Your SlideShare is downloading. ×
Senza Titolo
Upcoming SlideShare
Loading in...5
×

Thanks for flagging this SlideShare!

Oops! An error has occurred.

×

Introducing the official SlideShare app

Stunning, full-screen experience for iPhone and Android

Text the download link to your phone

Standard text messaging rates apply

Senza Titolo

448
views

Published on

Published in: Education, News & Politics

0 Comments
0 Likes
Statistics
Notes
  • Be the first to comment

  • Be the first to like this

No Downloads
Views
Total Views
448
On Slideshare
0
From Embeds
0
Number of Embeds
0
Actions
Shares
0
Downloads
8
Comments
0
Likes
0
Embeds 0
No embeds

Report content
Flagged as inappropriate Flag as inappropriate
Flag as inappropriate

Select your reason for flagging this presentation as inappropriate.

Cancel
No notes for slide

Transcript

  • 1. [SENZA TITOLO]di JULA LAURA DE SANCTIS e GIUSEPPE LAMOLA A Lucia, che ha tenuto in piedi lo specchio, perché potessimo raccontarne. "Finché il sole non si spegnerà, io sarò con te!" mi disse. E nacque la speranza. Subito dopo, il cielo ebbe la brillante idea di trasformarsi in buio pesto. (da "Alla faccia di eclissi e solitudini", di Joe Cometa) 15 settembre 2008, ore 22.30 È un giorno come tanti…Sono stanchissima, ma finalmente a casa! (Casa?) Respiro a pienipolmoni questa stanza enorme, le pareti verdastre e impersonali. Respiro il fastidioso odore dinaftalina che emana quest’armadio decadente e mal rifinito. Osservo la piccola scrivania chelotta quotidianamente contro la sua vecchiaia per reggere tutti i miei libri. L’unica cosa che miricorda vagamente una casa è la piccola pianta, che sopravvive nonostante tutto. Come me.No, questa non è la mia casa! Certo, è sempre meglio della mia vecchia ‘cella’, minuscolastanza in un appartamento che condividevo con Michela, una quarantenne filo new-age fuoridi testa. Ogni giorno aveva idee strampalate, sempre a proporre nuovi modi per meditare eriflettere sul cosmo. È stata una liberazione andarmene da lì (senza nemmeno avercimeditato a sufficienza!)… Ma non è stata certo quella la fine dei miei problemi. Oggi, come ogni giorno da sei mesi, arrivo in ufficio alle 8.30. Nemmeno il tempo dicontrollare la mail, che mi sento chiamare. E’ il capo. Chiara Bonsanti, direttrice del Museo delBorgoantico nella settentrionalissima città di Cima. La cosiddetta donna in carriera, managerrispettato nell’ambiente (un ambiente chiuso, di gente tutta con la puzza sotto il naso, a cuifarebbe bene aprire la finestra ogni tanto...). Mi fa: “Simona, so che sei super-impegnata conle ricerche per il nuovo catalogo della mostra (che ti super-impegni a fare poi, se sul catalogoci sarà solo il nome mio...?), ma c’è un’urgenza…Oggi arriva un gruppo di circa trenta personequi al museo e mi manca una guida valida. Sai, è gente importante, ci sono anche un paio diassessori, imprenditori, gente che finanzia…Devi occupartene tu, cara. Te lo dico da ora,perché sai, dovresti far fare un giro ed esporre il tutto in inglese: alcuni di loro sonoamericani… Insomma, mi raccomando non mi deludere. Dai, hai un po’ di tempo perprepararti, arriveranno alle 16 (anzi, visto che ti trovi, perché non mi vai a fare un bel caffè?).Ovviamente mi dispiace bloccarti proprio oggi, che hai il pomeriggio libero, ma capisci, èun’urgenza, ho proprio bisogno di te. Mica avevi altri impegni?”. Non mi lascia nemmeno iltempo di rispondere, si volta e se ne va. (Figurarsi, IO altri impegni? Come se potessiaddirittura aspirare ad avere il lusso di condurre una mia vita autonoma al di fuori di qui...) In un istante la mia mente è travolta da miliardi di pensieri. Poi mi focalizzo su un solotermine, FLESSIBILITA’. Il modo moderno e legale per dire ‘sfruttamento’. Ho un contratto 1
  • 2. ridicolo, dopo uno stage semestrale (STAGE = vedi alla voce ‘beneficienza’ o ‘lavoro nonretribuito’ o ‘speriamo che prima o poi mi assumano e vada meglio’). Per continuare alavorare in questo posto ho fatto domanda per il servizio civile, ed eccomi qui. Guida delMuseo, responsabile della catalogazione, organizzatrice di mostre, all’occorrenza addetta allebevande e alle fotocopie. Il tutto per circa quattrocento eurozzi al mese. Il mio tempo libero?Faccio la baby sitter. E parlo al telefono. Con la mia famiglia (una famiglia ormai moltovirtuale), le mie amiche, e chiaramente Luca. Ho una laurea in Scienze dei Beni Culturali. Frequentare l’università, un’universitàprestigiosa, per me è stato come scoprire un nuovo pianeta. Non ho mai perso una lezione,ho sempre preso il massimo dei voti e mi sono laureata in tempo. La prima del corso,l’orgoglio della famiglia. I professori che mi coinvolgevano spesso in progetti extra. Non homai fallito. Oggi vedo la mia osannata bravura come un limite…Mi offuscava la visuale, cosìnon mi rendevo conto dei miei limiti e del fatto che fuori, laurea in mano, non sai che fartenedei complimenti, delle lodi, della giovane età: il lavoro non c’è! Chi lo dice che se uno è bravo,qualcosa da fare lo trova? Mah. Posso solo dire di aver studiato cose che amo, visto mostre egirato in lungo e largo quasi tutti i musei d’Europa! E ogni città mi ha detto qualcosa, conognuna ho iniziato un discorso di conoscenza che forse non avrò mai l’occasione di finire (adesempio, ho capito che a Londra forse sono tutti single: possibile che non abbiano il bidet danessuna parte?). E ora, nonostante il mio impegno, mi tocca ancora chiedere i soldi a miopadre per uscire a farmi una pizza… Alle 16.30 arrivano: un gruppo d’omoni circa quarantenni e di donne impellicciate edingioiellate, tutti convinti che il cospicuo conto in banca e i soldoni che straripano dalle taschebastino a far balbettare il prossimo d’invidia. Comunque, comincia il giro. Molti, almenoall’inizio, fingono interesse, alcuni parlano in un inglese strettissimo, uno di loro blateraqualcosa a proposito d’arte greca e spolvera lontane reminiscenze scolastiche (tra l’altro perla maggior parte inappropriate ed inutili). Un altro addirittura farfuglia qualcosa tipo: “Io avreioptato per un relativismo ragionato, piuttosto che questo assolutismo ottenebrante” (Chissàin che programma tv avrà sentito questa frase…). Mi hanno sempre insegnato che l’arte vera è per pochi, una faccenda d’elite, purtroppo, mabisogna renderla accessibile a tutti, anche ai profani. Ormai non faccio più caso agli sbadigli,al continuo sguardo all’orologio o a chi, passando davanti alle più grandi opere d’arte, lestesse che riescono a farmi commuovere ed emozionarmi e trattenermi qui, alza la mano e(invece di disquisire con me riguardo la psicologia dell’autore dell’opera) mi chiede: “Scusi,non c’è un distributore automatico di merende nei paraggi?” (Un po’ col tono dell’alunno ingita, che chiede alla maestra quanto tempo ci vuole per arrivare alla prossima stazione diservizio per fare il bisognino). E poi, mentre mi infervoro a parlare della disperazione che haspinto l’autore a dipingere il tutto, del suo malessere di fondo, del suo sentirsi estraniato edistaccato da una società in cui non è mai riuscito ad integrarsi, e proprio mentre scavo nelprofondo di me stessa per cercare descrizioni pertinenti…Iniziano a confabulare qualcosa!Hanno fame e mezz’ora dopo c’è una cena prenotata nel miglior ristorante della città, colsindaco e la cara direttrice del museo. A quel punto li ho congedati. In alcuni (tutti?) mi èanche sembrato di cogliere un sospiro di sollievo. 2
  • 3. Sono tornata in ufficio, ho preso le mie cose e sono uscita. Mi ha raggiunto Chiara perricompensarmi (a parole, ovvio): “Grazie. Ci vediamo domani, abbiamo molto lavoro da fare,mi raccomando, puntuale!”. Fortuna che poi a casa Consuelo, la mia coinquilina, mi ha preparato la cena…l’unicoabbozzo di calore familiare in tutta la giornata. Che forza della natura, Consuelo! Anche leinella mia stessa barca: è qui a fare un master, sogna di diventare restauratrice. Come me,lontana dal suo paese, la Spagna. Ma nonostante tutto, trova un motivo per scherzare, esserefelice: riesce sempre tirare anche me su di morale. “Bè, almen nessuno de losotros ricones teha riso en façia!” (correggo: riesce quasi sempre a tirare anche me su di morale!) 17 settembre 2008, ore 19 Oggi è uno di quei giorni per cui vale davvero la pena essere qui. C’è stato l’incontro colgrafico per la stampa del tanto atteso catalogo sulla mostra che si terrà il prossimo anno.Chissà io dove sarò…Questo lavoro mi piace tantissimo, peccato che non siano previsteassunzioni e che sia così lontano da casa e…Vabbè, oggi voglio (devo) essere positiva,godermi qualche piccola soddisfazione. Dopo mesi di ricerche, stesure di bozze, tiraemolla, oggivabenedomanino,tiavevodettodicorreggerenoanziriscrivitutto e oggiètropposinteticodomaniècosìprolisso e stresse delusioni e arrabbiature e camomille e serate passate in biblioteca o in archivio o suinternet, ore e ore per poi un giorno vedere il proprio nome scritto piccolissimo sull’ultimapagina di un libro che forse nessuno leggerà…Dopo tutto questo, oggi è stata una verasoddisfazione! Finalmente qualcosa di concreto. Che emozione scegliere il formato, lacopertina. Posso solo lontanamente immaginare cosa può provare un pittore quando ha finitola sua opera e si ferma un attimo a guardare la sua ‘creatura’ completa, ben formata, un’ideache prende sostanza ed assume vita propria. Per festeggiare stasera cena da Teresa, la mia collega, che vive qui (ed ha una bellissimabambina, Laura, di 3 anni). Sul lavoro è l’unica vera amica che ho trovato. Sta al Museo dadue anni, ha iniziato con un progetto a tempo determinato che ora sembra esser diventatoindeterminato. Così indeterminato che non sa mai a che ora torna a casa. Ed io che milamento del mio lavoro: chissà che ne pensa la piccola Laura, invece, degli orari assurdi dellamadre, della babysitter, dell’ansia di non arrivare alla fine del mese… (Sicuramente peròavrebbe potuto esprimere il suo disappunto sindacale in maniera diversa, piuttosto chevomitarmi l’intero contenuto della cena sul pantalone nuovo. Vabbè, non le farò fare piùl’aeroplanino…) Come vorrei che ci fosse anche Luca qui, a volte lo sento così lontano. E non parlo solo ditutti i chilometri che ci dividono: è che in alcuni momenti mi sento davvero sola, incompresa.L’ho chiamato piena d’entusiasmo e lui, invece di ascoltarmi, si è lamentato tutto il tempo delsuo capo, un altro isterico frustrato che (quasi per contratto) tormenta poveri ragazzi comelui. Sono stata ad ascoltarlo finché non mi ha detto che era stanco, che voleva andare adormire. (E allora no, dico, non mi chiedi nemmeno come sto??!?) A quel punto mi sono a dir 3
  • 4. poco incacchiata, incavolata, imbelvita. Non è possibile che tu sia sempre concentrato su testesso e sui tuoi problemi, per una volta potresti fingere un minimo vago interesse e provaread essere felice per me…E’ chiedere troppo??? Così, a mente in tempesta, gli ho chiuso iltelefono in faccia. 18 settembre 2008, ore 22 Oggi ero a lavoro, sommersa dalle scartoffie, quando è arrivato in ufficio un fattorino…Edera per me! Non ho mai ricevuto posta personale sul lavoro, e m’è sembrata davvero stranala faccenda (anche perché ormai la posta chi la usa più?). Era un plico, senza il mittente. L’hoaperto e ci ho trovato dentro una foto stupenda, una polaroid. Io e Luca al mare, cinque annifa. Innamorati, vicini, giovani. Oltre alla foto, un biglietto del treno per domani pomeriggio,per raggiungerlo a Trecase, e un foglietto di carta con su scritto: “Non lasciamoci travolgere dallo stress, dal lavoro, dalla lontananza. Rifugiamoci in NOI,nell’eternità di quell’attimo di luce che può nascere solo dallo stare insieme, io e te ebasta…Buon anniversario, amore! Ti aspetto. P.S. Ti ricordi che belle le polaroid? Peccatoche non ne facciano più...” Sono scoppiata a piangere. Se ogni volta si facesse perdonare in questo modo, sarebbedavvero stupendo litigare per ogni minima scemenza (Quasi quasi divento irascibile!). Non vedo l’ora che arrivi domani. Cercherò di non pensare al fatto che avremmo potutofesteggiare insieme oggi. Sono passati sette anni da quando ci siamo messi insieme, mentresono ormai quattro anni che odio le stazioni e i telefoni e gli sms e i weekend e dormire dasola la notte. Nonostante tutto, però, lamore è un virus, e io e lui ci infettiamo a vicenda dicontinuo, tossendoci addosso quello che deteniamo dentro. Luca mi ha sempre detto di cercare negli sguardi che fotografa qualcosa che lo sottraggaalla ‘immensa solitudine di cui è permeata la nostra quotidianità’. Si appende in camera iprimi piani della gente che coglie in strada con la sua 35 mm. Ma (e non capisco perché) ionon ci sono mai! Eppure è proprio grazie ad una foto se stiamo insieme. Ricordo così bene la prima volta che l’ho visto. In realtà io non l’avevo notato per niente.Eravamo ad un corso di fotografia a Trecase. Mi ci ero iscritta quasi per caso, anche stimolatada alcune amiche, lui invece era tutto preciso e coinvolto, prendeva appunti. Si avvicinò a mea fine lezione e mi chiese: “Hai gli occhi di chi sa affrontare l’abisso. Ti piacerebbe posare perme?”. Io gli risposi che non avevo capito granché di ciò che m’aveva detto, ma comunquec’erano i miei amici che mi stavano aspettando. E me n’andai. Non feci caso, apparentemente, a quell’episodio. Ma solo apparentemente, perché in realtàavevo memorizzato a livello subliminale quelle informazioni e le avevo lasciate lì nei mieineuroni a sedimentare. Così, forse fu anche per quello che quando tempo dopo un mio amicomi invitò alla serata finale di un concorso fotografico, ci andai con piacere. Immaginate il miostupore nel vedere il mio sorriso appeso su una parete, lungo quasi un metro (e sì che mi eragià spuntato il dente del giudizio, ma non pensavo d’avere tutti quei denti). Incredibile! Mi 4
  • 5. giro, e c’è lui che se la ride. Mi aveva fotografato di nascosto e ne era uscito un capolavoro!“Vuoi che sia io il tuo abisso?”. Proprio questo mi disse. Tra il romantico ed il serial killer.Come mi aveva colpita però. Il mio parlamento interiore, volgarmente chiamato cervello,aveva già votato segretamente a suo favore, però iniziò ad emanare leggi per la salvaguardiadel mio apparato cardiovascolare: mi imposi di non baciarlo, di non avvicinarmi troppo a chiavrebbe potuto rubare il mio cuore con disarmante facilità. Anche se non era facile starglilontano. Uscimmo in strada. Parlammo tanto. Anzi, io parlai tanto che alla fine mi dava fastidio ilsuono della mia voce. Lui stette per la maggior parte in silenzio, rapito, a osservare i mieimovimenti, a fotografarmi con gli occhi, a rendermi speciale. Così a un certo punto mandai aquel paese la razionalità, le leggi, l’apparato cardiovascolare, i piedi di piombo e la sfiga. E lobaciai. Senza smettere. Per un bel po’. Ed ancora ora, non so come faccio a respirare quandole nostre bocche sono distanti. 19 settembre 2008, ore 17 Sono in treno, ormai scrivo ovunque. Ho sonno. Sono partita alle tre e mezza e tra ‘sole’quattro ore (circa duecentoquaranta minuti) sarò a Trecase. Mentre vedevo gli alberi scorrereveloci dal finestrino, e le gallerie e le case, ho pensato che in fondo né Van Gogh né Picassosapevano che sarebbero diventati famosi un giorno, dopo la loro morte. Ecco cos’ho incomune con loro: anchio farò fortuna (ma ancora non lo so, ovviamente!). Prima accanto a me c’era una ragazza. Vedendo che leggevo un libro d’arte contemporaneami ha chiesto delle informazioni riguardo l’università. Pensava fossi un’insegnante (“Puòchiamarmi professoressa, prego, chieda pure!”), voleva saperne di più a propositodell’Accademia delle Belle Arti. Tra un paio di mesi iniziano i corsi, si è appena iscritta. Mi haraccontato la sua grande passione per la scultura, di come ha dovuto lottare coi suoi genitori(avvocati di successo e senza grilli per la testa) per seguire la propria strada…Alla fine però cel’ha fatta. E forse era stata una liberazione anche per i genitori, che ormai erano stanchi dinon trovare chiavi, posate, elettrodomestici, che finivano a far parte delle sue ‘opere’incomprese. Ora si calava nel ruolo della studentessa fuori sede e i suoi non avrebbero piùdovuto rivolgersi all’ufficio Oggetti Smarriti o fingersi contorsionisti per passare dal corridoiospesso occupato dalle sue sculture (o cambiare serratura alle porte quando sparivano lechiavi!). Il suo enorme entusiasmo per un attimo ha spazzato via la mia frustrazione, come un dolcenaufragio. Nella mia mente non c’era più posto per stage, scuole di specializzazione, master,conti a fine mese, problemi di lontananza, la storia che l’arte non paga e te lo doveviaspettare, cosa pretendevi, avresti dovuto fare qualcosa di più concreto tipo economia e blabla bla…Ho chiuso gli occhi e c’ero io, dieci anni fa, quando ho lasciato il mio paesino lontano,Terravecchia. Un posto troppo piccolo per restarci e troppo grande per non aver voglia ditornarci. Era il periodo della mia vita in cui mi svegliavo in due tempi: prima aprivo gli occhi esolo dopo smettevo di sognare (il fatto è che spesso tra i due momenti passava linteragiornata). Paura, entusiasmo, voglia di nuove esperienze e di staccare dal paese, dai 5
  • 6. pregiudizi, dalle attività in parrocchia, e perché no, anche un po’ dalla mia famiglia…tuttoquesto c’era nella mia valigia allora (Bè, ovviamente c’erano pure calzini e dentifrici!). Misentivo così fortunata ad andarmene. La maggior parte delle ragazze della mia età coltivavaun solo sogno: sposarsi! Un matrimonio conforme alle chiacchiere del paese, con un’opulenzae uno sfarzo direttamente proporzionali agli anni di sacrifici fatti dai genitori per racimolaresomme improponibili da sperperare in un unico giorno! Le guardavo avvinghiarsi ai lororidicoli quanto vacui destini: nessuna di loro avrebbe mai visto un’opera d’arte da vicino nédiscusso riguardo pittori, scultori, architetti. Avrebbero messo il naso fuori da casa solodurante il viaggio di nozze o per qualche sbadata e inconsistente vacanza…Ecco cosa pensavodelle mie coetanee. Ed invece, ora, io, non mi riconosco più! Ho ridimensionato le mieambizioni, i miei desideri. Non so che darei per vivere con Luca e, perché no, sposarlo, mettersu famiglia. Altro che carriera e master e ambizioni (e frustrazioni). Sarei felice in unmonolocale con quattro figli, a cucinare pasta al forno e lavare i piatti tutto il giorno (ma nesarei davvero capace? Non so più chi sono! A volte mi sembra di portare avanti unesistenzasenza prospettiva, di cui ogni angolatura potrebbe essere quella giusta per visualizzarelinsieme...ma anche quella sbagliata!). 20 settembre 2008, ore 8.30 Luca è accanto a me, sta dormendo. Gli ho rubato la sua inseparabile Reflex dalla borsa egli ho scattato una foto. Volevo fermare questo istante. E’ stato proprio lui ad insegnarmi acogliere l’attimo e renderlo eterno in un’immagine. In questo periodo, cerco di godermi apieno questi pochi istanti di intensa felicità. Così va a finire che quando vengo da lui quasi misento in colpa a dormire troppo…E allora eccomi, già sveglia, dopo circa 5 ore di sonno, sonoanche andata al bar a comprare i cornetti, così appena lui si sveglia li trova (già so che nonavverrà prima di mezzogiorno, e questo sarà il suo aperitivo!). Mi manca talmente tantoquando sono a Cima che passerei l’intera giornata così, a letto, a guardarlo dormire. Poi tradue giorni già riparto, quindi devo fare il ‘pieno’ per sopportare un’altra settimana senza dilui… Ieri sera quando Luca è venuto in stazione, è stato come un raggio di sole nel buioammuffito che mi aveva ricoperto nell’ultima settimana. Il tempo si è dilatato fino a farmiparere che fossero passati interi mesi da tutti i piccoli traumi quotidiani che avevano atterratoil mio umore. E i significati delle cose si sono dissolti nel nostro abbraccio. Purtroppo abbiamo avuto poco tempo per stare insieme. Luca doveva stampare delle fotoda consegnare in serata. Riflettevo sul fatto che lui sa affrontare meglio di me le difficoltà, èpiù pronto! E le sue sono doppie, visto che ha due lavori. La laurea in Psicologia gli permettedi lavorare in una comunità di recupero per tossicodipendenti, un’esperienza totalizzantequanto difficile, che lo riempie di soddisfazioni e di responsabilità, il tutto per una miserapaghetta. Poi ‘lavora’ in questo studio fotografico. In realtà gli danno solo un parzialerimborso spese, ma lui è felice perché ha la possibilità di stampare, usare macchinefotografiche costosissime. Il fotografo con cui collabora, Andrea, è molto affezionato a Luca. Eanche a me. In pratica ci ha adottati. Ha circa sessant’anni e non ha famiglia. Si può definirloun hippy, un reduce del sessantotto ormai in pensione di servizio, che ha vissuto unesistenzastupenda. A 18 anni ha lasciato tutto si è girato a piedi mezza Italia, poi l’Europa in bici, e 6
  • 7. infine gli altri continenti in treno (era stanco...), sempre alla ricerca di volti e paesaggi daimmortalare, col suo desiderio di libertà a fargli da bussola e da compagnia. Verso i quarantaa dovuto ‘mettere la capa a posto’, mettere radici da qualche parte…Ma non ha abbandonatole sue passioni. Ne ha fatto un lavoro. Per arrivare a fine mese fa il fotografo di professione.Certo, all’inizio era un tormento per lui occuparsi di matrimoni e battesimi: tutte quelleformalità, quelle pose predefinite e poco naturali erano una vera e propria violenza per i suoiocchi, fino a quel momento abituati alla ricerca di immagini vere e libere…(Ma bisogna purcampare, in fondo, no?) Luca ne aveva sentito parlare e aveva visto i suoi scatti su un blog. Ne era rimastostupefatto, così ha vinto la timidezza ed è andato nel suo studio a chiedergli se poteva fareuna sorta di stage. Avrebbe fatto di tutto pur di imparare qualcosa da lui. E Andrea, vista lasua determinazione, ha accettato. All’inizio era solo un commesso, consegnava le stampe aiclienti, li riceveva. Poi Andrea ha guardato alcune sue foto, gli ha riconosciuto un grantalento, mentre gli rimproverava scarsa applicazione nelle tecniche. Così sono iniziate le‘lezioni’. Dopo il lavoro, Andrea ha iniziato ad insegnargli tutti i segreti del mestiere. Hannosempre avuto molto in comune: sono entrambi nostalgici delle pellicole, usano le digitali soloper dovere... E strano pensare che prima era solo un passatempo, per Luca. Ora partecipa a tutti iconcorsi possibili e molti li ha anche vinti, sta diventando pian piano ‘famoso’, ha un sitofrequentatissimo ed è contento perché inizia a pensare di farlo come professione (ci sono sintroppi psicologi in giro!). A volte mi sento assalita dai sensi colpa perché provo invidia per lui:la sua passione è il gioco vincente che vale la candela, la mia è la goccia amara che può fartraboccare il vaso. Spero solo di non arrivare al punto in cui la mia goccia spegnerà anche lasua candela, sarebbe ingiusto! Col tempo comunque ho imparato a trovare dei diversivi mentre lui è allo studio. Ieri adesempio ho chiamato Anna, unottima amica che vive qui, e ci siam fatte un breve giro. Cisentiamo molto spesso per telefono e quando vengo a Trecase è dobbligo fare le stupide perstrada, come quando eravamo solo piccole matricole spensierate! Caffé, giro per negozi discarpe (a guardare le vetrine, emozionate come due maschi adolescenti a una sfilata dimoda!), chiacchiere e risate e chiacchiere e risate...(Ecco come passiamo il tempo quandosiamo insieme!). Poi, a un certo punto, le viene la ‘brillante idea’: comprare un gratta e vinci!Pensavo, perché no, stavolta ci cambia la vita. Ero convinta daver già retribuito a sufficienzail mio fato, a furia di banconote di sfiga…Invece evidentemente non avevo ben calcolato gliinteressi: per un solo numero non abbiamo vinto una cifra con tanti di quegli zeri da fartisubito rinunciare a capire quanti soldi sono. Ma in fondo, che saranno mai i soldi...Luomo èriuscito a creare dal nulla questi oggetti famelici chiamati ‘denaro’ che riescono a renderciinvidiosi, generare fazioni e sudditi, causare guerre e morti. Come se tutti avessimo riversatoin questi illustri pezzi di carta le nostre pulsioni e aspirazioni. Senza desideri nei confronti diqualcosa di più concreto (occhei, lo so, ora sto disprezzando, ma solo perché ho perso, che seinvece si fosse vinto, altro che filosofia spiccia!). Nelle tristezza, ce ne passammo poi per un pub, e per tirarci su di morale bevemmo un po’.Per pudore vi risparmierò la parte in cui poi mi sono travestita da Marylin Monroe, ho urlato infaccia ad un poliziotto e sono andata al concerto di una boyband in piazza a strapparmi icapelli (anche perché, ovviamente, non è vero niente di tutto ciò!)... 7
  • 8. 21 settembre, ore 20 Oggi pomeriggio Luca mi ha portato nella ‘stanza magica’ (che taluni volgarmente chiamanocamera oscura). Quel luogo assume per lui il ruolo di una sala parto, con quel senso quasi disacralità a permeare l’atmosfera: un vero e proprio rifugio dal deserto del mondo esterno. Cisi dimentica del tempo che scorre e di tutto il mondo là fuori, delle persone lontane, deiproblemi sul lavoro. Per una persona impaziente come me è stata una sorta di sedutapsicanalitica…All’inizio Luca ha cercato di spiegarmi la storia del bromuro d’argento, di cosa ècomposta la soluzione del bagno di sviluppo (!?!), ma, dopo essersi accorto che non ci capivoniente, ha lasciato perdere le spiegazioni e mi ha istruito riguardo cosa assolutamente nondovevo fare, toccare, spiare (avevo il permesso di star ferma però!). È stato magico, soprattutto quando da un semplice foglio bianco, passato in varie vaschettecontenenti strani liquidi, compare un’immagine…Ero io! Una foto scattata per strada, eroincavolatissima perché avevo avuto un colloquio di lavoro e mi ero beccata il solito: “Lefaremo sapere…” (tradotto: "Ti illudi sul serio di risolvere la tua vita con un colloquio dilavoro? Troppo semplice e troppo facile!"). Luca dice che quando sono arrabbiata faccio unastrana smorfia carina, e quel giorno aveva voluto catturarla. Io stavo lì a guardare a boccaaperta la foto, manco fossi la bambina di E.T.…(E quando stavo per prendere la foto senzaaspettare che sasciugasse, sè arrabbiato proprio come un alieno…). Alla fine, il fatto cheabbia condiviso con me quella stanza, ha reso "magico" lintera giornata! 22 settembre 2008 ore 5 E lunedì. Si ricomincia… Ho già detto che odio la violenza? Soprattutto quando potrei esserne io la vittima! Eppuresono stata picchiata in faccia dal mio destino, che mi ha allontanata di nuovo da Luca. Hoormai superato le ferite evidenti, e sono pronta per il nuovo round: il ritorno al lavoro. Scrivo dal treno di ritorno a Cima. Il mio weekend è finito in un niente. Fortuna che ho ilturno di pomeriggio al lavoro, oggi. Arriverò appena in tempo per posare le valigie ed iniziaread essere schiavizzata da una donna talmente nevrotica da aver più adrenalina chebuonsenso nel sangue. Bentornata nella tua vita, Simona (Finirà mai questa insoddisfazione?Questo circolo vizioso, questa ricerca di cui non vedo una meta?). UN ANNO DOPO 21 settembre 2009, ore 16 Ora vivo a Rivolo. Mi sono iscritta a una scuola di specializzazione. Chiedo ancora i soldi amio padre per ogni pizza che voglio comprarmi (soprattutto lamata quattrostagioni, adessere precisi. Forse è colpa del mio salvadanaio che non riesce a trattenere i miei soldi perpiù di una settimana? Sarà bucato?). Vivo metà delle mie giornate sui treni, ormai. Luca èancora a Trecase, ma forse da gennaio si trasferirà qui...Bè, lo spero almeno! Non ho ancoraun lavoro (credo che a breve però chiuderò la mia laurea in un cassetto e potrete trovarmi 8
  • 9. alla cassa dei Grandi Magazzini!). Sarebbe tutto più facile però se, tornando a casa la sera,trovassi Luca qui! Nella mia nuova cameretta ho appeso un quadro, che mi ha regalato la mia migliore amica,Elisa. Poche persone al mondo conoscono i miei gusti bene come lei. E’ la riproduzione di“Senza Titolo”, un acquerello dipinto nel 1910 da Kandinskij. Può essere considerato la primaopera astratta. ("LAstrattismo, a differenza dei precedenti movimenti davanguardia, non sipropone di interpretare la realtà: vuole invece semplicemente creare immagini nuove. Lartediventa autonoma espressione della psicologia emotiva delluomo. Le figure astratte sonopura invenzione dellartista. L’acquerello si presenta intenzionalmente come uno schizzoinforme, quasi uno scarabocchio infantile, come una composizione gioiosa, eseguita di getto,senza un disegno o uno schema; l’effetto è quello di un’idea iniziale, immediatamente fissatasulla carta." Parlo proprio come un libro stampato, eh?) Amo tanto Kandinskij, e poi questo acquerello, con la sua scomposizione di linee, la suaconfusione (solo apparente!), rispecchia abbastanza bene il mio stato danimo attuale...Poiperò, a guardarlo meglio, ci si accorge che ci sono dei punti di riferimento, delle "linee guida",che io faccio corrispondere a ciò che vorrei dalla mia vita, alle mie ambizioni, ai miei progetti,che mi sono fissata bene nella testa e nel cuore. Insomma, ordine nel disordine. E questaspontaneità di colori e di forme, che mi riportano indietro nel tempo, a quando tuttosembrava colorato, positivo, possibile... Povera Elisa, è sempre lì pronta ad ascoltare le mie lamentele…Spero che presto potràsentire di nuovo la mia voce tranquilla, serena e con belle novità da raccontare e non la solitavocina triste che si è abituata a sentire negli ultimi tempi. Davvero aspetto un segno per uncambiamento...Vorrei tornare a sentire tutto, ad innamorarmi della vita. Vorrei tanto cheniente mi attraversasse così veloce da non lasciare impronte digitali sulla mia pelle. Vorreitanto potervi raccontare la mia via d’uscita dalla tormenta, ma temo di non averla ancoratrovata. 9