Il colonialismo italiano by mengoni e guerri.
Upcoming SlideShare
Loading in...5
×
 

Il colonialismo italiano by mengoni e guerri.

on

  • 858 views

Il colonialismo italiano by mengoni e guerri - tesina del liceo

Il colonialismo italiano by mengoni e guerri - tesina del liceo

Statistics

Views

Total Views
858
Views on SlideShare
858
Embed Views
0

Actions

Likes
0
Downloads
1
Comments
0

0 Embeds 0

No embeds

Accessibility

Categories

Upload Details

Uploaded via as Adobe PDF

Usage Rights

CC Attribution-NonCommercial-ShareAlike LicenseCC Attribution-NonCommercial-ShareAlike LicenseCC Attribution-NonCommercial-ShareAlike License

Report content

Flagged as inappropriate Flag as inappropriate
Flag as inappropriate

Select your reason for flagging this presentation as inappropriate.

Cancel
  • Full Name Full Name Comment goes here.
    Are you sure you want to
    Your message goes here
    Processing…
Post Comment
Edit your comment

Il colonialismo italiano by mengoni e guerri. Il colonialismo italiano by mengoni e guerri. Document Transcript

  • 1LICEO SCIENTIFICO“LEONARDO DA VINCI”TOLENTINORICERCA DI STORIAIL COLONIALISMOITALIANOE IL FASCISMOSTUDENTI:GUERRI FEDERICOMENGONI LUCAAnno scolastico 1996-1997
  • 2Le prime fasi del colonialismo fascistaLe prime fasi del colonialismo fascistaUna situazione nuova rispetto all’Italia liberale si profilò solo a partiredall’ottobre 1922 quando, a coronamento della marcia su Roma, BenitoMussolini venne incaricato dal re di formare un governo. In materia dicostruzione della politica coloniale la più immediata novità consisté nel fatto chele idee forza del governo di Mussolini (con il nazionalista Federzoni ministrodelle Colonie) furono quelle stesse degli ambienti colonialisti, che per questo loaccolsero con comprensibile soddisfazione. Il programma coloniale risultavaquindi di una serie varia di rivendicazioni espansioniste: rivendicazioni che nonfecero che allarmare le cancellerie europee. Un altro dato nuovo divenneevidente man mano che il tempo passava. Sia i primi governi Mussolini siaancor più il regime fascista in cui quelli sfociarono diedero all’imperialismo ealle colonie un rilievo nuovo e sconosciuto all’Italia liberale. La propagandacoloniale fu riorganizzata, perfezionata e resa più capillare. Non solo i temidella politica coloniale rispetto a quelli più generali della politica estera, ma ingenere i temi del colonialismo e dell’imperialismo ne risultarono esaltati. Ilnuovo spazio dato all’imperialismo, alla propaganda coloniale e anche alle piùavventuriste e destabilizzanti rivendicazioni era d’altronde perfettamenteconsono all’ideologia espansionista, bellicista e razzista propria del fascismo. Ilterzo fatto nuovo era più generale e riassumeva i primi due. Se si eccettuano ilPortogallo di Salazar e la Spagna del caudillo Franco - nazioni che però avevanouna tradizione coloniale plurisecolare - l‘Italia di Mussolini fu l’unico regimefascista a disporre di colonie. Intanto, ritornando alla costruzione della politicacoloniale, le avventuriste e talora minacciose prese di posizione dei primigoverni Mussolini rivelarono presto il loro carattere strumentale. Quali seriepossibilità aveva d’altronde l’Italia di poter ottenere mandati o protettorati sullecolonie delle potenze sconfitte nella Grande Guerra, del Golfo di Nigeria ecc.? Il
  • 3fatto che le prime prese di posizione dei governi di Mussolini rimanesseropuramente verbali non deve però indurre a sottovalutarle, o a ignorarle. Nédeve spingere a vederle solo nel loro aspetto strumentale, di strumentalitàinterna, come la ricercata differenziazione dai predecessori liberali o esterna,come la presa di distanze, o minaccia, dalla Francia.Quelle prese di posizione in realtà riflettevano assai bene sia la nuova ideologiafascista sia quella rappresentanza politica garantita dai nuovi governantinazionalisti e fascisti ai vecchi circoli colonialisti. Per tutti gli anni Venti lapolitica coloniale italiana fu intessuta di cicliche alternanze di rivendicazioni eassopimenti.Qualche successo fu comunque marcato dai governi fascisti: la cessionedell’Oltregiuba da parte dell’Inghilterra, il riconoscimento inglese (1925) allacostruzione di una ferrovia Eritrea - Somalia, ferrovia che non andò però mai aldi là dei progetti, qualche lembo di Sahara a sud della Libia ecc.Il fascismo e le colonieIl fascismo e le colonie
  • 4Più importante era semmai il fatto che, già negli anni Venti, il regime andavaprecisando nelle colonie il proprio volto fascista. Un fatto nuovo - ma per ilmomento tutto affatto che scontato, immediato o indolore - fu lo spazioconquistato dal PNF: un nuovo centro di potere veniva a inserirsi nel gioco fracolonia e governo. Un secondo elemento che connotò presto i possedimentioltremare del fascismo fu la scelta di Mussolini di inviare come governatoricoloniali personaggi di rilievo del regime, come Volpi, De Vecchi di ValCismon, De Bono, Balbo, Badoglio, Graziani ecc. Anche se ciò doveva servire neicalcoli del dittatore più per allontanare dall’Italia personaggi scomodi che pervalorizzare le colonie, la scelta si inscriveva nella logica generale che vedeva ilregime fascista dare alle tematiche “imperiali” un rilievo maggiore di quantoaveva fatto l’Italia liberale. Nuovo fu inoltre il ruolo assunto dal ministero delleColonie e in genere dalla burocrazia coloniale. Oltre che una scelta vera epropria del regime, che anzi in alcune sue frange sarebbe stato propenso a“deburocratizzare” molto anche nella politica coloniale, fu questo un portato deitempi. Gli organici del dicastero istituito solo nel 1911 apparvero ai suoi criticisempre eccessivi, ma di fatto rimasero per vari anni ridotti ai minimi termini.Una volta passata la crisi del dopoguerra il ministero delle Colonie cominciòperò a crescere, dapprima nell’ambito di una più generale crescita burocratica edi personale dello Stato, poi perché “favorito” dal regime. Già a metà degli anniVenti, molto negli anni Trenta e massime dopo la conquista dell’Etiopia ildicastero crebbe esponenzialmente, a un ritmo sconosciuto alle altreamministrazioni pubbliche, a dimostrazione del ruolo consegnatogli dal regime.L’ultimo elemento che caratterizzò la politica coloniale dei primi anni difascismo fu il ruolo ancora una volta notevole svolto dai militari. Già padronidella primissima Eritrea e della prima Libia, ma indeboliti dalla valorizzazionedelle amministrazioni civili del periodo giolittiano e del tempo degli “Statuti”, i
  • 5militari tornarono a “pesare” proprio con il fascismo: pesarono direttamente,come quando il capo di stato maggiore generale Pietro Badoglio fu investitodella carica di governatore della Libia. Pesarono soprattutto indirettamente, conil nuovo spazio dato già dai primi governi Mussolini alle aspirazioniespansionistiche e alla prospettiva della “riconquista” delle colonie. Fu così cheil governatore fascista De Vecchi di Val Cismon scatenò i militari in cerca delcontrollo totale della Somalia. Fu così soprattutto, come già s’è accennato, con la“riconquista” della Tripolitania e della Cirenaica: una riconquista che attraversòvarie fasi e fu condotta con tecniche varie dai vari governatori e dai varicomandanti delle truppe coinvolti (da Volpi a Badoglio, da Graziani a Balbo, chene ereditò i risultati).Premessa all’impresa etiopicaPremessa all’impresa etiopicaGli interessi dell’Italia sul territorio etiopico iniziarono prima dell’avvento delfascismo in Italia. Nel 1906 Italia, Francia e Inghilterra avevano stipulato un
  • 6trattato nel quale le tre potenze avevano convenuto di spartirsi amichevolmentel’intero territorio etiopico, quando l’impero etiopico, che Menelik era riuscito afondare grazie all’aumentato prestigio delle centrali e battagliere genti amharadopo la vittoria sulle truppe italiane a Adua, avesse manifestato segni di collasso.Questo trattato verrà più volte usato da Mussolini per rivendicare i dirittidell’Italia sul suddetto territorio.Gli accordi tra Mussolini e l’ambasciatore inglese a Roma, Graham,riprendevano questo trattato, con gli Inglesi che sostenevano che era giunto ilmomento di “dar corso” ai “ diritti” sanciti nel 1906. Nell’accordo, eranostabilite “zone di influenza”, che trattandosi di una nazione sovrana,assumevano un significato alquanto ipocrita.Bisogna inoltre evidenziare, per meglio capire gli avvenimenti tra il 1925 e il1935, che non si è mai potuta individuare una netta frontiera: per quanto Italiaed Etiopia si fossero impegnate a delimitarla, questo non era mai avvenuto, percui l’intera situazione poggiava soltanto sui “diritti d’acqua” delle varie tribù,che in pratica dimoravano “prevalentemente” nella nostra colonia, ma cheandavano ad abbeverare il bestiame molto più a nord, e viceversa. Questo statodi fatto aveva generato una vecchia ruggine: noi non perdonavamo agli etiopi diessersi impadroniti di tribù con le quali da tempo avevamo stretto trattati.
  • 7Impresa etiopicaImpresa etiopicaBenché siano passati quasi cinquant’anni, non è facile neppure oggi ricostruirecon la necessaria precisione storica come e perché si venne, nell’ottobre 1935, aquella campagna d’Etiopia che doveva servire da piattaforma a Mussolini per laproclamazione di un impero, che d’altra parte non sarebbe durato più di cinqueanni.Alcuni motivi che spinsero Mussolini all’aggressione all’Etiopia, su cui puntavamoltissimo, furono: necessità di un compattamento interno, far dimenticare iriflessi della Grande Crisi sull’economia italiana; ragioni ideologiche,assegnando al fascismo il compito di vendicare quell’Adua subita dall’Italialiberale; e soprattutto per motivi di prestigio internazionale, visto anche che dal1933 il nazionalsocialista Hitler comandava in Germania un regime totalitario ebellicista che minacciava di ricacciare l’Italia (seppur primo regime fascista) neiranghi di potenza secondaria.Mussolini impiegò dieci anni per mettere a punto quella spedizione africanache avrebbe dovuto “dare un posto al sole agli italiani” e vendicare l’onta diAdua.Questo periodo di preparativi e provvedimenti iniziò nel 1925, anche se solonel marzo 1935 Mussolini prese le sue “grandi decisioni”, cioè dopo lo scoppiodella “bomba” tedesca e dopo i colloqui di Roma con Laval: ma esse nonvennero realmente concretizzate che il 21 e 22 aprile, sei giorni dopo i colloquidi Stresa.Nel 1925 Mussolini ordino’ di studiare provvedimenti idonei a fronteggiarequella che veniva definita “una incombente minaccia”.In quel luglio 1925, il ministero delle Colonie partorì perciò una prima misuradi rafforzamento, consistente nel prolungamento delle due linee ferroviarie
  • 8esistenti, tuttavia le misure rimasero confinate nel loro stretto ambitoburocratico: in pratica non si fece nulla.Un soprassalto di autentico allarme è rintracciabile nel giugno dell’anno dopo, ilI926. Verso la fine del mese piombò a Roma un lungo rapporto del nostroambasciatore ad Addis Abeba, il conte Colli di Felizzana. Vi si riferiva che rasTafari, colui che poi doveva divenire Negus Neghesti col nome di Hailè Selassiè,era ancora furioso per gli accordi Mussolini-Graham del dicembre precedente,e che c’era da temere un qualche suo colpo di testa alle frontiere, soprattutto aquelle eritree. Per un istante, parve che Mussolini intendesse davvero prendereenergici provvedimenti: ma l’ordine passato a Badoglio, e poi al Malladra, diporre in stato di difesa la colonia, era in realtà frutto di preoccupazioni chepoco avevano a spartire con la sicurezza reale della colonia.All’indomani del delitto Matteotti, in una situazione interna scabrosa epericolosa, Mussolini intuiva di non potersi permettere nulla che somigliasseneppur lontanamente al più piccolo scacco coloniale. Era sulla lama del coltello:bastava un niente per tagliarsi.Nell’estate del 1926, il generale Malladra tenne comunque all’Asmara una seriedi riunioni e realizzò due studi, uno per l’Eritrea e uno per la Somalia. Da questistudi si capiva che né in quel momento né in futuro le colonie ce l’avrebberomai fatta a sopravvivere, se la madrepatria non avesse mandato in tempoconsistenti rinforzi. In definitiva, occorreva un grosso sforzo soltanto per poterincominciare a resistere a una eventuale aggressione.Il povero Malladra, pensando che a Roma si fossero decisi a risolvere una buonavolta la situazione, si sbagliava di grosso. Sul piano militare non venne fattoassolutamente nulla. Invece, il governo di Mussolini preferì battere la strada diuna riappacificazione. Che era poi il modo più semplice per non risolvere ilproblema. Così nel 1928 si arrivò a quel trattato di amicizia italo - etiopico che
  • 9permise a tutti di rimettersi tranquillamente a dormire. Da entrambe le parti, sitrattava di una “pezza” formale su una situazione di fondo del tuttoinequivocabile.Nel 1929 lo Stato Maggiore, risvegliatosi momentaneamente, sentenziò cheoccorreva rifare la rete stradale, costituire un’aeronautica embrionale eperfezionare la difesa: ma, una volta di più, nulla venne realmente fatto.Le rivendicazioni del “fitaurari” Gabremariam, governatore di Harar, su unterritorio a sud dell’Ogaden, sulla nostra frontiera somala, e la sua comparsa suinostri confini con 20000 uomini nell’agosto del 1931, fecero decidere lo StatoMaggiore al principio del 1932 a preparare il progetto “O.M.E.”, il cui scopodichiarato era quello di dare sicurezza completa alle colonie.Questo piano soffriva per due punti realmente deboli. Intanto, era previsto chetutti i rinforzi andassero all’Eritrea, lasciando cuocere la Somalia nel suoanemico e pericoloso brodo. Poi si stabiliva tassativamente che essi sarebberostati mandati “ a situazione completamente tranquilla”, ma questa era un’utopia.Da un sopralluogo politico - militare in Eritrea , il generale De Bono sostenneche la situazione non era poi così grave e che uno dei mezzi per raggiungereuna stabile sicurezza delle due colonie poteva esser quello di riportare un grossosuccesso militare sugli etiopi, buono a tenerli poi tranquilli per un congruonumero di anni. Con le truppe e i mezzi messi a disposizione con il progetto“O.M.E” non era possibile fare molto di più di quanto il piano prevedeva: e anziera dubbio anche questo. Proprio per questo, sul filo del bruciante ricordo diAdua, la “Memoria circa un’azione offensiva contro l’Etiopia”, che venneredatta nel marzo - aprile 1932 in aggiunta al piano “O.M.E.” da De Bono,concludeva dicendo che “prudenza” consigliava a mobilitare non tre, ma seidivisioni.
  • 10De Bono, analizzato il progetto, ne trasse una conclusione equilibrata e assaidiversa da quanto oggi si ama tramandare: disse in sostanza che le speseprevedibili erano forti, e che sarebbe stato bene prima discutere se questo sforzonon sarebbe stato meglio applicato altrove. La risposta di Mussolini fu vaga eportò al rinvio della risoluzione del problema coloniale di altri due anni.In questi due anni avvennero degli eventi che portarono Mussolini a cambiareidea in merito alla questione coloniale, fra i quali gli incidenti di Ual Ual el’avvento di Hitler alla cancelleria tedescaFinalmente nel 1934 venne varato a Palazzo Venezia un nuovo piano chiamato“AO”, che prevedeva l’invio nella colonia di non meno di tre divisioni,appoggiate da 75 apparecchi. E’ importante notare che nessuno di questiprovvedimenti venne preso nel corso del 1934, e dei primi due mesi del 1935.Il 16 marzo, quando la Germania annunciò seccamente che ripudiava il trattatodi Versailles, e che avrebbe riarmato a suo piacimento in terra e in cielo, ilmondo trattenne il fiato in attesa delle contromisure inglesi e francesi; ma nonsuccesse nulla, oltre a qualche grido di sdegno per “l’inaudita violazione”.Durante la conferenza di Stresa nell’Aprile del 1935, in cui si sarebbe dovutocostruire o meglio ripristinare un “fronte” che funzionasse contro la Germania,l’Italia cercò essenzialmente un assenso all’impresa d’Etiopia.Già nel gennaio 1935 egli aveva nominato De Bono alto commissario perl’Africa orientale: iniziò allora una serie di piccoli scontri lungo la frontieraetiopica volti a giustificare l’intervento militare, mentre la propaganda fascistasottolineava in tutta Europa il carattere barbarico del governo della nazioneafricana. La preparazione dell’aggressione venne ultimata nell’ottobre del 1935quando, il 2 dello stesso mese, dall’Eritrea e dalla Somalia mossero le truppeitaliane con grande ricchezza di mezzi. La condotta contraddittoria della Societàdelle Nazioni, che nelle sanzioni economiche verso l’Italia non incluse materie
  • 11prime fondamentali allacondotta stessa della guerra, lapossibilità stessa di rifornirsipresso quegli stati che nonavevano aderito alle sanzioni(fra cui gli Stati Uniti, laGermania e il Giappone) nonintaccò la grande disponibilitàdei mezzi impiegati.Dopo un periodo di stasi, leoperazioni militari vennerocondotte da Pietro Badoglio, chedall’Eritrea operava sul frontesettentrionale, e da RodolfoGraziani, sul fronte meridionale:i due comandanti ottennero allora l’autorizzazione da parte di Mussolini a fareuso di gas asfissianti, a bombardamenti selvaggi secondo le tecniche della«guerra totale» di carattere terroristico. Nonostante l’esercito etiopico mostrassegrande determinazione, alla fine fu costretto alla sconfitta: il 9 maggio 1936 siebbe la proclamazione dell’Impero e da allora la sistematica occupazione delterritorio etiopico.Propaganda colonialePropaganda colonialeNon essendo abbastanza ferma, l’azione della Società delle Nazioni ebbe il soloeffetto di offrire a Mussolini una splendida opportunità di chiamare ilUN ASCARO DI CAVALLERIA ERITREO
  • 12sentimento nazionale a schierarsi contro questa “aggressione” portata alla patriada 52 paesi.Come più tardi avrebbe riconosciuto, fu l’imposizione delle sanzioni che gliconsentì di “frantumare l’ultimo residuo di resistenza al fascismo in Italia”, epermise quel che altrimenti sarebbe stato impossibile: la conquista di un impero.L’industria della propaganda ebbe gioco facile a bollare le democrazieoccidentali come decadenti, infiacchite, codarde e incapaci di tener testa alvigore e all’idealismo dell’Italia fascista.I più eminenti intellettuali del paese vennero mobilitati in appoggio a questacampagna, e invitati ad esprimere la loro indignazione per il fatto che deigoverni europei potevano preferire “un’orda barbara di Neri”, ben sapendo chel’Italia fascista era “la più intelligente tra le nazioni”, la “madre di ogni civiltà emaestra universale dello spirito umano”. La minaccia delle sanzioni fu decisivanell’allineare l’opinione pubblica dietro la guerra, e centinaia di giornalistifurono spediti in Etiopia con il compito di stimolare ulteriormente l’eccitazionegenerale.Quando Mussolini chiamò i cittadini a donare alla causa comune le vere nuzialie altri oggetti preziosi, la risposta fu considerevole. Ci sono scarsi dubbi che iproventi di questa raccolta finirono nelle tasche di malversatori; ma il pubblicoatto di fede, che aveva accomunato il cittadino qualsiasi alla famiglia reale e aiprìncipi della Chiesa, fu per il fascismo eccellente propaganda. La propagandafascista non si limitò solo a questo: la censura, l’uso spregiudicato e convergentedi tutti i mass-media allora disponibili, l’accorta regia da parte di quello che fupoi il ministro di stampa e propaganda, crearono un efficace insieme diimmagini coordinate per un impero.
  • 13La sua forza consisteva nel far leva su antichistereotipi e vecchi retaggi.Per quanto “moderna” nella forma, il contenutodell’immagine dell’Africa da essa veicolata eratradizionale: l’Africa come “terra misteriosa etenebrosa”, gli Africani come “bonari fanciulli” o“perfidi selvaggi”, il bianco come portatore diciviltà e artefice della trasformazione di milionidi schiavi in lavoratori liberi..Tutti questi elementi facevano parte di unrepertorio tradizionale, stucchevole e ripetitivo,ma di sicura presa in assenza di una criticaserrata dell’ideologia coloniale. Inoltre la propaganda coloniale del fascismo sidistinse, rispetto ad analoghe immagini proposte da altre potenze imperialiste,per un’assenza quasi assoluta dei temi dell’emancipazione edell’autonomizzazione dei sudditi colonizzati. Va notata inoltre un’esasperazionedei temi della necessaria sottomissione razziale dei Neri ai Bianchi , temi cheacquistarono sempre maggiore rilevanza con l’approssimarsi del 1938 e dellacodificazione di vere e proprie leggi razziali. Ma il mutamento più importantefu forse un altro, legato alla struttura stessa della propaganda. Già dal 1926 fuorganizzata in tutta Italia con grande risalto una “giornata coloniale”,sull’esempio dell’Empire day britannico, che vide la contemporaneamobilitazione di tutto il Paese e del regime fascista. Il regime si incaricò poi dimettere ordine, e di gerarchizzare, i vari centri che si occupavano di colonie edi propaganda coloniale. Tutte queste attività erano intonate dai soliti centricolonialisti di un tempo: cosa che dava continuità all’attività di propaganda. Mail mutamento fondamentale impresso dal regime alla propaganda coloniale fuCARTOLINA CELEBRATIVA DELL’IMPERO:SOLDATO ITALIANO RECA IN ABISSINIALA FIACCOLA DELLA CIVILTA’
  • 14che alla libera iniziativa, anche qui, sisostituì l’organizzazione dello Stato e ilcontrollo del partito.Violenza degli italiani nelle guerre colonialiViolenza degli italiani nelle guerre colonialiDurante queste guerre coloniali gli italiani non si comportarono secondo ladiffusa immagine di “italiani brava gente”, ma anzi utilizzarono metodi moltoduri per reprimere le rivolte, e armi “vietate” per colonizzare i nuovi territori.Infatti l’Etiopia subì una sorte tragica e terribile da quando iniziarono leoperazioni italiane per la conquista dell’Impero.Il maresciallo Badoglio, che aveva sostituito il generale De Bono alla guidadell’esercito italiano in Etiopia, usò una tattica molto più spietata del suo“ LA LIBERAZIONE DEGLI SCHIAVI ”
  • 15predecessore. Ordini espliciti di Mussolini imponevano all’esercito di ricorrere,se necessario, ad ogni mezzo, dal bombardamento degli ospedali all’impiego“anche su vasta scala di qualunque gas”, e addirittura alla guerra batteriologica(tutte cose che però bisognava cercare di tener segrete).Così, tra il 22 dicembre e il 18 gennaio 1936, oltre 2.000 quintali di bombe, ingran parte caricate a gas vescicante (iprite), vengono gettate non soltanto sullearmate etiopiche in movimento, ma anche sui villaggi indifesi, sulle mandrie, ipascoli, le colture, i fiumi, i laghi.Sugli effetti devastanti delle incursioni aeree fasciste è lo stesso Hailè Selassièche porta una drammatica testimonianza: “ Ogni essere vivente che venivatoccato dalla leggera pioggia caduta dagli aeroplani, che aveva bevuto l’acquaavvelenata o mangiato cibi contaminati, fuggiva urlando e andava a rifugiarsinelle campagne o nel folto dei boschi per morirvi. C’erano cadaveri dappertutto,in ogni macchia, sotto ogni albero, ovunque ci fosse una parvenza di rifugio.Presto un odore insopportabile gravò sull’intera regione. Non si poteva pensaredi seppellire i cadaveri, perché erano più numerosi dei vivi. Bisognò adattarsi avivere in questo carnaio. Nel prato vicino al nostro quartier generale, aQuoram, più di 500 cadaveri si decomponevano lentamente ”.Anche dopo la conquista dell’Etiopia, la violenza degli italiani continuò.Né è un esempio la condotta di Rodolfo Graziani, viceré dell’Etiopia nel 1936,incapace di governare e di affrontare le situazioni di emergenza. Fatto bersaglio,il 19 febbraio 1937, di un attentato, la sua reazione fu sconsiderata, rabbiosa,feroce, al punto da consentire a squadracce organizzate dal generale GuidoCortese di compiere rappresaglie ad Addis Abeba, per tre giorni consecutivi, checausarono la morte di migliaia di innocenti.Non potendo mettere le mani sui veri esecutori dell’attentato, il viceré liquidòinoltre gli intellettuali rimasti in Etiopia, fece fucilare 448 monaci e diaconi e
  • 16persino migliaia di indovini e cantastorie, rei soltanto di aver predetto la fineprossima dell’occupazione italiana; senza contare i 400 notabili deportati inItalia e altre migliaia inviati nei lager micidiali di Danane e di Nocra.Ma la violenza del regime fascista si può anche vedere nella riconquista dellecolonie e nelle loro “ordinarie amministrazioni”.Negli anni Venti l’Italia era riuscita a ottenere il pieno controllo dellaTripolitania; analogamente aveva tentato di fare con la Cirenaica, ma qui avevafallito principalmente per il fatto che la resistenza araba - divisa in Tripolitania -era nel Bengasino unita e ispirata dalla Senussia, potente e venerataconfraternita islamica. Nella ininterrotta serie di combattimenti che segnaronola Cirenaica per tutti gli anni Venti la resistenza senussita, pur indebolita dagliattacchi di un avversario che poteva sfruttare la superiorità dei propri mezzi(radio, aeronautica, armamento moderno ecc.), non cedette il controllo delterritorio agli italiani, sostenuta com’era dal favore delle popolazioni edall’intelligenza strategica del suo capo Omar al Mukhtar. Tra il 1930 e il 1931invece il potere coloniale (governatore Badoglio, vicegovernatore dellaCirenaica e comandante delle truppe Graziani) giunse alla scelta estrema: perfar crollare definitivamente le bande della resistenza non esitò a deportare granparte della popolazione cirenaica, facendone crollare l’economia pastorale econcentrandola in campi dove, per gli stenti, perirono a migliaia. La resistenza sibatté ma fu travolta, Omar al Mukhtar catturato e impiccato sulla pubblicapiazza. Quando la popolazione deportata poté abbandonare i campi diconcentramento e tornare alle primitive sedi essa si trovò diminuita di alcunedecine di migliaia. La più lontana Colonia Eritrea, intanto, poteva sembraresonnecchiare in più “ordinarie” vicende. Eppure, fra gli anni Venti e Trenta,l’Eritrea vide modificato il proprio assetto sociale: non tanto da uno sviluppogenerale - che non vi fu - della propria agricoltura coloniale (solo alcune zone
  • 17conobbero l’agricoltura intensiva classica delle monocolture tropicali) quantodalla continua richiesta di ascari, che il regime impiegò a fondo per leoperazioni di “pacificazione” e di “riconquista” delle altre colonie. Il drenaggiodegli ascari fu così massiccio che studiosi africani hanno definito l’economiadell’Eritrea del tempo come “militare”. In maniera altrettanto apparentemente“ordinaria” passavano gli anni per la Somalia. Eppure anche qui le campagne diDe Vecchi avevano alfine ottenuto il disarmo e il controllo di ampie zone primasottratte al potere coloniale: e ciò aveva permesso di perfezionarvi un’economiadi concessione e di lavoro coatto che trasformò il volto di alcune delle pochearee irrigue e fertili della colonia.L’impero dopo il 1936L’impero dopo il 1936L’impresa etiopica italiana dimostrò la pericolosità dei regimi fascisti e fececompiere a tutta l’Europa un passo decisivo verso la guerra generale.Questo è tanto più grave se si pensa che in realtà l’Etiopia fu vinta ma nonconquistata e l’animo degli italiani solo episodicamente avvinto (o convinto)della “prospettiva dell’impero”. Anche se l’imperatore Hailé Selassié abbandonòla sua terra, i patrioti etiopici tennero alta la sua bandiera e resero insicura lapresenza dell’occupante italiano. Questo fu costretto a rifugiarsi nelle città, alanciare periodicamente grandi “operazioni di polizia coloniale” (un eufemismocon cui venivano definite le più brutali repressioni della resistenza locale) e atenere sempre in movimento colonne armate per battere il territorio. Tutte lefonti disponibili rivelano la costante preoccupazione di Mussolini per lo stato diribellione endemica in cui l’Etiopia rimase fra il 1936 e il 1941. Se anche
  • 18alcune zone furono “pacificate” la permanenza di sacche di resistenza nellealtre rendeva comunque impossibile agli italiani la pianificazione di un qualsiasipiano di sfruttamento o di “valorizzazione” del nuovo territorio “conquistato”.Su un punto in particolare fallirono sia il primo governatore dell’AOI, ilgenerale Graziani, sia colui che fu chiamato a sostituirlo, il duca Amedeo diSavoia Aosta: si trattava della trasformazione dell’Etiopia in zona di popolamentoitaliano. Una delle giustificazioni scelte dal regime per legittimare l’aggressione,quella di dare “un posto al sole” e di fornire terre africane al lavoro italianofallì, infatti, anche per lo stato di endemica ribellione fermentato intorno econtro l’occupante fascista dopo il 1936. Gli italiani che si stabilirono (o che sifermarono per qualche anno) in Etiopia furono quindi solo funzionari, operaiaddetti alla creazione di grandi sistemi infrastrutturali (stradali, idrici ecc.),piccoli commercianti, lavoratori del terziario e del sistema dei trasporti: ma noncontadini. In molti erano soldati: la combattività della resistenza costrinse ilregime sulla difensiva. Un successo in fondo non molto maggiore ebbe un’altrainiziativa “colonial-demografica” del regime: il popolamento della Libia ormairiconquistata. Per lunghi anni i tecnici italiani erano stati incerti se suggerire alregime per l’agricoltura coloniale libica la via “capitalista” (con poche grandicompagnie concessionarie) o quella “demografica” (immigrazione di tantipiccoli coltivatori che, grazie a sussidi statali e a piccole concessioni di terre,potessero trasformarsi in proprietari terrieri coloniali). Fu poi imboccata la viademografica, sotto la spinta del ministro Lessona che parlava di poter impiantarein Libia centinaia di migliaia - se non milioni - di italiani. A Lessona si affiancò ilgovernatore Italo Balbo che proclamò di spostare dall’Italia i contadini necessari,a “Ventimila” alla volta. Ma solo la prima delle progettate spedizioni deiVentimila, con gran clamore di propaganda fu portata a compimento nel 1938.L’anno successivo il regime riuscì a muoverne solo la metà, e nel 1940 lo
  • 19scatenamento della guerra mondiale cancellò ogni progetto. L’arditezza delpiano di colonizzazione demografica del regime non va sottovalutato: va d’altrocanto ricordato che, per un confronto, già nel 1926 la confinante Tunisiaaccoglieva 71.000 francesi mentre l’Algeria ne ospitava ben 660.000. Ma fusoprattutto sul medio periodo e rispetto alle aspettative di Lessona che il pianodei Ventimila fu tutt’altro che un successo: passata la guerra e crollato ilfascismo, degli italiani di Tripolitania nel 1948 a rimanere erano solo 44.000 (dicui quasi 24.000 a Tripoli). Per quanto coperti dalla censura, questo o altriinsuccessi non tardarono a essere noti, o intuiti. Tanta era stata l’enfasi ripostadal fascismo sin dai primi anni sulla dimensione coloniale, tanto roboante erastata la propaganda del 1935-36, tanto alte erano state le spese per l’impero,quanto pochi ora nell’autunno del regime sembravano essere gli utili. Neglistessi ambienti colonialisti, assieme alle illusioni, cominciarono a serpeggiare idubbi. Per esempio nel 1937-38 il regime aveva avviato, anche su terrenocoloniale, lo studio, la codificazione e l’emanazione delle leggi razziali. Ladiscriminazione e la segregazione razziale che queste introducevano furono alivello colonial-internazionale (se si esclude il Sudafrica) qualcosa di nuovo.Ecco che allora persino nella burocrazia coloniale - assieme a tanti funzionariche zelantemente applicarono le più brutali norme discriminatorie eisolazioniste - ci fu chi si chiese se davvero l’impero italiano avesse bisogno diun sistema segregazionista per affermare la “potenza di Roma”, come volevanoMussolini e il fascismo. Ma i dubbi più radicali e le incertezze più grosse deicolonialisti fu lo stesso regime a insinuarli. I più attenti e alti responsabili dellapolitica coloniale iniziarono a mormorare segretamente contro il dittatore ditrascurare l’impero, ora che era stato “conquistato”. C’era in ciò una parte dicaduta delle illusioni più estremiste. Ma c’era anche la constatazione del fattoche in effetti, trascorsa la fase di mobilitazione del 1935-36, personalmente il
  • 20dittatore (preso dalle dinamiche europee e dal confronto con Hitler) era ormaimolto meno interessato alle questioni coloniali: semmai era molto preoccupato -per esempio - di quella ribellione dei patrioti etiopici che continuava a tenere inscacco gli italiani in AOI. Quando la guerra scoppiò, nel settembre 1939, eancor più quando l’Italia fascista entrò nel conflitto a fianco della Germaniahitleriana, nel giugno 1940, fu chiaro a molti che la sorte dell’ AOI era appesaal volere degli avversari. Mussolini e i circoli colonialisti fascisti fantasticaronodi “offensive imperiali” dalla Libia verso l’Egitto e il Canale di Suez o versol’Algeria e la “finestra sull’Oceano” o ancora dall’ AOI verso il Somalilandbritannico e Gibuti francese. Ma si trattava di progetti effimeri o di pericolosisogni. Lontano, circondato da possedimenti britannici, non sufficientementerafforzato, l’impero fu il primo a cadere a pezzi: Massaua passò agli inglesi aiprimi dell’aprile 1941 e il Negus volle essere ad Addis Abeba per il 5 maggio1941 (anniversario dell’occupazione italiana). La Libia, costantemente rafforzatada Mussolini di uomini (ma non abbastanza di mezzi) resse più a lungo. La“quarta sponda”, accantonati tutti i progetti rural-demografici, fu militarizzata(mentre dall’Egitto gli inglesi fecero molto per far risorgere la resistenzasenussita, o comunque araba). I territori desertici fra la Cirenaica e l’Egittofurono trasformati nel teatro di una guerra di movimento fra forze inglesi eforze italo-tedesche, ennesimo scontro tra europei in terra Africana dellaseconda guerra mondiale. La Cirenaica, colonia italiana, fu dagli italianioltrepassata d’un balzo nel settembre 1940 nella loro avanzata in Egitto; fu persanel gennaio-febbraio 1941 per una controffensiva britannica che giunse sino aBengasi; fu riconquistata dalle forze nazifasciste nella ripresa del marzo - aprilesuccessivi arrestata però a Tobruk; fu quindi ripersa per un’altra controffensivainglese nel novembre-dicembre. Ma l’altalena non si era ancora fermata: civollero una nuova spinta italo-tedesca (febbraio 1942, sino a El-Alamein) e la
  • 21poderosa definitiva controspinta britannica (ottobre), aiutata dallo sbarcostatunitense in Marocco (novembre 1942) perché non solo la Cirenaica ma tuttala Libia finisse per cedere alle forze alleate. Nel gennaio 1943 gli italiani eranocostretti ad abbandonare Tripoli e poi l’intera Libia, a passare in Tunisia e da quifar ritorno nella penisola. L’impero era definitivamente perso. Pochi mesi dopole forze anglo-statunitensi sarebbero sbarcate in Sicilia. Il 25 luglio 1943, inseguito a una congiura ordita insieme dalla monarchia, da una parte delle forzearmate e una frazione dei più alti gerarchi fascisti che spinsero il Gran consigliodel Fascismo a sconfessare il Duce, Mussolini veniva deposto e arrestato. A pochimesi dalla fine dell’impero, era il crollo del regime. Il potere fu preso per il redal maresciallo Badoglio che oscillò per 45 giorni fra Germania e Nazioni Uniteprima di arrivare all’armistizio. Dopo l’8 settembre 1943 la penisola fu spaccatain due, con un Regno badogliano a Sud e una Repubblica sociale neofascista anord, forze anglo-statunitensi che avanzavano lentamente e quelle tedesche checombattevano duramente arretrando. Un imponente movimento di resistenzaarmata si levava intanto alle spalle dei nazifascisti. Nella crisi di regime che nederivò, i funzionari coloniali, gli ambienti tradizionalmente espansionisti, icircoli “africanisti” vissero una profonda crisi. Non pochi di essi però sicullarono nel sogno di un impossibile “Ritorneremo!”. Quasi irrealmente,mentre il suolo patrio era insanguinato da un conflitto che assumeva molticaratteri di una guerra civile, si sperava così di tornare in Africa, simantenevano le strutture dei “ministeri per l’Africa”, continuava a esserepubblicata una certa stampa coloniale. Intanto, gli italiani d’Africa che nonerano stati rimpatriati o i soldati italiani che erano stati bloccati in territoriocoloniale dagli avversari pativano le pene dell’occupazione o della prigionia. Eralo sfacelo di quello che si era creduto un “impero”. Sul momento pochi furonoin grado, o ebbero intenzione, di stilare un bilancio completo o definitivo
  • 22dell’esperienza coloniale del fascismo, o del colonialismo italiano. Ilbilancio fu quindi rinviato a un più tranquillo futuro postbellico, o a unadecolonizzazione che però non vi fu, perché l’Italia post-fascista persedefinitivamente le colonie ereditate dal fascismo al tavolo delle trattative di pace.Quel bilancio, così, è stato consegnato tutto intero - e irrisolto - agli storici.Molte domande sollecitava quel bilancio. Fra il colonialismo dell’Italia liberale equello fascista prevalse la continuità o la differenziazione? A prima vista, ladiversità pare il dato dominante. Diversa, volta a volta, era stata la natura dellevarie fasi del colonialismo italiano: militare quella della prima Eritrea,amministrativa quella del periodo del raccoglimento post-1896 e giolittiano,segnata dalla conquista e dalla riconquista quella del fascismo. Ma una teoria delcaso per caso sarebbe impropria.Robusti fili di continuità legano le varie fasi della storia dell’Italia coloniale:l’uso delle imprese coloniali a fini di politica interna, per esempio (dal Crispidella guerra italo-abissina del 1895-96 al Giolitti della Libia, a Mussolini del1935-36); la debolezza delle ragioni economiche; la debolezza politica e altempo stesso la necessità di un’esibizione di forza militare; il disinteresse con cuile ragioni degli oppositori anticoloniali furono trascurate e non ascoltate,quando non accusate di ispirazioni antinazionali. Certo il colonialismo dell’Italiadi Mussolini fu l’unico colonialismo fascista: e la barbarie della discriminazionerazziale del 1937-1941 costituisce un caso unico nella storia del colonialismoeuropeo. Ma i fili di continuità sinora ricordati e altri come persistenza delleambizioni territoriali, largo spazio dato ai militari, ritardo delle conoscenze eimpreparazione amministrativa, assenza di meditate strategie di avvaloramento,ricorrenza di atti di barbarie, consigliano di ridimensionare, pur nonannullando, la soluzione di continuità fra colonialismo del regime fascista e
  • 23colonialismo dell’Italia liberale, che porterebbe ad alleggerire troppo il carico diresponsabilità di quest’ultima.BibliografiaBibliografia• Nicola Labanca, Storia dell’Italia coloniale, Fenice 2000, Milano 1994• Denis Mack Smith, Le guerre del Duce, Universale Laterza, 1980• Angelo del Boca, da Storia Illustrata, Arnoldo Mondadori Editore, Settembre1985, pp.12-24• Mario Lombardo, da Storia Illustrata, Arnoldo Mondadori Editore, Dicembre1989, pp. 33-37• Franco Bandini, Alla conquista dell’Impero, Gruppo Editoriale Fabbri, 1983
  • 24INDICE:INDICE:Le prime fasi del colonialismo fascistaLe prime fasi del colonialismo fascista pag.2Il fascismo e le colonieIl fascismo e le colonie pag.4Premessa all’impresa etiopicaPremessa all’impresa etiopica pag.6Impresa etiopicaImpresa etiopica pag.7Propaganda colonialePropaganda coloniale pag.12Violenza degli italiani nelle guerre colonialiViolenza degli italiani nelle guerre coloniali pag.15L’impero dopo il 1936L’impero dopo il 1936 pag.18BibliografiaBibliografia pag.24
  • 25