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  • 1. Management by Ethics La ricerca dei fondamenti etici di sviluppo sostenibile per i manager e le aziende (Formazione Filosofica e Umana Dirigenti) L'applicazione delle virtù e l'approccio allo sviluppo sostenibile nel lavoro di un manager Abstract Il presente lavoro affronta tematiche ormai consolidate nella letteratura economica, evolvendo verso un approccio antropologico e comportamentale. Ci si chiede se è bene parlare di convenienza dell’approccio etico agli affari. Ci si chiede se è sufficiente affidarsi a procedure e strumenti - quali i codici etici ed i bilanci sociali - per raggiungere la vita buona. In ambedue i casi la risposta che il presente lavoro offre non è positiva. Non si è convinti che l’etica possa essere strumento dell’economia. Non si è convinti che le procedure possano sopperire ai valori. L’obiettivo quindi non può che essere il manager, rispetto al quale intervenire affinché maturi un’etica improntata alle virtù che guidi il proprio comportamento. A fronte dello “short-termism” che tanto ha ispirato ed ancora ispira i comportamenti degli operatori economici, un orizzonte temporale lungo di riferimento delle proprie scelte deve imporsi, accogliendo, da parte di chi non riesca a trovare la via dell’accettazione di Dio, l’invito del Santo Padre veluti si Deus daretur. Francesco Sperandini Con il contributo di 1/20
  • 2. SOMMARIO Introduzione.......................................................................................................................3 Superiorità dell’Etica rispetto all’Economia.....................................................................5 Fare perno sulla Persona e non sull’Impresa...................................................................11 Come un manager può applicare le virtù nel proprio lavoro...........................................16 Il rispetto dell’impegno assunto..................................................................................16 Le penali......................................................................................................................17 La trasparenza..............................................................................................................17 Siamo anche arrivati a soluzioni in cui era la mia stessa Società ad autodenunciare i propri inadempimenti contrattuali, con due esiti formidabili: la fiducia da parte del Cliente ed il rigore all’interno della Società....................................................................18 ........................................................................................................................................18 Conclusione.....................................................................................................................19 2/20
  • 3. Introduzione Il titolo lascia intendere il taglio dell’intervento: non si parlerà di Impresa (come avviene per la Responsabilità Sociale di Impresa) ma di manager; non si parlerà di procedure ma di virtù; non si farà perno sull’ente (l’Impresa) ma sulla Persona. Quale il motivo che mi ha indotto a partecipare con entusiasmo all’iniziativa di PUSC e di CONSEL? Lo abbiamo già detto, quello di fare qualcosa perché non venisse persa un’opportunità. Uno dei passi che ho visto più riprodotti della Enciclica Caritas in Veritate è quello del capitolo 21 che ripropongo La crisi ci obbliga a riprogettare il nostro cammino, a darci nuove regole e a trovare nuove forme di impegno, a puntare sulle esperienze positive e a rigettare quelle negative. La crisi diventa così occasione di discernimento e di nuova progettualità. In questa chiave, fiduciosa piuttosto che rassegnata, conviene affrontare le difficoltà del momento presente1. Il Prof. Luigino Bruni (a cui profondamente attingerò in questo mio intervento) ha qualificato in altro modo l’opportunità offerta dalla crisi. Ogni crisi – personale e collettiva – è per sua natura ambivalente. Se ne può uscire rafforzati, magari scoprendo la propria vocazione profonda, oppure peggiorati, incattiviti dalle prove e dalle difficoltà. Sta a noi tutti, insieme, dare il giusto senso a quanto stiamo vivendo2. C’è da dire che è riduttivo prendere in considerazione la sola crisi economico/ finanziaria, tante e diverse sono le tematiche affrontate dalla Caritas in Veritate. L’economia, del resto, è solo una parte delle relazioni interpersonali. L’Enciclica è soprattutto un documento propositivo, che indica la via maestra da seguire per uno sviluppo autenticamente umano – di ogni uomo e di tutto l’uomo – in 1 Caritas in veritate cap. 21 2 Luigino Bruni in AAVV La crisi economica appello a una nuova responsabilità pag. 65 In un’altra parte del libro - pag. 63 - il Prof. Bruni dice: Questa crisi, nonostante la sua gravità e il grande dolore che sta procurando in tanti, può essere un’opportunità perché si apra davvero un dibattito sulla sostenibilità del capitalismo a cui abbiamo dato vita e può creare le condizioni culturali perché altre economie e altre finanze, che fino a pochi anni fa erano viste e considerate come proposte di nicchia e un po’ ingenue, possano svilupparsi e cambiare la natura della economia di mercato. i 3/20
  • 4. un mondo sempre più complesso e globalizzato3… la proposta del Papa si rivolge a ciascuno come guida all’operare in tutti gli ambiti di vita sociale che lo vedono impegnato4…. Ogni luogo di lavoro (per me ogni momento di relazione) infatti – pubblico o privato, profit o no profit, esposto o meno alla concorrenza di mercato – è luogo dove vivere la fraternità e perseguire il bene comune5. E’ centrale lo sviluppo integrale della persona, da intendersi cioè sotto tutti i suoi aspetti, umano, economico, sociale, familiare, ambientale e tecnologico. Non c’è solo quello che può interessare un manager, perché l’Enciclica non è rivolta ai soli manager, e non è rivolta al solo mondo dell’economia. Anzi, direi che il manager, il dirigente, è interessato dall’Enciclica perché uomo, perché persona, e non perché manager. Personalmente ero particolarmente curioso di leggere l’Enciclica, per vedere se potevo coglierne spunti che fornissero supporto ad un mio approccio al tema che ci interessa, - con cui ho “tediato” i Colleghi della PUSC e del CONSEL nei vari incontri dell’anno appena trascorso - approccio che potrei condensare nei seguenti due punti: 1) la rivendicazione della superiorità dell’etica rispetto all’economia, il che mi rende scettico nei confronti di tutti i discorsi che tendono a dire “sii etico perché conviene” 2) la ricerca di una maggiore considerazione della Responsabilità piuttosto che delle Procedure, vale a dire voler fare perno sulla Persona e non sull’Impresa Debbo dire che l’attesa, a mio avviso, è stata premiata. In questo mio intervento voglio condividere quelli che per me sono i passi che mi danno conforto nel dire che il senso è quello giusto. 3 Vittorio Coda Cultura d’Impresa e costruzione del bene comune pag. 25 4 Vittorio Coda Cultura d’Impresa e costruzione del bene comune pag. 26 5 Vittorio Coda Cultura d’Impresa e costruzione del bene comune pag. 26 4/20
  • 5. Superiorità dell’Etica rispetto all’Economia Provo ad esprimere il concetto che vorrei esprimere in termini più estesi. Troppo spesso ho letto articoli e testi in cui si afferma che esistono dei legami tra il comportamento etico e la creazione di un vantaggio competitivo. Tipicamente, l’argomentazione si basa sul fatto che l’aderenza a principi etici crei supporto da parte degli stakeholder, fondamentale per la sopravvivenza dell’impresa, e vantaggio competitivo, poiché riduce i costi di transazione e di agenzia6. Attraverso la soddisfazione delle attese degli stakeholders, si favorisce lo sviluppo di una strategia di creazione di valore a lungo termine e si assicura la costruzione di un vantaggio sostenibile7. In questa ottica, la visione dell’impresa basata sulla responsabilità sociale risponde in prima istanza alle pretese degli stakeholders, ma ha come scopo finale la salvaguardia del capitale azionario8. Le imprese tenderebbero quindi ad autoregolarsi eticamente per motivi di interesse 9. Negli incontri, nei convegni ed in letteratura sembra emergere un’impresa interessata più che altro a curare la propria immagine, da valutare in termini di mercato10. Si arriva quindi al paradosso direi di individuare nell’etica uno strumento per conseguire l’obiettivo proprio della sfera dell’economia: la creazione di valore. L’ETICA STRUMENTO DELL’ECONOMIA! Attenzione: non va confuso lo strumento con il fine! Nell’Enciclica è individuato chiaramente quale sia lo strumento. 6 La Responsabilità Sociale dell’Impresa pag. 223 7 La Responsabilità Sociale dell’Impresa pag. 238 8 Etica ed Economia: il rapporto possibile pag. 66 9 Etica ed Economia: il rapporto possibile pag. 87 10 Etica ed Economia: il rapporto possibile pag. 81 Anche i contributi più illuminati non sfuggono a questa regola. MICHAEL E. PORTER e MARK R. KRAMER, nell’articolo Strategia e Società Il punto di incontro tra il vantaggio competitivo e la Corporate Social Responsibility, hanno il merito di aver individuato un approccio più strutturato, certamente strategico alla responsabilità d’impresa.Non si discostano però dalla letteratura più diffusa, allorché affermano che “il banco di prova essenziale che dovrebbe determinare l’indirizzo della CSR non è il fatto che una causa sia meritevole, ma che offra l’opportunità di creare un valore condiviso, ovvero un beneficio rilevante per la società, che rivesta un valore anche per l’impresa”. 5/20
  • 6. Tutta l’economia e tutta la finanza, non solo alcuni loro segmenti, devono, in quanto strumenti, essere utilizzati in modo etico così da creare le condizioni adeguate per lo sviluppo dell’uomo e dei popoli11. Del resto l’economia si ammala quando inverte mezzo e fine12 In quanti convegni abbiamo visto proiettato il grafico di confronto tra il Dow Jones ed il Dow Jones Sustainability Index, che fa emergere come la curva del secondo si posizioni al di sopra della curva del primo? Recentemente la mia Società, Acea, ha offerto il proprio contributo per la pubblicazione di un libro della Libreria Editrice Vaticana, per la Collana UCID Imprenditori Cristiani per il Bene Comune “Cultura d’impresa e costruzione del Bene Comune – L’Enciclica Caritas in Veritate per un mondo migliore”. Ebbene, anche in questo bellissimo testo, di cui Acea ha fatto omaggio al Sommo Pontefice in occasione di una udienza privata nella Sala Clementina in Vaticano, è possibile leggere: Quello che è importante non è tanto l’acquisizione da parte dell’impresa di attestati per il suo comportamento etico, con certificazioni di vario genere più o meno costose, ma gli effetti economici nel lungo periodo del suo comportamento etico. Nel lungo periodo il comportamento etico può determinare un valore economico dell’impresa superiore alle altre imprese che non lo perseguono, grazie al patrimonio di reputazione che riesce a costruirsi sul mercato e che il mercato stesso, opportunamente informato, non mancherà di premiare favorendo una maggiore crescita, con una convergenza nel lungo andare tra i valori etici ed i valori economici. Ed ancora Essere socialmente responsabili come impresa, paga o non paga nel lungo periodo? Dobbiamo confrontare le performance nel lungo periodo delle imprese socialmente responsabili rispetto alle altre imprese. 11 Caritas in Veritate capitolo n° 65 12 Luigino Bruni in AAVV La crisi economica appello a una nuova responsabilità pag. 57 6/20
  • 7. Secondo questa visione lo scopo dell’approccio etico rimane quello di massimizzare il profitto. … tutto il resto è mezzo o vincolo: l’obiettivo è la massimizzazione del profitto, e sottostare a certi vincoli sociali (legislativi, fiscali, civili ….) è un costo da pagare per raggiungere l’obiettivo del profitto. Non c’è dunque nulla di intrinseco: reputazione, responsabilità sociale, attenzione all’ambiente ecc. non vengono cercati perché hanno valore in se stessi, ma perché sono orientati a un profitto di medio o lungo periodo13. L’apertura dell’economia all’etica non può però consistere semplicemente in un processo di autoimplementazione della riflessione economica. In tal caso l’etica sarebbe una secrezione endogena della stessa economia e, pur tra gli onori apparenti, continuerebbe ad avere una valenza residuale o di nobile appendice della realtà che sembra contare davvero, l’economia14. Se l’etica d’impresa è solo un’operazione di immagine interessata ai suoi risvolti di mercato15, o, nella migliore delle ipotesi, un’operazione che consente di massimizzare il valore, un’operazione conveniente, quanto potrà durare la “moda” dell’etica dell’impresa?16 Quando la facciata etica non sarà più redditizia, anche l’etica dell’impresa avrà finito la sua breve carriera. Quando, nei nostri grafici, la curva del Dow Jones Sostenibile si collocherà al di sotto del Dow Jones, saremo costretti ad abbandonare l’etica, in quanto l’abbiamo adottata perché convinti che consentisse di tenere la prima curva più alta della seconda17. Se l’etica d’impresa non viene accettata perché giusta, ma solo perché economicamente conveniente, è inaffidabile18. Si avrebbe infatti un’etica che 13 Luigino Bruni L’impresa civile pag. 31 14 Etica ed Economia: il rapporto possibile pag. 27 15 Etica ed Economia: il rapporto possibile pag. 82 16 Etica ed Economia: il rapporto possibile pag. 81 17 L’etica è già fragile in se stessa, ma se non è giustificata da motivazioni propriamente morali, essa è solo una finzione. Se le motivazioni dell’etica d’impresa sono solo economiche, essa non merita neppure il nome di etica. Se l’etica è in funzione dell’interesse è solo una menzogna Etica ed Economia: il rapporto possibile pag. 82 18 Etica ed Economia: il rapporto possibile pag. 85 7/20
  • 8. rischierebbe di diventare funzionale ai sistemi economico-finanziari esistenti, anziché correttiva delle loro disfunzioni19. Su questo terreno è in agguato un esito ideologico: se la felicità delle relazioni viene appiattita sulle relazioni interne all’economia, molto probabilmente servirà a dare una patina di umanità al sostrato tenacemente utilitaristico dell’economia medesima. La felicità dell’agire economico, in tal caso, si ridurrebbe alla raccomandazione “astuta” di buone maniere che cercano di nobilitare pratiche di per se orientate a obiettivi di “produttività” rispetto ai quali i soggetti restano pur sempre strumenti. Non dobbiamo aspettarci che sia l’economia a suggerirci modelli di vita felice. L’economia ha bisogno dell’etica per il suo corretto funzionamento; non di un’etica qualsiasi, bensì di un’etica amica della persona20. La convinzione della esigenza di autonomia dell’economia, che non deve accettare “influenze” di carattere morale, ha spinto l’uomo ad abusare dello strumento economico in modo persino distruttivo21. L’economia è un mezzo, un puro strumento di per sé neutrale che opera secondo le sue leggi e non può essere buono o cattivo, ma lo diventa secondo l’uso che se ne fa. L’etica è invece la base del comportamento che si sceglie in funzione della visione morale che si ha, ed è la prospettiva etica che fa decidere l’uso dello strumento economico22. La sfera economica non è né eticamente neutrale né di sua natura disumana e antisociale. Essa appartiene all’attività dell’uomo e, proprio perché umana, deve essere strutturata ed istituzionalizzata eticamente23. 19 Caritas in Veritate capitolo n° 45 20 Caritas in Veritate capitolo n° 45 21 Caritas in Veritate capitolo n° 34 22 Ettore Gotti Tedeschi – prefazione a Appunti di Dottrina Sociale della Chiesa di Flavio Felice e Paolo Asolan – pag. 12. Scrive ancora Ettore Gotti Tedeschi “Io sono convinto che il conflitto tra etica ed economia non sia vero e sia puramente artificiale Ciò che è vera è invece la confusione, e persino l’ignoranza, con cui si affrontano questi due termini” 23 Caritas in Veritate capitolo n° 36 8/20
  • 9. Ciò che si richiede è che l’economia accetti il compito di delimitarsi all’interno di una rinnovata cornice antropologica, la quale esige, per un esplicito primato della PERSONA e della relazione interpersonale, un impiego diverso dei tempi ed un uso diverso degli spazi a beneficio di pratiche di vita buona che non siano assorbite dalla strumentalità economica e dalla subordinazione a essa degli altri valori24. Ogni decisione economica ha una conseguenza di carattere morale25. Il corsivo non è mio ma è del Santo Padre. Non è l’etica che ha conseguenze sull’economia, ma il contrario. Non è il comportamento etico da seguire perché conveniente, ma è l’economia che rileva, che viene analizzata, che viene tracciata, catturata, misurata dall’etica. Non si parla di un uomo pienamente economico ma di un’economia pienamente umana26 . Ed ancora Occorre adoperarsi – l’osservazione è qui essenziale! – non solamente perché nascano settori o segmenti “etici” dell’economia o della finanza, ma perché l’intera economia e l’intera finanza siano etiche e lo siano non per un’etichettatura dall’esterno, ma per il rispetto di esigenze intrinseche alla loro stessa natura. Parla con chiarezza, a questo riguardo, la dottrina sociale della Chiesa, che ricorda come l’economia, con tutte le sue branche, è un settore dell’attività umana27. Il comportamento buono, la vita buona, l’etica quindi è l’obiettivo, il fine ultimo, e lo è per tutti, per la maestra allorché insegni, per il politico allorché gestisca la cosa 24 Etica ed Economia: il rapporto possibile pag. 28 25 Caritas in Veritate capitolo n° 37 26 Caritas in Veritate capitolo n° 39 27 Caritas in Veritate capitolo n° 45 9/20
  • 10. pubblica, per l’imprenditore nell’esercizio dell’impresa, tutti ci atteniamo a delle regole come strumento per un obiettivo finale. Molte persone oggi tendono a coltivare la pretesa di non dover niente a nessuno, tranne che a se stesse. Ritengono di essere titolari solo di diritti e incontrano spesso forti ostacoli a maturare una responsabilità per il proprio e l’altrui sviluppo integrale28. In chiusura, mi sia consentita un’apertura. Con approccio pragmatico (verrebbe voglia di dire “utilitaristico”) quale termine di un accordo conclusivo, di un efficace compromesso tra le logiche economiche e le esigenze etiche, mi fa piacere riferirmi al Prof. Luigino Bruni con il suo Paradosso dell’etica degli affari L’etica negli affari funziona, produce cioè anche buoni risultati, a condizioni che sia seguita come un valore in sé e non per i buoni risultati che essa produce29. 28 Caritas in Veritate capitolo n° 43 29 Luigino Bruni in Etica e Capitale a cura di Dionigi Tettamanzi pag. 180. Prosegue poi il Prof. Bruni “In realtà, questo paradosso è stato intuito già dal pensiero antico. Per Aristotele ad esempio l’azione virtuosa è praticata per il suo valore intrinseco e poi, solo come effetto indiretto, produce anche benefici individuali. Questa è l’idea chiave dell’Etica Nicomachea ma la ritroviamo già nel pensiero di Platone e di Socrate: la virtù (areté) non deriva dalla ricchezza, ma dalla virtù provengono la ricchezza e tutti gli altri beni per gli uomini, sia come privati sia in quanto comunità (Platone Apologia di Socrate, 30b)” 10/20
  • 11. Fare perno sulla Persona e non sull’Impresa Scrive il Prof. Luigino Bruni: “Una parola chiave di questo inizio di terzo millennio è “responsabilità”30”. In tema di responsabilità mi hanno sempre affascinato le parole del Prof. Antonio Da Re trovate nel libro Filosofia Morale31, a mio avviso talmente belle che vale la pena di riproporle integralmente, senza commenti. E’ interessante al riguardo osservare come l’etimologia stessa del termine “Responsabilità” sottolinei con forza la prospettiva del futuro. “Responsabilità” deriva dal latino spondeo, che in primo luogo significa “prometto, do la mia parola, garantisco”. Tale accezione compariva nelle cerimonie matrimoniali: spondeo indicava l’impegno che il padre assumeva con il promesso sposo (ovvero in latino lo sponsus), dandogli in sposa la figlia. Respondeo assume questi significati da spondeo, allargando la sfera degli impegni e delle garanzie: da parte dello sposo c’è a sua volta la volontà di fornire delle assicurazioni di fronte alle possibili incertezze del futuro, di ricambiare, di “rispondere” all’impegno del padre, rendendosi responsabile del proprio agire attraverso una “promessa solenne” (sponsum) riguardo alla futura vita matrimoniale. Il termine spondeo ha anche un altro significato (vaticinare, presagire il volere degli dèi offrendo delle libagioni), che ugualmente è proiettato verso la dimensione del futuro. Oltre a questo aspetto, è evidente il collegamento tra “responsabilità” e “risposta”, presente a livello terminologico nella nostra lingua, ma anche per esempio in quella tedesca. Tale collegamento spiega perché la responsabilità implichi un necessario riferimento all’altro (al quale si deve rispondere) e per questo si eserciti nell’ambito dei rapporti interpersonali, rapporti che vengono regolati attraverso impegni, garanzie reciproche, promesse.” 30 Luigino Bruni in AAVV La crisi economica appello a una nuova responsabilità pag. 41 31 pag. 155 11/20
  • 12. RESPONSABILITÀ SOCIALE D’IMPRESA (o Corporate Social Responsibility, CSR) è la formula con la quale si è soliti riassumere l’integrazione volontaria delle preoccupazioni sociali ed ecologiche delle imprese nelle operazioni commerciali e nei rapporti con le parti interessate alle loro strategie32. Questa nuova figura di Impresa vuole elaborato un vero e proprio modello di corporate governance e di business configurato eticamente, con forti implicazioni dal punto di vista normativo, poiché esso prescrive di tenere in considerazione tutti gli stakeholders o “portatori di interesse” con i quali l’impresa interagisce, al suo interno (come i lavoratori e le loro rappresentanze) o al suo esterno (come i fornitori, l’indotto, le istituzioni pubbliche o i soggetti della società civile e del territorio)33. Anche l’Enciclica invita in modo forte allo sviluppo del modello. La gestione dell’impresa non può tener conto degli interessi dei soli proprietari della stessa, ma deve anche farsi carico di tutte le altre categorie di soggetti che contribuiscono alla vita dell’impresa, i lavoratori, i clienti, i fornitori dei vari fattori della produzione, la comunità di riferimento34. Il modello, con le sue procedure, offre senza dubbio un guadagno di importanza significativo. A lungo andare, anche le sanzioni informali (RIPROVAZIONE, BIASIMO, CENSURA SOCIALE) della società, con i loro risvolti economici tendono ad ottenere gli stessi risultati pratici dell’assunzione coerente da parte dell’impresa delle sue responsabilità morali. Un’impresa (ed ancora di più un responsabile d’impresa) che si vuole qualificare eticamente e che imposta la sua comunicazione sociale su questo modello si compromette pubblicamente e deve poi mantenere la propria immagine. Ed anche l’impresa che finge, nel senso che si impegna opportunisticamente, fa già la parte di un ente eticamente responsabile. Non sembra quindi fuori luogo sperare che la cura dell’immagine possa dare l’avvio ad un genuino cambiamento nei valori delle imprese35. 32 Etica ed Economia: il rapporto possibile pag. 9 33 Etica ed Economia: il rapporto possibile pag. 9 / 21 34 Caritas in Veritate capitolo n° 40 35 Etica ed Economia: il rapporto possibile pag. 86 12/20
  • 13. In questo modo quello che per l’impresa può essere anche solo un interesse calcolato, una volta comunicato all’esterno, è preso in parola e considerato come un preciso impegno di giustizia, che non può essere disatteso impunemente36. A lungo andare, a forza di rispettare modelli e procedure, ci si abitua al comportamento eticamente corretto. Ma è un guadagno gravido di rischi, perché distorce e perché distoglie l’attenzione dal vero obiettivo. Il tutto infatti DERESPONSABILIZZA. Il manager non si sente più responsabilizzato dalle proprie scelte; tali e tanti sono gli organi di controllo del proprio operato, che adottare le decisioni a cuor leggero potendo poi scaricare la responsabilità sul mancato controllo diventa agevole. Non solo quindi né efficaci né sufficienti le procedure per garantire il bene, la “vita felice”. Non c’è un nesso di consequenzialità diretta immediata e necessaria tra le procedure ed il bene. La responsabilità sociale delle imprese non si gioca sugli “strumenti” (bilanci sociali, codici etici…) ma soprattutto e principalmente sulle persone37. Occorre far perno sulla Persona. Del resto, è possibile cogliere spunti considerevoli nell’Enciclica, rispetto ai quali noi tutti, manager d’impresa, non possiamo dichiararci esclusi, non coinvolti, non chiamati all’appello, allorché avverte L’imprenditorialità, prima di avere un significato professionale, ne ha uno umano. Essa è iscritta in ogni lavoro, visto come <<actus personae>>38. La centralità della Persona nell’Enciclica la direi scontata, ed a prescindere dal sottotitolo “sullo sviluppo umano integrale nella carità e nella verità” che già da solo basterebbe. C’è un passo per me particolarmente significativo 36 Etica ed Economia: il rapporto possibile pag. 85 37 Luigino Bruni in AAVV La crisi economica appello a una nuova responsabilità pag. 44 38 Caritas in Veritate capitolo n° 41 13/20
  • 14. E’ certamente vero che il mercato può essere orientato in modo negativo, non perché questa sia la sua natura, ma perché una certa ideologia lo può indirizzare in tal senso. Non va dimenticato che il mercato non esiste allo stato puro. Esso trae forma dalle configurazioni culturali che lo specifica e lo orientano. Infatti, l’economia e la finanza, in quanto strumenti, possono essere mal utilizzati quando chi i gestisce ha solo riferimenti egoistici. Così si può riuscire a trasformare strumenti di per se buoni in strumenti dannosi. Ma è la ragione oscurata dell’uomo a produrre queste conseguenze, non lo strumento di per se stesso. Perciò non è lo strumento a dover essere chiamato in causa ma l’uomo, la sua coscienza morale e la sua responsabilità personale e sociale.39 Lo strumento – il Santo Padre allorché parla di strumento si riferisce al mercato, non al’impresa, ma il discorso ritengo non perda di rigore - può essere affinato e migliorato, come un arnese può essere reso più efficace rispetto al lavoro che deve eseguire, ed a questo – nella mia visione – a cui tende la RSI, ma non è sufficiente. Occorre “lavorare” sull’uomo, sulla sua coscienza morale e sulla sua responsabilità personale e sociale. Dovremmo anche tutti noi mettere sulla nostra scrivania il fermacarte di Harry S. Truman, 33° Presidente degli Stati Uniti La frase The buck stops here (che potremmo tradurre con al mio livello lo scaricabarile si arresta) ci impegna al fatto di dover prendere comunque decisioni e di accettare la responsabilità finale per quelle decisioni, come persone che si prendano cura dei problemi e che non alzino le mani dicendo l’incivile frase “non sono io il responsabile”, quali anonimi dipendenti di un’anonima e quindi irresponsabile organizzazione40. 39 Caritas in Veritate capitolo n° 36 40 Luigino Bruni in AAVV La crisi economica appello a una nuova responsabilità pag. 44 14/20
  • 15. Chiudo anche qui con un riferimento al Prof. Luigino Bruni. C’è in altre parole, un’esigenza di maggiore responsabilità e di un moto d’orgoglio, una reazione contro la prassi irresponsabile, molto diffusa nel nostro Paese, di rinviare le risposte, quando si è interrogati per un problema, a qualcun altro, che è sempre assente, lontano, anonimo e quindi irraggiungibile41. 41 Luigino Bruni in AAVV La crisi economica appello a una nuova responsabilità pag. 43 15/20
  • 16. Come un manager può applicare le virtù nel proprio lavoro Mi guardo bene dal dire di essere qualcuno che può costituire un modello o fornire un esempio nella difficile materia di come un manager possa applicare le virtù nel proprio lavoro. Altre saranno le testimonianze, all’interno del ciclo di incontri dell’anno “accademico” 2010, di persone qualificate (non mi permetto neanche di dire più qualificate di me in quanto non reggo neanche il confronto) per l’applicazione delle virtù cardinali nella propria esperienza lavorativa. Voglio soltanto in questa sede chiudere l’intervento con alcune tentativi da me sviluppati all’interno della mia azienda, come testimonianze da condividere e su cui confrontarci: 1) il rispetto dell’impegno 2) la penale 3) la trasparenza Sono, lo ripeto, semplici esempi, spesso di cose che mi farebbe piacere, o mi avrebbe fatto piacere, realizzare e per le quali non sono riuscito. Il rispetto dell’impegno assunto Pratica invalsa nelle Società che conosco (non so se riscontrabile con frequenza in altre realtà) è quella di veder sacrificata sull’altare del Bilancio, della Posizione Finanziaria Netta, delle operazioni di window dressing (che un tempo almeno si facevano una volta l’anno; ora con le trimestrali si sono moltiplicate per quattro), l’impegno di rispettare le condizioni di pagamento dei confronti dei fornitori. Quanto scritto nei contratti circa i termini di pagamento lascia il tempo che trova. E non è purtroppo un problema di congruità dei tempi di pagamento stessi. Più volte mi sono battuto per veder riportate nel contratto le condizioni di pagamento consolidatesi in azienda, tentando quindi di adattare il dato contrattuale, con l’impegno che ne consegue, al comportamento sostanziale della azienda. Tento di spiegarmi. Ipotizzate ad esempio che il contratto preveda come termine di pagamento “30 gg”. L’azienda, da prassi, non lo rispetta ed il pagamento avviene sempre a “60 gg”. 16/20
  • 17. In queste condizioni, provate – come ho fatto io - a battervi per adeguare il dato contrattuale al comportamento da prassi, quello quindi dei “60 gg”, modificando cioè la clausola del termine di pagamento da “30 gg” a “60 gg”. Non sortirà alcun effetto! Una volta scritto “60 gg”, il pagamento verrà spostato a “90 gg”. La volontà non è quella di pagare ad una data, ma quella di esercitare un privilegio, nei fatti un’arroganza, di dire di aver diritto a non rispettare gli accordi. Le penali Ho imparato che le penali sono autorizzazioni anticipate all’inadempimento. Il mercato, lasciato al solo principio dell’equivalenza dei beni scambiati, non riesce a produrre quella coesione sociale di cui pure ha bisogno per ben funzionare42. In nome dell’equivalenza dei beni scambiati, troppe volte ho ascoltato frasi del tipo “il costo della penale è più basso del costo dell’adempimento del contratto, per cui mi conviene venir meno all’impegno preso e non adempiere”43. La soluzione che ho proposto è stata quella di eliminare le penali dai contratti, obbligando così a considerare attentamente l’impegno che si andava ad assumere per il solo fatto di assumerlo, non come controvalore monetario. Ci deve essere L’assunzione da parte tanto dei singoli quanto della collettività delle rispettive responsabilità44 La trasparenza Bisogna accettare che la controparte abbia piena visibilità sul nostro processo, sui nostri sistemi, sulle nostre modalità di erogazione del servizio o di produzione del bene. 42 Caritas in Veritate capitolo n° 35 43 Si è sviluppata anche una approfondita letteratura sui calcoli di convenienza tra l’adempimento e la penale. Ad esempio, ci si sofferma sull’effetto deterrenza della penale, che non sarà efficace allorché il risparmio di costo per l’inadempimento è maggiore della sanzione attesa, secondo la formula Sanzione Attesa = Probabilità di essere ripreso per l’inadempimento x Importo della Penale A parità di importo della penale, minore è la probabilità di essere colti sul fatto, maggiore è l’incentivo all’inadempimento. 44 Caritas in Veritate capitolo n° 42 17/20
  • 18. Bisogna agevolare tale processo. Il mio tentativo è stato quello di semplificare i processi affidati alla ma responsabilità e di fare in modo che si svolgessero come se: a) all’interno di una teca di vetro b) sotto un fascio di luce illuminante c) con la vista amplificata da una immensa lente di ingrandimento affinché io per primo ed i miei collaboratori non fossimo “indotti in tentazione”, affinché non si creasse l’occasione che fa l’uomo ladro. La trasparenza la ritengo indispensabile per creare o per consolidare la fiducia, elemento fluidificante per antonomasia dell’economia di mercato: Senza forme interne di solidarietà e di fiducia reciproca, il mercato non può pienamente espletare la propria funzione economica. Ed oggi è questa fiducia che è venuta a mancare e la perdita della fiducia è una perdita grave. Siamo anche arrivati a soluzioni in cui era la mia stessa Società ad autodenunciare i propri inadempimenti contrattuali, con due esiti formidabili: la fiducia da parte del Cliente ed il rigore all’interno della Società. 18/20
  • 19. Conclusione Tanti oggi invocano nuove regole, e pene più severe, per uscire dalla crisi. Ma non dobbiamo pensare che bastino nuove regole per una nuova economia.45 Non interessa in questa sede decidere cosa è bene che sia, se una normazione endogena o esogena: è il mercato da se stesso che si deve dare nuove regole? O chi deve essere il generatore di norme? In un mondo che si muove in tempo reale, i tempi della normazione sono diventati troppo lenti per l’economia e le regole arrivano troppo spesso quando il fenomeno da regolare è già cambiato e diventato altro46. Indubbiamente il compito principale è quello dell’educazione alla moralità ed alla legalità47. “L’economia non è retta solo dalle leggi economiche, ma è guidata dagli uomini” è la frase di Peter Koslowski richiamata nel discorso del novembre 1985 all’Università Urbaniana su Chiesa ed Economia da JOSEPH RATZINGER. E’ sugli uomini quindi che si deve tornare ad investire, ed investire anche in termini di ricerca del modo più efficace per conseguire il nostro obiettivo della vita buona, forse anche distogliendo le risorse attualmente investiste sulla ricerca di soluzioni procedurali. Siamo tutti concordi nell’affermare che tra le cause più importanti nell’attuale crisi è da allocare il c.d. cortotermismo (short-termism). I partiti politici predispongono la propria piattaforma elettorale pensando alle elezioni successive (neanche della stessa natura – tra amministrative, politiche ed europee ogni anno abbiamo un’elezione) e non agli interessi delle generazioni future48. I manager guardano ai risultati trimestrali anziché alla profittabilità sostenibile nel tempo. E’ la mancanza di un ethos condiviso che condanna al corto termismo. 45 Luigino Bruni in AAVV La crisi economica appello a una nuova responsabilità pag. 48 46 Luigino Bruni in AAVV La crisi economica appello a una nuova responsabilità pag. 50 47 Etica ed Economia: il rapporto possibile pag. 85 48 Zamagni Bene Comune nell’era della Globalizzazione pag. 9 19/20
  • 20. Diceva SENECA “Non ci sono venti favorevoli per il navigante che non sa dove andare”49. È necessario un « codice etico comune », le cui norme non abbiano solo un carattere convenzionale, ma siano radicate nella legge naturale inscritta dal Creatore nella coscienza di ogni essere umano50. Nell’epoca dell’illuminismo si è tentato di intendere e definire le norma morali essenziali dicendo che essere sarebbero valide etsi Deus non daretur, anche nel caso che Dio non esistesse.[…] Neppure lo sforzo, davvero grandioso, di Kant è stato in grado di creare la necessaria certezza condivisa.. Kant aveva negato che Dio possa essere conoscibile nell’ambito della pura ragione, ma nello stesso tempo aveva rappresentato Dio, la libertà e l’immortalità come postulati della ragione pratica, senza la quale coerentemente, per lui non era possibile alcun agire morale. La situazione odierna del mondo non ci fa pensare di nuovo che egli possa avere ragione? Vorrei dirlo con altre parole: il tentativo, portato all’estremo, di plasmare le cose umane facendo completamente a meno di Dio ci conduce sempre più sull’orlo dell’abisso, verso l’accantonamento totale dell’uomo. Dovremmo, allora, capovolgere l’assioma degli illuministi e dire: anche chi non riesce a trovare la via dell’accettazione di Dio dovrebbe comunque cercare di vivere e indirizzare la sua vita veluti si Deus daretur, come se Dio ci fosse. Joseph Ratzinger, Subiaco, 1 aprile 2005 Grazie a tutti! 49 Zamagni Bene Comune nell’era della Globalizzazione pag. 15 50 Messaggio di Sua Santità Benedetto XVI per la celebrazione della giornata mondiale della Pace 2009 20/20