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Piccole Cose E Don Chisciotte

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  • 1. PICCOLE COSE E DON CHISCIOTTE di DAVIDE SECCIA I Fa caldo, molto caldo. In fin dei conti è agosto ed è normale, ma non me ne capacito mai.Entro nel veicolo e mi accomodo al mio posto, la poltrona è comoda e c’è spazio per le gambe.Lo spazio per le gambe è sempre la prima cosa che osservo prima di iniziare un viaggio,perché, essendo alto un metro e novanta, devo capire subito che cosa mi aspetta, se sarà unviaggio piacevole o sofferente. Questo mi pare che sarà piacevole. Almeno dal punto di vistafisico. Anche se, oggi, mi interessa poco, ho altri pensieri per la testa. L’aereo decolla puntuale,appena si slancia verso l’alto penso e ripenso a quello che sto facendo. Se sia giusto osbagliato, se tornerò con la coppa del mondo o con le ossa rotte. Tuttavia di una cosa sonoconvinto: non si tornerà indietro. Mi sento un po’ come Cesare sul Rubicone. Il dado è tratto,ora si gioca. E non posso più aspettare, nascondermi, tirarmi indietro. Cosa sto facendo? Sto andando in cerca di una ragazza. Sì, una ragazza! Niente di nuovo sotto il sole, sonosempre loro a muovere il mondo e le persone che lo vivono. Ma non è una ragazza qualunque.È LA ragazza. Quella che mi ha risvegliato dal torpore della quotidianità, quella che fa bollirel’acqua del mio cervello, quella che fa eruttare la lava del mio cuore. Insomma è lei. Penso cheogni uomo ce l’abbia o ce l’avrà o l’ha avuta e l‘ha persa. Ed io non voglio perderla, per questomi trovo qua. È stato tutto così improvviso, non siamo mai stati insieme, dico ufficialmente, ma ci stavamofrequentando assiduamente da sei mesi. Dal giorno in cui ci siamo conosciuti, ci siamo semprevisti ed io mi sono sempre trovato a mio agio con lei e mi ha sempre stupito giorno dopogiorno. Stavamo bene e lo leggevo anche nei suoi occhi. Almeno così credevo. Poi qualche giorno fa è successo qualcosa, si è rotto qualcosa: ero appena tornato a casa edero stanco morto, dopo una estenuante festa di compleanno in cui il mio lavoro era animarebambini già molto animati di loro, mi arriva un sms che dice “tra due giorni parto, vado aBerlino con i miei amici”. Sorrido, mi sembra un invito ed invece il messaggino continuavadicendo “tu non sei invitato, voglio stare un po’ da sola e capire quello che mi sta succedendo”e poi si concludeva con una chiara esortazione: “ti prego non mi chiamare“. Neve. Gelo.Ghiaccio. Rimango paralizzato, riesco solo ad accasciarmi sul letto e rileggere la novella che miè giunta. Non riesco a reagire e mi addormento tra la neve perenne del mio animo. Non so di preciso cosa abbia sognato, so solo che, improvvisamente, spalanco gli occhi e mirisveglio dal letargo, mi alzo, mi vesto e vado a casa dei miei. Nel sogno avevo deciso. Comedon Chisciotte avevo deciso di iniziare la guerra per la mia donna, avrei combattuto tutti imulini a vento che si sarebbero interposti tra di noi e l’avrei raggiunta per dirle quello che nonsono riuscito a dirle in sei mesi: un semplice ma sostanzioso: “ti amo!”. Ne ero certo, ora sì.Avevo deciso e l’avrei fatto. Arrivo nella mia casa natia e senza salutare vado in quella che fula mia camera, accendo il pc ed inizio le ricerche su come raggiungere la meta germanica.Vorrei ascoltare un po’ di musica, vorrei sentire “Get Up Stand Up” di Bob Marley. Invece no,mi tocca sentire tutte le ramanzine di mia madre sul cercare un lavoro serio, come seesistessero ancora, e di un posto sicuro, come se non desiderassi un po’ di sicurezza, un po’ dicertezze. Ma cosa ti dà sicurezza? I soldi o l’amore? Un lavoro a progetto per una vita senza 1
  • 2. progetti o una persona con cui condividere tutta questa precarietà? Trovo il volo, mi costa unpo’, ma è la soluzione migliore. Mi costa un po’, è dire un eufemismo, mi costa quanto un mesedi fitto, ma a questo ci penso dopo, perché immediatamente, come un getto d’acqua calda diun geyser, senza pensarci due volte, compro il biglietto per la capitale tedesca. Il ghiacciodiventa acqua e la neve si scioglie. Torno a casa. Qui inizia ad arrivare un po’ d’aria al cervello e mi ricordo che in quei giorniavrei ancora due o tre feste per bambini in cui fare l’animatore, insomma sono soldi e servonopurtroppo. Ma la mia mente è già altrove, è già sotto il cielo di Berlino. Avviso Luca, il miocollega di animazione, della mia assenza, mi dispiace lasciarlo lavorare solo, ma sarò pronto afare altrettanto per lui. Inutile nasconderlo, mi dispiace anche lasciare degli utili guadagni,soldi che mi avrebbero fatto comodo in questi tempi di crisi. Ma la vita è precaria, mentrel’amore è eterno. Allora mi getto alla ricerca dell’eternità. II La bandiera svetta e sventola ignorante di ciò che succede. Tre bande orizzontali, due rosse,laterali e più piccole ed una bianca e grande al centro, in quest’ultima ci sta un orso nero inuno scudo coronato. Eccomi a Berlino. Arrivo nel primo pomeriggio, mi sistemo presso unostello nel quartiere Mitte e la prima cosa che faccio è andare a vedere Alexanderplatz. Dopo ilmuro, è la prima cosa che mi viene in mente quando penso a questa città. Forse perché mi èrimasto nel cervello quel libro che Alfred Doblin gli dedicò intitolandolo “Berlin Alexanderplatz”:storia di un delinquente occasionale che cercava, senza riuscirci, di lasciare la realtàsottoproletaria in cui viveva. Ambientato negli anni della grande depressione del ’29, tutto ilracconto girava attorno ad Alexanderplatz, descritta come una piazza centrale ed affollata,piena di gente di ogni estrazione sociale, come il centro commerciale e tranviario, come ilcuore della metropoli insomma. Oggi che la vedo con i miei occhi mi pare diversa, più fredda. Eppure è rimasta quel grossocentro commerciale e tranviario, è piena di persone, tuttavia, non so, manca di qualcosa. Saràper questa aria moderna, futuristica che ha da quando l’hanno ricostruita. Sarà per questipannelli che, messi in mezzo alla piazza, ricostruiscono la storia del muro e di quel periododella storia di Berlino, sarà che forse me l’immaginavo diversa. I luoghi immaginati sonosempre più belli di quelli reali, forse perché hanno qualcosa in più: emozioni, sogni, speranze eillusioni, vite sognate e storie pensate, vite fantasticate e vite aspirate. Poco distante dalla piazza, la torre della televisione si staglia altissima. È veramente alta, sivede da ogni luogo di Berlino e questo l’ho già verificato con i miei occhi arrivandodall’aeroporto e notandola dal mio posto nella metro di superficie. Eh già, come San Tommasocerco sempre la prova, cerco di verificare da me quello che mi dicono. Avrei voluto ancheverificare una storia che, prima di partire, mi sono ritrovato a leggere per puro caso. Una storiache, secondo me, è tra il paradossale ed il ridicolo: la torre della televisione è stata costruitaalla fine degli anni sessanta su terreni espropriati dall’allora DDR, bene, ora il vecchioproprietario vorrebbe riappropriarsi di quei terreni ed abbattere la torre. Vorrei tantoconoscerlo questo soggetto. Ma sono qui per altro. E non lo dimentico. Anzi. La prima idea che mi balena nel cervello è di salire sulla torre e gridare il suo nome.Gridarlo a squarciagola, gridarlo dalle tonsille, dai polmoni, dal cuore. Mi metto in fila per saliresulla torre, ovviamente si paga, ma l‘amore non ha prezzo. La fila è lunga, molto lunga equesta idea che ho nel cervello mi fa sentire un po’ un terrorista. È vero, non c’è più la DDR ela sua polizia, ma non so se in cima alla torre potrei mai aprire una finestra (ci sarà mai?) e 2
  • 3. mettermi a strillare come una mamma che chiama il proprio figlio che in quel momento stagiocando la finale della sua vita a pallone. Soprattutto, non so come potrebbe prenderla lapolizia tedesca, che non mi tranquillizza affatto e l’ultimo mio desiderio è ritrovarmi a cercaredi spiegare ad un agente la mia situazione di “romantico viaggiatore in cerca del suo amore”. Iltutto senza sapere una parola di tedesco. Allora esco fuori dal serpente di persone e mi vado asedere distante dalla torre, vicino a Marx ed Engels in attesa di un’idea, di un piano. III Karl Marx è seduto, mentre Friedrich Engels è in piedi alla sua sinistra. Facce severe, baffi estile da socialismo reale, ma secondo me dovevano essere due simpaticoni. Le statue furonocostruite nel 1986, ovviamente nella parte est della città. Ma non ho mai capito il perché Marxstia seduto mentre Engels sia rimasto in piedi, al contrario, io me li sarei immaginati beneseduti uno affianco all’altro, come due buoni e vecchi amici che si rilassano dalla propria vitacarica di stress, dalle proprie preoccupazioni quotidiane, anche dalla propria famiglia, e magarisi bevono una birra o si fumano una sigaretta, anzi Marx lo vedo bene con la pipa. Nel secolo diciannove, intorno alla metà, questi due signori frantumarono tutte le vecchiefilosofie e crearono un fantasma che si aggirò a quel tempo per l’Europa e che poi, nelnovecento, si sarebbe aggirato per tutto il mondo, un fantasma che ha entusiasmato e fattosognare milioni di persone e al contempo preoccupato altrettante. Chissà ora cosa potrebberopensare i due anziani signori della fine che ha fatto il proprio sogno: ferito e tradito, infranto ederiso. E chissà cosa potrebbero pensare della condizione del lavoro, della precarietà, dellaglobalizzazione e della crisi economica. Di un mondo che ha smesso di sognare, stanco diessere tradito. Ed io penso al mio piccolissimo sogno, minuscolo in confronto al loro, ma pur sempre unsogno. Trovarla e dirle quel che penso, quello che non le ho mai detto per vergogna, paura,indecisione e orgoglio. Sono seduto e mi serve un piano. Anzi, ce l’ho: trovarla, dirle quello chele devo dire e tornare a casa. Facile no? Se non fosse che Berlino si estende per quasi 900chilometri quadri e ha più di tremilioni di abitanti. Senza contare i turisti. L’impresa sembraimpossibile, più di quelle che Tom Cruise nei sui film ha reso possibili a suon di tecnologia esparatorie. Quindi decido così: mi vivo la vacanza e mi godo Berlino, ma vedrò, osserverò tuttii volti di tutte le ragazze che incontrerò per trovare quello che cerco, quel unico volto chericonoscerei a prima vista e da tutte le angolazioni possibili, perché è l’unico volto che mi rendefelice. In poche parole: sono in mano al destino. Sto apposto. IV I Kraftwerk sono una band tedesca di musica elettronica, si sono formati nel 1970 aDusseldorf e sono considerati i pionieri di tutti i generi musicali che usano ritmi sintetici. Pensoai loro brani, alle loro hit, a “Trans-Europe Express” a “The Robots” o a “The Man Machine”,alle canzoni che dalla fine degli anni settanta hanno imperversato per radio e serate danzanti.Così, proprio negli anni in cui dominava il rock, si impazziva per il punk e si ballava il reggae,questi ragazzi proponevano musica elettronica e ponevano le basi per tutto quello che sarebbevenuto dopo in quel campo. Quel giorno la sera, meglio la notte, decido di andare a vedere e soprattutto sentire come ifigli dei Kraftwerk abbiano evoluto la propria musica. Sono molto curioso e poi in fin dei contivoglio un po’ rilassarmi, o meglio, voglio distrarmi, cercare di non pensare a lei, perché in unaserata tra electro e techno rilassarsi è l‘unica cosa che non si può pretendere. 3
  • 4. Così mi avvio verso Kreuzberg un quartiere a sud di Berlino popolato da turchi, punk e artistivari, molto bello e molto movimentato la sera, camminando trovo per caso un localeparticolare con una piattaforma sul fiume dove si può sostare liberamente o accomodarsi sudivani ornati da morbidi cuscini. Dentro è strutturato su due piani, dove due diversi djselezionano i beat ed i pattern su cui ballare, al piano superiore la musica è più dura, piùcattiva, mentre a quello inferiore è più orecchiabile, quasi tranquilla, ma sempre ballabile,insomma non ti addormenti sicuramente. È l’una, mi trovo davanti all’ingresso e c’è fila. Unafila stranamente tranquilla, cioè è una fila in cui la maggior parte delle persone sta alticcia ostrafatta, ma è stranamente tranquilla, non me ne capacito. Ognuno al suo posto, senzapretendere di passare avanti e senza rompere le palle alle persone che non conoscono. Eccoquesto è un fatto che mi piace. Nel profondo sud da dove provengo non sarebbe mai successoe sarebbe già scoppiata qualche rissa per colpa dell’arroganza di alcuni che purtroppo a voltescendono solo per sfogare su altri la propria frustrazione. Arrivo all’ingresso, due bestioni mi stanno davanti e mi fanno intendere che devo aprire lamia tracolla per vedere cosa posseggo. La controllano da cima a fondo, manco fossero dellaborghese e mi lasciano entrare. Qui controllano più nei locali che in mezzo alla strada, unavolta un mio amico mi raccontò che proprio in una discoteca di questa zona gli sequestrarono illiquido per le lenti a contatto. Non si fidarono di lui o, forse, lui era talmente ubriaco che nonriuscì a spiegare cosa fosse quel liquido trasparente in quella boccetta e i buttafuori pensaronoche si trattasse di lsd o roba simile. Fatto sta che dovette decidere o rimanere fuori con illiquido o entrare e perderlo. Entrò. V Elettronica nun te reggae più! Direbbe così Rino Gaetano al mio posto. Ho ballato per quasitre ore, sono stanco, sudato e abbastanza ubriaco, ma soprattutto ho scoperto che l’elettronicafa ballare, e molto, il mio corpo, ma non riesce assolutamente a smuovere di molto la mente.La quale è rimasta a pensare a lei, chiedeva agli occhi di trovarla, di trovarla nei visi delleragazze che stavano ballando. Sarò sembrato un po’ un maniaco, ma mi sa che le avròosservate tutte per vedere se uno di questo volti fosse il suo. Non c’era. Allora, esco fuori dallocale. E mi viene voglia di un cornetto, di un cornetto di quelli buoni, così buoni che li mangivuoti, perché quasi ti dispiace metterci qualcosa dentro. Giro un po’, ma non trovo niente diaperto che somigli ad un forno o ad una cornetteria. Entro in qualche bar, però o sonosprovvisti di tale leccornia o l’aspetto non mi convince, quindi resisto e non mangio niente, mail pensiero rimane e si amplifica. Mi viene in mente l’odore del pane, l’odore del pane appenacotto e sfornato, del pane che ti guarda e che ti chiama per essere mangiato. Mi piace troppoquell’odore, secondo me è il più buono al mondo, è incredibile. Farina, acqua, sale e lievito,sono gli ingredienti magici, semplici atomi per una molecola spettacolare. Fantastico. VI Il giorno dopo mi voglio rilassare, vado allo zoo. Prendo la metropolitana di superficie escendo alla stazione di Zoologischer Garten, sì proprio quella divenuta famosa per il libro diChristiane F. “Noi, i ragazzi dello Zoo di Berlino” ambientato in gran parte proprio nei quartieridella zona. Le vicende del libro si svolgono alla fine degli anni settanta, ma qualche nostalgicoè rimasto, infatti incontro un gruppo di punkettoni seduti di spalle ad un cancello vicinol’ingresso della metro, uno di loro è seduto in mezzo alla strada e sta con una birra in mano edun cappello capovolto per terra, mi chiede degli spiccioli. Lo guardo con la faccia di chi 4
  • 5. vorrebbe chiederli a lui e vado avanti. Lo zoo costa una decina d’euro, ma li vale tutti e dieci. È molto grande e si possonoosservare tantissime razze di animali, anche i più strambi e di cui ignoravo l’esistenza; c’èanche una sezione dedicata solo agli animali notturni, a tutti quegli esserini che difficilmente sipotrebbero vedere se non si camminasse per la giungla in piena notte. E a me non capita maidi farmi un giro nella giungla, perché già mi basta quella che ho sotto casa. E poi se devoessere proprio sincero, questi animaletti piccolini, quasi sempre neri, marroni o verdi mi fannoun po’ schifo, sensazione. A molti stanno simpatici, ma a me proprio no, non ci riesco, li provoa guardare ma dopo un po’ non ce la faccio. Invece il panda mi è piaciuto. Quello sì. Il pandapiace a tutti e non capisco il perché, sarà per l’aria da cane bastonato, anzi da pandabastonato, sarà perché è il simbolo del WWF, fatto sta che non conosco una persona a cui ilpanda non piace o stia antipatico, per quanto possa essere antipatico un’animale. Siccome è una bella giornata, dopo il giro allo zoo decido di farmi un giro al Tiergarten, unparco enorme che si trova proprio al centro di Berlino. Così tra alberi, sentieri e corsi d’acquatrovo un posto isolato dove mi sdraio e apro la mia guida per cercare qualcosa da poter vederein questi giorni. Ma penso a lei. Cerco di leggere la guida, ma mentre i miei occhi seguono icaratteri delle pagine, la mia mente se ne Va. I ricordi tornano e ritornano come le onde delmare. Ricordo la prima volta che la vidi. Lo ricordo nitidamente. Si trattava di quasi un annofa. Lavoravo ad un teatro e mi occupavo della biglietteria, un piccolo lavoretto per il finesettimana, un lavoretto che mi piaceva molto, perché ne approfittavo per vedere gli spettacoliche mi interessavano, non era logorante e l’ambiente era molto piacevole. Fatto sta che ilgiorno dello spettacolo la biglietteria era aperta sia la mattina che il pomeriggio. Così,all’improvviso, nel deserto dei tartari che caratterizzava quella mattinata, entrò lei. Entrò lei:jeans scuri stretti sopra un paio di converse nere e bianche, cappottino viola di quelli con ildoppiopetto stile inglese, capelli castani lisci che cadevano dolcemente sulle sue spalle bendisegnate sotto il cappotto. Stupenda. Entrò e si diresse proprio verso di me, ovviamentevoleva il biglietto. Mi salutò e mi chiese il tagliando, io rimasi ad osservarla un paio di secondi.Un disco graffiato che ripete lo stesso suono della canzone, due volte e poi va avanti. Duesecondi, non di più. Un gesto naturale per approfondire la sua bellezza e scolpirla nella miamente, poi mi voltai e presi la mappa della sala per farle decidere il posto. Lei si accorse deldisco incantato e con la coda dell’occhio la vidi sorridere. Non me l’ha mai detto cosa pensòquel giorno. La particolarità fu che poi dopo quel giorno non la vidi per un po’, la persi di vistaper un po’ di tempo, come spesso succede, ma quell’incontro mi rimase impresso, me laricordo ancora nitidamente. Proprio nitidamente. VII Ho voglia di vedere il muro. È il mio quarto giorno a Berlino e, dopo aver passato l’interagiornata di ieri per musei, ore intere tra Guggenheim e Museuminsel, ho voglia di stare all’ariaaperta. Perciò mi sembra buona l‘idea di dedicare una giornata a ciò che ha segnato econdizionato di più la vita di questa città negli ultimi sessanta anni. Un bel sole ha deciso difarmi compagnia, mi armo della mia guida e giungo a Checkpoint Charlie. Si tratta del piùfamoso luogo di passaggio tra le due zone di Berlino, il cui nome deriva dall’alfabeto foneticousato dalla Nato, Charlie era il terzo checkpoint dopo Alpha e Bravo. Arrivo in Friedrichstrassee, all’altezza del luogo ove sorgeva il muro, trovo al centro della strada il checkpoint: unacasetta bianca in legno, una ricostruzione fedele dell’originale. Trovo anche dei finti soldativestiti di tutto punto, con cui è possibile farsi allegramente delle foto ricordo, si può scegliere 5
  • 6. tra il soldato sovietico e quello statunitense, ma se si è indecisi o non ci si vuole allineare èpossibile anche con entrambi. E pensare che in tanti morirono lungo quella striscia di terra, uno dei primi si chiamava PeterFechter, era un muratore ed aveva solo diciotto anni. Correva l’anno 1962 e Peter deciseinsieme ad un amico di scavalcare il muro e di attraversare la striscia della morte, lo spazio traun primo muro ed un secondo più basso e semplice da superare. Uno spazio controllato daisoldati della DDR che avevano l’ordine di sparare a vista tutti coloro che tentavano la fuga. Ecosì fecero. Peter e l’amico erano giunti al secondo muro e, mentre si arrampicavano, egli fucolpito da alcuni proiettili e cadde per terra ansimante, l’amico invece riuscì ad oltrepassare labarriera e a mettersi in salvo. Peter era ferito e stava steso per terra sanguinante, ma nessunol’andò a salvare. Nessuno e lo lasciarono morire lì, da solo a diciotto anni. E sono pochi diciottoanni per morire, ancor più pochi per morire così. Ed era un muratore, Peter era un semplicemuratore. La giornata è proprio bella ed il sole sembra quasi un sole meridionale, forse oggi è passato aqueste latitudini per caso, quindi decido di approfittarne: fitto una bici. Voglio andare a vederel’unico tratto di muro che è rimasto in piedi. Prima, però, passo per Potsdamer Platz. Centralissima piazza che fu divisa dal muro proprio ametà. Arrivo e lo spettacolo è di quelli che ti lasciano a bocca aperta. Del muro è rimasto pocoo niente, qualche pezzo qua e là con i soliti finti soldati armati di finti sorrisi per foto ricordovere. Ci stanno, inoltre, alcuni pannelli illustrativi che ripercorrono la storia della piazza,dall’età dell’oro degli anni venti alla divisione e alla relativa rinascita. La piazza è circondata daedifici bellissimi, uno più moderno dell’altro e fatti costruire dai migliori architetti del mondo. Èrimasta solo una cosa un po’ più datata: il primo semaforo di Berlino. Esatto, è rimasto l’avo diquegli aggeggi che ci fanno innervosire e il cui colore può decretare un ritardo, può far perderecoincidenze o può crearne di nuove ed inattese e può cambiare la vita, a volte. Ma io, almenoin questa vacanza, sto a piedi, o al massimo in bicicletta come oggi e nella mia vita già so checambierà poco e quel poco voglio cambiarlo io, non il semaforo. Il modernismo della piazza è spettacolare e il famosissimo Sony-Center è la punta didiamante del circondario: al centro di tre palazzi si apre una piazza che è coperta da un tettoad ombrello che si regge grazie a dei tiranti collegati agli edifici circostanti. Le parole nonpossono spiegare l’arduità della visione che si ha dinanzi. Rimango ad occhi aperti e cerco difotografarlo, ma è dura. È difficile rendere al meglio qualcosa del genere. Sono lontani i tempiin cui, proprio in questa piazza, Wim Wenders girò alcune scene de “Il cielo sopra Berlino”, sitrattava del 1987 e l’atmosfera della piazza era molto diversa da quella che si respiraattualmente. Porca miseria, il film l’ho visto con lei. E ricordo benissimo che saremmo volutivenire a Berlino proprio per vedere le differenze, eravamo curiosi di vedere come sia sbocciatala città dopo le difficoltà passate dalla divisione. Perché penso sia uno dei concetti più belli:rinascere da una sconfitta, rialzarsi da terra ed essere meglio di prima. Come la fenice:l’animale mitologico che nasce dalle ceneri. Ora questa città e le sue bellezze le sto osservando da solo e lei anche. Ma non ho mai capitoil perché, il motivo di questa solitudine in cui mi trovo. E questo è il fatto che mi da più rabbia,mi da rabbia non sapere perché mi ritrovi in questa condizione. E poi, mi fa rabbia pensare chenon possa farci niente. Sono sempre dell’idea che si possa modificare, plasmare, ma anchesolo scalfire, scheggiare la realtà ed è proprio per questo che mi ritrovo qui. Voglio almenoprovarle tutte, sarò testardo, ma io ci credo ancora nell’amore. Per questo mi piace donChisciotte, la sua testardaggine ed il suo crederci fino alla fine, contro tutte le difficoltà, contro 6
  • 7. tutte le dicerie delle persone contro tutti i mulini a vento. Così mi rimetto in sella sul miodestriero, accendo il lettore mp3 per avere una colonna sonora e ritorno sulla strada. Ho volutola bicicletta, ora pedalo e vado verso l’East Side Gallery. VIII La via è abbastanza lunga. Meglio. Ne approfitto per vedere un pezzo di Berlino da unaprospettiva diversa. La città per le bici è organizzata bene, piste ciclabili veramente ciclabili,non come quelle che stanno nelle mie zone di residenza: una pittata di rosso messa a caso sutratti di strada scelti senza molta logica, se non quella di sfruttare al meglio tutti i fondieuropei. Qui sulla pista non trovi altro che bici e se ti ritrovi qualche persona, sicuramente sitratta di qualche turista che non ha capito perché ci siano corsie disegnate per terra e moltoprobabilmente si tratta di italiani. Mi piace la bici che mi hanno dato: è un po’ bassa, ma incompenso è molto leggera e corre che è una meraviglia. Ha un unico serio problema: i freni. Sifrena pedalando all’indietro e mi trovo male, perché io sono abituato a giocarci con i pedali e,quando prendo velocità, pedalo al contrario per divertirmi. Così, mentre pedalo, non ci penso eogni tanto mi inchiodo all’improvviso, correndo il rischio di creare incidenti. Più che ogni tanto,direi spesso, in media ogni duecento metri. Praticamente, quasi sempre. Tranne quando, forse,dovevo farlo. Tranne in quel maledetto momento. I raggi vanno e girano veloci sulla strada cheho deciso di percorrere, sono ansioso di raggiungere la destinazione come se sapessi di trovarequalcosa, ma al contempo voglio che quel giro in bici non finisca mai, perché l’attesa è bella egirare in bici mi piace. Ad un tratto mi volto a sinistra, lo faccio involontariamente, come ilcuore che batte, vedo uno spiazzo con dei negozi di vestiti usati, di piercing e di tatoo e lavedo. Cioè non so se è lei, ma a me sembra di sì. Anche lei, o presunta lei, mi vede e lo fa conmeraviglia. Io rimango immobile, sulla bici, ma immobile. Vado dritto. Non so cosa fare, ma,mentre penso, le gambe continuano a carburare e la bici va a mille. Il tempo di far arrivarel’ossigeno al cervello e di ragionare che mi giro e torno indietro, decido che voglio andare avedere se sia lei. Tuttavia, quando torno sul luogo della mistica visione, non la trovo più, giroun po’ i negozi della zona, del quartiere, ma niente. Volatilizzata. Mi dispero e mi do addosso,come Edward Norton in “Fight Club“. Ma cerco di farmene subito una ragione, in fin dei continon so neanche se era lei, torno in sella e mi rimetto in marcia verso quel pezzo di muro chevoglio vedere. Anche se sono sicuro che si trattava di lei. Sicuro, troppo sicuro che mi mancasolo la prova. Faccio tutta la strada guardando a destra e a sinistra, indietro e a volte ancheavanti cercando ossessivamente quella faccia che mi ha osservato poco fa. Niente. Il lettore mp3 passa di tutto: ska, folk, reggae, rock, pop. Invece la mia mente passa leimmagini di qualche mese fa, di quando giravo in bici sempre con il lettore nelle orecchie, diquando una canzone ed un po’ di sole rappresentavano la mia felicità, la rappresentavanoperché c’era lei e perché lo sapevo che c‘era. La cosa che mi piaceva di più era andare in bicida lei, quel tratto di strada era il più bello della mia vita. Cantavo a squarciagola e le personemi prendevano per matto, come se si potesse cantare solo in auto o nell’intimo delle propriecamere, perché non credo che esista qualcuno che non canti mai, piuttosto lo fa in privato, manon è possibile che non canti. Non riesco a concepirlo. C‘è stato un tempo in cui mi vergognavo a cantare in pubblico, cioè insieme ad altre persone,soprattutto se si trattava di ragazze. Poi iniziai a prendere coraggio, o forse, erasemplicemente che ad alcune canzoni non resistevo a non cantarle. Però lo facevo piano,sottovoce, quasi di nascosto. Invece con lei non era così. Sembra banale da dire, ma non eraassolutamente così. Da quando la conosco canto in maniera diversa, sfrontata. Non mi frega 7
  • 8. niente di quello che mi possono dire. Penso solo a cantare, sembra che devo partecipare aqualche programma televisivo per giovani talenti e mi stia allenando. Sto sempre a cantare,ma ho scoperto che mi fa bene. Mi riesco a sfogare. E se poi sto in bici è la fine. A voltequando sono molto nervoso scendo di casa con le cuffie nelle orecchie prendo la bici e facciogiri assurdi, lunghi, inimmaginabili. Una sera litigai con un mio caro amico per questioni diragazze, tanto si litiga seriamente solo per donne e soldi, ci rimasi veramente male ed eronervosissimo. La mattina dopo presi la bici e mi feci il giro della circonvallazione. IX Dei 155 chilometri del muro ne è rimasto solo poco più di uno. Si trova sulla riva della Sprea,il fiume che attraversa Berlino, ed è stato ricoperto di graffiti eseguiti dai migliori artisti delcampo. Questo tratto di muro viene considerato come la più lunga galleria d’artecontemporanea all’aperto, tutte le opere inneggiano alla libertà e molti di questi murales ormaisono storia: basti pensare a quello della Trabant che sfonda il muro e che porta come targa 9 -11 - 89 la data della caduta del muro; oppure a quello del bacio tra Breznev e Honecker,presidenti rispettivamente dell’Unione Sovietica e della Germania dell’Est, sopra questo graffitoc’è una scritta in cirillico “Signore! Aiutami a sopravvivere a questo amore letale!”. E Berlino èsopravvissuta. Ed io penso al mio amore letale. Penso ancora a quello sguardo. Era lei? E se era lei, perchénon mi ha salutato? Non mi ha riconosciuto? O non ci credeva? Controllo il cellulare. Nessunachiamata e nessun messaggio. In altri momenti direi: “ottimo! Nessuno che rompe!”, mainvece spero sempre che qualcuno mi rompa, ovviamente non un qualsiasi qualcuno, ma lei.Solo lei. Riuscirei a leggere solo un suo messaggio, rispondere solo ad una sua chiamata, tuttoil resto sarebbe solo rumore, inutile rumore. La sera mi vado a fare un giro al Tacheles, una struttura che non avrei mai pensato potesseesistere. Il nome deriva dall’Yiddish e significa “testo libero“, e se la libertà non sta qui alloranon saprei proprio dove trovarla. Da fuori non gli daresti un euro e manco una lira. Unpalazzone malandato che si erge imperioso per tutti i suoi metri di altezza, una struttura moltovecchia che non riesci a capire neanche perché stia ancora in piedi, come si faccia a reggere.Ma dentro si apre un altro mondo. Non so bene spiegare cosa sia, a metà tra l’atmosfera di uncentro sociale e la funzionalità di una galleria d’arte. Era un grande magazzino che, negli anni90, prima di essere demolito è stato occupato da un collettivo di artisti che ne hanno fattoappunto una galleria d’arte, la loro galleria d‘arte. Una galleria atipica. Nel cortile ci sonoinstallazioni stranissime, mentre, se entri, nei vari piani puoi trovare di tutto, da un mercatinoimprovvisato di oggettistica varia creata da loro, ad un batterista in una gabbia che sfoga lasua rabbia accompagnando con il proprio ritmo quello dello stereo che ha alle spalle; infineall’ultimo piano trovi un bar su un balcone o qualcosa di simile, quasi totalmente all’aperto, incui senti l’aria che ti entra nei polmoni e non si può assolutamente dire che sia aria viziata.Insomma un posto indicibile, non riesco proprio a descriverlo del tutto, faccio fatica. Ma il fattoche colpisce di più è il contrasto che si nota da fuori, lo si nota venendo dalla fermata dellametro: al fianco del Tacheles vi è un edificio moderno, un albergo con la facciata ricoperta davetri. Passato e futuro, arte e commercio, libertà e denaro. Vorrei fotografarlo questo contrasto,ma non posso farlo, perché è notte e c’è troppa poca luce. Non esce niente. Allora miriprometto di tornarci la mattina seguente. Però forse lei ci sarebbe riuscita, è più brava di mea fotografare, a scegliere le angolature precise, i momenti esatti ed i giusti usi del flash. Sì, 8
  • 9. forse ce l’avrebbe fatta. Quanto mi divertivo a fotografare con lei ed a fotografarla. Mi piacevatanto, troppo, così tanto che a volte dovevo obbligarmi a lasciare la macchinetta, altrimentistarei ancora lì a incorniciarla ed a catturare tutte i particolari del suo corpo. Imprimere nellamemoria della macchinetta e nella mia il suo viso da tutte le angolature, da tutti i punti divista, così da conoscerli tutti, ma proprio tutti e provare a stancarmi di vedere la sua faccia.Peccato che non mi sia mai successo. X Forse ho sbagliato a venire, dovevo lasciarla libera, anzi dovevo già dimenticarla. E poi senzaorganizzarmi, senza una meta precisa, cioè trovare una persona che per me rappresenta ilmondo in un mondo di persone è dura, davvero dura. Ho girato Berlino in lungo ed in largo, hovisitato musei, chiese, ma anche centri sociali e piste da skater, mercati e grandi magazzini.Ho scoperto che Berlino è una metropoli cosmopolita, trovi persone da tutte le parti del mondo,ma nelle zone turche è meglio non dire di essere per la libertà del Kurdistan. Ho scoperto che imezzi sono puntuali ed efficienti, ma costano un po’, però il biglietto puoi anche non farlosempre, perché i controlli sono davvero pochi. Ho scoperto che la birra non costa veramenteniente, neanche quella di qualità, la weisse, la rossa, la doppio malto o quella cruda, ma che,invece, l’acqua costa molto e spesso ce l’hanno solo frizzante, molto frizzante. Ho scoperto cheai semafori non trovi lavavetri, ma in compenso potresti trovare dei giocolieri che ti fanno unospettacolo con clave o palline giusto nel tempo che dura il rosso. Ho scoperto che le bottiglie divetro hanno i prezzi maggiorati, ma che, se gli riporti il vuoto, ti ridanno qualcosina. Hoscoperto che una vacanza da solo non l’ho mai fatta, ma che ha degli aspetti positivi. Hoscoperto che mi manca la mia metà del cielo, mi manca assai. Ed ho scoperto che il mio pianoera da folli. Per questo chiedo l’aiuto a casa. Mancano due giorni al mio, ed anche al suo, rientro e nonl’ho ancora trovata, forse l’ho solo intravista. Ma devo trovarla per forza. Devo trovarla perdare un senso a questo viaggio e dare un senso a tutto quello che sto facendo, anche per dareun minimo di senso a questo periodo della mia vita. Quindi prendo il cellulare e chiamoAlessandro, solo lui mi può aiutare. Alessandro è una delle poche persone della mia vita di cuimi fido al centopercento e so per certo che se gli chiedo un favore, lui fa tutto ciò che èpossibile, anche di più per realizzarlo. Chiamo: - ciao Ale, sono Cosimo. Sì è bella Berlino…sì la birra è buona e se riesco te ne porto un paioa Foggia, no purtroppo non l’ho acchiappata….esatto! Quindi non ho fatto niente…senti miserve l’indirizzo di dove alloggia…mi serve entro stasera…e lo so che è difficile, ma provaci…sidai, ti telefono tra un pò…ciao…e grazie! Più tardi telefono di nuovo e mi dà il nome e l’indirizzo dell’ostello dove soggiorna. Lo dicecome la cosa più semplice del mondo, come Wolf il tipo che in “Pulp Fiction” risolve i problemi,o più semplicemente come Sancho Panza un fide scudiero che nonostante le pazzie delcavaliere lo segue e si batte per lui. Lo sapevo, ero sicuro che ce l’avrebbe fatta. Non so comeabbia fatto, gliel’ho chiesto, ma non ha voluto dirmelo. Spero solo che non abbia fatto male anessuno. A questo però ci penserò quando tornerò a casa, ora ho quello che mi serve, devosolo trovare il coraggio e devo farlo subito, perché ho poco tempo a disposizione. XI Ed il momento giusto è quella sera stessa. Sono ancora entusiasta di aver trovato il posto, se 9
  • 10. rimango a crogiolarmi sui dubbi, sui perché e sulle modalità di azione non mi muovo più e giàso che abbandono l’impresa. E non posso farlo. Don Chisciotte non lo farebbe mai, soprattuttodopo aver intrapreso questo lungo viaggio ed aver affrontato tutti questi mulini a vento. No,non posso farlo. Mi preparo, ed ammetto che mi preparo bene, cioè metto i vestiti più pulitiche ho. Indosso una camicetta a maniche corte verdognola, me la sono conservata con cura inquesta settimana e l’ho indossata solo una volta. Mi piace e nella mia testa avevo già decisoche avrebbe fatto al caso mio per l’occasione. Poi jeans lunghi a coprire le superstar. Anche ijeans lunghi li ho messi poco, un po’ per scarsa attitudine ad usarli nel periodo che va damaggio a settembre, un po’ per lo stesso motivo della camicia. Insomma, non mi nascondo,cercavo di vestirmi meglio rispetto alla quotidianità, anche solo di poco per quanto erapossibile. Sono pronto, esco dall’ostello e vado. Andrò a fare la storia, la mia storia ed oggi lavoglio fare a modo mio. XII La sera era già scesa, ma il sole non si è visto tramontare perché alcune nuvole lo coprivanoe se lo tenevano per sé. Il cielo di casa si è rannuvolato e si inizia a sentire l’odore dellapioggia. E se senti l’odore della pioggia significa che prima o poi, ma molto probabilmenteprima, sta per arrivare acqua dal cielo. Non si fa attendere. Sento le prime goccioline che micadono sul braccio, ne sento qualcuna in faccia e poi sento il rumore, il rumore silenzioso eassordante delle gocce che scendono dal cielo e si frantumano al suolo. Come un po’ mi sonofrantumato io. Chissà se le gocce lo sanno che si stanno andando a schiantare contro il suolo.Chissà. Io un po’ lo sapevo, me lo sentivo che era meglio rimanere a Foggia a lavorare, aprodurre e poi a crepare. Ma io scelgo sempre le strade più difficili e questa “dell’innamoratoche andava a rischiare tutto per la sua bella“ mi affascinava ed un po’ lo fa tuttora. No. Non èandata bene. Cioè in realtà a voler essere sinceri: non lo so, ma credo che sia così. Trovato il suo ostello, mi sono avvicinato quatto per osservare. Come nella guerriglia. Volevosfruttare il fattore sorpresa. Un fattore che, invece, ho subito. Perché arrivato vicino l’ostello,l’ho vista. L’ho vista felice tra tante persone, tra i suoi amici ed altri che, invece, nonconoscevo. Felice come non me l’aspettavo. Aveva gli occhi che le brillavano così tanto che nonbrillavano da tanto, era veramente tanto tempo che non li vedevo così. Forse troppo. Quindi hocapito che, forse, quella felicità io non la riuscivo a donare. Allora mi sono girato e sono andatovia sconfitto e deluso. Quello era il suo destino. Ora dovevo cercare il mio. XIII Entro in casa: è in disordine, proprio come l’avevo lasciata, tutti i miei problemi sono lì,proprio come li avevo lasciati, mentre l’unico che volevo risolvere, si è risolto, ma nel sensoche non esiste più. Ho poca voglia di mettere a posto e voglio dormire, ma ho fame quindidecido di soddisfare un istinto per volta e mi metto ai fornelli per cucinare qualcosa da metteresotto i denti, qualcosa di italiano. Perché, dopo sette giorni e sette notti di curry wurstel,kebab, felafel, cucina cinese, falsa pizza italiana e fast-food statunitensi, ho voglia di pasta eho voglia di vino: preparo le trofie al pesto e lo accompagno con un bel rosso artigianale diquelli che bastano due bicchieri per salutare il pubblico e farsi un giro con Oniro sul letto. Sì,perché ho anche tanta voglia di dormire, di stendermi sul letto e dormire un anno intero,proprio come Amelie nel suo fantastico mondo, magari svegliarmi dopo dodici mesi e vedereche tutto si è risolto in meglio. Tutto. Ma non è così e domani pomeriggio dovrei già lavorare.Che palle! Il letto di casa è sempre il più comodo. Non ci sta niente da fare, può essere di paglia o di 10
  • 11. mattoni, ma è il tuo e questo gli dona qualcosa in più che riesce a farti stare e rilassare meglio.Steso sul letto, scelgo qualcosa dal mio lettore per addormentarmi senza dover sentire ilsilenzio, perché potrebbe essere un silenzio pesante e non ho voglia di sentirne. AssolutamenteNo. Era anche abbastanza presto, era solo mezzanotte e io abituato ormai a ore piccole avreifaticato a dormire, quindi non voglio assolutamente sentire il silenzio della notte, quel silenziocolorato di suoni: auto, cicale e frigorifero, mezzi della spazzatura, non c’è mai il silenziocompleto. Ma quel silenzio rumoroso mi porta a pensare. Ovviamente a pensare a lei. E nonvoglio più farlo. Ormai è così. Quindi scelgo “Sunday Morning” dei Velvet Underground e provoa chiudere gli occhi. Vorrei sognare altre donne, star con loro e magari farci l’amore, purtroppoperò sogno ancora lei. Ma i sogni non li puoi governare, quindi me li tengo. Sogno che stiamo al mare, ci stappiamo una birra e parliamo di cinema, poi ad un tratto leimi butta un po’ di birra in faccia come faceva spesso. Scherzava e si divertiva a prendermi ingiro, perché non amo la sabbia e mi dà alquanto fastidio ritrovarmela appiccata. Così mi alzo ela inseguo, ci facciamo tutta la spiaggia. In teoria avrei potuto raggiungerla in breve tempo,ma mi piaceva vederla correre e muovere il suo corpo e sì, anche il suo culo perfetto. Perché èperfetto. Alla fine della spiaggia l’acchiappo e la getto in acqua ed io mi getto con lei. Escofuori dall’acqua e mi avvicino per baciarla, poi all’improvviso un rombo. Sì un rumore stranosembrava fosse caduta una montagna, mi giro e non la trovo più. Mi giro ancora e non c’è piùnessuno sulla spiaggia. Mi giro nuovamente in cerca di qualcosa e trovo un bagnino con ilcostume rosso che si pensa di essere a Baywatch e che già mi sta sul cazzo. Voglio lei, almenonei sogni fatemela avere. Ma il bagnino non si sposta e non scompare, anzi mi parla: - Rispondi al citofono! - mi dice, - Quale? - chiedo io, - Il tuo! - mi risponde alterato. XIV Mi sveglio e penso che la notte non è iniziata bene: primo sogno primo incubo. Poi ad untratto mi rendo conto che suona realmente un citofono, suona con insistenza, quasi conarroganza. È il mio. Basta! Non ce la faccio più, questo sarà qualcuno che rompe, qualcheamico che vorrà vedermi e vorrà sapere come sia andata. Ma io non voglio vedere nessuno,voglio stare solo e voglio dormire. E poi chi è quel matto che mi viene a bussare a quest’ora? - Chi è? - chiedo tramite la cornetta; - Apri - risponde una voce femminile. La sua voce femminile. Eseguo l’ordine attonito. La voce era piuttosto decisa, se sapessi di non aver fatto niente,direi quasi arrabbiata. Sono assonnato ed in pigiama, un mero pantaloncino con cui giocoanche a calcetto. L’ho cercata per una settimana in terra straniera e sconosciuta e ora, che èl’unico momento in cui non pensavo di vederla, sta salendo proprio da me. Dico da me. La vitasarà strana, ma io così rischio seriamente l’esaurimento. Vado in bagno e cerco di darmi unasistemata almeno in faccia, mi sciacquo e trilla il campanello della porta. Ecco, il momento èarrivato. Cioè lei è arrivata. Apro la porta e la guardo, lei sta un po’ giù come se avesse unfatto importante da dirmi. Non può essere incinta questo lo so, perché sono sempre statoattento, quindi se è così non è mio. - Ciao - mi dice con molta pacatezza; - Ciao! Entra - - Stavi dormendo? - - No. - 11
  • 12. - Invece sì! Hai la faccia di quando ti svegli! - e sorride tra sé. Che senso ha mentire al tuo specchio? Faccio un sì con la testa mi dirigo verso il frigo e loapro un attimo per vedere cosa ho da poter offrire. - Posso offrirti un caffé, una birra o un succo di pera. - e mentre pronunciavo queste paroleprendo la birra perchè già lo so cosa vuole. - Vedo che non devo neanche risponderti. - - Io vedo che non hai cambiato gusti. - - Non ci siamo visti solo per una decina di giorni. - - Lo so. - avrei voluto aggiungere qualcosa di freddo tipo “so contare” ma non lo faccio,perché tanto l’orgoglio in queste cose serve a poco. Vado avanti e chiedo: - Insomma come è stata la vacanza? - - Berlino è stupenda, dovresti andarci perché ti piacerebbe un sacco - - Lo penso pure io - Faccio il finto tonto ed un po’ me la rido sotto i baffi. Mi inizia a raccontare di tutta la vacanzae di tutti i posti che ha visitato, molti li ho visti pure io ed in molti casi per poco non ci siamoincontrati. Mi parla di tutte le persone che ha conosciuto, dei ragazzi che ha visto ed incontrato(che odio!), insomma il quadro del viaggio era il più bello possibile. Tutto perfetto nelle suevacanze. Poi però dice: - Mi sei mancato! - Questo non me l’aspetto proprio, semplici parole che mi svegliano dal torpore che mi era unpo’ calato e mi sorprendono a tal punto che mi cade un po’ di birra addosso. Lei ride, ed è bellaquando ride, bellissima. La mia risposta non si fa attendere, è la più sincera possibile, non èneanche passata per il cervello. È uscita diretta. - Come? Ti sono mancato? - - Significa che mi sei mancato e che mi sono mancate tutte quelle piccole cose che fai. Tuttiquei gesti, quelle parole e quegli sguardi che fai per me. Ne fai così tanti che io non riesconeanche a ricordarmeli tutti alla fine di ogni giornata. - Ed è sbagliato? - Sono sempre più imbecille quando parlo, ormai non ragiono più, staparlando il cuore ed il cervello si è andato a fare un thè. - No, assolutamente! Anzi ti sto dicendo che mi sei mancato! E che mi dispiace essere sparitacosì all’improvviso, mi sono anche preoccupata, ma io dovevo prima capire cosa volevo e cosacercavo. Dovevo capire perché non riuscivo ad aprirmi del tutto con te, che cosa mi bloccava ese era giusto continuare questa storia. - E ora? - continua la serie di domande inutili e senza senso, ed il cervello si è andato a fareanche un pisolino. - E ora non scappo più. Sto con te! Mi abbraccia e ci baciamo. XV Nemmeno nel migliore dei miei sogni sarebbe successa una cosa simile. Ci stacchiamo e miosserva, io sorrido. Non capisco più niente, ma so che lo devo dire, devo dire del mio viaggio edella mia ricerca. Non posso nasconderlo, non saprei neanche farlo. Poi lei mi chiede: - Lo sai che quando stavo a Berlino, ho visto un ragazzo uguale, ma dico uguale a te? Stavain bici e la cosa strana è che anche lui mi ha guardato per qualche istante. Era proprio uguale ate. Dico uguale. Il fato per una volta mi dà una mano, prendo la palla al balzo e non aspetto altro. 12
  • 13. - Ero io. Spalanca gli occhi ed io mi preparo a ricevere uno schiaffo. - Come eri tu? - Sì! Ero io. Sono stato a Berlino e volevo incontrarti per dirti una cosa, ma non ci sonoriuscito. Cioè alla fine ero riuscito anche a sapere il posto in cui dormivi, ma non me la sonosentita di entrare e rovinarti le vacanze. Allora sono andato via. - Mi vuoi dire che sei stato a Berlino? E che mi hai cercata? Non potevi chiamarmi? E perchései venuto? - Quante domande. Non volevo chiamarti volevo che fosse una sorpresa ed ho fatto tutto ilviaggio solo per dirti che ti amo! Ti amo, Marzia! Non te l’ho mai detto e volevo dirtelo. Eccoperché sono venuto a Berlino. Poi, però, non me la sono sentita. Perché ho visto che stavi benee forse ero io il problema, non sono in grado di farti stare bene. Mi guarda, mi osserva, mi fa un gesto con la mano come per zittirmi, per rimanere in silenzioe non dire più niente, non continuare a cercare di spiegare la pazzia. Si alza dalla sedia e siavvicina a me, io mi aspetto uno schiaffo, invece si siede su di me e mi bacia. Mi bacia conpassione, lo sento. È uno di quei baci che non si dimenticano. Che non vanno via. Non vannopiù via. Poi si stacca e dice: - Ti amo anch’io! - E sono state le più belle parole che io abbia mai sentito fino ad ora. Quelle parole che non misarei mai aspettato, parole che non mi aspettavo più da lei ed invece sono appena uscite dallasua bocca. Proprio dalla sua. Ed ho capito qualcosa. Don Chisciotte non doveva combattere,non doveva andare alla conquista di niente, l’aveva già fatto. E non lo sapeva. Combatteva giàtutti i giorni e lo faceva senza clamori in maniera nascosta, sottile, piccola. Tante piccole coseche fermavano i tanti piccoli mulini a vento che si trovano ogni giorno. E non lo sapeva. Perchéle piccole cose non si sanno mai, non si conoscono, non le annuncia nessuno, sembrano troppofacili, troppo banali e un po’ inutili. Invece sono tutto. Perché sono loro, sono le piccole cose, letante piccole cose a formare il tutto. E don Chisciotte deve stare lì, in ogni momento della vita,in ogni fibra di un tessuto, in ogni mollica di pane, in ogni atomo della materia, in ogni piccolacosa. E ci sarà. Starà sempre lì. Sempre, perché la vita potrà essere anche precaria, mal’amore è eterno. 13