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Psicosociologia dei consumi culturali II 3. Lukacs   il fenomeno della reificazione (1923)
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Psicosociologia dei consumi culturali II 3. Lukacs   il fenomeno della reificazione (1923) Psicosociologia dei consumi culturali II 3. Lukacs il fenomeno della reificazione (1923) Document Transcript

  • GYÖRGY LUKÁCS Il fenomeno della reificazione (1923)* L’essenza della struttura di merce è già stata spesso messa in rilievo. Essa consiste nel fatto che unrapporto, una relazione tra persone riceve il carattere della cosalità e quindi un’«oggettualità spettrale»che occulta nella sua legalità autonoma, rigorosa, apparentemente conclusa e razionale, ogni traccia dellapropria essenza fondamentale: il rapporto tra uomini. Non è qui il caso di indagare in che modo questaimpostazione del problema sia divenuta centrale per l’economia stessa e quali conseguenze siano derivatedall’abbandono di questa premessa metodologica in rapporto alle concezioni del marxismo volgare sulterreno economico. Basterà qui – presupponendo l’analisi economica marxiana – richiamare l’attenzionesu quei problemi fondamentali che derivano da un lato dal carattere di feticcio della merce come forma dioggettualità e, dall’altro, dal comportamento soggettivo ad essa coordinato, perché solo attraverso la lorocomprensione diventa per noi possibile penetrare con chiaro sguardo nei problemi ideologici delcapitalismo e del suo tramonto. Tuttavia, prima di passare alla trattazione di questo problema, dobbiamo renderci chiaramente contoche la questione del feticismo delle merci è un problema specifico della nostra epoca, del capitalismomoderno. Come è noto, il traffico di merci ed i corrispondenti rapporti mercantili, soggettivi ed oggettivi,sono esistiti anche in gradi molto primitivi dello sviluppo sociale. Ma ciò che qui importa è in che misurail commercio di merci e le sue conseguenze strutturali (struktiv) sono in grado di influire sull’intera vitaesterna ed interna della società. Quindi, il problema di sapere fino a che punto il traffico di merci sia laforma dominante del ricambio organico di una società non può essere semplicemente trattato – secondole abitudini di pensiero già reificate sotto l’influsso della forma di merce dominante – come unaquestione quantitativa. In effetti, la differenza sussistente tra una società nella quale la forma di merce èla forma dominante che influisce in maniera decisiva su tutte le manifestazioni di vita, ed una societànella quale essa si presenta soltanto in modo episodico, ha un carattere qualitativo. In conformità conquesta differenza, tutti i fenomeni soggettivi ed oggettivi delle società in questione ricevono forme dioggettualità qualitativamente diverse. Questa episodicità che caratterizza la società primitiva vienedecisamente sottolineata da Marx: «II commercio di scambio immediato, forma spontanea del processodi scambio, rappresenta piuttosto l’iniziale trasformazione dei valori d’uso in merci che non quella dellemerci in denaro. Il valore di scambio non acquisisce forma libera, è bensì ancora vincolato direttamenteal valore d’uso. Questo risulta in due modi. La produzione stessa in tutta la sua costruzione è diretta alvalore d’uso, non al valore di scambio, e quindi soltanto in quanto i valori d’uso eccedono sulla misurain cui sono richiesti per il consumo, essi cessano qui di essere valori d’uso e diventano mezzi di scambio,merce. D’altra parte, diventano propriamente merci solo entro i limiti del valore d’uso diretto, sia puredistribuito polarmente, cosicché le merci che i possessori si scambiano debbono essere per entrambivalori d’uso, ma ognuna di esse dovrà essere valore d’uso per il suo non-possessore. In realtà, il processodi scambio delle merci in origine non si presenta in seno alle comunità naturali e spontanee, bensì làdove queste finiscono, ai loro confini, nei pochi punti in cui entrano in contatto con altre comunità. Quiha inizio il commercio di scambio e di qui si ripercuote sull’interno della comunità, con un’azionedisgregatrice». Dove la constatazione dell’effetto di dissolvimento esercitato dal traffico di merci direttoverso l’interno rinvia chiaramente alla svolta qualitativa provocata dal dominio della merce. Tuttavia,questo influsso sulla struttura sociale interna non basta per far sì che la forma di merce diventi formacostitutiva di una società. A tal fine, come abbiamo notato in precedenza, essa non deve limitarsi astabilire un collegamento esterno tra processi in se stessi indipendenti e diretti alla produzione di valorid’uso, ma deve permeare la manifestazione di vita della società nella loro totalità, riplasmandole secondola propria immagine. La differenza qualitativa tra la merce come una forma tra le altre del ricambioorganico sociale dell’uomo e la merce come forma universale della strutturazione (Gestaltung) socialenon si rivela tuttavia soltanto nel fatto che il rapporto di merce, come fenomeno particolare, esercita uninflusso estremamente negativo sulla struttura e sull’articolazione della società: essa ha anche un effettoretroattivo sulla natura e sulla validità della categoria stessa. In quanto forma universale, la forma dimerce – anche considerata di per se stessa – presenta un altro volto da quello che le è proprio in quantofenomeno particolare singolo, non dominante. E la fluidità mantenuta anche in questo caso dai momenti * Da G. Lukács, Storia e coscienza di classe, tr. it. di G. Piana, SugarCo, Milano 1991, pp. 108-120. 17
  • di transizione non deve celare il carattere qualitativo della differenza determinante. Così Marx mette inevidenza l’elemento che caratterizza la situazione in cui il traffico di merci non è dominante: «II rapportoquantitativo secondo il quale i prodotti si scambiano è in un primo tempo del tutto accidentale. Questiprodotti acquistano la forma di merci, nel senso che essi sono in generale atti allo scambio, ossiaespressioni dello stesso terzo termine. La continuità dello scambio e la maggiore regolarità dellariproduzione per lo scambio fanno sparire sempre più questo carattere accidentale: all’inizio, tuttavia, nontanto per i produttori e per i consumatori quanto per l’intermediario fra i due, il commerciante, il qualeconfronta i prezzi in denaro e ne intasca la differenza. Mediante questo stesso movimento egli stabiliscel’equivalenza. All’inizio il capitale commerciale non è che il movimento intermediario fra estremi cheesso non domina e fra presupposti che esso non crea». E questo sviluppo della forma di merce in formaeffettiva di dominio della società nella sua totalità è sorto soltanto nel capitalismo moderno. Perciò nonc’è da meravigliarsi se il carattere personale dei rapporti economici è stato intravisto all’inizio dellosviluppo capitalistico in modo talora relativamente chiaro mentre, con il procedere di questo sviluppo econ il sorgere di forme sempre più complicate e mediate, sempre più raramente e con maggior difficoltà siriesce a penetrare con lo sguardo al di là di questi veli cosali. Secondo Marx, accade quanto segue: «Nelleprecedenti forme di società questa mistificazione economica si riscontra soprattutto solo in relazione aldenaro e al capitale produttivo di interesse. Essa è, per sua natura, esclusa in primo luogo dove predominala produzione per il valore d’uso, per i bisogni personali immediati; in secondo luogo dove la schiavitù ola servitù della gleba, come nei tempi antichi o nel Medioevo, costituisce la larga base della produzionesociale: il dominio delle condizioni di produzione sui produttori è qui celato dai rapporti di signoria e diservitù, che appaiono e sono visibili come le molle dirette del processo di produzione». Infatti, la merce è afferrabile nel suo carattere essenziale, non falsificato, soltanto come categoriauniversale dell’essere sociale totale. Soltanto in questo nesso, la reificazione sorta per via del rapporto dimerce assume un’importanza decisiva sia per lo sviluppo oggettivo della società, sia per l’atteggiamentodegli uomini di fronte ad essa; per l’assoggettamento della loro coscienza alle forme in cui si esprimequesta reificazione; per i tentativi di afferrare questo processo o di ribellarsi ai suoi effetti disastrosi, diliberarsi dalla servitù di questa «seconda natura» che così ha origine. Cosi Marx descrive il fenomenofondamentale della reificazione: «L’arcano della forma di merce consiste dunque semplicemente nel fattoche tale forma rimanda agli uomini come uno specchio i caratteri sociali del loro proprio lavorotrasformati in caratteri oggettivi dei prodotti di quel lavoro, in proprietà sociali naturali di quelle cose, equindi rispecchia anche il rapporto sociale fra produttori e lavoro complessivo come un rapporto socialedi oggetti che esiste al di fuori di essi. Mediante questo quid pro quo i prodotti del lavoro diventanomerci, cose sensibilmente sovrasensibili, cioè cose sociali... Quel che qui assume per gli uomini la formafantasmagorica di un rapporto tra cose è soltanto il rapporto sociale determinato fra gli uomini stessi». A proposito di questo fatto strutturale fondamentale bisogna notare anzitutto che attraverso di essoall’uomo viene contrapposta la propria attività, il proprio lavoro, come qualcosa di oggettivo e diindipendente, che lo domina mediante leggi autonome che gli sono estranee. E ciò accade siasoggettivamente che oggettivamente. Dal punto di vista oggettivo, sorge un mondo di cose già fatte e dirapporti tra cose (il mondo delle merci ed il loro movimento sul mercato), regolato da leggi le quali, purpotendo a poco a poco essere conosciute dagli uomini, si contrappongono ugualmente ad essi come forzeche non si lasciano imbrigliare e che esercitano in modo autonomo la propria azione. Quindi, benchépossa indubbiamente utilizzare a proprio vantaggio la conoscenza di queste leggi, l’individuo non puòinfluire, mediante la propria attività, sullo stesso decorso della realtà in modo da modificarlo. L’aspettosoggettivo consiste invece nel fatto che, in una economia compiutamente mercificata, l’attività umana sioggettiva di fronte all’uomo stesso trasformandosi in merce, ed essendo sottoposta all’oggettività estraneaall’uomo delle leggi naturali della società, deve compiere i propri movimenti in modo indipendentedall’uomo, così come accade per ogni bene destinato a soddisfare i bisogni non appena si è trasformato incosa-merce. «Ciò che caratterizza l’epoca capitalistica – dice Marx – è che la forza-lavoro... riceve per illavoratore stesso la forma di una merce che gli appartiene. D’altro lato, solo in questo momento sigeneralizza la forma di merce dei prodotti del lavoro». L’universalità della forma di merce determina quindi un’astrazione del lavoro umano che sioggettualizza nelle merci, sia dal punto di vista soggettivo che da quello oggettivo. (D’altro lato la suapossibilità storica è a sua volta determinata dalla reale effettuazione di questo processo di astrazione). Dalpunto di vista oggettivo, in quanto la forma di merce come forma di uguaglianza, di scambiabilità, traoggetti qualitativamente diversi diventa possibile solo perché – in questo rapporto, nel quale ricevonoindubbiamente soltanto la loro oggettualità come merci – essi vengono intesi come formalmente uguali.Per questa ragione il principio della loro uguaglianza formale deve essere fondato sulla loro essenza inquanto prodotti del lavoro umano astratto, e perciò formalmente uguale. Dal punto di vista soggettivo, in 18
  • quanto quest’uguaglianza formale del lavoro umano astratto non è soltanto il comune denominatore a cuivengono ridotti i diversi oggetti nel rapporto di merci, ma si trasforma in principio reale dell’effettivoprocesso di produzione delle merci. Naturalmente, non è nostra intenzione descrivere anche soltanto informa di abbozzo questo processo: il sorgere del moderno processo lavorativo, del lavoratore «libero»come singolo, della divisione del lavoro, ecc. Importa qui soltanto osservare che il lavoro astratto, uguale,comparabile, che può essere commisurato con crescente esattezza al tempo di lavoro socialmentenecessario, il lavoro della divisione capitalistica del lavoro, sorge contemporaneamente come risultato epresupposto della produzione capitalistica soltanto nel corso del suo sviluppo. Quindi, soltanto nel corsodi questo sviluppo esso si trasforma in una categoria sociale capace di influire in maniera determinantesulla forma di oggettualità sia degli oggetti come dei soggetti della società che cosi ha origine, del riferirsidi questa società alla natura, dei rapporti degli uomini tra loro in essa possibili. Se si segue il camminopercorso dallo sviluppo del processo lavorativo dall’artigianato sino all’industria meccanizzata, attraversola cooperazione e la manifattura, si può vedere una crescente razionalizzazione, mentre vengono semprepiù messe da patte le proprietà qualitative, umano-individuali, del lavoratore. Da un lato, in quanto ilprocesso lavorativo viene sempre più frazionato in operazioni parziali astrattamente razionali: si spezzacosì il riferirsi del lavoratore al prodotto in quanto intero ed il suo lavoro si riduce ad una funzionespecialistica che si ripete meccanicamente. Dall’altro, in quanto in ed in conseguenza di questarazionalizzazione il tempo di lavoro socialmente necessario, la base del calcolo razionale, il tempo dilavoro medio che inizialmente può essere fissato solo empiricamente, in seguito viene prodotto comequantità di lavoro obbiettivamente calcolabile, che si contrappone al lavoratore in un’obbietti vita definitae conclusa, in forza della crescente meccanizzazione e razionalizzazione del processo lavorativo. Con ilfrazionamento moderno, «psicologico», del processo lavorativo (taylorismo) questa meccanizzazionerazionale giunge al punto di penetrare all’interno della stessa «anima» del lavoratore: anche le sueproprietà psicologiche vengono separate dalla sua personalità complessiva, obbiettivate di fronte ad essa,per poter essere inserite in sistemi specialistico-razionali e ricondotte ad un concetto calcolistico. Per noi è di estrema importanza il principio che si afferma a questo punto: il principio dellarazionalizzazione fondata sul calcolo, sulla calcolabilità. Le modificazioni decisive che vengonoeffettuate nell’oggetto e nel soggetto del processo economico sono le seguenti: anzitutto la calcolabilitàdel processo lavorativo esige che non si abbia più a che fare con l’unità organico-irrazionale, che èsempre condizionata in senso qualitativo, del prodotto stesso. La razionalizzazione intesa come pre-calcolabilità sempre più esatta di tutti i risultati a cui si tende è raggiungibile soltanto mediante la piùprecisa scomposizione di ogni complesso nei suoi elementi, mediante l’indagine delle leggi parzialispeciali della loro produzione. Essa deve quindi da un lato farla finita con un modo di produrre basatosulla connessione tradizionale di esperienze empiriche di lavoro: la razionalizzazione è impensabile senzaspecializzazione. Il prodotto unitario come oggetto del processo lavorativo si dissolve. Il processo sitrasforma in una riunione obbiettiva di sistemi razionalizzati parziali, la cui unità è determinata soltantocalcolisticamente e che debbono quindi presentarsi in una reciproca accidentalità. La scomposizionerazional-calcolistica del processo lavorativo annienta la necessità organica delle operazioni parziali chesono reciprocamente collegate e che arrivano ad unificarsi nel prodotto. L’unità del prodotto come mercenon coincide più con la sua unità come valore d’uso: l’autonomizzazione tecnica delle manipolazioniparziali nelle quali essa sorge, mentre la società si trasforma da parte a parte in senso capitalistico, siesprime anche sul terreno economico come autonomizzazione delle operazioni parziali, comerelativizzazione crescente del carattere di merce di un prodotto ai diversi gradi della sua produzione. Ed aquesta possibilità di operare una scissione spazio-temporale nella produzione di un valore d’uso è di solitoassociata la connessione spazio-temporale di manipolazioni parziali che si riferiscono a loro volta a valorid’uso del tutto eterogenei. In secondo luogo, questo scindersi dell’oggetto della produzione significa necessariamente anchescissione del suo soggetto. Per effetto della razionalizzazione del processo lavorativo le qualità e lepeculiarità umane del lavoratore appaiono sempre più come mere fonti di errori di fronte alfunzionamento calcolato in anticipo di quelle leggi parziali esatte. Né dal punto di vista oggettivo, né daquello del rapporto tra l’uomo ed il processo lavorativo, l’uomo stesso si presenta come l’autenticotramite di questo processo: egli viene invece inserito come una parte meccanizzata in un sistemameccanico, un sistema che egli trova bell’e pronto di fronte a sé e che funziona in piena indipendenza dalui secondo leggi alle quali egli si deve adeguare senza far intervenire la propria volontà. Questa assenzadel volere viene accentuata dal fatto che, con la crescente razionalizzazione e meccanizzazione delprocesso lavorativo, l’attività del lavoratore perde sempre più il suo carattere di attività, trasformandosi inun comportamento contemplativo. L’atteggiamento contemplativo di fronte ad un processo regolatosecondo leggi meccaniche che si svolge indipendentemente dalla coscienza, sul quale l’attività umana non 19
  • ha alcun influsso e che si manifesta perciò come un sistema definito e concluso, modifica anche lecategorie fondamentali del rapporto immediato dell’uomo con il mondo: esso riduce il tempo e lo spazioad un unico denominatore, porta il tempo al livello dello spazio: «A causa della subordinazione dell’uomoalla macchina» dice Marx, accade che «gli uomini scompaiono davanti al lavoro; che il bilanciere dellapendola diviene la misura esatta dell’attività relativa di due operai, come lo è della velocità di duelocomotive. Per cui non si deve più dire che un’ora di un uomo vale un’ora di un altro uomo, ma piuttostoche un uomo di un’ora vale un altro uomo di un’ora. Il tempo è tutto, l’uomo non è più nulla; è tutt’al piùfarsi corpo (Verkörperung) del tempo. Non vi è più alcun problema di qualità. La quantità soltanto decidedi tutto: ora per ora, giorno per giorno...». II tempo perde così il suo carattere qualitativo, mutevole,fluido: esso si irrigidisce in un continuum esattamente delimitato, quantitativamente misurabile, riempitoda «cose» quantitativamente misurabili (le «operazioni» reificate del lavoratore, oggettivatemeccanicamente ed esattamente separate dalla sua personalità umana complessiva): in uno spazio. In untempo astratto, esattamente misurabile, che si è trasformato in uno spazio fisicalistico, come mondocircostante, che è contemporaneamente premessa e conseguenza della produzione specializzata efrazionata in modo scientifico-meccanico dell’oggetto del lavoro, i soggetti debbono a loro volta essererazionalmente frazionati in modo corrispondente. Da un lato, in quanto il loro lavoro parzialemeccanizzato, l’obbiettivazione della loro forza-lavoro di fronte alla loro personalità complessiva che si ègià compiuta mediante la vendita di questa forza-lavoro come merce, si trasforma in realtà quotidianapermanente ed insuperabile, cosicché la persona diventa anche in questo caso uno spettatore incapace diinfluire su ciò che accade della sua esistenza, come una particella isolata ed inserita in un sistemaestraneo. D’altro lato, il meccanico frazionamento del processo di produzione spezza anche quei vincoliche, nel caso della produzione «organica», ricollegavano in una comunità i soggetti singoli del lavoro. Lameccanizzazione della produzione li trasforma, anche sotto questo riguardo, in atomi astrattamente isolatiche non si trovano più in una relazione reciproca, organica ed immediata, per via delle loro operazionilavorative: la loro coesione è invece mediata con crescente esclusività dalle leggi astratte del meccanismonel quale sono inseriti. Un simile effetto della forma organizzativa interna dell’azienda industriale sarebbe tuttaviaimpossibile – anche all’interno dell’azienda – se in essa non si manifestasse in modo concentrato lastruttura dell’intera società capitalistica. In effetti, anche le società precapitalistiche hanno conosciutol’oppressione spinta sino alle forme più estreme dì sfruttamento, con pieno disprezzo di qualsiasi dignitàumana; e persino le imprese di massa caratterizzate dalla meccanica omogeneità del lavoro, come nelcaso delle costruzioni di canali in Egitto ed in Asia Minore, delle miniere di Roma, ecc. Il lavoro di massanon poté tuttavia in questi casi trasformarsi in un lavoro razionalmente meccanizzato, e d’altra partequeste attività rimasero sempre fenomeni isolati all’interno di collettività che producevano, e quindivivevano, in modo diverso («naturale»). Gli schiavi sfruttati si trovavano perciò al di là della società«umana» in questione, il loro destino non poteva apparire ai loro contemporanei, neppure ai più grandi epiù nobili pensatori, come un destino umano, come il destino dell’uomo. Nel momento in cui la categoriadella merce si universalizza, questo rapporto si muta radicalmente e qualitativamente. Il destino dellavoratore si trasforma in destino generale dell’intera società; l’universalità di questo destino è anzi lapremessa perché il processo lavorativo delle aziende si configuri e si orienti in questa direzione. Lameccanizzazione razionale del processo lavorativo diventa infatti possibile soltanto se è sorto il lavoratore«libero», il quale è messo in condizioni di vendere liberamente sul mercato la propria forza-lavoro comeuna merce che gli « appartiene », come una cosa che egli «possiede». Fintantoché questo processo si trovaalle sue origini, i mezzi per l’estorsione del plusvalore sono più diretti e brutali che nei successivi stadipiù evoluti, mentre è scarsamente avanzato il processo di reificazione del lavoro stesso, e quindi anchedella coscienza del lavoratore. Per giungere a questo punto è assolutamente necessario che l’interosoddisfacimento dei bisogni della società si svolga nella forma dello scambio delle merci. La separazionedel produttore dai suoi mezzi di produzione, la dissoluzione e la frantumazione delle unità produttiveoriginarie, ecc. – tutte le premesse economico-sociali della formazione del capitalismo moderno operanonel senso di sostituire le relazioni razionalmente reificate a quelle originarie, nelle quali si possono ancoravedere senza veli i rapporti umani. «I rapporti sociali delle persone – dice Marx – appaiono in ogni modocome loro rapporti personali, e non sono travestiti da rapporti sociali delle cose, dei prodotti di lavoro».Ciò significa tuttavia che il principio della calcolabilità e della meccanizzazione razionale deveabbracciare tutte le forme fenomeniche della vita. Gli oggetti del soddisfacimento del bisogno non sipresentano più come prodotti del processo vitale organico di una comunità (ad esempio, della comunità diun villaggio), ma come esemplari astratti di un genere che non sono per principio distinti da altriesemplari dello stesso genere, e d’altro lato come oggetti isolati il cui avere o non avere dipende dacalcoli razionali. Soltanto in quanto la vita intera della società viene così polverizzata in atti isolati di 20
  • scambio di merci, può sorgere il lavoratore «libero»; ed al tempo stesso il suo destino si trasformanecessariamente nel destino tipico dell’intera società. È vero che l’isolamento e l’atomizzazione che così hanno origine sono soltanto un’apparenza. Ilmovimento delle merci sul mercato, il sorgere del loro valore, in una parola l’ambito in cui opera ognicalcolo razionale non è soltanto sottoposto a leggi rigorose, ma presuppone come base del calcolo larigorosa legalità di ogni accadimento. Questa atomizzazione dell’individuo è quindi soltanto il riflessonella coscienza del fatto che le «leggi di natura» della produzione capitalistica hanno afferrato tutte lemanifestazioni di vita della società: per la prima volta nella storia l’intera società, almenotendenzialmente, è sottoposta ad un processo economico unitario ed il destino di tutti i membri dellasocietà viene mosso da leggi unitarie. (Le unità organiche delle società precapitalistiche hanno invececompiuto il loro ricambio organico in un rapporto di reciproca indipendenza). Ma quest’apparenza ènecessaria in quanto apparenza; cioè, il confronto diretto, pratico ed anche intellettuale dell’individuo conla società, l’immediata produzione e riproduzione della vita – in una situazione in cui la strutturamerceologica di tutte le «cose» e la «legalità naturale» dei loro rapporti si presenta all’individuo comequalcosa di già definito, come un dato invalicabile – può svolgersi unicamente in questa forma di attirazionali ed isolati di scambio tra possessori isolati di merce. Come si è detto, il lavoratore deveconsiderarsi possessore della propria forza-lavoro come merce. Ciò che rende tipico il suo destino inrapporto alla struttura di tutta la società è che questa auto-oggettivazione (Selbstobjektivierung), questotrasformarsi in merce di una funzione umana rivela con la massima pregnanza il carattere disumanizzato edisumanizzante del rapporto di merce. 21