Possibilità economiche per i nostri figli
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Possibilità economiche per i nostri figli

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E-BOOK Possibilità economiche per i nostri figli

E-BOOK Possibilità economiche per i nostri figli
di Ernesto Hofmann
SIGLA CONVIVIUM 2011

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Possibilità economiche per i nostri figli Possibilità economiche per i nostri figli Document Transcript

  • ernesto hofmann2011
  • premessa Per comprendere la natura dell’attuale crisi economica riteniamo che occorrainquadrarla in una cornice di riferimento che sia la più ampia possibile. Ciò è necessario perchè pensiamo che questa crisi dipenda dal concorso edall’interazione delle quattro fondamentali componenti dell’odierna società umanache sono la religione, la tecnologia, la politica e l’economia. Per ciascuna di essecercheremo di individuarne l’etimologia al fine di averne ben chiara la natura. Si vedrà anche come ognuna di esse presenti un’intima contraddizione cheindica la simultanea presenza di due realtà conflittuali. La profondità dell’attualecrisi discende secondo noi anche dall’intersezione di queste quattro contraddizioni. La premessa che segueè quanto mai semplificata e il suo scopo èesclusivamente quello di essere, oltre che uno stimolo alla riflessione personale,un’introduzione alla successiva più approfondita analisi.- la religione Tra le innumerevoli etimologie della parola religione ci sembra che la piùsignificativa (soprattutto in termini linguistici) sia quella che Cicerone dette ne Lanatura divina (Libro II, 72) : “…coloro che trascorrevano le intere giornate a pregare e afar sacrifici perché i loro figli sopravvivessero, perché fossero cioè dei « superstiti », furonodetti « superstiziosi »,... coloro invece che riconsideravano e, per così dire, « rileggevano »tutte le pratiche del culto furono detti religiosi dal verbo rélegere così come elegantes derivada eligere, diligentes da diligere e intellegentes da intellegere…”. Di cosa si occupa la religione? Dell’individuo e del ruolo di quest’ultimo nelmondo nel quale vive. La religione intende trascendere le contingenze della vita perdare all’uomo una dimensione meno soggetta alla casualità della vita stessa. Lareligione, e il senso del sacro, sono probabilmente connaturati nella stessa naturaumana, indipendentemente dal fatto che si creda o meno, nel senso banale o riduttivoche può avere quest’ultima frase. La finalità della religione è il governo delle anime. La società Occidentale con l’avvento del Cristianesimo ha sviluppato unsenso di unicità della persona umana che conferisce a quest’ultima un valoreoriginale e inalienabile: la libertà individuale. Ma nel mondo c’è il male e ovunque si guardi si riconosce la sofferenzaumana. L’unicità del dio cristiano è proprio nell’essersi fatto persona e quindi averaccettato anche per sè la sofferenza e la morte. Nella religione Cristiana c’è tuttavia una sottile contraddizione: se l’uomo èlibero è libero anche di peccare. E l’uomo tende a peccare. Ma perchè ? Il mondo protestante, nato dopo lo scisma di Lutero e Calvino, ha risposto chela causa della fragilità umana è soprattutto la miseria. Bisogna lottare contro lamiseria e creare una forte economia per migliorare la vita e peccare di meno. Poco alla volta l’economia e la religione hanno cominciato così a convergereverso un comune sentire e non ci può quindi stupire che siano apparsi economistiquali Adam Smith, John Mill, Karl Marx e Robert Owen, che in un certo sensosembravano anch’essi dei profeti.- la tecnologia Tecnologia è una parola nata dalla fusione di due termini: technè e loghia.Technè è una parola sfuggente, usata già da Eschilo nel Prometeo incatenato (254 e
  • segg.) :” E oltre a questo ho dato loro il fuoco,.., dal quale essi hanno imparato moltetecniche… (pollas technas)”. Tecnica vuol dire genericamente un insieme di regole da applicarenell’esercizio di un’attività intellettiva o manuale. Ma, come esiste una “loghia”dell’anima (la psicologia), o una “loghia” della società (la sociologia) serve una“loghia” della technè: una tecnologia. La tecnologia, poi, non è sempre la figlia della scienza, come talora si èsostenuto, ma anzi storicamente l’ha spesso preceduta. L’uomo ha imparato a fareancor prima di comprendere e ha così costruito la macchina a vapore prima ancoradi comprendere i principi della termodinamica, dando così inizio alla RivoluzioneIndustriale. Di cosa si occupa la tecnologia? Di eliminare la fatica dell’uomo. In questosenso, e solo in questo, la finalità della tecnologia è il progresso, per quello che questotermine così ambiguo vuol significare. Ma anche qui si nasconde una contraddizione. Infatti per utilizzare le machine,quali che esse siano, bisogna saperle usare. La macchina riduce la fatica e apre nuoveprospettive. Ma, in questo passaggio da un mondo naturale a un mondo artificiale achi non ha le machine, o a chi non le sa sa usarle, non resta quasi nulla da poteroffrire. La tecnologia che doveva creare progresso quindi può in realtà creareforti disuguaglianze. Pochi ben preparati saranno sempre più efficienti (e ricchi)mentre una moltitudine di persone non qualificate dovrà lottare per sopravvivere.- la politica La prima definizione di politica risale ad Aristotele che nella Politica scrisse(1253 a) “…da queste considerazioni è evidente che lo Stato è un prodotto naturale e chel’uomo per natura è un essere socievole (politicon zoon)”. Ma Platone era stato persino più sottile di Aristotele e nel Protagora (321 E)aveva detto :”All’uomo fu concessa in tal modo la perizia tecnica necessaria per la vita, manon la virtù politica. Questa si trovava presso Zeus, e a Prometeo non era più possibileaccedere all’Acropoli, la dimora di Zeus, protetta da temibili guardie. …la perizia praticaera di aiuto sufficiente per procurarsi il cibo, ma era inadeguata… Zeus dunque, temendo chela nostra specie si estinguesse del tutto, inviò Ermes per portare agli uomini rispetto egiustizia…”. La politica si occupa quindi del governo degli uomini e a questo scopo emanaregole e norme e pianifica strategie. La sua finalità è quindi proprio quello difavorire la comunità alla quale inerisce. Dovrebbe quindi proteggere i singoli,alleviare le diseguaglianze, favorire i più deboli, e in sostanza assicurare il benesseregenerale della comunità. Ma anche nella politica è latente una contraddizione che in un certo sensoricorda quella della religione. Lo stato che pensa solo in termini di se stesso finiscecol diventare autoritario, mentre un eccesso di liberismo può sfociare nell’anarchia. E nella politica può essere insita una volontà di potenza che porta unacomunità a voler prevalere su altre con conseguenze in generale deleterie.- l’economia Ancora Aristotele ci fornisce una definizione di economia nel suo Trattatosull’economia (1343 a): “…L’amministrazione domestica (oikovomichè) e la politicadifferiscono non solo quanto famiglia e stato…”; da cui si comprende che egli aveva in View slide
  • mente l’utilizzo di scarse risorse, mentre successivamente il termine si è esteso aun’intera comunità, per quanto grande sia quest’ultima. L’economia si occupa quindi dell’amministrazione delle risorse di unacomunità e la sua finalità è proprio quella di mantenere o accrescere il benessere diquella comunità. Fin quando la comunità umana si è evoluta più o meno in accordo con i ritmi ei meccanismi della natura c’è stato un certo equilibrio tra economia e società. Ma da un paio di secoli sembra essere apparsa un’ulteriore contraddizione.Come ha per primo osservato Karl Polanyi, con la Rivoluzione Industriale e lacosiddetta economia di mercato (La grande trasformazione, Capitolo V): "…Non è piùl’economia a essere inserita nei rapporti sociali, ma sono i rapporti sociali a essere inseritinel sistema economico…. La società deve essere formata in modo da permettere a questosistema di funzionare secondo le proprie leggi". In sostanza dopo la Rivoluzione Industriale, secondo Polanyi, non è l’uomoche fa l’economia, ma è quest’ultima che determina il comportamento dell’uomo.- l’intersezione delle contraddizioni e l’attuale crisi Si è detto quindi che in ciascuna delle quattro fondamentali componentidell’attuale società umana è insita una sostanziale contraddizione. A ciò occorre aggiungere tre fenomeni concorrenti che sono lasovrappopolazione, l’invecchiamento e la necessità di energia, fenomeni che tuttavianon hanno realmente concorso all’attuale crisi economica. Quest’ultima sembrapiuttosto determinata, in estrema sintesi, sia da una confusione di ruoli sia da attrititra le quattro componenti. Da alcuni decenni la cosiddetta tettonica delle placche è il modello su cui sifonda la dinamica della Terra, modello che sembra in grado di spiegare, in manieraintegrata e con conclusioni interdisciplinari, la natura dei terremoti. Con un’azzardata metafora, proprio quella del terremoto, si può forse intuireche l’attuale crisi economica sia dovuta anch’essa alle collisioni tra le componentidella società, quasi anch’esse fossero delle placche tettoniche. C’è stato innanzitutto uno scontro tra le placche della tecnologia edell’economia, soprattutto negli USA. La tecnologia (e con essa la globalizzazione)ha cambiato le carte in tavola distruggendo posti di lavoro: milioni di lavoratori deipaesi industralizzati si sono dovuti mettere in competizione con un numero moltomaggiore di lavoratori dei paesi emergenti poco pagati e senza diritti. Ciò ha finito percreare forti disuguaglianze economiche in paesi come USA e UK conl’impoverimento di un’ampia fascia di lavoratori. Allora è subentrato un ulteriore attrito tra la placca dell’ economia e quelladella politica. Negli USA e in UK i politici, invece di migliorare la competitivitàindustriale delle loro nazioni, hanno creduto che la soluzione fosse quella di forniredenaro a basso costo a chi (pur non potendolo fare) volesse acquistare una casa: cioèpatrimonio a debito contro reddito. E il denaro è arrivato sotto forma di obbligazioni finanziare di varia natura,abilmente costruite intorno ai mutui erogati dalle banche di USA e UK, e acquistateda cittadini e istituzioni di paesi come la Cina e la Germania dove la decisione politicaera invece quella di puntare al massimo sull’industrializzazione e sull’esportazione,piuttosto che sui mercati interni, e quindi di creare liquidità da investire. View slide
  • Come si può facilmente intuire questa confusione di ruolo tra politica edeconomia ha portato a forti contrasti e distorsioni negli equilibri esistenti tra le varieplacche tecnologiche, economiche e politiche. Il terremoto finanziario del 2008 era quindi prevedibile. Alcuni ritengono la moneta un non senso, una semplice convenzione legale, senz’alcun fondamento in natura, perchè, cambiato l’accordo tra quelli che se ne servono, non ha più valore alcuno e non è più utile per alcuna delle necessità della vita, e un uomo ricco di denari può spesso mancare del cibo necessario… Aristotele, Politica I (A), 9, 1257b La grande depressione, ovvero la crisi del 1929, viene tuttora considerata lapiù grande crisi economica del Novecento e spesso viene usata come termine diparagone per valutare l’entita delle crisi successive. Intorno al 1929 la domanda interna americana era fortemente diminuita e unaconseguente crisi di sovrapproduzione iniziò a colpire le principali industrie e leattività agricole. Dopo diverse settimane di oscillazioni il 24 ottobre 1929 - ilcosiddetto “giovedì nero” - tredici milioni di azioni vennero vendute a prezzi irrisori.Salvo brevi periodi di ripresa, il ribasso continuò fino all8 luglio 1932. Poco prima di questa crisi, nel 1928, il grande economista inglese JohnMaynard Keynes aveva parlato di fronte a un gruppo di studenti a Cambridgeaffrontando un tema che avrebbe ripreso a Madrid nel 1930, per poi darlo alle stampenel 1931 col titolo Possibilità economiche per i nostri nipoti. Il saggio si apriva con alcune affermazioni che sembravano preludere alla crisiimminente, ma che sono interessanti anche a fronte dell’attuale crisi economica: “Negli ultimi tempi ci troviamo a soffrire di una forma particolarmente virulenta dipessimismo economico. E’ opinione comune, o quasi, che l’enorme progresso economico cheha segnato l’Ottocento sia finito per sempre; che il rapido miglioramento del tenore di vitaabbia imboccato, almeno in Inghilterra, una parabola discendente; e che per il prossimodecennio ci si debba aspettare non un incremento, ma un declino della prosperità…. La fasedi assestamento fra un periodo economico e laltro non è mai indolore. La tecnica haprogredito talmente in fretta da non consentire un adeguato riassorbimento della forzalavoro; il miglioramento del tenore di vita è stato persino troppo rapido…” In realtà le conclusioni del breve discorso di Keynes erano comunqueottimistiche: “…si tratta di uno scompenso temporaneo. Nel lungo periodo l’umanità èdestinata a risolvere tutti i problemi di natura economica. Mi spingo a prevedere che di qui acento anni il tenore di vita nei Paesi avanzati sarà fra le quattro e le otto volte superiore aquello attuale….” E’ proprio tale ottimismo che deve far riflettere sull’attuale crisi economicache forse è ancora più profonda di quella del 1929 perchè quest’ultima èprobabilmente di natura strutturale. Si è più volte indicata la crisi dei mutui subprime come la causa della crisiattuale, ma ciò forse non è vero. A nostro parere è come confondere la febbre con lamalattia. I mutui subprime, così come la rapida industrializzazione di India e Cina, la
  • crescente globalizzazione e la distruzione creativa dei posti di lavoro causata dallatecnologia informatica, sono piuttosto manifestazioni che non cause di unmalfunzionamento dell’economia insito nella sua stessa attuale struttura. In termini molto generali l’economia è quella disciplina che studia la gestionedelle risorse per soddisfare necessità individuali e collettive. In realtà l’economia haanche ambizioni previsionali in quanto si propone di pronosticare quali possanoessere in futuro le possibilità della comunità umana che si vale di quel tipo dieconomia. Gli economisti tuttavia tendono, in generale, a occuparsi piuttosto degliaspetti tecnici, certamente sempre più complessi al crescere delle comunità, che nondegli aspetti sociali e storici di quelle stessa comunità. L’economia peraltro si evolve come si evolvono le diverse comunità umane, equindi per essere compresa deve essere collocata in un contesto evolutivo che possaaiutare a capire fenomeni che potrebbero risultare di difficile comprensione seconsiderati esclusivamente nell’ambito tecnico. Per individuare la natura dell’attuale crisi economica, le cui dimensioni e i cuieffetti non sono ancora pienamente valutabili, può allora essere utile cercare di capirecome si sia arrivati a fruire, quasi su scala mondiale, di un modello economico ormaidiffuso presso le nazioni più evolute, un modello che in maniera molto semplificata sipuò anche definire come capitalistico. Questo modello, che è oggi ben più complesso di quel capitalismo cui siriferiva Karl Marx, si è affermato di fatto persino in Russia e Cina, ossia in nazioniche fino a pochi decenni erano le antesignane di un’economia di tipo comunista.economia e religione Sigmund Freud, in un saggio che può essere considerato il suo testamentospirituale (il disagio della civiltà, 1929), aveva affermato che: ” …il programma delprincipio di piacere stabilisce lo scopo dell’esistenza umana… gli uomini tendono allafelicità, vogliono diventare e rimanere felici”. Ma Freud aggiungeva anche che : ”…lasofferenza ci minaccia da tre parti: dal nostro corpo, destinato a deperire e a disfarsi,…dalmondo esterno che contro di noi può infierire con forze distruttive inesorabili… e infine dallenostre relazioni con gli altri uomini”. In un certo senso Freud accennava al problema del male presente nel mondo,quasi insito in esso. E una simile convinzione è tipica di molte religioni, e inparticolare del Cristianesimo. Il male, viene spesso visto secondo una concezione dualistica che fadiscendere bene e male rispettivamente da una divinità buona e da una cattiva.Persino Platone affermava nelle Leggi che che esistono due anime, una che produce ilbene e laltra che produce il male:” … ponendo l’anima come causa di tutte le cose sifinisce con l’attribuirle anche la causa del bene e del male… e si tratterà di un’anima sola odi una pluralità di anime? Ammettiamone almeno due: quella che è operatrice di bene equella che, all’opposto, può operare il male” (Leggi, X 896 B-897 C) Platone peraltro negava che il male derivasse da Dio: la responsabilità dei viziumani è interamente degli uomini. Un pensiero simile sarebbe stato riproposto dasant’Agostino, ma in maniera più complessa rispetto a Platone, perchè Agostinointuiva le difficoltà che nascono nel voler raccordare la libertà del volere umano conla prescienza di Dio, con i dogmi della grazia e della predestinazione, e in definitivacon il rapporto che esiste tra grazia e giustizia.
  • Il tema verrà ripreso quasi mille anni dopo dal grande poeta John Milton che nelParadiso perduto disegnerà un personaggio, Lucifero, che si staglia come una dellefigure più straordinarie della poesia mondiale. Lucifero, l’angelo portatore di luce,era il più bello degli angeli ma era anche terribilmente orgoglioso. Già Dante loaveva così descritto: “Sel fu sì bel com elli è ora brutto, e contra l suo fattore alzò leciglia, ben dee da lui procedere ogne lutto “ (Inferno, XXXIV, 34-36) Il giorno in cui Dio nominò il Figlio suo successore al potere, Lucifero siribellò e riuscì a portare via con con sé un terzo degli angeli del Paradiso,abbandonando quest’ultimo e nascondendosi all’interno della Terra. Non è questa la sede nella quale affrontare un poema epico nel quale vengonoaffrontate sottili questioni teologiche, come il fato, la predestinazione, la Trinità… Ma il riferimento è significativo perchè il Paradiso Perduto, il peccatooriginale e il Redentore sono entità sorprendentemente presenti nei vari modellieconomici che l’ Occidente ha costruito nel corso degli ultimi due secoli. In un simile schema è insito un meccanismo che dalla colpa originale, causadel male, cerca il riscatto verso una realtà ultraterrena, il Paradiso, che ricompenseràgli uomini del male terreno. L’uomo aveva maturato una simile sensibilità nel corso di alcuni millenniosservando la realtà della miseria e del lavoro umano. E non è casuale che nellacacciata dall’Eden Dio dica ad Adamo: “…col sudore del tuo volto mangerai il pane,finchè tornerai alla terra, perchè da essa sei stato tratto: infatti sei polvere e polvereritornerai ” (Genesi, 3,19). E non c’è dubbio che l’uomo moderno (per moderno si intenda l’uomo dellegrandi civiltà) si sia evoluto attraverso la comunità sociale e la produzione. Ma ledisuguaglianze dei terreni acquisiti dai singoli, il miglioramento dei mezzi diproduzione, le guerre di vario genere, hanno via via creato ineguaglianze sociali chealla lunga si sono cristallizzate tanto da generare continue lotte tra gruppi diversianche nell’ambito di una stessa comunità. Dalla schiavitù alla servitù feudale, al lavoro sulla catena di montaggio, si ècosì assistito alla perenne presenza di disuguaglianze sociali.il paradosso della libertà Il fatto è che fin dall’inizio, l’economia come la religione, è fondata su di unparadosso che è quello della libertà. Nella religione se l’uomo è completamente liberoè anche libero di fare il male, con conseguenze che ben si possono immaginare. La religione, concepita come collante sociale, è allora stata fondamentale nelmutare l’egocentrismo istintivo nell’ altruismo universale per mezzo di norme chepotessero istituzionalizzare il reciproco rispetto tra gli individui di una comunità. E la religione è stata anche fondamentale per consentire all’uomo dirazionalizzare il suo rapporto con il male, purtroppo così diffuso. Così per oltre un millennio il Cristianesimo ha plasmato e unificato lacoscienza del mondo occidentale Poi sono arrivati il Rinascimento italiano, le prime forme di capitale createdalle nascenti banche italiane, la scienza e alla fine del Settecento l’industria. In questo stesso periodo il Cristianesimo si è frantumato in due grandicorrenti, quella cattolica e quella protestante, che hanno guardato all’economia inmodo molto diverso.
  • Nella visione protestante di Lutero e Calvino l’uomo diventa più autonomorispetto alla Chiesa e più responsabile individualmente, potendo accedere direttamentealle Sacre Scritture, ma dovendo anche contribuire in maniera più fattiva alla crescitaeconomica della comunità cui appartiene. E questo perchè inizia a farsi strada l’idea che il male discenda dalla miseria eche l’uomo povero sia più fragile moralmente: se l’economia va meglio anche l’uomoè più buono. In sostanza occorre una forte economia per migliorare la vita e peccare dimeno. Poco alla volta l’economia e la religione convergono così verso un comunesentire e non ci può quindi stupire che appaiano degli economisti che in un certosenso sembrano anch’essi dei profeti.i profeti dell’economia Con Adam Smith, e il suo “Saggio sulla ricchezza delle nazioni”, nasceprobabilmente la scienza economica moderna che viene fondata sostanzialmente su diun’unica idea: l’apparente contrapposizione di interessi tra i tanti componenti di unasocietà non genera un conflitto permanente, ma piuttosto si crea e si stabilizza unauna situazione di equilibrio tra i reciproci interessi che genera un vantaggio generaleper la comunità. Nella visione ottimistica di Adam Smith, lequilibrio nato dallacontrapposizione di interessi personali rappresenta una condizione economicanaturale, che può essere peggiorata dallintervento di uno Stato che vogliaregolamentare leconomia e limitare le libertà di commercio. Se il mercantilismo seicentesco, figlio delle repubbliche italiane, prevedeval’intervento dello Stato, con Adam Smith nasceva un totale liberismo economico.Ognuno poteva perseguire i propri interessi perchè esisteva una mano invisibile cheregolava la somma dei comportamenti egoistici individuali secondo il più generaleinteresse della collettività. Adam Smith aveva probabilmente derivato la sua mano invisibile dal terzoatto del Macbeth di Shakespeare, nel quale lo stesso Macbeth esclama :” Vieni notteche sigilli le palpebre. Fascia il tenero occhio pietoso, e con la mano sanguinaria e invisibileannulla e fà a pezzi il grande contratto che mi fa impallidire.” Se per un attimo si riflettesull’attuale situazione economica, nell’ambito di una visione liberista, ci si accorgeche la mano invisibile è veramente sanguinaria, come dice Macbeth! Pochi decenni dopo la teoria di Smith veniva perfezionata da un altro grandeprofeta liberista, John Stuart Mill, che proponeva un’altra metafora di grandesuccesso: quella del mulino. L’economia è come un grande mulino per il qualeoccorrono sia una forza naturale, come l’acqua o il vento, capace di produrre lenergianecessaria al funzionamento della macchina, sia un meccanismo in grado ditrasformare l’energia stessa in lavoro, e quindi in ricchezza. L’energia umana presente in una società sarebbe inutile, e potenzialmentedannosa, se non fosse guidata e trasformata da un meccanismo sociale, determinatosecondo le leggi delletica, capace di distribuire questa ricchezza e di trasformarla inricchezza sociale. E all’incirca nello stesso periodo, di fronte ai grandi sacrifici imposti dallaprima industrializzazione che egli osservava in Inghilterra, il terzo grande profetadell’economia, Karl Marx, arrivava ad affermare che il lavoro non è la fonte ma
  • addirittura la ricchezza stessa. Secondo Marx l’elemento chiave dell’economia era lamerce, ma quale prodotto dell’uomo. La merce non è altro che lavoro umanocristallizzato, e come tale è il fondamento di ogni economia. Marx paradossalmente era un vero e proprio profeta cristiano. Credeva nelprogresso, nell’uguaglianza generale, in una società a venire che qualcuno hascherzosamente definito il paradiso rosso. Il suo era un vero e proprio universoreligioso in cui il Ggiudizio sarebbe stato rinviato a più tardi.Marx e il Paradiso in Terra Lo schema di Marx è abbastanza semplice. Il valore di una merce discendedalla quantità di lavoro che la produce. Ma se il capitalista riesce a impegnare illavoratore più di quanto dovuto quello che acquisisce è un plusvalore che alla lungaarrichisce il primo e immiserisce il secondo. Il lavoro viene suddiviso mentre lanecessità di nuove macchine industriali richiede ulteriori investimenti che finisconocol far sì che i piccoli capitalisti vengano assorbiti dai grandi. I profitti in parte vengono investiti in ulteriori macchine e in parte vanno adaumentare la parte stabile del capitale e così ad arricchire i proprietari, e via dicendo.Alla fine resteranno solo pochi padroni e la classe dei lavoratori si potrà rivoltarecontro di loro. Sarà possibile allora far nascere una società nella quale capitale e lavoro sipotranno finalmente integrare in un modello superiore e più etico di produzione. La visione religiosa di Marx è così completa. Il male è nel modelloeconomico, il redentore che deve soffrire ed essere crocifisso è il proletariato, ma ilparadiso è alle porte. Marx non giustifica tuttavia la violenza. Anzi afferma con chiarezza che unfine che abbia bisogno di mezzi ingiusti non è un fine giusto; e la sua protesta contro iprivilegi dei pochi non è affatto ingiustificata. Come i profeti Marx credeva chel’evoluzione dell’uomo fosse razionale e destinata al bene. Conosceva Darwin, ma non lo aveva ben compreso. Non si era reso contodell’intima aggressività dell’uomo, ossia di ciò che Freud avrebbe indicato come unadelle tre sofferenze dell’uomo. Credere che la storia dell’uomo potesse in brevetempo diventare razionale e morale è un po’ lo stesso errore che commettevano glievangelisti quando promettevano il paradiso a venire in pochi anni. “In verità vi dico che non passerà questa generazione che tali cose non accadano”(Marco 13,30); “In verità vi dico che non passerà questa generazione prima che tuttoavvenga” (Matteo 24, 34); “In verità vi dico che qui vi sono taluni i quali non morirannoprima di aver veduto il regno di Dio” (Luca, 9,26)… La Storia che, da tedesco qual era, Marx credeva dialettica gli ha finito coldare torto in diversi modi. Le nazioni nelle quali credeva che il suo modelloeconomico si sarebbe affermato, e tra queste soprattutto la Germania, si sono rivelaterestie a diventare comuniste. Invece di Rosa Luxemburg e Karl Liebknecht, cheverranno assassinati, si affermerà un fascista, Adolf Hitler, con un modello economiconel quale il capitalismo verrà in un certo senso portato agli estremi eccessi perchéesiste un unico capitalista e questo è lo Stato: ein Volk, ein Reich, ein Fuehrer. Il modello di Marx si affermerà invece in una paese, la Russia, nel qualeproprio la formidabile base religiosa si prestava a una fede rivoluzionaria disposta asacrificare l’oggi per un domani a venire. E così piuttosto che il Capitale di Marx il
  • testo di riferimento sarebbe diventato Stato e Rivoluzione di Lenin. La socializzazionedei mezzi di produzione sarebbe durata un tempo indeterminato e sarebbe stata unasparuta classe di dirigenti a guidare l’economia e il popolo socialisti. Ma in realtà lo stesso modello capitalista si è evoluto perchè il capitalismo haimparato a pianificarsi meglio, ha creato società per azioni, ha coinvolto lo Stato, si èservito dei progressi tecnologici per alleviare la fatica di certe attività, ha fatto nascerenuovi proprietari e nuove professioni, ha creato reti di imprese grandi e epiccole chelavorano in sinergia.dal Capitale al progressismo nordamericano Intanto negli Stati Uniti, alla fine dell’Ottocento, si affermava impetuosamenteun protestantesimo imprenditoriale che enfatizzava anch’esso una forma diprogresso economico in grado di condurre al paradiso, ma in tutt’altro modo. Gli economisti nordamericani pensavano che se prevaleva l’idea che ilmercato fosse di per sè dannoso allora si sarebbe generata l’illusione che lo Statofosse l’unica soluzione. Ma l’uno e l’altro sono creazioni dell’uomo e quindinaturalmente imperfette. Anche lo Stato può fallire, con enormi conseguenze quali lamancanza di libertà, di democrazia , di diritti civili, e l’apparizione di tiranni. Un’economia liberista offrirebbe invece grandi virtù, quali soprattutto il sensodel rischio e della libertà individuale, e soprattutto della responsabilità. Gli economisti nordamericani, e tra loro soprattutto Richard T. Ely, siservirono anche di unimpostazione evoluzionistica per affermare che levoluzionismoliberale, per non cadere nella barbarie del dominio del più forte o nella lotta di classe,dovesse servirsi di istituzioni razionali affidate a esperti capaci di organizzare in modoefficiente i singoli comparti della vita sociale. In tal modo essi si rivelarono assai creativi e svilupparono teorie sociali che,abbandonando gradualmente il naturalismo biologico a favore di approccipsicosociologici, si dimostrarono in grado di misurarsi con le trasformazioni in corsoe con gli aspetti potenzialmente pericolosi della lotta politica, ideando riformetecnocratiche e solidaristiche che divennero tipiche del liberalismo nordamericano. Il contributo del più originale economista nordamericano di quel periodo,Thorstein Veblen, The theory of the leisure class, nacque nel 1899 da unanalisi quasidarwinistica del susseguirsi delle istituzioni economiche, susseguirsi determinato dainteressi economici che si evolvevano in base ai principî della selezione naturale. Nasceva in quegli anni anche un sentimento della nazione americana chenell’immaginario collettivo avrebbe preso il nome di Mito della frontiera e che eraintimamente legato al senso di progressismo protestante. Il Mito della frontiera rimase per decenni nellimmaginario di molti storicidegli Stati uniti come l’ideale che determinava la formazione di unidentità americana.Tale mito era popolato di un insieme di ostacoli il cui progressivo superamentoavrebbe contribuito a creare il carattere della Nazione. Il Mito della frontiera, e non la frontiera stessa, venne così a costituirel’essenza di una presa di coscienza della propria identità nordamericana. I cowboy egli squadroni di cavalleria, la melodia irlandese Garry Owen che sarebbe diventata lamarcia del Settimo cavalleggeri di tanti film, le innumerevoli tribù indiane, ladevozione dei pastori che citavano a memoria la Bibbia, la brutalità dei cacciatori dipellicce o dei cercatori doro, vennero a costituire le diverse realtà sociali dell Ovest
  • nordamericano che, ancorchè selvaggio, era tuttora intriso di quella civiltà europeache idealmente si lasciava alle spalle. Una scena cinematografica tra tutte potrebbe riassumere questo sentimento.Nel capolavoro di John Ford, Sentieri selvaggi, che viene considerato oggi il migliorfilm western di tutti i tempi, si vede il protagonista Ethan (John Wayne), che haappena riportato a casa la giovane Debbie che era stata rapita da una tribù indiana,allontanarsi da solo verso il deserto della Monument Valley nel controluce di unaporta. La porta che si chiude alle sue spalle potrebbe rappresentare quasi il simbolodella separazione fra il mondo civile della casa e il mondo selvaggio che sta al difuori, mentre in sottofondo si può udire una maliconica canzone: “A man will search hisheart and soul; Go searchin way out there; His peace of mind he knows hell find; But where,oh Lord, Lord where? Ride away, ride away, ride away”. In un simile contesto etnie diverse e differenti realtà socioeconomiche sisarebbero dovute adattare a una reciproca accettazione, creando così una società nellaquale le varie culture si sarebbero amalgamate nel creare la società nordamericana.dal progressismo alla crisi del 1929 Nel solco di questo pensare, fatto di progressismo tecnico-religioso e di sensodi avventura, l’America costruiva intanto una prodigiosa tecnostruttura fatta diferrovie, di elettricità, di grandi imprese come anche di una grande moltitudine dipiccole officine che andavano a creare uno strato sociale intermedio. Un contributo determinante alla produttività dell’economia nordamericanavenne da un ingegnere, Frederick Winslow Taylor, che osservando attentamente leattività di dirigenti e operai specializzati ritenne che esistesse un solo modo (one bestway) per compiere una qualsiasi operazione. La teoria di Taylor prevedeva lo studioaccurato dei singoli movimenti del lavoratore per poter ottimizzare il tempo di lavoro:nasceva la catena di montaggio. Henry Ford avrebbe fatto proprie le idee di Taylor creando la Ford MotorCompany nella quale, ottimizzando la riduzione dei tempi di lavorazione, avrebbeprodotto su grande scala la Ford T, un’autovettura economica, semplice e disponibilesolo nel colore nero, e soprattutto la prima ad essere prodotta su grande scala: dal1908 al 1927 ne furono costruite 15 milioni di esemplari. Con Ford sembrava che il paradosso tra libertà imprenditoriale e principi disocialità venisse in gran parte attenuato. Ma era in agguato un’enorme crisieconomica che sarebbe scoppiata nel 1929.dalla crisi del 1929 alla Seconda Guerra Mondiale Nel 1929, come apparentemente oggi, la grande crisi dei consumi avevaimpoverito una gran parte della popolazione, soprattutto a causa di una crescentedisoccupazione. Secondo Keynes la crisi economica del 1929 era dovuta adun’insufficienza di domanda, da parte dei consumatori per i beni di consumo, e daparte delle imprese per i beni di investimento. Era stato, secondo Keynes, il basso livello della spesa per i consumi e per gliinvestimenti (da parte delle imprese) ad aver causato la crisi e l’allontanamento delsistema dalla piena occupazione. Occorreva un intervento dello Stato per uscire dallacrisi e per evitarla in futuro: manovra pubblica in grado di rialimentare la domanda
  • sia dei consumatori sia quella delle imprese. Keynes pensava che la strategia migliore fosse quella di un’accorta politicafiscale e di un’altrettanto vivace politica di investimenti statali nella costruzione diopere pubbliche, nei servizi d’istruzione, di difesa, e di assistenza sanitaria.Attraverso la spesa pubblica lo Stato poteva aumentare la domanda complessiva dibeni e quindi la conseguente ripresa dei consumi che avrebbe a sua volta spintol’intero sistema verso il pieno impiego. Dopo crisi del 1929, il messaggio di Keynes era comunque abbastanzapessimistico ed esso sembra oggi ancor più attuale alla luce dell’odierna crisieconomica. Keynes diceva infatti che: “… il capitalismo internazionale, eppureindividualistico, nelle cui mani siamo finiti non è un successo. Non è intelligente, non è bello,non è giusto, non è virtuoso, non fornisce alcun bene…”. Sono parole amare ma forse profetiche. Quando dice ancora: …è opinionecomune che il progresso economico sia finito per sempre; che il miglioramento della vitaabbia imboccato una parabola discendente,..” sembra quasi riecheggiare il pessimismo diOswald Spengler sul tramonto dell’Occidente. Eppure alcuni decenni dopo queste parole, e soprattutto dopo il trauma dellaSeconda Guerra Mondiale, il mondo sembrava aver ripreso la sua marcia verso uncomune benessere e quindi aver smentito le profezie di Keynes. Ma non è facile ancor oggi comprendere quale ruolo abbia avuto la SecondaGuerra Mondiale nell’evoluzione dell’economia. Forse il testo più intrigante, ancorchè arduo, per comprendere come questaguerra abbia modificato il contesto dell’economia è un romanzo di Thomas Pynchon,L’arcobaleno della gravità, nel quale viene affrontata proprio la grandecontraddizione di una guerra combattuta tra scoperte tecniche incredibili e aberrazioniinimmaginabili, come soprattutto l’Olocausto. La V2, l’arma di rappresaglia che i tedeschi lanciano a centinaiasull’Inghilterra, percorre un arco di cielo che sembra proprio un arcobaleno e diventaquasi l’emblema della rottura del patto con Dio. “Quindi Dio disse:…io pongo il mioarco nelle nubi e sarà il segno del patto fra me e la terra” (Genesi, 9,13). Lultima guerra mondiale prelude alla rivoluzione elettronica di un’epocaprotesa verso l’immateriale del software e del ciberspazio, della realtà virtuale e dellebiotecnologie, insieme a una fede incondizionata nel progresso. Il romanzo diPynchon è molto importante perché affronta in modo nuovo e originale, come solo ungrande narratore saprebbe fare, un tema così inquietante come la moderna pretesa diun progresso continuo e inarrestabile. Ma progresso di cosa? Della felicità umana, della qualità della vita, deirapporti tra le persone, della giustizia? Nel romanzo tecnologia e misticismo, ragionee irrazionalità, morale e immoralità, si confrontano in maniera ora drammatica oraironica perchè le componenti irrazionali prevalgono spesso su quelle razionali. Secondo Pynchon, non è il progresso che sta alla base della civiltà, bensì ilmistero, il magico, l’inesprimibile. Le grandi industrie (come soprattutto la IG Farben) hanno utilizzato la guerracome banco di prova delle nuove tecnologie. E il castigo sarà tremendo, sarà la nostra“trasformazione silenziosa in macchine di indifferenza”. La storia del Ventesimo Secolo è una storia spaventosa solitudine edesolazione che il razzo attraversa nella sua parabola matematicamente calcolatacome un algoritmo.
  • Ma c’è chi può controllare la tecnologia e se necessario rallentarla, guidarla,fermarla: essa è la politica. La politica, essendo sapienza e temperanza, (sophia kaisophrosune aveva detto Platone nel Protagora) è soprattutto ragione. E lo stato moderno nasce nel Rinascimento come frutto della prodigiosarazionalità italiana. Scriveva Jacob Burckhardt “ La più elevata coscienza politica e lamaggior varietà nello sviluppo delle forme di Stato si trovano riunite nella storia di Firenze,la quale in questo rispetto merita il nome di primo fra gli stati del mondo moderno… Lamente meravigliosa del fiorentino, ragionatrice acuta e al tempo stesso creatrice in fattod’arte, muta e rimuta incessantemente le sue condizioni politiche e sociali, e incessantementepure le giudica.” (La civiltà del rinascimento in Italia). Non è quindi sorprendente che proprio in una città come Firenze sia apparsoun gigante quale Machiavelli che, quasi riecheggiando Platone, riteneva che lacompetizione tra gli uomini potesse determinare confusioni e ingiustizie che solo loStato, con le sue leggi razionali, avrebbe potuto impedire. L’indagine di Machiavellisulla natura umana, affermando il primato della politica, diventava allora una verascienza politica e apriva la strada ai futuri scontri tra politica ed economia. Oggi però sembra essere la tecnologia a dare potenza a Stati ed economie, ePynchon infatti scrive: “ la politica … segretamente era dettata dalle necessità dellatecnologia … le vere crisi erano crisi di stanziamenti e di priorità, non fra le varie aziende,ma fra le varie Tecnologie, la Plastica, l’Elettronica, l’Aviazione, e le loro necessità,comprese solo dall’élite dominante “ E forse oggi la politica non è solo dettata dalla tecnologia ma ancor piùdall’economia.L’economia di Paul Samuelson Non è casuale quindi che dopo la Seconda Guerra Mondiale venissepubblicato un testo, L’economia, di Paul Samuelson nel quale veniva tentata unavera prima matematizzazione dell’economia, e che avrebbe costituito un punto diriferimento per generazioni di economisti e di politici nordamericani. Ne L’economia Samuelson cercava di innestare la nuova teoriamacroeconomica di derivazione keynesiana, e con essa le nuove concezioni sul ruoloattivo dellintervento pubblico in economia, sul corpo della più antica teoriamicroeconomica neoclassica, favorevole alla libertà dei mercati. Samuelson voleva così mostrare quali fossero i vantaggi di un’economia"mista" (mercati liberi, ma corretti dalla presenza della politica economica e dalleredistribuzioni di reddito dello Stato assistenziale) nei confronti sia dei sistemieconomici collettivistici sia dei sistemi di mercato non regolati. Ma quella di Samuelson non era solo teoria, ma anche soluzione di problemiattraverso modelli matematici necessari per affrontare e spiegare i rapporti causaeffetto. Insieme a Wolfgang Friedrich Stolper, uno studente di Schumpeter,Samuelson dimostrò, per esempio, che le importazioni tessili e di prodotti diabbigliamento da un paese sottosviluppato si traducevano in un calo dei salari negliStati Uniti. In un’intervista data a Piergiorgio Odifreddi nel 2004 (Incontri con mentistraordinarie), Samuelson avrebbe peraltro affermato: “Non c’è motivo di credere che ilcapitalismo selvaggio sia ottimale, da un punto di vista pragmatico. La cura per unaregolamentazione sbagliata non è la deregolamentazione, ma una regolamentazionerazionale e fattibile: in medio stat virtus.”
  • Più avanti nella stessa intervista: “Personalmente sono sfavorevole alledisuguaglianze, e favorevole a un’azione governativa che attenui quelle che dipendono daimeccanismi di mercato. Non cullando sogni napoleonici. Non pretendo che tutti concordinocon me, ma devo dire che gli economisti dell’ultima generazione stanno diventando tantomeno altruistici, quanto più ci allontaniamo dalla Grande Depressione, che ci avevainsegnato la dipendenza e l’aiuto reciproco.” E in un saggio della fine del 2008 (Farewell to Friedman-Hayek libertariancapitalism) parlando della recente crisi economica Samuelson aggiungeva con moltopessimismo: ”All origine di quello che risulta essere il peggior terremoto finanziario daun secolo a questa parte, troviamo il capitalismo libertario e allinsegna del laissez-faire diMilton Friedman e Friedrich Hayek, cui è stata permessa una crescita selvaggia e senza ilrispetto di alcuna regola. È questa la causa principe delle tribolazioni odierne…. …le mie considerazioni si riallacciano direttamente alle numerose incognite chegravano sulle operazioni di salvataggio messe in campo in tutti e cinque i continenti.Innanzitutto, occorre fare chiarezza sui responsabili della deriva che, dal trend di stabilità ecrescita di metà anni 90, ci ha fatto scivolare nel caos odierno, destinato a protrarsi ancoraper chissà quanto… …la promozione mirata della sperequazione non è servita a rilanciare la produttivitàtotale dei fattori negli Stati uniti. Piuttosto, la scandalosa impennata delle remunerazioni deitop manager ha compromesso la funzionalità dellintero sistema di governance aziendale.Spregiudicati Ceo hanno curato soltanto i propri interessi a suon di bugie sugli utili effettividelle società… …La gran parte delle perdite oggi accusate saranno permanenti, come avvenne nel1929-32… È indubbio, tuttavia, che il meltdown globale di questi giorni rechi in bella vistale parole Made in America. Le generazioni future, dallIslanda allAntartide, impareranno arabbrividire al nome di Bush, Greenspan e Pitt. Sto esagerando, naturalmente. Ma nontroppo.”Karl Polanyi e La grande trasformazione Il recente pessimismo di Samuelson, che pure era stato per decenni il teoricodell’economia nordamericana era in realtà già stato proposto, in una visione ancorapiù strutturale di una crisi dell’economia, una vera e propria crisi di civiltà, in un testodel 1944, La grande trasformazione, del sociologo ungherese Karl Polanyi. La grande trasformazione è un libro molto originale ancorchè complesso.L’essere apparso nel 1944, mentre infuriava la fase finale della Seconda GuerraMondiale, e soprattutto l’aver criticato alla radice il modello economico liberista, inunottica non marxista ma essenzialmente umanitaria e culturale, non ne hacertamente favorito il successo che invece avrebbe meritato e che invece stasorprendentemente avendo oggi. Il mercato autoregolato è destinato a concludersi, secondo Polanyi, con unacrisi violenta; forse quella cui si sta assistendo oggi. Ne La grande trasformazione la critica centrale è rivolta a un’utopia, quella diun libero mercato autoregolato, i cui effetti, dopo un secolo e mezzo dalla suainvenzione saranno, secondo Polanyi, una completa desertificazione dellambientesociale e culturale. Non è possibile sintetizzare brevemente una tesi così complessa che, partendodalla definizione della società di mercato, passa quindi a esaminare le tensioni che laaffliggono e che alla lunga ne determineranno la caduta oppure la trasformazione.
  • E’ forse possibile, tuttavia, intuirne l’importanza culturale attraverso alcunetra le affermazioni più significative che vengono via via proposte nel testo. Secondo Polanyi: “Tutti i tipi di società sono limitati da fattori economici. Tuttaviala civiltà del diciannovesimo secolo era economica in un senso diverso e distinto poichésceglieva di fondarsi su di un motivo soltanto raramente riconosciuto come valido nellastoria delle società umane e certamente mai prima sollevato al livello di una giustificazionedi azione e di comportamento nella vita quotidiana, e cioè il guadagno. Il sistema del mercatoautoregolantesi era derivato da questo principio.” E poco più avanti aggiunge: “La nostra tesi è che lidea di un mercatoautoregolato implicasse una grande utopia. Unistituzione del genere non poteva esistere perun qualunque periodo di tempo senza annullare la sostanza naturale e sociale della società;essa avrebbe distrutto luomo fisicamente e avrebbe trasformato il suo ambiente in undeserto.” L’economia è un fatto sociale prima ancora di essere una fatto squisitamentemercantile: “… l’economia dell’uomo, di regola, è immersa nei suoi rapporti sociali.L’uomo non agisce in modo da salvaguardare il suo interesse individuale nel possesso di benimateriali, agisce in modo da salvaguardare la sua posizione sociale, le sue pretese sociali, isuoi vantaggi sociali. Egli valuta i beni materiali soltanto nella misura in cui essi servono aquesto fine. Né il processo di produzione né quello di distribuzione sono legati a specificiinteressi economici vincolati al possesso dei beni; tuttavia ogni passo di questo processo ècollegato a una molteplicità di interessi sociali, che alla fine assicurano che il passonecessario venga compiuto" . Ossia, detto molto più sinteticamente, "il sistema economico è in realtà unasemplice funzione dell’organizzazione sociale" Con l’invenzione del mercato autoregolato, invece: "Non è più l’economia aessere inserita nei rapporti sociali, ma sono i rapporti sociali a essere inseriti nel sistemaeconomico…. La società deve essere formata in modo da permettere a questo sistema difunzionare secondo le proprie leggi". E aggiunge poco dopo che: “ Un’economia di mercato è un sistema economicocontrollato, regolato e diretto soltanto dai mercati; l’ordine nella produzione e nelladistribuzione delle merci è affidato a questo meccanismo autoregolantesi”. Sembra quasi di udire Martin Heidegger nella sua ormai celebre conferenza Laquestione della tecnica (tenuta a Monaco nel 1953), quando affermava che si eraormai verificato un vero e proprio capovolgimento di ruoli tra uomo e tecnologia. Senel Prometeo incatenato di Eschilo l’uomo era padrone della tecnologia, pur nellelimitazioni di quest’ultima, con Heidegger appariva un uomo “a disposizione” dellatecnologia. L’ambizione di quest’ultima è infatti di fare tutto ciò che può fare, mentrel’uomo vorrebbe capire cosa si deve fare e cosa non si deve fare. La tecnica(tecnologia), secondo Heidegger, appare ormai indipendente dalle finalità dell’uomo esi evolve secondo una propria volontà di potenza, che sembra inarrestabile.L’economia e le tendenze della società sembrano completamente determinate dalleevoluzioni tecnologiche. Le onde distruttive di Schumpeter ridefiniscono, in funzionedelle tecnostrutture disponibili, gli scenari economici e le tendenze sociali seguono,per così dire, a ruota. Nella visione di Polanyi l’uomo finisce in ugual modo per dipendere daun’economia che in definitiva persegue solo le proprie intrinsiche finalità, quasi chequeste fossero sfuggite all’uomo stesso: “Un’economia di mercato è un sistemaeconomico controllato, regolato e diretto soltanto dai mercati; l’ordine nella produzione enella distribuzione delle merci è affidato a questo meccanismo autoregolantesi. Un’economia
  • di questo tipo deriva dall’aspettativa che gli esseri umani si comportino in modo tale daraggiungere un massimo di guadagno monetario…. Essa assume la presenza della monetacome potere di acquisto nelle mani dei suoi possessori. La produzione sarà poi controllatadai prezzi poiché i profitti di coloro che dirigono la produzione dipenderanno da essi …L’autoregolazione implica che tutta la produzione è in vendita sul mercato e che tutti i redditiderivino da questa vendita. Di conseguenza vi sono mercati per tutti gli elementidell’industria, non soltanto per le merci (e i servizi) ma anche per il lavoro, la terra e lamoneta" E ancora:” Il lavoro è soltanto un altro nome per un’attività umana che siaccompagna alla vita stessa la quale a sua volta non è prodotta per essere venduta ma perragioni del tutto diverse… La terra è soltanto un altro nome per la natura che non è prodottadall’uomo. La moneta infine è soltanto un simbolo del potere d’acquisto che di regola non èaffatto prodotto ma si sviluppa attraverso il meccanismo della banca o della finanza di stato.Nessuno di questi elementi è prodotto per la vendita. La descrizione, quindi, del lavoro, dellaterra e della moneta come merci è interamente fittizia.” Allora il liberismo si deve spiritualizzare e divenire: “il principio organizzativodi una società impegnata nella creazione di un sistema di mercato. Nato come sempliceinclinazione verso metodi non burocratici esso si evolse in una vera fede nella salvazionesecolare dell’uomo attraverso un mercato autoregolato….il credo liberale assumeva il suoferovre evangelico soltanto in risposta alel necessità di un’economia di mercato pienamentesviluppata”. In sostanza, dice Polanyi, l’aggressività del liberismo non consiste soltanto delgrado di sfruttamento dell’uomo e della natura che esso provoca, ma soprattutto nellasua ambizione di creare una nuova cultura che tagli i legami che l’uomo ha sempreavuto con società e natura, legami che costituiscono il tessuto umano e naturale dellavita sociale, per creare alla fine un individuo che abbia come unica finalità quella diperseguire soltanti i propri interessi. Ma : "separare il lavoro dalle altre attività della vita e assoggettarlo alle leggi dimercato significa annullare tutte le forme organiche di esistenza e sostituirle con un tipodiverso di organizzazione, atomistico e individualistico". La conclusione di Polanyi (qui estremamente abbreviata) è sopratttutto diordine morale, e non potrebbe essere diversamente in una visione così pessimisticadell’economia liberista: “ Se la civiltà industriale non si disgregherà o non volgerà versosoluzioni degenerative, una ricostituzione delle fondamenta della coscienza umana sipresenta come imperativa. Soltanto a questo prezzo potrà essere conservata la libertà.” La grande trasformazione non è soltanto un testo di economia, ma anche distoria e di sociologia, e come tale permette di inquadrare l’attuale crisi economica inuna visione più ampia, generale e soprattutto non settoriale.l’attuale crisi economica L’attuale situazione economica sembra manifestare alcune macrotendenze benevidenti. L’odierna crisi potrebbe innanzitutto sembrare una delle cicliche crisi cheaccompagnano di volta in volta l’affermarsi di una nuova tecnostruttura: quelle cheSchumpeter denominava onde di distruzione creativa. Inoltre non c’è dubbio che i computer, e più in generale l’Information andCommunication Techonology (ICT), eliminano lavori algoritmici e ripetitivicreando di fatto disoccupazione.
  • Infine la globalizzazione dell’economia si accompagna anche a un’intensa erapida industrializzazione di due giganti come l’India e la Cina, con le conseguenzeeconomiche per il mondo occidentale che ben si possono intuire. Ma se si riflette un poco su quanto detto da Polanyi si deve fare l’ipotesi chela crisi attuale sia molto più complessa di quanto possa sembrare a prima vista. Essasembra ancora una volta essere frutto dell’eterno paradosso che esiste tra liberismo esocialità, ovvero tra libertà individuale e società. Inoltre si comincia a comprendere che l’attuale modello capitalista neo-liberista si fondi su alcuni assunti che in realtà non sono veri. Il mercato non siautoregola e non c’è alcuna mano invisibile che lo possa regolare. Il capitale nonsempre arriva. E infine i rischi non sono sempre calcolabili. Di fatto quello che si è invece constatato è che la rapida evoluzione dellatecnologia e la delocalizzazione della manodopera in paesi industrialmente emergentihanno consentito di creare fin troppe merci da distribuire a un numero nonsufficientemente ampio di consumatori. La pubblicità è stata quindi costretta a iniettare desideri e fiducia e ha finitocon l’investire oltre 500 miliardi di dollari nel solo 2009. Ma soprattutto liberalizzare i capitali e muoverli con i computer è diventatal’essenza della globalizzazione finanziaria. Nel corso degli ultimi 30 anni si è così assistito all’affermarsi di un’economiaglobalizzata, al crollo delle tariffe doganali, a rilevanti miglioramentinell’organizzazione della produzione, e ancor più ai mutamenti tecnologici avvenutinell’ ICT. Tutti questi elementi, insieme ad altri che verranno esaminati più avanti,hanno contribuito alla crisi economica del 2008 che sembra aver impoverito non sologli operai e i precari, ma anche i bancari, gli impiegati, e perfino certi professionisti. Ma alcune élite (manager, grandi professionisti, star del mondo dellospettacolo e dello sport, stilisti, cantanti, conduttori televisivi,…) hanno acquistatopotere e denaro, creando enormi diseguaglianze che la stessa crisi economica ha resoaddirittura ancor più vistose. Sembra ormai che persino il normale lavoro professionale, creativo e orientatoalla soluzione di problemi, svolto nei servizi avanzati e nell’industria manifatturiera,stia perdendo di valore. Tuttavia se si riflette per un attimo sul semplice schema del mulino di Mill sipuò osservare che, oltre alla tecnologia, nella produzione economica ci sono duecomponenti che si erano più o meno bilanciate fino a un paio di decenni fa, ossia ilcapitale e il lavoro. Se allora si analizzano i dati economici ci si accorge che nel corso degli ultimitrent’anni la quota di ricchezza (ossia di prodotto interno lordo: PIL) prodotta dalcapitale è cresciuta più rapidamente della quota prodotta dal lavoro (ossia dai salari). Il PIL delle nazioni OECD ( ovvero lOrganizzazione per la Cooperazione e loSviluppo Economico (OCSE)) era intorno ai 40 mila miliardi di dollari nel 2007. Intale quota la parte capitale si era avvantaggiata di circa il 5% rispetto alla parte lavoro,e quindi di circa 2000 miliardi di dollari che non andavano in salari, il che per unapopolazione di oltre un miliardo di persone vuol dire quasi demila dollari a testa. C’è stato quindi un sostanziale impoverimento soprattutto delle classi medie.In realtà il fenomeno sembra ancora più complesso. Probabilmente il meccanismo èstato innescato negi USA dove l’economia dei consumi è stata sempre molto vivace. Tuttavia a fronte della minore liquidità disposibile negli ultime decenni ilmercato ha cercato di adattarsi creando una forma artificiale di liquidità giocando
  • sulla speranza di guadagni a venire. E simili guadagni potevano apparire concretisoprattutto nel settore immobiliare. Allora perchè non indebitarsi per alcuni decenni verso un bene che comunquecol tempo si sarebbe rivalutato più del debito contratto? E così sono entrati in giocomeccanismi finanziari molto complicati e soprattutto audaci. Per dirla con grandesemplicità sono stati concessi mutui quanto mai facilitati, e pressochè a tutti. Lacrescita dell’edilizia ha stimolato a sua volta un’ampia infraststuttura industriale e diservizi. E le banche sono diventate il motore del flusso denaro. E tale flusso di denaro è dilagato negli USA soprattutto attraverso i cosiddettimutui subprime, ossia mutui concessi a persone che non avevano accesso a un tassopiù favorevole perchè considerati a rischio di insolvenza. Le condizioni dei mutuisubprime imponevano quindi tassi di interesse più alti. A partire dal 2000, moltebanche americane hanno così concesso mutui a persone che forse non sarebbero statein grado di restituire il denaro. Ma come è potuto accadere, e in una misura così grande? Il fatto è che dal2000, e fino a quasi tutto il 2006, il prezzo delle abitazioni è cresciuto così tanto dacreare una vera e propria “bolla immobiliare”. La continua crescita del prezzo delleabitazioni ha creato l’illusione che l’attività di erogazione dei mutui fosse pocorischiosa. Se il mutuo non fosse stato ripagato l’abitazione poteva essere sequestrata erimessa in vendita a un prezzo più alto. Al tempo stesso i tassi di interesse stabilitidalla Banca Centrale Americana (la Federal Reserve) erano progressivamente scesiproprio per stimolare l’economia. Ma c’era un altro aspetto molto importante: gli enormi investimenti che laCina continuava a fare negli USA. Si vedrà meglio più avanti la natura di questomeccanismo. Per il momento basti considerare che la quantità di denaro immessa dalla Cinanel mercato statunitense è stata veramente colossale (trilioni di dollari) rendendodisponibile un’ulteriore enorme liquidità. Tornando al meccanismo dei mutui immobiliari è importante osservare che lebanche americane erano riuscite a concedere tanti mutui anche in virtù di unmeccanismo finanziario, la cosiddetta cartolarizzazione, per mezzo del qualepotevano rivendere ad altri gli stessi mutui, trasferendone così il rischio. Si può riassumere, brevemente e in modo del tutto semplificato, ilmeccanismo complessivo della cartolarizzazione. Una banca dispone di una certa liquidità (decine o centinaia di milioni didollari o di euro) che può erogare in mutui. Una volta che tale liquidità si sia esauritala banca dovrebbe attendere il rientro di tutte le rate (o di gran parte di esse) pererogare nuovi mutui. Invece può innestare un nuovo processo per ottenere ulterioreliquidità e ridurre i rischi. Può rivolgersi a un altro ente (la cosiddetta società veicolo),che potrebbe essere persino stato creato dalla banca stessa e il cui capitale èrappresentato proprio dai crediti vantati verso i clienti che hanno contratto dei mutui. La società veicolo puo farsi finanziare dal mercato dando in garanzia sottoforma di obbligazioni i crediti vantati nei confronti dei clienti della banca dalla qualeha ottenuto i mutui e cui ha fornito in cambio la liquidità. La banca stessa con la nuova liquidità può erogare nuovi mutui e ha cosìridotto, in linea di principio, i suoi rischi. A questo punto si potrebbe inserire unanuova banca, una cosiddetta banca affari, la quale potrebbe acquistare obbligazionidalla società veicolo e potrebbe, a sua volta, costituire una nuova società cui destinarele obbligazioni appena acquistate. Quest’ultima società a sua volta potrebbe emettere
  • obbligazioni,… e così via. Una persona ragionevole di fronte a un simile meccanismo cosa può pensare?Non è certamente possibile creare ricchezza con questa sola sequenza di ingegneriafinanziaria. E allora? L’unica spiegazione è che il valore delle case deve aumentarenel tempo (coprendo i rischi) e il denaro da restituire dovrà essere prodotto dal lavoroa venire dei mutuatari. Il pericolo era insito proprio nel meccanismo di rischio. Se qualcosa nonavesse funzionato correttamente l’intero meccanismo si sarebbe inceppato e leconseguenze sarebbe state essere molto gravi: come infatti è avvenuto. E già intornoal 2005 qualcosa cominciava a scricchiolare nell’economia americana. I tassi diinteresse iniziavano nuovamente a crescere, i mutui da ripagare diventavano piùcostosi, mentre il prezzo delle abitazioni cominciava a scendere. Le banche iniziavano così a registrare perdite sempre più grandi. I titolifondati sulle rate dei mutui subprime scendevano drammaticamente di valore ediventavano, come si dice, tossici: in virtù della globalizzazione in atto la crisi siestendeva poi rapidamente all’intero mondo finanziario. Nasceva così una crisi diliquidità e veniva meno l’accesso al credito per persone e imprese.il ruolo della finanza nell’attuale crisi Una delle caratteristiche più significative dell’odierno scenario economico è laglobalizzazione dei mercati finanziari. La possibilità di lavorare in tempo reale e suscala mondiale attraverso reti di computer interconnessi in vario modo ha dato agliinvestitori un potere crescente, che essi hanno immediatamente utilizzato per otteneredai loro investimenti i massimi rendimenti e nei tenpi più brevi. In questo contesto si colloca anche la strategia americana di concedere prestitia basso costo per l’acquisto di abitazioni, con i meccanismi e le conseguenzeprecedentemente descritti. E ancora occorre sottolineare il ruolo svolto dalla Cina che haprogressivamente aumentato la sua produzione di merci (spesso di basso costo)ricavandone una liquidità che non ha voluto reinvestire nel suo sistema paese. Aseguito della grande crisi finanziaria asiatica degli anni Novanta la Cina ha preferitopuntare su mercati finanziari evoluti, come gli Stati Uniti e la Gran Bretagna, chehanno visto così arrivare ingenti investimenti. Tra il 2000 e il 2007 negli Stati Uniti èarrivata una quantità di denaro cinese equivalente al 40% del PIL americano di unanno, e in Gran Bretagna l’equivalente di un 20% del PIL inglese di un anno. C’è da aggiungere che gli enormi investimenti effettuati in dollari hannomantenuto basso il valore della moneta cinese e quindi molto appetibile la forzalavoro cinese, il che ha consentito tante delocalizzazioni industriali dall’Occidente inCina. Ora che la crisi economica fa sentire il suo peso diventa ancora più difficileesportare prodotti in Cina e ciò determina un forte arretramento di economie che daleesportazioni verso la Cina ricavavano molti benefici per la loro bilancia commerciale. Tutto questo denaro offerto dalla Cina doveva essere sapientemente investito esembrava che i mercati finanziari americano e inglese possedessero tecnologieadeguate per gestire i modelli di rischio. I dati finanziari relativi al periodo in cui la crisi ha cominciato a manifestarsisono veramente impressionanti. Nel 2007 gli attivi finanziari delle imprese sono statiinfatti uguali a circa 5 volte il PIL mondiale (che equivale a circa 60 mila miliardi di
  • dollari). Ciò ha evidentemente creato un eccesso di liquidità virtuale. Al tempo stesso le transazioni finanziarie nel corso del 2007 sono stateequivalenti a quattro milioni di miliardi di dollari di cui l’80% circa di naturapuramente speculativa. Ma il dato forse più inquietante è che il debito che famiglie, imprese,organizzaioni di vario genere e Stati, hanno contratto è ormai dell’ordine di 100 milamiliardi di dollari. Se si ipotizza un interesse annuo intorno al 3% si puòapprossimativamente dedurre che il PIL dovrebbe crescere del doppio (visto che ècrica la metà di questo valore) solo per pagare gli interessi. Infine si deve anche osservare che le prime dieci banche del mondo detengonocirca 2/3 del PIL mondiale. Simili dati sembrano confermare la previsione di Polanyi sull’avvento di unaprofonda crisi di civiltà.l’economia non è una scienza Già Keynes negli anni Settanta aveva parlato di Animal Spirits per indicare leinstabilità insite nel capitalismo. I diversi aspetti degli Animal Spirits come fiducia,correttezza, avidità, corruzione non fanno parte di un modello matematico. Si è quindisovrastimato l’approccio razionale, tanto che Edmund Phelps, premio Nobel perl’economia nel 2006, ha detto che i modelli di rischio non hanno mai avuto un buonfondamento. Secondo Phelps è impossibile prevedere in dettaglio il comportamento di unsistema complesso come un mercato finanziario, e quindi ciò che occorre tuttora è unacerta dote di intuito, soprattutto manageriale, che è palesemente mancata. Attraversol’ingegneria finanziaria, globalizzata per mezzo di computer e modelli di rischio, si ècosì creata un’enorme liquidità virtuale e chi è stato incaricato di gestirla è statosuperpremiato. Di fatto le famiglie americane sono oggi indebitate in misura tale che il loroindebitamento è pressochè equivalente all’intero PIL nordamericano. E dietroall’attuale crisi economica si nasconde anche un altro spettro, quello degli algoritmimatematici con i quali si credeva che fosse finalmente possibile domare o esorcizzareil rischio. In un lavoro del 1973 Fischer Black e Myron Scholes avevano formulatoun’equazione matematica che sarebbe stata ampiamente utilizzata dai modellifinanziari nei decenni successivi. L’equazione si basava anche su precedenti ricerchedi Robert Merton. Quest’ultimo, insieme a Scholes, avrebbe poi vinto il premio Nobelper l’economia nel 1997. L’idea su cui si basava l’equazione di Black e Scholes era che un titoloderivato è implicitamente prezzato se il cosiddetto strumento sottostante (ossiaquell’attività da cui dipende il derivato) viene scambiato sul mercato. Il modello diBlack e Scholes era diventato un vero e proprio manifesto della finanza, in grado diconvincere gli investitori che quest’ultima fosse quasi una scienza esatta. Dopo che nel 1971 era stata abbandonata la parità monetaria con l’oro imercati finanziari desideravano avere uno strumento che in qualche modo liproteggesse contro le variazioni dei cambi tra le valute e successivamente contro levariazioni dei tassi di interesse. In sostanza si desiderava uno strumento che
  • proteggesse dai rischi. Il modello di Black-Scholes sembrava la risposta a una simileesigenza. Per dirla molto semplicemente, sarebbe stato bello poter disporre di unaformula che permettesse di conoscere il prezzo di un prodotto come composto daiprezzi dei suoi componenti. Ma l’equazione di Black-Scholes resta un modellomatematico, con tutte le semplificazioni adottate da un modello. La strutturadell’equazione, senza entrare nei dettagli, ricorda quella delle equazioni che in fisicadescrivono la diffusione del calore. La volatilità dei prezzi sono però risultate più discontinue di quanto il modellomatematico prevedesse. E i meccanismi di cartolarizzazione avevano introdotto unaltro elemento di incertezza, difficilmente quantificabile. Venti anni fa, l’uso indebito del modello di copertura del rischio sul crollo deimercati azionari entrò nella spirale del crack borsistico dell’ottobre 1987: un crollodel 23% in un solo giorno, tanto da far apparire quasi minori i recenti ondeggiamentidei mercati. E fu proprio l’uso del modello anti crack Black-Scholes a destabilizzareil mercato! Il punto è che il sistema economico non è statico e le informazioni perdescriverlo non sono sufficienti. Le grandi corporation sono nate proprio per ridurre icosti di gestione delle informazioni. In definitiva il sistema economico è troppo complesso e in un certo senso lascienza dell’economia è come quella della metereologia: non si possono costruireprevisioni a lungo termine. La differenza fondamentale tra le scienze fisiche e le scienze economiche, o lamatematica finanziaria, è nel ruolo dei concetti, delle equazioni e dei dati empirici.L’economia classica si basa su ipotesi molto forti che diventano rapidamente assiomi;mentre le scienze fisiche sono molto più caute e procedono attraverso una continuafalsificabilità delle ipotesi scientifiche a fronte anche di un solo esperimento. Le scienze fisiche hanno inoltre sviluppato alcuni modelli matematici chepermettono di comprendere, almeno a grandi linee, in che modo piccoleperturbazioni possano generare in un sistema complesso effetti incontrollabili. La teoria della complessità, sviluppata durante gli ultimi trent’anni, mostrache, quantunque un sistema possa avere uno stato ottimale - come, per esempio, unostato di energia più basso - tale stato sia spesso difficile da identificare poichè ilsistema non si pone mai in quella condizione. Questa soluzione ottimale non solo è inafferrabile, è anche fragilissimarispetto a piccole modifiche dell’ambiente, e quindi spesso irrilevante per capire cosastia succedendo. Vi sono buone ragioni per credere che questo paradigma dellacomplessità dovrebbe essere applicato ai sistemi economici in generale e ai mercatifinanziari in particolare. Semplici idee di equilibrio e di linearità (l’ipotesi che piccole azioniproducano piccoli effetti) non funzionano. C’è quindi la necessità di rivedere i modelli dell’economia classica e occorresviluppare strumenti del tutto nuovi, come si è cercato in modo ancora frammentario edisorganizzato da parte dei cosiddetti econofisici.
  • il caso Italia Per quanto riguarda le prospettive dell’economia italiana occorre ricordare cheanche l’Italia vive in un contesto globale e quindi solo se l’intero scenario mondialetornerà a essere più sereno anche l’Italia potrà beneficiarne. Si è detto che forse, come sostiene Polanyi, l’intero modello dell’economialiberista va rivisto e rinovato. Ma nell’immediato l’economia deve continuare arispondere ai bisogni della società e deve quindi in qualche modo continuare acrescere. Negli ultimi decenni, infatti, l’economia mondiale (e soprattutto quella deipaesi più evoluti), è costantemente cresciuta ed è diventata globale attraverso unutilizzo pervasivo delle nuove tecnologie dell’ICT che hanno creato non solo nuovimodelli di attività produttive ma anche nuove tipologie di imprese. Ma al tempo stesso, consumi e produzione si sono via via trasferiti in misurasempre maggiore dagli Stati Uniti e dall’Europa verso l’Asia, la quale sta crescendo aritmi molto più elevati rispetto all’Occidente.. In Europa la crescita del prodotto interno lordo viene stimata per i prossimianni tra il 1.5% e il 2,2% l’anno, con un valore alquanto inferiore per l’Italia. Se così fosse diventerebbe molto difficile per l’Italia sostenere l’attuale debitopubblico e creare occupazione, sia per coloro che entrano nel mercato del lavoro siaper quelli che ne sono stati recentemente espulsi. La domanda che allora sorge spontanea è: “perché la crisi economica italianasembra più profonda rispetto ad altri paesi occidentali?” La risposta consiste probabilmente in una triade di elementi checoncorrentemente deprimono lo sviluppo italiano e che sono rispettivamente: unaproduttività inferiore agli standard dei paesi più evoluti, una carenza di culturatecnologica, e una sostanziale arretratezza dello Stato. La minore produttività deriva anche dal ridotto livello di investimenti, siapubblici sia privati, in ICT, livello significativamente inferiore rispetto ai paesi piùevoluti. L’ICT, infatti, non è solo un abilitatore di attività esistenti, ma è anche unmotore di trasformazione e di creazione di nuove produzioni e di nuovi servizi… Inoltre in Italia c’è tuttora una carenza di capillarità della cosiddetta bandalarga, che riguarda soprattutto aziende che devono mettere a disposizione i propriservizi, come la Sanità, gli Enti Locali, le banche, le anagrafi,… I ridotti investimenti in ICT discendono anche da una scarsa percezione diquali possano esserne i ritorni di investimento, che non sono facilmente misurabili senon esiste una sufficiente cultura sia d’impresa sia informatica. E l’attuale cultura tecnologica italiana, per quanto riguarda l’ICT, è unacultura essenzialmente di massa, che privilegia un uso intensivo della tecnologiastessa ma per scopi consumistici o edonistici, quali soprattutto gli smartphone o gliipod/ipad per intrattenimenti di vario genere, da Facebook ai videogiochi. Non c’è quindi reale consapevolezza di quanto l’ ICT potrebbe favorire lacreazione di nuove imprese, di nuovi servizi, o di nuovi processi produttivi. C’è infine da considerare la sostanziale arretratezza dello Stato, che finiscecon lo scoraggiare investimenti (anche stranieri) e quindi col generare poche nuoveiniziative e conseguentemente nuovi posti di lavoro.
  • Gli aspetti più vistosi di tale arretratezza sono la complessità e l’inefficienzadella Pubblica Amministrazione, la lentezza della giustizia civile, l’inadeguatezzadelle infrastrutture tecnologiche pubbliche, la scarsa visibilità internazionale delleUniversità, una legislazione giuslavorista inadeguata, complessa, e persinoconflittuale, quando invece occorrerebbe - soprattutto ora - molta flessibilità; per nonparlare di una inaccettabile gerontocrazia della classe politica. Sono quindi urgenti sia una capillare diffusione della banda larga sia losviluppo di applicazioni atte a utilizzarla come, per esempio, la telemedicina e latelechirurgia, la coprogettazione, le analisi del territorio e della comunità, leinterazioni con i nuovi strumenti analitici di business, e molte altre. Occorre anche creare tecnostrutture digitali intelligenti per il controllodell’utilizzo di risorse come linee elettriche, linee ferroviarie, autostrade, centrali. Quello che tuttavia sembra particolarmente importante per l’Italia èincrementare e rendere sostenibili le varie filiere di piccole e medie imprese nellequali possano essere reinterpretati, per mezzo delle nuove tecnologie, quei saperiartigianali che sono stati da secoli un’eccellenza tipicamente italiana. Questo è tanto più importate se si riflette su di un aspetto molto importantedell’attuale economia, soprattutto nei paesi più evoluti. Si era pensato nei decennipassati che la diffusione delle nuove tecnologie avrebbe progressivamente ridotto iposti lavoro nelle attività più ripetitive, soprattutto in ambito manifatturiero, ma chetali posti sarebbero stati ricreati in settori intellettualmente più complessi, per lo piùnel settore dei servizi. Questa ipotesi è stata in parte contraddetta dalla realtà e ladisoccupazione di fatto è cresciuta. E’ bene quindi tenere ben presente che molte attività tipiche delle piccole emedie imprese sembrano apparentemente meno intellettuali di quelle in atto pressograndi imprese, mentre in realtà richiedono di saper far leva sulle nuove tecnologie,proprio per capitalizzare su quelle qualità, quali fantasia, inventiva, abilità, senso delbello, che sono essenziali per la creazione di manufatti di pregio che tuttora vengonorichiesti all’Italia. E anche in questi settori economici si comincia a comprendere che occorresaper fare ricerca e sviluppo, tanto più che proprio quelle imprese italiane che hannodelocalizzato la propria manodopera in paesi come la Cina si accorgono di doverdelocalizzare anche i reparti di ricerca accanto a quelli di produzione per averli vicini,e quindi più integrati ed efficaci. E’ anche vero che una consistente parte dell’industria italiana negli ultimianni è riuscita a rinnovarsi e a restare competitiva; è stata in grado di esportare anchecon un cambio euro/dollaro sfavorevole; e soprattutto è riuscita a operare in campointernazionale non potendo contare né su di uno Stato efficiente né su infrastruttured’avanguardia. L’Italia resta quindi una realtà socio-economica tuttora di difficile lettura.cosa accadrà? Cosa accadrà, allora, all’intera economia mondiale? E, quindi, quali potrannoessere le possibilità economiche per i nostri figli? Sono domande lecite, ancorchè siamolto difficile dare loro una risposta. Una prima risposta potrebbe essere che ci sarà probabilmente un periodo di
  • adattamento, di un decennio almeno, per stabilizzare la globalizzazione e sanare imodelli finanziari. Tuttavia la vera risposta che sembra emergere a fronte di questa grande crisi èche la ricchezza non si costruisce sul denaro, ma sulla capacità umana di apprendere edi applicare quanto si è compreso ai processi di produzione e di consumo: il benesseredeve essere rapportato alla produttività e non allazzardo finanziario. E’ quindi fondamentale che la globalizzazione dell’economia accetti nuovenorme e soprattutto una nuova etica.- nuove norme per mercati finanziari Negli Stati Uniti è stato recentemente approvato il Dodd-Frank Act, ilpacchetto di misure di regolamentazione dei mercati finanziari che dovrà ridisegnareil volto della finanza americana nei prossimi anni. La legge arriva dopo un intensoanno di discussioni su quali regole fossero necessarie per prevenire il ripetersi di unacrisi di proporzioni simili a quella appena vissuta. In Europa la definizione di un nuovo insieme di regole e norme è in una fasemeno evoluta ma il relativo dibattito è altrettanto vivace. Naturalmente scelte così complesse, come quella di adottare Dodd-Frank Act,hanno bisogno di un tempo di riflessione adeguato. Del resto l’efficacia di similiiniziative dipende da numerosi fattori, tra i quali soprattutto il modo di attuare lenorme adottate, poichè spesso in simili contesti ci sono dettagli che risultanodeterminanti ma che vengono in luce solo durante la reale attuazione delle regole. E ci dovrà anche essere chi deve controllare l’esecuzione di norme restrittive,ma che a sua volta dovrà essere imparziale, ma: quis custodiet ipsos custodes? La maggior parte delle regole discusse nel corso di questi mesi, poi,prescindono in gran parte da obiettivi di efficienza. Le nuove normative tese a un maggior controllo dei mercati potrebberoottenere tale controllo, ma a scapito dell’efficienza del mercato stesso. E taleefficienza, si è già detto, dipende in grande misura dale informazioni disponibili: unmercato finanziario è tanto più efficiente quanto più il rendimento di un titolo riflettele informazioni a disposizione. La creazione di adeguati organismi in grado di valutare i potenziali rischipotrebbe migliorare la qualità delle informazioni a disposizione dei mercati finanziari,fornendo dati utili per la valutazione del rischio da parte degli operatori. Ma data l’attuale dinamica evolutiva dei mercati finanziari per essere efficacioccorre essere in grado di operare in tempo reale. La disponibilità di computer, reti telematiche e software sempre più evoluti,insieme alle nuove norme, farebbe pensare che una nuova strategia di governo deimercati finanziari sia tutt’altro che un’utopia.- la nuova governance e la superclasse In aggiunta alle nuove norme finanziare c’è poi, a fronte del fenomeno dellaglobalizzazione, una crescente necessità di un governo mondiale che vadasostanzialmente al di là di quelle che sono le iniziative delle Nazioni Unite. C’è tuttavia un primo sostanziale problema da affrontare che è costituito dalfatto che negli ultimi decenni si è affermata una classe dirigente transnazionale e
  • descritta da David Rothkopf nel suo libro Superclass. La nuova élite globale e ilmondo che sta realizzando. Si tratta di circa sei-settemila persone con una formazione e con una visionedel mondo simili, e accomunate da una comune ideologia ispirata a liberismo e alladiffusione di diritti civili e politici uguali per tutti i cittadini del pianeta. E’ una classedirigente che gode di enormi privilegi, sia economici sia sociali, e che in un certosenso sembra quasi apolide. All’interno di questa superclasse c’è un generale consenso sugli obiettivi, daperseguire. Se dissenso esiste questo riguarda il come realizzare un organo di governodel mondo, con quale quale tipo di struttura e con quale orientamento politico. Ma indefinitiva questa classe pensa soprattutto a se stessa. La presenza della superclasse comprime tuttavia il ruolo della classe mediache tra l’altro non è presente in molte parti del mondo, come l’Africa, l’Asia e in parteil Sudamerica. Il reale obiettivo della superclasse è in definitive quello di non perderericchezza e potere in favore di una classe media transnazionale. Ma in mondo quale quello attuale, costituito di flussi globali e di rischi divario genere che che si affacciano alle frontiere nazionali, non è più possibile per unsingolo stato-nazione agire da solo nel conseguire la sua parte del contratto sociale,Ne è possibile che il governo del mondo venga affidato di fatto alla superclasse. Eppure è ormai in atto, almeno ideologicamente, una tendenza verso quelloche il poeta Alfred Tennyson in Locksley Heart chiamava il Parlamento dell’uomo:“Till the war drum throbbd no longer, and the battle-flags were furld In the Parliament ofman, the Federation of the world”. E nel contesto odierno i meccanismi di un governo mondiale sembrano piùattuabili che in passato, e comunque possono essere adottate soluzioni intermedieprima che l’umanità intera accetti comunque l’idea di un governo globale. Ma come sarebbe rappresentato, poi, quest’ultimo? Le differenze economichee di popolazione favorirebbero certamente le potenze maggiori e alla lunga sifinirebbe forse in un mondo guidato dalla Cina. Come sarebbe possibile allora farconvergere verso un’unica sensibilità etica due culture così diverse comel’individualismo occidentale l’assenza di individualismo tipicamente orientale. Tra Cristianesimo, Buddismo e Taoismo c’è una fondamentale differenza cheinforma ancora di sè i popoli cresciuti in queste religioni. Nel Cristianesimo ilrapporto con Dio è individuale e carico di senso di responsabilità. Nel Buddismo enel Taoismo è invece assente un rapporto personale e individuale con la divinità, ilche in campo etico si traduce in un diverso concetto di responsabilità che deve fare iconti con i legami fra il soggetto e il suo gruppo sociale. E ciò conduce al terzo grande tema del futuro: come sviluppare un’eticamondiale?- un’etica globale per un mondo globalizzato Qualche anno fa (1996) Samuel Huntignton aveva affermato in un un suolibro di grande successo (Lo scontro delle civiltà e il nuovo ordine mondiale) : “ Lamia ipotesi è che la fonte di conflitto fondamentale nel nuovo mondo in cui viviamo non saràsostanzialmente né ideologica né economica. Le grandi divisioni dellumanità e la fonte di
  • conflitto principale saranno legate alla cultura. Gli Stati nazionali rimarranno gli attoriprincipali nel contesto mondiale, ma i conflitti più importanti avranno luogo tra nazioni egruppi di diverse civiltà. Lo scontro di civiltà dominerà la politica mondiale. Le linee difaglia tra le civiltà saranno le linee sulle quali si consumeranno le battaglie del futuro.” Dopo l’attentato alle Twin Towers nel 2001 le sue affermazioni acquistarononotevole credibilità, anche se oggi vengono in parte riviste. Ma non c’è dubbio chenon v’è pace tra le nazioni se non v’è pace tra le religioni; ma soprattutto non v’èpace tra le religioni se non ci sono norme etiche globali: occorre un’etica mondiale. Il teologo Hans Kueng, dopo decenni di personali riflessioni, ha scrittoqualche anno fa (Etica mondiale per la politica e leconomia) che economia epolitica senza una base etica possono condurre al disastro. Un fondamento eticocommune deve essere accettato da tutte le nazioni, da tutti i popoli a da tutte lereligioni. Ma l’attuale distanza tra come l’etica mondiale dovrebbe essere e come invecesia è ancora molto grande. Il neocapitalismo con la sua sfrenata attenzione ai profittistra creando disuguaglianze sociali, anche nei paesi più evoluti, che non sono piùaccettabili. Kueng affronta un tema così complesso in modo generale, e quasi filosofico,ma sa essere anche molto pratico e concreto. Si domanda, per esempio, cosa siano laverità e la giustizia. La verità sembra oggi ridursi alle affermazioni propagandistichedei leader politici, mentre le persone non vogliono più accettare le loro menzogne el’inquietudine cresce ovunque, soprattutto per la diffusione di nuovi, potenti ecapillari strumenti elettronici di informazione, anche individuale. La giustizia, a sua volta, consiste anche dell’abolizione degli incredibili einaccettabili privilegi e prerogative di cui godono le élite, in particolare politiche efinanziarie. Anche il welfare-state (ossia lo stato assistenziale moderno) non può offrirepiù di quanto i cittadini non possano a loro volta contribuire volontariamenteattraverso i sistemi fiscali. In sintesi Kueng individua sei pilastri etici inalienabili: diritti e responsabilitàumane, democrazia, protezione delle minoranze, risoluzione pacifica dei conflitti e,“last but not least”, uguale trattamento delle generazioni. Lo scenario mondiale a venire delineato da Kueng si fonda, piuttosto che sultradizionale modello di relazione amico-nemico, sulla teoria dei giochi a sommadiversa da zero, ossia su quelle relazioni nelle quali non cè sempre uno che vince euno che perde come è avvenuto, tanto per fare un esempio, nei prodotti derivati delrecente mercato finanzario che hanno ingannato così tanti risparmiatori. Il pensiero può allora tornare a Polanyi, o persino a Kant. L’uomo non è homooeconomicus, ossia un uomo le cui principali caratteristiche sono la fredda razionalitàe l’interesse esclusivo per la cura dei suoi propri interessi individuali, ma homosapiens, ossia un uomo che riconosce quale valore etico principale la dimensioneinalienabile della dignità umana, fondamento di diritti universalmente riconosciuti. L’etica globale mondiale può allora essere riassunta in una semplice normaenunciata da Confucio cinquecento anni prima di Cristo: “non fare agli altri ciò che nonvuoi sia fatto a te”.
  • In conclusione è peraltro necessario ribadire che una condotta di consumispregiudicati quale quella cui si è assistito negli ultimi tre decenni non è piùpensabile. Le risorse della Terra sono, ancorchè molto grandi, limitate. L’energia, a menodi non riuscire a catturare sul serio l’energia solare (che in definitiva è ancora quellache viene immagazzinata in quella fossile), non può essere consumata ai ritmi attuali ameno di non creare un ambiente veramente ostile per i nostri figli. Basterebbe per un attimo riflettere sul fatto che nei prossimi anni cinesi eindiani costruiranno molte centinaia di centrali a carbone per rendersi conto delledimensioni del problema energetico, al di là di tanti discorsi, alcuni dei quali quantomai confusi sulla natura, sul ruolo e sulla possibile produzione di energia. E tra le risorse non c’è solo l’energia ma ci sono anche l’acqua, l’agricoltura,il paesaggio, il mare, il mondo degli animali, ossia la Natura. Impoverire la Natura è perfettamente equivalente, da un punto di vista etico, aquell’impoverimento economico delle generazioni a venire che viene attualmentegenerato da crescente indebitamento di nazioni, di imprese e di singoli. Esiste un’impronta ecologica, la quale è un puro indice statistico che mette inrelazione il consumo umano di risorse naturali con la capacità della Terra dirigenerarle. Dovrebbe a questo punto esistere anche un’impronta finanziaria, daconiugare con la precedente, per misurare globalmente il danno che verrà apportatoalle generazioni future se non si adotta una cultura e quindi un modello di civiltàmeno aggressivo. Circa trent’anni fa, apparve negli Stati Uniti uno straordinario libro,Overshoot, scritto da un professore universitario, William Catton. Si potrebbe tradurreil titolo in Esagerazione. Il libro è straordinario perchè già nel 1982 prevedeva perfettamente cosasarebbe potuto accadere. Il libro non è mai stato tradotto in altre lingue, e fino aqualche anno fa era pressochè sconosciuto anche negli USA. Basterebbe controllare icommenti entusiastici dei lettori del sito Amazon.com per verificare che in sostanzaanche gli americani hanno cominciato a leggere questo libro solo negli ultimi 6-7anni. Ciò deve indurre a una riflessione. L’aggressività dell’economia attuale ècertamente figlia di quel Mito della frontiera cui si era accennato in precedenza:all’Ovest c’è sempre una nuova terra da scoprire e da conquistare. In un’ottica di coraggioso liberalismo, che si accompagna a un profondosentimento di religiosità e di responsabilità individuale, come già ampiamenteindagato dal Max Weber ne L’etica protestante e lo spirito del capitalismo, gliamericani si sono progressivamente spinti verso una società dai consumi esasperati,ma al tempo stesso fondamentalmente democratica. Il punto, ed è qui che l’analisi di Polanyi ha forse colpito nel segno, è cheesiste un sottile paradosso tra liberismo e società. Ed è in virtù di questo paradossoche l’economia è come scappata di mano. Per offrire alle generazioni future, e soprattutto ai nostri figli, una Terra piùvivibile occorre ora sapersi impoverire materialmente, ma arricchire spiritualmente. Impoverirsi non vuol dire miseria, ma vuol dire rinunciare a una culturadell’eccesso, dello spreco, del consumismo sfrenato. Il singolo voto sembra noncontare nulla in una votazione politica, eppure la vittoria di un partito o di uncandidato discende dalla somma dei singoli voti. In egual modo solo dalla somma dei
  • singoli comportamenti potrà nascere una civiltà più equilibrata nelle aspirazioni e neiconsumi; come naturalmente anche dal concorso di più generali iniziative assunte daStati e imprese E’ evidente che non basteranno anni per creare un simile scenario. Troppirivolgimenti di varia natura sono in atto in punti diversi del pianeta e troppe culture,anche locali si contrappongono. Ma occorre iniziare e soprattutto occorre rendersiconto che tanto vale iniziare da subito. E’ sufficiente un singolo gesto per avviare una nuova società: quello, peresempio, di non gettare i mozziconi di sigaretta per terra. Eppure basta girare per unastrada di Roma e osservare i passanti per rendersi conto di quanto sia ancora lontanala città ideale, quella di cui parlava Calvino nella conclusione di Le città invisibili. Innumerevoli piccoli gesti conducono a grandi risultati in ogni settore dellasocietà. L’economia è solo un aspetto delle tante dimensioni culturali e socialidell’uomo e dipende da quasi tutte queste dimensioni. É un progetto che si scontrerà certamente con gli egoismi e le ambizioni,persino biologiche, individuali. Ma homo sapiens è anche un animale culturale esociale. Dall’attuale dimensione della nevrosi economica dovrà sapersi muovere versoun rapporto infinitamente più equilibrato con se stesso, con gli altri, e con la Natura. Non esiste un’alternativa. “E apertamente dedicai il cuore alla terra grave e sofferente, e spesso, nella notte sacra, promisi d’amarla fedelmente fino alla morte, senza paura, col suo greve carico di fatalità, e di non spregiare alcuno dei suoi enigmi. Così, m’avvinsi ad essa di un vincolo mortale.” Holderlin, La morte di Empedocle