DR. CHEATER E MR. MOBBER, SONO LA STESSA PERSONA?
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DR. CHEATER E MR. MOBBER, SONO LA STESSA PERSONA? DR. CHEATER E MR. MOBBER, SONO LA STESSA PERSONA? Document Transcript

  • UNIVERSITA’ DEGLI STUDI ROMA TRE FACOLTA’ DI SCIENZE DELLA FORMAZIONE Corso di laurea in scienze dell’educazione DR. CHEATER E MR. MOBBER, SONO LA STESSA PERSONA? Celio Anna Linda 203788 Relatore: Prof. Isabella Poggi Correlatore: Prof. Giuditta Alessandrini Anno Accademico 2005/2006 1
  • “Mors tua vita mea.” Questo elaborato si propone di analizzare i personaggi-chiave di due fenomeni sociali attualmente molto diffusi: il cheating ed il mobbing. Il cheating, contrariamente al mobbing è un fenomeno poco noto ed analizzato in Italia, nonostante sia praticato e diffuso nella vita sociale del nostro paese forse anche più del mobbing. La ragione è probabilmente legata alla natura trasversale di questo fenomeno e alla mancanza di uno studio interdisciplinare in grado di dare ad esso un fondamento teorico. La stessa definizione di cheating rimanda a tutta una serie di comportamenti finalizzati al raggiungimento di scopi strumentali diversi ma probabilmente attuati in vista del medesimo sovrascopo di potere. Il cheating è : un comportamento inteso ad ottenere un vantaggio ingiusto, di solito nel proprio interesse e spesso, a spese degli altri. I termine si riferisce alla rottura delle l regole (ad una trasgressione) ma non alla infrazione delle leggi, in quanto le attività illegali sono ascritte ad una specifica terminologia legale che va sotto il nome di frode o corruzione. 1 Dunque, si possono trovare esempi di cheating in qualunque contesto sociale: nel mondo degli affari, in quello dello sport, nei sistemi educativi, nelle relazioni sentimentali. Qualunque forma il cheater assuma - quella dell’affarista spregiudicato, dell’atleta sleale, dell’adultero, dello studente che copia, del giocatore che “bara”- è guidato sempre da uno scopo interno conscio o inconscio di raggiungere un successo, traducibile nella triade fama- soldi- potere. Partendo dalle teorie sociobiologiche ed in particolare dalle tesi sostenute da Robert 1 Traduzione dalla definizione inglese riportata su: en.wikipedia.org/wiki/Cheating 2
  • Trivers (1971) e Richard Dawkins(1995) abbiamo cercato di ottenere una spiegazione biologica del cheating, senza tuttavia riuscire, attraverso le teorie evolutive, ad avere prova diretta dell’esistenza del cheating in termini psicologici. D’altra parte, le teorie sociobiologiche non dicono nulla direttamente sulle cause del comportamento e non tengono in debito conto delle mediazioni mentali, cioè i meccanismi che controllano e riproducono il comportamento stesso. Il punto di partenza dell’approccio sociobiologico è la teoria darwiniana dell’evoluzione secondo la quale solo i comportamenti idonei (che incrementano cioè la possibilità di sopravvivenza) vengono tramandati alle generazioni future tramite il meccanismo della selezione naturale. Sarebbe infatti improbabile che un comportamento non idoneo sia stato in grado di superare la selezione naturale. Pertanto il cheating viene spiegato come l’ istinto, di elevare le probabilità di successo di un singolo individuo o del gruppo parentale e minimizzare le probabilità di fallimento, che viene fuori in determinante circostanze ambientali. (Trivers, 1971). Tuttavia le spiegazioni evolutive non bastano a spiegare il perché un individuo bara, inganna, e mente costantemente, dal momento che lo scopo di riprodursi con successo è esterno alla mente. Insomma, non lottiamo direttamente per la nostra sopravvivenza, non è il gene a guidare le nostre azioni, ma la mente, e insieme il sistema normativo a cui facciamo riferimento. Dunque, il cheating non è soltanto un istinto selezionato, ma una tendenza culturale che si diffonde proprio perché “siccome ognuno lo fa e poiché ognuno vede l’altro farlo, tutti continuano a farlo”(Callahan, 2004, p. 31). Il clima fortemente competitivo, che premia i risultati e si “volta dall’altra parte” di fronte alle trasgressioni etiche e perfino criminali da parte di chi ne esce alla fine vincente, sembra aver favorito la diffusioni di azioni “disoneste” da parte di chi desidera fortemente appartenere alla classe vincente, di condurre una vita economica agiata, di avere potere e 3
  • successo. “Il sogno americano” che ha enfatizzato la determinazione, la convinzione che col duro lavoro e con la forte volontà si possa scalare la vetta sociale a prescindere dalla condizione sociale di partenza, appare oggi rivisitato sotto una chiave più realista. E la sensazione reale di vivere in una società fortemente competitiva che premia il successo e il risultato più che la normalità e la partecipazione, trova consensi più ampi che nella sola società americana. I cheaters appaiono guidati dalla logica del “winner-take-all” dalla convinzione che per avere successo occorra prendere delle scorciatoie (cutting corner) anche a costo di distruggere la vita di chi si trovi ad ostacolare la propria scalata al successo. In realtà un individuo non è il risultato esclusivo di una combinazione genetica o del mercato o, ancora, della società e della sua cultura. Un uomo è tutto questo insieme in realtà si tratta del risultato di un processo di interazione tra istinto, cultura e meccanismi che regolano ogni sfera dell’agire umano a qualunque livello . A questo ci siamo chiesti cosa accade quando un individuo, dotato di scarsa empatia e di una “fredda” personalità, ed orientato al successo professionale si trova di fronte ad un rivale, reale o auto-percepito, vissuto come un ostacolo alla propria carriera o permanenza al lavoro. La risposta l’abbiamo trovata nel mobbing. Il mobbing è “una forma di terrore psicologico sul posto di lavoro, esercitata attraverso comportamenti aggressivi e vessatori ripetuti da parte di colleghi e/o superiori” (Harald EGE, in “Il mobbing in Italia”, ed. Pitagora, Bologna, 1996). Pur costituendo un fenomeno antico, a livello scientifico il Mobbing è conosciuto e studiato soltanto da una ventina d'anni, da quando uscì il primo e famoso libro di Heinz Leymann, universalmente riconosciuto come il "padre del Mobbing". 4
  • Da allora in poi tanti studiosi e ricercatori hanno tentato di rintracciare le cause di tanta violenza psicologica da parte di un aggressore definito appunto “mobber” nei confronti di una vittima definita “mobbizzato”. Nonostante esistano diversi modelli causali con i quali si tenta si spiegare le motivazioni che determinano il mobbing – generalmente si distinguono due approcci: quello soggettivo e quello oggettivo – si preferisce rintracciare le principali cause nei seguenti fattori: a) la carente organizzazione e la contemporanea mancanza di trasparenza per quanto riguarda la suddivisione del lavoro. Se i superiori evitano le riunioni di lavoro, ciò favorisce e aumenta il mobbing; b) la personalità del cosiddetto “mobber”, caratterizzata da ambizione, egocentrismo e/o da un inconfessato sentimento di debolezza, che lo porta ad adottare questi comportamenti per “fare strada” eliminando così le persone che potrebbero costituire ostacolo; c) il contesto sociale quale in particolare la crescente competitività nella società dell’efficienza. Le ricerche scientifiche, basate su studi empirici approfonditi, hanno dimostrano come siano determinanti i fattori situazionali nell’innescarsi del mobbing,(Leymann,1996; Gilioli, 2000 ). Il grado di conflittualità aumenta negli ambienti di lavoro molto competitivi e così aumenta il rischio Mobbing. Come esempio, si pensi agli Stati Uniti e al modello Yuppie, che prese piede durante gli anni Ottanta. Nell’ottica del carrierismo rampante, si esaltava e si premiava il comportamento più spregiudicato, che vedeva sgomitare gli impiegati in lotta fra di loro per poter emergere sugli altri, anche a costo di calpestare la dignità altrui. E’ chiaro che una concezione di carriera e lavoro come questi, costituisce un ambiente fertile per lo sviluppo del Mobbing (Ege, 1996). Secondo il ricercatore australiano Paul Mc Charthy (1996), la globalizzazione e la sempre maggiore flessibilità richiesta alle professioni, le fusioni di più aziende in una sola, l’esasperazione a ridurre i costi aziendali sono gli elementi che favoriscono il mobbing. La 5
  • flessibilità rende i ruoli sempre meno precisi e le competenze richieste sempre più trasversali, duttili, improvvisate. Il posto del lavoro è sempre più a rischio. Le nuove forme di lavoro, si pensi al lavoro temporaneo, lo rendono sempre più "libero" e quindi più precario. Tutto questo porta a una maggiore facilità di licenziamento. Nonostante la facilità di licenziare, può essere preferibile per l’azienda indurre l’auto-licenziamento tramite mobbing verticale per evitare i costi di buonuscita. In questo ambiente sociale nasce e si diffonde un nuovo modello di uomo: il mobber opportunista. Contrariamente a quanti attribuiscono al mobber una natura “malata”, una personalità disturbata – psicopatica o narcisista – il mobber, quello più comune, quello che più probabilmente si incontra al lavoro è soltanto un professionista nel leggere i segnali. Se la competizione è incoraggiata sa che vessando gli altri riuscirà a vincere. Gli opportunisti rappresentano gli “arrampicatori sociali”. Al lavoro, quando si presenta l’opportunità di competere per andare avanti, queste persone si focalizzano sul bersaglio che pensano possa essere uno che compete per il loro stesso obiettivo o su chi potrebbe ostacolarli. Essi giustificano il loro comportamento come “istinto di sopravvivenza”. E giustificano le loro azioni con frasi del tipo “è parte del gioco”. A questo punto è facile intuire come tra cheater e mobber non corrano differenze. Entrambi sono il prodotto di una società capitalista Entrambi massimizzano il tornaconto individua le Ma c’è di più. Come Mr. Hide per Dr. Jekill il mobber rappresenta la parte peggiore di un cheater. La maschera che assume al lavoro. Più cattivo del cheater è il mobber perché è capace di distruggere chiunque gli sia di ostacolo. Non che il cheater non ne sia capace, e proprio qui sta il punto. Quando il cheater 6
  • al lavoro si trova costretto ad attivare come scopo strumentale la distruzione di qualcuno, è allora che “subisce la trasformazione”. Ma finché il cheater si limita a sfruttare gli altri e a non reciprocare loro non si può parlare di mobbing, perché il mobbing si contraddistingue proprio per una serie di azioni moleste contro uno specifico individuo. Pensiamo un momento alla condizione zero supposta da Harald Ege(1996). Un conflitto fisiologico presente nella maggior parte della aziende italiane in cui il desiderio di emergere, arso da una forte competitività, determina rapporti conflittuali tra i dipendenti. È questa quella che Ege considera la pre- fase al mobbing, sebbene non necessariamente s’incanala nella direzione del mobbing. In questa fase c’è un solo obiettivo, quello di emergere, e le discussioni, le accuse, le ripicche, sono finalizzate al raggiungimento del successo, che nello specifico si traduce in una promozione, in un aumento del salario, nel risultare il migliore. È questa la condizione permanente del cheater che tuttavia può mutare in una nuova condizione. In questa fase il cheater mette in atto tutto il repertorio di azioni che conosce e che considera “vincenti” per “vincere” nella competizione. Ma il cheater può anche rimanere tale, e decidere di continuare a sfruttare le situazioni senza attivare lo scopo strumentale di distruggere qualcuno. Il suo comportamento aggressivo potrebbe regredire se scoraggiato dal sistema sociale e culturale. Conclusioni Dunque, attraverso la ricerca bibliografica su questi fenomeni abbiamo cercato di trovare analogie e differenze tra gli attori in essi attivi. Ma prima di tutto abbiamo cercato di confutare le tesi a sostegno di una natura patogena del mobber. Attraverso i dati statistici abbiamo delineato un immagine più reale e più comune di mobber, molto vicina a quella che supponiamo caratterizzi il cheater. Attraverso la casistica, riportata in appendice abbiamo cercato di rintracciare dei punti d’incontro tra questi fenomeni. E non solo. Li abbiamo messi rispettivamente a confronto con lo psicopatico ed il narcisista per verificare l’incidenza di queste psicopatie nelle storie di mobbing e di cheating prese a random e riportate in ultima parte. 7
  • Abbiamo rintracciato nel machiavellismo la strategia dominante dei due attori sociali e nell’ambiente sociale e culturale la causa principale. Siamo nell’ambito di una logica di un abuso di potere in cui il più forte sottomette l’altro. E non solo. Una logica fatta di ammirazione mista a paura per il potente, per colui che sfrutta e distrugge senza avere senso di colpa, per chi sa godersela maggiormente e soffrire di meno. Finendo per essere incredibilmente indulgenti nei riguardi delle manipolazioni e delle menzogne degli uomini di potere. Siamo in nell’era del machiavellismo manageriale, in cui i manager hanno assunto a modello di comportamento "Il principe" del segretario fiorentino, come scrive Spagnol in "Machiavelli per i manager". Siamo nell’era de "L'uomo come fine" di Moravia, che considera l'utile e la tecnologia come fini e l'essere umano come mezzo, che sceglie di non curarsi degli ostacoli e farli scomparire, perseguendo solo l'obiettivo del profitto. Siamo nell’epoca in cui “La perversione non nasce da un disturbo psichiatrico, ma da una fredda razionalità associata all’incapacità di considerare gli altri come esseri umani”. In cui “Un certo numero di questi perversi commettono atti delittuosi per i quali vengono processati, ma i più si servono del loro fascino e delle loro capacità di adattamento per aprirsi una strada nella società, lasciando sul loro cammino persone ferite o distrutte” ( Hirigoyen, 2000, p XIII ). Siamo nell’era del cheater e del mobber o del cheater fatto mobber 8
  • Bibliografia CALLAHAN. D. The Cheating Culture: Why More Americans Are Doing Wrong to Get Ahead. Harvest Books, 2004 CASTELFRANCHI C., PARISI D. Linguaggio, conoscenze e scopi. Bologna, Il Mulino, 1980 CASTELFRANCHI, C., PARISI, D. Mente e scambio sociale. Rassegna Italiana di Sociologia, 25, 45-72, 1984 CASTELFRANCHI C., D'AMICO R.; POGGI I (a cura di), Sensi di Colpa, Firenze, Giunti, 1994 CASTELFRANCHI, C.; POGGI, I. Bugie, Finzioni, Sotterfugi. Per una scienza dell’inganno. Roma, Carocci Editore, 1998. CASTELFRANCHI C., Altruismo. In Enciclopedia delle scienze sociali- Vol. 1 Istituto dell’enciclopedia italiana. CHRISTIE R.,. GEIS F. L. Studies in machiavellianism. New York, Academic Press, 1970 CONTE R., MICELI M. (a cura di ). Esplorare la vita quotidiana. Roma, Il pensiero scientifico Editore, 1984 DAWKINS R. Il gene egoista. La parte immortale di ogni essere vivente. Milano, Ed. Mondadori, 1995 DE CATALDO NEUBURGER L.;GULOTTA. G. Sapersi esprimere: la competenza comunicativa. Milano, Giuffrè, 1991. EGE H. Mobbing: che cos'è il terrorismo psicologico sul posto di lavoro. Bologna, Pitagora Editrice, 1996 EGE H. Stress e mobbing, Bologna, Pitagora, 1997. EGE H I numeri del Mobbing: la prima ricerca italiana, Harald Ege, 1998, Pitagora Editrice, Bologna GILIOLI A. e R.: Cattivi capi, cattivi colleghi. Come difendersi dal mobbing e dal nuovo “capitalismo selvaggio”. Milano, A. Mondadori, 2000 HIRIGOYEN M.-F.: Molestie morali: la violenza perversa nella famiglia e nel lavoro, Grandi Tascabili Einaudi, 2000 LEYMANN H., The content and Development of Mobbing at Work . In European Journal of Work and Organizational Psychology, Vol.5, No.2, pp. 165-185, 1996 MCCARTHY P. When the mask slips: inappropriate coercion in organisations undergoing restructuring, in VV.AA, Bullying: from backyard to boardro o m, Paul McCarthy, M. Sheehan, W. Wilkie (eds), Alexandria, Millennium Books, 1996. NAMIE, G. AND R. NAMIE. The Bully at Work. Naperville, Ill.: Sourcebooks, 2003. 9
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