IL LAVORISTA - ANNO V N. 4 - 15/11/2013 RIVISTA TELEMATICA DEL CENTRO STUDI DIRITTO DEI LAVORI
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IL LAVORISTA - ANNO V N. 4 - 15/11/2013 RIVISTA TELEMATICA DEL CENTRO STUDI DIRITTO DEI LAVORI

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All’interno: ...

All’interno:
3 … come la crisi del ‘29
4 Infortuni in itinere
5 Appalti e D.U.R.C.
6 Femminicidio e mobbing

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  • 1. Anno V n. 4 ISSN 1972-7704 www.csddl.it 15 novembre 2013 Rivista telematica Diffusione gratuita Un appello di Gaetano Veneto* Tante volte si è scritto sulle colonne di questa nostra Rivista in tema di crisi economicoproduttiva e, conseguentemente occupazionale, cercando di capire come e perché a fronte della grave situazione dell’intero assetto istituzionale e produttivo del nostro Paese siano nate novelle legislative, per tutte l’infelice “legge Fornero”, o si siano svolti dibattiti di basso conio, non solo tecnicogiuridico ma soprattutto di politica del diritto, come nel caso della risibile diatriba sull’art. 18 dello Statuto dei Lavoratori. A questo proposito, proprio come degna (se può usarsi un tale termine) conclusione di una batracomachia sulla libertà di licenziamento per (udite, udite ...) favorire investimenti stranieri in Italia, non a caso veniva partorita una legge, la For* Professore di Diritto del Lavoro Università degli Studi di Bari nero appunto, che oggi è esecrata da tutte le parti, con l’auspicio di una rapida cancellazione. Oggi, per dirla col miglior Moretti, la ... messa è finita, né ci si può illudere che una “palombella rossa” (colore morente), permetta alla nostra economia di realizzare una rete in una partita, non di pallanuoto ma di sopravvivenza dell’intero sistema, che ci vede attualmente in condizioni di manifesta inferiorità, per proseguire con una terminologia cara allo sport. Quest’anno si raggiungerà, anzi, quasi certamente si supererà, l’amarissimo record del miliardo di ore di Cassa Integrazione, per lo più, in deroga al regime ordinario, così da segnalare il bisogno di forzare la mano ad ammortizzatori sociali già di per sé di difficilissima copertura finanziaria. Quasi non bastasse, il severissimo richiamo della UE a riportare in binari più corretti il no- stro disavanzo pubblico - per evitare di avvicinarci al default greco, superando, in negativo, il Portogallo che, insieme alla Spagna sta, viceversa, dando qualche flebile segnale di inversione positiva di marcia – non basta, in questi giorni, a por fine ad un macabro balletto all’interno e tra i partiti (se ancora possono chiamarsi tali) con un gioco al rimpallo delle responsabilità, riducendo così il Governo ad un fantasma istituzionale con capacità di iniziativa legislativa ridotte solo all’ordinaria amministrazione o alla decretazione d’urgenza. continua a pagina 2 All’interno: 3 … come la crisi del ‘29 4 Infortuni in itinere 5 Appalti e D.U.R.C. 6 Femminicidio e mobbing
  • 2. 2 ISSN 1972-7704 Anno V n. 4 15 novembre 2013 continua dalla prima pagina LA CRISI, IL LAVORO ED IL PAESE: PER UNA NUOVA IDENTITA’ Il mondo del lavoro non può non risentire di questa drammatica situazione, mentre sempre più urgenti si fanno i problemi della disoccupazione giovanile, femminile in particolare, e ancor più specificatamente meridionale. Mentre per gli esodati si vive alla giornata, sperando di raggranellare le somme, volta a volta necessarie per coprire, almeno in prospettiva a breve, il fabbisogno pensionistico, la disoccupazione continua a crescere, fino a far prevedere per l’ormai vicinissimo 2014 la punta massima del 12,5% che ci avvicina agli anni più bui della crisi degli scorsi decenni. E’ difficile, in questo clima, proporre figure giuridiche di nuovi contratti di lavoro, pur meritoriamente prefigurati nelle novelle legislative dei primi anni del secolo, la Biagi per tutte. Ancor più difficile flessibilizzare un mercato che, ormai, trova nel precariato il punto centrale delle scarse occasioni di lavoro possibili. Grave appare anche la situazione nel pubblico impiego, dove la notoria ed incontestabile bassa produttività del lavoro, insieme al connesso spreco di risorse finanziarie, costringono tutti a porsi il problema di un indifferibile “dimagrimento” degli organici, non con gli stupidi quanto ciechi tagli lineari, quanto con l’urgente riequilibrio intersettoriale e la altrettanto urgente esigenza di operare scelte differenziate, privilegiando settori oggi incredibilmente trascurati, quali la scuola, la ricerca e la formazione continua sul lavoro, anche con diretti interventi della mano pubblica in questo ultimo caso. Quale Governo ci salverà? Quale demiurgo (un eufemismo, questo, per evitare tragici spettri del passato) potrà intervenire con miracolosi toc- chi di bacchetta magica? Spetta a noi rimetterci all’opera, tutti indistintamente, per proporre interventi selettivi, anche con dibattiti mirati che, senza aggravare costi ormai insostenibili, aprano spazi per occasioni di lavoro ad alto valore economico e sociale aggiunto, sfruttando risorse pur esistenti nei nostri giovani che hanno poco da invidiare ai coetanei acculturati degli altri Paesi dell’Unione europea e dell’intero sistema capitalistico avanzato. Questa Rivista vuole iniziare immediatamente a proporre incontri e a sollecitare contributi volti a trovare e pubblicizzare nicchie, e non solo queste, pur esistenti in questa società che riesce, e sempre più deve riuscire, a resistere al processo di narcotizzazione culturale e morale ostinatamente portato avanti da deboli ed incapaci rappresentanti, politici e, talvolta, anche sindacali, dei datori di lavoro e degli stessi lavoratori. Per tutto quanto innanzi, prioritario appare un salto di qualità nella cultura del diritto, del lavoro nel nostro caso, che finalmente con un “nuovo umanesimo” si liberi dalle scorie di quel passato che è stato capace di trascinarci in discussioni di pessimo conio, su riforme costituzionali o su novelle legislative che, anziché parlare dei problemi veri del lavoro, della occupazione, della produttività, si nascondevano dietro bizantinismi ed orpelli su tematiche-paravento (lo sciopero, il licenziamento, ecc..), in realtà per servire inetti e corrotti politicanti, governanti o non, cercando posti a tavola. Avanti con le proposte, le provocazioni, per un mondo che riprenda a lavorare, produrre e sognare un diverso assetto di valori individuali e collettivi.
  • 3. Anno V n. 4, 15 novembre 2013 3 ISSN 1972-7704 Lavoro e rischio d’impresa Siamo di fronte alla seconda grande depressione delle economie mondiali. Al già gravoso debito pubblico si aggiunge quello privato delle imprese e delle famiglie. La diminuzione della produzione mette a rischio l’occupazione … e i politici si preoccupano solo della rielezione, condizionando le scelte governative al finanziamento delle rispettive campagne elettorali. di Daniela Cervellera Tutta l’Europa - e non solo - è attanagliata nella morsa della grave crisi finanziaria. Alcuni paesi ne risultano maggiormente colpiti e le cause, come nel caso del Portogallo, dell’Italia, della Spagna, della Grecia e dell’Irlanda, sono da ricercare nella perdita di competitività dei prodotti interni sul mercato internazionale oltre che al ricorso al debito pubblico ed agli insostenibili costi sostenuti in favore dello stato sociale. Partendo dall’analisi di quest’ultimo ci si accorge di entrare in un circolo vizioso senza fine nel quale l’aumento delle spese sociali in misura nettamente superiore alla crescita economica ha fatto lievitare il debito pubblico; di conseguenza per tenere sotto controllo il debito pubblico è stato necessario aumentare le imposte fino a raggiungerne il limite di insostenibilità. Questo ha comportato il fallimento per le imprese che hanno dovuto licenziare i lavoratori, aumentando gli oneri a carico dello Stato il quale, per poterli sostenere ha dovuto, a sua volta, continuare ad aumentare le imposte, strangolando l’economia e provocando ulteriori default per le imprese. Il superamento dell’impasse del debito pubblico si può ottenere attraverso due alternative: il taglio della spesa pubblica ovvero l’aumento delle entrate. Tuttavia quest’ultima soluzione è solo a breve termine in quanto l’aumento delle imposte riduce gli investimenti e provoca, come poc’anzi detto il fallimento delle imprese e può essere sostenuta solo attraverso la promozione della crescita economica, favorita non dalla immissione di denaro nell’economia ma dall’aumento della produttività. Aumentare la produttività significa, da un lato, rendere i prodotti nazionali di maggior pregio per il mercato internazionale e, dall’altro, aumentare gli investimenti privati. Un altro elemento che sbilancia l’economia è dato dal problema demografico. La popolazione è diminuita in tutta Europa, a fronte del calo delle nascite, mentre è aumentato il numero dei pensionati. Questo ha comportato la contrazione della popolazione attiva che produce ricchezza, che viene ridistribuita a favore del maggiore contingente “anziano”. Non deve trascurarsi che le basi dello Stato sociale sono state poste negli anni ’50 quando l’aspettativa di vita non superava i 65 anni ma, con il prolungamento della stessa in ragione del miglioramento delle condizioni di vita e dei progressi della medicina, unitamente alla diminuzione della natalità, il sistema sociale sta collassando. Unitamente alla crescita economia - o in mancanza di questa - il contenimento del deficit può essere sostenuto attraverso la riduzione delle spese. Nei paesi scandinavi ed in Germania - in cui, tra l’altro, maggiore è la natalità nonché la produzione di ricchezza - sono già state adottate soluzione drastiche consistenti in tagli allo stato sociale ed agli stipendi. A parere di chi scrive il peggio deve ancora venire in quanto alla crisi strutturale delle economie dei paesi dell’Europa meridionale si stanno aggiungendo quella finanziaria americana e quella dell’euro. Ed il tutto non sembra diverso dal quello che è accaduto nel ‘29. Percorrendo a ritroso la storia, infatti, ci si accorge che, nel corso del decennio che precedette la “grande depressione” il mantenimento dei tassi di interesse alquanto bassi da parte della Federal Reserve indusse le banche a prestare denaro anche a condizioni rischiose inducendo, da un lato, all’indebitamente e creando, dall’altro, una bolla di consumo in borsa e nel settore immobiliare. L’aumento della domanda determinò l’aumento dei prezzi e, quindi, dell’inflazione, costringendo la Federal Reserve ad aumentare gli interessi. Questo determinò una difficoltà nell’accesso al credito da parte dei consumatori con conseguente difficoltà delle banche di riavere il denaro prestato e delle imprese di vendere i beni prodotti. I bassi consumi provocarono perdite nelle imprese ed il loro conseguente fallimento con l’inevitabile caduta in borsa. Da qui il collasso di Wall Street. Il crollo della borsa destabilizzò la liquidità delle banche che avevano investito in maniera cospicua in azioni le quali, sfiduciate dai correntisti ed a fronte del mantenimento degli alti tassi di interesse, fallirono. La crisi americana dilagò, quindi, in Europa. Infatti la prima guerra mondiale fu combattuta grazie ai finanziamenti richiesti alle banche americane da parte degli alleati europei, che dovettero ricorrere a nuovi prestiti per pagare quelli vecchi al termine del conflitto. Il collasso delle banche americane determinò la paralisi delle economie europee, globalizzando la crisi. L’impasse americano fu superato con l’adozione di un quadro di regolamentazione del mercato da parte del Governo ed, in particolare, con l’adozione nel ‘33 delle legge Glass-Steagall che differenziò le banche commerciali da quelle di investimento limitando le attività di rischio. Tale regolamentazione ha funzionato per un quarto di secolo fino al collasso del 2008 causato dall’aumento della flessibilità di alcune norme finanziarie, a partire dagli anni ‘70 e la conseguente generalizzazione del comportamento di rischio, fino alla abrogazione nel ‘99 della legge GlassSteagall per effetto della legge GrammLeach-Bliley. La deregolamentazione del mercato finanziario comportò la concentrazione del credito in mano a pochi, tra cui, la Lehamann Brothers. Il suo collasso paralizzò l’economia in quanto, ingenerando nelle banche dubbi sulla solvibilità di altre banche, ne determinò il blocco dei prestiti … come la crisi del ‘29. Con il taglio del credito verso l’Europa, anche le banche europee cominciarono a bloccare i finanziamenti causando la crisi delle imprese e l’aumento della disoccupazione. Al debito pubblico si è così aggiunto quello dei privati e delle imprese non più competitive sul mercato in ragione dell’afflusso dei prodotti provenienti da paesi in cui il costo del lavoro è alquanto basso. Una soluzione per salvare la competitività delle nostre imprese sarebbe quella di tagliare i salari, ma questo innescherebbe un’altra reazione a catena ovvero la diminuzione dei consumi e, quindi della produzione. Certo che diventa determinate individuare non solo le ragioni della crisi che, con questo contributo in parte si è cercato di fare, ma anche e soprattutto accertare le responsabilità della crisi. Tali responsabilità, si ritiene, non ricadono solo in capo ai politici - incapaci o conniventi che siano - ma su tutti noi che, disinteressati delle politica o forse anche disgustati, non facciamo nulla per cambiare le cose.
  • 4. 4 ISSN 1972-7704 Anno V n. 4, 15 novembre 2013 L’Inail fornisce chiarimenti sui criteri per qualificare gli infortuni di Clarenza Binetti Con la circolare n. 52 del 23 ottobre 2013 l’Inail ha fornito chiarimenti operativi sulla qualificazione degli infortuni in itinere ed in attualità di lavoro nel particolare caso della missione o trasferta. Secondo quanto si legge nel predetto documento, per l’indennizzabilità di un infortunio in itinere rimane essenziale che esso si sia verificato durante l’iter ossia nel tragitto casa lavoro e che tale percorso venga effettuato a piedi, con mezzo pubblico o mezzo privato, se necessitato e, soprattutto - ex art. 12 d.lgs. n. 38/2000 - che il comportamento del lavoratore sia giustificato da una esigenza funzionale alla prestazione lavorativa tale da legarla indissolubilmente all’attività di locomozione. Il lavoratore sarà indennizzabile qualora non abbia aggravato per particolari motivi o esigenze personali i rischi della condotta extralavorativa connessa alla prestazione per ragioni di tempo e luogo, interrompendo così il collegamento con la copertura assicurativa. E’ chiaro che elemento utile per la qualificazione dell’infortunio in itinere sarà il luogo ove il lavoratore abbia deciso di fissare il centro dei propri affari o interessi personali o familiari che, mentre nella normale prestazione lavorativa è scelto liberamente dal lavoratore, nei casi di trasferta o missione è imposto dal datore non potendo il lavoratore decidere nulla sulle modalità di svolgimento della stessa. Secondo quanto precisato dall’Inail, nei casi di trasferta o missione, non si può parlare di infortunio in itinere, ma solo di infortunio in attualità di lavoro non solo perché non sussiste un percorso da casa (da intendersi come centro dei propri interessi scelto dal lavoratore) al lavoro in senso proprio, quanto anche per il fatto che nella trasferta o missione tutte le azioni e le attività svolte o gli eventi accaduti dal momento in cui si lascia la propria dimora finchè non vi si fa ritorno devono intendersi rientranti nella “attività lavorativa”. Nel consegue che ogni infortunio occorso al lavoratore deve intendersi come infortunio svolto durante l’attività lavorativa e quindi “in occasione da lavoro”. A tal proposito si precisa che gli elementi che determinano l’indennizzabilità e la qualificazione di un infortunio in occasione da lavoro - adesso che deve ritenersi superato l’orientamento più restrittivo che imponeva il presupposto che l’evento fosse riconducibile ad un rischio specifico proprio dello svolgimento dell’attività dell’assicurato - devono ravvisarsi nella strumentalità delle attività all’esecuzione dell’attività lavorativa e nella necessità che tali attività risultino funzionalmente connesse al lavoro, fatta eccezione per le conseguenze derivanti dalle scel- te poste arbitrariamente in essere dal lavoratore che “crea e affronta volutamente, sulla base di impulsi o ragioni del tutto personali, una situazione diversa da quella inerente all’attività lavorativa, ponendo così in essere una causa interruttiva del nesso tra lavoro, rischio ed evento”. Insomma non sussisterebbe infortunio in occasione da lavoro tutte le volte in cui le scelte del lavoratore possono essere qualificate come rischio elettivo. L’indennizzabilità nei casi di missione o trasferta, così come innanzi specificato, non può essere richiesta qualora sia ravvisabile “un rischio diverso e aggravato rispetto a quello normale, individuato come tale secondo un criterio di ragionevolezza”e tutte le volte in cui non vi sia un “collegamento finalistico e topografico con l’attività svolta in missione e/o trasferta”. Pertanto, in presenza di infortunio in missione o in trasferta, il lavoratore non potrà richiedere l’indennizzo nelle ipotesi in cui si ravvisi il rischio elettivo (l’evento sia riconducibile a scelte personali del lavoratore, irragionevoli e prive di alcun collegamento con la prestazione lavorativa tali da esporlo a un rischio determinato esclusivamente da tali scelte) ovvero qualora l’evento si sia verificato “nel corso dello svolgimento di un’attività che non ha alcun legame funzionale con la prestazione lavorativa o con le esigenze lavorative dettate dal datore di lavoro”. Così come è facile intuire, per quanto innanzi detto, non deve considerarsi rientrante nell’infortunio in itinere neppure quell’infortunio occorso durante lo spostamento dalla stanza di albergo al luogo di lavoro perché accaduto durante la “attività lavorativa”. L’infortunio avvenuto nella camera di albergo, non può neppure essere equiparabile a quello accaduto in casa sia perché il lavoratore non può avere nella stanza di albergo quello stesso controllo del rischio che invece può vantare nella sua privata dimora sia perchè il soggiorno in albergo nei casi di trasferta o missione deve considerarsi a tutti gli effetti connesso strettamente all’attività lavorativa. Pertanto tutti gli eventi occorsi al lavoratore durante la missione e/o trasferta dal momento in cui lascia la sua dimora sino a quando al termine della trasferta non vi faccia ritorno - compresi gli atti prodromici e strumentali all’attività lavorativa - sono indennizzabili in quanto tutti infortuni avvenuti in occasione del lavoro e in attualità dello stesso. Tale regola di diritto sarà per l’Inail applicabile a tutti i casi futuri ed alle fattispecie in istruttoria e quelle per le quali sono in atto controversie amministrative o giudiziarie purchè non siano prescritte o decise con sentenza passata in giudicato.
  • 5. 5 Anno V n. 4, 15 novembre 2013 ISSN 1972-7704 Le novità legislative ed i dubbi interpretativi di Pierfrancesco Zecca La “calda estate” del lavoro in Italia sembra non volersi proprio concludere. In questo contesto di grandi innovazioni annunciate e di poche realizzate, si collocano gli interventi in tema di appalti e semplificazioni normative, iniziate con il “decreto del fare” d.l. n. 69/2013 (conv. in l. n. 98/2013) e proseguite con il “pacchetto lavoro” d.l. n. 76/2013 (conv. in l. n. 99/2013). Infatti, se dapprima l’art. 50 del d.l. n. 69/2013 modificava l’art. 35, comma 8, del d.l. n. 223/2006, abolendo la responsabilità solidale tra committente ed appaltatore in relazione al versamento della sola IVA, il seguente d.l. n. 76/2013 ha specularmente previsto l’inclusione dei lavoratori autonomi, tra i soggetti per i cui crediti retributivi e contributivi è prevista la responsabilità solidale. Insomma riforme che se per un verso allargano le maglie della responsabilità solidale nel caso di appalti di opere e servizi quanto all’aspetto fiscale, dall’altro decidono di attuare un sistema di garanzia ad ampio spettro di tutti i lavoratori coinvolti nello svolgimento dell’appalto, senza distinzioni tra subordinati o meno. Le novità più importanti riguardano l’ambito fiscale se si considera la previsione di responsabilità solidale tra appaltatore e subappaltatore, in riferimento al versamento degli oneri tributari, derivanti dalle ritenute fiscali sui redditi da lavoro dipendente e nel limite del corrispettivo dovuto, con decorrenza dal 22 giugno 2013. Quanto all’estensione del regime di solidarietà anche per i lavoratori autonomi, la previsione, di cui alla l. n. 99/2013, è stata oggetto di successivo chiarimento della circolare n. 35/2013 del Ministero del Lavoro. Difatti, la circolare specifica quali cate- gorie di lavoratori possano farsi rientrare nel regime di solidarietà retributivocontributiva, ossia co.co.co. e co.co.pro impiegati nell’appalto, escludendo i lavoratori autonomi che debbano assolvere in via esclusiva ai relativi oneri, in quanto un’interpretazione differente condurrebbe ad un’illegittima sovrapposizione tra soggetto tutelato e trasgressore. Tuttavia, si precisa che, allo stato attuale, l’unica via per vincere la responsabilità solidale resta l’acquisizione da parte del committente, o appaltatore, dell’idonea documentazione attestante l’assolvimento degli oneri di versamento erariali prima del pagamento delle spettanze. In merito, degne di nota sono le novità in tema di acquisizione e durata del DURC, il Documento di Regolarità Contributiva, la cui disciplina regolatoria è stata anch’essa oggetto di modifiche dall’art. 31 del d.l. n. 69/2013 e successiva legge di conversione n. 98/2013. E difatti, la nuova normativa sposta l’obbligo della acquisizione del DURC sulle stazioni appaltanti, sia negli appalti pubblici sia privati, esonerando le imprese dal presentare la documentazione a supporto di quanto autocertificato e ne estende la durata da 90 a 180 giorni nella prima formulazione, ridotta poi a 120 dalla l. n. 98/2013, con decorrenza dal 28 agosto 2013. Intento primario dell’intervento è semplificare soprattutto i rapporti tra privati e pubblica amministrazione, ma anche dare la possibilità alle imprese di poter esercitare la propria mission operativa seppure con parziali situazioni d’irregolarità nei versamenti, specie se in presenza di crediti da vantare nei confronti della PA.. Tuttavia le problematiche interpretativoapplicative della novella hanno determinato l’intervento a chiarimento dapprima delle comunicazioni del 5 luglio e del 5 settembre e di seguito della circolare n. 36 del 6 settembre 2013 del Ministero del Lavoro e delle Politiche Sociali. Tra le specificazioni in esse contenute vi sono: durata di 120 giorni del DURC anche per contratti diversi da quelli per i quali è stato richiesto, nonché la validità del documento per la verifica della dichiarazione sostitutiva relativa alla sussistenza del requisito generale di cui all’art. 38, comma 1, lett i), del d.lgs. 163/2006, che decorre dalla data indicata nel certificato di verifica anziché da quella del rilascio, coprendo sia la fase di aggiudicazione sia di stipula del contratto. Da ultima, si segnala la recente circolare dello scorso 21 ottobre n. 40 dello stesso Ministero del Lavoro d’intesa con gli istituti previdenziali, che ha fornito le prime indicazioni operative per la corretta applicazione dell’art. 13bis, comma 5, del d.l. n. 52/2012 e d.m. 13.03.2013, in tema di DURC, in presenza di una certificazione che attesti la sussistenza ed importo di crediti certi, liquidi ed esigibili, pari agli oneri contributivi accertati e non ancora versati dall’impresa nei confronti della PA.. In tal caso, gli enti preposti al rilascio del DURC, quali istituti previdenziali e Casse edili, ai sensi dell’art. 2 del decreto, dovranno rilasciare tale attestazione di regolarità contributiva anche in presenza di debiti previdenziali e/o assicurativi e/o premi e/o relativi accessori, salvo sussistenza dei predetti crediti certificati e su richiesta del soggetto titolare degli stessi. Dunque, si preannuncia un “autunno caldo” per il nostro legislatore, che ha imparato come l’arte della “legiferazione in via d’urgenza” richieda particolare destrezza ed abilità, ma soprattutto lungimiranza nel prevedere i correttivi quasi sempre necessari per chiarire, a sé stesso, agli operatori del settore ed agli utenti, le proprie determinazioni. Il tema della responsabilità solidale negli appalti presenta implicazioni trasversali, sotto il profilo dei rapporti di lavoro, fiscali ed amministrativi considerando la disciplina degli appalti pubblici, ma anche di sicurezza sociale. Tutto ciò non può e non deve essere trascurato nell’attuale momento storico, in cui sicurezza e tutela dei lavoratori, non possono ancorarsi ad un certificato o “bollino” di presunta regolarità, ma bensì la semplificazione degli adempimenti formali deve essere la prima chiave di un rilancio della macchina produttiva del Paese.
  • 6. ISSN 1972-7704 6 Anno V n. 4, 15 novembre 2013 La legge di contrasto al “femminicidio” offre maggiori tutele anche per il mobbing? di Clarenza Binetti E’ entrata in vigore il 16 ottobre 2013 la legge n. 119 - modificativa, nella sua prima parte, di molte norme penali e procedurali afferenti ai reati commessi con violenza alla persona (artt. 572, 612-bis, 609-bis e ss. c.p. ecc.). Solo pochi mesi prima, con la sentenza del 3 luglio 2013 n. 28603 la Suprema Corte di Cassazione - non disdegnando il consolidato orientamento che riconduce i comportamenti molesti penalmente rilevanti compiuti dal mobber alla fattispecie di cui all’art. 572 c.p. (maltrattamenti contro familiari e conviventi) - riconosceva per la prima volta passibile di tutela penale anche lo straining quale “manifestazione attenuata del mobbing” e, finalmente, si mostrava particolarmente interessata e consapevole della gravità del fenomeno mobbizzante tanto da precisare che la mancata possibilità di sussumere i reati posti in essere dal mobber o dallo strainer in quello di maltrattamenti, ex art. 572 c.p., non esclude affatto - qualora vi sia stato danno alla persona e sussistano i requisiti prescritti ex lege - la possibilità di poter richiedere il risarcimento per violazione di altre norme codicistiche. La legge n. 119/2013, con le sue norme di contrasto al femminicidio ed alla violenza di genere - formulate nel rispetto delle linee della Convenzione del Consiglio d’Europa tenutasi ad Istanbul nel maggio del 2011 - si inserisce in un panorama difficile annunciando, rectius confermando, cambiamenti importanti in materia e fornendo strumenti validi e più efficaci verosimilmente anche per la lotta a quei fenomeni quali il mobbing ed il cosiddetto paramobbing (come lo straining, lo stalking occupazionale, ecc.). Tali fattispecie, infatti, non essendo disciplinate dal nostro ordinamento giuridico, trovano sovente tutela attraverso la loro sussunzione a norme “affini” quali il già ricordato reato di maltrattamenti contro familiari e conviventi ex art. 572 c.p., ovvero i reati di atti persecutori, di violenza sessuale ed altri. Quello della legge 119/2013 è, invero, un legislatore attento e sensibile al problema della violenza tanto da predisporre una serie di regole tese ad inasprire le pene per i rei e, nel contempo, a tutelare le vittime dei reati di stalking, maltrattamenti, violenza sessuale ecc., con modifiche procedurali importanti finalizzate a preservare e proteggere i soggetti deboli a cui sarà permesso anche di richiedere il gratuito patrocinio in deroga al limiti minimi di reddito. Accanto alla possibilità per i testimoni di rendere esame con modalità protette si colloca l’inserimento di diverse circostanze aggravanti a tutela delle donne gravide e dei minori. Tra le aggravanti comuni viene inserita quella della commissione di delitti non colposi contro la vita e l’incolumità individuale, contro la libertà personale e di maltrattamenti ex art. 572 c.p. in presenza di minori di anni 18 o in danno di persone in stato di gravidanza; tra le aggravanti del reato di violenza sessuale si contempla anche quella che afferisce la commissione del fatto nei confronti di minori se compiuto da genitori anche adottivi, tutori, ascendenti, nonchè ai danni di una donna gravida e qualora il colpevole sia un coniuge o un ex coniuge o comunque legato da relazione affettiva alla vittima. Per il reato di atti persecutori, oltre all’aggravante per il fatto commesso dal coniuge, anche separato o divorziato, o da persona che è o è stata legata da relazione alla persona offesa ovvero se il fatto è commesso attraverso strumenti informatici o telematici, si prevede la remissione della querela solo ai fini processuali e l’irrevocabilità della stessa, se il reato è perpetrato con gravi minacce. Non mancano, poi, interventi mirati alla celerità dei procedimenti e capaci di garantire tempi diversi (20 giorni) per prendere visione degli atti e proporre le richieste motivate di prosecuzione delle indagini preliminari, regole che impongono obblighi di comunicazione costante sullo stato dei procedimenti alle persone offese (es. avviso di archiviazione e avviso di conclusione delle indagini preliminari) che, in ossequio alla direttiva europea sulla protezione delle vittime di reato, dovranno essere sempre informate sulla possibilità di nominare un difensore, come in merito alla eventuale revoca o sostituzione delle misure coercitive o cautelari concesse al colpevole di violenza alla persona. Se, dal un lato, fattispecie come il mobbing possono essere penalmente punibili quando i comportamenti vessatori rivestano ipotesi tipiche di reato previste dal codice, quali i maltrattamenti, la violenza, gli atti persecutori, dall’altro, non può negarsi come, da questo momento in poi, si dovrebbero poter applicare anche ai casi di mobbing, le norme restrittive poc’anzi illustrate, seppur la legge de quo sia nata per arginare fenomeni di violenza fisica per taluni versi poco paragonabili alle forme di violenza psicologica tipiche dei maltrattamenti posti in essere da colleghi o datori di lavoro. Verosimilmente ciò che ha spinto il legislatore a promulgare la legge n. 119/2013 proprio con quei dictat - è la volontà di porre freno ai reati efferati compiuti con violenza bruta ai danni di minori o donne indifese anche gravide, spesso massacrate da fidanzati e mariti. Ed allora, stante tale ratio, ci si chiede se si potrà ancora far rientrare il mobbing in tali tipologie di reato o se, oggi più che mai, approfittando di un legislatore particolarmente sensibile a certi problemi non si debba richiedere in modo ancor più accorato una normativa specifica in materia di mobbing e “paramobbing”.
  • 7. 7 Anno V n. 4, 15 novembre 2013 E’ giunto alla sua quarta edizione il master di intervento. I migliori lavori di ricerca II ed del partecipanti alle precedenti partecipazione alla quarta edizioni del master sono edizione stati due possono essere presentate dal titolo: per tutti fino al giorno 29 novembre per l’anno accademico 2013/2014. Il master universitario, c oor d i na t o Tommaso dal p rof. Germano, si fenomeno presentati raccolti pubblicazioni Mobbing … in del (Cacucci, Bari, 2010) e Tutta colpa del mobbing. livello in “Prevenzione e gestione multidisciplinare mobbing” approfondimento ISSN 1972-7704 dai (Cacucci, Bari, 2013). Le domande del master 2013. sviluppa in sinergia tra il Dipartimento di Giurisprudenza e la Facoltà di Medicina e figure professionali in grado riconoscere mobbing e, situazioni a casi Direttore Scientifico Gaetano Veneto Direttore Responsabile Luca De Ceglia Direttore Editoriale Antonio Belsito e-mail: info@csddl.it L’editrice di capitanata s.r.l., Foggia di quindi, 15 novembre 2013 ISSN 1972-7704 Antonio De Simone, Maria Mangiatordi, Maurantonio Di Gioia, Domenico Di Pierro di Bari ed è volto a formare riconducibili la bilancia Reg. Tribunale Trani n. 14/06 In Redazione: Daniela Cervellera Caporedattore Chirurgia dell’Università degli Studi di di Bollettino del Centro Studi Diritto dei Lavori ——————— Anno V n. 4 Supplemento al n. 2 Anno VIII de a promuovere la prevenzione delle patologie correlate. A tal fine il corso, che si Di prossima pubblicazione il volume: articola in 1.500 ore di lezione, si analizzare propone gli di aspetti TUTTA COLPA DEL medico-legali, processuali e giuslavoristici fenomeno, eve ntu ali MOBBING del nonché le con gli articoli redatti dai diplomati al master di II livello in implica zioni penali. Ai partecipanti è richiesta attività di ricerca “Prevenzione e gestione multidisciplinare del mobbing” volta alla individuazione ed alla valutazione di fonti scientifiche che supportino strategie e tecniche di www.csddl.it
  • 8. ISSN 1972-7704 8 Anno V n. 4, 15 novembre 2013