Coltorti alchemiche

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Coltorti alchemiche

  1. 1. Gaia ColtortiLe affinità alchemicheromanzo00_Le affinità alchemiche_p1p360.indd 3 13/12/12 17.25
  2. 2. www.librimondadori.itLe affinità alchemichedi Gaia ColtortiCollezione Scrittori italiani e stranieriISBN 978-88-04-62620-6© 2013 Arnoldo Mondadori Editore S.p.A., MilanoI edizione gennaio 201300_Le affinità alchemiche_p1p360.indd 4 13/12/12 17.25
  3. 3. Questo disperato teatrino.Questa catastrofe di coppie di doppi.Esso non è che una trappolavista attraverso gli occhi di René Girard.Le affinità alchemiche00_Le affinità alchemiche_p1p360.indd 5 13/12/12 17.25
  4. 4. 00_Le affinità alchemiche_p1p360.indd 6 13/12/12 17.25
  5. 5. C’è mai stato un libro dal contenutotanto abietto rilegato così bene?Romeo e Giulietta, Atto III, Scena II00_Le affinità alchemiche_p1p360.indd 7 13/12/12 17.25
  6. 6. 00_Le affinità alchemiche_p1p360.indd 8 13/12/12 17.25
  7. 7. 91Ti ricordi? Eravate niente di più che due liceali dopo un incontrod’amore, e lei dormiva, adesso. Ti respirava sul collo, e con la suasoave presenza ti rendeva felice.Le pieghe delle tende. La luce del sole di Verona attraversava letende, illuminava la stanza, e tu, in quel sentore di voluttà rarefattaintorno a voi, tendevi a perderti. L’appartamento di via Anfiteatroera silenzioso, sospeso nell’alone di compiuta pace che di quandoin quando, in modo miracoloso, la quiete pomeridiana sprigiona.Percepivi la voce corale della gente, della vita fuori, come un sot-tofondo placido, simile all’acqua gorgogliante di un fiume e, vintodalla tenerezza, volentieri avresti accarezzato i capelli al tuo amo-re, ché mentre dormiva era più amabile, e il resto del tempo, inve-ce, si trasformava in una specie di diciottenne viziata che facevasempre di testa sua.Prepotente, vero, ma aveva preso il tuo cuore.Da settimane, lo sai, la vostra disperata e impossibile storia an-dava avanti. Ogni tanto, ti capitava d’immedesimarti in un estra-neo e trasalire, intuendo fino a che punto, visto da fuori, quel vostroamore dovesse apparire orribile – la parola a cui pensavi era “ripu-gnante”. Ma bastava infischiarsene e subito, in obbedienza al loromisterioso destino, tutte le cose si mettevano di nuovo in cammino.Le cose, in realtà, era lei a farle camminare di nuovo, magari acolpi d’intraprendenza e alterigia; se pure dietro lo scudo dell’ag-00_Le affinità alchemiche_p1p360.indd 9 13/12/12 17.25
  8. 8. 10gressività la persona che amavi si difendesse, credevi, e nient’al-tro. Ti eri abituato a osservare la sua ingannevole fragilità esteriore,ciò che saltava di più all’occhio: il corpo magro, da allieva di gin-nastica ritmica, pareva sul punto di rompersi quando le tue mani,le braccia, vinte dal desiderio lo traevano a sé. Poi avevi capito chelei era forte nel corpo e, forse meno, nello spirito.Il tuo stesso nome – Giovanni – per te non avrebbe significatopiù nulla, adesso, senza avere il suo accanto, un nome che solo asentirlo ti riempiva il cuore di gioia: Selvaggia. Poiché, prima dilei, tu non eri niente, un ragazzo come tanti che passava inosser-vato, mescolandosi alla folla.Chiunque ti conosceva avrebbe detto di te che eri intelligente,educato, un tipo un po’ apatico e, tutto sommato, tranquillo. Unoche il sabato sera usciva con gli amici per bere una cosa, aveva unagrande passione per il nuoto e sognava di partecipare, un giorno,ai campionati italiani. Niente di più. Ma dopo di lei, per invincibi-le metamorfosi, Giovanni era diventato Johnny, e Johnny era comeGiovanni, solo con molta più voglia di vivere. Sembrava un uomoche aveva trovato la sua strada, una specie di eletto a cui la vita eramiracolosamente apparsa davanti agli occhi, irta di pericoli e, nelcontempo, destinata a una felicità suprema.Selvaggia era divenuta tutto, per te, in quei cento giorni in cuivi eravate amati. Lei era la tua ragione di vita, ciò per cui respira-vi, motivo di scelte estreme, origine di sofferenze e gioie mai cono-sciute. Di tutte queste cose, entrambi avevate saputo d’essere in-trisi fin dal primo incontro, quasi che, in grazia della passione chevi faceva esistere, foste venuti al mondo al solo scopo di amarvi.E forse non ci sarebbe stato niente di strano, in voi e nel vostroamore disperato, se non che la ragazza che ti dormiva a fianco, epoggiava la testa sul tuo petto, e ti faceva morire ogni volta che labaciavi sulla bocca, era tua sorella.00_Le affinità alchemiche_p1p360.indd 10 13/12/12 17.25
  9. 9. 11Ti ricordi? Le vacanze a cavallo tra il quarto e il quinto anno del-le superiori erano appena iniziate e, prima d’allora, Selvaggia nonl’avevi mai conosciuta. I vostri genitori si erano separati quandoeravate piccoli – avrete avuto un anno, sì e no – e tu non avevi maiconosciuto realmente neanche tua madre: la vedevi ogni tanto, sì,un paio di brevi visite l’anno, ché di più, pressata dalla carriera inpolizia, non aveva proprio modo di trattenersi.Non ricordavi di averla mai odiata, per il fatto di esserti tantolontana. Sapevi solo di non aver approvato certe sue scelte, comecambiare compagno tutte le volte che le andava, e informarne consolerzia tuo padre – Daniele Mantegna, l’ottimo buon notaio quaran-tacinquenne, dedito al lavoro e a quanto restava della sua famiglia –affinché lui, daccapo, cadesse nella sua gelosia divenuta, dopo tuttiquegli anni, una specie di riflesso persino un po’ astratto.Ma forse, in un modo astruso di cui nulla sapevi, dal suo giochinoperverso la mamma ricavava una qualche soddisfazione o diverti-mento per grandi, ben consapevole di quanto lui ancora la amasse.Così, avevi trascorso gli ultimi diciott’anni della tua vita da solocon tuo padre, lì a Verona, mentre tua madre e tua sorella, che sierano trasferite a Genova fin dall’inizio della separazione, dove-vano aver condotto in quei luoghi una loro esistenza, ai tuoi occhisemimisteriosa e parallela alla vostra.Renderti conto, adesso, che entrambe sarebbero ripiombate nella200_Le affinità alchemiche_p1p360.indd 11 13/12/12 17.25
  10. 10. 12tua vita: per un po’, nemmeno avevi saputo tanto bene come reagi-re, cosa pensare. Non avevi mai vissuto con l’idea di ritrovarti del-le presenze femminili più o meno intorno, e tuo padre era semprestato molto più che discreto, quanto alle sue eventuali, e per certofugaci, relazioni sentimentali.Era comprensibile, dunque, che ti fossi sentito perplesso quan-do, un giorno come tanti, a pranzo, col basso continuo del telegior-nale intento a illustrare le miserie del mondo, tuo padre aveva det-to in tono piatto: «Antonella e Selvaggia tornano a Verona». Forsenon voleva neanche una risposta; non diversamente da quandodissentiva su un argomento o qualcosa e, d’improvviso, diveni-va freddo, o distante, come non desiderasse commenti diversi daquelli che si aspettava.«E allora?» era stata la tua prima reazione, in un moto d’indo-lenza. Francamente, non è che t’importasse tanto. Vedevi talmentepoco tua madre che ti eri abituato a vivere come se non ne avessimai avuta una. Riguardo a tua sorella, questa cara gemella bico-riale o monocoriale – a essere sinceri non ricordavi –, be’, la cono-scevi in foto, e le ultime che avevi guardato solo per far contentotuo padre risalivano almeno a due anni prima. No, quattro, in real-tà. E quasi mai ci avevi parlato, con lei, e quasi mai avevate gioca-to insieme da piccoli o, se sì, non conservavi ricordi bastevoli a ca-varne una qualche impressione stabile.«Niente» aveva considerato tuo padre, per tutta risposta. «Solo,sta per succedere. Tua madre è stata trasferita a Verona, sai comevanno le cose in polizia, no? Saranno qui fra pochissimo. E anzi, scu-sa se te lo dico così tardi. Ma la mamma ha già comprato una casa,vendendo quella di Genova. Lei e Selvaggia si stanno sistemando.»Neppure gli avevi risposto, ricordi? Solo, ti eri limitato a pren-dere atto della cosa. Alla fine, non ti diceva proprio niente, che frapoco avresti potuto riabbracciarle entrambe.Più tardi, come ti accadeva quando sentivi il bisogno di pensare,avevi cercato di districare i tuoi dubbi nuotando a dorso in pisci-00_Le affinità alchemiche_p1p360.indd 12 13/12/12 17.25
  11. 11. 13na. Che papà avesse in mente di riprendere a corteggiare la mam-ma era chiaro come il sole. E di sicuro non gliene facevi una colpa,dato che quella era l’unica donna in grado di renderlo masochisti-camente felice, accettando di vivergli a fianco. “Va bene” ti dicevi.“Non sarà un problema di nessun genere se, alla stregua d’un ri-sarcimento, riavrai indietro una specie di famiglia, no?”Eppure, il viavai di pensieri non a fuoco circa i cambiamenti inarrivo non smetteva il suo assedio. Così andavi avanti a ripeter-ti enunciati brumosi, considerazioni sul fatto che a te non dovevaimportare – in fondo, cosa cavolo c’entravi, realmente, tu?“Saranno fatti loro” ti dicevi.Ma di nuovo quei pensieri tornavano, come se un tarlo dispetto-so si divertisse ad aizzarli, e tu, daccapo, provavi a ragionare conloro e li contrastavi. Del resto metterti nella prospettiva di simu-lare indifferenza sarebbe stata, per te, una pratica del tutto nuova.Già. Vero.Dopo quel paio d’ore di vasche, tornando a casa avevi sorpreso tuopadre al telefono. Quasi l’avessi colto in flagranza di reato, lui ave-va subito assunto un tono formale, ma tu eri ugualmente riuscitoa intuire che stesse parlando con la mamma di cose molto, moltoprivate. Per un attimo, ti eri dispiaciuto di averlo interrotto, seppu-re senza volerlo, e un istante più tardi, tuttavia, dopo esserti dettoche le cose, intorno a te, stavano prendendo una piega alla qualenon eri abituato, avevi sorriso, sentendoti piacevolmente confuso.In fondo non era poi così male, se dei genitori decidevano diriavvicinarsi. Alla fine, ti dicevi, era sempre meglio una persona dicui tu non sapevi pressoché nulla come tua madre, ma a cui papàaveva continuato a sentirsi in qualche modo legato, piuttosto cheuna delle segretarie trentenni dello studio, o altre, per te equiva-lenti, sconosciute totali.In ogni caso, ti faceva un po’ ridere il fatto che, dopo essere cre-sciuto secondo l’autodottrina del faccio-come-dico-io, da maggioren-ne ti saresti ritrovato con questa madre a tenerti almeno un poco al00_Le affinità alchemiche_p1p360.indd 13 13/12/12 17.25
  12. 12. 14guinzaglio, se non nella stessa casa – ché ancora non si era parla-to di un’evenienza del genere – quanto meno, riflettevi, nei pressi.Nutrivi ben pochi dubbi sul fatto che i tuoi avrebbero finito, com-pletati quei primi passi, per tornare a vivere insieme, sotto il me-desimo tetto. E con loro, ti dicevi, in qualche angolo della villetta adue piani sarebbe esistita anche lei, tua sorella. Proprio non sapeviche punto di vista abitare, immaginando il futuro.A ogni modo quel primo sabato di giugno era giunto, segnandoil momento in cui father Daniele e mother Antonella, dopo esser-si riavvicinati, per la prima volta, a distanza di anni e anni, eranousciti a cena insieme. L’ora fatidica aveva scoccato il suo rintocco,dunque, ed erano trascorsi non più di cinque giorni da quando lamamma e Selvaggia si erano trasferite a Verona. Si stavano siste-mando nell’appartamento di via Anfiteatro, vicino all’Arena, men-tre tu e tuo padre avreste continuato a vivere nella casa con giar-dino in cui avevi abitato da che c’era ancora il nonno Bruno, convoi, il padre di tuo padre, l’ultimo dei nonni ancora vivi quandotu e Selvaggia eravate nati. Per il resto non era certo lei, tua sorel-la, e l’eventuale, futuro rapporto di coesistenza fra voi a preoccu-parti sul serio – in fondo, eravate fratelli, avevate la stessa età e sa-reste riusciti, che diamine, almeno a parlarvi. Era il nuovo legamecon tua madre, piuttosto, ad apparirti un minimo complicato, chénon inquadravi tanto bene con quali sentimenti saresti riuscito adaccoglierla nella tua esistenza di tutti i giorni.00_Le affinità alchemiche_p1p360.indd 14 13/12/12 17.25
  13. 13. 15Alle cinque e mezzo di pomeriggio stavi alquanto domesticamenteuscendo dalla doccia, quando avevi sentito la porta di casa chiuder-si, al piano di sotto, e queste due voci, una maschile e una femmi-nile, che dopo aver chiamato il tuo nome ora tacevano, sostituiteda uno scalpiccio in avvicinamento. Ti eri guardato allo specchio,pensando in modo confuso che una quantità di cose sarebbe cam-biata, da lì in avanti, e poi le avevi cacciate indietro, le tue pseudo-preoccupazioni, avevi acceso l’asciugacapelli e avevi sentito bus-sare alla porta. «Giovanni, sei qui?», la voce della mamma avevadomandato.Eri lì, Giovanni? Fisicamente, non potevano esservi dubbi: eri lì,però non avresti saputo garantire che la tua testa, satura d’incertequestioni, dovesse considerarsi compresente al corpo.Comunque, i tuoi genitori avevano aperto la porta, incuranti chetu potessi essere più o meno nudo, intento sotto la doccia o altro.Per fortuna ti avevano trovato con l’asciugamano legato in vita,e tua madre, estasiata di elettricità autoprodotta, senza curarsi diniente né darti modo di pronunciare una parola, ti si era avventa-ta addosso, abbracciandoti.Avresti scommesso che il calco del tuo torace ancora umido sisarebbe impresso sul suo tailleur: «Ciao, mamma» avevi provato adirle, mezzo soffocato nel trasporto del suo abbraccio. Con gli oc-chi avevi cercato aiuto in tuo padre, ma lui si era limitato a ridere,300_Le affinità alchemiche_p1p360.indd 15 13/12/12 17.25
  14. 14. 16stringere le spalle e spingere meglio indietro i suoi occhiali fiftiesstyle. Così non ti era restato che soccombere alla tempesta di queibaci odorosi di rossetto costoso. Con la mano la mamma ti avevascompigliato i capelli bagnati e, come un’entusiasta troppo su digiri, ridendo ti aveva afferrato per l’asciugamano. Tu d’istinto ave-vi levato un grido e l’avevi tenuto ben stretto alla vita, quel telo dispugna celeste. Ché si era tutti d’accordo, lei era tua madre e nonsarebbe stata la prima volta che ti vedeva nudo, però un minimo diprivacy, specialmente in bagno, era un atto dovuto, porca miseria!I tuoi avevano riso, contagiati di allegria l’un l’altra e, dopo avertiintimato di raggiungerli in sala da pranzo al più presto, chiudendola porta dannata ti avevano lasciato in pace, ed erano tornati di sotto.Avevi emesso un sospirone, sentendoti ancora in imbarazzo, esubito, per evitare altre invasioni di campo e ulteriori inconvenien-ti di qualunque tipo, ti eri sbrigato a vestirti.In sala da pranzo, seduti sul divano, i tuoi genitori stavano beven-do dello chardonnay fresco, e il tailleur della mamma era proprioelegante, e l’intonazione complessiva della sua persona risultavaaccurata fin nei dettagli, senza che quell’accuratezza, lasciando-si troppo notare, prevalesse sul resto. Lei, questa donna di nomeAntonella, era come la ricordavi da sempre, con indosso bei vesti-ti e un tintinnante bracciale, o una collana che, mentre il suo cor-po, muovendosi, abitava lo spazio, produceva una cascatella disuoni minimi e allegri.Era una donna che stava per compiere quarantadue anni, an-cora perfettamente giovane e tanto più bella in quanto caparbia efin troppo libera rispetto a una serie di scelte volta a volta delica-te, compiute nel ruolo di madre adulta.Come tuo padre, avevi sempre pensato che il mestiere di com-missario non le si addicesse. In modo lampante, col suo complica-to daffare, la carriera in polizia doveva averla tenuta legata a unaquantità d’obblighi, responsabilità e vincoli a cui lei aveva dedicatorisorse sottratte, così credeva tuo padre e anche tu credevi, alla co-00_Le affinità alchemiche_p1p360.indd 16 13/12/12 17.25
  15. 15. 17struzione della famiglia. Volentieri l’avresti immaginata nelle vestidi una professionista, magari una manager del servizio sanitario re-gionale costretta, per lavoro, a usare, di quando in quando, l’aereo.Tuo padre, invece, pur essendo un notaio come il nonno Bruno,somigliava molto più a un intellettuale progressista, interessato allapolitica e all’arte, appassionato di fotografia e collezionista di anti-che incisioni di Dürer, Rembrandt e Martial-Potémont.Daniele e Antonella. Come coppia evidentemente stridevano e ba-sta, seppure, chissà, forse avresti potuto ricrederti, un poco, pen-sando ai loro interessi simmetrici: tua madre, la pittura; tuo padre,la fotografia. Nella vostra famiglia, o almeno nel ritratto d’insiemeche adesso si mostrava ai tuoi occhi, tutti avevate un interesse col-tivato con dedizione: tu avevi il nuoto agonistico; Selvaggia, avre-sti scoperto di lì a non molto, la ginnastica ritmica; mentre i tuoigenitori consideravano eccitante tappezzare le pareti di casa confoto e dipinti, loro e altrui.E di sicuro non sbagliavi, adesso, riflettendo che quella era sulserio la prima volta in cui li vedevi parlare tanto tranquillamen-te. A tal punto che la cosa produceva in te una vibrazione di mo-desta inquietudine. Dopo un po’ che li squadravi dall’arco dellaporta intenti a parlare di ristoranti alla moda e locali all’incirca perquarantenni, tuo padre si era accorto della tua presenza e avevaannunciato che quella sera lui e la mamma sarebbero usciti a cena.E tu: «Ok» avevi risposto a mezza voce, tradendo un certo com-piacimento. “Perfetto!” ti eri detto, ché avresti avuto casa libera tut-ta la sera e, fra un minuto, avresti invitato gli amici Nautilus e Pa-ranoia a guardare in tv l’amichevole Italia-Francia.Ma purtroppo, duole dirlo, questi non erano esattamente i pianidei tuoi genitori.«Allora, Giovanni», tuo padre ti si era rivolto. «Non ti dispiacese Selvaggia si ferma a dormire qui da noi, stanotte!»E il sogno della partita era sfumato all’istante in una bolla di sa-pone. Puff. E poiché non avevi altra scelta, avevi risposto questo00_Le affinità alchemiche_p1p360.indd 17 13/12/12 17.25
  16. 16. 18«Ok», seppure ultrasvogliato e che, nella tua mente, suonava mol-to più come una specie di “Ko”, “knock-out”, “al tappeto”.«Vi piacerete di sicuro» aveva considerato tuo padre.«Non vedo l’ora di sapervi amici, ancor più che fratelli!» ave-va trillato tua madre, dando mostra di sentirsi tutta un fremito. Eanche tu avevi esibito un tentativo di faccia entusiasta, malgradonelle tue intenzioni dovesse risultare un’espressione più d’Indo-lenza Assoluta, qualcosa tipo: “Ma davvero? Perché a me, scusate,non potrebbe importare di meno!”.«Noi passiamo a prendere Selvaggia a casa della mamma e l’accom-pagniamo qui» aveva detto tuo padre, quaranta minuti più tardi,apprestandosi a uscire, ultra agghindato come il Pinguino da Ceri-monia, per quella che si preannunciava come una Serata di NuovaConcezione in compagnia della mamma. «La cena è in frigo.»«Tanto, Selvaggia sa cucinare e non dovrai preoccuparti di nien-te!» lo aveva contrappuntato lei. «Poi fate quel che volete, guarda-te un film, uscite, vedete voi! Noi faremo tardi!»Tu avevi annuito per pura inerzia: figurarsi cosa t’interessava,cosa, se Selvaggia sapeva cucinare o non sapeva! Stanco come tisentivi, dopo il tempo trascorso in piscina ad allenarti con la per-severanza malata del Pazzo del Luogo, non avresti fatto altro chemangiare un toast e crollare a letto svenuto.Be’, eravate intesi, ’fanculo.00_Le affinità alchemiche_p1p360.indd 18 13/12/12 17.25
  17. 17. 19Ti ricordi? Avevi sentito tre voci chiamarti alla porta. Quelle deiparents, e una che non identificavi, semplicemente perché eranuova. Era una voce controllata e gradevole, in ogni caso. Senten-dola, in modo istintivo l’avevi associata a un’idea probabilmentemolto infantile di sensazione piacevole, come mangiare una cro-stata fragrante di forno, o percepire sulla pelle, dopo una doccia,la consistenza meravigliosa dell’accappatoio che profuma di bu-cato. Mischiata a quelle dei due parents, tuttavia, la voce che nonconoscevi produceva, al contempo, un contrasto stridente. Suona-va artificiosa. Come nascondesse una sua rabbia, un’indolenza in-cendiaria o qualcosa, complicato da inquadrare.I tuoi continuavano a chiamarti, se non avessi risposto sarebberovenuti a cercarti. E alla fine lei stessa, Selvaggia, ti aveva chiama-to. Che lo avesse fatto produceva dentro di te uno strano effetto,come non avesse alcun diritto – assolutamente – di venirti a rompe-re le scatole; d’altra parte, non appena avevi sentito pronunciare iltuo nome dalla sua voce, un intimo senso di piacere ti aveva colto.Lo sai, quella voce tenacemente ti attirava.Vi era dell’alchimia stuzzicante, nell’aria, e solo quando lei tiaveva chiamato daccapo ti eri affacciato dalla tua camera – la fac-cia di tolla dell’Ignaro del Luogo e la scusa irricevibile di non aversentito per via dello stereo col Battiato che andava.E a quel punto, l’avevi vista.400_Le affinità alchemiche_p1p360.indd 19 13/12/12 17.25
  18. 18. 20Lei era tua sorella?Francamente – maledizione, accidenti –, in nessun modo potevadarsi. Poiché, come minimo, avrebbe dovuto essere la tua ragazza!I tuoi occhi non avevano mai visto una persona altrettanto bel-la. Lei era alta quasi quanto te, e magra, di una magrezza perfettae resa come ostentata dai vestiti attillati. Ed era abbronzata, vero,anche se di sicuro la sua carnagione doveva essere per natura unpo’ più scura della tua. Questa divinità lungo il corridoio indos-sava un semplice paio di jeans non scoloriti, delle Converse colorprugna e una maglietta dello stesso colore, abbinata a una collanache ricordava l’estate. E aveva con sé un’enorme valigia, certo, ov-viamente, come dovesse fermarsi una settimana o giù di lì, piutto-sto che una sera soltanto.Dapprima, Selvaggia ti era sembrata persino troppo magra, ri-cordi? E invece aveva questo corpo bellissimo, e questo volto bel-lissimo, e tu ti eri soffermato sui suoi occhi verdi, grandi, espressi-vi, presi da tuo padre, mentre tu avevi ereditato solo quelli nocciolaannacquato, con tutto il rispetto, della mamma. Aveva lineamentidelicati, lei, e una fronte che, nascosta dalla frangia deliziosa, im-maginavi ben conformata.Diversamente dal marrone scuro dei tuoi capelli, i suoi, neri elucenti, le arrivavano a metà schiena, profumati e serici. Subito,avevi sognato di affondare il viso tra quei capelli meravigliosi le-gati a coda di cavallo ma, ovviamente, non essendo una specie diaitante e romanzesco contadino tardo ottocentesco all’ultimo sta-dio, ultra arcaico e realmente pazzo e polarizzato, ti eri trattenuto.E lei si era avvicinata a te, che immattonito ristavi a metà corridoio,ti aveva squadrato da capo a piedi coi suoi grandi occhi stupiti.«Mamma, ma è uguale a Johnny Strong!» aveva trillato, studian-doti come fossi un alieno. E ok, certo, gli somigliavi, lo ammettevi,all’attore Johnny Strong, se pure non così spudoratamente comepareva credere lei. Di Strong, in effetti, possedevi una similare con-formazione del viso, stessi capelli scuri scompigliati, e la Camel00_Le affinità alchemiche_p1p360.indd 20 13/12/12 17.25
  19. 19. 21leggera appesa alle labbra – che tuttavia, in quel momento, coltodi sorpresa, non avevi predisposto, orrore e dannazione! – a com-pletare il tuo fascino. Il quale, a ben vedere, a livello di copyrightapparteneva specialmente a Hollywood e all’attore Johnny Strong,ma se alle divinità lungo il corridoio piaceva perché mai rinunciar-vi anche solo a livello, mio buon Giovanni, di posa?Con tutto che tu sembravi un poco più malinconico e sulle tue,rispetto all’inquieta, e perennemente foriera di chissà quali enormipromesse per il dopocena, celebrità attoriale. Questo, in ogni caso,non toglieva che le ragazze ti guardassero, quando passavi per strada.Ma torniamo a lei. Ti aveva pizzicato un braccio senza che leavessi dato il permesso, e così ti eri subito ritratto, un poco, so-spettoso; evidentemente lei non era abbastanza timida da capireche intendevi mantenere le distanze. Col solo toccarti appena eracome se avesse raggiunto ogni tuo sentimento e pensiero metten-doti – gasp! – a nudo.Anche lei, per un istante, pareva essersi persa, mentre tu, tuomalgrado, stavi per dimenticare, ancora una volta, che lei era la tuaparente più prossima e, di sicuro, non potevi trattarla come fosseuna ragazza qualunque.Ma il tocco leggero e delicato di quel pizzicotto aveva finito perscaldarti dentro, colmandoti di stupore e qualcos’altro d’indefini-to, che tu, in qualità di buon sardone sott’olio, non avevi ancorasperimentato fin lì. Oh, sbigottito timore! Lei ti dava sensazioni tal-mente particolari! Sarà stato che volevi tanto toccarla anche tu manon potevi, poiché eri suo fratello, e questo ti impediva qualunquecosa, dai gesti più semplici agli istinti più naturali!Se solo non fosse stata una tua parente, avresti fatto di tutto perattaccare discorso, e prima o poi ci sarebbe scappato un bacio – manon potevi, e questa torturante evidenza ti causava avvilimentoe una sorta di rassegnata tristezza che non avevi mai conosciuto.Quella mano che adesso ti sfiorava i capelli, e poi il mento, equegli occhi deliziosi che ti studiavano erano una tentazione ma-linconica che dovevi a tutti i costi allontanare da te, perché fran-00_Le affinità alchemiche_p1p360.indd 21 13/12/12 17.25
  20. 20. 22camente era ripugnante provare qualcosa di diverso da un amorefraterno e distaccato, nei confronti di lei. Ti stava facendo impazzi-re al primo tocco, e tu avevi cominciato a pregare affinché i parentsriprendessero quella sera stessa a litigare di brutto, così da impe-dire a te e Selvaggia di ritrovarvi, fosse solo per una notte, sottolo stesso tetto.«È vero, eh? Dài, Giovanni, cosa aspetti, non startene lì impala-to!» aveva considerato la mamma.«Abbracciatevi, che diamine!» vi aveva esortato quel pazzo divostro padre.Volentieri l’avresti ucciso, non fosse stato che tua sorella ti si eracatapultata fra le braccia, e tu eri rimasto immobile dov’eri, diste-so sott’olio e incapace di fare niente.Oh Dio!, lei profumava di doccia – sapeva di albicocca! – e i suoicapelli avevano il sentore irresistibile di quelli appena asciutti, su-bito dopo lo shampoo e il balsamo ristrutturante!In un moto di disagio, l’avevi scostata da te non appena avevipotuto, seppure lei, in modo ostentato, si ostinasse a tenere questosuo braccio dannato attorno alle tue spalle. Ghignando, si penzo-lava, quasi!E a quel punto vostro padre e vostra madre, rapidi, vi avevanosalutati tutti contenti, spariti dentro un lampo alla volta della loroineffabile e – dal tuo nuovo punto di vista, costretto a tener contodella conclamata sfacciataggine di Selvaggia –, per te e nessun al-tro, forse pericolosissima cenetta a due.00_Le affinità alchemiche_p1p360.indd 22 13/12/12 17.25

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