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La crisi economica globale Radici, evoluzioni e possibili esiti

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Prolusione di Mario Deaglio all'inaugurazione dell'anno accademico dell'Università di Torino

Prolusione di Mario Deaglio all'inaugurazione dell'anno accademico dell'Università di Torino

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  • 1. nell’ambito di INAUGURAZIONE ANNO ACCADEMICO Prolusione Mario DEAGLIO La crisi economica globale Radici, evoluzioni e possibili esiti Magnifico Rettore, Autorità, Signore e Signori, Caro Preside, Cari colleghi e Cari studenti, I casi della vita stanno dando a tutti noi la singolare prerogativa di essere testimoni, e anche partecipi, diuna delle grandi crisi della storia. Assistiamo, al tempo stesso affascinati e preoccupati, alle fluttuazioni delle Borse,dei cambi e di tutte le grandezze finanziarie; allo stentato recupero della produzione; alla caduta dell’occupazione;alla crescente difficoltà dei governi di governare. E’ inutile aggiungere che abbiamo difficoltà a trovare spiegazionisoddisfacenti; e soprattutto non riusciamo a trovarle nei manuali che le nostre diverse discipline hanno ereditato daun passato anche recente. Di fronte a una crisi dalle molte dimensioni e dalle molte interazioni, si deve constatare la difficoltàcrescente dei, pur necessari, saperi specialistici che oggi caratterizzano ovunque l’università a fornire spiegazionie a immaginare rimedi adeguati. Non è infatti possibile spiegare il malessere finanziario mondiale soltanto conl’analisi dei fenomeni finanziari, né la crisi dell’economia reale che ne è seguita soltanto con gli strumenti dell’analisieconomica. Sono necessarie impostazioni e interpretazioni multidisciplinari. Almeno in prima approssimazione, la crisi può essere considerata come risposta alla globalizzazione,ossia come conseguenza di contraddizioni e squilibri sui quali il processo di globalizzazione si è fondato. Dove per 2 0 1 0 2 0 1 1 1
  • 2. nell’ambito di INAUGURAZIONE ANNO ACCADEMICOglobalizzazione si intende, per usare la definizione dell’OCSE, “la crescente interdipendenza tra diversi paesi,derivante dal commercio internazionale, dai flussi di capitale, dai trasferimenti di tecnologia, in un contesto diaccresciuta concorrenza internazionale”. La convinzione di poter risolvere tutto con poche misure di stabilizzazione, affidandosi alla forza delmercato sta cedendo rapidamente il passo ad analisi più meditate, al convincimento che non si potrà ritornare auno sviluppo stabile, in un contesto mondiale assestato, senza un nuovo centro, senza nuove regole, senza nuovistrumenti monetari, senza nuovi equilibri di potere economico e politico. La complessità di questa crisi, il venirmeno di una sua rapida soluzione, dopo tre anni di rimedi parziali privi di un successo definitivo, induce acollocarla nella categoria delle “crisi di sistema” della storiografia di Fernand Braudel e della sua scuola. In altre parole, non siamo in crisi perché il bicchiere è mezzo vuoto, siamo in crisi perché il bicchiere èrotto. I rimedi alla crisi non stanno quindi nel riempire il bicchiere ma nel sostituirlo. Per progettare questasostituzione è necessario lo sforzo congiunto degli scienziati sociali, dagli economisti agli storici, dai sociologi aigiuristi. Sulla base di queste premesse, cercherò, molto sommariamente, di delineare le radici macroeconomichedella crisi, troppo spesso trascurate, poi i suoi sviluppi microeconomici, ossia gli effetti sui mercati e sul lorofunzionamento; accennerò alle sue conseguenze politico-sociali, ogni giorno più evidenti; svolgerò infine alcuneriflessioni sugli esiti possibili, con particolare riguardo alla posizione dell’Europa e dell’Italia. ***** 1. Le radici macroeconomiche: la costruzione dell’economia globale e le sue debolezze strutturali Uno sguardo d’insieme agli ultimi anni consente di concludere che, con l’episodio, relativamente,secondario della forte caduta mondiale delle Borse dovuta alla perdita di valore dei mutui subprime nell’estate-autunno 2007, abbia avuto inizio un processo di disfacimento del sistema politico-economico globale incentratosugli Stati Uniti. Per scoprire le debolezze strutturali, è necessario risalire alla sua genesi con un salto all’indietro ditrentasei anni. Il 30 aprile 1975, le truppe vietcong percorsero in trionfo le strade della città vietnamita di Saigon - poiribattezzata Città Ho Chi Minh - fino ad allora capitale del regime nemico del Vietnam del Sud. L’Ambasciata degliStati Uniti, da poco caoticamente evacuata, venne saccheggiata. Finiva così la guerra del Vietnam ma se nerischiava la ripetizione nel resto dell’Asia Sud-Orientale: dall’Indonesia alle Filippine quasi non esisteva paese in cuialtri guerriglieri non fossero già attivi con considerevole successo. Le “campagne”, secondo il detto del leaderrivoluzionario cinese Lin Piao, stavano assediando le “città”; parallelamente il prezzo del petrolio, moltiplicato perquattro dopo la guerra del Kippur, rischiava di strangolare le economie ricche. 2 0 1 0 2 0 1 1 2
  • 3. nell’ambito di INAUGURAZIONE ANNO ACCADEMICO La risposta occidentale emerse dal G6 del 15-17 novembre del 1975, tenutosi nel castello di Rambouilletin Francia, la prima “riunione G” alla quale l’Italia partecipò. Intendiamo, è scritto nel comunicato conclusivo,adoperarci sempre più per una più stretta collaborazione e per un dialogo costruttivo tra tutti i paesi, superando ledifferenze negli stadi di sviluppo, nel grado di dotazione di risorse naturali, nei sistemi politico-sociali. Nell’aridità dellinguaggio diplomatico si trattava di propositi fortemente innovativi: ci si proponeva di collaborare con chiunque,superando le barriere ideologiche e le diversità di assetto politico che ne derivano e trattando allo stesso modopaesi ricchi e poveri. Di fare commercio invece di fare la guerra, secondo un’impostazione che risale a Smith eStuart Mill. All’offerta del G6 risposero affermativamente non solo i governi dell’Asia Sud-orientale alleati degli StatiUniti ma anche, e soprattutto, la Cina la quale, nel 1978, prese la storica decisione di istituire le “zone economichespeciali”, la prima delle quali, sul territorio del villaggio di Shenzen nella provincia del Guangdong, è oggiun’agglomerazione urbana di oltre dieci milioni di abitanti. I paesi asiatici offrivano lavoro abbondante e di basso costo; i paesi ricchi, dal canto loro, offrivano agliasiatici un tasso di cambio favorevole, la quasi assenza di barriere tariffarie, l’accesso a una vasta gamma ditecnologie moderne. La combinazione basso tasso di cambio - basso costo del lavoro – libertà di esportare offrì,nell’arco di trent’anni, ossia di una generazione, un miglioramento sensibile del reddito e delle prospettive di vitaper quasi un terzo dell’umanità. Anziché conquistare le città, le campagne furono esse stesse conquistate dallenuove proposte economiche che arrivavano dalle città - una prima concreta applicazione del mercato globale - e imovimenti rivoluzionari si spensero. Con la nuova costituzione del 1992 e la fine dell’embargo americano del 1994,lo stesso Vietnam entrò, nel “grande gioco” della globalizzazione di mercato. La Figura 1 mostra in forma stilizzata il risultato, in parte inatteso, di quest’apertura allo scambio: ilvantaggio competitivo derivante dal basso costo del lavoro e dall’estrema flessibilità della sua utilizzazione stimolòfortemente sia gli investimenti in Asia delle grandi imprese dei paesi ricchi, sia le esportazioni asiatiche, primaverso gli Stati Uniti e successivamente verso l’Europa, dei beni prodotti con quegli investimenti e gli altri da essistimolati. Al di là delle aspettative di molti, però, queste esportazioni non riguardavano soltanto prodotti ad altaintensità di lavoro a basso costo. L’”Asia dinamica” (un termine che indica complessivamente le cosiddette “tigriasiatiche”, la Cina, l’India e la Corea del Sud) è infatti contrassegnata da due tendenze parallele: i massicciinvestimenti in capitale fisso, inizialmente dovuti a stranieri e i massicci investimenti in capitale umano, ossia inistruzione a opera dei governi locali. La sottovalutazione di questi ultimi da parte dei paesi ricchi, e la conseguente considerazione dell’Asiadinamica come semplice terreno di delocalizzazione di attività produttive facili, la convinzione degli occidentali chegli Stati Uniti fossero il centro indiscusso e permanente della nuova economia globale hanno rappresentato unerrore storico di prima grandezza. L’arricchimento tecnologico delle esportazioni dell’Asia dinamica lascia 2 0 1 0 2 0 1 1 3
  • 4. nell’ambito di INAUGURAZIONE ANNO ACCADEMICOletteralmente senza fiato e ha portato a mutamenti di ampiezza forse senza precedenti storici nel tempo limitato diuna sola generazione. Due evidenze aneddotiche possono valere più di spiegazioni approfondite. In primo luogo, l’esportazionecinese di prodotti elettronici era pari a un terzo di quella degli Stati Uniti nel 1998, nel 2006 era pari al doppio diquella americana e da allora ha continuato a crescere. In secondo luogo, la Cina laurea ogni anno circa mezzomilione di ingegneri, l’Europa appena un poco più della metà. Il forte collegamento tra investimenti nell’istruzione -e soprattutto nell’istruzione universitaria - ed espansione economica è sicuramente degno di meditazione in unpaese in cui gli investimenti in capitale umano vengono lesinati o tagliati. Oltre alle strutture fisiche, Cina, India, Corea del Sud e altri paesi hanno poi saputo costruire strutturefinanziarie il cui livello di sofisticazione è ormai vicino a quello dell’Occidente ricco. La capitalizzazione dei mercatiazionari dei paesi dell’Asia dinamica è passata in dieci anni dal 5 al 25 per cento del totale mondiale; quella degliStati Uniti dal 50 al 35 per cento. Ancora nel 2003, delle prime 20 società del mondo per capitalizzazione dimercato 14 erano americane, 4 britanniche, 1 anglo-olandese e 1 giapponese. Nell’elenco del 2010, curato dalFinancial Times, gli americani erano scesi a 9 e gli inglesi a 2. Erano presenti 4 società cinesi, una russa, unabrasiliana. Le forti esportazioni determinarono attivi strutturali di bilancia commerciale per i paesi asiatici, conl’accumulo di ingenti riserve, gestite – come del resto era il caso anche in Italia prima della liberalizzazione del1990 – dalle banche centrali che, in nome della sicurezza, le investivano prevalentemente in dollari e precisamentein titoli del Tesoro degli Stati Uniti. Questo flusso crescente di domanda di titoli americani ha contribuito a ridurrestrutturalmente il costo del denaro negli Stati Uniti (e, tramite gli Stati Uniti, in tutta l’economia mondiale). La riduzione del costo del denaro favorì dapprima la rivoluzione informatica, la nascita e la straordinariaestensione di Internet e successivamente – terminato nel 2000 il boom della “nuova economia” – finanziò la “bolla”edilizia e la forte espansione dei consumi privati, sempre più stimolati da varie forme di credito al consumo, mentreil risparmio netto delle famiglie americane si annullava. Perché risparmiare se la continua ascesa delle Borsegarantiva la crescita dei capitali di proprietà delle famiglie? Tutto ciò sostenne la domanda globale americana nel 2002-07 e determinò la nascita di sempre nuoviprodotti finanziari che potevano avvalersi di valuta a buon mercato. 2 0 1 0 2 0 1 1 4
  • 5. nell’ambito di INAUGURAZIONE ANNO ACCADEMICO Figura 1 - Il “circolo virtuoso” Stati Uniti – Asia Una rappresentazione stilizzata Apertura economica occidentale ai paesi asiatici dopo la guerra del Vietnam (riunione G6 di Rambouillet – novembre 1975) Inizio delle “zone economiche speciali” in Cina (III sessione plenaria della Conferenza Consultiva del popolo cinese – marzo 1978 Espansione economica asiatica Aumento del deficit commerciale trainata dalle esportazioni e dalle degli US con la Cina tecnologie occidentali Forte attivo delle bilance dei Dopo la crisi del 2001 forte pagamenti dei paesi asiatici coinvolti espansione di consumi e edilizia Riserve valutarie asiatiche investite Espansione produttiva americana nel debito pubblico americano “New economy” Condizioni di costo del denaro Spinta all’espansione economico- tendenzialmente basso negli Stati finanziaria americana Unit La domanda americana di beni di consumo veniva sempre più soddisfatta dalla Cina e dalle cosiddette“tigri asiatiche”: gli Stati Uniti risultavano indifferenti al trasferimento al di là dell’Oceano Pacifico dei settorimanifatturieri tradizionali e compensavano volentieri la perdita di lavoro in questi settori con l’espansionedell’attività nell’elettronica e nella finanza. Per dirla con le parole di Thomas Friedman, un noto economista eopinionista americano“…[Il nostro] sistema di crescita economica ha richiesto la costruzione di un numero sempre maggiore di supermercati per venderesempre più prodotti fabbricati in Cina… Il che ha fatto guadagnare alla Cina sempre più dollari, con cui comprare sempre più Buonidel Tesoro americani. Così l’America ha avuto sempre più soldi per costruire sempre più supermercati per vendere sempre piùprodotti fabbricati in Cina e occupare sempre più cinesi…” E’ importante sottolineare che, a ogni giro del circolo della Figura 1, l’importanza del contributo asiatico almantenimento dell’espansione è andata crescendo, così come è andato crescendo l’accumulo di riserve asiatiche,ormai pari ai due terzi di quelle mondiali. Il saldo commerciale corrente degli Stati Uniti è negativo di un po’ meno di60 miliardi di dollari al mese, ossia quasi 2 miliardi di dollari al giorno, derivanti in gran parte dalle esportazionidell’Asia dinamica, del Giappone e dei paesi petroliferi. Ogni giorno, questi due miliardi vengono reinvestiti in dollaridai loro possessori, ossia riprestati agli Stati Uniti. All’aumento di questa cifra negli ultimi anni ha contribuitol’elemento dirompente dell’aumento del prezzo del petrolio, passato dai 10 dollari al barile alla fine del 1999 ai circa90 dollari attuali. 2 0 1 0 2 0 1 1 5
  • 6. nell’ambito di INAUGURAZIONE ANNO ACCADEMICO La Figura 2 mostra chiaramente la crescita di questo squilibrio, rapidamente passato dallo 0,5 per cento al4 per cento del prodotto mondiale. Un sistema che non ha al suo interno dei correttivi agli squilibri che esso stessogenera è destinato, prima o poi, a disgregarsi; qualsiasi anomalia, qualsiasi debolezza di un anello qualsiasi di unacatena sempre più lunga rischia di scuoterlo dalle fondamenta. Figura 2 – Gli squilibri delle bilance dei pagamenti Gli squilibri delle bilance dei pagamenti correnti correnti 1990-2007 1990-2007 in miliardi di dollari 800,0 300,0 -200,0 90 91 92 93 94 95 96 97 98 99 00 01 02 03 04 05 06 07 19 19 19 19 19 19 19 19 19 19 20 20 20 20 20 20 20 20 -700,0 Es p o rt a t o ri d i p e t ro l i o A s i a ( e c c e t t o G i a p p o ne e C ina ) C i na G i a p p o ne -1200,0 Euro z o na S t a t i U ni t i s o u r c e s : E C B , B a n k o f It al y , IM F W o r l d E c o n o mi c Ou t l oo k 2. Gli sviluppi microeconomici: il contagio del mercato finanziario globale L’anello debole, com’è noto, fu rappresentato dal finanziamento immobiliare. Non si trattò di un caso ma diuna delle conseguenze del patto sociale che i repubblicani offrirono al paese in alternativa all’ombrello di garanzie(posto fisso, contratti di lavoro blindati, ecc.) del loro passato democratico. Nel momento in cui riducevano oaddirittura distruggevano la tradizionale “rete di sicurezza” pubblica, i repubblicani proposero qualcosa in cambioall’americano medio e questo “qualcosa” fu l’attenuazione, o addirittura l’annullamento, del vincolo di liquidità. Tuttiavrebbero potuto ottenere denaro a prestito in base alla bontà dei loro progetti da un sistema finanziario agile esofisticato in grado di valutare esattamente i rischi connessi con quel progetto. Per le famiglie americane il principale progetto per il quale richiedere un finanziamento era naturalmentel’acquisto dell’abitazione. E qui si introdussero trasformazioni radicali nei meccanismi dei mutui fondiari chescatenarono la disgregazione del sistema. Nella Figura 3 è presentato il confronto tra il sistema tradizionale e ilnuovo sistema americano. Il sistema tradizionale è caratterizzato da una richiesta del futuro acquirente a una banca e il contratto dimutuo (quasi mai pari all’intera somma necessaria per l’acquisto) è normalmente detenuto per tutta la durata del 2 0 1 0 2 0 1 1 6
  • 7. nell’ambito di INAUGURAZIONE ANNO ACCADEMICOprestito dalla banca stessa che controlla costantemente la regolarità dei pagamenti. L’eventuale mancanza dipagamenti si traduce in una perdita per quella sola banca. Il nuovo sistema americano differisce radicalmente dal modello tradizionale. Il prestito è concesso daun’istituzione finanziaria che costituisce il primo anello della catena di un circuito molto complesso; negli ultimi anni,l’iniziativa del prestito non era tanto di chi avrebbe ricevuto quanto di chi avrebbe concesso il mutuo; il prestito eraconcesso per il cento per cento dell’acquisto (talvolta per il 110 per cento per pagare anche le spese di trasloco). Ilcontratto di mutuo veniva pressoché immediatamente ceduto da chi l’aveva concesso ed entrava nel circuitofinanziario globale. Figura 3 – Il sistema tradizionale e il nuovo sistema americano di mutui fondiari a) – sistema tradizionale prestito contratto di mutuo Gli effetti mutuatario banca dell’inadempimento si limitano a questo circuito servizio del prestito finanziario b) – nuovo sistema americano prestito Inclusione del contratto di mutuo cartolarizzazione contratto di mutuo in vari tipi di prodotti finanziari mutuatario A B C D servizio del prestito Gli effetti dell’inadempimento si estendono a tutti i circuiti finanziari Il “circuito finanziario” “lavorava” la “materia prima mutui” classificandola in base al rischio, alla durata e adaltri fattori, unendola con altri documenti di debito (a esempio, gli impegni di chi acquista con carta di credito, dipagare alla metà del mese successivo) per confezionare poi un “abito finanziario” su misura di clienti come i fondicomuni di investimento, i fondi pensione, le società di assicurazione e simili. In questo modo, le potenzialitàfinanziarie vengono moltiplicate. Per essere efficace, questo nuovo sistema deve saper valutare con sufficiente precisione il livello di rischioe premunirsi contro eventuali cambiamenti di tale livello. Così non è stato, per la difficoltà a tradurre in praticamodelli teorici molto sofisticati: è stato stimato che solo poche centinaia di persone al mondo, la maggioranza deiquali era costituita da fisici e matematici, conoscevano a fondo i meccanismi dei prodotti finanziari più sofisticati. 2 0 1 0 2 0 1 1 7
  • 8. nell’ambito di INAUGURAZIONE ANNO ACCADEMICOGli operatori nella maggior parte dei casi avevano solo un’idea approssimativa di che cosa stessero vendendo ecomprando. A differenza del meccanismo precedente, le perdite derivanti da un non pagamento si estendevano a tuttoil sistema. Il sistema finanziario mondiale si trovò così di fronte a una cospicua quantità di titoli che vennero definiti“tossici” o “infetti”. Come il paziente colpito da una malattia infettiva, anche il titolo “infetto” si trasforma a sua voltain veicolo di ulteriore propagazione del contagio. 3. Una “mappa” della crisi Non è il caso di ripercorrere dettagliatamente gli eventi ma, oltre a quella del contagio, la metafora delvirus, che si diffonde in maniera epidemica e con “salti di specie”, è appropriata per fornire una rappresentazionestilizzata del susseguirsi degli avvenimenti. E’ rappresentata nella Figura 4. Figura 4 - Il virus della crisi e le sue mutazioni Fenomeni finanziari Economia reale Disagio sociale e Sfera politico-sociale mutamento politico da primavera 2009 Forti cadute produttive, Riprese stentate Crisi finanziaria mondiale aumento disoccupazione primavera- - da autunno 2007 settembre 2008 – marzo estate 2010 2009 Verso una nuova crisi finanziaria? Difficoltà finanze pubbliche a partire dal gennaio 2009 Crisi greca gennaio 2010 Dalla figura appare chiaramente il “salto di specie” dell’autunno 2008, ossia l’improvviso e sincronicopassaggio della crisi dalla finanza all’economia reale. Questa sincronicità è di per sé un fenomeno relativamenteinusuale e provocò nei trimestri successivi cadute produttive dell’ordine del 5-6 per cento, le peggiori dopo laseconda guerra mondiale. I rimedi, dei quali si parla più avanti, riuscirono soltanto a dar vita a una ripresa lenta estentata che, a fine 2010, non aveva ancora permesso a nessuno dei grandi paesi ricchi il ritorno ai livelli diprodotto lordo per abitante precedenti la crisi stessa. Per i grandi paesi emergenti (Cina, India e altri asiatici, Brasile 2 0 1 0 2 0 1 1 8
  • 9. nell’ambito di INAUGURAZIONE ANNO ACCADEMICOe altri latino-americani e qualche africano) la crisi rappresentò una breve parentesi e venne lasciata rapidamentealle spalle. Nel frattempo, però, il virus aveva compiuto altri due salti di specie: in campo finanziario, andando adattaccare soprattutto le finanze pubbliche e in campo politico-sociale, determinando una crescente variabilità deigoverni e inefficacia del loro operare. La necessità di mettere ordine alle finanze pubbliche, largamente sentita inEuropa, provocò tagli alle spese che acuirono le tensioni sociali e si riflessero sull’instabilità politica. Basti pensare che cinque dei paesi del G7 ebbero cambi di governo a seguito di elezioni il cui risultato eraalmeno in parte conseguenza della crisi: così è per la vittoria di Obama negli Stati Uniti nel 2008 e per lasuccessiva sconfitta del suo partito nelle elezioni mid-term, per la sconfitta dei laburisti in Gran Bretagna e deiliberaldemocratici – al potere, quasi ininterrottamente, dalla fine della seconda guerra mondiale – in Giappone; perla fine della Grosse Koalition in Germania e per le successive sconfitte dei partiti governativi nelle elezioni localiche costarono alla cancelliera Merkel la perdita del controllo della Camera Alta. In Italia assistiamo allo stemperarsie alla confusione nella maggioranza di governo, in Francia a una generale sconfitta dei partiti di governo nelleelezioni locali. A questo elenco, che potrebbe continuare a lunga, occorre in ogni caso aggiungere il Belgio, senzagoverno da quasi un anno, nonché i Paesi Bassi e la Svezia, i cui governi sono privi di maggioranza parlamentare. Uno dei capisaldi impliciti nei modelli economici, ossia una ragionevole stabilità politica e una ragionevoleefficacia nelle politiche economiche veniva così ad attenuarsi considerevolmente. 4. I rimedi Tutto ciò è il risultato di un sostanziale fallimento delle cure e delle previsioni ufficiali che, in alcuni casi giàa fine 2007, davano la crisi come ormai superata e la ripresa felicemente avviata, oppure, come nel caso delgoverno italiano, come addirittura inesistente. Il mondo ricco ha perso fiducia in rimedi semplici e facili e appareormai rassegnato a un possibile superamento solo in tempi medio-lunghi dell’attuale fase di incertezza e solo conmutamenti importanti nella struttura dell’economia mondiale. La medicina-base adoperata è, ad ogni modo, sempre la stessa: di fronte alla distruzione di risorsefinanziarie determinata dalla crisi, si provvede con la creazione di nuove risorse. Come l’imperatore a cui Goethe,nel primo atto del Secondo Faust, fa dire: Es fehlt an Geld, nun gut so schaff es nun, che può essere tradotto“Mancano i soldi? Che cosa aspettate a stamparne?”. Non a caso Goethe, nella sua vita variegata, aveva ricopertoanche la carica di ministro delle finanze a Weimar. La creazione di nuova liquidità è stata storicamente un’arma a doppio taglio: può essere estremamenteefficace, quasi miracolosa se le nuove risorse sono nel giusto dosaggio e finiscono nei posti giusti, salvando lastruttura finanziaria. Se però il dosaggio è sbagliato e la nuova liquidità si infila dove non deve, si può creare 2 0 1 0 2 0 1 1 9
  • 10. nell’ambito di INAUGURAZIONE ANNO ACCADEMICOun’inflazione particolarmente difficile da controllare, che acuisce l’instabilità del sistema e provoca ulterioredistruzione di ricchezza finanziaria. Una creazione relativamente moderata di liquidità da parte degli Stati Uniti - e, in quantità e per tempiminori, da parte della Banca Centrale Europea - venne decisa, con l’accordo sostanziale tra i venti maggiori paesidel mondo, al vertice di Londra del G20 nell’aprile del 2009. Non produsse però il rapido e intenso effetto sperato dirilancio produttivo e soprattutto non incise quasi per nulla sul tasso di disoccupazione. In un successivo vertice diSeoul dello scorso novembre vi fu praticamente una rissa sulla continuazione di questa politica. Certo, a guardare ilgonfiarsi del bilancio della banca centrale degli Stati Uniti (Figura 5), la quale ha acquistato titoli di varia natura,come a guardare l’aumento del debito pubblico dei maggiori paesi, qualche brivido non può non venire. Figura 5 – Fondamenta fragili: come si è gonfiato l’attivo della banca centrale americana migliaia di miliardi di dollari 5. Gli esiti possibili Tutto ciò sta determinando una nuova cautela rispetto all’economia globale con i paesi emergenti cheiniziano a “difendersi” dall’afflusso di nuovo capitale, di dollari sull’orlo della svalutazione. Le banche istintivamenterivolgono il reinvestimento dei loro titoli agli emittenti che meglio conoscono, ossia i loro governi, mentre si fa stradala richiesta, sempre più pressantemente avanzata dalla Cina, di un multipolarismo monetario che tolga al dollaro lasua posizione egemonica; la stessa Cina rifiuta poi di rivalutare la propria moneta per compiacere gli Stati Uniti equesta stessa moneta, lo yuan o renmimbi comincia a essere usata nelle transazioni commerciali internazionali. Una recente copertina di The Economist mostra efficacemente la situazione attuale (Figura 6): il mondo èparagonato a una mela sulla quale alcune linee nere indicano come la mela potrà essere tagliata. E di fianco c’è un 2 0 1 0 2 0 1 1 10
  • 11. nell’ambito di INAUGURAZIONE ANNO ACCADEMICOcoltello pronto a tagliare. Il mercato monetario globale potrebbe perdere precisamente le sue caratteristiche globalie coagularsi in tre grandi aree. Un’organizzazione multicentrica dell’economia del pianeta, una globalizzazione su due piani, uno mondialerelativo ai prodotti di base e a un certo tipo di finanza dall’altro con una moneta artificiale – composta da un panieredi monete – e uno “regionale”, relativo a una vasta gamma di produzioni, con monete di riserva “regionali” per laseconda: si tratta di una direzione incerta ma plausibile verso la quale il sistema economico mondiale potrebbeevolvere. Figura 6 – Un possibile futuro per l’economia mondiale Copertina di The Economist dell’11 dicembre 2010 Anche se non dovesse esserci davvero il taglio della mela, il problema può essere teoricamente impostatonella Figura 7. In essa è rappresentato, in maniera stilizzata, riferibile a qualsiasi paese ricco, l’andamento di lungoperiodo della produzione di un paese e la caduta produttiva, prima di intensità crescente e poi decrescente, del2008-09, assestatasi poi, in quell’ultimo anno, per quasi tutti i paesi ricchi attorno al 5-7 per cento (per molti paesipoveri la caduta è stata assai più leggera e più breve). Che cosa può succedere dopo questo punto di minimo? Lealternative sono tre. La prima è un rimbalzo della produzione che faccia riguadagnare il terreno perduto e riporti il sistemaproduttivo lungo il precedente sentiero di crescita. E’ talvolta detto “elastico di Friedman” in quanto Friedmanparagonò l’andamento di lungo periodo a un’asticciola alla quale era attaccato un elastico, l’andamentocongiunturale, appunto. E’ quanto si aspettavano molti, soprattutto negli Stati Uniti, dopo le iniezioni monetarie del 2 0 1 0 2 0 1 1 11
  • 12. nell’ambito di INAUGURAZIONE ANNO ACCADEMICO2009: la avrebbe implicato un rimbalzo con tassi di crescita nei trimestri iniziali attorno al 5-7 per cento chesarebbero gradualmente scemati. Figura 7 - Come sarà il dopo-crisi Recupero dei massimi precedenti di pil: 3-5 anni per la maggior parte dei paesi Y Trend precedente L’”elastico di Friedman”: rapido La cicatrice permanente: si recupero del trend anticrisi recupera la velocità di crescita ma non il tempo perduto Il modello Giappone: calo permanente della velocità di crescita tempo L’elastico di Friedman descrive bene situazioni in cui le cadute congiunturali sono conseguenza di azionianticicliche dei governi e delle banche centrali per frenare l’inflazione e lasciano sostanzialmente immutato ilcapitale finanziario. Questa volta, però, il capitale finanziario è stato gravemente intaccato, specie negli Stati Uniti.E allora, dal punto di minimo si possono, in estrema sintesi, dare due diversi andamenti. Il primo di questi andamenti è il recupero della velocità di crescita ma non del terreno perduto. Nellestatistiche rimane un “segno” della crisi, una sorta di cicatrice ma gli esiti di lungo periodo non sono compromessi. Ilsecondo è invece un abbassamento strutturale della velocità di crescita a seguito della crisi stessa: il modellogiapponese, visto che l’unica crisi moderna simile all’attuale ha avuto luogo in Giappone e ha visto questo paeseleader sprofondare in un abbassamento permanente. La Figura 8 cerca di applicare il “modello dell’elastico” ai grandi aggregati economici mondiali, inglobandoaltresì le recentissime previsioni del Fondo Monetario: come si può vedere, solo gli “altri paesi”, ossia i paesi nonricchi hanno un andamento “a elastico”; il mondo nel suo complesso presenta una vistosa cicatrice ma riprende iltasso di crescita precedente. Per i paesi ricchi il risultato è ambiguo ma appare chiara una certa riduzione dellacrescita, risultato degli andamenti differenziati dei vari paesi. La preoccupazione del Fondo Monetario 2 0 1 0 2 0 1 1 12
  • 13. nell’ambito di INAUGURAZIONE ANNO ACCADEMICOInternazionale è che gli attuali tassi dei paesi ricchi non “tengano” e che si vada verso un nuovo rallentamentoproduttivo, foriero di altre difficoltà finanziarie. FiguraAndamento del pil mondiale 2010-12 - 2008 alla crisi 8 – Risposte differenziate = 1 Andamento del prodotto lordo 2000-12 – calcoli su correzione PPP) ($ costanti 2005 con dati in dollari costanti 2005 con correzione PPP 1,3 Quota dei paesi ricchi 68,0% (scala dx) Emergenti 66,0% 1,2 Mondo 64,0% 1,1 62,0% 1,0 Ricchi 60,0% 0,9 58,0% 56,0% 0,8 54,0% 0,7 52,0% 0,6 50,0% 2000 2001 2002 2003 2004 2005 2006 2007 2008 2009 2010 2011 2012 Fonte: FMI e nostre elaborazioni Il recupero del tasso di crescita non sembra però in grado di risolvere i problemi dell’occupazione:l’economia americana ha probabilmente recuperato a fine 2010 l’intera caduta produttiva con il raddoppio del tassodi disoccupazione, circa 8 milioni di disoccupati in più. Per fine 2011, a tassi invariati, avrà recuperato anche i livellipre-crisi del reddito per abitante ma è prevedibile che i disoccupati aggiuntivi siano ancora almeno 6-7 milioni. Ilperdurare di una disoccupazione elevata rischia di far compiere al virus un’ulteriore mutazione e di alimentare ilmalessere politico-sociale che è sin qui risultato piuttosto contenuto. In un mondo in cui gli economisti non sembrano più avere molte capacità previsive , il panorama di inizio2011 si presenta nettamente dicotomico. Da un lato è chiaramente visibile una ripresa della crescita sostenuta al difuori dei paesi ricchi, dall’altro i paesi ricchi oscillano tra una crescita stentata e la stagnazione. I paesi non ricchiemergeranno senza cicatrice, la cicatrice della crisi sarà invece chiaramente visibile nei paesi ricchi. La quota dei paesi ricchi appare comunque destinata a scendere rapidamente, come si evince dalla Figura8, avvicinandosi nel 2012 al 50 per cento, e, in ogni caso, al momento in cui potrebbe esserci l’equivalenteeconomico di un’inversione di polarità: il cuore dell’economia del pianeta potrebbe passare in maniera continuativadalle rive, europea e americana, dell’Atlantico Settentrionale, alle coste asiatiche dell’Oceano Pacifico edell’Oceano Indiano. Quasi i due terzi della crescita mondiale dovrebbe verificarsi fuori dai paesi ricchi. Soprattuttopreoccupa la sua sostenibilità con l’impossibilità di riassorbire i lavoratori espulsi dal processo produttivo 2 0 1 0 2 0 1 1 13
  • 14. nell’ambito di INAUGURAZIONE ANNO ACCADEMICOnell’America Settentrionale, in Europa e in Giappone, il che favorirebbe, come già si è detto, l’aumento delletensioni politico-sociali. Una più generale preoccupazione alla quale è qui doveroso accennare riguarda la sostenibilità deiprocessi di crescita di fronte alla relativa insufficienza delle riserve di materie prime, in particolare in campoalimentare, che ha già contribuito a innescare le rivolte delle ultime settimane sulla Riva Sud del Mediterraneo. Oltre alla sostenibilità preoccupa la vulnerabilità di un sistema in cui sfide ambientali superabili con relativafacilità da sistemi più arretrati, si riflettono pesantemente sulla produzione e sull’intero assetto della vita civile.Quaranta centimetri di neve o l’eruzione di un remoto vulcano islandese hanno ripercussioni immediate suitrasporti, oggi più essenziali che mai allo stesso concetto di economia globale. 6. La posizione dell’Italia Applicando il medesimo procedimento, è possibile valutare la posizione dell’Italia nei confronti degli altripaesi ricchi. L’insufficienza della risposta italiana alla crisi è chiaramente visibile nella Figura 9 in cui vieneparagonata alla risposta complessiva dei paesi dell’area euro e dell’insieme dei paesi ricchi, sempre ponendo paria 100 i dati del 2008. Dalla figura si può intanto osservare l’andamento sensibilmente più “piatto” della curva italiana rispetto allealtre due, segno di minor dinamismo; in secondo luogo, la crisi italiana è già leggermente avvertibile nel 2007. Interzo luogo, la sua caduta appare più profonda di quella degli altri paesi ricchi e la sua ripresa – sempre applicandoai dati 2009 le stime correnti per il 2010 e le previsioni del recentissimo aggiornamento del Fondo Monetario –sensibilmente meno pronunciata degli altri. Come si può vedere dalla Figura, con le premesse adottate, i paesi ricchi nel loro complessoraggiungeranno i livelli pre-crisi all’incirca nel primo trimestre del 2011, i paesi dell’area euro entro il 2012. Alla finedel 2012, l’Italia appare ancora piuttosto lontana dal raggiungimento di questi livelli. Per il fiacco andamento dellaproduzione italiana, poi, la crisi ha riportato indietro la produzione italiana di circa 8-9 anni, ossia ai livelli del 2000,mentre per l’area euro l’arretramento è di circa 3-4 anni mentre per i paesi ricchi nel loro complesso di circa 2-3anni. 2 0 1 0 2 0 1 1 14
  • 15. nell’ambito di INAUGURAZIONE ANNO ACCADEMICO Figura 9 –deldollari 2005 costanti conzona euro e dei paesi ricchi Andamento L’insufficiente risposta italiana pil italiano, della correzione PPP Andamento del prodotto lordo 2000-12 – calcoli su dati in dollari costanti 2000 110,0% 105,0% 100,0% Italia 95,0% Area euro 90,0% Ricchi 85,0% 80,0% 2000 2001 2002 2003 2004 2005 2006 2007 2008 2009 2010 2011 2012 Fonte: FMI e nostre elaborazioni Questi risultati sono coerenti con le valutazioni di numerose fonti di analisi economica tra le quali l’ultima inordine di tempo è quella del Centro Studi della Confindustria che mostra come nel dicembre 2010 la produzioneindustriale italiana risultasse cresciuta dell’11,3 per cento rispetto al minimo della crisi, toccato nel marzo 2009. Unbel risultato, si dirà: peccato che con questo recupero la produzione debba ancora salire del 17,8 per cento pertornare ai livelli del picco pre-crisi dell’aprile 2008. Senza una decisa correzione al rialzo del tasso di crescita, l’Italiadovrebbe raggiungere quei livelli non prima del 2015. A quel punto il suo prodotto lordo sarà stato superato dalBrasile e il paese si troverà sul bordo estremo dell’area dei paesi ricchi. Magnifico Rettore, Autorità, Signore e Signori, Caro Preside, Cari colleghi e Cari studenti, E’ chiaro che per l’Italia, la crisi mondiale si somma a una difficile crisi strutturale interna. E qui nonpossono non tornare in gioco le Università, che pure questo Paese tratta così male: uno dei ruoli storici delleUniversità è precisamente quello di fornire idee, stimoli e progetti. L’Università attuale è probabilmente in grado difarlo se, accanto alle culture specialistiche, riuscirà a sviluppare una piattaforma di sapere comune. Questo implicauna dichiarazione di umiltà: il riconoscere di non avere risposte immediate, di non sapere abbastanza, di doverimparare dai fatti che vorticosi girano intorno a noi. Per parafrasare l’Amleto di Shakespeare, there are more thingsin Heaven and Earth, …, than are dreamt of in your philosophy, ci sono più cose in cielo e in terra di quante lanostra “filosofia” stia sognando. Al posto di philosophy, mettiamoci pure l’economia e quant’altro. Tutti abbiamo daripensare, riorganizzare, da collegare tra loro le nostre conoscenze, tutti dobbiamo cercare di usarle in modopropositivo. 2 0 1 0 2 0 1 1 15