Non dobbiamo essere (più) complici s. barresi forum del 22.03.2012

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  • 1. Intervento al Forum “Giustizia, legalità, solidarietà …. Cittadini attivi!” giovedì 22 marzo 2012 – Crotone - NON DOBBIAMO ESSERE (più) COMPLICI !! –Ne corsi di filosofia morale e in quelli di filosofia politica si studiano teoriesulla giustizia, teorie che dicono quali caratteristiche devono avere unaazione, una decisione scelta, una volontà per essere giusta, oppure qualicaratteristiche deve avere una società per essere giusta.Quali caratteristiche deve avere una società per essere giusta?Purtroppo, oggi, c’è, in noi, una non conoscenza di come debbano essere fattele cose per godere di un certo valore.Esiste, quindi, una questione morale e civile da affrontare legata al valoredella giustizia. 1Ma cosa vuol dire “valore della giustizia?”Il valore della giustizia, cioè lo standard normativo associato a questa parola èpresente in modo tipicamente intuitivo, come una peculiare qualitàdell’azione, dell’interazione, dell’ordinamento di cui si tratta.Questo “intuire” è tipicamente un pensante sentire, senza il quale nonavremmo le caratteristiche risposte emotive ai mali e ai beni, come lo sdegnodi fronte ad una ingiustizia impunita, la gratitudine di fronte alla generosità,l’ammirazione per la capacità di sacrificio.C’è un problema e c’è una presa di coscienza, non di tutti, del disvalore che cista divorando la vita.Simon Weil diceva: <<il vero male non è il male, ma la mescolanza del bene edel male>>.Credo che abbia ragione, almeno nel senso che non c’è (più) coscienza morale.Penso che sia importante, oggi più di ieri, dal passaggio dalla prima allaseconda Repubblica (cosiddetta), soffermarci su una riflessione sulla“questione civile” e sulla “questione morale”.
  • 2. In Italia ci sono due “ismi” che sono percepiti come dei veri e propri insulti.Essi sono: “moralismo” e “individualismo”.Noi facciamo moralismo quando, per esempio, osserviamo i comportamentidi uomini pubblici che scambiano favori privati, quando vediamo sprechi dirisorse pubbliche a vantaggio privato, quando c’è menzogna o distrazioneideologica di fatti, anche se non ci siano illeciti penali, quando siamo aconoscenza di evasione fiscale delle tasse, o quando notiamo il cumulo deiprivilegi della casta o la pensione sottratta alle risorse pubbliche in tenera età,o ancora, l’abuso di potere nella gestione pubblica.In questi casi siamo come chi predica bene e razzola male, cioè ci dedichiamoallo sport di buttar fango.Tutto questo ci serve per giustificare, conclusione assurda, chi non ha uncomportamento moralmente a posto, così fan tutti e perciò va bene così,infischiandosi del precetto evangelico “chi è senza peccato scagli la primapietra” (Gv 8:7-11).Così fan tutti e perciò va bene così, un comportamento pieno di “omertà”:omertà sta al servilismo come la viltà sta alla prepotenza.Il secondo tratto è l’individualismo. Primo comportamento: io mi vedo i fatti 2miei del resto non mi interessa nulla.C’è, quindi, in questo comportamento, un individuo e non una persona chesfrutta per il proprio interesse tutto ciò che è pubblico e non.C’è un individuo che è autointeressato, egoista che nega tutto a chi non ècome lui, oppure non è, per esempio, del suo partito politico della sua cordata.In Italia abbiamo inventato lo spoil system all’italiana, mutuandolo dalleelezioni politiche americane, adattandolo alle esigenze dell’individuo egoistaautointeressato per il solo servizio personale.Chi paga per questo comportamento e atteggiamento? Nessuno se ne accorge,ma paga tutto il “corpo sociale”.La giustizia è trattata, oggi, come se fosse un affare di potere, il potere di farele leggi.Una legge traduce in norma un comportamento una (supposta) verità cheriguarda un valore.Ma è così?
  • 3. Pensiamo ai parlamentari che si fanno una legge sui loro stipendi senzapensare che oggi su 100 famiglie 87 non riescono a vivere perché con unreddito al di sotto della soglia di povertà relativa.Dove sta il valore in questo atteggiamento? C’è un torto? C’è una ingiustizia?Le nostre istituzioni sono purtroppo così screditate che facciamo fatica acomprendere.Pensiamo ad una cattedra regalata ad un servo e negata a un genio nelladisciplina in questione.Chi paga per questo torto? Chi paga per questa ingiustizia?Paga sempre e soltanto il “corpo sociale”.Allora, a questo punto, subentra, anche, uno sguardo “indignato”. Unaindignazione fondata che guarda al valore che sta alla base di un obbligo: se sidistribuiscono posti di lavoro come ricompensa di servizi privati a discapitodella competenza e dell’onestà cosa succede?Succede che questa violazione provoca uno scompenso sociale: servizipubblici scarsi, burocrazia che affossa, poca innovazione, fermo della crescita. 3Provoca anche (come torto personale) una ferita dell’anima che, a sua volta,può produrre un risentimento pericoloso per l’intera collettività – ci sonosvariati esempi che vanno dal bullismo al terrorismo. C’è anche un altrorisvolto, quello di sentirsi inadeguato per la società e decidere di togliersi lavita.Noi viviamo in Paese dove le risorse comuni e la legalità sono svendute, ossiavendute al migliore in cambio di consenso o addirittura di vantaggi particolariper i governanti e gli amministratori, e dove perdura l’incantamento di unarimozione spettacolare del male che facciamo a noi stessi.Pensiamo a tutti gli italiani che sopravvivono o prosperano attraversoconcessioni di impunità, come evasori, cementificatori, inquinatori di ognigenere. Pensiamo ai collocatori di veline o ai faccendieri, della politica e non,che lucrano su tutto.Se dall’indignazione si impara qualcosa, dal disgusto, dalla nausea, forsedobbiamo, ancora, imparare qualcosa.Da questi sentimenti dobbiamo recuperare l’intero contenuto moderno dellagiustizia come fondamento di civiltà, di polis e di civitas: la giustizia comefondamento della legge, come valore civile e politico.
  • 4. Ecco, allora, che entra la discussione, ormai secolare, di una nuova “classedirigente” che sia sapiente (per i governanti), sia coraggiosa (per i difensoridell’ordine), sia con temperanza (per gli imprenditori, artigiani,professionisti, etc).Siamo un Paese senza anima. Il nostro non è solo un Paese all’incanto, in cuicon la legalità si svende il principio stesso della pari dignità e degli egualidiritti dei cittadini, ma, addirittura, viene messo in discussione la libertà.Che cosa, infine, è dovuto a ciascuno?Partendo dal riconoscere che ogni individuo umano è persona morale, nondobbiamo pensare che non esistono persone perverse, o criminali incalliti.Dobbiamo, però, essere consapevoli e capaci di recuperare l’essenza di noistessi che abbiamo perso col diventare “moralisti”, “individualisti” e “cinici”.Non dobbiamo essere (più) complici!!Nel suo Diario, Piero Calamandrei (uno dei redattori del Codice di proceduracivile), scriveva: <<che ho a che fare io con gli schiavi?>>; ed ancora, CarloRosselli che pagò con la vita nel 1937, il suo progetto di una civiltà nuova divera <<giustizia e libertà>>. 4Anche Luigi Meneghello, accademico e scrittore, in un testo del 1976, edito daRizzoli nel 2009, dal titolo: “i piccoli maestri”, a pagina 85 scriveva: <<cosìdeve essere stato per i primi cristiani quando gli arrivava un apostolo incasa. Antonio non era solo un uomo autorevole, dieci anni più vecchio di noi:era un anello della catena apostolica, quasi un uomo santo […]. Sapevamoappena ripetere qualche nome, Salvemini, Rosselli, Gobetti, Gramsci, ma lavirtù della cosa ci investiva. Eravamo catecumeni, apprendisti italiani>>.Dobbiamo, quindi, tornare a respirare, rinnovandoci nella solidarietà,pensando e agendo in virtù del fatto che questa società non può vivere e nonpuò fare a meno di personalità morali.Oggi, anche la politica deve tornare ad essere affare di chiunque voglia esserepersona moralmente autonoma, e non libera di diventare serva. Prof. Dr. Salvatore Barresi