Diritti umani democrazia_guerra_nella_globalizzazione

  • 3,015 views
Uploaded on

 

  • Full Name Full Name Comment goes here.
    Are you sure you want to
    Your message goes here
    Be the first to comment
    Be the first to like this
No Downloads

Views

Total Views
3,015
On Slideshare
0
From Embeds
0
Number of Embeds
3

Actions

Shares
Downloads
11
Comments
0
Likes
0

Embeds 0

No embeds

Report content

Flagged as inappropriate Flag as inappropriate
Flag as inappropriate

Select your reason for flagging this presentation as inappropriate.

Cancel
    No notes for slide

Transcript

  • 1. I diritti umani, lademocrazia e la guerra nell’era della Globalizzazione Pro e contro
  • 2. Scienze Sociali Inglese Matematica Francese Cinema Diritto Tedesco Italiano Articoli Statistiche Microcredito Autori, Incontri, SitiImmagini, Chi siamo Consiglio di Classe Fine
  • 3. Scienze Sociali Con la disciplina Scienze Sociali abbiamo approfondito alcuni argomenti e alcuni autori:• Danilo Zolo• Serge Latouche• Francesco Gesualdi• Sviluppo Sostenibile• Statistiche
  • 4. Danilo Zolo• Danilo Zolo, nato a Fiume nel 1936, è un giurista e filosofo del diritto italiano.• Ha insegnato Filosofia del Diritto allUniversità di Firenze, dove ha fondato, nel 2000, il Centro per la filosofia del diritto Internazionale e delle politiche globali Jura Gentium, che tuttora Gentium dirige. Articoli Jura Gentium - http://www.juragentium.org/
  • 5. Articoli di Danilo Zolo• I diritti umani, la democrazia e la pace nellera della globalizzazione• Il tramonto della democrazia nellera della globalizzazione• Violenza, democrazia, diritto internazionale• La crisi dello Stato democratico• Quale democrazia nellAfrica mediterranea?• L’inganno delle guerre umanitarie. Il flagello della guerra• Luci ed ombre del pacifismo giuridico di Norberto Bobbio
  • 6. Francesco Gesualdi• Conosciuto anche come Francuccio Gesualdi; nato a Foggia nel 1949, è un attivista italiano.• In gioventù fu allievo di Don Milani alla Scuola di Barbiana. Articoli Centro Nuovo Modello di Sviluppo http://www.cnms.it/
  • 7. Serge Latouche• Serge Latouche, nato a Vannes il 12 gennaio 1940, è un economista e filosofo francese.• È uno degli animatori de La Revue du MAUSS, presidente dellassociazione «La ligne dhorizon», Professore emerito di Scienze economiche allUniversità di Parigi XI e allInstitut détudes du devoloppement économique et social (IEDES) di Parigi. Decrescita (1) “La revue du MAUSS” Decrescita (2) “La ligne d’horizon”
  • 8. Edgar Morin• Edgar Nahoum, detto Edgar Morin, (Parigi, 8 luglio 1921) è un filosofo e sociologo francese.• È noto per lapproccio transdisciplinare con il quale ha trattato unampia gamma di argomenti.• Conferenza tenuta dal Professor Edgar Morin a cui abbiamo partecipato. “La via. Per l’avvenire dell’umanità”
  • 9. Statistiche• Bilancio demografico• La dimensione multiculturale nelle scuole del Valdarno• Alunni stranieri• Relazione delle attività socio-assist. del Comune di Montevarchi• La presenza di immigrati• L’imprenditoria immigrata• Alunni stranieri in Provincia di Arezzo• Immigrazione e lavoro indipendente in Provincia di Arezzo• Il mercato del lavoro in Provincia di Arezzo• Servizi alle imprese• Carta di credito formativo ILA
  • 10. Inglese • Avram Naom Chomsky (Filadelfia, 7 dicembre 1928) è un linguista, filosofo e teorico della comunicazione statunitense. Professore emerito di linguistica al Massachusetts Institute of Technology è riconosciuto come il fondatore della grammatica generativo- trasformazionale, spesso indicata come il più rilevante contributo alla linguistica teorica del XX secolo.
  • 11. Tedesco• Ulrich Beck è nato a Słupsk il 15 maggio 1944, è un sociologo e scrittore tedesco.• È docente di Sociologia presso la Ludwig-Maximilians- Universität München di Monaco di Baviera e la London School of economics.• Ha pubblicato diversi studi sulla modernità, problemi ecologici, individualizzazione e globalizzazione, oltre ad aver introdotto nuovi concetti nella sociologia, quali lidea di una seconda modernità e la teoria del rischio. “Die Risikogesellschaft” (la società del rischio)
  • 12. Italiano Decrescita“Dove andiamo? Dritti contro un muro.Siamo a bordo di un bolide senza pilota,senza marcia indietro e senza freni, che staandando a fracassarsi contro i limiti delpianeta”. Serge Latouche
  • 13. Articoli• Quanti schiavi lavorano per te?• Olio di palma, cotone e caffè: le importazioni italiane pesano troppo• Bocciata la tassa sullenergia rinnovabile• Le banche finanziano i pannelli solari• Le riflessioni e i consigli del libro "Pensare come le montagne"• Giusto il canone sulla tv spazzatura?• Pretendere un Iphone senza sfruttamento• Griffati e tossici: etossilati negli abiti sportivi• Tira una brutta aria: smog in aumento• Camminare come cura• Cè la crisi? Riprendiamoci la Cassa Depositi e Prestiti• Pulire al naturale… la lavastoviglie• Le multinazionali della cosmesi e gli ingredienti nocivi dei loro prodotti• L’INCI• Facciamo il punto• Una vita a km zero• Tessuti bio: non solo cotone...• Il Manifesto politico di Banca Etica• Il codice etico
  • 14. Anna Tani• Professoressa di Italiano, ha lavorato presso l’Istituto Superiore Giovanni da San Giovanni ed è stata per tre anni la nostra insegnante.• Ci ha parlato del Microcredito
  • 15. Microcredito Tema affrontato con la Professoressa Anna Tani che hatenuto una lezione nella nostra classe sulla ricchezza e sulla povertà nel mondo. Ci ha presentato la figura e il testo di:Muhammad Yunus “Il banchiere dei poveri”
  • 16. Autori su cui abbiamo lavorato• Zygmunt Bauman• Norberto Bobbio• Domenico De Masi• Luciano Gallino• Martha C. Nussbaum• Venkatesh Seshamani• Joseph Stiglitz
  • 17. Incontri con• Danilo Zolo• Francesco Gesualdi• Serge Latouche• Edgar Morin• Anna Tani Siti Consultati• Jura Gentium http://www.juragentium.org/• Centro Nuovo Modello di Sviluppo http://www.cnms.it/• Aam Terranuova http://www.aamterranuova.it/• Il debito pubblico http://www.cnms.it/• Wikipedia http://www.wikipedia.org/
  • 18. Stage 5H 2011-2012• Bagiardi Viola • Galletti Chiara• Baldi Elena • Luci Anastasia• Bartolozzi Silvia • Montaghi Federica• Bevilacqua Rita • Mortelli Annalisa• Botarelli Giada • Nocentini Ester• Brancaleone Eliana • Nocentini Gabriele• Bucci Giulia • Novara Giulia• Ciarchi Elena • Olmastroni Lucia• Dal Bianco Vittoria • Regnanti Jessica• De Leo Miriam • Righi Niccolò• Ferrero Valeria Edith • Tilli Noemi
  • 19. Consiglio di classeCoordinatrice del progetto: Grazia Ammannati • Grazia Ammannati • Scienze Sociali • Roberto Donati • Cinema • Alessandro Rosati • Italiano • Laura Borrani • Storia • Vincenzo Verna • Diritto • Lucia Brozzi • Filosofia • Caterina Moretti • Matematica • Giuseppe Tassinari • Scienze Sperimentali • Olga Ratti • Educazione Motoria • Mirella Francalanci • Inglese • Susanna Rossi • Tedesco • Beatrice Bichi • Francese • Daniele Carabot • Religione
  • 20. Allegati
  • 21. Globalizzazione: pro e contro  Tema Contro Pro  1Speculazione Si costruiscono grandi ricchezze e si rovinano intere nazioni tramite  Una tassa sui movimenti di capitale è suggestiva ma sostanzialmente inapplicabile. finanziaria movimenti di capitale che speculano sui cambi delle monete e sulle  oscillazioni delle Borse.La Tobin Tax tasserebbe tutte le operazioni finanziarie  e valutarie. Il gettito andrebbe destinato alle politiche nazionali per servizi  sociali e occupazione, e a politiche internazionali contro il sottosviluppo. 2Distribuzione La logica del capitalismo ha portato ad una condizione estremamente grave,  Se è vero che il distacco tra ricchissimi e poverissimi sta aumentando, questo avviene mentre la  della ricchezza per cui la ricchezza è sempre di più distribuita inegualmente.  povertà in termini assoluti (reddito, alfabetizzazione, vita media, ...) diminuisce.  3Libertà di Labbattimento delle barriere allimportazione comporta - in particolare in  È necessario eliminare tutte le barriere doganali in modo da aprire i mercati dei paesi  commercio Europa - la distruzione delle colture o delle produzioni artigianali tipiche. industrializzati alle esportazioni dei paesi poveri.  4Multinazionali Le multinazionali sfruttano i lavoratori del Terzo Mondo. Il lavoro nelle industrie è comunque una prospettiva meglio pagata rispetto al lavoro agricolo.    Altrimenti non si capisce perché venga scelto. Il livello delle retribuzioni copre appena le necessità di sussistenza. Il lavoro è  precario e si svolge in condizioni insicure. 5Lavoro minori sono costretti a lavorare nelle fabbriche del Terzo Mondo in  Questo è accaduto anche in Occidente allinizio della Rivoluzione industriale.Gli stessi governi dei  minorile condizioni disumane. paesi di recente industrializzazione che si oppongono allapplicazione globale del diritto del lavoro  vigente in Occidente. 6Concorrenza I lavoratori del Terzo mondo si pongono in concorrenza con i lavoratori del  In molte regioni dei paesi ricchi certi lavori non sono più proponibili a un giovane "indigeno". Il  lavoratori Primo mondo. livello delle aspirazioni si è alzato; il benessere - almeno relativo - permette di sopportare la    disoccupazione in attesa di trovare un lavoro desiderabile. Le fabbriche migrano verso i paesi nei quali il costo del lavoro è più basso. 7Concorrenza La logica della concorrenza tra le nazioni induce a comprimere le tutele  La competizione, elemento essenziale del suo dinamismo, è stata all’origine di uno sviluppo  tra le nazioni sociali che migliorano le condizioni di vita dei lavoratori ma anche accrescono tecnologico ed economico impensabile soltanto un secolo fa. il costo del lavoro. 8Indebolimento La globalizzazione priva gli stati del ruolo di regolatori e garanti degli  La globalizzazione riduce il ruolo degli stati ma non lo annulla. degli stati interessi dei popoli che vivono sui loro territori; essi non sono più in grado di    controllare le società multinazionali e spesso cedono alle loro esigenze  Essa chiede agli stati di trovare nuove forme di cooperazione per affrontare problemi che hanno  economiche e finanziarie al fine di conservarle sui propri territori dove sono  una scala planetaria. fonte di occupazione, di imposte, di dinamismo economico. 9Legittimità G8 Riunioni come quelle dei rappresentanti del G8 o del WTO non sono  I governanti che si incontrano rappresentano i paesi che li hanno democraticamente eletti.LONU  legittimate a prendere decisioni per conto di tutti i popoli della Terra. si è mostrato storicamente incapace di prendere decisioni impegnative, anche a sostegno dei  diritti umani sui quali si fonda. 10Debito estero Il debito estero blocca lo sviluppo dei paesi del Terzo Mondo: i ricavi delle  Il debito dipende dallimprevidenza e dalla corruzione delle élites locali. La sua revisione va  esportazioni sono destinati a finanziare gli interessi sul debito. Occorrerebbe  subordinata alla presenza di governi affidabili e di seri progetti di sviluppo. lazzeramento di tutto il debito estero dei 41 paesi più poveri del mondo. 11Digital divide La società dellinformazione sta creando nuove divisioni tra chi ha accesso  La società dellinformazione permette il superamento di antiche barriere: offre conoscenza a chi è  allinformazione e chi non ce lha. Anche le tecnologie sono oggi un fattore di  lontano dalle città e dai centri di formazione. permette che circolino idee di libertà e di  divisione planetaria. Occorrono politiche per favorire laccesso alle moderne  democrazia. tecnologie della comunicazione. 12Televisioni La televisione è un fattore di omologazione culturale. Limmaginario delle  Persone e popoli godono di possibilità di conoscenza e di divertimento prima inimmaginabili. La TV  globali popolazioni del pianeta è costruito dai programmisti di MTV o dagli  apre orizzonti mentali, fa conoscere luoghi ed esperienze che altrimenti resterebbero estranei alle  sceneggiatori di Hollywood. masse, può essere utilizzata anche con finalità educative. 13Gas serra Occorre la ratifica e applicazione del protocollo di Kyoto per la riduzione delle Alcuni scienziati non ritengono sufficientemente dimostrata la correlazione tra emissione di gas e  emissioni di anidride carbonica. riscaldamento globale. 14Biotecnologie Le multinazionali del settore spingono per introdurre sementi artificiali della  La popolazione mondiale è in rapidissimo aumento. Le biotecnologie sono una strada obbligata  cui innocuità non si è sicuri. La biotecnologia riduce la preziosa biodiversità. per aumentare le rese e per mettere a punto specie resistenti anche ai climi inospitali. 15Qualità cibi La globalizzazione fa arrivare sulle nostre tavole prodotti alimentari meno  Le regolamentazioni interne allUnione Europea sono severe e stabiliscono gli standard di qualità  sicuri. che i prodotti alimentari devono rispettare.Vi è semmai un problema di controlli
  • 22. Sviluppo sostenibileLo sviluppo sostenibile è un processo finalizzato al raggiungimento di obiettivi di miglioramento ambientale, economico, sociale ed istituzionale, sia a livello locale che globale. Tale processo lega quindi, in un rapporto di interdipendenza, la tutela e la valorizzazione delle risorse naturali alla dimensione economica, sociale ed istituzionale, al fine di soddisfare i bisogni delle attuali generazioni, evitando di compromettere la capacità delle future di soddisfare i propri. In questo senso la sostenibilità dello sviluppo è incompatibile in primo luogo con il degrado del patrimonio e delle risorse naturali (che di fatto sono esauribili) ma anche con la violazione della dignità e della libertà umana, con la povertà ed il declino economico, con il mancato riconoscimento dei diritti e delle pari opportunità.• Le dimensioni della sostenibilità• la sostenibilità ruota attorno a quattro componenti fondamentali:• Sostenibilità economica: intesa come capacità di generare reddito e lavoro per il sostentamento della popolazione.• Sostenibilità sociale: intesa come capacità di garantire condizioni di benessere umano (sicurezza, salute, istruzione) equamente distribuite per classi e genere.• Sostenibilità ambientale: intesa come capacità di mantenere qualità e riproducibilità delle risorse naturali.• Sostenibilità istituzionale: intesa come capacità di assicurare condizioni di stabilità, democrazia, partecipazione, giustizia.• Larea risultante dallintersezione delle quattro componenti, coincide idealmente con lo sviluppo sostenibile.• Definizione condivisa di sviluppo sostenibile• La definizione di sviluppo sostenibile è quella contenuta nel rapporto Brundtland, elaborato nel 1987 dalla Commissione mondiale sullambiente e lo sviluppo e che prende il nome dallallora premier norvegese Gro Harlem Brundtland, che presiedeva tale commissione.Nel 2002 a Johannesburg si tiene il Vertice Mondiale sullo Sviluppo Sostenibile in cui le novità sono sostanzialmente le seguenti:• la crescita economica non è la base dello sviluppo;• è opportuno distinguere tra crescita e sviluppo;• nella piramide dei valori, il pilastro sociale è al vertice dei pilastri economico ed ambientale; comunque nessuno dei pilastri potrà essere considerato a sé stante;• è prioritario lo sviluppo rispetto alla crescita economica;• è necessario valutare i costi sociali ed ambientali delle politiche.• Educare allo sviluppo sostenibile: il DESS• LAssemblea Generale delle Nazioni Unite ha proclamato il DESS-Decennio dellEducazione allo Sviluppo Sostenibile per il periodo 2005-2014, affidando allUNESCO il compito di coordinarne e promuoverne le attività.
  • 23. Un Natale definito sotto tono, con una riduzione della spesa significativa ma non si può parlare di decrescita felice. Troppo cibo finito nella spazzaturadalla Vigilia a Capodanno•Un Natale e un Capodanno più moderati, con una riduzione delle spese. Ma gli sprechi sono ancora troppo elevati.Le persone devono ancora prendere le misurecon la decrescita . Dalla vigilia di Natale a Capodanno, sono finite dal tavola al bidone della spazzatura 440 mila tonnellate di cibo, della spesa degli italiani. Nellapattumiera gli italiani hanno gettato carne, latticini e uova (pari al 43% del cibo buttato), pane (22%), frutta e verdura(19%), un po meno pasta e dolci(4% e 3%).Oltre 1,3 miliardi di euro in cibo sono stati sprecati. Un vero sperpero di risorse, e uno schiaffo alla miseria, costato più di 50 euro a famiglia. I dati sugli sprechialimentari durante le festività natalizie vengono da un’indagine della Cia-Confederazione italiana agricoltori.•Gli agricoltori commentano che neanche la crisi è riuscita a contenere questo fenomeno: da un punto di vista, infatti, le famiglie sono cambiate di poco, facendoregistrare complessivamente una lieve contrazione del cibo sprecato, mentre a scendere è stata ala quantità di cibo acquistata. Tra poco: a finire nel bidonedellimmondizia è stato quasi un quinto delle portate preparate per allestire le tavole delle Feste. Tutto ciò a dispetto della recessione alle porte.•L’indagine evidenzia che gli sprechi maggiori si sono concentrati soprattutto durante le festività di Natale.•Il fenomeno dello spreco alimentare può essere analizzato da diversi punti di vista. A concorrere allo spreco possono essere un eccesso di acquisto generico, lafrenesia del comprare che porta ad approfittare di promozioni (quali il 3 per 2) col risultato di riempire le case di prodotti in eccesso, talvolta una scarsacomprensione del limite massimo di consumo del singolo prodotto – anche se durante le feste è facile ipotizzare che una delle cause sia la preparazione di cibo ineccesso rispetto alle esigenze familiari.•Se si guarda poi al dato internazionale, la portata dello spreco si fa letteralmente drammatica: secondo un recente studio della Fao, l’Organizzazione delle NazioniUnite per l’alimentazione e l’agricoltura, ogni anno vengono sprecati o perduti 1,3 miliardi di tonnellate di cibo, circa un terzo degli alimenti prodotti per il consumoumano. In Europa e in Nord America lo spreco pro capite dei consumatori è calcolato intorno ai 95-115 kg all’anno, mentre in Africa sub-sahariana e nel sudestasiatico ammonta a soli 6-11 kg l’anno.•In Italia, uno studio dell’Adoc ha calcolato che nel 2011 ogni famiglia ha buttato nel cassonetto il 7% della spesa alimentare effettuata (feste escluse), pari a 335euro. Uno spreco in calo rispetto all’anno precedente, ma comunque consistente.Consumiamo 9mila miliardi di metri cubi dacqua allanno, ciascuno di noi 4mila litri al giorno se si considera lacqua impiegata anche per produrre i cibodi cui ci si alimenta e i prodotti di cui ci si serve.•Consumiamo 9mila miliardi di metri cubi dacqua allanno. . E la nostra impronta idrica, la nostra water fototprint; tanto pesiamo sul nostro pianeta. Lo studioquantifica il consumo di acqua sotto forma di pioggia ma anche di acqua prelevata dal terreno e dalle falde e quella che inquiniamo. Nel periodo dal 1996 al 2005 lamedia annuale della nostra water footprint è stata di 9.087 gigametri cubi, cioè 9.087 miliardi di metri cubi (74% pioggia, 11% da terreno e falde, 15% di acquainquinata). La produzione agricola contribuisce per il 92%. Limpronta idrica media annuale per ciascuno di noi (benchè le cifre cambino in maniera non indifferenteda nazione a nazione) prevede un consumo di 1.385 metri cubi. Un quinto di tutta limpronta idrica mondiale serve per garantire prodotti da esportare e non per ilconsumo "domestico". Per esempio, mentre un tedesco compra il caffè e la maglietta per i quali è stata usata acqua di quella nazione, altri Paesi, come gli Usa e laCina, sono entrambi grandi esportatori e importatori di acqua. E altri stati paiono destinati a voler aumentare la loro importazione di acqua. I ricercatori concludonoaffermando che "tutti questi fattori indicano che la scarsità di acqua non è solo un problema locale ma deve essere visto e valutato in una prospettiva globale.
  • 24. LA GLOBALIZZAZIONE IN CIFREAlcuni dettagli riguardanti i dati della globalizzazione risalenti al 2008:Il 20% della popolazione mondiale gode dell’80% della ricchezza (questa minima parte della popolazione si concentra principalmente in Giappone, Europa ed America settentrionale).Il 57% della popolazione mondiale condivide il 6% del reddito mondiale (circa 2$ gg.).Il numero dei poveri aumenta considerevolmente nell’Asia Meridionale (da 495.000.000 nel 1997 a 552.000.000 nel 1998) e nei paesi sub-Sahariani (in un anno aumentano circa di 48.000.000).Il 20% della popolazione più ricca possiede l’86% del PIL, mentre il 20 % della popolazione più povera possiede l’1% del PIL.Secondo la Banca Mondiale le persone costrette a sopravvivere con meno di un dollaro al giorno sono un miliardo e mezzo e arriveranno a due entro il 2025.Più di cento paesi, con una popolazione complessiva di un miliardo e seicento milioni "un quarto della popolazione mondiale" continuano quindi a vivere nella più totale miseria. Secondo lUNCTAD neipaesi imperialistici si è verificato tra il 1997 e il 1999 un incremento dei consumi di oltre 400 miliardi di dollari, mentre 35 paesi, tra cui le famose "tigri" del Sud-Est asiatico hanno conosciuto unacaduta del reddito pro-capite superiore a quella riscontrata negli USA durante la grande depressione degli anni 30 (cioè tra il 15% ed il 20%).Il 20% della popolazione mondiale, quella che gode di redditi più elevati fa suo l86% dei consumi privati, mentre il 20% più povero consuma solo il 1,3% del prodotto mondiale. Solo considerandolAfrica, una famiglia media consuma oggi il 20% in meno di quanto consumasse 25 anni fa. Ben 89 paesi si trovano oggi in condizioni economiche peggiori di quelle di dieci anni fa.Più di 600 milioni di persone non hanno una casa o vivono in ambienti domestici malsani e insicuri. La World Bank stima che nel 2010 più di 1,4 miliardi di persone vivranno in sistemazioni non dotatedi acqua potabile e servizi igienici;Nel 1998 è disoccupato o sottoccupato più di un terzo dei tre miliardi di lavoratori del mondo;Il 65% della popolazione mondiale non ha mai fatto una telefonata. Il 40% non ha accesso allenergia elettrica. Ci sono più linee telefoniche nella sola Manhattan che in tutta lAfrica Sub-sahariana.Secondo lONU i primi 258 miliardari del mondo hanno un patrimonio complessivo superiore al reddito totale della metà più povera degli abitanti della terra;I nord-americani spendono per i cosmetici (8 miliardi di dollari allanno) e gli europei per i gelati (11 miliardi) più di quanto basterebbe per offrire unistruzione elementare, acqua potabile e serviziigienici ai due miliardi di individui che, nel mondo, ancora oggi, non possono permettersi né istruzione né minime strutture sanitarie.15 milioni di persone muoiono ogni anno di malattie CURABILI (tubercolosi, malaria, ecc) solo perché il prezzo dei farmaci, stabilito dalle multinazionali farmaceutiche, è troppo elevato.http://www.racine.ra.it/curba/_static/materialeStud/globalizzazione/in_cifre.htmSe nel mondo fossimo cento personePer comprendere bene la logica dei popoli svantaggiati riflettiamo sui dati statistici di questo esempio semplice e illuminante. Se noi potessimo ridurre la popolazione del mondo intero in un villaggio di100 persone mantenendo le proporzioni di tutti i popoli esistenti al mondo, il villaggio sarebbe composto in questo modo:Ci sarebbero: 57 Asiatici, 21 Europei, 14 Americani (Nord Centro e Sud America), 8 Africani, 52 sarebbero donne, 48 uomini, 70 sarebbero non bianchi, 30 sarebbero bianchi, 70 sarebbero non cristiani,30 sarebbero cristiani, 89 sarebbero eterosessuali, 11 sarebbero omosessuali,6 persone possiederebbero il 59% della ricchezza del mondo intero e tutti e 6 sarebbero statunitensi, 80 vivrebbero in casesenza abitabilità 70 sarebbero analfabeti 50 soffrirebbero di malnutrizione. 1 starebbe per morire, 1 starebbe per nascere, 1 possiederebbe un computer, 1 (si, solo 1!) avrebbe la laurea. Se si considerail mondo da questa prospettiva, il bisogno di accettazione, comprensione e educazione diventa evidente. Prendete in considerazione anche questo. Se vi siete svegliati questa mattina con più saluteche malattia siete più fortunati del milione di persone che non vedranno la prossima settimana. Se non avete mai provato il pericolo di una battaglia, la solitudine dellimprigionamento, lagonia dellatortura, i morsi della fame, state meglio di 500 milioni di abitanti di questo mondo. Se avete cibo nel frigorifero, vestiti addosso, un tetto sopra la testa e un posto per dormire siete più ricchi del 75%degli abitanti del mondo. Se avete soldi in banca, nel vostro portafoglio e degli spiccioli da qualche parte in una ciotola siete fra l8% delle persone più benestanti al mondo. Se i vostri genitori sonoancora vivi e ancora sposati siete delle persone veramente rare, anche negli Stati Uniti e nel Canada. Se potete leggere questo messaggio, avete appena ricevuto una doppia benedizione perchéqualcuno ha pensato a voi e perché non siete fra i due miliardi di persone che non sanno leggere. Qualcuno una volta ha detto: lavora come se non avessi bisogno dei soldi. Ama come se nessuno tiabbia mai fatto soffrire. Balla come se nessuno ti stesse guardando. Canta come se nessuno ti stesse sentendo. Vivi come se il Paradiso fosse sulla Terra.http://www.globalvillage-it.com/articoli/100persone.htmMisure della globalizzazioneLa globalizzazione economica può essere misurata in vari modi, guardando ai quattro fondamentali flussi che la caratterizzano: flussi di beni e servizi, i.e. (id est) import ed export in rapporto al PIL pro-capite o totale; flussi di lavoro e persone, i.e. tassi migratori netti, verso l’interno o l’esterno, pesati con la popolazione; flussi di capitale, i.e. investimenti diretti verso l’interno o l’esterno in proporzione al PIL pro-capite o totale flussi di tecnologia, i.e. flussi internazionali di ricerca e sviluppo, in proporzione alla popolazione .Fino a che punto un paese è globalizzato in un particolare momento è stato fino ad oggi misurato utilizzando semplici approssimazioni quali i flussi commerciali, i flussi migratori, gli investimenti direttiesteri. Dal momento che la globalizzazione non è soltanto fenomeno economico, è stato anche proposto un approccio multivariato alla misurazione della globalizzazione (si veda ad es. l’Indice diGlobalizzazione calcolato dalla KOF, un centro di ricerca svizzero). L’indice misura le tre principali dimensioni della globalizzazione: economica, sociale e politica, ed è disponibile per 122 paesi (si vedail sito KOF). Secondo quest’indice, il paese più globalizzato del mondo è il Belgio, seguito da Austria, Svezia, UK e Olanda. Anche A.T. Kearney e la rivista Foreign Policy pubblicano un altro Indice diGlobalizzazione. http://www2.dse.unibo.it/ardeni/ES/Globalizzazione.htm
  • 25. CAPITALISM: A LOVE STORYScheda:Regista: Michael MooreSceneggiatore: Michael Moore (scritto da)Data di uscita: 2 ottobre 2009 (Canada)Durata: 127 min | Canada:105 min (Toronto International Film Festival)Nazionalità: USAProduzione: Dog Eat Dog Films, Overture Films, Paramount ,VantageDistribuzione: MikadoFormato: ColoreTrama:Nel ventesimo anniversario del suo rivoluzionario capolavoro Roger & Me, Capitalism: A LoveStory riporta Michael Moore ad affrontare il problema che è al centro di tutta la sua opera:limpatto disastroso che il dominio delle corporation ha sulla vita quotidiana degli americani (e,quindi, anche del resto del mondo). Ma questa volta il colpevole è molto più grande dellaGeneral Motors e la scena del crimine ben più ampia di Flint, Michigan. Dalla Middle Americafino ad arrivare ai corridoi del potere a Washington e allepicentro finanziario globale diManhattan, Michael Moore porterà ancora una volta gli spettatori su una strada inesplorata. Conumorismo e indignazione, Capitalism: A Love Story di Michael Moore esplora una domandatabù: qual è il prezzo che lAmerica paga per il suo amore verso il capitalismo? Anni fa,quellamore sembrava assolutamente innocente. Tuttavia, oggi il sogno americano sembrasempre più un incubo, mentre le famiglie ne pagano il prezzo, vedendo andare in fumo i loroposti di lavoro, le case e i risparmi. Moore ci porta nelle abitazioni di persone comuni, le cui vitesono state stravolte, mentre cerca spiegazioni a Washington e altrove. Quello che scopre sonodei sintomi fin troppo familiari di un amore finito male: bugie, maltrattamenti, tradimenti... e14.000 posti di lavoro persi ogni giorno. Capitalism: A Love Story rappresenta una summa delleprecedenti opere di Moore, ma è anche uno sguardo su un futuro nel quale una speranza èpossibile. E il tentativo estremo di Michael Moore di rispondere alla domanda che si è posto intutta la sua carriera di regista: chi siamo e perché ci comportiamo in questo modo?
  • 26. IL PRESIDENTE DELLA BANCA MONDIALE DIFENDE LA LOTTA CONTRO L’AUMENTO DEI PREZZI AGRICOLI, MA SENZA STATALISMORobert Zoellick prona la creazione di scorte alimentari e laccelerazione degli investimenti.Come prevenire laumento dei prezzi agricoli non portare a nuovo focolaio di fame? In occasione della riunione dei ministri delle finanze del G20 sotto presidenza francese, 19 febbraio, aParigi,Robert Zoellick, il presidente della Banca Mondiale, aveva portatola comunità internazionale a fare di questo tema una priorità. Senza scontrarsi testa Nicolas Sarkozy,Regolarmente minacciando speculatori, ha resistito lidea di nuove regole per contenerli.Mentre a Parigi, Lunedì 28 marzo, ha detto al mondo che le soluzioni sono plurali: "Lavoriamo con la Francia per sviluppare un codice di condotta per i divieti di esportazione in alcunipaesi produttori dove i prezzi non si applicano agli acquirenti di umanità come la banca. "Bruno Lemaire, ministro francese dellAgricoltura, che ha incontrato durante la sua visita a Parigi, Mr. Zoellick ha citato la possibilità di raccogliere una migliore informazione sulle scorte", perché lincertezza nata di informazioni inadeguato può innescare una forte volatilità dei prezzi ", ha detto.Ha detto che alcuni interventi di politica può essere utile."Certo, le scorte sono costosi, dice. Ma in alcune aree come il Corno dAfrica o sono alte probabilità di disastro,sarebbe intelligente per smaltire le scorte gestite dal Programma Alimentare Mondiale. "La soluzione sta in aumento della produttività agricola. La Banca Mondiale ha sostenuto un gruppo di ricerca dedicato allo sviluppo di semi che possono resistere ai cambiamenticlimatici. ha inoltre collaborato con altre organizzazioni ha lelaborazione di un codice di condotta per gli investimenti responsabili, perché è meglio che fare lArabia Saudita coltivazionedel grano in Africa o in Asia, piuttosto che il suo suolo arido presenta rafforzamento grande sovvenzioni.A condizione che avvantaggia le popolazioni locali e non dannosi per lambiente. Secondo M.Zoellick aumenti dei prezzi delle materie prime agricole negli ultimi anni sono stati causatida eventi meteorologici estremi."E , ha aggiunto una modificazione della dieta nei paesi emergenti che mangiano di più e meglio, che è buono, si rallegra, ma che può suggerire la ricostituzione degli stock piùlentamente e la volatilità dei prezzi persistono. "Il sahariana è lAfrica sembra avere un grande potenziale agricolo, a condizione che investono in tutta la catena: "il diritto di priorità, i semi, lirrigazione, lo stoccaggio di fertilizzanti e,naturalmente, perché la metà delle colture si perde prima di raggiungere il mercato ".M.Zoellick crede nelle virtù dellintervento pubblico, che non significa più regolamenti "Quando si cerca di controllare i prezzi, gli agricoltori smettono di far crescere il cibo coinvolto",avverte. Una priorità"Assicurare che le popolazioni vulnerabili abbiano accesso ad unalimentazione adeguata.INCORAGGIARE LA TRASPARENZAIl Presidente della Banca ha sfidato lintervento dello Stato."Ricordiamo che gli eventi del mondo arabo sono state causate da un tunisino povero giardiniere perseguitati dalla polizia. Igoverni devono rimuovere le barriere che influenzano negativamente le strutture di piccole dimensioni."Ecco perché la banca promuove la trasparenza che consente ai cittadini di comprendere lazione del proprio governo economico e controllare che i soldi del petrolio non rientra nelletasche dei singoli.In questo spirito, aiuta lEgitto a scrivere una legge che garantisce la libertà di informazione.Allo stesso modo Robert Zoellick ritiene che non si deve trattare una disoccupazione causata dal modo in cui la vera "bolla" dei giovani in Medio Oriente e del Nord Africa. Certo,dobbiamo creare 40 posti di lavoro milione nei prossimi dieci anni per evitare un peggioramento della disoccupazione. Ma dobbiamo evitare due scogli.Il primo sarebbe quello di sovvenzionare tutto, è quello di evitare rivolte per il cibo. "Questo spinge verso lalto i salari e sussidi, ha detto, come in Egitto e l85% della popolazione èaiutato in un modo o nellaltro.Laltro pericolo è quello di provare, a breve termine, creando posti di lavoro ha qualche primario, in particolare nel settore pubblico ", che potrebbe portare a livelli nocivi di remunerazioneper la creazione di posti di lavoro nel settore privato di lungo periodo.M. Zoellick vuole dimostrare un altro fenomeno: l’accrescimento della durata della vita, una vera sfida per i paesi che rischiano di invecchiare prima di diventare ricchi.Il forum mondiale per la longevità, organizzato dal Lunedì Axa a Parigi, ha chiamato i paesi in via di sviluppo preoccuparsi per la loro demografia, ha di gestire e regolare i loroinvecchiamento della popolazione, da ora, le loro politiche di risparmio, salute e pensione.
  • 27. LE FONTI DEL DIRITTO INTERNAZIONALEOgni stato è sovrano ed indipendente, ma allo stesso tempo non opera in modo isolato perché entra in contatto anche con gli altri stati. Irapporti che sorgono tra i vari stati sono regolati dal diritto internazionale. Esso regola attraverso norme giuridiche previste dal dirittointernazionale e sono:• le consuetudini• i trattatiLE CONSUETUDINILe consuetudini internazionali corrispondono a comportamenti ripetuti e costanti da parte degli stati nel regolare i loro rapporti con laconvinzione che tali comportamenti siano obbligatori e vincolati.Esempio:Immunità diplomatica:1) ambasciatori2) consoliSoccorso dei naufraghi:Intervento degli stati contro la pirateriaI TRATTATII trattati internazionali sono degli accordi scritti tra due o più stati che vincolano solo gli stati che hanno stipulato il trattato. Ogni trattatoviene rispettato dal singolo stato aderente, in quanto vige il principio internazionale “pacta sunt servanda”.
  • 28. I diritti umani, la democrazia e la pace nellera della globalizzazione (2011) - Danilo Zolo (http://www.juragentium.org/about/index.html )I diritti umani: una ideologia occidentale in declinoLa tesi principale che intendo sostenere è la seguente: il processo storico che noi occidentali chiamiamo "globalizzazione" non favorisce il successo e la diffusione dei diritti umani fondamentali, a cominciare dal diritto alla vita. Per"globalizzazione" intendo la crescente espansione delle relazioni sociali fra gli esseri umani, dovuta anzitutto allo sviluppo tecnologico, alla rapidità dei trasporti e alla rivoluzione informatica (1). In secondo luogo intendo sostenere che stadiventando problematica anche la conservazione e la difesa delle istituzioni democratiche tuttora esistenti in Occidente. E vorrei infine richiamare lattenzione su un fenomeno ancora più allarmante: la paralisi del diritto internazionale e delleistituzioni internazionali di fronte al problema della guerra nel mondo. Aggiungo che a mio parere il diritto internazionale è sempre più condizionato a livello globale dagli interessi politici ed economico-finanziari delle grandi potenze, a cominciaredagli Stati Uniti dAmerica.Bastano pochi dati per confermare drammaticamente il tramonto dell"età dei diritti" nellera della globalizzazione. LOrganizzazione Internazionale del Lavoro ha calcolato che tre miliardi di persone oggi vivono sotto il livello della povertà, fissato indue dollari di reddito al giorno (7). John Galbraith, nella prefazione allo Human Development Report delle Nazioni Unite del 1998, aveva documentato che il 20% della popolazione mondiale più ricca si accaparrava l86% di tutti i beni e serviziuniversalmente prodotti mentre il 20% più povero ne consumava soltanto l1,3%. Oggi, dopo circa dieci anni, queste cifre sono purtroppo cambiate: il 20% della popolazione più ricca consuma il 90% dei beni prodotti, mentre il 20% più povero neconsuma l1% (8). E si è inoltre calcolato che il 40% della ricchezza del pianeta è posseduta dall1% della popolazione mondiale (9), mentre le 20 persone più ricche del mondo dispongono di risorse pari a quelle del miliardo di persone più povere(10). I dati forniti dalle Nazioni Unite mostrano inoltre che un miliardo di persone sopravvive in condizioni di "povertà assoluta" nei paesi economicamente più arretrati: circa una metà si trova in Asia meridionale, un terzo nellAfrica sub-sahariana e unaquota di rilievo anche in America Latina (11). Nellampia fascia di questi paesi un miliardo e 700.000 persone sono prive di accesso allacqua potabile e si prevede che questa cifra raddoppierà entro il 2020. Ogni anno muoiono oltre 2 milioni dibambini per mancanza dacqua o a causa dellacqua insalubre che è responsabile dell80% delle malattie epidemiche. La mancanza di acqua è inoltre la causa di una drastica diminuzione della produzione alimentare e di un aumento delle malattielegate alla denutrizione. Tra le conseguenze della fame e della sete ci sono anche i 25.000 bambini che muoiono ogni giorno per malattie che sarebbero innocue per bambini ben nutriti (12). Tutto ciò accade anche perché le grandi potenze praticano complesse strategie nelle quali si sovrappongono la competizione mercantilistica fra gli Stati, il regionalismo economico e il protezionismo settoriale. Un esempio agghiacciante è statorecentemente fornito da Luciano Gallino: le aree agricole regionali sono state cancellate dalla faccia della terra - dallIndia allAmerica Latina, dallAfrica allIndonesia e alle Filippine - e sono state sostituite da immense monoculture. I contadini e leloro famiglie, espulsi dai loro campi, si rifugiano negli sterminati slums urbani del pianeta. Molto spesso si uccidono perché non riescono a pagare i debiti che hanno fatto nel tentativo di acquistare le sementi e i fertilizzanti ai prezzi imposti dallecorporations europee e statunitensi dellagro-business. In India, tra il 1995 e il 2006, vi sono stati almeno duecentomila suicidi di piccoli coltivatori (13). Fenomeni non diversi sono presenti anche in Cina. 2. Una democrazia senza futuro Se per democrazia intendiamo un regime nel quale la maggioranza dei cittadini è in grado di controllare i meccanismi della decisione politica e di condizionare i processi decisionali, allora è legittimo pensare che oggi la democrazia è in gravecrisi. Come già nel secolo scorso Max Weber (1964-1920) e Joseph Schumpeter (1883-1950) avevano intravisto, le stesse nozioni di "rappresentanza", di "sovranità popolare" e di "interesse collettivo" sono ormai dogmi illuministici senza alcunrilievo politico e lontanissimi dalla cultura popolare (14). È inoltre molto incerto che cosa si debba intendere oggi per "partiti politici". Come Leslie Sklair ha sostenuto e Luciano Gallino ha documentato, le democrazie operano ormai come dei regimi dominati dalla cosiddetta "nuova classe capitalisticatransnazionale". Essa controlla i processi di globalizzazione dallalto delle torri di cristallo di metropoli come New York, Washington, Londra, Francoforte, Nuova Delhi, Shanghai (15). In questo contesto il sistema dei partiti politici è in notevoledifficoltà. I partiti non sono più dei veicoli della rappresentanza politica, sostenuti dai propri militanti ed elettori. Ormai al centro della vita democratica si erge trionfante lo schermo televisivo, attraverso il quale i leader politici si rivolgono ai cittadinimettendo in mostra, secondo precise strategie di marketing televisivo, i "prodotti" che intendono vendere. Attraverso circuiti occulti i partiti distribuiscono ai propri collaboratori risorse finanziarie, vantaggi e privilegi economici e politici (16).La mia opinione è che i processi di globalizzazione rendono sempre più improbabile la conservazione dei delicati meccanismi della democrazia. Essi vengono sostituiti da forme di esercizio del potere che sono concentrate nelle mani di pochiesperti senza scrupoli. Il potere esecutivo - il parlamento è ormai privo di funzioni autonome - si sostituisce a quella che un tempo era la volontà del "popolo sovrano". Di conseguenza è assente la partecipazione attiva dei cittadini e decade il lorosenso di appartenenza ad una comunità civile e democratica. Oltre a ciò, il processo di globalizzazione ha posto in crisi le strutture del Welfare state e ha favorito la nascita di regimi che, pur sventolando ancora la bandiera della democrazia, sono in realtà oligarchie elitarie, tecnocratiche e repressive. Sonoregimi orientati alla pura efficienza economico-finanziaria, al benessere della classe dominante e alla discriminazione dei cittadini non abbienti, in particolare dei migranti, trattati non di rado come "barbari invasori". In questo quadro, il processo di globalizzazione aggrava ulteriormente gli squilibri sociali non risolti dal Welfare state. La competizione globale impone la concorrenza soprattutto nei settori produttivi più deboli, a cominciare dalla forza-lavoro. Illavoro dipendente è ormai scarso, precario, segmentato, poco retribuito, anche a causa della concorrenza di paesi caratterizzati da un eccesso di forza-lavoro e da una scarsa protezione dei lavoratori (19). Ai processi di globalizzazione corrisponde nella maggioranza dei paesi occidentali una profonda trasformazione delle politiche penali e repressive: una trasformazione per la quale Loïc Wacquant (1960) ha coniato lespressione: "dallo Statosociale allo Stato penale" (20). Gli Stati occidentali accordano unimportanza crescente alla difesa poliziesca delle persone e dei loro beni. E lamministrazione penitenziaria tende a occupare spazi sempre più ampi. Si ritiene infatti che il carceresia lo strumento più efficace per far fronte agli sconvolgimenti causati- dallo smantellamento dello Stato sociale e dllinsicurezza sociale che investe sempre più i soggetti deboli ed emarginati.3. Un pacifismo al tramontoPer quanto riguarda la pace, la mia opinione è che essa non è mai stata così apertamente violata dalle istituzioni internazionali e senza alcun rispetto del diritto internazionale, scritto e consuetudinario. Nel contesto del processo di globalizzazionela guerra di aggressione è stata sempre più legalizzata e "normalizzata" come una "guerra giusta". Le grandi potenze occidentali hanno dichiarato di usare la guerra come uno strumento essenziale per diffondere i diritti umani e la democrazia intutto il mondo.Il patibolo globale offre uno spettacolo quotidiano così scontato e ripetitivo da essere ormai stucchevole per le grandi masse televisive.Si può pertanto sostenere che oggi il terrorismo è un nuovo tipo di guerra, è il cuore della "guerra globale" che è stata scatenata dal mondo occidentale. E il terrorismo è una delle ragioni del diffondersi nel mondo occidentale dellinsicurezza edella paura. Nel solco della globalizzazione il tramonto dei diritti umani e della democrazia coincide con il tramonto della solidarietà e dellapertura al dialogo con i "diversi". È un tramonto globale che oscura il nobile sogno di Norberto Bobbio: ilsogno di un mondo unificato, pacificato e governato da una sola autorità sovranazionale (24).Lerosione dei diritti umani, della democrazia e della pace è dunque lesito di un processo globale voluto dalle potenze occidentali oltre che garantito dalle istituzioni economico-finanziarie che stanno compromettendo le basi stesse dellasussistenza delluomo. 4. Conclusione Concludo chiedendo a me stesso e a chi mi legge se è possibile intravedere qualche soluzione per le tragedie che insanguinano il mondo. Non posso non pensare alle migliaia di bambini che ogni giorno muoiono perché denutriti, alle centinaia dimigliaia di piccoli coltivatori suicidi, alla discriminazione spietata fra ricchi e poveri, fra potenti e deboli, fra noi e gli "altri". Penso alla rovina delle istituzioni democratiche e alla depressione della nuove generazioni prive di solidarietà comunitaria edi futuro. E penso alla Libia devastata dai feroci bombardamenti della NATO e alla guerra decennale tuttora in corso in Afghanistan. Devo confessare, per quello che vale la mia confessione, che non sono in attesa di un mondo migliore. I diritti umani, la democrazia e la pace stanno tramontando tra le fitte nubi della globalizzazione e delle guerre terroristiche che trascina consé. Io non sono un ottimista, come non lo era Norberto Bobbio (1909-2004). Il mio pessimismo non mi consente di intravedere un filo di luce allorizzonte. E tuttavia non dimentico la massima alla quale Bobbio si era comunque ispirato: Qualche volta è accaduto che un granello di sabbia sollevato dal vento abbia fermato il motore di una macchina. Anche se ci fosse un miliardesimo di miliardesimo di probabilità che il granello sollevato dal vento vada a finire negli ingranaggi delmotore e ne arresti il movimento, la macchina che stiamo costruendo è troppo mostruosa perché non valga la pena di sfidare il destino" (25). E dunque anchio non nego che valga la pena di lottare in extremis e di sfidare il destino.
  • 29. Il tramonto della democrazia nellera della globalizzazione (2010) - Danilo Zolo (http://www.juragentium.org/about/index.html )Il declino dei modelli classici e post-classici della democraziaNegli Stati Uniti dAmerica, in particolare, i leader politici usano il termine democracy per esaltare il proprio regime e per discriminare sul piano internazionale quelli che essi chiamano "Stati canaglia" (rogue states).Oltre a tutto ciò, oggi si deve riconoscere che anche la "dottrina pluralistica" della democrazia, affermatasi in Occidente dopo la seconda guerra mondiale, è ormai in declino. Nelle società moderne - aveva sostenuto Joseph Schumpeter (1) - la democrazia si fonda su tre principi: il pluralismo delleélites in concorrenza fra loro per la conquista del potere politico; il carattere alternativo dei loro programmi; una libera e pacifica competizione elettorale per la scelta da parte del popolo dellelite che deve governare. Autori come Robert Dahl, John Plamenatz, Raymond Aron, Giovanni Sartori (2)hanno sostenuto, nella scia di Weber e di Schumpeter, che la gestione del potere deve essere necessariamente affidata ad una ristretta classe dirigente, composta di politici di mestiere, dotati di competenze specifiche. Al pubblico "incompetente" dei cittadini può essere riservata esclusivamente lafunzione di scegliere lélite alla quale affidare il potere di comando e alla quale ubbidire disciplinatamente.Il potere politico ed economico si è concentrato nelle mani di poche superpotenze e il diritto internazionale è ormai subordinato alla loro volontà assoluta. La sovranità politica degli Stati nazionali si è molto indebolita, mentre la funzione dei Parlamenti è stata limitata dal potere delle burocraziepubbliche e private, inclusa la burocrazia giudiziaria e le corti costituzionali. Nello stesso tempo il potere esecutivo ha assunto una funzione egemonica, alterando la divisione dei poteri che era stata la caratteristica del Rechtsstaat eurocontinentale e del rule of law anglo-americano.Oggi non è chiaro neppure che cosa siano i "partiti politici". Come hanno sostenuto Leslie Sklair e Luciano Gallino, le democrazie sono dominate dallegemonia di alcune élites economico-politiche al servizio di intoccabili interessi privati (3). È la cosiddetta "nuova classe capitalistica transnazionale"che domina i processi di globalizzazione dallalto nel senso che i partiti operano circolarmente come fonte della propria legittimazione e riproduzione.I partiti non sono in nessun senso dei canali della rappresentanza politica, volontariamente sostenuti dai propri militanti ed elettori. Usando sistematicamente lo strumento dalla Televisione, i leader politici si rivolgono direttamente ai cittadini-consumatori mettendo in mostra i propri "prodottipropagandistici" secondo abili strategie di marketing televisivo. La loro funzione è in sostanza quella di investire il loro potere e il loro denaro entro circuiti finanziari informali e spesso occulti vantaggi e privilegi.Come hanno sostenuto Alan Wolfe (6) e Norberto Bobbio (7), nelle democrazie contemporanee convivono le strutture di un "doppio Stato". È un doppio Stato nel senso che accanto ad uno Stato visibile esiste nelle democrazie occidentali uno "Stato invisibile", una sorta di sottofondo insondabile delleformalità democratiche. Bobbio indica un particolare ambito di invisibilità del potere: è il duplice intreccio fra la politica nazionale e leconomia mondiale.Ciò che rimane è la libertà di voto "negativa", nel senso che lelettore è libero di partecipare o di non partecipare alle elezioni e di esprimere una preferenza elettorale. Ma non sono gli elettori a decidere quali questioni politiche devono essere sottoposte al loro giudizio: qualcuno prima di loro e al loroposto stabilisce che cosa sottoporre alla loro decisione e che cosa invece riservare ad accordi segreti, eliminando ogni rischio di destabilizzazione istituzionale. Siamo dunque in presenza di un regime che a mio parere si può chiamare "tele-oligarchia post-democratica": una post-democrazia nellaquale la grande maggioranza dei cittadini non "sceglie" e non "elegge", ma ignora, tace e obbedisce (9).Lopinione pubblica allinterno di uno Stato non dispone di fonti di informazione indipendenti dal sistema telecratico nazionale e internazionale. Le Televisioni locali sono collegate alla grande struttura internazionale dellindustria multimediale. La comunicazione pubblicitaria diffonde in tutto il mondomessaggi simbolici fortemente suggestivi che esaltano la ricchezza, il consumo, lo spettacolo, la competizione, il successo, la seduzione del corpo femminile.Grazie alla Televisione lespansione della produzione industriale e del consumo non solo ispira le strategie delle élites politiche al potere, ma domina anche limmaginazione collettiva.Bobbio ha sostenuto che lo strapotere del mezzo televisivo ha causato uninversione del rapporto fra i cittadini controllori e i cittadini controllati: sono le ristrette minoranze dei funzionari di partito e degli eletti a controllare le masse degli elettori e non viceversa (11). E unulteriore causa allasubordinazione politica dei cittadini sono gli opinion polls. Sotto lapparenza del rigore scientifico i "sondaggi" vengono usati non per analizzare ma per manipolare la cosiddetta "opinione pubblica". Le agenzie demoscopiche, al servizio delle élites più influenti, registrano le risposte del pubblico ai loroquestionari e grazie alla televisione influenzano lopinione pubblica attraverso la divulgazione selettiva dei risultati dei sondaggi.Lesperienza italiana è esemplare. Il potere che da quasi un ventennio domina lopinione pubblica italiana è essenzialmente quello televisivo, sotto il monopolio di un leader - Silvio Berlusconi - che deve il suo successo alla sua straordinaria ricchezza, alla proprietà di larga parte delle emittentitelevisive private e al controllo politico della televisione pubblica.Nella democrazia moderna la volontà del potere esecutivo - il Parlamento è ormai sostanzialmente privo di funzioni autonome - si sostituisce di fatto alla presunta volontà del "popolo sovrano", mentre la sovranità popolare non è più che una "maschera totemica" (12). Le élites economico-politichesono fortemente condizionate da interessi di parte, dalle strategie internazionali e dagli obiettivi globali delle grandi potenze.Nelle analisi di Bobbio la democrazia era intesa come un complesso di regole procedurali il cui rispetto garantiva un contenuto politico minimo: la tutela giuridica delle libertà civili, la pluralità dei partiti e la periodicità delle elezioni (13). Bobbio non solo aveva rinunciato ad una difesa più ampia delleistituzioni democratiche, ma aveva redatto un severo catalogo delle "promesse non mantenute" della democrazia moderna.Il cosiddetto consenso democratico era ormai una finzione istituzionale, un formula rituale di giustificazione ideologica della politica, non certo la ricerca di un consenso effettivo, fondato sulle reali convinzioni dei cittadini (15).La mia opinione è che le analisi di Kelsen, di Bobbio e di Luhmann, nonostante il loro realismo e la loro acutezza, siano oggi teoricamente insufficienti di fronte alla sfida globale lanciata negli ultimi decenni dalla rivoluzione tele-informatica, dai processi di globalizzazione economico-finnanziaria e dallaconcentrazione del potere politico internazionale nelle mani di alcune superpotenze occidentali. E non si può trascurare il fatto che la guerra contro il global terrorism, in nome della quale viene usata la violenza e repressa la libertà, è essa stessa una guerra che diffonde il terrore facendo strage dipersone innocenti con mezzi di distruzione di massa (16).Levoluzione si è interrotta definitivamente nel corso degli ultimi decenni. La globalizzazione ha posto bruscamente in crisi il Welfare state e ha favorito il costituirsi di regimi che, pur sventolando ancora la bandiera della "democrazia", sono in realtà oligarchie elitarie, tecnocratiche e repressive. Sonoregimi orientati alla pura efficienza economico-politica, al benessere delle classi dominanti e alla discriminazione dei cittadini non abbienti e, in modo tutto particolare, dei migranti extracomunitari, trattati e sfruttati non di rado come servi o come schiavi.2. Il crepuscolo dello Stato sociale e le due nozioni di "sicurezza"In aggiunta a tutto quanto ho sinora sostenuto, non si può non riconoscere che anche il modello democratico dello Stato sociale o Welfare State è oggi in crisi nei principali paesi occidentali. Il livello più alto raggiunto in Occidente da un sistema politico nel tentativo di regolare democraticamente irapporti economico-sociali e di ridurre linsicurezza è stato senza dubbio il Welfare state (17). Le libertà fondamentali, lhabeas corpus, la proprietà privata, lautonomia negoziale, il suffragio universale e in genere i diritti politici erano già stati formalmente garantiti dallo Stato di dirittoliberaldemocratico. Ma lo Stato sociale, a partire dagli anni trenta del Novecento, aveva tentato di andare oltre lo Stato di diritto liberaldemocratico tutelando i cosiddetti "diritti sociali": il diritto al lavoro, il diritto allistruzione e il diritto alla salute, oltre a una serie di prestazioni pubbliche di carattereassicurativo, assistenziale e previdenziale. Si può dire che lo Stato sociale si è fatto carico dei rischi - e quindi dellinsicurezza e della paura - strettamente legati alleconomia di mercato, fondata su una logica contrattuale e concorrenziale che suppone la diseguaglianza economico-sociale degliindividui e la riproduce senza limiti.Oggi è largamente condivisa lidea che lo Stato sociale attraversi una grave crisi a causa dei processi di trasformazione economica e politica che vanno sotto il nome di globalizzazione. Autori come Ulrick Beck, Loïc Wacquant, Luciano Gallino, Joseph Stiglitz, Robert Castel (18) hanno riconosciutoche la globalizzazione ha segnato il trionfo delleconomia di mercato moltiplicando in pochi decenni la quantità globale dei beni prodotti e quindi la ricchezza complessiva. Oggi le 20 persone più ricche del mondo dispongono di una ricchezza complessiva pari a quella del miliardo più povero (19).Per quanto riguarda la crisi del Welfare state, lonere di unampia serie di rischi sociali è stato posto sempre più a carico dei singoli cittadini, anziché della comunità, secondo un approccio orientato a privatizzare la responsabilità del rischio e dellincertezza.La competizione globale impone criteri di concorrenza soprattutto nellarea dei fattori produttivi più deboli, a cominciare dalla forza-lavoro. In presenza di una accresciuta concorrenza, le imprese tendono a liberarsi della quasi totalità dei tradizionali lavoratori dipendenti a favore di prestazioni lavorative"flessibili.La crescente "flessibilità" del lavoro sta portando a un indebolimento dellintero apparato delle tutele democratiche garantite sinora ai lavoratori e alle loro famiglie.Le nuove parole dordine sono ovunque: privatizzazione, subordinazione di tutti i lavoratori, pubblici e privati, alle regole del rapporto di lavoro subordinato, contrazione di ogni erogazione pubblica che non sia motivata da unassoluta emergenza, abbandono delle politiche di pieno impiego e comunquedi sostegno del diritto al lavoro, attenuazione delle difese sociali predisposte a favore degli anziani e dei disabili.3. Dallo Stato democratico alla società penitenziariaIl termine "sicurezza" è sempre meno associato ai legami di appartenenza sociale, alla solidarietà, alla prevenzione, allassistenza, in una parola alla sicurezza intesa come garanzia democratica per tutti di trascorrere la vita al riparo dallindigenza, dalle malattie, dallo spettro di una vecchiaiainvalidante e miserabile, da una morte precoce.Zygmunt Bauman, nel suo Liquid Fear, ha sostenuto che in tempi di globalizzazione la sicurezza allinterno degli Stati è sempre più concepita come "incolumità individuale" sulla base dellassunzione che ci troviamo di fronte ad un costante aumento della criminalità (22). Ai processi di globalizzazionecorrisponde nella maggioranza dei paesi occidentali una profonda trasformazione delle politiche penali e repressive: una trasformazione per la quale Loïc Wacquant ha coniato lespressione "dallo Stato sociale allo Stato penale" (24).Un caso esemplare è rappresentato dalle politiche penali e penitenziarie praticate negli Stati Uniti nellultimo trentennio. La superpotenza americana occupa il primo posto sia nella lotta contro la criminalità, sia nellincarcerazione di un numero crescente di detenuti (solo la Federazione russa si avvicinaalle quote statunitensi). A questo primato si aggiunge, come è noto, lostinata applicazione della pena di morte. Dal 1980 ad oggi negli Stati Uniti la popolazione penitenziaria si è più che triplicata, raggiungendo nel 2007 la cifra di oltre 2.300.000 detenuti. Il tasso di detenzione è il più alto del mondo:753 cittadini incarcerati ogni 100.000 (26), sette volte più che in Italia.4. Sicurezza, libertà, autonomia cognitivaDirò semplicemente che a mio parere il primo compito di un movimento progressista che sia in sintonia con i problemi posti dai processi di globalizzazione è quello di lasciarsi alle spalle il codice delle certezze marxiste, ma senza abbandonare la visione generale del mondo che il marxismo ci halasciato in eredità. Come ha scritto Norberto Bobbio (30), il marxismo ci ha insegnato a vedere la storia umana dal punto di vista degli oppressi e a mettere da parte il moralismo politico per una scelta realista e conflittualistica.Lidea classica di "eguaglianza sociale" è difficilmente proponibile entro le moderne società postindustriali. Stretti fra il bisogno di identità e una crescente pressione omologatrice, prodotta dai mezzi di comunicazione e dal mercato, gli individui sembrano attratti da una sorta di "bisogno didiseguaglianza", dallaspirazione a realizzare e proclamare la propria differenza. E lo fanno non necessariamente per raggiungere posizioni di privilegio, ma per realizzare in qualche modo la propria libertà di fronte alla muraglia del conformismo. Soprattutto fra i più giovani la paura fondamentale è dinon essere se stessi, di non essere nessuno, di fallire come esseri umani. Ciò di cui le nuove generazioni sentono bisogno non è però semplicemente la libertà "negativa", la libertà di non essere impediti da costrizioni esterne, secondo la formulateorizzata da Isaiah Berlin (32). Si aspira a qualcosa dipiù e di diverso: ciascuno vorrebbe disegnare il profilo della propria vita. Ciascuno vorrebbe che il suo destino fosse il risultato di un suo progetto su se stesso, non di un disegno altrui. Vorrebbe controllare i suoi processi cognitivi, i suoi sentimenti e le sue emozioni: in poche parole, aspira alla sua"autonomia cognitiva".Per autonomia cognitiva, come essenza stessa della libertà individuale, si può intendere la capacità del soggetto di controllare, filtrare e interpretare razionalmente le comunicazioni che riceve. In presenza di una crescente efficacia persuasiva dei mezzi di comunicazione di massa il destino delleistituzioni politiche occidentali sembra dipendere dallesito della battaglia a favore di questo fondamentale "diritto umano", l"autonomia cognitiva", che potrebbe essere anche chiamato habeas mentem.Solo chi dispone di solide radici identitarie riconosce lidentità altrui, rispetta la differenza, cerca il dialogo con gli altri, rifugge da ogni fondamentalismo e dogmatismo, è sicuro che lincontro fra le diverse culture e civiltà del pianeta non è soltanto la condizione della pace ma è anche un patrimonioevolutivo irrinunciabile per la specie umana.
  • 30. Violenza, democrazia, diritto internazionale (2010) – Danilo Zolo (http://www.juragentium.org/about/index.html )Quale democrazia?Un regime è democratico se le autorità politiche rispondono alle aspettative dei cittadini rispettandone e promuovendone i diritti fondamentali, e se sono responsabili: se cioè devono rendere conto delle loro decisioni di fronte ad un elettoratocapace di valutazioni sufficientemente autonome e competenti.Oggi si sta diffondendo nel mondo una diffidenza crescente nei confronti delle democrazie occidentali - e della democrazia tout court -, ciò accade molto probabilmente perché la potenza democratica per antonomasia, gli Stati Uniti dAmerica,tende ad assumere funzioni che non rientrano nella logica vestfaliana del pluralismo degli Stati, dellequilibrio di potenza e della ritualizzazione giuridica della guerra. Luso sistematico della forza militare cui ricorrono oggi gli Stati Uniti sembracorrispondere ad un disegno di egemonia globale che a mio parere è corretto interpretare alla luce di un modello neo-imperiale, legibus solutus. Alcuni intellettuali statunitensi - fra questi Robert Kagan e Michael Ignatieff - hanno sostenuto che gli Stati Uniti sono costretti ad una politica estera imperiale per difendere la loro democrazia interna e, in generale, la democrazia. In realtà la lorodemocrazia interna è ormai poco più che una finzione procedurale, assai lontana dagli standard anche di una nozione minima di democrazia. 2. Guerra democratica? Guerra umanitaria?Con buona pace di John Rawls e del suo seguace italiano, Salvatore Veca, gli interventi umanitari dellOccidente hanno violato non solo le regole dello jus ad bellum, ma anche quelle dello jus in bello: nessuna limitazione umanitaria deglistrumenti bellici è stata praticata (e, rebus sic stantibus, è praticabile, considerato lo strapotere degli aggressori). Anzi, è vero il contrario: le guerre umanitarie sono servite, soprattutto agli Stati Uniti, per sperimentare nuove armi, sempre piùsofisticate e devastanti. Basti pensare alluso delle cluster bombs, dei proiettili alluranio impoverito (DU), degli ordigni quasi-nucleari come i fuel-air explosives e come le micidiali bombe taglia-margherite (daisy-cutter), per non dire deibombardamenti, in larga parte intenzionali, degli ospedali, delle carceri, delle stazioni televisive, delle fabbriche e delle ambasciate. Il fatto che in Occidente ci sia qualcuno che definisce queste guerre democratiche e che per di più le giustificacome strumenti umanitari, idonei per esportare i diritti umani e la democrazia - fra costoro cè stato purtroppo in questi anni anche Jürgen Habermas - getta luce su un particolare non trascurabile: chiarisce perché il global terrorism, anzichéessere sconfitto, si diffonde sempre più in tutto il mondo sino a diventare la sola risposta, tragica e impotente, dei popoli oppressi allo strapotere degli Stati Uniti e dei loro più stretti alleati, lItalia compresa. Gli italiani non dovranno stupirsi sesaranno sempre più oggetto, in Iraq e non solo in Iraq, non di gratitudine servile, come il governo italiano pretenderebbe, ma di odio terroristico. 3. Violenza umanitaria e guerra di aggressione Alcuni autori - fra questi Michael Ignatieff - hanno sottolineato che in Europa ci sono state reazioni molto diverse alla guerra per il Kosovo e alla guerra contro lIraq, pur essendosi trattato in entrambi i casi di un uso della forza internazionaleformalmente illegittimo. Personalmente non dispongo di argomenti significativi per spiegare la diversità delle reazioni del grande pubblico - in Europa e in particolare in Italia - di fronte a due eventi in larga parte simili. In Italia ha sicuramenteinfluito, nel caso della guerra per il Kosovo, il fatto che in prima linea, nel volere e nel giustificare la guerra, cera un governo di centro-sinistra, guidato da un ex-comunista bellicista come Massimo DAlema. E forse ha influito anche il sostanzialesilenzio del pontefice romano, che non ha mai nascosto le sue simpatie per la cattolicissima e un tempo clerico-fascista Croazia e le sue antipatie per la Serbia ortodossa ed ex comunista. Come è noto, a guerra umanitaria appena conclusa, ilpontefice non ha esitato a benedirla pubblicamente, in occasione del Giubileo dei militari celebrato a Roma, in San Pietro, nel 2000. Nel caso della guerra contro lIraq la sinistra riformista, trovandosi allopposizione, ha ritenuto di doversi opporrealla guerra, pur con molte esitazioni e tentazioni bipartisan e con argomenti spesso goffi e confusi. E in questo caso il Pontefice romano si è schierato più chiaramente per una soluzione pacifica e i cattolici lo hanno seguito in massa, impugnandole bandiere multicolori della pace. Ma molto probabilmente la ragione principale del diverso atteggiamento sta nelleffetto simbolico dell11 settembre. Soprattutto i giovani - i giovani del nuovo pacifismo, di un pacifismo realista e politico e nonspiritualisticamente evanescente - hanno avvertito il profondo disagio di un mondo sempre più globalizzato e nello stesso tempo dominato dalla competizione, dalla guerra e dal terrorismo: un mondo carico di rischi e quindi fonte di insicurezza, diangoscia e di paura. Un pacifismo che nasce dalla paura di fronte al diffondersi della violenza nel mondo è più serio e concreto di un pacifismo motivato da elevate aspirazioni moralistiche e irenistiche.4. Guerra e diritto internazionaleAutori come Stephen Krasner e Robert Keohane hanno mostrato che vaste aree normative possono emergere da trattati multilaterali e stabilizzarsi nel tempo: si pensi alla protezione dei cittadini allestero, ai rapporti diplomatici e consolari, alsistema dei cambi, alla disciplina delle attività umane nellAntartico, allaccordo postale mondiale e a quello sulle previsioni meteorologiche.Ciò a cui sicuramente mi oppongo è quello che ho chiamato il modello cosmopolitico della Santa Alleanza, e cioè lidea che una pace stabile e universale possa venire da una concentrazione politico-militare planetaria impegnata a soffocare egestire i conflitti sovrapponendo ad essi una forza militare soverchiante. E mi oppongo allidea che la costituzione di un forte Leviatano sovranazionale sia la soluzione di quasi tutti i problemi dellumanità.Ovviamente, perché la negoziazione e la cooperazione politica siano efficaci ci sono complesse precondizioni economiche, tecnologico-informatiche, culturali, religiose, condizioni che rendano possibile un confronto interculturale fra le grandiciviltà del pianeta. Certo, la sfera pubblica internazionale oggi è occupata - e vanificata nelle sue potenzialità equilibratrici e moderatrici - dagli eserciti imperiali anglo-americani. Per questo, ogni tentativo di contrastare il monismo e il monoteismodelloccidente angloamericano deve essere guardato a mio parere con simpatia.Cina, la cui ambizione a porsi come la grande variabile degli equilibri mondiali dei prossimi decenni è sempre più evidente e credibile. Penso alle strategie che in paesi come lArgentina e il Brasile si stanno faticosamente mettendo a punto perresistere alloffensiva panamericana (lAlca) contro lautonomia economica e politica dellarea del Mercosur e dellintero subcontinente latino-americano. E penso ai processi di polarizzazione delleconomia e della politica africana attorno a centriattrattori come la Nigeria e il Sud-Africa. Per questo trovo di grandissimo interesse lidea, lanciata dallattuale governo brasiliano, di una alleanza strategica fra paesi come la Cina, lIndia, il Sud-Africa e il Brasile contro lunilateralismo egemonicoche oggi domina i processi di globalizzazione. Ma resta anche, non lo nego, il tema delicatissimo delle controindicazioni ai processi di integrazione regionale, non solo in Europa: quale funzione devono conservare le autonomie e le differenzenazionali e soprattutto sub-nazionali entro linevitabile spinta verso lomologazione dei valori, degli stili di vita, delle tradizioni normative che ogni processo di integrazione comporta? 5. Violenza terroristica e guerra globale Il diritto internazionale è concepito e praticato dalla maggioranza dei giuristi internazionalisti occidentali come una disciplina che registra gli orientamenti normativi di volta in volta emergenti dalle strategie delle grandi potenze. Sono le grandipotenze che fanno il diritto internazionale e la scienza del diritto internazionale ha il compito di razionalizzare e formalizzare come nuove regole le decisioni via via assunte dalle grandi potenze. Il diritto internazionale perde quasi totalmente la suafunzione normativa per assumere un ruolo meramente adattivo di generalizzazione e legittimazione ex post del fatto compiuto.Nel caso dell11 settembre la scienza del diritto internazionale ha operato, salvo alcune eccezioni - quella di Antonio Cassese, ad esempio - secondo la stessa vocazione adattiva. Ha equiparato lattentato compiuto da una organizzazioneterroristica ad un attacco armato di uno Stato contro un altro Stato, invocando quindi il diritto di difesa (in realtà di aggressione) dello Stato vittima dellattentato nei termini dellart. 51 della Carta delle Nazioni Unite. In questi termini è statalegalizzata la guerra degli Stati Uniti contro lAfghanistan. Questa disinvolta operazione esegetica è stata avallata in Italia dalle massime autorità dello Stato - dai Presidenti delle Camere al Presidente della Repubblica - che hanno di fatto svuotatolart. 11 della Costituzione italiana - "LItalia ripudia la guerra come strumento di risoluzione delle controversie internazionali" - come ormai superato dal fenomeno del terrorismo internazionale.In questi ultimi quindici anni, si è sviluppato un processo di transizione dalla guerra moderna alla guerra globale. Questa transizione non riguarda soltanto la morfologia della nuova guerra, e cioè la sua dimensione strategica e la suapotenzialità distruttiva, che hanno assunto entrambe una misura globale. Strettamente connessa, come ho accennato, è una vera e propria eversione del diritto internazionale moderno e una regressione alle retoriche antiche di giustificazione dellaguerra, inclusi importanti elementi della dottrina monoteistica del bellum justum e del suo nocciolo teologico-sacrificale di ascendenza biblica: la guerra santa contro i barbari e gli infedeli. Queste retoriche sono diventate oggi, nel contesto dellaglobalizzazione dei mezzi di comunicazione di massa, uno strumento bellico di eccezionale rilievo.
  • 31. La crisi dello Stato democratico - intervista di Julia Netesova a Danilo Zolo (2010) (http://www.juragentium.org/about/index.html )Julia Netesova. Gli Stati contemporanei devono affrontare numerose sfide che modificano il loro rapporto con la società: linterferenza dello Stato è in aumento, gli apparati di sicurezza tendono a divenire più influentie importanti e, soprattutto, la gente è sempre più preoccupata per la propria sicurezza. Pensa che questi trend influenzeranno la democrazia? In che modo?Danilo Zolo. Due sono a mio parere i fenomeni più evidenti e più rilevanti. Il primo è il processo di sfaldamento degli istituti della rappresentanza politica che erano alla base del tradizionale modello "democratico",anche nelle sue forme più moderate e realiste à la Schumpeter. I suoi principali assiomi - il pluralismo dei partiti, la competizione fra programmi politici alternativi, la libera scelta elettorale fra élites concorrenziali -sono ormai degli enunciati sfuggenti, puramente formali. Anche il parlamento non svolge più alcuna funzione rappresentativa e legiferante, sostituito dal "governo" che tende a concentrare in sé tutti i poteri dello Statodi diritto (o rule of law) e a praticare una permanente ignorantia legis. Il secondo fenomeno è la pressione crescente che il potere esecutivo esercita sui cittadini. In questo contesto il sistema dei partiti è un ristrettoapparato "autoreferenziale", che opera circolarmente come fonte della propria legittimazione e della promozione degli interessi delle grandi imprese produttive e degli enti finanziari, come le banche daffari, gliinvestitori istituzionali, i fondi pensione, le compagnie di assicurazione. In questa veste il potere "post-democratico" svolge un ruolo di controllo e di repressione dei comportamenti privati. Nei paesi occidentali - USAed Europa occidentale in particolare - il Welfare State sta scomparendo mentre avanzano sempre più il controllo poliziesco pubblico e privato, la segregazione degli strati più poveri della cittadinanza (la Zerotolerance newyorkese), lincontenibile espansione della popolazione carceraria, in particolare in paesi come gli Stati Uniti, lItalia, la Francia, lInghilterra. Stiamo passando, ha scritto Loïc Wacquant, dallo Stato socialeallo Stato penale. Mosca oggi J.N. La globalizzazione porterà alla scomparsa dei modelli alternativi o i movimenti di resistenza alla globalizzazione rilanceranno la ricerca di alternative adattabili ai contesti etno-culturali? D.Z. A mia conoscenza il solo tentativo di dar vita a forme politiche alternative al modello liberaldemocratico nellambito di paesi non occidentali è quello che si è affermato sotto il nome di Asian values nellareadellOceano indiano e del Pacifico. J.N. Stiamo assistendo al mutamento dellinterazione tra le elite e la società. Alcuni esperti dicono che questa interazione è in via di scomparsa, sta diventando meno intensa e meno frequente. È daccordo? Qualistrumenti potrebbero invertire la tendenza? D.Z. Personalmente non vedo alcuna possibilità di recupero nel breve periodo di un rapporto fra cittadini ed "élites democratiche" che operino come veicoli delle aspettative popolari e siano sostenute dai proprimilitanti ed elettori. La globalizzazione ha favorito il costituirsi di regimi che, pur sventolando ancora, opportunisticamente, la bandiera della democrazia, sono in realtà oligarchie elitarie, tecnocratiche e repressive chevivono allombra del mercato globale.J.N. La società civile è nata dal conflitto con lo Stato che tentava di espandere la propria autorità. Oggi gli Stati stanno diventando globali, stanno cedendo il loro potere a una sorta di Stato mondiale. Anche la societàcivile sta diventando globale. Che correlazioni esistono fra questi due processi? In che modo lo Stato mondiale e la società civile globale si influenzeranno reciprocamente nel corso di questa trasformazione? D.Z. La mia opinione è che oggi non esiste e non ci sarà mai uno Stato globale se per "Stato globale" (World state) si intenda una struttura di potere mondiale centralizzato e concentrato in un unico governo, inqualche modo rappresentativo delle aspettative e degli interessi della popolazione mondiale.J.N. Pensa che internet e i social networks diventeranno un nuovo fattore della democrazia contemporanea, che ne modificherà le caratteristiche? Si creerà un nuovo modello di "uomo sociale"? D.Z. Ci sono autori - ed io sono fra questi - che sottolineano la crescente specializzazione delle funzioni politiche entro le società minimamente industrializzate e la scarsità delle risorse di tempo, di attenzione e dicompetenza socialmente disponibili per la partecipazione politica anche sul terreno semplicemente informatico. Ci sono molti dubbi che le tecnologie informatiche possano contribuire ad una diffusione nazionale etanto meno transnazionale dei valori e delle istituzioni democratiche. La possibilità di prendere decisioni politiche pertinenti dipende assai meno dalla disponibilità di tecniche di comunicazione rapida che non dallacapacità degli attori sociali di controllare e selezionare criticamente le proprie fonti cognitive, in un contesto di generale trasparenza sia dei meccanismi di di emissione delle notizie, sia dei processi decisionali. Non vadimenticato che le nuove tecnologie della comunicazione hanno notevolmente accentuato le diseguaglianze su scala mondiale. Il cosiddetto global digital divide taglia in due il mondo "globalizzato". Nei trenta, ricchipaesi dellOCSE, nei quali risiede meno di un quinto della popolazione mondiale, risulta presente il 95% delle utenze stabili di Internet mentre lEuropa sorpassa di 41 volte lAfrica, che pure ha una popolazione piùnumerosa di quasi 100 milioni. Complessivamente meno del 6% della popolazione mondiale è connesso alla rete: circa 4 miliardi di persone oggi ne sono escluse. Mentre gli Stati Uniti e il Canada contano assiemecirca il 60% dei "navigatori", lAfrica e il Medio Oriente raggiungono assieme il 2%. J.N. Che genere di sfide le società multiculturali pongono alla democrazia? Come si trasformano le forme e le procedure democratiche nelle società divise da identità culturali, etniche e religiose differenti? In chemodo la democrazia può armonizzarsi con il pluralismo e il multiculturalismo?D.Z. La lotta per lacquisto delle cittadinanze pregiate dellOccidente è condotta da parte di masse sterminate di soggetti appartenenti ad aree continentali senza sviluppo e con un elevato tasso demografico. Questalotta assume la forma della migrazione di massa di soggetti molto deboli ma che esercitano, grazie alla loro infiltrazione capillare negli interstizi delle cittadinanze occidentali, una forte pressione per leguaglianza. Lareplica da parte delle cittadinanze minacciate da questa pressione "cosmopolitica" - in termini sia di espulsione violenta degli immigrati, sia di negazione della loro qualità di soggetti civili - sta scrivendo e sembradestinata a scrivere nei prossimi decenni le pagine più luttuose e più squallide della storia politica dei paesi occidentali.J.N. Lo scorso settembre la Russia ha ospitato un importante World Global Policy Forum a Yaroslav - uniniziativa del Presidente Medvedev che ha raccolto alcuni dei più importanti politici ed esperti a livellomondiale. Largomento principale in discussione era: "Modern State: Standards of Democracy". Può suggerire un altro tema da discutere a Yaroslav nel 2011? Quali eventi dovrebbero essere trattati nel programmadel convegno? D.Z. Ci sono tre temi che mi stanno particolarmente a cuore e che ho trattato in un mio recente volume: 1. la crisi della dottrina dei diritti umani come ideologia occidentale in declino, a cominciare dalla costante,tragica violazione del diritto alla vita; 2. la trasformazione in corso dei paesi occidentali dalla forma dello Stato democratico a quella di una società repressiva e penitenziaria; 3. il fallimento dellobiettivo di una paceuniversale, compito inutilmente attribuito alle Nazioni Unite dalle potenze vincitrici della seconda guerra mondiale, lUnione Sovietica compresa. Mi permetto di segnalare in particolare il tema dellurgente necessità diuna riforma delle istituzioni internazionali che includa anzitutto le Nazioni Unite, il Fondo monetario internazionale e la Banca mondiale, che fra laltro sono tutte insediate nel continente americano senza alcunaragione. (Russian Journal, November 19, 2010)
  • 32. Quale democrazia nellAfrica mediterranea? (2011) - Danilo Zolo (http://www.juragentium.org/about/index.html )Una primavera arabaCiò che purtroppo sembra possibile affermare con sicurezza è soltanto che il Mediterraneo orientale è destinato ad essere ancora per molto tempo lepicentro incandescente di una lotta feroce: la tragedia del popolo palestinese e la violenza delloStato di Israele dureranno a lungo, coinvolgendo nel loro conflitto il Mediterraneo intero, e non solo. La pace nel mondo islamico è lontana e penso che sia prudente non essere ottimisti (2).Un povero venditore di frutta e verduraNon è facile tentare di ricostruire le origini, le motivazioni e gli obiettivi della rivolta alla quale hanno dato vita migliaia di giovani in Tunisia e in Egitto. Ciò che si può sostenere con certezza è che in entrambi i casi si è trattato di un eventospontaneo, assolutamente non previsto. A prendere liniziativa e a guidare la rivolta non è stata unorganizzazione politica, ideologica o religiosa. Si è trattato piuttosto di una protesta che è corretto definire "morale": un rifiuto intransigentedellautoritarismo, della corruzione, della speculazione, del nepotismo e, non ultimo, della tortura.È chiaro che sia in Tunisia sia in Egitto la rivolta contro i regimi dominanti è stata una coraggiosa manifestazione giovanile: centinaia di migliaia di giovani di età fra i venti e i trentanni hanno rivendicato con intensa emotività il diritto a viveredignitosamente, come Mohamed Buazizi avrebbe voluto. Hanno chiesto ad alta voce che il loro avvenire non fosse più il nulla che da anni li opprimeva: un nulla non lontano dallinfelicità, dalla disperazione, dal suicidio. Il futuro prometteva lorosoltanto disoccupazione, povertà, solitudine, tristezza, abbandono. Si potrebbe dire che è stata la paura del futuro ad animare una rivolta popolare del tutto spontanea, non armata, nata dal basso. I giovani hanno posto al centro delle lororivendicazioni la possibilità di una vita onesta e dignitosa, non discriminata da una minoranza di ricchi egoisti e prepotenti. Al centro di ogni altro valore - come vedremo - doveva emergere un principio irrinunciabile: la struttura politica alternativa aldispotismo doveva chiamarsi ed essere "democrazia".Lattivismo femminile e i social network Altri due elementi hanno caratterizzato la rivolta giovanile tunisina ed egiziana: lampia partecipazione femminile e lintensa comunicazione via Internet. In un suo saggio molto documentato Renata Pepicelli ha mostrato il notevole contributo chesia in Tunisia che in Egitto migliaia di giovani donne hanno dato alla battaglia contro il dispotismo politico, mettendo spesso a repentaglio la loro vita (7). È noto che per anni il presidente tunisino Ben Ali si era esibito come un convinto tutore deidiritti delle donne contro i movimenti islamisti. Ma mentre si esibiva come difensore della democrazia, del laicismo e delleguaglianza sociale, il suo regime reprimeva spietatamente chi si batteva per la causa delluguaglianza di genere, come era ilcasodella Association tunisienne des femmes démocrates (Atdf) (8).Emblema di questultima, coraggiosa battaglia può essere considerata la giovane Asmaa Mahfouz, in qualche modo lombra egiziana di Mohamed Buazizi. Con il suo coraggioso video-appello, registrato il 18 gennaio con un telefono cellulare e poidiffuso da YouTube, è stata la prima persona a stimolare i suoi connazionali perché si riunissero in piazza Tahrir (12). Indimenticabili sono le sue parole, trasmesse con un atteggiamento audace ed entusiasta ed ascoltate da oltre 180mila personein Egitto e allestero.Questo appello rovescia limmagine di un regime che si fregiava di essere laico e democratico e che invece opprimeva, impoveriva, umiliava in particolare le donne, negando il loro diritto ad essere cittadine. Queste donne sono scese nelle piazzee hanno sfidato la violenta repressione in corso, in alcuni casi muorendo sotto il fuoco della polizia. E si deve a loro se la rivolta si è servita di uno strumento prezioso - il Web - e ha ottenuto un imprevedibile successo come simbolo dellinterarivendicazione democratica maghrebina. I principali social network quali Facebook, Twitter, Flickr, YouTube sono diventati strumenti fondamentali di critica e di protesta (14). La loro idoneità a diffondere civilmente e legalmente le immagini dellarivolta - sia di quella egiziana che di quella tunisina - ne ha fatto unarma pericolosa per i leaders in carica, al punto da costringerli ad oscurare per giorni interi le reti telefoniche e Internet.Quanto alle donne tunisine, esse sono riuscite ad ottenere qualcosa: alle future elezioni dellAssemblea costituente, che si terranno il 23 ottobre, le liste saranno composte di un numero uguale di donne e di uomini, cosicché almeno un quarto deideputati della futura Assemblea costituente saranno donne. Elaborare la nuova costituzione escludendo le donne sarebbe stata una pericolosa violazione delleguaglianza fra i sessi. E tuttavia il rischio che esse vengano escluse è comunque moltoalto e loro lo sanno e non si illudono. La primavera arabo-islamica può diventare rapidamente un grigio autunno.Quale democrazia?. Per "democrazia" si può intendere, una partecipazione responsabile dei cittadini e delle cittadine ai processi decisionali in modo che, con periodicità regolare, essi possano scegliere liberamente fra soluzioni alternative (18). È dunque inevitabilericonoscere che la nozione di "democrazia" - costantemente evocata dai giovani tunisini ed egiziani - non appartiene al lessico musulmano e non presenta alcuna connessione con i valori tramandati dalla tradizione coranica"Democrazia" resta comunque un concetto del tutto estraneo alla cultura islamica: il mondo musulmano non può servirsene se non come espressione di una realtà politica che si è affermata in Occidente, e solo in Occidente, con lo sviluppo della"modernità". E si tratta di una realtà politica anchessa investita dal processo di globalizzazione e che tende quindi a trasformarsi, pur conservando il proprio nome, in un regime subordinato allo strapotere dei padroni delleconomia di mercato, oggidiffusa nel mondo intero (25). E questi padroni sono in larga parte anche i signori del Mediterraneo. A mio parere questo è un tema decisivo per chi intenda in qualche modo essere utile a un movimento giovanile che dopo aver svolto un ruolo diprotagonista nella battaglia antitirannica in Tunisia e in Egitto oggi vorrebbe - e forse dovrebbe - dar vita a un vero e proprio "fronte democratico" (26).Nei paesi musulmani è insopportabile lo spreco di talento, in particolare quando si incontrano giovani uomini e giovani donne delle classi povere: "Ana daya" (la mia vita è sprecata) è il Leitmotiv che viene ripetuto. Questi lamenti dovrebberoessere presi in considerazione se si vuole capire perché i giovani musulmani delle classi più basse, dolorosamente minacciati da un alto tasso di disoccupazione, si mobilitano per vincere il contrasto fra lislam e la democrazia (30).La democrazia nelle mani dei potenti È vero che la "democrazia" è lobiettivo fondamentale delle nuove generazioni tunisine ed egiziane, allora non si può chiudere questa riflessione senza tentare di capire se oggi esiste un rapporto positivo fra i paesi islamici dellAfricasettentrionale e le potenze occidentali che controllano manu militari il Mediterraneo e si considerano per eccellenza "democratiche" e portatrici di democrazia. "Democrazia" avrà sostanzialmente il significato che gli Stati Uniti hanno attribuito a questo termine quando hanno deciso di porre sotto il proprio controllo militare il Mediterraneo, il Medio oriente e lAsia centro-meridonale, moltiplicando le lorocentinaia di basi militari. Hanno iniziato con linvio di 500mila soldati in Medio oriente e la vittoriosa guerra del Golfo del 1991. E hanno proseguito con le guerre dei Balcani degli anni novanta, con laggressione allAfghanistan e allIraq nei primianni del Duemila, e hanno infine concluso, almeno per ora, con la sconfitta di Muammar Gheddafi e loccupazione di fatto della Libia. Per i paesi islamici del Mediterraneo il termine "democrazia" avrà dunque un duplice significato. Per un verso sarà ancora una volta lemblema della "modernità" occidentale e del potere economico, politico e culturale dellOccidente, infinitamentesuperiore a quello dei paesi nord-africani. Come hanno sostenuto Târiq al-Bishrî (31) e Hamadi Redissi (32), il "trauma della modernità" (sadmat alhadâha) continuerà a lungo a "destrutturare" e a lacerare il mondo islamico.Per un altro verso "democrazia" avrà nuovamente, e con particolare intensità, la funzione che le aveva attribuito nei primi anni del Duemila il penultimo presidente degli Stati Uniti, George Bush Junior e che lattuale presidente degli Stati Uniti,Barack Obama, ha ripreso e fatto sua. Si tratta del progetto del Grande Medio Oriente (Broader Middle East (35)) il cui obiettivo dichiarato era usare la forza per "abbattere le dittature ed esportare la democrazia" allinterno mondo islamico, dalMarocco e dalla Mauritania allAfghanistan e al Pakistan, naturalmente passando per il Medio oriente con lovvia solidarietà dello Stato di Israele. E non si può escludere che il celebre discorso di riconciliazione con il mondo musulmano tenuto alCairo da Barack Obama nel giugno del 2009 fosse in realtà una manovra diplomatica per rilanciare e fare accettare ai paesi islamici la strategia "democratica" del Grande Medio Oriente.Tutto questo non esclude che nellAfrica mediterranea nuove generazioni di uomini e di donne coraggiosi riescano in un prossimo futuro a liberare i loro paesi dal dispotismo e dai privilegi dei ricchi e dei potenti, incluse le potenze occidentali. Adattenderli ci sarà lombra di Mohamed Buazizi, un povero venditore di frutta e verdura.
  • 33. L’inganno delle guerre umanitarie. Il flagello della guerra (2011) – Danilo Zolo (http://www.juragentium.org/about/index.html )A differenza degli animali, l’homo sapiens fa strage continua dei suoi simili e mostra di non saperlo o di non volerlo sapere. Le stragi sono continuate e continuanotuttora nonostante la garanzia formale del diritto e delle istituzioni internazionali. Sono migliaia le vittime innocenti delle guerre che le potenze occidentali hanno deciso inviando in Medio-Oriente centinaia di miglia di militari – oltre 500mila soldatistatunitensi solo per la guerra del Golfo del 1991 – e ricorrendo all’uso di armi sempre più raffinate e letali come, fra le altre, le cluster bombs, le bombe «taglia-margherite» (daisy-cutter), il drone Predator, fornito dei micidiali missili Hellfire. Ma gli Stati Uniti si servono anche del napalm, del fosforo bianco e dell’uranioimpoverito per colpire dall’alto i militari e la popolazione civile, come è accaduto tragicamente a Fallujah. Le conseguenze umane e sociali della guerra si prolunganoben oltre il conflitto armato, in termini di mutilazioni permanenti, di scomposizione della vita familiare, di miseria, corruzione, violenza, odio, inquinamentoambientale. E i costi delle guerre sono immensi: milioni di milioni di dollari investiti solo per la guerra del Golfo. La produzione e il traffico delle armi da guerra è fuori dal controllo della cosiddetta «comunità internazionale». E l’uso delle armi dipende dalla «decisione diuccidere» di attori statali e non statali che decidono secondo le proprie convenienze. Nonostante il generoso attivismo dei fautori dei diritti umani, sentenze di mortecollettiva vengono emesse, al di fuori di qualsiasi procedura legale, contro migliaia di persone non responsabili di alcun illecito. La morte fa parte di una cerimoniache non sembra suscitare alcuna emozione.Le giustificazioni umanitarie delle «guerre globali»Una limpida conferma degli obiettivi reali delle «guerre globali» viene dalle motivazioni formalmente avanzate dalle potenze occidentali. Si tratta di motivazioniinfondate e, spesso, del tutto illegali, come provano le dichiarazioni con le quali la Nato – di fatto gli Stati Uniti – ha giustificato la guerra del 1999 per la conquistadel Kosovo. E si è trattato di una guerra finalizzata a risolvere una guerra civile all’interno di uno Stato. E questo tipo di intervento è notoriamente escluso dallaCarta delle Nazioni Unite. E altrettanto può dirsi della guerra contro la Libia che gli Stati Uniti hanno deciso nei primi mesi dell’anno in corso, in collaborazione con laFrancia, l’Inghilterra e l’Italia. Si è trattato di una aggressione in perfetta sintonia con la guerra per il Kosovo, con le medesime motivazioni, con gli stessi obiettivi«umanitari», con la stessa Nato, sempre pronta a bombardare senza limiti paesi e città. Per quanto riguarda la guerra per il Kosovo c’è da dire che la formula humanitarian intervention, con cui è stata identificata dal Presidente Bill Clinton, esprime inrealtà una volontà aggressiva e opportunistica, al di fuori di ogni rispetto del diritto internazionale e delle funzioni delle Nazioni Unite. La Nato ha fatto da copertura auna operazione di estremo interesse per gli Stati Uniti, che non a caso dall’alto del cielo hanno bombardato per 78 giorni la Serbia e il Montenegro, facendo strage dimigliaia di persone innocenti. Un intervento armato per «ragioni umanitarie» ha comportato oltre diecimila missioni d’attacco da parte di circa mille aerei e l’uso dioltre 23mila ordigni esplosivi, fra missili, bombe e proiettili all’uranio impoverito. Il risultato è ben noto: gli Stati Uniti hanno costruito nel cuore del Kosovo l’imponentebase militare di Camp Bondsteel, che oggi ospita circa 7.000 soldati ed è quasi certamente dotata di armi nucleari. La guerra che gli Stati Uniti, assieme ai loro alleati europei, hanno scatenato contro la Libia è la prova della loro volontà di porre sotto il proprio controllo l’intera areamediterranea oltre che il Medio-Oriente e il Sud-Est asiatico. Gli Stati Uniti cercano di nascondere la loro vocazione neocoloniale e neoimperiale sotto il mantellodell’ennesima humanitarian intervention. È sufficiente una rapida lettura della risoluzione 1973 del Consiglio di Sicurezza del 17 marzo 2011, con la quale si èdeciso il No-Fly Zone contro la Libia, per cogliervi una grave violazione della Carta delle Nazioni Unite. La violazione della Carta è evidente se si tiene presente cheil comma 7 dell’art. 2 stabilisce che «nessuna disposizione del presente Statuto autorizza le Nazioni Unite ad intervenire in questioni che appartengano allacompetenza interna di uno Stato». È dunque indiscutibile che la «guerra civile» di competenza interna alla Libia non era un evento di cui poteva occuparsi ilConsiglio di Sicurezza.ConclusioneL’ideologia occidentale della humanitarian intervention coincide con una strategia generale di promozione degli «interessi vitali» dei paesi occidentali. Un progetto dipacificazione del mondo richiederebbe una severa riflessione autocritica sulle radici dell’orrore che l’Occidente si è rivelato capace di produrre in un recente passato– dalle guerre coloniali ai Lager nazisti e l’Olocausto, a Hiroshima e Nagasaki – e si mostrano ancora oggi capaci di produrre. E occorrerebbe una cultura politicaeuroamericana orientata a un dialogo paritetico con le altre civiltà, a cominciare dal mondo arabo-islamico, in modo da fare del Mediterraneo un crocevia della pace.
  • 34. Luci ed ombre del pacifismo giuridico di Norberto Bobbio (2010) - intervista di Giulia Beninati a Danilo Zolo (http://www.juragentium.org/about/index.html )Giulia Beninati. Tra le pagine degli ultimi interventi di Bobbio, quindi i saggi e le interviste degli anni 90, troviamo un filosofo sicuramente più realista e pessimista. Dal punto di vista filosofico fa esplicito riferimento a Hegel per il quale in ogni periodo della storia vi è uno Stato dominante(herrschend), cui è attribuito una sorta di diritto assoluto. È un realismo brutale lontano dallideale kantiano dei primi scritti del filosofo torinese. Personalmente devo fare uno sforzo enorme per ritrovare tra queste parole il Norberto Bobbio delle mie prime letture, de Il problema della guerra e le viedella pace, de Il terzo assente o ancora de Letà dei diritti, dove invece è fondamentale la «concezione illuminista e contrattualistica» secondo cui la legge serve a proteggere «il debole dalle prevaricazioni del più forte» come lei e Luigi Ferrajoli avete evidenziato nella vostra Lettera aperta aBobbio del 27 aprile 1999. Perché questa incoerenza? Apparente o giustificata? È con stupore che ho letto che Bobbio parla dellesistenza «della parte giusta» in una guerra. Danilo Zolo. Senza dubbio la seconda fase inizia più o meno con la guerra del Golfo, nel 1991, quando Bobbio dichiara che limponente attacco militare degli Stati Uniti contro lIraq è "una guerra giusta". Personalmente ho parlato di luci e ombre del pacifismo di Bobbio. Ho sempre condiviso lasua critica della dottrina teologica della "guerra giusta" mentre non ho mai condiviso il suo "pacifismo giuridico" che alla fine lo ha portato, incoerentemente, alla valutazione positiva della Guerra del Golfo. La riflessione di Bobbio sul tema della guerra e della pace muove dal tentativo di definire lanozione stessa di guerra. Bobbio si sforza in particolare di cogliere le novità che il fenomeno della guerra presenta in epoca nucleare, nel contesto della "guerra fredda" e dellequilibrio del terrore. Si può dire, anzi, che a sollecitare la sua riflessione - e a renderla drammatica - è il tema dellavalutazione etica e giuridica della guerra moderna di fronte alla permanente minaccia dellesplosione di un conflitto nucleare.GB. Per Kelsen, come per Hobbes, il diritto è lo strumento per stabilire rapporti pacifici tra gli uomini e gli Stati. Bobbio rileva la convergenza tra Hobbes e Kelsen: per Hobbes la legge naturale fondamentale, la norma fondamentale è pax querenda est che in Kelsen diviene Peace through law.Ritiene che il problema della relazione tra diritto e potere sia stato superato e risolto da Bobbio? E con quali presupposti filosofici ed effetti giuridici? (Non mi convince la schematizzazione per la quale Bobbio afferma che «di fatto» il diritto attribuisce il potere, dunque lex facit regem, ma per unverso contrario è sempre il potere che istituisce lordinamento giuridico e ne garantisce leffettività, dunque rex facit legem. Questo «di fatto», la realtà effettuale, sono concetti che si sono rivelati fondamentali nel suo giudizio sulla guerra del 1999. DZ. Ho discusso più volte, citando Schmitt e la sua posizione opposta a quella di Kelsen, che invece Bobbio seguiva fedelmente, o almeno lo ha fatto per una lunga parte della sua vita di studioso. Criticando il formalismo di Kelsen e sostenendo la nullità teorica della sua dottrina della "normafondamentale", io ho sostenuto che per Hobbes, se cè qualcosa di "fondamentale" alla base del diritto, questo non è certo una norma astratta o formale che "chiude" lordinamento giuridico. È piuttosto una condizione di fatto, antropologica e sociologica, molto esterna alle forme giuridiche e che,anzi, per così dire, impedisce allordinamento giuridico di chiudersi in se stesso: è linsicurezza radicale della condizione umana dalla quale derivano laggressività, la violenza, la paura, il bisogno di sicurezza e la richiesta di protezione politica. Se è così, il realismo di Hobbes è lopposto dellametafisica normativa di Kelsen. Forse Hobbes, per questo aspetto, è più plausibilmente avvicinabile a un critico spietato dello Stato di diritto e del normativismo kelseniano come Carl Schmitt. Se si ammette, come Bobbio ha fatto, che la Grundnorm è in Kelsen una "soluzione di comodo", allorasi apre il varco ad una fondazione non formalistica della forma giuridica. Si profila così sullo sfondo lidea schmittiana dello "stato di eccezione" o, se si preferisce, lidea che la forza del diritto è indissociabile dal diritto della forza. Bobbio ha riconosciuto, tardivamente, di non aver mai preso unaposizione abbastanza netta sul tema del rapporto fra diritto e potere, problema delicatissimo e di una ambiguità per lui insopprimibile. Per un verso è il diritto che attribuisce potere - lex facit regem -, ma per un altro verso è sempre il potere che istituisce lordinamento giuridico e ne garantisceleffettività: rex facit legem. Discutendo con me, Bobbio ha riconosciuto che non si può negare che questa ambiguità è presente anche nel Kelsen teorico del diritto e dello Stato, o per lo meno non è stata da lui superata. Bobbio ha riconosciuto che anche per Kelsen, a causa dellincerta dialetticache egli stabilisce fra validità ed effettività delle norme, si può dire che al vertice del suo sistema normativo lex et potestas convertuntur. GB. Molto importante diviene lanalisi svolta da Bobbio attorno al tema del «terzo» (1) e delle sue declinazioni, non trattandosi di un soggetto monolitico. Il passaggio dal terzo fra le parti al terzo sopra le parti segna lorientamento verso un sistema politico pacifico e stabile. Questo passaggio nonsi è ancora verificato in modo definitivo (Bobbio concorda con lei per esempio sul giudizio negativo relativo allOnu), essendo stato attuato solo in parte; affinché il sistema delle relazioni internazionali sia pacifico e realmente equilibrato il terzo deve disporre di un potere superiore agli Stati ma,allo stesso tempo, deve essere efficace senza essere oppressivo, disponendo di un potere democratico e cioè fondato sul consenso e il controllo dei soggetti di cui deve dirimere i conflitti. Ma Bobbio va oltre, sottolineando come la democrazia sia un elemento essenziale e non solo funzionale perespandere e consolidare la pace. Le due grandi dicotomie del pensiero politico, pace-guerra, democrazia-dispotismo, confluiscono luna dallaltra, e permettono di tracciare un quadro entro cui si possono disegnare a grandi linee le diverse eventuali prospettive della storia futura. Mentre ildispotismo può essere considerato come la continuazione della guerra allinterno dello Stato, così la democrazia del sistema internazionale può essere considerata come il modo di espandere e di rendere più sicura la pace al di fuori dei confini dei singoli Stati. Lavvenire della pace è strettamenteconnesso con lavvenire della democrazia. DZ. In Letà dei diritti Bobbio ha sostenuto che per garantire la pace è necessario uno Stato mondiale e a questo fine è indispensabile una riforma del diritto e delle istituzioni internazionali che applichi ai rapporti fra gli Stati il principio della "monopolizzazione della forza". Ciò che a suo parererendeva inevitabile luso della forza sul piano internazionale era la mancanza di unautorità superiore ai singoli Stati - un "Terzo" autonomo e neutrale - che fosse in grado di decidere chi aveva ragione e chi torto e di imporre la propria decisione con la forza. Per questo lunica via per eliminare leguerre era listituzione di questa autorità superiore, che non poteva essere altro che uno Stato unico e universale al di sopra di tutti gli Stati esistenti. Largomento che egli usava un po semplicisticamente era quello della domestic analogy, un argomento che ho più volte discusso criticamente conlui. Bobbio sosteneva che nello stesso modo in cui agli uomini nello stato di natura erano state necessarie prima la rinuncia da parte di tutti alluso individuale della forza e poi lattribuzione della forza ad un potere unico, detentore del monopolio della forza, così gli Stati dovevano compiere unanalogo passaggio dalla situazione del pluralismo dei poteri alla fase di concentrazione del potere in un organo nuovo e supremo che avesse nei confronti dei singoli Stati lo stesso monopolio della forza che gli Stati hanno nei confronti dei singoli individui. Gli argomenti che io ho sempre oppostoa questo radicale e in qualche modo elementare cosmopolitismo di Bobbio sono stati essenzialmente due. Primo, lalto rischio di una concentrazione mondiale della forza militare che avrebbe sicuramente reso del tutto incontrollabile lesercizio del potere centrale, violando il classico principioliberale della divisione dei poteri. In secondo luogo ho sempre sostenuto che le Nazioni Unite non sono riformabili in senso democratico. Lo impedisce il carattere gerarchico dellistituzione, la mancanza di una sua struttura costituzionale in qualche modo comparabile con quella di uno Stato didiritto e soprattutto il principio di diseguaglianza formale che la Carta delle Nazioni Unite ha applicato ai suoi membri. Il Consiglio di Sicurezza è dominato dal potere di veto dei suoi cinque membri permanenti, in particolare degli Stati Uniti, che ne hanno sempre fatto un ampio uso. Parlare inqueste circostanze di "Stato mondiale" sembra privo di senso, purché non si intenda attribuire alla grandi potenze occidentali - in primis agli Stati Uniti - un ruolo neo-imperiale di gendarmi del mondo.GB. Secondo Bobbio, il riconoscimento e la protezione dei diritti delluomo stanno alla base delle costituzioni democratiche moderne. La pace è, a sua volta, il presupposto necessario per il riconoscimento e leffettiva protezione dei diritti delluomo nei singoli Stati e nel sistema internazionale.Bobbio sancisce la centralità della triade «democrazia, pace, diritti umani» che per essere salvaguardata nella sua totalità può anche prevedere il ricorso alla guerra, una guerra mirata, contro chi alla democrazia si oppone, contro chi viola i diritti umani e dunque la pacifica convivenza. Masostenere che «lavvenire della pace è strettamente connesso con lavvenire della democrazia», significa anche ammettere che esiste un ordine, una gerarchia rispetto a questi tre elementi e dunque una consequenzialità: prima si deve istituire un solido sistema democratico e dotarlo di strumentidazione efficaci, solo dopo sarà possibile la configurazione e il raggiungimento della pace. La domanda che mi sono posta a questo punto è: ma se per il raggiungimento della pace è necessario intervenire nei contesti in cui lautarchia opprime i propri cittadini perpetrando continue violazioni deiloro diritti e inoltre minacciando lequilibrio pacifico dello scenario internazionale, ha un senso un intervento armato contro questi paesi? Si può essere contrari alla guerra, ma favorevoli a dei conflitti? DZ. In un mio libro recente, Terrorismo umanitario, ho escluso nel modo più assoluto che la guerra possa essere usata per la tutela dei diritti umani e, tanto meno, per diffondere la democrazia. Su questo punto era daccordo anche Bobbio che, dandomi ragione nella mia polemica contro AntonioCassese, ha severamente criticato la "guerra umanitaria" della NATO contro la Repubblica Federale Jugoslava del 1999 (la famigerata "guerra per il Kosovo). Senza alcuna autorizzazione del Consiglio di Sicurezza, gli Stati Uniti, lInghilterra e lItalia hanno bombardato la Serbia per 78 giorni diseguito, facendo strage di migliaia di serbi innocenti. La mia tesi è che la guerra moderna, con i suoi strumenti di distruzione di massa, non può essere usata per proteggere i diritti umani. Ci troviamo di fronte ad una evidente aporia: sostenere che tutti gli individui sono titolari di diritti inviolabili einalienabili significa attribuire loro anzitutto il diritto alla vita, riconosciuto dallarticolo 3 della Dichiarazione universale dei diritti delluomo del 1948. In secondo luogo significa riconoscere loro, come vuole ancora la Dichiarazione universale, i diritti fondamentali di habeas corpus: nessuno puòessere sottoposto a trattamenti ostili che comportino una lesione della sua integrità fisica, della sua libertà, dei suoi rapporti affettivi e dei suoi beni, se non in seguito allaccertamento di suoi comportamenti consapevolmente contrari alla legge penale. La legittimazione della "guerra umanitaria"equivale ad una contraddittoria negazione di tutti questi principi. Nel caso della guerra per il Kosovo, ad esempio, la pena di morte è stata di fatto applicata a migliaia di cittadini jugoslavi prescindendo da qualsiasi indagine sulle loro responsabilità personali. Migliaia di persone innocenti sonomorte sotto i bombardamenti terroristici degli aerei statunitensi, britannici e italiani, sotto le micidiali cluster bombs. Non ci sono dubbi che oggi sia necessaria una tutela internazionale - e non solo nazionale - dei diritti soggettivi. Il problema è di rendere compatibili gli interventi transnazionali atutela dei diritti con la diversità delle culture, con lidentità e la dignità dei popoli, con lintegrità delle strutture giuridico-politiche di cui essi si siano liberamente dotati. In questa prospettiva non può che essere fermamente respinta la pretesa di singole potenze o di alleanze militari ad erigersi, inpalese violazione del diritto internazionale, a custodi dei diritti umani in quanto valori universali e quindi meritevoli di tutela al di là del rispetto della domestic jurisdiction degli Stati. GB. Un ultimo quesito che desidero porle riguarda il problema della protezione dei diritti umani. Bobbio scrive nel saggio Letà dei diritti che ormai il problema concernente il fondamento dei diritti umani è superato: il problema odierno è proteggerli. Che cosa significa per Bobbio proteggere i dirittiumani (oltre la loro specificizzazione)? Qual è il futuro dei diritti umani secondo il pensiero ultimo di Bobbio? DZ. Secondo Bobbio tutti i diritti umani hanno unorigine storica e conflittuale e sono strettamente intrecciati con gli standard di razionalità della cultura occidentale. E tuttavia Bobbio riteneva che la teoria dei diritti umani mancasse sia di fondamento filosofico che di rigore analitico. Per di più, idiritti elencati nei Bills of Rights occidentali - egli sottolineava - sono esposti a continue revisioni e manipolazioni. Sono inoltre formulati in termini imprecisi e semanticamente ambigui sia nei testi costituzionali che nei documenti internazionali, e, soprattutto, sono solcati da antinomie deonticheche frustrano qualsiasi tentativo di dar loro una struttura coerente e unitaria. I diritti "acquisitivi" (la proprietà privata, anzitutto) si oppongono ai "diritti di consumo", i diritti di libertà sono largamente incompatibili con i diritti economico-sociali e con le istanze della sicurezza pubblica, i dirittiindividuali sono in tensione con i diritti collettivi, incluso il diritto di autodeterminazione dei popoli. Se la dottrina dei diritti umani presenta antinomie al proprio interno - osservava Bobbio - essa non può avere un fondamento assoluto: tale fondamento comporterebbe la pretesa di rendere un dirittoe il suo opposto entrambi vincolanti, irreversibili e universali. Da questa analisi Bobbio aveva inferito un importante corollario pratico: ciò che è rilevante per lattuazione concreta dei diritti umani non è la prova della loro fondatezza filosofica e validità universale. Anzi, questa dimostrazionerischierebbe di rendere intollerante e aggressiva la stessa dottrina dei diritti. Ciò che realmente contava per Bobbio era che i diritti umani godessero di un ampio consenso politico e che si diffondesse il "linguaggio dei diritti" come espressione di aspettative e di rivendicazioni sociali, incluse lenuove aspettative e le nuove rivendicazioni che intendono assurgere al ruolo di "nuovi diritti". Talora, con buone ragioni, esse tendono a prevalere sui diritti umani tradizionali, come è stato il caso, ad esempio, della lotta per i diritti delle donne che in alcuni paesi ha sconfitto una millenariatradizione patriarcale, e come è stato il caso dei "nuovi diritti" relativi alle relazioni sessuali, matrimoniali e riproduttive. Secondo Bobbio questo processo di evoluzione ed espansione dei diritti umani poteva essere considerato, nonostante i limiti e le difficoltà che incontrava, uno dei principaliindicatori del progresso storico dellumanità. GB. Bobbio, dopo la morte della moglie, non ha più scritto e si è chiuso in un silenzio intellettuale quasi totale. Lei ha avuto modo di parlargli durante lautunno del 2001? Sa cosa pensava dellattacco terroristico nel cuore di New York? DZ. No, io non ho disturbato Bobbio negli ultimi anni della sua vita, dopo la morte di Valeria. Ci siamo scambiati dei brevi messaggi. Ho anche deciso di non insistere nellintervista sul tema della democrazia che avevamo già impostata. Bobbio aveva risposto alle mie due prime domande - cheora ho pubblicato nel mio recente libro su Bobbio - ma io ho preferito il mio silenzio e il suo riposo.
  • 35. Alunni stranieri in provincia di Arezzo. (a.s. 2010/11)
  • 36. Alunni stranieri ricongiunti e di “seconda generazione” : esiti scolastici (a.s. 2009/2010)
  • 37. COMUNE DI MONTEVARCHI - SETTORE PUBBLICA ISTRUZIONE, CULTURA, SPORT E SERVIZI SOCIALIRELAZIONE delle attività socioassistenziali ATTUATE dal Comune di Montevarchi nellanno 2010Al mutamento sociale si affianca una profonda trasformazione della struttura familiare che lha indebolita anche sotto il profilo delle risorse non materiali. Le famiglie sono più esposte al rischio di impoverimento comeesito dei processi di precarizzazione che hanno investito il mondo del lavoro.Tale precarietà si sposta dalle fasi passive della vita alle fasi attive compromettendo il progetto di futuro delle generazioni più giovani, anche rispetto alla possibilità di farsi una nuova famiglia e di scegliere di potermettere al mondo dei figli.La struttura per etàLa popolazione di Montevarchi ha una alta percentuale di popolazione anziana.Al Dicembre 2010 il 22.3% della comunità ha più di 65 anni. La popolazione con più di 75 anni è 11.47% del totale.A Montevarchi ci sono 169 anziani con più di 65 anni, ogni cento giovani al di sotto dei 15 anni.
  • 38. La presenza di immigrati e figli di immigrati in provincia di ArezzoI primi 15 comuni in termini di presenza straniera sul totale della popolazione residente. Il panorama è piuttosto disomogeneo ci sono comuni di medie dimensionicome Bibbena, Foiano della Chiana, Castiglion Fiorentino, Poppi e comuni di dimensioni molto più piccole. La minor incidenza straniera, come negli ultimi anni, siregistra a Pian di Scò. I maggiori incrementi annuali si osservano nei comuni di Montemignaio, Talla, Montevarchi,Marciano della Chiana, Badia Tedalda eCapolona.Complessivamente gli uomini sono superiori nelle fasce d’età inferiori ai 24 anni, mentre la popolazione femminile risulta molto superiore a partire dai 25 anni in su.Il maggiore divario è rilevabile per le classi d’età 50-54 e 55-59 anni. Se prendiamo in analisi le comunità più numerose notiamo una diseguale distribuzione perfasce d’età. Le Filippine, storico paese d’immigrazione, hanno un’alta percentuale di over 40, con un picco del 26% tra i 40 e i 49 anni; anche l’Ucraina e, in misuracomunque minore , la Polonia evidenziano delle percentuali di cittadini/e ultra 40enni molto elevate e, probabilmente legate ad un’immigrazione mercantilefemminile. La Cina e il Bangladesh invece sono i paesi con la più alta percentuale di giovanissimi: oltre il 20% della popolazione ha un’età sotto i 10 anni.La ripartizione degli immigrati conferma che l’Europa è il principale continente di provenienza. La serie storica ci mostra che le presenze dal 1996 al 2010 sonoraddoppiate. Dalla lettura dei dati disaggreganti si nota l’aumento delle persone provenienti dai paesi dell’Europa dell’Est in particolare a seguito della procedura diregolarizzazione e all’allargamento dell’UE. Rumeni e polacchi già dal 2003 registrano un forte incremento rispetto all’anno precedente. Nel complesso le principalipresenze del continente Europa arrivano dalla Romania, Albania, Polonia, Macedonia e Ucraina, fermo restando una costante che caratterizza alcuni territori dellaprovincia, ossia la presenza di cittadini tedeschi de inglesi.Nell’anno in considerazione sono3.655 i cittadini residenti in provincia di Arezzo che provengono da pesi africani, di cui la maggior parte è originario dell’Africasettentrionale. La presenza africana è aumentata nel corso del tempo con un ritmo di crescita piuttosto costante. Circa il 60% dei cittadini africani residenti inprovincia di Arezzo provengono dal Marocco, segue la Tunisia, l’Algeria e il Senegal.La prima caratteristica del panorama delle migrazioni provenienti dal continente americano è che si tratta di cittadini/e arrivate dall’America centro-meridionale.Tralasciando la quota di statunitensi oramai stabili sul nostro territorio osserviamo che si tratta per lo più di cittadini/e arrivati dalla Repubblica Domenicana (524),dal Brasile (222), dall’Ecuador (157) e dal Perù (132). Complessivamente le presenze americane sono piuttosto contenute, per il 2010 si contano 1.628 cittadini/e.
  • 39. L’imprenditoria immigrata in provincia di Arezzo
  • 40. Immigrazione e lavoro indipendente nella provincia di Arezzo
  • 41. Il mercato del lavoro nella provincia di Arezzo
  • 42. Servizi alle imprese
  • 43. Carta di credito formativo ILA
  • 44. Olio di palma, cotone e caffè: le importazioni italiane pesano troppo29/02/2012Le nostre importazioni di materie prime come carta, olio di palma, cotone e caffè distruggono lambiente con troppe emissioni di CO2 econsumi idrici alle stelle. Il made in Italy non ha bisogno daltro? LItalia è un paese che esporta eccellenze alimentari in tutto il mondo. Ma è anche un grande importatore di materie prime, tra cuicarta, grano e caffè. Riguardo al chicco che ha conquistato il mondo le importazioni nostrane ammontano a circa 470 mila tonnellateannue, con un impatto ambientale altissimo, dovuto ai trasporti ma anche alle coltivazioni. I dati del Wwf parlano di 1400 milioni di metricubi dacqua e di 4 milioni di tonnellate di CO2. Notevole anche il consumo di suolo, per produrre un kg di caffè sono infatti necessaridai 12 ai 14 metri quadri di terra.Oltre al caffè i beni che maggiormente pesano sullambiente, tra le materie prime importate dal nostro paese, ci sono carta e pasta dicarta (7,6 milioni di tonnellate), cotone (670.000 tonnellate in un anno) e olio di palma (720.000 tonnellate). È il caso di ricordare comeil crescente impiego di olio di palma, sia la causa primaria della distruzione delle foreste pluviali, soprattutto nellarea indonesiana, conuna conseguente distruzione dei sistemi agricoli locali. Dobbiamo necessariamente usare olio di palma a buon mercato per biscotti emerendine? Sicuramente le alternative ci sono, ma è anche vero che dobbiamo cercare di ridurre i consumi superflui e valorizzare lanostra produzione agricola.I dati sul peso ambientale della nostra industria sono contenuti nello studio Market Transformation-Sostenibilità e mercati delle risorseprimarie, realizzato da Wwf e Sustainable Europe Research Institute (Seri). Negli ultimi 30 anni lItalia ha visto crescere del 65% dirisorse naturali prelevate, con 35 aree geografiche messe a rischio per via delle monocolture. Come si legge nel rapporto il nostro paese avrebbe invece bisogno di una trasformazione in chiave innovativa ed ecologica perpromuovere e sviluppare le eccellenze del ‘Made in Italy’, all’interno di un mercato globale minato da crisi economica. Il fenomeno del"dumping’ambientale" non è più accettabile: nessuna eccellenza, infatti, può più escludere dalla propria filiera produttiva standard diqualità certificati che testimonino il rispetto dell’ambiente e delle sue risorse e la riduzione degli impatti sociali negativi. Data laconcentrazione territoriale delle piccole e medie imprese, caratteristica del tessuto produttivo italiano, secondo il WWF è indispensabileanche sviluppare iniziative dedicate ai distretti industriali, puntando sulle risorse locali e sulleco-innovazione, con il coinvolgimento diassociazioni imprenditoriali, società civile e centri di ricerca.
  • 45. Quanti schiavi lavorano per te? E’ la domanda cui ha cercato di dare una risposta il gruppo di lavoro americano Slavery Footprint. Larisposta? Agghiacciante.Quanti schiavi lavorano per te? Ciascuno di noi lo scopre alla fine di una sorta di questionario formulato dal gruppo di lavoro americano Slavery Footprint che lopropone sul proprio sito web. Per un italiano medio sono almeno un centinaio, nel mondo superano i 27 milioni. Le nostre abitudini di consumo, infatti, implicano chealtri lavorino per soddisfare le nostre “esigenze” o meglio per rendere possibili le scelte che compiamo. E se chi lavora lo fa senza diritti e intrappolato in un destinoche lo schiaccia, allora è uno schiavo moderno, uno schiavo dei giorni nostri, che non per forza deve avere la pelle nera e le catene di ferro. Le catene oggi possonoessere ben altre. Noi possiamo scegliere: è il messaggio che Slavery Footprint vuole fare passare. E se possiamo scegliere, significa che con i nostri comportamentipossiamo sconfiggere la schiavitù, possiamo fare in modo che non solo esista “il mercato libero” ma che esista anche “il mondo libero”. Slavery Footprint ha la suasede a Oakland in California; è una organizzazione no profit che da anni combatte per l’abolizione della schiavitù nel mondo e collabora con il Dipartimento di Statodegli Stati Uniti. Ebbene: la schiavitù è illegale nel mondo grazie alla dichiarazione universale dei diritti dellUomo del 1948, ma in realtà non si è estinta affatto.Per molte persone, l’immagine che viene alla mente sentendo la parola schiavitù è legata alla tratta degli schiavi, ai trasferimenti via nave da un continente ad unaltro, e all’abolizione di questa tratta nei primi anni del 1800. Anche se non sappiamo nulla del commercio degli schiavi, lo consideriamo come qualcosa legato alpassato piuttosto che al presente. Ma la realtà è che la schiavitù continua ancora oggi. Milioni di uomini, donne e bambini in tutto il mondo sono costretti a viverecome schiavi. Sebbene questo sfruttamento spesso non sia chiamato schiavitù, le condizioni sono le stesse. Le persone sono vendute come oggetti, costrette alavorare gratis o per una paga minima, e sono alla completa mercé dei loro datori di lavoro.La schiavitù esiste ancora oggi nonostante sia vietata nella maggior parte dei paesi dove viene praticata. È proibita anche dalla Dichiarazione Universale dei Dirittidell’Uomo del 1948 e dalla Convenzione Supplementare sull’abolizione della schiavitù, la tratta degli schiavi e delle istituzioni e pratiche analoghe alla schiavitùdell’ONU del 1956. Donne dell’Europa dell’Est sono trascinate nella prostituzione, bambini sono venduti e comprati da un paese all’altro dell’ Africa occidentale, euomini sono costretti a lavorare come schiavi nei latifondi agricoli brasiliani.La schiavitù contemporanea prende molte forme e riguarda persone di tutte le età, sesso e razza.Alcune caratteristiche diffuse distinguono la schiavitù da altre violazioni dei diritti umani. Uno schiavo è:- obbligato a lavorare sotto minacce fisiche o psicologiche;- posseduto o controllato da un ”datore di lavoro”, di solito per mezzo di maltrattamenti fisici o psicologici o la minaccia di tali maltrattamenti;- privato della sua dignità umana, trattato come un oggetto o comprato e venduto come una proprietà privata;-fisicamente limitato o con una libertà di movimento limitata.-La schiavitù per debito riguarda almeno 20 milioni di persone in tutto il mondo. Le persone diventano lavoratori per debito essendo stati indotti, talvolta conl’inganno, a contrarre un prestito piccolissimo, a volte solo per acquistare medicinali per un figlio malato. Per saldare questo debito, sono poi costretti a lavoraremoltissime ore al giorno, sette giorni a settimana, 365 giorni l’anno. In cambio del loro lavoro ricevono il minimo per alimentarsi e ripararsi, ma non potranno maiestinguere il debito, che può essere trasmesso a varie generazioni successive.Il lavoro forzato riguarda persone che vengono illegalmente reclutate da governi, partiti politici o privati e costrette a lavorare, di solito sotto minaccia.Le forme peggiori di lavoro minorile riguardano i bambini che lavorano in condizioni di pericolo o sfruttamento. Decine di milioni di bambini nel mondo lavorano atempo pieno, e pertanto privati dell’istruzione e del gioco, elementi fondamentali per il loro sviluppo individuale e sociale.Il commercio si riferisce al trasporto e/o alla tratta di esseri umani, di solito donne e bambini costretti con la forza o con l’inganno, finalizzato al guadagnoeconomico. Spesso, donne migranti vengono ingannate e costrette a lavorare come domestiche o prostitute.
  • 46. ECONOMIA ALTERNATIVA - Bocciata la tassa sullenergia rinnovabileGrazie anche allAnev, è stata bocciata dalla commissione industria del Senato la proposta del governo di estendere la Robin Tax anche al settore delleolico e del solare.E’ scesa in campo l‘ANEV, “associazione nazionale energia del vento”, per difendere ancora una volta il settore dell’energia rinnovabile dalle penalizzazioni del Governo, occupandosi nello specifico dell’energiaeolica.Convinto che l’energia eolica e mini eolica sia una carta vincente per il rilancio dell’economia del settore rinnovabili, il Presidente dell’Anev Simone Togni si è espresso contro la temuta Robin Tax, parlando di“indipendenza energetica”. Quest’ultimo, secondo Togni, è un obiettivo raggiungibile anche grazie all’energia eolica, definita una “fonte rinnovabile democratica e pulita” che va incentivata garantendone la stabilità deiprezzi.Secondo Togni il settore delle energie rinnovabili è stato considerato troppo florido rispetto a quanto lo è realmente, per questo è stato penalizzato con gli ultimi tagli agli incentivi, formalizzati dal quarto ContoEnergia, e si è cercato di tassarlo ulteriormente. L’Anev si è battuta sino alla fine contro la Robin Tax, la tassa sul reddito delle società, che il Governo avrebbe voluto estendere anche alle imprese del settore dellerinnovabili.La commissione Industria del Senato ha infine emesso il suo “no” rispetto alla proposta governativa, sostenendo che le imprese delle rinnovabili dovranno essere escluse dalla Robin Tax. Energie Naturali Srlappoggia pienamente la decisione della commissione Industria del Senato, auspicando come sempre una politica a favore dell’energia rinnovabile.Fornitura elettrica verde: chi usa più energie rinnovabili?Una valutazione diretta e approssimativa potrebbe essere quella della bolletta, visto che una delibera dellAutority impone lobbligo di indicare il mix di fonti rinnovabili utilizzate per la fornitura. Il problema però è chequei dati potrebbero essere fasulli. Molti operatori infatti più che produrre energia verde usano lo stratagemma di acquistare quote di energia verde. Si tratta per lo più di certificazioni di energia acquistate dallestero,dove paradossalmente il ricorso al nucleare potrebbe avere anche una grossa incidenza. Per fare un esempio Enel certifica un 72,5% prodotta da fonti pulite, ma in realtà la produzione da rinnovabili si ferma èattorno al 38%.Allora quali sono i dati giusti? La classifica elaborata da Nomisma Energia si basa interamente sui dati dellAutorità per lEnergia e non prende in considerazione gli scambi di tipo commerciale certificati invece dalGse (Gestore dei Servizi Energetici). Secondo questa graduatoria pubblicata dal Corriere in testa svetta A2A, con un effettivo 12% di produzione fotovoltaica, idroelettrico escluso, mentre Eni ed Acea avrebbero irisultati peggiori, alla faccia dellenorme campagna di marketing, che ci subiamo ogni giorno in lunghe sequenze di spot televisivi o intere pagine di giornale di green washing pubblicitario.Ecco la classifica delle prime 9 aziende con la rispettiva quota di rinnovabili:A2A: 39% (di cui il 12% senza idroelettrico) - Enel: 38% (di cui il 7% senza idroelettrico) - Iren (Iride ed Enia): 21% (di cui il 2% senza idroelettrico) - E.On: 16% (di cui il 4% senza) - Edipower: 14% (tutto idroelettrico)- Edison: 10% (di cui il 3% senza idroelettrico) - Sorgenia: 9% (tutto idroelettrico) -Erg: 3% (senza idroelettrico) -Tirreno Power: 2% (tutto idroelettrico)Riguardo invece alla presunto aggravio delle rinnovabili in bolletta non bisogna cadere nella trappa di facili giudizi sommari. Se le utenze sono care non è certo colpa del sole. Le associazioni di categoria delfotovoltaico precisano che le quote sono da imputare prevalentemente allaumento dei costi dei combustibili fossili.Dal 1° gennaio 2012, il prezzo di riferimento dellenergia elettrica è stabilito intorno sui 17,305 centesimi di euro per kilowattora, tasse incluse. La spesa media annua della famiglia tipo sarà pari a 467 euro dei quali32 euro saranno impegnati per incentivare il fotovoltaico.Secondo i calcoli effettuati da ANIE/GIFI l’aumento stabilito del 4,9% del kilowattora, rispetto all’ultimo trimestre del 2011, è imputabile al fotovoltaico per meno del 30%, a fronte di circa 70% imputabile alla variazionedel costo dei combustibili fossili.Energie rinnovabili: in Italia percentuale bassaCrescono le fonti pulite. Nel 2008 hanno brillato la Cina, la Spagna per il fotovoltaico, e la Germania per il solare termico. In Italia però lincidenza delle rinnovabili è scesa.Solare, eolico e geotermia crescono in un anno del 6%, mentre lidroelettrico ha segnato un incremento del 10%. Sono i dati del "REN21 Renewables Global Status Report“ presentato negli scorsi giorni a Parigi. Laproduzione da oli fossili registra +8%) e dal nucleare (+2%). In particolare, tra le energie rinnovabili, solare, eolica e geotermica sono cresciute in un anno del 6%, mentre lidroelettrica ha segnato un incremento del10%.Nel mondo la potenza installata delle rinnovabili, senza contare le grosse centrali idroelettriche, generalmente assai meno ecologiche, nel 2008 sale a 240.000 Megawatt nellanno 2007, quasi tre volte la potenzaatomica degli Stati Uniti. Leolico è salito nel 2008 del 29% e arriva a 121 GW, più del doppio della quantità di energia prodotta nel 2005 (59MW).Tra gli altri dati rilevanti il raddoppio produttivo della Cina per il quintoanno consecutivo. Nel 2008 è salita a 12 GW, più di quanto programmato originariamente per il 2010.In Germania sono stati installati nel 2008 200 mila nuovi sistemi di solare termico, mentre la Spagna con 2,6 GW di nuove installazioni diventa leader del mercato del fotovoltaico. In Italia, allinterno della produzionedi energia da fonti rinnovabili, gioca un ruolo molto importante lenergia idroelettrica. Disaggregando la produzione di energia rinnovabile del 2007, circa 49 mila Ghw, possiamo constatare che ben il 65% del totale ègenerato dalle centrali idroelettriche italiane. Seppure in progressiva crescita, le altre energia rinnovabili (solare, eolico, biomasse, geotermia) occupano il restante 35%. Nel 1994 lenergia idroelettrica rappresentava il90% dellintera produzione di energia rinnovabile italiana.Dobbiamo però purtroppo constatare che la produzione di energia in Italia è fortemente legata alle fonti di energia tradizionali. Nel 1994 lItalia contava su una produzione lorda di 231 mila GWh. Nel 2007, quasiquindici anni dopo, la produzione di energia è cresciuta di un terzo, raggiungendo una produzione complessiva di 313 mila Gwh. Questa crescita del fabbisogno energetico non ha tuttavia visto una parallela crescitanella produzione delle fonti rinnovabili, la cui incidenza percentuale è scesa dal 20,9% del 1994 al 15,7% del 2007.
  • 47. LE BANCHE FINANZIANO I PANNELLI SOLARIFinanziamento a tassi agevolati delle banche per coprire le spese iniziali di installazione dei pannelli fotovoltaici. La rata si paga con gli incentivi statali del contoenergia...Il "conto energia" comincia a convincere molti italiani e le banche danno con facilità finanziamenti per coprire i costi iniziali. La rivista Salvagente, con un servizio diGiorgia Nardelli, ha messo a confronto le offerte di 4 istituti, che vengono incontro alle esigenze dei cittadini. Che il nuovo conto energia inizi a convincere lo dicono iquasi 8mila impianti fotovoltaici attivati dal 2007 a oggi (per una potenza complessiva di 100 Megawatt), ma il problema reale, per molte famiglie, è trovare i circa20mila euro che servono all’acquisto dei pannelli.Le banche entrano in scena con una certa agilità, dal momento che si tratta di un investimento dal ritorno sicuro (il sole ci sarà finché ci sarà vita sul pianeta).Diversi istituti di credito hanno ideato dei prodotti finanziari “ad hoc” per chi desidera pannelli fotovoltaici sul tetto di casa. Noi abbiamo preso in considerazione ledue offerte degli istituti di Credito che soddisfano requisiti etici di base: Credito Cooperativo e Banca Etica. Per leggere anche le altre offerte vi rimandiamo allaversione integrale dellarticolo su Il Salvagente.Credito CooperativoDal 2004 è stata attivata una convenzione con Legambiente, partita prima a Grosseto e poi estesa su tutto il territorio nazionale. Su 400 filiali oggi sono circa 130quelle che hanno aderito al progetto.Per richiedere un finanziamento in uno di questi istituti è necessario illustrare alla banca il progetto dell’impianto, che deve essere validato da Legambiente con uncertificato di conformità di carattere ambientale, vincolante per l’erogazione del finanziamento.Legambiente accerta che l’azienda venditrice fornisca un impianto di ultima tecnologia, efficiente e duraturo, così da garantire il cliente e la banca. Ricevuto l’okentro dieci giorni, la banca liquida il denaro direttamente al venditore. Contemporaneamente, prima di attivare il finanziamento vero e proprio, viene aperto un contocorrente a nome del cliente, dove viene addebitata della somma prestata. Fino a che l’impianto non sarà funzionante il cliente non deve pagare nulla, gli sarannoaddebitati solo gli interessi sullo scoperto, che sono uguali a quelli del prestito. Solo quando il macchinario è attivato, il conto viene chiuso e inizia il pagamentorateale.Banca EticaBanca Etica, che ha numerosi prodotti per chi sceglie il risparmio energetico. Anche qui si tratta di prodotti particolari, come spiega Paolo Ferraresi direttore dellasede di Padova, “questi finanziamenti non sono semplici prodotti finanziari, ma fanno parte di un progetto molto più ampio che ha lo scopo di tutelare l’ambiente evalorizzare le persone”.Premesso ciò, le offerte di Banca Etica sono comunque molto concrete. Il prodotto Fotovoltaico 100, consente prestiti fino a 20 anni per impianti fino a 20 kW senzachiedere garanzie ipotecarie. Il 30% dell’importo viene erogato subito, con il sistema dello scoperto di conto (confluisce come rosso di un conto corrente aperto adhoc), la parte restante viene liquidata al collaudo della macchina, momento in cui si chiude il conto.Prestito saldato in 9 anniMa a questo si aggiungerà presto un’altra novità: “Spariranno le rate mensili o trimestrali oggi”, spiega Ferraresi. “I contributi statali del conto energia sarannocanalizzati su un conto corrente, e utilizzati direttamente per andare a coprire il debito, per tutta la durata del prestito”. E se i contributi, causa maltempo, nonpotessero coprire? Banca Etica calcola che con i soli soldi del conto energia (senza includere il risparmio dovuto alle bollette di energia elettrica), bastano in mediaper saldare il prestito in 9 anni al Sud e in 11 al Centro. Per quelli del Nord, in cui sono previsti 14 anni, si potrà integrare con un prelievo intermedio o alla fine delconto.
  • 48. Le riflessioni e i consigli del libro "Pensare come le montagne", ci parlano di decrescita, salvaguardia dellambiente e delluomo per capire quale pianeta lasceremoai nostri figli ed attuare un reale cambio di rotta.Quale pianeta lasceremo ai nostri figli?Quello che sarebbe determinante per un reale mutamento di direzione è essere propositivi rispetto a come gli individui possono cambiare complessivamente in un’ottica progettuale,concreta, in maniera da essere più vicini a loro stessi, il meno impattante possibile a livello ambientale e solidali con tutte le forme viventi del pianeta. Fra i vari gruppi di intervento o ipensatori ecologisti, c’è chi predilige gli stili di vita, chi le proposte politiche, chi pensa che la via sia la contesa elettorale e chi crede che la tecnologia e gli imprenditori illuminatiforniranno tutte le soluzioni.La realtà è che la situazione si sta aggravando sempre più e le persone attive e coscienti impegnano la maggior parte delle loro energie discutendo sulle varie problematiche,raccogliendo firme, organizzando conferenze e dibattiti e campagne di sensibilizzazione nella speranza, conscia o meno, di far prevalere la propria tesi rispetto a un’altra, di apparire piùdegli altri, di organizzare un gruppo di pressione più potente e così via.Chi poi riesce in questa competizione per il predominio della propria teoria, o raggiunge una maggiore visibilità, spesso costituisce un nuovo partito o cerca di farsi eleggere all’interno diquelli esistenti in una qualche posizione di responsabilità (e di potere, per piccolo e ben motivato che sia). Queste dinamiche sono in effetti permesse dalla stessa organizzazione socio-politico-economica che vorremmo contrastare e che è specializzata nel riciclare ogni idea, nello svuotarla della sua carica rivoluzionaria per tramutarla in un’icona consumistica e in untrend modaiolo svuotato di ogni senso pratico.Sono storie che abbiamo già sentito e visto innumerevoli volte e che, come abbiamo constatato, non portano a modificazioni reali, ma nel migliore dei casi conducono a una misera lottafra simili per accaparrarsi posizioni di potere, cariche prestigiose e fama. È in effetti stupefacente che così tante persone che auspicano una trasformazione in senso positivo di questomondo (ci sono almeno 130.000 organizzazioni nel mondo che lavorano per la giustizia ambientale e sociale) e che in qualche modo si impegnano per attuarla (perlomeno a livelloculturale o sociale), non siano poi coerenti a trecentosessanta gradi nelle loro scelte quotidiane o nelle prospettive futuribili della propria vita. Se così tante persone cambiasseroveramente l’organizzazione della propria esistenza, così come dovrebbe essere interpretando i loro intenti manifestati, la situazione sarebbe sicuramente molto meno catastroficadell’attuale.Non basta quindi mettersi un impianto fotovoltaico sulla testa per poter affermare che ci troviamo di fronte al “nuovo mondo”, non basta costruirsi una casa passiva per essere personemigliori. Le cose sono molto più complesse e richiedono coerenza e intima partecipazione. Per fare un esempio, anche solo da un punto di vista ambientale, mettere un pannellofotovoltaico e poi mangiare carne tutti i giorni, annulla praticamente i benefici apportati dalla presunta scelta energetica ecologica. L’obiettivo di questo libro consiste appunto nel fornireai lettori informazionie suggerimenti per la realizzazione di un cambiamento che sia allo stesso tempo personale, vissuto, immediatamente praticabile e dalle ampie prospettive socio-ecologiche. Questametamorfosi individuale si può effettuare meglio all’interno di un progetto condiviso con altre persone. Senza la rinascita della comunità non si conseguiranno grandi risultati, anche se lepersone dovessero aderire in massa a nuove affascinanti teorie che preannuncino un qualche nuovo ‘Verbo’ ecologista. Le teorie socio-politiche, per quanto ispirate e veritiere siano,spesso durano il tempo di una stagione o di una legislazione; passata la stagione, molti, spossati, vanno al mare, e passata la legislatura altri (i più scafati) entrano “altruisticamente” inparlamento per lasciare il proprio posto ai prossimi aspiranti teorici combattenti.È come la catena alimentare. Se vogliamo togliere il cibo ai pescecani al vertice dobbiamo liberare i pesciolini alla base. Questo libro vuole essere un manuale di suggerimenti concreti edi motivazioni al cambiamento personale, diretto e complessivo, in cui la crescita e l’arricchimento interiore individuale e il miglioramento della propria qualità della vita sono obiettivitanto importanti quanto quelli di mutamenti più ampi a livello sociale e politico. Chi vuole cambiare veramente vita, uscire dalla gabbia del sistema tecnicoburocratico e dall’isolamentosocio-relazionale cui condanna una società di consumatori singoli, chi vuole mettersi in gioco e non limitarsi a interessanti letture, bei discorsi o vane proteste, trova qui pane per i suoidenti. Chi pensa che il cambiamento debba necessariamente avvenire attraverso i politici, i leader, la venuta di un nuovo messia, le manifestazioni oceaniche in piazza, la creazionedell’ennesimo forum telematico o partito politico, troverà qui ben poco di tutto ciò. La delega, semplicemente, come è naturale che sia, segue il suo percorso che non può essere quellodi tutti noi. Un impegno in prima persona per cambiamenti quotidiani concreti all’interno di una comunità e un’economia partecipativa sono imprescindibili. È davvero ora di invertire larotta, visto che la posta in palio è senz’altro importante: assicurare la sopravvivenza della nostra specie di fronte al crollo planetario e recuperare una maggiore gioia di vivere.«Sfruttamento, alienazione, povertà, sottomissione, lavoro frammentato e debilitante, profitti per pochi, e poi mancanza di casa, fame, degrado, tutto ciò non è come la forza di gravità.Nasce da rapporti istituzionali stabiliti da esseri umani. Nuove istituzioni, anch’esse determinate da esseri umani, possono generare risultati ben superiori che liberano i nostri talenti e ilnostro spirito, vengono incontro ai nostri desideri e alle nostre preoccupazioni, moltiplicano le opzioni disponibili, riequilibrano i nostri costi e benefici, e garantiscono una libertà genuinache si estende a tutti».
  • 49. Giusto il canone sulla tv spazzatura?21/02/2012Il canone Rai assomiglia alla tassazione delle sigarette: si potrebbe far pagare per disincentivarne luso, perché lo strumento è pericoloso. Ma il canone viene imposto anche a chipossiede un computer. Bisogna pagarlo?Forse pagare il canone è giusto. Così come esiste una tassa sulle sigarette e sul cibo spazzatura. Lo Stato ha il dovere di salvaguardare la salute, anche quella psichica, dei cittadini:quindi una tassa sul possesso della tv potrebbe essere sensato. Il fatto però è che la Rai impone il pagamento del canone anche per chi possiede un computer ed una linea internet. Inteoria basta un Ipad o uno smart phone, come “apparecchi atti o adattabili alla ricezione delle radioaudizioni”. Si infiamma la protesta degli internetnauti sui principali social nework. “Maveramente la Rai pensa che qua si usi il Pc per guardare i suoi programmi idioti invece che per lavorare?”. E il commento che forse ci è piaciuto di più su Twitter. Resta il fatto che labattaglia è ancora aperta.Dal punto di vista giuridico il diritto è quantomeno incerto e le istituzioni sembrano reticenti. Adiconsum ha posto il quesito alla Rai: deve pagare il canone anche chi possiede uncomputer? La Rai, a quanto pare ha risposto in modo evasivo, invitando ad interpellare lAgenzia delle Entrate, che a sua volta avrebbe dichiarato di non saper rispondere. E non èsopraggiunta una risposta definitiva in seguito alle interrogazioni parlamentari al ministero delle Comunicazioni.Intanto però la Rai invia il bollettino di pagamento del canone anche alle aziende, che hanno calcolatori collegati in rete, utilizzati, fino a prova contraria come strumento di lavoro. Ilversamento del canone è stato sollecitato da parte della Rai non solo alle imprese che dispongono di un pc ma anche agli uffici che utilizzano altri strumenti che, potenzialmente,potrebbero ricevere il segnale, quindi smartphone, tablet e simili.Asso-Consum “chiede che il provvedimento venga immediatamente revocato e che i vertici Rai si concentrino piuttosto a combattere l’evasione del canone da parte di chi effettivamentepossiede uno o più apparecchi televisivi. È dunque necessario che la Rai faccia marcia indietro su questo punto e che affronti anche al più presto un’altra questione: quelladell’esenzione del canone per i non vedenti. Ad oggi, infatti, la legge non prevede un esonero per gli invalidi ma, con ogni evidenza, pretendere il pagamento del canone da parte dei nonvedenti è a dir poco irragionevole”. L’associazione chiede che almeno i non vedenti che compongono un nucleo monofamiliare vengano esentati dal versamento dell’imposta. Malargomento canone o non canone oramai ha assunto anche sfumature politiche, da cui vorremmo volentieri sottrarci. Chi propone lobiezione fiscale di fatto finisce per difendere la tvprivata, che sta in piedi grazie alla pubblicità. Spazzatura non tassata finanziata da altra spazzatura. Buona visione! O buona esenzione!1. Canone, la Rai: tablet, pc e smartphone non pagano ( Il Sole 24 ORE – Silvia Sperandio e Luca Figini )Nessuna tassa per chi possiede un pc collegato ad una rete, tablet e smartphone.Lo precisa la Rai, chiarendo che la lettera inviata si riferisce esclusivamente al canone speciale dovuto da imprese, società ed enti nel caso in cui i computer siano utilizzati cometelevisori ( digital signage ) fermo restando che il canone speciale non va corrisposto nel caso in cui tali imprese, società ed enti abbiano già provveduto al pagamento per il possesso diuno o più televisori.2. Adiconsum (Associazione difesa consumatori e ambiente. Promossa dalla CISL).ADOC (Associaciazione per la difesa e l’orientamento dei consumatori).3. Asso-Consum (associazione consumatori).
  • 50. Pretendere un Iphone senza sfruttamento17/02/2012Una campagna di sensibilizzazione e una raccolta di firme per indurre la Apple a salvaguardare i lavoratori impiegati in Cina. La catena di montaggiouccide...Un report americano ha mostrato le cattive condizioni in cui versano i lavoratori nelle fabbriche cinesi che fabbricano gli IPhones della Apple. Moltiuomini e donne sarebbero costretti a compiere gli stessi movimenti meccanici per lunghe ore e giorni, causando la sindrome al tunnel carpale e altriproblemi alle articolazioni che inducono ad handicap permanenti. Una conseguenza che potrebbe essere facilmente eliminata introducendo larotazione dei lavoratori nella catena produttiva. Ma purtroppo in Cina non esistono sindacati in grado di proteggere queste nuove fasce deboli delgigante sistema produttivo.Una petizione online invita tutti gli utenti Apple, che si riconoscono nello slogan "think different", di firmare la richiesta allazienda di Cupertino diadottare diverse misure a protezione dei lavoratori locali.Si chiede alla Apple di elaborare una strategia di tutela per tutti i nuovi prodotti, in grado di prevenire la crescente percentuale di suicidi tra i lavoratori.Apple ha già annunciato di voler far monitorare alla Fair Labor Association queste situazioni locali, ebbene si richiede che le violazioni venganosegnalate e che il monitoraggio sia reso trasparente da parte dei consumatori che continuano ad amare e prediligere i suoi prodotti.1. Apple Inc. (fino al 2007 Apple Computer Inc.), più comunemente conosciuta come Apple, è unazienda informatica statunitense che producesistemi operativi, computer e dispositivi multimediali con sede a Cupertino, Silicon Valley. Fondata nel 1976 e conosciuta in tutto il mondo dai primianni ottanta grazie alla vasta gamma di computer Macintosh, attualmente il suo nome è associato anche al lettore di musica digitale iPod, al negoziodi musica online iTunes Store, alliPhone (uno smartphone basato sul sistema operativo iOS) e al tablet iPad. Nel corso del tempo Apple ha introdottopresso il grande pubblico numerose innovazioni nel campo dellalta tecnologia e del design applicate ai prodotti informatici.2. Fair Labor Association (in sigla FLA, in italiano: associazione del lavoro equo) è una organizzazione no-profit per i diritti del lavoro, è una iniziativaper più parti interessate che porta insieme società, college e università, e organizzazioni civili per migliorare le condizioni di lavoro in tutto il mondopromuovendo ladesione alle leggi sul lavoro nazionali e internazionali. Nacque nel 1999.
  • 51. Griffati e tossici: etossilati negli abiti sportiviGreenpeace ha fatto analizzare gli abiti sportivi di grandi marche trovando sostanze nocive per lambiente e la salute umana.Vestiti sporchi e pericolosi perché zeppi di sostanze chimiche. Non sono gli indumenti sportivi di poco costo, ma quelli griffati di grandemarche.Attenti a quel capo sportivo, anche se è di marca: potrebbe contenere sostanze pericolose per la salute e per lambiente.Siamo di fronte a un problema ben più vasto che riguarda luso di composti pericolosi nellindustria tessile e che comporta la lorodispersione nelle acque di tutto il mondo. I grandi brand dellabbigliamento sportivo sono responsabili di questi scarichi pericolosi e lagente ha il diritto di sapere quali sostanze sono presenti nei vestiti che indossa e quali effetti causano una volta rilasciati nellambiente."Il rapporto pubblicato in questi giorni segue una precedente pubblicazione di Greenpeace, dal titolo Panni sporchi, che denunciava ilproblema dellinquinamento dei fiumi cinesi causato dagli scarichi tossici dellindustria tessile e rivelava il legame commerciale fra iproprietari di due complessi industriali cinesi e gran parte delle marche sportive oggetto della presente ricerca."Ora che Nike e Puma hanno fatto il primo passo e stanno usando il loro potere per diminuire limpatto ambientale dei loro articoli edella loro produzione, Adidas e le altre aziende leader del settore non possono più sfuggire dallassumersi questa responsabilità. Legrandi multinazionali sono in una posizione unica - conclude Polidori - per intervenire su tutta la catena e obbligare i fornitori a dareinformazioni periodiche sugli scarichi tossici con lobiettivo finale della loro completa eliminazione".
  • 52. Tira una brutta aria: smog in aumentoTroppo smog e polveri sottili nelle città italiane. Secondo Legambiente nel 2011 la situazione è addirittura peggiorata. Laria si fairrespirabile e provoca dei rischi per la salute.Siamo assediati dallo smog, nel 2011, peggiora la qualità dellaria nelle città italiane.Come dimostra la letteratura scientifica a rimetterci sono soprattutto le fasce debole, di anziani e bambini.La zona più critica rimane larea della Pianura Padana; in Piemonte si salva solo Verbania, in Veneto Belluno, in Emilia RomagnaCesena e in Friuli Venezia Giulia Gorizia. Il problema delle polveri sottili è più presente a Torino. Al secondo posto, cè Milano, cheprevede un ticket di ingresso da 5 euro nel centro della città per tutte le auto dal lunedì al venerdì. Al terzo posto segue Verona.Le pianure sono ormai diventati degli imbuti in cui ristagna laria cattiva. Molto inquinate risultano anche le pianure industriali dellaToscana, come la piana di Capannori o della conca che introduce allarea di Prato e Firenze: così il piccolo comune di Montale (Pt) hafatto registrare ben 64 superamenti.A Firenze il riscaldamento in termini percentuali ha più o meno lo stesso peso dei trasporti. Quando il livello dinquinamento supera ilimiti la risposta è sempre la stessa: blocchi del traffico.Firenze non è lunica città dove linquinamento prodotto da caldaie e camini ha addirittura superato il contributo delle automobili,lesempio ancora più evidente viene da Bolzano, Ancona, Trento e Cagliari. Per Venezia e Trieste invece il maggior carico emissivoproviene dalle industrie. Si salvi chi può.
  • 53. Camminare come curaAndare a piedi per boschi e scogliere, senza agonismi, è un’arte che aiuta a ritrovare se stessi, a riscoprire i sensi, riequilibrando corpoe psiche e coinvolgendo anche i bambini.Ridurre il passo del nostro camminare a qualcosa di essenziale: è questo l’insegnamento ben applicato al camminare. Lasciar andareansie e preoccupazioni che creano infelicità, riportare tutto al presente, al semplice gesto del camminare e aiutare la mente a fermarsicon il corpo, invece di vagare tra il passato e il futuro che ci proietta ansie e preoccupazioni. Il corpo, al contrario della mente, vive nelpresente e lo riflette, e il camminare, dopo qualche giorno di disintossicazione, aiuta a unire mente e corpo.I primi tre giorni di cammino sono dedicati alla disintossicazione del stress e ansie si scaricano e cominciano a uscire dai pori dellapelle. In questi primi giorni, la mente è ancora legata a quello che abbiamo lasciato, alle questioni domestiche, alla famiglia da cui cisiamo separati, al lavoro. Ma il terzo giorno, se abbiamo lavorato bene, avviene il naturale cambiamento e il fisico entra in allenamento.Il camminare torna a essere il gesto naturale di quando eravamo nomadi, la mente ascolta più da vicino il corpo, il presente che locirconda, quello che succede qui e ora.Può anche succedere che questo cambiamento passi attraverso una crisi, un momento di scoramento, un dolore fisico, un piccoloincidente, una tensione con qualcuno. Ogni cambiamento richiede una crisi per completarsi, quindi è normale. Accogliamo la crisi,ascoltiamola e dal giorno successivo predisponiamoci al nostro nuovo stato. Siamo uomini e donne nuovi. Siamo camminatori, edesserne consapevoli ci dà pace e libertà interiori. Ogni volta che la mente vaga e ci fa soffrire per quello che non è qui, ce neaccorgiamo e la riportiamo con noi: «mente, unisciti al corpo e godi di questo momento presente meraviglioso». Questa è l’unione, lacompletezza che il camminatore prova nei lunghi cammini.
  • 54. Cè la crisi? Riprendiamoci la Cassa Depositi e PrestitiNon è vero che «i soldi non ci sono». Sono tanti e bastano a invertire la rotta, iniziando a costruire un altro modello sociale, basato sui diritti collettiviLanalisi espressa, con usuale lucidità, da Guido Viale nel suo articolo La Grecia siamo noi» ( il manifesto del 17/2/2011), andrebbe a mio avviso integrata con una riflessione da aprire atutto campo su come sia possibile finanziare i necessari cambiamenti che volenti perché collettivamente ci riprendiamo in mano il nostro destino - o nolenti - se continuiamo a crederealle favole del governo dei professori dovremo affrontare. A chi continua a ripetere come un mantra «i soldi non ci sono» occorre certo rispondere con largomentazione che una diversafinalizzazione della fiscalità generale - drastica riduzione delle spese militari in primis - renderebbe disponibili risorse oggi non utilizzabili. Ma allo stesso tempo occorre contestarelassunto in quanto palesemente falso. Perché i soldi ci sono, sono tanti e più che sufficienti per invertire la rotta, chiudendo definitivamente con le politiche liberiste e iniziando acostruire un altro modello sociale, basato sui diritti collettivi, sulla riappropriazione sociale dei beni comuni, sulla riconversione ecologica e democratica delleconomia. Dodici milioni dipersone affidano i propri risparmi a Poste Italiane, attraverso i libretti di risparmio e i buoni fruttiferi. La massa di questi risparmi viene raccolta dalla Cassa Depositi e Prestiti, che, dallasua nascita nel 1860 e fino al 2003, la utilizzava per permettere agli enti locali territoriali di poter fare investimenti con mutui a tasso agevolato. Nel 2003, la Cassa Depositi e Prestiti èstata tramutata in società per azioni e nel suo capitale societario sono entrate (30%) le fondazioni bancarie. Da allora, la Cassa Depositi e Prestiti si è progressivamente trasformata inuna merchant bank che continua a finanziare gli enti locali ma a tassi di mercato e che investe in diversi fondi con finalità di profitto. La massa di denaro mossa annualmente dalla CassaDeposti e Prestiti è enorme: circa 250 miliardi di euro, con una liquidità disponibile di quasi 130 miliardi di euro; si tratta di gran lunga della "banca" più solida e nello stesso tempo più"liquida" del Paese. E allora alcune riflessioni diventano necessarie. 1. La natura di bene comune della Cassa Depositi e Prestiti risulta evidente dalla provenienza del suo ingentepatrimonio, che per oltre l80% deriva dalla raccolta postale, ovvero è il frutto del risparmio dei lavoratori e dei cittadini di questo Paese. Tale natura è del resto anche giuridicamentesostenuta dallart.10 del D. M. Economia del 6 ottobre 2004 (decreto attuativo della trasformazione della Cassa Depositi e Prestiti in società per azioni ) che così recita: «I finanziamentidella Cassa Depositi e Prestiti rivolti a Stato, Regioni, Enti Locali, enti pubblici e organismi di diritto pubblico, costituiscono servizio di interesse economico generale . Il paradosso risiedenel fatto che, mentre si afferma ciò, la Cassa Depositi e Prestiti è stata trasformata in una società per azioni a capitale misto, la cui parte privata (30%) è appannaggio delle fondazionibancarie, facendo sorgere uninevitabile prima domanda: come possono un ente di diritto privato (tale è la SpA) e soggetti di diritto privato presenti al suo interno, come le fondazionibancarie, decidere per linteresse generale? 2. Pur continuando la Cassa Depositi e Prestiti a mantenere, tra i settori principali delle proprie attività, quello "tradizionale" relativo alfinanziamento degli investimenti degli enti pubblici, con la trasformazione in SpA, questa attività deve avvenire assicurando un adeguato ritorno economico agli azionisti. Come recitalart. 30 dello Statuto della società «Gli utili netti annuali risultanti dal bilancio (..) saranno assegnati (..) alle azioni ordinarie e privilegiate in proporzione al capitale da ciascuna di esserappresentato». E la relazione annuale societaria, relativa al 2010, dichiara con soddisfazione la chiusura del bilancio con un utile netto di 2,7 miliardi di euro, nonché il fatto di avergarantito agli azionisti, dallavvenuta privatizzazione ad oggi, un rendimento medio annuo superiore al 13%. Se lunità di misura delle scelte di investimento è la redditività economicadelle stesse, è evidente il "vulnus" di democrazia rispetto alla loro qualifica di servizio di primario interesse pubblico. 3. Altrettanto paradossale appare il fatto che, con la privatizzazionedella Cassa Depositi e Prestiti, siano state proprio le fondazioni bancarie quelle chiamate a partecipare al capitale sociale della nuova società per azioni. Le fondazioni bancarie sonospesso i principali azionisti delle banche di riferimento, con le quali la Cassa Depositi e Prestiti fino ad allora competeva, fornendo agli enti pubblici risorse finanziarie a condizioni piùconvenienti. Sarà forse un caso che da allora, attraverso una scelta di elevati tassi di interesse sui mutui accesi, le condizioni di finanziamento privilegiato da sempre rivolte agli entipubblici siano progressivamente svanite, spalancando le porte degli stessi allindebitamento coi mercati finanziari? 4. Se più dell80% delle entrate della CDP SpA deriva dal risparmiodei lavoratori e dei cittadini, si pongono problemi rilevanti di diritto allinformazione e di diritto alla partecipazione alle scelte di destinazione degli investimenti. Se infatti per 150 anni ladestinazione al finanziamento degli investimenti degli enti locali territoriali era scontata (e tacitamente condivisa dai cittadini "prestatori"), con la trasformazione di Cassa Depositi ePrestiti in società per azioni nasce una questione ineludibile di democrazia partecipativa: i lavoratori e i cittadini devono avere voce sulla destinazione dei soldi prestati e partecipareallindirizzo delle scelte sugli investimenti da intraprendere , ad esempio ponendo vincoli di destinazione a finalità sociali ed ambientali degli stessi. 5 . Appare sempre più evidente comeCassa Depositi e Prestiti SpA, pur continuando a raccogliere i fondi dal risparmio dei cittadini e dalle necessità di investimento degli enti locali territoriali, sia oggi un vero e proprio fondosovrano , con un intervento a largo raggio nelleconomia e sui mercati finanziari di tutto il mondo Quella stessa economia e finanza di mercato messa alle corde dalla crisi sistemica incorso e dalla perdita di consenso fra le persone, come i referendum sullacqua e i beni comuni dello scorso giugno hanno pienamente dimostrato. Daltronde , i temi dellariappropriazione sociale dellacqua e dei beni comuni da una parte e di una nuova finanza pubblica dallaltra sono fra loro strettamente connessi: chiedendo la ripubblicizzazione delservizio idrico integrato, il movimento per lacqua afferma le necessità di una nuova fiscalità generale e di nuovi strumenti di finanza pubblica; allo stesso modo, la rivendicazione di unanuova finanza pubblica rimanda immediatamente a beni comuni da affermare come indisponibili al mercato e a servizi pubblici di qualità da garantire a tutte e tutti. Sono tutte riflessioniche hanno indotto Attac Italia e molti altri soggetti singoli e associativi ad avviare lo studio di una campagna per la socializzazione del sistema creditizio e per la riutilizzazione con finalitàsociali e ambientali dellenorme quantità di soldi raccolta dalla Casa Depositi e Prestiti e oggi destinata a ben altri scopi. Riappropriarsi collettivamente di questo denaro diviene laprecondizione per poter indirizzare e finanziare il cambiamento necessario, immaginare unaltra uscita dalla crisi, rendere effettiva la ripubblicizzazione di beni comuni come lacqua,realizzando concretamente quanto deciso dalla maggioranza assoluta del popolo italiano con la straordinaria vittoria referendaria del giugno 2011. Tutti assieme è possibile.* Attac Italia
  • 55. PULIRE AL NATURALE… LA LAVASTOVIGLIEI detersivi per lavastoviglie sono senz’altro più aggressivi di quelli per i lavaggi a mano. Contengono infatti cloro (come disinfettante) e a lungo andarerisultano responsabili della distruzione dei colori della porcellana e della ceramica. I brillantanti, che contengono acidi organici e tensioattivi, sidepositano generalmente sulle stoviglie formando un leggero strato difficilmente eliminabile con il risciacquo. Se proprio non volete fare a meno dellalavastoviglie, provate ad “addolcire” l’acqua con un filtro per limitare la quantità del detersivo. Il sale azzurrante può essere sostituito dal normale saleda cucina, che ha un prezzo inferiore.Per mantenere in buon uso la lavastoviglie ed evitare dannose incrostazioni di calcare ogni tanto fare un lavaggio a vuoto aggiungendo all’acquacalda del programma un litro di aceto. Piatti e stoviglie vanno sempre ripuliti da eventuali residui di cibo, prima di introdurli nella lavastoviglie, perevitare di intasare troppo frequentemente il filtro. Consigliamo di mettere in funzione l’elettrodomestico a pieno carico, differenziando le stoviglie piùdelicate da quelle più resistenti . Come nel caso della lavatrice, usando acqua meno dura ci sarà bisogno di una minore quantità di detersivo e sale.Evitare l’uso del brillantante, sostituibile con acido citrico, succo di limone e aceto, che non vanno mai dispersi dentro la lavastoviglie ma solo versatinell’apposita vaschetta.Non introdurre in lavastoviglie:• stoviglie e pentole troppo ingombranti: meglio non sprecare lo spazio;• tazze o altri oggetti in porcellana decorata;• le posate con manico di legno;• teiere e caffettiere;• gli utensili in legno come cucchiai, posate o il tagliere;• gli oggetti di plastica sensibile al calore.Per la manutenzione: fare un lavaggio a vuoto aggiungendo un litro di aceto. In alternativa al brillantante nella vaschetta della lavastoviglie aggiungereun cucchiaio di acido citrico o versavi 1 bicchiere di aceto oppure nel portaposate mettere un limone diviso a metà.Lava meglio l’uomo o la macchina?Il dato assodato è che le lavastoviglie oggi consumano pochissima acqua, per un totale di 12-15 litri per lavaggio, per i modelli più “risparmiosi”. È unpo’ più difficile calcolare il risparmio energetico complessivo. Ci ha provato uno studio europeo coordinato dal Professor Rainer Stamminger, che hadimostrato quanto e come l’uso della lavastoviglie possa essere ecologicamente vantaggioso. Il test prevedeva un confronto tra il lavaggio manuale equello automatico di una montagna di 140 stoviglie, tra pentole, piatti e bicchieri. Il risultato vede prevalere la macchina sull’uomo, a patto che si evitidi introdurre pentole e padelle e si compia il lavaggio a pieno carico, con un programma a 50 gradi.
  • 56. Le multinazionali della cosmesi e gli ingredienti nocivi dei loro prodottiLe multinazionali del cosmetico non dichiarano tranquillamente la composizione dei loro prodotti, forse perchè molti degli ingredienti sono consideratisostanze nocive?La risposta migliore sarebbe la produzione casalinga di creme, saponi, make-up etc. ma non tutti riescono o hanno tempo-voglia di cimentarsi in unasimile esperienza . Un primo passo per rendersi conto del pericolo cui ci si espone è una attenta lettura degli ingredienti che compongono un datoprodotto, e interpretarli alla luce, ad esempio, di una intelligente guida al consumo critico on-line di cosmetici quale il biodizionario. Occoreevidenziare però che già la lettura degli ingredienti rappresenta un primo ostacolo. Quando si va a comprare il pane, quando si va a comprare unascatola di biscotti gli ingredienti sono visibili sulle confezioni, sui cosmetici molte volte no. In moltissimi casi anzi, si è costretti a comprare il prodottoper scoprire la sua composizione, in genere, infatti, si deve addirittura sollevare un adesivo posto sopra gli ingredienti, sicché non risulta nemmenopossibile consultare in negozio gli ingredienti di dato un cosmetico, Rivolgendosi alla rete le cose peggiorano ancora di piu le case produttrici siguardano bene dal dichiarare sui loro bei siti, la composizione dei loro prodotti. Alcune case non menzionano affatto gli ingredienti utilizzati . Fraqueste ricordiamo• maybelline• dior• rimmel• mac• max factor• sephora• chanel• clarins• nouba• miss broadway• kiko che consiglia però il patch test (te lo provi addosso e se sei allergico ti scoppia il rossore sul braccio ) Il sito deborah cita solo alcuni ingredienti delle sue creme (ma non ci dice la quantità etc.) e infine recita " non contengono allergeni ufficialmenteconsiderati".Pupa, nelle sue FAQ, concede spazio al problema delle allergie e del test su animali. In ogni caso non ci dice on line quali sono gli ingredienti perogni singolo prodotto.Per quello che riguarda il sito della loréal alle FAQ (che si reperiscono nemmeno troppo facilmente) si trova una domanda , fra laltro posta in linguafrancese, dove si chiede come ottenere la lista degli ingredienti di un prodotto, peccato tutte le f.a.d. non siano al momento visibili.Revlon parla per alcuni prodtti in maniera del tutto generica di alcuni ingredienti.
  • 57. L’INCIPer capire se un prodotto è valido o meno, è importante sapere quali principi attivi abbia e in quale quantità. Ma ancoraprima di questo, occorre essere sicure che non sia dannoso per la pelle o per lambiente!Per capire tutto ciò è importante saper leggere lINCI (International Nomenclature of Cosmetic Ingredients) , ovveroletichetta degli ingredienti. Dal 1997 è obbligatorio che ogni cosmetico immesso sul mercato riporti sulla confezione lelencodegli ingredienti in esso contenuti usando la denominazione INCI. Al primo posto si indica lingrediente contenuto inpercentuale più alta, a seguire gli altri, fino a quello contenuto in percentuale più bassa. Al di sotto dell1% gli ingredientipossono essere indicati in ordine sparso. Se un ingrediente è autorizzato, non è automaticamente innocuo o efficace, infattiesistono rischi di allergia, di accumulo e persino studi scientifici che legano alcuni ingredienti a tumori o inquinamento difiumi e ambiente. Alcuni ingredienti o principi attivi si ripetono in molti prodotti (ad esempio il tocoferolo, ovvero la vitaminaE), e ci sono siti appositi che aiutano nellimpresa, ad esempio il Biodizionario, che consente di cercare gli ingredienti eaffibbia pallini verdi, gialli o rossi a seconda della sinteticità o dannosità.
  • 58. FACCIAMO IL PUNTOdi Paolo De Gregorio, 12 novembre 2011Non è male ricordare che è l’economia il primo di tutti i poteri e, quando i riti bizantini della politica diventano un serio ostacolo alla soluzione dei problemi, ecco lazampata della Confindustria e delle banche che impongono il loro uomo, Mario Monti, quale primo ministro.Il gesto significa commissariare tutta la politica berlusconide che ha negato e non governato la crisi esibendo un beota ottimismo di facciata, e occupando il tempo aimpapocchiare leggi che avevano il solo scopo di evitare processi e galera al nostro indecente premier.L’operazione è stata resa possibile anche perché la cosiddetta opposizione è divisa, non ha programmi né identità, e comunque si dovrebbe piegare agli ultimatumdella Europa sul risanamento dei conti e sul rilancio dell’economia, obiettivi totalmente impossibili da realizzare per il peso enorme degli interessi da pagare aidetentori dei titoli del Tesoro.In tutto il mondo globalizzato si assiste al fenomeno degli “indignados” che, per la prima volta, vede milioni di persone manifestare contro il sistema capitalista efinanziario che crea disuguaglianze inaccettabili, disoccupazione, precariato, assenza di futuro, speculazioni, guerre, distruzione ambientale.L’Italia è dentro questa crisi e né Mario Monti, né l’attuale opposizione sono in grado di fare nulla perché è una crisi sistemica, si può solo rispondere con l’adozionedi un altro sistema.Uscire dalla trappola del debito che condanna la nostra economia alla stagnazione e alla recessione, dovrebbe essere la prima scelta strategica, dicendo allebanche tedesche e francesi, che detengono circa la metà del nostro debito, che tra il fallimento dell’Italia e quello delle banche speculatrici noi preferiamo ilsecondo.Solo una presa di posizione del genere, accompagnata dal taglio drastico di tutte le spese militari e dei nostri interventi militari all’estero (cancellando il contratto congli USA per l’acquisto di 130 cacciabombardieri), associata con l’eliminazione del Senato, delle province, con una seria politica contro l’evasione fiscale, possonorendere possibile l’ uscita dalla crisi.Gradualmente si può uscire dalla stagnazione creando milioni di posti di lavoro nei settori nevralgici della energia con le rinnovabili e dell’agricoltura per renderel’Italia indipendente energeticamente con le rinnovabili e alimentarmente (oggi l’Italia importa il 70% delle derrate alimentari e l’88% dell’energia).Monti è la continuità della politica economica della globalizzazione e del sistema bancario internazionale e sancirebbe l’inutilità della politica tradizionale e la finedell’indipendenza del nostro paese. Lo farebbe con risultati superiori a quelli di Berlusconi che si è dimostrato ignorante e incapace, ma anche lui prenderà gli ordinidalle banche e dall’asse franco-tedesco.Nessun partito politico oggi in Italia sostiene la necessità di una fuoriuscita dal sistema globale. Solo i giovani accampati sotto le tende messe nelle piazze e nellestrade, al freddo, picchiati e schedati, ci costringono a pensare che il nostro sistema è da buttare e che tutto va cambiato in profondità.
  • 59. Una vita a km zero23/01/2012 - Giuseppe BelleriPochi spostamenti e pochi costi: quante belle cose si possono fare senza inquinare troppo… anche prender moglie! Spunti per una vita a km zero.Ora che sta quasi per finire la biada, pardon la benzina, e che per salvare il Pianeta e giungere alla fine del mese si consiglia da più parti il «km zero», ho pensato a tutte le buone pratiche che potrei attuare. La prima, che conoscono tutti, è quelladi acquistare i prodotti dell’orto dal contadino vicino a casa. In questo caso sono fortunato: avendo ereditato un orticello che dista 500 metri dal mio condominio, ogni giorno ho frutta e verdura sul posto. Sia che ci vada a piedi o in bicicletta - unmodello con freni a bacchetta dell’altro millennio - questo è un altro esempio di km zero.I principi generali valgono per tutte le situazioni, e non solo per quelle usuali. Se voglio che la mia automobile duri qualche anno in più, cercherò di fare ogni giorno qualche chilometro in meno: se ne facessi 100, calcolando che il motore nesopporta 200 mila, dopo 6 anni dovrei rottamarla. Passiamo al nostro corpo, che è per certi versi anche una macchina pensante: se muovo eccessivamente tutti i vari motori ed ingranaggi non potrò certo pretendere di arrivare ai 120 anni e passa,ma mi dovrò accontentare di 50 o 70 anni. Qualcuno mi dirà: «meglio 50 anni da leone che 120 da pecorone»; sta bene, ne riparleremo quando mi inviterà a festeggiare il suo cinquantesimo compleanno. Inoltre più mi muovo e più produco anidridecarbonica, che poi sale nell’atmosfera e, insieme a quella prodotta da animali allevati e a quella rilasciata nel bruciare i combustibili fossili per produrre energia, aumenta l’effetto serra.Ma passiamo al resto. La palestra che frequento dista 900 metri; il pane lo prendo dal forno a 300 metri. Certo, un po’ mi dispiace di non incontrare la simpatica fornaia del comune vicino. Ma frequento una signorina che abita quasi a un km. E poi,finalmente, mi sposo e vado ad abitare poco distante dai suoceri: alla sera esco molto meno e, quando arriveranno gli eredi, i nonni potranno venire liberamente, magari a piedi, a coccolarseli.Anche più avanti quando saranno loro ad aver bisogno di assistenza, saremo a due passi. Il mio meccanico è a 900 metri e quando gli porto la macchina, che ha più di 14 anni, per il controllo annuale, me ne torno poi a casa con la bici di cortesia:un’idea che gli ho suggerito.Faccio parte (quasi) del «club dei pelati», e ogni tanto passo a trovare mia sorella che a km zero e costo zero mi dà una lavata di capo seguita da una rasata. Stupende le montagne del Trentino, qualche volta ci vado, ma normalmente faccio trepassi sui monticelli nostrani, magari partendo da casa con gli scarponi. Se ho bisogno del muratore, dell’idraulico o dell’elettricista cerco di sceglierli, valutando certamente anche gli altri elementi, a km zero. Cerco di fare pensieri corti, ancheperché le bugie hanno le gambe lunghe, e se ho qualcosa in più da dare a chi ne ha bisogno prima guardo vicino a me, magari alla vedova sotto casa.Per le vacanze faccio una grossa eccezione: vado una settimana dagli amici Barbara e Franco, che hanno un agriturismo a qualche ora di macchina. Mi ospitano a costo zero in cambio di qualche lavoretto, delle rime e un po’ di affetto. Facciofelice anche l’amico benzinaio, che dista 600 metri e mi fa il pieno sia all’andata che al ritorno, e pure il meccanico, che per alcuni spaghetti e pici al farro mi controlla l’auto prima del viaggio. Per ora può bastare, spero solo di aver stimolato laricerca di altri km zero.Ah! Dimenticavo che mi faccio da solo i fiori di Bach, alcuni proprio nel mio orto, e qualche piccolo mobile in legno. Anche quel giardino dove tutti andiamo prima o poi a riposare le stanche membra è a 800 metri. In occasione della «corsa degliasini», durante il Palio del mio paese, ho coniato un simpatico proverbio in dialetto bresciano (chi volesse leggere l’intera poesia può richiederla alla redazione): «àzen e moér i ga mia d’ éser forestér» (traduzione: asino e moglie non devonoessere forestieri).Larticolo "Una vita a km zero" è tratto dalla rivista Terra Nuova - Gennaio 2012La Banca del tempoLa Banca del Tempo (abbreviato, BdT) è un tipo di associazione che si basa sullo scambio gratuito di "tempo".Ciascun socio, quindi, mette a disposizione qualche ora per dare ad un altro socio una certa competenza. Le "ore" date vengono "calcolate" e "accreditate" o "addebitate" nella Banca. Può succedere così, che non sia la stessa persona a"rimborsarle", ma unaltra.Tutti gli scambi sono gratuiti; solo è previsto un rimborso spese (per esempio, per i mezzi di trasporto o eventuali materiali utilizzati nel lavoro svolto) e una quota associativa, per lo più annuale, variabile da Banca a Banca. Ogni ora viene valutataper unora, indipendentemente dal valore monetario del tipo di prestazione svolta.Le attività delle BdT sono molto diverse: lezioni di cucina, manutenzioni casalinghe, accompagnamenti e ospitalità, babysitteraggio, cura di piante e animali, scambio, prestito o baratto di attrezzature varie, ripetizioni scolastiche e italiano perstranieri, etc. Anche il tempo dedicato allorganizzazione, allaccoglienza, e alle riunioni o feste viene in genere valutato come tempo scambiato e quindi accreditato o addebitato nel conto personale del socio.Nate verso il 1988 in Emilia-Romagna, nei primi anni Duemila hanno conosciuto un notevole sviluppo e sono state oggetto di decine di tesi di laurea, di centinaia di articoli, interviste, pubblicazioni. Le BdT collaborano spesso con altre associazionisimilari e partecipano con propri progetti ai bandi pubblici o privati per il sostegno del volontariato previsti dalla legge 53/2000 e da varie leggi regionali.Banca EticaUna banca etica è un normale istituto bancario che, però, opera sul mercato finanziario con criteri legati alletica. Una banca etica fornisce quindi alla propria clientela i normali servizi bancari muovendosi, però, nellambito di particolari criteri nellaselezione degli investimenti sui quali concentrare il risparmio raccolto; inoltre, al pari delle cosiddette banche dei poveri, le banche etiche operano spesso anche nellambito del microcredito fornendo, a clientela particolarmente disagiata prestiti diimporto anche molto basso ed a interesse relativamente basso.Tra gli obblighi di una banca etica vi sono i seguenti:Eticità degli impieghi finanziari: le somme raccolte vengono impiegate solo per finanziare iniziative di carattere etico e i depositanti possono scegliere il settore a cui destinare il proprio risparmio.Autodeterminazione del tasso: il cliente può scegliere il tasso di interesse praticato sul suo deposito tra un importo minimo e uno massimo.Nominatività del rapporto: il risparmiatore è sempre identificato e non esistono forme di deposito al portatore.Trasparenza: i risparmiatori devono essere informati sullimpiego dei fondi.In Italia lo sviluppo di un sistema bancario di questo tipo è passato attraverso i gruppi di Mutua Autogestione, le cosiddette MAG, tuttora presenti, che hanno contribuito sia allo sviluppo del microcredito, sia alla nascita di punti vendita per ilcommercio di prodotti provenienti dal terzo mondo e da cooperative sociali. A partire dagli anni novanta operano anche in Italia alcune banche etiche. La più grande e diffusa su tutto il territorio nazionale è Banca Popolare Etica, nata nel 1999 periniziativa di alcune organizzazioni del terzo settore italiane, la banca si caratterizza per offrire ai risparmiatori tutti i comuni servizi bancari in condizioni di trasparenza.
  • 60. Tessuti bio: non solo cotone...Il cotone tutela la salute e il benessere sia del consumatore che del produttore. I tessuti non si limitano solo al cotone: scopriamo la canapa, il bamboo, il lempur, il crabyon e tanti altri.Il cotone biologico: il cotone viene raccolto da campi protetti dove non vengono utilizzati erbicidi o pesticidi di origine chimica da almeno tre anni. Il tessuto risulta quindi traspirabile, non inquinante e anallergico, in quanto l’assenza di sostanzechimiche riduce le allergie al contatto. II prodotti in cotone bio hanno il vantaggio di mantenere le caratteristiche della fibra e di resistere più a lungo.Il cotone è molto delicato sulla pelle, può assorbire il bagnato fino al 20% del proprio peso e dirigerlo verso l’esterno. Il cotone è resistente al sudore e piacevolmente liscio. I tessuti in cotone naturale sono inoltre antistatici, resistenti, insensibilialle tarme e possono essere lavati in lavatrice a temperature elevate. Il bamboo: è fortemente rinnovabile potendo crescere anche di un metro in una sola notte. Viene coltivata senza l’uso di pesticidi e inquinanti, ed è 100% biodegradabile. Lafibra vegetale di bamboo possiede inoltre uno speciale agente anti-batterico, il bamboo kun, che consente di non utilizzare additivi chimici durante la lavorazione, garantendo naturali azioni anti batteriche e deodoranti. La canapa: è una piantacoltivabile con tecniche a ridotto impatto ambientale, che va incontro a richieste di materie prime naturali derivate da produzioni rinnovabili, riciclabili ed ecocompatibili. La sua fibra è molto pregiata e resistente al calore, alle muffe, agli insetti e nonviene danneggiata dalla luce. Lana biologica e seta: I misti lana vergine merino/seta regolano il calore e l’umidità favorendo un salutare clima epidermico, troverete questa composizione in alcuni capi di biancheria intima da adulto e bambino. Iltessuto è costituito per il 70 % da lana vergine merino da allevamento biologico e per il 30 % da seta.Lana biologica: Il pelo della lana è una fibra proteica ed è simile alla composizione della pelle umana. La lana possiede un’elevata capacità di trattenere il calore, regola la traspirazione della pelle e la riossigenazione. La lana vergine merino èincrespata molto finemente, non pizzica e al tatto è morbida e soffice. Si consiglia di lavare i capi a mano senza strofinare o strizzare troppo, mettendoli a bango in acqua tiepida, per evitare che infiltriscano.Ibrahim Abouleish, egiziano, dopo aver vissuto per molto tempo in Europa è tornato nella terra natia. “Sekem”, nel linguaggio degli antichi egizi significa “vitalità dal sole”, è oggi una sorte di comunità sostenibile, dove lagricoltura, praticata conmetodi naturali, si posa con lattenzione alla partecipazione e al dialogo, a sostegno dello sviluppo dellindividuo e della società. Ibrahim Abouleish ha portato miglioramenti a Sekem dove oggi si coltivano 500 ettari di cotone “pulito” con unariduzione delluso di prodotti agrochimici. Ma a fare la differenza in termini economici, oltre a quelli sociali ed economici, è la qualità raggiunta dal prodotto finale. In Egitto, sebbene la produzione sia più limitata rispetto alla Cina, Stati Uniti e PaesiIndiani, si coltiva una particolare qualità di cotone pregiato a fibra lunga, che permette una lavorazione ottimale e garantisce grandi performance in grado di conquistare anche il pubblico orientato al design.Tessuti sempre più bioContinua la crescita degli ecotessuti, dove il bio si sposa con lequo e solidale. La moda verde ha tutti i numeri giusti.Il tessile si fa sempre più bio. Al Biofach, la fiera internazionale del biologico di Norimberga, si fa il punto della situazione sui numeri e le prospettive dellabbigliamento ecologico. In Germania esistono ormai più di cento etichette di moda checommercializzano capi realizzati con materiali naturali e biologici, secondo comprovati criteri di tutela della salute e dellambiente, in tutta la fase produttiva.Ma lo studio sulle tendenze del 2011 evidenzia che lattenzione dei consumatori va oltre laspetto del bio, preferendo ulteriori garanzie sul rispetto dei lavoratori in tutta la fase produttiva. Nel 2010 i prodotti tessili realizzati con cotone equo esolidale hanno ottenuto un incremento globale del 29%. E anche vero che marchi come il GOTS (Global Organic Textile Standard) garantiscono oggi il soddisfacimento di tutti i requisiti, includendo il rispetto dellambiente e quello dei diritti umani.Tra le altre certificazioni presenti il marchio IVN Best, che comprende anche uno standard molto severo per la pelle, escludendo la presenza di cromo esavalente.Global Organic Textile Standard (GOTS) Lobbiettivo del GOTS, e delle sue norme, è quello di definire tutti quei requisiti che garantiscono lo status biologico dei prodotti tessili.Allinterno del certificato GOTS ci sono una serie di norme che regolamentano la qualità delle condizioni di lavoro per gli operatori, il rispetto di norme igieniche e di sicurezza, libertà di contrattazione collettiva e il divieto assoluto di sfruttamentodel lavoro minorile. OEKO- TEX standard 100, OEKO- TEX standard 100 è un marchio ecologico che ci permette di certificare, oltre ai tessuti, anche il loro processo di tintura. La certificazione delle tinture di questo marchio, garantisce alconsumatore finale un attento controllo dal punto di vista ecologico e salutare. Lelenco dei criteri di valutazione del prodotto viene redatto in base alle disposizioni di legge relative alle sostanze nocive ed ai parametri per i quali le valutazioniscientifiche di tali sostanze dimostrino effetti negativi per il consumatore. Requisiti e limiti sono costantemente aggiornati sulla base delle più recenti conoscenze medico scientifiche.ICEA, ICEA certifica in Italia e allestero i prodotti tessili realizzati in accordo al GOTS, che è stato adottato a livello internazionale dallInternational Working Group (IWG) for GOTS.Perché il tessile biologico La certificazione dei prodotti tessili realizzati con fibre naturali da agricoltura biologica, prende avvio dal riconoscimento delle crescenti problematiche ambientali, sociali e della salute associate alla produzione e allutilizzodel cotone convenzionale. Basti considerare che sul cotone convenzionale viene versato il 25% degli insetticidi impiegati nel mondo e che il cotone OGM rappresenta oggi il circa 35% delle coltivazioni di cotone mondiali.Tessuti bio o riciclati. La moda etica fa tendenzaAllo studio di linee e colori si affianca linteresse per processi di lavorazione ispirati allo sviluppo sostenibile. Creativi votati al recupero, e un mercato in crescita.MILANO - Nel mondo della moda, letica inizia a fare tendenza. Il "buono" si unisce al "bello", e allo studio di linee e colori, si affianca linteresse per processi di lavorazione ispirati allo sviluppo sostenibile. In crescita da circa 10 anni, almeno inEuropa, oggi - secondo le ultime rilevazioni di Icea, lIstituto di certificazione etica e ambientale, la moda etica genera un fatturato complessivo di circa 370 milioni di euro. A sostenere questo mercato alternativo, secondo una ricercadellInternational Trade Center (Itc), sono consumatori dai 20 ai 40 anni, soprattutto donne e professionisti. Anche in Italia sta crescendo linteresse verso il settore, in particolare per quello dei tessuti biologici. Non a caso lo scorso mese la capitaleha spalancato le porte allEthical Fashion, un progetto nato dalla collaborazione tra AltaRoma e Itc, mentre a Milano per la prima volta durante le ultime sfilate è approdato l"Ethical Fashion Show", ideato cinque anni fa a Parigi per presentare lecollezioni di stilisti che lavorano a stretto contatto con produttori locali. Sempre a Milano, in questi giorni, la moda etica sfila sulla passerella di "Fa la cosa giusta", la manifestazione dedicata al consumo critico che si tiene a Fieramilanocity. Inmostra, giovani stilisti indipendenti, charity brands, produttori di abbigliamento e accessori realizzati con tessuti naturali e materiale di riciclo.Tra gli espositori cè Carmen Bjornald: ex modella e musicista nella Peter Jack Band, gruppo pop degli anni Ottanta, ora crea accessori con materie prime riciclabili e naturali, come borse e zaini realizzati con pagine di riviste di moda, mappe efumetti, vecchi spartiti musicali. Ma ci sono anche creativi che producono accessori con "ex" sacchetti della spesa, o borse realizzate con pagine di riviste di moda selezionate da una cooperativa di donne di Medan, in Indonesia, o chi trasformavecchie camere daria in camicie e T-shirt, borse in legno compensato.Scarpe ecologiche: il futuro che incalzaOgni scarpa ha la sua impronta. Inquinamento, tossicità, mancanza di futuro per i lavoratori. Per fortuna c’è chi traccia la strada della filiera corta e della produzione ecologica per uscire dalla crisi. Il nostro viaggio tra scarpe riciclate, vegan e veromade in Italy. Dimmi cosa ti metti ai piedi e ti dirò chi sei. Giorgio Gaber aveva le idee chiare: il mocassino è di destra e la scarpa da tennis, un po’ slacciata, è di sinistra, in una variante un po’ cafona. Oggi, questa suddivisione non funziona più,né in senso politico, né come connotazione sociale. Tutto si riduce a una questione di logo. Si potrebbe tutt’al più distinguere tra chi calza Nike e chi sceglie Adidas, chi compra Geox oppure opta per Bata. Ci si identifica con il tipo di personalitàcostruita ad arte da stilisti o pubblicitari, soddisfatti della nostra etichetta più che della scarpa in sé. Il consumatore medio vuole i modelli griffati, con produttori e negozianti che si trovano stretti nella morsa del ricatto commerciale.Se da una parte le aziende invocano il «sistema Paese» contro le contraffazioni vendute in strada dagli ambulanti, dall’altra parte continuano a chiudere le fabbriche in Italia per aprirle chissà dove. L’intento è che le grandi aziende possanocontinuare a produrre i manufatti in Cina o Tunisia. Quando arrivano in Italia, ci si incollano i tacchi o qualche fibbia ed ecco fatta la magia del made in Italy, anche se l’80% è prodotto chi sa dove e chi sa come.
  • 61. Il Manifesto politico di Banca EticaBanca Etica nasce allinterno di un movimento che si riconosce nella promozione di uneconomia civile e solidale. Le numerose iniziative ed esperienze che si sono sviluppate in questo contesto rappresentano i tanti modi attraverso cui i cittadini, organizzati in gruppi, associazioni, cooperative sisono mobilitati per la realizzazione del bene comune. Banca Etica si inserisce in queste iniziative portatrici di senso di cui le nostre società hanno bisogno per recuperare identità civile e speranza di futuro; non dottrine o ideologie, ma progetti attorno ai quali le persone si aggregano e lavoranoassieme per rispondere alle grandi sfide che lumanità ha attualmente di fronte: la lotta allesclusione, alla povertà ed ai processi di degenerazione sociale, la disoccupazione, la tutela dellambiente, i rapporti Nord/Sud, una più equa distribuzione delle ricchezze/risorse del pianeta. Tutto ciò vafatto tenendo conto che la rimozione delle diseguaglianze non può prescindere dall’evidente disparità, nei diritti e nelle situazioni di fatto, delle donne nei confronti degli uomini. Il valore di questa economia civile e solidale poggia essenzialmente su di un concetto di cittadinanza attiva eresponsabile anche e soprattutto nei processi di crescita umana ed economica della società. Banca Etica, nello specifico, si propone come strumento di partecipazione responsabile del cittadino in uno dei settori più complessi e, al tempo stesso, decisivi dellassetto della società mondiale: lafinanza. La dimensione del mercato finanziario è ormai planetaria e il suo potere è in grado di condizionare le politiche delle stesse Nazioni. E bene però ricordare che la materia prima di questo mercato, quella che dà potere a chi lo gestisce, è il risparmio, proprio quel risparmio che i cittadini,nel loro piccolo, producono. Come risparmiatori dobbiamo quindi essere consapevoli delle conseguenze che luso del nostro denaro può comportare ed organizzarci per riaffermare limportanza dei valori e delletica nella gestione di una così importante risorsa. Banca Etica non è una istituzione dibeneficenza ma un intermediario creditizio trasparente, senza segreti per i cittadini, che trasferisce alle imprese, oltre che il risparmio, anche i valori e le aspettative dei risparmiatori, affinché lattività economica sia effettivamente strumento di crescita e di promozione umana. Obiettivo dellaBanca Etica è quello di far confluire risorse e fiducia verso quei progetti di cui la comunità civile ha bisogno per crescere, con la consapevolezza che l’opera di Banca Etica non resterà residuale solo se si permeeranno la società e le istituzioni politiche di cultura e regole diverse. Una finanzaquindi non come strumento di standardizzazione, di spersonalizzazione e di disgregazione, ma come valorizzazione delle identità, delle differenze, delle relazioni interpersonali, dellinterazione solidale tra le persone, le imprese e le istituzioni che animano il territorio, una finanza che diventaparte integrante nei processi di sviluppo locale. Nella definizione delle sue strategie Banca Etica considera fondamentale l’apporto attivo e responsabile della sua base sociale.La cooperazione nord e sudLa finanza etica, in quanto strumento finanziario finalizzato allo sviluppo umano e sociale, ha sempre dimostrato una grande attenzione alle problematiche che affliggono i paesi del sud del Mondo e spesso si è interrogata su quali iniziative finanziarie essa può mettere in campo per dare risposteconcrete alle richieste di aiuto e di collaborazione che giungono dalle organizzazioni di auto sviluppo presenti in questi paesi. Questa tensione alla solidarietà nord/sud viene tuttora confermata da molti soci e risparmiatori di Banca Etica che la ritengono come prioritaria tra le attività difinanziamento della banca stessa. Elemento fondante di questa attenzione è la convinzione che l’emancipazione dalla miseria e dalla povertà delle popolazioni più povere non può dipendere da programmi di aiuto/sovvenzioni provenienti dai paesi più ricchi – programmi spesso mal dimensionati,generanti dipendenza e determinati da obiettivi strategico politici - ma deve fondarsi sull’avvio di attività di auto - sviluppo, che sappiano mettere in moto, anche in campo economico, dei circuiti virtuosi in base ai quali ognunopossa produrre reddito e accedere ai beni e ai servizi essenziali.Lobiettivo è dunque quello di mettere la persona nelle condizioni di poter partecipare in modo attivo e responsabile ai processi di crescita sociale, economica e politica della sua comunità. In questa concezione dello sviluppo un elemento importante è l’accesso al credito per i gruppi sociali piùdeboli; il credito infatti permette loro di disporre dei capitali necessari per l’attivazione di iniziative economiche anche semplici.La questione socialeI processi di sviluppo delle nostre società sono sempre più rapidi; lormai diffusa interdipendenza tra i paesi della Terra e lo sviluppo di una sempre più sofisticata tecnologia (soprattutto per ciò che concerne la comunicazione ed il movimento degli uomini e delle cose) accelera questi processi alpunto che essi spesso avvengono a spese delle stesse società civili, non sempre attrezzate per comprendere e gestire questi cambiamenti. Le relazioni interpersonali che qualificano il rapporto tra le persone sono venute meno, ed hanno messo in crisi quelli cheun tempo erano considerati i luoghiprivilegiati di aggregazione e di formazione socio – politica; il rischio reale è ora quello che il mercato ormai planetario sfugga al controllo delle stesse sovranità nazionali e che arrivi ad auto attribuirsi il ruolo che invece spetta alla politica nel governo della società. Banca Etica fa propria unavisione della società, condivisa dal Terzo Settore, che parte dal presupposto che sidebba riconoscere uguale dignità sostanziale a tutte persone che la compongono, garantire e stimolare linterdipendenza, la corresponsabilità, la solidarietà, contemplando al tempo stesso il diritto - dovere diattenzione preferenziale alle persone più svantaggiate. Frutto di questa concezione sociale è il grande sviluppo che ha avuto nel nostro paese il movimento della cooperazione sociale e del volontariato; un movimento che agisce principalmente nel servizio alle persone e per l’inserimento socialee lavorativo dei soggetti più svantaggiati, con l’obiettivo di creare un contesto umano, dove ognuno possa vivere, lavorare, salvaguardare la propria dignità, interagire con gli altri per il bene comune. Questa visione della società afferma nei fatti, che la persona umanavale di per sé, non per lerisorse di intelligenza di cui è dotata, né per i beni economici che possiede o per la sua produttività. Afferma, attraverso il proprio agire, che le strutture sono per l’uomo, non l’uomo per le strutture. Come pure testimonia nei fatti, che l’aiuto alla persona, anche quando è economico, è autentico seè liberante o promozionale, se restituisce alla persona i suoi diritti e l’accompagna verso l’autonomia. L’economia sociale, che scaturisce da questa tensione mira alla più totale assunzione di responsabilità dei vari soggetti, all’analisi e alla ricerca di risposte idonee ai bisogni sociali. Questo nonsignifica esonerare lo stato e le istituzioni governative da questo processo di crescita civile, quanto recuperare, in modo più partecipato ed efficace, i valori che sono stati alla base dello stato sociale. Banca Etica ritiene che l’emergenza occupazionale nel meridione assume i connotati di graveproblema sociale che, oltre a colpire personalmente ed esistenzialmente le fasce più deboli della popolazione, mina le basi della democrazia e promuove mafia e reti di potere occulto. Per queste ragioni dà priorità al sostegno di iniziative per la occupazione.LambienteBanca Etica riconosce che qualsiasi sistema economico è un sotto - insieme del sistema naturale, e quindi ne deve riconoscere e rispettare i limiti. Lo sviluppo sostenibile passa inevitabilmente attraverso la tutela dellambiente e le sue risorse, sia perché è strettamente collegato alla qualità dellavita delle nostre comunità, sia perché la sua integrità rappresenta anche la garanzia del futuro per le generazioni che verranno. La finanza etica deve quindi porsi al servizio non solo della promozione di una cultura ecologica, ma anche di quei processi produttivi che avvengono senzacompromettere il bene Ambiente. Oggi i meccanismi di tutela ambientale attivati dalle leggi di difesa dell’ambiente non sono sufficienti a modificare comportamenti di produzione e di consumo dissipatori, ed è quindi necessario accompagnare le azioni che promuovono la nascita di una coscienzaecologica con azioni capaci di incidere concretamente da un lato, sui consumi, e dall’altro, sui metodi di produzione, chiarendo che il concetto di sviluppo, soprattutto se sostenibile, non è da necessariamente associabile alla crescita. La difesa ed il rispetto dellambiente non sono solo un problemaestetico e di buona educazione nei confronti dei vicini contemporanei, ma scaturiscono dalla coscienza che la natura è la casa comune, proprietà comune dellumanità e cè perciò il dovere di passarla integra, vivibile, bella, come un testimone alle generazioni future. Il concetto di fondo è quello difinanziare esclusivamente iniziative economiche che siano ecologicamente sostenibili o meglio che conservino integro il capitale naturale non intaccando le capacità degli ecosistemi di rigenerarsi. Va superata infatti la dicotomia tra la produzione economica e la conservazione della natura,armonizzando invece gli obiettivi economici con la tutela di questo patrimonio.Come banca ci impegniamo a:prevenire, grazie ad una gestione attenta agli aspetti ecologici e sociali, potenziali danni e squilibri ambientali che possono essere causati dal nostro istituto e/o dai destinatari dei nostri finanziamenti, introdurre, tra i criteri per la valutazione del rischio e delle capacità manageriali edimprenditoriali, le attenzioni e le azioni poste in essere dalle aziende verso la salvaguardia dellambiente, Sollecitare e promuovere la nascita di una vera e propria imprenditorialità in campo ambientale, nonché attivare il confronto con le attività economiche, indirizzandole verso processiproduttivi eco-compatibili.Il sistema finanziarioLattività finanziaria ha, nella sostanza, lobiettivo di trasferire la ricchezza, di chi risparmia a chi ne necessita per effettuare investimenti (personali, familiari, di imprese, di enti pubblici). Si tratta di una funzione indispensabile non solo per lo sviluppo di una economia di mercato, come oggi loconosciamo, ma per gran parte dei modelli economici attualmente presenti sulla terra. Il risparmiatore, comprendendo la complessità di questa funzione, preferisce rivolgersi ad un intermediario - solitamente una banca - fiducioso che questa gestisca in modo corretto e professionale il risparmio,sino a che, egli stesso, non ne abbia bisogno per realizzare i propri progetti.Oggi però il mercato finanziario va ben oltre questo ruolo. I mercati finanziari - un complesso sistema di transazioni e di prodotti che vengono scambiati ventiquattro ore su ventiquattro su scala mondiale - hanno conosciuto una crescita esponenziale fuori dal controllo delle autorità nazionali einternazionali, ma soprattutto al di fuori di qualsiasi forma economica o sociale che non sia l’esclusiva massimizzazione del profitto. Oggi si scambiamo, su questo mercato internazionale, quotidianamente, migliaia di miliardi di dollari. Questa enorme massa di capitali erratici, che si muoveattraverso canali informatici in cerca di sbocchi speculativi a breve termine, è pronta a spostarsi in pochi istanti da una parte allaltra del globo alla minima variazione di un tasso d’interesse. Caratteristiche di questa strategia finanziaria sono l’alta velocità di movimento del capitale (molto contrattidi scambio hanno durata inferiore alle 12 ore) e l’innovazione estrema dei prodotti. Spesso però queste transazioni non corrispondono più ad investimenti reali, ossia non corrispondono più al finanziamento di attività economiche che producono beni, servizi e occupazione. Gli stessi strumenti,utilizzati nellattività finanziaria, diventano sempre più sofisticati e mirano, nellessenza, a moltiplicare il rendimento del denaro puntando sulla speculazione e rendendo così sempre più evidente il prevalere del reddito da capitale su quello da lavoro; questultimo anzi, che si fonda sul valoredelluomo nellattività economica, diventa addirittura un costo che può essere tagliato per realizzare un profitto più elevato. La finanza etica mira invece ad introdurre come parametro di riferimento il riflesso dell’investimento sull’economia cosiddetta reale, e si propone di modificare icomportamenti finanziari in senso più sociale sostenendo tutte le attività che si muovono in un’ottica di sviluppo umanamente ed ecologicamente sostenibile. Essa punta pertanto ad elaborare degli indicatori che rilevino, assieme alla performances aziendali e ai rendimenti economici, anchel’impatto sociale ed ambientale dell’attività finanziabili; questi criteri si rifanno ai nuovi indici di sviluppo, fatti propri dalle Nazioni Unite, i quali partono dal presupposto che non vi può essere crescita economica senza sviluppo umano. La finanza etica ha avuto, nel corso degli ultimi 20-25 anni,una forte evoluzione: nata focalizzando l’attenzione prevalentemente sulla gestione del risparmio, come reazione pacifista e ambientalista al potere e alle operazioni scarsamente trasparenti del sistema bancario, potrà meglio svilupparsi mettendo al centro della propria identità ed operatività - edin rapporto tra loro - la responsabilità sociale ed ecologica degli investitori e degli investimenti, dunque assumendo un ruolo più attivo e propositivo nel sistema economico.La pace e la nonviolenzaLa nostra banca considera il credito uno dei diritti primari, poiché di credito/fiducia hanno bisogno tutti gli esseri umani per accedere alle risorse necessarie alla realizzazione del loro progetto di vita. Noi crediamo nel rispetto dellaltro, nel confronto delle idee, nellimpiego e nello sviluppo dimetodi non violenti anche in campo economico. Siamo consapevoli che le motivazioni che stanno alla base dei conflitti sono complesse, riteniamo però che lunica vera soluzione di questi passi necessariamente attraverso unassunzione responsabile degli stessi che si traduce nella disponibilità aldialogo e al confronto, nella ricerca continua della giustizia, soprattutto in campo economico, senza la quale non ci può essere pace. Il denaro è fonte, in quanto strumento di potere, di conflitti, sopraffazioni, violenze, crudeltà. Banca Etica, proponendo invece luso del denaro per una realepromozione umana, mira a ridurre o eliminare questi elementi di conflittualità, che viceversa caratterizzano una visione violenta delleconomia. La scelta di una metodologia non violenta deve quindi tradursi in criteri chiari e procedure corrette sui tre diversi livelli che identificano lazione di BancaEtica:Provenienza del denaro: poiché il denaro è frutto dellattività economica, va verificato che questattività sia stata realizzata nel pieno rispetto delle persone, della natura, dei principi che regolano la pacifica convivenza tra i popoli. Questo comporta anche una capacità di analisi e di gestione deiflussi finanziari, evitando di concorrere ad alimentare, anche indirettamente, azioni illegali (vedi il terrorismo o la criminalità organizzata) o inaccettabili un punto di vista etico (come la guerra). Impiego del denaro: nella valutazione dei progetti da finanziare, va introdotta anche unanalisi di quantola non violenza sia parte integrante della cultura dellorganizzazione finanziata, del suo modo di intendere i rapporti interni ed esterni, di quanto essa sia in grado di contribuire alla pacificazione della realtà socio-economica in cui essa opera. Gestione dei rapporti tra tutti gli interlocutori delleimprese: Banca Etica, per la sua complessità, può essere paragonata ad una comunità umana, di cui fanno parte soci, clienti, risparmiatori, amministratori, dipendenti, fornitori, ecc. Fra gli elementi che costituiscono il legante di questa comunità vanno valorizzate le modalità con cui questisoggetti interagiscono: la trasparenza, la definizione chiara degli interessi in gioco e la reale disponibilità a rimetterli in discussione in funzione di una più alta e condivisa finalità o interesse, il rispetto delle pari opportunità, la soluzione dei conflitti attraverso il dialogo e il confronto continui.‘(Bologna, 24 marzo 2001 + integrazione sulla Pace, Cattolica 1 e 2 febbraio 2002) Una banca innovativa, l’unica in Italia - e qualcuno dice nel mondo - ad ispirare tutta la sua attività, sia operativa che culturale, ai principi della Finanza Etica: trasparenza, diritto di accesso al credito, efficienza eattenzione alle conseguenze non economiche delle azioni economiche. Il fine? Gestire il risparmio orientandolo verso le iniziative socio economiche che perseguono finalità sociali e che operano nel pieno rispetto della dignità umana e della natura. Convinte che un mondo diverso è possibile, nonsolo a parole ma anche nei fatti, 22 organizzazioni del mondo non profit e alcune finanziarie - col sostegno di migliaia di cittadini responsabili - diedero vita, nel 1999, a Banca Etica, una banca capace di parlare direttamente ai soci e ai risparmiatori. Oggi quel sogno conta 14 filiali e una retecapillare di promotori finanziari, chiamati “banchieri ambulanti”, su tutto il territorio nazionale. A dodici anni dalla sua nascita, Banca Etica ha raggiunto una raccolta di capitale sociale di oltre 31 milioni di euro, conferito da oltre 35mila soci, di cui circa 5.200 sono persone giuridiche. L’Istitutoraccoglie oltre 660 milioni di euro di depositi e sta finanziando più di 4.700 progetti dell’economia solidale per un valore superiore ai 645 milioni di euro.
  • 62. IL CODICE ETICOI PRINCIPII valori di Banca Popolare Etica (ossia gli orientamenti valoriali e i principi deontologici che guidano le scelte strategiche, le linee politiche e i comportamenti operativi di tutti coloro che, a vario titolo e a livelli diversi, contribuiscono alla suagestione) derivano dai principi fondanti della Finanza Etica, che Banca Etica adotta come criteri di orientamento della propria attività. Per dare risposta allesigenza di coniugare etica ed operatività bancaria, Banca Etica ha creato strumenti ecomportamenti che mirano a creare organismi indipendenti di verifica sulla coerenza delle attività bancarie, a coinvolgere quella parte della società che crede negli obiettivi della finanza etica (la rete dei soci, il terzo settore e i movimenti) e acontaminare la gli operatori economici, gli enti locali e il mondo accademico.LARTICOLO 5 DELLO STATUTOBanca Popolare Etica, allArt. 5 del proprio Statuto, così esplicita i propri valori di riferimento:• la finanza eticamente orientata è sensibile alle conseguenze non economiche delle azioni economiche;• il credito, in tutte le sue forme, è un diritto umano;• lefficienza e la sobrietà sono componenti della responsabilità etica;• il profitto ottenuto dal possesso e scambio di denaro deve essere conseguenza di attività orientate al bene comune e deve essere equamente distribuito tra tutti i soggetti che concorrono alla sua realizzazione;• la massima trasparenza di tutte le operazioni è un requisito fondante di qualunque attività di finanza etica;• va favorita la partecipazione alle scelte dellimpresa, non solo da parte dei soci, ma anche dei risparmiatori;• listituzione che accetta i princìpi della finanza etica orienta con tali criteri lintera sua attività.Nellambito di questi valori di riferimento, Banca Etica opera con la seguente missione:• essere i pionieri di una nuova idea di banca, intesa come luogo di incontro, dove le persone e la banca manifestano trasparenza, solidarietà e partecipazione facendo della banca uno strumento anche culturale per lapromozione di uneconomia che ritiene fondamentale la valutazione sociale ed ambientale del proprio agire.• stimolare chi riceve il credito a sviluppare le competenze, le capacità e lautonomia necessarie ad acquisire la responsabilità economica, sociale ed ambientale.• garantire il risparmiatore in ordine alla precisione, allefficienza della gestione e alluso degli affidamenti, allattenzione alluso delle risorse (sobrietà) ed alla ripartizione dei profitti, in modo coerente con le proprie attese.• agire nel rispetto delluomo e dellambiente e delle specificità culturali dei contesti territoriali in cui opera Banca Etica, per una migliore qualità della vita, orientando coerentemente le attività della banca stessa.• permettere laccesso al credito ai soggetti dellEconomia Sociale: imprese, persone e progetti valutati principalmente per la loro capacità di produrre "valore sociale".IL CODICE ETICO A conclusione di una lunga e partecipata riflessione in occasione dellassemblea del 22 maggio 2010 dei soci di Banca Popolare Etica è stato approvato il Codice Etico.Uno strumento che risponde alla seguente missione:"Essere pionieri di un’idea di banca, intesa come luogo di incontro, dove le persone e le organizzazioni esprimono reciprocamente trasparenza, solidarietà e partecipazione, facendo della banca uno strumento anche culturale per la promozione diun’economia che ritiene fondamentale la valutazione dell’impatto sociale e ambientale del proprio agire. Stimolare chi riceve il credito a sviluppare le competenze e l’autonomia necessarie ad acquisire la responsabilità economica, sociale eambientale. Garantire il risparmiatore in ordine alla precisione, all’efficienza della gestione e all’uso degli affidamenti, all’impiego sobrio delle risorse e alla ripartizione dell’utile in modo coerente con la missione ed i valori della Banca.Agire nel rispetto della persona, dell’ambiente e delle specificità culturali dei contesti territoriali in cui opera Banca Etica, per una migliore qualità della vita, orientando le attività della Banca coerentemente con le finalità espresse nello Statuto.Permettere l’accesso al credito ai soggetti dell’Economia sociale, non-profit e for-profit, valutando imprese, persone e progetti principalmente per la loro capacità di produrre “valore sociale”.Questo Codice Etico è improntato ai seguenti valori:• Centralità della persona, quale vincolo fondamentale all’agire di Banca Etica, che riconosce, rispetta e tutela la persona e promuove relazioni interpersonali fondate sulla nonviolenza, come valore fondamentale per losviluppo di un modello economico a servizio dell’uomo e rispettoso della natura.• Equità, nel senso di una giusta distribuzione della ricchezza e delle risorse, orientata al superamento delle disuguaglianze sociali lesive della dignità umana e all’acquisizione deimezzi per il perseguimento del propriopiano di vita, nel rispetto dei bisogni personali e riconoscendo il contributo di ognuno alla creazione del valore sociale, relazionale ed economico.• Responsabilità, quale attenzione costante dell’organizzazione e di tutti coloro che collaborano con essa alle conseguenze non economiche delle azioni economiche, cioè alle ricadute sociali ed ambientalidell’intermediazione finanziaria e dell’attività imprenditoriale, al fine di perseguire lamissione operando per il vantaggio di tutti gli stakeholder, nel rispetto dell’ambiente e delle generazioni future.• Trasparenza, come stile che caratterizza le relazioni e la comunicazione tra Banca Etica e i suoi stakeholder, fondato sul riconoscimento del diritto degli stakeholder a conoscere le informazioni rilevanti sulla Banca perconsentire a ciascuno di valutarne scelte e comportamenti e decidere così in modo libero e paritario.• Cooperazione, come consapevolezza che il bene comune puó essere raggiunto solo tramite l’impegno congiunto di ciascuno, perché “lavorare uniti” 1 consente di raggiungere obiettivi più elevati di quelli conseguibilitramite sforzi individuali separati.• Solidarietà, come capacità di captare le istanze di coloro che si trovano in situazioni di effettivo svantaggio e come impegno a trovare soluzioni di comune interesse, che tornino a vantaggio di chi versa in condizione dimaggiore bisogno.• Partecipazione, come riconoscimento del diritto dei soci, dei collaboratori e dei risparmiatori di prendere parte alle decisioni e come impegno a svolgere un ruolo attivo nel raggiungimento dellamissione attraverso un usoresponsabile del denaro.• Sobrietà, come stile di vita teso a soddisfare i bisogni fondamentali di ciascuno, per cui le scelte sono orientate dalla consapevolezza che la ricerca del bene comune, in un progetto di economia sostenibile, richiede uncambiamento imperniato sul contenimento dei consumi dimerci e di risorse, in particolare delle energie di fonti non rinnovabile, sulla valorizzazione del saper fare, sulla ricerca della qualità rispetto alla quantità e sull’adozione di modalità discambio non esclusivamente monetarie e mercantili, incentivanti il dono e la reciprocità.• Efficacia ed efficienza, come uso ottimale delle risorse in modo che il loro impiego dia il massimo beneficio a tutti gli stakeholder nel perseguire gli obiettivi dichiarati con i mezzi più appropriati. Questi valori guidano lescelte strategiche, le linee politiche e i comportamenti operativi di tutti coloro che cooperano per realizzare la missione di Banca Etica.
  • 63. MUHAMMAD YUNUSTratto da: La Repubblica – Esteri - 2 marzo 2011)IL CASOLicenziato dalla Grameen Bank il premio Nobel Muhammad YunusIl pioniere del microcredito, accusato dal governo di evasione fiscale, è stato esautorato con effetto immediato dalla banca fondata da lui nel 1976 DACCA - Muhammad Yunus, premio Nobel per la pace e pioniere della microfinanza, è stato estromesso con effetto immediato dalla Grameen Bank, da lui fondatanel 1976. Lo ha reso noto il presidente della banca Muzammel Huq. "La banca centrale del Bangladesh ha sollevato Yunus dal suo incarico di amministratoredelegato di Grameen Bank con effetto immediato", ha dichiarato Hud.Yunus, 70 anni, è finito nel mirino del governo che lo accusa di evasione fiscale 1. Ma lostilità dellesecutivo nei suoi confronti sembra risalire al 2007, quando aseguito di un golpe militare il banchiere manifestò lidea di creare un suo movimento politico. I leader politici e la maggioranza della premier Sheikh Hasina Wajednon glielhanno perdonata, secondo alcune ricostruzioni di stampa, considerandolo un rivale nella contesa del potere. Più di recente hanno potuto trovare spunti perla loro campagna contro Yunus in un reportage di una tv norvegese che esprimeva giudizi scettici sul microcredito, anche tornando su alcune controversie divecchia data - poi chiarite - che il Nobel ebbe con Oslo in merito ad alcuni finanziamenti europei alla Grameen Bank.Lo scorso gennaio il banchiere era comparso davanti a un tribunale per una questione di presunta diffamazione risalente al 2007. In precedenza il governo delBangladesh aveva avviato unindagine sulle sue attività accusandolo di "succhiare il sangue ai poveri".Accuse però ritenute "ingiuste" da un eminente economista del Paese, Zillur Rahman, citato di recente dal Financial Times, secondo cui in realtà dietro alla vicendasi nasconde una politica che vuole prendere il controllo del settore creditizio ai poveri. La Grameen Bank conta microprestiti per 955 milioni di dollari complessivi acirca otto milioni di poveri, nella maggioranza dei casi donne.Muhammad Yunus è nato il 28 giungo 1940 a Chittagong-BangladeshBibliografia:Il banchiere dei poveri, Feltrinelli, Milano,1998.Il credito come diritto umano, CNS-Ecologia Politica,nn 1-2,Anno XIV, fascicoli 57-58.Un mondo senza povertà, Feltrinelli, Milano, 2008Si può, feltrinelli, Milano,2010“Provavo sempre una sorta di ebbrezza quando spiegavo ai miei studenti che le teorie economiche erano in grado di fornirerisposte a problemi economici di ogni tipo. Ero rapito dalla bellezza e dalleleganza di quelle teorie. Poi, tutta un tratto,cominciavo ad avvertire un senso di vuoto. A cosa servivano tutte quelle belle teorie se la gente moriva di fame sotto iportici e lungo i marciapiedi?” “Lelemosina dà solo al donatore limpressione di fare qualcosa e chi raccoglie denaromendicando non è motivato a migliorarsi. Mendicare priva luomo della sua dignità, togliendoli lincentivo a provvedere alle proprie necessità con il lavoro, lo rendepassivo.” “Ciò che si deve fare è dare lopportunità alle persone di uscire dalla condizione di grande povertà nella quale versano con le loro forze. In tal modo esseconservano la loro dignità e acquistano fiducia in sé stesse.”
  • 64. MUHAMMAD YUNUS“IL BANCHIERE DEI POVERI”Muhammad Yunus vive in uno dei paesi più poveri del mondo. Ad arginare gli effetti devastanti delle calamità naturali, dellamalnutrizione, della povertà strutturale, dellanalfabetismo e della alta densità di popolazione, in Bangladesh, non sono bastati i trentamiliardi di dollari degli aiuti internazionali. “Quella notte, però, non riuscivo a prendere sonno, tormentato dalla vergogna di appartenerea una società che non riusciva a fornire 27 dollari a quarantadue persone per metterle in grado di autosostentarsi”, così cita Yunus nelsuo libro. Spiega che è difficile, quindi, immaginare che lOccidente abbia qualcosa da imparare da questo paese. Eppure, è nata quila Grameen Bank e con essa unidea per far sparire la povertà dalla faccia della terra. Il professor Yunus ha trovato il modo,accordando minuscoli prestiti ai diseredati della terra, di fornire al 10% della popolazione - bengalese (dodici milioni di persone) glistrumenti per uscire dalla miseria, e di trasferire poi la sperimentazione del microcredito dal Terzo mondo ai poveri di altri paesi.“Bisogna fare qualcosa. Ma che cosa? Mi venne lidea di sottoporre il problema al direttore della banca locale: sarebbe stato logico chefosse la banca a prestare denaro a chi non aveva un capitale. Sembrava così semplice... in apparenza. E quello fu linizio di tutto. [¡K]Ancora oggi io e i miei colleghi di Grameen lavoriamo con lo stesso obbiettivo: quello di porre fine alla povertà, condizione che mortificaluomo nella sua essenza più profonda”. La banca presta denaro, a tassi bonificati, solo ai poverissimi: in questo modo coloro che nonpotevano ottenere prestiti dai tradizionali istituti di credito (e sono state in maggioranza donne) vengono messi nella condizione diaffrancarsi dallusura, di allargare la propria base economica e di prendere in mano il proprio destino.Yunus vede i poveri come persone molto capaci, perché, nonostante abbiano tutte le condizioni avverse, riescono a sopravvivere, esoprattutto li vede come esseri reali, singoli individui, ognuno con le proprie particolarità e con la propria dignità a priori, per diritto dinascita. Yunus dimostra che i poveri sono solvibili, che si può prestare loro del denaro e ricavarne un profitto.
  • 65. Articoli tratti dal sito “centro nuovo modello di sviluppo”12 risposte sul debito e come uscirne con equitàLa crisi che verràMovimento di Rinnovazione Pedagogica (Contro il fallimento scolastico). “Movimiento de Renovación Pedagógica” (¡contra el fracaso escolar!)Land Grabbing: l’Africa in venditaUna commissione dindagine sul debito pubblicoNiente è come prima. Note storiche sul debito pubblico italianoL’Audit, uno strumento essenziale per rivelare le origini del “debito” negli Stati Uniti e in EuropaCominciare laudit dalle spese militari. Il debito e le spese militari. I dati delle spese belliche. Un bilancio per le guerreIl debito pubblico e le spese militari. Un altro modello per la “Difesa”. Non pagare il debito, tagliare le spese militari.Debiti odiosi. Grecia, Irlanda e Portogallo: perché gli accordi conclusi con la Troïka (comitato costituito da tre persone) sono odiosi?E se il modo di non pagare il debito in realtà ci fosse?Stato del debito e etica della colpa. Intervista a Christian MarazziCome si innesca il processo di speculazione sul debitoTra Berlino e WashingtonUn’analisi di fondo per rivelarne le origini politiche. Ma cos’è questo debito?Dizionario della crisi economica.Analista persona specializzata nel valutare una qualche attività o passività finanziaria, dalle azioni, alle obbligazioni, alle stesse imprese nel loro complesso e che lavora spesso in una banca o in una società finanziaria specializzataAssets è l’espressione inglese per attività, indicate nel lato sinistro del bilancio di esercizio (in Gran Bretagna quello destro); fa riferimento quindi, in termini generali, alle liquidità, ai crediti, al magazzino materie prime e prodotti finiti, agli investimenti tecnici, immateriali, finanziari, posseduti da un’impresa, da un’organizzazione, da un privatoAusterità politica che consiste essenzialmente nel taglio della spesa pubblica con l’obiettivo ufficialmente dichiarato di ridurre il livello dell’indebitamento degli stati e di rendere compatibili le uscite di bilancio con le entrate. Nella sostanza, in realtà, l’austerità come praticata in questi anni consiste nel trasferimento di una parte del reddito delle famiglie di un paese a favore delle banche e più in generale del settore delle imprese e di quello delle classi più ricche; un altro obiettivo formalmente non dichiarato è quello di ridurre comunque l’intervento dello stato nella vita economicaBailout letteralmente to bailout significa dare in garanzia; in termini più generali, ha il significato di salvataggio. Con l’espressione, si fa, tra l’altro e di recente, riferimento all’azione del governo americano e di alcuni paesi europei che hanno salvato alcune grandi istituzioni finanziarie che si trovavano in gravi difficoltàBanca di deposito, o banca commerciale; un tipo di banca, prevalente in Europa, che raccoglie depositi dai suoi clienti, che poi utilizza per effettuare operazioni di prestito; è distinta dalla banca di investimento (v.)Banche di investimento(investment banks) Esse si sono così trovate al centro della tempesta finanziaria in atto; molte di esse hanno perso molto danaro, qualcuna è anche fallita, qualcun’altra è stata assorbita da grandi banche commercialiBanca mista o banca universale; un tipo di banca che può svolgere tutti i tipi di operazioni finanziarie e quindi, tra l’altro, sia quelle proprie delle banche commerciali (v.), che quelle tipiche delle banche di investimento (v.). È un modello messo a suo tempo a punto in Germania e che sembrava quello trionfante nel settore; ma la crisi ha messo in dubbio tale convinzioneBasilea 2 e 3 Basilea 2, in relazione al livello delle attività possedute da una banca e dal livello di rischio di tali attività. L’espressione 2 deriva dal fatto che essa è una versione perfezionata di un precedente accordo ed è stata introdotta in Europa a partire dal 1° gennaio del 2008, mentre doveva entrare in funzione negli Stati Uniti e in Italia a partire dal 2009. Basilea 3 e che toccano questa volta, oltre al livello dei mezzi propri, anche quello del livello di liquidità, mentre affrontano anche il problema del rischio sistemico (v.). Si trae l’impressione che, pur presentandosi esse come un passo avanti abbastanza rilevante rispetto a quelle precedenti, siano comunque ancora inadeguate rispetto alle necessità e comunque esse dovrebbero entrare in funzionepienamente soltanto nel 2019Break-up in inglese significa rottura, dissoluzione e l’espressione viene usata di questi tempi per fare soprattutto riferimento alla possibile fine della moneta unica, che non ce la farebbe a reggere sotto il peso delle sue contraddizioni, magari sotto la spinta di un forte attacco speculativoBretton W oods dal nome della località degli Stati Uniti dove si riunirono verso la fine della guerra i paesi vincitori per definire le strutture economiche e finanziarie internazionali di governo del mondo. Il sistema di Bretton Woods sanciva, tra l’altro, l’egemonia statunitense sugli affari del pianeta. Tra le principali decisioni prese in quella sede, oltre alla messa in opera di un sistema di cambi fissi con al centro il dollaro, ormai unica moneta di riserva, il varo di una struttura di coordinamento finanziario internazionale centrata, tra l’altro, sulla creazione della Banca Mondiale (W B) e del Fondo Monetario Internazionale (IMF)BTp Buoni del Tesoro poliennali italiani, che hanno in genere una durata che va dai 3 sino, in qualche caso, anche a 30 anni; le cedole sono fisse e semestrali. Il BTp decennale è, tra l’altro, il titolo di riferimento per misurare il rischio Italia nei confronti dei titoli pubblici di altri paesi; normalmente è tipico il rapporto BTp - Bund (v.), che si esprime in un differenziale (spread v.) di tassi si interesse tra i due titoli e che viene considerato di solito il termometro del rischio che il mercato percepisce sulla tenuta dei conti pubbliciBund titoli di stato a medio-lungo termine emessi dallo stato tedesco e che sono considerati il benchmark (v.) di riferimento per valutare la situazione di titoli di altri paesiCasino finance una finanza che trascura il sostegno all’economia reale, cioè alla produzione di beni e servizi da parte in particolare delle imprese e volge la sua attenzione soprattutto alla speculazione e al raggiungimento di ritorni molto elevati, prendendosi molti rischi. Si usa questa espressione, tra l’altro, con riferimento alle modalità di funzionamento dei mercati e delle istituzioni finanziarie in molti paesi negli ultimi quindici-venti anniCDO (Collateralized Debt Obligation), sottospecie di ABS (v.), titoli aventi come garanzia un portafoglio di altri titoli. Si distinguono come sottocategorie i CLO, Collateralized Loan Obligation, nei quali la garanzia è costituita da un portafoglio di prestiti alle imprese; CBO, Collateralized Bond Obligation, nei quali la garanzia è costituita da un portafoglio di obbligazioni emesse dalle imprese; CMO, Collateralized Mortgage Obligation, nei quali la garanzia è costituita da un portafoglio di mutuiCDO sintetici i cdo sintetici hanno reso la crisi del sub-prime molto più grave di quello che essa poteva essere. Un cdo normale (v.) è collegato a delle comuni obbligazioni che garantiscono lo stesso titolo, mentre la versione sintetica è collegata invece a dei cds (v.), derivati che fanno poi solo riferimento a un gruppo particolare di obbligazioni sui mutui immobiliari. Non era necessario, in altre parole, per creare dei cdo sintetici e al contrario che per i cdo ordinari, che venissero emessi dei nuovi mutui sub-prime, ma si poteva invece crearne un numero infinito sulla base di obbligazioni che esistevano già. Questo ha aumentato a dismisura il volume dei cdo sintetici in circolazioneCDS (Credit Default Swap) strumenti della categoria dei derivati (v.), che assicurano gli investitori contro il mancato pagamento di un’obbligazione e contro il fallimento di una società o anche di un paese. Sono stati ampiamente utilizzati durante la crisi; negli Stati Uniti si sono specializzati nel garantire le emissioni di obbligazioni le cosiddette assicurazioni monoline (v.), che poi si sono trovate in grandi difficoltà. Più in generale, tali strumenti sono stati emessi in passato in maniera sconsiderata, per fini speculativi, sino ad arrivare nel 2007 ad un livello complessivo di circa 62.000 miliardi di dollari. Negli ultimi anni sono diventati particolarmente importanti come strumento di misura del livello di rischio dei titoli dei paesi in difficoltà di bilancioClub-Med si tratta di un’espressione che fa riferimento ai paesi del Sud dell’Europa, Grecia, Portogallo, Spagna, Italia, che vengono considerati a rischio, in quanto almeno potenziali portatori di politiche economiche non rigorose, con la conseguenza di elevati deficit di bilancio e/o di un alto rapporto debiti/pilCMBS (Commercial Mortgage Backed Securities) obbligazioni della categoria degli ABS (v.). Gli organismi emittenti di questi titoli sono delle società veicolo create dalle banche (v. SIV)Collateral (collaterale) un’attività – un bene materiale, un titolo – posta a garanzia di un prestitoCommercial paper v. Carta commercialeconsob autorità di vigilanza dei mercati finanziari italiani; è peraltro nota, in generale, per la sua scarsa efficienza e capacità di intervento. Ad esempio, durante la recente crisi delle borse, le sue azioni per tenere sotto controllo le vendite allo scoperto sono state nella sostanza molto lacunoseCore tier one è la misura più importante e più stringente della forza patrimoniale delle banche e fa riferimento in particolare ad una definizione rigorosa di che cosa costituisca il primo e più sicuro livello di mezzi propri di un istituto secondo le regole di Basilea (v.)Credit crunch stretta creditizia, indotta in genere da mancanza di fondi o da timori di difficoltà da parte delle istituzioni creditizie. La situazione di stretta creditizia può anche essere provocata volontariamente dalle stesse banche centrali di un paese, in caso, ad esempio, di una situazione di surriscaldamento dell’economia. Si temeva che, a causa della crisi in atto, le banche potessero essere spinte a ridurre il credito alle imprese e ai privati, ciò che avrebbe portato a un approfondimento delle difficoltà finanziarie; il fatto si è in effetti verificato in particolare nei confronti delle piccole e medie impreseCrisi di liquidità situazione nella quale una banca, un paese, un privato, non può più far fronte transitoriamente alle richieste di restituzione di un debito. È la situazione davanti alla quale si sono trovate molte istituzioni finanziarie e sempre si più si trovano ora anche diversi paesi, davanti alla crisi; la situazione è stata governata, tra l’altro, dalle banche centrali dei vari stati, che hanno inondato il mercato di denaro, nonché dagli stessi interventi dei governi. A volte,se non risolta tempestivamente, una crisi di liquidità, può diventare una crisi di solvibilità (v.)Crisi sovrana crisi finanziaria che tocca uno Stato, che ad un certo punto non riesce a far fronte ai pagamentiDebito sovrano l’insieme dei debiti accumulati da uno stato nelle sue varie articolazioni territoriali e settorialiDecoupling con l’espressione si fa riferimento all’idea, avanzata nelle prime fasi della crisi, che certi paesi emergenti quali la Cina, l’India, il Brasile, sarebbero stati risparmiati dalle difficoltà ed avrebbero continuato a svilupparsi, cosa che è poi in effetti avvenuta, almeno per la gran parteDeflazione può essere definita come il fenomeno esattamente contrario a quello dell’inflazione (v.) e consiste in una diminuzione generale e duratura dei prezzi – in Giappone una situazione di questo tipo è durata all’incirca una quindicina d’anni, a partire dal 1990. Da non confondere con il fenomeno di disinflazione (v.), che evoca una situazione sempre di inflazione, ma il cui livello si va riducendo. La deflazione è ancora più pericolosa dell’inflazione ed è ancora più difficile da combattere. Si teme per il futuro anche prossimo un possibile affermarsi del fenomeno in Europa e negli Stati UnitiDefault (insolvenza) un debitore si trova in una situazione di default quando non è in grado di far fronte, temporaneamente o strutturalmente, a tutti od anche ad una parte dei suoi impegni di pagamento alla scadenzaDeleveraging uno dei problemi delle istituzioni finanziarie oggi è quella di un troppo elevato livello di indebitamento (in inglese si parla di leverage elevato). Da questo ha origine l’esigenza di un deleveraging, cioè di una riduzione del suo livello. Ora, un’operazione di questo genere si può fare, nella sostanza, o aumentando il capitale sociale, o riducendo il livello dei prestiti alla clientela, o attraverso l’accumulazione interna –profitti, ammortamenti, ecc. La prima operazione appare difficile perché scarseggiano i soldi, l’altra comporta qualche difficoltà per l’economia reale; nell’ultimo periodo la terza opzione sembra acquistare qualche importanza. Il fenomeno di un eccessivo indebitamento tocca peraltro in questo momento anche i privati, in particolare inalcuni paesi, mentre il sistema delle imprese, almeno nel suo complesso, sembra un po’ meno colpitoDepressione situazione nella quale si registra una diminuzione importante del pil di un paese – in genere si fa riferimento a un declino di almeno il 10% – o una diminuzione quantitativamente anche ridotta ma la cui durata sia di almeno tre anni, mentre l’espressione recessione (v.) fotografa una situazione in cui il livello del pil diminuisce in maniera relativamente moderata e per un più breve periodo di tempoDisuguaglianze negli ultimi decenni, in relazione in particolare ai processi di deregulation, liberalizzazione, privatizzazione, sgravi fiscali ai ceti più abbienti, fenomeni avviati a suo tempo dalla Thatcher e da Reagan, sono aumentate di parecchio le diseguaglianze di reddito e di ricchezza nel mondo occidentale; tale fenomeno sarebbe all’origine dell’attuale crisi (v. domanda)Diversificazione nella teoria e nella pratica finanziaria è comune l’idea che si possono ridurre i rischi di investimento non mettendo tutti i soldi disponibili in un unico titolo, ma diversificando gli impieghi in più direzioni, secondo opportune tecniche, avanzate per primo dal premio Nobel per l’economia H. Markowitz. Ma se tutti i protagonisti di un mercato si diversificano più o meno allo stesso modo si crea un nuovo tipo di rischio, quello di scarsa differenziazione, che introduce una variante pericolosa del rischio sistemicoDomanda secondo l’avviso di molti economisti la crisi attuale sarebbe una crisi da carenza di domanda di beni e servizi sul mercato, crisi originata a sua volta dal fenomeno della crescita delle diseguaglianze a livello di reddito e di ricchezza negli ultimi decenni in Occidente, con il forte aumento della quota del pil dei principali paesi che va al capitale e la diminuzione di quella che va al lavoro, ciò che avrebbe appunto provocato l’impossibilità per le classi medie e popolari di accrescere i propri consumi; peserebbe inoltre sul fenomeno la mancanza di una qualche nuova ondata tecnologica che in passato è stata all’origine di diversi periodi di forte crescita economica. Qualcuno intravede nello sviluppo di forti investimenti nell’economia verde il possibileatout che potrebbe servire oggi alla bisognaEcofin organismo dell’Unione Europea costituito dai 27 ministri dell’economia e delle finanze dell’Unione; esso ha avuto un ruolo di qualche rilievo nei provvedimenti che hanno cercato di bloccare, ad un certo punto, la crisi finanziariaEFSF European Financial Stability Facility si tratta di un fondo messo in opera dai diciassette stati facenti parte della zona euro, insieme al Fondo Monetario internazionale, per far fronte ai possibili problemi finanziari degli stessi stati; il fondo ha una durata temporanea e sarà sostituito, a metà 2012, da un’altra struttura questa volta di tipo permanente, lo European Stability Mechanism (v.), molti hanno sottolineato la insufficiente dotazione dello stesso fondoESM European Stability Mechanism fondo permanente che dovrebbe entrare in funzione a metà 2012 sostituendo (o integrando, non è ancora chiaro) l’Efsf (v.) e che dovrebbe servire a sostenere finanziariamente i singoli stati dell’eurozonaFondo salva stati v. EFSFFirewall significa letteralmente “muro antincendio”; tale espressione nel linguaggio finanziario si può meglio tradurre come “muro anticontagio” e fa riferimento a quei provvedimenti che si possono prendere per evitare che le difficoltà di un paese o di una banca si estendano ad altri paesi o a tutto il sistema bancarioFondi sovrani(sovereign funds) fondi di investimento in cui si concentra un rilevante insieme di risparmi di un dato paese, in particolare della Cina e dei paesi petroliferi; tali risorse sono impiegate principalmente in azioni ed obbligazioni, ma anche nell’acquisizione di imprese e i fondi appartengono a degli stati o a delle banche centrali di tali stati, in particolare di paesi asiatici e mediorientaliGovernance fa riferimento al sistema di governo di un’organizzazione, in particolare di un’impresa; il nodo principale, ma non il solo, di tale questione riguarda il rapporto tra i poteri posseduti dagli azionisti e dai suoi rappresentanti da una parte – nonché il loro meccanismo di nomina – e quello dei manager – nonché i loro meccanismi di remunerazione – dall’altra. Si tratta di una grande lotta in atto per il potere in molte grandi imprese occidentaliG-2 per alcuni il vero organismo informale che oggi governa il mondo e che è rappresentato dal binomio Stati Uniti-CinaG-8 organismo, ormai archeologico, che raccoglie i sette paesi una volta più industrializzati del mondo, compresa l’Italia, più la RussiaG-20 organismo che raccoglie, oltre ai paesi del G-8, anche quelli emergenti più importanti, compresi, tra l’altro, la Cina, l’India, il Brasile. Esso è nato di recente dalla consapevolezza che ormai i paesi occidentali non sono assolutamente in grado di governare il mondo da soli; ma i primi passi di tale organismo non sembrano in generale molto brillantiGrecia bisogna intanto onestamente ricordare che si tratta di un paese storicamente molto poco incline al rispetto di criteri di serietà finanziaria, tanto che dal momento ormai lontano dell’indipendenza e sino a oggi esso si è sostanzialmente trovato in una situazione di dissesto quasi permanente. Dopo l’ingresso nell’euro e con la crisi è stato rivelato che i conti presentati dal paese erano sistematicamente truccati da molti anni. Va sottolineato che a portare degli squilibri rilevanti hanno contribuito le grandi spese sostenute per i giochi olimpici del 2004; la crisi in atto, con la caduta delle entrate e l’aumento delle spese per far fronte alle difficoltà, ha dato un ulteriore colpo durissimo al paese. Esso si trova oggi al crocevia di molte contraddizioni. La crisidel paese ha anche mostrato tutta la debolezza della costruzione dell’euro, priva di meccanismi di salvaguardia e di intervento in caso di difficoltà, senza una politica economica a livello di Unione Europea, mentre la Germania, il paese guida dell’Europa, si rinchiudeva in un egoismo nazionale miope. Mentre i paesi europei per intervenire a favore del paese hanno richiesto condizioni impossibili economicamente e socialmente, che aggravano le difficoltà. Dopo il problema greco si sono affacciati alla ribalta quelli dell’Irlanda, del Portogallo, della Spagna e poi anche dell’Italia. Una cosa sembra quasi certa: o dall’euro usciranno progressivamente tutti i paesi del Sud Europa, con la formazione quindi di una moneta unica ristretta ai paesi del Nord ocomunque la frantumazione del sistema della moneta unica, oppure si procederà con determinazione verso un’unione anche politica del continenteIndignados Stephen Hessel ha pubblicato nel 2011 un libretto dal titolo “Indignez Vous” che ha avuto un grande successo, oltre che in Francia, in molti paesi del mondo e che ha contribuito a dare origine a dei movimenti di protesta prevalentemente giovanili in diversi luoghi contro l’attuale situazione economica, sociale, politica, del mondo. Tra i movimenti più vigorosi si segnalano appunto quelli sorti in SpagnaInflazione aumento generalizzato e durevole dei prezzi dei beni e servizi in un paese. Questa situazione corrisponde in genere ad una diminuzione del potere d’acquisto di una moneta, il che significa che con la stessa somma si denaro si possono acquistare meno beni e servizi di prima. La Banca Centrale Europea ha tenuto a lungo alti nel 2008 i tassi di interesse, nonostante le richieste contrarie del mondo produttivo, appunto per timore di un aumento rilevante dei prezzi e solo successivamente si è decisa ad abbassarliIpotesi del mercato efficiente secondo tale ipotesi i prezzi dei titoli in borsa riflettono pienamente e istantaneamente tutte le informazioni disponibili sui titoli stessi. In altri termini, non si può battere il mercato e i titoli non sono mai né sopravalutati né sottovalutati. L’ipotesi non è solo importante in sé, ma essa sta anche alla base di una parte consistente della teoria finanziaria. Anche la recente crisi ha mostrato la fallacia di tale impostazione.Islanda la crisi finanziaria non ha toccato soltanto le banche e le imprese; essa ha successivamente riguardato anche numerosi paesi, anche europei, in parte anche in relazione alla crisi delle stesse banche ed imprese. Il primo a essere colpito, e in misura rilevante, è stato fra tutti a suo tempo l’Islanda, paese nel quale le banche nazionali si sono in passato fortemente indebitate all’estero, per finanziare in particolare una loro forte espansione internazionale e un processo di diversificazione verso altri settori. Con le difficoltà del mercato dei prestiti, il paese ha a un certo punto praticamente fatto bancarotta.Leverage (leva finanziaria) utilizzazione del debito al fine di accrescere il livello delle risorse disponibili per, ad esempio, sviluppare un maggior livello di attività. Una delle ragioni per lo scoppio della crisi del subprime, come di molte crisi precedenti – tra cui, quella del 1929 – è proprio quello che le istituzioni finanziarie, nel nostro caso le banche, le banche di investimento, i privati, gli hedge funds, i fondi di private equity, hanno fatto ricorso a un troppo alto livello di debito. Così la Goldman Sachs, la più prestigiosa banca di investimento e a capo della quale è stato lungamente l’attuale ministro del tesoro Usa, H. Paulson, presentava, alla metà del 2008, un rapporto mezzi propri/debiti che era pari a circa uno a trentadue. È quindi ora in atto, tra milledifficoltà, un’operazione di deleveraging (v.). Ma, in periodi di difficoltà, l’effetto di leva può esercitarsi anche in senso negativo, contribuendo ad ampliare la caduta di un’istituzione. Se ad esempio i risparmiatori chiedono indietro i loro soldi a un hedge fund, questo, per restituire ad esempio mille euro, per non aggravare il suo livello di indebitamento, è costretto a vendere in tutta fretta sul mercato titoli per cinquemila euro, contribuendo ad aumentare le perdite per la conseguente caduta dei prezzi degli stessi titoli in borsa.Liquidità capacita di un’impresa, di una banca, di una qualsiasi organizzazione economica, a far fronte ai suoi impegni finanziari di breve termine. Molte banche, durante la crisi, si sono ritrovate con una liquidità molto scarsa anche per il pratico azzerarsi di alcune fonti di approvvigionamento di denaro, quale, in particolare, il mercato interbancario (v.), prosciugatosi nella sostanza perché da un certo punto in poi nessuna banca si è più fidata a prestare dei soldi a nessun’altra.Moral hazard (rischio morale o comportamento opportunistico) comportamento particolare di un agente economico, che, essendosi ad esempio assicurato contro il rischio, non prende più delle precauzioni contro la realizzazione dello stesso rischio; a volte, l’agente nasconde anche alle controparti la reale consistenza dell’alea. Così, il fatto che il rischio di solvibilità dell’acquirente di un mutuo potesse essere scaricato sul mercato attraverso meccanismi di assicurazione o di cartolarizzazione ha spinto le istituzioni finanziarie a non guardare troppo per il sottile alla capacità di restituzione dei contraenti. Così con la crisi si è scoperta l’esistenza di un moral hazard gigantesco, con i banchieri che si sono presi rischi eccessivi: sino a quando le cose sonoandate bene, essi hanno intascato dei profitti enormi, quando poi con la crisi sono cominciate le perdite esse sono state scaricate sui contribuenti.Neoliberismo ideologia dominante negli ultimi decenni, almeno nei paesi occidentali e che predica la riduzione al minimo dell’intervento dello stato in economia, le liberalizzazioni, la deregolamentazione anche nel settore finanziario, le privatizzazioni, con il convincimento che il mercato, lasciato a se stesso, è in grado di risolvere in ogni caso i problemi meglio dell’intervento pubblico. Una variante di tale dottrina, che ha preso il nome di Washington Consensus, è quella applicata dagli organismi internazionali, quali la Banca Mondiale e il Fondo Monetario Internazionale, ai paesi del Terzo Mondo.Politiche di rientro si richiede da più parti a gran voce che gli stati preparino al più presto dei piani di rientro dai deficit pubblici e dai livelli di indebitamento raggiunti con la crisi e con gli interventi di contenimento della stessa. Si scontrano su questo fronte quelli che vorrebbero interventi molto solleciti e quelli invece che, valutando che la situazione economica dei paesi occidentali è ancora molto fragile, vorrebbero invece attendere che essa si consolidi.Rating (classificazione, o votazione) le agenzie di rating forniscono, su richiesta e a pagamento da parte di un’impresa, di un ente pubblico, di un’organizzazione, una valutazione sulla qualità dei titoli che saranno emessi o sono stati emessi da tali enti; la valutazione può cambiare nel tempo. Uno degli aspetti dello scatenamento della crisi attuale è stata costituita dal fatto che le agenzie hanno dato una valutazione troppo ottimistica dei titoli derivati dai prestiti sub-prime. Una delle ragioni dei pessimi risultati ottenuti da tali agenzie risiede nel fatto che esse vengono pagate dalle stesse organizzazioni che devono sottoporre a giudizio di affidabilità, trovandosi quindi in un rilevante conflitto di interessi. Nonostante le ripetute dimostrazioni di una mancanza diaffidabilità di questi enti, i loro giudizi continuano a condizionare pesantemente anche le stesse vite dei vari stati nazionali (v. AAA)Recessione in un ciclo economico la recessione è una fase di diminuzione almeno relativamente passeggera dei livelli di attività economica. Secondo una definizione utilizzata ormai da tutti, ci si trova in una situazione di recessione quando si registra una diminuzione, in genere non drammatica, dei livelli del pil per almeno due trimestri. Si parla invece di depressione (v.) se la diminuzione del pil dura più a lungo ed è più profonda.Solvibilità capacità di un’impresa a far fronte ai suoi impegni finanziari di medio-lungo termine. Essa si misura ad esempio analizzando il rapporto tra il capitale proprio e i debiti; maggiore tale rapporto, maggiore la solvibilità. Le regole cosiddette di Basilea 2 e di Basilea 3 (v.) prevedono appunto che le banche debbano possedere un certo rapporto minimo tra mezzi propri e debiti, rapporto anche collegato al livello di rischio dei loro impieghi di denaro.Spread si tratta della differenza tra i tassi di interesse di riferimento negoziati in un mercato (ad esempio, l’euribor sul mercato dei prestiti interbancari, v.) e i tassi pagati da una persona o una società quando prende a prestito del denaro; più alto è considerato il rischio del prenditore, più alto lo spread. Si dice spread anche la differenza tra prezzi di acquisto e di vendita di un bene su di un mercato organizzato. Da diversi mesi preoccupa nel nostro paese in particolare la forte crescita dello spread tra i titoli pubblici italiani e quelli tedeschi.Summit incontri al vertice. Negli ultimi tempi sono balzati all’attenzione del mondo quelli che si svolgono tra i paesi del G-20 (v.) e quelli che hanno luogo tra il cancelliere tedesco A. Merkel e il presidente francese N. Sarkozy, che spesso precedono una riunione dei paesi dell’eurozona e che dovrebbero servire a risolvere le periodiche crisi dell’euro, per la verità normalmente senza grandi risultati.Tobin tax negli anni settanta l’economista J. Tobin ha proposto l’istituzione di una tassa, sia pure con un’aliquota molto bassa, su tutte le transazioni valutarie, al fine di limitare i movimenti internazionali speculativi di capitale e di ridurre le fluttuazioni nei rapporti di cambio delle monete. Tale proposta è stata ripresa con diverse varianti di recente, in relazione alla crisi. Così, ad esempio, ne ha parlato il primo ministro britannico, Gordon Brown, nel 2009, proponendo di istituire una tassa su tutte le transazioni finanziarie. Il ricavato, che sarebbe comunque molto cospicuo, potrebbe essere utilizzato, secondo anche le proposte degli altermondialisti, per combattere la povertà nel mondo. L’ipotesi di una tassa sulle transazioni finanziarie e/o sui bilanci dellebanche si sta facendo ora strada anche in diversi altri paesi europei e viene riproposta in particolare da A, Merkel e da N. Sarkozy; si è associato in qualche modo all’idea anche il governo Monti.Trappola della liquidità (liquidity trap) a un certo punto del ciclo della crisi, un abbassamento dei tassi di interesse e una politica di denaro facile perseguita dalla banca centrale per stimolare l’attività economica possono invece indurre i risparmiatori e le stesse imprese ad aumentare il loro livello di paura per l’immediato futuro e quindi a tesaurizzare il denaro e ad evitare di spendere, ciò che porterà a un’ulteriore riduzione dell’attività economica, innescando un circolo vizioso diabolico.Zirp (zero interest rate policy) in caso di crisi, la politica monetaria delle banche centrali può arrivare sino a prestare denaro alle istituzioni finanziarie ad un tasso di interesse pari a zero, come del resto è successo dalla fine del 2008 in poi negli Stati Uniti, mentre la Banca Centrale Europea ha applicato dei tassi di poco superiori, ma sempre molto ridotti.
  • 66. http://www.cnms.it/
  • 67. http://www.juragentium.org/
  • 68. http://www.revuedumauss.com/
  • 69. http://www.lalignedhorizon.net/wikka.php?wakka=Accueil
  • 70. Ulrich Beck e la società del rischioUlrich Beck (nato il 15 maggio 1944) è il più famoso sociologo tedesco che ha studiato sociologia, filosofia, psicologia e scienzepolitiche all’Università di Monaco.Dal 1979 è stato professore di sociologia in diverse università in Germania: Münster, Bamberg e München. Dal 1997 si occupò delleconsulenze politiche.Uno dei suoi più famosi libri è “Risikogesellschaft” (la società del rischio).L’Associazione Sociologica Internazionale ha considerato questa opera cme una delle 20 opere di sociologia del secolo.La tesi fondamentale dice: “noi siamo testimoni di una rottura all’interno dell’epoca moderna”.Questa rottura si è liberata dei contorni della società industriale classica dando vita ad una nuova forma: la così detta “società delrischio”.Così come nel 19 secolo la modernizzazione ha liberato una società agraria costantemente fossilizzata e ha liberato la struttura dellasocietà industriale, oggi la modernizzazione si libera dei contorni della società industriale e nella moderna continuità si forma unanuova forma sociale.Si distingue per la seconda epoca moderna industrializzata, dalla prima epoca moderna industrializzata, Beck fa una distinzionesoprattutto tra “la logica della produzione di ricchezza”che si sta imponendo sempre più e fra la “logica della produzione del rischio”:“nell’avanzata epoca moderna si accompagna la produzione della società della ricchezza sistematicamente con la produzione dei rischidella società. Di conseguenza la distribuzione dei problemi e i conflitti dei beni sociali sono superati dai problemi e conflitti prodotti alivello tecnico-scientifico dalla produzione, definizione e divisione da cui derivano i rischi. Si tratta di un cambio di distribuzione della“logica della ricchezza” alla distribuzione della “logica del rischio”.In conclusione tematizza come i rischi prodotti dalla società moderna stessa, che sono quindi riflessivi, ma “non si tratta più soltantodell’utilizzazione dello sfruttamento della natura, della liberazione degli uomini dalle tradizionali costrizioni, bensì essenzialmente diproblemi successivi dello sviluppo tecnico-economico stesso. Il processo di modernizzazione diventa in modo riflessivo, lui stessocome tema e problema.”Con il concetto di rischio Beck intende nel campo delle scienze naturali: da una parte la distribuzione delle sostanze nocive, dall’altra lostato di minaccia sociale come per esempio la disoccupazione.La caratteristiche in ciò è che i rischi corrispondenti delle classi sociali non sono più divisi, bensì tendenzialmente riguardano chiunque,così come la radioattività non si distingue più tra poveri e ricchi: “il bisogno è gerarchico,lo smog è gerarchico”.
  • 71. http://www.aamterranuova.it/
  • 72. http://www.wikipedia.org/
  • 73. SERGE LATOUCHESiamo stati alla conferenza di Serge Latouche il quale ha parlato del tema della decrescita e ha presentato il suo nuovo libro appenauscito: “Per unabbondanza frugale. Malintesi e controversie sulla decrescita”.Il titolo della conferenza era “Il bruco e la farfalla, quale capitalismo deve uscire da questa crisi” modificato in seguito dallo stessoautore in “Il bruco, la farfalla e la seta” per intendere la società contemporanea la quale deve riemergere dalla crisi.Si distinguono varie tipologie di crisi:europea, delloccupazione, culturale/sociale, etica, ecologica e finanziaria; queste crisi simescolano e danno origine ad una di tipo globale paragonabile al declino dellImpero romano.Oggi il tema del Capitalismo simboleggia il virus delle nostre teste poiché nessuno sa bene cosa possa significare questo principio.Il simbolo della decrescita è nella figura della chiocciola.Secondo lui per migliorare la società occorre procedere così:• restaurare lagricoltura contadina• trasformare gli aumenti di produttività• ridurre il tempo• stimolare la produzione dei beni (avere più tempo libero)• ridurre lo spreco di energia• penalizzare le spese pubblicitarie (anche se non è necessario per la decrescita)• decretare una maratona sullinvenzione tecnica-scientifica• riappropriarsi della moneta (non privatizzata dalle banche)• un grosso problema da risolvere è la disoccupazione, perciò ricreare localmente i posti di lavoro.In questo intervento noi abbiamo ritrovato dei temi che lei ha affrontato nel suo saggio “Sobrietà” di Francesco Gesualdi del 2005 comeper esempio i bisogni sociali, le svolte negative del consumismo, avvicinamento della produzione al consumo.