Billitteri, narrazioni taormina

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Billitteri, narrazioni taormina

  1. 1. “Senza dubbio sembrava un programma eccellente e articolato con grande chiarezza esemplicità; l’unico inconveniente era che Alice non aveva la più pallida idea di comemetterlo in atto; e mentre scrutava un po’ ansiosa fra gli alberi , dei piccoli latrati secchiproprio sopra la sua testa le fecero repentinamente alzare lo sguardo…”Mi piace raccontare una mia esperienza recentissima: sono “Alice” una dirigente, sicuramentemolto volenterosa e armata spesso di spirito “crocerossino” che dopo aver avuto una reggenzapresso un istituto comprensivo, ad anno scolastico inoltrato, si trova ad affrontare situazionidifficili e problematiche sia sui diversi aspetti educativo-didattici sia a livello organizzativogestionale.Il primo giorno di servizio presso quella scuola, seduta sulla poltrona della dirigenza, che misembrava enorme e scomoda, accoglievo e ascoltavo tutti coloro che chiedevano udienza perpoter presentarmi il loro problema. Man mano che uscivano, dopo aver relazionato sulproblema, li vedevo più rasserenati, come se il riferire il loro problema equivalesse allarisoluzione dello stesso. A fine giornata, la mia poltrona era diventata ancora più scomoda epiù grande! (Ora capisco il perché: non era la poltrona che si era ingrandita ma ero io che miero rimpicciolita!)Facendo leva sulle mie competenze relazionali, educative e didattiche, comincio ad elaborareun piano, proponendomi delle priorità legate all’urgenza e alla gravità dei problemisottopostomi. Ma come realizzare questo piano?Il primo problema che “Alice” pensa di affrontare riguarda il caso di un ragazzo “dallelunghemani“di 15 anni, agli arresti domiciliari (il cui padre è ergastolano e il fratellomaggiore in carcere per rapina), accusato di aver incendiato il negozio di un commercianteche non aveva voluto pagare il “pizzo”. Dallelunghemani veniva a scuola con un permessospeciale … per lui la scuola rappresentava l’unico contatto con il mondo esterno, per cui inquelle ore voleva “vivere” e non immergersi nella routine quotidiana di un qualunquestudente.Nonostante l’età, frequentava ancora la II media e nella sua classe le lezioni potevanosvolgersi solo con il suo benestare.Inutile a dirsi che le rimostranze, per questa spiacevole situazione, mi provenivano da tutte leparti: docenti, alunni e genitori …“Alice” sempre più piccola, cercava di trovare nel suo bagaglio quella competenza che lepermettesse di risolvere questa difficile situazione, ma il bagaglio sembrava sempre piùgrande ed Alice sempre più piccola. Ad un certo punto … i pressanti interventi di alcunigenitori , “latrati secchi proprio sopra la sua testa” le fecero buttare, repentinamente, all’ariaquel bagaglio che aveva faticosamente messo assieme e alzando lo sguardo oltre … capì cosaavrebbe dovuto fare per risolvere la situazione. 1    
  2. 2. Chiamai Dallelunghemani e gli chiesi cosa volesse fare veramente e lo invitai a darmi la suaversione della sua triste vicenda e come mai avesse commesso quel reato. Man mano cheDallelunghemani parlava “Alice” diventava sempre più grande ed il ragazzo di contro, semprepiù piccolo, palesandosi con tutte le sue debolezze e le sue difficoltà a relazionarsi con unmondo più grande di lui. Alla fine dell’incontro avevo assunto le mie normali dimensioni efinalmente avevo capito cosa fare.Dalla discussione con Dallelunghemani era emerso il suo interesse a frequentare un corso persaldatori meccanici. Avevo già deciso … A settembre prossimo, il ragazzo avrebbefrequentato quel corso!Dopo aver coinvolto i servizi sociali, chiamai la madre e la pregai di farmi un’istanza in cuimi comunicava che non avrebbe più fatto frequentare Dallelunghemani che avrebbeprovveduto autonomamente all’istruzione dello stesso.Grazie al sostegno e all’intervento dei servizi sociali, è stato inserito in un centro diaggregazione che frequenta con interesse, mattina e pomeriggio, perché sa che il suo obiettivoè vicino.Nel centro lo preparano per gli esami di terza media a cui si presenterà da privatista e …. sonosicura che supererà gli esami.Ristabilite le regolari proporzioni, ho avuto, con mio grande rammarico, i complimenti delconsiglio di classe per la felice conclusione del caso, avevo tolto dalla classe quell’elementoche non li faceva lavorare.Perché il rammarico? Nessun docente mi ha chiesto per quale motivo, questa soluzioneavesse trovato la condivisione dell’alunno. *****Il suono squillante della sveglia mi desta da un sonno profondo e…,dalle spiagge assolate e ilidi affollati mi riporta improvvisamente alla mia stanza e ad una nuova realtà.“Che giorno è oggi?”- mi chiedo, strofinandomi gli occhi come a voler ridestare la menteancora offuscata dal sonno. Accendo il cellulare e il calendario che appare sul display miricorda la data: 1 Settembre 2001.Sto ancora riflettendo su cosa mi attende quando, senza quasi accorgemene, mi ritrovocatapultata in una nuova dimensione che non conosco ma di cui dovrò far parte.Varco la soglia della scuola, timorosamente e senza sapere esattamente dove sto andando ecosa sto facendo…; mi ritrovo in un ampio corridoio e, come colui che ha perso la bussola silascia guidare dal sole e dall’istinto, anch’io procedo guidata da un vociare che sembraprovenire da lontano. Le voci si fanno sempre più vicine e mi conducono ad un’ampia aulaaffollata da insegnanti che, ai miei occhi, appaiono impegnate in conversazioni animate, 2    
  3. 3. sembrano infervorarsi per qualcosa, ma non capisco cosa…noto che l’età media si aggiraintorno ai 48 anni e mi sento così distante da loro.“Cosa posso avere in comune con loro?”- è il primo pensiero che mi attraversa e a seguiretanti altri interrogativi intasano il mio cervello, “cosa ci faccio io qui?”, “come ci sonoarrivata?”, “cosa mi aspetta?”…una sola risposta riesco a darmi, “non lo so!”.Timidamente e quasi furtivamente entro in aula e vado a cercare un posticino in fondo infondo, laddove potermi nascondere dietro qualche testa e mimetizzarmi con l’ambiente fino adiventare impercettibile. Noto che le insegnanti mi scrutano senza chiedere; mi sento come unalieno lanciato da una navicella in avaria in un mondo sconosciuto, popolato da stranecreature che mi guardano per capire da dove provenga. Qualcuno osa chiedere: “di che seifiglia?”. Ma che razza di domanda è?”Di nessuno!” rispondo istintivamente, cioè è ovvio che io sia figlia dei miei genitori, madicendo NESSUNO voglio dire che non sono lì in veste di figlia che accompagna o che cercaun genitore, sono un’insegnante anch’io, per quanto strano possa sembrare, essendo,apparentemente, solo una ragazzina poco più che ventenne.Questo è l’inizio del viaggio che, il 18 Aprile 2012, mi ha condotta fino a Taormina.Dal giorno del primo collegio, passo il tempo a cercare di capire qualcosa in più sul mioruolo, i miei compiti, i miei doveri, i miei diritti; leggo riviste di didattica, sfoglio i libri ditesto, ma soprattutto cerco nella memoria del mio passato da studente di scuola elementareper recuperare qualche ricordo che mi dia un input. SPLASH…faccio un buco nell’acqua! Ilricordo è sfumato, l’unica cosa che ancora percepisco come fosse ieri è l’antipatia che nutrivoverso l’inglese, o meglio verso l’insegnante d’inglese, eppure io ho studiato inglese e dovreiinsegnare proprio quella stessa disciplina che da discente ho odiato.Mi tornano in mente frasi incomprensibili da studiare a memoria e il volto serioso, a tratti“rabbioso” della mia maestra d’inglese.“Io non voglio essere come lei!”, almeno di questo sono certa.Tra ricordi e letture mi schiarisco le idee sul “programma” da seguire, analizzo gli obiettivi,associo i contenuti alle classi, preparo le lezioni; così mi rassicuro, convinta di sapere cosafare, di aver fatto chiarezza, eppure… ho la percezione che qualcosa mi sfugga.Arriva il fatidico primo giorno di scuola.Seconda tappa del mio viaggio: una bolgia infernale!!Dal silenzio delle aule universitarie, eccomi sprofondata in chiassose aule elementari, misembra di stare nel girone dei dannati e mi chiedo: “ma cosa ho fatto di male per stare qui?”.Indietro non si torna, quindi in un modo o nell’altro occorre agire, d’altronde ho con me lamia borsa di Mary Poppins, piena di fotocopie, di belle lezioni programmate con cura, hochiari gli obiettivi e i contenuti, ma ecco cosa mi sfuggiva…COME mettere in atto tutto ciò!?Non avevo pensato al modo, o per dirla con professionalità alla metodologia. 3    
  4. 4. Dunque, riflettiamo…se ci ritrova dentro un labirinto, per capire qual è la strada giusta, quellache porta all’uscita, bisogna iniziare a camminare, provare a percorrere qualche strada, tentaree anche sbagliare.Chiedere…? Beh, in un labirinto in genere ci si ritrova soli, per cui tutt’alpiù possointerrogare me stessa, farmi le domande e darmi delle risposte, ma in fondo un’insegnante nondovrebbe porsi continuamente dei quesiti? Prima di interrogare gli altri non dovrebbeinterrogare se stessa? prima di valutare non dovrebbe essere capace di auto valutarsi e primadi insegnare non dovrebbe forse essere capace di apprendere…?E se nessuno sa dirmi come si insegna la mia disciplina, se nessuno sa indicarmi la rotta daseguire, allora devo guardarmi attorno, scrutare attentamente, cercare per trovare qualcosa,un’illuminazione, una lampadina che si accenda nella mia mente. Insomma, devo essere ingrado di stilare, da bravo capitano, le mie carte di navigazione per non naufragare, perché conme affonderebbero anche quei “dannati” ,collocati in diversi gironi, che giornalmente mivengono affidati.Come Alice, anch’io scruto tra gli alberi ansiosa… e il mio percorso di ricerca va avantiormai da 10 anni, tra alti e bassi, passando per mari tempestosi e acque tranquille,fronteggiando nemici e pericoli e incontrando amici, combattuta tra la voglia di scappare e laforza di andare ancora avanti, perché la ricerca, si sa, non è cosa semplice e il metodo perfettoe preconfezionato non esiste, come non esiste un’unica strada da percorrere. Esistono tantestrade e stradine, tanti approcci da modulare in base alle esigenze dei ragazzi e tanti modi permettersi alla prova continuamente.Nel mio “viaggio”, esattamente come Alice, ho incontrato un Bianconiglio che andava sempredi fretta e non aveva mai tempo per fermarsi a parlare con me; un Bruco che mi guardavadall’alto del suo fungo e mi “sputava” addosso il suo fumo; un gatto che sogghignava eabbozzava risatine ironiche; una regina di cuori, abituata a sentenziare e tagliare teste; uncappellaio matto che mi ha insegnato ad osare, a mettermi in gioco,con un pizzico diincoscienza e di sana follia, sfidando la monotonia e l’appiattimento, perché come sostiene ilcappellaio : “la gente vede la follia nella mia colorata vivacità e non riesce a vedere la pazzianella loro noiosa normalità!”.Muscar ? *****Ecco è arrivata una telefonata, finalmente, dopo tanto attendere per quaranta giorni unasupplenza è assicurata. Certo c’è il viaggio da affrontare, perchè il paese è in cima ad unamontagna e nella guida la prof. non è certo brillante, ma basta partire per tempo econcentrarsi, lo fanno tutti riuscirà pure lei. Il programma è fatto “articolato con grandechiarezza e semplicità”: partenza con largo anticipo, lezione pronta per le due classi in cuideve operare, tutto pianificato. Di buon mattino inizia il viaggio, la strada scorre ma nonmolto eppure sulla carta sembrava più breve, alla fine giunge alla meta. La prof. entra in 4    
  5. 5. classe con passo deciso, ma lo spettacolo che ha davanti è sconcertante: invece di alunniseduti, composti e silenziosi si ritrova una carambola di colori vocianti, sembrano un mazzodi carte da gioco gettate in aria da un giocatore impazzito. Seppur a fatica la prof. riesce asistemare fanti e dame ognuno al proprio posto e ad ottenere un semisilenzio, anche se ilprogramma ha subito uno scossone iniziale, pensa di poter finalmente procedere con il suo“programma ben articolato”, non ha però fatto i conti con l’arrivo del Jolly della situazione.All’ora successiva arriva spavaldo il Jolly che con aria decisa si avvia verso un posto vuoto, sisiede e con grande attenzione scruta la prof. supplente che trova in classe. Dopo un po’ ilJolly si alza e dice che esce dalla classe, la prof. lo raggiunge sulla soglia e gli dice che luinon puo’ farlo che deve restare in classe, mentre la prof. e il Jolly duellano verbalmente sul dafarsi, il mazzo di carte si è fatto improvvisamente silenzioso, magicamente ordinato, attentoallo scambio di battute per vedere chi sarebbe uscito vincitore. La prof. chiede perché vuoleuscire, il Jolly colto di sorpresa dalla domanda, perché evidentemente mai nessuno glielaaveva posta, cerca annaspando una risposta, alla fine dice che deve vedere se gli hannoportato la merenda, la prof. si accorge di essere ad un bivio “per di qua” avrebbe dovuto faruscire il Jolly senza dire nulla e lasciarlo andare in giro come il suo solito, ma avrebbe persoquel controllo che aveva ottenuto sul mazzo di carte, “per di là” avrebbe voluto seguire ilJolly ma doveva lasciare la classe. Cosa fare… ad un certo punto “scrutando tra gli alberi” laprof. decide di seguirlo, si mette al suo fianco e avanzano verso i bidelli che dicono che dellasua merenda non c’è traccia, girano quindi i tacchi e tornano in classe, dal mazzo di carteintanto non giunge alcun rumore, arrivando quasi sulla soglia il Jolly, con un sorriso sornionee ammirato, si complimenta con la prof. per la sua mossa con la quale aveva sventato il suotentativo di lasciare l’aula. Da quel giorno il Jolly accompagna sempre la prof. anche quandolei va nell’altra classe, chiede il permesso ai suoi insegnanti che glielo danno di buon gradosenza chiedersi perché il Jolly seguisse la prof. Ma i quaranta giorni passano la prof. va via eil Jolly resta. La prof. ancora si chiede è stata lei a guardare tra gli alberi o è stato il Jolly? Pietra Bellitto Grillo *****Non è facile dirigere una scuola di quasi 2000 alunni, di utenza medio-alta, apparentementepiù semplice da gestire, in realtà più esigente e pronta a contestare, a chiedere i “propridiritti”, non sempre facendo il proprio dovere. Si prova tanta soddisfazione dinanzi alleeccellenze, ai numerosi successi di studenti che vincono olimpiadi, certamina, concorsi vari,ma si prova anche tanto smarrimento dinanzi alle infinite difficoltà, che quotidianamente ognisituazione ti pone davanti, impietosa, e che, malgrado la professionalità del tuo staff, lacollaborazione dei docenti e del personale ATA, tutti pienamente coinvolti, spesso da soladevi comunque risolverti.Ti senti spesso Alice, piccola piccola, lì ad affrontare le cose tanto più grandi di te: comequando è nata la nostra “scuola in ospedale” per gli studenti della secondaria di II grado. 5    
  6. 6. Come Alice “non avevo la più piccola idea di come metterla in atto”, ma avevo il ricordoindelebile di chi avevamo seguito nella “scuola in ospedale” a Milano, una studentessa cheoggi non c’è più, a cui avevamo dato la gioia di continuare ad apprendere pur in unacondizione difficile. Avevo il desiderio e la voglia di consentire a chi è meno fortunato deitanti ragazzi che frequentano le nostre aule di godere del suo diritto allo studio e insieme allasalute. Così “scrutando tra gli alberi”, come Alice, ho “repentinamente alzato lo sguardo”: èstata firmata la convenzione con i Direttori generali delle tre grandi aziende ospedaliere dellacittà, sono stati definiti modalità e interventi con gli operatori sanitari responsabili delle variestrutture. Non avendo ancora un organico fisso, gli stessi docenti del liceo hanno cominciato aprestare la loro attività in ospedale in orari fuori dal loro servizio, gratuitamente, comesemplice volontariato, stanchi ma soddisfatti della loro opera. Quest’anno quattro docenti fissiin organico di fatto stanno prestando servizio negli ospedali cittadini, il prossimo annosaranno in organico di diritto: ogni giorno portano la scuola nei vari reparti, sono unapresenza gioiosa, concreta, vigile, attenta ai bisogni e alle esigenze di studenti provenienti nonsolo dalle scuole secondarie di II grado di Catania, ma anche dalle numerose scuole dellaprovincia e della Sicilia tutta. Usano le strategie didattiche più diverse secondo i bisogni deisingoli alunni e tenendo conto del loro stato di salute. Alle scuole di provenienza inviamo lacertificazione e la valutazione delle competenze. Gli alunni e le famiglie ci ringraziano:manteniamo, attraverso l’attività scolastica, l’aggancio e la continuità tra la realtà dell’alunnoospedalizzato e la realtà esterna, teniamo vivo l’interesse per le attività didattiche, riducendoanche la sua ansia, facilitiamo il suo reinserimento nella classe di appartenenza. I sentimentivalgono ancora qualcosa.Oltre ad “imparare ad imparare” e “imparare ad apprendere” bisogna anche “imparare ademozionare”. Gabriella Chisari *****Ho scrutato un po’ ansioso tra gli alberi…  Alessia è arrivata a scuola l’otto gennaio di qualche anno fa, trasferita in fretta e furia da unacittà all’altra, per ordine del giudice, la notte di San Silvestro.Dalla casa famiglia dove era stata inserita filtravano, per me, poche notizie, salvo unagenerica “complessità”.Un piano semplice, senza eccellenza, mi ha accompagnato naturalmente a inserire Alessianella classe meno numerosa, senza particolari problematicità.Il paese è piccolo, la gente mormora e le voci erano arrivate ai genitori prima dell’arrivo dellastessa bambina. 6    
  7. 7. Richiesta di un incontro immediato con il dirigente: “ Che Alessia sia trasferita in un’altraclasse”.Ed io: “Perché non in un’altra scuola, in un’altra città, in un’altra regione e così viadiscorrendo?”La classe si svuota per una settimana: “I bambini rientreranno solo quando Alessia saràtrasferita! Punto!”Il mio pensiero corre, per alcuni giorni, agli occhi di quei pochi genitori silenti. Sarannod’accordo con gli altri papà e mamme o stanno pensando?Quegli occhi mi lasciavano sperare, senza la complicità dei miei insegnanti.Pian piano, uno dopo l’altro, i bambini ritornarono a scuola.Dopo due anni le situazioni mutano: Alessia, per ordine del giudice, deve rientrare nellapropria città, ma non nella propria famiglia.Scatto da centometrista in un corridoio del convento francescano adibito a scuola.Stacco secco. Le braccia gettate attorno al mio collo.Alessia … grazie!!! Vito Emilio Picciché 7    

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