• Save
Pensiero Democratico n° 2
Upcoming SlideShare
Loading in...5
×
 

Pensiero Democratico n° 2

on

  • 298 views

Rivista del Circolo On line - Libertà e Partecipazione

Rivista del Circolo On line - Libertà e Partecipazione

Statistics

Views

Total Views
298
Views on SlideShare
298
Embed Views
0

Actions

Likes
0
Downloads
0
Comments
0

0 Embeds 0

No embeds

Accessibility

Categories

Upload Details

Uploaded via as Adobe PDF

Usage Rights

© All Rights Reserved

Report content

Flagged as inappropriate Flag as inappropriate
Flag as inappropriate

Select your reason for flagging this presentation as inappropriate.

Cancel
  • Full Name Full Name Comment goes here.
    Are you sure you want to
    Your message goes here
    Processing…
Post Comment
Edit your comment

Pensiero Democratico n° 2 Pensiero Democratico n° 2 Document Transcript

  • Pensiero DemocraticoPPensieroensieroDDemocraticoemocraticoCircolo PD OnlineAttilio Tonelli Libertà è Partecipazione
  • 2 Pensiero DemocraticoPensieroDemocraticoSelezione di articoli, discussioni, pagine,del circolo online Libertà è Partecipazione15 febbraio 2013Questa pubblicazione è rilasciata sotto una licenzaCreative CommonsA NC ND 3.0Attribuzione - Non commerciale - Non opere derivate 3.0Una copia della licenza è reperibile nel sitohttp: //creativecommons.org/licenses/by-ncnd/3.0/it/legalcodeLa licenza suddetta non si applica al materiale pub-blicato proveniente da opere o documenti di pub-blico dominio.Questa pubblicazione non rappresenta una testatagiornalistica in quanto i contenuti non vengonoaggiornati con regolarità pertanto non può consi-derarsi un prodotto editoriale ai sensi della leggen.62 del 7/03/2001.SOMMARIOLa Costituzione, meta-programmadella Sinistradi Salvatore VenuleoReddito minimo garantitodi Giuseppe ArdizzoneBanche e sistema delle impresedi Giuseppe ArdizzoneChe Europa vogliamo?di Fabio ColasantiCompetitività crescita occupazionedi Fabio ColasantiMr. Popper l’astrologia e la democraziadi Alberto RotondiOne billion risingdi Cristina SeminoLa sindrome del ghettodi Nicola CamurriZolfare di Siciliadi Giuseppe PiccioloLa vignetta di Fabio MarinelliIn copertina:Silvestro Lega (Modigliana, 8 dicembre 1826 – Firenze, 21novembre 1895)Tra i fiori nel giardinoOlio su tela 1862 Collezione privatahttp://commons.wikimedia.org/wiki/File:Tra_i_fiori_del_giardino.jpg?uselang=itQuestopera è nel pubblico dominio in tutti i Paesi neiquali il copyright ha una durata di 75 anni dopo la mortedellautore o meno.http://commons.wikimedia.org/wiki/File:Taking_in_the_Rye_Kazimir_Malevich_1911.jpeg?uselang=it
  • Pensiero Democratico 3All’indomani della bella trasmissione di Be-nigni, Pensiero Democratico ha pubblica-to una riflessione di Giuseppe Ardizzonesulla nostra Carta Costituzionale, La più bella delmondo. Continuo quella riflessione con un miocontributo. Spero che Pensiero Democratico diacontinuità a questa pista, non troppo prossima –ahimè- ai temi della attuale campagna elettorale.La Costituzione “inutile” secondo Monti e secondoBrunettaIntervistato da Lerner, nella prima puntata di Zeta,Monti ha un accenno alla Costituzione. Dice dell’ar-ticolo 1: “L’Italia è una Repubblica democratica fon-data sul lavoro. Bellissimo, ma se la politica non lorealizza a che serve? Non dico che sia inutile ma…”Ma quasi sì? Sono possibili diverse letture del di-scorso smozzicato di Monti. Io ho interpretatoMonti come un Brunetta in versione pudica e inci-vilita. Ricordate Brunetta, nel periodo di massimofulgore del centro destra? Proponeva l’abrogazio-ne dell’articolo 41 per i limiti che pone all’iniziativaprivata. E, sottotraccia, al celebre articolo 1. La dia-gnosi era: retorico. Cioè: d’effetto, ma inutile.Pezzi della Costituzione sono chiaramente “utili”perché hanno forza cogente. Ha forza cogente laSeconda Parte – Ordinamento dello Stato. Lì sonodefinite le forme in cui si esercita la sovranità po-polare, nonché le attribuzioni dello Stato nelle suearticolazioni. Ma anche articoli posti fra I principifondamentali o nella Prima Parte hanno visibiletutela. Può succedere e succede che una legge vo-tata dalla maggioranza parlamentare, e presumibil-mente voluta dalla maggioranza dei cittadini, siaabrogata dalla Corte Costituzionale perché lesiva diprincipi costituzionali. Inutile ricordare i lamenti alriguardo da parte dei populisti che volentieri si libe-rerebbero dell’impaccio della Carta e della tutela diprincipi, oltre che di minoranze. Altre parti dellaCarta però non hanno vera forza cogente. Sonoprincipi disarmati, a partire dal fondata sul lavoro dell’articolo1, cui Brunetta irride.Una legge che negasse il voto a cittadini donne oneri o musulmani o cittadini privi di reddito sareb-be abrogata. Contraddirebbe l’articolo 3 che, nelprimo comma, dispone: Tutti i cittadini hanno paridignità sociale e sono eguali davanti alla legge,senza distinzione di sesso, di razza, di lingua, direligione, di opinioni politiche, di condizioni perso-nali e sociali. Il primo comma dell’articolo 3 è in-fatti frequentemente chiamato in causa nelle auleparlamentari come nei tribunali. E riesce a prevale-re contro gli interessi dei più forti o delle maggio-ranze.Ma l’articolo 3 così prosegue nel secondo comma:È compito della Repubblica rimuovere gli ostacolidi ordine economico e sociale, che, limitando difatto la libertà e leguaglianza dei cittadini, impe-discono il pieno sviluppo della persona umana eleffettiva partecipazione di tutti i lavoratori allor-ganizzazione politica, economica e sociale del Pae-se.Non si può negare per legge il voto al cittadino pri-vo di reddito (primo comma). Può bastarci questo?Il cittadino privo di reddito o privo di istruzione nonpuò esercitare liberamente il proprio diritto di vo-to, vuoi per carenza di informazione, vuoi perché ilsuo voto è troppo facilmente acquisibile nel merca-to elettorale. A maggior ragione, non può pensare,di diffondere il proprio credo politico, come puòfarlo un magnate della TV. Il secondo commadell’articolo 3 si riferiva chiaramente a ostacoli diLa Costituzione, meta-programma della Sinistradi Salvatore VenuleoLa nostra Costituzione è in parte una realtà,ma soltanto in parte è una realtà. In parte èancora un programma, un ideale, una speran-za, un impegno, un lavoro da compiere.Piero Calamandrei, Discorso sulla costituzio-ne agli studenti di Milano, 1955
  • 4 Pensiero Democraticoquesto tipo. Da rimuovere. Qualcuno può dire chetali ostacoli siano stati rimossi?Il compromesso di LincolnNel film di Spielberg, Lincoln, il Presidente Usa, sibatte per un tredicesimo emendamento alla Costi-tuzione che vorrebbe sopprimere la schiavitù. NellaCamera dei rappresentanti è richiesta una maggio-ranza dei 2/3 per approvare l’emendamento. NellaCamera è presente una destra oltranzista per il Noe una sinistra radicale per il Sì. C’è poi una zona gri-gia che è possibile conquistare. E’ la parte disponibi-le a votare la fine della schiavitù purché ciò signifi-chi solo eguaglianza di fronte alla legge per i neri.Purché non significhi riconoscimento di eguaglianzaassoluta, sociale, riconoscimento di eguale dignitàumana. Diversamente, dove si potrebbe arrivare?Lincoln vince promuovendo il compromesso. Con-vincendo il leader radicale a rinunciare a petizionidi principio così avanzate da compromettere la cau-sa.E quello della Costituzione della Repubblica italia-naNon diverso il compromesso, più avanzato, realiz-zato dai costituenti italiani. Facendo astrazione daquella cattolica, confluente con altri filoni ideali edecisiva su alcuni temi, le due componenti fonda-mentali, la liberale e la socialcomunista, giunsero aun compromesso reso possibile direi da questo: 1)La componente liberale ottiene l’affermazione prio-ritaria dei diritti di libertà e di eguaglianza di frontealla legge. 2) La sinistra ottiene la promessa(retorica?), l’impegno (la cui inosservanza difficil-mente può essere sanzionata) per la effettività.Ne scaturisce il movimento della Carta, il suo ritmo.All’affermazione prioritaria del principio liberale fada controcanto il però, l’anche del programma (delsogno?) dell’effettività. Avviene chiaramente neiPrincipi fondamentali. Nell’articolo 3, come detto.Con simile struttura nell’articolo 4 La Repubblicariconosce a tutti i cittadini il diritto al lavoro e pro-muove le condizioni che rendano effettivo questodiritto. Nell’articolo 3 le due anime sono separate indue diversi comma. Nell’articolo 4 la congiunzione“e “ le distingue e le unisce.Nel titolo III Rapporti Economici della Parte prima– diritti e doveri dei cittadini - scorgiamo esempidella stessa dialettica:Art. 41.Liniziativa economica privata è libera.Non può svolgersi in contrasto con lutilità socialeo in modo da recare danno alla sicurezza, alla liber-tà, alla dignità umana.La legge determina i programmi e i controlli oppor-tuni perché lattività economica pubblica e privatapossa essere indirizzata e coordinata a fini sociali.Art. 42.La proprietà è pubblica o privata. I beni economiciappartengono allo Stato, ad enti o a privati.La proprietà privata è riconosciuta e garantita dallalegge, che ne determina i modi di acquisto, di godi-mento e i limiti allo scopo di assicurarne la funzio-ne sociale e di renderla accessibile a tutti.La proprietà privata può essere, nei casi prevedutidalla legge, e salvo indennizzo, espropriata permotivi dinteresse generale.La legge stabilisce le norme ed i limiti della succes-sione legittima e testamentaria e i diritti dello Statosulle eredità.Stagione costituente o stagione costituzionale?Non casualmente il citato Brunetta si fece artefice diun progetto di abrogazione o di revisione dell’arti-colo 41 (insomma cancellare almeno il rossodell’articolo). * Abrogare il riferimento ai vincoli ealla funzione sociale era coerente con un’epoca incui si pensava di elevare la cubatura delle case perfar felici i proprietari, nonché promuovere (si dice-va) l’occupazione, a scapito di altre tutele che me-La Costituzione, meta-programma della Sinistradi Salvatore Venuleo
  • Pensiero Democratico 5no facilmente suscitano mobilitazione: il paesag-gio, l’ambiente, le silenziose future generazioni,nonché (banalmente) i lavoratori di settori diversidall’edilizia, come quelli del turismo.Costituzione nociva quindi (particolarmente Bru-netta) o Costituzione inutile (Brunetta e un po’ tanti,a partire da Monti). Ma, al contempo e soprattutto,la destra populista sembra tornare a ciò che più lesembra decisivo: la revisione della seconda partedella Costituzione, là dove è iscritta e modificabilel’architettura dello Stato: i poteri dell’esecutivo ri-spetto al Parlamento, in particolare, e i pesi e con-trappesi che “frenano” l’iniziativa di chi è voluto dalpopolo, dalla maggioranza del popolo ovviamente omagari dalla maggioranza relativa, minoranza nelpaese e resa vincente da una “efficace” legge eletto-rale.Una minoranza di italiani, gli intellettuali di Libertà eGiustizia ad esempio, oppone però al disegno diuna stagione costituente, il disegno di una stagionecostituzionale. Ovvero, contro la costituzione(minuscolo intenzionale) “materiale” che ha giàsfregiato la Carta e contro la pretesa inutilità di prin-cipi chiamati “retorici”, il ritorno alla Costituzione eai suoi principi “programmatici”.“La Costituzione – dice Zagrebelsky, fra i massimiesponenti del movimento - non contiene la solu-zione dei nostri problemi, ma la direzione da seguireper affrontarli. E questa traccia è contenuta nel piùelevato, nel più pensato, nel più denso di consape-volezza storica tra i documenti politici che il popoloitaliano abbia prodotto". E Zagrebelsky propone:“Riportare la Costituzione al centro. Vorremmo unpartito che dicesse: il mio programma è la Costitu-zione, il ripristino della Costituzione, nella vita politi-ca, nella coscienza degli italiani: uguaglianza, libertà,diritti civili senza veti confessionali o ideologici, par-titi organizzati democraticamente. Qualcuno dei no-stri politici sa quale entusiasmo si suscita quando siparla di queste cose con la passione che meritano?E quale senso di ripulsa, invece, quando si parla deipartiti?". **Farei solo una obiezione minore a Zagrebelsky: unafase costituzionale non esclude una fase costituen-te, pur augurandomi anch’io la prima più che la se-conda.Poi faccio una constatazione. L’intelligenza e la pas-sione di Libertà e Giustizia non riesce ad incontrareil popolo. I dotti rischiano di restare soli. Solo il 5%degli italiani sa di cosa parli l’articolo 41 (Demopolis2011). Non è un dettaglio. Se il popolo non si ap-propria della sua Costituzione non potrà agitarlacome la bandiera che indica la rotta. Non potrà uti-lizzarla per chiedere conto di averla ignorata. Nonpotrà sanzionare i governi e i parlamenti che non sisiano attivati a rimuovere gli ostacoli o a rendereeffettivo il diritto al lavoro. Viceversa, a un popoloche si sia riappropriato della sua Costituzione non sipotrà rispondere che non si è fatto abbastanza per-ché si sarebbe rischiato di comprimere lo sviluppo odeprimere il Pil. Né sviluppo né Pil hanno tutele co-stituzionali. Non sono iscritti nel patto della convi-venza. Il diritto effettivo al lavoro lo è. Come l’egua-glianza fra donne e uomini, etc. Poiché i principi tra-diti sono quelli per i quali la sinistra si era battuta epoiché sono più sintetici e organici rispetto alle in-terminabili e contraddittorie elencazioni dei pro-grammi elettorali, la Costituzione può essere la ve-ra Carta d’intenti della sinistra, bussola e meta-programma, a monte delle tattiche e dei dettaglipropri dei programmi di legislatura. Serve però l’in-contro della Costituzione col popolo, nei circoli deipartiti e, prima, a scuola.*http://www.ilcannocchiale.it/member/blog/post/post.aspx?post=2596181**Intervista di Carmelo Lopapa (la Repubblica) del 16 novem-bre 2012La Costituzione, meta-programma della Sinistradi Salvatore Venuleo
  • 6 Pensiero DemocraticoReddito minimo garantitodi Giuseppe ArdizzoneLa situazione della disoccupazione in Europa èdrammatica ha detto il presidente dellEuro-gruppo Jean Claude Juncker al ParlamentoUE. Ha quindi insistito perché si ritrovi "la dimensio-ne sociale dellunione economica e monetaria, conmisure come il salario minimo in tutti i Paesi dellazona euro, altrimenti perderemmo credibilità e ap-provazione della classe operaia, per dirla con Marx".Sgombriamo il campo innanzi tutto da ogni possibileequivoco sull’accezione del termine “salario mini-mo“ che non vuole dire stabilire un minimo con-trattuale europeo bensì la predisposizione in ognipaese membro di forme di sostegno alla povertà,alla marginalità, alla disoccupazione di lungo perio-do e all’inoccupazione. D’altra parte, il concettonon è nuovo perché proprio la Commissione Euro-pea, nel suo documento “Europa 2020”, aveva giàindicato il tema della lotta alla povertà come unadelle sette iniziative Faro del progetto. L’iniziativaFaro era chiamata, infatti "Piattaforma europea con-tro la povertà". Per la sua realizzazione, a livello UE,la Commissione intendeva adoperarsi per:– creare una piattaforma di cooperazione peradottare misure concrete volte ad alleviare il pro-blema dell’esclusione sociale anche un utilizzo mi-rato dei fondi strutturali, in particolare del FSE;– elaborare e attuare programmi volti a promuoverelinnovazione sociale per le categorie più vulnerabili,combattere la discriminazione e a definire una nuo-va agenda per lintegrazione dei migranti.– valutare ladeguatezza e la sostenibilità dei regimipensionistici e di protezione sociale e riflettere sucome migliorare laccesso ai sistemi sanitari.A livello nazionale, gli Stati membri dovevano, dalcanto loro, cercare di sensibilizzarsi sul problema,cercando, inoltre, di utilizzare appieno i propri regi-mi previdenziali e pensionistici per garantire unsufficiente sostegno al reddito e un accesso adegua-to allassistenza sanitaria.Siamo, pertanto, di fronte ad una richiesta d’inclu-sione della marginalità e di sostegno alla disoccupa-zione ed all’inoccupazione che non si limita all’indi-viduazione di forme di sostegno al reddito; ma, an-che, della possibilità d’accesso ai servizi sanitari e aservizi di formazione ed inclusione.Limitandoci per il momento, tuttavia, esclusivamen-te al problema dell’introduzione di un reddito mini-mo garantito o salario di cittadinanza, vediamo chead esempio, contrariamente alla situazione italiana,il quadro europeo presenta in molti paesi diversemisure di sostegno e queste, alla fine, permettono aquelle società di affrontare in maniera meno trau-matica la flessibilità del lavoro e i periodi di crisi oc-cupazionale. Nella situazione italiana potrebberorappresentare inoltre anche una difesa contro i fe-nomeni di delinquenza e corruzione diffuse in diver-se aree territoriali afflitte da problemi dl ritardo del-lo sviluppo, come quella meridionale.In un periodo come quello che stiamo attraversan-do, in cui la disoccupazione, specie giovanile, staassumendo livelli insopportabili e dove spesso mol-te aziende sono costrette a ridurre i propri occupati,Jean-Claude JunckerDi Martin Möller (Opera propria) [CC-BY-SA-2.0-deattraverso Wikimedia Commons
  • Pensiero Democratico 7misure di sostegno alla disoccupazione di lunga du-rata e all’inoccupazione diventano essenziali per lapace sociale e la convivenza civile. Quando, comenella situazione italiana, la crisi economica si espri-me nella riduzione del reddito delle famiglie, nelladisoccupazione di massa ed a questa si accoppiauna diffusa indignazione nei confronti della classepolitica e dirigente del paese, la situazione può di-ventare esplosiva. Misure di sostegno sono quindiindispensabili e prioritarie.E’ per questo che è indispensabile che lo Statometta in campo delle iniziative volte a garantire atutti dei diritti universali: un salario di cittadinanza,un tetto, l’istruzione, la salute, la tutela complessivadell’ambiente, la possibilità del reinserimento nelmondo del lavoro.Sarebbe utile consentire un accesso alle strutturepubbliche del lavoro per tutte le risorse marginali,disoccupate ed inoccupate in cambio di un redditodi solidarietà attiva, adeguatamente disciplinato. E’interessante a questo proposito l’iniziativa della Re-gione Lazio in base alla legge regionale 4/2009: isti-tuzione del reddito minimo garantito, con fondi asuo tempo stanziati sino al 2011. Sostegno ai redditiin favore dei disoccupati, inoccupati o precariamen-te occupati. - Data del Provvedimento 20/3/2009.Contenuti principali della legge sono che i beneficia-ri sono i disoccupati, gli inoccupati, i precari e i lavo-ratori privi di retribuzione che abbiano residenzanella regione Lazio da almeno 24 mesi, siano iscrittinell’elenco anagrafico dei centri per l’impiego (conl’eccezione dei lavoratori privi di retribuzione), ab-biano un reddito personale imponibile non superio-re a 8 mila euro nell’anno precedente la presenta-zione dell’istanza, non abbiano maturato i requisitiper il trattamento pensionistico. Ai disoccupati eagli inoccupati viene corrisposta una somma di de-naro non superiore a settemila euro annui. E’ previ-sto che i percettori del reddito debbano accettare leproposte di lavoro indicate dagli uffici dell’impiego.Tutto è ovviamente perfezionabile e migliorabile mariteniamo che nei programmi elettorali delle forzepolitiche che si presentano per le prossime elezionipolitiche questo tema dovrebbe essere maggior-mente sottolineato pur se, in effetti, è già presentesia all’interno dell’Agenda Monti sia nelle propostedi SEL e del PD.A pagina 18 del documento programmatico, ormaicomunemente definito “ Agenda Monti “ si dice:“La crisi e la recessione hanno creato nuove povertàe aggravato il disagio dei tanti italiani che già eranoai margini della società o si trovano a rischio d’e-sclusione sociale.Il Governo ha completamente ridi-segnato la social card, trasformandola in un verostrumento d’inclusione attiva nella società, con ser-vizi legati all’effettiva ricerca di lavoro o inserimentoin attività organizzate a livello locale. E’ un’esperien-za che dovrebbe essere generalizzata studiando co-me creare un reddito di sostentamento minimo,condizionato alla partecipazione a misure di forma-zione e di inserimento professionale.Anche i servizisociali territoriali, che hanno sofferto nella strettadella finanza pubblica, devono essere riconosciutinella loro importanza fondamentale, trovando unasoluzione di finanziamento strutturale e di lungoperiodo. Infine bisogna giocare la partita di un veroe proprio piano per l’autosufficienza.”Non ripetiamo quanto più volte espresso da SEL edal PD sull’argomento ma sottolineiamo ancoral’importanza che gli ammortizzatori sociali in Italiaprevedano da subito un forte sostegno nei confrontidegli esclusi dal lavoro. A maggior ragione, proprioadesso che nel nostro sistema di Welfare si sonoottenuti maggiori margini complessivi grazie ad unariforma pensionistica che, con tutti i problemi daaffrontare (in particolar modo il livello pensionisticoche raggiungeranno a suo tempo le attuali nuovegenerazioni), rimane comunque una delle più equili-brate, in rapporto alla previsione della durata mediadi vita e della percentuale di futuri pensionati sullapopolazione attiva, del quadro europeo.http://ciragionoescrivo.blogspot.comReddito minimo garantitodi Giuseppe Ardizzone
  • 8 Pensiero DemocraticoBanche e sistema delle impresedi Giuseppe ArdizzoneUna delle principali condizioni necessarieper il rilancio della crescita del nostro siste-ma economico è costituita da un più facileaccesso al credito da parte delle imprese, ad un co-sto sostenibile.E’ invece diffusa la sensazione del progressivo irrigi-dimento del settore bancario nei confronti della di-sponibilità alla concessione dei finanziamenti se nonaddirittura al mantenimento di quelli in essere. Siha, infatti, l’esperienza di un progressivo orienta-mento alla riduzione del profilo del rischio realizza-bile sia attraverso l’ottenimento di maggiori garan-zie sia con lo spostamento dei finanziamenti versole forme auto-liquidabili.D’altra parte, la stessa affidabilità delle imprese si èprogressivamente deteriorata. Non solo assistiamoad una generale riduzione del volume dei ricavi; ma,peggiorano anche gli indici di redditività e gli indica-tori dell’equilibrio finanziario interno.Secondo dati forniti dalla Banca d’Italia, il margineoperativo lordo (MOL) in rapporto al valore aggiun-to è sceso mediamente al 32,2 per cento. La mino-re redditività lorda fa sì che dopo avere sostenuto icosti interni e finanziari, solo una minima parte del-le imprese riesca, nel 2012, a conseguire un risulta-to positivo. Si riduce pertanto, in maniera forte, lacapacità d’autofinanziamento del sistema imprendi-toriale. In questo quadro negativo, gli unici segnalidi miglioramento sono arrivati dalla ripresa degliordinativi legati alla domanda estera.Alla minore disponibilità del sistema bancario a con-cedere finanziamenti, per motivi legati al proprioequilibrio patrimoniale, si è aggiunta una riduzionedella domanda di finanziamenti delle imprese, acausa dell’indebolimento complessivo dell’attivitàeconomica. Il risultato è stato una riduzione com-plessiva del volume dei prestiti bancari erogati.Dal punto di vista dell’equilibrio delle aziende, ilpeggioramento della loro capacità finanziaria hacomportato anche un allungamento generale deitempi di pagamento nel sistema, con conseguenteaumento degli oneri finanziari connessi al costo deifinanziamenti necessari a coprire i ritardati incassi.Anche il ritardo dei pagamenti dell’amministrazionepubblica ha acuito questa tendenza. L’incrementodel costo del debito ha infine contribuito alla ridu-zione complessiva dei margini economici realizzatidalle imprese.Le vicende, legate all’andamento dello spread deititoli pubblici italiani rispetto a quelli tedeschi, han-no pesantemente influito sul costo dei finanziamen-ti alle imprese ed ai privati e solo negli ultimi mesistiamo assistendo ad un miglioramento complessivodella situazione. Sin dal 2010 le tensioni presenti suititoli di stato hanno influito sulle condizioni dellaraccolta sui mercati delle Banche Italiane, con con-seguente peggioramento dei costi dei finanziamentiper le imprese ed i privati. Il peggioramento dellospread si trasferisce nei mesi successivi in aumentodei tassi sui nuovi depositi a scadenza e sulle opera-zioni di pronti contro termine, oltre che sulle obbli-gazioni emesse dalle banche per finanziarsi. La tra-smissione del peggioramento dello spread dei titolipubblici sul costo dei finanziamenti bancari seguevari percorsi, quali l’esposizione diretta delle ban-che nei confronti del settore pubblico, l’utilizzo deititoli pubblici come collaterale nei mercati dellaprovvista all’ingrosso, il legame fra rating sovrano erating bancari.Il miglioramento, registratosi nell’ultimo periodo,del differenziale fra i titoli decennali italiani e quellitedeschi ha avuto ripercussioni positive anche sullasituazione patrimoniale del sistema bancario. Il va-lore dei titoli pubblici italiani a medio e a lungo ter-mine di proprietà delle banche è, infatti, attualmen-te superiore del 2,5 per cento rispetto a quello disettembre dello scorso anno, data di riferimentoper determinare il buffer di capitale richiesto
  • Pensiero Democratico 9dall’European Banking Authority (EBA) al fine difronteggiare le potenziali perdite sul portafogliosovrano valutato al valore di mercato.Nel frattempo, la maggior parte delle banche harafforzato la propria dotazione patrimoniale, sia conoperazioni d’aumento di capitale, sia con una mag-giore capacità d’autofinanziamento rispetto all’an-no precedente, sia con la ricomposizione del pro-prio portafoglio verso attività con profilo di rischiopiù attenuato. A giugno del 2012 il patrimonio dimigliore qualità dei 14 gruppi (core tier 1) avevaraggiunto, in media, il 10,2 per cento delle attivitàponderate per il rischio (dall’8,8 del dicembre del2011). I coefficienti relativi al patrimonio di base(tier 1 ratio) e complessivo (total capital ratio) era-no pari, rispettivamente, al 10,8 e al 13,8 per cento.Pur in presenza di un quadro di relativo migliora-mento, la situazione rimane ancora tesa e il peggio-ramento del profilo di rischio delle imprese rappre-senta un ulteriore deterrente verso l’aumento com-plessivo dell’erogazione dei finanziamenti. In que-sto quadro è stato oltremodo utile l’azione di soste-gno realizzata dal Governo con il Fondo di garanziaper le PMI. Nei primi sette mesi del 2012 le doman-de di finanziamento accolte dal Fondo sono statepari a 4,7 miliardi di euro con rilascio di garanzierelative per ca. 2,3 miliardi.Un cambiamento del ruolo della Cassa Depositi ePrestiti all’interno del sistema economico italia-no, inteso come quello di un grande polmone fi-nanziario teso al sostegno degli investimenti, sa-rebbe auspicabile.In questa situazione generale, estremamente deli-cata, le recenti notizie legate alla vicenda MontePaschi di Siena hanno ulteriormente concentratol’attenzione su questo settore determinante per losviluppo economico del Paese. In particolare, le do-mande più inquietanti riguardano due aspetti: a)rapporto fra sistema bancario e sistema politico b)l’effetto sui bilanci societari delle operazioni su deri-vati.In questa sede non vogliamo addentrarci nei risvoltidi questa vicenda ma prenderne spunto per unariflessione sugli aspetti suesposti. La prima questio-ne riguarda il ruolo delle Fondazioni all’interno dellagestione societaria delle Banche. Nel nostro sistemail loro ruolo è importante e ha sostituito la presenzadiretta dello Stato nella proprietà delle principalibanche italiane. Le Fondazioni dovevano idealmen-te rappresentare e garantire un ruolo sociale dellebanche anche in regime privatistico. La presenzadelle Fondazioni avrebbe assicurato, grazie al lega-me con il territorio, automaticamente questo risul-tato. Abbiamo visto come questa interpretazioneabbia lasciato a desiderare e che, nei fatti, “la politi-ca”, tramite le istituzioni locali, si è impadronita del-le Fondazioni e tramite esse ha fornito alle bancheun personale manageriale sensibile alle esigenze deigruppi politici di riferimento. In questa situazione,inoltre, si è in qualche modo lasciato a questi mana-ger ed ai gruppi dirigenziali ampia delega operativa.E’ evidente che qualcosa va cambiato. Sarebbe au-spicabile che le Fondazioni riducessero ulteriormen-te la loro partecipazione nella proprietà delle Ban-che ed utilizzassero le proprie risorse a sostegno dipossibili attività nel territorio. Il loro disimpegnodarebbe spazio all’ingresso di nuovi capitali e nuovisoggetti italiani ed esteri all’interno del nostro siste-ma bancario, probabilmente rafforzandolo e svilup-pando un maggior controllo interno sull’operativitàdella dirigenza operativa.La seconda questione, sucui vale la pena di soffermare maggiormentel’attenzione, è quella costituita dalla possibilità chele banche di credito ordinario effettuino operazioniBanche e sistema delle impresedi Giuseppe ArdizzoneMinistero dell’Economia e delle Finanze, RomaAutore: Groucho85 Licenza CC Attribuzione-Condividi allo stesso modo 3.0Unportedhttp://commons.wikimedia.org/wiki/File 3AMiniste-ro_dellEconomia_e_delle_Finanze.jpg
  • 10 Pensiero Democraticodi carattere speculativo che possano mettere a re-pentaglio la propria solidità finanziaria e di conse-guenza i risparmi dei depositanti e le attività dellaclientela. Non ci stancheremo mai di sottolinearecome sia assolutamente necessario ripristinarequella separazione fra banche d’investimento ecommerciali decisa, tanti anni fa, durante la“grande depressione”. Negli Stati Uniti questo èstato già fatto tramite la "Volkers rule". Nel RegnoUnito è stata introdotta una separazione delle atti-vità, anche se all’interno della stessa struttura giuri-dica, e la misura sembra poco efficace.Il restodell’Europa è in grave ritardo ed anzi la propostadella commissione Liikanen, che aveva raccomanda-to la separazione tra attività di investimento e atti-vità tradizionali, è stata ignorata. La maggiore obie-zione alla separazione fra banche commerciali edinvestimento sembra essere quella che unasiffatta operazione indebolirebbe il patrimonio re-sponsabile delle banche commerciali riducendonela capacità di credito alleconomia.Il rischio tuttaviaè troppo forte per mantenere questa situazionee piuttosto sarebbe di gran lunga preferibile cheinvece si ritornasse indietro sulleccesso di pruden-za voluta dall’EBA sul tema della valutazione deititoli di Stato nellattivo delle Banche. I titoli vannoindicati al loro valore nominale e non di mercato. Laperdita si realizza solo nel momento della possibilevendita prima della scadenza e francamente unascelta di questo tipo sarebbe deprecabile vista lapossibilità di metterli a garanzia dei prestiti ottenibi-li dalla BCE. Assumiamoci quindi il rischio del possi-bile default degli stati nazionali. E un rischio chepuò essere affrontato insieme e su cui lEuropa nelsuo complesso sta già dando ampie assicurazioni siacon la nascita del Fondo salva stati che con la dispo-nibilità allacquisto illimitato di titoli pubblici dellaBCE sul mercato secondario. Le banche commercia-li devono ritornare ad essere il tramite fra il rispar-mio ed il sistema produttivo. La loro solidità nonpuò essere compromessa dalla compresenza diun’attività speculativa fine a se stessa e tesa unica-mente all’arricchimento della Banca. I rischi con-nessi a queste attività si sono moltiplicati con l’uti-lizzo delle operazioni di derivati che hanno letteral-mente moltiplicato i rischi ma anche le opportunitàdi guadagno. Il mondo dei derivati ha invaso il mer-cato partendo dalla necessità di assicurare i rischiconnessi al corso di un titolo, del cambio, del tas-so o sull’andamento di un indice; ma, staccandosigradualmente dalle operazioni sottostanti, ha crea-to un mercato esclusivamente speculativo che siauto-sviluppa perché non costituisce solo un’occa-sione di guadagno per il cliente ma anche per l’in-termediario. Per mitigare questo eccesso struttura-le ed il rischio sistemico connesso, sarebbe oppor-tuno recepire le indicazioni suggerite a suo tempodal Financial Stability Board che indicava la necessi-tà di una standardizzazione dei prodotti derivati.Aggiungerei specificamente la necessità che que-ste operazioni dovrebbero essere obbligatoriamen-te collegate ad unoperazione sottostante di propriapertinenza che si intende coprire. Il valore noziona-le del derivato non dovrebbe inoltre poter superarequello dell’operazione sottostante che garantisce.Un altro aspetto da colpire è costituito dall’eccessi-va remuneratività di queste operazioni per gli inter-mediari bancari. Sarebbe opportuno, a tal fine, in-trodurre una tassazione secca del 30% sugli utiliattualizzati che le banche realizzano sui contrattiderivati sottoscritti dalla clientela.http://ciragionoescrivo.blogspot.comBanche e sistema delle impresedi Giuseppe ArdizzonePiazza Salimbeni, Siena. La sede centrale della Banca Montedei Paschi di Siena.Autore: Tango7174Creative Commons Attribuzione-Condividi allo stesso modo 3.0 Unported,http://it.wikipedia.org/wiki/File:Toscana_Siena3_tango7174.jpg
  • Pensiero Democratico 11Che Europa vogliamo?di Fabio ColasantiNei più di quaranta anni che ho passato adiscutere di cose europee con cittadini ditanti paesi sono sempre stato colpito dalfatto che gli italiani sembrano volere unEuropa conuna forma statuale molto diversa da quella deside-rata da quasi tutti gli altri cittadini europei. Questorende il dibattito molto difficile e mette gli italiani inuna posizione minoritaria anche quando le discus-sioni si svolgono in ambienti "amici", per esempiotra i partiti socialisti europei.Quando parlano di Europa unita, gli italiani che vo-gliono un approfondimento del grado attuale di in-tegrazione in Europa, usano certo laggettivo"federale", ma hanno in mente una forma statualecompleta che sostituisca gli stati nazionali e li tra-sformi nellequivalente di grosse regioni. Questosignifica evidentemente che lEuropa federale unifi-cata assuma praticamente tutte le responsabilità ele competenze degli stati nazionali attuali e si occupipraticamente di ogni tema che fa parte della sferadazione pubblica.Questa posizione si spiega in gran parte con la pro-fonda sfiducia che si ha in Italia nello stato italiano(la maggioranza degli italiani preferirebbe esseregovernata da un governo europeo a Bruxelles,piuttosto che da "Roma", ladrona o meno), sfiduciache non esiste negli altri paesi.Molto spesso questa posizione viene sostenuta fa-cendo riferimento al processo di creazione degliStati Uniti dAmerica che ha portato alla creazionedi uno stato completo. Ma in realtà, non è possibi-le nemmeno per un secondo immaginare grandiparalleli tra il processo di formazione degli Stati Uni-ti e il processo di integrazione europea. Le 13 co-lonie avevano si immigrati di varie provenienze, maerano dominate da una cultura comune. Quando sivisitano Niagara-on-the-Lake (prima capitale dellaprovincia del Canada con il nome di Newark) e Wil-liamsburg in Virgina, ottocento chilometri più alsud, si è colpiti dalle fortissime somiglianze tra ledue cittadine: erano state costruite dalle stesse per-sone!Il processo di unificazione degli Stati Uniti è statopoi aiutato dalla presenza di un nemico comune: laGran Bretagna di Giorgio III. Inoltre, questo proces-so si è svolto in un periodo nel corso del quale anco-ra non esistevano le coscienze nazionali che si sonoformate ben più tardi nel corso dei secoli dicianno-vesimo e ventesimo. Questo ha sicuramente facili-tato ladesione ad un sistema sociale comune attra-verso un processo che, non a caso, è stato chiamatodel "melting pot". Ed in ogni caso, il processo diformazione di una entità statuale negli Stati Uniti,che è in corso da oltre due secoli, per certi aspetti èoggi meno avanzato di quello europeo (esistonoforse più ostacoli alla libera circolazione delle merci,dei servizi e delle persone tra gli stati americani chetra i paesi dellUnione europea!).I paesi che formano lUnione europea attuale, sonopaesi che hanno compiuto completamente il pro-cesso di identificazione nazionale e di creazione diuno stato, spesso coincidente con la "nazione".Molti di questi paesi hanno sofferto di una domina-zione straniera in tempi abbastanza recenti e sonomolto restii ad accettare forme di cessione della lo-ro sovranità che possano riportarli in una situazionedi dipendenza politica o economica, per esempiocome quella che esisteva con il Comecon. Moltialtri paesi si sono sviluppati vicino a paesi ingom-branti e potenti e hanno fatto della difesa dellindi-pendenza e dellidentità nazionale il fulcro della lorovisione nazionale.La maggior parte di questi paesi ha poi provato dipoter vivere abbastanza bene anche al di fuori diunorganizzazione come lUnione europea. Cosaancora più importante, nella maggioranza di questipaesi cè un orgoglio per quello che il paese è riusci-to a fare, per le capacità mostrate dalla propria so-cietà e non cè nessuna disponibilità a "diluire" lasovranità nazionale in una organizzazione più vasta.I finlandesi, per esempio, non penseranno mai cheunamministrazione europea a Bruxelles possa esse-re preferibile ad unamministrazione finlandese adHelsinki.La maggiore disponibilità a fare dei passi avanti ver-so unintegrazione politica si trova in quei paesi do-ve il nazionalismo è arrivato ai parossismi che han-no condotto alle due guerre mondiali. Il processodi integrazione europea è stato lanciato da personeilluminate in Francia e in Germania che volevanoimpedire una nuova guerra tra questi paesi. Maoggi in Germania, troviamo ancora una disponbilitàad una maggiore integrazione politica, alimentataforse dai residui di un forte senso di colpa che haattanagliato il paese dopo la seconda guerra mon-
  • 12 Pensiero Democraticodiale ("Vergangenheitbewältigung"), da un senso diresponsabilità per il processo di integrazione euro-peo e sostenuta dal fatto che, come paese più im-portante in Europa, ha forse meno da "perdere" inun processo di integrazione politica più approfondi-ta. Purtroppo questa disponibilità non esiste giàpiù in Francia (come ha scritto Giuliano Amato in unarticolo sul Sole24Ore del 20 gennaio scorso).Inoltre, le richieste di salti verso unimpossibile"unificazione politica" sono spesso basate su di unavalutazione della situazione attuale che ignora i pas-si avanti già compiuti. In particolare, nel corsodellultima crisi abbiamo fatto passi avanti versolintegrazione europea in una misura che nonavremmo mai creduto possibile solo cinque anni fa.Cito solo alcuni elementi.a) Si sono fatti passi molto significativi per un mag-gior coordinamento delle politiche di bilancio e lepolitiche economiche dei vari paesi. Sei nuove pro-cedure (note come "Six pack"), la creazione del co-siddetto "semestre europeo" e ladozione del FiscalCompact.b) Si è creato dal nulla e si è reso permanente unfondo salva stati per aiutare i paesi in difficoltà,quando finora i Trattati dicevano esplicitamente chenon esisteva nessun obbligo di aiuto tra stati.c) La Grecia è stata fatta uscire completamente daimercati finanziari. Una parte del suo debito è stataripudiata con laiuto degli altri paesi mentre il gros-so è stato sostituito da prestiti bilaterali tra stati eda finanziamenti multilaterali. Le condizioni deiprestiti sono state ammorbidite talmente da costi-tuire oggi un trasferimento a fondo perduto di circadue miliardi e mezzo di euro allanno verso la Grecia(differenza tra i tassi di interesse che paga la Greciae costo sensibilmente più alto della raccolta dei fon-di da parte dei paesi prestatori).d) La Banca Centrale Europea, in violazione appa-rente del suo statuto, ha comprato titoli di stato deipaesi in difficoltà per circa ducento miliardi ed haannunciato la disponibilità, in certe situazioni, acomprarne altri per quantità illimitate.e) Si sta lavorando per creare un meccanismo di su-pervisione bancaria unica, un sistema di garanziadei depositi bancari a livello europeo e un sistemadi ricapitalizzazione e chiusura delle banche a livelloeuropeo.f) E stato dato ufficialmente mandato a Van Rom-puy, Junker, Draghi e Barroso di fare proposte con-crete per realizzare il piano di integrazione econo-mica molto avanzato che hanno presentato al Con-siglio europeo del giugno 2012.Bisogna continuare in questa direzione, ma tenendoconto del fatto che lUnione europea sarà sempre esolo unorganizzazione per integrare stati nazionaliche conserveranno la loro identità. Le necessità,soprattutto economiche, hanno già condotto questistati a creare forme di integrazione nuove e ambi-ziose. Queste forme di integrazione hanno bisognodi forme di legittimità democratica molto simili aquelle di una stato unitario. Ma presentare il pro-cesso di integrazione come una marcia di avvicina-mento alla creazione a termine di una forma statua-le unitaria classica è sbagliato e crea inevitabilmen-te forme di rigetto (che sono già sotto i nostri occhiin tanti paesi europei). Al momento la grossa sfidaper i dirigenti europei è come fermare il processoche sta portando inesorabilmente alluscita del re-gno Unito dallUnione europea.Nellesprimerci sulle specifiche politiche dellUnioneeuropea e sui mille problemi che sollevano, dobbia-mo renderci conto che lUnione europea avrà sem-pre e solo responsabilità per quei campi necessari alfunzionamento comune del blocco di stati. Ognicosa che non sia strettamente necessaria da questopunto di vista resterà sempre fuori dal campo diresponsabilità dellUnione europea.Qualche esempio. Abbiamo bisogno dellUnione eu-ropea per garantire la libera circolazione delle mer-ci, delle persone, dei capitali e dei servizi ("lequattro libertà fondamentali"); abbiamo bisognodellUnione europea per garantire le regole di con-correnza e impedire distorsioni con gli aiuti di stato;abbiamo bisogno dellUnione europea per far fun-zionare leuro, per garantire la disciplina di bilancio,per sorvegliare le banche, per garantire i depositibancari. Abbiamo bisogno dellUnione europea perdefinire un atteggiamento comune nei confrontidellimmigrazione; abbiamo bisogno dellUnioneeuropea per garantire il funzionamento degli aspettitransnazionali della giustizia, dellamministrazioneChe Europa vogliamo?di Fabio Colasanti
  • Pensiero Democratico 13pubblica, del riconoscimento dei titoli di studio, ecc.E via così.Cosa molto importante, in questo gruppo di compe-tenze abbiamo dei trasferimenti senza contropartitadai paesi ricchi ai paesi più poveri ("Fondi struttura-li"). Le cifre ricevute da tanti paesi poveri sonomolto forti e dellordine di grandezza di quelle rice-vute dai paesi beneficiari del piano Marshall. Il pia-no Marshall è stato unoperazione una tantum, iFondi strutturali sono trasferimenti che vengonoripetuti anno dopo anno.Il funzionamento efficiente di questo blocco di statirichiederebbe anche una condivisione dei poteri inmateria di tassazione diretta, di politica estera e didifesa (messa in comune di almeno il supporto logi-stico delle forze armate). Una condivisione delleresponsabilità in materia di tassazione diretta per-metterebbe di ridurre il grado attuale di"concorrenza fiscale" che mi sembra francamenteesagerato, almeno nel caso della tassazione delleimprese. Purtroppo i poteri in questi campi sonovisti come talmente direttamente legati alla sovrani-tà e allidentità nazionale da bloccare, per molti annia venire, la loro pur necessaria condivisione.Ma non abbiamo bisogno dellUnione europea perdeterminare le regole per il traffico a Napoli o a Co-penhagen; non abbiamo bisogno dellUnione euro-pea per determinare lorganizzazione del sistema diistruzione pubblico (a parte gli aspetti internazionalidel riconoscimento dei diplomi); non abbiamo biso-gno dellUnione europea per le regole urbanistichedi questa o quella regione o città (ma dobbiamo farsi che che le regole nazionali non costituiscano unostacolo alla libera circolazione di merci e servizi);non abbiamo bisogno dellUnione europea per pren-dere misure per la salute (se gli svedesi voglionomasticare il loro tabacco "snus", questo non ha nes-suna conseguenza per la salute degli italiani e noncè bisogno di regole europee, al di la di quelle sugliscambi delle merci); non abbiamo bisogno dellUnio-ne europea per prendere disposizioni sullisolamen-to termico delle case. Avere un politica "comune"nei confronti dello sport potrebbe essere bello, manon è indispensabile al funzionamento del blocco dipaesi. Non abbiamo bisogno dellUnione europeaper stabilire se la polizia deve fare gli alcotest allu-scita delle discoteche.Lorganizzazione istituzionale degli stati membri saràsempre una loro prerogativa esclusiva. Ogni statomembro deciderà lorganizzazione del suo sistemasanitario, del suo sistema di protezione sociale e deilivelli di assistenza che si può permettere e che lacoscienza sociale della sua popolazione vorrà deci-dere. Lo stesso vale per il pluralismo dei media, perlorganizzazione delle radio e TV pubbliche, per lor-ganizzazione delle forze di polizia, della protezionecivile; per le regole di urbanistica; per le regole sullacostruzione degli immobili (sismicità e altre normedi sicurezza) e per le regole sul trasporto allinternodegli stati membri (per esempio limiti di velocità).LUnione europea si occuperà degli aspetti tran-sfrontalieri della politica energetica, ma le sceltefondamentali sulla politica energetica nazionale so-no e saranno una responsabilità degli stati membri(basta vedere le differenze nei confronti dellenergianucleare).La lista precedente è indicativa e sicuramente noncompleta. La stragrande maggioranza dei cittadinieuropei non ha nessuna voglia o disponibilità ad ac-cettare quello che non è necessario. In più, nonbisogna dimenticare il fatto che in tutti i trattati eu-ropei abbiamo scritto esplicitamente che il processodi integrazione europea avrebbe coperto solo quelloche è strettamente necessario (principio di"Sussidiarietà").Nellarticolo che ho citato, Giuliano Amato scriveche è meglio, per ragioni tattiche, non discutere connessuno, nemmeno con i francesi, della forma finaleche dovrà assumere lUnione europea. Io vado piùin la. Penso che dovremmo diventare più realisti erenderci conto che la forma di integrazione che lEu-ropa si darà nei prossimi anni - e che io spero siamolto più approfondita di quella attuale - non saràuna forma di integrazione del tipo di quella che si hain uno stato, unitario o federale che sia e che lecompetenze dellUnione europea non saranno maitutte quelle che hanno gli stati nazionali che cono-sciamo oggi.Che Europa vogliamo?di Fabio Colasanti
  • 14 Pensiero DemocraticoDal novembre del 2011, lattenzione del go-verno Monti e della politica italiana è statacomprensibilmente concentrata sulla ne-cessità di evitare la catastrofe che poteva verificarsinelle nostre finanze pubbliche. Ma la crisi chestanno attraversando leurozona e lItalia è dovutaanche, e secondo alcuni soprattutto, alle forti diffe-renze di competitività che si sono aperte da quan-do, il primo gennaio 1999, siamo entrati nellunionemonetaria europea. Queste differenze sono allori-gine non solo dei forti squilibri delle bilance dei pa-gamenti, ma anche delle differenze di crescita e didisoccupazione. In questo contributo presento espiego gli indicatori chiave che ci danno le dimen-sioni del problema.Andamento della competitività nellunione mone-taria europeaLa perdita di competitività delleconomia italiananegli ultimi quindici anni è dovuta al fatto che nelnostro paese i costi del lavoro (per unità di pro-dotto) sono aumentati molto più che negli altri pae-si della zona euro. La perdita di competitività - mi-surata dallandamento dei costi del lavoro - dal1999 ad oggi è del 20-25 per cento. Il livello dicompetitività delleconomia italiana è depresso datanti altri fattori (inefficienza della pubblica ammini-strazione, prezzo dellenergia, cattiva qualità delleinfrastrutture di trasporto, inefficienza della giusti-zia, corruzione, alte tasse, ecc.). Ma questi altrifattori non sono cambiati in maniera significativanegli ultimi anni, mentre le statistiche sono moltochiare per quanto riguarda landamento del costodel lavoro: è aumentato, e tanto.Questo aumento dei costi ha obbligato le impreseitaliane a chiedere prezzi più alti, con la conseguen-za di una perdita di clienti e di quote di mercato, siasui mercati esteri che sul mercato italiano (le impor-tazioni sono aumentate sensibilmente). Quandosono state obbligate a vendere agli stessi prezzi,hanno incassato cifre insufficienti a finanziare ricer-ca, nuovi investimenti o addirittura, in qualche caso,a coprire i costi.Il grafico numero uno mostra landamento del costodel lavoro rispetto al resto della zona euro per alcu-ni paesi. Si vede chiaramente come la Germania -grazie alle riforme fatte dal canceliere Schroeder nel2003/2004 - abbia migliorato la sua posizione e co-me sia potuta passare dal disavanzo di bilancio dipagamenti che aveva allinizio dellunione moneta-ria ai forti avanzi attuali (grafico due). In manieracorrispondente, lItalia è passata dallavanzo di bi-lancia dei pagamenti che aveva allinizio dellunionemonetaria ai disavanzi attuali (contrariamente aquello che afferma il PdL e che che è creduto ancheda alcuni allestrema sinistra, lItalia è entratanelleuro con un tasso di cambio competitivo).Fattori che determinano landamento del costo dellavoroLandamento del costo del lavoro dipende da duefattori: a) landamento della produttività e b) landa-mento dei salari. Se i salari aumentano come laproduttività i costi restano stabili (e linflazione ri-mane bassa), ma se i salari aumentano più dellaproduttività i costi del lavoro (e linflazione) aumen-tano.La crescita della produttività italiana negli ultimi an-ni è stata molto bassa, la più bassa dellunione eu-ropea (grafico 3). Questo significa che anche i salariitaliani avrebbero dovuto crescere poco, invece so-no cresciuti ben più che negli altri paesi europei.Questo dato stupisce molte persone che pensanoche i salari italiani siano molto bassi. In realtà, iCompetitività crescita occupazionedi Fabio Colasanti
  • Pensiero Democratico 15salari italiani sono, e sono stati per gli ultimi anni,ad un livello quasi esattamente pari alla mediadelleurozona (vedi grafico quattro). I salari italianisono in media più alti di quelli spagnoli di un 10-15per cento, sono quasi il doppio di quelli greci e por-toghesi e sono perfino più alti di quelli tedeschi !Per di più, il grafico mostra come dal 1999 ad oggi isalari italiani sono cresciuti più di quelli tedeschi (omeglio, i salari tedeschi sono scesi; rispetto alla me-dia delleurozona sono oggi ad un livello del dieciper cento più basso di dove erano nel 1999).Perché i salari sono cresciuti troppo rapidamenterispetto alla produttività? Essenzialmente per duemotivi: a) lalto tasso di inflazione italiano; b) unamancanza di attenzione al problema da parte deisindacati e dellopinione pubblica.LItalia è un paese che ha strutturalmente un tassodi inflazione alto perché manca concorrenza, per-ché tasse e contributi sociali sono stati aumentatiper tenere il passo con laumento della spesa pub-blica, perché in tante professioni ci sono restrizionicorporative che impediscono ai prezzi di scenderequando dovrebbero e anche, qui esprimo unopinio-ne personale, perché gli italiani non reagiscono ab-bastanza di fronte agli aumenti dei prezzi. Sembre-rebbe che gli italiani si vergognino di dire ad uncommerciante: "non compro questo prodotto per-ché è troppo caro" o "non compro questo prodottoperché tu ne hai aumentato il prezzo". In Italia cèun certo fatalismo nei confronti dellinflazione. Inaltri paesi i proprietari di ristoranti, bar e altri eser-cizi commerciali sanno che laumento dei loro prezziprovocherà una reazione negativa forte da parte deiclienti, alcuni potrebbero decidere di andare altrovedi fronte ad un cambio dei prezzi. Nel nord Europa,laspettativa è che i prezzi rimangano costanti e cheil loro aumento sia qualcosa di anomalo e ingiustifi-cato.Al tempo stesso, lidea che i salari debbano aumen-tare in linea con laumento della produttività nonsembra essere molto diffusa nella popolazione ita-liana e nei sindacati. Siamo di fronte ad un caneche si morde la coda, i sindacati chiedono aumentipiù forti per compensare linflazione, ma aumentisuperiori allaumento della produttività producononuova inflazione. Inoltre le modalità della con-trattazione salariale non hanno permesso - nei casidove questo sarebbe stato giustificato - di consenti-re aumenti di produttività più forti e/o di far scen-dere i salari. Eppure, questo è quello che è succes-so in Germania durante la crisi del 2009 ed è quelloche sarà permesso dallaccordo sulla competitivitàraggiunto in Francia allinizio di gennaio. In Italia siè fatto qualcosa nellaccordo sulla competitività del-la fine del 2012, ma si è trattato di aperture moltolimitate rispetto alle esperienze di altri paesi euro-pei.Quello che è particolarmente preoccupante è che intutti gli altri paesi sono state prese misure per recu-perare competitività. In parte queste sono stateCompetitività crescita occupazionedi Fabio Colasanti
  • 16 Pensiero Democraticodovute alleffetto automatico della crisi (quandouneconomia è in recessione i prezzi scendono e isalari anche) e in parte sono state il risultato di in-terventi dei poteri pubblici. Il grafico (numero uno)sullandamento del costo del lavoro mostra comefino al 2008 la forbice in Europa sia andata apren-dosi, contribuendo così allo scoppio della crisi. Apartire dal 2008 però le cose sono migliorate: i costirelativi del lavoro in Germania sono aumentatimentre in Irlanda, Grecia, Spagna e Portogallo sonoscesi, permettendo a questi paesi di recuperarecompetitività (e alla Germania di perderne).LItalia è lunica eccezione a questo trend generaliz-zato: i costi relativi del lavoro nel nostro paese han-no continuato ad aumentare durante la crisi - ag-gravando la perdita di competitività - e anche i sala-ri hanno continuato ad aumentare nonostante unagrave recessione (mentre negli altri paesi in difficol-tà sono scesi, a volte in maniera molto sensibile).Lultimo dato mensile per linflazione nelleurozona(dicembre 2012) mostra un tasso di inflazione me-dio del 2.2 per cento, ma quello che è grave è cheallinterno di questa media la Germania ha un tassodi inflazione del 2.0 per cento e lItalia del 2.6 ! Perrecuperare competitività lItalia dovrà avere per varianni tassi di aumento del costo del lavoro più bassidi quelli degli altri paesi delleurozona e questo si-gnifica anche tassi di inflazione di tutta leconomiapiù bassi della media.Come migliorare la competitività dellItalia?Un miglioramento della competitività di unecono-mia può essere raggiunto solo attraverso tre stradeprincipali.a) Unaccelerazione del tasso di crescita della pro-duttività. Questo può essere ottenuto attraversoaccordi a livello nazionale e locale che permettanoun utilizzo diverso e migliore degli impianti o attra-verso riforme strutturali che aumentino la concor-renza tra le imprese, nella distribuzione o nelle pro-fessioni. Un aumento dellinnovazione attraversoun aumento dello sforzo di ricerca, unistruzione dimigliore qualità e un miglioramento dellambientein cui operano le imprese avrebbe anche un signifi-cativo effetto positivo sul tasso di crescita della pro-duttività, ma inevitabilmente passa del tempo tra ilmomento in cui si comincia fare sforzi per migliora-re la qualità degli input ed il momento nel quale sivedono i risultati in termini di innovazione e di cre-scita più rapida della produttività. A medio-lungotermine però, questa è la strada principale da segui-re per permettere al paese di ridurre la disoccupa-zione e di offrire redditi decenti.b) Un rallentamento della crescita dei salari o unaloro riduzione. Questo è quello che è successo ne-gli ultimi anni in Grecia, Irlanda, Spagna, Portogalloe, soprattutto, in Germania ai tempi di Schroeder.c) Un intervento per ridurre il cosiddetto "cuneofiscale" (differenza tra salari lordi e paga effettiva-mente ricevuta dai lavoratori). In Italia il cuneofiscale è più alto che in altri paesi, quindi un inter-vento sarebbe giustificato e ci è stato raccomanda-to da ogni organizzazione internazionale che ci ab-bia rivolto raccomandazioni. La difficoltà è che in-terventi apprezzabili sono molto costosi (una ridu-zione di tre punti del cuneo fiscale sui lavoratori di-pendenti potrebbe costare otto/nove miliardi dareperire con altre tasse o tagli di spesa).È chiaro poi che la produttività delleconomia italia-na migliorerebbe anche se si riuscisse a modificarein maniera sensibile tutti quei fattori che determi-nano lambiente in cui opera leconomia che ho ci-tato allinizio del contributo (burocrazia, corruzione,inefficienza della giustizia, bassa qualità delle infra-strutture, ecc.), ma miglioramenti in questi campi -comunque assolutamente necessari per mille altrimotivi - prenderanno inevitabilmente parecchiotempo, mentre le correzioni di cui abbiamo bisognoper affrontare il problema della disoccupazione edella precarizzazione del lavoro sono necessarie im-mediatamente o, al massimo, entro uno o due anni.Un aumento della competitività delleconomia ita-liana è cruciale. Il ministro Passera ha recentemen-te espresso la speranza che le esportazioni italianepossano passare dai 450/500 miliardi attuali ad ol-tre 600 miliardi alla fine del 2015. Il raggiungimen-to di un obiettivo simile significherebbe un aumen-to delloccupazione tra i quattro e i cinque milioni diunità !Il prossimo governo dovrà scegliere, sulla base deisuoi valori politici, la combinazione migliore tra letre possibilità di intervento che ho indicato.Competitività crescita occupazionedi Fabio Colasanti
  • Pensiero Democratico 17La vignetta di Fabio Marinelli
  • 18 Pensiero DemocraticoKarl Popper (1902-1994) fu un filosofo au-stro-inglese, professore alla London Schoolof Economics. E’ considerato come unodei maggiori filosofi della scienza del 20-mo seco-lo, perché le sue idee hanno avuto una enormeinfluenza sul pensiero moderno.Qui voglio accennare al concetto popperiano di fal-sificabilità: una teoria, per essere controllabile, eperciò scientifica, deve essere falsificabile; in prati-ca, ci deve essere almeno un esperimento che lapossa dimostrare integralmente o parzialmentenon valida alla prova dei fatti. Se una teoria nonpossiede questa proprietà, è impossibile controllar-ne la validità relativamente alla realtà che essaafferma di descrivere. Il sapere corrente non èquindi costituito da teorie e modelli veri, ma dateorie e modelli che finora hanno resistito ai tenta-tivi di falsificazione.In altre parole, se una proposta teorica o unipotesinon può essere sottoposta a un controllo che possafalsificarla, allora lipotesi iniziale può portarci aqualunque conclusione senza che si possa confutar-la. In questo caso si esce dal campo della scienza, esi passa in quello della pseudo-scienza oppure dellametafisica.Le idee di Popper hanno avuto un enorme successotra gli scienziati, che hanno subito identificato que-sto modo di procedere con quello che la scienza haadottato da Galileo in poi. Per esperienza persona-le, posso dire che la falsificabilità è nel DNA di tuttigli scienziati; io stesso ho assorbito queste idee perosmosi, cominciando a lavorare alla tesi da studen-te di fisica con i miei professori. Qualunque ipotesio congettura formulassi durante il lavoro, qualun-que risultato trovassi, mi veniva sempre chiesto:“sei sicuro, guarda che invece in questo caso nonfunziona, prova ancora”, oppure “mah, forse hairagione, però dobbiamo verificare la tua ipotesi intutti i casi possibili, facendo così e così…”. Anche itest statistici che vengono fatti durante il lavoroscientifico sono implicitamente popperiani, inquanto il risultato sperimentale viene convertitonella probabilità di sbagliare scartando(falsificando) la teoria qualora essa fosse vera. Que-sto numero, detto valore p (p-value), fa parte dellapratica standard in medicina e biologia. Tanto più ilvalore p è piccolo, tanto più si è sicuri nella falsifica-zione della teoria.Tutto questo, direte (a parte il tecnicismo sul valorep), è abbastanza ovvio e naturale. Invece, non è co-sì, perche il funzionamento spontaneo del nostrocervello è in logica positiva. Ci vuole un buon alle-namento culturale per farlo funzionare in logicanegativa con la falsificazione. Gli esempi qui si spre-cano, e quello più classico è l’astrologia. Tutti i testscientifici hanno mostrato che non c’è differenzatra le previsioni degli astrologi e quelle di chi tira adindovinare, eppure siamo abbastanza perseguitatiMr. Popper, l’astrologia e la democraziadi Alberto Rotondi
  • Pensiero Democratico 19dagli oroscopi. Infatti se io predico (a caso) che i natidell’Ariete saranno soggetti ad ammalarsi di influen-za, quella settimana gli Arieti che stanno bene nonfaranno caso all’oroscopo, mentre quelli che si am-maleranno tenderanno a rimanere impressionatidalla predizione. In questo modo, ritenendo solo lepredizioni casuali positive, dopo un po’ di tem-po ognuno avrà una predizione astrologica che si èavverata, e l’astrologo diventerà famoso e ricco,mentre il giovane astrofisico, con i tagli della spesapubblica, verrà licenziato dall’Università e dovràcercarsi un lavoro nei campi. In realtà, ognuno dinoi, se possiede una sufficiente faccia tosta, potreb-be diventare un astrologo di successo.Tempo fa, ho ascoltato l’intervista a un medicoomeopatico. Alla domanda “ma non si è ancora riu-sciti a dimostrare con certezza che l’omeopatia gua-risce”, la risposta fu “l’omeopatia funziona benequando il paziente ha fiducia, perché la nostra me-dicina tratta l’uomo come un tutto”. E’ evidente quil’ammissione che l’omeopatia, oltre che una scienzacarissima per chi ne compra i prodotti, è anche as-solutamente non falsificabile: se funziona allora vabene, se non funziona la colpa è del paziente. E’ su-perfluo ricordare che la scienza (vera) ha dimostratoche non c’è differenza tra il placebo e le medicineomeopatiche, che sono acqua fresca. Chi dissentemi porti dei risultati scientifici a sostegno dell’omeo-patia pubblicati su riviste scientifiche, chiari e nonfalsificati.Ora mi spingo un po’ più in là, avventurandomi nelterreno scivoloso della politica. Popper stesso criti-ca lo storicismo secondo cui le società umane sisviluppano secondo leggi razionali e indica invececome modello ideale lo stato democratico che pro-cede per tentativi ed errori, in quanto nessuna so-cietà può predire scientificamente il proprio futurolivello di conoscenza.Mi sembra quindi che vi siano molte coincidenzetra la democrazia e le teorie o i modelli falsificabili.Al contrario, l’ideologia assoluta e la dittatura, che sibasano su modelli assoluti non falsificabili, mi sem-brano molto simili alla metafisica. Ne traggo, comeconseguenza, che occorre difendere la democraziae la laicità dello stato. Infatti le religioni, con le veri-tà rivelate, il dogma, l’autorità delle gerarchie, ilruolo minore della donna, appaiono come l’antitesidella democrazia ed esistono proprio in quanto pro-pongono all’uomo verità assolute non falsificabili.La religione richiede un atto di fede, ed investequindi una parte della natura umana molto diversada quella che ha (o dovrebbe aver) a che fare con lapolitica.Trattando questioni un po’ più spicciole, mi sembrapositivo il fatto che stia prendendo piede il controllodei fatti (fact checking) da parte di alcuni giornalisti.Questo ha permesso di smascherare subito le be-stialità dette da Berlusconi nell’inizio di questa cam-pagna elettorale, come il sommerso non conteggia-to nel PIL, il sabotaggio dell’Italia da parte della Bun-desbank e altre amenità. Quando gli elettori smette-ranno di credere alle parole e alle promesse dei po-litici come credono agli oroscopi, e inizieranno adesercitarsi nel sottile esercizio della falsificazione,credo che faremo tutti quanti un bel passo in avantie che rafforzeremo la nostra democrazia.Mr. Popper, l’astrologia e la democraziadi Alberto Rotondi
  • 20 Pensiero DemocraticoIl 14 febbraio One Billion Rising!"Un miliardo di donne violate è unatrocità. Un mi-liardo di donne che ballano è una rivoluzione" (EveEnsler)Liniziativa One Billion Rising è stata ideata da EveEnsler, drammaturga, poetessa, sceneggiatrice eregista statunitense, fondatrice del V-day, manife-stazione giunta al quindicesimo anniversario.“Sono stanca della cultura dello stupro, della men-talità dello stupro, delle pagine di facebook pro stu-pro”, inizia così la lettera “Over it” di Eve Ensler, initaliano “Stanca di”, tradotta non ufficialmente dahttp://obritalia.livejournal.com/.La campagna V- day che dalla sua fondazione lottaper dire basta alla violenza sulle donne, di fronte adun’ascesa di stupri e femminicidi in tutto il mondo,ha voluto organizzare una manifestazione ancorapiù ambiziosa: One Billion Rising. Migliaia di asso-ciazioni ed organizzazioni con sedi in 160 paesi delmondo, da Amnesty International a Se Non OraQuando hanno aderito all’evento.E’ lo stesso gruppo “One billion Rising Italia” sul so-cial network facebook a ribadire i dati delle NazioniUnite: 1 donna su 3 nel mondo subirà violenza nellasua vita.il punto di vista femminilea cura di Cristina Semino
  • Pensiero Democratico 21La campagna OBR, che si è svolta in data 14 feb-braio, ha portato nelle piazze di tutto il mondo laprotesta di milioni di donne e uomini in un modooriginale, con video, danze, flash mob, in modo mo-derno e giovane e soprattutto pacifico.Altro pregio dell’iniziativa è stato quello di esserelibera da etichette politiche. Un’iniziativa universaleche ha cercato di coinvolgere donne e uomini, diogni età, professione, estrazione sociale, orienta-mento politico.Alcune delle città italiane che hanno aderito sonostate Bergamo, Bologna, Genova, Milano, Modena,Palermo, Roma, Torino, Verona, oltre decine di pic-coli comuni e paesi.Sul sito http://obritalia.livejournal.com/ sono statiofferti suggerimenti per i partecipanti, che hannoconsentito uno svolgimento "planetario" deglieventi, con l’invito a leggere in ogni piazza il nuovomonologo di Esler e ad impegnarsi individualmenteper far cessare la violenza di genere. Erano statisuggeriti inoltre particolari riguardo allo stile, la co-reografia da imparare, i vestiti da indossare, dai co-lori rosso e nero, per solidarietà a tutti gli attivisti ea quelle donne che non hanno potuto manifestaremediante la potenza del ballo, perché oppresse daregimi che escludono la loro libertà individuale.Piazze colorate e animatissime, di donne e uominiche al grido Break The Chain e indossando ma-gliette, spille, striscioni con il logo One Billion Rising,si sono esibiti in bellissime performance di balli ecanti.Il gruppo di Genova, ad esempio, ha preparato perdiversi giorni la coreografia, insieme ad una mae-stra di ballo. E stato molto divertente passare iltempo libero per imparare questa forma di lotta epoi manifestare in piazza tutte insieme con altredonne, uomini, ragazze e ragazzi delle scuole supe-riori che hanno accolto il nostro invito. Solo la par-tecipazione personale può infatti creare il presup-posto per una coscienza di massa sul tema dellaviolenza e, nel tempo, far nascere la cultura dellanon violenza. Ci sono tanti passi da fare, ma la stra-da è tracciata.“Noi abbiamo bisogno che la nostra rabbia e la no-stra compassione ci unisca perché possiamo cam-biare il sistema globale dello stupro. Nel pianeta cisono approssimativamente un miliardo di donneche sono state violate. Un miliardo di donne. Il tem-po è adesso. Preparatevi per l’insurrezione. Iniziaoggi, fino all’apice del 14 febbraio 2013 quando unmiliardo di donne si solleveranno per chiedere lafine dello stupro. Perchè noi siamo stanche.”Così si conclude la lettera proclamo di Eve Ensler,che è stata letta nelle piazze.Per avere più informazioni sugli esiti dellevento,vedere foto e commenti e conoscere le future ini-ziative si possono consultare i seguenti link:Gruppo facebook Italia Obrhttps://www.facebook.com/groups/onebillionitalia/members/http://obritalia.livejournal.com/http://www.youtube.com/watch?v=gl2AO-7Vlzkhttp://www.youtube.com/watch?v=fL5N8rSy4CUhttp://www.youtube.com/watch?v=mRU1xmBwUeAil punto di vista femminilea cura di Cristina SeminoOne Billion Rising a Genova 14 febbraio 2013Foto da Facebook
  • 22 Pensiero DemocraticoLa sindrome del ghettoIl nostro paese ama molto rappresentarsi come ilpaese delle questioni. La questione meridionale,quella delle pari opportunità tra i generi, la corru-zione, la selezione della classe dirigente, le mafie e,non ultima, la questione giovanile sono alcune dellequestioni aperte nel nostro paese. Chissà perchéperò, difficilmente si sentirà mai parlare di una que-stione chiusa. In Italia sollevare una questione vuoldire prendere parte ad un instancabile dibattito incui i temi rappresentano dei veri e propri cliché:come nella commedia dellarte. I comici dellarteerano soliti possedere un vasto bagaglio di canovac-ci, adatti alle loro potenzialità, da sfruttare al mo-mento della rappresentazione scenica. Nel corsodella rappresentazione, gli attori inserivano nellatrama del canovaccio i lazzi, dialoghi e scenette co-miche ben collaudate che facevano parte del loropersonale repertorio. Nello stesso modo, oggi,prendendo parte alla vita politica, si devono percor-rere alcuni temi obbligatori per mostrare la propriacapacità dialettica al fine di costituire un vero e pro-prio repertorio intellettuale.Come ogni fenomeno di costume, le rappresenta-zioni a cui uno assiste nella propria crescita perso-nale influenzano il modo di pensare e di conseguen-za quello di agire: oggi abbiamo una popolazioneanagraficamente giovane che rappresenta se stessacome una generazione raccontata e non vissuta.Figlia della capacità istrionica e improvvisata dellacultura delle maschere, è più attratta dagli exploitdel varietà che da una prospettiva di crescita fatti diprogrammi, progetti scadenze e risultati. In tuttoquesto, la quasi totale mancanza di tutele per chi ènuovo ai mondi esclusivi, che caratterizzano il“mercato del lavoro” nostrano, ha fatto dellessereescluso la cifra identitaria del giovane italiano. Prividi punti di riferimento che siano distanti da noi, vi-viamo un ghetto politico e sociale, dal quale nonsiamo capaci di uscire.Uscire dal ghetto comporta lincontro con chi tiguarda come un corpo estraneo, verso il quale pro-vare pena o repulsione. Essere pensati come unproblema sociale uccide quel germe di libertà cheesiste nella possibilità dellautodeterminazione. Lacrisi della famiglia ha mostrato lerrore del passato:demandare alle famiglie lintervento di cura dal“problema giovanile”. Giovani che si trovano ad es-sere, quindi, non tutelati ma gestiti. Oggi, che lela parola ai giovania cura di Nicola Camurri
  • Pensiero Democratico 23difficoltà economiche impediscono alle famiglie difunzionare da ammortizzatore sociale, è venuta amancare la possibilità di una loro gestione.Esiste un altro grande aspetto che nel nostro paesenon viene guardato a causa del pesante ritardo tec-nologico che caratterizza la nostra classe dirigente.Le tecnologie digitali per la comunicazione non rap-presentano solo degli utensili innovativi il cui uso èsemplicemente un nuovo modo di agire. Analogicoe digitale sono due modi di pensare e di parlare.Pensare in digitale vuol dire ragionare per connes-sioni, per relazioni e per canali. Ragionare in analo-gico vuol dire ragionare per posizioni. Il nostro si-stema di tutele è strutturato sulle posizioni, sulleappartenenze, sulle strutture che si è in grado dimantenere. Il pensiero digitale è caratterizzato in-vece dai ruoli, dallazione, da ciò che si fa. É lesserein movimento che produce visibilità e ritorno. Letutele, in un sistema dinamico, devono essere sugliindividui. Il fatto stesso che siamo ancora impegnatiin un dibattito volto a stabilire le tutele dei gruppi(omossessuali, donne, giovani, ecc.) ci fa compren-dere quanto la sindrome del ghetto sia profonda innoi. Fuori dal ghetto non potremmo essere definitie quindi tutelati.Io credo che quella che stiamo chiamando crisi siasolo il prendere coscienza di uno stato delle coseche non è più adatto al nostro modo di vivere. Lenuove tecnologie fanno si che sia più facile cono-scere e, quindi, più difficile fingere di non sapere.Lescluso di turno è sempre più vicino a noi perchésempre di più attraversa trasversalmente i ghettidai quali viene definito. Pensiamo ad una persona,giovane, donna, omossessuale, figlia di un esodato,che vive al sud: quante questione aperte devonoessere chiuse prima che i suoi diritti di cittadino sia-no tutelati?la parola ai giovania cura di Nicola Camurri
  • 24 Pensiero Democraticouno sguardo al passatoA cura di Giuseppe PiccioloZolfare di SiciliaLo zolfo siciliano veniva sfruttato fin dal tempo deiRomani che lo utilizzavano a scopo curativo e belli-co. Ad avviarne lo sfruttamento su larga scala fino afar raggiungere alla Sicilia il primato mondiale dellaproduzione, fu l’introduzione, nel 1787, del metodoLe Blanc per la fabbricazione su scala industrialedella soda (carbonato di sodio) basato sulla decom-posizione del sale comune trattato con acido solfo-rico. Lo zolfo era anche ingrediente fondamentaleper la produzione della polvere da sparo, e quindiaveva alla fine del Settecento unimportanza strate-gica notevole. Durante le guerre napoleoniche nu-merosi capitalisti britannici cominciarono ad inte-ressarsi delle zone minerarie della Sicilia meridiona-le. Dopo la pace e la restaurazione del 1815 anche ifrancesi cominciarono a interessarsi al minerale sici-liano. Nei primi decenni dell’Ottocento essendo au-mentata la richiesta dellacido solforico e della sodasi ebbe unulteriore effetto propulsivo sullestrazio-ne del minerale siciliano.A rilanciare la richiesta di zolfo a metà dell’ottocen-to dopo un periodo di crisi causato dalla diffusionedello zolfo ricavato dalle piriti, fu la diffusione intutta Europa di un fungo parassita che devastava ivigneti. Lunico rimedio per prevenirne la diffusioneera lirrorazione delle piante con polvere di zolfo insoluzione acquosa.Il sistema di sfruttamento praticato prevedeva lacessione in gabella della miniera. Generalmente ilproprietario concedeva ad altri per un dato tempo ildiritto di scavare e produrre zolfo nelle sue terre,mediante un compenso che era per lo più propor-zionale alla produzione. Il prezzo d’ affitto o gabellasi faceva di solito in natura, cioè in zolfo, e variavafra il 10 e il 50 per cento della produzione ottenuta,secondo la ricchezza e la posizione della zolfara.L’estrazione era effettuata con metodi primitivi ri-spetto agli standard dell’epoca anche a causa dellecaratteristiche geologiche dei giacimenti siciliani.Le principali aree di produzione si trovavano nellaparte centrale dellisola tra le province di Caltanis-setta, Enna ed Agrigento e si estendevano anche inProvincia di Palermo con il bacino di Lercara Friddi.Il lavoro di minatore pur essendo durissimo rappre-sentava una valida alternativa per i contadini che visi adattarono senza grosse difficoltà. Si formaronodelle categorie professionali vere e proprie comequella dei pirriaturi (o picconieri) che staccavano ilminerale dalla roccia e quella dei carusi, a volte an-che bambini di 7-8 anni che lo trasportavano in su-perficie con dei contenitori tenuti sulle spalle risa-lendo gli stretti cunicoli centinaia di volte in un gior-no. Il tutto era guidato dai sorveglianti o capuma-stri.Sulle condizioni di lavoro dei carusi si soffermanotra gli altri Sidney Sonnino e Leopoldo Franchettinel libro “La Sicilia nel 1876” scritto in seguito allaindagine da loro condotta sulle condizioni della Sici-lia.Comunque sia di ciò, o che il padrone della minieratratti direttamente coi picconieri, oppure coi partitan-ti, è sempre il picconiere che pensa a provvedere iragazzi necessari per eseguire il trasporto del minera-le da lui scavato, fino a dove si formano le casse.Ogni picconiere impiega in media da 2 a 4 ragazzi.Questi ragazzi detti carusi, s’impiegano dai 7anni insu; il maggior numero conta dagli 8 agli 11 anni.Essi percorrono coi carichi di minerale sulle spalle lestrette gallerie scavate a scalini nel monte, con pen-denze talora ripidissime, e di cui l’angolo varia inmedia dai 50 agli 80 gradi. Non esiste nelle galleriealcuna regolarità negli scalini; generalmente sono piùalti che larghi, e ci posa appena il piede. Le galleriein media sono alte di circa metri 1.30 a metri 1.80, elarghe da metri 1 a metri 1.20, ma spesso anche menodi metri 0.80(329); e gli scalini alti da metri 0.20 a0.40; e profondi da metri 0.15 a 0.20.I ragazzi impiegati all’aria aperta lavorano da 11 a 12ore. Il carico varia secondo l’età e la forza del ragaz-zo, ma è sempre molto superiore a quanto possa por-tare una creatura di tenera età, senza grave danno allasalute, e senza pericolo di storpiarsi. I più piccoli por-tano sulle spalle, incredibile a dirsi, un peso di 25 a30 chili; e quelli di sedici a diciotto anni fino a 70 e80 chili.Ogni viaggio comprende l’andata e il ritorno. Il nu-mero dei viaggi che fa ogni ragazzo in un giorno va-
  • Pensiero Democratico 25ria molto, secondo le profondità così diverse delleminiere e delle gallerie.Citiamo un esempio, che togliamo a caso dai moltiche abbiamo appuntati. A G.... visitammo una galle-ria di 44 metri di profondità verticale sotto il livellodella bocca d’entrata. Per portar fuori il minerale iragazzi percorrono 100 metri sotto terra, e 50 metriall’aria aperta. La discesa è in alcuni punti ripidissi-ma, la galleria stretta, e gli scalini dei più incomodi.Un ragazzo fa in media 29 viaggi al giorno. La mi-niera essendosi incendiata, il calore dell’aria nel pun-to dove si raccoglie lo zolfo è di 38 gradi Réaumur(47,5 °C).Assai spesso però la lunghezza del percorso giorna-liero è molto superiore a quella che appare da questoesempio, nel quale l’altezza della temperatura nell’in-terno della miniera rende la fatica maggiore.Il guadagno giornaliero di un ragazzo di otto annisarà di L. 0.50, dei più piccoli e deboli L.0.35; i ra-gazzi più grandi, di sedici e diciotto anni, guadagna-no circa L. 1.50, e talvolta anche L. 2 e 2.50.La vista dei fanciulli di tenera età, curvi e ansantisotto i carichi di minerale, muoverebbe a pietà, anziall’ira, perfino l’animo del più sviscerato adoratoredelle armonie economiche.Vedemmo una schiera di questi carusi che uscivadalla bocca di una galleria dove la temperatura eracaldissima; passava i 40 Réaumur. Nudi affatto,grondando sudore, e contratti sotto i gravissimi pesiche portavano, dopo essersi arrampicati su, in quellatemperatura caldissima, per una salita di un centinaiodi metri sotto terra, quei corpicini stanchi ed estenuatiuscivano all’aria aperta, dove dovevano percorrereun’altra cinquantina di metri, esposti a un ventoghiaccio.Altre schiere di fanciulli vedemmo che lavoravanoall’aria aperta trasportando il minerale dalla basterel-la al calcarone. Là dei lavoranti empivano le ceste ele caricavano sui ragazzi, che correndo le traevanoalla bocca del calcarone, dove un altro operaio li sor-vegliava, gridando questo, spingendo quello, dandoogni tanto una sferzata a chi si muoveva più lento.Ma lasciamo di dire di tali scene dolorose che pur sirinnuovano ad ogni passo, e torniamo alle cifre e aifatti generali.Un picconiere guadagna in media da 3 lire a 3.50 algiorno, pagate tutte le spese che a lui competono, diilluminazione, di salari ai ragazzi, ecc. In generale ipartitanti anticipano un centinaio di lire ad ogni pic-coniere, il quale non essendo mai in grado di render-le, rimane sempre in uno stato di soggezione e di di-pendenza di fronte al suo creditore. I picconieri allalor volta nell’impegnare i ragazzi anticipano lorospesso una trentina di lire che vengono prese dallefamiglie, le quali pure non sono mai in grado di resti-tuirle, onde il ragazzo rimane nelle mani del picco-niere in una vera condizione di schiavitù. Se scappa,vien ripreso e riconsegnato al suo padrone, il qualepuò farne quello strazio che crede. Di quello che ac-cade poi d’immoralità e di turpitudini in condizionisiffatte, in mezzo a gente viziata, corrotta e brutalecome la classe degli zolfatari, non diciamo parola,perché ci ripugna fermarci sopra il pensiero; il lettorepotrà figurarselo da sé.I fanciulli lavorano sotto terra da 8 a 10 ore al giorno,dovendo fare un determinato numero di viaggi, ossiatrasportare un dato numero di carichi dalla galleria diescavazione fino alla basterella che vien in mezzo agente viziata, corrotta e brutale come la classe deglizolfatari, non diciamo parola, perché ci ripugna fer-marci sopra il pensiero; il lettore potrà figurarselo dasé.Alcuni ragazzi sono figli degli zolfatari: sono questi imeglio trattati, e guadagnano più degli altri. Moltisono orfani o figli naturali, e sono i peggio trattati,perché privi di ogni difesa. Gli altri sono figli di con-tadini.Nelle miniere lontane dai paesi gli operai dormonosopra luogo da lunedì a sabato in appositi stanzoni,coricandosi sulla paglia; uomini e bambini insieme. Iragazzi non mangiano che pane solo: soltanto quandovanno a casa vi ricevono qualche minestra. Portanocon sè da casa il pane per mezza settimana; e il quar-to giorno tornano a casa a prendersi il pane, parten-dosi la mattina prima dell’alba per non perdere lagiornata.Da vari capimastri, assistenti, e dagli zolfatari stessisiamo stati assicurati che un gran numero di bambiniCarusi all’imbocco di un pozzo della zolfara, 1899.Fotografia di Eugenio Interguglielmi (1850-1911)uno sguardo al passatoA cura di Giuseppe Picciolo
  • 26 Pensiero Democraticosi ammala, e molti crescono su curvi e storpi: vannospecialmente soggetti alle ernie, e non è da meravi-gliarsene, visti i pesi che portano. Avendo noi chiestoa un picconiere, un bell’uomo robusto, che ci confer-mava questi fatti, come mai egli avendo lavorato dabambino nelle zolfare, si fosse conservato sano e vi-goroso, ci rispose che essendo figlio unico di unozolfataro, aveva lavorato presso suo padre, il qualeaveva sempre avuto qualche riguardo per lui.Spesso l’aria nelle gallerie è viziata dall’idrogenosolforato e da altri gas deletèri o irrespirabili; ognilavoro continuato in quegli ambienti poco ventilati,diventa allora assai nocivo alla salute degli operai.Naturalmente di scuola o d’istruzione elementare diqualsiasi specie, non vi è il più lontano sentore, e nonpiù nelle zolfare grandi che nelle piccole.Verso la fine del secolo XIX erano attive oltre 700miniere che impiegavano più di 30.000 addetti. Nel1901 le unità lavorative raggiunsero il livello massi-mo di quasi 40.000 con 540.000 tonnellate di mine-rale di zolfo estratto. La città di Catania, collegatadalla ferrovia con le zone di produzione più impor-tanti a partire dagli anni 70 dell’ottocento, era ilcentro principale per la raffinazione e il suo porto ilprincipale per l’imbarco del prodotto da esportare.Stabilimenti per la raffinazione si trovavano anche aLicata, Porto Empedocle, Termini Imerese. Il futu-ro, tuttavia, si presentava incerto a causa della forteconcorrenza americana che si avvaleva del moder-no metodo Frasch che non poteva essere applicatoin Sicilia per motivi geologici.Nel 1896 gli imprenditori Florio, Whitaker ed altrifondarono lAnglo-sicilian Sulphur Company Limi-ted, che rilevava l80 % dello zolfo prodotto in Siciliaper immetterlo nel mercato gradualmente allo sco-po di stabilizzarne il prezzo. Nel 1906 la compagnianon potendo venire a capo della concorrenza ame-ricana si sciolse e venne sostituita da un ConsorzioObbligatorio. La produzione ben presto si ridusse aun decimo di quella mondiale e molte miniere ven-nero chiuse.Nel 1927 il governo fascista per affrontare la crisidel settore affidò al demanio le miniere e creò l En-te Nazionale Zolfi Italiani ma con scarsi risultati. Nel1934 una legge vietò alle donne e ai ragazzi di etàinferiore ai 16 anni di calarsi allinterno delle zolfa-re.La produzione siciliana di zolfo ebbe una leggeraripresa dopo il 1943 e fino ai primi anni cinquantaquando gli USA erano impegnati nella guerra di Co-rea. Nel 1950 il numero degli addetti era però scesoa poco più di 10.000 unità.In seguito si andò avanti con molte difficoltà, frascioperi e occupazioni dei minatori che lamentava-no le dure condizioni di lavoro, serrate dei proprie-tari e interventi dei governi nazionali e regionali cheservirono solo a prolungare l’agonia del settore. Nel1956 lo zolfo americano era immesso nel mercato acirca 24000 lire la tonnellata, mentre lo zolfo sicilia-no costava non meno di 40000 lire la tonnellata(Fonte l’Unità, 11 novenbre 1956). Nel 1962 fu crea-to lEnte Minerario Siciliano e con misure protezio-nistiche si cercò di resistere alla concorrenza inter-nazionale soprattutto quella dei grandi gruppi ame-ricani. La liberalizzazione del mercato voluta dalM.E.C accelerò il declino fino alla chiusura definitivanegli anni 80 del secolo scorso.Frequenti e a volte molto gravi erano gli incidenti. Il12 novembre 1881 unesplosione di grisou allinter-no della miniera di Gessolungo, nei pressi di Calta-nissetta, fece strage di 65 minatori. Tra le vittime vierano 19 carusi, di cui nove rimasero senza nome eil loro cimitero, detto "dei carusi", è ancor oggi visi-tabile in prossimità di Gessolungo. Nella stessa mi-niera un altro grave incidente si verificò il 14 feb-braio 1958: una carica di esplosivo mal controllatacausò una fitta nube di anidride solforosa ad altatemperatura che si diresse verso l’ingresso dellagalleria dove erano in attesa di entrare 140 minato-ri. Si contarono 13 morti.Il 20 ottobre 1911 nella miniera Tribonella pressoCaltanissetta ancora il grisou provocò una serie diesplosioni che causarono la morte di 40 minatori.Uno dei più gravi incidenti nella storia minerariauno sguardo al passatoA cura di Giuseppe Picciolo
  • Pensiero Democratico 27italiana si verificò il 4 luglio del 1916 nelle miniereCozzo Disi e Serralonga (Casteltermini), tra loro co-municanti. Per il crollo di alcune gallerie e la conse-guente emissione di idrogeno solforato persero lavita 89 solfatari.Nel 1951 si contarono complessivamente 2977 inci-denti con 29 morti.Le zolfare siciliane e la vita degli zolfatari hannoispirato nel corso di due secoli pittori, poeti, scritto-ri, romanzieri, cantastorie, cineasti.Il poeta, romanziere e drammaturgo agrigentinoAlessio Di Giovanni, appartenente ad una famigliadi proprietari di miniere di zolfo, ha espresso il tor-mento e la disperazione dei lavoratori-schiavi delleminiere che si sentono abbandonati anche da Dio,nei suoi sonetti in lingua siciliana e nel dramma tea-trale Gabrieli lu carusu.Un incidente avvenuto a Lercara Friddi nel 1951 checostò la vita ad un ragazzo di 17 anni e il successivosciopero di protesta dei minatori contro i proprieta-ri che avevano detratto dalla paga il tempo perso acausa dell’incidente, vennero documentati dalloscrittore Carlo Levi nel libro Le parole sono pietre.L’incidente di Gessolungo del 1958 ispirò il cantau-tore Michele Straniero a scrivere il testo della can-zone La zolfara musicata da Fausto Amodei e porta-ta al successo da Ornella Vanoni.Anche Luigi Pirandello, la cui famiglia gestiva dellezolfare, descrisse il duro lavoro dei carusi nelle no-velle Il fumo e Ciàula scopre la luna.La vita degli zolfatari risuona anche nella produzio-ne letteraria di Leonardo Sciascia come in Le parroc-chie di Regalpetra pubblicato nel 1956.Oggi le vecchie miniere dismesse vengono via viaacquisite dall’Assessorato Regionale ai Beni Cultura-li e Ambientali con gli aiuti dell’Unione Europea etrasformate in musei e parchi di Archeologia Indu-striale a testimoniare una lunga storia di ricchezzamal distribuita, lavoro, dolore e morte.È il caso della miniera Trabia-Tallarita presso Calta-nissetta, la più grande d’Europa, che ospita al suointerno testimonianze della vita e del lavoro dei mi-natori attraverso mostre iconografiche, esposizionidi artisti contemporanei e un museo multimediale.uno sguardo al passatoA cura di Giuseppe PiccioloCiàula scopre la luna….Curvo, quasi toccando con la frontelo scalino che gli stava sopra, e su lacui lubricità la lumierina vacillanterifletteva appena un fioco lume san-guigno, egli veniva su, su, su, dalventre della montagna, senza piace-re, anzi pauroso della prossima libe-razione. E non vedeva ancora la bu-ca, che lassú lassú si apriva come unocchio chiaro, d’una deliziosa chiari-tà d’argento.Se ne accorse solo quando fu agliultimi scalini. Dapprima, quantun-que gli paresse strano, pensò chefossero gli estremi barlumi del gior-no. Ma la chiaría cresceva, crescevasempre piú, come se il sole, che egliaveva pur visto tramontare, fosserispuntato. Possibile?Restò – appena sbucato all’aperto –sbalordito. Il carico gli cadde dallespalle. Sollevò un poco le braccia;aprí le mani nere in quella chiaritàd’argento.Grande, placida, come in un fresco,luminoso oceano di silenzio, gli stavadi faccia la Luna.Sí, egli sapeva, sapeva che cos’era;ma come tante cose si sanno, a cuinon si è data mai importanza. E chepoteva importare a Ciàula, che incielo ci fosse la Luna?Ora, ora soltanto, così sbucato, dinotte, dal ventre della terra, egli lascopriva. Estatico, cadde a sederesul suo carico, davanti alla buca. Ec-cola, eccola, eccola là, la Luna… C’e-ra la Luna! La Luna!E Ciàula si mise a piangere, senzasaperlo, senza volerlo, dal gran con-forto, dalla grande dolcezza che sen-tiva, nell’averla scoperta, là, men-tr’ella saliva pel cielo, la Luna, colsuo ampio velo di luce, ignara deimonti, dei piani, delle valli che ri-schiarava, ignara di lui, che pure perlei non aveva piú paura, né si senti-va piú stanco, nella notte ora pienadel suo stupore.Dal giornale L’Unità di martedi 11 settembre 1951
  • Pensiero Democratico 28