COL TEMPO SAI di DAVIDE DEL DUCA                                                                   “non so dirti come e qu...
«Non dire così… A novembre mi laureo. Poi si vedrà». «Certo con una laurea in lettere…» «Lettere moderne» «…farai strada n...
Lina rincara la dose:«Mi raccomando, non restare indietro sennò ti fregano il posto. Tanto losai come funziona… le raccoma...
Fa un freddo maledetto. Faccio uno squillo a Delia perché siamo in ritardo. Nell’attesa seguocon lo sguardo i bambini in m...
oltre, stare senza muoversi aspettando una mano che li apra e gli accordi il permesso diparlare. Ho attraversato molte vol...
È quasi mezzogiorno. Sto per entrare nel cancello sovrastato dalla scritta “expecto donecveniat immutatio mea” quando mi r...
«Non sono scuse. Volevo solo che tu capissi». Distende le mani aperte. «Io… tutti dobbiamoavere delle sicurezze. Soprattut...
dormire, perché c’è sempre qualcosa che acquista col tempo un nuovo incanto, una nuovavita. Bisogna scrivere per scoprirsi...
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Col Tempo Sai

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  1. 1. COL TEMPO SAI di DAVIDE DEL DUCA “non so dirti come e quando ma vedrai che cambierà.” L. Tenco, Vedrai vedrai Mio nonno diceva:«Se una canzone ti fa sussultare il cuore vuol dire che avete qualcosa incomune. La melodia, le parole, qualcosa che ti ritornerà in mente quando meno te lo aspetti,facendoti sentire soltanto un attore in un progetto più grande». Talvolta una canzone può diventare il sottofondo alle nostre azioni e senza accorgercenepuò spingerci a seguire sentieri per ritrovare noi stessi. Ma così come finisce una canzonefinisce un racconto, quello che segue è un breve tratto di silenzio per poi passare ad unaltratraccia o a girare pagina. BUON COMPLEANNO DELIA «Dai, apri il regalo.» Delia afferra la busta lucida sul tavolino in vetro e mi guarda con unsorriso. «Cosa fai, non lo apri?» Fruscio di carte e un cofanetto nero poggiato sulla tovagliaaccanto ai piatti sporchi della cena. Delia lo apre chinandosi con la testa come se volesseguardare meglio. «Grazie Leo, sono stupendi.» Due anelli sottili colore argento. «Avevo pensato che dopo un anno che stiamo insieme potevano, non so… rendercispeciali». «Speciali…» Delia mi bacia, si siede sulle mie gambe e mi sussurra allorecchio: «Lo sai cheun anello è una cosa seria? Sembra stupido ma è un grande gesto d’amore». Sono avvolto neisuoi capelli poggiati tra i miei mentre lei guarda fuori dalla finestra. Abbassa lo sguardo. Stapensando. «Dove saremo tra dieci anni?» mi chiede. «Non lo so. Forse saremo i ricchiproprietari di una villa dell’Arizona, forse non arriveremo a fine mese o semplicementesaremo così, come siamo ora». «Dai, lo so che è presto, ma non immagini dei bambini, il futuro; il nostro futuro come te loimmagini?» «Non so rispondere, sul serio, non ci riesco. Vorrei dirti tante cose ma tu lo sai che bisognaprima trovare un lavoro per fare progetti». «Leo, questi non sono progetti ma solo speranze». «Si può sperare solo quando hai una base solida su cui puoi contare». Delia mi guardairrigidendo la schiena. «Cosa intendi per “base solida” Leo?» «Se si parla di trovare lavoro, una base solida è una buona laurea o una buonaraccomandazione». «Tu hai una raccomandazione?» «No» «Hai una buona laurea?» Non rispondo. Evito il suo sguardo. Stavolta sono io che guardo fuori. «Allora non hai progetti e neanche speranze». 1
  2. 2. «Non dire così… A novembre mi laureo. Poi si vedrà». «Certo con una laurea in lettere…» «Lettere moderne» «…farai strada nella vita. Graduatorie infinite, supplenze saltuarie e stipendio da fame.Guarda tua sorella! Io ancora non capisco perché non hai preso Economia o Giurisprudenza.Avresti potuto almeno provarci». Sussurro annoiato: «Ricominciamo…» «Eh, ricominciamo! Rispondi almeno! Perché non hai scelto altro?» Silenzio. Continuo a guardare fuori. «Non sai neanche rispondere. Sei troppo insicuro, Leo, troppo…» Delia abbassa lo sguardo,toglie piatti e tovaglia. È vicino alla cucina e mi dà le spalle. Io mi alzo e mi avvicino a lei. «Non preoccuparti, vedrai che andrà tutto bene» l’accarezzo sul viso «poi non servelamentarsi del passato. Guarda al futuro…» «Leo ti devi svegliare, trova qualcosa, un lavoro. Io non voglio un uomo insicuro maqualcuno su cui poter contare. E poi, rovini sempre tutto...» Porto un braccio sulla sua spalla ma lei si divincola, accende la TV ed incomincia asciacquare i piatti. «Su, non fare così» Delia con il telecomando alza il volume. «Delia!» Rumore di piatti che sbattono più forte. È brutto sentirsi messo da parte. Nell’universo quotidiano ogni cosa ha un proprio spazio ericopre un ruolo ben preciso: i piatti, il telecomando, il televisore, le luci della strada. Sonoinutile. Sento un vortice indefinito, come se un processo di autodistruzione stesse partendodal centro dello stomaco per propagarsi verso gli arti e divorare tutta la stanza, la periferia, laserata estiva. La volontà di annullarsi. Faccio un passo indietro e dico: «Ho capito. Scusami». Seguo il corridoio buio, apro la portadi casa ed esco mentre il suono del televisore dun tratto si ferma. Scendo le scale delcondominio nel suono dei miei passi. Buon compleanno, Delia. Domani sarà acqua passata,soltanto uno dei tanti litigi e niente più. Mi immergo nel buio delle scalinate. Col tempo sai, tutto scompare. CENTODIECI E LODE «Tanti e tanti auguri! Centodieci e lode. Che nipote che ho!» zio Franco mi stringe il bracciointorno al collo e mi dà un bacio sulla guancia. «Grazie, zio» «Senti un poco… ma se con la triennale sei dottore, con la specialistica che diventi‘primario’?» «Ah ah.» In ogni famiglia che si rispetti c’è almeno uno zio addetto alle battute idiote. «A parte gli scherzi, ma con la laurea in Lettere puoi almeno lavorare alle poste?» «Ah ah.» Stavolta si è superato. Fuori dall’università c’è tanta gente e molti parenti. Le mie cugine si avvicinano, mi dannogli auguri e i regali. Le mie zie sono pronte con i bacetti. Zia Lina tra uno schiocco e l’altro dice: «Ti auguro tanta fortuna perché con i tempi checorrono ne hai bisogno.» Anche zio Paolo contribuisce agli auguri: «Hai sentito? In Europa iltasso della disoccupazione è cresciuto del sette per cento. Come dovete fare voi giovani?» Zia 2
  3. 3. Lina rincara la dose:«Mi raccomando, non restare indietro sennò ti fregano il posto. Tanto losai come funziona… le raccomandazioni». È una congiura. Non ci credo. Ad una laurea nel duemilaotto non si dovrebbe mai parlare dilavoro. Non sono uno scansafatiche ma c’è bisogno di tirare il respiro. Come parlare dimalaria nella zona nido di un ospedale del Burundi: sai che non ce la faranno tutti. Tra l’altrodevo studiare per altri due anni di specialistica. Se è bene non fare i conti senza l’oste, qui mipare che l’hanno pagato senza consumare. Le pugnalate non sono terminate. Al richiamo non resiste mio cugino Renato: «Quella ècolpa dei sindacati! Chi è che ha permesso il precariato? Qua dobbiamo reagire e spaccare ilmuso a qualcuno! Pure voi universitari non fate niente mentre vi trattano come pezze». Un attimo. Precario… La parola "precario", dicono certi vocabolari etimologici, viene dallatino e significa “ottenuto con la preghiera”. Questo vuol dire che se non sei credente, nonsai pregare o non te l’hanno insegnato, non lavori. La preghiera fatta per convincere. Il lavorocome un favore. Io non sono un bravo oratore né tantomeno un giornalista televisivo, perciòdovrei imparare a salmodiare o a vivere in povertà evangelica, con la fede che un giornoritorni il lavoro sulla terra ad annunciare la fine della schiavitù e il suo regno non avrà fine. Arriva mio padre con la macchina fotografica. È il momento delle foto. Cerco Delia con losguardo, la vedo parlare con le mie sorelle. Sorride. Sembra felice. Le faccio segno diraggiungermi. Ci mettiamo in posa per la foto mentre sento i parenti parlare in disparte. Certi momenti arrivano e vanno via senza neanche darti il tempo di rendertene conto. Ora tocca ai cugini e al resto della famiglia. Arriva anche il piccolo gruppo di amicidell’università che rivedrò più o meno tutti alla specialistica di Filologia. Abbracci, baci. Sonoin un mare di gente e inizio a perdermi. Mal di testa da folla. D’un tratto sbuca mia sorella condei fiori gialli, una macchia tra abiti autunnali. «La corona d’alloro non l’ho trovata. Midispiace, Leo». «Non fa niente. Tanto non sono un generale, non sono un saggio, non sono un poeta e nonho la laurea completa. Vanno benissimo. Grazie». «Leo, mai dire mai. In una famiglia di letterati almeno uno scrittore deve esserci» dice miasorella. Guardo aldilà della calca di gente che mi opprime. Se ora ci fosse nonno Tobia, lui avrebbecapito. Aveva sempre qualcosa da dire, una frase giusta, una parola ma anche solo unbigliettino di auguri con una calorosa stretta di mano. Lui mi avrebbe capito. I veri scrittorisanno sempre cosa dire. Io… Non vedo Delia. «Che belli!» Delia sbuca dalla folla venendomi incontro. Rispondo:«Si ma non quanto te». Girasoli in regalo e Delia vicino: un impeto di felicità. Col tempo sai, tutto va bene. LA VIGILIA DI CARNEVALE Sono sotto casa di Delia, l’aspetto in auto. Tra qualche minuto dobbiamo incontrare alcuninostri amici per festeggiare la vigilia dell’ultimo giorno di Carnevale. Festa in maschera ed ionon avendo trovato altri abiti a casa, ho dovuto noleggiare uno splendido vestito dapagliaccio. Clown, proprio quelli dei circhi con il calzone a righe e la ciambella intorno allavita. La punizione per il ritardo. L’unica maschera che mi stava. 3
  4. 4. Fa un freddo maledetto. Faccio uno squillo a Delia perché siamo in ritardo. Nell’attesa seguocon lo sguardo i bambini in maschera accompagnati dai genitori a passeggio per le strade. La portiera si apre. Entra Delia e le dico:«Lo so, sono ridicolo. La parrucca non l’ho messa. Ilnaso rosso può bastare». Delia non è in maschera e le chiedo: «Stai poco bene?» «Senti Leo…» «Se non ti va possiamo chiamare e avvisarli che…» «No, devo dirti una cosa.» Fa un respiro profondo, guarda in un angolo. «Si». Delia ha un’espressione diversa. «Io e Mario… l’avvocato del tirocinio» gesticola troppo «io…» chiude gli occhi «stiamoinsieme da due mesi. Ecco». I miei occhi puntano il suo volto basso. Non guardo lei ma quello che c’è oltre. Sonoincantato dal forte battito del cuore. Un tamburo, un peso che impedisce di tirare il fiato. Inapnea sul fondo dell’oceano. Delia resta ferma per un po’, apre lo sportello, lentamente, in silenzio, come quando silascia una camera ardente, se ne va muta. Un battito più forte mi fa riemergere. Sono non del tutto padrone del mio respiro. Delia sene è andata e non ho fatto niente, non ho detto niente. Ormai è già salita a casa e non honeanche cercato di fermarla per… niente, non ho fatto niente. Forse aveva ragione: l’insicurezza rende l’uomo spettatore. Io non agisco. Agire percambiare l’esistenza degli altri o la propria, diventare protagonista. Non agire e restare sedutia guardare nella fila di mezzo; in un immenso teatro c’è un unico spettatore. Metto in motol’auto. Un vuoto di pensieri. Accendo lo stereo, c’è un cd inserito. Un tappeto lineare e delicato di pianoforte. Una manoche accarezza i tasti, una voce lenta quasi un fremito. Mi sento leggero. Un vuoto di pensieri. Proseguo lungo la strada che sembra trasformarsi già in un ricordo, un vecchio filmato dallapellicola rovinata con macchie più scure, volti conosciuti che perdono fattezze. Un vuoto di pensieri. Il cielo che diventa bianco, il cielo che diventa grigio come se la tonalità dominante difebbraio nuvoloso avesse oltrepassato il confine, e come un morbo, aggredito ed infettato ilresto delle sfumature: è l’inverno, è l’inverno nel cuore. Col tempo sai tu non ami più. HO INCONTRATO NONNO TOBIA Non so dove andare, torno a casa. Nessuno, sono usciti tutti. Mi cambio e torno nei mieivestiti. La maschera da clown sembra lo scherzo di una mano invisibile, di qualcuno che miosserva. Giro per la stanza, perdo spesso il senso del mio corpo, i pensieri altrove ed è quasisera. Delia... Se ora ci fosse nonno Tobia, lui avrebbe capito. Nonno, l’uomo che preferiva gli orologi alancette perché il tempo si deve vedere e non leggere. Lui mi avrebbe capito. Vado nello studio di mio padre dove nella libreria ci sono libri scritti da nonno: storia locale,poesie, saggi. Sono stati sempre in quel luogo, non toccati da nessuno, impolverati; perché ilibri anche senza aprirli ci insegnano l’arte della pazienza, abituati a sguardi che passano 4
  5. 5. oltre, stare senza muoversi aspettando una mano che li apra e gli accordi il permesso diparlare. Ho attraversato molte volte questa stanza ma non ho mai fermato l’attenzione. Squilla il cellulare, lo spengo e afferro un libro più sporgente degli altri. Un piccolo saggio,se non sbaglio, stampato solo per gli amici stretti del nonno. Non fu mai inviato a nessunacasa editrice. Leggo le ultime pagine dell’introduzione: “Si dice che la scrittura sia un dono divino ma solo il ricordo ci rende immortali. Questo miobreve saggio vuole essere testimonianza della malattia di scrivere di uno tra i più grandipensatori dell’antichità: Seneca il giovane, estenuante ricercatore di saggezza. Dai miei studisulle ‘lettere a Lucilio’ credo di aver capito che la regola basilare per scorgere anche solo unbarlume di felicità, sia quella di non preoccuparsi del futuro: un insegnamento protratto neisecoli e racchiuso in alcuni detti popolari. La saggezza è accessibile a tutti.” Esiste un manuale pratico per seguire la via giusta? Non preoccuparsi del futuro. Noicorriamo verso il futuro, una sola direzione: come guidare in auto bendati. Sospiro. Guardo negli scaffali in alto tra quaderni e fogli sparsi. Prendo unagenda in cuoio: appuntiscritti a mano. Ne leggo alcuni scorrendo le dita tra poesie, riflessioni sul senso del vivere osemplici ricordi. Tra le tante uno scritto su un foglio più chiaro: “La maggior parte degli scrittori sono degli eterni indecisi. Si mostrano insicuri con gli altri esoprattutto con sé stessi con cui passano la maggior parte della giornata a pensare sul giustoo sbagliato. Ma cos’è l’indecisione se non il bisogno di ricercare sicurezze? Il vero scrittore èinnanzitutto un pensatore. Le insicurezze sono come una calma pioggia estiva su pianteagonizzanti; un concime indispensabile per crescere. Perché se sono insicuro, vuol dire che soche c’è di meglio. È un’insicurezza coscienziosa non accompagnata da travagli negativi, solol’accettare serenamente la dinamicità dell’essere. E prima o poi la farò la mia scelta ma lo stato di certezza durerà ben poco perché ci saràsempre qualcosa su cui riflettere nuovamente. Un uomo sempre sicuro di sé è un uomo chenon pensa e che non esiste.” Lo rileggo. Sfoglio avanti e dietro cercando un rimando, ma nulla. Lo rileggo. Non credo allecoincidenze. Faccio un respiro profondo e giro intorno con imbarazzo. Forse nonno è in questa stanza eha guidato la mia mano alla ricerca della risposta. Nonno Tobia diceva che se una risposta fanascere almeno cinque domande allora è una vera risposta. Infatti ho la testa in subbuglio.Quanto si può capire di un uomo leggendo solo i suoi appunti… Ho una sensazione diversa; sono completamente rilassato come se fossi stato inraccoglimento da anni o secoli sotto una montagna e ora uscire e restare abbagliato dairiflessi della luce e stupirmi dell’immensità di un lago. Una nuova percezione che si stabilizzaogni minuto in più restando immobile. Annullo ogni inquietudine e prendo coscienza di me.Allora il senso è questo… Io non sono un debole e la scrittura è un dialogo con i morti che non vogliono tacere. COME FAR RIVIVERE QUALCUNO È una delle poche notti che riesco a dormire senza interruzioni. L’insonnia che mi hatormentato per mesi si è presa una giornata di svago: è l’ultimo giorno di Carnevale. Ripensoalle letture di ieri e sento il bisogno di andarlo a trovare. 5
  6. 6. È quasi mezzogiorno. Sto per entrare nel cancello sovrastato dalla scritta “expecto donecveniat immutatio mea” quando mi rendo conto che oggi è un giorno festivo. Sto per tornareindietro ma il cancello è aperto. C’è un volontario del servizio civile. Nonno Tobia riposa sottoterra al fianco di mia nonna in un piccolo campo erboso dietro ungrande edificio di loculi. È da un molto tempo che non venivo a trovarlo: lo scorso novembrenon venni per non so quale motivo. Sto per posare i fiori sulla lapide. L’epigrafe porta unacitazione incisa ormai da tre anni: “Solo l’amare, solo il conoscere conta. P.Pasolini.” In quellafrase riemergono le tante voci del ricordo d’un tratto più chiare. Nonno, una volta mi disse, a proposito di mia sorella innamorata di un certo Gianni, chel’amore non è eterno e non potrà mai esserlo, poiché è troppo legato a questa vitapasseggera, ma i frutti dall’amore possono resistere perché godono di una vita nuova. Ho le mani strette nelle tasche per il freddo e gli occhi nella foto di nonno sorridente. A diciotto anni partecipai al concorso di poesia della scuola, prima del giorno dellapremiazione non feci vedere a nessuno quella poesia. Non vinsi però nonno, venendo asapere del mio vano tentativo, volle leggerla comunque e con un commento esagerato e unabbraccio m’incitò a continuare a scrivere perché così potrò essere ricordato, non importa sesono in pochi, è un tentativo ad essere immortali. Mi scappa un sorriso. Solo io so quanto fu felice dopo aver saputo della mia iscrizione alla facoltà di lettere efilosofia. Non mi sono mai accorto che quell’abbraccio fu il suo modo di farmi capire che eracon me. Ora è al mio fianco e sento il suo sguardo di fiducia; impressione quasi indicibile checerco di tenere ferma in gola. C’è una donna anziana ricurva su una lapide che ripulisce il marmo dai fiori caduti. Nonno amava scrivere e il frutto del suo amare sono le pagine dei suoi libri ed io sono il suoprosecutore. Spero di esserlo. Riprenderò a scrivere perché mi piace illudermi di tornareindietro. Scriverò, se non l’ho fatto prima con impegno è perché mi hanno detto che i libri nondanno da mangiare e se non hai il pane non hai la forza di tenere in mano una penna. Ma cheimporta. L’incertezza positiva è il punto di partenza dello scrivere. L’amore autentico per lascrittura dona eternità e una frase può cambiare il mondo così come può alterare i palpiti diun uomo anche solo per un istante. Vale la pena rischiare. C’è solo un modo per cambiare le cose o far rivivere qualcuno. ETERNA MERAVIGLIA Ormai l’intera città è in preda al carnevale. Sono costretto a seguire la strada più lunga pergiungere con l’auto a casa. Non mi dispiace, il rumore ovattato nell’abitacolo mi rassicuratenendomi al riparo dal vento gelato che investe gli spazi più aperti alla campagna. Giunto sotto casa, prendo le chiavi per aprire il portone. «Leo, ciao» Alle spalle una voce, la sua voce. Mi volto. «Ciao Delia.» Risposta secca quasi mormorata. «Non rispondi al cellulare. Davvero, ho pensato il peggio». Faccio un gesto con la testasocchiudendo gli occhi. Resto zitto. «Poi non hai detto niente… lo so che non c’è da dire niente però non volevo che andassecosì». Delia si passa una ciocca dei capelli neri dietro l’orecchio. Faccio un sospiro e le dico parlando con lentezza: «Guarda, non è necessario, tu non devi…» 6
  7. 7. «Non sono scuse. Volevo solo che tu capissi». Distende le mani aperte. «Io… tutti dobbiamoavere delle sicurezze. Soprattutto oggi che viviamo tempi difficili. Chi non ha le idee chiareviene tagliato fuori. Non voglio che accada a te. E… con te non mi sentivo al sicuro». Giro la testa in senso di disapprovazione. Lei continua parlandomi negli occhi:«Ti auguro di trovare la tua strada. Sul serio, Leo, seiuna brava persona». Mi appoggio con le spalle al muro, la testa abbassata. «Perché non parli? Cosa pensi? Leo…» Tiro un respiro profondo; come tirare un grande sasso:«Ho riflettuto su alcune cose. Nonl’ho capito subito ma la risposta che cercavo già la conoscevo, è maturata col tempo. Perquanto possa essere inutile la mia laurea, per quanto sappia che il mio futuro non è deimigliori... Io scrivo, Delia, si. Al giorno d’oggi sembra una malattia ma è così. Ho davverotanto da imparare, forse tutto ma è l’unico modo per cambiare il tempo. Corre troppo ed houna gamba sola ma non importa. Io, sto a guardare». «Ma cosa dici….» «Stare con te era troppo reale. Non posso vivere con il pensiero ossessivo della ricerca deldenaro, del futuro. M’impegno nel costruirlo ma ricordarmi sempre l’inutilità del miopercorso… Ogni cosa ha bisogno del suo tempo. Tu sei sicura di te perché hai trovato il tuoposto; ogni cosa ha un ruolo nel mondo ed io descrivo quello che vedo forse per cambiarlo,forse per dargli nuova vita o forse per dimenticarlo. Che ne so… Non mi hai mai capito». Delia mi fissa con le labbra socchiuse. «E ora, Delia, non cerco scuse.» Entro nel portone. Le porte dell’ascensore si aprono per poi richiudersi lasciandomi allospecchio, sotto la bianca luce del neon. Non rivedrò più Delia, lo so. E così finisce una canzone, cercando in questi luoghi un po’ di poesia, qualcosa a cuiappendersi quando si torna col ricordo a questi istanti. Così come finisce una canzone finisceun racconto, quello che segue è un breve tratto di silenzio per poi passare ad unaltra tracciao a girare pagina. Quel vuoto rimane, un segno inciso sul legno che col tempo sbiadirà eperderà i contorni ma resterà in memoria di qualcuno che ha calpestato per un attimo lanostra stessa strada. Non so se era amore con Delia, so soltanto che se c’è stato, scomparirà... Ma io vogliosmettere di dimenticare tutto. La canzone preferita dal nonno di Leo Ferré diceva “col tempo tutto se ne va”: la costanteemozione di un anniversario, il ritorno di un vecchio amico, la delicata neve di marzo, laprima volta, l’odore della casa al mare, non possono andare via perdendo col tempo la lorocarica emotiva. Certe cose non si devono dimenticare. L’amore ha molte forme, per questo ogni volta che qualcosa o qualcuno dona un’emozionebuona, ha il merito di durare in eterno nella scrittura. Chi scrive in fondo ama la vita, nonvuole dimenticare niente o desidera che una storia abbia un finale diverso, solo per cercare diavere un qualche potere su una vita andata male. Anche un pensiero, nel momento in cui èpensato, fa parte del passato, quindi, del ricordo. Forse siamo davvero immortali e la scrittura è qui per risvegliarci dalle dimenticanze cheaffliggono costantemente la nostra memoria. C’è qualcuno, magari in questo preciso momento proprio nella stanza accanto, che prova ariportare in vita un ricordo tracciandolo timidamente sulla carta. Quella carta si fa ricordo, ilricordo prende forma alla fine di una frase, ritorna per fare compagnia pochi minuti prima di 7
  8. 8. dormire, perché c’è sempre qualcosa che acquista col tempo un nuovo incanto, una nuovavita. Bisogna scrivere per scoprirsi il cuore pieno di meraviglie. 8

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