Progetto Trinacria
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Viaggio in Sicilia Liceo Morin Mestre Venezia

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Progetto Trinacria Progetto Trinacria Presentation Transcript

  • Ritrovo nel piazzale del liceo alle ore 07.00 circa; partenza per l’aeroporto di Catullo di Verona con pullman, partenza in aereo per Palermo alle ore 13.20. Prima di andare in albergo nei pressi di Cinisi, si effettuerà la visita, verso le 15.00, del Duomo di Monreale e il Chiostro dei Benedettini. Arrivo in albergo, sistemazione e cena
  • Il Duomo di Monreale fu edificato in breve tempo, probabilmente fra il 1174 e il 1185, per volere di Guglielmo II e si compone di tre corpi organicamente concepiti: chiesa, convento e palazzo reale. L'imponenza e i tempi di realizzazione dell'opera confermano come la dinastia normanna facesse ampio uso dell'arte come mezzo di affermazione e glorificazione del giovane e ambizioso regno (1130-1260). I re normanni, investiti della legatio apostolica, artefici della riconquista della Sicilia al Cristianesimo avevano come riferimento le grandi basiliche di Costantinopoli e Roma. Inoltre Monreale nata ad affermare e riconoscere l'impero di Guglielmo II in vita, veniva edificata in contemporanea ed in aperta competizione con il Duomo di Palermo, simbolo del potere del vescovo della città. È pure significativo il fatto che, nel Duomo monrealese, oltre al sepolcro regio, si trovi, nel fregio musivo, la raffigurazione del sovrano incoronato da Cristo, unica in Occidente, dove, dopo il conflitto tra il Papato e l'Impero, nell'XI sec., non era più pensabile una simile rappresentazione. Alla realizzazione del complesso architettonico concorsero i migliori artisti ed artigiani dell'epoca. Gli elementi stilistici più diversi, dalla pianta della chiesa longitudinale, tipicamente occidentale, ai motivi tipici dell'arte islamica, quali le colonne angolari ai lati delle absidi e la linea ogivale delle arcate, delle finestre, degli archi ciechi, ai mosaici di chiara derivazione bizantina, si intersecano e amalgamano in un unicum armonico che non ha eguali. Veduta della facciata principale
  • Il complesso monrealese si è mantenuto attraverso i secoli senza subire gravi manomissioni, eccezion fatta per il restauro del 1811 che comunque non ne ha turbato l'equilibrio. Anticamente l'insieme edilizio si presentava, a chi proveniva da Palermo, con le absidi del Duomo e la facciata dell'Abbazia e del Palazzo reale. Oggi questa visione può essere ricostruita soltanto idealmente. Del Palazzo reale, di compatta massa geometrica, forse a più piani, restano due finestre esterne a feritoia, un vano rettangolare all'ingresso con bifore ed un atrio di cui rimangono tre grossi archi ogivali oggi inclusi nell'edificio del seminario. Il Duomo ha prospetto serrato da due poderose torri quadre, a cui nel 1770 venne aggiunto l'attuale portico che ne occulta una parte; è decorato da una serie di archi intrecciati e da tarsie in tufo chiaro e pietra lavica. Questa decorazione si estende ai prospetti laterali e alle absidi (dove agli archi e alle tarsie si aggiunge il rilievo di colonnine addossate). Sul lato settentrionale della chiesa tra il 1546 e il 1569 fu aggiunto un elegante portico su colonne di Gian Domenico e Fazio Gagini, sotto il quale si apre un semplice portale ornato di fasce a mosaico. Le porte in bronzo sono opera dei più importanti artigiani dell'epoca, quella principale del 1186 di Bonanno Pisano rappresenta 42 episodi biblici con iscrizioni in tardo latino ed è esaltata dalla ricca cornice del portale dove si Veduta dell’interno: navata centrale e abside alternano decorazioni plastiche e musive. Nella parte inferiore della porta troviamo due leoni e due grifi, simboli della monarchia normanna. La porta settentrionale scolpita nel 1179 da Barisano da Trani rappresenta in 28 formelle figure di santi ed evangelisti. La chiesa, il cui interno basilicale a croce latina lunga, è orientata, secondo la tradizione bizantina, ad Oriente.
  • Le tre navate sono divise da due file di nove colonne di granito ad eccezione della prima di destra, che è di cipollino. Provenendo da materiale antico di spoglio, come i capitelli ornati da cornucopie, foglie d'acanto, immagini di Cerere e Proserpina, hanno diverse dimensioni e sostengono archi a sesto acuto di tipo arabo. La crociera a quattro arcate ogivali, è delimitata da transenne a mosaico (ottocentesche, rifatte su disegno antico). Il santuario quadrangolare a tre absidi è imponente per struttura e altezza. Tutto l'interno della chiesa, al di sopra dello zoccolo marmoreo, è rivestito da mosaici a fondo d'oro (6.340 mq). La qualità dei mosaici non è costante, variano per finezza di disegno ed espressività. Ciò sembra rivelare, verosimilmente, che l'esecuzione fu affidata ad artisti di diversa provenienza, sia bizantini che locali e musulmani. Il ciclo musivo svolge ordinatamente una narrazione del mondo secondo la Bibbia, cominciando dalle sette giornate della creazione e terminando con le attività degli Apostoli, che fondarono la Chiesa di Cristo sulla terra, a cui, nell'abside, si aggiunge il Cristo Pantocratore con la corte celeste di angeli, profeti e santi. Il soffitto, a capriate lignee, policromo fu ricostruito nel 1816-37 dopo l'incendio del 1811, su disegno dell'originale. Il pavimento a dischi di porfido e granito con fasce marmoree intrecciate a linee spezzate è in parte originale, in parte del 1559. Navata centrale, abside e capriate lignee
  • All'Apogeo della loro avventura mediterranea, l'ultimo Altavilla fece costruire annesso al Tempio di S. Maria La Nuova, tra gli anni 1174-1176, ed esattamente nella parte rivolta ad oriente, un Monastero destinato ai P.P. Benedettini i quali erano stati chiamati da un convento di Cava dei Tirreni per la custodia del Tempio cristiano e dello stesso Cenobio. Per i resti che conserva dell'antica architettura è considerato tra i più importanti d'Europa. Parallelo alla Chiesa, il grande dormitorio, oggi in parte restaurato, è da ritenersi grande opera d'arte vista la severità e magnificenza delle sue strutture, ma più che altro degno di particolare attenzione è il Chiostro, fatto realizzare da Guglielmo II con maestranze arabe, con forme di straordinaria eleganza, di forma quadrata, 47 metri per lato, è formato da 228 colonne bine e relativi capitelli che sostengono degli archi a ogiva. Le doppie colonne sono alternativamente mosaicate in diverse forme geometriche ed i capitelli circondati da arabeschi con tarsie laviche, di forma differente, sono in gran parte istoriati da un grande numero di scene bibliche, vicende sacre e simboli cristiani. Questo Chiostro è considerato tra i capolavori dell'architettura Arabo-Normanna nella Sicilia del Xll secolo ed uno degli esempi più belli dell'arte claustrale. I gioielli del chiostro sono i capitelli romanici sulle colonne, diversi l'uno dall'altro, ornati mirabilmente con motivi antropomorfici, fitomorfici e con altri elementi di fantasia, tradizionali dell'immaginario medievale, e disposti in modo Veduta dal chiostro interno decorativo, senza una precisa sequenza; si vedono Adamo ed Eva cacciati dal Paradiso terrestre, l'assassinio di Abele, la storia di Sansone, l'Annunciazione, l'Allegoria dei mesi, scene di caccia, di mietitura, ed ancora: putti intenti a nutrire animali,
  • uccelli che si protendono a beccare i girali del capitello, personaggi orientali con turbanti e serpenti, Raffigurazione dei dodici mesi , ed altro. Sul capitello diciannove del braccio destro c'è scolpito re Guglielmo II che offre la chiesa alla Madonna (una scena simile si vede anche in un mosaico della chiesa). Particolare anche un capitello in cui viene rappresentato un uomo che uccide un toro, immagine simbolica che allude al culto orientale di Mithra, e quello in cui viene raffigurato un acrobata, la cui posizione, in verticale con le gambe piegate e tutto il peso sulle due braccia, richiama alla mente la figura della Trinacria, simbolo della Sicilia. Insomma una straordinaria varietà di forme e di immagini presentate come fosse una mostra fotografica, da lasciarci senza fiato, e veramente stupiti! Questo chiostro ricorda molto l'Alhambra di Granada piuttosto che un Monastero benedettino. In effetti, Guglielmo II, molto legato all'arte islamica, ha voluto probabilmente esprimere qui tutto ciò che non aveva potuto fare apparire nella sua basilica cristiana (motivi geometrici ed archi arabi). Anche qui, in questo miracolo di perfezione architettonica, si è raggiunta una sintesi precisa dei vari stili, dall'islamico al romanico. Nel lato a nord si alza un antico muro di un'ala dell'antico Convento benedettino; l'interno, scoperchiato, presenta tre navate con portale e bifore a incrostazioni di calcare e lava. Nel versante sud, si trova un recinto quadrato, con tre arcate ad ogni lato, che racchiude una elegante e bella fontana al cui centro si erge una colonna intarsiata con caproni, di chiara ispirazione moresca e di forte valenza simbolica, l'acqua è elemento di purificazione sia nella Chiostro e porticato tradizione cristiana che musulmana. La vasca è sormontata da un fusto con dodici piccole teste di leone. Dal Chiostro si può passare, attraverso il Dormitorio benedettino, da poco splendidamente restaurato, al Giardino del Belvedere (belli gli esemplari di magnolia), dal quale si gode di una vista amplissima sulla Conca d'Oro e la Valle dell'Oreto.
  • Visita alla città di Palermo; in particolare: Fontana della Vergogna, Oratorio di Sant’Agostino, Teatro Massimo, Museo Archeologico (frontoni di Selinunte), Oratorio di San Domenico e di Santa Zita con stucchi settecenteschi del Serpotta. Pranzo al sacco nei dintorni della Cattedrale. Nel pomeriggio visita guidata alla Cattedrale, al Palazzo dei Normanni, alloa Cappella Palatina e a San Giovanni degli Eremiti.
  • La Fontana della Vergogna, più propriamente chiamata Fontana Pretoria, è stata ideata e realizzata a Firenze fra il 1552 e il 1555 dallo scultore fiorentino Francesco Camilliani con l’aiuto successivo di Michelangelo Naccherino e altri collaboratori fu dallo stesso,per necessità economiche,venduta con la mediazione del fratello Garçia,l’8 gennaio 1573, al Senato Palermitano che mirava a sottolineare platealmente il ruolo dell’autorità municipale a confronto con le altre istituzioni dell’epoca. Fra il 1574 e il 1584 Camillo,figlio di Francesco Camilliani, giunto a Palermo provvide alla sistemazione,al montaggio e al completamento dei pezzi della fontana ,giunti da Firenze, per adattarla alla piazza Pretoria, con interventi integrativi,cui parteciparono,oltre al Naccherino,scultori locali,marmorai e maestri d’acqua. Dopo il 1584 si succedono nel corso dei secoli vari interventi di pulitura e riparazione dei danneggiamenti con metodi empirici, lontani dalle moderne metodologie di conservazione e restauro. L’adattamento dei vari elementi della Fontana fiorentina e probabilmente di altre piccole fonti che si trovavano nello spazio ampio e articolato del giardino di Firenze, a quello, oggettivamente più angusto della Piazza Pretoria,obbliga l’architetto fiorentino ad una disposizione piramidale dei pezzi Fontana e piazza Pretoria
  • La fontana,nella parte centrale, è del tipo a “candelabra” (o a kylix) ,secondo la tradizione rinascimentale fiorentina,con pianta ellittica con tre tazze che si susseguono in modo degradante in altezza attorno ad uno stelo,culminante con la figura di Bacco;alla base è stata aggiunta una vasca grande. Al livello inferiore sono quattro vasche ovali con quattro figure adagiate,personificazioni di fiumi (Oreto, Papireto, Gabriele e Maredolce),addossate al bordo esterno della grande peschiera all’interno della quale versano acqua le teste di sei animali fuoriuscenti da nicchie; la peschiera è divisa in quattro settori separati da gradinate,che conducono al circuito superiore, e da balaustre su cui spiccano quattro figure di divinità. Una balaustra recinta il tutto,interrotta da quattro aperture inquadrate da due Erme ciascuna. Il progetto di restauro redatto dal Centro Regionale per la progettazione e il restauro nel 1993, è stato approvato e finanziato dall’Assessorato regionale per i BB CC. AA. che ha affidato alla Soprintendenza per i BB. CC. AA. di Palermo l’incarico di stazione appaltante nel 1996, l’appalto dei lavori è stato aggiudicato all’Impresa Tecnorestauri di Acireale( CT ). I lavori iniziati a novembre del 1998 avranno termine a novembre 2003. Allo stato iniziale di degrado,dovuto ai danneggiamenti dei bombardamenti e degli atti vandalici o degli impiantiidraulici invasivi,o alle incrostazioni di varia natura delle superfici,si aggiungeva nella parte alta centrale (lo stelo ), che solo il ponteggio permetteva di osservare da vicino,dopo l’asportazione di spessi strati (3 – 4 cm) di calcare che alterava persino la morfologia delle sculture, uno stato di degrado preoccupante (fratture,lesioni,dissesti statici, macchie di natura Particolare delle statue della fontana organica e da ossidazioni, materiali eterogenei) assolutamente difficilmente prevedibile, che ha costretto la direzione dei lavori a delle variazioni in corso d’opera con un conseguente rallentamento dei lavori; anche l’impianto idrico più recente non seguiva più i vecchi e originari condotti di alimentazione e distribuzione dell’acqua.
  • La chiesa di Sant'Agostino fu elevata al tempo degli Angioini, intorno al 1275, nel luogo dove sorgeva la cappella della famiglia Maida. Il portale, di stile gotico, venne realizzato nel Quattrocento da Domenico Gagini e Giuliano Mancino. Sulla facciata romanica si trova un sontuoso rosone. Interventi di modifica vennero attuati nel corso del Seicento. L'interno è composto da una sola navata e presenta le decorazioni settecentesche, realizzate a stucco da Giacomo Serpotta e rappresentanti santi e figure allegoriche. L'originaria copertura in legno venne sostituita da una volta a botte. Adiacente alla Chiesa si trova un Chiostro risalente al Cinquecento attribuito ad un progetto di Vincenzo Gagini. Qui furono ritrovati capitelli risalenti al Trecento e un sarcofago di stile barocco. Al Quattrocento risale lo splendido portale laterale attribuito a Giuliano Mancino e Bartolomeo Berrettaro, che denota un gusto fastoso caratterizzato da un’esuberante decorazione. Immagini di santi agostiniani sono incastonate all’interno di tondi circondati da elementi vegetali. Al lato settentrionale della chiesa è affiancato un chiostro (1560), attribuito a Vincenzo Gagini. Particolare dei capitelli
  • Il Teatro Massimo Vittorio Emanuele di Palermo è uno dei più grandi teatri lirici del mondo; di gusto neoclassico, sorge sulle aree di risulta della chiesa delle Stimmate e del monastero di San Giuliano che vennero demoliti alla fine dell’Ottocento per fare spazio alla grandiosa costruzione. I lavori furono iniziati nel 1875 dopo vicende travagliate che seguirono il concorso del 1864 vinto dall’architetto Giovan Battista Filippo Basile; il teatro venne completato da Ernesto Basile che, nel 1801 alla morte del padre, gli era subentrato nella costruzione. L’esterno del teatro, seguendo la moda neoclassica dell'attualizzazione delle architetture antiche, presenta un pronao corinzio esastilo elevato su una monumentale scalinata ai lati della quale sono due leoni bronzei con le allegorie della Tragedia e della Lirica; in alto l'edificio è sovrastato da un'enorme cupola emisferica. L'ossatura della cupola è una struttura metallica reticolare che s'appoggia ad un sistema di rulli a consentirne gli spostamenti dovuti alle variazioni di temperatura. La simmetria compositiva attorno all’asse dell’ingresso, la ripetizione costante degli elementi (colonne, finestre ad archi), la decorazione rigorosamente composta, definiscono una struttura spaziale semplice ed una volumetria chiara, armonica e geometrica, d’ispirazione greca e romana. I riferimenti formali di quest'edificio sono, oltre che nei teatri antichi, anche nelle costruzioni religiose e pubbliche romane quali il tempio, la basilica civile e le terme soprattutto nello sviluppo planimetrico dei volumi e nella copertura. L'interno, decorato da valenti pittori, può contenere circa tremilacinquecento posti. Riaperto dopo un lungo periodo d'abbandono, il grande teatro palermitano si propone oggi come una fucina ricchissima di Veduta esterna del teatro iniziative ed eventi culturali: balletti con artisti di fama internazionale, concerti ed allestimenti di opere liriche, mostre ed incontri con i loro protagonisti della musica contemporanea.
  • Il Museo Archeologico Regionale quot;Antonio Salinasquot; ha sede a Palermo, in Italia, e possiede una delle più ricche collezioni d‘arte punica e greca d’Italia, nonché testimonianze di gran parte della storia della Sicilia. Il museo è stato dedicato ad Antonio Salinas, celebre archeologo e numismatico palermitano. Al piano terreno, una sezione è dedicata ai reperti rinvenuti durante gli scavi subacquei: materiali che facevano parte del carico delle navi, ancore di pietra, ceppi di piombo, lucerne, anfore ed iscrizioni che vanno dalla cultura dei Punici a quella dei Romani. Alla sezione fenicio-punica appartengono due grandi sarcofagi antropomorfi del V secolo a.C., provenienti dalla necropoli di Pizzo Cannito; vi sono anche sculture di divinità fenicie e stele votive da Mozia e da Lilibeo, insieme ad una splendida serie di edicole dipinte recanti il segno di Tanit e il caduceo. All'area archeologica di Selinunte, infine, sono dedicate alcune sale con la ricomposizione del frontone orientale con Gorgone del Tempio C, numerose metope con rilievi mitologici (Templi C ed E), sculture d’età arcaica e classica, la Tavola Selinuntina che celebra la ricchezza della città, le stele gemine del santuario di Zeus Meilichios. Particolari di una metopa
  • In un altro ambiente sono custoditi i reperti provenienti da Himera e vi è stata ricomposta, tra l'altro, la sima laterale dell'Athenaion, il tempio dedicato alla dea Atena, con i gocciolatoi a testa leonina. Altre sale raccolgono oggetti e sculture provenienti da Solunto, Megara Hyblaea, Tindari, Camarina ed Agrigento. Tra le opere di maggior rilievo artistico segnaliamo il grande ariete in bronzo del III secolo a.C. proveniente da Siracusa, l‘Eracle che abbatte la cerva, copia romana da un originale di Lisippo, ed infine una copia romana in marmo del Satiro versante di Prassitele. L’rpoca romana è, invece, documentata da una collezione di sculture e da mosaici staccati dalle ville di Piazza Vittoria a Palermo, nei cui pressi era certamente collocato il foro della città romana; anche le culture preistoriche presenti nelle grotte del territorio palermitano hanno avuto spazio nei locali del museo. Di grande interesse, infine, la collezione etrusca. È costituita da sarcofagi, cippi, statue-cinerarie, urne, ceramiche attiche a figure rosse e nere, bronzi e interi corredi funebri. Viene considerata la più importante collezione etrusca al di fuori della Toscana.Gli oggetti esposti provengono da Chiusi, dagli scavi effettuati nei possedimenti del conte Pietro Bonci Casuccini, il quale aveva dato vita ad una collezione di oltre diecimila pezzi, custoditi in un Museo pubblico. La collezione venne messa in vendita dai nipoti del fondatore, Ottavio e Pietro. Acquistata dal Regno d’Italia nel 1865, grazie all’intervento di Michele Amari, in quegli anni Ministro della Pubblica Istruzione, venne destinata al quot;Regio Museo Archeologico di Palermoquot; per la disponibilità di spazi espositivi adeguati. Un mosaico
  • Nella fase della piena maturità di Giacomo Serpotta si pone l’oratorio costruito dalla compagnia della Madonna del Rosario in San Domenico, fondata nel 1568, ed oggi restaurato a cura della Soprintendenza ai Beni Culturali e Ambientali di Palermo. L’artista vi mise mano tra i primi anni del Settecento e il 1717 dialogando con la straordinaria pinacoteca lì contenuta. L’oratorio, difatti, dai primi del ’600 era divenuto il contenitore di quadri commissionati per conto degli illustri e colti membri del sodalizio. Spicca ancora oggi la maestosa pala d’altare della Madonna del Rosario con San Domenico e Santa Caterina da Siena, e i Santi Vincenzo Ferreri, Oliva, Ninfa, Agata, Cristina e Rosalia, dipinta dal celeberrimo pittore fiammingo Anton Van Dyck, allievo di Rubens (1625-1627). Il quadro è dedicato alla memoria del flagello della peste che aveva colpito Palermo nel 1624, e che era stato debellato dal salvifico intervento di Santa Rosalia, da allora Patrona della città. Altre pregevoli pitture raffiguranti i quindici Misteri del Rosario ad opera di fiamminghi, genovesi e artisti locali avevano arricchito l’oratorio entro la prima metà del XVII secolo, e tra queste ricordiamo solo la Disputa di Gesù al Tempio, la Pentecoste, e l’Incoronazione della Vergine di Pietro Novelli, l’Assunzione di Giovan Andrea de Ferrari, la Resurrezione di Orazio de Ferrari, Cristo alla colonna di Matthias Stom, ed ancora nel secondo decennio del ’700 la Visitazione di Guglielmo Borremans . Il maestro palermitano dovette dunque valorizzare questi quadri esaltandone la bellezza e i significati teologici. A tal fine furono realizzati, al di sopra delle pitture, entro ovali ad altorilievo, episodi dell’Apocalisse e due del Vecchio Testamento, legati ai Misteri del Rosario di cui sono la prefigurazione. L’interno
  • Ai lati, invece, stanno le statue allegoriche di Virtù: Obbedienza, Fortezza, Pazienza, ecc., incredibilmente abbigliate come dame. E tra le dame palermitane sono le più à la page, vestite alla moda secondo il gusto corrente di derivazione francese. Sfoggiano pizzi e merletti, silhouette invidiabili, corredate da accessori pretenziosi, copricapi piumati e acconciature fissate da diademi, spille, e movenze da smaliziate “modelle” d’altri tempi. Sono in posa, bloccate come in un’istantanea o da un deciso comando di un abile regista che dirige uno spettacolo, un vero e proprio sacro teatro barocco.   Particolare del monumento
  • La Cattedrale di Palermo è un grandioso complesso architettonico composto in diversi stili, dovuti alle varie fasi di costruzione. Eretta nel 1185 dall'arcivescovo Gualtiero Offamilio sull'area della prima basilica che i Saraceni avevano trasformato in moschea, ha subito nel corso dei secoli vari rimaneggiamenti; l'ultimo è stato alla fine del Settecento, quando, in occasione del consolidamento strutturale, si rifece radicalmente l'interno su progetto di Ferdinando Fuga. Nel 1767 infatti, l'arcivescovo Filangieri aveva commissionato a Ferdinando Fuga un restauro conservativo dell'edificio, teso solamente a consolidarne la struttura. I lavori ebbero inizio solo dal 1781, eseguiti non dal Fuga ma dal palermitano Giuseppe Venanzio Marvuglia e durarono fino al XIX secolo inoltrato. I rifacimenti del Marvuglia furono in realtà molto più invasivi e radicali dei progetti dell'architetto fiorentino, che pensava invece di conservare, almeno in parte, il complesso longitudinale delle navate e l'originario soffitto ligneo. Il restauro intervenne a cambiare l'aspetto originario del complesso, dotando la chiesa della caratteristica ma discordante cupola, eseguita secondo i disegni del Fuga. Fu in quest'occasione che si distrusse la preziosa tribuna che Antonello Gagini aveva innalzato all'inizio del XVI secolo e che era ornata di statue, fregi e rilievi. Anche le pittoresche cupolette maiolicate destinate alla copertura delle navate laterali risalgono Veduta del corpo della cattedrale al rifacimento del 1781.
  • Il fianco destro della costruzione, con le caratteristiche torrette avanzate e l'ampio portico in stile gotico-catalano (l'attuale accesso), eretto intorno al 1465, si affaccia sulla piazza. Il portale di questo ingresso è opera magnifica di Antonio Gambara, eseguita nel 1426, mentre i meravigliosi battenti lignei sono del Miranda (1432). La Madonna a mosaico è del XIII secolo; i due monumenti alle pareti, opere del primo Settecento, rappresentano Carlo III di Borbone a destra e Vittorio Amedeo II di Savoia a sinistra. La parte absidale stretta fra le torricelle è quella più originale del XII secolo, mentre la parte più manomessa è il fianco sinistro, dove si apre un bel portale gaginesco degli inizi del Cinquecento; la facciata sud-occidentale, che guarda l'arcivescovado, va riferita ai secoli XIV- XV. L'interno è a croce latina, a tre navate e diviso da pilastri. Nelle prime due cappelle della navata di destra ci sono le tombe degli imperatori e dei reali quivi sistemati nel Settecento, dopo il restauro, spostati dal loro sito originario che, comunque, era nella medesima basilica. Nel sarcofago romano posto sul muro di destra, vi sono le spoglie di Costanza, sorella del re d'Aragona e moglie di Federico II, morta nel 1222. Le urne, in profilo sotto il baldacchino, sono di Enrico VI, morto nel 1197 (a destra) e di Federico II, morto nel 1250 (a sinistra). Qui sono racchiuse anche le spoglie di Pietro II Particolari della cupola e il corpo sottostante d'Aragona, morto nel 1338. In secondo piano, sotto i baldacchini a mosaico, vi sono le tombe di Ruggero II, morto nel 1154, e di sua figlia Costanza, morta nel 1198.
  • Queste ultime due sono quelle che originariamente si trovavano nel transetto del Duomo di Cefalù. A destra del presbiterio si trova la cappella di Santa Rosalia, patrona di Palermo, con le reliquie e l'urna d'argento, opera seicentesca di Matteo Lo Castro, Francesco Ruvolo e Giancola Viviano. Oltre al coro ligneo in stile gotico-catalano del 1466 e ai resti marmorei della tribuna gaginiana riadattati, di alto interesse artistico sono la statua marmorea della Madonna con Bambino di Francesco Laurana, eseguita insieme ad altri aiuti nel 1469, la pregiata acquasantiera (posta al quarto pilastro) opera incerta di Domenico Gagini e la Madonna della Scala eseguita nel 1503 da Antonello Gagini e posta sull'altare della sacrestia nuova. La cattedrale è fiancheggiata da quattro torri d'epoca normanna, sovrastata da una cupola. A sud è collegata al Palazzo Arcivescovile con due grandi arcate ogivali si cui s'innalza la torre campanaria con l’orologio; la facciata principale sulla Via Bonello presenta decorazioni dovute a maestri lapicidi (scultori della pietra) trecenteschi e quattrocenteschi. L'aspetto goticheggiante deriva dalla presenza delle torri a bifore e colonnine e dalle merlature ad archetti che corrono lungo tutto il fianco destro della costruzione. L'interno, che ha subito profonde trasformazioni tra la fine del Settecento e i primi dell’Ottocento, è a croce latina con tre navate divise da La facciata principale pilastri con statue di santi che facevano parte della decorazione della tribuna del Gagini. Nella navata destra, la prima e la seconda cappella, comunicanti fra di loro, custodiscono le tombe imperiali e reali dei normanni, intorno alle quali ruota una storia romanzesca e ricca d'interesse.
  • Ruggero II, re dal 1130, aveva stabilito già nel 1145 che il Duomo di Cefalù da lui fondato diventasse il mausoleo della famiglia reale. In tal senso aveva predisposto la sistemazione di due sarcofagi in porfido, un granito molto prezioso e di notevole durezza, originario dell'Egitto, dal colore rosso cupo che, nell'antichità, era usato esclusivamente per le commissioni imperiali. Alla sua morte nel 1154, però, egli venne sepolto nella cattedrale di Palermo in un avello di porfido dalla forma molto più semplice. Nel 1215 Federico II fece trasportare i due sarcofagi da Cefalù alla cattedrale di Palermo destinandoli a sé e al padre Enrico VI. Il sarcofago di Federico II è sormontato da un baldacchino con colonne in porfido e l'urna è sorretta da due coppie di leoni; insieme a quelli di Federico II sono stati conservati anche i resti di Pietro II d’Aragona. A destra del presbiterio è la Cappella di Santa Rosalia con l'altare che custodisce l'urna argentea seicentesca, contenente le reliquie della patrona di Palermo. Le pareti laterali sono abbellite da grandi rilievi marmorei, in stile neoclassico, con immagini della santa. Da ricordare anche il ricco Altare del Sacramento, in bronzo, lapislazzulo e marmi colorati, opera del XVII secolo realizzata su disegno di Cosimo Fanzago. Sul pavimento della navata centrale, davanti all'altare maggiore, è stata realizzata, durante i rifacimenti moderni, una meridiana in marmo con tarsie colorate che L’interno rappresentano i segni zodiacali; nel presbiterio si dispone il bellissimo coro ligneo tardo-quattrocentesco in stile gotico- catalano e il trono episcopale, ricomposto in parte con frammenti d'antichi mosaici del XII secolo. Nella chiesa si conservano affreschi e tele di Mariano Rossi, dei Gagini ed opere del Laurana.
  • In alcuni ambienti della cattedrale è esposto il Tesoro: paramenti sacri dal XVI al XVIII secolo, paliotti, ostensori, calici, un breviario miniato del Quattrocento, la tiara d'oro di Costanza d'Aragona (prelevata dal suo sepolcro), splendido esempio di gioielleria medievale con smalti, ricami, gemme e perle. Altri oggetti preziosi provenienti dalle tombe reali, smalti, ricami e gioielli, sono esposti nelle bacheche centrali. Dal lato sinistro della cattedrale s'accede alla cripta con le volte a crociera sostenute da colonne di granito: questo luogo di grande suggestione contiene le tombe e i sarcofagi d'età romana. Tra i personaggi famosi racchiusi in questa cripta, va ricordato l'arcivescovo Giovanni Paternò, morto nel 1511, che fu il mecenate di Antonello Gagini il quale ne scolpì la commovente immagine giacente.   Altri particolari
  • Lo storico Giuseppe Di Stefano lo ritenne una costruzione sorta su una fortezza araba, ristruttura e ampliata da Ruggero II che fece costruire la Cappella Palatina e aggiungere dei corpi turriformi la cui altezza venne ridotta nel XVI secolo; identifica le parti normanne con la Torre Pisana (con la stanza del Tesoro) e con la Torre della Gioaria (con la sala degli Armigeri al piano inferiore, e con la sala di re Ruggero e la restrostante sala dei Venti al piano superiore). Al secondo piano del palazzo (cosidetto quot;Piano parlamentarequot;) si trovano la Sala d'Ercole, dove si riunisce il Parlamento siciliano, e la Sala di re Ruggero II, ricca di preziosi mosaici con motivi ornamentali, raffiguranti animali ed intrecci floreali, la sala dei venti, la sala Giallae la sala dei Viceré; due scale laterali portano alla cripta. Questa si articola in un vano a pianta quadrata sottostante al presbiterio, scompartito mediante due colonne di pietra e con un'ampia abside centrale e due piccole laterali.Il palazzo reale è posto nel luogo più elevato dell'antica città tra le depressioni dei fiumi Kemonia e Papireto. Anche se alla costruzione vengono attribuite origini molto antiche risalenti alle dominazioni puniche, romane e bizantine, è all'epoca araba (IX secolo) che si deve attribuire l'edificazione del maestoso Qasr, Veduta della facciata esterna
  • quot;Palazzoquot; o quot;Castelloquot;, da cui ha preso il nome la via del Cassaro, l'odierno corso Vittorio Emanuele. Tuttavia, furono i Normanni a trasformare questo luogo in un centro polifunzionale, simbolo del potere della monarchia. Scrive Maria Teresa Montesanto in Palermo città d'arte (a cura di Cesare De Seta, Maria Antonietta Spadaro e Sergio Troisi): “Il palazzo era costituito da edifici turriformi collegati da portici e giardini che formavano un complesso unitario comprendente anche opifici tessili (il tiraz) e laboratori di oreficeria. Una via coperta lo collegava direttamente con la cattedrale. Nello spiazzo antistante vi era anche la cosiddetta Aula verde, di epoca anteriore, un ambiente aperto e riccamente decorato dove il re accoglieva i suoi ospiti. Nel 1132 venne costruita la Cappella Palatina che assunse una funzione baricentrica dei vari organismi in cui si articolava il palazzo. Con gli Svevi di Re Federico II, che vi risiede solo nell'età giovanile, il palazzo rimane sede dell'attività amministrativa, della cancelleria e della scuola poetica siciliana. Il ruolo periferico della città inizia con gli Angioini e gli Aragonesi che privilegiarono altre sedi. La rinascita del palazzo si ha con i viceré spagnoli che, nella seconda metà del XVI secolo, scelsero di risiedervi adeguandolo alle nuove esigenze difensive e di rappresentanza, ristrutturandolo notevolemte, creando bastioni e modificando il palazzo. Durante i Borboni furono create le sale di rappresentanza (Sala Rossa, sala Gialla e Sala Verde) e fu ristrutturate Sala d'Ercole, con gli affreeschi raffiguranti le fatiche dell'eroe mitologico. Un Alcuni particolari all’interno del comprensorio profondo restauro ha subito negli anni '60, sotto la cura di Rosario La Duca. Dal 1947 il Palazzo dei Normanni è sede dell’Assemblea Rgionale di Sicilia.
  • La Cappella Palatina, che sorge nel Palazzo Reale, è a schema basilicale a tre navate, divise da archi di ogive con la particolarità della cupola eretta sul santuario triabsidato. Le navate sono suddivise da colonne di spoglio in granito e marmo cipollinocon capitelli compositi. Originariamente, la cupola visibile era dall'esterno insieme con il campanile, mentre ora la costruzione è inglobata dal Palazzo Reale. Cupola, transetto ed absidi sono interamente rivestiti nella parte superiore da splendidi mosaici bizantini, che sono tra i più importanti della Sicilia. Raffigurano Cristo Pantocratore benedicente, gli evangelisti e scene bibliche varie. I più antichi sono quelli della cupola, che risalgono al 1143. Il soffitto ligneo della navata mediana e la travatura delle altre sono intagliati e dipinti in stile arabo. Nelle stelle lignee in ogni spicchio ci sono animali, danzatori e scene di vita cortigiana islamica.La Cappella Palatina fu consacrata nel 1140 e dedicata ai santi Pietro e Paolo da Ruggero II di Sicilia (si dice palatina una chiesa o una cappella riservata ad un regnante e alla sua famiglia. Il termine latino palatinus deriva infatti da palatium, quot;palazzo imperialequot;; nel medioevo l'aggettivo ha preso il significato di “appartenente al palazzo imperiale”). Lo splendido edificio palermitano è interamente rivestito di un tappeto musivo, che è più libero nella concezione dello schema iconografico rispetto ai mosaici della chiesa di Santa Maria dell’Ammiraglio, detta anche la Martorana; la Cappella è stata definita un vero miracolo d'armonia spaziale e decorativa, quest'ultima frutto di una Decorazioni della cupola felice fusione tra impianto centrale bizantino (presbiterio) e schema basilicale latino (navata).
  • quali il soffitto ligneo a lacunari – elementi realizzati in differenti materiali che ornano i soffitti – e mugarmas, o la serie di vivacissimi dipinti (del quarto decennio del XII secolo), raffiguranti i piaceri della vita di corte e gli svaghi del principe (giocatori di scacchi, danzatrici, dromedari e bevitori) che costituiscono il più vasto ciclo pittorico islamico pervenutoci. Dopo il terremoto del settembre 2004, è sottoposta a restauri. La decorazione a mosaico fu ispirata nei temi da Ruggero II e, in un magico connubio di stili e capacità tecniche, in essa convivono esperienze culturali differenti comprese quelle in purissimo stile islamico, Particolari all’interno
  • La chiesa, le cui origini risalgono al VI secolo, subì la trasformazione in moschea prima di essere ricondotta all’antico culto da Ruggero IIche, intorno al 1136, affidò la costruzione ai discepoli di San Guglielmo da Vercelli. Pesantemente manomessa nel corso dei secoli è stata ripristinata intorno al 1880, dall’architetto Giuseppe Patricolo. La chiesa, a tutti nota per le sue caratteristiche cupole di colore rosso, appoggiata con un fianco ad un corpo quadrato anteriore (forse una moschea) e realizzata a croce divisa in campate quadrate su ciascuna delle quali poggia una semisfera. Il presbiterio, terminante in nicchia, è sormontato da una cupola, come quella dei due corpi quadrangolari che la fiancheggiano e di cui quello di sinistra si eleva a campanile. Il chiostro, abbellito da un lussureggiante giardino, è la parte meglio conservata del convento antico; spiccano per bellezza e leggerezza le colonnine binate con capitelli a figlie d’acanto che reggono archi ogivali a doppia ghiera. Vi si trova inoltre una cisterna araba. Oggi l’edificio presenta, invece, una nuda cortina muraria fatta con conci di tufo squadrati; l’interno ha tre absidi semicircolari ed è suddiviso in cinque campate quadrate coperte da. Veduta dall’esterno
  • Partenza per Segesta, visita del sito archeologico. Pranzo al sacco. Partenza per Agrigento e visita alla Valle dei Templi. Arrivo in albergo, sistemazione e cena
  • Segesta è una città storica non più abitata, fondata dagli Elimi e situata nella parte nord-occidentale della Sicilia. La vecchia città sorge sul monte Bàrbaro, nel comune di Calatafimi-Segesta, a una decina di chilometri da Alcamo e da Castellammare del Golfo. Di particolare bellezza sono il tempio, in stile dorico, e il teatro, in parte scavato nella roccia della collina. La data della fondazione non è conosciuta, ma da documenti risulta che la città era abitata nel IV secolo a.C.. Lo storico greco Tucidide narra che i profughi troiani, attraversando il Mar Mediterraneo, giunsero fino in Sicilia, e fondarono Segesta ed Erice. Questi profughi presero il nome di Elimi. Secondo il mito, Segesta sarebbe stata fondata da Aceste (di cui fu il primo re), figlio della nobile troiana Egesta e del dio fluviale Crimiso.Da sempre Segesta e Selinunte, la città greca confinante, furono in guerra fra loro per motivi di confine. Le prime guerre scoppiarono nel 580 a.C., quindi nel 414 a.C., quando Segesta chiese aiuto ad Atene. Gli scontri si conclusero nel 409 a.C., quando Selinunte fu distrutta da parte dei cartaginesi, alleati dei segestani. Nel 307 a.C. Segesta fu distrutta dal siracusano Agàtocle. Nel 276 a.C. la città fu alleata di Pirro, ma cambiò fronte nel 260 a.C. quando si arrese ai Romani. I Romani non distrussero Segesta, perché entrambe le città avevano origini comuni, discendendo dai rifugiati di Troia. Le fu, quindi, garantito lo stato di città libera, con esenzione dalle imposizioni di tributi dovuti, invece, dalle altre città siciliane. Fu nel 104 Dall’interno di un tempio a.C. che da Segesta iniziarono le rivolte degli schiavi in Sicilia, le cosiddette guerre servili, guidate da Atenione. Queste rivolte furono soffocate nel sangue dai Romani nel 99 a.C..
  • Segesta fu distrutta dai Vandali nel V secolo, e mai più ricostruita nelle dimensioni del periodo precedente. Ciononostante, vi rimase un piccolo insediamento e, dopo la cacciata degli Arabi, i Normanni vi costruirono un castello. Questo, ampliato in epoca sveva, fu il centro di un borgo medievale. Se ne perse poi quasi il nome fino al 1574, quando lo storico domenicano Tommaso Fazello, artefice dell'identificazione di moltissime città antiche della Sicilia, ne localizzò il sito. Parlando del tempio che ancora oggi si erge, si può dire che si pensa che il tempio di Segesta, di stile dorico, non sia mai stato terminato, anche perché non presenta resti della cella e della copertura. Si è allora pensato che potrebbe esser stato costruito per ospitare riti indigeni; o che la cella e la copertura fossero stati costruiti in legno; o, ancora, che la terminazione della costruzione sarebbe stata impedita a causa della guerra contro la rivale Selinunte nel 416 a.C. Si tratta di un tempio periptero esastilo (ossia con sei colonne sul lato più corto, non scanalate). Sul lato lungo presenta invece quattordici colonne. Il tempio è stato costruito, probabilmente, intorno alla seconda metà del V secolo a.C., sulla cima di una collina a ovest della città, fuori dalle sue mura. Per la sua fattura e per il suo attuale stato di conservazione, può considerarsi uno fra i templi più belli dell'antichità. Il teatro invece, che può datarsi intorno alla metà del III secolo a.C., è posto sulla collina opposta a quella del tempio, a circa 440 metri di altezza. Sette cunei dividono i posti degli spettatori. Antico teatro Le separazioni sono fatte in travertino. La divisione orizzontale del teatro (diazoma) permetteva lo spostamento degli spettatori da una sezione all'altra del teatro. La zona superiore purtroppo è semidistrutta, e assai poco resta anche della scena, che secondo gli studiosi sarebbe stata decorata da colonne e pilastri; poteva ospitare oltre 3000 persone.
  • La Valle dei Templi è un sito archeologico risalente al periodo della Magna Grecia, ubicato nei pressi di Agrigento, in Sicilia. Dal 1998 è stata inserita nella lista dei luoghi Patrimonio mondiale dell’umanità, redatta dall'UNESCO. È considerata un'ambita meta turistica, oltre alla più elevata fonte di turismo per l'intera città di Agrigento e una delle principali di tutta la Sicilia. La Valle dei Templi è caratterizzata dai resti di ben sette templi in stile dorico: le loro denominazioni e relative identificazioni, tranne quella dell'Olympeion, si presumono essere pure speculazioni umanistiche, che sono però rimaste nell'uso comune.  Il Tempio di Giunone, dedicato all'omonima dea greca, fu costruito nel V secolo a.C. e incendiato nel 406 dai cartaginesi. Era il tempio in cui di solito si celebravano le nozze.  Il Tempio della Concordia, il cui nome deriva da un'iscrizione latina ritrovata nelle vicinanze dello stesso tempio, costruito anch'esso nel V secolo. Attualmente è con ogni probabilità quello meglio conservato. Fu trasformato in tempio sacro nel VI secolo d.C.  Il Tempio di Eracle, il più antico, era dedicato alla venerazione del dio Eracle (o Ercole), uno dei più rispettati dagli abitanti dell'antica Akragas. Distrutto da un terremoto, è oggi formato da appena otto colonne. Veduta notturna di un tempio
  •  Il Tempio di Zeus Olimpico (Giove), edificato per onorare l'omonimo dio dopo la vittoria del 480 a.C. sui cartaginesi, è caratterizzato dalla presenza dei cosiddetti talamoni, statue di notevoli dimensioni con sembianze umane.  Il Tempio dei Dioscuri (o di Castore e Polluce) fu costruito per onorare i due gemelli figli di Sparta e Giove. Restano appena quattro colonne. È il simbolo della città di Agrigento.  Il Tempio di Vulcano, anch'esso risalente al V secolo, che si pensa essere una delle costruzione più imponenti della valle, è però uno dei templi più danneggiati dal tempo e dai fenomeni naturali.  Il Tempio di Esculapio, costruito lontano dalle mura delle città, era luogo di pellegrinaggio dei malati in ricerca di guarigione.  La valle dei Templi inoltre ospita la tomba di Terone, un monumento di tufo di notevoli dimensioni a forma di piramide, che si pensa eretto per ricordare i caduti della Seconda guerra punica. All'estremità ovest dell'area su cui sorge il Tempio della Concordia, nel giardino di Villa Aurea si trova una parte della necropoli tardo-antica ed alto-medievale, in parte ricavata in antiche cisterne, di cui sono ancora conservati numerosi altri esempi. Notevoli due ipogei, uno ad ovest dell'ingresso, con le pareti munite d'arcosoli e il pavimento di fosse sepolcrali, ed un altro Alcuni resti di un tempio presso l'angolo sud-est della casa del custode, con un ambiente illuminato da un pozzo di luce nel soffitto e due cripte sottostanti.
  • Una di queste tombe monumentali, un heròon ellenistico prostilo tetrastilo su podio, è stato recentemente scavato, mentre il monumento più noto è la tomba di Terone. Si tratta di un sepolcro a naiskos (con probabile coronamento cuspidato) su alto podio a pianta quadrata, sormontato dal naiskos vero e proprio a parete piena e finte porte centrali, con colonne ioniche e trabeazione dorica, di un modello ben noto nell'Oriente ellenistico e poi diffuso attraverso la cultura ellenistica italica anche nelle province occidentali, tra tarda repubblica e primo impero. Per visitare questo sepolcro da vicino, basta attraversare la Porta IV (detta Aurea) che, pur conservata solo nei tagli della roccia, doveva essere una delle più importanti della città, poiché la collegava col mare e con Emporion: perciò qui si collocano più fitti i sepolcri ellenistici e romani e, fra questi, anche gli esempi più monumentali. Altri ruderi
  • Partenza per Catania. Lungo il tragitto visita alla Villa del Casale di Piazza Armerina e Caltagirone. Arrivo in albergo, sistemazione e cena.
  • La Villa del Casale fu costruita tra la fine del sec. III e l'inizio del sec. IV d.C., con le esigenze di alcune famiglie romane piuttosto ricche, che vi si recavano a caccia o in vacanza. La Villa vene utilizzata anche in età araba, ma venne successivamente distrutta dall’arrivo dei normanni; In età più tarda però una valanga di fango proveniente dal monte Mangone la seppellì quasi completamente. Le prime campagne di scavo a livello scientifico, promosse dal Comune di Piazza Armerina, furono eseguite nell'anno 1881. Gli scavi furono ripresi nel 1935 fino al 1939, ed infine, con l'intervento della Regione Siciliana negli anni 50, fu portato completamente alla luce l'intero complesso, grazie all'opera dell'archeologo Vinicio Gentilini. La morfologia del terreno ha determinato la planimetria molto articolata della villa: vi si possono distinguere una parte residenziale intorno al grande peristilio centrale su cui si affaccia anche la basilica, una zona di rappresentanza con il peristilio ellittico e la grande sala trilobata, il complesso delle terme dal movimentato impianto planimetrico. Il cortile- porticato d'ingresso, a pianta irregolare, funge da cerniera tra queste tre parti. I mosaici furono realizzati da diversi gruppi di maestranze nordafricane che mediavano eredità alessandrine e tendenze siriache.  Di grande bellezza sono, senza dubbio, sono i magnifici mosaici del pavimento, presenti in tutte le sale, che sono di una ricchezza e di una varietà tale che non ci sono paragoni nel mondo. Tra i resti della villa si individuano quattro nuclei separati e di diverso orientamento, ma strettamente connessi tra loro:  Un ingresso monumentale a tre arcate con cortile a ferro di Veduta di alcuni reperti con apposite protezioni cavallo;
  •  Il corpo centrale della villa, organizzato intorno ad una corte peristilio quadrangolare, dotata di giardino con vasca mistilinea al centro;  Una grande trichora (tipo di cella a pianta quadrangolare con tre absidi posti a tre lati della costruzione, mentre il quarto contiene l’ingresso) preceduta da un peristilio ovoidale circondato a sua volta da un altro gruppo di vani;  complesso termale, con accesso dall’angolo nord-occidentale del peristilio quadrangolare Ognuno dei quattro nuclei della villa è disposto secondo un proprio asse direzionale. Tuttavia tutti gli assi convergono al centro della vasca del peristilio quadrangolare. Nonostante le apparenti asimmetrie planimetriche, la villa sarebbe dunque il frutto di un progetto organico ed unitario che, partendo dai modelli correnti nell’edilizia privata del tempo, vi introdusse una serie di variazioni in grado di conferire originalità e straordinaria monumentalità all’intero complesso. L'identificazione del proprietario è stata a lungo discussa e molte diverse ipotesi sono state formulate. L'ipotesi attualmente più accreditata identifica il proprietario con una prestigiosa figura dell'età costantiniana, Lucio Aradio Valerio Proculo Populonio, governatore della Sicilia tra il 327 e il 321 e console nel 340. L'accesso alla residenza avveniva attraverso un passaggio a tre archi, decorato da fontane e da pitture di carattere militare, che richiama da vicino un arco trionfale. Il cortile a ferro di cavallo è circondato da colonne in marmo con capitelli ionici, al centro sono i resti di una fontana quadrata. Dell’originaria Ecco alcuni reperti pavimentazione si conserva lungo il lato nord del cortile un lacerto di mosaico bicromo con decorazione a squame. Dall'ingresso alcuni gradini conducono al vestibolo: al centro di un pavimento geometrico è inserita una scena parzialmente conservata di Adventus su due registri. Dal vestibolo si accede al peristilio: il mosaico presenta qui una serie di ghirlande d’alloro includenti teste di animali di
  • L’orientamento delle teste cambia in due punti: in corrispondenza dell’ingresso dal vestibolo, e ai piedi della scala d’accesso al complesso della sala absidata sul lato orientale. Questo cambiamento aveva probabilmente la funzione di enfatizzare i due itinerari percorribili all’interno dell’edificio: quello privato, a sinistra dell’entrata, che conduceva alle stanze del lato settentrionale, e quello pubblico, verso la sala absidata sul lato est ed il nucleo del triclinio con peristilio ovoidale. Lungo il lato settentrionale del peristilio si aprono ambienti di varia destinazione. Tre vani iniziali, ambienti di servizio in funzione della cucina, e altri due in fondo, a servizio del vicino appartamento padronale, hanno pavimenti a mosaico con motivi geometrici. Gli schemi decorativi presenti si ritrovano nel repertorio dei mosaici nordafricani: le ipotesi sono che i motivi adottati nella villa siano stati elaborati a Roma o in Italia, e siano quindi passati successivamente in Africa, oppure che fossero già stati rielaborati nell'ambiente artistico nordafricano tra la fine del II e gli inizi del III secolo. I due ambienti successivi che si aprono su questo braccio del peristilio sono probabilmente camere da letto (cubicula), preceduti da anticamere e con pareti decorate da pitture. In uno dei vani sul pavimento a mosaico sono raffigurate sei coppie di personaggi, disposte su due registri. La seconda camera da letto presenta un mosaico pavimentale con Eroti pescatori, con ricca decorazione sulle barche e negli abiti. La successiva sala che si apre sul lato settentrionale del peristilio, forse una sala da Altri scavi pranzo invernale, di maggiori dimensioni delle altre e con l'ingresso preceduto da due colonne, conserva il mosaico pavimentale della quot;Piccola cacciaquot;. Sono raffigurate dodici scene disposte su quattro registri. Dal lato di fondo orientale del peristilio si accede al corridoio della quot;Grande Cacciaquot;, con le estremità absidate. Su questo corridoio, elemento di raccordo e separazione tra parte pubblica e privata, si aprivano la grande sala absidata di rappresentanza e gli appartamenti padronali.
  • L'importanza era sottolineata dal portico che si apre nella sua parte centrale verso il peristilio e dalla leggera soprelevazione: vi accedevano due scale dai bracci nord e sud del peristilio, e una terza centrale, di fronte all'ingresso della grande sala absidata. A dispetto del nome con cui è conosciuto, il soggetto del mosaico pavimentale rappresenta una grande battuta di cattura di bestie selvatiche per i giochi dell’anfiteatro a Roma: nessun animale viene infatti abbattuto ed i cacciatori usano le armi solo per difendersi. Le caratteristiche tecniche, unite all’analisi delle cesure evidenti sullo sfondo del mosaico, hanno consentito di individuare 7 scene, eseguite da due gruppi distinti di mosaicisti. La rappresentazione di una caccia o di una cattura di bestie è un soggetto abbastanza ovvio per una villa di campagna e, in generale, fa parte del tipico repertorio iconografico dell’esaltazione aristocratica o regale. Tuttavia, ciò che rende unica la caccia di Piazza Armerina è la rappresentazione delle terre conosciute dall’Occidente all’Oriente, con personificazioni e specie d’animali caratteristiche d’ogni regione. Tutto ciò fa sì che questo mosaico debba essere visto come una sorta di carta geografica, dono degno di un imperatore: si credeva che il possesso di una rappresentazione cartografica potesse in qualche modo accrescere magicamente il potere del sovrano su quelle terre. Inoltre, uno dei temi ricorrenti dei panegirici imperiali era la diffusione della fama e della gloria imperiali fino agli estremi confini del mondo. E proprio questo è il significato degli animali fantastici quali il grifone e la fenice, simboli dei paesi più remoti e misteriosi. Solo con l’identificazione certa del proprietario della villa potrebbe chiarire le motivazioni di questa scelta, ma questo è un problema ancora aperto. Per quanto riguarda lo stile, il mosaico della quot;Grande Cacciaquot; si inquadra perfettamente nel Particolare di alcuni reperti clima artistico di IV secolo.
  • Vi ritroviamo, infatti, una serie di moduli espressivi che ricorrono sull’arco di Costantino a Roma, come le teste rotonde pettinate a calotta con ciocche che scendono sul cranio senza sopraffarlo, la disposizione delle scene su registri sovrapposti, la frontalità, la bidimensionalità e le proporzioni gerarchiche, per cui la narrazione prevarica le dimensioni degli elementi del paesaggio, che sono ridotti al minimo. Il decorativismo molto curato, l’attenzione al dettaglio, il vivo cromatismo (nelle vesti di inservienti, cacciatori e funzionari, nelle penne degli struzzi) anticipano l’arte bizantina, dove i broccati e i gioielli cancelleranno i volumi della figura umana. Sotto questa ricchezza decorativa si cela infatti già una sostanziale perdita del senso dell’organicità naturalistica., come rivelano anche le ombre portate utilizzate a caso e certe incomprensioni dei modelli originari, come nelle zampe dei buoi che trainano il carro al centro del mosaico. Si aprono inoltre sul corridoio della quot;Grande Cacciaquot; i due appartamenti padronali: quello più a nord, più prossimo agli ambienti di servizio e di dimensioni inferiori era probabilmente riservato alla famiglia e l'altro più importante e con decorazione musiva più ricca e articolata era probabilmente quello del proprietario. Per quanto riguarda l’appartamento settentrionale, un primo ambiente funge da anticamera; il pavimento è decorato con l’episodio di Ulisse che vince Polifemo per mezzo dell'astuzia, porgendogli il kantharos del vino. Pitture con il medesimo soggetto si trovavano sul Palatino potrebbero farne ipotizzare la derivazione da un originale pittorico. Si tratta in ogni caso, di una testimonianza della cultura del proprietario e della sua Ecco altre zone di scavo dimestichezza con l'ambiente romano. Una sala absidata che si apre sull'anticamera, forse identificabile con una sala da pranzo (triclinio), oppure con una stanza da letto (cubicolo) con rientranza per il letto (alcova) nell'abside. La sala presenta pitture parietali di Eroti e sul pavimento un mosaico geometrico in cui sono inseriti tondi con le Stagioni e ceste di frutta, mentre nell'abside si trova un motivo a squame con elementi naturalistici molto raffinati. Un secondo ambiente ugualmente aperto sull'anticamera è un altro cubicolo con alcova.
  • Il pavimento è un tappeto geometrico con schemi poligonali, stelle stilizzate e Stagioni nei tondi, che circondano un medaglione con coppia di amanti. Il passaggio all'alcova, la rientranza occupata dal letto, mostra scene di fanciulli che giocano, mentre l'alcova stessa presenta una decorazione geometrica. L'appartamento si apriva sul corridoio della quot;Grande Cacciaquot; con un imponente ingresso costituito da un peristilio a ferro di cavallo con quattro colonne ioniche e una fontana al centro. Il peristilio era pavimentato con un mosaico raffigurante la veduta di un intero porto, che gira intorno alla composizione ed Eroti pescatori, con tematiche simili a quelle presenti in uno dei cubicoli del lato nord. In quest’ambiente esiste una differenza stilistica fra la metà nord e sud della composizione. Infatti, nella metà sud degli alberi sono meno numerosi, il mare è disegnato da poche linee a zig-zag e da molte linee dritte, gli edifici sullo sfondo sono visti di fronte e non sono collegati fra loro. Tutto ciò evidentemente rivela l’utilizzo di diversi modelli. Un'aula absidata si apre sul lato di fondo del peristilio e costituiva forse la biblioteca privata del proprietario. Il pavimento a mosaico presenta la scena mitologica del poeta Arione, al centro, che incanta gli animali marini, tritoni, Nereidi e cavalli marini con la musica e la poesia. Nell’abside si trova una grande testa di Oceano circondata da varie specie di pesci. Le acconciature ad elmo delle Nereidi hanno fornito importanti dati cronologici sulla base dei ritratti numismatici delle imperatrici della dinastia costantiniana. La disposizione della scena e il suo significato sono molto simili a quelle del mosaico con Orfeo nella sala absidata che si apre sul lato sud Particolare di un mosaico del grande peristilio quadrangolare. Direttamente dall'ingresso monumentale della villa si accedeva ad un complesso termale, che poteva dunque essere frequentato anche da estranei e che ripete l'orientamento di un precedente edificio termale.
  • La città è ubicata sulla sella di collegamento tra gli Erei e gli Iblei in cui passa la Strada Statale 417, che la collega a Catania e a Gela. Caltagirone si trova a poco meno di 70 km a sud-ovest del capoluogo. La città (610 s.l.m.)si sviluppa su tre colli adiacenti della catena dei monti Erei e presenta un assetto urbanistico in cui la parte del centro storico, collocata più in alto, è nettamente distinta dalla zona di nuova espansione, più a sud-est. Presso la parte nuova della città si trova la nuova stazione ferroviaria della linea a binario unico Catania-Gela. La precedente stazione venne disattivata alla fine degli anni settanta in concomitanza con l'attivazione della nuova linea per Gela e la costruzione della nuova grande stazione. La linea ferroviaria a scartamento ridotto che collegava il centro con Piazza Armerina (EN) e la Stazione di Dittaino era già stata disattivata negli anni '60. La città sorge al margine occidentale della provincia, a 608m di altitudine, adagiata su tre colli che formano un anfiteatro naturale e che costituiscono lo spartiacque tra le valli del fiume Maroglio, che sfocia nel golfo di Gela, e il fiume Caltagirone che scende verso la piana di Catania. Il comune di Caltagirone rientra tra i primi 30 comuni più estesi d'Italia: Il territorio di Caltagirone con i suoi 382km² è il più esteso della Sicilia dopo quello di Monreale e Ragusa; il territorio è prevalentemente collinoso con ampie vallate al sud, al nord vicino al confine territoriale di Mineo e quasi pianeggiante. Nella parte meridionale si trova un piccolo altopiano sabbioso dove sorge il piccolo borgo di Santo Pietro con la sua riserva naturale, nell'altopiano si può godere il panorama del golfo di Gela. Sempre nella parte meridionale sorge il piccolo centro di Granieri, situata a 351m di altitudine, era un feudo fin quando nei primi anni del novecento entrò a far parte nel territorio di Caltagirone. Veduta della città
  • Data l'altitudine di poco superiore ai 608 m. s.l.m., il clima è generalmente umido, anche per il fatto di trovarsi sullo spartiacque tra la piana di Gela e la piana di Catania. L'inverno è piuttosto rigido, con temperature comunque quasi sempre sopra lo zero, ed è caratterizzato da precipitazioni abbastanza copiose, soprattutto piovose. La nebbia caratterizza l'autunno in quasi tutte le zone della città. La primavera è abbastanza fresca, con temperature superiori ai 10-15° C, mentre l'estate si manifesta con alte temperature (sopra i 30-35° C), che degenerano a volte in afa tra luglio e agosto. Il simbolo di Caltagirone risale al 1030, anno della liberazione della città da parte dei genovesi dal dominio saraceno. I calatini, per riconoscenza, avrebbero adottato nel loro stemma, nel petto dell'aquila che tiene tra gli artigli un osso, lo scudo crociato rosso sostenuto da due grifoni, per ricordare l'antica origine, quella della Repubblica marinara.   Colline circostanti alla città
  • Visita alla città di Catania, in particolare alla Piazza dell’elefante, al Duomo, alla Chiesa della Collegiata, alla Badia di Sant’Agata. Pranzo al sacco. Partenza per Siracusa, visita al sito archeologico, in particolare il teatro grego, l’orecchio di Dioniso e la grotta dei Cordari. Visita all’isola di Ortigia
  • Catania è una delle poche città in Italia ad offrire paesaggi tanto diversi concentrati in un solo sito. Sorge sulla costa orientale dell'isola, ai piedi del vulcano Etna (il più alto d'europa) e a metà strada tra le città di Messina e Siracusa. Il suo territorio comprende anche una vasta fetta della piana di Catania e tutto il Calatino. La piana di Catania ('a chiana) è una tra le più estese aree coltivate della Sicilia e la sua zona più vicina al mare costituisce l'oasi del Simeto, riserva regionale di circa 2.000 ettari istituita nel 1984. L'Oasi del Simeto prende nome dal fiume Simeto, il più importante dell'isola, che sfocia a sud della città. Catania si affaccia sul mar Ionio con il golfo che prende il suo nome. Inoltre intorno al vulcano sorge un'altra famosa area naturale protetta, quella del Parco dell'Etna. Il territorio è prettamente pianeggiante a sud e sud est, e montuoso a nord per la presenza del vulcano Etna. Il nucleo originario della città era situato su un colle che corrisponde all'odierna piazza Dante, dove sorge l'ex-monastero dei benedettini. L'unico altro rilievo importante è la collina Santa Sofia, dove sorge la Cittadella Universitaria, al confine con Gravina, comune del vasto hinterland. Il verde pubblico è costituito dai parchi situati all'interno della città. Sono cinque quelli di una certa grandezza e importanza: il Giardino Bellini, detto 'a villa o Villa Bellini e dedicato a La città e l’Etna Vincenzo Bellini, il Giardino Pacini, detto Villa 'e varagghi (cioè quot;degli sbadigliquot;, perché frequentata soprattutto da pensionati e da sfaccendati in genere), il Parco Gioeni (situato a nord, alla fine della via Etnea), il Parco Falcone e Borsellino (a nord del Corso Italia) e il Boschetto della Plaia (nella zona tra l'Aeroporto Vincenzo Bellini e la città).
  • La città è attraversata da un fiume sotterraneo, l'Amenano. In passato, poco fuori le mura ad ovest, si poteva trovare il lago di Nicito, al fiume collegato e ormai coperto dalla colata lavica del 1669 (l'omonima via ne ricorda l'ubicazione). Attualmente, l'Amenano si rende visibile all'Acqua o linzolu, fontana in marmo bianco che sorge tra la Pescheria e la piazza del Duomo e nei sotterranei del locale Ostello della Gioventù. Ma è stato tutto il territorio circostante a mutare profondamente in seguito a questa calamità naturale: la costa a nord del porto è appunto una scogliera sorta in seguito alla colata (la Scogliera, con la famosa spiaggia di San Giovanni li Cuti). La costa a sud del porto è, invece, sabbiosa (la Plaia). Catania era originariamente un insediamento siculo, rifondato come Kατάvη nel 729 a.C. da coloni greci calcidesi guidati da Tucle. Dopo la dominazione siracusana, è stata conquistata dai romani nel 263 a.C. Alla caduta dell'Impero romano ha seguito le sorti della Sicilia, venendo conquistata prima dagli ostrogoti, poi dagli arabi, dai normanni, dagli svevi e dagli angioini. Nel 1282, passò agli aragonesi e con re Martino I di Sicilia Catania divenne capitale del Regno di Sicilia dal 1402 al 1416. Passata sotto i domini spagnolo, piemontese e borbonico, nel 1860 Catania entrò a far parte del Regno d'Italia. Del periodo greco e della dominazione romana a Catania rimangono pochissime tracce e reperti, a causa dei disastrosi terremoti (che hanno raso al suolo la città) e delle conseguenti ricostruzioni che spesso hanno Panoramica della città dal mare ricoperto le precedenti architetture. Inoltre, non sono mai state eseguite grandi campagne di scavi e studi archeologici se non in casi sporadici della sua storia recente.
  • Il Teatro Romano (del II secolo), l'Odeon (III secolo), l'Anfiteatro (II secolo), le Terme dell'Indirizzo, le Terme della Rotonda, le Terme Achilliane, i resti di un acquedotto presso il parco Gioeni e alcuni edifici funerari sono tutti i resti attualmente visibili della Catania romana. Il Teatro romano e l'Odeon sono stati restaurati negli ultimi anni e sono comodamente visitabili. Anche i resti dell'anfiteatro sono visitabili dal 1907 (anno in cui sono stati riportati alla luce) dall'ingresso di piazza Stesicoro. Probabilmente anche u Liotru, il simbolo della città situato attualmente al centro di Piazza Duomo, è stato costruito in epoca romana. È un manufatto in pietra lavica porosa, che raffigura un elefante. Il nome deriva probabilmente dalla storpiatura del nome di Eliodoro, necromante semi-leggendario e grande avversario di Leone il Taumaturgo. L'elefante sormonta un obelisco egittizzante di cronologia incerta con figure puramente decorative. Inoltre, sono state prodotte a Catania una serie di monete, che comprende bellissimi conii - da quelli arcaici - con Nike e Zeus in trono - a quelli dei grandi incisori - Eveneto, Eraclide e Procle, con testa di Apollo. Del periodo normanno si conservano principalmente il castello di Aci Castello e le absidi della Cattedrale di Sant'Agata (il Duomo), che poi sarebbe stata ristrutturata dopo il terremoto del 1693. Oggi la cattedrale conserva la vara, il busto-reliquiario e la cassa-reliquiaria di Sant'Agata, realizzato dal senese Giovanni di Bartolo nel XIV secolo. Unico monumento di età bizantina è la Cappella Bonajuto (nome derivante dalla famiglia nobiliare che l'aveva tenuta come sacrario di famiglia nonché cappella privata): si Tra le vie tratta di una quot;trichoraquot; bizantina cioè un edificio con tre absidi; prima del suo restauro se ne aveva conoscenza grazie ai disegni di Jean Houel. Del periodo svevo (XIII secolo) è il portale della chiesa di Sant'Agata al Carcere e il federiciano Castello Ursino (di recente restaurato, è ora sede del Museo civico (raccolte Biscari e dei benedettini) coevo del più famoso castello pugliese di Castel del Monte.
  • Della dominazione aragonese rimane la chiesa di Santa Maria di Gesù situata nella piazza omonima, costruita nel Cinquecento e ristrutturata nel Settecento. Nel 1558, fu iniziata la costruzione del Monastero dei Benedettini, a cui sarebbe poi stata affiancata la chiesa di San Nicolò l'Arena. Distrutto dalla colata lavica del 1669 e dal terremoto del 1693, nel 1703 se ne avviò la ricostruzione che tuttavia non è stata mai più portata a termine. Le cosiddette Mura di Carlo V, che racchiudono il centro storico, furono iniziate nel XVI secolo ma vennero praticamente ricostruite dopo il terremoto. Catania è stata ampiamente distrutta nel 1169 e nel 1693 dai terremoti. Il suo territorio circostante è stato più volte coperto da colate laviche che hanno raggiunto il mare. Ma i catanesi caparbiamente l'hanno ricostruita sulle sue stesse macerie. La leggenda vuole che la città sia stata distrutta sette volte durante la sua storia, ma in realtà tali eventi disastrosi si possono sicuramente riferire a pochi ma terribili terremoti. Anche le distruzioni del centro urbano a causa delle colate laviche sono frutto di una storiografia fantasiosa. Tutti i monumenti antichi sono stati inseriti nel tessuto urbano della città ricostruita grazie all'opera dell'architetto Giovan Battista Vaccarini, che ha dato alla città una chiara impronta barocca. Tra gli altri che hanno aiutato la rinascita della città si ricordano Francesco Battaglia, Stefano Ittar, Alonzo Di Benedetto e Girolamo Palazzotto. Nel centro storico
  • Il castello Ursino, sito in piazza Federico di Svevia, ebbe origine con la costruzione di una 'roche' da parte dei Normanni, per controllare la popolazione musulmana della città. Questa prima fortezza sorse in un luogo diverso da quello prescelto più tardi per l'impianto del Castello, da alcuni studiosi identificato a Montevergini. Di tale fortilizio normanno non restano tracce. Risale al 1239 l'avvio del cantiere per la costruzione dell'attuale Castello, sotto la direzione dell'architetto militare Riccardo da Lentini, per volontà di Federico II Imperatore di Svevia. Nel 1255 è attestata per la prima volta la denominazione di 'castrum Ursinum', divenuta poi usuale. Tra il 1296 e il 1336 il Castello è a più riprese residenza di Federico III; anche negli anni successivi, durante i brevi regni di Pietro II, di Ludovico e quindi sotto Federico IV, mantiene il ruolo di residenza reale e sede di importanti eventi politici. Nel 1392, dopo lo sbarco dei Martini, Catania si rivolta contro gli Aragonesi; il presidio regio si chiude nel castello. Negli anni tra la fine del '300 ed i primi del '400 il Castello è spesso residenza ufficiale dei sovrani e della corte. Nel XV ( primo venticinquennio) il Castello mantiene il suo ruolo di reggia; verso la seconda metà del secolo è a più riprese sede di sessioni parlamentari e residenza viceregia. Nel 1669 una disastrosa eruzione dell'Etna modifica sostanzialmente la topografia del luogo, dove sorge il Veduta esterna Castello che rischia di essere seppellito. Nel 1693 il Castello subisce alcuni danni a seguito dei terremoti di gennaio. Nel 1837 vengono realizzati alcuni lavori al fine di riutilizzare militarmente il Castello, già adibito a prigione. Dal 1931 al 1934 vengono realizzati restauri e trasformazione del Castello in museo.
  • Il Castello è un grande complesso edilizio ad ali con corte centrale. Ogni lato misura m 50 circa. I quattro angoli sono dotati di torri circolari di poco superiori ai 10 metri. Delle torri semicilindriche mediane, solo 2 si sono conservate, ma è certa anche l'esistenza delle altre due. Le mura, realizzate in pietra lavica, presentano spessore di metri 2,50. L'aspetto esterno del Castello è caratterizzato da numerose aperture in buona parte posteriori al progetto originario. All'interno, originariamente, l'edificio svevo presentava al pianterreno quattro ali edilizie con ambienti a pianta rettangolare coperti ognuno da tre volte a crociera; quattro stanze quadrate, anch'esse coperte da crociere, raccordavano tra loro i saloni. L'aspetto originario si è mantenuto nell'ala settentrionale che conserva integro il trionfo delle cinque crociere. Secondo un recente contributo il progetto originario prevedeva un piano superiore solo sull'aria settentrionale, diversamente da quello che sosteneva Giuseppe Agnello, secondo il quale il piano superiore era stato previsto nel disegno federiciano, realizzato e poi trasformato tra il XV e il XVI secolo. Il Castello è sede del Museo Civico dal 20 ottobre 1934. Esso ospita le raccolte civiche in cui sono presenti le sezioni archeologiche Medievale, Rinascimentale e Moderna. Vi si conservano 8043 pezzi tra reperti archeologici, epigrafi, monete, sculture, pitture, sarcofaghi fittili greci, romani, mosaici. Sono presenti infatti vari reperti archeologici Veduta delle mura provenienti dalle città e dai territori di Catania, Paternò, Centuripe, Lentini, Roma, Trapani Caltagirone (ceramiche), Ercolano, Camarina.
  • Inoltre si conserva la statua fittile di Kore trovata ad Inessa-Civita in territorio di Paternò, Nel museo è custodita l'iscrizione latina trovata nella fonte dell'antico acquedotto greco-romano presso il monastero benedettino di Santa Maria di Licodia già in territorio di Paternò. Il Castello ospita anche, nelle splendide sale situate al piano terra, un prezioso patrimonio composto da donazioni di illustri catanesi, opere provenienti da chiese e conventi soppressi, dal Museo dei Benedettini e dalla collezione del principe di Biscari. Il nucleo principe della raccolta di questo illustre catanese è costituito da materiale archeologico proveniente dagli scavi eseguiti a Catania, nonchè da acquisti fatti a Napoli, Roma, Firenze. Tra i pezzi più pregevoli della collezione alcuni splendidi vasi attici, terrecotte arcaiche ed un cospicuo gruppo di bronzi. Il Castello inoltre ospita spesso mostre itineranti di rilevanza nazionale ed internazionale. Il nome quot;castrum Ursinumquot; potrebbe essere collegato al quot;vir consularis Flavius Arsiniusquot;, che governò la Sicilia prima del 359 d.C e promosse il restauro del ninfeo di Catania; il ricordo di lui potrebbe essersi conservato nella denominazione dell'area su cui poi sorse il Castello, passando quindi a quest'ultimo. Veduta dall’alto
  • La Fontana dell'Elefante è stata realizzata da Vaccarini nell'ambito della ricostruzione della città etnea dopo il terremoto dell'11 gennaio 1693. In modo acritico è stato ribadito che l'architetto palermitano si ispirò all'Obelisco della Minerva di Gian Lorenzo Bernini.In realtà l'iconografia dell'elefante sormontato da un obelisco con palla sulla sommità è documentata nell'quot;Hyptenoromachia Poliphiliquot; (Venezia, 1499) attribuita a Francesco Colonna. Il basamento è formato da un piedistallo di marmo bianco situato al centro di una vasca, anch'essa in marmo, in cui cadono dei getti d'acqua che fuoriescono dal basamento. Sul basamento due sculture riproducono i due fiumi di Catania, il Simeto e l'Amenano. Al di sopra si trova la statua dell'elefante, rivolto con la proboscide verso la Cattedrale di Sant'Agata. Questa statua è di epoca romana ed è stata realizzata con più blocchi assemblati di pietra lavica. Ai lati dell'elefante cade una gualdrappa marmorea sulla quale sono incisi gli stemmi di Sant'Agata, patrona di Catania. Sulla schiena del mammifero è stato collocato un obelisco egittizzante. Alto 3,61 metri, è stato realizzato in granito e ha una forma ottagonale. Vi sono incise delle figure decorative di stile egizio, ma non geroglifici. Sulla parte sommitale dell'obelisco sono stati montati un globo, circondato da una corona di foglie di palma e ulivo (alcune fonti riportano palma e gigli), più sopra una tavoletta metallica su cui vi è l'iscrizione dedicata a Sant'Agata MSSHDPL («Mente sana e sincera, per l'onore di Dio e per la liberazione della sua patria»), e infine una croce. Secondo il geografo Idrisi, la statua dell'elefante era stata realizzata durante la dominazione cartaginese o bizantina. Veduta notturna della fontana
  • Nel periodo in cui visitò Catania (XII secolo), l'elefante di pietra lavica si trovava già all'interno delle mura della città. Vi sarebbe stato portato dai benedettini del monastero di Sant'Agata, che lo avrebbero posto sotto un arco detto quot;di Liodoroquot;. Nel 1239 la statua dell'elefante fu scelta come simbolo di Catania. Alcuni sostengono che il trasferimento all'interno delle mura avvenne proprio in quest'occasione. L'obelisco, invece, probabilmente fu portato a Catania durante le crociate, proveniente da Syene. In città fu collocato nel Circo Massimo. Nel 1508 venne trasferito sul lato ovest (o nord) del municipio e gli venne affiancata l'iscrizione «Ferdinandus. Hispaniae utriusque. Siciliae. Rege - Elephans erectus fuit a Cesare Jojenio - Justitiario - MDVII». In tale collocazione fu gravemente danneggiato durante il terremoto del 1693; il crollo dei palazzi circostanti infatti provocò la rottura della proboscide e delle zampe, che furono ricostruite da Vaccarini nel 1735 su sollecitazione di Filippo d'Orville. Fino al 1737 Vaccarini lavorò per costruire la fontana, che fu poi completata con l'obelisco egizio e con l'iscrizione agatina. Nel 1757 venne ristrutturata per la prima volta, per aggiungere una vasca. Nel 1826 la fontana fu circoscritta da una cancellata di ferro, entro la quale fu realizzato un piccolo giardino. Poco dopo l'unità d'Italia, venne presa la decisione di spostare la fontana dalla piazza del Duomo a piazza Palestro: il 30 maggio 1862, però, Bonaventura Gravina organizzò una sommossa popolare che bloccò il trasferimento. Sono stati due i restauri eseguiti nel corso del XX secolo: nel 1905 venne realizzata Particolare del monumento una seconda vasca e nel 1998 sono stati eliminati la cancellata e il giardino per cui oggi è possibile sedersi su alcuni gradoni ai piedi del basamento.
  • Non ci sono dati certi su quando e da chi sia stata realizzata la statua dell'elefante. Nel corso dei secoli, vari studiosi hanno cercato di dare una risposta a questa domanda, in alcuni casi rifacendosi anche al mito. Tra questi ultimi, si ricorda Pietro Carrera, che nel 1639 scrisse che il liotru ricordava una vittoria in una guerra tra i catanesi e i libici. La storia, che il pittore Giuseppe Sciuti immortalò nel grande sipario storico del Teatro Massimo Bellini, è però totalmente inventata. Più probabili furono le teorie concepite da Ignazio II Paternò Castello, Santi Consoli e Matteo Gaudioso. Il primo sosteneva che l'elefante provenisse da un circo (successivamente sarebbe stato appurato che in realtà era l'obelisco ad essere stato tra le attrazioni di un antico circo), gli ultimi due che fosse il ricordo di una religione di cui oggi si sono perse completamente le tracce. È però ormai accettata l'interpretazione che venne data dal geografo Idrisi, durante il suo viaggio in Sicilia nel XII secolo. Egli riportò che i catanesi consideravano l'elefante una statua magica, in grado di proteggere il centro abitato dalle eruzioni dell'Etna. Sempre secondo il geografo arabo, la statua sarebbe stata costruita durante la dominazione cartaginese. l legame tra Catania e il liotru è molto antico. Un'antica leggenda narra di un elefante che avrebbe cacciato degli animali feroci durante la fondazione di Kατάvη. Sotto la dominazione araba, la città era conosciuta con il nome di Balad-el-fil o Medinat-el-fil, cioè «città dell'elefante». Il Liotru è diventato simbolo ufficiale della città solo nel 1239: prima di allora, l'emblema cittadino era l'effigie di San Giorgio. I catanesi decisero di cambiare in seguito ad una serie di rivolte per poter passare Ecco la piazza in una foto d’epoca da semplice dominio di un vescovo-conte a città demaniale. Dopo aver fallito nei moti del 1195, 1207 e 1221, il successo arrivò con la concessione ufficiale firmata da Federico II. La prima quot;uscita ufficialequot; del nuovo simbolo avvenne in occasione di una seduta del Parlamento a Foggia, nel 1240.  
  • La chiesa della Collegiata fu costruita fra il 1744 e il 1758 su progetto dell’architetto riminese Giovan Francesco Buonamici. All’interno si conservano alcuni dipinti del Cagnacci, del Centino e un crocefisso di scuola riminese del trecento. La chiesa della Collegiata è la più grande della città: è costruita in semplice mattone a vista; la facciata, assai sobria, divisa in due da un cornicione modanato, ha un solo portale, un ampio finestrone centrale, timpano e coronamento. Era chiusa da due torri campanarie, di cui quello di destra mai terminato; il coronamento del campanile, così come il portale, risale al 1937. Imponente la struttura absidale che domina il paesaggio retrostante l’edificio. Interno: la pianta è a croce latina con transetto non molto profondo, presbiterio sopraelevato, abside semicircolare, cripta e cappelle laterali. All’incrocio tra la navata e il transetto s’innesta una cupola, cui corrispondono esternamente un tamburo e un tetto piramidale. Elementi di rilievo architettonico che abbelliscono l’interno sono le lesene lise in ordine corinzio e la mobilissima trabeazione. La copertura della navata è a vela. La recente ristrutturazione (1976-1977) ha rilevato un’interessante copertura lignea. La chiesa di S. Maria dell'Elemosina, era il riferimento religioso delle famiglie patrizie. Venne denominata nel 1446 Collegiata, con la costituzione di un capitolo di preti, che rivendicava autonomia dallo strapotere del vescovo. Dopo il terremoto venne ricostruita su progetto di Angelo Italia, ma a rovescio, con l'attuale orientamento e la facciata sulla via Etnea. Veduta della facciata
  • Questa nuova collocazione consentiva alla chiesa di affacciarsi sulla via più larga e importante di Catania. La facciata, opera di Stefano Ittar 1781, rappresenta il meglio del tardo barocco catanese. Essa poggia su un podio sopraelevato preceduto da una larga gradinata; il portone centrale e gli ingressi laterali sono incorniciati da sei colonne con eleganti capitelli corinzi. L'arco del nicchione centrale è sormontato da un'aquila con le ali spiegate; ai lati sono due angeli che reggono una tromba. Nelle altre nicchie sono le sculture con S.Pietro e S.Paolo. L'interno è a tre navate riccamente decorate, addossati ai pilastri sono alcuni medaglioni con gli attributi Vergine Maria. All'interno della chiesa sono custodite grandi tele che raffigurano S.Euplio e S.Apollonia e un Martirio di S.Agata. Il presbiterio è un coro ligneo formato da 36 stalli. Foto dell’interno del XVII secolo
  • Di fronte al prospetto nord della cattedrale, affacciata sulla via V. Emanuele, la chiesa della Badia di S. Agata occupa, insieme all’annesso ex monastero (oggi di proprietà comunale) un intero isolato. La morbida tela del prospetto, mossa dal ritmo di onde leggere, cattura su di sé l’attenzione altrimenti distratta dalle altre macchine barocche del Duomo, della fontana dell’Elefante e del palazzo municipale. L’edificio che oggi vediamo poggia sulle rovine dell’antica chiesa e convento dedicati a S. Agata, nel 1620, da Erasmo Cicala e crollati a causa del terremoto del 1693. quot;Vaccarini non era un architetto di quelli che pretendono di applicare il bagaglio delle loro nozioni senza considerare il luogo in cui sono chiamati ad operare; luogo inteso come scena fisica preesistente e come caratteri figurativi della tradizione. Egli ha saputo risolvere il compito straordinario di realizzare un’architettura che era in armonia con i principi del suo tempo e che, insieme, era del tutto catanese, tanto intimamente egli seppe penetrare il carattere distintivo dei materiali locali e del loro effetto cromatico alla luce violenta e tanto egli seppe interpretare gli stilemi del repertorio tradizionale. Vaccarini non esitava ad accogliere nel disegno delle sue opere parti già costruite o elementi già approntati e, come nel palazzo del Senato (Municipio), su un preesistente basamento a paraste bugnate, seppe innestare lo slancio delle piatte lesene degli ordini superiori, così nella Badia di Sant’Agata non si rifiutò di incastonate nell’onda tesa della parete concava un portale a colonne binate e a minutissima decorazione, che la badessa aveva già fatto realizzarequot; (Giuseppe Pagnano da La pietra di La facciata principale fuoco, 1994).
  • La chiesa della Badia di S. Agata, capolavoro architettonico di G.B. Vaccarini (1735-1767) ha la pianta a croce greca allungata inscritta in un ovale che ha l’asse maggiore ortogonale alla facciata; essa con la sua alternanza di superfici convessa-concava-convessa, al primo ordine, e tre volte concava al piano attico, ripropone una tematica molto cara al barocco e cioè quella dell’architettura in movimento. La prodigiosa vitalità visiva fa sì che le linee spezzate dell’edificio esprimano un tale effetto di modellazione plastica da infondere movimento all’intera struttura e a tutte le sue parti decorative. La costruzione è chiusa, in alto, da una cupola. La forza espressiva della costruzione è replicata nella parte interna dove la scelta della croce greca rivela un’aspirazione alla perfezione, nell’equilibrio tra staticità ed armonia. La decorazione interna è molto semplice ed essenziale, stucchi bianchi alle pareti, statue, preziosi altari e ricami di marmo sul pavimento. Su ogni altare sono poste statue di stucco lucido: S. Euplio, S. Giuseppe, S. Agata, l’Immacolata e S. Benedetto. Attorno alle pareti si trovano semicolonne chiare che incorniciano le gelosie dorate. Dall’alto abside pendono 25 piccole luci e attorno al cornicione gira un’inferriata decorata da candelieri. La chiesa non ha tele come di solito avviene negli altri edifici religiosi; dentro la sagrestia, invece, sono custoditi molti La chiesa e la piazza dipinti di carattere sacro.
  • Città di mare, che nel mare si allunga con l'isola di Ortigia, Siracusa è adagiata lungo una baia armoniosa. Il nome evoca subito il passato greco, i tiranni e la rivalità con Atene e con Cartagine, passato di cui la città conserva numerose testimonianze, questo si affianca un periodo forse meno conosciuto, ma non meno suggestivo, che si rivive percorrendo le stradine dell'isola, dove il tempo sembra essersi fermato in bilico tra Medioevo e Barocco. Subito alle spalle di Ortigia si estende l'Acradina, come veniva chiamata nell'antichità la zona pianeggiante contigua ad Ortigia. E poi la Neaú polis, area quot;nuovaquot; dove si trova il teatro, l'Orecchio di Dionisio e la latomia del Paradiso, una delle più belle, e, ad oriente, il quartiere di Tyche che ricorda la presenza di un tempio dedicato alla dea Fortuna (dal greco Tyche, il caso). Domina tutta l'Epipoli, custodita e difesa dal castello Eurialo, in posizione elevata e strategica. Dalla forma irregolare e leggermente tondeggiante lungo il lato che fronteggia la cattedrale, l’incantevole piazza del duomosi permea di un'atmosfera particolarmente suggestiva al tramonto ed al calare della notte, quando viene illuminata. E' delimitata da bei palazzi barocchi tra i quali spiccano la notevole facciata di Palazzo Beneventano del Bosco, dalla bella corte interna, con di fronte il Palazzo del Senato (nel cui cortile è custodita una Carrozza del Senato del XVIII sec.) e la Chiesa di S. Lucia a Piazza duomo chiudere il lato corto. Il sito ove sorge il Duomo viene destinato fin dall'antichità ad ospitare un luogo di culto. Ad un tempio eretto nel VI sec. a.C. si sostituì il Tempio di Atena, innalzato in onore della dea con i proventi della fatidica e schiacciante vittoria ad Himera (480 a.C.) contro i Cartaginesi.
  • Il tempio viene inglobato, nel VII sec., in un edificio cristiano: vengono innalzati muri a chiudere lo spazio tra le colonne del penistilio e vengono aperte otto arcate nella cella centrale per permettere il passaggio alle due navate laterali così ottenute. Le imponenti colonne doniche sono ancora oggi visibili sul lato sinistro, sia all'esterno che all'interno dell'edificio. Forse trasformata in moschea durante la dominazione araba, la chiesa viene rimaneggiata in epoca normanna. Il terremoto del 1693 causò il crollo della facciata che viene rifatta in forme barocche (XVIII sec.) dal palermitano Andrea Palma che utilizzò come modulo compositivo basilare la colonna. L'ingresso è preceduto da un atrio con un bel portale fiancheggiato da due colonne a torciglioni lungo le cui spire si avvolgono rami d'uva. All'interno, il lato destro della navata laterale è delimitato dalle colonne del tempio, che oggi danno accesso alle cappelle. Nella 1° cappella di destra è conservato un bel fonte battesimale formato da un cratere greco in marmo sostenuto da sette leoncini in ferro battuto del XIII sec. La cappella di S. Lucia presenta un bel paliotto argenteo del '700. Nella nicchia è conservata la statua argentea della santa, opera di Pietro Rizzo (1599). La cattedrale raccoglie molte statue dei Gagini tra cui quella della Vergine (di Domenico) e di S. Lucia (di Antonello) lungo la navata laterale sinistra e la Madonna della Neve (di Antonello) nell'abside sinistra. A nord della piazza, in via Landauna, si trova la Chiesa dei Gesuiti, dall'imponente facciata. Importantissimo è il teatro greco, uno dei più imponenti dell'antichità. La cavea è stata completamente scavata nella pietra sfruttando la naturale pendenza del colle Temenite. Il duomo
  • La data di costruzione è stata stabilita intorno al V sec. a.C. in base alla notizia della rappresentazione della prima dei Persiani di Eschilo. Ci è giunto anche il nome del probabile costruttore: Damocopo, detto Myrilla per aver utilizzato unguenti (miroi) all'inaugurazione del teatro. Il teatro viene modificato da Ierone II nel III sec. a.C.: divisa in nove cunei, la cavea è percorsa, a metà circa, da un corridoio. Lungo la parete, in corrispondenza di ogni settore, viene inciso il nome di una personalità o di una divinità. Ancora oggi è possibile distinguere le lettere che formano il nome di Giove Olimpio (DIOS OLYMPIOS ) nel cuneo centrale e, proseguendo a destra, fronte alla scena, quelli dello stesso Ierone II (BASILEOS IERONOS), della moglie Filistide (BASILISSAS FILISTIDOS), e della nuora Nereide (BASILISSAS NEREIDOS). Adattato in epoca romana per giochi d'acqua (si suppone) e combattimenti fra gladiatori prima della costruzione dell'anfiteatro, lo spazio viene utilizzato anche in epoche successive in modo improprio. Gli spagnoli infatti vi impiantano dei mulini ad acqua. Nel settore centrale della cavea sono ancora visibili i solchi lasciati da due macine ed il canale di scolo dell'acqua. Alle spalle della cavea si trova un grande spiazzo su cui si apre, al centro, la cosiddetta Grotta del Ninfeo con vasca rettangolare ravvivata dalle acque di un acquedotto greco che corre per circa 35 km e nasce dal Rio Bottiglieria, affluente del fiume Anapo, nella zona di Pantalica. In disuso durante il Medioevo, nel XVI sec, l'acquedotto viene riattivato dal marchese di Sortino per Il teatro greco alimentare i mulini impiantati nel teatro. Sulla sinistra si apre la Via dei Sepolcri. Nelle pareti che la fiancheggiano sono scavati ipogei di epoca bizantina e nicchie votive che servivano, appunto, per depositare offerte. Ancora oggi al teatro vengono messi in scena spettacoli classici greci e latini che si svolgono durante l'estate (in giugno, tutti gli anni pari).
  • Il così detto Parco Archeologico della Neapolis (dal greco quot;nuova città quot;), che ospita la maggior parte dei monumenti classici della Siracusa greca e romana, fu realizzato, con i fondi della Cassa per il Mezzogiorno tra il 1952 ed il 1955, con lo scopo di riunire in un unico ed organico complesso i maggiori monumenti di quell'antico quartiere. Prima della costituzione di questo quot;Parcoquot;, dall'estensione di 240.000 mq., i monumenti si trovavano in un contesto molto frazionato di proprietà private. Proprio all'ingresso del parco troviamo la quot;Basilica di S. Nicolò dei Cordariquot; (XI secolo d.c.), che oggi accoglie un ufficio turistico. Ma il primo vero monumento che si propone alla visita del parco è l'quot;Anfiteatro Romanoquot; (II-IV secolo d.c.), posto quasi di fronte alla basilica, che rappresenta una delle realizzazioni edilizie più rappresentative della prima età imperiale romana. Immediatamente a ovest dell'Anfiteatro incontriamo l'quot;Ara di Ierone IIquot; (III secolo a.c.), che rappresenta la terza grande opera monumentale che ci è pervenuta dell'antico quartiere della Neapolis . Più avanti, sulla destra, nelle immediate vicinanze del quot;Teatro Grecoquot; (V secolo a.c.) che è il più grande teatro della Sicilia ed uno dei maggiori dell'intero mondo greco, si incontrano le quot;Latomiequot;, tra cui la più interessante è la quot;Latomia del Paradisoquot;, attraverso cui si giunge alla più famosa delle grotte di questo parco: quella detta quot;Orecchio di Dioniso”, che costituisce la maggiore attrazione, assieme al teatro greco, per i turisti che visitano Siracusa. Fuori dal recinto del Parco Archeologico, più a Sud, all'inizio della cosiddetta Via Panoramica che porta alla sommità del colle Temenite, vi è un Teatro Arcaico scavato nella roccia con cavea rettilinea anzichè curva, detto quot;Teatro Linearequot;. Panoramica del sito
  • Per completare il quadro dei rinvenimenti archeologici nel Parco bisogna menzionare le opere di esplorazione, eseguite negli anni '50, riguardanti soprattutto il quot; Santuario di Apollo Temenitequot;. Ai limiti orientali del Parco Archeologico all'incrocio tra viale Teracati e via Romagnoli, visibile dall'esterno, vi è la quot;Necropoli Grotticellequot;, con le sue numerose tombe scavate nella roccia, tra cui quella detta quot;Tomba di Archimedequot;. Teatro greco
  • La parola theatron deriva quasi sicuramente dal verbo theaomai che significa guardo sono spettatore . In origine questa parola indicava la massa degli spettatori e solo più tardi indicò il luogo in cui essi convenivano. Ma con il IV° sec. a.C. essa indicò l'area destinata agli spettacoli. Le parti principali del teatro sono: la cavea, l'orchestra e la scena. Per aver un'idea della grandiosità del teatro, mettiamoci al centro del corridoio che lo divide (diazoma). Da Sofrone, V° secolo a.C., sappiamo il nome dell'architetto del primo teatro: Demókopos, anche se nel III° secolo a. C. fu ampliato. La parte meglio conservata è quella scavata nella roccia, mentre la parte alta della cavea è del tutto mancante, così l'edificio scenico. Tutti questi blocchi furono successivamente asportati dagli spagnoli nel XVI° secolo per la costruzione dei bastioni di difesa dell'isola di Ortigia. La cavea, oggi con solo 46 gradini, ha il diametro di 138.60 m. ed è divisa in 9 settori, detti cunei, da scalette laterali. La platea semicircolare era chiamata dai Greci orchestra , perchè vi danzavano i cori. La parola orchestra deriva dal greco quot;orcheomaiquot; che significa danzare. La forma canonica è quella circolare e al di sotto dell'orchestra vi erano solitamente dei passaggi, usati con varie funzioni. A Siracusa tali passaggi fungevano da quot;Caronoi klimakes quot;, ovvero Scale Carontee, usate nelle rappresentazioni per le apparizioni Panoramica dall’alto spettrali. Oltre l'orchestra vi era la scena, di cui però non ne è rimasta traccia, solo numerose cavità e fori di difficile lettura. La parola scena deriva dal greco quot;skené, che significa tenda; infatti in origine era solo una tenda che costituiva la scena. Questo tipo di scenario pare sia stato introdotto dal siracusano Formide (V° secolo a.c.).
  • Moltissimi sono stati i cambiamenti subiti da questa parte di teatro. Sicuramente al tempo dei Romani, il teatro fu modificato per le nuove esigenze degli spettacoli tipici di Roma: caccia alle belve, ludi gladiatori; altri ipotizzano, invece, diverse utilizzazioni del teatro, lasciando all'Anfiteatro il compito di ospitare questi giochi. La terrazza sovrastante il teatro, tagliata nella viva roccia del colle Temenite (dal greco quot;themenosquot;=recinto sacro), fu sistemata da Ierone II°. A questa vi si accedeva tramite una scalinata a centro ed una strada a sinistra, detta quot;Via dei Sepolcriquot;. Di questa terrazza, probabilmente coperta da un grande portico forse per evitare la pioggia improvvisa al pubblico, oggi è visibile solo una banchina, tagliata nella roccia, ed una parte della pavimentazione in cocciopesto. Al centro di questa terrazza vi è scavata una grotticella artificiale detta quot; grotta del Ninfeoquot;. Vicino alla grotta del Ninfeo, è possibile notare una costruzione non propriamente contemporanea al teatro: la cosiddetta quot; casetta dei mugnaiquot;.   Veduta dal teatro
  • Immaginiamo per un attimo di essere a Siracusa nel V secolo a. C. e di sentire lamenti lontani echeggiare nelle cave, come se qualcuno volesse comunicarci di trovarsi là intrappolato: un tuffo indietro nel passato, in una delle aree più interessanti, dal punto di vista storico, della Sicilia antica. Queste cave, tristemente famose, sono davvero esistite e possiamo trovarne imponenti resti a Siracusa, dove esse sono ancora visibili, con le volte quasi crollate. Sono denominate Latomie, dal greco latomía, ossia taglio di pietre, un termine che sta ad indicare appunto i sassi, tagliati con scalpello e piccone, usati per le fabbriche della città. Si suppone che alcune di queste cave, chiamate dai latini “lapicidinae” per le specifiche caratteristiche, siano state effettivamente utilizzate per tali funzioni, come ci testimonia Cicerone nella V orazione delle “Verrine”. Le Latomie nascono soprattutto per cavare delle pietre da utilizzare per le costruzioni. Esse, originariamente sorte come cave di pietra, vennero realizzate con il lavoro di condannati, prigionieri o avversari politici chiusi in questa sorta di prigione lontana dalla città, le cui dimensioni erano davvero notevoli: “Ha lunghezza di 1/3 di uno stadio e larghezza di 1/3 di 200 piedi”, come ci tramandano alcuni studiosi del ’600. La loro non è la più remota testimonianza. Narra Tucidide nel VII libro delle sue Storie che gli Ateniesi, sconfitti dai Siracusani, furono rinchiusi in cave profonde ed anguste. Qui i prigionieri, stremati dalla fame, dalla sete e dalla calura, erano sottoposti a qualsiasi sforzo fisico ed erano costretti a patire tutto ciò per non meno di settanta giorni. Vista dall’esterno
  • All’interno delle Latomie, le più famose delle quali sono quelle dei padri Cappuccini e di Dionisio, si possono notare, lungo le pareti, alcuni fori cui, secondo antiche testimonianze, erano attaccate le catene dei prigionieri. Le Latomie cosiddette dei padri Cappuccini, complici sia l’atmosfera che vi regna, sia la profondità della grotta e le piante che vi crescono in abbondanza, riescono a produrre in chi le guarda un’oscura e piacevole commozione. Nella Latomia di Dionisio o “Latomia del Paradiso”, nome idilliaco per i suoi ospiti, si trova l’«Orecchio di Dionisio», un’ altissima, profonda e tortuosa grotta artificiale destinata a diventare prigione e che, per la sua caratteristica risonanza, permetteva secondo la leggenda al tiranno Dionisio di ascoltare i lamenti dei prigionieri. Dionisio o Dionigi I era il tiranno di Siracusa e fece sì che la sua città raggiungesse una posizione di prestigio, riunendo per la prima volta in un unico Stato i centri greci dell’ Isola. Tutto ciò avvenne dopo che egli, stratega nella vittoriosa battaglia contro Cartagine, si era sbarazzato degli aristocratici cittadini, grazie pure ai mercenari e al popolo, facendoli imprigionare probabilmente nella Latomia del Paradiso. A proposito di questa grotta, l’abate Chopy sospettava che essa fosse stata creata appositamente per far meglio echeggiare le voci degli attori che lì avrebbero in seguito recitato. L’abate fu però successivamente smentito dallo studioso Capodieci, perché la scena del teatro, dove recitavano gli attori, non corrispondeva, secondo lui, al punto focale, ossia al luogo in cui convergono i raggi sonori, e di conseguenza le voci degli attori non potevano risuonare grazie all’eco prodotto dalla grotta stessa. Dall’interno
  • Le Latomie (litos=pietra e temnos=taglio), antiche cave di pietra da cui i Greci estraevano il materiale necessario alla costruzione di templi, strade e opere di difesa (moderni calcoli stimano che furono estratti 4.700.000 mc di pietra), costituiscono sicuramente a Siracusa una delle massime attrazioni del suo patrimonio archeologico. Il complesso delle latomie siracusane, 12 in tutto, si estende per circa 1.5 km, secondo una linea curva che segue, grosso modo, il bordo della terrazza calcarea che domina la pianura costiera verso Ortigia, da Ovest, partendo dalle immediate vicinanze del Teatro Greco, verso Est fino al mare, nei pressi del Convento dei Cappuccini. Le latomie, inoltre, si prestavano egregiamente a contenere prigionieri, condannati a scavare massi tra gli stenti e le intemperie. In particolare gli storici ricordano dei Cartaginesi, catturati da Gelone nel 480 a.c. ad Imera, e dei 7.000 Ataniesi, scampati al massacro nel 413 a.c. all'Asinaro. Quest'uso di prigione è ricordato anche da Cicerone che le definisce come luogo sicuro contro ogni tentativo di evasione. Oltre che da prigione, esse sono anche servite come abitazione da parte dei ceti più umili della città e come sede di corporazioni funerarie, testimoniate dalla presenza di molti quadretti votivi dedicati a morti eroizzati. Rappresentavano inoltre un efficace apparato difensivo di Siracusa per la zona della Neapolis. Originariamente le latomie erano meno ampie di come ci appaiono ora; i crolli delle volte e di alcuni pilastri, provocati dai numerosi terremoti che hanno interessato la zona di Siracusa in ogni La grotta dall’esterno tempo, hanno ampliato gli spazi permettendo al sole di trasformare questi luoghi tetri e tristemente noti, in rigogliosi giardini.
  • Delle 12 latomie individuate, le più note sono, partendo dalle immediate vicinanze del Teatro Greco, quella del Paradiso, dell'Intagliatella e di Santa Venera. Ad una certa distanza verso Est, al di fuori del complesso monumentale della Neapolis, seguono le latomie dette Broggi e del Casale, che sono ancora di proprietà privata e non aperte al pubblico. Chiude l'arco la latomia quot;più grandiosa e sorprendentequot; detta dei Cappuccini. Quasi tutte le altre sono sparite sotto i palazzi della città moderna. La prima grande latomia che è parzialmente aperta al pubblico è la latomia del Paradiso (paradeisos =parco, giardino), detta anche Grotta dei Cordari, che è stata per anni, ed è ancora attualmente, interessata da lavori di consolidamento lungo il suo perimetro nord-orientale. Il piano di fondo della latomia, dalla quale vennero estratti non meno di 850.000 mc di roccia, è ora coperto dalla vegetazione di un agrumeto di vecchio impianto. Il fondo della latomia, col suo originario piano di estrazione, era molto più profondo di quello attuale, ora ricoperto dall'accumulo di materiali alluvionali che hanno creato un pendio da sud verso nord. Il sistema di estrazione in queste enormi cave avveniva solitamente a cielo aperto, ma al fine di ricercare gli strati di roccia più compatta ci si spingeva in profondità (spesso le pareti superavano i 40 m. di altezza), scavando delle immense grotte al di sotto degli strati rocciosi della crosta superficiale, che veniva sorretta da enormi pilastri risparmiati nella roccia stessa. Forti movimenti tellurici hanno causato, nei secoli, il crollo di queste grotte più avanzate rispetto al perimetro della latomia: il grande pilastro roccioso a breve distanza dalla parete orientale della latomia e gli immensi blocchi che sono non L’interno della latomia lontani dal limite nord-ovest della latomia sono le testimonianze di questo fenomeno.
  • È proprio attraversando o, meglio, sottopassando questi ciclopici massi rocciosi, fra deu ali di vegetazione ben curata, che si perviene alla più famosa delle grotte della latomia del Paradiso: quella detta Orecchio di Dionigi. Una breve galleria recentemente ricavata nella parete est della latomia del Paradiso permette di raggiungere l'adiacente latomia dell'Intagliatella. Panoramica dall’esterno
  • Ortigia è il nome dell'isola che costituisce la parte più antica della città di Siracusa. L'isola è stata da sempre il cuore della città. Si ha notizia che sin dall'età del bronzo antico fosse abitata, lo provano i resti di capanne circolari del XIV sec. a.C. riferibili alla cultura di Thapsos. Il successivo arrivo dei Greci non dovette essere violento, poiché come parla Tucidide, l'isola sembra essere stata abbandonata dai residenti che si ritirarono nell'entroterra. Al centro di Ortigia si trova il Duomo, con la sua facciata barocca, costruito inglobando il tempio greco di Athena. Da quest'ultimo proviene una lastra fittile della Gorgone che tiene in braccio Pegaso conservata nel locale Museo Archeologico assieme ad altri innumerevoli reperti. Secondo Cicerone molti tesori del tempio vennero trafugati dal famigerato governatore romano Verre. Già in epoca greca, Ortigia ha rivestito un ruolo di centro politico e amministrativo che ha mantenuto anche nelle epoche successive. Nell'isola infatti vi aveva sede il palazzo del tiranno, quello di Dionigi prima e di Gerone II poi. Nel medioevo e sino ai primi dell'ottocento, l'isola è stata contentuta all'interno di poderose mura che l'avevano resa una piazza d'armi, le mura furono abbattute in epoca ottocentesca. Dopo il progressivo abbandono del centro storico avvenuto tra gli anni settanta e ottanta del novecento, l'isola è stata Panoramica dell’isola oggetto di una serie di progetti di riqualificazione urbana tra cui quello Urban.
  • Tramite incentivi sulle ristrutturazioni e sulle attività economiche, l'isola ha conosciuto un vistoso sviluppo completato grazie all'apertura di diverse strutture alberghiere, da ultimo persino un hotel a cinque stelle e il futuro porto turistico. La costa
  • Il Castello Maniace è uno dei più importanti monumenti del periodo svevo a Siracusa. Fu il comandante bizantino Giorgio Maniace a far costruire questo antico fortenel 1038, che poi venne trasformato in castello da Federico II di Svevia tra il 1232 e il 1250, grazie alla collaborazione del famoso architetto Riccardo da Lentini. Una prova di ciò ce l’abbiamo con i documenti che Federico inviò il 17 novembre 1239 a coloro che si erano dedicati alla costruzione del castello, compiacendosi per la diligenza con la quale Riccardo da Lentini aveva svolto il lavoro che gli era stato assegnato. Sotto gli Angioini il Castello diviene patrimonio regio; la guerra fra gli Angioini e gli Aragonesi per il dominio del Regno vede il Castello opposto a difesa della città. Dal 1288 il castello divenne la residenza del re Pietro III d’Aragona, che vi visse con la propria famiglia. Nel 1321 Federico III di Aragona, vi convocò il Parlamento siciliano che sancì l’eredità del figlio Pietro III di Aragona. Per quasi tutto il XV secolo il Castello era una prigione. Il 5 novembre 1704 però una furibonda esplosione avvenuta Veduta di un lato delle mura nella polveriera sconvolge l'edificio, semidistruggendolo. Negli anni successivi ci si apprestò alla ricostruzione, che lasciò però intatte le parti rovinate dall'esplosione, mentre si crearono tamponature per la realizzazione di magazzini. In età napoleonica il Castello venne invece modificato a scopi prevalentemente militari, con la creazione di bocche da cannone.
  • Oggi, dopo un lungo restauro e la smilitarizzazione dalla storica della caserma dell’esercito, il monumento è tornato alla sua pubblica fruizione. Negli ultimi anni infatti oltre all'apertura al pubblico è stato sede anche di spettacoli di alcuni festival. Così come i castelli di Bari, Trani, Barletta, Brindisi, Augusta e Catania, il Castello Maniace è situato sulla costa, a dominare da un lato il mare e dall'altro la città. Sorge sulla punta estrema di Ortigia, all’imboccatura del Porto Grande in una posizione strategica molto importante dove, nei secoli della lunga storia della città, sono stati sempre presenti insediamenti militari. Anticamente la fortificazione era raggiungibile solo attraverso un ponte levatoio, che è stato poi colmato nel Cinquecento, che lo isolava dalla terraferma rendendola praticamente inespugnabile, mentre oggi fa parte della terraferma siciliana. Il castello si presenta come una poderosa struttura di 51 metri per lato. Preceduto da una serie di opere avanzate, delle quali non ci è giunta traccia, si erge su di un impianto perfettamente quadrato, scaturente da un quadrato di base, sostituito dall'impluvium, che ne diviene il costituente semplice, l'atomo concettuale. Il piano terreno era costituito da un unico ambiente, che se non raggiunge la studiatezza di quello augustano, doveva essere di grande suggestione; l'ambiente era scandito da regolari campate, concluse dalle Immagine del castello dall’isola caratteristiche volte a crociera, poggianti su di una foresta di sedici colonne centrali, più quattro semicolonne ai rispettivi lati e le quattro colonne d'angolo.
  • L'effetto derivante da questo ambiente, si è già detto, doveva essere straordinariamente suggestivo, nella fusione sia dell'elemento borgognone (le volte, le campate) sia del riferimento emergente da quello zampillio di colonne che ci sembra una soluzione ancora legata al gusto islamico Tra tanta severità artistica colpisce la grazia decorativa del portale, la cui profondità della strombatura è sfruttata dai costruttori per realizzarvi dei virtuosismi artistici che poco si addicono ad un’opera preminentemente militare. In questi, sebbene consumati e rovinati dal tempo vi sono ancora quattro figure zoomorfe. Ci si chiede ancora oggi però se il castello abbia veramente avuto un’originaria funzione bellica: anche i dati costruttivi accrescono i dubbi. Manca infatti il baglio, cioè la piazza d’arme: quello spazio consentiva le manovre delle macchine da guerra, ovvero delle ingombranti catapulte, destinate a lanciare pietre o altro. Nemmeno l’interno può aiutarci nella risoluzione di questo enigma, in quanto vi è una grande sala ipostila, cioè piena di volte a crociera e di colonne che ha soltanto nella parte centrale un prezioso cortile che però non ha niente a che vedere con lo spazio di manovra. Le torri inoltre, ingombrate all’interno dalle scale, non potevano servire a scopi difensivi; infine l’assenza di strutture abitative, dei depositi per i viveri e per le munizioni, accrescono ancor di più il fascino L’interno ed il mistero di questa imponente costruzione.
  • Dopo aver lasciato le camere, visita alla città di Taormina, in particolare al teatro greco. Pranzo al sacco. Visita al pomeriggio alla cittadina di Castelmola. L’imbarco sarà alle ore 20.55.
  • Sull'origine di Taormina molte sono le notizie, ma incerte per documentazione e poco attendibili. Diodoro Siculo nel 14° libro attesta che i Siculi abitavano la rocca di Taormina, vivendo di agricoltura e di allevamenti di bestiame, già prima dello sbarco dei greci di Calcide Eubea nella baia di Taormina (832 a.C.), dove alle foci del fiume Alcantara, fondarono Naxos (odierna Giardini Naxos),la prima colonia greca di Sicilia. Dionisio di Siracusa di origine dorica, tollerò per un po' la presenza degli jonici di Calcide Eubea a Naxos ma poi mosse contro di essi che andarono ad occupare il Monte Tauro in, cui vivevano i Siculi insieme ad altri jonici che si erano precedentemente lì insediati da Naxos. Ma negli anni della XCVI Olimpiade (396 a.C.)i nassioti in massa , minacciati da Dionisio, tiranno di Siracusa, si trasferirono a Tauromenion , spinti da Imilcone, condottiero dei Cartaginesi, alleato degli jonici contro i dorici, perché il colle era da considerarsi fortificato per natura. Volendo il tiranno di Siracusa riprendersi con violenza il territorio dei Tauromenitani, essi risposero che apparteneva loro di diritto, poiché i propri antenati greci ne avevano già preso possesso prima di loro stessi, scacciando gli abitatori locali. Testimone Diodoro Siculo, Taormina, governata saggiamente da Andromaco, progredisce, risplendendo in opulenza e in potenza. Nel 345 Timoleone da Corinto, sbarca e raggiunge Tauromenium, per chiedere l'appoggio militare al fine di sostenere la libertà dei Siracusani. Più tardi troviamo Taormina sotto il dominio del tiranno siracusano Agatocle, che ordina l'eccidio di molti uomini illustri della città e manda in esilio lo stesso Timeo, figlio di Andromaco. In città
  • Anni dopo soggiace a Tindarione e quindi a Gerone, anch'essi tiranni Siracusani. Taormina rimane sotto Siracusa fino a quando Roma, nel 212 a.C., non dichiara tutta la Sicilia provincia Romana. I suoi abitanti sono considerati alleati dei Romani e Cicerone, nella seconda orazione contro Verre, accenna che la Città è una delle tre Civitates foederatae e la nomina quot;Urbs Notabilis quot;. In conseguenza di ciò non tocca ai suoi abitanti pagare decime o armare navi e marinai in caso di necessità. Nel corso della guerra servile (134 – 132 a.C.) Tauromenium è occupata dagli schiavi insorti, che la scelgono come caposaldo sicuro. Stretti d'assedio da Pompilio, resistono a lungo sopportando anche la fame e cedendo soltanto quando uno dei loro capi, Serapione, tradendo i compagni, lascia prendere la roccaforte. Nel 36 a.C. nel corso della guerra fra Sesto Pompeo ed Ottaviano, le truppe di quest'ultimo sbarcano a Naxos per riprendere la città a Sesto Pompeo che l'ha in precedenza occupata. Per ripopolare Tauromenium, dopo i danni della guerra subita, ma anche per presidiarla Ottaviano, divenuto Augusto, nel 21 a.C. invia una colonia di Romani, a lui fedeli, e nel contempo ne espelle gli abitanti a lui contrari. Strabone parla di Tauromenion come di una piccola città, inferiore a Messana e a Catana. Plinio e Tolomeo ne ricordano le condizioni di colonia romana. Con l'avvento del Cristianesimo, San Pietro destina a Taormina Mare e isole il Vescovo Pancrazio, che già prestava la sua opera di conversione nella regione che costruisce la prima chiesetta sulle pendici di Taormina dedicata a San Pietro stabilendo la sede del primo Vescovato in Sicilia . Vescovi quot;prestantissimi per santità di costumi, zelo e dottrinaquot;, scrive Vito Amico, si succedono fino all'età Araba. Poche sono le notizie in questo lasso di tempo, che annovera la caduta dell'Impero Romano d'Occidente nel 447 d.C., l'invasione dei Goti, la presenza dei Bizantini, la conquista Araba.
  • Certo è che Taormina, occupa una posizione strategica importante per la tenuta militare del territorio circostante, per 62 anni fu l'ultimo lembo di terra dell'Impero Romano d'Oriente insieme a Rometta e più volte resistette agli assalti dei saraceni ( grazie alle sorgenti d'acqua potabile, alle cisterne ed agli acquedotti sotterranei), sin quando dopo un lungo assedio durato due anni la notte del Natale del 906 d.C., a causa del tradimento di un mercenario messinese tale Balsamo, fu presa e distrutta totalmente. Della città si impossessa il Gran Conte Ruggero, il quale espugnato Castronovo volge alla conquista del Valdemone, cingendo d'assedio la Città, attraverso la costruzione di ben ventidue fortezze in legname: tronchi e rami formano un muro insuperabile; nondimeno i saraceni resistono per molto tempo prima di capitolare nel 1078. Taormina diviene Città Demaniale, compresa nella Diocesi prima di Troina e poi di Messina, quando la sede Vescovile viene qui trasferita. Segue le vicende della Sicilia, sotto gli Svevi e poi sotto gli Aragonesi. Nel 1410 il Parlamento Siciliano, uno dei più antichi d'Europa, svolge a Taormina la sua storica seduta, al Palazzo Corvaja alla presenza della regina Bianca di Navarra, per l'elezione del re di Sicilia , dopo la morte di Martino II. Nel secolo XVII Filippo IV di Spagna concede il privilegio che la Città appartenga stabilmente alla Corona. Nel 1675 è assediata dai francesi, che occupano Messina. La storia gloriosa volge al suo declino. I francesi di Casa D'Orleans non la ritengono Città importante. Gli Angioini ne aboliscono i privilegi di cui godeva.Con l'occupazione delle truppe napoleoniche di Napoli e del Sud e con il trasferimento della Reggia Borbonica a Palermo,Re Una grotta marina Ferdinando I di Sicilia volle ringraziare Taormina per la sua fedeltà ai Borboni contro i francesi e Re Ferdinando in visita ufficiale nella fedele Taormina , in segno di riconoscimento donò al sindaco dell'epoca Pancrazio Ciprioti l'Isola Bella.
  • I Borboni ,resero più facile l'accesso alla città ,che sin dai tempi dei romani avveniva dall'angusta Consolare Valeria che si inerpicava fra le colline, tagliando il promontorio del Catrabico realizzando così una strada litoranea che congiungeva facilmente Messina a Catania e realizzando,dopo la Napoli- Portici ,la seconda strada ferrata del Regno. Che tale e quale Da parte di molte nazioni europee e di famosi scrittori ed artisti (Goethe, Maupassant, Rouel ed altri) si manifestò un interesse verso l'amenità del luogo e verso le sue bellezze archeologiche. Taormina da adesso in poi si svilupperà, divenendo luogo di residenza del turismo elitario, inizialmente proveniente soprattutto dall'Inghilterra come Lady Florence Trevelyan, figlia del Barone Spencer Trevelyan e la cui nonna paterna era Lady Maria Wilson una prima cugina della Regina Vittoria, alla cui Corte Florence era cresciuta attorniata dai cani che adorava come la quot;zia Vittoriaquot; che, però, lei puritana, per impedire uno scandalo a Corte ,la obbligò all'esilio con un ricco vitalizio, per una sua relazione con suo figlio, il Re Edoardo VII che era sposato con l'austera Alessandra di Danimarca e che decise di vivere a Taormina dove sposò il ricco filantropo Salvatore Cacciola, sindaco di Taormina ed amico del Duca di Kent. La costa
  • Taormina ormai da diversi anni è considerata la più ambita località di soggiorno siciliano. Delle gloriose antichità, conservate nel silenzio delle sue strade, il monumento più insigne senza dubbio è il teatro greco- romano. Nonostante le devastazioni a cui andò soggetto, infatti, questa struttura è sicuramente una delle meglio conservate del genere. Dopo quello di Siracusa è il più grande dei teatri di origine greca posseduti dalla Sicilia. Durante il suo soggiorno in Italia Goethe visitò il teatro nel maggio del 1787 e ne rimase profondamente affascinato. La città di Taormina ebbe anche un secondo teatro, ma molto più piccolo: l’Odeon romano, situato dietro la chiesa di Santa Caterina, accanto al palazzo Corvaya. È molto probabile che furono i Greci Tauromeniti ad ideare e a costruire il teatro greco-romano. I Romani, poi, si preoccuparono di ampliarlo e di appesantirne la semplicità e l’eleganza. Il teatro greco-romano si divide in tre parti. la scena,l’orchestra la cavea. La scena che sta di fronte alla cavea è quella parte dove agivano gli attori. Stando alla ricostruzione degli specialisti questa parte era ornata di due ordini di colonne, l’uno sovrapposto all’altro. La scena, inoltre, presentava tre grandi aperture ad arco a distanza simmetrica tra loro e sei nicchie, poste tre a destra e tre a sinistra dell’arcata aperta centrale. Sulla scena si conservano ancora sei basi di colonne e quattro colonne di stile corinzio che furono Il teatro con il panorama alzate dopo il 1860. Accanto alla scena si trovano due parascaenia, cioè i due stanzoni che venivano usati dagli attori per cambiarsi di costume.
  • L’orchestra è la parte piana più bassa di tutto il teatro. In questo spazio si collocavano i suonatori degli strumenti musicali che accompagnavano lo svolgimento della tragedia o della commedia che gli attori recitavano. La cavea è formata dalla gradinata che partiva dal basso e andava salendo verso l’alto, allargandosi fino alla sommità della cavea, dove prendevano posto gli spettatori. I gradini della gradinata erano ricavati dalla roccia viva, in assenza di questa venivano costruiti in muratura. La cavea era divisa orizzontalmente in 5 zone (chiamate dai romani praecinctiones),che gli spettatori percorrevano per prendere posto nella gradinata. Perpendicolarmente, invece, la cavea era percorsa da 8 scalette strette (in latino erano chiamate vomitoria) Sopra le volte dei due portici semicircolari c’erano due terrazze semicircolari con sedili di legno, destinate alle donne che assistevano agli spettacoli separate dagli uomini. La forma del teatro permetteva in tutti i settori del teatro un perfetto ascolto. Benché non vi siano documenti sicuri gli esperti fanno risalire la sua prima edificazione alla seconda metà del III sec. a. C. La costruzione superstite che noi vediamo oggi nel teatro greco, cioè i ruderi che restano, sono opera laterizia di età romana. Il rifacimento romano risale al periodo di Cesare Ottaviano Augusto (31 a. C-14 d. C). Con l’invasione degli Arabi ebbero inizio le spoliazioni che si protrassero a lungo, finché nel Settecento non furono iniziate le prime ricerche. Nel secolo scorso Il teatro oggi vennero eseguite aggiunte arbitrarie e solo nel 1955 si procedette a un radicale restauro, nel corso del quale fu ripristinata la parte superiore della cavea.
  • Castelmola rientra nella provincia messinese. Il centro si erge a 529 metri sul livello del mare ed originariamente fu edificato per difendere Taormina da probabili attacchi nemici che potevano verivicarsi alle sue spalle. La citta' ha saputo risorgere in maniera caparbia ed orgogliosa dalle distruzioni avvenute ad opera di Dionisio, nel 392 A.C., e degli Arabi, nel 902. Attualmente la citta' comprende circa 1.156 abitanti. Dal punto di vista culturale ricordiamo innanzitutto i resti cinquecenteschi del Castello. Dal punto di vista sacro, la citta' va ricordata per la Chiesa intitolata a San Giorgio, probabilmente d'origine seicentesca. Al suo interno si possono ammirare, ad esempio, la seicentesca tela raffigurante quot;La Madonna del Rosario con Santi Domenicani e Francescaniquot; e quella sempre seicentesca raffigurante quot;Il Padre Eterno ed Immacolataquot;. La Parrocchiale intitolata a San Nicolo' di Bari e' stata edificata su un preesistente edificio sacro del quale si conservano ancora l'altare ed il pulpito in noce intarsiato, entrambi d'origine settecentesca. Nella sagrestia, tra l'altro, si possono ammirare la cinquecentesca tela raffigurante quot;La Madonna in trono col Bambino tra San Rocco e San Michelequot; e la settecentesca tela raffigurante San Michele. I resti del castello  
  • Trevisanato Maicol Grandesso Giacomo
  • De Notariis Silvia (Lavoro su Castello Ursino e Castello Maniace) Barbaresco Silvia (Lavoro su Castello Ursino e Castello Maniace) Prof. Gavagnin Pietro (Riproduzione del lavoro e direzione)