Dance me to the end of love
Upcoming SlideShare
Loading in...5
×
 

Like this? Share it with your network

Share

Dance me to the end of love

on

  • 530 views

 

Statistics

Views

Total Views
530
Views on SlideShare
530
Embed Views
0

Actions

Likes
0
Downloads
1
Comments
0

0 Embeds 0

No embeds

Accessibility

Categories

Upload Details

Uploaded via as Adobe PDF

Usage Rights

© All Rights Reserved

Report content

Flagged as inappropriate Flag as inappropriate
Flag as inappropriate

Select your reason for flagging this presentation as inappropriate.

Cancel
  • Full Name Full Name Comment goes here.
    Are you sure you want to
    Your message goes here
    Processing…
Post Comment
Edit your comment

Dance me to the end of love Document Transcript

  • 1. DANCE ME TO THE END OF LOVE MASSIMO BALDINon cè nulla nella morte che ricordi lamore. E come in una montagna di ricordi solocontorcendosi dallo sforzo e dal tedio si riesce a estrapolare una parentesi di vera felicità, così inqualcosa di puramente fortuito e nettamente accidentale capita di vedere risvegliato in noi il piùnitido dei desideri insoddisfatti che una giovinezza segnata dallinappagamento ha lasciatopenzolare nel vuoto della memoria come un segnale indecifrabile e minaccioso.Ho visto il bicchiere cadere dal davanzale della finestra e infrangersi nella strada incandescente edeserta. La giornata era straordinariamente calda e nel mio appartamento cera una aria che parevanon scendere mai del tutto giù dalla gola. Il legno del pavimento, penetrato dallumidore fortedellestate, emanava un odore di cartone bagnato. Io, per di più, avevo tirato il collo alla primabordolese alle dieci del mattino e a mezzogiorno ero a metà della seconda e fu proprio allora che,appoggiato il bicchiere di vetro infrangibile sul piano di marmo della finestra quello oscillòbrevemente per finire giù nella strada. E mi affacciai e vidi quella miriade di cristalli sparsi comelacrime sullasfalto insieme alla macchia di vino che in breve tempo scomparve lasciando soltantoun alone amaranto – e allora il mio braccio destro si contrasse in un piccolo spasmo e quello fu ciòche ora devo chiamare un ricordo e anche una premonizione. Poiché con esso aveva a che fare unastagione passata ma anche tutta un serie di eventi che sarebbero venuti dopo e di cui ho deciso ditacere. Ma non cè nulla nella morte che ricordi lamore. E quello era un ricordo damore e il fattoche lamore appartenesse ormai alla preistoria di quella mia vita non implicava in alcun modo chenellimmagine che lo risvegliò vi fosse qualcosa di luttuoso. Lamore era lamore, e apparteneva aunera di felicità e coraggio, unera in cui tutto – Barcellona, il vino, lo scrivere e persino la miseria– concorreva alla costruzione di un complesso amoroso. Di una stagione damore.Non c’è molto da dire del mio primo incontro con Simona. Non ci fu nulla di particolarmentevivace ed eccentrico in quellincontro. Niente di niente. Lamore venne dopo. E di quello vale lapena raccontare, di quello e della sua fine. Di una stagione che fu una perfetta stagione damore eche fu tale quando la vivemmo e così oggi che mi trovo costretto a ricordarla e che come tutte le
  • 2. stagioni dovette finire.La vita che conducevamo era quella che avevo letto nei libri e mai come allora la mia vita somigliòalla letteratura e segnatamente alle mie scritture. Abitavamo in un bilocale non lontano dal Passiegde Gracia. Simona tirava avanti con una piccola borsa di studio e con i pochi soldi che i genitori lemandavano di tanto in tanto. Io ero persino messo peggio e se non sono morto di fame lo devo allatraduzione dei bugiardini di alcuni farmaci e alle poche riviste che mi davano qualcosa per i mieiscritti. E la mia giornata era occupata dallo scrivere, nella speranza che un giorno o laltro quelloscrivere mi avrebbe dato di che campare. Ciò, per inciso, non accadde mai. Ma questo riguarda ildopo, quando la stagione damore era già finita ed erano già subentrati la rassegnazione prima e ilridimensionamento poi.I nostri pasti perfettamente miseri sono una delle cose che ricordo con maggiore gioia. Sulla nostratavola meno di un metro per uno cerano minuscoli cartocci di ogni cosa e un pranzo era spessocostituito da una fetta di salame, un cucchiaio da caffè di queso fresco e mezzo panino. Il vino,però, non mancava mai, ed era sempre fresco e leggero.La mattina mi svegliavo presto e quasi tutti i giorni riuscivo a prepararmi la colazione con una tazzadi surrogato di caffè e gli avanzi della cena precedente. Mi facevo una doccia e mi recavo inqualche posto a scrivere. Se avevo qualche soldo andavo in un bar non lontano da casa, ordinavo uncaffelatte e me lo facevo bastare fino alluna, dandomi la regola di concedermi un sorso solo dopoaver riempito almeno tre pagine del mio quaderno che spesso era un semplice quaderno da scolaro equalche volta unagenda di anni passati. Quando non avevo soldi andavo in una piccola biblioteca diquartiere dove approfittavo di una Olivetti a disposizione degli utenti e della carta da riciclo di cui sipoteva usufruire liberamente. Molti miei dattiloscritti di allora recano sul retro scritture di ognisorta, schede di libri catalogati, comunicazioni ai dipendenti, annunci affissi sulla porta.Simona si alzava un po più tardi, intorno alle otto e mezza. Si scaldava un po di caffè e mangiavaquel che mi premuravo di farle avanzare. Si recava poi in unaltra biblioteca più grande della mia dicui non ricordo il nome dove per qualche ora faceva le sue ricerche. Rientrava a casa intornoalluna, dopo esser passata dal mercato ortofrutticolo del quartiere in cui lavorava. Io rientravo unamezzora più tardi e buttavo giù quel che cera insieme a un paio di bicchieri di vino leggero efresco. Durante il pranzo parlavamo sempre e a lungo e non credo di aver mai conosciuto un essereumano, nemmeno il più caro degli amici, con cui abbia parlato tanto frequentemente e tanto alungo. Nel pomeriggio lei si aggirava per la città per tirare su qualche soldo vendendo torte airistoranti, lavorando qualche ora in una birreria, dando lezioni dinglese o in centinaia di altri modi.Io rimanevo a casa dove correggevo e ribattevo a macchina quanto scritto al mattino. Fino allecinque, quando anchio uscivo a rimediare qualcosa nei bar, nei cantieri o in centinaia di altri luoghi.
  • 3. La cena, in confronto al resto, era sempre un banchetto. E il vino abbondava fresco e leggero.So che non è possibile che facessimo lamore tutte le sere. Eppure non ricordo di aver passato unanotte senza fare lamore con Simona e ho in mente in modo chiarissimo quelle notti in cui per lastanchezza e la fame facevamo lamore piano piano, per non affaticarci e non indolenzirci, inparticolare quando durante il giorno lei aveva trottato per la città alla disperata ricerca di qualcosache somigliasse a un lavoro, oppure quando io avevo trovato da faticare qualche ora in un cantiere emi ero spezzato la schiena per una manciata di banconote così esigua che oggi non laccettereineppure per stare un quarto dora a guardare un muro bianco. Dopo lamore Simona andava allavandino a sciacquarsi e quasi sempre si accendeva una sigaretta che fumava affacciata alla finestrae quando anchio avevo finito di lavarmi mi passava la cicca e si metteva a letto e nonostante fossestanca e assonnata non si addormentava mai fino a che non la raggiungevo e parlavo ancora qualcheminuto con lei. Non saprei dire di che cosa parlassimo ogni giorno e così a lungo, e non me neimporta niente. Delle conversazioni che ho avuto con altre donne della mia vita, e in genere conaltri individui che hanno avuto per me una qualche importanza, ricordo molte cose. Maevidentemente mi piaceva così tanto parlare con Simona che quello di cui si parlava non avevanessuna importanza. La sua voce era per me quello che devessere per un neonato la voce dellamadre. E la cosa che più ci premeva era smettere il più tardi possibile.Ci fu un anno di quello che allora chiamammo benessere. Fu quando una rivista meno piccola ecodarda delle altre mi commissionò una sorta di romanzo di appendice o di serie narrativa. In quelperiodo fu la cosa più vicina a un lavoro stabile che mi sia capitata, anche se quello che alloraguadagnavo in un mese oggi lo prendo pigramente in tre giorni di lavoro. Ma loggi, come ho giàlasciato intendere, non è che il livido cielo capovolto della beatitudine di allora. In estate facemmoaddirittura una piccola vacanza. Con un treno, alcuni autobus e un po di autostop riuscimmo araggiungere Saintes Maries de la Mer, in Camargue, dove piantammo la canadese prestataci da unamico in un campeggio mediocre e rovente vicinissimo al mare. Facemmo amicizia con i nostrivicini, una coppia di italiani che qualche volta ci prestavano la loro bicicletta con la quale, in due,percorrevamo sotto il sole cocente le strade semiasfaltate della regione fino a raggiungere uno diquei casotti di legno tipici della zona dove uomini dalla pelle rovinata dal sole e dal vino vendonoqualunque cosa. Lì ci sedevamo in mezzo agli sciami di zanzare e alla puzza di sterco di cavallo e ditoro e ci facevamo servire un po di tutto, dai meloni alle albicocche alle sigarette al formaggio e alsalame, bagnando i nostri banchetti con un vin de sable che sembrava fatto apposta per noi e chericordava i vini freschi e leggeri di Barcellona.Allora, più felici e sudati e leggeri, tornavamo al campeggio e con limpazienza dei bambini
  • 4. andavamo a tuffarci nel mare caldo e limpido. Simona, poi, si sdraiava sulla sabbia e schiacciava unsonnellino mentre io rientravo alla tenda, prendevo la mia attrezzatura e mi mettevo a pescareseduto sugli scogli intorno al lido. I miei compagni di pesca abituali sanno che pescatore incapace esfortunato io sia, quindi non mi crederanno, ma durante quella vacanza non passò giorno che io nontirassi su un paio di succulenti bestioni che subito sbattevo e pulivo. Poi tornavamo al campeggio,ci facevamo una doccia fredda e insieme grigliavamo il pesce sulla brace comune. Mangiavamo coni nostri vicini, che gradivano la nostra mensa e di loro ci mettevano il vino. Dopo aver lavato i piattiallacquaio, restavamo con loro a goderci laria fresca della sera e a parlare tanto e bene, finché nonci rintanavamo nella canadese per fare lamore, con la gioia straordinaria di chi sa che il giornodopo ne avrà ancora abbastanza per fare tre pasti e per essere felice di non dover morire.Mentirei se dicessi che tra noi non cerano litigi, e mentirei ancora di più se volessi sostenere che inostri litigi non ebbero nulla a che fare con la fine di quella stagione damore. E non so se è ora diparlare di Mrs Cohen, unamericana sulla quarantina che conobbi alla mostra di un amico e che miintrodusse nel mondo, nelle pose e nelle atmosfere dei ricchi. Mi insegnò la lentezza, il reclinare laschiena e laccavallare le gambe sedendo su una poltrona comoda, il trattare le centinaia come unitàe in genere tutto quello che ha corrotto e maledetto la mia vita. Se Simona potesse sentirmi adessogriderei la verità. Che non ho mai provato alcun interesse per quella sbruffona canadese con legambe corte e che adesso maledico lattrazione che provai allora per quel mondo, quelle pose equelle atmosfere che attrassero e risvegliarono la parte peggiore di me.Ma forse tutto questo non c’entra. Prima di Mrs Cohen e del resto, litigavamo solo per le piccolecose, ma erano litigi lievi e appassionanti, in cui la rabbia era onesta e intensa e non si avvertivanessuna sensazione di pericolo e si litigava così, senza la paura né il desiderio di smarrirci, soloperché la vita era anche quello.Se dovessi richiamare dall’archivio un’istantanea della felicità questa ritrarrebbe me e Simona cheleggiamo. La domenica, mentre gli altri s’indaffaravano in mille modi per esorcizzare il tempo eimporgli il ritmo della produttività, noi passavamo l’intera giornata a leggere. Simona di solitorimaneva direttamente a letto, si sistemava due cuscini dietro la nuca e piegava le gambe sollevandole ginocchia e in questa posizione poteva leggere per ore. Io invece ero più inquieto. Iniziavo aleggere seduto al tavolo da pranzo, poi mi spostavo ai piedi del letto, sedendomi a terra eappoggiando la testa al bordo del materasso e infine, dopo aver letto per alcuni minuti camminandoper la stanza, mi ritrovavo sdraiato accanto a lei, che generosamente mi passava uno dei cuscini.Poiché tutta la settimana, soprattutto per lei, era normalmente dedicata alla lettura di saggi, ladomenica era il giorno dei romanzi. Simona era appassionata di letteratura americana e divorava
  • 5. romanzi di Philip Roth, Saul Bellow e Paul Auster. I miei gusti erano più lunatici. Ricordo interestagioni di Simenon, intere stagioni di Thomas Bernhard, intere stagioni di Hemingway, interestagioni di Tommaso Landolfi. Di rado ci lasciavamo scappare un commento sulle nostre letture.Capitava semmai che io leggessi uno dei suoi libri, più raramente che lei leggesse i miei.Spesso non pranzavamo nemmeno, bevevamo una tazza di tè e mangiavamo frutta e fette di panesenza niente. Quando potevamo permettercelo, verso le sette del pomeriggio scendevo a compraredue birre fresche, che bevevamo parlando e fumando di fronte alla finestra.L’amore era immanente e terrestre, non c’era nessuna maledetta differenza ontologica tra l’amore ei nostri piedi che si sfioravano sul letto, mentre Nathan Zuckerman litigava con suo padre e ilcappellaio della Rochelle camminava furtivamente per le strade deserte. L’amore era lì, forte comee più della morte, tenace come e più dell’inferno.Anche Simona, a suo modo, subì la fascinazione del mondo vile e seducente del benessere e iniziòad accavallare le gambe e a reclinare la schiena. Una baldracchetta catalana, anche lei con le gambecorte, prese a invitarla a tutta una teoria di serate, cene e feste.Nel circolo della catalana si distingueva per esuberanza uno smilzo rappresentante italiano, checommerciava qualcosa che non ricordo (sono indeciso tra orologi e ortaggi). Anche per lui,incredibile, un orrendo paio di gambe corte. Ebbi modo di parlarci una sera che finii anchio inmezzo a quel branco di bestie addomesticate dalla viltà, ma nondimeno feroci. Eravamo nella halldi un hotel sulle Ramblas e i camerieri servivano a ripetizione piatti di ostriche, cocktail di gamberie bicchieri di Philipponnat. La mia concentrazione durante la serata si era posata soprattutto suSimona, che vedevo irriconoscibilmente a suo agio ascoltando facezie dogni genere e ricambiando ivolgari sorrisi con volgari sorrisi. Mentre Simona e la catalana si erano ritirate in bagno – andare inbagno in compagnia: unaltra cosa che non le avevo mai visto fare – mi ritrovai spalla a spalla conquel tale che ancora tossicchiava una risatina strozzandosi il gargarozzo con un sorso di champagneandatogli di traverso. Avvertivo nitidamente, sotto le dita, il desiderio di stenderlo con un pugno,ma al contempo sapevo che se avessi fatto una cosa del genere Simona si sarebbe risentita, e alloraio mi sarei risentito del suo risentimento e sarebbe stata la fine di tutto. Lometto ingurgitava lehuitres dal suo piattino con lo stile con cui, cera da scommetterlo, vuotava quotidianamente ciotoledi pasta e ceci e di pane e salsiccia. Daltro canto, cè da dirlo, se io mangiavo con maggioreparsimonia e maggiore eleganza era soltanto perché le cinque ostriche che mi trovai sul piattosuperavano di gran lunga, per volume, ciò che di solito chiamavo un pasto. Vuotai qualche bicchieree avviai con lui quella che si dice una conversazione del tutto amichevole. Non ricordo che cosa cidicemmo, ma non mi tolgo dalla testa la sua voce sciatta, strascicata, il suo abusare di parole che lodispensassero dal prendere sul serio qualsiasi argomento – mah, boh, eh, sai!... –, i suoi riccioletti
  • 6. appiccicosi e composti tutti adesi alla forma del cranio. Ma di quello che disse non mè rimasto inmente nulla, fatta salva la frequenza con cui accennava alla sua macchina e ricordo che questo fececrescere in me la voglia di stenderlo e di vederne il sangue uscire dalle narici e dalle gengive. Equesto non per il fatto che io una macchina non ce lavevo e non ne avrei avuta alcuna per moltotempo, ma perché era una cosa anomala, per me, e minacciosa, una cosa che minacciava di incrinaretutto il mio sistema della felicità. E non sarei onesto se non dicessi che, in fondo, se desideravobattermi con il piccolo uomo di commercio non era perché lo detestavo, ma perché detestavo ilmodo in cui quel mondo stava entrando in contatto, in collisione col mio. Di ciò, se posso dirlo, ioebbi coscienza fin dallinizio, mentre Simona no.Ormai mi sono infilato nella narrazione della fine. E in fondo mi spiace, perché qualcosa ancora diquella stagione d’amore dovrà rimanere privo di menzione. Ma il demone della ricchezza entrò inmodo così feroce nella nostra vita che anche adesso che mi trovo a ricordare quel periodo è bastatorichiamare la sua comparsa per far passare tutto il resto in secondo piano. Vedete allora che non c’èniente nella morte che ricordi l’amore.Com’è stato possibile, mi chiedo ora con insistenza, che un insieme di fatti, pose, e uomini che solopochi mesi prima sarebbe stato così estraneo al nostro sistema di felicità e passione in poco, inpochissimo tempo sia stato in grado di mandarlo a gamballaria? Quanto è fragile il nostro intessererelazioni e quanto sono fiacchi i vincoli grazie ai quali ci orientiamo nella vita?Lo stesso crogiolarmi in queste domande è una cosa che allora non avrei mai fatto. E’ un segnodella mia sopraggiunta viltà o forse solo l’emisfero più livido di quella specie di saggezza che siacquisisce invecchiando, come contropartita della disillusione e del rimpianto.«Io dico che va bene così com’軫Allora non capisci. Io non posso più vederlo così. Mi sono proprio stancata di vederlo cos컫Ma che te ne importa?»«Me ne importa! Devo forse rendertene conto?»«Non ti arrabbiare»«Non sono arrabbiata. Ma non puoi voler sempre lasciare tutto così com’è. Proprio non capisci»«E’ vero. Non capisco. Cazzo, non capisco»«Ora sei tu che ti arrabbi»«No, non sono arrabbiato»«Invece sì. Dovresti sentirti»«Non è vero. Guardami. Non è vero»«Invece sì. Tu mi detesti. E smettila di toccarmi. Oggi non mi toccare»
  • 7. «Va bene».Stavamo parlando del letto. Quando ci trasferimmo in un nuovo bilocale, vicino alla spiaggia,Simona voleva un letto nuovo e io invece non volevo comprare nessun mobile. Bastava questo,ormai, a riempirci di collera. E a renderci così vili e aggressivi. Un letto. Un cazzo di letto. Perchévoleva a tutti i costi quel cazzo di letto?Insomma, lo so che il letto non c’entra niente. Era una cosa come unaltra, un oggetto che la nostraviltà riuscì a caricare di quella che qualche sprovveduto chiama “energia negativa” e che io non socome chiamare. Ricordo di un episodio di quando ero bambino che non mi è mai uscito di testa. Imiei genitori guardavano la televisione e mio padre, en passant, commentò la notizia dellaseparazione di due cosiddette celebrità (se non erro, lui uno sportivo, lei una cantante). Non più ditrenta secondi dopo mio padre aveva già preso le difese della donna e mia madre quelle dell’uomo.Cinque minuti dopo si stavano tirando addosso tutto quello che gli capitava a portata di mano. Unanno dopo, se dio vuole, si erano già separati. Ecco: la storia della cantante e dello sportivo è comequella del nostro letto. Un anno dopo, in effetti, eravamo già separati.Lo sviluppo dell’individuo, in ogni specie ma in particolare in quella umana, è raffigurabile comeun processo di continuo indebolimento e disintegrazione, dalla solida unità dell’embrione allasenilità di un corpo e di un’anima del tutto estraniatisi l’uno dall’altra. Ma anche questa è solo unaraffigurazione cui non corrisponde, nella vita, nessuna verità. Non ho mai trovato un’affidabileraffigurazione del progresso di una vita. Mi appendo per questo alla verità dei fatti, o almeno diquei fatti che tanto hanno scosso il nostro sentire da divenire indubitabili. Ciò che è vivace e onestoè felice, e ciò che invece disperde la materia della passione nella stringa del riflettere è infelice.L’amore ha a che fare evidentemente con questo e con quello. Perché le stagioni d’amore finiscono,e il fatto che finiscano fa tutt’uno con l’amore. E in fondo anche questo algoritmo non va presotroppo sul serio. Perché anche nel riflettere c’è felicità, se non altro quella felicità che provavo dabambino quando risolvevo un problema di matematica. E ciò che è vivace e onesto può essere uninferno. E poi cosa è veramente onesto? Solo il dolore. E non sempre. Dove sono andato a finire?«Volere» e «potere», ecco le parole che hanno fatto a pezzi quel nostro mondo. Attenzione però,non c’entra molto il problema filosofico della libertà del volere o del rapporto – nell’uomo e in dio– tra volontà e potenza. Dico piuttosto dell’effetto stregonesco che le semplici parole «volere» e«potere» hanno sulla conversazione tra due persone che fino a un certo punto della loro vita si sonointese perfettamente e quasi mai hanno avuto motivo di radicale e profondo dissenso.Il cuore dei nostri litigi di allora, intendo nella fase finale di quella nostra stagione d’amore, era
  • 8. sempre lo stesso. Io dicevo di non poter rifiutare un’offerta di lavoro – ottenuta grazie allamediazione di Mrs Cohen – che mi avrebbe portato lontano da Barcellona per qualche settimana. Elei, puntuale: «non è che non puoi, tu non vuoi rifiutarla». Lei non poteva ignorare un certo invitodella catalana, perché avrebbe conosciuto persone importanti che l’avrebbero aiutata a ottenere unaborsa di studio eccetera eccetera e io immancabilmente, come la marionetta di un ventriloquocretino: «lo sai che puoi dire di no, il fatto è che non vuoi». I litigi peggiori erano quelli in cui tuttoquesto avveniva in un clima di apparente e ostentata serenità, tra due persone sedute che,accavallando lentamente le gambe e reclinando lentamente la schiena, sorridendo malevolmente siscambiavano con un filo di civilissima voce questi pezzi di bravura e di crudeltà. Nei momenti incui ripenso con maggiore malinconia e minore lucidità a quei giorni, mi capita di dirmi che forse seuna sola volta ci fossimo azzuffati, picchiati, persino feriti tutto quel periodo si sarebbe trasformatoin qualcosa di diverso, in una versione dilatata nei nostri litigi abituali, e che dopo la fase dellacrudeltà e del livore sarebbero seguiti il rimorso, la compassione, l’amore. Sì, questo l’ho pensatospesso. Ringraziando il cielo non mi sono mai preso troppo sul serio e non ho mai picchiato unadonna, e solo raramente ne ho prese da una donna. E in fondo non credo alla verità rivelata dellafarsa italiana, all’amore manesco e felice delle commedie, alle storie di vecchi consorti riottosi eaffiatati. Le mie sono solo ipotesi formulate per accendere la speranza là dove non ve n’è più efanno tutt’uno con l’atto della memoria che richiama a sé quella stagione d’amore: se avessi fatto,se avessi detto… senza questi penosissimi «se» non ci sarebbe nemmeno il ricordo dell’amore, diBarcellona, dei pasti miseri e felici, delle domeniche di lettura. Quando riuscirò a ricordare queifatti senza l’inserto penoso di quelle ipotesi sarò di nuovo felice. O rincretinito.Scommetto che Simona è ancora convinta che l’abbia fatto apposta. Che stessi sospettando qualcosae che la tenessi d’occhio. Ma giuro che quel giorno fu davvero in modo repentino e immotivato chedecisi di rientrare nella nostra nuova casa vicino al mare per scrivere lì anziché al caffè o inbiblioteca. In molte commedie cinematografiche – che in fondo mi piacciono – l’epifania di untradimento è rappresentata da un percorso attraverso stanze e corridoi accompagnato da uncrescendo di segnali acustici dell’accoppiamento. Noi però abitavamo in un bilocale e a dividere ilpiccolo soggiorno con cucinotto dalla stanza da letto c’era un arco senza porta. Quindi, quandoentrai, la scena mi si parò davanti in modo immediato. Simona era seduta sul letto, fumava unasigaretta con i gomiti appoggiati alle cosce nude. Fumava e guardava il muro davanti a sé, distrattae credo annoiata. Disteso sul letto, il commerciante di orologi o di ortaggi sulle prime nemmeno siaccorse nella mia comparsa e continuò a vantarsi del modo in cui era riuscito a fare una certa cosache non ricordo. Teneva la gamba destra piegata, sollevando il ginocchio, ma ciononostante non mifu risparmiata l’immagine del suo sesso – posso dirlo? – smilzo e ciondolante, triste almeno quanto
  • 9. il suo fiero possessore. Non dissi nulla. Sedei al tavolo da pranzo e addentai una mela che avevocomperato rientrando a casa. Simona rimase immobile sul fondo del letto. Non vidi sul suo voltoombra d’imbarazzo o di vergogna, e a pensarci bene questa fu una delle cose che mi infastidì di più.Solo il piccoletto andò su di giri. Si vestì rapidamente – dimenticandosi il preservativo infilato nelsuo cosino intraprendente – e iniziò a bofonchiare imprecazioni. Era evidente che la cosa che glidispiaceva di più era non avere nessun ruolo in quello che stava per avvenire. Per questo, credo, misi avvicinò e mi disse, rivolgendomi uno sguardo assai adulto, che mi pregava di essere delicato neisuoi confronti, dal momento che – questo davvero mi stupì – era sposato e stava per nascere il suosecondogenito.Nell’immaginario collettivo quella di tirare un pugno in modo affatto repentino e imprevedibileviene rappresentata come un’esperienza pienamente appagante. E per me è stato proprio così. Nonero rabbioso e dopo averlo colpito non ho desiderato insistere. Per di più quello era al massimo ilquinto pugno che tiravo in tutta la mia vita, infanzia inclusa. E non sarei onesto se dicessi che aspingermi a farlo fosse un sentimento di giustizia. Era, semmai, una percezione di legittimità:finalmente potevo colpire quella nullità senza che nessuno me ne chiedesse conto. E lo colpii. E nevidi il sangue. E se ne andò. E non ho mai più saputo nulla di lui.Simona, però, rimaneva lì. E finita la mia esibizione pugilistica mi ritrovai col problema di doverparlare con lei che nel frattempo era rimasta esattamente dov’era, e potrei giurare che, poco primache le rivolgessi lo sguardo, stava sorridendo della scena a cui aveva assistito. Ma allora perché erafinita a letto con quel tizio? Ero talmente impreparato alla cosa da non sapere nemmeno cosa fossilegittimato a dire, a recriminare, a pensare. Non eravamo coniugi, non solo non lo eravamo in sensoistituzionale, ma nemmeno in un qualche senso che avessimo mai chiarito, discusso, néallegorizzato parlando d’altro. Ero deluso, questo sì, e ferito. E Simona stava lì apparentementeimperturbabile o forse davvero imperturbata, come a dirmi che tutto ciò che era venuto prima erastato da lei percepito come coerentemente propedeutico al suo rendez-vous con il mercante diorologi o ortaggi. Sì, era proprio così; per lei essersi trastullata con il triste gingillo di quel volgarefiguro era qualcosa che si sottraeva a ogni questionabilità – e certo era qualcosa che non dovevaessere giustificato.Io mi alzai dal tavolo, mi avvicinai al mobile della cucina e mi versai un bicchiere di vino rosso. Nebevvi un sorso, e un altro, e infine afferrai il bicchiere una terza volta e lo scaraventai a terra e ilbicchiere s’infranse in una miriade di cristalli e il vino formò una macchia amaranto al suolo.Vidi Simona un’altra volta qualche giorno dopo, a casa. E facemmo l’amore per l’ultima volta,come capita quasi sempre anche agli altri. Poi fumammo una sigaretta e ci sdraiammo insieme sulletto. Lei intonò distrattamente una canzone italiana che ci piaceva tanto. E mentre lei cantava, io
  • 10. uscivo dalla stanza, e nulla seppi mai più di lei.Mb 8.12.2012