che laprofessoressa mi aveva presentato, aveva 99
  • 100. frequentato la terza media del mio stesso istituto e,che io non lavevo mai incrociato.Pensai che probabilmente molta gente che conoscevoera dislessica, e crebbe in me la volontà di incontrarealtri ragazzi con le mie stesse difficoltà.Con questo spirito mi recai allA.I.D. (AssociazioneItaliana Dislessia), e notai con dispiacere, che sitrattava di un semplice gruppo di genitori ed esperti,che si riunivano per parlare di problematiche inerentila burocrazia scolastica e i metodi per ottenere glistrumenti compensativi.Non erano presenti ragazzi dislessici, e non si parlavadirettamente delle situazioni pratiche che la scuolaponeva di fronte a noi ragazzi.Io mi sentii come un pesce gettato sulla terra ferma eascoltai passivamente quanto veniva detto.Si parlò dellelezione di una nuova presidentessa edella volontà di cambiare sede, e io rimasi in unangolo senza aprir bocca.La riunione finì e alcune mamme, vedendomi,sorrisero moderatamente prima di uscire.100
  • 101. Io ero deluso, e nella mia mente scorreva una chiaradomanda: “Dove sono gli altri?”Mi risposero che, solitamente, un dislessico vuoledimenticare il passato e non spreca una serata aparlare di avvenimenti che evocano ricordi dolorosi.Probabilmente era vero, ma io continuavo a credereche quel dolore avesse un senso.Continuavo a pensare che, quanto avevo passato,derivasse da uno sbaglio che non doveva essereripetuto. Ora ne avevo la certezza: io dovevoriprendere in mano quel passato e tramutare queldolore in forza di reazione.Dovevo ricordare, mostrare la crudezza dellingiustiziaperché, solo così, avrei potuto costruire un futurodiverso dal passato.Un futuro migliore …si, questo era ciò che volevo ed èper questo che mi sono mosso. 101
  • 102. MOVIMENTO SPONTANEOIl mese successivo mi recai alla nuova sede e ascoltainuovamente gli avvisi e le comunicazioni.Sentii parlare di particolari strumenti: sintesi vocale elibri parlati dellUnione Italiana Cechi. Mia madreappuntò ogni cosa, e io continuai a seguire con laormai classica domanda che scorreva nel cervello.Ad un certo punto, il discorso si aprì sullargomentodislessia e scuola, e vi fu un rapido botta e rispostasulla questione “insegnanti e modalità per fareinformazione nelle scuole”.Io esitai ad immettermi nel discorso, per paura di farebrutta figura o essere giudicato, ma in breve compresiche nel peggiore dei casi avrei ricevuto parole didissenso che non erano molto differenti da quelle cheavevo udito per tre anni. Alzai la mano, e la tennialzata finché non vollero voltarsi verso di me.Espressi la mia opinione, parlando con i termini chiarie abbastanza esaurienti, che facevano capo alla miadiretta esperienza.102
  • 103. Il risultato fu un ammirato silenzio, seguito da unbreve applauso.Non credo che questa ammirazione derivasse dallamia dialettica, ne dalla particolare bellezza delle mieparole, ma semplicemente dalla soddisfazione di chisi rispecchia in quanto viene detto.Io parlavo di unesperienza e, coloro che hannoapplaudito, lo hanno fatto perché in questa esperienzahanno visto il vissuto scolastico dei propri figli.A partire da quellincontro cominciarono a fermarmi,alluscita, mamme disperate, che mi scongiuravano diparlare con i loro figli.Volevano che trasmettessi loro lentusiasmo e lafiducia nel futuro che traspariva dal mio parlare.Io chiarii subito il probabile errore, spiegando loro chenon ero nato a Betlemme e non potevo imporre lemani per risolvere i loro problemi.Ciò nonostante molte mamme mi offrirono un invito apranzo, nella speranza che io incontrassi econoscessi i loro figli.Tanta stima era, per me, una grandissima fonte di 103
  • 104. gratificazione, ma, allo stesso tempo, sentivolimpossibilità di rispondere a tutti quegli inviti. Senzaindugiare, proposi a questi genitori di premere per larealizzazione di un incontro studiato appositamenteper i ragazzi.La pressione dei genitori sul direttivo e la miadichiarata disponibilità a farmi promotore di questainiziativa, diedero successivamente vita al GruppoGiovani che oggi come allora, si raduna ogni primomercoledì del mese presso la sede dellA.I.D. diBrescia.Espresso in due righe sembra facile; forse perché, inlinea di principio, non esiste cosa più semplice.Lincontro tra persone che vivono unesperienzasimile, dovrebbe apparire come esigenza naturale e inquesto caso la sua utilità è estrema.Tuttavia la burocrazia, la sicurezza e le responsabilità,hanno fatto si che questa volontà di incontrarsi nonpotesse prendere vita.104
  • 105. Era necessario avere i mezzi, le persone indicate,lapprovazione di fantomatiche autoritàdellassociazione.Effettivamente, devo ammettere che tali discorsi sonolegittimi e rispettabili, ma altrettanto rispettabile era ilnostro diritto di avere una possibilità di incontrarci.Dopo continue pressioni e titubanze, il direttivoacconsentì ad aprire un incontro alla presenza deiragazzi.Probabilmente, non si aspettavano unaffluenzamassiccia, e credettero che i ragazzini avrebberotranquillamente affiancato i genitori ascoltando idiscorsi dei grandi. È inutile dire che, chi pensava ciò,venne colto da unimponente sorpresa.Laffluenza di ragazzi fu superiore ad ogni loroaspettativa e in contemporanea anche il numero deigenitori aumentò esponenzialmente.La palestra utilizzata per lincontro era sufficiente soloa contenere il gruppo dei genitori e di conseguenzadovettero procurarmi un altro spazio per consentirmidi tenere lincontro dei ragazzi. 105
  • 106. Tutto avvenne nella frenesia di chi non è pronto a farfronte ad una simile richiesta e io, in mezzo a quelmarasma, mantenevo la mia tranquillità.Mi diedero la palestra adiacente a quella dove si stavasviluppando lincontro dei genitori.Era un ambiente ampio e dispersivo, i ragazzi eranoparecchi e io potevo contare solo sullappoggio di unaragazza dislessica delle superiori, che appariva piùagitata dei genitori.La mia indicazione era stata quella di portare ragazzidelle medie e, al limite, di quinta elementare; ma si sache le mamme sono al di sopra di ogni legge.Trovai ragazzi di prima/seconda elementare e,successivamente, me ne portarono anche di piùpiccoli. Io raccolsi questo gruppo estremamenteeterogeneo attorno ad un cerchio; mi presentai, e mipresentai come Dislessico.Successivamente si parlò della scuola, si discusse delpiù e del meno, si giocò, si fece un sacco di rumore.Quel rumore dava fastidio, e impediva agli adulti diproseguire in tranquillità la loro riunione, ma quello era106
  • 107. il rumore che deriva da qualcosa di nuovo cheprepotentemente emerge.Ai ragazzini presenti, quel giorno, non è rimastoimpresso il programma di sintesi vocale che gli homostrato, ne la piccola discussione sulla scuola cheriassumeva le motivazioni di quellincontro.No, delle mie parole rimase solo il termine Dislessico,che avevano sempre visto come una sottospecie diparolaccia e che, ora, gli appariva come nome propriodel ragazzo che si è fermato tutta sera a giocare escherzare con loro.Questo fu il primo incontro del Gruppo Giovani: unaserata complessa e, apparentemente, priva di ordine,ma da questa serata si svilupparono risultatiinimmaginabili.Senza accorgermene, avevo dato a quei ragazzini itre punti fondamentali che consentono ad unapersona di vivere con serenità il problema delladislessia:-Presentandomi come dislessico li spronai a nonvergognarsi di ciò che sono. 107
  • 108. -Facendoli incontrare diedi loro la consapevolezza dinon essere soli.-Giocando mi posi come un amico, disponibile adaiutare e, questo, diede loro la sicurezza e lasperanza.Molti, dopo quell’incontro, si domandarono qualestrana terapia di gruppo avessi adottato, ma, igenitori, (che a turno entravano nella palestra persupervisionare il tutto) confermarono quanto vi horaccontato.Non si fa alcun tipo di terapia allinterno del GruppoGiovani, questa è la prima regola che imposi; ma glieffetti dellincontro tra questi ragazzi si sono semprerivelati altrettanto utili e positivi.Lincontro successivo ci si incontrò con i genitori e,non era difficile leggere in loro lentusiasmo riflessodai figli. La volontà di un nuovo incontro per i ragazziera forte, ma il direttivo puntava a temporeggiare,poiché intendeva trovare unadeguata sistemazione eintendeva costruire unorganizzazione più forte.108
  • 109. Chiesero di rinviare il prossimo incontro del GruppoGiovani e di limitarsi a semplici incontri per genitori,almeno per un po; ma non sapevano che èimpossibile arrestare un fiume in piena.In risposta alla decisione di rimandare lincontro deigiovani, i genitori e i figli risposero facendo orecchioda mercante e, così per tutti i mesi successivi,lassociazione dovette prendere atto della presenza diun movimento spontaneo di ragazzi dislessici, cheintendevano incontrarsi discutere e giocare assieme.Non si poteva impedire ad un dislessico di parteciparealle riunioni sulla dislessia e, allo stesso tempo, non sipoteva unire la riunione degli adulti allincontro deigiovani. In modo unanime venne avanzata la richiestadi una stanza stabile, dove il Gruppo Giovani potesseriunirsi e, per fini di controllo e responsabilità, mivenne affiancato, a rotazione, un membrodellA.I.D.,che aveva il compito di vigilare sullasicurezza dei ragazzi e controllare il mio operato (datala mia giovane età).I primi incontri in questa nuova sala toccarono, in 109
  • 110. termini molto leggeri, argomenti di particolarerilevanza che emersero spontaneamente dallasemplice domanda: “Come va a scuola? ”.È strano pensare che tanti ragazzi, di età distante traloro, potessero trovare in quelle discussioni tantasintonia, ma questo è ciò che avviene quando adaccomunarli è un’esperienza così forte.Non saltavano e non correvano avanti e in dietrocome dei pazzi e, lattenzione che mi riservavanoquando parlavo, era ben diversa dal silenzio che glialunni riservano allinsegnate.Mi ascoltavano… si, ma come si ascolta un amico cheti sta raccontando la cosa più interessante del mondo.110
  • 111. LO SCATTO B/H1Per i ragazzi di cui mi occupavo io ero un grande, ma,per il mondo, restavo un piccolo studente che avevaancora molto da dimostrare.Dovevo lottare ogni giorno contro i voti da recuperaree gli argomenti spinosi, ma lo facevo con una nuovaforza, perché la mia motivazione non era più ristrettaad una soddisfazione personale, ma derivava dallaconsapevolezza che i miei successi avrebbero donatosperanza ai miei ragazzi.Le mie mattinate iniziavano con una svegliastrategica, impostata ai limiti delle possibilità umane,per consentirmi di dormire più a lungo possibile.Avevo esattamente 5 minuti per: scendere le scale,percorrere la via traversa e prendere il pulmino che sifermava allincrocio con la via principale.Ho detto prendere? Scusatemi, intendevo perdere,perché, come avrete capito, non riuscivo mai adessere alla fermata in tempo. Scendevo dalle scalesparato come un proiettile, mi aggrappavo al 111
  • 112. corrimano per effettuare la curva a U in velocità e, unavolta uscito dalla porta, cominciava la corsa. Treerano le cautele da tenere in conto:1- Ogni rettilineo è unoccasione per controllare se haidimenticato labbonamento del pulmino.2- è sconsigliabile allacciare le scarpe in corsa.3- se credi che dietro allangolo che stai per superarenon ci sia una simpatica vecchina... beh ti sbagli digrosso, ogni angolo ha la sua vecchietta.Una volta raggiunto la stradina che conduce allafermata, lautobus arancione sfilava davanti ai mieiocchi. In quel secondo, la crudeltà delle cose, vuoleche siano due le linee che attraversano quella via eche, il tuo spirito positivo ti inviti a pensare chelautobus sia laltro, quello che porta dallaltra partedella città; ma trenta secondi dopo raggiungi lafermata e hai giusto il tempo di chiedere: “era lH1?” ericevere la sconfortante risposta positiva.Ricordo che, la prima volta che persi il pulmino, mivenne naturale prendere laltra linea che percorrevatutta la via principale prima di svoltare dalla parte112
  • 113. opposta. La linea “B” passava 40 secondi dopo elautista aveva il pedale facile, e riusciva sempre araggiungere lH1 prima del bivio.Il mio autobus stava li davanti a meno di un metro didistanza. Io scendevo dalla B per prendere lH1, maquel lasso di tempo era troppo breve per raggiungerela parte anteriore e, di conseguenza, mi trovavo con leporte chiuse in faccia. Senza perdermi danimo,partivo in scatto schivando passanti e lampioni esuperando in salto gli scatoloni delledicola, infineraggiungevo la fermata successiva, tagliando la curvadel semaforo che mi consentiva di arrivare prima delpulmino. In conclusione “Jack 1, pulmino 0”E, per quanto riguarda il riscaldamento di educazionefisica, ho già dato. Ora, la domanda che ogni soggettodotato di senno porrebbe è:“Che stradiavolo centrano le gare con lautobus con ladislessia?” la risposta è ovvia: “Niente, cosa voleteche centri”, 113
  • 114. ma sono sicuro che non vi accontentereste di unaconclusione simile, quindi sarò costretto a svelarvi ilmotivo che mi ha spinto ad imprimere questo ricordonella mia mente.Lautobus è come la scuola: corre veloce, più velocedi te e, da piccolo, questa velocità ti coglie di sorpresae lautobus ti passa davanti, ti sfugge di mano.In quel caso puoi arrenderti e aspettare quellosuccessivo o continuare a correre.La B, lautobus dietro, è la strada alternativa che noidislessici troviamo per raggiungere la velocità deglialtri e, lo scatto B/H1, è la nostra più grande vittoria.In quel tratto, gli altri, fanno i conti con il semaforo econ limpossibilità di tagliare la curva, fanno i conti coni propri limiti. In quel momento la tua vera forza simanifesta e avviene il sorpasso.Si parla spesso di grandi inventori dislessici e discienziati che hanno visto dove altri non potevano;beh, queste sono persone che hanno fatto quelloscatto, mentre tutti gli altri erano bloccati al semafororosso dei limiti.114
  • 115. STRUMENTI COMPENSATIVIGli anni corrono, spinti dai tempi dello studio e delleverifiche, i consigli di classe si riuniscono per pagellini,scrutini intermedi e valutazioni finali.La prima superiore si rivela estremamente difficoltosa.La scuola che ho scelto è difficile, e non lascia unattimo di tregua, ma, quanto meno, non rischio diannoiarmi.Col passare dei mesi perfeziono il mio metodo distudio, puntando molto sulla schematizzazione dellelezioni.Mi appunto ogni argomento, e cerco ogni metodo peraggirare il problema della lettura.Cerco quelli che vengono chiamati “strumenticompensativi”, che non sono, semplicemente glistrumenti informatici che leggono oppure i cd con iltesto della verifica: quelli possono essere metodi persopperire ad alcune problematiche, maindubbiamente finiscono per crearne altre. 115
  • 116. Per chiarezza vi dico che gli strumenti compensativisono soggettivi: a un dislessico può essere utile lacalcolatrice; ad un altro il correttore automatico; ad unaltro, magari, basta che il professore legga ad altavoce la consegna.Nel mio caso, gli strumenti compensativi scolastici silimitavano al tempo in più e, questa richiesta, non eraeccessivamente onerosa per i miei professori, poichéio stesso mi facevo carico di richiedere lorasuccessiva allinsegnante che aveva lezione in quellasso di tempo.In linea teorica, avrei potuto richiedere verifichedifferenziate, con la metà degli esercizi e, diconseguenza, evitare di dover perdere lorasuccessiva; ma, così facendo, avrei solo alimentato irancori.Mettendomi nei panni dei miei compagni di classe,anche io non avrei accettato il fatto che una personafosse esonerata dal fare metà degli esercizi.116
  • 117. “...cavolo gli ultimi 3 esercizi erano impossibili, perchése tutti abbiamo preso 5, il dislessico che, come noi,non ha fatto quei 3 esercizi, deve prendere 6? ”Questo è il punto: io dovevo fare tutta la verifica,avere le stesse prove degli altri e il tempo necessarioper finirle, questa era giustizia e non cercavoscappatoie.Ad ogni verifica prendevo la mia biro e il mio foglio,seguivo i professori nellaula dove erano diretti e, lì,completavo il compito.Vi ho già detto quanto importante fosse per melascoltare le spiegazioni in classe, con esse avevo lapossibilità di apprendere senza dover fare affidamentosolo sui libri che per me erano territorio ostile.Ecco: perdere una spiegazione andava a mio danno;per questo motivo utilizzavo solo il tempoindispensabile per finire la verifica e poi, rapidamente,ritornavo alla mia classe per ascoltare la lezione.In questo modo svolgevo le verifiche e nessuno, diconseguenza ha mai avuto nulla da obbiettare. 117
  • 118. Questo concetto vale per me, per i miei professori eper i miei compagni di scuola, ma non crediate che siacosì per tutti.Tutti i miei ragazzi del Gruppo Giovani riscontravanoproblemi con i docenti che, spesso, si rifiutavanocategoricamente di dare loro ciò di cui avevanobisogno.Per giustificare questo rifiuto, affermavano che nonera corretto verso gli altri alunni, dicevano che darepiù tempo a uno significa dover dare più tempo a tuttie che ciò non è possibile.Parlavano di giustizia loro, mentre davano ad unragazzino un voto che non meritava affatto.Questo, in teoria, avrebbe dovuto rendermi furente;ma, in pratica, non fece altro che suscitare unasconsolata pena.Il mio sconforto non derivava dalla compassione per imiei ragazzi, ma era, piuttosto, la triste constatazioneche i loro docenti non avevano capito una Tubo (nonè un errore di sintassi). In conclusione, adottai deimetodi drastici, dicendo a quei ragazzi che i loro118
  • 119. professori dovevano imparare cosa fosse realmente lagiustizia, perché, come dice uno studioso americano:“Giustizia non è dare a tutti la stessa cosa, ma adognuno ciò di cui ha bisogno.”Ora potrei parlarvi in termini molto filosofici dellagiustizia, ma il succo rischierebbe di perdersi nellacomplessità dellintreccio di parole.Ho deciso quindi di lasciarvi un mio testo, pubblicatonel 2006 sul Forum Libero “dislessia-online”, nellasezione Top Ten. Questo testo aveva lo specificoobiettivo di chiarire il concetto di giustizia e distrumento compensativo. Come vedrete, il tutto, èmolto schematico e, vorrete scusarmi, se essoribadirà concetti già detti; ma, se ora ve lo pongo, èperché, realmente, il problema della giustizia vieneesibito come un ostacolo insormontabile e, spessoalle famiglie e ai dislessici in prima persona, mancanoi termini corretti per dimostrare che si tratta di un falsomuro. 119
  • 120. GIUSTIZIAAlcune persone mi dicono che non si può “aiutare” undislessico per giustizia verso gli altri. Ora, vorreiriflettere sul concetto di aiuto che viene richiesto daidislessici e, spero di chiarire che si tratta di una cosalecita e naturale:La valutazione scolastica dell’alunno è suddivisa indue parti che riguardano due soggetti: la scuola e lostudente i quali prendono due diversi impegni:Impegno da parte dello studente1- acquisizione dei dati: lo studente studia e assimila icontenuti e le conoscenzeImpegno da parte della scuola2- verifica dei dati: tramite interrogazioni orali o scrittidi vario genere si verificano le conoscenzeIo, come tutti gli altri studenti, mi sono impegnato nelprimo di questi due punti, e l’ho fatto nel seguentemodo:120
  • 121. 1- acquisizione dei datila mia velocità di lettura è la metà di quella normale,quindi, per studiare da solo, ho bisogno di un tempodoppio rispetto a quello normale.Di conseguenza, se calcoliamo che, perimmagazzinare tutti i dati previsti dal programmadidattico, sono necessarie 3 ore di studio, mi servono6 ore per concludere tutto.Questa tecnica lho personalmente testata, e vuol direalzarsi alle 7, arrivare a scuola alle 8meno 10 etornare a casa alle 2, mangiare, studiare, mangiareconcludere lultima ora di studio alle 10( poi mi lamento perché non ho una ragazza ).PIANO B:Se qualcun altro legge per me, risparmio il 50% delleore di studio e assimilo più informazioni diconseguenza ho cominciato a:- chiedere a mia madre di leggermi i libri di storia.- proporre a un mio compagno di scuola il patto: “Tumi leggi ciò che c’è scritto sul libro di tecnologia e io tispiego che cosa significa” 121
  • 122. In mancanza di tali supporti mi sono rivolto adun’efficace ancora di salvataggio:- LA PRIMA PERSONA CHE TROVI.È celebre la frase che ho pronunciato l’ultima voltasull’autobus:- Scusi signora, ho dimenticato a casa gli occhiali, misaprebbe dire cosa c’è scritto da pagina 26 a pagina45? -Fin qui tutto bene, ma ho notato che, anche se il miostudio mi consente di conoscere alla perfezione unargomento, le valutazioni che ricevo non riescono adessere sempre corrispondenti alla mia quantità diconoscenze:2- verifica dei datiNelle prove orali l’unico problema è la lentezza;quando scrivo alla lavagna, perdo tempo percontrollare rileggendo con velocità sempre pari a ½.Nell’orale non arrivo al 10, ma quando non sonostanco riesco ad ottenere dei 9.122
  • 123. Nello scritto simili voti sono utopia pura.Sullo stesso argomento, nel quale il giorno primaavevo preso 9, mi ritrovo con valutazioni pari oinferiori al 5.Questo è dovuto al fatto che, le verifiche scritte, tispingono a leggere non solo le indicazioni, ma anche ipassaggi che fai e che devi riportare nel passaggiosuccessivo.Di conseguenza, a parità di tempo, un dislessico conla mia velocità di lettura, svolge il 50% della verifica(se svolge tutto correttamente prende 5).CONCLUSIONE :Il punto 1, un dislessico lo esegue con grande fatica eappoggiandosi ad altre strutture.Il punto 2 necessita di un “aiuto”; dare al dislessico piùtempo, per far sì che possa concludere il compito,leggere ad alta voce le consegne o, qualsiasi altrostrumento che compensi questo problema divalutazione. 123
  • 124. Mi dicono che non si può dare più tempo ad undislessico per finire la verifica, perché non sarebbegiusto per gli altri.Di solito rispondo : “ Gli altri hanno il tempo per finirela verifica , il dislessico no.”In via teorica, mi servirebbero 2 ore per finire unaverifica che ne prevede una , ma … è già difficiletrovare un docente che ti conceda 10, 20 minuti in più.Questo è il mio caso... è uno dei meno graviprobabilmente.124
  • 125. PARADOSSIMolti dei miei professori, si stupiscono del fatto che ioottenga risultati migliori nelle verifiche più complesserispetto a quelle semplici, ma è ovvio, se ci riflettiamo:nelle verifiche semplici vengono dati, ad esempio 10esercizi, mentre una molto più difficile può essereanche solo un solo problema che richiede lunghitempi di riflessione.I tempi di lettura ed esecuzione sono un problema perme, poiché la lettura è lenta e, anche nellesecuzioneè necessario rileggere quanto si scrive, ma, se sitratta di ragionare, la difficoltà di lettura non influisce.Facendo due più due, si capisce che una verifica con20% lettura e 80% ragionamento, svantaggia ildislessico solo per il 20% del tempo complessivo.Quindi, poiché nel mio caso lo svantaggio provoca unrendimento dimezzato in proporzione al tempo,comprendiamo che, in tal caso, sono in grado disvolgere in unora il 90% della verifica; mentre, nelleverifiche che richiedono una percentuale di tempo più 125
  • 126. elevata per la lettura (ad esempio le comprensioni deltesto o i test a crocette), risulto ben più svantaggiato.Ovviamente sto banalizzando, omettendo diconsiderare le difficoltà aggiuntive derivanti dalladislessia, ma, in linea di principio, questo schemalogico spiega il paradosso della facilità delle verifichedifficili.Se volessi trattare in termini spregiudicati largomento,e consigliare ai docenti che verifiche proporre,sicuramente li dissuaderei dal dare per scontato chele verifiche a crocette siano le migliori.È vero, in una classe di 30 persone, quasi tuttiprendono voti molto più alti nelle verifiche a crocette,ma, considerando che siamo tutti adulti e vaccinati,non credo vi sconvolgerà la mia spiegazione logicadel fenomeno:le verifiche a crocette sono facili da copiare e,passarsi le risposte sotto finissimi codici cifrati, è unoscherzo per chi esercita professionalmente questaattività.126
  • 127. Pertanto, tutta la classe prende bei voti in quel tipo diverifiche; tutti tranne i poveracci che si trovano nelprimo banco.Molto spesso alcune mamme mi hanno chiesto se farmettere loro figlio nel banco davanti, poteva essereutile per far si che potesse seguire meglio la lezione e,quando mi chiedevano questo, io rispondevo che erautile solo se la professoressa non faceva verifiche acrocette.Un altro paradosso molto pesante è quello dellamemoria.Io in particolare e molti dislessici in generale, siamodotati di una memoria a lungo termine, molto piùsviluppata rispetto alle persone non dislessiche e,questo, si nota nella vita più che nella scuola.Io riesco ad imparare un testo teatrale di Pirandellodopo averlo ascoltato una volta e a memorizzare, alivello spaziale, le sezioni di una biblioteca; adesempio.Lovvia perplessità che sorge, a livello scolastico, è:“Perché, se hai una memoria tanto sviluppata, non 127
  • 128. conosci a memoria tutti i vocaboli di inglese che hodato da studiare per la verifica?”La domanda appare legittima, ma non lo è per chivede le verifiche con occhio attento.Le verifiche sui vocaboli sono così strutturate:a sinistra, i corrispondenti italiani dei vocaboli inglesipiù particolari trattati nei testi dellanno e, a destra, lospazio bianco per scrivere il vocabolo inglesecorrispondente.I vocaboli sono solitamente attorno alla quarantina;conoscerli tutti, ricordare come si scrivono e,soprattutto, finire in 30 minuti risulta abbastanza arduoper tutti, ma levoluzione delle tecniche degli studenti,che va di pari passo con levoluzione tecnologica,consente di rimediare a tutto ciò.Lo strumento utilizzato, è uno tra i più potenti mezzi diconoscenza a breve temine: studio e la verifica riunitinel medesimo tempo.Mi pare inutile dire che, questo straordinario mezzo èvolgarmente chiamato “bigliettino”, e che ha laspetto128
  • 129. di un innocuo pezzo di carta contenente tutto ciò cheti serve sapere.Il bigliettino viene nascosto nei luoghi più impensabili:interno forato del banco, parte esterna della persiana,risvolto dei pantaloni, biro, matita, gomma, temperinoe in alcuni rari casi, viene direttamente marchiato afuoco sul braccio.Personalmente, devo ammettere che faccio piuttostofatica ad utilizzare questi strumenti; non perchémanchi di creatività, ma, semplicemente, perchéimpiegherei troppo tempo per leggerli e verreiscoperto vanificando tutto.Nelle verifiche sui vocaboli ho sempre preso votipessimi e, probabilmente, è per questo motivo che mistanno particolarmente antipatiche, ma non credo siabiasimabile affermare che non sono le prove piùattendibili del mondo.Questi sono i principali paradossi, e spero di avervimostrato quanto, in fondo, non vi sia nulla di astrattone metafisico in queste situazioni. 129
  • 130. Molte persone dicono che la dislessia provocasituazioni spiacevoli e complicate allinterno dellascuola, ma questa frase è errata, poiché è la scuola aprovocare queste situazioni, quando ha a che fare conragazzi dislessici.Si punta tutto su una scuola della velocità, e pocosulla scuola dei contenuti, si prediligono verifiche acrocette e pare che, solo agli esami di maturità, ibigliettini non siano ammessi.(Questa affermazione è stata scritta prima del 20Giugno 2007 data dei miei esami di maturità).130
  • 131. IL CUORE DEL DEMONE“Cosè che manca ancora, cosa mi fa stare ancoramale?”Il demone, nato dal mio passato, era rinchiuso nel miopetto in un fragile riposo.Non potevo distruggerlo, poiché era impossibilecancellare lira che ancora covavo nel profondodellanima.Non volli annientarlo, perché distruggere il passatoavrebbe sgretolato le basi del futuro, quindi diedi lucea quelle ali scure e il demone si trasformò trovando uncuore.Smisi di rinchiudermi nel desiderio di rivalsa, non miimportava più di tornare alla mia vecchia scuola persbattere i miei successi in faccia a chi non credeva inme.Ora volevo solo garantire un futuro agli altri, airagazzini che condividevano con me quella difficileesperienza. 131
  • 132. Mi buttai in quel grande progetto di un Gruppo Giovaniallinterno dellA.I.D.Ripresi nelle riunioni degli adulti la mia esperienza edesortai i genitori a portare i figli agli incontri perragazzi.Superai le problematiche derivanti dalla timidezza e lavergogna, utilizzando il famoso metodo della cartache tanto ha affascinato i membri dellA.I.D.Il metodo era semplice: quando un genitore mi dicevache avrebbe avuto piacere a portare suo figlio, mache questi aveva troppa vergogna per venire, allorascattava il mazzo.Io estraevo una carta da gioco( preferibilmente un Jack ) e scrivevo su di essa il mionumero di telefono.Consegnavo la carta alla mamma e le dicevo che erafondamentale che desse questa carta al figlio, e chegli comunicasse le seguenti parole: “Jack ha detto chetiene parecchio a questa carta; te la lascia per unmese, poi devi andare da lui e restituirgliela, sopra cèil suo numero, se non riesci ad andare al prossimo132
  • 133. incontro puoi telefonargli e dirgli che gliela riporti laprossima volta.”Questo metodo pare il frutto di una mente bacata, eforse è proprio così, ma dà esattamente i frutti chequesta mente intendeva ottenere.Mettendomi nei panni di un ragazzo dislessico, cheprova vergogna a venire ad un incontrodellassociazione, ho pensato che lunica cosa che miavrebbe potuto spingere a fare una cosa simile, eralidea di entrare in quella sede con tre fermeconvinzioni:1 sono qui non perché io voglio essere qui, ma perchéqualcuno mi ha detto di venire qui(non pretendete nulla da me).2 non è vero che non conosco nessuno, perché devocercare questo Jack, che è quello che mi ha invitato(non sono lultimo arrivato).3 nessuno mi ha chiesto di parlare di dislessia enessuno, a parte Jack, sa che sono dislessico(zero rischio). 133
  • 134. Ora vi chiederete perché ho messo lopzione delnumero di telefono?Niente di particolare: la possibilità di chiamarmi nelcaso in cui non possano riportare la carta è undiversivo.Sapevo perfettamente che nessuna persona, soggettaalla vergogna, arriverebbe a prendere il telefono echiamare un perfetto estraneo.Potrei dirvi che queste carte sono tornate tutte indietroe che la timidezza non ha mai avuto il sopravvento,ma sarebbe una menzogna.Molti aderirono, e contribuirono a far crescere ilgruppo, altri, hanno ancora in mano la mia carta e nonhanno ancora avuto la forza o la voglia di giocarla.Chissà cosa riserva il futuro?Può darsi, che il mio gesto si sia risolto in semplicicarte perdute e rovinate; o forse, quando nesentiranno la necessità, questi ragazzi si ricorderannodel mio gesto e sfrutteranno quel numero, che ho fattoin modo di non cambiare.134
  • 135. Si, devo ammetterlo, il trucco della carta è unabaggianata, ma come ho spesso ribadito “Le cosesemplici stanno in piedi a differenza di quelle cheabusano di organizzazione”.Il Gruppo Giovani si regge sulla buona volontà esullinteresse, che i ragazzi dimostrano per letematiche trattate.Non è un metodo, ne una terapia che si puòriassumere in un manuale su: “Come trattare ungruppo di dislessici”.Il gruppo è un movimento spontaneo, che ha distruttola barriera del “non si può”, del “non abbiamo lecapacità ne i mezzi per realizzare una cosa simile”.Se potete giocatevi fino in fondo e il vostro fervorespingerà il mondo ad aiutarvi.Il Gruppo Giovani ha avuto un’evoluzione spontanea egrandiosa, di fronte alla quale anche io dimostrosorpresa.Con il passare degli anni, il gruppo è cresciuto eanche i suoi componenti furono soggetti alle mutazioniche trasformano i bambini in ragazzi. 135
  • 136. A quattro anni di distanza, guardo ai più grandi( aiveterani del gruppo, che furono i primi a seguirmi)accorgendomi di quanto siano simili a ciò che ero io,quando ho incominciato questa avventura.Alcuni di loro, oggi, hanno 16/ 17 anni, e sono dei verie propri punti di riferimento per i più piccoli.Sono amici positivi, che non pretendono di darerisposte alle domande che i ragazzini pongono sulladislessia, ma, semplicemente, raccontano stralci dellaloro esperienza in confidenza, con lunico fine dirincuorare e infondere fiducia ai più piccoli.Su questo principio si regge la bontà e lutilità diquesto gruppo: loffrire la propria esperienza, erendersi disponibili ad aiutare ed accompagnare chista vivendo ciò che hai passato tu.Nel descrivere questo gruppo ai collaboratori, che dianno in anno mi hanno offerto la loro disponibilità peraffiancarmi, ho spesso utilizzato il termine amiciziapoiché è su essa che il gruppo basa la sua azioneconcreta.136
  • 137. Lo scambio dei numeri di cellulare dà la possibilità dicontare su un amico che vive le tue stesse difficoltà, esa darti indicazioni o conferme.Molto raramente, infatti, i ragazzi si aprono e parlanodei loro problemi allinterno dellincontro.Loro preferiscono fermarti nei momenti liberi oraggiungerti per telefono, e li dare sfogo a tutto ciòche sentono e che li affligge.Molte persone dimostrano perplessità di fronte allaparola amicizia e, fra queste persone, sono compresianche i più qualificati tra i miei collaboratori.Lamicizia pare, forse, un termine troppo generico enon dà chiare indicazioni sullattività che realmente sisvolge in questi incontri, ma io devo ribadire che, taletermine, è lunico in grado di spiegare il grandesuccesso di questa iniziativa.Esiste un punto centrale: “Il gioco collettivo”, ed è intale momento che le amicizie prendono forma.Inizialmente, questi giochi erano comunissimi giochida oratorio estivo, ma, successivamente, grazie alladisponibilità di collaboratori qualificati ed esperti, 137
  • 138. abbiamo acquisito unampia e interessante possibilitàdi varianti, che mantennero comunque loriginaleobiettivo: lincontro.Ai ragazzi più piccoli non importa quale gioco tuproponi, gli basta sapere che tu sei lì per giocare edivertirti insieme a loro.Ai ragazzi più grandi non importa se il gioco è troppobanale per loro, gli basta vedere il sorriso dei piùpiccoli e comprendere la bellezza di ciò che stannooffrendo.Come avrete intuito, credo profondamente in questogruppo e questo è dato dai rimandi positivi che hosempre ricevuto.Io non posso descrivere quanto questa iniziativa abbiainciso sui suoi diretti partecipanti, ma posso ricordarecon chiarezza il forte mutamento nellespressione deigenitori. Ho visto madri che, al gruppo adulti,raccontavano i propri figli con limmagine dei disperati,immersi fino al collo in problemi psicologici.138
  • 139. Quelle stesse mamme le rivedo il mese successivo,mentre portano il proprio figlio al gruppo e, la loroespressione, è completamente differente.Non parlano più di problematiche psicologiche e, pareche esse siano completamente svanite.Per assurdo, un gruppo che si impone un fine nonterapeutico, diventa per i ragazzi un’esperienza cheda benefici comparabili alle migliori terapie.Riflettendoci è ovvio: noi chiamiamo problemipsicologici quelli che in questo caso, sono semplicirisvolti derivanti da una esperienza negativa.Definiamo problema il fatto che, un ragazzo si sentasolo di fronte ad una difficoltà che crede essere unasua anomalia.Definiamo problema il fatto che non si senta adeguatodi fronte agli altri, che vede come diversi da lui.Definiamo problema il fatto che si vergogni di esseredislessico. Se questi sono problemi derivati da unambiente scolastico allora è giusto che sia un altroambiente a sfatare ciò che la scuola erroneamente fapensare. Questo non è un processo complicato, e si 139
  • 140. risolve spesso in poco più di un gioco e una stretta dimano. Io non ho inventato nulla; non ho creato unaterapia, ne un particolare modo di pensare. Hosemplicemente ripreso ciò che, ogni persona dotata disenno, farebbe; ciò che ogni dislessico adulto direbbead un ragazzino per aiutarlo nel suo tragitto. Un puntodi inizio dal quale è possibile far germogliare quellaconsapevolezza che eviterà ai nostri figli di rivivere lenostre esperienze negative.140
  • 141. LE NUOVE ALIGli anni passano, le stagioni cambiano, le verifichesfrecciano, le candeline sulla torta sono già 19.Le superiori sono state una sfida difficile, ma credo siavalsa la pena di lottare.“Verrà sbattuto fuori entro due settimane”, disserocinque anni fa e per tutti questi anni, mi è parso diattendere il momento della riscossa.Già mi vedevo con in mano le mie cinque pagelleprive di debiti, le quattro pagine dei primi della classestrappate dai giornali e la medaglia per i meritiscolastici stretta nel pugno (va bene mamma, useròuna sportina). Mi vedevo tornare alle medie davincitore, per rovesciare tutto il mio disprezzo soprachi non aveva esitato ad umiliarmi.Mi vedevo in veste di giustiziere, vendicatore epunitore, ma…no… quei vestiti non fanno per me.Non sarei altro che un inutile folle, se continuassi adalimentare il male dellumiliazione e, sarebbe triste,pensare che i risultati ottenuti in questi cinque anni di 141
  • 142. sfide siano finalizzati solo al compimento di una miapersonale rivalsa.Non può essere solo questo e non lo può essere,perché io ho lottato per qualcosa di più grande. Holottato per dimostrare una verità.Ho lottato per dimostrare ciò che i dislessici possonofare. In questi cinque anni di superiori ho parlato indiverse conferenze, portando la mia esperienza e lamia opinione. Spesso ho toccato il punto dellincontrofra i giovani e, altrettanto frequentemente, ho discussodella formazione degli insegnanti.Ho sempre ricevuto scroscianti applausi e ho avutoanche la soddisfazione di parlare ad un congressonazionale, ma le mie parole hanno un vero valore soloquando vedo tra il pubblico scorgo i miei ragazzi che,tirando la manica dei genitori, bisbigliano: - Io quello loconosco, quello è mio amico. -Tutto cresce e si fortifica per uno scopo.Il calciatore vive per la partita, latleta per le olimpiadie il guerriero per la battaglia.Io vivo per momenti simili.142
  • 143. Vi ricordate il primo capitolo di questo libro?Quella, è una lettera che risale a più di un anno fa. Hoscritto quel testo per chiarire, in termini pratici, ciò chela dislessia comporta. Intendevo utilizzare quelleparole per ribattere alle oscenità che spesso sileggono sui giornali. Vi sono articoli e commenti chenon hanno nulla a che fare con la dislessia, ma che, inun ambiente dove la questione è poco conosciuta, sirivelano fortemente incidenti e distruttivi. Proposi queltesto ai giornali che lo rifiutarono per due fondamentalimotivi:1- Io non sono laureato (né dott. né proff.)2- Il testo risultava troppo lungo.Nonostante ciò non mi placai. Sapevo che, lunicaarma contro la disinformazione, era la forza dei fatti:“La limpida cronaca della dislessia”,tale era il nome che avrei voluto dare alla mia lettera;ma sapevo che, un nome tanto forte, non avrebbefunzionato. Chiamai la lettera :“Non leggo ma lasciatemi scrivere” e la pubblicai suinternet attraverso il forum : www.dislessia.org/forum 143
  • 144. Attraverso il forum, quella piccola lettera ha potutocircolare fra i genitori di tutta Italia.Alcuni di loro lhanno letta hai figli, altri lhannofotocopiata e distribuita ai professori, per dare lorouna vaga idea di cosa si prova quando si ha a chefare con questa difficoltà.Altri, semplicemente, lhanno scaricata e inviata adaltri siti. Ogni tanto, trovo questo mio scritto posto conil nome di “Io dislessico” allinterno di siti per docenti(più di 10.000 visitazioni). Ho scritto molto altroallinterno del forum libero (di cui oggi sonomoderatore) e ho continuato, per mezzo di esso ilprogetto del Gruppo Giovani che, durante lultimoconvegno dellA.I.D., ha assunto forma nazionale. Ilforum mi ha dato molto; mi ha dato le ali di cui avevobisogno per raggiungere ogni scuola dItalia emantenere la mia promessa.Con questa sicurezza e questa serenità, oggi miincammino nell’oscurità degli esami e, se questisaranno un successo, il merito sarà vostro ragazzi.[19 Giugno 2007 sera che precede gli esami di maturità]144
  • 145. PROMESSELo so, ora voi vi aspettate che io vi descriva l’esame,le ore di studio, l’immane fatica delle prove e,soprattutto, il risultato in centesimi, ma temo chedovrò deludervi; ancora non so nulla e non voglioannoiarvi con pagine dense solo delle mie emozioni.Ciò che dovevo dirvi sulla dislessia lho detto e la miafuria da Demone Bianco può placarsi poiché ora soche sapete.Parlo con voi senza conoscere la vostra identità:potreste essere padri o madri di dislessici, esperti osemplici curiosi, docenti che amano il loro lavoro alpunto da scomodarsi a leggere questo libro.Non vi ho chiesto chi siete, non solo perché misarebbe stato impossibile, ma, soprattutto, perché ilibri non ti chiedono nome e cognome, né che lavorofai. I libri ti trasformano semplicemente nel soggettodel racconto e, ti riportano a te stesso solo quandoraggiungi la parola fine. Mentre leggevate avetevissuto ciò che ho vissuto io, avete corso dietro al mio 145
  • 146. autobus e subito le stesse ingiustizie che ho subito io;in parole povere, vi siete momentaneamentetrasformati in persone dislessiche.Voglio approfittare di questo momento e prolungarlo ilpiù possibile, affinché voi conserviate questo ricordo elo trasformiate in sguardo. Parlo di uno sguardo nuovonei confronti dei vostri amici, figli o alunni dislessici dicui ora conoscete le difficoltà. Ho detto che non sochi siete, quindi, è possibile, che voi siate i mieiprofessori delle medie; in tal caso voglio approfittareper dirvi che non provo rancore né ira verso di voi, masono, al contrario, consapevole che i vostri erroriderivano solo da una mancata conoscenza delproblema che, ora, spero si sia appianata.Io sono certo che, quando avete deciso diintraprendere la strada dellinsegnamento, lavete fattocon lintento di farvi portatori di conoscenza e, quindi,sono sicuro che farete fruttare e divulgherete ciò cheora sapete sulla dislessia.146
  • 147. Avete unopportunità immensa: quella di sconfiggereuningiustizia che deriva dallignoranza che ruotaattorno al termine dislessia.Oggi, voi tutti (genitori, insegnanti e curiosi) poteteparlarne al vostro collega, al vostro vicino di casa e,se avete problemi seri anche con alberi, cestini eoggetti inanimati di ogni genere, non importa, ciò cherealmente conta è che ne parliate, perché è assurdoche in Italia esistano ancora ragazzini dislessici chevengono bocciati, tartassati e definiti ingiustamentedei lazzaroni. Io ho promesso a me stesso che questonon avrebbe dovuto capitare più, e sto lottando contutte le mie forze per mantenere tale promessa.Oggi voi non lo credete, ma, domani, qualcuno vivràin un mondo costruito attorno al pilastro delle vostrescelte, quindi vi esorto ancora ad osservare le vostremani quando chiuderanno questo libro e ad utilizzarleper gettare le basi di questo benedetto futuro.Come scrisse un mio amico “un altro mondo èpossibile” costruiamolo un passo dopo l’altro. Jack 147