Figura femminile e sessualità nell’opera di Primo Levi

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  • 1. Alla cortese attenzione del prof. Belpoliti e del dott. Giardina Elaborato di : Mattia Ferrari Matricola : 35376 Esame : Letteratura Italiana 2A - A.A. 2005-2006 (Primo Levi) Henri Cartier-Bresson, Dessau, 1945 Figura femminile e sessualità nell’opera di Primo Levi
  • 2. Introduzione La lucidità della figura di Primo Levi e la saggia essenzialità della sua scrittura e del suo racconto fanno in modo che esso venga studiato già a partire dalla scuola media. I temi generalmente trattati sono però sostanzialmente legati alla realtà del Lager, alla testimonianza oggettiva che l’autore riesce ad offrire nei suoi libri più conosciuti, ovvero “Se questo è un uomo” e “La tregua”. Il primo libro trova il successo del pubblico proprio grazie alle nuove generazioni che hanno vissuto le sofferenze della guerra solo di riflesso, in un’Italia vorace di ricostruzione e cambiamento. Del resto anche la mia generazione rimase allibita messa a confronto nella prima adolescenza con i libri di storia contemporanea tanto che, se non fosse per le prove oggettive consegnate ai posteri, ad un tale dramma umano accaduto così di recente non si vorrebbe dare credito. E proprio alla scuola Levi dedica un’edizione speciale del suo libro, con un’appendice che cerca di rispondere alle domande più frequenti che venivano lui rivolte dai giovani, e con qualche correzione e censura sugli aspetti della sessualità e della vita nel lager. Fra le richieste frequenti degli studenti il capire come un genocidio possa essersi compiuto nel cuore dell’Europa senza che nessuno ne sapesse nulla e il perché Levi non mostri odio nei confronti dei suoi carcerieri. Ma dove non arrivano le fotografie, fra le quali quella celeberrima in copertina di Henri-Cartier Bresson, giunge a noi la testimonianza scritta e orale. E la testimonianza di Levi si distingue da molte altre proprio per la sua natura trasparente, per la lucidità del suo racconto che non mira a dare un giudizio inequivocabile all’operato tedesco. Levi raccoglie invece un grumo di ricordi orribili e lo offre al lettore, senza sconti e con distaccatezza, curando egli stesso con particolare sentimento la traduzione tedesca della sua prima opera, non per cercare conforto, ma semplicemente una risposta, quasi fosse una lettera aperta ad un popolo che non è riuscito a comprendere. Eppure gli scritti di Levi non si fermano a questi temi. Il chimico torinese mostra nei suoi elaborati che il titolo di scrittore è per lui calzante: al di là dell’opera sicuramente memorialista, la produzione di Levi è intrinsecamente letteraria nella forma e nella 2
  • 3. lingua, anche se per i contemporanei quest’ultima conteneva troppi riferimenti ad un universo culturale percepito come estraneo, se non nemico1, almeno in “Se questo è un uomo”. Levi descrive brevemente e con stile asciutto l’esercito di personaggi che popolano i suoi racconti, ricorrendo ad un vocabolario che è il risultato delle sue due anime del tutto contrapposte: quella dell’osservatore (e poi scrittore) e quella del chimico che cerca di ricondurre l’essere umano nel suo connubio spirituale e corporeo al rigore della scienza, la quale spesso finisce parodiata nell’espressione quanto i classici e gli scritti biblici o mitologici che fanno parte della sua biblioteca personale2. Risolto in modo senza dubbio positivo il dilemma sulle qualità di Levi come scrittore, possiamo quindi guardare oltre la sua testimonianza e cercare di individuare altri temi importanti all’interno delle sue opere, fra i quali possiamo annoverare la sessualità e l’analisi delle figure femminili in esse presenti. È un tema non facile sul quale indagare in quanto potrebbe apparire quasi blasfemo rievocare “La tregua” da questo punto di vista, ma è Levi stesso a non eludere la materia in analisi e a fornirci ulteriori ritratti negli altri due libri presi qui in esame, ovvero “La chiave a stella” e “Se non ora, quando?”, che appartengono al regno della finzione letteraria. Figura femminile e sessualità nell’opera di Primo Levi Sarebbe difficile iniziare questo cammino senza citare l’apertura di “Se questo è un uomo” dove lo scrittore ci racconta il suo stile di vita, accentuato dalla segregazione razziale: “vivevo in un mondo scarsamente reale, popolato da fantasmi cartesiani, da sincere amicizie maschili e da amicizie femminili esangui.” . Si potrebbero fare molte supposizioni al riguardo, in quanto esangui è un termine certamente non implicito per descrivere il suo rapporto con il mondo femminile prima dell’esperienza nel lager. Cercheremo di trovare una risposta a questa incognita attraverso gli occhi e la fantasia dell’autore. Levi nutre una grande attenzione per i dettagli e questo determina descrizioni puntuali ed efficaci degli ambienti, degli uomini e naturalmente delle donne. Lo scrittore ha una sua idea precisa di figura femminile e non lesina di marcare 1 M. Belpoliti, Primo Levi, Bruno Mondadori, Milano, 1998, p. 110 2 Ivi, p. 108 3
  • 4. caratteristiche positive o negative delle donne che incrocia sul suo percorso. Il suo primo contatto fisico dopo l’esperienza del Lager è così descritto: “Ci deposero dal carro le braccia robuste di due infermiere sovietiche [...] Erano due ragazze energiche ed esperte” 3. Potrebbe sembrare una frivolezza: dopo dodici mesi di stenti alternati a malattia le braccia di qualunque infermiera sarebbero sufficientemente robuste, ma Levi vuole raccontarci ogni dettaglio, perfino le “resistenze giacobino-giudaiche” di Arthur per il quale a detta dell’autore “il contatto di quelle mani femminili sulla pelle nuda veniva a conflitto con tabù ancestrali” 4. Che possa esserci qualche riferimento all’influenza della religione ebraica sul rapporto con la sessualità lo indagheremo più avanti, con l’apporto di “Se non ora, quando?”, nel frattempo concentriamoci sul passaggio successivo contenuto ne “La tregua” e che riguarda le ragazze polacche e il loro rapporto con Urbinek, bambino sfortunato incapace di parlare e di muoversi. “Henek [...] era materno più che paterno [...] da Henek Hurbinek avrebbe imparato a parlare; certo meglio che dalle ragazze polacche, troppo tenere e troppo vane, che lo ubriacavano di carezze e di baci ma rifuggivano la sua intimità.” 5 È un giudizio che potrebbe essere considerato ambiguo. Dapprima l’autore affida al giovanissimo Henek, “robusto e florido ragazzo ungherese di quindici anni”, un ruolo genitoriale addirittura materno, poi deplora le ragazze polacche colpevoli di dimostrare un affetto fisico evidente, ma di rifuggire la sua intimità. Non c’è da stupirsi: nella concezione leviana l’intimità è soprattutto spirituale, dettata dalla condivisione del pensiero più che dalla fusione dei corpi. Ne abbiamo una dimostrazione più avanti, nel proseguo della sua avventura quando le condizioni di salute e di nutrizione saranno migliori e nella maggioranza il desiderio sessuale tornerà vivido ed impellente. Mi riferisco in particolare all’ultimo fortuito incontro con Mordo Nahum, “il mio greco”, il quale, organizzato un bordello, gli propone schietto: “Hai bisogno di una donna?”. Levi si accorge, aiutato dalle esplicite indicazioni del greco, delle donne fra l’erba alta e le descrive così : 3 P. Levi, Se questo è un uomo - La tregua, in La tregua, Cde s.p.a., Milano, 1991, p. 246 4 Ivi 5 Ivi, p. 249 4
  • 5. “[...]giacevano sparse una ventina di fanciulle sonnacchiose. Erano bionde e rosee, dalle schiene poderose, dall’ossatura massiccia e dal placido viso bovino, vestite in varie fogge rudimentali e incongrue” 6 Non fosse per la similitudine esplicita e per gli abiti parrebbe davvero di trovarsi innanzi la descrizione di bizzarre vacche al pascolo e non di prostitute. Levi spiega poi rivolto al lettore: “No, non avevo bisogno di una donna, o per lo meno non in quel senso”. L’autore ha parole di elogio per il suo “maestro greco” che è truffatore e protettore, ha parole di elogio per Henek che sceglieva fra i bambini quelli che potevano vivere, ma trova vane le attenzioni intime delle polacche su un bambino incapace di comunicare e dalla salute quasi certamente irrimediabilmente compromessa. Sullo stimato saper sopravvivere dei due personaggi maschili si aprirebbe un varco per quella che Levi chiama “La zona grigia”. Resta il fatto che Hurbinek non può esprimere il suo dolore e la sua sofferenza, ma per Levi evidentemente è importante che anche lui testimoni, che anche lui “veda un albero” e che la cura palliativa di un bacio sia meno importante dei tentativi di insegnamento del bambino-uomo-madre Henek. Di una delle due polacche, Jadzia, l’autore descrive la frenetica e disinibita attività sessuale cercando di ricondurla ad una specie di danza a carattere scientifico: “[...] se l’uomo l’attendeva, Jadzia lo avvolgeva, lo incorporava, ne prendeva possesso, con i movimenti ciechi, muti, tremoli, lenti, ma sicuri, che le amebe manifestano sotto il microscopio” 7 Sarebbe interessante chiarire a questo punto se l’accoppiamento fosse frequentemente compiuto senza alcun pudore, senza ricercare un minimo di intimità, o se in Levi ci fosse stato un certo voyeurismo in quella fase. Anche qui Jadzia pare svolgere un ruolo fisicamente più attivo dei partner e viene però relegata all’istintività del movimento dell’ameba. Tornando all’ambito descrittivo Levi accomuna l’infermiera Marjia Fjodorovna ad un gatto di bosco, per occhi obliqui e movenze agili e silenziose. Ma alla riga successiva aggiunge che era una donna energica, brusca, arruffona e sbrigativa8. Una descrizione 6 Ivi, p. 371 7 Ivi, p. 257 8 Ivi, pp. 294-95 5
  • 6. piuttosto contrastante, forse figlia dell’amore di Levi per le similitudini animalesche. Un ritratto che risulterà però utile per distinguerla in modo netto da una delle poche donne per le quali Levi esprima, pur con pacatezza, gradimento fisico e una maggiore aderenza ad un suo ideale femminile: “Era bruna, bella e graziosa [...] fra tutte le sue colleghe era la sola che vestisse con una certa eleganza, e che avesse spalle, mani e piedi di dimensioni accettabili.” 9 Levi ha quindi un preciso gusto estetico che non si abbassa alle difficili condizioni del momento, basta notare l’uso dell’aggettivo “accettabili”, riferito alle fattezze della diciottenne Galia, per la quale ammetterà di provare rimpianto per il non-detto e per le occasioni non colte10. Inoltre è comprensibile che un bell’abito possa aiutare a fare la differenza in un contesto tale dove la povertà e la miseria anche del vestire sono una costante quasi onnipresente. Abbiamo però ulteriore conferma di questa tendenza nel suo romanzo “Se non ora, quando?” dove nel finale Line trova un corredo con il quale abbigliarsi per andare al cinico ritrovo di Adele S. Lo scrittore torinese rende così la sua trasformazione: “[...] saltò fuori dallo spogliatoio una creatura inedita, come una farfalla da un bozzolo. Quasi irriconoscibile: più minuta della Line che tutti conoscevano, più giovane, quasi una bambina [...]”11 Tirate le somme per Levi l’abito in un certo senso fa il monaco, e questo in parte contrasta con un’idea di compagna che pareva maggiormente estranea all’aspetto meramente fisico. È Levi stesso, in un’intervista di Philip Roth, ad indicare (Liber)Tino Faussone come il suo alter ego12 e a darci quindi la possibilità di forzare un confronto diretto. L’operaio specializzato è frutto, a detta dell’autore, di molti incontri e di molti racconti, ma nonostante questo condivide con Levi una capacità descrittiva pungente della quale si trova un esempio già nelle prime pagine del libro, quando entrambi delineano i tratti di una cameriera: 9 Ivi, p. 298 10 Ivi, p. 448 11 P. Levi, Se non ora, quando?, Einaudi, 1982, p. 187 12 Primo Levi: Conversazioni e interviste, a cura di M. Belpoliti, Einaudi, Torino, 1997, p. 85 6
  • 7. “[...][LEVI al lettore] era sulla quarantina, magrolina e curva, coi capelli lisci e unti di chissà cosa e con una povera faccia da capra spaurita” [...] [FAUSSONE] ‘Sembra un po’ il fante di bastoni, poveretta. Ma cosa vuole: bisogna accontentarsi di quello che passa il convento’ ” 13 I due hanno un vocabolario diverso: l’autore conserva le sue peculiarità accomunando la donna ad un membro del regno animale; Faussone, proiezione dell’autore, è meno prolisso ma altrettanto efficace. Anche lui avrebbe potuto trovare metafore naturali (si dimostrerà grande conoscitore dell’ambiente per via della sua infanzia, del resto di analogie faunistiche ne userà molte anche lui), ma il suo linguaggio e il suo giudizio ci regalano un personaggio semplice e sicuro che mostra subito di non disdegnare il contatto femminile, anche se non di bell’aspetto, rendendo affascinante il confronto fra l’autore e la creatura. Quando Faussone mostra un interesse più che estemporaneo per 14 una donna, Levi si stupisce molto facendosi “attento e teso” al suo racconto. L’operaio è cotto di una ragazza “ardita” , sicura di sé, con la quale l’andare a letto è “tutto regolare, niente di speciale”, ma che in mensa si è fatta accarezzare “come una gatta”. Anche Tino è combattuto: gli unici due ‘ veri’ amori espressi nei racconti sono con ragazze italiane, eppure lui dichiara candidamente: “non so se capita anche a lei, ma a me le ragazze più sono forestiere e più mi piacciono” 15. E la sua concezione dell’amore cortocircuita in un’unica frase: “era un amore impegnativo, uno di quelli che se uno ne viene fuori con tutte le penne vuol dire che è stato fortunato” 16. Si presuppone dunque che un amore sia un’avventura della quale godere con la necessità umana di uscirne, e di affrontare questo inevitabile destino possibilmente senza ossa rotte. Il primo amore di Faussone si conclude in modo molto particolare: l’avventura erotica ad un bivacco in un contesto panico è interrotta da uno stambecco morente che sbatte contro il piccolo rifugio e ansima sempre più a fatica. “è stato come un segnale, come se grattando con i corni contro la lamiera avesse voluto dirci una cosa. Con quella ragazza io credevo che fosse un principio e invece era una fine.” 17. Non hanno 13 P. Levi, La chiave a stella, Einaudi Tascabili, 1991, p. 9 14 Ivi , p. 41 15 Ivi , p. 105 16 Ivi , p. 117 17 Ivi , p. 139 7
  • 8. più nulla da dirsi: quel presagio del destino naturale di ogni cosa, quel bussare del mondo al loro rifugio nascosto segna la loro fine come coppia. Invece di cercare confronti o antitesi (legittime?) fra il lager e questo bivacco, proseguiamo il climax non certo idilliaco sulle relazioni umane ivi esposte, concludendo con la riflessione che Levi compie sulle zie di Faussone. L’operaio vive solo saltuariamente a Torino e quando gli fa comodo risiede presso le zie, una vedova e l’altra mai sposata. L’autore visita le due donne e dalle loro vite abitudinarie e semplici rievoca una sua personale regola generale sul funzionamento delle coppie: “Stavo ravvisando nelle due sorelle un esempio di quella divergenza e polarizzazione che spesso si osserva nelle coppie, non necessariamente nei coniugi [...]”18 Prosegue confrontando la coppia umana a quella zoologica, ed evidenziando le invidie, gli attriti e le critiche reciproche delle due zie. Per Levi la coppia è una questione di specializzazione e necessita di compiti precisi ed univoci che evitino la competizione diretta. C’è un preciso tentativo di trovare leggi universali, tanto che la chimica torna in primo piano attraverso la terminologia tecnica della sua osservazione. Due calamite infatti non farebbero che respingersi, mentre una coppia di individui piuttosto simili incrementeranno il loro Delta per la sopravvivenza della coppia stessa! Uso la parola Delta non a caso, in quanto se in matematica indica una differenza finita di una funzione, in chimica denota, premessa ad un composto, la presenza in esso di un doppio legame. E proprio “Doppio legame” è il titolo del libro al quale Levi stava lavorando e dal quale travasa ne “La chiave a stella” molti materiali e storie orali che aveva messo da parte19. Da questo titolo possiamo compiere una riflessione sull’amore delle zie verso Faussone che l’autore descrive come “oscuro, carnale e antico” 20. Pare di stare innanzi ad una rivisitazione della tragedia greca, di certo Levi sembra non riuscire a concepire sentimenti puri nemmeno nell’amore delle due zie. Una trattazione particolare merita l’opera “Se non ora, quando?”, dove l’autore si confronta con il genere del romanzo in un’opera che giunge nella piena maturità dello 18 Ivi , p. 164 19 M. Belpoliti, Primo Levi, op.cit., p. 42 20 P. Levi, La chiave a stella, op.cit , p. 167 8
  • 9. scrittore piemontese. La genesi dello scritto dovrebbe appartenere al campo della finzione, anche se il viaggio finale in Italia della banda di Gedale coincide con il finale di “La tregua”, dove al treno di Levi da Monaco si aggiunge un vagone comprato da un gruppo di Sionisti diretti in terra santa. 21 e 22 Fra i protagonisti il personaggio che ci accompagna dall’inizio alla fine della storia è Mendel, un individuo psicologicamente molto complesso piuttosto diverso dall’immagine dello scrittore. Il partigiano ebreo è infatti sempre in conflitto con le leggi e la cultura ebraica, alla quale invece Levi non è stato educato durante l’infanzia e che non l’hanno interessato almeno fino al suo ritorno da Auschwitz. Il suo nome e la sua professione possono essere un segnale chiaro, due indizi che Levi ci dà per comprendere fin da subito il contrasto che vive in Mendel: un lettore comune leggendo non cercherà corrispondenze con qualche più o meno noto rabbino antico o contemporaneo, penserà invece all’autore delle leggi sull’ereditarietà dei caratteri che ha gettato le basi della teoria evoluzionista darwiniana alla quale lo scrittore torinese si rifà spesso23. La sua professione è quella di orologiaio, e all’occorrenza di meccanico. Il protagonista dunque svolge una professione non dissimile a quelle di Levi e di Faussone, ma in più deve confrontarsi con le norme di una religione con le quali non riesce a convivere. Sembra inoltre di sentire parlar Levi quando risponde alla domanda sul perché i tedeschi vogliano uccidere tutti: “È difficile da spiegare, bisognerebbe capire i tedeschi, e io non ci sono mai riuscito” 24. La prima figura femminile che Mendel incontra è una bambina che scopre il rifugio condiviso con Leonid e che li costringe alla fuga. Ma quasi come se li inseguisse questa si ripresenta sotto forma di “povera bomboletta rosa, nuda, mutilata di una gamba” 25. Un simulacro che riporta Mendel all’infanzia, evocata “con violenza brutale” tramite la percezione olfattiva dell’odore patetico della canfora e della celluloide. Rivede in un attimo sua moglie da bimba, poi la fossa dove è stata seppellita. 21 P. Levi, Se questo è un uomo - La tregua, in La tregua, op.cit., p.471 22 P. Levi, P. Levi, Se non ora, quando?, op. cit., p. 173 23 M. Belpoliti, Primo Levi, op.cit., p. 65 24 P. Levi, P. Levi, Se non ora, quando?, op. cit., p. 53 25 Ivi., p. 31 9
  • 10. Anche il suo primo incontro nella repubblica delle paludi è segnato in qualche modo da una metafora. Compie il turno di guardia con Line, e sono separati poiché ciascuno rimane arroccato sulla propria torretta: Mendel adora il gioco degli scacchi, che ha regole certe e il cui mondo nasce e muore tutto visibile su quella scacchiera26. Saputo il suo nome dopo aver smontato trova l’interesse di Line per il suo viso “un’attenzione quasi insolente” 27. Leonid è meno problematico: la conquista e Mendel prova invidia, sentenziando malignamente che “avrebbero potuto attingere forza uno dall’altra, oppure distruggersi”. Questa idea ci riporta in un certo senso ai concetti sopraesposti che Levi riserva alle relazioni. Mendel, sopravvissuto dall’attacco tedesco, nota Sissl per la prima volta dopo mesi e in fondo conviene che “con una donna a fianco, qualunque donna, anche per lui il cammino sarebbe stato diverso”. La ragazza in quel momento è una compagna più utile che voluta, un motivo di sopravvivenza estemporaneo per il quale non prova vero amore, anche considerando l’attrazione perturbante che Line gioca su di lui. Il protagonista è affascinato dai modi schietti e trasparenti di Line e si chiede se lei conosca il linguaggio del corpo che usa con singolare tranquillità. Eppure un contatto fra i corpi quale una mano sulla spalla durante una conversazione non dovrebbe essere indice costante di sessualità. Sembra esserci qualcosa di represso e radicato in Mendel, e per trasposizione forse in Levi. Indeciso sul da farsi il nostro eroe fa convergere le sue ossessioni su un personaggio mitico del Talmud: si tratta di Raab la cui sola pronunzia del nome equivaleva allo spargimento del seme da parte dell’uomo28. Anche la sessualità in Mendel potrebbe essere considerata abbastanza ansiosa: il suo primo rapporto con Sissl viene definito naturale e vicino a come dovrebbe essere nel paradiso terrestre (seppure frettoloso), in compenso Levi scrive: “sprofondò in lei, ma senza abbandonarsi, anzi tutto intento e vigile: voleva godere tutto, non perdere nulla, incidere tutto dentro di sé. Sissl lo ricevette fremendo appena, ad occhi chiusi, come se sognasse, e fu subito finito” 29 26 Ivi., p. 13-14 27 Ivi., p. 36 28 Ivi., p. 65 29 Ivi., p. 64 10
  • 11. L’emozione è troppo forte per poterla vivere appieno, occorre registrarla con attenzione per poterla rivisitare. Quasi come un turista moderno fotografa tutto invece di godersi la visione che ha dinnanzi, Mendel sopraffatto pone un filtro che pregiudica la naturalezza dell’atto. Sissl è una ragazza semplice e non fa una piega, ma quando il partigiano ebreo ruberà Line a Leonid questa sua peculiarità gli sarà fatale. Col pretesto della presenza di un russo cristiano, Line cerca di ribellarsi al comandamento “non desiderare la donna d’altri”, considerandolo anacronistico. Ne consegue un cortocircuito fra Bibbia e Talmud sul sesso prematrimoniale al quale Mendel assiste. E forse è proprio questa messa in discussione della cultura ebraica a dare spazio in lui ad un più libero desiderio: la mitica Raab, un pensiero culturale senza volto che tendeva tutta la sua carne, si trasforma in Line. Sicché giunge da lei e la scioglie anche fisicamente dall’intreccio con Leonid, dopo un breve dubbio di coscienza che si scioglie anch’esso, finalmente libero nel desiderio. 30 Il loro rapporto è una lotta e il confronto fisico si eleva nelle parole di Levi al ruolo di linguaggio: “ti voglio ma ti resisto, ti resisto perché ti voglio”. Una comunicazione contrastata e mai trasparente, proprio quello che Mendel desidera e che Line può dargli, non fosse che nel proseguire della storia il protagonista entra comunque in crisi proprio per questo motivo: Line corrisponde ai suoi desideri, ma non comprende i suoi desideri! Prova quindi paura e vergogna e si ritrae di fronte a Line che rimane una ragazza pratica quanto Sissl, e legata al mondo reale dove la paura è solo momentanea e non certo un fatto culturale. “[i dubbi di Mendel] [...]affioravano proprio al momento della stanchezza e della verità, quando i loro corpi si scioglievano l’uno nell’altro” 31 Indirettamente, attraverso una dolorosa definizione, Levi identifica il fallimento della sessualità del suo protagonista al presentarsi di dubbi esistenziali contemporaneamente al consumarsi del rapporto, visto come momento di “stanchezza e verità”. Una definizione enigmatica dalla quale Line rifugge per cercare altra compagnia. Se 30 Ivi., p. 102-103 31 Ivi., p. 142 11
  • 12. Faussone non ha più niente da dirsi con la fanciulla nel bivacco (sicché la morte fa loro visita sotto forma di stambecco), Mendel è così intricato da uno strato culturale contraddittorio e oppressivo da non riuscire a comunicare emotivamente e fisicamente le sue emozioni, finendo per rimanere come congelato mentre la vita avanza, rimpiangendo la moglie defunta la quale era una donna domestica capace di incoraggiarlo e comandarlo. Se Faussone è alter ego ideale e complementare rispetto a Levi, allora forse lo è anche Mendel, pur in modo diverso. Meglio forse definirlo come Doppelgänger: un doppione fantasmatico del quale Levi si libera (o cerca di farlo) attraverso la scrittura. Infatti il protagonista si evolve nell’ultima parte del libro, dapprima sposando la coppia (pur con molte riserve) Rakele Bianca e Isidor e sentenziando che il peccato non era la sessualità senza matrimonio ma l’orrore nazista e la violenza in genere32; e infine accettando l’idea di non poter fare a meno di Line, pur riconoscendola in modo completamente positivo come compagna. Levi conclude il libro con una nascita che sembra celebrare la vittoria dei più semplici, i quali contribuiscono a ravvivare costantemente il cerchio della vita. Mendel sentenzia che in barba ai suoi mostri culturali Rakele e Isidor non hanno sparso il loro seme. E in qualche modo viene sancita anche la rinascita di Mendel e Line, la quale osserva filosoficamente (provando ad avvicinarsi ai complicati ingranaggi di Mendel) di essere stata partorita ed espulsa dalla madre Russia e di essere ora come una bambina appena nata. Se Mendel accettasse questa osservazione potrebbe ricominciare a godere della vita senza l’ossessione per i fantasmi del passato, compresi quelli socio-culturali. Ma la vita che rinasce si scontra con la cruda realtà di un titolo di giornale illeggibile ai nostri eroi: Levi sceglie come data di nascita il 7 agosto 1945: la prima bomba atomica riporta il lettore al dolore, alla sofferenza e alla morte che alcuni uomini decidono sulla pelle di chi non può capire. 32 Ivi., p. 144 12
  • 13. Conclusioni È naturalmente impossibile poter trarre conclusioni certe dal lavoro comunque parziale qui svolto, possiamo però azzardare che nei personaggi di Levi legati alla finzione o alla testimonianza si nasconda un universo poco chiaro, commistione di paura e desiderio per il mondo femminile, che fa parte dell’animo sensibile dello scrittore torinese probabilmente da sempre. Un desiderio forse parzialmente represso per motivi psicologici o culturali sui quali è difficile indagare, ma che trovano sfogo nella vitalità o nella passività dei suoi protagonisti, quali Faussone o Mendel. Uno sfogo che rimane parziale e che rimanda alle ultime pagine de “La tregua”, a quel doppio sogno che sembra dirci che il lager non è solo ad Auschwitz, ma che fa parte, pur in modo non così orrorifico, della nostra quotidianità. Quel comando, “Wstawac”, “parola straniera temuta e attesa”, è forse anche indice di un impedimento che nasce anche da un costrutto socio-culturale castrante e incomprensibile quanto il titolo italiano su Hiroshima per il russo Mendel, quanto i dettami religiose per l’orologiaio stesso. Pare di ritornare alla Casa Rossa, a Starye Doroghi, dove Levi è ossessionato dalle scale che non portano da nessuna parte: “[...]: scale enfatiche e prolisse che conducevano ad assurdi strambugi pieni di polvere e di ciarpame: altre strette e irregolari, interrotte a metà da una colonna tirata su alla brava per puntellare un soffitto pericolante; frammenti di scale sbilenchi, biforcuti, anomali che ricordavano piani sfalsati di corpi adiacenti. Memorabile fra tutte [...] uno scalone ciclopico che saliva per quindici metri da un cortile invaso dall’erba, con scalini ampi tre metri, e che non conduceva in nessun luogo.” 33 È come essere nel mezzo delle carceri d’invenzione di Piranesi, fra corpi adiacenti e scale di desiderio che non lo sanno risolvere, dove la libertà sembra palese ma è irraggiungibile. Sarà forse per questo che la vita di Levi finisce nella tromba delle scale di una casa che non aveva mai abbandonato, se non sotto costrizione; l’esatto opposto del suo alter ego Faussone. 33 P. Levi, Se questo è un uomo - La tregua, in La tregua, op.cit., p.389 13
  • 14. Bibliografia: Marco Belpoliti, Primo Levi, Bruno Mondadori, Milano, 1998 Primo Levi: Conversazioni e interviste, a cura di M. Belpoliti, Einaudi, Torino, 1997 Primo Levi, Se questo è un uomo - La tregua, Cde s.p.a., Milano, 1991 Primo Levi, La chiave a stella, Einaudi Tascabili, 1991 Primo Levi, Se non ora, quando?, Einaudi, 1982 14