I Laboratori di Quartiere come dispositivi per la coesione sociale

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I Laboratori di Quartiere come dispositivi per la coesione sociale: il caso di Ponte Lambro di Claudio Calvaresi Francesca Cognetti Linda Cossa. http://www.espanet-italia.net/conferenza2011/edocs2/sess.8/8-calvaresi-cognetti-cossa.pdf

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I Laboratori di Quartiere come dispositivi per la coesione sociale

  1. 1. I Laboratori di Quartiere come dispositivi per la coesione sociale: il caso di Ponte Lambro di Claudio Calvaresi Francesca Cognetti Linda Cossa Paper for the Espanet Conference “Innovare il welfare. Percorsi di trasformazione in Italia e in Europa” Milano, 29 Settembre — 1 Ottobre 2011Claudio Calvaresi, Istituto per la ricerca sociale, ccalvaresi@irsonline.itFrancesca Cognetti, Diap – PoliMi, francesca.cognetti@polimi.itLinda Cossa, Istituto per la ricerca sociale, lcossa@irsonline.it 1
  2. 2. È ormai maturo il tempo per una valutazione sui risultati conseguiti da una lungastagione di politiche per la rigenerazione delle periferie in Italia1.Il paper è costruito sulla base di un percorso di autovalutazione svolto dagli autori apartire dalla propria esperienza professionale, in quanto coinvolti nel processo diaccompagnamento ad alcuni Contratti di Quartiere in Lombardia2.Questi programmi, oltre a trattare questioni specifiche relative a singoli territori, sonostati l’occasione per mettere al lavoro, attraverso le pratiche di governo, il tema dellarigenerazione della città pubblica. Al centro di questa stagione, infatti, possiamo direche la città pubblica è tornata ad essere un “laboratorio di progettualità” (LaboratorioCittà Pubblica, 2009) per due ordini di ragioni: come campo di sperimentazione diinterventi sulla città consolidata potenzialmente motore per la riqualificazionedell’esistente, come ambito di innovazione dell’azione pubblica a fronte di una radicalecrisi del welfare e di un ripensamento del ruolo del soggetto pubblico.A partire da questo specifico punto di vista, il paper intende chiedersi se e in che misurauna particolare struttura organizzativa – quale il Laboratorio di quartiere, soggettoresponsabile del Piano di accompagnamento sociale – abbia funzionato comedispositivo per il miglioramento della coesione nella comunità locale. In particolare,sarà preso in esame il caso di Ponte Lambro a Milano, nel quale gli autori hanno avutomodo di lavorare tra il 2005 e il 2011, evidenziando alcuni rilevanti campi di interventoe traendo, nelle conclusioni, alcune policy lessons.1. Cos’è Ponte LambroPonte Lambro è localizzato all’estrema periferia sud-est del Comune di Milano. È unquartiere diviso dal resto della città: localizzato oltre il tracciato della tangenziale est,l’unico collegamento diretto con il centro di Milano è dato dal sottopassaggio posto incorrispondenza di uno svincolo della tangenziale.1 Sono tuttavia rare le esperienze di valutazione sull’andamento e sugli esiti dei programmi diriqualificazione urbana nel nostro paese, in particolare per quello che riguarda gli interventi di ultimagenerazione sull’edilizia pubblica. Le valutazioni comparative sono quasi del tutto assenti, mentre vi sonoalcune interessanti ricostruzioni di vicende singole. Per quanto riguarda due dei Contratti di Quartiere diMilano, segnaliamo Coppola, 2010 e Savini, 2010.2 Il Contratto di quartiere di Ponte Lambro fa parte della seconda tornata dei CdQ in Lombardia, istituitidalla legge 21/2001 e ripresi nel Programma regionale per l’edilizia residenziale pubblica 2002/2004.Questo programma ha promosso 23 CdQ, di cui 5 a Milano, tra i quali appunto quello di Ponte Lambro. 2
  3. 3. Ponte Lambro è composto di due parti, che testimoniano le due fasi di costruzione delquartiere: la parte storica, lungo la direttrice di via Vittorini e il fiume Lambrosviluppatasi dall’inizio del ‘900 attorno all’insediamento dei lavandai, e la parte piùrecente, sorta intorno ai caseggiati di edilizia residenziale pubblica. L’insediamentopubblico è stato aggiunto al tessuto originario, secondo un disegno che ha enfatizzato ladivisione del quartiere: alle difficili connessioni tra Ponte Lambro e la città, si sonoaggiunte quelle interne, per l’assenza di collegamenti trasversali tra le due parti.Ponte Lambro è prevalentemente un quartiere residenziale; le attrezzature pubblichepresenti hanno un bacino di riferimento locale; le attività produttive e di servizio, pochee di modeste dimensioni, occupano aree marginali; gli spazi aperti ad uso collettivosono scarsi, se si eccettua il parco; i luoghi della vita pubblica del quartiere non riesconoa rappresentare un elemento unificante tra le due realtà.Nella parte pubblica, realizzata negli anni ’70, sono presenti quattro diversi comparti diedilizia sociale per un totale di poco meno di 500 alloggi, caratterizzati da unabassissima qualità dal punto di vista architettonico ed edilizio, con gravi problemi didegrado delle strutture ai quali si è sommata nel tempo la concentrazione di popolazionein condizioni di disagio.Un processo che ha generato ulteriore degrado per la mancanza di cura, il verificarsi diatti vandalici e la presenza di criminalità organizzata, a cui si sono sommate laconsistente presenza del fenomeno delle occupazioni abusive, della morosità e deisubaffitti irregolari.Ponte Lambro conta oggi 4.000 abitanti, con una presenza di giovani superiore al restodella città. Poco meno del 30% della popolazione risiede negli alloggi di ediliziapubblica. La presenza di stranieri è cresciuta in questi anni ed è oggi pari a oltre il 33 %del totale. Di questi, il 16,5 % vive negli alloggi di edilizia residenziale pubblica, ma larimanente quota abita in alloggi di privati, spesso in avanzato stato di degrado e incondizioni di sovraffollamento.Da sempre al centro del dibattito sulla periferia e spesso alla ribalta quale casoemblematico dei tentativi e dei fallimenti delle politiche sulle periferie del Comune diMilano, Ponte Lambro è un caso emblematico di “planning disaster”, dove progetti “incerca di localizzazione” sono atterrati in modo quasi casuale: si pensi all’aula bunker(esito della riconversione di un vecchio edificio scolastico), o all’ecomostro di un 3
  4. 4. albergo per i Mondiali di Italia ’90 mai terminato3. Non pensati per risolvere i realiproblemi del quartiere, ne hanno portato di nuovi. Ma si pensi anche al caso delcosiddetto “Laboratorio Renzo Piano” (di cui si dirà più avanti), pensato invece come“occasione” per la rigenerazione del quartiere e ancora inattuato.2. Contratto di Quartiere e Laboratorio di QuartiereNel 2004 Ponte Lambro è uno dei cinque quartieri che il Comune di Milano scegliequali oggetto del Programma “Contratto Di Quartiere II”4. Il progetto si articola su treassi d’intervento: Abitare a Ponte Lambro, nel quale rientrano interventi diriqualificazione, valorizzazione, incremento e diversificazione dell’utenza delpatrimonio abitativo pubblico, lavorando sullo spazio della casa intesa sia come spazio‘privato’ sia come luogo collettivo; Attrezzare Ponte Lambro, che prevede interventifinalizzati all’adeguamento e miglioramento delle infrastrutture e delle dotazioni diinteresse pubblico; Vivere a Ponte Lambro, al quale fanno riferimento interventi di tipoimmateriale associati allo sviluppo sociale e all’incremento delle opportunitàoccupazionali. L’investimento complessivo ammonta a oltre 32 milioni di euro e uncofinanziamento di Regione Lombardia di quasi 19 milioni di euro. Oggi, dopo cinqueanni, le opere sono completate al 75%.Nel 2005, quindi, con l’inizio della fase attuativa del Contratto di Quartiere, l’alloraSettore Periferie del Comune di Milano avvia una procedura di gara per il Servizio diAccompagnamento Sociale; l’Istituto per la Ricerca Sociale si aggiudica la gara e avviale attività previste dal Piano di Accompagnamento Sociale, quale strumento per lapromozione della partecipazione e del coinvolgimento degli abitanti.Il Piano di accompagnamento sociale (Pas) risponde all’obiettivo generale di dare pienaattuazione agli indirizzi di programmazione definiti dal Contratto di Quartiere,“mediante la promozione della partecipazione e del coinvolgimento degli abitanti,favorendo la costruzione di un processo che aiuti a sostenere ed affrontare il passaggio3 Nelle parole di un abitante: “Così vanno le cose a Ponte Lambro: tolgono la scuola e mettono l’aulabunker, come un insulto”.4 Gli altri sono: Molise Calvairate e Mazzini, quartieri degli anni venti e trenta situati tra la prima e laseconda cerchia delle circonvallazioni a est della città; Gratosoglio quartiere “satellite” nato su progettounitario sull’asse sud di via dei Missaglia; San Siro, grande quartiere razionalista che si colloca neltessuto compatto a ridosso del sistema sportivo degli ippodromi e dello stadio. 4
  5. 5. dai progetti alla loro realizzazione”.Le attività svolte dal Pas si articolano su quattro filoni:1. Accompagnamento al processo di riqualificazione ascolto della domanda locale cura della mobilità delle famiglie accompagnamento all’inserimento dei nuovi abitanti2. Lavoro di rete progettazione partecipata degli interventi attivazione di forme di autogestione networking tra i diversi attori coinvolti3. Comunicazione pubblica e informazione agli abitanti eventi newsletter volantini, avvisi, brochure tematiche4. Monitoraggio, valutazione e orientamento del processo di rigenerazione rapporti di monitoraggio un rapporto finale di valutazione note di lavoro e progetti su temi specificiIl soggetto responsabile del Pas è il Laboratorio di Quartiere. Il Laboratorio è pensatocome luogo che ospita le diverse attività di accompagnamento agli abitanti,intervenendo sulla dimensione del cambiamento, al fine di migliorare la comunicazionefra abitanti e istituzioni, la convivenza fra gli inquilini ed il rapporto fra le persone e glispazi fisici. Elemento caratteristico dell’attività del Laboratorio è la promozione dellapartecipazione degli abitanti, favorendo l’assunzione e la condivisione di responsabilitàma anche facilitando la costruzione di relazioni e collaborazioni. La strutturazione diuno spazio attrezzato all’interno del caseggiato è condizione essenziale per il lavoroterritoriale e sul campo. L’intento è offrire agli abitanti un luogo di incontro ed un puntodi riferimento all’interno del loro quartiere, che possa caratterizzarsi come spazio direlazione molto diverso da un ufficio amministrativo, proprio per il suo carattere‘sociale’, che ne fa un luogo di ascolto e di confronto.Lo spazio adibito a Laboratorio di Quartiere, localizzato in un alloggio degli stabili Aleral secondo piano di via Ucelli di Nemi 17, è attrezzato per ospitare le attività di 5
  6. 6. sportello e di accompagnamento alla trasformazione, gestite dal gruppo di ricercatoridell’Irs ma anche da altri operatori (Aler, sindacati degli inquilini) per quanto dicompetenza. Gli spazi del Laboratorio si articolano in più ambienti: i servizi e la sala diingresso; l’ufficio dei ricercatori Irs, sede operativa di gran parte delle attività e delloSportello Casa; l’ufficio dedicato agli sportelli dei Sindacati e la sala riunioni chediviene sede dello Sportello Aler negli orari di apertura del servizio.Il Laboratorio è aperto due giorni alla settimana, il martedì e il mercoledì.Dopo cinque anni di lavoro, è necessario interrogarsi sugli esiti delle attività delLaboratorio, anche dal punto di vista della capacità di promuovere coesione socialenella comunità territoriale.I paragrafi seguenti segnalano alcuni punti di attenzione che ci sembrano emersi dalnostro lavoro.3. La visibilità del cambiamentoMolti dei programmi di rigenerazione urbana promossi in Italia negli ultimi quindicianni hanno privilegiato gli interventi fisici a quelli di sviluppo socio-economico. Seguardiamo ai programmi Urban I e II, agli Urban Italia, ai Contratti di Quartiere,troveremo una lista cospicua di operazioni di ristrutturazione edilizia, di riqualificazionedegli spazi collettivi, di realizzazione di urbanizzazioni e attrezzature pubbliche e moltomeno iniziative nel campo della coesione sociale, dello sviluppo locale, delle politicheattive del lavoro, della sostenibilità ambientale, ecc.A questo tipo di approccio centrato sugli interventi fisici sono state mosse critichesevere, largamente condivisibili, per aver ridotto le politiche di rigenerazione a pureoperazioni edilizie. E tuttavia, a Ponte Lambro, come in tutti quegli ambiti nei quali lostato delle abitazioni e delle attrezzature pubbliche sono particolarmente critiche,lavorare sulla dimensione fisica è cruciale, non solo perché risponde alla domanda dimiglioramento delle condizioni abitative espressa dai quartieri degradati, ma ancheperché, fornendo un segno tangibile di attenzione verso chi vi abita, permette di 6
  7. 7. ricostruire la credibilità dell’azione pubblica5.Oggi, attraversando Ponte Lambro, l’intervento di natura fisica sul patrimonio diedilizia residenziale pubblico è il primo elemento che si nota. Si tratta di unatrasformazione visibile, che riguarda sia gli alloggi, sia gli spazi comuni. Inoltre, è statopossibile recuperare e immettere nelle disponibilità del patrimonio pubblico numerosialloggi che risultavano inutilizzabili (e quindi non assegnabili) per il loro livello didegrado. In particolare in via Rilke e in via Ucelli di Nemi 58, dove gli alloggi vuotilasciati in un completo stato di abbandono erano considerati “terra di nessuno” e oggettodi occupazioni abusive. Gli interventi realizzati hanno dunque cambiato il quartiere finoa fargli assumere un volto nuovo e innescare processi positivi anche dal punto di vistadello sviluppo del senso di cura dello spazio collettivo, del senso di appartenenza alquartiere, del rispetto delle regole6.L’efficacia e la credibilità di un programma di rigenerazione riposa dunque sul fatto chesiano riconoscibili segnali concreti di cambiamento. La riqualificazione fisica è unacondizione necessaria per mutare atteggiamenti e ricostruire un senso di cura del propriospazio e favorire l’insorgere di comportamenti positivi verso la “sfera pubblica”.Ovviamente però non basta fare qualcosa di visibile purchessia, occorre fare bene. PonteLambro, prima del Contratto di Quartiere, aveva ricevuto molte iniziative di grande“visibilità”, ma non ne era mai stato protagonista.Il quartiere è stato infatti al centro di numerosi e consistenti interventi pubblici: dalmomento di maggiore trasformazione con l’insediamento dell’edilizia pubblica,all’inizio degli anni ‘70, si sono susseguiti, a partire dalla fine degli anni ’80, progetti dinuova edificazione di case pubbliche, di introduzione di servizi e funzioni a scalaurbana, di intervento sul disagio sociale, di recupero del patrimonio edilizio eriqualificazione dell’esistente (anche attraverso progetti “esemplari”, come quello afirma dell’arch. Renzo Piano).In queste operazioni spesso Ponte Lambro è stato considerato come una tabula rasa, uncampo all’interno del quale immettere nuovi materiali, oggetti autonomi dal contesto,5 È importante ricordare che la stessa Unione Europea, nei suoi policy statement sullo sviluppo urbanointegrato sottolinea l’importanza del miglioramento delle condizioni dell’ambiente fisico. Si veda, adesempio, la Carta di Lipsia (2007) e la Dichiarazione di Toledo (2010).6 La prova al contrario dell’importanza della riqualificazione fisica è data dal fatto in altri Contratti diQuartiere milanesi, nei quali gli interventi fisici hanno conosciuto ritardi e varie criticità di avanzamento,i risultati prodotti dal Laboratorio sono stati di molto minore successo rispetto a Ponte Lambro. 7
  8. 8. più che delle opportunità per l’ambito locale. Tutti questi interventi hanno inoltrecontribuito a costruire l’immagine di Ponte Lambro come “territorio bersaglio” ma“intrinsecamente intrattabile”, finendo per alimentare un circuito di ulterioreproblematicità.Ponte Lambro è cioè diventato nel tempo un deposito di politiche che hanno affrontatocon scarsa efficacia i problemi del quartiere, nonostante una continua alimentazioneattraverso programmi e canali di finanziamento differenti. Attraverso questo“accanimento terapeutico” (Cognetti, 2009), costituito da un consistente dispendio dirisorse e una relativa scarsità degli esiti, Ponte Lambro è stato rappresentato cometerritorio difficile e in crisi per sua stessa natura, come “area problema” nella città.L’andamento cumulativo di interventi con scarsi o negativi impatti sul tessuto fisico esociale del quartiere ha alimentato, oltre che la costruzione di una immaginestigmatizzata e negativa del quartiere, una forte sfiducia da parte della popolazioneverso le istituzioni e più in generale verso delle possibili vie di cambiamento.Queste erano le condizioni in cui si situava Ponte Lambro all’inizio del Contratto diQuartiere. Questa l’eredità difficile dalla quale ripartire. Per questo, nella primissimafase, il Laboratorio si è concentrato sul raggiungimento di un obiettivo cruciale:guadagnare fiducia presso gli interlocutori locali e legittimare la propria presenza. Econseguentemente sceglie di operare su tre fronti: la costruzione di iniziative dianimazione che vedano il coinvolgimento della comunità locale al fine di costruirel’accettabilità sociale degli interventi; un’intensa attività d’informazione ecomunicazione rispetto agli obiettivi del CdQ e dello stesso Laboratorio; larealizzazione di operazioni preliminari che permettano l’apertura dei cantieri e l’avviodei lavori di riqualificazione.All’inizio del Contratto di Quartiere si è dunque reso necessario un “tempo direcupero”, un periodo dedicato alla ricostruzione delle condizioni per l’efficacia di unprogetto di riqualificazione. In quel periodo, gli ambiti di lavoro prevalente sono statiquelli immateriali, come la costruzione di relazioni con gli abitanti e con i soggettilocali, il rafforzamento di un clima di cooperazione, il rinnovo di una coesione interna,il ripristino delle condizioni di legalità. Si è dovuto cioè recuperare e ricostruire ilterreno della convivenza.Tra interventi di riqualificazione fisica e processi di accompagnamento sociale si dà un 8
  9. 9. rapporto di co-evoluzione: i secondi sono necessari per costruire le condizioni perattuare i primi, mentre i la riqualificazione fisica legittima e rende possibile consolidarele attività volte al miglioramento della coesione sociale.Al contrario, se si pensa all’esperienza del Forum Ponte Lambro, che ha anticipatol’attuazione del Contratto di Quartiere, dobbiamo riconoscere come uno dei suoimaggiori limiti dipendesse da un processo di coinvolgimento dei soggetti localisvincolato da ipotesi concrete di riqualificazione fisica.La storia è la seguente. Nel 2000, il Comune di Milano, nell’ambito del ProgettoPeriferie, affida a Renzo Piano, nella sua veste di ambasciatore dell’Unesco per le AreeUrbane, un Progetto di Riqualificazione per Ponte Lambro. È in questa fase disperimentazione che si inquadra la decisione di istituire un “Laboratorio dell’Unesco”nel quartiere, con l’obiettivo di contribuire a “trasformare un quartiere dormitorioaffetto da problemi di malvivenza ed emarginazione, in un quartiere polimorfo, centrodi nuove iniziative di richiamo comunale”7. Pur essendo vasta la eco sul progetto delgrande architetto, da subito il dibattito attorno alla sua reale capacità di essere incisivorispetto ai problemi si fa vivace. La critica prevalente, generata dalla preoccupazioneche il progetto di Renzo Piano rischi di trasformarsi in un intervento di marketing piùche di effettiva rigenerazione, convince il Comune di Milano ad attivare un Forum diaccompagnamento sociale, per supportare l’iniziativa “di firma” con un processo “dalbasso”.Tuttavia, con il protrarsi dei tempi di realizzazione di questo intervento (il cui cantiereattende ancora oggi di essere aperto), il Forum ha privilegiato la costituzione di unospazio di discussione sul futuro desiderato per Ponte Lambro nell’attesa che unostrumento di intervento rendesse tale futuro praticabile8. Il contributo del Forum allapredisposizione del Dossier di candidatura per il Contratto di Quartiere ne ha di fattoesaurito la funzione. A progetto approvato e Contratto di Quartiere avviato, il Forum siè sciolto e alcuni suoi componenti hanno cominciato ad affiancare le attività delLaboratorio per il Piano di accompagnamento sociale. D’altro canto, il gruppo diricercatori di Irs ha programmaticamente voluto superare l’esperienza del Forum. Le7 Dal manifesto del progetto del Laboratorio dell’Unesco di Renzo Piano.8 Occorre sottolineare che ad oggi non solo il Laboratorio Renzo Piano non è ancora stato costruito, ma lasua mancata realizzazione costituisce una ferita per il quartiere, un “inspiegabile” segno di incuria nelcorpo delle stecche riqualificate di via Ucelli di Nemi. 9
  10. 10. ragioni erano di due ordini: la prima è che il processo di riqualificazione previsto dalCdQ richiedeva, come garanzia di efficacia, radicamento e generatività del programma,dare centralità alla struttura di servizio al piano di accompagnamento, con una chiaraimputazione di responsabilità al Laboratorio di Quartiere. La seconda è che, su un pianometodologico, Irs privilegia la costruzione di dispositivi, anche in termini di institutiondesign, sempre contingenti e ritagliati sulla situazione problematica, le opportunità, lerisorse e gli attori che definiscono il campo di azione, considerando viceversa inefficacela produzione di dispositivi di partecipazione che tendono a rafforzare la dimensioneassembleare e il mutuo riconoscimento tra gli attori (spesso quelli già mobilitati), inanticipo e al di fuori rispetto al trattamento delle questioni di policy9.Il nostro intervento si caratterizza per “rimettere al centro” il quartiere, con una attivitàche ha riguardato sia la dimensione materiale che immateriale degli interventi:affiancamento ai cantieri, ma anche costruzione di relazioni di fiducia con gli abitanti econ i soggetti locali, rafforzamento di un clima di cooperazione, rinnovo della coesioneinterna, ripristino delle condizioni di legalità, recupero degli spazi pubblici, nuoviservizi e lavoro di prossimità con la conseguente riduzione del senso di abbandono.Ovviamente, il passaggio dal Forum all’accompagnamento al Contratto di Quartiere haportato al secondo una importante eredità del primo, relativa alla presenza di pratichepartecipative già sperimentate e alla percezione di un senso di appropriazione, da partedei soggetti locali, di tali pratiche.Oggi, rimane da interrogarsi sui tempi diversi che investono da un lato lariqualificazione fisica e, dall’altro, il più complessivo processo di rigenerazione urbana.Se la prima ha avuto il tempo di dispiegare i propri effetti e rendersi visibile, nonaltrettanto si può dire della seconda, che richiede tempi più lunghi e un maggiore agioper mostrare e soprattutto consolidare i suoi spesso fragilissimi risultati. A PonteLambro, vi è oggi una diffusa percezione di come il quartiere sia cambiatopositivamente e che tale cambiamento sia largamente visibile, dal lato edilizio eurbanistico ma anche dal lato degli effetti, pur da consolidare, sulla comunità: maggioresenso di sicurezza, percezione che il quartiere non è più “lasciato a se stesso”, ecc. Oggi9 Questa distinzione riecheggia quella tra approcci alla partecipazione issue-centred e strutturali ricostruitiin un recente saggio che analizza nel dettaglio i dispositivi partecipativi utilizzati nei Contratti diQuartiere (per altro con riferimento a quello milanese di Molise-Calvairate) e in strumenti analoghi inDanimarca: Savini, 2010. 10
  11. 11. Ponte Lambro, nella percezione degli abitanti, non è più una parte negletta della città esembra aver superato lo stigma del “covo di delinquenti”. Inoltre, segnale importante diun riconosciuto cambiamento in termini di nuova immagine del quartiere è la riduzionedel numero di “non accettazione” nelle fasi di assegnazione di alloggi Erp. Il fatto chel’alloggio proposto fosse a Ponte Lambro era infatti uno dei motivi di rifiuto da partedei potenziali assegnatari, generando così la presenza di un gran numero di alloggi sfittianche all’interno degli stabili di edilizia residenziale pubblica. La sfida parte oggi.4. Un lavoro di prossimitàPer le comunità insediate nei “quartieri difficili“, non è facile credere nell’interventodelle istituzioni, pensare che esse possano fare qualcosa di positivo per te. Diconseguenza, in queste aree, il compito dell’azione pubblica è quello di orientarsi a“fare società”, a trasferire alle persone il senso che il pubblico si occupa di loro, che essi“contano” per le istituzioni. Infatti, qui “la socialità fa sempre più fatica a riprodursi inmodo autonomo, perché esiste sempre più solo in rapporto alle funzioni cheorganizzano la vita della città o come funzione essa stessa che abbisogna di sottoareespecializzate per potersi riprodurre. Quasi che ci fosse bisogno di un’attenzionespecifica, di un lavoro ad hoc affinché gli esseri umani continuino ad avere la capacitàdi avere relazioni tra di loro”10.Per “lavoro di prossimità” intendiamo una attività che si presenta agli abitanti di unquartiere problematico con questo tipo di approccio. Il servizio impiantato dalLaboratorio può essere considerato “di prossimità” con riferimento a diversedimensioni.La prima è quella della prossimità fisica. Esso si svolge in quartiere, all’interno di unodegli edifici oggetto di ristrutturazione, è aperto due giorni alla settimana, lo spazio chelo ospita permette alle persone che lo frequentano di conoscersi e scambiareinformazioni. A partire dalla messa a disposizione di uno spazio, il Laboratorioconsente di costruire reti di relazioni; stabilisce ponti tra le persone; lavorando sulterreno della vita quotidiana, introduce una nuova routine in un ambiente dove essaviene percepita come innovazione.10 Magatti, 2007, p. 28 11
  12. 12. La seconda dimensione si riferisce alla prossimità costruita via accountability delservizio. Il Laboratorio infatti accoglie le segnalazioni che provengono dagli abitanti edà conto del loro trattamento. Esiste un set di regole che fissa i rapporti tra ilLaboratorio (che accoglie e smista le domande ricevute) e i soggetti (Comune, Aler,imprese, ...) deputati a rispondere. Il compito del Laboratorio è sollecitare chi di doveread adoperarsi per il trattamento delle segnalazioni pervenute e di fornire al richiedentel’informazione su tempi e modi con cui la sua richiesta sarà evasa. Ma in molti casi, ilLaboratorio tratta direttamente criticità e problemi.La terza dimensione è relativa alla diversificazione dei servizi ospitati all’interno delLaboratorio, in una logica di avvicinamento all’utente. Oltre allo Sportello Casa che sioccupa di gestire tutte le segnalazioni che riguardano il tema casa dal punto di vistadell’accompagnamento ai cantieri, sono presenti i seguenti servizi: Sportello Aler, per lagestione delle segnalazioni amministrative e di manutenzione ordinaria degli stabili Alerdi via Ucelli di Nemi 11-36 e degli stabili comunali di via Rilke 6-10 e Ucelli di Nemi58; Sportelli dell’Unione Inquilini e del Sicet, per il supporto agli inquilini nel disbrigodi pratiche amministrative; sportello U.M.A.N.O., a supporto di un progetto sul temadella formazione e dell’occupazione.La quarta dimensione è quella relativa ai codici linguistici, al tentativo del Laboratoriodi approssimarsi alle parole degli abitanti, decodificando il linguaggio lontano dalla vitaquotidiana delle istituzioni per tradurlo in forme comprensibili ai più11.Un ultima dimensione fa riferimento all’avvicinamento tra il quartiere e la città, aportare Milano (attori e risorse di livello urbano) dentro Ponte Lambro e rendere PonteLambro noto a Milano.Sul primo fronte, il Laboratorio ha lavorato in questi anni nel tentativo di forzarel’isolamento del quartiere. Se c’è infatti un carattere che connota Ponte Lambro, più diqualunque altro quartiere della periferia milanese, è proprio il suo essere localizzatoall’esterno del tessuto consolidato della città oltre il tracciato della tangenziale est,l’unico collegamento diretto con il centro di Milano essendo il sottopassaggio posto incorrispondenza di uno svincolo della tangenziale.11 “Tanti abitanti non riescono a comunicare con le istituzioni, temono di non saper parlare, di non sapersiesprimere, di non essere in grado di farsi capire... Al Laboratorio questi problemi non ci sono. Qui puoivenire ed è l’informalità che ti permette di esprimerti anche se hai pochi strumenti. I più deboli devonoavere dei riferimenti, perché i forti ce la fanno da soli” (Aldo Busnari, abitante di Ponte Lambro). 12
  13. 13. Come si fa a superare l’isolamento? Certo, con politiche che ne migliorinol’accessibilità, ma anche con azioni che portino nel quartiere iniziative e soggetti chedifficilmente vi avrebbero messo piede12.Sul secondo fronte, quello di far parlare di Ponte Lambro, il Laboratorio ha cercato, neilimiti delle sue possibilità, di produrre una comunicazione sul processo ditrasformazione in corso che andasse oltre i confini del quartiere. La newsletter, che hacostantemente informato sull’avanzamento del Contratto di Quartiere, è stata distribuitaad un numero ampio di soggetti extralocali13.I confini tuttavia non sono solo quelli esterni, tra il quartiere e la città. Ci sono ancheconfini interni, tra la parte pubblica e la parte privata. La prima è sorta in aggiunta allaseconda, secondo un disegno che, per l’assenza di collegamenti trasversali, haesasperato la divisione del quartiere. Su questi, il Laboratorio ha provato ad agirecoinvolgendo nelle proprie attività sia abitanti degli stabili Erp, sia abitanti delleabitazioni private. Tuttavia, oggi occorre ammettere che l’azione positivasull’insediamento pubblico ha finito per far risaltare il processo di progressivamarginalizzazione della parte di edilizia privata, nel frattempo segnata da fenomeni diabbandono da parte dei residenti storici e di aumento significativo della presenza distranieri, spesso in situazioni di sovraffollamento.Evidentemente, si tratta di un esito che richiederebbe un ripensamento delle forme diazione per dispositivi come il Laboratorio, nell’ipotesi di estenderne il raggio di attivitàoltre i confini dell’area assegnata, al fine di trasformarsi in una agenzia a serviziodell’intero quartiere.In questa sede, basti segnalare un aspetto di natura metodologica, che riguarda lanozione di progetto (di politiche) e la cultura della progettazione. Nella costruzione diuna ipotesi di intervento, il campo di riferimento del progetto non coincide con ilterritorio-bersaglio. Il campo del progetto infatti è un costrutto strategico, non un dato.Esso dipende dalla scelta deliberata di includere attori, risorse, opportunità di intervento,che possono modificare positivamente (innovare) la definizione del problema di12 L’Associazione Esterni, il Museo della Fotografia di Cinisello Balsamo, l’artista e illustratrice JuliaBinfield, la Compagnia teatrale “Alma Rosé”.13 Beltrami Gadola, osservatore critico delle politiche urbanistiche a Milano, ha scritto sull’edizionemilanese di Repubblica del 6 gennaio 2010, un articolo dal titolo “Ponte Lambro può segnare il rilanciodelle periferie”, nel quale sosteneva che Ponte Lambro ha cambiato faccia, non è più come prima. 13
  14. 14. policy14. In altre parole: il campo del progetto non è più l’ambito cui si applica ilprogramma, ma quello che permette un trattamento strategico del problema. E il campodi azione della politica è quello definito dalla mobilitazione degli attori15.Il Laboratorio di quartiere, nei limiti dati da un programma che comunque consideravaobbligatoriamente come contesto-bersaglio la parte pubblica del quartiere, ha provato aforzare il campo di azione, lavorando sulla ridefinizione dei confini. Tuttavia, è evidenteche oggi, anche grazie ai risultati conseguiti sulla parte pubblica di Ponte Lambro,occorrerebbe tornare a ragionare sul contesto complessivo dell’intervento.5. Tra capacity building e networkingIl Laboratorio di quartiere – come si è appena detto – si è impegnato in questi anni in unlavoro di forte prossimità con la comunità locale, cercando di generare effetti dicapacitazione e di auto-affidamento degli abitanti. Alcuni, pur fragili segnali, sonoevidenti in questo senso.1. Attivazione di forme di rappresentanza informale attorno a specifiche questioni: adesempio un gruppo di inquilini dello stabile di via Rilke che si è attivato per proporremodifiche al progetto che l’hanno reso più rispondente alle proprie necessità; gli abitantidi via Ucelli di Nemi 11-36 che si sono mobilitati e hanno predisposto un documentoaccompagnato da una raccolta firme per risolvere problemi di convivenza con abitantidelle nuove case non Aler; il gruppo di via Ucelli di Nemi 58 è stato accompagnato inquesti ultimi mesi verso l’assunzione di maggiore autonomia nella gestione dellostabile.2. La presenza del Laboratorio di quartiere ha agito da catalizzatore per la costruzione dinuove reti di relazioni: ciò ha portato, da un lato, ad una selezione degli interlocutori(alcuni attori sono usciti dal processo), dall’altro ha generato effetti di appropriazione(in uno slogan, “il progetto Ponte Lambro è anche mio”) negli attori che hanno deciso dimobilitarsi nel processo.14 Su questi aspetti, cfr. Laboratorio Città Pubblica, 2010: in particolare la voce “progetto” stilata daFranco Infussi15 Non va escluso, come riferimento importante per questo ragionamento, la posizione di Fabrizio Barcache sostiene un approccio alle politiche di coesione definito “place-based”. Secondo Barca, esso implicache “the goods and services concerned need to be tailored to places by eliciting and aggregating localpreferences and knowledge and by taking account of linkages with other places”. Barca, 2009. 14
  15. 15. 3. Altri effetti sono visibili: volontà di mettersi in gioco, maggiore consapevolezza circai propri diritti e consapevolezza nelle relazioni con i soggetti responsabili (a cominciareda Aler), mobilitazione nelle iniziative di animazione in quartiere, maggiore fiducianella possibilità di ottenere risposte dalle istituzioni e, soprattutto, nel poter formularedomande; la stessa possibilità di sperimentare forme di autogestione nell’immobileristrutturato di via Ucelli di Nemi 58 testimonia l’apertura di un campo di opportunitàprima impensabile.Gli abitanti hanno svolto un ruolo centrale all’interno del Contratto di Quartiere inquanto destinatari degli interventi, ma soprattutto in qualità di principali interlocutoridel Laboratorio di Quartiere. Nella fase di avvio del Contratto di Attuazionemanifestavano un profondo senso di sfiducia e di abbandono da parte delle istituzioni,come esito dei fallimenti delle politiche precedentemente attuate; nel corso del tempo sisono misurati con il processo di trasformazione: alcuni sono stati direttamente coinvoltidai lavori, altri si sono impegnati con l’aiuto del Laboratorio in azioni e progetti volti acreare occasioni di animazione, valorizzare spazi del quartiere, favorire la buonaconvivenza e la costruzione di un senso di comunità16.Dal punto di vista delle associazioni locali, il quartiere si caratterizza per la presenza dipochi soggetti, molto diversi tra loro, attivi sul territorio su ambiti d’intervento bendefiniti: la parrocchia di quartiere, guidata da un parroco particolarmente sensibile e daun gruppo di persone molto attive, che lavora in particolare con i bambini e con lefamiglie che vivono particolari situazioni di disagio; il Gruppo di VolontariatoVincenziano, importante riferimento per le persone che vivono particolari difficoltà; ilCentro di Aggregazione Giovanile, che opera con una popolazione fortemente a rischio,gli adolescenti e i giovani; la Scuola Elementare di via Parea, con la quale sono statiattivati progetti destinati ai bambini, con l’obiettivo di intercettare anche le famiglie.16 Vorremmo far notare come, a partire dal concreto del lavoro di Ponte Lambro, si possa recuperare ilnesso tra coesione sociale e capitale sociale, almeno con riferimento al modo in cui assume il concetto di“capitale sociale” Pierre Bourdieu: “L’existence dun réseau de liaisons nest pas un donné naturel, nimême un «donné social», constitué une fois pour toutes et pour toujours par un acte social dinstitution,mais le produit du travail dinstauration et dentretien qui est nécessaire pour produire et reproduire desliaisons durables et utiles, propres à procurer des profits matériels ou symboliques. Autrement dit, leréseau de liaisons est le produit de stratégies dinvestissement social consciemment ou inconsciemmentorientées vers linstitution ou la reproduction de relations socials directement utilisables, à court ou à longterme, cest-à-dire vers la transformation de relations contingentes, comme les relations de voisinage, detravail ou même de parenté, en relations à la fois nécessaires et électives, impliquant des obligationsdurables subjectivement ressenties (sentiments de reconnaissance, de respect, damitié, etc.) ouinstitutionnellement garanties (droits)” (Bourdieu, 1980). 15
  16. 16. Pur non essendo numerosi, questi gruppi hanno messo in campo competenze, risorse ecapacità progettuali molto interessanti e utili per la realizzazione di progetti sulquartiere, soprattutto sul fronte dello sviluppo sociale e del miglioramento della qualitàdella vita. Sin dalle fasi iniziali si sono resi disponibili ed hanno saputo lavorare con ilLaboratorio di Quartiere realizzando iniziative, incontrandosi in appositi tavoli di lavoroe collaborando in una logica di rete. Questi soggetti appaiono tuttavia ancora piuttostodeboli sul piano dell’autonomia e della progettualità. Malgrado ciò, la creazione di unarete di soggetti, o quantomeno la reciproca conoscenza, sono un importante risultato erappresentano un capitale per promuovere più decise azioni di auto-affidamento dellacomunità locale.Il lavoro di avvicinamento al quartiere e lo sforzo di radicamento del Laboratorio perònon è stato privo di ostacoli. L’episodio dell’incendio appiccato alla porta delLaboratorio, in occasione della decisione di Aler di intervenire con lo sfratto di alcunioccupanti abusivi, ne è una prova. Così come è evidente che la presenza in quartiere delLaboratorio è stato uno strumento a favore di coloro che in quartiere, da anni, stavanocontendendo a famiglie legate alla criminalità organizzata il controllo del territorio17.Qui si può cogliere un esito critico dell’azione del Laboratorio: se da un lato è statocapace di suscitare partecipazione e mobilitazione, dall’altro la sua presenza ha in parteindotto comportamenti di delega e richiesta costante di soluzioni anche per piccoleproblematiche della vita quotidiana.6. La casa come politica localeOccorre partire da una considerazione di carattere generale sul ciclo delle politicheabitative nel nostro Paese. Dopo una lunga fase nella quale la questione abitativa erastata nei fatti espunta dall’agenda pubblica, più di recente si è tornati a porrel’attenzione sui caratteri di una “nuova questione abitativa”, interpretata come parte diun più generale problema di esclusione sociale. Alcuni studiosi sostengono che, peraffrontare i caratteri emergenti del nuovo bisogno di casa, occorra dismettere il17 “Una vittoria importante è che oggi la gente non si rivolge più alle “famiglie potenti” ma allaParrocchia o ai vari soggetti attivi qui, tra cui il Laboratorio. Dove c’è il dazio su via Vittorini, ancoracomandano le famiglie mafiose. La percezione che in quartiere comandano loro deve sparire, così come èsuccesso nelle altre parti del quartiere. E il Laboratorio in questo senso ha fatto un lavoro importante”(Antonio Tonani, abitante). 16
  17. 17. principio dell’intervento integrato, una efficace politica per la casa sollecitandopiuttosto un intervento di natura settoriale (Tosi, 2006). In effetti, a fronte dei modestirisultati conseguiti dai programmi di rigenerazione urbana (dai Contratti di Quartiereagli Urban), gli argomenti a favore di un ritorno alla settorialità come principio diintervento per trattare i fenomeni di povertà e di esclusione hanno buon gioco. Sullosfondo di questa riflessione, è emersa la nozione di “housing sociale”, come sistema diofferta capace di rispondere efficacemente ad un nuovo bisogno di casa, composto nonsolo di mura, ma anche di servizi complementari alla residenza (Rabaiotti, 2007).Tra le pieghe di questo dibattito, per chi si occupa di politiche urbane ed è impegnato atrattare i problemi dell’abitare nel concreto di quartieri difficili, sembra opportunoassumere un atteggiamento più prudente, che provi a tematizzare le politiche di housingcome politiche necessariamente integrate: nel senso che sono chiamate a trattare diversedimensioni del problema dell’abitare (fisiche e sociali insieme), che sollecitano ilcoinvolgimento di più attori (le istituzioni, le agenzie tecniche, le imprese, la comunitàlocale, gli stessi inquilini), che non possono prescindere dalla specificità dellecondizioni del contesto, nella misura in cui un punto di vista territoriale è per sua naturaintegrato18. Pensiamo dunque che, a partire dall’esperienza del Laboratorio, sia possibileriguardare alle politiche di housing secondo un approccio multidimensionale,ridefinendole come campo di intervento di natura locale.Da questo punto di vista, è rilevante il contributo che può venire da una struttura dipresidio locale come il Laboratorio di Quartiere, in qualità di soggetto in grado diterritorializzare e radicare in un campo locale specifico molteplici forme di azione(sull’housing, sui servizi, sulla promozione dello sviluppo).Come risulterà chiaro da quanto finora scritto, il Contratto di Quartiere di Ponte Lambronon ha affrontato soltanto le dimensioni fisiche dell’abitare (ristrutturazione efrazionamento degli alloggi esistenti, realizzazione di nuovi alloggi), ma ne ha anchetrattato le dimensioni più propriamente sociali (a cominciare dalla gestione dei pianidella mobilità, fino alla cura del processo di inserimento dei nuovi nuclei nello stabile diUcelli di Nemi 58 e alla progettazione di nuovi servizi complementari alla residenza).In particolare, è possibile affermare che il Laboratorio di Quartiere è stato fondamentaleper la costruzione delle condizioni di fattibilità del progetto: conoscere, accompagnare e18 Riprendiamo qui la definizione di politiche urbane esposta da Fareri, 2010. 17
  18. 18. coinvolgere i nuovi inquilini, condividendo con loro risorse e problematiche di gestionequotidiana, permette di sviluppare una dimensione locale e contestualizzata del progettoche diventi supporto per la realizzazione di azioni sperimentali radicate e tangibili.L’individuazione di un nuovo modello gestionale per l’housing sociale (in particolarmodo relativamente agli aspetti di facility management) si basa quindi anche sullacostruzione ed il mantenimento di una relazione positiva tra proprietario-gestore einquilini, in quanto entrambe le parti possono trarre beneficio e, allo stesso tempo,produrre effettivi miglioramenti rispetto agli attuali standard di servizio.Nello specifico, l’esperienza dello stabile di via Ucelli di Nemi 58 (di cui si dirà alpunto successivo) ha rappresentato in questi mesi di attività del Piano diaccompagnamento sociale, un campo di sperimentazione importante per le modalità nonconsuete di trattare il tema delle assegnazioni, l’accompagnamento tecnico einformativo all’ingresso degli assegnatari nei nuovi alloggi, nonché i rapporti trainquilini e nei confronti delle istituzioni; modalità che, pur rispettando i vincoli che lanormativa e i regolamenti prevedono, hanno generato primi segnali e spazi diinnovazione proponendo possibilità di gestione alternative maggiormente efficacirispetto a quelle più tradizionalmente percorse.7. Il Laboratorio di Quartiere è una “trading zone”?Una domanda finale da porsi riguarda il senso dell’operato del Laboratorio di Quartiere.Che cosa è stato realmente il Laboratorio? Uno spazio fisico aperto agli abitanti, cuipoter porre domande e manifestare esigenze? Un dispositivo che ha permesso l’incontrotra attori diversi (la comunità locale e le istituzioni), gestito da un gruppo di esperti cheha lavorato per costruire ponti tra differenti razionalità, avvicinare i linguaggi e mediaretra interessi spesso confliggenti? Un knowledge hub, che ha sollecitato mutuoapprendimento e dunque ha prodotto innovazione nella gestione di una politica dirigenerazione urbana? Probabilmente, il Laboratorio è stato l’insieme di queste cose, inuna parola una trading zone impiantata nel cuore di un “quartiere difficile”19.19 Il concetto di “Trading Zone” è stato coniato da un filosofo della scienza (Peter Galison). Scrive A.Balducci, che sta sviluppando un programma di ricerca sull’applicazione di questo concetto nel campo delplanning: “Studiando il modo in cui avvengono di fatto i processi di innovazione e cambiamento diparadigma, Galison ha notato che spesso, attraverso l’interazione fra gruppi appartenenti a campidisciplinari diversi con obiettivi e punti di vista diversi, si elaborano forme di scambio che costruiscono 18
  19. 19. In primo luogo, il Laboratorio è uno spazio fisico, facilmente accessibile, situatoall’interno di uno degli alloggi ristrutturati, aperto due giorni alla settimana. AlLaboratorio è possibile rivolgersi senza particolari mediazioni: non si richiede di fissareun appuntamento, non vi sono moduli di richiesta da compilare. Gli abitanti possonoparlare il proprio linguaggio, i componenti dell’equipe territoriale li ascoltano,trasmettono le loro richieste ai soggetti deputati a trattarle (Aler, l’imprese, il Comune,...), si preoccupano di seguire l’iter di tali richieste e di informare il richiedente su tempie modalità con cui la sua richiesta verrà trattata.Una tale modalità di lavoro sovverte le regole di funzionamento delle amministrazionipubbliche, che assumono il cittadino come utente di un servizio, richiedendogli diesprimere le sue domande secondo formati uniformi e di tradurle nel codice linguisticoproprio della burocrazia. Il Laboratorio, da questo punto di vista, apporta unainnovazione di rilievo, introducendo una nuova routine più friendly nei confronti dellacomunità locale.Le stesse strutture del decentramento, come articolazioni del Comune che dovrebberoessere più prossime alla domanda locale, hanno finito per smarrire la propria funzione diascolto e promozione della partecipazione dal basso. Rispetto ad esse, il Laboratorio sipresenta come dispositivo più agile, non burocratizzato e più prossimo alla domandalocale.Il lavoro di traduzione linguistica però non si gioca però soltanto nella direzione dalcittadino verso le istituzioni. Si gioca anche nella direzione contraria, spingendo gliattori impegnati negli interventi di riqualificazione (Comune, Aler, imprese) adassumere pratiche di comportamento maggiormente sensibili rispetto alla specificità delcontesto.Si pensi alla questione delle assegnazioni delle nuove case in via Ucelli di Nemi 5820: ilmeccanismo tradizionale prevede un accoppiamento tra alloggio disponibile e futuroun terreno intermedio in grado di comunicare e creare nuovi artefatti. L’idea di fondo è che l’innovazioneo il cambiamento di paradigma non avviene quando tutti i partecipanti condividono gli obiettividell’azione, ma quando si costruisce una zona di scambio parziale, una trading zone appunto, checonsente innovazioni parziali ascrivibili a strategie anche in conflitto. Non è necessario quindi che ci siapiena condivisione, ciò che consente la realizzazione di un progetto è un accordo limitato che perciascuno può avere significati diversi”. Balducci, 201120 L’edificio di via Ucelli di Nemi 58 è stato oggetto di una ristrutturazione completa, opera che harichiesto lo svuotamento di tutto lo stabile per il periodo dei lavori. Alla conclusione dei lavori (fine2010) si sono resi disponibili 35 nuovi alloggi, tutti di piccole dimensioni. Occorreva riassegnarli a nuoviinquilini, quelli originari avendo scelto il trasferimento in altri quartieri. 19
  20. 20. inquilino basato esclusivamente sulla posizione occupata da quest’ultimo nellagraduatoria. Il Laboratorio di Quartiere, in collaborazione con il Servizio Contratti diQuartiere e l’Ufficio Assegnazioni del Comune di Milano ha provveduto ad individuarealcuni criteri per orientare le assegnazioni a favore delle giovani famiglie ed ai nuclei dinuova formazione, nella convinzione che ciò determinasse importanti condizioni di mixsociale.Analogamente è successo con la gestione del processo di inserimento nei nuovi alloggi,il Laboratorio avendo seguito da vicino l’attivazione dei servizi comuni dello stabile(impianto ascensori, impianto centralizzato delle antenne, avvio dei servizi di pulizia) eha dato supporto agli inquilini nei primi casi di richiesta di manutenzione ordinaria(perdite, malfunzionamento infissi, allacciamento luce e gas).La stessa conoscenza del profilo dei nuovi abitanti (composizione del nucleo famigliare,esigenze specifiche, problematiche particolare da tenere sotto controllo, ...) si èalimentata di una “geografia delle famiglie” costruita direttamente con gli inquilini invarie fasi, prima dell’assegnazione e nelle fasi di insediamento21.Il Laboratorio ha inoltre inteso riconoscere nei nuovi abitanti una “comunità incostruzione”, da accompagnare all’inserimento nel quartiere. è stata realizzata una“Piccola guida del quartiere Ponte Lambro”, per offrire ai nuovi abitanti alcuneinformazioni di base sul quartiere e per fornire loro indicazioni sul cosa significa viverein un alloggio Erp: il quartiere e la sua storia, cos’è il Contratto di Quartiere, servizipresenti in quartiere, regole di convivenza nel nuovo stabile, ecc.Infine, la festa “Benvenuti a Ponte Lambro!”, organizzata alla presenza di alcuniabitanti “storici” del quartiere che hanno presentato Ponte Lambro, ha permesso dirafforzare la conoscenza reciproca tra i nuovi abitanti. L’obiettivo era non solopresentarsi ai propri vicini di casa, ma anche far emergere le capacità dei singoliabitanti. Per questo sono state individuate una serie di competenze potenziali: laconoscenza delle lingue straniere, la cura del corpo, le abilità in cucina, il possesso di unmezzo di trasporto, il taglio e cucito, la cura dei bambini, il giardinaggio, piccoli lavoridi manutenzione degli alloggi, la contabilità. Ciò ha permesso di far emergere risorseper il mutuo aiuto e rendere possibile una presa in carico dei problemi di cura dello21 La “geografia delle famiglie” è una sezione schematica degli stabili interessati dagli interventi, cheraffigura i singoli alloggi dentro i quali sono indicati i riferimenti degli occupanti, le condizioni degliappartamenti, la situazione della famiglia insediata. 20
  21. 21. stabile, nella logica di sostenere forme di autogestione.Avere dato ampia centralità al tema “casa” all’interno del Contratto di Quartiere, hapermesso di addentrarsi nei luoghi della vita privata e di oltrepassare i muri reali esimbolici che separano queste case dal resto del quartiere e della città. Ci sembra chequesto sia stato fatto in forme non scontate e banali, riconoscendo la complessità delletrame abitative e la loro irriducibilità a forme di intervento standardizzate22.Quello che è emerso, attraverso un contatto diretto con i singoli nuclei famigliari e conil loro ambiente di vita, è un mondo plurale, fatto di differenze, di situazioni specifiche,di singoli episodi. Entrare in contatto con queste diverse situazioni e cercare di trattarleall’interno di un quadro di riferimento comune è stata una sfida interessante che si èintrapresa a Ponte Lambro. L’esperienza rimanda alla capacità di trovare il giustobilanciamento tra la radicale specificità delle singole situazioni, conosciute e incontratepersonalmente, e un ragionamento di carattere comune, che ha disegnato ipotesi ditrattamento utilizzando gli strumenti delle politiche pubbliche.Per mettere la complessità delle trame abitative al centro del progetto diriqualificazione, in un contesto in cui l’abitare è una pratica sempre meno corredata dauna tradizione in grado di indicare percorsi certi, è necessario cercare questo equilibrio.Quello tra popolazione e territorio è infatti un rapporto in continuo divenire, che vacontestualmente indagato e non può essere definito in modo univoco: “popolazione eterritorio non possono essere considerati come dati prima e al di fuori(indipendentemente) del rapporto in cui entrano: che è di mutualità e reciprocità”(Crosta, 2007, p. 78).Molte ricerche sull’abitare sottolineano la centralità di queste differenze: il terminerimanda a forme variegate e complesse, assume i connotati del mestiere fatto diespedienti e tattiche (Granata, 2005), di una relazione complessa con l’ambiente e lacapacità di risposta a condizioni date (Bianchetti, 2009). Anche alcuni studi sullepolitiche abitative si riferiscono inoltre all’opportunità di considerare, al di là dellesingole variabili che definiscono la qualità dell’abitazione, un articolato insieme dielementi attraverso i quali l’abitare assume valori e significati, quali ad esempio quelliche identificano l’abitazione, il rapporto dell’abitante con la casa, le relazioni familiarientro cui si costituisce questo rapporto, il campo locale dell’intorno residenziale e la sua22 Abbiamo cercato di interpretare una cultura del progetto in grado di ricostruire i problemi e cercareforme di risposta attraverso un approccio integrato (Laino, 2005). 21
  22. 22. complessa inscrizione nel campo territoriale più vasto (Tosi, 1994; Cremaschi, Tosi,2001).In questa prospettiva, fare riferimento ad eventi empiricamente riconoscibili, guardareda vicino e da dentro, divengono alcuni degli elementi per provare a decifrare sul campoquesta complessità. Questo approccio, ampiamente praticato nel progetto per PonteLambro è allora un’opportunità per esplorare modalità che, per quanto da tempoinvocate nelle teorie e nei discorsi disciplinari, sono ancora poco praticate dallaprogettazione e dalle politiche urbane.Un ulteriore elemento di interesse in questa direzione è legato alla formazione didispositivi in grado di costruire un ponte tra il linguaggio dell’esperienza pratica e ilpiano delle politiche, attraverso la valorizzazione delle singole eccezionalità, ma anchela costruzione di rappresentazioni sintetiche, che riescano a rendere utilizzabili relazionidirette e conoscenza di dettaglio. Ci sembra che alcuni strumenti messi a puntoall’interno del Contratto di quartiere di Ponte Lambro (si pensi ad esempio alla“geografia delle famiglie”, vedi nota 20) si muovano in questa direzione.8. Conclusioni: lezioni appreseNel suo ultimo libro, Carlo Donolo ricorda come una via d’uscita dalla crisi di naturacognitiva che investe l’Italia possa “venire solo da istituti di welfare che leghino curadei mali sociali, accompagnamento capacitante, pratiche di libertà positive, autonomieindividuali e collettive” (Donolo, 2011, p. 160).Dal nostro punto di vista, sullo sfondo delle riflessioni di Donolo, ci pare possibileevidenziare alcune lezioni apprese in questi anni di lavoro locale, che speriamo utili perl’esercizio di riflessioni di carattere più generale sui temi dei processi di rigenerazionenei quartieri problematici e della costruzione di coesione sociale: a. la visibilità del cambiamento: non si danno impatti significativi di rigenerazione, compreso l’incremento del senso di appartenenza al proprio ambiente, in assenza di una trasformazione fisica dell’ambiente costruito; b. l’importanza di un lavoro di prossimità, svolto con e tra gli attori e, nello stesso tempo, l’acquisizione di una giusta distanza, che consenta di operare costantemente la ridefinizione del problema: senza radicamento coniugato con 22
  23. 23. un fertile reframing, il lavoro nei quartieri rischia di essere sterile, al più anima eventi ma non produce innovazione e non si fa veicolo di coesione; c. la reinterpretazione costante del mandato ricevuto dal committente: fare le cose richieste non esime dall’interrogarsi sui limiti della propria azione, ma anzi sollecita un atteggiamento riflessivo, che apra verso dimensioni non esplicite nel mandato ricevuto, quali ad esempio networking e capacity building; d. la crucialità di un approccio progettuale, che coniuga accompagnamento ai processi di rigenerazione e policy design:interrogarsi sugli impatti che la propria attività produce e orientarli positivamente richiede competenze da analista delle politiche che sappia, ad esempio, reinterpretare politiche di settore in chiave integrata e locale (è il caso dell’housing); e. la predisposizione di specifici dispositivi (policy tools) di indagine e di intervento, che qualifichino il Laboratorio di Quartiere come una “zona di scambio”, dove diversi attori, forme di conoscenza, sistemi di preferenze e di obiettivi, strategie di azione possano utilmente incrociarsi e dare luogo a forme di apprendimento, dunque di incremento del capitale sociale e della coesione nella comunità.Riferimenti bibliograficiBalducci A. (2011), “Trading Zone: un concetto utile per alcuni dilemmi della pianificazione”, XIV Confenenza della Società Italiana degli Urbanisti, Torino, 24- 26 marzoBianchetti C. (2009), “Quantità e quiete. Il discorso ideologico sull’abitare”, in Archivio di Studi Urbani e Regionali, n 94Barca F. (2009), An Agenda for a Reformed Cohesion Policy, A place-based approach to meeting European Union challenges and expectations. Independent Report prepared at the request of Danuta Hübner, Commissioner for Regional PolicyBourdieu, P. (1980) “Le Capital Social. Notes Provisoires”, Actes de la recherche en sciences socials, n. 31Cognetti F. (2009), “Accanimento terapeutico”, in Laboratorio Città Pubblica, Città pubbliche. Linee guida per la riqualificazione urbana, Bruno Mondadori, Milano. 23
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